di Alessandro Volpi
I licenziamenti che la società Electrolux sta operando in Italia sono il risultato di politiche neoliberali decisamente sbagliate, che avrebbero dovuto essere l’alternativa agli errori del capitalismo industriale italiano.
La storia di Electrolux in Italia inizia ufficialmente nel 1984, quando il colosso svedese acquisisce la Zanussi di Pordenone per la cifra decisamente ridotta di 200 miliardi di lire. All’epoca la Zanussi era un simbolo del miracolo economico italiano, arrivata a contare oltre 30mila dipendenti ma si trovava in una crisi finanziaria gravissima, dovuta a un eccesso di indebitamento e a scelte strategiche sbagliate, a cominciare da quella di ampliare a dismisura i confini del settore degli elettrodomestici fino a comprendere la produzione di televisioni a colori, peraltro, osteggiata in Italia dalla politica.
L’ingresso di Electrolux salvò l’azienda dal fallimento e per diversi anni garantì il mantenimento di un ruolo centrale in Europa, con poli di eccellenza a Porcia (lavatrici), Susegana (frigoriferi), Solaro (lavastoviglie), Forlì (forni) e Cerreto d’Esi (cappe).
A partire dal 2010, tuttavia, il settore degli elettrodomestici in Italia ha iniziato a soffrire per l’ascesa di colossi come LG, Samsung e produttori cinesi con costi inferiori, per l’allargamento a Est dell’Unione europea che ha reso il complesso industriale italiano meno competitivo rispetto a stabilimenti in Polonia, Ungheria e Romania e per i costanti piani di efficientamento volti a ridurre il costo del lavoro ma anche la qualità delle produzioni. Il modello neoliberale della globalizzazione e l’allargamento dell’Unione per avere manodopera a basso costo rappresentavano dunque due scelte politiche destinate ad aggravare in maniera radicale la crisi industriale italiana.
A fine 2023 Electrolux annuncia poi un piano globale di riorganizzazione dovuto a un calo del mercato europeo (sceso del 12% rispetto al periodo pre-pandemico) e all’inflazione e nel gennaio del 2024, senza troppa attenzione da parte della politica, l’azienda dichiara 373 esuberi in Italia (199 operai e 174 impiegati). Si arriva così alla firma dell’ accordo di marzo 2024, basato sulla non opposizione (uscite volontarie incentivate) e sull’utilizzo di contratti di solidarietà a Porcia e Forlì per evitare licenziamenti forzati.
Tutto ciò non basta però a scongiurare la decisione di inizio maggio 2026 che prevede appunto 1.700 licenziamenti su 4.500 dipendenti, la chiusura di Cerreto d’Esi e pesanti tagli che colpiscono gli storici stabilimenti di Porcia e Susegana, oltre a Solaro e Forlì. In pratica un radicale ridimensionamento delle attività produttive che prelude all’abbandono dei siti italiani, trasferiti in larga parte in Polonia. Electrolux motiva una simile “strategia” per focalizzarsi solo sulla fascia premium (marchi Aeg ed Electrolux di alta gamma), che però richiede meno manodopera.
Si tratta davvero di una brutta vicenda per capire la quale sono necessarie alcuni riferimenti specifici. Il primo riguarda la proprietà di Electrolux. La famiglia Wallemberg tramite la holding di famiglia, Investor AB, detiene poco meno del 20% dei diritti di voto. Il resto del capitale è nelle mani di grandi fondi svedesi e americani. È interessante in questo senso notare la forte finanziarizzazione della proprietà. I due fondi più rilevanti sono BlackRock, il principale gestore di risparmio al mondo, e Amf, un grande fondo di gestione svedese in cui confluiscono i risparmi pensionistici di molte imprese e, soprattutto, dei sindacati svedesi. Sia BlackRock sia Amf hanno quindi la necessità di rendimenti finanziari importanti per remunerare i propri risparmiatori. Chiudere gli impianti italiani è perfettamente coerente con le logiche del capitalismo finanziario fondato sul risparmio.
È importante segnalare che tra aprile e maggio 2026 si sono intensificate anche le voci di un’acquisizione da parte di Midea, colosso cinese degli elettrodomestici. Sebbene al momento non ci sia una proprietà cinese ufficiale, Electrolux ha recentemente stretto una partnership strategica e avviato un aumento di capitale (aprile 2026) per rafforzare le proprie finanze, alimentando i timori su un possibile passaggio di mano futuro; vendere a Midea Group, società cinese quotata a Shenzen e a Hong Kong, sarebbe molto coerente con l’opera di finanziarizzazione dal momento che si tratta di una società a capitale privato con la forte presenza di BlackRock e Morgan Stanley.
Oltre al tema della proprietà, per capire come si è arrivati ai licenziamenti in massa occorre tener presenti due altri fattori. Certamente nella scelta ha pesato la volontà di trasferire le produzioni in Polonia, diventata il primo produttore di elettrodomestici in Europa, per effetto di un costo della manodopera decisamente più basso, per gli incentivi garantiti dal governo polacco con il finanziamento europeo, che spesso viene utilizzato aggirando il divieto degli aiuti di Stato, e per effetto di una concorrenza fiscale feroce.
Per essere ancora più chiari è bene specificare che le regole dell’Unione europea vietano l’uso di fondi comunitari per finanziare direttamente la delocalizzazione da uno Stato membro all’altro ma esistono delle “sfumature” che le multinazionali sfruttano. La Polonia riceve enormi stanziamenti dai Fondi di coesione Ue (oltre 76 miliardi di euro per il periodo 2021-2027). Questi fondi possono essere usati per creare “nuovi” posti di lavoro o investire in “innovazione” in Polonia. Legalmente non è considerato un finanziamento per “chiudere in Italia” ma per “aprire in Polonia”, anche se il risultato finale è lo spostamento dei volumi produttivi. Proprio a fine 2024, inoltre, Electrolux ha ricevuto un prestito di 200 milioni di euro dalla Banca europea degli investimenti (Bei) per attività di ricerca e sviluppo “green”, finiti quasi per intero proprio in Polonia.
Ma la questione della concorrenza fiscale riguarda anche la Svezia. Investor AB non paga tasse sulle plusvalenze derivanti dalla vendita di azioni (se detenute per scopi industriali a lungo termine) e non paga tasse sui dividendi che riceve dalle società che controlla (come Electrolux, Ericsson, Abb, AstraZeneca). Alla luce di tutto ciò è forse più semplice capire perché i 1.700 licenziamenti di Electrolux rischiano di essere uno dei tanti sintomi della deindustrializzazione italiana.
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