Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

29/06/2026

Le Monografie di Frusciante: Oliver Stone (Luglio 2024)

Israele demolisce accordi e case, Usa nel pallone

Non è complicato capire perché il processo di de-escalation in Medio Oriente sembra essersi bloccato nuovamente dopo la firma del “memorandum of understanding” in Svizzera.

Sul piano strettamente militare c’è stato un “colpo non identificato” che ha raggiunto una nave in transito nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti ne hanno attribuito la responsabilità all’Iran, che però non ha rivendicato, contrariamente al solito.

Tanto è bastato a Washington per lanciare una serie di attacchi aerei contro postazioni iraniane intorno a Hormuz. Tehran ha risposto come da manuale con missili e droni contro le basi Usa in Bahrein (c’è la sede della Quinta Flotta) e in Kuwait.

Seguono minacce tonitruanti di Trump e gelide avvertenze iraniane, che hanno però il merito di far capire l’oggetto del contendere.

Dopo aver ricordato che “qualsiasi interferenza da parte di soggetti diversi dall’Iran nella gestione dello stretto comporterà un ritardo nella sua riapertura e un aumento del livello di tensione nella regione”, il ministro degli esteri Araghci – in visita a Baghdad – ha invitato gli Stati Uniti “a frenare l’entità sionista, che continua la sua aggressione contro il Libano”, sottolineando che, secondo il primo punto del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, Washington deve “convincere” Tel Aviv a ritirarsi dal Libano in tempi accettabili.

Gli Usa, però, hanno condotto una trattativa ridicola con alcuni esponenti libanesi dichiaratamente sionisti, oltre che con lo stesso Israele, raggiungendo un presunto “accordo” che lascia le cose come stanno ora e dichiara esplicitamente di voler “disarmare Hezbollah”. Che non è soltanto l’unica forza in grado di opporre una resistenza all’espansionismo di Tel Aviv, ma anche la principale componente sociale e politica che sembra interessata sul serio a garantire la sovranità del Paese. Ma che proprio per questo non è stata neanche consultata.

Il sito statunitense Axios – che affida sempre la narrazione sul conflitto mediorientale all’ex ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’Idf, Barak Ravid – ammette che il presunto “accordo libanese” “sembra anche contraddire alcuni degli intendimenti raggiunti tra Stati Uniti e Iran in Svizzera, e potrebbe quindi complicare quella fragile tregua”.

Ma il problema sarebbe stato causato dall’altro accordo – il “MoU” tra Usa e Iran – con cui Teheran “è riuscito a inserire la situazione in Libano nelle sue trattative con gli Stati Uniti nelle ultime settimane”.

Un testo che l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter – incaricato di gestire i rapporti con Washington sulla questione libanese – ha definito subito “un disastro ferroviario”.

La ragione è semplice: quel “memorandum invita le parti a rispettare un cessate il fuoco in Libano e a garantire l’integrità territoriale del paese, che è invece attivamente minata dall’occupazione israeliana in corso nel Libano meridionale”.

In parole povere: Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio libanese sotto il suo controllo ed anzi vorrebbe spingersi ancora più in là, come del resto sta facendo in Siria, occupando ora anche le campagne intorno alla città di Daraa.

Una volta precisato il contesto e gli interessi contrastanti non ci vuole molto ad immaginare che il “colpo non identificato” che ha messo in moto il doppio scambio di cortesie militari tra Iran e Usa intorno ad Hormuz abbia un responsabile chiaro: il governo Netanyahu, che peraltro aveva già spedito un po’ di truppe negli Emirati Arabi Uniti e largheggia in operazioni false flag.

Quel che rende la gestione statunitense della “doppia trattativa” un delirio senza capo né coda è esattamente la “condiscendenza” nei confronti di Israele, che diventa insormontabile al tavolo libanese e invece “riducibile” su quello iraniano.

Sembra evidente che a Washington non c’è alcuna chiarezza strategica e quindi si sovrappongono posizioni e iniziative decisamente contraddittorie.

Sembrano pesare anche le differenti ambizioni e posizioni del segretario di Stato “Narco” Rubio – che ha prodotto materialmente il pasticcio libanese – e del vicepresidente J.D. Vance, esponente autentico dell’immaginario “Maga” che considerava la guerra all’Iran quanto meno una stupidaggine ma, soprattutto, considera Israele un alleato come tanti altri (gli europei, per esempio) e quindi da rimettere al suo posto quando gli interessi Usa entrano in contraddizione con quelli di Tel Aviv.

Una confusione che facilita ovviamente ogni manovra diversiva che abbia come obbiettivo il prolungamento della guerra sull’intero scenario mediorientale. La tela tessuta da Pakistan e Qatar con l’Iran viene sciolta di notte nel lavorio mafioso tra la Casa Bianca e Tel Aviv, con il popolo libanese costretto a pagarne il prezzo.

Fin quando gli Stati Uniti non sceglieranno con chiarezza tra una qualche pace in Medio Oriente (per garantire che l’economia mondiale non subisca altri colpi, non certo per bontà d’animo) e l’appoggio incondizionato all’espansionismo illimitato di Israele – unico Stato al mondo a non avere e non volere confini certi, riconosciuti internazionalmente –, pateticamente giustificato con “verità bibliche”, la situazione non potrà cambiare.

La pace implica l’imbavagliamento duraturo del sionismo genocida, il contrario significa guerra senza limiti. Già ad aprile, ricordiamo, la frustrazione israelo-statunitense nel non riuscire a raggiungere gli obbiettivi dichiarati aveva fatto balenare in quelle teste pazze la possibilità di usare anche l’arma nucleare.

Come se fosse possibile farlo senza conseguenze...

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Gli italiani e la guerra in Ucraina. Guerrafondai in minoranza

La campagna guerrafondaia tesa ad aumentare l’impegno militare italiano a sostegno dell’Ucraina ha guadagnato qualche punto di consenso ma resta ancora minoritaria nell’opinione pubblica. A rivelarlo è un sondaggio curato dall’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).

Rispetto alle rilevazioni di dicembre 2025, il 34% degli intervistati sostiene ancora che Bruxelles e Washington dovrebbero convincere Kiev ad accettare un accordo di pace con Mosca, anche a costo di rinunciare a parte del proprio territorio. A questi va aggiunto il 15% che è addirittura a favore di una totale interruzione del sostegno italiano all’Ucraina.

A queste posizioni si contrappongono il 23% che dichiara che Kiev vada sostenuta fino in fondo, fino alla riconquista dei propri territori, si tratta di una percentuale ancora minoritaria ma in aumento visto a dicembre era il 15%.

Contestualmente, c’è il 51% degli intervistati che vorrebbe ripristinare le forniture di gas dalla Russia, sia dopo un eventuale cessate il fuoco (27%) che senza (25%).

Coloro che invece si oppongono al ripristino delle forniture del gas russo sono solo il 28%, divisi tra quelli che negano in qualsiasi caso questa opzione (11%) e quelli che lo subordinano al ritiro delle truppe russe dall’Ucraina (17%).

Raccoglie entusiasmi relativi anche l’opzione dell’adesione rapida dell’Ucraina all’Unione Europea. Il 41% è a favore dell’ingresso, anche se tre quarti sostengono che per l’Ucraina non si dovrebbero fare favoritismi e si dovrebbero invece rispettare le regole e le tempistiche previste anche per gli altri aspiranti paesi membri.

Il fronte del “no” incalza però da vicino con il 34% degli intervistati che sostengono come l’adesione dell’Ucraina all’UE rappresenterebbe un rischio per i paesi membri, nonché un costo economico significativo.

Insomma, per la banda Calenda & Picierno e di tutti i volenterosi guerrafondai italiani sono risultati pesanti.

Il sondaggio dell’Ispi riguarda anche altri temi dell’agenda internazionali, dai quali emerge che nella guerra tra Usa e Iran i vincitori sarebbero i primi per il 14% e il secondo per il 22%. La grande maggioranza – il 55% – ritiene invece che non ci siano stati né vinti né vincitori.

Interessante il dato per cui il 36% ritiene che Usa e Ue dovrebbero “ostacolare il governo israeliano” mentre solo il 6% pensa invece che questo andrebbe sostenuto.

Il sondaggio rileva come solo il 6% ritenga che gli Stati Uniti siano oggi il principale alleato dell’Italia e il 38% pensa che “dovremmo essere più autonomi”.

E infine c’è la Cina, ritenuta dagli intervistati come un partner economico e geopolitico per il 48% e il 45% rispettivamente, mentre è ritenuta una minaccia economica dal 28% e geopolitica dal 32%.

