Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/03/2026

Per un meridionalismo critico, multipopolare e a portata di territori

Il volume “La variabile legittima della storia. Per un meridionalismo critico, multipopolare e a portata di territori” curato da Angelo Calemme, ripoliticizza le questioni di Sardegna, Sicilia e Italia meridionale e lo fa sulla scia del gramsciano Nicola Zitara.

Per nuove analisi dei Mezzogiorni d’Italia, la Critica dell’economia politica non basta. Integrando i metodi della sociologia marxiana e della psicologia freudiana, l’Autore prima elabora innovativi strumenti per l’interpretazione dei conflitti marginali e delle soggettivazioni subalterne, poi applica questi stessi strumenti allo studio delle specifiche realtà meridionali, per individuare le grammatiche politiche con cui consapevolmente orientare inedite pratiche di emancipazione.

Già nella premessa del volume viene denunciato come il Mezzogiorno sia un neologismo irriducibile alle espressioni geografiche alternative di Italia meridionale e Sicilia oppure di Meridione continentale e insulare, e come esso sia piuttosto la denominazione di comodo che le classi dirigenti italiane concepiscono per mistificare la dura e complessa realtà di sfruttamento coloniale dei Sud, perpetrata dalla conquista regia in avanti.

“La stretta connessione tra subordinazione semicoloniale e sottosviluppo indotto negli anni Sessanta e Settanta del Novecento è denunciata da imponenti mobilitazioni culturali e di piazza, ma l’affermazione secondo la quale l’Unità ha nell’Italia dei Meridioni, operato un fenomeno neocoloniale è nel dibattito pubblico del secondo dopoguerra da considerarsi come un tabù, un impossibile oggetto di predicazione, nonostante le evidenze storiche” – spiega l’autore – “A dispetto di queste ultime, le istituzioni non vogliono riconoscere che il Mezzogiorno non è rimasto semplicemente arretrato, ma è stato ridotto scientemente all’infelice condizione di colonia bianca”.

Il libro è stato pubblicato da Orthotes Editrice e sarà presentato il prossimo 21 marzo, ore 10:30, presso l’Istituto Italiano per gli Studi filosofici di Napoli insieme a Marco Esposito e Francesco Dall’Aglio.

L’autore, Angelo Calemme è dottore di ricerca in Filosofia e Studi classici dell’Universitat de Barcelona e docente di Filosofia e Storia nei licei statali. È coautore della curatela L’illuminismo prima dell’Illuminismo (La Città del Sole 2013) e autore di monografie come La ragione galileiana del mondo (Guida 2017), Alle origini della tecnologia scientifica (Mimesis 2020), Dalla Rivoluzione scientifica alla Rivoluzione industriale (Meltemi 2022), La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea (Guida 2023).

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27/11/2025

Dati Eurostat: la questione meridionale è la questione della periferia UE

Avere i dati è fondamentale, ma perché abbiano un qualche valore è necessario che siano analizzati come risultati di processi, non come semplici fotografie dell’oggi. È così che emerge come i dati Eurostat sul rischio di povertà nella UE reinscrivono la tradizionale questione meridionale italiana nella dinamica centro produttivo-periferia sfruttata della UE.

Si tratta di una dinamica al limite del colonialismo, della colonizzazione interna, e a volte anche oltre questo limite. Perché, difatti, sul podio delle tre regioni di paesi europei la cui popolazione è maggiormente a rischio di povertà troviamo la Guyana francese, (53,3%), Ciudad de Melilla (41,4%), e poi la Calabria (37,2%). E subito dopo, ci sono anche la Campania (35,5%) e la Sicilia (35,3%).

In Italia, sono in generale 13 milioni le persone che si trovano a rischio povertà, che significa, per le famiglie, l’incapacità di affrontare spese impreviste, di farsi una settimana di vacanza annuale lontano da casa, di saldare le ratue del mutuo, l’affitto o le bollette, di comprare mobilio nuovo se quello vecchio è usurato. Per i single, significa difficoltà a pagare l’abbonamento a internet, abiti nuovi, o potersi dedicare ad attività ricreative.

Ma queste persone sono evidentemente distribuite in maniera diseguale, secondo una distribuzione geografica che ha una netta linea di demarcazione dal Lazio in giù. In Italia settentrionale, non c’è una regione che non sia nella fascia tra il 10 e il 15% di rischio di povertà, ovvero sotto la media UE del 16,2%. Tolte le province e le regioni autonome, l’Emilia-Romagna e le Marche sono persino sotto la 10% (rispettivamente 7,3% e 9,6%).

Con la mappa riportata qui a destra si ha la dimostrazione grafica di come la periferia della UE non sia tanto la periferia geografica, quanto quella economica e in un certo senso, di conseguenza, anche politica. Il Mezzogiorno è assimilabile ai territori “d’oltremare” – cioè i residui coloniali – di Francia e Spagna, e vive dinamiche di subalternità simili.

Territori abbandonati a se stessi o alla criminalità, dove salari e occupazione sono di bassa qualità, e da cui i centri economici prendono risorse, se ci sono, e manodopera a basso costo. Se questa dinamica aveva visto protagonista l’industria settentrionale negli scorsi decenni, con l’abbandono di strumenti per il riequilibrio dello sviluppo territoriale come la Cassa per il Mezzogiorno il divario è tornato ad ampliarsi, mentre i centri italiani sono diventati parte delle filiere comunitarie.

Ma la logica rimane la stessa. Un centro capitalistico procede con uno “scambio diseguale” nei confronti di un’altra area, per garantire i processi di valorizzazione e i profitti di una ristretta élite, e magari creando nel frattempo anche una frattura tra i lavoratori della propria e dell’altra zona, per essere sicuri che non ci siano alleanze tra subalterni che possano mettere in discussione questo processo.

Con la UE questa dinamica si è inscritta in un quadro continentale, dove è stata l’integrazione tra specifiche regioni a guidare il processo di sfruttamento della periferia da parte del core economico. Alcuni gruppi capitalistici italiani sono riusciti a trarne vantaggio, ma per il Mezzogiorno il futuro rimane lo stesso di quando migliaia di calabresi si ritrovavano a lavorare nelle fabbriche degli Agnelli.

I vincoli di bilanci europei amplificano questa divergenza, perché impongono una spesa che a Bruxelles chiamano “competitiva”, ma che nella realtà dei fatti, in Italia, significa ampi sussidi alle imprese che riescono a restare a galla nella crisi, togliendo fondi ad altri tipi di interventi, per non parlare poi della mancanza di una qualsiasi politica industriale. Il caso Ilva ne è l’esempio massimo.

Allo stesso tempo, per ristabilire un po’ di giustizia sulla mappa Eurostat, non si può non notare come, dalla roturra di questi vincoli, la periferia possa ottenerne grandi vantaggi. E con periferia, dunque, non si intende solo il Mezzogiorno, ma anche i residui coloniali prima accennati, o ancora i popoli dall’altra parte del Mediterraneo, imbrigliati anche loro nell’ingombrante presenza della UE. Le opportunità di lotta ci sono, vanno costruite con pazienza.

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03/03/2025

Il nostro meridionalismo

di Luciano Vasapollo

La colonizzazione interna avvenuta nel Sud, sostiene Zitara, ha creato un esercito di consumatori piuttosto che di lavoratori. Lo strato superiore di questi consumatori (intellettuali, libere professioni, burocrati statali, politici locali e nazionali, etc.) funge da sbocco per i surplus demografici delle classi dominanti, che svolgono un ruolo di “borghesia acquirente” simile a quello dei paesi del Terzo Mondo.

Al contrario, gli strati inferiori costituiscono una sorta di «proletariato esterno» (categoria usata anche da Samir Amin) coinvolto nell’economia di mercato capitalista attraverso la mediazione di forme ibride di produzione.

Quest’antagonismo di classe tra centro e periferia, che implica un conflitto di interessi tra il proletariato interno ed esterno, non solo è applicabile dal livello nazionale a quello mondiale, ma è applicabile anche alle stesse aree centrali del sistema mondiale.

In particolare, Samir Amin classifica le nazioni dell’Europa orientale e meridionale come semiperiferiche, in quanto si sono gradualmente trasformate in economie estroverse, costrette, dalla divisione ineguale del lavoro, a produrre merci inferiori il cui lavoro trova meno valorizzazione.

Il capitalismo, specialmente nella sua fase suprema, quella imperialistica, presuppone lo sfruttamento dei popoli del Mondo a vantaggio delle cittadelle industriali e dei grandi poli imperialistici mondiali. Tale forma di selvaggio sfruttamento ha sempre trovato, nella pubblicistica borghese e capitalista, le più varie e altrettanto odiose forme di giustificazione: dal culto assoluto della liberalizzazione del mercato, a quelle della civilizzazione, passando per l’affermazione della superiorità etnica o razziale.

Non bisogna, tuttavia, andare lontano nella ricerca di questi presupposti politici, economici e culturali per la spoliazione dei paesi dominati: nelle parole di Gramsci per definire la sostanza del dominio del Nord italiano sul Mezzogiorno ritroviamo essenzialmente l’espressione particolare della vocazione coloniale e predatoria del capitalismo: citando i termini dell’ideologia propagandata dalla borghesia del Nord Italia,
«il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari temperando questa sorte matrigna con la esplosione puramente individuale dei grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto»[1].
I termini della questione posta tra i primi da Gramsci si attaglia bene a racchiudere in sé tutta l’ideologia colonizzatrice che, dai tempi dell’accumulazione originaria attraverso lo sfruttamento predatorio delle colonie americane e orientali, ha costituito la premessa economica e l’altra faccia fondamentale del sistema di produzione capitalistico e del mercato mondiale[2].

Che l’esempio ora proposto della colonizzazione settentrionale sul meridione d’Italia rappresenti uno spaccato fondamentale sul complesso e generale meccanismo di colonizzazione è stato spesso affermato.
«Il dramma del Meridione ci ha preparati, attrezzati a capire ciò che sta avvenendo a livello mondiale. D’altra parte, il Meridione non è una molecola isolata, ma è inserito nel vasto fronte delle vicende mondiali»[3].
La lotta per l’emancipazione del «proletariato esterno» e dei popoli soggetti alla colonizzazione imperialista come momento fondamentale della lotta di classe generale è divenuto «l’alveo principale» della lotta di classe stessa.

In sostanza, i presupposti fondamentali di una politica imperialista moderna, che innova rispetto al colonialismo originario che aveva fatto parzialmente da ostacolo, a causa della parcellizzazione dei mercati dominati in via diretta ed esclusiva, per l’espansione del mercato mondiale grazie allo sfruttamento predatorio, sono rappresentati dalla trasformazione delle masse nei paesi colonizzati in proletariato e manodopera per l’industria dei paesi imperialistici; la «massificazione» dell’economia coloniale e dei suoi prodotti grazie al mercato internazionale, specialmente nel settore delle materie prime.

Ciò ha significato produzione e prodotti a basso costo e costruzione di una massa enorme di forza-lavoro ora a disposizione dell’industria tecnologicamente più avanzata.

Se tutto questo è vero, è chiaro che il conflitto tra le nazioni centrali e periferiche può essere interpretato come una forma di conflitto di classe. Pertanto, nessun internazionalismo astratto può nascondere il fatto che gli interessi delle classi subordinate nei centri non coincidono, se non nel lungo periodo, con quelli delle classi subordinate nelle periferie.

