Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/02/2020

30 anni fa la fine naturale del patto di Varsavia

Il trentennale è trascorso ormai da un bel po', tuttavia la opinione che segue merita una lettura. Non tanto per l'interpretazione proposta dei motivi che hanno condotto il blocco socialista alla disgregazione - trattati con troppa superficialità e filtrati con lenti tutte interne al sistema valoriale dell'occidente capitalistico - quanto per le domande che pone nel tentativo di ipotizzare un rilancio.

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Esattamente tre decenni fa, con la rottura delle barriere che impedivano agli abitanti di Berlino Est di andare ad ovest, cominciava l’inizio di una precipitosa fine per il patto di Varsavia (scioltosi, formalmente, poco tempo dopo). Il muro di Berlino era stato costruito, in pochissimo tempo, nell’agosto del 1961 per marcare una netta differenza di confine tra due stati tedeschi e due regimi globali (l’est e l’ovest). Pochi giorni dopo Krusciov, allora ancora segretario del Pcus, si espresse sul muro in questo modo: “lo sfonderanno da ovest per venire da noi”. Era un’epoca in cui su differenti aspetti l’est poteva ancora pensare di competere con l’ovest su tenore di vita, sistema di protezione sociale, evoluzione tecnologica.

Non deve sfuggire a nessuno perché la storia sia andata, totalmente, al contrario rispetto alla previsione, legittimamente spavalda, di Krusciov. A fine anni ’80 le società dell’est erano complessivamente molto più povere di quelle dell’ovest, i sistemi di protezione sociale per quanto estesi erano obsoleti e privi di risorse, la sfida tecnologica era persa. Possiamo dire che l’est ha potuto prolungare l’agonia di un sistema economico già chiara negli anni ’60, di cui la vicenda cecoslovacca fu una spia importante, grazie alla crisi del petrolio dell’ovest. Crisi che permise, al patto di Varsavia e principalmente all’Urss, di esportare negli anni ’70 petrolio a prezzo conveniente.

I cittadini della Germania est che si riversarono all’ovest sfondando, letteralmente, il muro rappresentarono una triplice sconfitta per il patto di Varsavia: di immaginario (la gente guardava la tv dell’ovest a prescindere da stupidi divieti e ne desiderava lo stile di vita), legata al tenore di vita (perché si può dire quello che si vuole ma a est era difficile rifornirsi persino sui generi alimentari mentre a ovest i negozi erano stivati) e anche legata all’idea di democrazia (perchè la democrazia liberale diventa accettabile per le persone quando l’alternativa è la repressione capillare).

Certo, qualcosa cambierà velocemente e come dirà un ex operaio della DDR anni dopo “prima potevo dire al caporeparto quello che volevo, ma se criticavo il governo finivo in galera; oggi posso dire cosa voglio del capo del governo ma se dico qualcosa al caporeparto perdo il lavoro e finisco sul lastrico”. Con la DDR si comprava il consenso con bassi ritmi di lavoro, e la possibilità di portare qualcosa a casa dei beni collettivi, mentre con la BRD unificata era ristabilito l’ordine autoritario ed efficiente del lavoro. Ma il punto essenziale è che l’est implode sia perché non riesce più a sostenersi nella globalizzazione sia perché, come sistema economico-politico, perde totalmente la fiducia dei propri cittadini.

Quando si parla di quel periodo c’è sempre qualche macchietta che la butta giù in battuta con “si, c’è stata poca repressione senno’ lo vedevi...”. Bisogna ricordare che la Germania est, all’epoca della caduta del muro, contava 16 milioni di abitanti. Due milioni, quindi un abitante su otto, era collaboratore della Stasi, i servizi segreti. Questo per capire che la distanza della popolazione della Germania est dal regime era ormai così grande da vincere il terrore di una dispositivo di repressione tanto capillare. Del resto finiva un regime autoritario, povero, persino altamente inquinante. Per non dire dell’aspetto tecnologico. Come racconta un generale dell’Armata rossa in un suo libro di memorie, quando a Mosca i personal computer non li avevano al Cremlino, a New York erano presenti nelle agenzie di viaggio.

Il problema non sta tanto in un regime di socialismo che è finito. Ma nella estrema difficoltà di riannodare i fili di una concreta alternativa socialista o comunista che sia, ben piantata nel presente e nel futuro. Quello che è stato non è più ricomponibile. Ma vengono solo delle domande da fare: in un mondo irrimediabilmente tecnologico come è possibile, detto in una battuta, un algoritmo comunista? Come le tecnologie della comunicazione, e non solo, possono essere non proprietarie e orizzontali? Come socializzare i mezzi di produzione quando questi non solo fanno parte di quella cosa immateriale che è il sapere ma sono anche globali? Come l’economia può essere ben oltre quel rudere di socialismo reale di fronte all’insostenibilità del capitalismo? Quale tipo di regime politico può dirsi socialista o comunista (non entriamo nella letteratura patristica) per il futuro? Come provare a salvare il pianeta liberandoci del mezzo di produzione egemone, il capitalismo, degli ultimi 250 anni?

