Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/09/2026

La nuova strategia cinese di satelliti "chiavi in mano"

Si registra una nuova svolta nel settore spaziale cinese. Un’azienda privata di Pechino ha consegnato a un governo straniero il suo primo “pacchetto completo” composto da satellite e sistema di terra. La società in questione, GalaxySpace, ha realizzato e messo in orbita un satellite Lingzhi-09 Thailand CubeSat per il telerilevamento a bordo di un razzo Long March 6C. Il Dragone ha così delineato un modello inedito attraverso il quale conquistare i mercati dei Paesi in via di sviluppo.

La Cina ha infatti costruito il satellite per conto di Bangkok, lo ha lanciato usando un proprio razzo e ha pure messo a disposizione delle autorità thailandesi le apparecchiature necessarie per comunicare con il CubeSat. Sviluppato per l’Agenzia thailandese per lo sviluppo della geoinformatica e delle tecnologie spaziali (Gistda), il satellite raccoglierà dati di telerilevamento per applicazioni in ambito territoriale, agricolo ed ecologico, e supporterà anche la formazione pratica degli studenti universitari thailandesi.

La nuova strategia spaziale della Cina

Il “pacchetto chiavi in mano”, se così può essere definito, è uno stratagemma pensato dalla Cina per espandere la propria influenza nel settore spaziale internazionale e sfidare SpaceX di Elon Musk. Con la Thailandia, Pechino ha dimostrato di poter offrire una soluzione integrata dalla consegna del satellite alle operazioni di lancio, fino a includere anche la formazione del personale straniero. Nello specifico, GalaxySpace, la prima azienda cinese del settore spaziale commerciale a raggiungere una valutazione di un miliardo di dollari, ha fornito a Gistda un pacchetto chiavi in mano comprendente il veicolo spaziale, il sistema di terra e la preparazione degli addetti thailandesi.

Yang Kuan, professore associato presso l’Istituto di Tecnologia di Pechino e vicedirettore dell'Istituto di Politica e Diritto Aerospaziale, ha spiegato a Financial News che le aziende spaziali commerciali cinesi si stanno spostando dall'“esportazione di prodotti” all'“esportazione di servizi ed ecosistemi”, trasformando la tecnologia satellitare in un’offerta di servizi completa per i mercati esteri.

Non solo: questa silenziosa espansione internazionale avviene proprio mentre Pechino intensifica il dispiegamento di costellazioni satellitari sfidando il progetto Starlink di SpaceX.

La sfida a SpaceX

Se GalaxySpace si è fatta notare per aver offerto un servizio spaziale chiavi in mano, SpaceSail, altra azienda cinese rilevante nell’ambiente, ha ottenuto l’autorizzazione a fornire servizi di comunicazioni satellitari in Brasile, esplorando al contempo mercati come Malesia, Thailandia e Kazakistan. Geespace, una società sostenuta da Geely, ha invece condotto test di comunicazioni satellitari con operatori tlc in oltre 20 Paesi tra Medio Oriente, Africa, Sud Est Asiatico, Asia centrale, Asia meridionale e America Latina.

Attenzione però perché, come ha spiegato il South China Morning Post, la capacità del Dragone di esportare satelliti dipende da un duplice fattore ancora da sviluppare: i razzi ma ancor più la possibilità di lanciare satelliti a prezzi accessibili.

Secondo un recente paper del Mercator Institute for China Studies, alcuni servizi di lancio cinesi possono costare circa 20.000 dollari al chilogrammo rispetto ai circa 2.700-3.000 dollari al chilogrammo del Falcon 9 riutilizzabile di SpaceX.

A proposito: sul fronte dei razzi riutilizzabili LandSpace ha recuperato il primo stadio del suo razzo Zhuque-3 (ne abbiamo parlato qui): un traguardo necessario per consentre alla Cina di sfidare e, prima o poi forse superare, il colosso di Musk.

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Il ricordificio sui morti di lavoro

Ci deve essere un ufficio apposito, da qualche parte, che si occupa di ricordare alle nostre “autorità” le date, gli anniversari che devono essere assolutamente ricordati.

Tra queste spiccano le stragi di lavoratori, oggi Brandizzo, ieri Firenze, l’altro ieri Luana e via andando. Brevi spezzoni televisivi ricordano quelle giornate, chi ci riesce strappa due parole a un parente ormai più incazzato che affranto. Una sorta di lavatrice delle coscienze e delle responsabilità che ha molti detersivi, il governo, le forze politiche tutte, Cgil, Cisl, Uil.

Nel mezzo il nulla. O meglio, un sacco di atti unici teatrali a cui partecipano tutte le “autorità” durante i quali si fa a gara a chi si scandalizza di più, a chi si batte il petto, piano piano per favore, a chi promette provvedimenti esemplari e risolutivi. Poi, passato qualche giorno, calano le tenebre fino al prossimo ricordo suggerito dall’ufficio apposito.

Intanto i @mortidilavoro aumentano a dismisura, si vietano gli scioperi per ripararsi dal calore, si accettano le versioni di comodo dei padroni, quelle secondo cui il morto era al primo giorno di lavoro, per questo non era stato ancora denunciato all’Inail, si vieta alla commissione sicurezza del Ministero di Giustizia di scrivere nella propria relazione che l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e lesioni gravi e gravissime sarebbe un buon deterrente nei confronti di quei padroni, tanti, ancora troppi, che preferiscono gli utili alla salvaguardia della vita umana.

Il livello di gravità che ha raggiunto la questione tutela della salute e della sicurezza sul lavoro merita una grande mobilitazione che spazzi via chi se ne frega del rischio che si corre ad andare la mattina a lavorare e chi pensa di cavarsela commemorando, una tantum, tanto non costa nulla, le vittime delle loro scelte di morte.

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01/09/2026

L’imperialismo “privato” non funziona più

Possiamo prenderla da qualsiasi versante – sanità, guerra, economia, ecc. – ma la constatazione non cambia natura. Semmai cambia la dimensione, la tragicità, non il risultato. Negativo, ovviamente.

L’Occidente neoliberista, dopo quasi 40 anni di politiche fondate sul principio “il ‘privato’ sa fare qualsiasi cosa meglio del ‘pubblico’”, si trova oggi in crisi nera. Sia di egemonia sul resto del Pianeta, sia di funzionamento interno.

Come se l’efficienza dell’iniziativa privata – insuperabile quando si tratta di produrre un risultato al minor costo possibile da rivendere al prezzo maggiore possibile – diventi un handicap grave nell’affrontare problemi “sistemici” che devono occuparsi non solo del rapporto costi/ricavi, ma anche di tutto il resto che in un sistema sociale complesso ha una qualche importanza per la tenuta dell’insieme.

Facciamo un esempio semplice. Il “privato” può costruire automobili velocissime e dal consumo sempre più basso (insomma...), ma per utilizzare al massimo queste potenzialità occorre una rete stradale ben ingegnerizzata per minimizzare i colli di bottiglia e naturalmente con un fondo privo di buche, dossi, cunette ed altro che possa costringere a rallentare l'andatura del mezzo.

La rete stradale, però, al “privato” non interessa perché non è un business da cui poter ricavare un profitto (le autostrade a pagamento sì, ma solo se le costruisce il “pubblico” a spese della collettività e poi gliele lascia in “concessione”, vedi Benetton e il Ponte Morandi). Il risultato sono gli ingorghi, le rotture di pneumatici e sospensioni, i tamponamenti, le bestemmie e le liti tra automobilisti... 

Ma è sulla guerra che il fallimento delle “privatizzazioni” si mostra in tutta la sua dimensione. Abbiamo visto che poche settimane di attacchi sull’Iran hanno fatto calare ai minimi funzionali le scorte di missili intercettori (Patriot, Thaad, ecc.) e d’attacco (Tomahawk) a disposizione del Pentagono.

È insomma saltato il “modello militare-industriale” cementato da oltre 30 anni di “guerre asimmetriche”, dove una potenza tecnologicamente superiore poteva agevolmente bombardare un nemico senza difese antiaeree e senza possibilità di risposta missilistica, fino al punto da costringerlo alla resa o affrontare un’invasione di terra in condizione di forte menomazione.

Armi tecnologicamente superiori, naturalmente molto costose, gestite con una una rete di radar e satelliti senza competitori, fornite da costruttori privati che potevano vendere i loro prodotti migliori in esclusiva alla superpotenza, massimizzando i prezzi per unità e quindi i profitti.

Già con i montanari talebani dell’Afghanistan questo modello aveva dimostrato limiti insuperabili (memorabile la battuta di “Dabliu” Bush: “non possiamo sparare missili da un milione di dollari per bruciare la coda di un cammello”), ma è con l’Iran che il fallimento è diventato conclamato.

E questo chiama in causa lo Stato, quella che un tempo era la “massima concentrazione della forza”.

Ai tempi dello “Stato keynesiano” – quello che interveniva nell’economia sia con decisioni sulle imprese private sia con la gestione di aziende controllate direttamente – di fronte ad una difficoltà del genere sarebbe stato relativamente semplice e veloce pianificare un cambio di strategia industriale coerente con le nuove forme della guerra, chiamare a raccolta le migliori menti scientifiche e tecnologiche prodotte dal Paese, disporre ordinativi di produzione alle imprese di tutti i tipi (seguendo l’esempio dello sforzo bellico nella Seconda Guerra Mondiale) e quindi “dare una svolta” anche sul campo di battaglia.

Ora che, invece, lo Stato deve guardarsi bene dall’intervenire nelle decisioni aziendali, e davanti a gruppi multinazionali e/o piattaforme con bilanci simili o superiori a quello di quasi tutti gli Stati, tutto ciò è impossibile. Al massimo si possono sottoscrivere nuovi contratti, per quantitativi superiori o per nuove armi, ma subendo i prezzi, i tempi e le scelte dei produttori privati.

L’Occidente neoliberista si trova del resto, oggi, a seguire un presidente degli Stati Uniti – ancora la massima superpotenza – che fa insider trading a Wall Street producendo lui stesso le “notizie” e i fatti che possono influenzare le dinamiche dei mercati finanziari.

Un presidente, insomma, che usa il suo “potere pubblico” – fare guerre, invadere paesi, rapinare risorse (o anche soltanto tweet), ecc. – per arricchirsi in quanto “privato”. Al punto da aprire una piattaforma che “vende” anticipazioni riservate agli investitori sulle decisioni o le dichiarazioni che farà, al modico prezzo di 100.000 dollari.

La logica è completamente rovesciata. O, per lo meno, le aree di sovrapposizione tra interesse “privato-familiare” (i membri del clan Trump sono tutti coinvolti in prima persona nella fattura della “politica degli Stati Uniti”, a partire dal genero sionista Kushner) e interesse “pubblico imperiale” sono così vaste e numerose da diventare un groviglio inestricabile.

Ed inefficiente. Perché inibisce soluzioni che non rappresentino anche un vantaggio per il numeroso gruppo di “privati” – i boss delle piattaforme, i finanzieri d’assalto, le compagnie petrolifere, la “famiglia” e “gli amici degli amici”, ecc. – che guida l’astronave imperiale.

Un impasto pericolosissimo, quanto un esplosivo che trasuda nitroglicerina in un contenitore traballante...

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Burkina Faso, la Rivoluzione del pesce

Il Burkina Faso sta portando avanti una strategia di rafforzamento della propria sovranità alimentare nella quale la piscicoltura occupa un posto sempre più importante.

Sotto la guida del Capitano Ibrahim Traoré, lo sviluppo della produzione ittica viene inserito nell’“Offensive agropastorale, hydraulique et halieutique 2026-2028”, con un obiettivo preciso, aumentare in modo significativo la quantità di pesce prodotta sul territorio nazionale e ridurre la dipendenza dalle forniture esterne.

