Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

23/09/2026

Il senso della fine

Possiamo prenderla da qualsiasi angolo di questo Occidente in crisi: il modello neoliberista che si è imposto dagli anni ‘80 – Thatcher e Reagan, poi a valanga tutti gli altri – è arrivato al termine del suo ciclo vitale.

È comprensibile che la lettura dei dati macroeconomici sia troppo difficoltosa per quasi tutti, e quindi che la tendenza storica sia poco individuabile. Ma le modificazioni della rappresentanza politica – il sistema dei partiti, i risultati elettorali, ecc. – dovrebbero essere molto più familiari e leggibili.

Gli ultimi dieci anni presentano ormai un disegno organico. Ovunque, sulle due coste dell’Atlantico, l’“opinione pubblica” si va radicalizzando sulle estremità mentre il “grande centro” si dissolve.

L’America di Trump ha reso questo processo un format. La crisi di egemonia sul resto del mondo si è tradotta in regressione sociale reale, un impoverimento generale sia delle classi subalterne che del “ceto medio”, conseguenza diretta di delocalizzazioni produttive ciclopiche alla ricerca del minimo salariale possibile combinato con infrastrutture logistiche di buon livello.

La reazione più immediata e semplice è stata ed è quella ben nota: riprendersi il posto di comando, ovvero recuperare quote di reddito imperiale ed eliminare “gli sprechi” fisicamente rappresentati dagli “stranieri” in casa. Rapinare il petrolio venezuelano, disporre liberamente di una Groenlandia solo formalmente “sovrana” e danese, deportare a forza migliaia di immigrati, ecc., sono facce della stessa medaglia, momenti dello stesso processo e dello stesso tentativo.

Ma gli interessi sociali sono più articolati di quanto le soluzioni reazionarie, immaginate per ripristinare senza più abbellimenti retorici un modello suprematista vacillante, possano coprire.

E così, insieme alla destra più estrema che va al potere, emerge un risposta diametralmente opposta – anche se per ora assai meno radicale – che vede nella correzione sostanziale del modello l’unica soluzione socialmente accettabile. Chiamare questa ambizione “socialismo” è forse eccessivo, ma resta un fatto che l’enciclopedia della politica offra solo questo termine come relativamente appropriato. Non ce ne sono altri. Poi, certo, ci si possono aggiungere aggettivi molto diversi...

Lo abbiamo detto spesso, ma giova tornarci sopra. Il problema non è quanto Mamdani e gli altri personaggi emergenti siano soggettivamente dei “veri socialisti” o disordinatori consapevoli del sistema. Il problema sono gli interessi sociali fin qui non rappresentati, negati, repressi, che chiedono soluzioni non previste dal modello neoliberale, e che trovano per ora questo tipo di rappresentanza.

Sta qui la radice del crollo dell’establishment politico sia negli Usa che in Europa.

Quello che viene chiamato così, infatti, è o era semplicemente la faccia politica del sistema di interessi dominanti (finanza, multinazionali, “mercati”, piattaforme, ecc.), articolato quanto basta per dare l’impressione di un bipolarismo che all’atto del governare si è dimostrato perfettamente identico, tranne aspetti “estetici” o “civilistici”, ottimi per animare un talk show ma spesso lontanissimi dall’avere effetti pratici sulla vita dei popoli.

Ogni elezione ci ripropone la stessa lezione.

In quelle statunitensi di midterm – il 6 novembre – a meno di sorprese dell’ultim’ora (vecchie o nuove guerre scatenate appositamente), si dovrebbe vedere con molta più chiarezza una polarizzazione tra una destra “Maga” ora in crisi e l’avanzata “socialista” fatta di personaggi che hanno scalzato, nelle primarie, decine di vecchi arnesi dell’ala “democratica” dell’establishment.

In Germania, dove sembrava che solo la destra neonazista potesse monopolizzare il malessere sociale crescente in un modello mercantilista finito in suicidio, è invece emerso un sentiment opposto capace non solo di maledire – com’è giusto – il fascismo, ma di proporre un programma fatto di istanze sociali vitali (casa, trasporti, servizi, ecc.). Anche a dispetto dei vertici nazionali di un partito – la Linke – ormai ad un passo dall’omologazione totale con l’establishment.

Ad aprile, in Francia, avremo una più robusta e socialmente articolata contrapposizione tra lepenisti malamente ripuliti e una sinistra autenticamente battagliera riunita intorno al vecchio leone Mélénchon.

E così in Spagna, quando si voterà, tra i franchisti di Vox e un insieme un po’ confuso che sarà probabilmente costretto a riunirsi intorno a Sanchez, al di là dei suoi ben pochi meriti.

Nella derelitta Italia questo processo di radicalizzazione premia per ora quasi soltanto la destra fascista (con una gara a chi lo è di più, tra “remigrazione” impossibile e “lotta al burka” che non c’è). Ma intanto i Cinque Stelle sembrano aver fiutato l’aria e, furbescamente, provano a mettere il cappello sulla strabordante maggioranza esistente contro la guerra, le armi e i soldi all’Ucraina, nonché contro il genocidio perpetrato da Israele.

Qui l’establishment – tutti quelli che condividono “l’agenda Draghi”, di fatto, dalla Meloni alla Schlein – sembra ancora molto consistente. Ma intanto si blinda con una legge elettorale mirante ad impedire nuovi ingressi nella politica parlamentare. Un divieto che si somma e spiega quelli contro il diritto a manifestare, scioperare, organizzarsi, pensare, parlare (vedi la legge sull’“antisemitismo”, con voto bipartisan).

Fiutano l’aria, sentono il bisogno di alternativa che ha animato le piazze nello scorso autunno e che minaccia di fare altrettanto quest’anno. Alzano i muri...

Ma non si può fermare a lungo un processo di dissoluzione che deriva dalla caduta dell’egemonia neoliberista sul resto del mondo. Ovunque si guardi, da queste parti, si avverte che il senso della fine di un’epoca pervade ogni azione e parola pubblica. L’orizzonte della guerra si avvicina, spaventa i più, appare una soluzione ai peggiori, ma schiaccia tutti e costringe a pensare in modo radicale. Senza sconti né illusioni.

Servirebbe una visione alta, capace di traguardare oltre il presente. Ma è impossibile chiederla a questa classe dirigente selezionata in base al criterio dell’individualismo predatorio e dell’obbedienza al “pensiero unico” neoliberale. Da qui non può uscire altro che il sogno impossibile di un ritorno al passato, variamente condito (con camicie nere o bianche o a pois).

Da qui non può arrivare neanche un’“alternativa riformista”, per assenza di cultura e presupposti.

Non ci saranno soluzioni vere senza un’alternativa all’altezza e nessuno ce la regalerà mentre stiamo a guardare. È finito anche il tempo dell’attesa di tempi migliori...

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Istat: deficit 2025 al 3,1%, l’Italia rimane sotto tiro. Una grana per il governo

Un solo decimale separa l’Italia dalla revoca anticipata della procedura europea per disavanzo eccessivo. I dati definitivi di finanza pubblica diffusi dall’Istat per il 2025 confermano il rapporto deficit/Pil al 3,1%, infrangendo le residue aspettative coltivate dal governo nelle ultime settimane.

Si ripete così il copione già andato in scena lo scorso aprile, quando la prima stima aveva già gelato le ambizioni dell’esecutivo. Questa conferma si preannuncia una grana di non poco conto per Meloni e compagnia, soprattutto in vista della prossima finanziaria e la volontà di usare i margini della clausola di salvaguardia nazionale per la difesa e l’energia.

Il quadro economico certificato dall’istituto di statistica evidenzia per il 2025 una crescita del PIL in volume dello 0,6% (in leggere rialzo di 0,1 punti percentuali rispetto alle previsioni di marzo) e un saldo primario positivo pari a +0,8% del PIL. Risultati che, tuttavia, non bastano a portare l’indebitamento netto al di sotto della soglia limite del 3%.

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, non ha nascosto la delusione: “prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall’Istat. Purtroppo l’Italia non uscirà anticipatamente già quest’anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato, ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp [Documento di finanza pubblica, ndr] questo potrà accadere nel 2027”.

Ma la questione non è così lineare, ed ha importanti ripercussioni sulle prossime mosse da orchestrare a Palazzo Chigi. Il combinato disposto di procedura di infrazione e attivazione della clausola di salvaguardia per la difesa, a cui è associato l’allargamento dei margini di spesa per l’emergenza energetica, renderà molto più lungo, severo e massacrante il rientro nei parametri europei.

Ne abbiamo già parlato sul giornale e rimandiamo a precedenti articoli, che palesano come, dentro questo quadro, il ricorso al SAFE e l’impegno vincolante e pluriennale del programma di acquisti militari europei diventi una sorta di “obbligo” nella gabbia di vincoli costruiti dalle classi dirigenti continentali. È questo il “pilota automatico” impostato a Bruxelles, che viene presentato come unica strada percorribile e persino salvifica.

Ad ogni modo, la conferma della procedura di infrazione e le tensioni che questo porterà sul mercato del debito pubblico italiano non sono elementi che l’esecutivo potrà ignorare, soprattutto in procinto di scrittura della prossima legge di bilancio. Nella maggioranza sono cominciate da tempo le scaramucce in previsione di accaparrarsi pezzi di elettorato altrui alle elezioni del 2027, e l’ultima finanziaria del governo Meloni, con margini così ristretti, diventerà un campo minato.

Le spese per il riarmo rappresentano un impegno inderogabile, un po’ perché condivise come opzione politica per dare un peso globale alla UE (cioè non sono solo “imposte” da Bruxelles), un po’ perché prese anche in sede NATO. Tuttavia, sul piano del consenso la propaganda guerrafondaia è arrivata a un livello sclerotico tale che non sembra poter garantire larghi consensi, mentre sull’altare della guerra vengono sacrificate altre spese sociali.

L’esenzione sul bollo auto appare una mancetta elettorale ai limiti del grottesco, mentre le reazioni scomposte alle parole della segretaria dei Giovani Democratici sui “disertori” da una parte servono a ribadire che la linea bellicista non si tocca, dall’altra palesano come le attuali opposizioni si distinguano in poco o niente dalla maggioranza, e come anche al loro interno crescano i malumori.

I miliardi che potranno essere destinati a investimenti nel campo dell’energia, per i criteri a cui sono sottoposti, avranno scarsi effetti percepibili nell’immediato (se il governo sarà poi davvero capace di indirizzarli in maniera funzionale). Insomma, la coperta è corta, i margini di manovra si assottigliano drasticamente, e i vincoli europei e NATO presentano il conto.

Per questo cercano di restringere gli spazi di democrazia, sui luoghi di lavoro e alle elezioni: perché la necessità, non solo la possibilità, di un’alternativa non è mai stata evidente come in questa fase...

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ONU - Parla Trump e la delegazione di Cuba se va dall’aula

All’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, mentre Donald Trump definiva Cuba “uno Stato fallito” e ne annunciava la presunta fine, la delegazione cubana si è alzata ed è uscita dall’aula in segno di protesta.

Non è stato un dettaglio protocollare. È stato un atto di dignità nazionale. Di fronte all’arroganza della più grande potenza mondiale, Cuba ha scelto di non assistere in silenzio alla propria umiliazione. Ha ricordato al mondo che la sovranità non è una merce negoziabile e che un popolo può essere colpito da un blocco economico durissimo, ma non per questo rinunciare al rispetto di sé.

Quando Trump ha pronunciato parole offensive contro la Rivoluzione e contro l’intera nazione cubana, L’Avana ha risposto nel modo più semplice e più forte: alzandosi e uscendo. Quel gesto resterà come una delle immagini simboliche di questa Assemblea dell’ONU, perché afferma che esiste un limite oltre il quale la dignità vale più della diplomazia.

Ma accanto a quella scena se n’è consumata un’altra, ben più dolorosa per chi crede nell’internazionalismo latinoamericano.