La caduta del muro di Berlino ci pone questo genere di interrogativi. Sono quelli che guardano avanti. Il primo ciclo aperto dalla rivoluzione d’ottobre, che riuscì a liberare più di mezzo pianeta dal capitalismo, si è chiuso proprio a Berlino dove, a suo tempo, avrebbe voluto arrivare il grande Lenin. L’apertura di un secondo ciclo dipende dalla capacità, prima di tutto, di immaginare l’immensa vastità del ventunesimo secolo.

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23/11/2019

Il totalitarismo tedesco occidentale... Chi l’ha visto?

“Nella DDR c’erano 71mila cittadini controllati dai servizi segreti della BDR. […] Dal 1956 al 2012 sono stato sottoposto a sorveglianza dai servizi della Repubblica Federale tedesca. Ho intentato una causa contro il governo federale per avere accesso agli atti che mi riguardavano, ma questo accesso mi è stato negato […]. Quelli che ho chiesto sono considerati atti che potrebbero mettere in pericolo la sicurezza dello stato federale, quindi io non ho diritto di sapere cosa abbiano fatto nei miei confronti. Questo, però, sta a testimoniare una cosa importante: che la lotta di classe è tuttora in atto. I servizi segreti di ieri sono gli stessi di oggi, dunque la lotta di classe non è per niente finita“.

Così Hans Modrow, ultimo Premier della Repubblica democratica tedesca (DDR), in una sala stracolma di gente, qualche giorno fa, a Milano.

Ascoltavo la sua versione dei fatti – che difficilmente vi capiterà di sentire – i suoi ricordi di uomo dell’Est e le sue valutazioni sulla Perestroika di Michail Gorbacev (l’ultimo segretario del Partito comunista sovietico. Personalmente lo ricordo immortalato in una pubblicità di Luis Vuitton mentre percorre in auto il muro di Berlino; accanto a lui, sul sedile, l’irrinunciabile borsa del noto marchio. Che razza di fine. D’altronde, aveva già vinto il Nobel per la Pace).

Be’, mentre lo ascoltavo ripensavo a film come “Ninotchka” o “Le vite degli altri” – dai più vecchi ai più recenti – e a tutti i racconti del terrore che dall’asilo alla laurea mi sono stati propinati sulla vita Oltrecortina. Da piccola me l’immaginavo come un mondo dalle tonalità grigio-seppia, con file interminabili anche per bere un caffè al bar, dove praticamente non esisteva l’estate e dove venivi spiato perfino dalle tue mutande. Insomma: un incubo orwelliano infeltrito e monocromatico, che d’altronde Orwell – anticomunista col turbo – aveva creato proprio pensando alla raccapricciante Unione Sovietica.

(È poi un dettaglio che se da un lato ci indottrinavano a odiare la parola “comunismo”, dall’altro venivamo colonizzati dalla fluorescente, morbidissima cultura statunitense: dai telefilm agli hamburger, era tutto uno sprizzare gioia e ottimismo, un’esplosione di bene che vince sul male e di godimento inesauribile e senza controindicazioni. Chi l’avrebbe mai detto, che dopo le abbuffate degli anni '80 sarebbero arrivati i co.co.co, le partite iva a 800 euro al mese e la caparra dell’affitto pagata con la pensione di nonna?)

Be’, insomma: chissà che direbbe oggi, Orwell, del mondo in cui viviamo, del trionfo di libertà e democrazia in cui nuotiamo. Chissà che direbbe, della narrazione dei fatti bidimensionale propagandata nelle scuole, di ogni ordine e grado; della superficialità e ignoranza degli editorialisti, delle immense porzioni di etere concesse a pennivendoli e storici da strapazzo, che sulla Caduta del Muro di Berlino si sono avventati come avvoltoi inferociti. Chissà che direbbe di intere generazioni di giovani sacrificati al dio consumo, che aspirano al massimo a comprare l’ultimo iphone al centro commerciale costruito sotto casa cinque anni fa.

Probabilmente gli piacerebbe il “mondo libero”, che ha vinto sulla rivoluzione socialista. Anche se – ironia del caso – questo “mondo libero” somiglia sempre più al suo 1984.