Nicola Zitara, analizzando il caso della colonizzazione dell’Italia meridionale da parte delle regioni settentrionali, porta questo punto di vista all’estremo quando scrive che «il coraggio di riconoscere che oggi non c’è coesione, non intendo punti di forza ma interessi tra le classi subordinate delle due Italia»[4].

In conclusione, gli intrecci che passano per le classi potenzialmente rivoluzionarie, attraverso linee contrapposte sia di reddito che territoriali e geografiche, e circondano un’area ricca di conflitti interni, seppur del tutto contrari agli interessi dell’élite capitaliste mondiali. Insomma, non esiste un soggetto privilegiato capace di sostituire la classe operaia nel ruolo di antagonista “oggettivo” del governo capitalista.

Si tratta quindi di capire come unificare questa moltitudine di soggetti per creare le condizioni, se non per un’immediata transizione al socialismo, per un ambiente economico, sociale, politico e culturale in cui la transizione diventi concepibile e proiettabile. Ciò implica la necessità di riaprire un’ampia riflessione sui concetti di nazione, popolo, Stato e partito.

Note

[1] GRAMSCI A. (1970), Alcuni temi della quistione meridionale, in GRAMSCI A., La quistione meridionale, pagg. 151-152.

[2] VASAPOLLO L. (2019), Eppur sempre si muove…, Edizioni Efesto, Roma.

[3] ZITARA N. (1977), Il proletariato esterno, Jaca Book, Milano. pagg. 156-157.

[4] ZITARA N. (1977), Il proletariato esterno, Jaca Book, Milano.

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13/06/2020

Colonialismo italiano, un’eredità fetida da mettere in discussione

In questi giorni, sulla scorta delle immagini che arrivano dagli USA e dal Regno Unito, si è aperto un dibattito su statue e toponomastica coloniale.

Si è tornati a parlare ad esempio della statua di Montanelli a Milano, già giustamente sanzionata qualche tempo fa per la nota storia della sposa bambina etiope comprata dal “grande giornalista”, mentre questo partecipava ad una delle più sanguinarie avventure coloniali dell’Italia fascista. Varrebbe la pena parlare anche del monumento dedicato ai caduti della battaglia di Dogali a Roma, oppure del sacrario allo stragista Graziani, ad Affile, inaugurato nel 2012.

Esiste una nutrita toponomastica coloniale in Italia. Basti pensare alle tante piazze, strade e viali che in tutto il paese portano il nome di località africane dove trovò sfogo la folle proiezione imperiale nostrana: Libia, Adua, Addis Abeba, Amba Aradam... e così via fino ad arrivare a piazze dedicate ai “caduti di Nassirya”.

Gli italiani si sono sempre cullati in un immaginario mondo che li vede come “brava gente” a prescindere, quelli che alla fine sono sempre stati nel giusto della storia.

Anche la stessa colonizzazione brutale e violenta di Libia, Somalia, Eritrea ed Etiopia viene raccontata troppo spesso come un processo positivo: come se i “nostri” in fondo volessero bene a coloro che stavano conquistando.

Per non parlare poi delle aggressioni fasciste ad Albania e Grecia, dove i cattivi furono i tedeschi, non gli italiani che in fondo quella guerra la stavano perdendo perché bonaccioni che fraternizzavano con i locali.

Italiani quindi certo truffaldini, furbi, bonariamente disonesti, ma comunque “brava gente”. L’autoassoluzione passa direttamente dall’autocommiserazione nella narrazione nazionale italiana, anche quella ufficiale.

Non ci possiamo assolutamente limitare, però, a parlare delle avventure portate avanti dai nostri progenitori fuori dai confini della penisola: l’Italia è un paese che delle colonie “interne” ha fatto la sua fortuna.

Basti pensare alla cosiddetta “questione meridionale”, apertasi con la predazione delle risorse industriali, naturali e finanziarie del fu Regno delle Due Sicilie operato nel periodo post-unitario. Un processo che ha poi visto protagonisti delle sue conseguenze migliaia di migranti interni, che da un territorio reso depresso ad hoc sono dovuti partire per cercare lavoro nelle zone maggiormente industrializzate del nord della penisola.

Un destino di predazione ed emigrazione forzata che ha vissuto anche la Sardegna, che con l’Italia non aveva mai assolutamente avuto nulla a che fare fino a che il duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, in seguito alla guerra di successione spagnola e al trattato di Utrecht del 1713, non ne ottenne la corona nel 1720, per potersi fregiare di un titolo regio.

La storia coloniale d’Italia continua fino ad oggi, con forme ovviamente diverse ma comparabili: le dinamiche di frammentazione dell’amministrazione pubblica e il regionalismo differenziato, proposto sia da destra che “da sinistra”, possono essere lette anche in questo senso.

Favorire, in definitiva, le regioni core dell’accumulazione capitalista, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, andrebbe a inasprire ulteriormente quel processo di impoverimento e scientifica sottoproletarizzazione di intere aree del paese.

La questione è certo da esplorare con maggiore attenzione rispetto a queste poche righe, che vogliono essere, soprattutto, una provocazione ed uno stimolo alla riflessione. Il colonialismo italiano non è, infatti, il grande rimosso soltanto della retorica ufficiale: anche sinistra e movimenti troppo spesso hanno scientemente ignorato questi temi fondamentali.

Esistono, ad esempio, forze indipendentiste e genuinamente comuniste in Sardegna, ma a parte poche significative eccezioni (come a suo tempo la Democrazia Proletaria Sarda) gli italiani si sono rifiutati di dare anche il minimo riconoscimento a queste sensibilità.

Uno degli esempi più chiari viene di certo dalle dichiarazioni di Marco Rizzo che, durante la campagna elettorale delle ultime politiche, disse che la formula per rilanciare la Sardegna era una maggiore industrializzazione1.

Ma le industrie in Sardegna ci sono, basti pensare alla Sarlux di Moratti, oppure alla tristemente famosa fabbrica di bombe Rmw della tedesca Rheinmetal. Sono le industrie che mancano o è l’estroversione verso il continente di tante risorse produttive ad essere il problema?

La protesta dei pastori e gli sversamenti del latte, nel 2019, hanno messo sotto gli occhi di tutti proprio quel meccanismo neocoloniale che è la vendita di risorse a prezzi vantaggiosi soltanto per una parte, alla faccia di chi sostiene che i prezzi “si autoregolano nel libero mercato”.

Il processo di rimozione della questione coloniale italiana da parte della sinistra risale alla storia del PCI, vittima in parte anche di quella graduale socialdemocratizzazione che culminò nel compromesso storico berlingueriano.

Oggi ciò che resta dei movimenti italiani è decisamente esterofilo; si guarda a decine di esempi sparsi per il mondo di lotte e di modelli, ma non si guarda quasi mai in casa propria.

Questo momento in cui fioriscono le lotte antirazziste, mentre ci troviamo a dover riflettere su che tipo di Stato vogliamo costruire, dopo che l’epidemia di Covid-19 ha mostrato l’inadeguatezza del sistema vigente, è forse il miglior punto di partenza per rimettere in dubbio anche questi aspetti.

È fondamentale poter rimettere al centro, quindi, parole d’ordine di classe e che possano aggredire con forza anche la questione delle disparità interne, stimolare i movimenti affinché pongano un’alternativa di sistema forte, agire per confrontarsi con le forze dei territori. In questo modo sarà, forse, possibile mettere in campo percorsi che parlino di pianificazione economica e sociale fuori dalle pastoie coloniali del passato.

È una questione di volontà politica che l’attuale classe dirigente non può e non vuole raccogliere: troppi sono gli interessi economici, troppo importante anche da un punto di vista militare tenere sotto ricatto la popolazione di intere aree del paese e poter rifornire in questo modo esercito, polizia e carabinieri di giovani senza alternative lavorative.

Cambiare tutto significa anche aggredire le dinamiche coloniali interne italiane, senza dimenticare il ruolo svolto dall’Unione Europea in questo gioco perverso di impoverimento ed emigrazione tramite la policy del pareggio in bilancio e i tagli, che hanno ulteriormente massacrato la popolazione e aggravato la situazione di estroversione delle risorse.

Rompere con questo sistema oggi è una necessità, proposte come l’Alba Euromediterranea rappresentano alternative credibili, basandosi sulla solidarietà tra i popoli e non sulla competizione sfrenata.

Una sfida tutta da costruire e da cui non possiamo esimerci: rompere con il colonialismo italiano significa anche rompere con l’Unione Europea che di queste dinamiche si è fatta interprete, significa dire basta all’emigrazione, significa costruire un’alternativa sociale ed economica vera.

Per fare questo serve un’alternativa politica reale contro e fuori dalla mentalità coloniale che, anche a sinistra, ha fatto tanti e troppi danni.

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22/11/2019

Tra il dire e il fare, c’è di mezzo il MES


Viviamo in un mondo folle. Mentre si pongono le basi del disastro definitivo di questo paese, il dibattito mainstream si occupa di cose irrilevanti. Per fortuna, però, non esistono solo Repubblica e il Corriere (non nominiamo neanche le tv, ormai sprofondate nell’abisso dell’intrattenimento anche all’interno dei tg).

Un merito fondamentale l’ha avuto la “riforma del Mes”, quel Meccanismo europeo di stabilità che i governi del 2019 (prima quello gialloverde, ora quello giallorosa) hanno accettato senza capir bene di cosa si trattava. Poi qualche voce critica ha cominciato ad alzarsi persino dalle fila degli europeisti ad oltranza (Giampaolo Galli, ex parlamentare Pd, per esempio) ed ora gli occhi esperti puntati su quel dispositivo sparano a zero, scoprendo – e dicendo – quel che prima era indicibile o non correct dire.

Avendo fatto da modesti anticipatori di queste critiche, ed essendo stato ampiamente confermato il nostro giudizio (“piano Scholz” e “riforma del Mes” sono un assalto tedesco agli asset degli altri partner europei, Italia in testa), possiamo ora provare a vedere come lavora la contraddizione all’interno delle classi dirigenti, e quali conseguenze politiche produce.

Due articoli usciti oggi ci forniscono piste davvero interessanti. Ve li proponiamo entrambi, qui di seguito.

Il primo, di Francesco Russo, per l’agenzia Agi (di proprietà dell’Eni, dettaglio da non sottovalutare...), è una lunga ricostruzione della carriera di Klaus Regling. Personaggio sconosciuto ai più, ma ormai assurto al rango di tecnocrate più potente d’Europa. È infatti lui l’amministratore delegato del Mes.

Il che significa che:
a) il Mes, con la “riforma”, diventa di fatti l’equivalente del Fmi per i soli paesi europei;
b) questo organismo funziona come un’azienda, non come un vertice di mediazione politica tra interessi dei vari paesi, e infatti ha al vertice un amministratore, non un ufficio di presidenza.

In secondo luogo, come ben spiega l’Agi, poiché Regling è il “silente burocrate che, dietro le quinte, è stato sin dal principio il vero regista dell’unione monetaria”, ossia dell’introduzione dell’euro, gli interessi tedeschi continuano ad essere prevalenti. Anzi, lo saranno ancora di più perché il “nuovo Mes” avrà un ruolo e una potenza di fuoco competitiva con quella della Bce, ma senza i condizionamenti politici di cui soffre – secondo la Germania – l’istituto di Francoforte, dotato di un board composto di rappresentanti delle banche centrali dei vari paesi.

Terzo dettaglio, ma decisamente importante, siccome la Bce non è un vera banca centrale – manca del potere di fare da “prestatore di ultima istanza” – il ruolo del “nuovo Mes” sarà prevalente per quanto riguarda il rapporto con gli Stati.