La delegazione del Venezuela non si è alzata. È rimasta seduta mentre Cuba veniva insultata. È rimasta nell’aula ad ascoltare chi attaccava il Paese che più di ogni altro ha sostenuto la nascita e la sopravvivenza della Rivoluzione Bolivariana. È rimasta seduta anche quando Trump ha rivendicato con arroganza il blitz che ha portato all’arresto del presidente venezuelano Maduro.

Questo non è un dettaglio. È un fatto politico grave. Per decenni Cuba ha dato al Venezuela ciò che aveva di più prezioso: migliaia di medici, insegnanti, tecnici, ricercatori e una solidarietà concreta che ha contribuito a costruire le missioni sociali volute da Fidel Castro e Hugo Chávez. Persino il sangue dei suoi figli è stato versato in nome di un progetto comune di emancipazione dell’America Latina.

Per questo il mancato gesto di solidarietà rappresenta una ferita profonda. È tempo di parlare con chiarezza. Troppi ambienti della cosiddetta sinistra continuano a giustificare qualsiasi scelta del governo venezuelano, trasformando la solidarietà in un esercizio di obbedienza acritica.

Di grande rilievo è stato invece l’intervento del presidente brasiliano Lula, che dall’Assemblea Generale ha riportato la questione cubana al centro del diritto internazionale: “Il blocco degli Stati Uniti contro Cuba è un orrore che deve finire”. Parole che ricordano come la vera emergenza non sia la propaganda contro l’isola, ma una misura coercitiva che continua a colpire milioni di cittadini cubani e che isola soprattutto Washington, non L’Avana.

Ancora più netto il richiamo dell’intellettuale cubano Abel Prieto, figura storica della Rivoluzione, che ha letto l’uscita della delegazione cubana come un dovere morale prima ancora che diplomatico: “La dignità di un popolo non si negozia e non si baratta con alcun vantaggio economico”. È un monito rivolto a tutta l’America Latina: senza memoria, senza solidarietà e senza sovranità, ogni progetto di emancipazione è destinato a dissolversi.

Le parole di Lula e Abel Prieto convergono nello stesso principio: la solidarietà tra i popoli non può essere selettiva. Quando Cuba viene aggredita, non è soltanto un Paese a essere colpito, ma l’idea stessa che l’America Latina possa costruire un futuro indipendente dalle imposizioni dell’imperialismo. Ed è per questo che il gesto di Cuba all’ONU assume oggi un valore politico e morale che va ben oltre le mura del Palazzo di Vetro.

Oggi difendere Cuba significa difendere la sovranità dei popoli, opporsi senza esitazioni al blocco statunitense e riconoscere la straordinaria coerenza di una nazione che, pur colpita da decenni di aggressioni economiche, continua a non piegare la testa.

La storia ricorderà le parole offensive di Trump. Ma ricorderà soprattutto chi si è alzato in piedi e chi, invece, è rimasto seduto.

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La reazione alla censura sionista su Macklemore

Quando il rapper Macklemore ha deciso di sfruttare la sua notorietà aprendo il concerto di Ed Sheeran durante il Loop Tour, il suo discorso a favore della “Liberazione Palestinese” ha raggiunto migliaia di persone. Quelle dichiarazioni sul palco sono ora una delle notizie più importanti al mondo, permettendo alle sue parole di raggiungere milioni di persone in tutto il mondo.

Da anni Macklemore è una delle voci più autorevoli tra le celebrità che si oppongono al Genocidio di Gaza, avendo registrato tre canzoni sull’argomento. Queste canzoni hanno attirato milioni di ascoltatori in Rete e il suo messaggio ha raggiunto un vasto pubblico. Dopo essere stato invitato a fare da spalla a Ed Sheeran in un tour negli Stati Uniti, ha scelto di continuare a diffondere il suo messaggio, consapevole dell’importanza simbolica di farlo mentre supportava uno dei musicisti più famosi al mondo.

Per la Lobby israeliana, questo è stato immediatamente considerato inaccettabile. Non solo perché un artista come lui era in grado di usare una piattaforma così importante per esprimere il suo sostegno alla Liberazione Palestinese, ma anche per il precedente che si sarebbe creato se questo fosse stato tollerato. Se Macklemore poteva esprimere le sue opinioni in questo modo, chi sarebbe stato il prossimo? E sarebbe stato qualcuno con una piattaforma ancora più ampia della sua?

Da questa prospettiva, la potente rete Sionista negli Stati Uniti è passata all’offensiva. Tutti i soliti fautori del filo-israeliano si sono immediatamente attivati ​​per cercare di censurare Macklemore attraverso una campagna coordinata. Gruppi ultra-Sionisti come la Lega Anti-Diffamazione e Stop Antisemitismo si sono affrettati a screditare la dichiarazione di Macklemore, presentandola come un attacco a tutti gli ebrei, una tattica comune usata per confondere gli ebrei con Israele al fine di mettere a tacere i critici del Regime israeliano.

Tuttavia, la Lobby israeliana e i suoi fanatici alleati Sionisti negli Stati Uniti hanno completamente frainteso la situazione. Hanno reagito emotivamente e hanno sfruttato il loro potere, credendo di vivere ancora in un mondo in cui l’opinione pubblica non ha visto Israele bombardare otto Paesi diversi, trascinare gli Stati Uniti in una guerra illegale contro l’Iran e commettere un Genocidio in 4K per quasi tre anni.

Sebbene individui come Robert Kraft possano possedere stadi ed essere in grado di usare i loro miliardi per ottenere i risultati desiderati, il popolo non accetterà più questo tipo di prepotenza e censura.

Quando la cantante Pink ha deciso di intervenire sulla questione condividendo un post contro l’antisemitismo che includeva una palese negazione del Genocidio, al fine di condannare Macklemore e chiedere che ne subisse le conseguenze, la sua azione non ha contribuito ad aumentare la pressione.

Anzi, ha scatenato la reazione opposta: è partita una campagna di boicottaggio popolare contro Pink e un’ondata di perdita di utenti sui suoi profili social. Invece di subire un danno, il contributo di Macklemore si è ritorto contro di lei. È stata quindi costretta a rilasciare una dichiarazione completa in cui affermava di non voler essere censurata e di non voler fare la vittima.

Quando la Lega Anti-Diffamazione o qualsiasi altro gruppo fanaticamente filo-israeliano rilascia dichiarazioni che tentano di dipingere le persone come antisemite per il semplice fatto di sostenere i palestinesi e criticare Israele, l’effetto finale è esattamente l’opposto di quello di “cancellare” la persona in questione. In questo caso, ha solo indirizzato più persone verso il video della dichiarazione di Macklemore, in cui chiariva in modo inequivocabile che le sue parole non erano rivolte agli ebrei, bensì al governo israeliano.

Come se la reazione negativa del pubblico contro Pink non fosse stata sufficiente ad avvertire i Sionisti che i loro sforzi stavano producendo l’effetto esattamente opposto a quello desiderato, continuarono a insistere. Dovevano vincere; dovevano punire Macklemore.

Poi arrivò l’annuncio che Ed Sheeran era stato costretto a rinunciare al suo sostegno, a causa delle pressioni di Robert Kraft. Macklemore rilasciò una dichiarazione pubblica, esortando le persone a non concentrarsi su di sé ma sul popolo palestinese, e di conseguenza la questione divenne una delle principali notizie del mondo.

L’opinione pubblica aveva appena assistito a un’enorme campagna di pressione, seguita dal silenzio imposto a un artista di successo per aver semplicemente pronunciato la parola “Palestina libera”. Ed Sheeran è stato poi costretto a rompere il silenzio, rilasciando una dichiarazione piena di scuse e cercando di schierarsi da entrambe le parti in un Genocidio. “Non sono complice”, ha affermato il cantante di fama mondiale, artista principale del tour, che avrebbe potuto benissimo schierarsi dalla parte di Macklemore.

Sheeran ha persino cercato di affermare di non occuparsi di politica e ha insistito sulla sua neutralità, pur condannando entrambe le parti. Immediatamente, gli utenti dei social media hanno fatto notare che stava mentendo e che aveva raccolto fondi, rilasciato dichiarazioni a sostegno e persino girato un video musicale in Ucraina. A ciò si sono aggiunte le accuse di doppi standard razzisti, poiché il cantante aveva preso una posizione pubblica e sentita su una guerra che coinvolgeva europei bianchi, ma aveva deciso di dichiararsi neutrale di fronte a un Genocidio che coinvolgeva persone di colore.

Ciò che i fanatici Sionisti hanno fatto è stato prendere il discorso di Macklemore, che avrebbe potuto semplicemente raggiungere migliaia di persone negli stadi ed essere condiviso sui social media, principalmente tra i sostenitori della Causa Palestinese, e trasformarlo in un incidente internazionale. Invece di mettere a tacere il suo messaggio, gli hanno consentito di raggiungere un pubblico che non avrebbe mai pensato di prestare attenzione a ciò che diceva.

Il Genocidio israeliano a Gaza ha cambiato il mondo in cui viviamo oggi. Negli Stati Uniti, la stragrande maggioranza delle persone di età pari o inferiore a 35 anni è contraria a Israele. Nessuno prende sul serio le accuse infondate di antisemitismo contro chi critica Israele; anzi, ormai è diventato un motivo di vanto. L’opinione pubblica non accetta l’argomentazione che accomuna tutti gli ebrei al Regime di Apartheid israeliano.

Anzi, il tentativo Sionista di atteggiarsi a vittima ha solo rivelato il contrario. Sono potenti miliardari e centinaia di milionari a perseguitare chiunque osi criticare il Regime Genocida che sostengono e a cui sono fedeli.

Ciò che non riescono ad accettare è che il mondo intero vede Israele allo stesso modo in cui vedeva il Sudafrica dell’Apartheid; provano lo stesso disgusto per i Sionisti che provano quando guardano indietro a coloro che hanno partecipato alla Schiavitù e al Colonialismo. Il mondo sa; hanno visto decine di migliaia di bambini massacrati giorno dopo giorno sui loro cicli di notizie nei social media.

Quando Sionisti come Robert Kraft gridano all’antisemitismo dalle loro lussuose dimore, fingendosi vittime e usando il loro potere per mettere a tacere le voci che non gradiscono, come se fossero dei signori, non fanno altro che smascherarsi. Nessuno se ne sta lì a guardare e pensa che i Sionisti siano vittime; al contrario, questo non fa che accrescere la curiosità delle persone su come si sia verificata questa ingiustizia e su cosa abbia detto Macklemore.

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Da Berlino un mandato chiaro per la Linke, ma i possibili “alleati” pongono condizioni

Il Partito della Sinistra (Linke, ndr) ha vinto le elezioni parlamentari a Berlino in modo più chiaro di quanto i sondaggi si aspettassero – ma non così chiaramente da non doverci tornare. Con il 25,7 percento e un gruppo parlamentare più ampio nel parlamento statale, ora composto da 47 membri, il partito avrebbe una comoda maggioranza governativa con i deputati SPD e Verdi.

Tuttavia, nonostante il crollo al 18,8 percento e 34 seggi, è anche matematicamente possibile che la CDU formi un governo con una propria maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, insieme ai Socialdemocratici e ai Verdi.

La politica statale di Berlino ruoterà attorno a queste due possibilità nei prossimi giorni e settimane. Non c’è dubbio che esistano gruppi di interesse ben organizzati che vogliono mantenere l’Unione in municipio a tutti i costi. Allo stesso tempo, bisogna considerare la possibilità che il Partito della Sinistra inizi a cercare il favore dell’SPD e dei Verdi, in cui saranno messi in discussione sia le promesse centrali della campagna sia i membri della solidarietà con la Palestina, che ora vengono definiti “antisemiti” come fosse una cosa normale.

Lunedì, la principale candidata del Partito di Sinistra, Elif Eralp, ha confermato per la prima volta alla televisione regionale RBB di “voler avviare chiaramente dei colloqui”. Con SPD e Verdi, ci sono “la maggior parte delle interfacce”.