Io credo che la vera forza di un totalitarismo stia nella sua normalità; nella capacità di plasmare i pensieri, i desideri, i ricordi – perfino i significati delle parole – con un’azione delicata ma costante, quotidiana, incessante. Una pressione leggera, una specie di goccia in testa. Sulla testa di persone che mentre la goccia scava continuano a sentirsi il capo asciutto, intatto.

Chi vive dentro un totalitarismo – insomma – non sa di viverci. Fossimo noi, quegli sventurati?

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18/11/2019

Giacché - “Il muro di Berlino? Un simbolo, la Germania Est è morta con la moneta unica”

Vladimiro Giacchè, classe 1963, è uno studioso italiano esperto della storia della Ddr, attivo da oltre 25 anni nel settore finanziario e presidente del Centro Europa Ricerche che realizza report e analisi di mercato sull’economia italiana ed europea. Nel 2013 ha pubblicato il saggio “Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa”, un’importante ricostruzione su quello che accadde subito dopo la caduta del muro di Berlino e sul processo che portò all’unificazione della Germania Est con la Germania Ovest.

“Il muro non è caduto, è stato semplicemente aperto in corrispondenza dei check point di frontiera”, ci tiene a precisare lo studioso, che nel suo libro spiega come in realtà quel muro non sia mai riuscito ad essere abbattuto del tutto. Le “due Germanie” restano tuttora profondamente diverse, c’è un forte divario economico tra le due zone del paese, simile a quello che in Italia esiste tra il Nord e il Sud. In parte, secondo Giacché questo fenomeno è spiegabile con il repentino processo di unificazione voluto dal presidente della Repubblica federale dell’Ovest Helmut Kohl che decise di mettere in atto da subito l’unione monetaria. Il 1 luglio del 1990 l’unificazione della moneta entrò in vigore. Quella decisione per la Germania Est significò la catastrofe. “Un tasso di cambio ‘insensato’ tra i marchi dei due Paesi, fece salire i prezzi dei prodotti dell’Est del 350 per cento”, afferma Giacché. Interi settori industriali furono messi in ginocchio e solo allora si arrivò alla bancarotta, che spianò la strada anche all’unificazione politica.

In molti parlano di una Ddr in bancarotta poco prima del crollo del muro, era effettivamente così?

No, la situazione non era catastrofica anche se c’erano dei problemi. La voce che la Ddr fosse al collasso fu messa in giro dal portavoce del presidente dell’Ovest Helmut Kohl nel febbraio del ’90 ma non rispecchiava la reale situazione economica del Paese.

Che tipo di problemi c’erano prima del 1989?

Una prima battuta di arresto della produttività si ebbe negli anni ’70 quando il nuovo presidente Erich Honecker che resterà in carica fino all’89 decise di nazionalizzare tutte le residue società a partecipazione privata, che erano molte e importanti soprattutto per l’industria leggera e avevano fatto nascere un piccolo gruppo imprenditoriale. In questo modo Honecker di fatto bloccò il tentativo di un “nuovo corso” economico messo in piedi dal vecchio predecessore Walter Ulbricht. Negli anni '80 però la situazione peggiorò drasticamente, a causa in particolare del forte rialzo dei tassi di interesse USA e del conseguente rincaro degli interessi sul debito. Questo rialzo causò crisi del debito nei paesi del terzo mondo ma colpì severamente anche i paesi socialisti, che si erano indebitati con l’Occidente nel decennio precedente.

Ma in ogni caso la Ddr non si è mai trovata in una situazione di insolvenza e anche nel 1990 continuava a pagare i suoi debiti. Non era uno Stato al collasso.

I dirigenti della Sed si accorsero subito di quello che stava succedendo il 9 novembre del 1989 o furono colti di sorpresa?

Il nuovo presidente Egon Krenz non capì subito la gravità della situazione e si ostinò a pensare che l’Unione sovietica avrebbe continuato a sostenerlo. Di quello che era accaduto fu data comunicazione alla Russia solo il giorno seguente. Oggi può sembrare strano, ma la verità è che nessuno, a Est come a Ovest, intese subito la portata storica di quanto era accaduto.

Perché allora si arrivò al crollo della Ddr e perché sostiene che il muro cadde davvero solo con l’unificazione della moneta?