Un combinato disposto complicato, che rischia di oscurare l’obiettivo di tanto “cospirare”. Ed anche quello è detto chiaro e tondo dall’Agi (ossia dall’Eni, principale multinazionale italiana partecipata dallo Stato come “azionista di riferimento”): spezzare il legame tra banche e debito sovrano. Ossia tra le banche e i titoli di Stato. Se ciò avvenisse (e avverrà di certo se il “nuovo Mes” prende corpo, come ha anticipato Patuelli, presidente dell’Abi) salterebbe in un colpo solo sia la stabilità del sistema bancario nazionale – pieno di titoli di Stato italiani – sia la sostenibilità del debito pubblico (la speculazione finanziaria avrebbe campo completamente libero).

Anche il secondo articolo, pubblicato da Milano Finanza a firma di Roberto Sommella (“I tedeschi vogliono salvare soltanto se stessi”), affronta gli stessi problemi con gli stessi argomenti.

Dunque, visti gli interessi societari dietro le due fonti di informazione, dobbiamo prendere atto che una fetta rilevante della borghesia finanziaria e imprenditoriale italiana è oggi assolutamente convinta che la governance europea e europeista, per quanto neoliberista, è ormai un danno per i propri affari e i propri asset.

Diciamola semplice: questa “fetta” è stata assolutamente d’accordo con le politiche di austerità fin quando queste colpivano soltanto il mondo del lavoro, il welfare (pensioni, sanità, istruzione, servizi pubblici, ecc). Avere dipendenti con contratti precari e con salari da fame andava ovviamente bene, per loro.

Ma ora che il modello export oriented imposto dall’ordoliberismo tedesco “batte in testa” – la Germania è in recessione, il suo sistema bancario è in buona parte sull’orlo del fallimento – la ricerca del profitto si riversa all’interno del sistema continentale. È insomma partito da tempo un processo che abbiamo chiamato di cannibalizzazione, in cui “i fratelli europei” si azzannano l’un l’altro cercando di sopravvivere.*

A questo punto, insomma, per una parte rilevante della borghesia finanziaria e industriale italiana, l’Unione Europea e le sue regole hanno smesso di essere un buon affare. La classe politica “europeista” che fin qui ha diretto il paese (dal Pd fino ai Monti e alle Fornero), accettando trattati che si sono rivelati cappi intorno al collo, non è più considerata in grado di difendere quegli interessi.

Serve qualcuno in grado di convogliare “consenso popolare” su una linea di maggiore capacità contrattuale con i poteri di Bruxelles, altrimenti “ci mangiano”. Non per “spaccare l’Europa”, ma per ottenere regole meno squilibrate a favore dei tedeschi (dei “padroni” tedeschi, ovviamente).

La straordinaria avanzata della Lega salviniana negli ultimi tre-quattro anni ha questo propellente alle spalle, oltre che qualche spicciolo russo o statunitense (alla Bannon-Trump...). Ovvio che serviva una retorica interclassista per cercare di tenere figure sociali che fin qui avevano perduto tantissimo dall’“austerità europeista” sotto il comando di quelle che invece ne avevano beneficiato. E altrettanto ovvio che questa retorica, non avendo nulla di concretamente materiale da offrire, si dovesse nutrire di fake news, razzismo, capri espiatori, cazzate “laqualunque”, ecc.

Il problema è comunque molto serio, perché anche chi vuole rivoluzionare il mondo (i rapporti di proprietà, il modello produttivo, ecc.) deve fare i conti con la materialità delle cose: si cambia la realtà che c’è, con gli strumenti che ci sono e quelli che si possono creare.

Un paese completamente saccheggiato, svuotato della sua “migliore gioventù” (costretta ad emigrare all’estero per trovare un lavoro all’altezza delle proprie competenze), deprivato delle parti strategiche del suo sistema industriale (acciaio, auto, telecomunicazioni, ecc.), azzerato come capacità di risposta alle sfide, è un paese senza futuro.

Per questo l’Unione Europea va combattuta ora, qui, davvero.

***** 

Klaus Regling, l’uomo più potente d’Europa

Francesco Russo – Agenzia Agi

Quando il ministro delle Finanze di Berlino, Olaf Scholz, illustrò la sua proposta per il completamento dell’unione bancaria, il collega di Roma, Roberto Gualtieri, fu critico, sottolineando i rischi per il nostro Paese di uno schema che penalizzerebbe istituti, come quelli italiani, che detengono forti quote di debito pubblico nazionale. Il governo non è stato però altrettanto critico con il disegno di riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes), che alla proposta di Scholz è fortemente intrecciato e persegue un analogo obiettivo: limitare lo spazio di manovra della nuova presidente della Bce Christine Lagarde, che intende proseguire la politica accomodante di Mario Draghi ma non ha lo stesso capitale di credibilità, e mettere al riparo una Germania sull’orlo della recessione dalle possibili conseguenze di un tracollo di Deutsche Bank.

Non è però facile per nessuno dire no a Klaus Regling, il numero uno del Mes, che nel 2017 è stato confermato per altri cinque anni alla guida del “fondo salva-Stati” europeo, i cui poteri – se la riforma in discussione in questi giorni passerà – si estenderanno a un punto tale da sovrapporsi in parte a quelli della stessa Banca Centrale Europea.

Con un’Angela Merkel appannata e contestata all’interno del suo stesso partito, è tutto in mano ai burocrati l’onere di difendere la dottrina dell’austerità sulla quale si fonda, sovente a scapito dei partner comunitari, la competitività del modello tedesco. Perso l’ex segretario generale della Commissione Europea Martin Selmayr, che a Bruxelles fu il baluardo degli interessi del Reichstag, questo compito è ora tutto in mano a Regling: già burocrate più potente del vecchio continente, con la riforma del Mes lo diventerà ancora di più.

Una carriera in costante ascesa

Il volto di questo economista di Lubecca, classe 1950, sposato con due figli, non appare spesso sulle prime pagine dei giornali e la rete scarseggia di profili a lui dedicati. Uno dei pochi è quello tracciato da Politico, che lo descrive come una persona affabile e riservata, nei modi più accostabile a un Draghi che alle asprezze di altri cavalieri teutonici dell’austerity, come l’ex ministro delle Finanze Wolfgang Schauble o il presidente della Bundesbank Jens Weidmann. La fonte più ricca di notizie su di lui è il sito stesso del Mes, che raccoglie puntualmente le sue non frequenti interviste e i suoi interventi presso le più prestigiose istituzioni economiche internazionali, le stesse che lo hanno visto accumulare un curriculum impressionante.

Figlio di un falegname, Regling studia Economia all’università di Amburgo, la stessa frequentata qualche anno dopo da Scholz, e nel 1975 completa gli studi a Ratisbona. Subito dopo inizia la sua carriera al Fondo Monetario Internazionale, dove lavora cinque anni nel dipartimento Ricerca e si occupa dei programmi dedicati all’Africa. Non male come scuola di austerità: nella seconda metà degli anni ’70 triplicano i prestiti del Fmi al continente nero, prestiti condizionati a duri tagli alla spesa e drastiche privatizzazioni, non sempre nell’interesse del Paese che ne era oggetto. Le stesse ricette che vedremo applicate decenni dopo in Grecia, il cui piano di “salvataggio” ebbe, soprattutto nelle sue ultime fasi, Regling come supervisore e regista.

Ritorno in Germania

Nel 1980, appena trentenne, Regling torna in patria e lavora al dipartimento economico dell’Associazione Bancaria Tedesca. Il ragazzo ha talento e si fa notare subito. Tempo un anno e viene assunto presso la Divisione Affari Monetari europei del ministero delle Finanze, allora retto da Hans Matthofer, un socialista vecchia scuola che si era fatto le ossa nel sindacato dei metalmeccanici. Era l’epoca in cui il progetto dell’euro stava prendendo forma e Regling lo vive in prima linea. Il Sistema Monetario Europeo era nato nel ’79 e il compito degli economisti di quel dipartimento era studiare come il solido marco si sarebbe fuso con la lira e la peseta, a quale tasso di cambio e a quali condizioni. Arriva l’82, il terzo governo Schmidt va in crisi, dopo tredici anni i democristiani riconquistano la cancelleria con Helmut Kohl. Regling rimane là fino all’85. Lo vogliono di nuovo a Washington.

In quattro anni Regling passa dal rango di economista a quello di senior economist fino a diventare vicedirettore della divisione Mercato dei Capitali del Fondo Monetario Internazionale. Le sue competenze in campo economico sono ormai variegate e poliedriche. Conosce il mondo delle banche, conosce la finanza pubblica, conosce le istituzioni internazionali, e nel 1999, come direttore esecutivo del Moore Capital Strategy Group, avrebbe conosciuto anche il settore privato. La sua unica lacuna è il fisco. Alla fine degli anni ’80 è rappresentante del Fmi in Indonesia, ruolo prestigioso. Ma nel 1991 la patria chiama di nuovo.

Al cuore del progetto dell’euro

Regling torna al ministero delle Finanze e si guadagna la fiducia personale del cancelliere, che lo invia come rappresentante economico della Germania nei consessi internazionali più disparati, dal G7 allo stesso Fmi, con il quale manterrà un rapporto stretto. Nel ruolo di capo della divisione Affari Economici Internazionali, Regling è anche uno dei protagonisti della stesura dei trattati di Maastricht. Insieme al futuro presidente Horst Kohler e all’allora presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer, fa parte del team di negoziatori tedeschi al tavolo che porrà le basi per la nascita dell’euro. In tutto questo, trova anche il tempo per lavorare ai vertici dell’Asian Development Bank e dell’Inter-American Development Bank e di sedere nel board di Hermès Credit Insurance.

Nel 1998 i socialisti tornano al potere. Regling, ormai in quota Cdu, lascia. La sua carriera nel settore privato dura però appena tre anni. Nel 2001 il Manuale Cencelli europeo assegna a Berlino la struttura burocratica della Commissione Europea più importante di tutte: la direzione generale per gli Affari Economici e Finanziari. Gerard Schroeder ha bisogno di un cavallo di razza per guidarla. E chiama Regling, che ci resterà fino al 2008. Per quasi trent’anni, questo funzionario affabile e riservato ha vissuto ogni fase di sviluppo del progetto dell’euro, nel ruolo di protagonista e di garante degli interessi tedeschi. Il coronamento di una carriera così spettacolare non poteva che essere la presidenza della Bce. O almeno così sembrava.

Gli anni della grande crisi

La presidenza del francese Jean-Claude Trichet è la più disastrosa della storia dell’Eurotower: nel mezzo di una crisi del debito vengono alzati i tassi di interesse. Per salvare la moneta unica, Berlino deve fare un passo di lato e consentire alla Bce di allentare i cordoni della borsa, seppure non troppo e pur sempre in enorme ritardo rispetto alla Federal Reserve. Ma Angela Merkel non può certo mettere la faccia su un abbassamento dei tassi che avrebbe eroso i margini di profitto delle banche tedesche, abituate ad offrire ai correntisti rendimenti molto interessanti, né tantomeno su un possibile incremento dell’inflazione (che non avverrà). A Francoforte ci vuole un italiano. Ci vuole Mario Draghi.