A prima vista, sembra che il Partito di Sinistra a Berlino possa negoziare da una posizione di forza. Ha più che raddoppiato la sua quota di voti ed è diventato la forza più consistente in un parlamento statale per la seconda volta nella sua storia – dopo la Turingia nel 2019. Ha spezzato la divisione Est-Ovest nel sostegno degli elettori, che da tempo è caratteristica della storia del partito a Berlino, e ha rigenerato notevolmente il proprio elettorato.

Ora ottiene i suoi risultati più forti in alcune parti dell’ex Berlino Ovest, ha in parte sostituito i Verdi come “partito del centro città” e si affida in particolare agli elettori le cui caratteristiche sono “giovani/scuola superiore o qualifica educativa/non finanziariamente sicuri”.

Allo stesso tempo, il partito è riuscito a fermare il processo altamente avanzato di scioglimento del suo ex elettorato centrale a Berlino Est (anche se non lo ha invertito, come dimostra il risultato nella vecchia roccaforte del PDS di Marzahn-Hellersdorf, dove l’AfD si è affermata come la forza maggiore).

Tutti gli altri partiti – tranne l’AfD, che è riuscito ad aumentare il suo risultato dal 9,1 al 16,3 percento, ma non ha alcun ruolo nella formazione del governo – sono stati scelti in misura maggiore o minore. Questo è particolarmente vero per l’SPD, che ha ottenuto il suo peggior risultato nelle elezioni post-belliche a Berlino con il 12,1 percento.

Il partito, che è membro del Senato senza interruzioni dal 1989, è ora solo la quinta forza nella Camera dei Deputati. L’ex sindaco governante Franziska Giffey non ha riconosciuto l’ingresso nel parlamento statale e ha parlato di una “cesura”.

Il candidato principale della Spd, Steffen Krach, ha parlato di un “risultato catastrofico”. La notte delle elezioni sulla televisione ARD, Krach sembrava persino dubitare che fosse una buona idea puntare alla prossima partecipazione al governo: “Abbiamo il peggior risultato di sempre. Non hai un mandato governativo in merito”. L’SPD non ha richieste da fare dopo questa sconfitta.

Lunedì, però, Krach ha avuto ancora una volta la scelta. In vista di possibili colloqui di coalizione, ha chiesto un “chiaro impegno contro l’antisemitismo” da parte del Partito di Sinistra. Si aspetta anche questo “da tutti i membri che fanno parte del gruppo parlamentare del Partito di Sinistra”.

Il co-leader dell’SPD, Bärbel Bas, ha sottolineato che era una situazione difficile lavorare con un partito che in parte era “antisemita”. Il candidato verde di punta Werner Graf ha detto alla RBB che il Partito della Sinistra deve “mettere al loro posto queste parti problematiche del proprio partito”.

Così si è capito rapidamente quale tipo di leva fosse stata data ai perdenti elettorali: questo può essere usato per disciplinare il Partito di Sinistra o per legittimare la permanenza della CDU in municipio. Il candidato principale della CDU, Stefan Evers, ha segnalato lunedì che il suo partito era “pronto a parlare con i partiti del centro della società in qualsiasi momento”.

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L’alleanza tra l’esercito israeliano e i coloni ha raggiunto un nuovo livello

Sembrava che tutto fosse già stato detto e scritto sull’incredibile ruolo che le Forze di Difesa Israeliane svolgono nei Pogrom contro i coloni in Cisgiordania. Ma questa settimana abbiamo appreso di un incidente che potrebbe superarli tutti.

Un colono denuncia il furto di 12 delle sue capre da parte degli abitanti del vicino villaggio di Al-Mughayyir. L’esercito lascia tutto, irrompe nel villaggio e chiede al capo del consiglio locale di provvedere all’immediata restituzione del gregge. È passata la mezzanotte. Quando il capo del consiglio fornisce la prova che le capre appartengono a un residente locale, la questione sembra risolta.

Ma la sera successiva, un nutrito contingente delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) arriva e ruba 11 pecore a un pastore beduino. Ore dopo, le truppe ritornano e rubano decine di pecore e capre da altri recinti. Si dirigono quindi verso il centro della città, dove i cecchini si appostano sui tetti e aprono il fuoco contro gli adolescenti che escono in strada. Due di loro vengono uccisi.

Per raggiungere Al-Mughayyir, nella parte centrale della Cisgiordania, percorriamo quella che Mohammad Romaneh, ricercatore sul campo per l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, chiama la “Strada della Morte”. Percorrerla è davvero pericoloso.

La strada attraversa la città “americana” di Turmus Ayya, dove circa l’80-90% dei residenti ha la cittadinanza statunitense e dove l’ambasciatore in Israele Mike Huckabee si è recato sabato scorso, ed è al momento l’unica via d’accesso ad Al-Mughayyir.

Da circa un mese, un nuovo avamposto abusivo eretto dai coloni incombe sulla strada e questi attaccano le auto di passaggio. Secondo i palestinesi, sette veicoli sono già stati danneggiati e i coloni ne hanno rubato una, una Mercedes appartenente a un residente di Nablus, dopo che i suoi occupanti sono stati costretti alla fuga. Uno dei passeggeri era un cittadino statunitense.

Nel suo squallido ufficio, il capo del consiglio di Al-Mughayyir, Amin Abu Aaliya, ci racconta cosa è successo mercoledì scorso. Persino questo villaggio, da tempo sofferente e che ha perso 13 abitanti e migliaia di ettari di terra dal 7 ottobre 2023, non aveva mai vissuto nulla di simile.

Lo abbiamo visitato ad aprile e abbiamo documentato il furto di 170 pecore da parte dei coloni e l’uccisione di un ragazzo di 12 anni e di un uomo di 32 anni da parte di un colono in uniforme militare. Eppure Abu Aaliya riferisce che la situazione è peggiorata: recentemente, soldati e agenti di polizia hanno accompagnato i coloni mentre rubavano il bestiame agli abitanti del villaggio. Gli eventi della scorsa settimana ne sono un esempio lampante.

Poco prima della mezzanotte di martedì 1 settembre, Abu Aaliya ricevette una telefonata da un funzionario dell’Amministrazione Civile. Un colono, gli disse il funzionario, affermava che un abitante del villaggio gli aveva rubato 12 capre. Il capo del consiglio si mostrò scettico fin da subito.

Gli abitanti del luogo non osano avvicinarsi a quelle che ora vengono chiamate fattorie, in realtà avamposti dei coloni, nella zona e, in ogni caso, rubare bestiame da un pascolo, come si diceva, non è un’impresa da poco. Nemmeno con 20 camioncini, disse, gli abitanti del villaggio avrebbero potuto farlo.

Chiese di vedere le fotografie che il colono aveva delle capre che sarebbero state rubate, e poi svegliò il proprietario degli animali in questione. Il proprietario gli mostrò le foto delle stesse capre nere, della primavera precedente. Avevano delle macchie bianche sulle orecchie, spiega Abu Aaliya, assumendo il ruolo di investigatore forense. Il giorno prima, emerse, dei coloni erano venuti ad Al-Mughayyir, avevano fotografato le stesse capre e le avevano rivendicate come proprie.

“Avete già avuto parecchi feriti. Fareste meglio a restituire il bestiame”, avvertì l’ufficiale il capo del consiglio. “Siamo già all’ingresso del vostro villaggio”.

Quella stessa notte, il capo del consiglio inviò le foto delle capre maculate che aveva ricevuto all’Amministrazione Civile. Il funzionario con cui parlò rispose: “Inshallah khair (Andrà tutto bene)”. Abu Aaliya era convinto che la questione fosse chiusa.

Mercoledì sera, tuttavia, gli abitanti del villaggio furono colti di sorpresa dall’arrivo di una grande forza mista composta da soldati, agenti di polizia e coloni. Prima hanno attaccato una famiglia beduina alla periferia della città e hanno rubato 11 delle loro pecore, ricomparendo poche ore dopo nel centro abitato. Hanno disperso le persone dalle strade con gas lacrimogeni e granate stordenti, poi hanno iniziato a rubare il bestiame da diversi recinti nelle vicinanze: 48 pecore e 12 capre.

I soldati hanno protetto i coloni mentre costringevano gli animali a uscire e li spingevano verso l’avamposto sulla collina.

I proprietari degli animali hanno lanciato l’allarme sui social media: “Ci stanno rubando il bestiame!”. Residenti sconvolti, tra cui molti giovani, si sono riversati nelle strade. Nel frattempo, secondo testimoni oculari, dei cecchini si sono arrampicati sul tetto di un edificio in costruzione e hanno iniziato a sparare. Khalil Shehadeh, 17 anni, è stato il primo a essere ucciso. Pochi minuti dopo, il suo vicino, Omar al-Naasan, 19 anni, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco.

Secondo i testimoni, entrambi sono stati colpiti dallo stesso cecchino sullo stesso tetto, da una distanza di poche decine di metri. Khalil è morto sul colpo. Omar è morto in ambulanza mentre lo trasportavano in ospedale. Il paramedico Mujahid Abu Alia ci ha raccontato questa settimana di aver portato Omar in ambulanza, ma era troppo tardi: il giovane, che a quanto ci è stato detto sperava di studiare all’Università di Birzeit quest’anno, era stato colpito alla schiena.

Alle 21:30 di mercoledì, due ore dopo l’inizio, l’Operazione Furto di Pecore, così chiamata dall’esercito, si è conclusa. Le forze si sono ritirate, lasciando sul posto due cadaveri e portando con sé decine di pecore e alcune capre.

Il capo del consiglio Abu Aaliya ha dichiarato: “Mi dispiace per i coloni. I loro figli dovrebbero essere a scuola e all’università. Invece rubano e uccidono. Quando cresceranno, rivolgeranno la loro violenza contro di voi, in Israele. Le mafie e le famiglie criminali li sfrutteranno, perché la violenza è l’unica cosa che conoscono. È strano che Israele, con tutta la sua potenza, non lo capisca e non faccia nulla”.

Il capo del consiglio ha anche qualcosa da dire sulla visita dell’ambasciatore Huckabee alla vicina Turmus Ayya: “Ha detto che ci sono solo una manciata di coloni violenti? Lui non è uno di noi. Gli americani che ha visitato a Turmus Ayya sono diversi dagli americani dell’insediamento ebraico di Shiloh. A quanto pare, un americano di Shiloh ha il diritto di rubare la terra a un americano di Turmus Ayya e persino di attaccare la sua casa”.

Siamo usciti in strada, nel luogo in cui le vite dei due adolescenti sono state spezzate. Secondo quanto riferito, i cecchini hanno sparato in entrambe le direzioni. Una vittima si è accasciata ed è morta a destra dell’edificio su cui si trovava, l’altra a sinistra. Una divisione equa. Gli abitanti hanno piantato un alberello in ciascun punto in cui sono caduti, in loro memoria.

Con un berretto e una camicia grigi, il padre di Khalil, Ghasem, 38 anni, è seduto nella ben curata camera degli ospiti della sua casa il giorno della nostra visita, sopraffatto dal dolore. È un operaio, un agricoltore e padre di quattro figli, tra cui Khalil, il maggiore, che stava per iniziare la prima superiore.

La sera prima che suo figlio venisse ucciso, Ghasem era a casa con lui quando sentì il loro vicino, Abu Nabil, chiedere aiuto. Soldati e coloni avevano invaso il suo ovile e avevano iniziato a cacciare le pecore. Ghasem e Khalil si precipitarono fuori per cercare di proteggere Abu Nabil e il suo gregge.

Circa due minuti dopo, ricorda, i lampioni si spensero e una pioggia di proiettili si abbatté su di loro. Khalil cadde a terra davanti ai suoi occhi. Suo padre lo portò in fretta in un’auto privata per essere evacuato, ma sapeva già che Khalil era morto.

Non è pervenuta alcuna risposta dall’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane entro la chiusura della redazione.

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Lavoratore in appalto muore al Colosseo, monumento chiuso solo dopo le proteste dei lavoratori

È stato allucinante vedere stamattina il Colosseo aperto, come se niente fosse, a poche ore dalla morte di un operaio di 22 anni all’interno del monumento: il Ministro ha disposto la chiusura solo dopo l’intervento sindacale e una nota della RSU del Parco Archeologico che la richiedeva.