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Sostituzioni prossime

di Roberto Fineschi

(Distopie apocalittiche in un soffocante inizio d’estate)

Chi ha dei figli adolescenti e post-adolescenti già nota la differenza. Se i secondi per preparare un’interrogazione o un esame prima leggevano dei libri (anche banalmente il manuale), i primi ormai i libri quasi neppure li aprono, ascoltano le lezioni online su youtube o chiedono all’intelligenza artificiale di fare dei riassunti e di leggerli.

Addirittura, affinché sia “meno noioso”, si può trasformare la lezione o il powerpoint o qualunque cosa sia, in un podcast dialogato che poi viene letto direttamente dalla macchina.

Se questo fa già preoccupare gente attempata come me, l’abisso è assai più profondo. Siccome la laurea (almeno in certe materie) è diventata un mero mercimonio acquistabile a prezzi ragionevoli online perché i contenuti appresi sono sostanzialmente indifferenti, nelle università fisiche che mantengono la parvenza della didattica, le conseguenze pratiche, soprattutto in triennale, sono:
1) che gli studenti vanno raramente a lezione (o non ci vanno affatto);
2) che si presentano all’esame non avendo studiato niente, o un minimo chissà come, mirando al 18. Se bocciati, dopo due volte in alcuni atenei possono chiedere che venga cambiata la commissione…

L’apparente furberia di queste procedure è appunto solo apparente, perché gli interessati sono già assai meno intelligenti dell’IA e qui sostituibili da essa senza difficoltà.

Veniamo al lato docenti: sempre più colleghi chiedono suggerimento all’IA su come preparare le lezioni, come innovare la didattica, ecc. Chiedono conferma di correzioni, argomentazioni, ecc. L’IA è veramente molto brava nel rispondere, al punto che, non appena riesca ad assumente delle fattezze presentabili in pubblico, li potrà tranquillamente sostituire. Anzi, siccome a lei si chiede costantemente e poi si esegue, nella parte progettuale la sostituzione sta già avvenendo.

Nemmeno questo tuttavia è l’aspetto più inquietante: invece che la sostituzione del discente e del docente, è il processo stesso che è diventato superfluo, non c’è più fattualmente bisogno del discente e del docente, quei processi sono di fatto già meccanizzati ed eseguibili da macchine e anche i compiti che il risultato di quell’apprendimento dovrebbe svolgere li può svolgere la macchina.

Il mondo delle macchine intelligenti è quello in cui non c’è più bisogno di schiavi (se i telai filassero da soli, se le cetre suonassero da sole, ecc.): tutto ciò è ormai realtà.

Ma la realtà è andata in verità ben oltre: non solo la poiesis, anche la praxis ormai è largamente coadiuvata dall’IA, se non sostituita (nella programmazione di guerre, politiche economiche, scelte di investimento, nella scrittura di libri, articoli, ecc.).

Marx diceva che il regno della libertà non è la semplice gestione razionale dei processi di riproduzione necessaria, ma la posizione e realizzazione di scopi liberi da quel vincolo.

L’umanità, grazie allo sviluppo del modo di produzione capitalistico, è giunta a quella soglia. In verità, è andata oltre, perché Marx lasciava alle macchine la poiesis, immaginando che agli individui liberati restasse la praxis. Invece l’IA si allarga alla praxis.

Pur utilizzando la grande macchina iperintelligente automatizzata non a fini di valorizzazione ma di riproduzione razionale (ovvero superato il capitalismo), sarà l’umanità in grado di gestire questa gigantesca libertà? O scomparirà lasciando il mondo alle cose oramai più intelligenti degli umani? O le contraddizione del capitalismo ci solleveranno dall’immaginare una risposta perché porteranno alla fine della vita sul Pianeta (almeno nelle sue forme intelligenti più avanzate)?

Leopardi diceva che non c’è alcun bisogno di dimostrare che la materia pensa, perché questa è una verità di fatto... Che i processi chimico-fisici che portano alla possibilità del pensiero e della coscienza si possano riprodurre su hardware diversi da quelli del corpo umano è davvero impossibile? E allora, che sia per autodistruzione o superamento, l’umanità è pronta a scomparire?

Il caldo soffocante fa fare brutti pensieri... quindi speriamo in una prossima, rapida diminuzione delle temperature.

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Allarme della Corte dei Conti: nella sanità manca personale, a rischio i servizi

La crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è solo una questione di fondi, ma anche un problema di personale. È, in altre parole, un problema di capacità di programmare l’impiego di quei fondi per strutturare adeguati servizi per la tutela della salute. È la Corte dei Conti a lanciare l’allarme: senza un investimento su medici, infermieri e professionisti sanitari, l’intero sistema pubblico rischia il collasso.

L’avvertimento è stato lanciato dalla Corte dei Conti, discutendo il Rendiconto generale dello Stato. Le osservazioni fatte dall’organo costituzionale sono, del resto, un risultato atteso, dato che lo smantellamento del SSN è stato un obiettivo centrale dei tagli alla spesa pubblica e delle privatizzazioni selvagge, così da trasformare un diritto in un terreno di profitto.

Per quanto la nostra sanità venga considerata ancora di qualità, la Corte mette in chiaro che “non bisogna più indugiare o lesinare risorse”, perché il diritto alla salute è “centrale per definire il parametro di civiltà di un paese”. Nell’abbrutimento ideologico e culturale del capitale occidentale in crisi non sorprende, dunque, che tale diritto subisca apertamente una guerra: le liste d’attesa rimarranno intasate, la fuga verso il settore privato diventerà un esodo inarrestabile e le nuove Case di comunità finanziate dal PNRR resteranno scatole vuote.

I dati sono complessi da leggere, e possono trarre in inganno. Nel 2025 la spesa sanitaria ha toccato i 141,54 miliardi di euro, registrando un aumento del 2,5% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, la cifra resta al di sotto dei 144 miliardi stimati inizialmente dal Documento programmatico di finanza pubblica. Il che significa che c’è già stato un definanziamento.

Il rapporto tra spesa sanitaria e PIL è inchiodato al 6,3%, e le proiezioni fino al 2029 non mostrano inversioni di tendenza, assestandosi intorno al 6,4%. Per il triennio 2027-2029 è previsto un aumento nominale del PIL maggiore rispetto a quello della spesa sanitaria, senza considerare l’impatto dell’inflazione, che nei fatti riduce la spesa effettiva di questo settore.

Il problema, però, non è solo quanto si stanzia, ma la capacità di tradurre il denaro in servizi concreti. Nonostante le risorse destinate al Ministero della Salute siano salite a 3,24 miliardi di euro (+18,3% rispetto al 2024), la capacità di spendere effettivamente questi soldi è crollata. In termini assoluti, i pagamenti totali del Ministero sono diminuiti del 5%, passando dai 2,093 miliardi del 2024 a 1,988 miliardi del 2025.

Non sorprende se si pensa ai tagli agli organici con la scusa del risparmio, indebolendo la capacità effettiva dell’amministrazione pubblica, e se si pensa anche al modo in cui questi fondi pubblici sono stati reindirizzati in funzione della speculazione privata. È in questo divario tra fondi teorici e prestazioni erogate che si inserisce, inoltre, il dramma delle liste d’attesa.

Nel 2025, la Piattaforma nazionale connessa ha registrato oltre 57 milioni di prenotazioni (33,5 milioni di esami e 24 milioni di visite). Eppure, il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2025-2027 è in ritardo e solo due Regioni trasmettono i dati in tempo reale, mentre le altre si affidano a invii mensili, rendendo impossibile individuare tempestivamente i colli di bottiglia. Un altro evidente fallimento della regionalizzazione, invece di una sanità pianificata a livello centrale.

Per la Corte dei Conti, l’unica vera terapia d’urto passa dal reclutamento del personale. La carenza cronica di organici ha infatti generato un effetto distorsivo ed economicamente doloroso: il boom dei medici e infermieri “a gettone” reclutati tramite appalti esterni, soprattutto nei pronto soccorso.

Si tratta di una pratica dai costi esorbitanti che non solo frammenta la continuità terapeutica delle cure, ma che porta al peggioramento della qualità delle prestazioni e aumenta i rischi di danno erariale. Restano inoltre insufficienti e fortemente disomogenei gli screening oncologici, drammaticamente al palo nel Meridione e nelle Isole.

Teoricamente, la legge di bilancio 2026 autorizza le aziende sanitarie regionali ad assumere personale a tempo indeterminato nel limite di 450 milioni di euro annui, in particolare per infermieri e personale tecnico. Ma se si pensa che, sulla base di dati nazionali, la Fondazione GIMBE ha calcolato 4,7 infermieri ogni mille abitanti nel nostro paese, quando la media OCSE è di 9,5, si capisce bene che questi fondi possono al massimo alleviare leggermente le mancanze costruite in anni di attacchi alla sanità pubblica.