Il traguardo fissato per il periodo 2026-2028 è arrivare a 100.000 tonnellate di pesce prodotto attraverso la piscicoltura in gabbie galleggianti e portare al 65% la quota del fabbisogno nazionale coperta dalla produzione locale.

Il progetto si appoggia su esperienze che sono già operative.

A Samendéni, nel sud-ovest del Burkina Faso, la piscicoltura in gabbie galleggianti ha raggiunto 12.206 tonnellate di pesce nel periodo 2024-2025.

Le strutture utilizzate permettono, secondo i dati diffusi dalle autorità, di ottenere mediamente 3-4 tonnellate di pesce per gabbia in un ciclo di 5-6 mesi. Samendéni rappresenta quindi uno dei principali poli della nuova produzione ittica burkinabè e mostra come le risorse idriche possano essere integrate in una strategia agricola e alimentare più ampia.

Il modello non si limita però alla cattura o all’allevamento del pesce già disponibile.

Uno degli elementi fondamentali della strategia è la capacità di produrre internamente gli avannotti, cioè i giovani pesci destinati all’allevamento.

A Bagré, la stazione piscicola produce attualmente circa 150.000 avannotti alla settimana, equivalenti a circa 600.000 al mese.

Il programma di riabilitazione e potenziamento delle strutture punta a portare questa capacità fino a 4 milioni di avannotti al mese.

L’aumento della disponibilità di avannotti è considerato essenziale per consentire a un numero crescente di produttori di entrare nella filiera e aumentare progressivamente la produzione.

A Niofila, un altro sito inserito nello sviluppo della piscicoltura, sono state predisposte 20 gabbie nelle quali sono stati immessi 200.000 avannotti, con una produzione attesa di circa 100 tonnellate di pesce.

L’esperienza di Niofila si aggiunge così a quella di Samendéni e Bagré nella costruzione di una rete di siti produttivi distribuiti sul territorio.

La strategia comprende anche ciò che avviene prima e durante l’allevamento. Per evitare che la crescita della piscicoltura dipenda da input provenienti dall’esterno, il Burkina Faso sta sviluppando la propria capacità di produrre mangimi per pesci.

Nel marzo 2026 sono state inaugurate nuove unità industriali destinate proprio a questo settore.

Gli investimenti indicati dalle autorità superano 1,5 miliardi di franchi CFA e comprendono strutture a Bobo-Dioulasso e Bagré.

Le unità hanno capacità produttive comprese tra 1,5 e 2 tonnellate di mangime all’ora, mentre un’ulteriore unità installata a Bobo-Dioulasso raggiunge una capacità di circa 1 tonnellata all’ora.

La disponibilità di mangimi prodotti localmente viene considerata una delle condizioni necessarie per rendere più stabile e competitiva la filiera.

Parallelamente, il programma prevede la realizzazione di due unità per la produzione di gabbie galleggianti, due unità per la produzione di mangimi e la riabilitazione di dieci stazioni piscicole. Si tratta di un approccio che mira a rafforzare non soltanto la quantità di pesce prodotto, ma l’intera infrastruttura necessaria per sostenere la filiera nel tempo.

La tutela sanitaria costituisce un altro elemento della strategia. Nel 2025 è stata condotta una campagna nazionale di vaccinazione dei pesci.

A Samendéni risultavano già vaccinati 1.330.576 pesci su un obiettivo di 2 milioni.

L’intervento è stato inserito nelle misure volte a proteggere la produzione e a ridurre i rischi sanitari che potrebbero compromettere gli investimenti nella piscicoltura.

La politica alimentare non riguarda soltanto le strutture produttive, ma anche le persone che dovranno far funzionare questa nuova economia.

A Bagré sono stati documentati percorsi di formazione e l’ingresso di giovani nella piscicoltura in gabbie galleggianti, creando nuove competenze professionali intorno alla produzione ittica. Il settore diventa così anche uno spazio per l’attività economica e l’inserimento dei giovani, oltre che uno strumento per aumentare la disponibilità di proteine alimentari.

Un’altra iniziativa significativa riguarda le Forze di difesa e sicurezza.

Al barrage de Soum è stato avviato un progetto di piscicoltura destinato alla riconversione professionale di militari in pensione. Il programma prevede 122 gabbie, con un finanziamento di 1,2 miliardi di franchi CFA, e coinvolge 61 beneficiari.

La piscicoltura viene quindi utilizzata anche come strumento di reinserimento economico e di creazione di attività produttive.

Il quadro complessivo mostra una politica che punta a costruire una filiera nazionale partendo dalle fondamenta: acqua, gabbie, avannotti, mangimi, salute degli animali, formazione dei produttori e incremento della produzione.

Il Governo ha indicato come priorità proprio la disponibilità di avannotti e mangimi, perché senza una fornitura regolare di questi elementi l’espansione dell’allevamento ittico rimarrebbe limitata.

A Bagré, il salto previsto da circa 600.000 a 4 milioni di avannotti mensili rappresenta uno degli interventi destinati a sostenere questa espansione.

La piscicoltura si inserisce inoltre in una politica più ampia di valorizzazione delle risorse idriche del Burkina Faso.

A Samendéni, le autorità stanno lavorando sulla gestione e sulla protezione delle risorse del bacino, che vengono considerate strategiche per sostenere contemporaneamente agricoltura, allevamento e produzione ittica.

L’acqua viene così integrata in una visione che collega diverse componenti della sicurezza alimentare nazionale.

I risultati già registrati vengono utilizzati come base per la nuova fase. Secondo i dati comunicati in occasione del Consiglio dei ministri del 30 luglio 2026, durante la precedente fase dell’Offensive agropastorale, hydraulique et halieutique sono state prodotte complessivamente 58.476 tonnellate di pesce, pari al 58,47% dell’obiettivo previsto per quella fase.

La nuova programmazione 2026-2028 punta ora ad aumentare considerevolmente la capacità produttiva.

Il progetto del Burkina Faso assume quindi una dimensione precisa: produrre sul proprio territorio una quantità sempre maggiore di un alimento importante per la popolazione, sviluppando contemporaneamente le competenze, le strutture e gli strumenti necessari per farlo.

Samendéni, Bagré e Niofila rappresentano tre punti di questa trasformazione, mentre le nuove unità per mangimi, la produzione di avannotti, le gabbie, la formazione e la protezione sanitaria completano progressivamente la filiera.

Con l’obiettivo di 100.000 tonnellate di pesce in gabbie galleggianti entro il 2026-2028 e di una copertura del 65% del fabbisogno nazionale attraverso la produzione locale, la politica portata avanti dal Governo del Capitano Ibrahim Traoré colloca la piscicoltura all’interno di una visione più ampia, fare delle risorse del Burkina Faso, delle sue acque, dei suoi produttori, dei suoi giovani e delle proprie capacità produttive una base sempre più importante dell’alimentazione nazionale.

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Cambiamenti climatici. Militari e guerre pesano enormemente ma non rientrano nei calcoli

“Mission impossible”. Il Bulletin of the Atomic Scientists – la rivista fondata nel 1945 dagli scienziati che avevano costruito la bomba atomica, è che aggiorna continuamente il cosiddetto Orologio dell’Apocalisse – ha dato questo titolo ad un rapporto appena pubblicato e che denuncia il più grande “buco” nella contabilità climatica globale: le emissioni nell’atmosfera dei militari e dei conflitti bellici.

Quando nel 1997 venne firmato il Protocollo di Kyoto, gli USA pretesero e ottennero una esenzione per le emissioni militari dai requisiti di rendicontazione internazionale sulle emissioni in atmosfera.

Era stata pensata come misura temporanea per garantire l’adesione statunitense al Protocollo di Kyoto ma alla fine è diventata una limitazione strutturale dai calcoli delle emissioni e quindi nei negoziati sui cambiamenti climatici.

Quella concessione, pensata come misura temporanea per garantire l’adesione americana, è diventata la norma de facto per trent’anni di negoziati climatici. Una deroga nata per necessità diplomatica e sopravvissuta a ogni cambio di stagione politica.

Secondo i dati a disposizione, le forze armate statunitensi emettono in atmosfera circa 50-60 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente l’anno. Il Pentagono risulta essere il più grande consumatore istituzionale di petrolio a livello globale.

Ma anche in Europa, il riarmo accelerato dopo l’intervento militare russo in Ucraina del 2022, ha fatto lievitare pesantemente queste cifre. Come noto ogni jet o aereo che decolla scarica in quota non solo anidride carbonica, ma anche vapore acqueo e scie di condensazione, fenomeni che non entrano nei calcoli ufficiali.

Ma se questo è già così in tempi di pace, i dati esplodono in tempi di guerra.

Emblematici gli effetti del sabotaggio al gasdotto North Stream dove si stima che a seguito dell’esplosione siano state rilasciate ben 465.000 tonnellate metriche di metano, equivalenti e circa 13,85 milioni di tonnellate di CO₂. Oppure il caso di Gaza dove solo nei primi 60 giorni di guerra, circa il 90% delle emissioni proveniva dalle missioni aeree, con i voli cargo americani di rifornimento militare a Israele che producevano da soli 133.650 tonnellate di CO₂ equivalente.

In Iran non sono ancora state quantificate con precisione le emissioni associate all’attacco israeliano al più grande giacimento di gas del mondo, il campo di South Pars, il 18 marzo.

Secondo il Bulletin of Atomic Scientists le emissioni belliche sono dispersive nel tempo e nello spazio: gli incendi sul fronte bruciano per settimane in aree inaccessibili, le perdite di metano da infrastrutture danneggiate continuano per mesi.

Le metodologie di calcolo utilizzate dai ricercatori sono diverse: alcuni usano approcci bottom-up, cioè calcolano ogni singola sorgente, altri con un approccio top-down, cioè basati sui dati satellitari di concentrazione dei gas, ma la classificazione militare occulta molti dati operativi e rende impossibile le verifiche.

Le raccomandazioni del Bulletin of Atomic Scientists chiedono ai governi l’obbligo di rendicontazione standardizzata delle emissioni militari nei report nazionali, inclusi quelle sui conflitti in corso. Inoltre chiedono la creazione di un protocollo internazionale di misurazione delle emissioni belliche, con metodologie condivise e verificabili da terzi ed infine l’integrazione delle emissioni dovute alla ricostruzione post-bellica nei calcoli del costo climatico dei conflitti.

È doveroso sapere che a oggi nessuna di queste misure è in agenda nei negoziati climatici internazionali. Anche la conferenza COP30 tenutasi nel 2025 in Brasile non ha fatto alcun passo in aventi né prodotto alcun impegno su questo fronte.

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A scuola nessuno spazio per le ideologie militari

Le scuole non possono instaurare rapporti con chi propone ideologie militari: il diktat arriva da alcune associazioni sindacali e studentesche, come risposta alla politica del Governo Meloni di introdurre la “‘ideologia bellica” all’interno degli istituti scolastici. Un progetto presente anche nel programma di Futuro Nazionale, guidato dall’ex Generale Roberto Vannacci, che vorrebbe introdurre l’educazione militare a scuola.

La presa di posizione – avviata dalle sigle Osa, Usb e altre – propone, anche attraverso una petizione, l’interruzione e il divieto di qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola, università, ricerca e filiera militare pubblica e privata.

“Il cammino inesorabile che sembra aver intrapreso l’intero Occidente verso una guerra totale non risparmia l’istruzione: in diversi documenti ufficiali dell’UE, nel piano programmatico quinquennale del Governo Meloni, e in diverse dichiarazioni del ministro Crosetto, si evidenza la possibilità, finanche la irrinunciabile necessità di una incorporazione totale dell’istruzione di ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, nell’economia e nell’ideologia bellica”.