Un intervento tardivo, arrivato solo grazie al risentimento e la protesta dei lavoratori e delle lavoratrici che hanno avuto una reazione di dignità. Mentre in prima battuta dal Ministero sono arrivate parole di cordoglio e azioni totalmente inadeguate di fronte alla morte di Andrea Moretti di anni 22, deceduto mentre lavorava all’interno di uno dei monumenti più visitati al mondo da dipendente di una società in appalto.

Come già accaduto alla Reggia di Caserta, a Castel Sant’Angelo e alla Torre dei Conti, la gestione della cultura cerca di far passare il messaggio che lo “spettacolo” deve sempre andare avanti, anche di fronte alle morti sul lavoro.

Ora che hanno dovuto ascoltare i lavoratori sulla chiusura per lutto, si deve dare massima priorità alla sicurezza dei lavoratori, con attenzione alle molte sollecitazioni sul tema che USB ha già sollevato per quanto riguarda gli appalti di lavori e servizi per il Colosseo.

Questa è solo l’ennesima dimostrazione di cosa sia la giungla degli appalti per la pubblica amministrazione: un sistema che va smantellato, perché non si può continuare a morire di lavoro e non si può, a maggior ragione, farlo mentre si è in appalto per lo Stato.

Tutto questo succede anche perché i lavoratori privati della cultura vengono sottopagati e sottoposti alla limitazione degli scioperi per i servizi pubblici essenziali dalla legge 146/90.

La democrazia sindacale non è uno scherzo e va tutelata: senza sciopero i lavoratori non possono difendere allo stesso modo la loro sicurezza, il salario e la dignità!

USB sempre dalla parte dei lavoratori: basta morti, vogliamo la legge che introduca il reato di omicidio sul lavoro!

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Morto 22enne sul lavoro al Colosseo! Parlano di sicurezza e zone rosse e poi ci uccidono sul lavoro!

Convochiamo la stampa alle ore 14 a Largo Gaetani Agnesi

Ci è arrivata oggi la notizia di un ragazzo 22enne, giovane come noi, morto sul lavoro al Colosseo.

Il governo e le giunte comunali parlano di sicurezza e fanno le zone rosse, come quella di Colosseo, ma noi sappiamo bene che la vera sicurezza non è quella delle politiche securitarie ma è la sicurezza sociale e quella sul lavoro.

In questo paese muoiono 4 lavoratori al giorno, ma la nostra classe dirigente preferisce parlare delle gonne delle donne o degli hijab, sperando di distrarci dai problemi reali. Neanche davanti alla morte di un ragazzo il Colosseo è stato chiuso ai turisti, simbolo di una città che continua a mettere ancora una volta il profitto davanti alla vita.
OSA- Cambiare Rotta

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Essere Elif Eralp nella Berlino dove i fondi gestiscono oltre 200mila appartamenti

di Alessandro Volpi

A Berlino è ormai certa la vittoria di Elif Eralp, candidata di punta di Die Linke, che si è presentata con un programma finalmente radicale. La sua piattaforma incarna una visione fortemente redistributiva focalizzata sul contrasto alla speculazione finanziaria, sull’emergenza abitativa e su una profonda riforma del sistema fiscale locale e nazionale.

Al centro del dibattito cittadino si colloca il tema della casa, dove la combinazione tra le privatizzazioni dei primi anni Duemila e la forte spinta finanziaria ha concentrato enormi porzioni del parco immobiliare privato nelle mani di pochi gruppi societari. Tra questi spicca Vonovia Se – insieme a Deutsche Wohnen, assorbita nel 2021 – che da sola controlla oltre 140mila appartamenti nella capitale, rappresentando il primo operatore del settore in Germania. Seguono colossi internazionali come il gruppo svedese Heimstaden, arrivato a gestire tra i 20mila e i 25mila alloggi, la società franco-italiana Covivio con circa 15mila-18mila unità, oltre a veicoli di private equity come il colosso statunitense Blackstone e gruppi storicamente radicati come Adler Group, detentore in passato di portafogli superiori ai 20mila immobili. Complessivamente, la grande finanza e i fondi d’investimento privati gestiscono tra i 200mila e i 250mila appartamenti berlinesi.

In sintesi Berlino è diventata un prodotto finanziario e contro questa vera e propria mutazione genetica si è schierata, con chiarezza, Elif Eralp. Per spezzare questo oligopolio, la sua risposta infatti prevede l’attuazione immediata del referendum del 2021 (Deutsche Wohnen & Co. enteignen), avviando l’esproprio con indennizzo e la pubblicizzazione di circa 220mila appartamenti appartenenti a società e gruppi privati titolari di oltre tremila unità. La misura sociale dell’esproprio si unisce alla proposta di un blocco rigido degli affitti applicato prioritariamente alle 380mila abitazioni di proprietà pubblica municipale, alla creazione di un’autorità pubblica d’ispezione contro il caro-affitti e all’espansione programmata dell’edilizia sociale.

La leva tributaria costituisce il secondo pilastro della strategia di Die Linke, concepita sia per disincentivare la rendita sia per reperire risorse fresche da destinare ai servizi essenziali. Per colpire direttamente l’asset immobiliare di alto bordo, Eralp e il suo partito propongono una nuova “tassa sulle ville di lusso” che andrebbe ad applicarsi sui beni immobiliari di valore stimato superiore ai quattro milioni di euro, una misura destinata a coinvolgere, tra gli altri, oltre tremila immobili storici situati nel quartiere benestante di Grunewald.

La sola introduzione di questa sovrattassa e delle riforme collegate sulle proprietà secondarie stima di apportare alle casse della capitale un gettito aggiuntivo compreso tra 150 e 300 milioni di euro ogni anno, risorse da vincolare direttamente alle politiche di blocco dei canoni e alla casa. A questa misura si aggiungono l’innalzamento della tassa sulle seconde case non locate, la chiusura dei cosiddetti share deals – ovvero le operazioni societarie con cui i grandi fondi evitano il pagamento delle imposte di registro acquistando quote azionarie anziché il singolo fabbricato – e un’esenzione totale dell’imposta di acquisto per le famiglie a basso o medio reddito che comprano la prima abitazione.

Nel programma economico di Eralp trova spazio anche la dimensione nazionale della fiscalità: una proposta chiave riguarda la reintroduzione dell’imposta sui grandi patrimoni, strutturata con una franchigia iniziale di un milione di euro di patrimonio netto e aliquote progressive dall’1% fino al 5% per le fortune superiori. Secondo gli studi istituzionali di settore citati nel dibattito della candidatura, la sola reintroduzione dell’imposta patrimoniale consentirebbe al bilancio di Berlino di incassare oltre cinque miliardi di euro annui, fondi utili a finanziare la gratuità o il forte calmiere sui biglietti dei trasporti pubblici urbani, gli asili nido (kitas) e l’ammodernamento delle scuole. Sul fronte societario, si chiede inoltre di portare al 25% l’imposta sulle società per le multinazionali e di istituire una tassa straordinaria sugli extra-profitti accumulati dai colossi dell’energia. Guarda caso, a Berlino AfD non si impenna. Ma in Italia posizioni simili sarebbero accusate di blasfemia egualitaria.

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22/09/2026

Il rovescio della Luna

di Walter Catalano

C’è un momento, nel primo episodio di For All Mankind, in cui la notizia dell’allunaggio sovietico raggiunge il Johnson Space Center come una sberla: gli americani hanno perso la Luna, e con essa un pezzo della propria identità nazionale. Sette anni e quattro stagioni più tardi, Apple TV+ ha deciso di raccontare quella stessa sberla dall’altra parte dello specchio. Star City, lo spin-off ideato dagli stessi creatori della serie madre – Ronald D. Moore, Ben Nedivi e Matt Wolpert, con Nedivi e Wolpert alla guida diretta del progetto – non è un prequel né un sequel in senso tecnico: si svolge nello stesso arco temporale della prima stagione di For All Mankind, tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, ma capovolge il punto di vista, portandoci dentro Zvëzdny Gorodok, la cittadina segreta alle porte di Mosca dove viveva e si addestrava l’intero programma spaziale sovietico. Il titolo non è metaforico: è il nome reale di quel luogo. Annunciata da Apple il 17 aprile 2024 contestualmente al rinnovo per la quinta stagione della serie madre, la produzione ha girato il suo primo blocco di riprese a Vilnius, in Lituania, a partire dal 20 febbraio 2025, chiudendo la lavorazione in agosto. È andata in onda dal 29 maggio 2026, lo stesso giorno in cui For All Mankind chiudeva la propria quinta stagione – una sovrapposizione di calendario evidentemente voluta, quasi un passaggio di consegne simbolico. La prima stagione conta otto episodi, i primi due rilasciati insieme e poi a cadenza settimanale fino al finale del 10 luglio. Dietro la macchina da presa del pilot c’è Nick Murphy, anche produttore esecutivo; nel cast, tra gli altri, Rhys Ifans nei panni non dichiarati del “Capoprogettista” (una figura che ricalca, senza mai nominarlo apertamente, Sergej Korolëv), Anna Maxwell Martin nel ruolo della glaciale responsabile della sorveglianza del KGB Ljudmila Raskova, Agnes O’Casey, Alice Englert, Solly McLeod, Adam Nagaitis, Ruby Ashbourne Serkis, Josef Davies e Niamh Algar. Prima ancora della messa in onda, la stampa statunitense aveva già inquadrato l’operazione come il primo vero spin-off della storia di Apple TV+ – a voler essere pignoli, il secondo se si conta l’esperimento minore di Perfect Strangers, ma il primo a espandere davvero un universo narrativo strutturato.

Il primo dato su cui la critica converge è che Star City non ha bisogno della serie madre per funzionare: si può guardare senza aver mai visto un episodio di For All Mankind, e regge benissimo da sola. È un risultato tutt’altro che scontato per uno spin-off che condivide showrunner, ambientazione temporale e persino alcuni personaggi: Sergei Nikulov e Irina Morozova, comparse minori di For All Mankind interpretate lì da altri attori, tornano qui – con un nuovo cast – da giovani, ricevendo per la prima volta una storia d’origine propria. La differenza sostanziale sta nel registro. For All Mankind è nata come dramma corale ottimista, quasi un poema sull’ingegno umano che si tinge via via, stagione dopo stagione, di una soap opera familiare sempre più dilatata: matrimoni, tradimenti, generazioni di figli e nipoti che si accumulano fino a diventare, secondo più di una recensione, un peso morto sulla struttura narrativa. Star City rovescia il rapporto tra le componenti: il centro non è la famiglia allargata ma il sospetto, non l’ottimismo ma la paranoia di un sistema che sorveglia se stesso. Dove la serie madre guardava verso l’alto, verso l’impresa tecnica come atto di fede collettiva, lo spin-off guarda verso il basso – corridoi, uffici, camere da letto sorvegliate – e trasforma la corsa allo spazio in un romanzo di spionaggio con l’astronautica sullo sfondo. È precisamente questa sottrazione di melodramma a favore della tenuta psicologica dei personaggi il punto su cui più di un recensore ha riconosciuto alla serie una maturità superiore a quella del prodotto originario, pur senza mai sminuire quest’ultimo.

Il meccanismo ucronico – l’Unione Sovietica che arriva per prima sulla Luna – non è mai, in Star City, un semplice pretesto per l’estetica retrofuturista. È il motore stesso del racconto politico. La vittoria lunare sovietica diventa immediatamente materia di propaganda di Stato, e la narrazione insiste su un punto colto con favore dalla critica: lo spazio, in questo universo alternativo, non è conquista scientifica disinteressata ma strumento di legittimazione del potere. Le missioni vengono decise, accelerate o insabbiate non in base a criteri tecnici ma alla loro utilità come vittoria d’immagine da esibire in funzione anti-americana. Un episodio arriva a mettere in scena un ammutinamento burocratico interno pur di proteggere la narrazione ufficiale di successo, e più di una recensione ha sottolineato come la serie costruisca un parallelo scomodo ma efficace fra la costruzione del mito della cosmonauta e le battaglie, storicamente reali, delle prime astronaute americane contro l’establishment NASA: la propaganda di regime, in altre parole, non è poi così lontana da altre forme, più morbide ma non meno reali, di strumentalizzazione del corpo femminile a fini di immagine nazionale.