La solita propaganda della classe dirigente, che continua a ignorare gli interessi della maggioranza della popolazione per garantire i profitti, e per pagare il riarmo. In questo caso, la massima cubana “medici e non bombe” appare adattissima anche al Belpaese.

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Gli squali che fingono di rappresentare il Libano

Non c’è nessun governo libanese ad aver firmato un “accordo quadro” con Israele, e di conseguenza non esiste nessun accordo, perché gli accordi si fanno almeno in due, trovando un compromesso tra posizioni conflittuali.

Le persone che hanno firmato questa richiesta di sottomissione non hanno alcun conflitto con Israele, e sono di fatto figure nominate dagli americani, che sempre dagli americani – i “finanziatori” quasi esclusivi delle Forze Armate Libanesi – prendono ordini. Ordini, non suggerimenti. Questa è ahimè la verità.

Nawaf Salam e Joseph Aoun, con i loro difetti e anche con i loro pregi (essenzialmente legati alla carriera che hanno fatto, soprattutto Salam come giudice), non rappresentano davvero nessuno in Libano, ed anche in questo fatto risiedono i rischi connessi alla strada che hanno imboccato. Quando dico nessuno dico che hanno meno rappresentanza del più piccolo partito cristiano. Cioè, voglio dire, un Frangieh avrebbe più consensi di Aoun.

I “negoziati” con Israele a Washington sono portati avanti dalla ambasciatrice Nada Hamadeh Mouawad – priva di qualsiasi agency e credibilità quando si tratta di rappresentare un paese multi confessionale e organizzato secondo il power sharing settario – ma nella sostanza di questo giochino volto a portare il Libano davvero sull’orlo della guerra civile e legittimare l’occupazione israeliana si occupano altre figure, oltre al governo americano e quello israeliano.

Una di queste è probabilmente Anton Sehnaoui, famoso banchiere e miliardario libanese, chairman del board del gruppo SGBL, nonché partner di Morgan Ortagus, la signora che per qualche mese è stata vice inviata speciale degli USA per il medioriente, e che proprio in quei mesi si fece fotografare mentre a Beirut stringeva la mano al presidente libanese Joseph Aoun, indossando una vistosa collana con la stella di David (regalo di Sehnaoui?).

Sehnaoui nel 2022 è stato accusato di riciclaggio di denaro, e soprattutto è abbastanza il segreto di pulcinella che – oltre ad essere un finanziatore del piccolo gruppo cristiano fondamentalista “Jnoud Al Rabb” (soldati di Dio), protagonista di varie azioni omofobe a Beirut – negli anni si sia enormemente arricchito grazie alle operazioni di ingegneria finanziaria dell’ex famigerato governatore della Banca centrale, Riad Salameh, uno dei principali o forse il principale obiettivo delle proteste antigovernative di qualche anno fa (accusato di corruzione e sotto sanzioni in Canada, Uk e Usa).

Sehnaoui è insomma uno di quei soggetti che si sono arricchiti letteralmente sulle spalle di una classe media che è scomparsa in pochissimi anni, e di una popolazione che è scivolata nella povertà mese dopo mese.

Non è però tutto: come partner e in compagnia di Morgan Ortagus, Sehnaoui lo scorso 14 aprile – a genocidio ormai ufficiale – ha partecipato a una cerimonia al Memoriale dell’Olocausto di Washington.

Non è dato sapere se volesse mantenere un profilo basso o meno ma la sua compagna, una volta preso il microfono, lo ha ringraziato per il suo “supporto al sionismo nonostante i rischi personali”, ricordando poi come Sehnaoui sia stato cresciuto dai suoi genitori secondo i “valori sionisti”. Non “ebraici” come Starmer, eh (che già li, se non sei ebreo, non si capisce bene): proprio sionisti.

E ci si sorprende dello storico atteggiamento paranoico di Hezbollah? Mi pare ci siano delle solide basi.

Sehnaoui d’altronde non ha mai fatto segreti di sostenere progetti Israelo-statunitensi, indossa la spilletta gialla degli ostaggi e ha varie volte dichiarato di essere appunto un “fiero sionista”. Anche quando il suo paese veniva bombardato da Tel Aviv – pure non lontano da dove è cresciuto da piccolo, cioè Baabda.

Questo “accordo quadro”, nella sostanza, introdurrebbe un “Gruppo trilaterale di coordinamento militare”, un teorico e parzialissimo ritiro israeliano (che non avverrà per nemmeno cento metri, a meno che la resistenza armata non aumenti) in cambio di un dispiegamento delle LAF (da decenni volutamente non equipaggiate per fare la guerra a nessuno) nelle zone dove opera Hezbollah, di cui l’Idf lamenta le azioni di resistenza armata sul proprio territorio, con Beirut che sembra correrle solertemente in aiuto.

Da un punto di vista diplomatico e anche degli sviluppi militari sul campo (che vedono le perdite israeliane in costante aumento, una leva che qualunque delegazione negoziale dovrebbe utilizzare) questa intesa sembra uno scherzo: il governo libanese non solo sembra ignorare cosa accade sul campo di battaglia tra invasori e resistenti, ma sembra preferire una lineare ed esplicita sottomissione al paese che gli sta radendo al suolo decine di villaggi, a una inclusione del Libano nei cessate il fuoco come conseguenza delle pressioni iraniane su Washington.

Follia. Patologia istituzionale.

Il punto è che da un punto di vista pratico con questo semi accordo non cambierebbe granché: nessuno nell’esercito vuole davvero scontrarsi con Hezbollah, imporgli questo o quest’altro. A partire dai soldati stessi, che per almeno un quarto sono sciiti, e magari hanno un cugino al fronte che attacca i carri armati israeliani.

Questo può valere finché Rudolph Haykal – al momento quasi la salvezza del Libano, nella sua capacità e volontà di mantenere un certo equilibrio e l’indisponibilità ad attaccare Hezbollah – rimane a capo delle Forze armate. Se, come si vocifera da mesi, lo indurranno a farsi da parte o lo solleveranno dal suo incarico, lo scenario che si aprirà sarà davvero ignoto. O meglio, rischia di essere un po’ familiare.

Ps – Personalmente attribuisco la scelta di firmare questo scempio epocale nel giorno dell’Ashura a una questione di pura sciatteria, più che alla volontà di fomentare ulteriormente divisioni.

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L’avanzata globale della repressione antisindacale

L’aumento di cinque punti percentuali delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili, in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) nel suo Indice Globale dei Diritti 2026.

Pubblicato per la prima volta nel 2014, il rapporto annuale della CSI analizza la situazione dei diritti sindacali e del lavoro in 151 nazioni. Tre sono le tendenze emerse nell’analisi dello scorso anno: la persecuzione di dirigenti sindacali, l’uso di sistemi di vigilanza per controllare il personale e tracciare le attività sindacali e la mancata consultazione dei rappresentanti dei lavoratori nei processi di riforma delle legislazioni sul lavoro.

Europa ed Americhe hanno registrato la loro peggiore media di punteggio per nazione dalla prima pubblicazione dell’Indice Globale dei Diritti. Nel caso delle Americhe è passata da 3,68 a 3,72 rispetto allo scorso anno, dove la categoria 5+ indica che i diritti non sono garantiti a causa della “distruzione dello stato di diritto”, 5 che i diritti non sono garantiti, 4 che ci sono violazioni sistematiche dei diritti, 3 che tali violazioni sono abituali, 2 che le violazioni sono ripetute e 1 che sono sporadiche.

Asia Occidentale e Africa Settentrionale si confermano in cima alla lista nera assoluta delle regioni con la peggiore media di punteggio per nazione (4,68), seguiti da Asia Orientale (4,08) e Africa (3,91). In netto deterioramento e prossima alla categoria di “violazione abituale dei diritti” l’Europa, con un punteggio di 2,80.

I dieci Paesi in cui lavoratori, lavoratrici e sindacalisti soffrono maggiormente la violazione dei propri diritti sono Argentina, Bielorussia, Ecuador, Egitto, eSwatini (Swaziland), Myanmar, Nigeria, Panama, Tunisia e Turchia. Il turbocapitalismo di Javier Milei e José Raúl Mulino fanno entrare per la prima volta l’Argentina e Panama nella lista nera. Osservati speciali per l’aumento delle violazioni rispetto all’anno precedente Filippine, Guinea-Bissau, Israele, Liberia, Moldavia, USA e Zimbabwe.