Le organizzazioni hanno denominato la campagna anti-militare in ambito scolastico ‘La Conoscenza Non Marcia’: “abbiamo denunciato – sostengono gli organizzatori – la crescente presenza militare nelle scuole come normalizzazione dell’apparato bellico e repressivo, dalle visite scolastiche in caserme e basi militari a corsi di formazione tenuti da forze dell’ordine ed esercito, così come il pericoloso definanziamento delle università che sta comportando una sempre più diretta canalizzazione dei fondi per la ricerca attraverso quell’industria della morte che abbiamo già visto all’opera nella complicità con il genocidio del popolo palestinese.
Progetti come il Rome Technopole, o quello della cittadella dell’aerospazio a Torino, indicano una direzione pericolosa da arrestare immediatamente”
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Il progetto verrà presentato con conferenza stampa oggi 1° settembre alle ore 15.30 presso Montecitorio, Piazza Capranica.

La campagna “’La conoscenza non Marcia’ vuole fermare tutto ciò: docenti, ricercatori e ricercatrici, studenti e studentesse, lavoratrici e lavoratori non sono disposti a studiare e lavorare per fomentare guerre, riarmo e militarizzazione. Per questo abbiamo costruito una raccolta firme a sostegno di una petizione popolare per introdurre misure normative che vietino qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola/università e filiera militare-industriale”, concludono i promotori.

Sullo stesso tema vedi anche: Una petizione contro la militarizzazione della formazione

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La situazione in Venezuela. Intervista con Stella Calloni

Stella Calloni (Entre Ríos, Argentina, 1935) è una rinomata giornalista, scrittrice, poetessa e ricercatrice specializzata in politica internazionale. Riconosciuta come una delle voci più importanti del giornalismo investigativo in America Latina, è stata corrispondente di guerra in America Centrale e nei Caraibi ed è autrice di preziosi studi sui processi politici della regione, evidenziando le sue indagini di riferimento sull’Operazione Condor (The Wolf Years, Criminal Pact).

Nel corso della sua vasta carriera, in cui ha ricevuto il Premio José Martí per il Giornalismo Latino-Americano e il Premio Rodolfo Walsh, si è distinta per il suo sguardo critico, la sua ferma difesa dei diritti umani e un costante impegno etico nell’analisi geopolitica del continente. Le forti dichiarazioni politiche di Stella Calloni sono destinate ad aprire un ricco dibattito internazionale.

Cosa sta succedendo in Venezuela?

Stella Calloni: Per me, questo mette in luce la debolezza assoluta della sinistra e degli intellettuali; era qualcosa di ovvio. Ciò cui stiamo assistendo oggi è direttamente collegato all’aver accettato silenziosamente gli eventi del 3 gennaio 2026. Nessuno ha offerto una spiegazione convincente sul perché ciò che è accaduto: un’operazione chirurgica di sole due o tre ore in cui rapiscono il presidente, lo trasferiscono all’estero e, inoltre, prendono il controllo del paese.

Fai un contrasto molto netto tra la capacità di risposta militare del Venezuela e altri episodi storici nella regione. Perché questa mancanza di resistenza ti sembra così incomprensibile?

Stella Calloni: È incomprensibile. Il Venezuela dispone di un grande esercito, dotato di radar, armi e una struttura difensiva che Chávez stesso ha lasciato organizzata. Non era una nazione indifesa. Pensiamo al caso di Panama quando fu invasa dagli Stati Uniti: era un paese di appena due milioni di abitanti, con il Comando Sud che operava all’interno del proprio territorio e una forza militare di soli 4.000 soldati in formazione, senza aviazione né armi pesanti.
Eppure, a Panama il popolo e le forze armate resistettero con ciò che avevano a disposizione. Ecco perché è inammissibile che qui non ci sia stata resistenza, se non per l’eroico esempio di 32 compagni cubani e alcune azioni isolate in caserme prive di difesa. Un’azione di tale portata non poteva mai essere compiuta senza complicità o un accordo interno.

Nella tua analisi, l’impatto non è solo militare o politico, ma anche economico e istituzionale. Come valutate i passaggi compiuti immediatamente dopo?

Stella Calloni: Nel giro di una settimana, installano un presidente la cui prima misura è cedere l’amministrazione delle risorse petrolifere al Tesoro degli Stati Uniti. E cercano di giustificarlo sostenendo che sono “concessioni necessarie per salvare il popolo”. Salvare chi? Con la presenza del Comando Sud nel territorio e l’attuazione del cosiddetto “consenso di Trump”, chiunque cerchi di difendere la sovranità della propria patria sarà classificato come terrorista. Il nemico interno diventa tutti noi.

C’è una pretesa diretta nel tuo discorso riguardo alla leadership politica e al ruolo della memoria storica. Ritiene che l’eredità di figure come Hugo Chávez o Fidel Castro sia stata tradita?

Stella Calloni: Il tradimento di Chávez è assoluto e totale. Ecco perché hanno cancellato la sua eredità dalla mappa e ora stanno cercando di fare lo stesso con la figura di Bolívar. Cercano di cancellare la memoria storica dei nostri popoli, devastare le conquiste sociali e lasciare una società impoverita e disperata.
La sinistra trovò rifugio in quel progetto straordinario dell’inizio del secolo, ma quella fase fu sostenuta dalla statura di una leadership storica con Fidel Castro e Hugo Chávez alla guida. L’attuale leadership credeva che fosse possibile sopravvivere partecipando ai vertici, tenendo discorsi eloquenti e scrivendo documenti. La politica richiede azione, e qui non è stato fatto nulla.

Menzioni anche con grande preoccupazione la situazione umanitaria a Cuba. Cosa pensi stia fallendo nella solidarietà internazionale con l’isola?


Stella Calloni: Stiamo cadendo addormentati. A Cuba, la popolazione sta subendo una usura straziante, un’asfissia drammatica che ricorda la situazione a Gaza. Non importa quanti aiuti puntuali vengano inviati, stiamo parlando di un paese di quasi dieci milioni di abitanti paralizzato, senza forniture energetiche di base e con un sistema ospedaliero al limite. Non possiamo semplicemente lamentarci dietro gli angoli mentre succede questo.

Per concludere, qual è la tua chiamata all’azione in questo scenario?

Stella Calloni: È tempo di mobilitarsi e agire. E voglio essere chiara: non sto invocando insurrezioni armate o cose del genere. Sto parlando di spezzare l’inerzia del cerchio chiuso in cui siamo divisi tra discorsi impeccabili che non trasformano la realtà. Dobbiamo finanziarci se necessario, scendere in piazza, dialogare con le basi, mettere in discussione i centri di potere e mostrare all’impero che siamo ancora vivi.

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Rientra la salma del giornalista italiano “morto” negli USA. Poche domande e nessuna risposta

La salma del giornalista Daniele Compatangelo rientrerà in Italia domani, 2 settembre, con un volo da Washington. I funerali dovrebbero essere celebrati il 3 settembre a  Roma, mentre il 5 si terrà la sepoltura a Sauze di Cesana. Tra l’accertamento della sua morte negli USA – il 20 luglio – e il rientro della salma sono passati ben quaranta giorni, un lasso di tempo contrassegnato dalla scarsità di informazioni che ha alimentato non pochi e legittimi dubbi sul contesto del suo decesso.

Daniele Compatangelo, 50 anni, era infatti il giornalista “con il numero privato di Trump” che con una sua intervista al presidente Usa aveva scatenato una seria crisi politica nelle relazioni tra la Casa Bianca e la premier Meloni.

L’intervista a Donald Trump, era diventata un caso politico dopo che il presidente USA aveva pubblicamente umiliato la Meloni, asserendo che la premier italiana volesse a tutti i costi una foto con lui al G7 di Ankara. L’intervista, un vero e proprio scoop, era stata trasmessa da “La 7” ed aveva fatto rumore.

In quell’occasione, il presidente degli Stati Uniti aveva parlato della premier Giorgia Meloni con parole destinate a suscitare inevitabilmente reazioni: “Mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena”.

L’episodio aveva avuto ampia risonanza, proprio perché toccava i delicati rapporti tra Washington e il governo italiano.

La direzione dell’emittente di fronte alla morte del suo corrispondente dagli Stati Uniti e autore di un notevole scoop si era limitata ad un laconico comunicato: “Siamo attoniti. Tutta La7 si stringe ai suoi cari. Daniele era un collaboratore prezioso e raro. Per la sua voglia di raccontare sempre, con precisione e allegria. Era un bravo giornalista. Mancherà”.

Colpisce il bassissimo profilo con cui “La 7” sembra seguire una vicenda che pure di punti da chiarire ne contiene più di uno.

Secondo quanto riferito, la causa del decesso di Compatangelo sarebbe stata un malore improvviso, dovuto ad un infarto. Sul suo corpo non sono stati trovati segni di violenza. La madre in una intervista ha affermato che il giornalista de La7 non pareva però avere problemi di salute, faceva sport e curava l’alimentazione. Se davvero fosse morto di infarto fulminante, a 50 anni, senza fumare né avere altri vizi, non aveva comunque manifestato avvisaglie di problemi cardiaci.

L’altro particolare è che nella stanza dove è stato ritrovato il corpo c’era il letto rotto e un materasso appoggiato al muro.

Infine ci sono gli anomali e lunghissimi tempi dell’autopsia. I funzionari dell’Arlington County Police Department (Acpd) che hanno seguito il caso, hanno fatto sapere che per l’autopsia definitiva i tempi di attesa potevano essere compresi tra otto e dodici settimane, ma anche che i risultati dell’autopsia preliminare, eseguita a circa una settimana dal decesso, non erano stati esaustivi.

In sostanza tra il decesso e il dissequestro della salma per essere inviata in Italia sono passati più di quaranta giorni, decisamente troppi per diagnosticare un infarto e nei quali le autorità statunitensi di ogni ordine e grado non hanno fornito grandi informazioni, né ai familiari né ai colleghi.

Un altro elemento emerso è che tra i vari datori di lavoro di Compatangelo c’era anche “Shams Tv” l’emittente del Kurdistan iracheno – un crocevia di molto “lavoro sporco” – alla quale risulterebbe intestato il contratto d’affitto dell’appartamento in cui viveva il giornalista italiano.

Nel corso della sua carriera Compatangelo aveva collaborato con diverse testate, tra cui Sky, Il Secolo XIX, La 7.

Negli anni si era occupato soprattutto di cronaca internazionale e politica statunitense. Al momento della scomparsa era anche presidente della White House Foreign Correspondents’ Association (WHFCA), l’associazione dei corrispondenti impegnati a seguire la politica governativa degli Stati Uniti.

La dietrologia non ci ha mai appassionato, al contrario, ma almeno i colleghi di Compatangelo qualche sforzo di chiarezza in più sulla sua morte avrebbero il dovere di cercarlo e di fornirlo, anche con tutta la dovuta riservatezza. Non ci hanno insegnato che il compito dei giornalisti è proprio quello di fare le domande?

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L’oro supera i titoli in dollari nelle riserve. E il capitalismo finanziario è sempre più in crisi

di Alessandro Volpi

Il panorama finanziario globale ha varcato quest’estate una soglia psicologica e tecnica che fino a pochi anni fa appariva impensabile, sancendo il sorpasso storico del valore dell’oro rispetto a quello dei titoli denominati in dollari nelle riserve delle banche centrali e dei fondi sovrani mondiali.

Questo evento, che ha trovato il suo culmine nel mese di giugno 2026, vede l’oro rappresentare, oggi, mediamente il 27% delle riserve globali contro un dollaro scivolato al 22%, un ribaltamento di fronte che non si verificava con questa intensità strategica da oltre mezzo secolo.