Regling, dato inizialmente come possibile successore di Trichet, viene così dirottato nel 2010 alla presidenza dell’Efsf, il primo fondo salva-Stati europeo, che si occupa del salvataggio di Grecia, Irlanda e Portogallo. Le chiavi della cassaforte rimangono così in mano alla Germania, mentre la Bce rimane quello che è: una banca centrale che non è davvero una banca centrale, mancando del ruolo di prestatore di ultima istanza. Quando, nel 2011, Draghi prende le redini dell’Eurotower, lo spettro del default minaccia l’Italia. L’Efsf non ha abbastanza fondi per salvare un’economia di queste dimensioni. Dopo un duro braccio di ferro con Schaeuble e Weidmann, Draghi lancia il piano Omt (prestiti in cambio di riforme) e poi, finalmente, il ‘quantitative easing’. Nel frattempo all’Efsf si affianca l’Esm, o Mes, un organismo permanente che aumenta la sua dotazione a 700 miliardi e diventa un vero e proprio Fondo Monetario europeo. A cosa serve se c’è il piano Omt?

Un manager per l’Eurozona

Le azioni intraprese da Draghi erano blindate dalla copertura politica fornita da Angela Merkel la cui leadership europea, allora indiscussa, è oggi agli sgoccioli. Christine Lagarde, se uno Stato avesse di nuovo bisogno di aiuti, avrebbe molte difficoltà a far passare un piano Omt. Ciò perché nella Bce le decisioni si prendono per “consenso”, cercando con fatica un compromesso tra le parti. Klaus Regling è invece un “direttore generale”, ha un’autonomia maggiore e la Commissione Europea deve tener conto dei suoi pareri. Il suo ruolo nell’Efsf è quello di “Ceo”, amministratore delegato. Un vero e proprio manager con una “mission”: far sì che l’integrazione dell’Eurozona diventi più stretta solo al patto di seguire il disegno tedesco.

Il progetto di completamento dell’unione bancaria suggerito da Scholz e il piano di riforma del Mef procedono su binari paralleli e sono funzionali l’uno all’altro.

Il primo intende spingere le banche che detengono forti quote di debito pubblico a dismetterle, eliminando il “rischio zero”, scenario che avrebbe effetti devastanti per l’Italia.

Il secondo, oltre a garantire copertura al fondo comune di garanzia per i depositi che ancora manca all’unione bancaria, evoca lo spettro della ristrutturazione del debito per i Paesi, come l’Italia, con i conti troppo in disordine per poter accedere agli aiuti. Ciò significherebbe che, una volta entrata in vigore la riforma, si scatenerebbe subito un attacco speculativo ai danni di Roma e, in assenza degli accantonamenti richiesti dal progetto Scholz, il sistema bancario italiano verrebbe travolto.

L’obiettivo di Berlino è il solito, quello richiamato più volte da Schaeuble: spezzare il legame tra banche e debito sovrano, per creare un’Eurozona virtuosa dove i rischi saranno diventati abbastanza bassi da rendere accettabile per gli elettori tedeschi condividerli. Un obiettivo che per l’Italia avrebbe costi così alti da apparire irrealizzabili, politicamente improponibili.

La Germania intende comunque provarci e ha un piano molto chiaro. E l’unico che potrebbe riuscire a portarlo a termine è questo silente burocrate che, dietro le quinte, è stato sin dal principio il vero regista dell’unione monetaria.

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I tedeschi vogliono salvare solo se stessi

Roberto Sommella – Milano Finanza

Gli effetti che si prevedono dalla riforma del Fondo Salva Stati si arricchiscono di una nuova potenziale minaccia: gli aiuti andranno solo a chi non ne ha bisogno. L’assurdità delle regole che sottintendono alla riforma dell’Esm o Mes che dir si voglia, braccio armato per la correzione dei conti pubblici nell’Eurozona, e nuovo argomento di polemica politica tra chi presumibilmente non ha letto una riga delle oltre 700 pagine che compongono l’intero dossier, è stata messa a nudo da un recente studio del think tank Bruegel che ha scritto nero su bianco come solo 10 dei 19 Paesi della moneta unica potranno accedere al sostegno finanziario.

Gli strumenti messi a disposizione dalla nuova troika formata dal board dell’Esm, dalla Commissione Ue e dalla Bce, rischiano infatti di avere condizioni così stringenti da rendere il meccanismo inefficace. I criteri per accedere alla linea di credito precauzionale condizionata potrebbero addirittura lasciare fuori proprio gli Stati che ne avrebbero maggior bisogno. Come offrire le medicine a chi è sano e negarle invece a chi sta per morire. Al solo pensiero vengono i brividi poi se si considera che la revisione in questione dell’ex Fondo salva banche divenuto ora salva paesi è stato concepito dalla Germania, che ha purtroppo un’antica e tragica esperienza in questo genere di selezione di specie.

L’aspetto da tenere a mente è dunque che la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) rischia di penalizzare eccessivamente i partners più in difficoltà, quando a soffrire in questo momento sono bel altri soggetti. Proprio ieri Moody’s ha tagliato l’outlook della banche tedesche, con Deutsche Bank che dal 2007 ha perso oltre il 60% di capitalizzazione e Commerzbank la metà.

La misura prevista dagli sherpa europei, pronta a essere finalizzata a dicembre e che sta appunto scatenando moltissime polemiche in Italia tra Matteo Salvini e il premier Giuseppe Conte, sarà limitata ai Paesi membri la cui situazione economica e finanziaria, pur fondamentalmente solida, potrebbe essere influenzata da uno shock negativo al di fuori del loro controllo. E non si tratta stavolta di un’ipotesi campata in aria ma prevista dagli annessi III e IV alla bozza di Trattato sul Fondo Salva Stati che dovrà essere ratificato da tutti i parlamenti dell’eurozona.

L’insensatezza della misura è palese, perché chi chiede l’accesso agli aiuti dovrà rispettare alcuni parametri quantitativi di bilancio nei due anni precedenti la richiesta di assistenza finanziaria, tra cui un disavanzo inferiore al 3% del pil e un debito pubblico inferiore al 60% del pil o una riduzione di questo rapporto di un ventesimo l’anno. Tanto per fare un esempio: in questo momento non potrebbe accedervi l’Italia perché, pur non avendo sforato il parametro di Maastricht sul fabbisogno, non sta rispettando la regola del debito, come gli ha puntualmente ricordato il commissario europeo, Pierre Moscovici, nel dare il via libera sostanziale alla manovra del governo. Non solo.

Il paese alla fame non dovrà neppure essere sotto procedura per disavanzi eccessivi, né avere squilibri esagerati. La revisione delle regole sui salvataggi affida poi allo stesso Mes, alla Commissione europea e alla Bce il compito di valutare la sostenibilità dei debiti sovrani. Insomma sarà la nuova euro burocrazia, che di fatto si sostituisce alla Commissione e oggi guidata, guarda caso, da un tedesco, Klaus Regling, a decidere chi può essere salvato e chi no.

Tempo fa un’analisi sempre del centro Bruegel evidenziava proprio questo aspetto insensato della riforma dell’Esm, che tanto fa discutere, dalla Banca d’Italia al ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, e che impegnerà il premier Conte il prossimo 10 dicembre in Parlamento per le sue comunicazioni sul tema. La modifica che permette agli Stati in difficoltà di chiedere aiuto, limitandosi a fornire una lettera di intenti, rischia, secondo gli studiosi, di tenere fuori circa la metà dei Paesi.

All’epoca sui 19 Stati che adottano la moneta unica, dieci non avrebbero avuto accesso al sostegno in caso di necessità e tra questi anche l’Italia, oltre a Francia, Spagna, Grecia e Portogallo. Lo stesso studio evidenziava anche come alcuni riferimenti al deficit strutturale rendessero tale criterio inadeguato, rischiando di portare a discussioni e negoziati tra Stati, Commissione Ue e Mes e riducendo il grado di trasparenza e prevedibilità del processo di valutazione, andando quindi in direzione opposta agli obiettivi che la revisione si è posta.

C’è ben poco da aggiungere. Fatta l’Unione, mancano ancora dei veri europei che ragionino oltre i tornaconto nazionali.

Fonte

* non penso sia del tutto corretto parlare di "cannibalizzazione". La definizione più adeguata è quella di imperialismo - o colonialismo - "interno".
Il vergolettato deriva dalla natura stessa della UE, una sovrastruttura non completamente statuale entro cui la Germania ha costruito (o meglio le è stato consentito di farlo) senza carri armati il proprio "reich".

18/11/2019

Giacché - “Il muro di Berlino? Un simbolo, la Germania Est è morta con la moneta unica”

Vladimiro Giacchè, classe 1963, è uno studioso italiano esperto della storia della Ddr, attivo da oltre 25 anni nel settore finanziario e presidente del Centro Europa Ricerche che realizza report e analisi di mercato sull’economia italiana ed europea. Nel 2013 ha pubblicato il saggio “Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa”, un’importante ricostruzione su quello che accadde subito dopo la caduta del muro di Berlino e sul processo che portò all’unificazione della Germania Est con la Germania Ovest.

“Il muro non è caduto, è stato semplicemente aperto in corrispondenza dei check point di frontiera”, ci tiene a precisare lo studioso, che nel suo libro spiega come in realtà quel muro non sia mai riuscito ad essere abbattuto del tutto. Le “due Germanie” restano tuttora profondamente diverse, c’è un forte divario economico tra le due zone del paese, simile a quello che in Italia esiste tra il Nord e il Sud. In parte, secondo Giacché questo fenomeno è spiegabile con il repentino processo di unificazione voluto dal presidente della Repubblica federale dell’Ovest Helmut Kohl che decise di mettere in atto da subito l’unione monetaria. Il 1 luglio del 1990 l’unificazione della moneta entrò in vigore. Quella decisione per la Germania Est significò la catastrofe. “Un tasso di cambio ‘insensato’ tra i marchi dei due Paesi, fece salire i prezzi dei prodotti dell’Est del 350 per cento”, afferma Giacché. Interi settori industriali furono messi in ginocchio e solo allora si arrivò alla bancarotta, che spianò la strada anche all’unificazione politica.

In molti parlano di una Ddr in bancarotta poco prima del crollo del muro, era effettivamente così?

No, la situazione non era catastrofica anche se c’erano dei problemi. La voce che la Ddr fosse al collasso fu messa in giro dal portavoce del presidente dell’Ovest Helmut Kohl nel febbraio del ’90 ma non rispecchiava la reale situazione economica del Paese.

Che tipo di problemi c’erano prima del 1989?

Una prima battuta di arresto della produttività si ebbe negli anni ’70 quando il nuovo presidente Erich Honecker che resterà in carica fino all’89 decise di nazionalizzare tutte le residue società a partecipazione privata, che erano molte e importanti soprattutto per l’industria leggera e avevano fatto nascere un piccolo gruppo imprenditoriale. In questo modo Honecker di fatto bloccò il tentativo di un “nuovo corso” economico messo in piedi dal vecchio predecessore Walter Ulbricht. Negli anni '80 però la situazione peggiorò drasticamente, a causa in particolare del forte rialzo dei tassi di interesse USA e del conseguente rincaro degli interessi sul debito. Questo rialzo causò crisi del debito nei paesi del terzo mondo ma colpì severamente anche i paesi socialisti, che si erano indebitati con l’Occidente nel decennio precedente.

Ma in ogni caso la Ddr non si è mai trovata in una situazione di insolvenza e anche nel 1990 continuava a pagare i suoi debiti. Non era uno Stato al collasso.

I dirigenti della Sed si accorsero subito di quello che stava succedendo il 9 novembre del 1989 o furono colti di sorpresa?