Le principali violazioni colpiscono il diritto di sciopero, che non viene garantito nell’87% delle nazioni osservate, il diritto alla negoziazione collettiva (80%), alla libertà di associazione e organizzazione (75%), all’accesso alla giustizia (72%). Per quanto riguarda la libertà d’espressione e di assemblea, il rapporto evidenzia chiare violazioni nella metà delle nazioni, un dato che è raddoppiato nell’ultimo anno, mentre nel 32% di esse sono state segnalate aggressioni e atti di violenza contro lavoratori organizzati, includendo l’omicidio in almeno quattro Paesi, tra cui Colombia e Messico. Fermi e arresti di lavoratori, lavoratrici e sindacalisti vengono denunciati nelle metà (75) delle nazioni osservate. 

In generale, la condotta antisindacale e repressiva e le inadempienze e violazioni delle leggi che regolano il lavoro sono cresciute globalmente rispetto all’anno precedente, con particolare intensità nei Paesi in cui governano forze politiche ultraconservatrici e autoritarie, che promuovono modelli basati sulla radicalizzazione delle dottrine di libero mercato, con relativa riduzione dello Stato, deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro, aumento dell’esternalizzazione (outsourcing), smantellamento delle tutele e il progressivo calo di rappresentanza e potere contrattuale delle organizzazioni dei lavoratori. Tutti fenomeni che favoriscono la precarietà, l’informalità e lo sfruttamento della manodopera, specialmente quella migrante, ridotta in condizioni di semischiavitù. Segnalata anche la complicità con la criminalità organizzata e la politica corrotta.  

“C’è un’avanzata preoccupante delle destre sia in America Latina che nel mondo e ciò implica un inasprimento del modello neoliberista, con una maggiore privatizzazione dei servizi pubblici ed esternalizzazione del lavoro, licenziamenti di massa, precarizzazione e flessibilizzazione dei posti di lavoro, che conducono inevitabilmente a una limitazione crescente dell’agire sindacale”, spiega a Pagine Esteri, Fernando Espinales, presidente dello storico sindacato honduregno Stibys.

Nel mirino in questi giorni in Honduras c’è il servizio elettrico nazionale, che il governo ultraconservatore del pupillo di Trump, Nasry Asfura, sta cercando di privatizzare dividendo in tre parti l’azienda pubblica ENEE. Una manovra che segue l’approvazione di una legge che introduce e regola il “lavoro a tempo parziale”, una riedizione peggiorata della famigerata legge sull’impiego a ore, abrogata nel 2022 sotto l’impulso del governo di Xiomara Castro.

“Soprattutto nel settore pubblico hanno già licenziato migliaia di persone e decapitato i vertici dei principali sindacati, mentre la promozione di terziarizzazione, appalti e subappalti nel settore privato ha l’obiettivo di distruggere o indebolire il più possibile qualsiasi forma di rappresentanza dei lavoratori”, avverte Espinales.  

Nelle Americhe, oltre ai già citati casi di Argentina, Ecuador e Panama, troviamo anche Colombia, Guatemala e Honduras tra le nazioni in cui i diritti non sono garantiti, mentre Costa Rica, El Salvador, Perù e Stati Uniti d’America si posizionano solo un gradino più in basso, tra quelle in cui la violazione dei diritti è sistematica.

In Argentina, che nell’Indice Globale dei Diritti della CSI crolla dalla categoria 3 alla 5 in soli due anni, la riforma del lavoro promossa contro venti e maree da Javier Milei ha vulnerato pesantemente i diritti individuali e collettivi di lavoratori e lavoratrici, ma anche di pensionati e studenti. Estensione della giornata lavorativa e dei periodi di prova, facilitazione dei licenziamenti, limitazioni nel pagamento degli straordinari, dei diritti di fine rapporto e del diritto di sciopero, con la conseguente diminuzione del potere contrattuale dei sindacati. La protesta nelle piazze contro le riforme e la crisi economica e sociale è stata più volte repressa con decine di feriti e centinaia di arresti. “Dal su arrivo alla presidenza nel 2023, il presidente Milei, di estrema destra, si è messo alla testa di un programma radicalmente antisindacale, minando i diritti fondamentali dei lavoratori, le libertà civili e l’attività sindacale”, segnala il documento.

A Panama le proteste contro la legge 462, imposta dal presidente Mulino e che eleva l’età pensionabile, privatizza servizi essenziali e trasferisce fondi statali alle banche private, sono state sistematicamente represse ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza in alcune regioni. Parallelamente sono iniziate una serie di rappresaglie contro il movimento sindacale e i lavoratori pubblici, specialmente del settore educativo, che protestavano anche contro il rilancio dell’attività estrattiva e il protocollo firmato tra Panama e Stati Uniti per favorire una maggiore presenza militare nordamericana nel Paese. Un’ondata di licenziamenti ha investito il personale docente. 

Più di 5 mila lavoratori delle piantagioni di banane della brasiliana Chiquita Brands (Cutrale-Safra), in maggioranza appartenenti all’etnia Ngäbe-Buglé, sono stati licenziati in tronco per avere partecipato a uno sciopero nella zona di Bocas del Toro. I principali dirigenti del sindacato bananero Sitraibana sono stati arrestati. Anche lo storico e combattivo sindacato della costruzione Suntracs ha subito una persecuzione feroce. I suoi dirigenti sono stati prima accusati di riciclaggio di denaro e poi colpiti da mandato di cattura, obbligandoli all’esilio. Al sindacato sono stati bloccati i conti correnti bancari e limitato l’accesso ai depositi delle quote sindacali e sono fioccate minacce di scioglimento forzato. Più di 700 tesserati sono stati arrestati o multati e più di 80 sono ancora in carcere. 

“Fin dall’inizio, Mulino ha detto chiaramente che avrebbe governato per favorire l’impresa privata ed è quello che sta facendo. I sindacati e le organizzazioni sociali sono invece ostacoli e nemici da combattere e annientare. Infatti ha represso le proteste e perseguitato organizzazioni e dirigenti con carcere e licenziamenti”, spiega a Pagine Esteri, Ismael Marín, dirigente sindacale del settore bevande (Sticp-Fuclat).

È così tanto il potere concesso agli imprenditori, assicura Marín, che si sentono in diritto di decidere se rispettare o meno i contratti collettivi e individuali, la legislazione sul lavoro, le convenzioni che Panama ha firmato a livello internazionale.

“L’unico modo per sopravvivere a questo miserabile governo, diretto dall’oligarchia con il consenso di Washington, e alla sua condotta antisindacale, è non abbassando la testa”.

Non diversa la situazione in Ecuador dove l’ultra liberista Daniel Noboa, membro di una delle famiglie più ricche e potenti del Paese, ha promosso una riforma del Codice del lavoro che flessibilizza le condizioni e i contratti, precarizza il mercato, prolunga l’orario di lavoro, impone nuovi requisiti per la registrazione dei dirigenti e l’iscrizione delle organizzazioni sindacali, modifica i requisiti per la firma e i rinnovi contrattuali e attiva meccanismi per una loro “revisione d’ufficio”.

Il rapporto della CSI segnala inoltre la promulgazione di una legge che consente la sorveglianza senza mandato, nonché l’intercettazione delle comunicazioni e la raccolta di dati privati, tipificando “le minacce” in modo sufficientemente ampio da criminalizzare le proteste sociali e l’attività sindacale. La nuova legge impone inoltre alle più di 13 mila organizzazioni sociali, tra cui i sindacati, di divulgare informazioni personali sui propri membri, pena lo scioglimento.

“Stiamo assistendo a un’erosione globale dei principi democratici, finanziata dai ricchi e portata avanti da leader politici autoritari e di estrema destra. Praticamente un colpo di stato dei multimilionari contro la democrazia. Le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, che dovrebbero costituire la base della democrazia, sono zittite e si constata una maggiore concentrazione di ricchezza e di potere in mano a un pugno di persone”, sintetizza il rapporto della CSI.  

Per l’organizzazione sindacale internazionale “le libertà e i diritti da cui le persone dipendono per mantenere standard di vita dignitose e condizioni di lavoro eque, sono sotto attacco da parte di una piccola minoranza focalizzata sull’accumulo di ricchezza e potere. Numerosi miliardari in tutto il mondo stanno colludendo con leader politici, spesso di destra o di estrema destra, per consolidare il potere e eliminare diritti”

Nel mirino ci sono i sindacati in quanto i lavoratori e le lavoratrici che rappresentano sono la base dei sistemi democratici e ciò che stanno difendendo sono i pilastri fondamentali della democrazia, della prosperità e della libertà. “Le tattiche variano, ma lo scopo di chi tira le fila è lo stesso: consolidare il potere e mettere a tacere la voce dei lavoratori. In questo senso – conclude la CSI – la solidarietà diventa l’unico modo che può guidare i lavoratori a superare questo colpo di stato contro la democrazia per garantire un futuro benefico a tutti e non solo per pochi potenti”.