I numeri che sottendono questo cambiamento sono imponenti: le riserve auree ufficiali hanno sfiorato la quota di 38.300 tonnellate, un livello che richiama i massimi del 1965, ancora in regime di convertibilità aurea ma con una valutazione di mercato radicalmente diversa che, nonostante le fluttuazioni, ha visto il metallo giallo stabilizzarsi sopra i 4.600 dollari l’oncia dopo aver toccato punte di 5.600 dollari all’inizio dell’anno. Al contrario, la quota di Treasuries americani nei bilanci sovrani è diminuita di oltre 1.500 miliardi di dollari nell’ultimo triennio, riflettendo una fuga ponderata verso asset che non presentino rischio di controparte.

Le ragioni di questa metamorfosi sono profonde e radicate nella trasformazione del dollaro da bene rifugio internazionale a strumento di pressione geopolitica, una dinamica accelerata in modo definitivo dal congelamento delle riserve russe nel 2022, che ha spinto le potenze emergenti del blocco Brics+, ma anche nazioni storicamente alleate come la Polonia e l’India, a considerare il dollaro come un asset potenzialmente “neutralizzabile” per via politica.

In altre parole, da quando le sanzioni contro la Russia e la Cina sono diventate lo strumento della politica estera statunitense, il debito in dollari ha perso forza perché oggetto di fortissimi timori da parte di numerosi Paesi preoccupati dalla “irresponsabilità” e dalla natura predatoria delle strategie statunitensi. Parallelamente, la sostenibilità del debito pubblico statunitense, che nel 2026 ha superato la cifra monstre di 39mila miliardi di dollari, ha contribuito ulteriormente a erodere la percezione dei titoli di Stato Usa come rifugio sicuro, poiché l’aumento dei tassi necessario a finanziare tale debito ha generato enormi perdite in conto capitale per chi deteneva bond a lunga scadenza.

Da troppo tempo la spesa pubblica statunitense, compresa quella militare, è stata finanziata con il ricorso al debito che è cresciuto a tal punto da non trovare più compratori se non pagando un conto interessi ormai pari a 1.200 miliardi di dollari l’anno, una cifra superiore persino alla spesa militare. Questo scenario differisce radicalmente dal precedente sorpasso avvenuto tra il 1979 e il 1980, quando la preminenza dell’oro è stato il risultato di un’impennata inflattiva, speculativa e transitoria che si sgonfiò non appena i tassi d’interesse furono portati a livelli reali proibitivi; nel 2026, invece, il sorpasso è l’esito di una manovra strutturale e decennale di accumulo fisico coordinato, volta a costruire un sistema monetario multipolare dove l’oro funge da collaterale Tier 1 secondo le normative di Basilea III, acquisendo una dignità istituzionale che la “carta” americana pare aver smarrito.

Sembra così essersi ricostituito un sistema di gold standard senza il dollaro. Le conseguenze di un simile spostamento tettonico sono già visibili nella ricalibrazione dei flussi di capitale globali: gli Stati Uniti si trovano costretti a offrire rendimenti sempre più alti per attrarre investitori privati, non potendo più contare sugli acquisti automatici delle banche centrali estere, il che alimenta un circolo vizioso di deficit e debito che aggrava la fragilità del sistema fiscale americano.

Per l’Europa e il resto del mondo, il primato dell’oro segna la fine dell’era del “privilegio esorbitante” del dollaro, portando a una maggiore volatilità valutaria nel breve termine ma garantendo, secondo molti analisti, una base di riserva reale che protegge i bilanci nazionali dalle tempeste del debito sovrano, mentre le borse continuano a premiare le aziende minerarie e i derivati sull’oro, ormai percepiti come l’unica vera ancora di stabilità in un sistema finanziario che ha smesso di credere nell’egemonia incontrastata di una singola moneta fiat. In pratica il capitalismo finanziario si regge sempre meno sugli Stati Uniti e sul dollaro e sempre più sulla fiducia “primitiva” nell’oro come nei sistemi precapitalistici.

Parallelamente alla rinascita del metallo prezioso per eccellenza si osserva l’ascesa di nuove realtà valutarie che erodono la dominanza del sistema tradizionale, a partire dallo yuan cinese che, nonostante i controlli sui capitali, si è consolidato come moneta di scambio e di riserva per un numero crescente di nazioni del blocco Brics+ e del Sud globale.

Tuttavia la vera sorpresa del panorama contemporaneo è l’emergere delle cosiddette valute “non tradizionali” come il dollaro australiano, il dollaro canadese e le corone scandinave, che insieme a una selezione di titoli di Stato ad alto rating di Paesi fiscalmente prudenti, offrono alle banche centrali una diversificazione che sfugge alle dinamiche di scontro tra grandi potenze. La composizione tecnica di queste riserve rimane ancorata per circa il 60% a titoli di Stato a diversa scadenza.

Il sistema si muove così verso una frammentazione dove il potere finanziario non è più concentrato in un’unica capitale ma distribuito tra asset reali come l’oro, valute di potenze regionali emergenti e un paniere di monete tecniche che garantiscono liquidità in un mondo sempre più multipolare. Una simile transizione riflette un cambio di paradigma dove la sicurezza non è più garantita dall’allineamento a un’unica superpotenza economica ma dalla capacità di costruire un portafoglio resiliente, capace di resistere a shock sistemici, inflazione e trasformazioni tecnologiche, segnando la fine definitiva dell’epoca iniziata a Bretton Woods e l’alba di un ordine monetario più complesso e frammentato, in cui il multipolarismo è già un dato di fatto. In questa complessa partita risulta centrale l’influenza dei grandi gestori del risparmio globale, come BlackRock.

Tali soggetti operano infatti come un ponte tecnologico e operativo per molte banche centrali, che affidano loro mandati di gestione esterna per segmenti strategici delle proprie riserve, specialmente per quanto riguarda gli asset più complessi come le azioni, le obbligazioni societarie e i green bond. Attraverso l’utilizzo di piattaforme di analisi del rischio sofisticate come Aladdin, BlackRock non si limita a eseguire ordini ma modella attivamente la percezione del rischio globale, creando un effetto di allineamento tra le strategie delle istituzioni pubbliche e i flussi di capitale privato.

Quando questi giganti finanziari decidendo di diversificare i propri portafogli riducendo l’esposizione verso i titoli del Tesoro statunitense o aumentando il peso delle valute dei mercati emergenti e dell’oro, generano una variazione della liquidità globale che costringe le banche centrali ad adeguarsi per mantenere la stabilità dei propri bilanci. Il ruolo di questi gestori è stato fondamentale anche nello sdoganare lo yuan cinese e altre monete non tradizionali, poiché la creazione di infrastrutture di trading e di strumenti finanziari dedicati ha reso tecnicamente possibile per le autorità monetarie accumulare queste divise con lo stesso grado di sicurezza un tempo riservato esclusivamente al biglietto verde.

Anche il ritorno dell’oro come pilastro centrale delle strategie monetarie è stato amplificato dai gestori privati, i quali attraverso i fondi indicizzati hanno garantito una domanda costante che ha sostenuto l’apprezzamento del metallo, permettendo alle istituzioni pubbliche di beneficiare di una rivalutazione storica delle proprie giacenze fisiche. In questo scenario BlackRock e gli altri colossi del risparmio agiscono come veri e propri architetti del nuovo sistema, fornendo la legittimazione finanziaria e gli strumenti tecnici necessari affinché le banche centrali possano allontanarsi dall’egemonia del dollaro senza rinunciare alla liquidità, trasformando un processo di natura geopolitica in una prassi di gestione del rischio standardizzata a livello globale.

In tal senso, la transizione verso il nuovo ordine multipolare è gestita, in maniera quasi paradossale, in modo obbligato da soggetti a lungo pesantemente dollarizzati. Questa simbiosi tra finanza pubblica e privata segna il passaggio definitivo verso una gestione delle riserve mondiali guidata non più solo dai trattati tra Stati ma da algoritmi e strategie di portafoglio che vedono nella diversificazione valutaria e nell’asset reale l’unica difesa contro l’incertezza del sistema economico contemporaneo. In termini monetari sta compiendosi dunque una pericolosa depoliticizzazione in nome di un multipolarismo indotto in primo luogo dalla volontà dei “mercati” di ridurre i rischi di un capitalismo finanziario sempre più in crisi; una contrazione dei rischi che necessita l’inclusione dei nuovi Paesi economicamente dominanti.

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Medici cubani espulsi dalla Giamaica: 400 dottori a casa per pressioni USA

La Giamaica del governo “laburista” di Andrew Holness, ha interrotto da marzo il programma sanitario che condivideva con Cuba, negando il rinnovo del permesso di soggiorno a circa 400 tra medici e infermieri cubani che operavano all’interno di ospedali e consultori pubblici. Un percorso che durava da oltre 50 anni, pur nell’alternanza alla guida del Paese dei due partiti: PNP People’s National Party, filocubano e JLP Jamaica Labour Party, alleato USA, di cui Holness è leader.

Il Primo Ministro ha motivato la sua decisione sul fatto che alcuni punti del programma non fossero conformi alle leggi giamaicane e ai canoni internazionali. Il governo castrista ha risposto all’ex partner di aver ceduto alle pressioni del segretario di Stato Marco Rubio ai fini di sabotare Cuba.

Sta di fatto che questa rottura è accaduta dopo un anno esatto dalla visita di Rubio in Giamaica, dove aveva incontrato anche i capi di stato di Haiti e delle altre isole anglofone. Nella sua agenda, il punto centrale era proprio il programma cubano: “Cuba fa traffico di esseri umani, sfrutta il lavoro dei medici non pagandoli, non siate complici di questo crimine”. Rubio ventilò la possibilità di ritirare il visto d’entrata negli Usa ai funzionari dei governi che non avessero aderito alla sua richiesta. 

Dietro il pretesto umanitario, i soldi che Cuba avrebbe incassato annualmente da tutto il mondo: 6-7 miliardi, cifra che coincide con i calcoli dell’istituto di statistica cubano e il Tesoro USA. 

In quell’occasione, sia Holness che gli altri stati caraibici respinsero uniti la richiesta e Mia Motley, premier delle Barbados, accennò a una rottura diplomatica se il delegato di Trump avesse insistito.

Un anno dopo, i rapporti storici tra JLP e partito repubblicano USA hanno prevalso, e la Giamaica – insieme a Guyana, Bahamas, Guatemala e Honduras – è uscita dal programma: 1200 dottori sottratti quindi a servizi sanitari fragili e con lacune incolmabili per mancanza di personale. 

Abbiamo parlato con l’amministratore di Annotto Bay Hospital, un piccolo ospedale statale che copre la provincia di St Mary, una della più povere dell’isola giamaicana. Qui non esistono cliniche, la gente non se le potrebbe permettere. Ci lavoravano una decina di cubani che coprivano a turno tutti i reparti.

Chi pagava queste persone? 

“Il pagamento veniva effettuato direttamente dalla Ragioneria di Stato nella capitale, la stessa che paga i nostri stipendi – dice l’amministratore della struttura – Possibile che facessero due bonifici differenti, uno al corpo governativo cubano in capo alla missione e l’altro ai medici. Ignoro le cifre. Posso dire con sicurezza che la ragione dell’interruzione del rapporto non è dipeso dalla qualità del loro servizio, perché erano molto preparati”. 

Pressione degli Stati Uniti, quindi? 

“Qui è venuto anche il Gleaner (la testata giamaicana più diffusa, N.d.A.) “a fare la stessa domanda. Lo dovete chiedere al ministero della Salute” conclude il funzionario. Il Fatto Quotidiano.it ha provato a contattare il ministero, senza esito. 

Secondo il ministero degli Affari Esteri, il bonifico veniva mandato interamente all’Avana, mentre gli straordinari invece venivano pagati separatamente ai medici.

“Ho un tumore al seno” si sfoga una paziente, “e per sapere se la massa è cancerosa, dovevo aspettare 6-7 mesi per il risultato della biopsia. Ho dovuto chiedere un prestito e farla in privato”. 