C’è una dato poco ricordata, è il 1 luglio del 1990. La Ddr crolla quel giorno. Il 30 giugno il presidente della Germania Ovest decide di unificare la moneta con un tasso di cambio 1:1. Ci voleva un marco della Germania est per avere indietro un marco della Germania Ovest. Questa scelta fu il disastro per l’Est. Precedentemente il cambio ufficioso che regolava le due Germanie era 1 a 4,44. La scelta di unificare la moneta subito a un tasso insensato portò a una rivalutazione del 350 per cento. Questo significa che anche i prezzi di tutti i prodotti  dell'est subirono di colpo un rincaro del 350 per cento. Persino il governatore della Bundesbank dell’Ovest Karl Otto Poehl era in disaccordo, ma Kohl voleva fare in fretta e arrivare subito a un’unione monetaria e soprattutto politica. Da un giorno all’altro le imprese dell’Est andarono in bancarotta perché i loro prodotti divennero carissimi. La Ddr perde i mercati di riferimento dei paesi dell’Est all’interno del Comecon che non possono permettersi costi così alti e perde al tempo stesso sia il mercato interno che quello dell’Ovest, dove prima esportava parecchio. Nel solo luglio del ’90 la produzione industriale a Est crolla del 30 per cento. Una roba da tempo di guerra. In breve tempo si arrivò alla disoccupazione di massa.

E come si arriva invece all’unificazione politica?

Una volta unita la moneta la strada era spianata. Ma anche qui c’è un passaggio di cui si parla poco. La Germania Est fu disintegrata anche come Stato. Nel marzo del 1990 ad Est vinsero le elezioni il partito della CDU e i suoi alleati e questo fece sì che l’Est accettasse di firmare alcune leggi per disinnescare la propria Costituzione su alcuni aspetti specifici: la disoccupazione non fu più incostituzionale, così come non fu più incostituzionale privatizzare le imprese. Questo disinnescò di fatto il funzionamento della Ddr. Si approvò una riforma della divisione territoriale del paese. Le province furono accorpate in 5 grandi regioni (Laender). La Germania Est non entrò ad Ovest come uno Stato, ma come un’insieme di regioni.

Cosa ne fu delle industrie della Ddr a quel punto?

La distruzione dell’apparato produttivo fu incredibile. Tutte le imprese vennero liquidate o privatizzate tramite la Treuhandanstalt, un istituto fiduciario che aveva il compito di stabilire quali imprese chiudere o vendere. Il processo avvenne in maniera grossolana e frettolosa, su questo è stata in seguito aperta anche una commissione d’inchiesta parlamentare da cui è emerso che i funzionari dell’istituto in molte occasioni avevano deciso di chiudere fabbriche del tutto sane solo perché avevano come mercato di riferimento l’Est. Fu un processo molto traumatico e ci furono anche consistenti resistenze e proteste dei lavoratori. Le aziende che invece erano già in bancarotta a causa dello shock della moneta furono privatizzate senza subire prima un processo di risanamento. Questo fece sì che venissero svendute a basso costo agli acquirenti dell’Ovest. Grazie al fatto che era stata modificata una legge delle Ddr per cui il terreno era alienabile e non apparteneva più allo Stato, all’azienda dell’Ovest bastava comprare il terreno per comprare l’intera impresa. E quindi in molti casi le imprese furono acquistate non per rilanciarle, ma per fare speculazione edilizia sull’area su cui avevano sede.

E le case rimasero di proprietà pubblica dei cittadini?

Venne permesso legalmente il principio di restituzione per cui la casa di un cittadino dell’Est espropriata doveva essere restituita al precedente proprietario dell’Ovest. Furono aperte 2,17 milioni di cause, per lo più su case e terreni. Per gli interessati, un calvario che durò anni, anche quando riuscirono a conservare la casa in cui vivevano. Ad altri andò peggio: a Kleinmachnow, una piccola località vicina a Berlino, dovettero lasciare la loro abitazione 8.000 degli 11.000 abitanti.

Era possibile un’unificazione diversa?

Un percorso più lento che era quello più ragionevole fu proposto da Hans Modrow, penultimo Presidente della RDT, in carica dal 13 novembre dell’89 fino al 12 aprile 1990. Fu chiesta una confederazione tra i due Paesi e un avvicinamento progressivo delle economie che portasse lentamente anche a un’integrazione più equilibrata. Questo però avrebbe procrastinato un po’ i tempi dell’unione politica con tutti i rischi connessi per l’Ovest.

In che modo l’annessione della Germania Est favorì l’ascesa della Germania in Europa come potenza produttiva?

L’Ovest in breve tempo ricostruì i rapporti commerciali con i Paesi dell’Est con cui in precedenza commerciava la Ddr. Creò un specie di grande periferia dell’Est, costruendo rapporti di subfornitura e alle imprese dell’Ovest fu aperto un nuovo mercato di esportazione. Inoltre avere una Germania est molto depressa permetteva che fosse sempre disponibile una manodopera a basso costo, con la nascita di vere e proprie “gabbie salariali”. Ancora oggi in Germania Est si guadagna un 80 per cento di quello che si guadagna nelle regioni dell’Ovest. Il costo dei sussidi ai disoccupati che si erano creati a Est pesavano molto sulle casse dello Stato e così nel 2010 con l’agenda Schroeder vennero fortemente ridotti anche quelli.