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Il Burkina Faso rompe le relazioni diplomatiche con la Francia

Il governo militare del Burkina Faso ha annunciato la rottura immediata e totale delle relazioni diplomatiche con la Francia. La proclamazione è giunta il 26 giugno, attraverso un comunicato ufficiale letto in televisione dal portavoce dalle autorità di Ouagadougou.

Da tre anni, ovvero da quando è andato al potere il capitano Ibrahim Traoré, le relazioni tra i due paesi si sono complicati, in virtù della netta posizione anticoloniale burkinabè. La scelta dello scorso venerdì arriva con l’accusa verso Parigi di “un attivismo incessante contro gli interessi del Faso, di ambizioni neocoloniali e di sostegno attivo a reti sovversive e terroristiche”.

Il pensiero va immediatamente alle formazioni fondamentaliste e separatiste dell’area, che hanno avuto di recente un ruolo significativo negli scontri avvenuti anche in Mali, con cui il Burkina Faso è unito nell’Alleanza degli Stati del Sahel. La rottura dei rapporti con Parigi è un altro tassello del collasso del sistema della Françafrique.

Ovviamente, la Francia nega tutto e ha dichiarato infondate le accuse provenienti da Ouagadougou, mentre annuncia lo studio di “misure di reciprocità”, senza ulteriori specifiche ad ora. Ad ogni modo, la portata effettiva di questa nuova svolta nel Sahel diventerà chiara nelle prossime settimane.

Basti pensare al fatto che il governo burkinabè ha sottolineato che la rottura “riguarda esclusivamente il quadro istituzionale delle relazioni tra i due Stati a livello diplomatico” e “non mette in alcun modo in discussione i legami storici, umani, culturali e sociali” che uniscono i due popoli.

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28/06/2026

Le Monografie di Frusciante: David Mamet (Settembre 2023)

“Guerra necessaria, mito occidentale”

di Fabio Mini

A volte nella geopolitica, come in altri campi, ci sono cose che non si spiegano mentre avvengono e spesso anche dopo. Le guerre appartengono alla categoria delle cose che non si spiegano mai.

Prima che scoppino non si percepiscono o si rifiutano i segnali di preavviso, mentre si combattono la propaganda e la logica della guerra prevalgono sulla realtà e dopo prevale chi ha vinto o ha la propaganda migliore nello spaccio di prodotto narcotizzante che glorifichi il vincitore e demonizzi lo sconfitto.

Spesso, nelle guerre non vince nessuno o perdono tutti e allora alla storia si lasciano versioni diverse che invece di spiegare aumentano e prolungano all’infinito gli interrogativi. La domanda principale è sempre la stessa: perché? Anche la frustrazione è sempre la stessa: si poteva evitare?

Purtroppo nella maggior parte dei casi la frustrazione non è retorica: Sì, si poteva evitare. A prescindere dalle giustificazioni o dai pretesti, la guerra si può sempre evitare persino quando si deve reagire a un sopruso.

La Carta delle Nazioni Unite, redatta dai vincitori della Seconda guerra mondiale, dopo che si erano spartiti il bottino e le spoglie della guerra, indicava molte vie per evitare i conflitti. Eppure tutte le guerre successive sono avvenute perché si dovevano combattere le guerre, le ideologie, i tentativi di sopraffazione e persino quelli di concorrenza sleale.

Ogni guerra è stata ritenuta necessaria, obbligata, inevitabile, doverosa. E non c’è dovere più impellente di ciò che si vuole fare. Ogni guerra parte dalla volontà di farla. Se vuoi fare qualcosa la pianifichi, la prepari, crei o inventi i presupposti, i pretesti.

Oggi siamo in questo campo di volontà: l’Europa, la Nato, gli Stati Uniti, Israele vogliono fare la guerra e la stanno preparando sapendo contro chi e sapendo anche quali sono i rischi. Ma il campo del volere include anche ciò che non si conosce e allora non esistono piani e preparazioni, né si prevedono rischi e risultati. In questo caso si vogliono fare “esperimenti”.

Si parte da una teoria e si vede se è corretta, oppure si fa qualcosa e da qualsiasi risultato si ricava una teoria. Dalla fine della Guerra Fredda, le guerre sono nate dal do something, “facciamo qualcosa” e vediamo l’effetto che fa. La maggior parte delle guerre sono state combattute come parti integranti o conseguenze di esperimenti. Tutti falliti.

La Prima guerra mondiale ha sperimentato la forza degli imperi e gli imperi sono crollati. Nel primo dopoguerra si sono sperimentate le espansioni e le spartizioni coloniali. Fallite. La Seconda guerra mondiale ha voluto sperimentare la Teoria dello spazio vitale. Fallita. 

In Corea si volle sperimentare il contenimento dell’espansione comunista che non c’era.
Risultato: Corea divisa e metà lasciata al comunismo. Il Maoismo si consolida e si esporta. In Vietnam si volle sperimentare la Teoria del domino con l’idea che la caduta di un paese comunista avrebbe trascinato con sé i vicini. Fallita.

In Iraq si volle sperimentare il nation building imposto dall’esterno. Fallita. In Afghanistan, si sperimentò il cambio di regime e l’occidentalizzazione con la guerra. Fallita, dopo venti anni di occupazione militare.

In Ucraina nel 2014 gli americani hanno tentato l’esperimento del cambio di regime dall’interno.

È stato ottenuto, ma non può essere considerato un successo l’instaurazione di un regime nazista e russofobo che ha prodotto una guerra civile di repressione durata otto anni, fallita, e provocato altri quattro anni di guerra russa per un esperimento di restaurazione. Non ancora concluso.

In Iran si è sperimentata la deterrenza col solo impiego dei mezzi militari. Qualunque sia l’esito del conflitto in corso la forza smisurata degli Stati Uniti e Israele non ha dissuaso l’Iran dal colpire gli americani, le loro basi e i loro amici. L’esperimento è fallito.

Più in generale si può notare che è destinato al fallimento qualsiasi tentativo di controllare con la forza processi storici complessi senza saper valutare le proprie capacità e le conseguenze.

Questo non vale solo per le guerre. Vale per tutte le forzature politiche, sociali ed economiche che si appoggiano a esperimenti di supremazia.

Sono falliti gli esperimenti delle deportazioni di massa e degli spostamenti di popolazioni che avrebbero dovuto delineare confini più sicuri. Ci portiamo ancora dietro gli effetti boomerang di tali operazioni. Molti popoli di confine sono la prima linea delle guerre.

È fallito l’esperimento delle Nazioni Unite di poter gestire il mondo senza ricorrere alla guerra. È fallito l’esperimento di allargamento della Nato in funzione di una maggior deterrenza. La maggiore forza teorica ha causato la diminuzione della deterrenza e, peggio ancora, della credibilità dell’alleanza come organizzazione difensiva.

L’allargamento dell’unione europea è fallito nel suo esperimento di abbattere i confini con la libera circolazione delle persone e delle merci, o con la cooperazione internazionale. Oggi si erigono muri, si schierano campi minati e s’impongono sanzioni e dazi.

Ma più di ogni cosa è fallito l’esperimento Israele. Quello iniziato con l’assegnazione forzata di uno spazio a un popolo in eterna diaspora alle spese di un altro in eterna lotta contro le dominazioni.

A Gaza, in Cisgiordania, Libano e Siria è fallita la sua presunzione d’innocenza. Contro l’Iran è fallita la sua arroganza militare. Ha dovuto chiedere agli Stati Uniti di attaccarlo per primi e di garantire l’afflusso di armi e denaro per continuare a combatterlo.

È fallita la sua credibilità di Stato democratico e la pretesa di appartenere alla cultura occidentale, rivendicata dalla sua dirigenza e dai suoi sostenitori. E l’irrisione delle vittime del genocidio rappresenta un insulto a tutto l’occidente. E non solo.

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Trump minaccia nuovi dazi per la Digital Tax della UE

È passato un giorno dall’approvazione definitiva da parte del Consiglio dell’Unione Europea dell’accordo sui dazi tra Bruxelles e Washington dello scorso agosto, e con una sequenza ravvicinata di messaggi sul proprio canale social Truth, il presidente degli Stati Uniti è tornato a minacciare nuovi dazi.

Il 26 giugno, infatti, Donald Trump ha condotto un pesante affondo contro la Digital Tax della UE, l’imposta sui servizi digitali da tempo nel mirino dell’amministrazione statunitense. Il tycoon ha affermato di essere pronto a introdurre dazi del 100% su tutti i beni esportati verso gli USA, nel caso la misura dovesse colpire anche le aziende stelle-e-strisce.