Dopo che i dottori hanno lasciato l’isola (tranne 40 assunti direttamente dal governo con un permesso di lavoro temporaneo) sono aumentate le file al pronto soccorso per la carenza di personale specializzato e soprattutto si allungano i tempi degli esami importanti e dello screening per la diagnosi precoce dei tumori al seno e del colon-retto. 

Così ha postato sul suo profilo social Donna Scott-Motley, la portavoce per gli Esteri del partito d’opposizione PNP:  “Un accordo consolidato, fondamentale per supportare il sistema sanitario pubblico del Paese, non può essere interrotto di punto in bianco senza dare una spiegazione dettagliata alla cittadinanza. Il governo ha l’obbligo di fornire un programma alternativo per rimpiazzare un servizio che è stato struttura integrante della nostra sanità per mezzo secolo”.

Oltre a tagliare l’ultima fonte di reddito del governo cubano dopo il crollo del turismo –  bloccando il programma medico mentre l’embargo viene inasprito al punto che nell’isola mancano anche farmaci salvavita e aghi per le siringhe – la sua cancellazione travalica i confini nazionali andando a colpire il ceto basso dei paesi vicini, per i quali il supporto dei dottori cubani costituiva lo zoccolo duro di un servizio sanitario pubblico che la privatizzazione globale ha già affondato.

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31/08/2026

Bombe sull’Iran, ma il gioco si allarga

Ricomincia la tarantella... Dopo un mese passato a contare i missili intercettori mancanti nei magazzini del Pentagono e dunque a presentare la “nuova strategia” fondata sulle sanzioni, gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare strutture iraniane nello Stretto di Hormuz, prendendo di mira soprattutto l’isola di Larak.

La motivazione è risibile, ed era stata in qualche modo anticipata dalla surreale dichiarazione di Trump – qualche giorno fa – secondo cui lo Stretto era stato “completamente ripulito dalle mine” grazie all’azione della Marina Usa e si minacciava Teheran di “gravi conseguenze” se avesse provato a piazzarne altre.

Il “piccolo problema” era che non risultava a nessuno – neanche ai disponibilissimi media occidentali – che ci fosse stata un’attività navale del genere (gli spostamenti sono monitorati da decine di satelliti di vari paesi), per la quale era stata addirittura richiesta, mesi fa, la partecipazione di alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, in possesso di navi dragamine posizionate relativamente vicine (nel Mediterraneo), mentre quelle Usa avrebbero dovuto fare un viaggio che richiede mesi.

Insomma, l’annuncio di Trump valeva come “scusa anticipata” per futuri nuovi attacchi. E in effetti i comunicati del CentCom statunitense sono giocati su questa falsariga. “Posso confermare che oggi le forze statunitensi hanno colpito due rampe di lancio iraniane sull’isola di Larak”, ha dichiarato in un comunicato il capitano Tim Hawkins, portavoce del comando statunitense.

“Le forze statunitensi stanno monitorando attentamente l’area e restano pronte a proteggere il libero flusso commerciale attraverso questa via d’acqua essenziale” (flusso che era completamente libero e gratuito fino all’inizio dell’attacco israelo-americano). 

Negli stessi minuti una petroliera che si era “fidata” delle dichiarazioni statunitensi è finita su due mine – nessuno sa dire se vecchie (dunque già “eliminate”) oppure nuove (quelle che avrebbero dovuto essere distrutte dall’“attacco preventivo”) – si è incendiata ed è alla deriva.

L’Iran ha ovviamente risposto nel solito modo, lanciando missili e droni sulla base Usa di Al Minhad, negli Emirati, dove sarebbero dislocati elicotteri e militari americani. Nonché su due basi in Giordania – la Al Azraq e la Re Hussein – con l’ovvio incrocio di dichiarazioni contrapposte: “abbiamo provocato gravi danni” secondo i Guardiani della Rivoluzione oppure “tutti i missili sono stati intercettati” secondo Amman.

Più serio – se confermato – l’abbattimento di un drone MQ-9 Reaper, un grande drone carico di costosi sistemi elettronici usato per missioni di sorveglianza a lungo raggio e di attacco di precisione (può trasportare oltre mille kg di missili aria-terra AGM-114 Hellfire e bombe a guida laser).

Non sarebbe solo un serio danno economico, ma anche strettamente operativo, perché di questi “aggeggi” – fondamentali per sostituire in qualche misura i sistemi radar già distrutti nei primi sei mesi di guerra – non ce ne sono moltissimi, anche a causa dei lunghi tempi di costruzione.

Al di là di questi scambi di cortesie tutto sommato limitate, sul piano politico bisogna segnalare che il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha anticipato l’emissione di nuove sanzioni con scadenza settimanale, a partire dalle banche che hanno rapporti con istituzioni o società di Teheran.

La minaccia – importante, ma sempre meno efficace col passare del tempo – è l’isolamento dal “sistema del dollaro”, anche di società cinesi (sarebbero una sessantina quelle censite come collegate all’Iran), approfondendo dunque quel processo di separazione tra sistemi monetari che, di conseguenza, mina la stessa funzione “egemonica” del dollaro Usa (resta dominante nel proprio campo, ma il terreno di gioco si va restringendo).

Sembra anche simbolicamente significativo che la nuova escalation militare avvenga nel giorno in cui a Bishkek, in Kirghizistan, si apre l’annuale riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), che vede intorno allo stesso tavolo Xi Jinping, Putin, il presidente iraniano Pezeshkian, i capi di stato di India, Pakistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Bielorussia, più altri paesi “osservatori”.

Un “G20 alternativo” che fa da ponte tra Asia ed est europeo (la condizione per l’ammissione è l’esistenza di frontiere comuni tra un paese e l’altro) dove si discute di infrastrutture di collegamento, sicurezza reciproca (originariamente contro i movimenti separatisti e jihadisti) e soprattutto di creazione di una banca comune di sviluppo. Senza dollaro...

Forse la “nuova tarantella” non si occupa soltanto di qualche mina in fondo al mare...

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Niger - Sventato il colpo di stato

Nella notte tra il 28 e il 29 agosto, reparti delle forze armate provenienti da fuori la capitale hanno attaccato alcuni dei principali centri strategici di Niamey, dalla Base aerea 101 all’area del palazzo presidenziale, in quello che era apparso come un vero e proprio tentativo di colpo di Stato. Ma la giunta militare del Niger ha riconquistato l’importante base militare nella capitale che era stata occupata dai ribelli.

Anche la televisione pubblica è stata teatro di uno scontro. Le trasmissioni sono state interrotte per oltre un’ora prima di riprendere con un comunicato del governo. Secondo alcune ricostruzioni, gli insorti avrebbero tentato di impadronirsi anche della sede dell’emittente ma senza riuscirci.

La giunta militare, salita al potere dopo il colpo di Stato del 2023 e capitanata dal generale Abdourahamane Tchiani, ha imputato l’offensiva a militari ribelli e assicura il ripristino del controllo nelle «zone sensibili» finite sotto il fuoco.

“La guardia presidenziale ha ripreso il controllo della base aerea con l’assistenza russa. Ci sono diversi morti tra i ribelli”, ha indicato una fonte diplomatica a Niamey. La base, la cui riconquista è stata confermata da due fonti di sicurezza, era stata assediata stamattina.

La Guardia presidenziale del Niger aveva respinto degli “insorti provenienti dalle forze armate” che avevano tentato di “entrare nel palazzo della presidenza”. Forti sparatorie sono state udite in diversi quartieri della capitale nigerina, in particolare nel centro della città, vicino alla presidenza, ma anche nella zona dell’aeroporto.

Gli scontri più intensi si sono concentrati nell’area dell’aeroporto internazionale Diori Hamani, a ridosso della strategica Base 101, ma esplosioni e raffiche sono state segnalate anche nel quartiere in cui si trova la presidenza, e nei pressi del campo Bassora della Guardia nazionale.

La Base 101 è una postazione strategica in quanto situata nel complesso dell’aeroporto di Niamey. La base ospita strutture legate alla cooperazione militare con la Russia e al dispositivo dell’Alleanza degli Stati del Sahel costituita dal Niger insieme al Mali e al Burkina Faso.

Nella stessa area è presente anche personale della Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (MISIN) tra cui anche un contingente militare italiano. Secondo le informazioni circolate nel corso della giornata, i militari italiani non hanno avuto problemi particolari.

Dopo la presa del potere nel 2023, la giunta militare di Niamey ha messo fine alla cooperazione militare con Francia e Stati Uniti ed rafforzato quella con la Russia. La Base 101 ospita il personale russo dell’Africa Corps e costituisce quindi uno dei punti nei quali la crisi interna nigerina incrocia direttamente i nuovi equilibri geopolitici del Sahel.

È evidente che quanto accade a Niamey non riguarda soltanto il Niger. Insieme a Mali e Burkina Faso, il Paese ha costituito l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), un’alleanza che ha fatto saltare lo status quo coloniale nell’area ed è divenuta il perno di un nuovo spazio politico e militare regionale guidato dai governi sorti da colpi di Stato e accomunati dalla rottura con le potenze occidentali, in particolare la Francia e gli Stati Uniti.

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Cuba, la guerra che non fa rumore: blackout, sanzioni e resistenza quotidiana

C’è una guerra che si riconosce dai bombardamenti, dalle colonne di profughi, dalle città distrutte. E poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che può entrare nelle case attraverso un frigorifero spento, una pompa dell’acqua che non funziona, un autobus che non arriva, un ospedale dove le medicine diventano difficile da reperire o un distributore costretto a razionare il carburante.

È questa la Cuba che Luciano Vasapollo, economista e docente universitario, racconta – in un’ intervista a Alfonso Bruno, pubblicata da Mediafighter – dopo il suo più recente viaggio nell’isola, come membro di una delegazione della Rete dei Comunisti.

Un racconto segnato dalla sua lunga vicinanza alla Rivoluzione cubana, ma che pone al centro una questione che supera le appartenenze ideologiche: che cosa accade a una popolazione quando la crisi economica, le difficoltà interne e la pressione internazionale si sommano fino a incidere sui beni essenziali della vita quotidiana?

Si può parlare di genocidio, stante il fatto che una catena infinita di morti è il risultato pratico dell’attuale politica che vuole strangolare Cuba, finalizzata alla caduta dell’attuale governo rivoluzionario.

“Ho visitato un Paese in guerra”, racconta Vasapollo. “Non una guerra convenzionale, naturalmente, ma una guerra economica, finanziaria, commerciale ed energetica. Siamo abituati a pensare alla guerra soltanto quando vediamo le bombe. Ma quando manca il combustibile si fermano i trasporti, la produzione, una parte dei servizi sanitari. Quando viene meno l’elettricità, si interrompe la distribuzione dell’acqua, si deteriorano gli alimenti, diventano più difficili le cure. La guerra può anche non fare rumore e tuttavia entrare nelle case”.

La situazione energetica cubana ha effettivamente raggiunto nel 2026 livelli di particolare gravità. Il 3 agosto la rete elettrica nazionale è collassata, provocando un blackout generalizzato e aggravando una crisi che aveva già prodotto ripetute interruzioni nella fornitura di corrente.

Reuters ha descritto una rete caratterizzata da infrastrutture obsolete, carenza di combustibile e sottoinvestimenti, mentre il governo cubano attribuisce una parte decisiva delle difficoltà alla pressione esercitata dalle sanzioni statunitensi.

La questione non riguarda dunque soltanto l’energia. Il 23 aprile 2026 gli esperti delle Nazioni Unite titolari di procedure speciali hanno inviato una comunicazione agli Stati Uniti esprimendo preoccupazione per gli effetti che il blocco dei combustibili imposto con un ordine esecutivo del 29 gennaio avrebbe potuto avere sui diritti all’alimentazione, alla salute, all’istruzione, all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. Il documento dell’OHCHR indica come potenziali persone interessate circa dieci milioni di cubani.