Che la Germania Est confluisse nella Nato insieme a quella dell’Ovest non era scontato. Perché accadde?

Chi sposta tutti gli equilibri è Gorbaciov, che per avere dei crediti dalla Germania Ovest, decide che non solo non è un problema fare l’unificazione ma dichiara possibile anche l’unificazione dentro la Nato. Gorbaciov dà carta bianca a Kohl anche sulla trattamento dei vecchi dirigenti di partito della Sed. Molti di loro saranno processati e arrestati.

Oggi qual è la situazione in Germania Est?

C’è una diffusa estraneità all’establishment. Il voto è polarizzato su partiti di estrema destra ed estrema sinistra. L’Est risente ancora di quella rapida unificazione. Nel giro di nemmeno cinque anni fu spazzata via la grande industria e ancora oggi esistono in quelle regioni solo piccole aziende che sono rinate dopo l’89 oppure filiali di grandi imprese dell’Ovest. La disoccupazione continua ad essere un problema. È l’onda lunga della shock therapy che la Germania Est ha subito in quegli anni.

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11/11/2019

Berlino, 30 anni dopo

Se i maestri sono in crisi, proprio mentre celebrano la storica vittoria sull’avversario numero uno (il socialismo, seppure nella sua versione più grigia, quella “reale”), è bene guardare con occhio clinico alle ragioni di tale crisi.

Che sono poi, nell’insieme, il normale funzionamento del modo di produzione capitalista.

Ancora una volta vi proponiamo un fulminante editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza, che impietosamente affonda il bisturi nel modello mercantilista tedesco. Un dispositivo di rapina all’interno (verso i propri lavoratori) e all’esterno (verso i paesi-partner dell’Unione Europea, e ovviamente verso i loro lavoratori) che va in crisi per aver avuto troppo successo.

Che non vuol dire aver avuto ragione, ma semplicemente essersi potuto “finalmente” sviluppare senza avversari; né come classe contrapposta (i lavoratori, appunto), né come “sistema economico e di valori” (il socialismo).

Chi mastica di dialettica capisce senza sforzi che il momento migliore dell’economia tedesca ed europea – perché di questo sostanzialmente si parla – coincida con il periodo pre-caduta del Muro. Quando, insomma, welfare e salari furono elargiti con generosità, magari anche a scapito dei profitti, che “furono ridotti, sì, negli anni Cinquanta e Sessanta, ma solo per paura del Comunismo”.

Il capitalismo, insomma, rende meglio quando è sottoposto a una non volontaria “cura dimagrante”, a una condivisione degli utili che è poi diventata bestemmia dopo l’89. Ma anche in quelle condizioni non funzionava benissimo...

Dopo l’Anschluss della DDR e la facile imposizione a tutta l’Unione Europea delle regole più vantaggiose per sé, non troppo paradossalmente, quel meccanismo si è inceppato.

L’evoluzione tecnologica (fin lì spinta dalla concorrenza con il “socialismo reale” e soprattutto per contrastare la crescita salariale con la caccia al “plusvalore relativo”) si è arenata. Fare soldi, per “gli imprenditori” di qualsiasi dimensione, era diventato così facile da non richiedere troppi investimenti in ricerca e sviluppo.

Anche controllare il sistema finanziario continentale si è rivelato piuttosto facile, e questo ha convinto la branca tedesca (e francese) che sarebbe andata avanti così a lungo, se non per sempre.

Ma “Essere considerata un porto sicuro dai risparmiatori stranieri, continuare ad accumulare attivi commerciali sull’estero, avere le finanze pubbliche in perfetto ordine e dei cittadini che continuano a lavorare indefessi e a risparmiare senza sosta, non è bastato alla Germania per assicurare la stabilità delle sue istituzioni bancarie.“

Peggio. Quel modello mercantilista fondato su bassi salari e precarietà contrattuale (diritti zero, ricatto alto, consumi ridotti anche sotto il minimo vitale) ha distrutto – e continua a farlo – gli schemi riproduttivi della popolazione, anche in Germania, proprio come in Italia. “Una decrescita demografica spaventosa, che porterà la Germania ad un peggioramento continuo del rapporto tra le coorti degli anziani e quelle dei giovani, che peserà sempre più sulla produzione, sui sistemi previdenziali e su quelli sanitari”.