Il nuovo presidente Egon Krenz non capì subito la gravità della situazione e si ostinò a pensare che l’Unione sovietica avrebbe continuato a sostenerlo. Di quello che era accaduto fu data comunicazione alla Russia solo il giorno seguente. Oggi può sembrare strano, ma la verità è che nessuno, a Est come a Ovest, intese subito la portata storica di quanto era accaduto.

Perché allora si arrivò al crollo della Ddr e perché sostiene che il muro cadde davvero solo con l’unificazione della moneta?

C’è una dato poco ricordata, è il 1 luglio del 1990. La Ddr crolla quel giorno. Il 30 giugno il presidente della Germania Ovest decide di unificare la moneta con un tasso di cambio 1:1. Ci voleva un marco della Germania est per avere indietro un marco della Germania Ovest. Questa scelta fu il disastro per l’Est. Precedentemente il cambio ufficioso che regolava le due Germanie era 1 a 4,44. La scelta di unificare la moneta subito a un tasso insensato portò a una rivalutazione del 350 per cento. Questo significa che anche i prezzi di tutti i prodotti  dell'est subirono di colpo un rincaro del 350 per cento. Persino il governatore della Bundesbank dell’Ovest Karl Otto Poehl era in disaccordo, ma Kohl voleva fare in fretta e arrivare subito a un’unione monetaria e soprattutto politica. Da un giorno all’altro le imprese dell’Est andarono in bancarotta perché i loro prodotti divennero carissimi. La Ddr perde i mercati di riferimento dei paesi dell’Est all’interno del Comecon che non possono permettersi costi così alti e perde al tempo stesso sia il mercato interno che quello dell’Ovest, dove prima esportava parecchio. Nel solo luglio del ’90 la produzione industriale a Est crolla del 30 per cento. Una roba da tempo di guerra. In breve tempo si arrivò alla disoccupazione di massa.

E come si arriva invece all’unificazione politica?

Una volta unita la moneta la strada era spianata. Ma anche qui c’è un passaggio di cui si parla poco. La Germania Est fu disintegrata anche come Stato. Nel marzo del 1990 ad Est vinsero le elezioni il partito della CDU e i suoi alleati e questo fece sì che l’Est accettasse di firmare alcune leggi per disinnescare la propria Costituzione su alcuni aspetti specifici: la disoccupazione non fu più incostituzionale, così come non fu più incostituzionale privatizzare le imprese. Questo disinnescò di fatto il funzionamento della Ddr. Si approvò una riforma della divisione territoriale del paese. Le province furono accorpate in 5 grandi regioni (Laender). La Germania Est non entrò ad Ovest come uno Stato, ma come un’insieme di regioni.

Cosa ne fu delle industrie della Ddr a quel punto?

La distruzione dell’apparato produttivo fu incredibile. Tutte le imprese vennero liquidate o privatizzate tramite la Treuhandanstalt, un istituto fiduciario che aveva il compito di stabilire quali imprese chiudere o vendere. Il processo avvenne in maniera grossolana e frettolosa, su questo è stata in seguito aperta anche una commissione d’inchiesta parlamentare da cui è emerso che i funzionari dell’istituto in molte occasioni avevano deciso di chiudere fabbriche del tutto sane solo perché avevano come mercato di riferimento l’Est. Fu un processo molto traumatico e ci furono anche consistenti resistenze e proteste dei lavoratori. Le aziende che invece erano già in bancarotta a causa dello shock della moneta furono privatizzate senza subire prima un processo di risanamento. Questo fece sì che venissero svendute a basso costo agli acquirenti dell’Ovest. Grazie al fatto che era stata modificata una legge delle Ddr per cui il terreno era alienabile e non apparteneva più allo Stato, all’azienda dell’Ovest bastava comprare il terreno per comprare l’intera impresa. E quindi in molti casi le imprese furono acquistate non per rilanciarle, ma per fare speculazione edilizia sull’area su cui avevano sede.

E le case rimasero di proprietà pubblica dei cittadini?

Venne permesso legalmente il principio di restituzione per cui la casa di un cittadino dell’Est espropriata doveva essere restituita al precedente proprietario dell’Ovest. Furono aperte 2,17 milioni di cause, per lo più su case e terreni. Per gli interessati, un calvario che durò anni, anche quando riuscirono a conservare la casa in cui vivevano. Ad altri andò peggio: a Kleinmachnow, una piccola località vicina a Berlino, dovettero lasciare la loro abitazione 8.000 degli 11.000 abitanti.

Era possibile un’unificazione diversa?

Un percorso più lento che era quello più ragionevole fu proposto da Hans Modrow, penultimo Presidente della RDT, in carica dal 13 novembre dell’89 fino al 12 aprile 1990. Fu chiesta una confederazione tra i due Paesi e un avvicinamento progressivo delle economie che portasse lentamente anche a un’integrazione più equilibrata. Questo però avrebbe procrastinato un po’ i tempi dell’unione politica con tutti i rischi connessi per l’Ovest.

In che modo l’annessione della Germania Est favorì l’ascesa della Germania in Europa come potenza produttiva?

L’Ovest in breve tempo ricostruì i rapporti commerciali con i Paesi dell’Est con cui in precedenza commerciava la Ddr. Creò un specie di grande periferia dell’Est, costruendo rapporti di subfornitura e alle imprese dell’Ovest fu aperto un nuovo mercato di esportazione. Inoltre avere una Germania est molto depressa permetteva che fosse sempre disponibile una manodopera a basso costo, con la nascita di vere e proprie “gabbie salariali”. Ancora oggi in Germania Est si guadagna un 80 per cento di quello che si guadagna nelle regioni dell’Ovest. Il costo dei sussidi ai disoccupati che si erano creati a Est pesavano molto sulle casse dello Stato e così nel 2010 con l’agenda Schroeder vennero fortemente ridotti anche quelli.

Che la Germania Est confluisse nella Nato insieme a quella dell’Ovest non era scontato. Perché accadde?

Chi sposta tutti gli equilibri è Gorbaciov, che per avere dei crediti dalla Germania Ovest, decide che non solo non è un problema fare l’unificazione ma dichiara possibile anche l’unificazione dentro la Nato. Gorbaciov dà carta bianca a Kohl anche sulla trattamento dei vecchi dirigenti di partito della Sed. Molti di loro saranno processati e arrestati.

Oggi qual è la situazione in Germania Est?

C’è una diffusa estraneità all’establishment. Il voto è polarizzato su partiti di estrema destra ed estrema sinistra. L’Est risente ancora di quella rapida unificazione. Nel giro di nemmeno cinque anni fu spazzata via la grande industria e ancora oggi esistono in quelle regioni solo piccole aziende che sono rinate dopo l’89 oppure filiali di grandi imprese dell’Ovest. La disoccupazione continua ad essere un problema. È l’onda lunga della shock therapy che la Germania Est ha subito in quegli anni.

Fonte

12/11/2019

Anschluss - Il colonialismo monetario e la Ue

di Luca Cangianti

Vladimiro Giacché, Anschluss. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Diarkos, 2019, pp. 329, € 18,00.

Sahariane ocra, elmetti tropicali, pantaloni alla zuava e fucili puntati che si fanno strada in una fitta vegetazione. Non è detto che sia necessariamente questa l’immagine di un colonialismo che avanza per sottomettere popoli, culture e modi di vita. Ce n’è per esempio un’altra, senza baionette sporche di sangue, apparentemente più pulita, aritmetica: quella del cambio alla pari tra due valute, di cui una ha un quarto del valore dell’altra. È quello che è successo nella Repubblica democratica tedesca (Rdt) il 1° luglio del 1990, a otto mesi dalla caduta del Muro di Berlino. Trent’anni dopo quegli avvenimenti torna in libreria Anschluss, un libro di Vladimiro Giacché che, uscito per la prima volta nel 2013, ha venduto oltre 10 mila copie ed è stato tradotto in tedesco, francese e spagnolo. Adesso il volume è stato ripubblicato dalla casa editrice Diarkos con nuovi aggiornamenti, integrazioni e un poscritto.

Anschluss si presenta come un piacevole e documentatissimo saggio di storia economica, ma in verità è qualcosa di più. Secondo l’autore, infatti, grazie al vincolo dell’unione monetaria fu progettata una potente macchina di esproprio che nella Germania unificata svolse una funzione sia di accumulazione originaria sia di creazione di zone di sottosviluppo funzionalizzate alla valorizzazione del capitale. Qualcosa di simile a ciò che è avvenuto nel Mezzogiorno italiano e ora si ripete con l’attuale processo di unificazione europea. Insomma, pagina dopo pagina, vediamo prima scorrere i volti sorridenti dei giovani che, per andare a spendere i loro piccoli risparmi quadruplicati nei grandi magazzini dell’Ovest, attraversano su automobili-giocattolo le brecce aperte nel Muro; poi la potente onda d’urto della deindustrializzazione, della miseria e della depressione di un popolo reso straniero in terra propria. E così, tra i dati di un rapporto economico e un titolo di giornale di quei tempi ormai lontani, cominciano a trasparire gli sguardi più recenti degli sfrattati spagnoli, dei pensionati greci e delle centinaia di migliaia di giovani italiani emigrati che sgobbano nei ristoranti nordeuropei. «Una delle tesi più “forti” contenute in questo libro – scrive Giacché nel poscritto – è quella che ravvisa il riproporsi entro l’odierna Unione Europea (e in particolare all’interno dell’Eurozona) di dinamiche e modalità di relazione simili a quelle a suo tempo intercorse tra Germania Ovest e Germania Est.» Nel 1989 nella Rdt c’erano 3,2 milioni di lavoratori manifatturieri, nel 1994 erano diventati 664 mila con un crollo dell’80%. Il risultato è che ancora oggi il 44% della popolazione tedesco-orientale vive di sussidi, con un pil pro capite inferiore del 27% rispetto a quella dell’Ovest.

Dopo la riunificazione non c’è stata più nessuna convergenza tra Est e Ovest, la popolazione è stata privata dei servizi sociali, sono state applicate le leggi della Repubblica federale tedesca (Rft), i nomi delle vie sono cambiati, i monumenti e gli edifici legati alla storia della Rdt in gran parte distrutti: «non vi è dubbio che – continua Giacché – dal punto di vista dei privatizzatori, l’economia dell’Est abbia offerto a imprenditori e faccendieri della Germania Ovest ottime opportunità, a prezzi di saldo impensabili ancora pochi mesi prima; così come l’apertura totale dell’economia dell’Est alle merci prodotte all’Ovest, senza alcuna possibilità per le imprese locali di esercitare la minima concorrenza (grazie alla politica monetaria prima e alla privatizzazione-liquidazione degli asset poi, che tramite la politica monetaria erano stati svalorizzati), è stata senz’altro un grande regalo per le imprese dell’Ovest. Allo stesso modo, chi oggi acquista a saldo aeroporti e porti greci non ha nulla di cui dolersi.» Ecco quindi la legittimità di una parola che, gravida di storia dolente, in tedesco suona come un duro atto di accusa: Anschluss, annessione.

Il libro di Vladimiro Giacché non è tuttavia un saggio antitedesco, anzi dietro la cruda ricostruzione economica l’autore non nasconde il proprio movente etico: compiere un «atto di giustizia: nei confronti di coloro i quali, dopo essere stati privati di “ogni sostegno economico e sociale”... sono poi stati incolpati della loro stessa miseria (in quanto “incapaci di lavorare”, “corrotti dal comunismo” ecc.).» Non è inoltre un libro antieuropeo, perché mette in evidenza quali sono le condizioni affinché dietro una presunta neutrale unione economica non si celi invece un meccanismo di sfruttamento e di dominio, non tanto di nazioni, quanto di classi. Anschluss è uno dei migliori strumenti di comprensione dell’attuale dinamica d’integrazione europea, proprio perché parla di un caso storico in cui ebbe luogo un processo simile.