Ed è proprio nel secondo episodio, intitolato “A Bear on a Chain”, che la serie rivela un taglio intellettuale più raro di quanto il genere lasci presagire: un personaggio cita, quasi di sfuggita, Nikolaj Fëdorov, il bibliotecario-filosofo ottocentesco padre del cosmismo russo, la corrente di pensiero che legava l’esplorazione dello spazio a un progetto di redenzione collettiva e di vittoria scientifica sulla morte, e che per vie traverse – attraverso l’allievo Ciolkovskij – arrivò a influenzare concretamente l’astronautica sovietica. È un riferimento minimo, quasi subliminale nel montaggio, eppure segnala una cura documentaria non scontata: la serie non si limita a citare Fëdorov come sfondo culturale plausibile, ma lo usa per suggerire che dietro l’ossessione sovietica per lo spazio non c’era soltanto propaganda di Stato, ma anche un sostrato ideologico più antico, mistico, quasi religioso, che il marxismo ufficiale aveva ereditato e riconvertito ai propri fini. È un dettaglio che pochissime produzioni americane si sarebbero prese la briga di inserire, e che restituisce alla serie uno spessore da romanzo storico più che da semplice period drama di genere.

Sul piano della messa in scena, il consenso è compatto: la fotografia desatura la tavolozza calda e ottimista da “Mad Men sovietico” della serie madre in favore di grigi istituzionali, verdi militari e bianchi ingialliti dal fumo di sigaretta, fino alla neve, descritta come visivamente stanca. Scenografia, architettura, segnaletica in cirillico e ricostruzione degli interni di Zvëzdny Gorodok vengono lodate quasi ovunque come il punto di forza più solido della produzione, sorretta da un budget che For All Mankind raramente ha potuto permettersi con questa cura nei dettagli materiali.

Va però corretta, sul piano dei fatti, un’impressione diffusa fuori dagli Stati Uniti: la critica statunitense non ha affatto premiato una scelta di casting basata su fisionomie lontane da quelle anglosassoni. È vero l’esatto contrario, ed è diventato uno dei punti più controversi della ricezione. Se For All Mankind affidava i ruoli sovietici ad attori di origine russa o dell’Est Europa, o comunque ad attori che tentavano un accento russo credibile, Star City ha scelto un cast in larghissima parte britannico, irlandese, gallese e australiano che conserva il proprio accento originale, senza alcun tentativo di inflessione slava. Alcune testate hanno bollato la scelta come straniante e mal calibrata; altre l’hanno letta come una stilizzazione deliberata, un modo per evitare la caricatura da Guerra Fredda a favore di una recitazione trattenuta, più interessata alla verità emotiva che alla verosimiglianza fonetica. Ma la polemica, a ben vedere, nasce da un equivoco di genere che una minima disciplina diegetica basterebbe a sciogliere: sarebbe assurdo che dei sovietici, in casa propria, parlassero fra loro con un accento russo – nella finzione narrativa sono madrelingua, e l’inglese che sentiamo non è altro che la traduzione convenzionale del russo che i personaggi credibilmente parlano, esattamente come accade in decine di film e serie ambientati in paesi non anglofoni. L’accento russo, semmai, avrebbe senso solo nella prospettiva opposta, quella di For All Mankind, dove i sovietici sono percepiti da un punto di vista americano, straniero: lì l’inflessione serve a segnalare l’alterità. In Star City, che adotta invece il punto di vista interno, quella stessa inflessione sarebbe stata un artificio ancora più immotivato. Letta così, la scelta di casting smette di essere un difetto di verosimiglianza e diventa una decisione coerente col cambio di prospettiva che è la ragion d’essere stessa dello spin-off.

Sul fronte narrativo puro, è la spina dorsale da spy thriller a reggere l’intera stagione, ed è qui che Star City dimostra la sua distanza più netta dalla serie madre. La regia del KGB, incarnata dalla Raskova di Anna Maxwell Martin, non è un ornamento gotico ma un meccanismo narrativo che struttura ogni relazione: matrimoni combinati imposti dallo Stato, sospetti di sorveglianza americana che costano vite umane in missione, dossier che si accumulano su ogni personaggio come una minaccia sempre presente e mai risolta. Il paragone più citato dalla critica è con The Americans, il capolavoro di spionaggio coniugale ambientato dall’altra parte della stessa Guerra Fredda, e il confronto regge solo in parte. Come The Americans, Star City fa della sorveglianza reciproca il tessuto connettivo di ogni rapporto – coniugale, professionale, amicale – e affida la tensione più a ciò che i personaggi non possono dirsi che a colpi di scena eclatanti. Ma dove la serie di Weisberg e Fields lavorava per sottrazione, lasciando che l’ambiguità morale dei due protagonisti restasse irrisolta per intere stagioni, Star City è ancora, nella sua prima annata, un impianto più didascalico: lo Stato sovietico resta più chiaramente collocato dalla parte del torto, i margini di zona grigia più ristretti. È esattamente il limite che alcuni recensori hanno indicato: la componente di spionaggio non raggiunge ancora la densità psicologica del proprio modello dichiarato, e la caratterizzazione, specie nei primi episodi, resta talvolta più funzionale che approfondita. È un’obiezione legittima, e segnala il vero punto debole della stagione: non tutti i personaggi minori reggono lo stesso peso dei protagonisti. Ma il disegno complessivo – la burocrazia del sospetto come vera antagonista, più delle singole spie – resta coerente e ben calibrato, ed è proprio l’assenza di soluzioni facili, di redenzioni morali troppo nette, a distinguere la serie dal tono più consolatorio che For All Mankind aveva progressivamente assunto.

Non tutta la stampa ha applaudito senza riserve. Alle recensioni entusiaste, che hanno definito la serie impeccabile, cupa e completamente notevole, si affiancano letture più caute, e alcune reazioni di pubblico hanno lamentato una rappresentazione dell’Unione Sovietica giudicata sbilanciata, quasi caricaturale nel suo pessimismo, in contrasto con la simpatia mai negata che For All Mankind riservava al programma spaziale americano. È un’obiezione che rovescia l’argomento opposto: se da un lato la serie viene lodata per la complessità psicologica dei suoi personaggi, dall’altro le si rimprovera un impianto ideologico di fondo – Stato sovietico oppressivo per definizione – che rischia di appiattire proprio quella complessità in una cornice già scritta in partenza. È una tensione che i prossimi episodi, se la serie verrà confermata, dovranno affrontare più esplicitamente.

Resta il fatto che, nel complesso, Star City ottiene ciò che pochissimi spin-off riescono a ottenere: giustificare la propria esistenza senza appoggiarsi alla nostalgia per la serie originaria. Dove For All Mankind aveva bisogno di sei stagioni per trovare – e in parte perdere – il proprio equilibrio fra dramma umano e ambizione tecnologica, Star City arriva già formata, con un’identità visiva e tonale riconoscibile dal primo episodio, e con un’idea di fondo – lo spazio come propaganda, e persino come teologia laica, non come sogno disinteressato – che la serie madre non ha mai osato portare fino in fondo. Se il paragone diretto resta, per definizione, ingiusto verso un progetto che ha alle spalle sette anni di rodaggio contro otto episodi, il giudizio più onesto è quello suggerito da più parti: non serve che Star City duri quanto For All Mankind per essere, episodio per episodio, più tesa, più adulta e, nella sua freddezza calcolata, più vera.

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Le contraddizioni del PD dietro le esternazioni sulla guerra di Virginia Libero

di Domenico Moro

Le esternazioni della leader dei Giovani democratici, Virginia Libero, sono piuttosto curiose, ma interessanti, perché ci dicono qualcosa sulla situazione attuale nel nostro paese (e non solo). Premetto che il pericolo che l’Europa (e l’Italia) sia coinvolta per la prima volta dalla fine del Secondo conflitto mondiale (ex Jugoslavia a parte) in una guerra generale sul suo territorio si sta facendo sempre più preoccupante. L’abbattimento recente di un drone russo da parte di due caccia italiani, schierati in Europa orientale, ne è una prova. 

Comunque, per quanto riguarda Virgina Libero la sua dichiarazione contro il riarmo e la guerra e a favore della diserzione appare abbastanza curiosa. Infatti, il suo partito, il Pd, è non solo favorevole al riarmo e all’appoggio militare all’Ucraina (dato che sarebbe stata aggredita da Putin), ma è storicamente sempre stato favorevole alle guerre “umanitarie” intraprese dall’Occidente collettivo (compresa l’aggressione alla Libia voluta soprattutto dal presidente Napolitano, del Pd), garante della Nato e soprattutto espressione del capitale transnazionale (magari della frazione democratica-Usa), quello che sta alla radice delle tendenze imperialistiche. 

Malgrado ciò, penso che limitarsi a dire questo sia insufficiente. Quella di Virginia Libero non saprei dire quanto sia stata una uscita spontanea o calcolata. Ad ogni modo, è stata ripresa e criticata da molti esponenti del Pd, e appoggiata da altri, come Orfini e Scotto. Il giorno dopo la sua esternazione, Virginia Libero ha ritrattato in parte, dicendo che non si riferiva all’Ucraina che sarebbe – comunque – il paese aggredito.

Ci si potrebbe chiedere a questo punto a quale guerra si riferisse, visto che quella tra Ucraina e Russia è l’unica guerra in cui potremmo essere coinvolti direttamente. 

Ma il punto è un altro, cioè che probabilmente la sua uscita rifletta una contraddizione interna al Pd. Cioè la contraddizione tra la sua natura di classe, ossia l’essere garante del capitale transnazionale e della Nato, e la necessità di recuperare fasce di elettorato popolare, che si è allontanato dal Pd e senza le quali non può vincere alle prossime politiche. È la contraddizione della segreteria di Elly Schlein dall’inizio: la volontà di rifarsi un look di “sinistra” e di continuare a tenere insieme nel partito russofobi e guerrafondai e soprattutto, tranquillizzare i veri potenti su tutta una serie di temi. 

E questo ci dice un’altra cosa e cioè che in Italia (ma anche in Germania e in altri paesi dell’Europa occidentale) la maggioranza della popolazione è contro l’invio di armi all’Ucraina e contro il coinvolgimento nella guerra. Del resto, anche Meloni, che non è stupida, lo sa e infatti, cerca di tenersi – per quello che può (anche lei deve rispondere a forze potenti) – a distanza dai “volenterosi”. Infine, ci dice che il Pd è in difficoltà, perché tenere insieme capra e cavoli è sempre più difficile. Di conseguenza, le forze politiche, sindacali e sociali che sono pacifiste devono proseguire tenacemente con i loro attacchi al riarmo e alla guerra, allargando, se possibile, ancora di più le contraddizioni nel fronte opposto favorevole alla guerra e mettere in difficoltà quei partiti che hanno il piede in due scarpe dal Pd alla Lega del sempre più contraddittorio Salvini.

Il punto vero, e qui concludo veramente, è che c’è un divorzio, sempre più evidente, tra potere politico-economico e consenso di massa nei paesi Europei occidentali, come dimostra anche il risultato elettorale in Germania dell’AfD. È questo che bisogna sfruttare per bloccare guerra e riarmo.

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Il “centrosinistra” è finito

di Giorgio Cremaschi

A Berlino ha vinto la Linke che si dichiara apertamente per il socialismo, con una candidata sindaca – Elif Eralp – che ha proposto l’esproprio delle grandi proprietà immobiliari. Immaginiamo la destra italiana, ma anche i sindaci di centrosinistra delle grandi città, di fronte a questo programma: orrore!