Qui è il caso di soffermarsi un attimo, serrare le dita della mano e prepararsi a scaricare un bel pugno in faccia a tutti quegli opinione maker da strapazzo, al soldo delle imprese, che parlano di “scontro generazionale” tra garantiti e non garantiti, sia a livello salariale che di prospettive pensionistiche (potete farlo anche con i “negriani”, naturalmente...). Tutti squallidi beoti che attribuiscono alle persone (lavoratori diventati anziani che non riescono più ad andare in pensione) la “colpa” di un sistema economico squilibrato che sta mettendo in dubbio la continuità della popolazione in Europa!

Come se fossero state scelte individuali egoiste e non condizioni economiche sistemiche...

Ma è sul piano finanziario, per chi ha la pazienza di seguire un attimo le argomentazioni più tecniche di questo articolo, che la Storia e la logica si prendono la sacrosanta rivincita su un “piano” che sembrava l’uovo di Colombo (o quella dell’asino che era stato addestrato a lavorare senza mangiare).

Il problema della Germania finanziaria oggi è infatti “troppi capitali, troppa liquidità, e troppo pochi investimenti nell’economia reale”. E nonostante questo sono proprio loro – la classe dirigente e dominante nella UE – a pretendere maggiori dosi di austerità. Che servirà soprattutto a rastrellare altri capitali (liquidi, infrastrutturali, produttivi, immobiliari, ecc.) dai paesi partner-allocchi, senza dover fare nulla e soprattutto senza risolvere il problema. Anzi aggravandolo.

Non c’è da stupirsi. È la trappola della liquidità, ed è un classico dei momenti in cui tutti i nodi della sovrapproduzione giungono al pettine.

C’è tutta l’acqua (finanziaria) che si vuole, ma “il cavallo non beve”...

Chi – paesi e classi sociali – non vuole morire d’inedia, per dissanguamento progressivo, deve attivarsi per rompere questo meccanismo. Non sarà facile, non sarà indolore. Ma è meglio che attendere la fine (“un Paese che si avvia alla scomparsa”) senza osare una qualsiasi resistenza.

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Berlino, trent’anni dopo

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

La complessa situazione economica e finanziaria della Germania, ed ancor più il nuovo e divaricante scenario sociopolitico che la caratterizza, sono il risultato non certo inatteso di una strategia tanto mal congegnata quanto assai pretenziosa, che tante contraddizioni ha ben nascosto per anni: da un ventennio almeno, si è arroccata nelle produzioni tradizionali delle auto, della manifattura meccanica e della chimica, deflazionando i salari per aumentare le vendite ed i profitti all’estero. Un mercantilismo di vecchio stampo.

Dopo la crisi del 2010, il rigore fiscale che ha imposto ai competitor europei serviva ad indurre recessioni assai preziose al fine di mantenere inalterato il vantaggio competitivo tedesco, mentre le sue banche ritiravano il più velocemente possibile gli impieghi dai Paesi a rischio di default sovrano o bancario. Il Bail-in ed il bail-out, come l’ESM, sono stati varati a sua convenienza. Anche il Fiscal Compact fu una proposta di marca tedesca, appoggiata dai francesi solo per finzione, non avendolo mai applicato. Ed anzi, Parigi è rimasta in procedura di infrazione per un intero decennio, senza rispettare neppure le ben più lasche prescrizioni del Trattato di Maastricht.

Nessun sistema regge però alla lunga, soprattutto in un contesto internazionale di relazioni aperte, quando si fonda su squilibri strutturali, quali che siano: un eccesso di risparmio accompagnato da troppi pochi investimenti in un contesto di tassi di interesse estremamente bassi o addirittura negativi, porta all’insofferenza dei risparmiatori, pregiudica la sostenibilità dei bilanci delle banche, di quelli delle assicurazioni e dei fondi di previdenza, e porta all’inflazione del valore degli asset immobiliari; i saldi commerciali strutturalmente attivi, fondati sulla deflazione salariale e sui differenziali territoriali e di status lavorativo, minano la stabilità sociale a medio termine e nel breve anche quella politica.

Essere considerata un porto sicuro dai risparmiatori stranieri, continuare ad accumulare attivi commerciali sull’estero, avere le finanze pubbliche in perfetto ordine e dei cittadini che continuano a lavorare indefessi e risparmiare senza sosta, non è bastato alla Germania per assicurare la stabilità delle sue istituzioni bancarie.

L’etica del lavoro intesa come impegno totalizzante, così come all’opposto la precarizzazione dei rapporti di impiego e l’instabilità della piccola imprenditoria, producono l’identico risultato negativo: una decrescita demografica spaventosa, che porterà la Germania ad un peggioramento continuo del rapporto tra le coorti degli anziani e quelle dei giovani, che peserà sempre più sulla produzione, sui sistemi previdenziali e su quelli sanitari.