Questa promessa di ulteriore escalation segue una linea già accennata nei primi mesi della seconda amministrazione Trump. Nel febbraio del 2025, il capo della Casa Bianca aveva definito le web tax applicate da Italia, Francia e Spagna come una vera e propria forma di “estorsione” ai danni delle Big Tech d’oltreoceano, a cui erano seguite anche indagini formali.

Nel caso nostrano, l’Italia possiede una normativa consolidata sui servizi digitali, che lo scorso anno ha garantito alle casse dello Stato un gettito significativo pari a 637 milioni di euro. Nell’aprile del 2025, a seguito di un bilaterale alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Trump, Roma si era formalmente impegnata in quello che vari analisti hanno letto come una progressiva revisione o rimodulazione dell’imposta italiana pur di evitare frizioni con Washington.

A distanza di oltre un anno, modifiche non ce ne sono state, e inoltre l’idillio tra Roma e Washington è entrato in profonda crisi. E così Trump ha alzato il tiro verso tutta la UE. La replica della Commissione Europea si è adattata ai toni della guerra commerciale di The Donald. Un portavoce dell’organismo comunitario ha rivendicato fermamente l’autonomia regolatoria della UE, affermando che le imposte vengono applicate ugualmente a tutte le imprese, e dunque in maniera non discriminatoria verso quelle statunitensi.

A poter essere colpite da un provvedimento che è pensato per richiedere un contributo sui profitti anche quando i servizi vengono erogati senza un presenza fisica effettiva sul territorio sono tutte le Big Tech e le piattaforme (da quelle di streaming a quelle commerciali) che si sono ormai convertite al sostegno a Trump.

Bruxelles promette comunque di reagire in modo rapido e deciso, se la minaccia si trasformasse in realtà. E tuttavia non si può ignorare il fatto che tali dichiarazioni arrivano a ridosso di un altro accordo sui dazi che avrebbe dovuto stabilizzare la relazione transatlantica sul tema degli scambi.

L’accordo della scorsa estate è già di per sé largamente sbilanciato verso gli USA, con la riduzione o l’eliminazione dei dazi su una vasta gamma di merci industriali statunitensi, mentre gli States mantengono misure protezionistiche più ampie su settori considerati strategici come acciaio, automotive e alcune filiere tecnologiche.

Certo, la UE ha previsto alcune clausole di salvaguardia che permettono la sospensione dell’accordo in caso di violazioni o nuovi dazi da parte di Washington. Sarebbe proprio questo il caso, ma tutta la vicenda dimostra almeno due elementi di non poco conto: la UE continua a essere in balia del “padrone” statunitense, e riesce a costruire strumenti solo reattivi, e comunque in perdita. È anche questo il fardello di un’economia costruita sulle esportazioni.

Ma il nodo principale rimane uno e uno solo: le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico sono tutt’altro che stabilizzate, anzi continuano a essere la rappresentazione plastica di una faglia della competizione globale che riguarda “l’alleanza” occidentale che ha determinato la storia mondiale negli ultimi 80 anni.

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Il disastroso autoinganno della "Russia sull'orlo del collasso"

E come tutto ciò stia conducendo la politica americana nei confronti della Russia verso situazioni pericolose.

“La Russia è finita”, proclamava allegramente The Atlantic sulla copertina del numero di maggio 2001. Il titolo era sbagliato, ma si è rivelato davvero efficace. È stato ripreso per oltre due decenni da una miriade di esperti, accademici e scrittori, con regolarità. Nel frattempo, la Russia, rancorosa come sempre, non dà ascolto alle opinioni degli esperti e non sembra sul punto di crollare.

Al contrario, se qualcosa sta crollando oggi, è la capacità statunitense di comprendere la Russia, che non è mai stata granché fin dall’inizio. L’autoinganno della “Blob” della politica estera, unito all’anti-intellettualismo della seconda amministrazione Trump, alla cultura della cancellazione in tempo di guerra e accompagnato da fonti disoneste, ha creato un cocktail di pensiero di gruppo che presuppone che la Russia sia sull’orlo del collasso.

Questo cocktail è veleno per la politica di Washington nei confronti della Russia e dei russi. Ha già portato a sprechi di denaro pubblico, a una diplomazia fuorviante e persino ad attacchi alla libertà di parola sul suolo statunitense.

Le sanzioni non sono riuscite a ridurre in modo permanente “il rublo in macerie”, come l’allora presidente Biden si vantò prematuramente. La potenza combinata degli Stati Uniti e dei loro alleati non è riuscita a isolare la Russia al “collasso” dal resto del mondo.

Nel frattempo, le voci che potrebbero offrire una spiegazione più razionale della Russia all’opinione pubblica e ai politici vengono messe a tacere. Persino gli intellettuali russi più anti-Putin vengono ostracizzati nei forum americani, mentre gli esperti che cercano di sostenere una maggiore sfumatura nell’approccio americano alla Russia vengono etichettati come burattini del Cremlino dalla critica.

Alcune delle previsioni catastrofiste sulla “fine della Russia” sono motivate da vane illusioni. Non c’è dubbio che la Russia, impegnata in una guerra di aggressione sul suolo europeo dal 2014, venga facilmente dipinta come l’eterno nemico dell’Occidente.

Lo storico Yuri Slezkine ha addirittura sostenuto che l’Occidente si definisce ancora principalmente attraverso la paura e l’alterizzazione della Russia. Il Cremlino, inoltre, è fin troppo lieto di presentarsi come una minaccia per quello che i suoi propagandisti chiamano “l’Occidente in decadenza”.

Ma non c’è dubbio che questo ottimismo sia, nella migliore delle ipotesi, fuorviante. La Russia è ben lungi dall’essere sull’orlo del collasso. Gli articoli, i libri e i video-saggi che proclamano la fine della Russia spesso evidenziano difetti reali nella bizzarra struttura dell’economia russa, nella politica del Cremlino, nella corruzione dilagante e nell’inesorabile declino demografico.

Poi formulano vaghe previsioni su un ritorno al caos degli anni ’90, una disgregazione della Russia su base etnica, un collasso economico totale o una possibile rivolta popolare.

La tentazione di deridere la presunta capacità di prevedere il collasso della Russia è forte. Si potrebbero facilmente elencare tutte le ragioni oggettive per cui la Russia non crollerà presto. L’economia del paese si è dimostrata sorprendentemente resiliente, capace di resistere a sanzioni di proporzioni storiche. Mentre l’esercito russo è impantanato nel sangue e nel fango in Ucraina, ha ripetutamente dimostrato la capacità di adattarsi anziché collassare.

La diplomazia russa, tradizionalmente vista in Occidente come poco più che un insieme incoerente di grida, sta guadagnando terreno nel Sud del mondo, dove i media statali russi svolgono un ruolo importante e i programmi di scambio studentesco sono in pieno svolgimento.

In Russia, i civili conducono vite relativamente normali e probabilmente non pensano a insorgere con i forconi contro il Cremlino. Molti di loro si godono le nuove uscite di Hollywood, i caffè alla moda e le mostre. Sì, la vita continua, anche se le città russe vengono bombardate e l’economia sta rallentando.

Si crea un circolo vizioso: la Russia continua ad andare avanti e gli esperti continuano a sfornare profezie catastrofiche. Quando si produce propaganda, è allettante dipingere il nemico eletto come sull’orlo di un abisso, cui basterebbe una piccola spinta per precipitare e scomparire.

È ciò che il filosofo italiano Umberto Eco descrisse nel suo saggio “Ur-fascismo”, scrivendo che la propaganda presenta un nemico come “troppo forte e troppo debole allo stesso tempo”. Per il “blob” della politica estera, non c’è niente di meglio di un nemico perennemente debole-forte, in opposizione al quale il complesso militare-industriale e le sue associate fabbriche di contenuti possono giustificare per sempre la propria esistenza.

Come dicono ironicamente i russi, “Qualunque cosa cerchiamo di progettare, finiamo sempre per realizzare un fucile Kalashnikov”. Un problema simile affligge il campo degli studi sulla Russia negli Stati Uniti, permeato da interessi militari e di intelligence. A causa di una solida eredità della Guerra Fredda, i principali programmi e progetti di studi sulla Russia negli Stati Uniti sono collegati al Dipartimento della Difesa o addirittura finanziati da esso.