È uno degli elementi che rendono particolarmente complesso il dibattito sull’isola. La crisi cubana non può essere spiegata attraverso una sola causa. Da una parte vi sono le conseguenze delle sanzioni e delle restrizioni statunitensi, dall’altra problemi strutturali interni: una rete energetica invecchiata, difficoltà produttive, carenze di investimenti, inefficienze burocratiche e una profonda crisi economica che dura ormai da anni.

Lo stesso Vasapollo, pur contestando radicalmente la politica statunitense, riconosce che Cuba non può attribuire ogni propria difficoltà esclusivamente all’esterno. “Cuba può e deve essere criticata”, afferma. “Nessuno Stato è perfetto e nessuna esperienza storica può essere considerata immune dagli errori. Ci sono problemi di efficienza, problemi burocratici, scelte economiche che possono essere messe in discussione. Il governo cubano deve correggere ciò che non funziona e deve offrire soprattutto ai giovani nuove possibilità di lavoro, formazione e vita. Ma una cosa è criticare una politica economica e un’altra è utilizzare una pressione economica esterna per rendere più difficile il funzionamento dell’intero Paese”.

È una distinzione decisiva per comprendere il dibattito attuale. Washington sostiene che le proprie misure siano dirette contro il governo cubano e che l’obiettivo sia favorire cambiamenti economici e politici. L’Avana sostiene invece che le sanzioni producano effetti sproporzionati sulla popolazione e sull’intero sistema economico. La realtà quotidiana, intanto, è fatta di scarsità.

“Quando manca il combustibile non si ferma soltanto l’automobile”, spiega Vasapollo. “Si fermano gli autobus, diventa difficile raggiungere il lavoro, diventa più complicato trasportare gli alimenti, mantenere operative le strutture sanitarie, muovere le merci. E quando manca l’elettricità non si spegne soltanto una lampadina. Se non funzionano le pompe, manca anche l’acqua. Se gli ospedali devono lavorare con una disponibilità energetica insufficiente, una difficoltà tecnica può trasformarsi in un problema umano”.

Proprio la dimensione sanitaria è una delle più delicate. L’elettricità è indispensabile per apparecchiature, refrigerazione, sale operatorie, laboratori e distribuzione dei medicinali. In un sistema già sottoposto a forti restrizioni, ogni interruzione può moltiplicare gli effetti della crisi.

“Ecco perché dico che l’economia non è soltanto un grafico”, insiste Vasapollo. “Dietro una sanzione, dietro una restrizione commerciale, dietro una difficoltà finanziaria ci sono persone concrete. Ci sono bambini, anziani, malati. Ci sono famiglie che devono decidere come utilizzare l’acqua che hanno a disposizione. Ci sono lavoratori che non riescono a raggiungere il proprio posto di lavoro. Ci sono ospedali che hanno bisogno di energia e medicinali. Non possiamo discutere di geopolitica dimenticando i corpi delle persone”.

Uno degli elementi più controversi emersi nelle ultime settimane riguarda le merci destinate all’isola. Il governo cubano ha denunciato a fine luglio la presenza di oltre 7.000 container bloccati in porti internazionali, sostenendo che contengano alimenti, medicinali, materiali per il settore energetico e risorse per la rete idrica.

La cifra proviene dalle autorità cubane e non è stata verificata indipendentemente nella sua interezza, ma la denuncia si inserisce in un quadro più ampio di difficoltà logistiche e finanziarie.

“Bisogna essere prudenti nel presentare questi numeri”, osserva Vasapollo. “Sono dati forniti dalle autorità cubane e devono essere indicati come tali. Ma il problema che descrivono è reale: le sanzioni non producono effetti soltanto sull’azienda direttamente colpita. Possono coinvolgere banche, assicurazioni, compagnie di navigazione, operatori commerciali. Un’impresa può decidere di non lavorare con Cuba non perché quella specifica merce sia necessariamente vietata, ma perché teme conseguenze finanziarie o sanzionatorie”.

Il fenomeno è particolarmente evidente nel settore energetico. Nel marzo scorso gli Stati Uniti hanno autorizzato alcune operazioni relative al petrolio russo, ma il quadro delle esenzioni e delle restrizioni nei confronti di Cuba è rimasto complesso. Parallelamente, Washington ha consentito esportazioni limitate di carburante verso imprese private cubane, mentre la pressione sul settore energetico statale è rimasta molto forte.

La stessa Russia ha cercato di intervenire. Ad aprile Mosca ha confermato il proprio sostegno a Cuba e ha ricordato la consegna di circa 700 mila barili di greggio attraverso la petroliera “Anatoly Kolodkin”, destinati a dare sollievo al sistema energetico cubano. Ma un singolo carico non può risolvere una crisi strutturale.

“Una petroliera può aiutare, può dare respiro, ma non risolve il problema di un’intera economia”, osserva Vasapollo. “Cuba ha bisogno di una strategia energetica strutturale, di investimenti, di infrastrutture moderne, di diversificazione delle fonti. Ha bisogno di sviluppare le energie rinnovabili e soprattutto il fotovoltaico. Non si può pensare che la soluzione sia semplicemente aspettare il prossimo carico di petrolio”.

E qui emerge un altro aspetto del viaggio raccontato dall’economista: la capacità di adattamento della società cubana. “Ho visto una grande capacità di solidarietà”, racconta. “Una famiglia che ha un po’ d’acqua la divide con quella vicina. Chi riesce a cucinare prepara qualcosa in più. Chi dispone di un’automobile cerca di accompagnare altre persone. Durante i blackout la gente scende in strada, si incontra, parla. Ho visto una comunità che cerca continuamente soluzioni”.

Una solidarietà che Vasapollo definisce “resistenza creativa”, ma sulla quale pone immediatamente un limite: “Non dobbiamo romanticizzare la sofferenza. È bello vedere che le persone si aiutano, ma non è bello che siano costrette a farlo perché manca un bene essenziale. Un popolo ha diritto all’acqua, all’elettricità, ai trasporti e alle medicine. La solidarietà non può diventare il sostituto permanente dei servizi pubblici”.

È proprio sul concetto di “guerra economica” che si concentra la parte più politica del suo ragionamento. Vasapollo arriva a utilizzare anche la parola “genocidio”, una definizione che deve però essere distinta dalla qualificazione giuridica del genocidio nel diritto internazionale. 

“Capisco che sia una parola enorme”, riconosce. “E sono disposto a discutere sul piano giuridico. Non sto dicendo che Cuba sia teatro di una guerra convenzionale o che la situazione sia identica a quella di un genocidio riconosciuto dai tribunali internazionali. Sto dicendo che bisogna interrogarsi sulle conseguenze di politiche che colpiscono beni essenziali e che producono sofferenza sulla popolazione”.

Il punto, dunque, è distinguere tra una valutazione politica e una definizione giuridica. Gli esperti ONU hanno espresso preoccupazione per le conseguenze delle misure statunitensi sui diritti umani, ma ciò non equivale a una qualificazione giuridica della situazione cubana come genocidio.

Anche l’Assemblea generale delle Nazioni Unite continua, intanto, a chiedere la fine dell’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Nell’ultima votazione del 29 ottobre 2025, la risoluzione è stata approvata con 165 voti favorevoli, 7 contrari e 12 astensioni.

Il dato testimonia l’ampiezza del dissenso internazionale nei confronti della politica dell’embargo, ma non chiude il dibattito sulle responsabilità interne cubane. La crisi dell’isola resta il risultato di fattori intrecciati: il peso delle sanzioni e dell’isolamento finanziario, le difficoltà energetiche, la fragilità produttiva, gli errori di politica economica e le conseguenze di anni di crisi. È proprio questa complessità che dovrebbe impedire sia la demonizzazione sia la santificazione.

Vasapollo non nasconde la propria vicinanza alla Rivoluzione cubana. Ma sostiene che la solidarietà con Cuba non debba necessariamente coincidere con un’adesione acritica al governo dell’Avana. “Si può criticare il sistema cubano e contemporaneamente essere contrari al blocco”, afferma.

“Si può essere cattolici, liberali, socialisti, conservatori e avere opinioni differenti sul socialismo cubano, ma incontrarsi su un principio fondamentale: non si colpisce una popolazione per ottenere un cambiamento politico. Se un bambino ha bisogno di un medicinale, non gli si domanda quale sistema economico preferisca sua madre. Se una famiglia non ha acqua, non le si chiede se voti per il Partito comunista. Prima viene la persona”.

Questa affermazione apre anche un capitolo delicato: quello dei diritti politici e religiosi a Cuba. La storia dei rapporti tra Rivoluzione e Chiesa cattolica è stata lunga e contraddittoria. Nei primi anni Sessanta vi furono espulsioni di sacerdoti, nazionalizzazioni delle scuole religiose e un forte irrigidimento nei rapporti con le confessioni. Ma sarebbe altrettanto fuorviante descrivere la situazione del 2026 come se fosse rimasta congelata a quella stagione.

Il dialogo con la Chiesa si è progressivamente riaperto. Nel 1985 Fidel Castro affrontò per 23 ore con il domenicano brasiliano Frei Betto il rapporto tra marxismo, cristianesimo e Rivoluzione, in conversazioni poi raccolte nel volume “Fidel y la religión”. La svolta ebbe poi una forte dimensione internazionale con la visita di Giovanni Paolo II a Cuba nel gennaio 1998. Il Papa incontrò le autorità e la comunità cattolica e insistette sulla necessità che la Chiesa potesse vivere e operare nella società cubana.

La formula con la quale quella visita è rimasta impressa nella memoria collettiva sintetizzava una prospettiva che andava oltre la contrapposizione ideologica: “Che Cuba si apra al mondo e che il mondo si apra a Cuba”. È una frase che conserva ancora oggi una sorprendente attualità.

Perché Cuba ha bisogno di aprirsi, di modernizzare la propria economia, di affrontare le proprie inefficienze, di offrire prospettive ai giovani e di continuare a confrontarsi sul terreno dei diritti e delle libertà. Ma anche il mondo ha bisogno di aprirsi a Cuba, evitando che l’isola venga ridotta a un simbolo della Guerra fredda o a un semplice campo di battaglia nella contrapposizione tra Washington e i suoi avversari.

“Non voglio consegnare l’immagine di una Cuba paradisiaca”, precisa Vasapollo. “Non sarebbe seria. Ci sono problemi enormi. Ci sono persone che vogliono partire, giovani che cercano opportunità altrove, cittadini che criticano il governo e che desiderano cambiamenti. Tutto questo esiste. Ma esiste anche una società che conserva forme importanti di solidarietà e di comunità. E soprattutto esiste un popolo che non può essere trasformato in uno strumento di pressione geopolitica”.

È probabilmente questo il punto più significativo del suo racconto. Non si tratta di stabilire se Cuba sia un modello perfetto o un fallimento storico. Si tratta di capire se sia moralmente accettabile utilizzare la sofferenza economica di una popolazione come leva per ottenere un mutamento politico.

La domanda riguarda anche l’Occidente. Perché la discussione sulle sanzioni non dovrebbe essere separata dalla discussione sui loro effetti. Se una politica estera produce conseguenze su acqua, salute, alimentazione, istruzione ed energia, la responsabilità di chi la decide non può fermarsi davanti alla porta dell’ufficio dove quella politica viene firmata. Il paradosso è che una misura economica appare astratta finché non arriva all’ultimo anello della catena.

“Una sanzione scritta in un ufficio a migliaia di chilometri di distanza può trasformarsi in un’ambulanza che non parte, in una pompa che non porta acqua al quinto piano, in un frigorifero spento o in un’apparecchiatura ospedaliera che ha bisogno di corrente”, osserva Vasapollo.