Nel 2049, la popolazione tedesca sarà di appena 74 milioni di abitanti rispetto agli oltre 83 milioni di oggi, con una perdita superiore al 10%: un Paese che si avvia alla scomparsa. Mancheranno i giovani, e non solo i maschi come accadde dopo le due guerre mondiali. Difficile compensarli, perché la manodopera immigrata non è più gestibile come in passato, quando i “lavoratori ospiti” vivevano nei cantieri e nelle miniere senza famiglia, ritornando senza fiatare a casa, all’occorrenza.

Al contrario della Germania, la Francia passerà dagli attuali 66 milioni di abitanti ad oltre 71 milioni nel 2049: l’esperienza della settimana lavorativa di 35 ore, congiunta ad un robusto welfare familiare e ad una ancor solida salvaguardia della stabilità lavorativa, ha portato a risultati estremamente positivi in termini di equilibrio demografico e di sostenibilità pensionistica.

In Germania, ci sono tensioni insopprimibili sul versante finanziario: troppi capitali, troppa liquidità, e troppo pochi investimenti nell’economia reale. Dopo la crisi greca del 2010, in Germania sono affluite enormi risorse, come è testimoniato anche dall’aumento dei crediti nel sistema Target 2: il saldo attivo della Bundesbank è infatti passato dai 115 miliardi di euro del 2008 ai 915 miliardi del settembre scorso. Di converso, il saldo della Banca d’Italia ha cambiato di segno, passando da +23 miliardi a -468 miliardi di euro.

Ma non ci sono impieghi sicuri, a sufficienza: anche gli acquisti di Bund da parte della Bce nell’ambito del Qe, per complessivi 521 miliardi di euro a fine 2018, hanno contribuito alla rarefazione sul mercato di questo safe asset ed alla riduzione dei tassi di interesse. Inoltre, c’è stata la politica di riduzione del debito condotta dal governo federale, passato dai 2.192 miliardi di fine 2014 ai 1.974 miliardi di euro stimati alla fine di quest’anno. In totale, sono venuti meno sul mercato titoli per ben 739 miliardi di euro. La concorrenza sfrenata per ottenerli, ne fa crollare i rendimenti.

C’è un pro, ma anche un contro, dappertutto. I tassi di interesse sui Bund, negativi sulla grandissima parte delle emissioni, rappresentano un gran vantaggio per le finanze federali che rimborsano agli investitori una somma inferiore a quella prestata, riducendo il carico fiscale per il contribuente tedesco: le spese per interessi si sono abbattute dei due terzi, passando dai 69 miliardi di euro del 2008 ai 21 miliardi di quest’anno.

Lo sforzo fiscale è ancora più lieve, visto che il rapporto tra la spesa per interessi ed il totale delle entrate è passato dal 6,2% all’1,3%. D’altra parte, poiché oltre il 70% dei Bund è sottoscritta da non residenti, sono gli stranieri a pagare il costo dei tassi negativi. Questa riduzione dei tassi di interesse ha ampiamente contribuito al successo nella gestione della finanza pubblica, essendo già stati raggiunti i due obiettivi del Fiscal Compact, sia in termini di pareggio strutturale del bilancio che di rapporto debito/pil pari al 56,9% rispetto al tetto del 60%.

In Germania c’è dunque una trappola della liquidità, in piena regola. Un aumento degli investimenti pubblici infrastrutturali, che pure sarebbero necessari, avrebbe come controindicazione la necessità di utilizzare nuova manodopera straniera, che si è visto essere di difficile integrazione. Con un livello di disoccupazione (e di sotto-occupazione) sceso al 3%, c’è ben poco da fare. Erogare incentivi alle industrie esistenti, per aumentarne la produttività, contrasterebbe con un mercato europeo stagnante: è la domanda aggregata che manca.

Una forte spinta alla innovazione tecnologica nel settore delle auto, soprattutto nella trazione elettrica, porterebbe al write-off di investimenti enormi e di una indiscussa superiorità nella meccanica: sarebbe come chiedere al tacchino se è d’accordo ad anticipare il cenone di Natale.

Si dovrebbero piuttosto alzare i salari: ma accelerare ancora, dopo un aumento già registrato del 2,3% nel 2018 e con una inflazione all’1,2%, sarebbe una imprudenza. Salterebbero il controllo dei prezzi e tutta la strategia di deflazione salariale condotta con le riforme Hartz.

L’impoverimento sociale è una strategia da cui è difficile uscire, visto che compromette i profitti: questi furono ridotti, sì, negli anni Cinquanta e Sessanta, ma solo per paura del Comunismo.