Una visione della Russia improntata alla sicurezza è destinata a produrre un’analisi distorta che ignora o fraintende la società russa. Ha già portato ad alcuni interventi alquanto discutibili durante l’amministrazione Biden. Si pensi al boom della “decolonizzazione” del 2022-2023, quando molte testate autorevoli, tra cui la già citata Atlantic, sostenevano che gli Stati Uniti dovessero intervenire all’estero per distruggere il mostro dell’imperialismo russo smembrando la Russia lungo le sue linee etniche.

Sarebbe stato facile, argomentavano i neo-attivisti anticolonialisti, perché la Russia era già sull’orlo del collasso.

I forum sulla decolonizzazione venivano ospitati su piattaforme come l’Hudson Institute; fondazioni e opinionisti spuntavano ovunque nel mercato delle idee. Molti erano ansiosi di sfruttare il solido sistema di sovvenzioni – come il defunto USAID – creato per promuovere il potere degli Stati Uniti nel mondo. A differenza dei movimenti anticoloniali degli anni ’70, i decolonisti erano entusiasti di collaborare con i servizi di sicurezza statunitensi, cercando apertamente finanziamenti e sostegno.

Il sostegno degli Stati Uniti, tuttavia, non ha portato a grandi risultati. La Russia non si è disgregata. Col senno di poi, probabilmente era strano aspettarsi risultati concreti da gruppi che cercavano di ottenere il sostegno occidentale promuovendo i separatisti manciuriani durante un evento a Kyoto; o a un evento a Washington che invocava la formazione di una Novgorod indipendente (attualmente una città situata nella Russia occidentale), con un’economia basata sul “commercio con la Lega Anseatica”, estinta dal 1669.

Qualsiasi antropologo o sociologo specializzato in Russia potrebbe probabilmente spiegare l’assurdità palese del tentativo di smembrare il Paese. Potrebbe far notare che i sostenitori della decolonizzazione godono di scarso o nullo sostegno all’interno della nazione e che i russi di etnia russa costituiscono la maggioranza nella maggior parte delle regioni considerate “a maggioranza etnica”, mentre le élite delle minoranze dipendono strettamente dal Cremlino.

Potrebbe citare, ad esempio, il ministro della Difesa russo, originario della regione turca della Tuva, dove la sua famiglia ha a lungo goduto di uno status privilegiato. E che molti appartenenti alle minoranze etniche russe traggono profitto dalla guerra del Cremlino. Ma chi vuole dare ascolto agli antropologi?

Il ritorno di Trump e il conseguente smantellamento dell’USAID, insieme ad altre istituzioni finanziatrici, non hanno migliorato la situazione. I finanziamenti potrebbero essersi interrotti per iniziative palesemente bizzarre, ma si sono interrotti anche per studi rigorosi, a causa dell’evidente inclinazione anti-intellettuale della nuova amministrazione.

Nell’era di una competizione geopolitica senza precedenti, sarebbe sensato per Washington investire in seri dipartimenti di studi sulla Russia presso think tank e università. Eppure, la competenza americana sulla Russia è ormai in declino, poiché molti di questi dipartimenti stanno chiudendo o subendo tagli ai finanziamenti, mentre i think tank sono afflitti da problemi finanziari.

Alcuni dei principali centri di ricerca sulla Russia, come il Wilson Center, sono stati chiusi dal DOGE (Defense of Government Equality). In particolare, l’amministrazione ha tagliato i finanziamenti del FLAS (Fair Labor Studies and Assessment), spingendo persino le prestigiose università della Ivy League a ridimensionare la loro ricerca sulla Russia.

Anche la Russia stessa si è progressivamente isolata dai ricercatori occidentali, una tendenza iniziata nel 2014 e peggiorata ulteriormente nel 2022. Le istituzioni di entrambi i Paesi hanno interrotto i contatti: le istituzioni russe hanno appoggiato l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin (volontariamente o meno), cosa che le istituzioni occidentali non potevano tollerare.

Ciò ha portato allo status quo in cui molti studiosi russi occidentali sono stati di fatto (e spesso ufficialmente) banditi dal paese che studiano. La Russia ha persino bandito l’Association for Slavic, East European, and Eurasian Studies, la principale conferenza statunitense per questo tipo di ricerca.

Oggigiorno pochissimi esperti americani possono viaggiare in Russia in sicurezza. Mosca scoraggia i funzionari e gli esperti russi dal parlare con gli americani. A meno che, ovviamente, questi americani non siano influencer dell’alt-right come Candace Owens o Andrew Tate.

Le istituzioni americane, come l’Università di Yale o persino il Wild Salmon Studies Center (sì, avete capito bene), sono state designate come “indesiderabili”. Ciò significa che qualsiasi interazione con esse potrebbe comportare un procedimento penale. Mosca sta attivamente costruendo una cortina di ferro della conoscenza.

Ciò non significa che il clima politico occidentale sia favorevole a un dibattito libero e aperto. Chi sostiene la necessità di studiare la Russia più a fondo rischia di essere etichettato come portavoce del Cremlino per non aver assunto una posizione sufficientemente intransigente.

Nel frattempo, gli accademici russi in esilio che riescono a raggiungere l’Occidente vengono spesso emarginati e discriminati non tanto per le loro posizioni politiche, quanto per il semplice fatto di essere russi.

Questa forma di “cancel culture” in tempo di guerra è ovviamente più diffusa nell’UE, e soprattutto negli Stati baltici. Si pensi all’Estonia, che ha espulso senza motivo un rispettato storico russo-australiano, a quanto pare per aver tenuto una conferenza in lingua russa sulla Corea del Nord.

L’idea di respingere automaticamente anche i russi più pacifisti riemerge occasionalmente anche negli Stati Uniti, come al PEN America del 2023, dove un panel di scrittori russi in esilio è stato cancellato per timore di un boicottaggio ucraino, spingendo il giornalista americano M. Gessen a dimettersi dal consiglio di amministrazione del PEN per protesta.

Di conseguenza, gli studiosi di Russia che l’opinione pubblica e i politici americani potrebbero ancora ascoltare non solo sono sottofinanziati, ma si sentono anche politicamente limitati da un pensiero di gruppo che esclude chiunque sia russo, o persino chiunque abbia una posizione sfumata sulla Russia.

Le fonti “politicamente corrette” di conoscenza sulla Russia si riducono quindi a un gruppo sempre più ristretto di esuli intransigenti o, ancor più, di europei dell’Est fortemente intransigenti, disposti a seguire alla lettera la linea del partito e ad abbracciare posizioni massimaliste sulla Russia, mescolate alla speranza di un suo imminente collasso.

Gli esperti dell’Europa orientale, come gli ucraini o i baltici, spesso affermano di possedere una competenza unica sulla Russia, dovuta al fatto di essere stati per molti anni vittime dell’imperialismo del Cremlino. Non nascondono il loro desiderio, forse comprensibile, di vedere la Russia crollare.

L’approccio agli studi russi, oggi diffuso nell’Europa orientale, mira a “decentrare” la prospettiva russa, e un ritornello ricorrente è che per comprendere la Russia bisogna ascoltare non i russi, ma gli ucraini o altre vittime del regime russo. Quanto questo approccio sia analiticamente valido è discutibile: dopotutto, non ci aspettiamo che i vietnamiti o gli iraniani abbiano una profonda conoscenza degli affari interni americani.

I russi che a volte vengono ascoltati in questo contesto sono una particolare tipologia di esuli. Questi esperti, che potrebbero godere dell’attenzione dei politici occidentali, sono spesso attivisti apertamente anti-Cremlino. Non c’è da stupirsi, visto che hanno assistito al trascinamento del loro paese nell’autoritarismo da parte di Putin e dalla sua cerchia.

Ma le loro carriere, in molti casi, dipendono di fatto dal crollo del putinismo – e forse con esso della Russia – entro la loro vita. Sanno di avere poco o nessun sostegno all’interno della Russia. Come ha affermato il politico in esilio Ilya Ponomarev, possono tornare in Russia solo “con le baionette”, intendendo un intervento militare occidentale. Poiché le baionette non arriveranno presto, non resta molto all’opposizione russa in esilio, sottofinanziata, divisa e demoralizzata, se non la speranza, che, come dicono i russi, “è l’ultima a morire”.

Questa speranza porta ad affermazioni sull’inevitabile crollo del regime di Putin. In realtà, naturalmente, i piani degli esuli per porre fine al regime di Putin si limitano a cercare un’occasione favorevole. L’analisi razionale è viziata da obiettivi politici.

Gli Stati Uniti sono quindi scoraggiati dall’apprendere qualcosa sulla Russia, mentre gli intellettuali russi sono scoraggiati dall’aiutare gli Stati Uniti a conoscere meglio la Russia. Ciò crea un terreno fertile per speculazioni infondate e vane speranze di un imminente collasso.