“Possiamo discutere all’infinito su chi abbia ragione nella storia. Ma quando la politica internazionale comincia a passare attraverso il corpo dei più deboli, la domanda non è più soltanto da che parte stare. La domanda è fino a che punto siamo disposti a spingerci per costringere un popolo a scegliere la parte che piace a noi”.

La Cuba del 2026 appare così sospesa tra emergenza e trasformazione. La crisi energetica costringe il Paese a cercare nuovi fornitori, a sperimentare nuove forme di approvvigionamento e a guardare alle energie rinnovabili. La scuola deve affrontare una grave carenza di insegnanti e materiali, mentre i blackout continuano a condizionare la vita quotidiana. Non è una fotografia di stabilità. Ma neppure può essere ridotta a quella di un Paese semplicemente “messo in ginocchio” da un solo fattore.

“Non dobbiamo scegliere tra difendere Cuba e criticare Cuba”, conclude Vasapollo. “Possiamo fare entrambe le cose. Possiamo chiedere più diritti, più efficienza, più partecipazione e più opportunità per i giovani e contemporaneamente chiedere la fine delle politiche che colpiscono la popolazione. Possiamo sostenere il diritto di Cuba alla propria sovranità senza trasformare il governo cubano in un oggetto di culto. La solidarietà non è una canonizzazione politica”.

È una distinzione importante anche per un giornalismo che voglia sottrarsi alla propaganda. Cuba non è un paradiso. Non è neppure soltanto una dittatura caricaturale raccontata attraverso categorie ferme alla Guerra fredda. È un Paese reale, con una storia rivoluzionaria, un sistema politico specifico, risultati sociali riconosciuti, limiti e contraddizioni, una crisi economica profonda e una popolazione che oggi paga il prezzo di una combinazione di problemi interni e pressioni esterne.

E forse la domanda più urgente non è stabilire chi abbia l’ultima parola sulla Rivoluzione. È capire se, nel mondo contemporaneo, sia ancora possibile perseguire obiettivi politici senza trasformare l’acqua, l’energia, il cibo e le medicine in strumenti di contesa. Perché una guerra che non fa rumore può essere comunque una guerra. E quando entra nelle case, la prima responsabilità della politica dovrebbe essere quella di farla uscire.

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Il nuovo “piano Dalet” di Israele

Se volete comprendere il cupo futuro che attende la Cisgiordania occupata, non distogliete lo sguardo. Basta prestare attenzione agli eventi che si stanno svolgendo nella piccola città palestinese di Qusra, a sud di Nablus.

La storia del futuro della Cisgiordania inizia qui.

Mentre gran parte dei media tratta le notizie provenienti dalla zona come un semplice episodio di “violenza dei coloni”, Qusra rappresenta qualcosa di molto più importante: uno sguardo sul nuovo Piano Dalet che Israele ha in serbo per i palestinesi.

Il Piano Dalet fu il piano militare attraverso cui le forze sioniste conquistarono gran parte della Palestina storica, villaggio per villaggio, durante la Nakba.

Il piano non emerse improvvisamente nel 1948. Si basava su piani militari risalenti al 1945, sviluppandosi in una strategia per conquistare città e villaggi palestinesi, distruggere comunità ed espellere i loro abitanti.

Il significato di questa storia oggi non è solo simbolico. La Nakba è stata un processo, attuato a tappe. Così come l’annessione della Cisgiordania.

E non si tratta solo di un argomento intellettuale. I funzionari israeliani hanno apertamente invocato una nuova Nakba come risultato previsto. Nel novembre 2023, Avi Dichter ha dichiarato: “Stiamo ora lanciando la Nakba di Gaza,” aggiungendo: “Nakba di Gaza 2023. Così finirà”. 

Fedele al suo stile, questa nuova Nakba porta molte delle caratteristiche della vecchia: violenza coordinata, massacri, pulizia etnica, sfollamento forzato e confisca di terre.

Il genocidio a Gaza rappresenta l’apice di questa violenza – una manifestazione più devastante, ma una continuazione del peccato originario su cui si è fondato lo stato israeliano.

Mentre tutti gli occhi erano puntati su Gaza a partire dal 7 ottobre 2023, la Cisgiordania è stata in gran parte ignorata, permettendo a Israele di intensificare la violenza in tutte le sue forme a livelli mai visti da decenni.

Il risultato è stato sbalorditivo. Dal 7 ottobre 2023, le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di 1.100 palestinesi in Cisgiordania, inclusi più di 240 bambini, e ne hanno feriti migliaia di altri. Decine di migliaia di persone sono state detenute, mentre più di 33.000 palestinesi rimangono sfollati solo dai campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams.

Ora, torniamo a Qusra.

A partire dal 9 agosto, coloni israeliani armati hanno circondato tre case palestinesi nell’area di Ras al-Ain, alla periferia della città.

Bloccarono l’accesso alle case, montarono tende all’esterno e tagliarono le forniture di acqua ed elettricità. Le famiglie, compresi i bambini piccoli, erano di fatto intrappolate all’interno.

L’esercito israeliano ha successivamente dichiarato l’area circostante zona militare chiusa, limitando l’accesso a palestinesi, attivisti e giornalisti.

Ciò che emerse non fu semplicemente la violenza dei coloni, ma una divisione del lavoro: i coloni creano la crisi; l’esercito impone le restrizioni; Il movimento palestinese è limitato; e le vittime stesse sono spinte a lasciare le proprie case.

E l’assedio continuò. Mentre scrivo queste parole, l’assedio delle case di Qusra si è concluso alla sua seconda settimana.

Qusra non è un elemento incidentale a questa strategia. Israele ha già confiscato le sue terre per l’insediamento di Migdalim, mentre avamposti vicini, tra cui Esh Kodesh, sono da tempo associati ad attacchi e tentativi di appropriarsi di terre agricole palestinesi.

Il controllo di tali aree è essenziale per il progetto più ampio di collegamento tra i blocchi di insediamento, frammentazione del territorio palestinese e trasformazione delle comunità palestinesi in enclave isolate.

Qualche anno fa, il governo israeliano si comportò come se il suo piano di annettere formalmente vaste aree della Cisgiordania fosse stato messo in pausa. Eppure, dal 7 ottobre, l’annessione è passata dall’aspirazione all’ossessione – sia a parole che nelle azioni.

Il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha supervisionato la distribuzione di massa delle armi dopo il 7 ottobre, armando migliaia di membri della squadra di sicurezza civile con fucili tra una popolazione di coloni già pesantemente armata.

Nel frattempo, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha lavorato sistematicamente per trasferire i poteri sulla Cisgiordania dall’amministrazione militare alle autorità civili israeliane – uno dei meccanismi istituzionali più chiari di annessione.

E ora un altro pezzo sta prendendo forma: il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato i preparativi per trasferire la responsabilità delle forze dell’ordine sui coloni israeliani in Cisgiordania dall’esercito alla polizia israeliana, un altro passo legale cruciale verso l’annessione.

Il quadro si sta completando: milizie di coloni, finanziamenti governativi, armi, esercito, polizia, burocrazie civili, tribunali e decisioni politiche che provengono dai massimi livelli dello stato israeliano.

Visto in questo contesto più ampio, Qusra diventa un microcosmo – e potenzialmente un campo di prova – per i meccanismi attraverso cui può essere implementata un’annessione su larga scala. Queste realtà riecheggiano il passato. La Nakba non è semplicemente ‘avvenuta’, ma è stata il risultato di anni di pianificazione e schemi militari incrementali. Ecco perché Qusra è importante.

Alcuni governi avvertono un’accelerazione dell’annessione; altri sanzionano singoli coloni, come se colpire pochi estremisti potesse invertire un piano attuato da un intero apparato statale.

I palestinesi in Cisgiordania sono pienamente consapevoli della sfida che li attende. Esortare l’Autorità Palestinese, che mantiene il coordinamento della sicurezza con Israele, a elaborare improvvisamente una ‘strategia’ è dolorosamente ridondante.

Ma per noi che comprendiamo gli orrori della Nakba – e le ripercussioni di quella catastrofe, da Deir Yassin al genocidio di Gaza – il riconoscimento non è più sufficiente.

Il prezzo del silenzio che sta già pagando ogni gazaù che vive tra le rovine della Striscia e da ogni palestinese in Cisgiordania che affronta la violenza dei coloni e dei loro partner militari.

Deve finire ora, prima che Qusra diventi il modello per ciò che verrà dopo. Oggi, Qusra; domani, tutta la Cisgiordania.

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L’economia politica marxista di fronte a un mondo che cambia

Il Forum internazionale dell’economia politica marxista

Dal 5 al 7 agosto si è svolto all’Università di Greenwich, a Londra, il 19° Forum della World Association for Political Economy (WAPE), una delle principali rassegne internazionali di confronto tra economisti e studiosi marxisti. Oltre 150 partecipanti provenienti da diversi paesi e più di 30 panel e tavole rotonde hanno animato il dibattito su temi che vanno dall’imperialismo alla teoria del valore, dalla finanziarizzazione all’intelligenza artificiale e all’innovazione tecnologica, fino al ruolo della Repubblica Popolare Cinese nel nuovo contesto economico internazionale.

Quest’anno è stata rivolta particolare attenzione alla figura di Adam Smith, in occasione dei 250 anni dalla pubblicazione de “La ricchezza delle nazioni”. Una scelta che potrebbe apparire curiosa per un congresso di economisti marxisti, ma che ha permesso di tornare alle origini dell’economia politica e, soprattutto, al rapporto tra l’economia politica classica e la critica sviluppata successivamente da Marx.
 
“Salvare Smith dal neoliberismo”

Per ricostruire alcuni dei dibattiti del Forum appena concluso è particolarmente interessante il resoconto pubblicato da Michael Roberts, economista marxista britannico e autore del blog The Next Recession.

Come racconta l’economista Roberts nel suo blog, una delle espressioni più efficaci ascoltate al Forum è stata quella utilizzata da Stavros Mavroudeas, professore di Economia politica alla Panteion University di Atene: occorre “salvare Smith dal neoliberismo”.

Nel corso del Novecento una parte importante del pensiero liberale ha infatti trasformato Smith nel padre nobile del libero mercato. Economisti come George J. Stigler e Milton Friedman, la scuola austriaca e successivamente una parte importante della politica neoliberale hanno utilizzato la celebre “mano invisibile” come simbolo di un’economia nella quale lo Stato dovrebbe farsi da parte e lasciare il mercato libero di autoregolarsi.

Come evidenziato durante il Forum di Londra, il pensiero di Smith è però assai più complesso e contraddittorio.

Nel suo intervento Cheng Enfu, economista marxista cinese, presidente della WAPE e accademico della Chinese Academy of Social Sciences (CASS), dove dirige la Divisione di studi marxisti, ha ricordato come Smith non fosse semplicemente il teorico del laissez-faire. Nella sua analisi dello sviluppo delle economie moderne hanno infatti un ruolo importante la divisione sociale del lavoro, le norme morali e lo stesso ruolo dello Stato.

Doğan Göçmen, professore di Filosofia alla Dokuz Eylül University di Smirne, in Turchia, ha richiamato invece l’attenzione sulla Teoria dei sentimenti morali di Smith, precedente alla Ricchezza delle nazioni. Se l’interesse individuale occupa un posto importante nella teoria economica smithiana, la sua concezione dell’uomo e della società non può essere ridotta a questo solo principio: nella Teoria dei sentimenti morali trovano infatti spazio anche il giudizio morale e le relazioni tra gli individui.