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28/09/2019

Contro lo stato coloniale, la cassetta degli attrezzi di Gramsci

Abbiamo formulato a Cristiano Sabino, attivista sardo, ricercatore politico/sociale, impegnato nei vari movimenti di lotta antimilitaristi ed anticolonialisti, alcune domande sul dibattito in corso attorno agli “studi gramsciani”. Di Cristiano Sabino è prossimamente in uscita un saggio su Antonio Gramsci su cui ritorneremo più ampiamente appena il libro sarà disponibile.

Su Contropiano, nei mesi scorsi, è stata pubblicata una recensione ad un lavoro editoriale precedente di Cristiano.

Da anni – particolarmente fuori dalla “provincia Italia” – si è riaccesa l’attenzione sul pensiero teorico e politico di Antonio Gramsci. In America Latina ed in Asia fioriscono autori, scuole di pensiero e seminari di approfondimento che affrontano l’opera del “rivoluzionario sardo” collocandola, a vario titolo, nel crogiuolo delle contraddizioni della moderna contemporaneità capitalistica. Come interpreti questa interessante e rinnovata attenzione?

Gramsci è una miniera inestimabile di riflessioni e studi sulla società a noi contemporanea perché ne ha analizzato alcune direttrici portanti proprio nel momento in cui questa si andava formando. In particolare Gramsci ha individuato nel tema della “rivoluzione passiva” un tratto distintivo tipico delle società moderne, cioè delle società che sviluppano la modernità in maniera autoritaria ed escludente e che la impongono in maniera coloniale o semi coloniale alle porzioni di mondo che vengono assoggettate.

La rivoluzione passiva è lo strumento tramite il quale la modernità viene sviluppata solamente in senso tecnico e tecnologico ma i cui vantaggi riguardano solamente minoranze di oligarchi o di stati privilegiati a tutto svantaggio della maggioranza della popolazione e della maggioranza dei popoli del mondo.

È un tema – come si può facilmente intuire – assai attuale e dalle infinite applicazioni in diverse realtà del pianeta dove la modernità si è presentata appunto sotto la forma della modernizzazione forzata e dove in effetti spesso ad oggettivi progressi in campo tecnico, infrastrutturale e scientifico non coincideva affatto alcun avanzamento nel campo sociale e culturale dei subalterni.

Non è un caso se leggendo Fanon e Said – giusto per fare due nomi eccellenti – la riflessione di Gramsci sia sempre sotto traccia e in diverse aree dei continenti africano e asiatico siano sorte vere e proprie scuole teoriche che si rifanno a Gramsci (Post-Colonial Studies statunitensi e i Subaltern Studies indiani, in particolare con l’opera di Ranajt Guha che ne è il fondatore).

Per comprendere il successo e la permanenza dell’opera di Gramsci nella nostra età dobbiamo capire che non si tratta solo di questioni intellettuali e di correnti di studi, perché Gramsci non era un “intellettuale” nel senso che noi diamo oggi a questo termine. Gramsci era un rivoluzionario e la sua stessa concezione di filosofia è completamente orientata alla creazione, diffusione e affermazione di concezioni del mondo nuove e quindi rivoluzionarie.

La maggior parte degli intellettuali a noi contemporanei, a partire da quelli di sinistra, sarebbe derubricata da Gramsci come “lorianesimo”, una categoria sotto la quale Gramsci includeva tutti gli stanchi ripetitori di idee pigre, passive, conformiste e trasformiste prive di reale coraggio e creatività.

È del tutto normale che il pensiero di Gramsci attecchisca in quelle parti di mondo dove non proliferi questo genere di intellettuali da cortile narcotizzati e magnetizzati dal sistema delle corti imperiali in via di disfacimento. Gramsci attecchisce là dove sono possibili nuove esperienze politiche e soprattutto nuovi rapporti di scambio reciproco tra intellettuali e popolo e quindi nuove direzioni della storia sociale e nazionale.

Ha ragione Giuseppe Vacca quando scrive che «l’incontro [con Gramsci] è più fecondo quando concorre a originare nuovi progetti politici e una nuova idea della politica». A Gramsci si torna quando si ha reale bisogno di reinterpretare dinamiche conflittuali e quando una cultura nazionale debba fare i conti con le lacerazioni lasciate dalla propria tradizione, dalla sofferenza di una modernità calata dall’alto o quando gruppi subalterni abbiano maturato il desiderio di porre fine a tale subalternità uscendo dal livello «economico-corporativo» delle proprie rivendicazioni puntuali per creare nuove visioni del mondo.

Sta qui il senso della «filosofia della prassi» che mantiene vivo il suo pensiero al di là e nonostante la riduzione all’erudizione a cui il pensiero di Gramsci viene sottoposto da epigoni e accademici.

Non so in Italia, ma in Sardegna credo che da questo punto di vista ci sia un enorme bisogno di tornare a Gramsci e di attingere a piene mani dalla sua cassetta degli attrezzi.

È oramai palesemente evidente che per un lunghissimo ciclo del corso politico del nostro paese l’interpretazione di Gramsci – da parte del Partito Comunista Italiano e dei suoi addentellati accademici – è stata quella di rendere la figura di Antonio una icona inoffensiva la quale veniva usata ed abusata per “giustificare” scelte politiche e collocazioni di campo che debordavano da ogni possibile orizzonte di trasformazione sociale e di rottura rivoluzionaria. Questa eredità negativa pesa tutt’ora nel dibattito attorno a Gramsci (vedi il paludato ambiente dell’Istituto Gramsci) dove continua ad affermarsi una griglia interpretativa che nega la valenza innovativa e rivoluzionaria del comunista dell’Ordine Nuovo, della Rivoluzione in Occidente e di Americanismo e Fordismo. A tuo giudizio quali possono essere i canovacci teorici che il pensiero di Gramsci ci trasmette per le battaglie adatte alla contemporaneità capitalistica?

Come detto Gramsci temeva di diventare un «cencio inamidato», cioè un oggetto inerte da mostrare nelle grandi occasioni ma privo di quella conflittualità che rende vitale qualunque forma di essere storico. Non solo è da confermare che Gramsci è stato fortemente depotenziato nel messaggio del PCI e utilizzato da sapienti ermeneuti del partito come un riformista ante litteram, ma le tesi stesse del Partito che lui aveva o scritto (Lione 1926) o fortemente influenzato (Colonia 1931) sono state completamente archiviate e la loro memoria storica del tutto cancellata.

Non è un caso che negli anni '70 molti compagni e intellettuali rivoluzionari che contestavano il PCI da sinistra abbiano rifiutato Gramsci le cui tesi infatti non si rintracciano minimamente né nelle analisi, né soprattutto nelle pratiche dei movimenti della cosiddetta “nuova sinistra”.

Fu un errore gravissimo perché permise a quello che stava diventando il Partito Comunista di seppellire in una sorta di sarcofago dorato una testimonianza di metodo dialettico profondamente matura e rara. I gramsciani del PCI e seguenti (sono sopravvissuti molti di essi perfino all’estinzione del PCI e dei suoi epigoni) si sono comportati come gli aristotelici cristiani con Aristotele, inventando di sana piana un Gramsci tutto a immagine e somiglianza delle esigenze pratiche di un partito che aveva fatto della tattica parlamentare una dottrina ideologica e del processo rivoluzionario un feticcio mitico.

Molti di questi signori hanno persino distinto tra il Gramsci prima del carcere e quello dell’esperienza carceraria, non nel senso dei giusti e doverosi rilievi sul maturare della sua ricerca filosofica e politica, quanto sulla frattura tra un giovane Gramsci sardista, utopista e intemperante rivoluzionario e un Gramsci moderato, riformista, ostile ad ogni discorso di ribaltamento dei rapporti di forza.

Persino la dicitura “riforma intellettuale e morale” in luogo di “rivoluzione” è stata utilizzata a tal scopo distorcendo il senso profondo di questa categoria legata ai grandi sommovimenti della storia moderna (Riforma Luterana e Rivoluzione Francese con annessa ascesa del giacobinismo, solo per fare due esempi ricorrenti).

Ma questo esercizio di riduzione in formalina del metodo gramsciano fa parte del gioco e lui ne era perfettamente conscio perché non dimentichiamo che egli si era formato proprio nel periodo in cui il messaggio dei testi di Marx era stato completamente distorto dal determinismo della Seconda Internazionale e in particolare dal revisionismo di Bernstein e dal «rinnegato Kautsky» che oggi forse non ricorda più nessuno ma che erano allora i pontefici del marxismo in terra.

La produzione di Gramsci e “su Gramsci” è enorme. Che indicazione ti senti di offrire, da attivista politico e sociale, per addentrarsi in una possibile comprensione di questo autore?

Innanzitutto un consiglio ai giovani: mollate i libri e gli articoli su Gramsci – compreso il mio ovviamente – e leggete Gramsci. Prendetevi qualche mese per immergervi nei suoi testi e studiatelo con tutta la concentrazione e la profondità che riservereste al viaggio più importante, all’amore della vita, al lavoro dei vostri sogni. Gramsci lo si legge così, per imparare qualche citazione da piazzare sui social sull’indifferenza o sul capodanno è meglio lasciar perdere.

Riguardo ai “canovacci” diffiderei, perché credo che gli elementi vitali di Gramsci non consistano appunto in un quadro che riassume o riepiloga le scene fondamentali del suo pensiero. Io penso che sia altamente consigliabile acquisire il suo metodo di analisi ed indagine, gli strumenti di lettura che ci portano a considerare la realtà in maniera articolata e complessa, dinamica e storicamente viva, a rifiutare ogni semplificazione deterministica e ogni riduzione semplificata dei processi di trasformazione e rinnovamento a bignami rivoluzionari.

E ci aiutano soprattutto a identificare e comprendere la natura e la sostanza dei rapporti di subalternità ovunque e sotto qualunque spoglia essi si presentino. Così come Hegel è stato salvato dalle grinfie degli hegeliani da un non hegeliano (per lo meno non in senso stretto), Marx dai marxisti ortodossi da un marxista eretico come Lenin, forse qualcuno riuscirà a rimettere in circolazione Gramsci strappandolo dalla mortifera presa degli istituti Gramsci, dei professoroni di Gramsci, dei libroni su Gramsci e dei gramsciani di professione.

In tempi di accentuazione della contraddizione Nord/Sud a scala interna e continentale, mentre lievita la discussione su “Autonomia Differenziata” e nuova polarizzazione delle disuguaglianze economiche e sociali, anche sul versante del territorio, quali possono essere i termini utili della “Questione Meridionale” (aggiungerei Mediterranea, nella fase del costruendo polo imperialista europeo) – che Antonio Gramsci sapientemente elaborò in contesti storici difficili – i quali tornano attuali per la nostra prospettiva di emancipazione e di liberazione dagli attuali rapporti sociali?