La realtà è che con il dilagare del voto di protesta per i reazionari e razzisti di AfD, che si sono affermati anche in Mecklemburgo e Pomerania, il tradizionale centrosinistra si scioglie come neve al sole, e prima di tutto sparisce proprio il centro. Questo non solo in Germania, ma in tutta Europa.

Il centro liberale e guerrafondaio e la sinistra che si è fatta assorbire da esso, vengono travolti da quella estrema destra che è stata alimentata dalle loro stesse politiche. L’austerità, le privatizzazioni, il privilegio ai ricchi, la distruzione dei servizi pubblici, la precarietà, i bassi salari e l’insicurezza sociale, son stati tutti avviati dai governi rappresentati nella UE da Ursula von der Leyen. Persino i muri contro i migranti sono oggi sostenuti dall’Unione Europea.

E ora alle politiche neoliberali si aggiungono quelle di di riarmo e i propositi di guerra alla Russia. Merz ha inaugurato le sua catastrofica campagna elettorale con un riarmo di 1.000 miliardi finanziato dal taglio alle pensioni. Il miglior artefice dei successi di AfD è il cancelliere tedesco a capo della coalizione di democristiani e “socialdemocratici”.

L’alternativa all’estrema destra non è il centro con l’aggiunta di una “sinistra” che rinunci a essere tale. Prodi, Draghi, Gentiloni, tutti i loro omologhi liberali europei, la grande stampa che li sponsorizza, hanno torto marcio quando proclamano che le elezioni “si vincono al centro”.

È vero l’esatto contrario: per battere la destra bisogna essere anticapitalisti e pacifisti, per battere la destra bisogna rivendicare il socialismo.

In Italia solo il 18% della popolazione vuole ancora mandare armi in Ucraina, mentre il 40% vuole politiche di stampo socialista. A Berlino quasi il 50% dei giovani sotto i 34 anni ha votato per Elif Eralp. Il “centrosinistra” liberale è finito come merita, l’alternativa alla destra è il socialismo.

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Ultimatum agli yemeniti. Ma gli attacchi alle navi sono cessati da tempo

L’Occidente collettivo sta alzando i toni anche quando non dovrebbe, in particolare sulla situazione nello Yemen. “Gli Houthi nello Yemen devono cessare immediatamente tutte le loro azioni militari, minacce e attacchi contro il trasporto marittimo”. Questo è il tono di un comunicato dei ministri degli Esteri del G7 diffuso a margine dell’Assemblea generale dell’ONU.

“Le loro azioni riprovevoli delineano una pericolosa traiettoria di escalation che rischia di esacerbare ulteriormente il conflitto, di compromettere il commercio internazionale e di generare instabilità economica su scala globale”, hanno aggiunto i rappresentanti delle maggiori potenze capitaliste occidentali, ribadendo “la necessità assoluta di garantire una sicurezza marittima permanente, nonché i diritti e le libertà di navigazione in tutto il mondo”.  Inoltre hanno esortato l’Iran a porre fine alla fornitura di armi e al sostegno ai ribelli yemeniti.

A scatenare la ripresa del conflitto è stata l’Arabia Saudita

Come noto, dopo il fallimento dell’offensiva militare scatenata dall’Arabia Saudita nello Yemen nei mesi scorsi, i miliziani yemeniti del movimento Ansarallah (più conosciuti in occidente come Houthi) hanno consolidato il loro controllo sullo strategico stretto di Bab el-Mandeb, ma soprattutto stanno incidendo pesantemente sulle esportazioni saudite.

L’aver colpito l’oleodotto terrestre saudita che bypassa lo stretto di Bab el Mandeb e sfocia direttamente nel Mar Rosso, ha portato al blocco delle esportazioni petrolifere saudite. Inevitabili le ripercussioni su tutta la geografia mondiale del petrolio e sui prezzi del greggio. Si tratta indubbiamente di una preoccupazione vitale e strategica per l’Europa, ma che potrebbe avere una soluzione pratica che eviti una escalation militare che aggraverebbe la situazione.

L’allarme delle potenze occidentali sul blocco delle Stretto appare invece decisamente strumentale e funzionale a creare il clima per una spedizione militare europea contro i miliziani yemeniti. Semmai occorrerebbe portare a più miti consigli l’Arabia Saudita per disinnescare le tensioni nell’area, evitando per esempio che la competizione sul campo con gli Emirati Arabi Uniti provochi ulteriori disastri politici e militari nello Yemen.

“Come si può porre fine a questa ultima escalation? Ansar Allah, che governa su oltre il 70% della popolazione yemenita, insiste che la guerra può essere fermata revocando il blocco saudita vecchio da 12 anni” sottolinea il Middle East Eye. Mohammed al-Bukhaiti, un portavoce Houthi di alto rango, ha detto a Sky News che Sanaa cerca “di porre fine al blocco e di porre fine all’aggressione contro gli yemeniti... La palla è nel campo dei sauditi, è loro la decisione di fermare questa guerra”.

Ma l’Unione Europea vuole “mostrare i muscoli”

Ma l’occidente collettivo vive la frenesia di “mostrare i muscoli” nel Mar Rosso, avendo avuto un ruolo del tutto marginale nella guerra statunitense contro l’Iran e nella gestione della crisi nello Stretto di Hormuz.

Mentre l’Italia del ministro Crosetto si batte bellicosamente il petto, dando ordine ad una fregata militare di scortare un mercantile italiano che nessuno ha minacciato dentro il Mar Rosso, la Francia si è detta pronta a lavorare alla “messa in sicurezza delle infrastrutture energetiche saudite prese di mira dagli Houthi, adottando un approccio strettamente difensivo”.

L’attacco yemenita sulla base militare saudita di Taif che ha danneggiato un caccia Typhoon italiano, pone il problema della legittimità della presenza militare italiana in quel posto. Inoltre va rammentato che l’Italia in questi anni ha riempito di armamenti l’Arabia Saudita e funzionato da hub logistico per il transito di armi verso Riad, come hanno ripetutamente denunciato i portuali italiani.

Ma, nonostante queste contraddizioni in pancia, la svalvolata Kallas, responsabile della politica estera europea, ha raccolto il grido di Crosetto e sollecitato ufficialmente il rafforzamento della missione navale militare Aspides già operativa nella regione a ridosso del Mar Rosso.

Gli attacchi alle navi in transito sono cessati da un pezzo

In realtà sono molti mesi che i miliziani di Ansarallah non attaccano navi che transitano nello Stretto di Bab el Mandeb. Il fatto che controllino lo Stretto non significa automaticamente che le navi siano state attaccate. L’ultimo attacco dei miliziani yemeniti ad un nave risale infatti all’11 agosto 2026, quando presero di mira una piccola nave mercantile chiamata “Tihamah” (battente bandiera della Tanzania) che transitava nello Stretto di Bab el-Mandeb. Dopodiché non sono stati registrati altri attacchi a navi in transito. In più dichiarazioni pubbliche i miliziani yemeniti hanno affermato di non avere – per ora – intenzione o ragione di attaccare navi italiane o statunitensi che transitano nello Stretto.

L’allarme sollevato dal G7, da Crosetto o dalla Francia contro i miliziani yemeniti appare dunque del tutto strumentale.

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Riarmo europeo = crescita zero e austerità. L’Italia “mischia” i conti delle spese militari

La corsa al riarmo europeo è un boomerang economico e finanziario dalle proporzioni allarmanti, ma le classi dirigenti del Vecchio Continente fanno finta di nulla. Dietro gli annunci di Bruxelles e gli impegni assunti in sede NATO, il quadro delineato da documenti ufficiali e relazioni istituzionali mostra che la deriva guerrafondaia non porterà crescita economica, ma solo tagli alla spesa sociale.

A fare chiarezza sugli effetti macroeconomici della clausola di salvaguardia nazionale per le spese militari, approvata dalla Commissione Europea, è uno studio commissionato da un’altra Commissione, quella per i problemi economici e monetari (ECON) del Parlamento Europeo.

Ricordiamo che il meccanismo della clausola prevede di escludere dai vincoli di bilancio gli esborsi per la difesa aggiuntivi rispetto al 2021, fino a un massimo dell’1,5% del PIL all’anno tra il 2025 e il 2028. Ma un’esclusione “amministrativa” non cancella gli effetti reali... Il problema è quel che succederà dopo.

Andando con ordine, la prima promessa propagandistica che il rapporto smonta è quella che le iniezioni di fondi per il complesso militare-industriale possa fungere da volano per l’economia. Falso. Gli studiosi dell’Europarlamento affermano che la stima della stessa Commissione UE (appena lo +0,5% annuo) sia fin troppo ottimistica.

Il moltiplicatore fiscale della difesa è infatti inferiore a uno (produce cioè meno di un euro di ricchezza per ogni euro speso), e del tema – e di come è stato manipolato per promuovere il riarmo – ne abbiamo già parlato sul nostro giornale. Quel che lascerà, a partire dal 2029, sarà un sistema produttivo che per sopravvivere avrà bisogno di conflitti, non sarà più ricco di prima, e dovrà fare comunque i conti col ritorno ai precedenti vincoli di bilancio.

Gli economisti dell’ECON avvertono che i paesi ad alto debito – tra cui si indicano esplicitamente Italia, Ungheria, Spagna, Portogallo, Grecia e Polonia – saranno costretti a realizzare consistenti avanzi primari strutturali. Ciò richiederà inevitabilmente aumenti delle tasse o pesanti tagli alle altre voci del bilancio pubblico, o un mix di entrambi, col rischio di arrivare addirittura a deprimere le economie nazionali.

Per limitare i danni, gli autori suggeriscono di non utilizzare per intero la clausola e di sfruttare la quota concessa da Bruxelles per la sicurezza energetica (pari allo 0,3% annuo e allo 0,6% complessivo tra il 2026 e il 2028), che si spera possa attivare meccanismi più virtuosi. La quota che il governo italiano ha, infatti, immediatamente affermato di voler utilizzare.

Parlando dunque del Belpaese, bisogna però dire che, se Roma rimarrà imbrigliata negli indirizzi strategici della deriva bellicista europea e ai target NATO, la situazione non sarà di certo migliore, anzi rischia di avere toni ancora più foschi, dato che ogni euro dovrà essere messo nel comparto militare.

Infatti, nel 2025 l’Italia ha formalmente centrato l’obiettivo atlantico del 2% del PIL destinato alla Difesa. Tuttavia, la Corte dei Conti, nella Relazione sul Rendiconto generale dello Stato del 2025, mette in luce come tale traguardo sia frutto di una semplice riscrittura contabile, e non di nuove risorse stanziate.

Il target è stato centrato allargando il perimetro del bilancio integrato in chiave NATO e riclassificando in quell’ambito voci relative ad altri ministeri: i trattamenti pensionistici delle forze dell’ordine, alcune risorse per la cybersicurezza, investimenti nell’industria spaziale e in infrastrutture dual use, esborsi per Guardia di Finanza e Capitaneria di Porto e, infine, gli stanziamenti del Ministero delle Imprese per programmi d’arma, saliti da 1,8 miliardi nel 2024 a 2,9 miliardi nel 2025, oltre a fondi per missioni internazionali ed elementi del PNRR.

Dunque, la spesa militare è nettamente aumentata sui libri contabili, ma neanche quanto vorrebbero Bruxelles e Washington. La Corte ha sottolineato l’assenza di trasparenza e omogeneità nei dati, e il “gioco delle tre carte” sulle voci di bilancio può andare bene per tenere calmi gli animi.

Però, una volta giunti alla scadenze, gli obiettivi dovranno essere raggiunti. Il che significherà l’ennesimo massacro sociale per le classi popolari italiane.

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L’ultimo tassello della reintroduzione del razzismo nella scuola

Dal palco di Fenix la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato con toni trionfalistici e parecchia enfasi un tetto del 30% di alunni stranieri per classe e il divieto di niqab e burqa in aula. Il Ministro Valditara porterà le misure in un decreto al prossimo Consiglio dei ministri, mentre la Lega ragiona sulla revoca del permesso di soggiorno alle famiglie che non mandano le figlie a scuola.