Recuperare Smith dalla caricatura neoliberale non significa però trasformarlo in un marxista ante litteram. Marx riconobbe infatti gli importanti progressi compiuti dall’economia politica classica e da Smith in particolare, soprattutto nell’aver individuato nel lavoro un elemento fondamentale nella creazione della ricchezza. Allo stesso tempo ne mise in evidenza le contraddizioni: Smith si muove verso una teoria del valore fondata sul lavoro, ma ritorna poi a una concezione nella quale salario, profitto e rendita finiscono per apparire come differenti fonti del valore stesso.

La critica marxiana si sviluppa proprio a partire dalle acquisizioni e dalle contraddizioni dell’economia politica classica, superandone al tempo stesso i limiti. La differenza decisiva riguarda anche il modo di concepire il capitalismo: ciò che in Smith tende ancora ad apparire come un ordine naturale della società viene analizzato da Marx come un modo di produzione storicamente determinato, e dunque non eterno.

Da questa discussione storica il Forum WAPE si è poi spostato su una questione molto concreta e attuale: perché, nell’economia mondiale contemporanea, alcuni paesi del Sud globale riescono a sviluppare le proprie forze produttive mentre altri rimangono intrappolati in rapporti di dipendenza con il centro imperialista?

Imperialismo economico e Cina in controtendenza

Nel suo intervento al Forum, l’economista Michael Roberts ha presentato i risultati di un nuovo studio sul divario economico tra i paesi del Sud globale e le economie a capitalismo avanzato. La domanda di partenza è semplice ma decisiva: dopo decenni di globalizzazione, i grandi paesi emergenti stanno realmente riducendo la distanza che li separa dalle economie più sviluppate, come avrebbe dovuto avvenire secondo le promesse della globalizzazione neoliberale?

I risultati presentati da Roberts mostrano che, per gran parte del Sud globale, questa convergenza continua a non verificarsi. Alla base di questo sviluppo diseguale rimangono i meccanismi economici dell’imperialismo. Roberts individua nel persistente drenaggio di valore dalle economie periferiche verso quelle del centro imperialista una delle cause che impediscono ai paesi più poveri di colmare il divario.

La grande eccezione è la Cina, che negli ultimi decenni ha seguito una traiettoria nettamente diversa, rinnegando proprio quelle ricette neoliberali che avrebbero dovuto favorire la convergenza.

La Cina rappresenta infatti una controtendenza anche perché, secondo Roberts, la crescita degli investimenti è meno subordinata alla redditività del capitale privato rispetto alle altre grandi economie del Sud globale. La presenza dello Stato, delle imprese pubbliche e della pianificazione economica diretta dal Partito Comunista Cinese permette di orientare risorse verso obiettivi di sviluppo di lungo periodo, senza dipendere esclusivamente dai settori nei quali il capitale privato può ottenere il rendimento più elevato.

Dalla Cina al Sud globale: una questione aperta

I risultati presentati da Roberts si inseriscono anche nel lavoro di ricerca sull’imperialismo economico sviluppato negli anni insieme all’economista marxista Guglielmo Carchedi. A partire da queste analisi vale però la pena porsi un’ulteriore domanda: se la Cina rappresenta la principale controtendenza a una forbice tra centro e periferia che continua a riprodursi, il suo crescente ruolo internazionale può contribuire a creare condizioni differenti di sviluppo anche per gli altri paesi del Sud globale?

Il tema attraversa già da alcuni anni il dibattito della WAPE. Il 17° Forum di Atene del 2024 aveva dedicato un filone alla Geopolitical Economy: globalization or imperialism? Development or war? affrontando il declino dell’egemonia statunitense, la formazione di un sistema mondiale multipolare, i flussi internazionali di capitale, gli investimenti esteri e il rapporto tra imperialismo e sviluppo.

Ancora più esplicito il 18° Forum di Istanbul del 2025, intitolato: Multipolarity in the 21st Century: Challenges and Opportunities in Political Economy. Tra i temi proposti figuravano lo sviluppo economico diseguale, l’ascesa delle economie emergenti, la cooperazione internazionale della Belt and Road Initiative, lo sviluppo dei BRICS, la sfida alla dominazione del dollaro e la costruzione di meccanismi alternativi nelle relazioni economiche internazionali.

Il Forum di Londra del 2026: The Wealth of Nations in the Multipolar Age, prosegue dunque una discussione già aperta. Ma i risultati di Roberts permettono di porre la questione in termini molto concreti: non basta chiedersi se stia emergendo un mondo multipolare. Bisogna capire se questo nuovo equilibrio sia capace di modificare le condizioni materiali che continuano a riprodurre il divario tra centro e periferia imperialista.

Da qui la necessità di sviluppare un nuovo filone di ricerca economica marxista: verificare empiricamente se e in quale misura la crescente cooperazione economica promossa dalla Cina con il Sud globale riesca effettivamente a ridurre in modo stabile il trasferimento di valore verso i tradizionali centri imperialisti e a favorire invece industrializzazione, infrastrutture, trasferimento tecnologico, crescita della produttività e capacità di accumulazione interna.

Gli strumenti da analizzare sono già davanti a noi. La Cina propone una cooperazione “win-win”; la Belt and Road Initiative ha esteso le relazioni infrastrutturali, produttive e commerciali con il Sud globale; la New Development Bank dei BRICS finanzia l’economia produttiva e punta a un maggiore utilizzo delle valute nazionali dei paesi emergenti.

Allo stesso tempo si stanno sviluppando circuiti commerciali e finanziari che promuovono la de-dollarizzazione riducendo la necessità di passare attraverso il dollaro. Un caso interessante è quello del commercio energetico tra Cina e Iran: accanto all’utilizzo del renminbi, sono emersi meccanismi attraverso i quali le entrate generate dal petrolio iraniano acquistato dalla Cina vengono impiegate per finanziare progetti infrastrutturali in Iran, riducendo il passaggio attraverso il sistema finanziario dominato dal dollaro.

Tutto questo non ha ancora spezzato i meccanismi dell’imperialismo economico: i dati presentati da Roberts mostrano che la forbice tra centro e periferia rimane. Ma oggi esistono finalmente strumenti e relazioni economiche che possono offrire ai paesi del Sud globale maggiori spazi per sottrarsi alla dipendenza economica con il centro imperialista.

Guerra, dollaro e flussi finanziari

Il rapporto tra sviluppo e potere finanziario ritorna nel contributo Adam Smith, war, and global financial flows, presentato al Forum WAPE da Alberto Lombardo, Segretario generale del Partito Comunista (Italia), e Francesco Maringiò, presidente dell’Associazione italo-cinese per la promozione della Nuova Via della Seta.

Partendo dalla rilettura di Adam Smith proposta dall’economista e sociologo italiano Giovanni Arrighi in Adam Smith in Beijing, gli autori richiamano la distinzione tra due diversi percorsi di sviluppo. Il primo poggia sulla crescita del mercato interno, dell’agricoltura e delle capacità produttive domestiche, a partire dalle quali si sviluppa successivamente il commercio estero. Il secondo assegna invece un ruolo trainante all’espansione verso i mercati esterni, che nella storia si è intrecciata con l’espansione coloniale e militare occidentale. Arrighi ritrova storicamente il primo percorso nello sviluppo cinese e il secondo nell’ascesa delle potenze europee.

Il ragionamento arriva all’economia contemporanea attraverso la teoria del “ciclo del dollaro” elaborata dal generale cinese Qiao Liang. Dopo la fine di Bretton Woods, nelle fasi contraddistinte da un dollaro debole e bassi tassi d’interesse la liquidità tende a dirigersi verso le economie emergenti; quando invece i tassi salgono e il dollaro si rafforza, i capitali tendono a tornare verso gli Stati Uniti. Crisi politiche e militari possono accelerare questo movimento. Il meccanismo è relativamente semplice: nelle fasi di forte instabilità internazionale i capitali tendono ancora a cercare sicurezza negli asset denominati in dollari, in particolare nei titoli del Tesoro statunitense. La guerra e le crisi geopolitiche, fomentate in primis dagli Stati Uniti, favoriscono ancora oggi un ritorno di capitali verso gli Stati Uniti, rafforzando la domanda di dollari e contribuendo a finanziare l’economia americana.

Da questo deriva il concetto della “tosatura finanziaria” utilizzata da Qiao Liang: dopo essere affluiti nelle economie emergenti nelle fasi di espansione, i capitali vengono nuovamente attratti verso gli Stati Uniti quando il ciclo si inverte, drenando parte della ricchezza accumulata nella periferia. Le crisi internazionali possono invece accelerare il ritorno verso il centro finanziario statunitense.

Lombardo e Maringiò dedicano poi particolare attenzione alla Cina contemporanea e alla sua strategia di sviluppo, strettamente governata dal Partito Comunista Cinese. La Cina ha cercato di evitare la cosiddetta comparative advantage trap, che può confinare i paesi in via di sviluppo nelle produzioni a basso valore aggiunto, passando progressivamente da uno sviluppo soprattutto quantitativo a uno sviluppo qualitativo. Il collegamento con Smith, passando da Arrighi, sta proprio nella centralità attribuita alla base interna dello sviluppo: anziché affidarsi passivamente ai vantaggi comparati assegnati dalla divisione internazionale del lavoro, la Cina ha costruito e trasformato nel tempo la propria struttura produttiva, accumulando capacità industriali e tecnologiche.

Anche i dati sulla de-dollarizzazione presentanti dal paper mostrano un quadro in continua evoluzione. La quota del dollaro nelle riserve mondiali è diminuita, mentre cresce la diversificazione verso altre valute e verso l’oro. Il renminbi conserva ancora un peso limitato nelle riserve internazionali, ma la Cina ha nel frattempo fortemente ridotto la propria esposizione al debito statunitense. Il dollaro resta ancora centrale, ma il sistema monetario internazionale è meno immobile di quanto apparisse soltanto pochi anni fa.

Un precedente incontro con la WAPE in Svizzera

Alcuni dei temi oggi al centro del dibattito della WAPE erano stati oggetto di confronto anche in Svizzera. Nel 2018, all’Università di Zurigo, il professor Xiaoqin Ding, economista cinese e Segretario generale della WAPE, incontrò Alessandro Lucchini, economista e vice-segretario politico del Partito Comunista svizzero.

Al centro dell’incontro vi furono proprio alcune questioni che ritroviamo nel dibattito attuale: le riforme economiche cinesi, il ruolo internazionale del renminbi e il processo di de-dollarizzazione degli scambi internazionali.

Il Professor Ding continua oggi a ricoprire un ruolo importante nella WAPE ed è Chair Professor e Executive Vice Dean della School of Marxism della Shanghai University of Finance and Economics. La sua recente attività scientifica continua a confrontarsi con le trasformazioni dell’economia mondiale: un suo lavoro del 2025 affronta infatti il rapporto tra economia politica marxista, multipolarismo, imperialismo e innovazione tecnologica.

Conclusione

Il Forum che ogni anni organizza la WAPE offre dunque diversi strumenti per leggere una fase turbolenta e di transizione dell’economia mondiale. Il mondo unipolare guidato dagli Stati Uniti è in declino ma conserva ancora una posizione dominante sul piano finanziario, tecnologico e militare; allo stesso tempo la Cina ha seguito una traiettoria di sviluppo diversa e il suo peso sta contribuendo alla formazione di nuovi rapporti economici internazionali.

La questione del multipolarismo va dunque portata anche sul terreno dell’economia politica. Non basta che esistano più potenze perché cambi la struttura dell’economia mondiale. Per i paesi del Sud globale il punto decisivo è capire se stanno realmente aumentando le possibilità di industrializzarsi, sviluppare le proprie forze produttive, trattenere una quota maggiore del valore prodotto e conquistare maggiore sovranità economica.

Da Smith a Marx, fino alle discussioni della WAPE di oggi, ritorna dunque in fondo una vecchia domanda: da dove viene la ricchezza delle nazioni, chi la produce, chi se ne appropria e come viene distribuita tra le classi e tra i popoli?

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