In un articolo del 1920 su Ordine Nuovo intitolato Operai e Contadini Gramsci ci dice come la pensa sul rapporto nord-sud-Sicilia e Sardegna (Gramsci differenziava sempre tra il sud e le due isole):

«La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento; il proletario settentrionale, emancipando se stesso dalla schiavitú capitalistica, emanciperà le masse contadine meridionali asservite alla banca e all’industrialismo parassitario del Settentrione»

Su questo concetto Gramsci ha lavorato tutta la vita, da questa intuizione egli ha tratto alcune elaborazioni fondamentali:
1) Lo stato italiano «si è costituito imperialisticamente» e il cosiddetto Risorgimento non è altro che una rivoluzione passiva fondata sull’assoggettamento coloniale prima della Sardegna e poi del sud Italia e della Sicilia;
2) Al blocco (storico) di industriali del nord e agrari del sud si sarebbe dovuto contrapporre un blocco altrettanto ferreo tra operai del nord e contadini del sud. Solo così la decolonizzazione avrebbe avuto successo;
3) Il Partito Comunista d’Italia (e non Partito Comunista Italiano – e in quel “d’Italia” sta tutta l’enorme antitesi tra i due progetti) sarebbe dovuto essere il collante storico della decolonizzazione del meridione che, in fin dei conti, è per Gramsci una questione coloniale.

Nei giorni dell’arresto di Gramsci, in seguito alle leggi fascistissime, Gramsci stava lavorando proprio su questi temi. Ve lo immaginate oggi un dirigente intellettuale che con il fascismo al potere invece di invocare fronti uniti per battere le destre a scapito di qualunque contenuto progressivo si mette a studiare il rapporto coloniale che una parte dello stato intrattiene con le aree marginalizzate, spoliate e forzosamente acculturate?

Il manoscritto Alcuni temi della quistione meridionale andò smarrito nei giorni dell’arresto di Gramsci e fu ritrovato da Camilla Ravera tra le carte abbandonate nell’abitazione di via Morgagni e pubblicato solo nel gennaio 1930 a Parigi nella rivista Stato Operaio. Lo scritto non era completo, ma in nuce sono contenuti i temi centrali poi sviluppati nei Quaderni. Possiamo anzi dire che molti dei temi contenuti nei Quaderni non sono altro che lo svolgimento paziente e organico di questo testo.

Il ragionamento parte proprio da un incipit polemico rivolto contro gli autori della rivista Quarto Stato e con la citazione proprio del testo citato sopra sul Settentrione che soggioga il meridione e le isole riducendole a «colonie di sfruttamento».

Sette anni dopo, nei giorni in cui il fascismo era all’avvento, in riferimento al carattere coloniale del capitalismo italiano Gramsci scriveva quanto segue: «sono passati sette anni e noi siamo più anziani di sette anni anche politicamente»; qualche concetto potrebbe essere oggi espresso meglio, potrebbe e dovrebbe essere meglio distinto il periodo immediatamente successivo alla conquista dello Stato, caratterizzato dal semplice controllo operaio sull’industria, dai periodi successivi.

Ma quello che importa notare qui è che il concetto fondamentale dei comunisti torinesi non è stato la “formula magica” della divisione del latifondo, ma quello della alleanza politica tra operai del Nord e contadini del Sud per rovesciare la borghesia dal potere di Stato».


Decolonizzazione e lotta per la società socialista per Gramsci vanno di pari passo e sono aspetti della stessa medaglia.

Questo è importante da un lato perché ci aiuta a capire la genesi intellettuale e politica delle Tesi di Lione e di Colonia che riportano la eco di questa impostazione e addirittura la sviluppano fino al riconoscimento del «diritto all’autodeterminazione fino alla separazione» delle repubbliche confederate (Nord, Sud, Sicilia e Sardegna), dall’altro ci rende intellegibile come e perché Gramsci sia stato recepito dai Subaltern Studies.

Per quanto riguarda la condizione di subalternità della Sardegna (ma non solo, viaggiando e discutendo con tante realtà del sud e della Sicilia proprio di questi temi mi sono reso conto come in realtà la sofferenza coloniale del sud, della Sardegna e della Sicilia descritta da Gramsci sia solo cambiata di segno ma nella sostanza rimanga inalterata nonostante la forma repubblicana della dominazione che subiamo) credo che dobbiamo avere il coraggio di tornare a Gramsci e alla sua lettura.

Ovviamente non è riproponibile il nesso operai-contadini così come lo descriveva lui in tempi e contesti profondamente diversi e non è nemmeno riutilizzabile l’idea che la liberazione di una classe, fra l’altro geograficamente localizzabile, aiuterà tutti a liberarsi dai ceppi del capitalismo-colonialismo.

Ma sul piatto della nostra bilancia non ci sono formulette, intellettuali organici precostruiti la cui massima aspirazione è quella di mettere capo ad una pseudo repubblica pseudo antifascista fondata sullo pseudo lavoro e misticamente unita e indivisibile in sæcula sæculorum.

Sul piatto della nostra prospettiva di emancipazione e di liberazione dagli attuali rapporti sociali c’è l’idea che i rapporti di subalternità (tutti, da quello classico capitale-lavoro a quelli coloniali insiti nel contesto di un medesimo stato a quelli su cui si fondano i vincoli di austerità dell’Unione Europea e le glaciali logiche della ragione ultra liberale) vadano spezzati e il tavolo su cui si poggiano apparecchiato con corredo democratico, plurale, tollerante, civile e rispettoso delle differenze e delle minoranze, vada rovesciato. Con intelligenza, lungimiranza, senso della storia certo, ma sempre di un necessario rovesciamento stiamo parlando.

Nella tua ricerca neghi – a mio giudizio a ragione – la mistificante narrazione che vorrebbe Gramsci come un autore del lungo “risorgimento italiano”. Puoi articolare questa tua chiave interpretativa e descrivere meglio i tratti peculiari dell’attitudine gramsciana su questo versante della “storia nazionale”?

Per Gramsci il Risorgimento italiano era un caso emblematico di Rivoluzione Passiva e per questo lo stato italiano – che si regge su rapporti coloniali interni prima che esterni – tende naturalmente al fascismo, altro caso emblematico di Rivoluzione Passiva.

Risorgimento, colonialismo interno e fascismo sono tre fasi del medesimo processo, le loro conseguenze nefaste non sono separabili e non si tratta di errori o di parentesi buie archiviabili e correggibili come invece sosteneva Benedetto Croce.

La cosa curiosa è che anche i migliori gramsciani, quelli che meglio mettono in luce gli aspetti antideterministici del suo pensiero e della sua azione e che non riducono Gramsci ad un intellettuale astratto deprivandolo di tutti i suoi contenuti di classe, quando si discute di queste cose staccano la spina e vanno come in trance.

Succede per esempio ad un mio connazionale abbastanza quotato nella scena neogramsciana e autore di un bellissimo libro appena sfornato dal Brasile dove è professore di Filosofia politica alla Universidade Federal de Uberlandia, “Antonio Gramsci. L’uomo Filosofo”. Sul suo blog è sempre reperibile un interessante articolo intitolato Questione meridionale e questione sarda. I temi dell’Autonomia e l’elaborazione dei Comunisti pubblicato il giugno del 2011.

Qui il mio connazionale fa delle giravolte deterministiche veramente magistrali pur di fare aderire il pensiero e soprattutto il metodo di Gramsci al fatale destino di fusione permanete e definitiva della Sardegna con la Repubblica italiana.

Fresu, solitamente preciso e puntuale nell’opera di storicizzazione e ricostruzione del dibattito storiografico comunista, scrive quanto segue senza sentire il bisogno di far notare quanto queste posizioni fossero in completa e aperta antitesi non solo con la linea di Gramsci pocanzi descritta, ma con le tesi stessi del PCd’I degli anni Venti e Trenta:

«Bisogna infatti ricordare che nel dibattito dell’Assemblea costituente la posizione del PCI era più orientata verso il municipalismo, che rivendicava la continuità storica con la tradizione dei Comuni e intendeva mettere a valore il patrimonio delle «cento città». Secondo quella posizione, la creazione di una struttura federale o a forte regionalismo avrebbe invece portato al consolidarsi dei blocchi di potere che dominavano il Mezzogiorno acuendo la frattura tra Nord e Sud, ma soprattutto avrebbe impedito l’attuazione organica ed omogenea delle riforme a carattere generale, le cosiddette «riforme di struttura». Dunque solo per Sardegna e Sicilia si prevedeva un ipotesi di specialità nell’attribuzione di competenze, facendo però salva la capacità impositiva e d’intervento dello Stato, che era ritenuto il solo organo capace di reperire le risorse e approntare gli strumenti per le profonde trasformazioni economiche e sociali che le due Isole necessitavano»

Le famose cento città sarde! I famosi “comuni sardi”! Tutta l’elaborazione gramsciana sulla questione meridionale come questione coloniale: cancellata! Federazione di quattro repubbliche: cancellata! Scioglimento della questione coloniale: rimosso. La Repubblica federale degli operai e dei contadini diventa un generico «Stato, che era ritenuto il solo organo capace di reperire le risorse e approntare gli strumenti per le profonde trasformazioni economiche e sociali che le due Isole necessitavano».

Sta proprio qui il segno eclatante della mutazione genetica del pensiero di Gramsci sulla tanto citata “questione meridionale”: quella che in tutta l’attività e l’analisi del rivoluzionario sardo era una questione legata alla genesi dello Stato costituitosi in maniera imperiale e coloniale (Risorgimento, democrazia autoritaria di Crispi e poi il Fascismo) e che sarebbe stata sciolta soltanto da un’azione congiunta di tutte le forze economiche, sociali e politiche rivoluzionarie (comprese le istanze popolari che avevano dato vita al Partito Sardo), diventa nei gramsciani capitanati oggi da Fresu una questione astratta risolvibile dall’azione di una forma stato intesa come forza super partes che dall’alto avrebbe garantito le trasformazioni economiche e sociali necessarie per realizzare il bene della Sardegna.

Insomma, senza voler oltremodo annoiare e anticipare temi che tratterò in maniera più puntuale in un mio prossimo lavoro, all’insegna del gramscismo si è velocemente passati da un pensiero immanente, rivoluzionario, dialettico, storicistico ad una sorta di dispotismo illuminato che concepisce la Repubblica come buon padre che pensa al bene dei subalterni sub specie aeternitatis e che fa spallucce a quanti ricordano che la sostanza dello sfruttamento e dell’assoggettamento del Settentrione capitalista e colonialista verso il sud, la Sicilia e la Sardegna non è affatto cambiata e che anzi è in forte fase di recrudescenza.

Dietro tante belle parole e giri di valzer retorici si nasconde una idea di Gramsci come di un Garibaldi un po’ più colto e meno folkloristico che sta però a garanzia dei sacri valori dei numi patrii dello stato indivisibile e intoccabile. Insomma proprio quel cencio inamidato che Gramsci temeva di diventare.

Fonte

15/08/2019

Il Sud Conta. E ora si vede pure...

I misteri ingloriosi dell'”autonomia differenziata” cominciano ad essere svelati, passando dal “dibattito” tra esperti (compresi i maneggioni leghisti che l’avevano quasi imposta prima al governo Pd (con Gentiloni) e poi, a maggior ragione, all’esecutivo gialloverde). Diventano pian piano consapevolezza sociale e politica, tema di intervento “tra la gente”, mettendo al corrente i diretti interessati della grande rapina che si va profilando sui loro già scarsi redditi.

Qui di seguito un articolo che, retorica a parte, dà conto dello svilupparsi di questo processo, con importanti spiegazioni delle conseguenze pratiche.


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Come “rose nel deserto”: quattro giovani eroi napoletani della “guerra” contro il regionalismo discriminatorio

“Fratelli d’Italia”? Mors tua vita mea. Delenda Mezzogiorno e finis Italiae.