Il costo dei tassi a zero o negativi colpisce anche le famiglie tedesche, che tengono in media sotto forma di depositi bancari il 40% dei propri risparmi. Con i tassi negativi portati allo 0,50% dalla Bce sui depositi ulteriori rispetto alla riserva obbligatoria, è stato stimato per le banche tedesche un costo annuo di 2,4 miliardi di euro l’anno, che ora viene gradualmente ribaltato sui risparmiatori: Berliner Volksbank e Deutsche Skatbank, insieme ad un’altra trentina di banche tedesche, hanno già iniziato a traslare il tasso negativo sui conti superiori ai 100 mila euro.

Gli impieghi bancari tedeschi, per essere remunerativi, devono quindi dirigersi all’estero, con tutti i rischi che ciò comporta in termini di cambio e di default del debitore: il ricordo dei prestiti improvvidi alle banche spagnole ed a quelle greche, salvate dall’ESM con i contributo di tanti Stati incolpevoli europei come l’Italia, così come quello degli acquisti di Mbs americane rivelatisi fallimentari, non è sufficiente a frenare questo flusso.

C’è ancora un altro rovescio della medaglia: le famiglie tedesche, insofferenti per i tassi sui depositi e sui Bund, cercano investimenti più remunerativi e fonti alternative di rendita, soprattutto nel settore immobiliare. Una scelta, questa, che si sta rivelando incompatibile con la stabilità dei prezzi pagati dalle famiglie per le proprie spese, e di conseguenza con quella dei salari.

In Germania, infatti, l’indice dei prezzi delle abitazioni, pari a 100 nel 2015, è arrivato a 115 nel settembre scorso. Anche gli affitti sono schizzati verso l’alto: nelle dieci principali città tedesche, l’aumento è stato del 50% tra il 2005 ed il 2018. A Berlino. I prezzi sono duplicati in un decennio: per fermarne la deriva, a giugno scorso se ne è stato discusso il blocco quinquennale, e ad agosto anche l'introduzione di un sistema di equo canone che va dai 3,42 ai 7,97 euro/mq a seconda della tipologia e dell’età dell’immobile: paradossalmente, quindi, proprio chi chiede la massima libertà sui mercati internazionali si trova a dover ricorrere a casa propria ai prezzi amministrati.

E pensare, poi, che Berlino fa ancora parte dell’elenco dei Land appartenenti all’ex-DDR, in cui si praticano salari minimi orari inferiori rispetto a quelli vigenti nei Land occidentali.

C’è un’altra contraddizione: il mantenimento di un elevato saldo commerciale attivo con l’estero, che da anni è superiore al 6% del pil mentre quello della Cina è sceso al 2%, è ottenuto contraendo la quota dei consumi interni e peggiorando le condizioni lavorative. Tra il 2005 ed il 2018 i consumi delle famiglie tedesche sono passati dal 63% al 51% del pil. Nel marzo 2018, rispetto a dieci anni prima, c’erano un milione in più di occupati marginali con prestazioni lavorative a tempo pieno, i cosiddetti mini-job remunerati con 458 euro medi mensili. I lavoratori marginali, quelli a salario legale minimo, sono arrivati così a quota 2,8 milioni, l’8,5% del totale dei posti di lavoro a tempo pieno. Considerando anche i mini-job a tempo parziale, si arriva ad un totale di 7,6 milioni su 32,7 milioni di occupati: nel complesso, in 15 anni, i mini job a tempo pieno e parziale sono aumentati del 35%.

L’insoddisfazione sociale si è riflessa anche sui risultati elettorali, con la Grande coalizione tra Cdu-Csu e Spd sempre meno autosufficiente: a destra, c’è la Afd che minaccia i Popolari, mentre a sinistra i Verdi e talora la Linke surclassano i Socialdemocratici. Si appanna così la leadership di Angela Merkel, che ha dominato la scena europea dello scorso decennio, ma le sue due eredi in politica non sembrano in grado di fare altrettanto: né Annegret Kramp-Karrenbauer alla guida della Cdu, né Ursula Von der Leyen da neo Presidente della Commissione europea.

Anche il posizionamento strategico del sistema produttivo tedesco si è fatto incerto. Non è il recente -0,1% del pil trimestrale tedesco che preoccupa, quanto la inattitudine ad affrontare le discontinuità e gli scenari che non siano la proiezione ed il perpetuo riproporsi del passato.

Il Kombinat nato a Bad Godesberg nel 1959 ha messo insieme tutti gli apparati della società tedesca: dai partiti ai sindacati, dalle banche alle grandi industrie. Ha fatto della Germania un panzer invulnerabile, ma inadatto alle nuove sfide. Al ricercato dominio in Europa, senza mai concedere vera solidarietà, si sostituisce ora il timore di un futuro che si stinge nell’incertezza globale.

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