USB Scuola denuncia una linea politica che tratta i figli degli immigrati come un problema da contenere e che non affronta i nodi problematici della scuola statale. Una linea che porta dentro le scuole una logica di respingimento fino a oggi estranea alla scuola pubblica statale.

I numeri non descrivono nessuna emergenza. Gli alunni con background migratorio sono circa 931 mila, l’11,6% del totale, e due terzi di loro sono nati in Italia. Le classi in cui gli alunni di prima generazione superano il 20% sono circa mille su oltre 300 mila. Il tetto del 30% esiste già dalla circolare Gelmini del 2010 e non è mai stato applicato, perché le famiglie vivono dove gli affitti costano meno e i bambini frequentano la scuola del loro quartiere. Invece di intervenire su casa, servizi e organici, vale a dire sui nodi che rispondono ai bisogni di tutte e di tutti, il Governo sposta il problema sui bambini immigrati. Distribuire alunni tra istituti diversi in base alla cittadinanza e alla conoscenza dell’italiano significa classificarli per origine, e una scuola costituzionale non può farlo.

Colpisce che il presidente dell’ANP, Antonello Giannelli, abbia definito la questione “fondata e condivisibile” in termini didattici, limitando i dubbi alla difficoltà di trovare una soluzione tecnica. Sul piano didattico e pedagogico non esiste alcun elemento che giustifichi il tetto. Le difficoltà nelle classi con molti alunni arrivati da poco nel nostro Paese dipendono dal numero insufficiente di docenti e ATA, dalle ore di italiano come seconda lingua, dalla presenza esigua di personale di supporto, e non dalla nazionalità di chi siede tra i banchi delle nostre scuole. Riconoscere al Governo la ragione di principio e discutere soltanto le modalità di applicazione offre una copertura di legittimità a una scelta politica aberrante.

Le domande poste da molti dirigenti scolastici sono giuste: cosa facciamo, li mandiamo via? La risposta è che nessun bambino va mandato via, e che il principio stesso va respinto.

I dati sull’abbandono scolastico, 26,2% tra chi non ha la cittadinanza italiana contro il 6,7% degli italiani, indicano dove intervenire. Le scuole che accolgono di più sono anche quelle a cui lo Stato ha dato di meno, e un tetto non aggiunge un’ora di italiano né un insegnante in classe.

USB Scuola chiede investimenti straordinari per aumentare gli organici di docenti e di personale ATA. Servono docenti specializzati nell’insegnamento dell’italiano come seconda lingua, docenti di sostegno e mediatori linguistici in compresenza, più collaboratori scolastici e assistenti amministrativi per accompagnare l’accoglienza e le pratiche delle famiglie, con risorse stabili e assunzioni a tempo indeterminato. L’integrazione di tutti gli alunni si costruisce con più personale e più tempo scuola, in classi dove nessun bambino viene contato come una quota. Tutto il resto è demagogia di basso livello.

USB Scuola respinge queste forme di propaganda elettorale e invita docenti, personale ATA e dirigenti scolastici a contrastare queste misure retrograde e anticostituzionali.

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IA, dalla soluzione del problema matematico del millennio ai riders, senza sicurezza

L’8 settembre OpenAI ha annunciato di aver prodotto una soluzione al problema dell’esistenza e regolarità delle equazioni tridimensionali di Navier-Stokes, uno dei sette Millennium Prize Problems.

Se la dimostrazione supererà definitivamente il vaglio della comunità matematica, si tratterà di un risultato storico, non soltanto perché riguarda una questione rimasta aperta per circa novant’anni, ma anche per il modo in cui sarebbe stato raggiunto, attraverso un sistema interno di intelligenza artificiale e una dimostrazione successivamente formalizzata in Lean.

Quasi contemporaneamente è nato un conflitto sull’attribuzione del risultato. Tristan Buckmaster e Levent Alpöge stavano infatti lavorando su problemi strettamente collegati, mentre Buckmaster aveva utilizzato intensamente Codex durante la propria ricerca.

OpenAI sostiene, dopo una verifica interna, che quelle interazioni non possano aver contribuito al sistema che ha prodotto la soluzione e riconosce al gruppo concorrente la priorità su un risultato relativo alle equazioni di Euler; Buckmaster, da parte sua, ha contestato il modo in cui la vicenda è stata gestita e ha sollevato il problema dell’accesso ai materiali inseriti nel sistema durante il proprio lavoro.

Non vi sono elementi sufficienti per trasformare questa controversia in una prova di appropriazione, ma proprio per questo la questione più interessante sembra stare altrove: nel fatto che diventi sempre più difficile attribuire in modo semplice una conoscenza quando essa viene prodotta attraverso strumenti che concentrano al proprio interno quantità crescenti di sapere accumulato socialmente.

La formula secondo cui “l’IA ha risolto Navier-Stokes” tende infatti a trasformare il sistema tecnico in un nuovo soggetto della produzione scientifica, mentre dietro quel risultato continuano a trovarsi decenni di matematica, informatica e fisica, ricerca pubblica e privata, software, infrastrutture materiali e lavoro di programmatori e ricercatori.

Più che un’intelligenza comparsa improvvisamente accanto a quella umana, ciò che abbiamo di fronte sembra quindi una forma particolarmente avanzata di intelligenza sociale oggettivata.

È un processo che Marx aveva già intravisto nei Grundrisse, quando osservava come il sapere sociale tendesse a incorporarsi nel sistema delle macchine, e poi sistematizzato nel primo libro de Il Capitale.

Con l’intelligenza artificiale, tuttavia, questo movimento investe direttamente il lavoro mentale, ed è qui che le riflessioni di Guglielmo Carchedi risultano particolarmente utili. Progettare, programmare, produrre una dimostrazione matematica o trasformare determinate conoscenze in conoscenze nuove NON costituisce infatti un’attività “immateriale” nel senso di estranea al processo produttivo, ma un lavoro nel quale vengono impiegati tempo, capacità e forza-lavoro.

Ciò che il capitale aveva compiuto storicamente nei confronti di molte forme di lavoro manuale, osservandole, scomponendole e incorporandone progressivamente le capacità nella macchina, può quindi estendersi ad una parte crescente del lavoro mentale.

Non ogni interazione con un sistema di intelligenza artificiale produce direttamente valore, così come non ogni contenuto viene automaticamente utilizzato per addestrare un modello. Quando però questi strumenti vengono impiegati su scala di massa, costituiscono anche un enorme spazio di sperimentazione sociale nel quale diventano progressivamente visibili problemi, procedure, errori, criteri di valutazione e forme di conoscenza pratica che fino a ieri rimanevano disperse nell’attività di milioni di individui.

Da questo punto di vista, quanto sta avvenendo presenta una continuità con la storia del software libero. GNU/Linux aveva già mostrato come una comunità distribuita potesse produrre e perfezionare un’infrastruttura estremamente complessa mettendo in comune codice e conoscenze.

Il movimento del software libero aveva cercato consapevolmente di impedire l’appropriazione esclusiva del codice, fino a costruire strumenti come il copyleft, ma la proprietà comune del software non comportava quella comune dei server, delle fabbriche, delle piattaforme o della ricchezza prodotta attraverso quella base tecnica. Il capitale poteva quindi utilizzare una conoscenza rimasta comune per ridurre i propri costi e produrre profitto altrove, socializzando una parte dei costi della produzione del sapere senza rinunciare all’appropriazione privata dei risultati.

Con l’intelligenza artificiale il meccanismo si amplia ulteriormente, perché non riguarda più soltanto comunità relativamente ristrette di sviluppatori che scelgono consapevolmente di mettere in comune il proprio lavoro.

Quando questi strumenti entrano nella produzione, il progettista che corregge una soluzione, il programmatore che riformula una richiesta, il ricercatore che verifica un risultato o il tecnico che individua un errore, rendono indirettamente formalizzabili parti della propria attività, cosicché una quota del loro sapere può essere incorporata nel mezzo tecnico e ripresentarsi successivamente come capacità appartenente all’impresa che controlla quell’infrastruttura.

Se il caso Navier-Stokes pone quindi il problema dell’origine sociale della conoscenza incorporata nella macchina, un secondo episodio recente consente di guardare alla stessa questione dal lato dell’autonomia operativa dei sistemi.

Durante una valutazione di cybersicurezza condotta da OpenAI, un agente che avrebbe dovuto operare all’interno di un ambiente controllato è riuscito a sfruttare una vulnerabilità per raggiungere Internet, utilizzare un’infrastruttura esterna come base e arrivare successivamente a compromettere sistemi di Hugging Face.

La ricostruzione tecnica pubblicata da quest’ultima descrive una sequenza prolungata di azioni attraverso cui il sistema ha oltrepassato il perimetro originario e utilizzato risorse esterne nel tentativo di raggiungere l’obiettivo assegnato.

La lettura più immediata sarebbe quella della macchina che “sfugge al controllo”, ma rischierebbe di essere anche la meno utile. Non occorre infatti attribuire agli agenti una volontà di ribellione: il problema nasce proprio perché la capacità di trovare percorsi non interamente prescritti in anticipo costituisce una delle ragioni della loro utilità. Quanto maggiore diventa questa autonomia operativa, tanto più difficile risulta prevedere tutti i mezzi attraverso cui l’obiettivo assegnato verrà perseguito.

La tensione sembra quindi collocarsi meno tra una macchina obbediente e una macchina ribelle e molto di più tra l’autonomia necessaria al funzionamento di questi sistemi e la necessità di mantenerne sotto controllo gli effetti.

È anche in questo quadro che possono essere lette le dichiarazioni allarmate provenienti da alcuni dirigenti delle maggiori imprese del settore. Dario Amodei di Anthropic ha recentemente proposto di rallentare la crescita delle capacità dei modelli, accompagnando questa richiesta con l’ipotesi di maggiore coordinamento tra le imprese della frontiera e con la necessità di mantenere il vantaggio statunitense rispetto alla Cina, anche attraverso controlli più stretti sull’accesso alle tecnologie avanzate.

Sarebbe riduttivo leggere queste posizioni soltanto come una presa di coscienza dei rischi tecnologici, così come sarebbe altrettanto riduttivo considerarle una semplice costruzione strumentale. Il rischio può essere reale e, nello stesso tempo, assumere una funzione precisa nella competizione tra capitali e tra Stati.

Lo si vede proprio quando la questione incontra la Cina, perché se lo sviluppo dei sistemi più potenti richiede effettivamente maggiore cautela, un rallentamento unilaterale può trasformarsi immediatamente in uno svantaggio strategico.

Non a caso le richieste di maggiore sicurezza convivono con una competizione sempre più aspra sul controllo dei semiconduttori, della capacità di calcolo, dei modelli e delle infrastrutture digitali, mentre anche in Europa le proposte americane di rallentamento vengono lette da alcuni attori industriali come un possibile consolidamento del vantaggio già acquisito dalle imprese statunitensi.

Ogni blocco avrebbe così interesse a ridurre i rischi senza perdere la propria posizione relativa, o facendo in modo che siano gli altri a sopportare il costo maggiore del rallentamento. Una questione presentata come “universalmente umana” assume quindi inevitabilmente la forma concreta dei rapporti di forza tra Stati (peraltro con un peso interno delle società private assai diverso).

A questa contraddizione geopolitica se ne aggiunge però un’altra, interna allo stesso processo di accumulazione. La corsa all’IA richiede quantità enormi di capitale immobilizzato in data center, chip, energia e reti, mentre la rapidità con cui si succedono nuove generazioni di modelli tende ad abbreviare la vita economica degli investimenti appena realizzati.

La Banca dei Regolamenti Internazionali ha stimato che le cinque maggiori imprese tecnologiche possano investire oltre mille miliardi di dollari nell’IA nel solo biennio 2025-2026, richiamando nello stesso tempo l’attenzione sull’aumento del debito, sull’opacità di parte dei finanziamenti e sul rischio che i rendimenti futuri non siano sufficienti a giustificare la massa di capitale anticipata.