Nel corso degli ultimi dieci mesi, anche se solo in pochi se ne sono accorti, l’Italia è stata attraversata da una “guerra civile”, non nell’accezione storico-giuridico-politica del termine, ma in quella traslata di lotta condotta tramite le “armi” del dissenso civile – dibattiti, assemblee pubbliche, seminari, convegni, sit-in, cortei – di cui la tanta “vituperata” e “gommorroide” Napoli è stata la capitale morale e culturale, in cui si è concretizzata la mobilitazione contro il regionalismo differenziato richiesto “in gran segreto” dalle Regioni, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.

Come in ogni guerra, ci sono stati degli eroi che, anche a discapito dei loro interessi personali, si sono distinti per essersi opposti con lucidità, fermezza e tempestività al piano promosso dal “Grande Partito Trasversale del Nord” di istituzionalizzare prima la condizione del Mezzogiorno come “colonia interna estrattiva”, per poi, dopo averlo desertificato del tutto, mollarlo definitivamente al suo destino “africano”, dando, così, vita alla fuga della “locomotiva” del “Grande Nord” verso le tanto ambite ed agognate mete europee.

La posta in gioco era ed è tuttora altissima:

1) Legalizzare e perpetuare “il furto di Stato” di circa 60 miliardi di euro di spesa allargata l’anno, operato, grazie al “piede di porco” della spesa storica” dalle “virtuose” Regioni centro-settentrionali ai danni di quelle meridionali, che, invece, costituendo, il 34,3% della popolazione italiana, nel corso degli ultimi dieci anni hanno ottenuto soltanto il 28,3% dei finanziamenti pubblici complessivi loro spettanti. Il sistema statistico nazionale ha calcolato che in questo modo, nel solo quadriennio 2014/2017, sono stati sottratti al Sud 245 miliardi lordi, azzerandone e dimezzandone i più basilari diritti sociali e civili: asili nido, mense scolastiche, tempo pieno e prolungato, trasporti, assistenza sociale, cure sanitarie.

2) Estendere il “furto con destrezza” anche alla cassa ministeriale, affiancando al “piede di porco” della spesa storica quello vantaggioso per il Centro-Nord della media nazionale pro-capite della spesa pubblica centrale.

3) Modificare, tramite un “golpe bianco”, la forma Stato, per instaurare un federalismo estrattivo, iniquo, sperequato, asimmetrico e discriminatorio, che avrebbe riprodotto ancora di più le diseguaglianze sociali, economiche e territoriali, destinando stipendi, salari, diritti e servizi di serie A ai territori ricchi, “virtuosi” e “laboriosi” del Settentrione e stipendi, salari, diritti e servizi di serie B a quelli poveri, “spreconi” e “fannulloni” del Meridione. L’apartheid conclamato!

4) Minare definitivamente i pilastri della coesione, della solidarietà e dell’unità nazionale per realizzare, in prospettiva, il progetto secessionista della Lega Nord, ormai divenuto egemonico e fatto proprio da tutte le preponderanti forze sociali, economiche e culturali organiche al “Grande Partito Trasversale del Nord”.

Insomma, mors tua vita mea, delenda Mezzogiorno e finis Italiae, per consentire agli appetiti egoistici dei ricchi territori settentrionali di rimanere agganciati all’Europa che conta. Il sacrificio di 21 milioni di cittadini meridionali per consentire ai rimanenti 40 milioni di “virtuosi” di conservare livelli di vita e prospettive di sviluppo accettabili ed adeguate alla competizione globale capitalista. La dialettica sociale di marxiana memoria che si intreccia con quella territoriale.

Come in un suo recente post ha osservato l’artista Claudio Verde, la filosofia del liberismo in salsa “celtico-padana” è riassumibile nella seguente “massima”: “I soldi vanno dove stanno i soldi, i treni dove stanno i treni e gli asili nido dove stanno gli asili nido”.

Uno scandalo ed una vergogna etica, culturale, politica, giuridica e civile che, denunciata da pochi, dovrebbe indurre molti meridionali e tutte le forze laiche, democratiche, progressiste e radicali di questo Paese a riflettere sull’effettiva consistenza di tanta retorica unitaria. A riflettere per indignarsi e mobilitarsi contro le crescenti disparità sociali, economiche e civili tra Nord e Sud Italia, così come dimostrato dall’ultimo rapporto SVIMEZ.

Gli eroi della “guerra” contro l’egoismo dei ricchi: dai grandi “condottieri” agli “ufficiali di linea”.

La “guerra” contro questo disegno “eversivo” in “irrimediabile contrasto” con l’intero quadro costituzionale, ha avuto ed ha ancora i suoi eroi nei grandi “condottieri”, così come negli “ufficiali di linea e di collegamento”.

Tra i primi, i “condottieri”, si annoverano i nomi di eminenti studiosi e giornalisti, che hanno condotto e continuano a condurre una magistrale e rigorosa “operazione verità” contro le tesi ideologiche dei “ricchi”. Tra gli altri, si ricordano: gli economisti della prestigiosa SVIMEZ Luca Bianchi ed Adriano Giannola; il docente universitario della Federico II Giuliano Laccetti, che, in qualità di Presidente del Comitato scientifico dell’Associazione politico-culturale e-Laboriamo, ha promosso convegni e sit-in; il giornalista del Mattino Marco Esposito, autore di Zero al Sud; il direttore dell’autorevole Quotidiano del Sud Roberto Napoletano; il Presidente emerito della Corte costituzionale Giuseppe Tesauro, autore di saggi ed articoli fondamenti sull’argomento; il costituzionalista Sandro Staiano, promotore e coordinatore dell’Osservatorio sul regionalismo differenziato istituito presso il Dipartimento di Giurisprudenza della Federico II; l’economista Gianfranco Viesti, autore di Verso la secessione dei ricchi?; il costituzionalista Massimo Villone, autore di Italia, divisa e diseguale.

Giornalisti ed accademici che hanno profuso ed ancora oggi profondono un impegno pedagogico-civile basato sull’analisi critica rigorosa, sulla produzione scientifica e sulla divulgazione pubblicistica. Giornalisti ed accademici che per amore della verità, della giustizia, dell’uguaglianza e della solidarietà si sono messi umilmente al servizio della comunità, scendendo in “prima linea”, percorrendo instancabilmente il Paese da Sud a Nord, da Est ad Ovest, passando dalle aule accademiche e quelle dei centri di alta cultura, dalle sale consiliari dei Comuni a quelle delle associazioni culturali e dei nascenti comitati meridionalisti.

Affianco ed insieme ai grandi “condottieri”, che non hanno temuto di sporcarsi le mani, altri eroi, meno noti, ma altrettanto importanti. Giovani “ufficiali di linea e di collegamento”, che, in tempi non sospetti, hanno capito la portata della posta in gioco ed hanno preso decisamente posizione contro il regionalismo discriminatorio, contribuendo alla costruzione della rete Il Sud Conta. I loro nomi: Dario Franco, Bruno Martirani, Giovanni Pagano, Mario Raimondi.

Già impegnati a livello territoriale campano in numerose attività sindacali, sociali, politiche e culturali atte a favorire l’emancipazione delle classi meno abbienti – disoccupati, inoccupati, precari e senza casa – scevri da astratti ed inconcludenti schematismi ideologi, sulla base dello studio rigoroso e dell’analisi critica dei processi reali, sin dal mese di gennaio 2019 i nostri giovani eroi hanno lanciato petizioni, creato pagine facebook, piattaforme e blog informativi – http://www.ilsudconta.org/ https://www.facebook.com/groups/255111648565549/ – promosso sit-in, cortei, assemblee pubbliche nazionali, meetup, incontri dibattito a livello comunale e seminari di approfondimento con esperti, tesi a favorire da parte delle classi dirigenti locali e dei cittadini comuni la presa di coscienza dei danni provocati sia dalla “perversa attuazione del federalismo fiscale”, sia della sua definitiva istituzionalizzazione ed estensione attraverso l’approvazione del regionalismo differenziato.

In altri termini, facendo anche, ma non solo, tesoro degli studi proposti dai “condottieri” e dimostrando di sapere “fare sistema” ed a tratti “comunità”, i nostri giovani “ufficiali di linea e di collegamento” hanno contribuito dal “basso” sia alla promozione dei ricorsi presentati da settanta sindaci meridionali contro il dimezzamento del Fondo di perequazione comunale, sia alla costruzione di una fitta rete di comitati meridionalisti a livello interregionale, sia alla momentanea interruzione dell’approvazione del federalismo discriminatorio.

Aperti al dialogo ed al confronto critico e profondendo un impegno in termini di tempi e di energie che ne hanno fatto un punto di rifermento in tutto il Meridione, Franco, Martirani, Pagano e Raimondi hanno interloquito in modo costruttivo con tutte le forze mobilitatesi contro il “colpo di Stato” dei ricchi, rispettandone le posizioni anche quando non coincidevano con le loro tesi.

Scevri da personalismi, a fronte della retorica verbalistica e delle mere logiche di apparato di certe aree della cosiddetta sinistra radicale, ancora oggi la loro lettura dei processi in atto è il frutto di attente analisi critica, in cui intrecciano sapientemente la dimensione politica con quella sociale e territoriale, come quando in suo recente post Pagano osserva che: “Questa crisi di governo mette a nudo i veri interessi leghisti e la finzione del passaggio da partito del Nord a Partito nazionale (dove ci fossero delle differenze). La flat tax sarebbe servita a cementificare il consenso leghista al Nord, i beneficiari sarebbero stato in stragrande maggioranza i ceti medi residenti nelle regioni settentrionali, per farla però ci volevano i soldi, da dove prenderli? Dal Sud, ovviamente! Così come il welfare delle regioni settentrionali dopo la crisi del 2008 è stato garantito, dal 2011 in poi, con i miliardi di mancati trasferimenti, che spettavano da costituzione ai comuni del sud (vedi perequazione), così la flat tax e i nuovi assetti delle tre regioni che hanno richiesto l’autonomia si sarebbero retti con i 60 miliardi annui del famoso residuo fiscale. Questo avrebbe permesso alla Lega di tenere buono il ceto medio/basso, garantendo un welfare migliore di quello meridionale e un sistema di tassazione più basso, maggiori introiti nel pubblico da spostare nelle privatizzazioni (scuola e sanità) e soprattutto stare all’interno delle direttive europee. Anche se Salvini fa l’antieuropeista, il blocco di potere che lo sostiene (Gavio, Atlantia e tutte le grandi imprese del Nord) è fortemente europeista, anzi teme che la palla al piede del Meridione lo allontani dai ritmi produttivi centro europei”.

Alla domanda su chi lotterà nel Sud, col Sud e per il Sud, non si può non rispondere che, per la loro serietà, il loro rigore, il loro radicamento sociale, la loro umiltà e la costanza del loro impegno, Dario Franco, Bruno Martirani, Giovanni Pagano e Mario Raimondi sono, tra gli altri, dei punti di riferimento imprescindibili per la costruzione dal “basso” di un soggetto politico meridionalista di orientamento laico, democratico e radicale.

Quattro “rose nel deserto” da cui ripartire per infondere nuove speranze ai tanti meridionali che si sono allontanati dalla politica perché stanchi delle solite “promesse da marinai” fatte da classi dirigenti, per lo più, clientelari ed estrattive sia a livello locale che nazionale, come nel corso dei decenni, seppure a partire da prospettive non sempre sovrapponibili, è stato denunciato dai meridionalisti classici Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci e Guido Dorso e dai neomeridionalisti Nicola Zitara e Pietro Massimo Busetta.

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