Per il singolo capitale, tuttavia, rallentare autonomamente non costituisce una soluzione, perché se un’impresa rinuncia alla generazione successiva mentre un concorrente continua a investire rischia semplicemente di perdere la propria posizione. Ciò che appare razionale dal punto di vista di ogni singola impresa può quindi produrre, una volta generalizzato, una massa crescente di capitale fisso da valorizzare e, nello stesso tempo, esposta a una rapida obsolescenza.

È una dinamica che ricorda, almeno formalmente, quanto accaduto agli agenti artificiali: viene assegnato un obiettivo locale, mentre il suo perseguimento può produrre un risultato complessivo che nessun singolo soggetto aveva pianificato. Nel capitalismo ogni impresa cerca razionalmente di difendere la propria redditività, ma dalla combinazione di queste decisioni possono emergere sovraccumulazione, capacità produttiva eccedente, svalutazione e crisi, proprio perché nessun capitale può sottrarsi individualmente alla pressione della concorrenza.

È in questo spazio che in genere interviene lo Stato, tentando di imporre standard, limiti o forme di coordinamento che le singole imprese non potrebbero adottare unilateralmente senza esporsi ai concorrenti. Ciò che può disciplinare almeno temporaneamente la concorrenza all’interno di un blocco tende però, sul piano internazionale, a trasformarsi in uno strumento della competizione tra blocchi, mentre dietro il linguaggio della “sicurezza” torna la questione di chi controllerà la nuova gerarchia produttiva mondiale.

Se però la contraddizione viene rappresentata esclusivamente come un conflitto tra “umanità” e “intelligenza artificiale”, rischia di passare in secondo piano il fatto che quella macchina abbia proprietari, che gli obiettivi assegnati ai sistemi siano definiti all’interno di determinati rapporti produttivi e che qualcuno decida quali attività automatizzare e come distribuire i guadagni di produttività.

È sul terreno del lavoro che questo problema appare con maggiore chiarezza. Per la singola impresa, sostituire una parte del lavoro vivo attraverso sistemi automatici può essere perfettamente razionale. Se dieci lavoratori riescono a produrre quanto quindici, diminuisce il costo individuale della produzione e, almeno finché la nuova tecnologia non si diffonde, può comparire un vantaggio rispetto ai concorrenti.

Quando però l’innovazione si generalizza, il nuovo livello di produttività diventa la norma e quel vantaggio tende a scomparire, lasciando un processo produttivo che mette in movimento una quantità crescente di mezzi tecnici attraverso una quantità relativamente minore di lavoro vivo.

L’intelligenza artificiale non crea, in questo senso, una contraddizione radicalmente nuova, quanto piuttosto estende al lavoro mentale una dinamica che accompagna la grande industria da molto tempo.

Nella teoria marxiana la macchina non produce autonomamente nuovo valore, ma trasferisce progressivamente ai prodotti quello già incorporato in essa, mentre il nuovo valore continua a dipendere dal lavoro vivo. Eppure la concorrenza spinge ogni capitale a ridurre continuamente proprio la quantità relativa di quel lavoro necessaria alla produzione.

Questo non significa che l’automazione debba produrre immediatamente una crisi, perché l’aumento della produttività può accrescere il plusvalore relativo, ridurre il costo dei mezzi di produzione e creare nuovi settori.

Resta però una tensione strutturale, nella misura in cui la stessa dinamica che accresce la produttività tende anche a restringere relativamente la base di lavoro vivo sulla quale poggia il processo di valorizzazione.

Sarebbe difficile sostenere che i dirigenti delle imprese tecnologiche ragionino consapevolmente in questi termini quando chiedono di rallentare lo sviluppo dell’IA. Più plausibilmente, la contraddizione emerge attraverso questioni apparentemente separate – sicurezza, occupazione, investimenti, stabilità sociale e competizione geopolitica – che rinviano tutte alla difficoltà di governare una forza produttiva che il capitale è nello stesso tempo costretto a sviluppare.

Per questo la scelta tra accelerare e rallentare rischia di essere posta male. Il capitale deve accelerare perché la concorrenza lo impone, ma deve anche tentare di controllare gli effetti di quella stessa accelerazione; deve sviluppare una tecnologia prima dei concorrenti e contemporaneamente impedire che essi possano svilupparla con la stessa rapidità; deve ridurre il lavoro necessario alla produzione e continuare nello stesso tempo a trovare lavoro vivo sufficiente alla valorizzazione.

Ma il passaggio dal lavoro mentale alla macchina non produce effetti soltanto sui lavoratori che svolgono direttamente attività cognitive. Quando vengono incorporate nei sistemi digitali, infatti, anche funzioni come pianificare, coordinare, distribuire compiti, calcolare tempi, misurare prestazioni e assumere decisioni possono tornare a esercitare un comando sul lavoro manuale.

Da questo punto di vista la separazione tra lavoro mentale e manuale – peraltro mai assoluta, perché anche per usare le mani si pensa – non scompare, ma viene riorganizzata.

Una parte delle attività cognitive che servono a governare il processo di lavoro viene trasferita al sistema tecnico, mentre chi continua a eseguire materialmente la prestazione si trova sempre più spesso subordinato alle decisioni prodotte da quel sistema.

Il precedente storico più evidente è il taylorismo, che aveva cercato di separare il sapere dell’operaio dall’esecuzione, concentrando nella direzione la conoscenza del processo, dei tempi e dei metodi per restituire poi al lavoratore una sequenza di operazioni prescritte.

Con la gestione algoritmica questo movimento può spingersi oltre, perché una parte della stessa funzione organizzativa viene oggettivata nel mezzo tecnico. Il comando non deve più necessariamente presentarsi con il volto del caporeparto, perché può assumere quello di un’applicazione che assegna un ordine, stabilisce un percorso, registra un ritardo, costruisce un ranking o determina l’accesso alle successive occasioni di lavoro.

È proprio per questo che il caso dei rider, pur riguardando un lavoro evidentemente materiale, permette di comprendere bene cosa significhi l’oggettivazione del lavoro mentale. Il rider continua a pedalare, ritirare e consegnare fisicamente una merce, mentre una quota crescente del lavoro cognitivo necessario a coordinare quella prestazione – incrociare domanda e disponibilità, assegnare la consegna, calcolare tempi e percorsi, monitorare la prestazione – viene concentrata nella piattaforma. La conoscenza organizzativa incorporata nel software si presenta così al lavoratore come una forza esterna che contribuisce a determinare le sue condizioni concrete di lavoro.

USB ha descritto questa trasformazione parlando di una subordinazione esercitata attraverso strumenti digitali, sottolineando come algoritmi, sistemi di valutazione e meccanismi di disconnessione possano svolgere funzioni che appartengono pienamente al potere datoriale.

Nei propri materiali sulla logistica ha inoltre indicato nella gestione algoritmica una forma di controllo che investe tanto i rider quanto altre figure del settore, mentre nel confronto sul recepimento della Direttiva europea 2024/2831 ha considerato insufficiente il semplice richiamo alla trasparenza degli algoritmi se non accompagnato dal riconoscimento effettivo dei diritti e della subordinazione.

La direttiva europea, pur senza mettere in discussione la proprietà delle piattaforme, riconosce del resto che i sistemi automatizzati possono svolgere direttamente funzioni di organizzazione e gestione del lavoro e prevede, oltre all’informazione, forme di supervisione umana, possibilità di contestazione delle decisioni e informazione e consultazione dei rappresentanti quando sistemi automatizzati vengono introdotti o modificati in modo sostanziale.

È in questo passaggio che la questione va oltre la richiesta di una piattaforma genericamente “più giusta”. Se l’algoritmo organizza concretamente il lavoro, conoscere i criteri con cui assegna incarichi e valuta le prestazioni, poterne contestare le decisioni e partecipare alla verifica dei suoi effetti significa iniziare a sottrarre il mezzo digitale alla condizione di scatola nera riservata all’impresa. La “trasparenza” acquista così un significato più forte quando diventa il presupposto di una capacità collettiva di intervento sul funzionamento della piattaforma.

Da qui deriva anche il significato politico dell’alfabetizzazione digitale. Se una parte crescente del sapere e del comando viene incorporata nei mezzi tecnici, una soggettività del lavoro che non sia in grado di comprenderne almeno il funzionamento essenziale rischia infatti di chiedere il controllo di strumenti sui quali non possiede alcuna autonomia conoscitiva.

La questione presenta, pur dentro condizioni storiche completamente differenti, una stretta parentela con la battaglia condotta dal movimento operaio per l’istruzione e per l’accesso dei figli dei lavoratori alla conoscenza. Anche allora il problema non consisteva semplicemente nell’acquisire competenze più utili al mercato del lavoro, ma nel sottrarre almeno una parte del sapere al monopolio delle classi dominanti.

Oggi comprendere come funzionano un algoritmo, un sistema di classificazione o una piattaforma non significa trasformare ogni rider in un programmatore, quanto piuttosto costruire gli strumenti collettivi che permettano ai lavoratori e alle loro organizzazioni di non dipendere integralmente dalla spiegazione fornita dall’impresa sul funzionamento del mezzo che li dirige.

L’alfabetizzazione digitale assume così un significato molto diverso dalla formazione aziendale all’uso di un software. Quest’ultima insegna a utilizzare più efficacemente uno strumento deciso da altri; la prima può mettere i lavoratori nelle condizioni di comprenderne abbastanza la logica da poterla discutere, contestare e, attraverso le proprie organizzazioni, intervenire sulle regole attraverso cui quella tecnologia organizza il lavoro. La questione politica torna allora anche sul tempo.

Se una nuova tecnologia consente di produrre la stessa quantità di beni o servizi con meno lavoro umano, la riduzione del lavoro necessario potrebbe tradursi in una riduzione generalizzata dell’orario. Nel rapporto capitalistico, invece, quella stessa possibilità tende a presentarsi al lavoratore nella forma del licenziamento, della dequalificazione o dell’aumento dell’intensità della prestazione di chi rimane.

È per questo che la riduzione dell’orario a parità di salario può assumere un significato che va oltre la semplice redistribuzione, perché pone direttamente la domanda su chi debba appropriarsi del tempo che la società non è più costretta a spendere nella produzione. Appropriarsi del tempo liberato, ricostruire una conoscenza autonoma sui mezzi tecnici e trasformare quella conoscenza in capacità collettiva di intervento sul processo produttivo non appaiono allora come tre questioni separate.

Sono passaggi dello stesso problema, perché una forza produttiva costruita attraverso una crescente socializzazione della conoscenza può diventare realmente emancipatrice soltanto se la sua capacità di ridurre il lavoro necessario non rimane proprietà esclusiva di chi controlla l’infrastruttura.

La soluzione delle Navier-Stokes, gli agenti che oltrepassano i confini previsti dai loro progettisti, la competizione internazionale sull’intelligenza artificiale, le enormi masse di capitale investite nei data center e un rider governato da una piattaforma possono sembrare fenomeni molto lontani. Eppure ciascuno, da un’angolazione differente, mostra come per sviluppare le proprie forze produttive il capitale abbia bisogno di una cooperazione e di una socializzazione della conoscenza sempre maggiori, mentre il controllo sulle infrastrutture e sulla destinazione della ricchezza prodotta continua a concentrarsi.

Più che chiederci se la macchina sia diventata “troppo intelligente”, potrebbe allora essere utile porre il problema al contrario: che cosa accade quando l’intelligenza necessaria alla produzione diventa sempre più sociale, mentre rimane privato il potere di decidere come utilizzarla?

È dentro questa contraddizione che la questione del controllo sulla produzione può acquistare un contenuto concreto. Decidere quali tecnologie sviluppare, con quali ritmi e per quali bisogni significa infatti anche appropriarsi del tempo che esse liberano e costruire la capacità autonoma del lavoro di comprenderne il funzionamento, fino a poter intervenire su quella “scatola nera” digitale dentro cui tende a essere incorporata una parte crescente non soltanto del sapere sociale, ma dello stesso comando sul lavoro.

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