Infine, la proliferazione di previsioni sul collasso della Russia è emblematica di una vulnerabilità fondamentale del panorama intellettuale occidentale: una generale incapacità e riluttanza a concepire un modello alternativo sostenibile alla democrazia liberale capitalista, quello che il filosofo britannico Mark Fisher ha definito realismo capitalista.

Ciò non significa che la Russia di Putin sia in qualche modo anticapitalista o addirittura filosoficamente antitetica all’Occidente. La guerra russa è ora guidata principalmente da meccanismi ipercapitalisti di enormi indennizzi e cancellazione del debito per i soldati al fronte, integrati da un’economia che premia gli investimenti nel complesso militare-industriale in continua espansione.

Gli intellettuali russi contemporanei, persino quelli filo-Cremlino come Alexander Dugin, si considerano in definitiva parte di una tradizione intellettuale europea.

Come se non bastasse, sebbene gli Stati Uniti mantengano l’economia più grande del pianeta, l’americano medio non la percepisce affatto in questo modo. Tra infrastrutture fatiscenti, prezzi alle stelle e un clima di ansia generalizzata, è facile per gli americani lasciarsi ipnotizzare dalla scintillante facciata che Mosca può offrire. Personaggi influenti del movimento MAGA come Tucker Carlson o Candace Owens sono ben disposti a cascarci quando visitano ossequiosamente supermercati o chiese in Russia.

Vista da Washington, la stessa esistenza della Russia al di fuori di un ordine mondiale liberale guidato dagli Stati Uniti equivale a una resistenza a tale ordine. Per coloro che ancora credono di vivere alla fine della storia, la continua esistenza di Mosca è un anatema perché minaccia il nucleo stesso della loro visione del mondo.

E se la Russia riesce non solo a esistere, ma anche a presentare un’immagine fiorente rispetto agli Stati Uniti o al più ampio Occidente, questo rappresenta un’offesa gravissima.

Accettare che la Russia possa esistere e persino, occasionalmente, riuscire a competere con l’Occidente in modo più incisivo rispetto alle sue potenzialità, sia attraverso operazioni segrete in Africa che con interferenze politiche in Europa, significa confrontarsi con l’idea che il modello liberaldemocratico non sia l’unica conclusione logica per ogni regime al mondo.

E, nell’ipotesi che questo scenario non si verifichi, gli Stati Uniti si ritrovano con un gruppo di esperti e politici russi che si abbandonano all’illusione di un collasso spontaneo della Russia, che non comprendono e, in primo luogo, non vogliono comprendere.

Come dicono i russi, “si dividono la pelle di un orso non catturato”. Che lo facciano per mancanza di immaginazione o curiosità, o spinti da secondi fini, il risultato è lo stesso: politiche sbagliate e declino intellettuale.

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Assist della UE per la scalata Unicredit di Commerzbank

La vicenda della scalata da parte di Unicredit del colosso tedesco Commerzbank aveva attirato l’attenzione mediatica, soprattutto perché da grande affare economico si era trasformata anche in un’evidente braccio di ferro tra Italia e Germania negli equilibri dei grandi istituti finanziari europei. L’opposizione di Berlino sembrava cozzare con un salto di qualità del mercato europeo dei capitali.

Anche se per un po’ di tempo l’attenzione è scemata, il processo di acquisizione da parte di Unicredit è andato avanti, perché appare evidente che l’opportunità creare un “campione europeo” nel campo è superiore persino ai no che può dire la Cancelleria tedesca. Si tratterebbe, infatti, del secondo più rilevante consolidamento bancario nella storia della UE, dopo l’acquisizione di BNL da parte di BNP Paribas.

Una svolta decisiva in questo processo è giunta direttamente da Bruxelles. La vicepresidente esecutiva della Commissione Europea con delega alla Concorrenza, Teresa Ribera, ha lanciato un esplicito e netto assist a favore di Unicredit, frenando le resistenze politiche della Germania.

In un’intervista a Bloomberg TV, Ribera ha chiarito che le fusioni transfrontaliere “dovrebbero essere accolte con favore” e che la UE è pronta a intervenire con i propri poteri antitrust qualora si configurino blocchi ingiustificati. Ribera ha riconosciuto che ci sono casi in cui gli stati membri possono intervenire su questo tipo di operazioni, ma che Bruxelles ha una “interpretazione restrittiva” al riguardo.

Quello che è stato messo in chiaro è che c’è una sorta di gerarchia sulle priorità, e tutte le iniziativa – come quella in questione – che andrebbero a potenziare il mercato unico sono considerate fondamentali per “rafforzare la rilevanza e la crescita” economica del Vecchio Continente. Cioè per renderlo un più compiuto attore della competizione globale.

Ad oggi, la condizione azionaria non vede ancora la proprietà effettiva da parte di Unicredit. L‘Offerta Pubblica di Scambio (OPS), di cui i risultati sono arrivati lo scorso 19 giugno, ha visto l’istituto italiano acquisire un ulteriore 12,51% delle azioni di Commerzbank. Sommate al 26,77% già blindato in precedenza, significa che Unicredit detiene il 39,28% della banca tedesca.

Inoltre, a ciò si aggiunge un altro 3,22% in strumenti convertibili in azioni, e un 13,19% detenuto tramite contratti derivati. Il totale, in senso di esposizione complessiva del gruppo italiano, ha già raggiunto, dunque, il 55,69% di Commerzbank, ponendo Unicredit in una posizione di assoluta dominanza tecnica, anche se non può vantare il controllo diretto della maggioranza delle azioni. Ma come si sa nel settore, un 40% è già più che sufficiente per essere l’ago della bilancia delle scelte societarie.

In conformità con la normativa tedesca, dal 20 giugno è partita una finestra di ulteriore offerta che si concluderà il prossimo 3 luglio. In questo lasso di tempo, gli azionisti di Commerzbank che non hanno ancora aderito all’offerta di Unicredit avranno la facoltà di consegnare le proprie quote. I risultati definitivi dell’intera operazione verranno resi noti l’8 luglio.

Tra vari analisti di mercato c’è ormai la certezza che, a breve, la Banca Centrale Europea formalizzerà il proprio nulla osta definitivo alla scalata. Il governo tedesco, che detiene il 12% delle azioni della banca, continua a ribadire ragioni che ormai sono per lo più considerate come dettate da logiche di pura influenza politica e di asimmetria competitiva.

Berlino sembra aver categoricamente escluso la vendita della propria quota che, sempre secondo la normativa tedesca, impedisce l’estromissione degli azionisti residuali dietro indennizzo. Parallelamente, il management di Commerzbank ha rivolto un appello ai propri investitori, esortandoli a respingere in blocco l’offerta di Unicredit.

Infine, i vertici dell’istituto tedesco hanno formalmente richiesto l’intervento della BaFin – l’autorità federale che in Germania si occupa di vigilanza sui mercati finanziari – contestando le modalità di comunicazione di Unicredit circa l’andamento dell’OPS. Pronta e speculare la replica di Unicredit, che si è rivolta alle stesse autorità per chiedere la verifica sull’attendibilità delle dichiarazioni pubbliche rilasciate da Commerzbank.

La Procura della Repubblica di Francoforte ha aperto un fascicolo sull’ipotesi di “sospetta manipolazione del mercato”. I tedeschi stanno perciò portando persino in tribunale la vicenda, pur di non subire la sorte che hanno imposto a varie società straniere, dietro la logica dell’integrazione europea. Ma ora si sta dimostrando che questa è una logica a sé, rispondente a obiettivi strategici precisi, per quanto a tratti ampiamente velleitari. E anche Berlino vi deve sottostare.

Da sottolineare, in conclusione, che secondo diverse indiscrezioni, Commerzbank è il trampolino di lancio per un riassetto complessivo degli equilibri finanziari del Sud Europa. Unicredit starebbe già guardando ad Assicurazioni Generali e Banco BPM. Un assalto che risponderebbe perfettamente alle indicazioni fatte a suo tempo da Mario Draghi ed Enrico Letta sulla competitività europea e sul mercato unico dei capitali. Staremo a vedere.

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Dalla sindemia al grande caldo. Le differenze di classe pesano ancora, maledettamente

Il grande caldo che rende invivibili le città è ormai oggetto quotidiano delle conversazioni di strada o da bar. Spesso preambolo inevitabile per poi passare ad altri argomenti. Per il resto sono i bollettini allarmanti – e talvolta allarmistici – dei telegiornali o di articoli acchiappa like. Ma l’aumento termico al suolo c’è ed è ormai evidente.

Sono stupidi i negazionisti che ricordano le loro estati calde da bambini. È vero, in estate ha sempre fatto caldo ma non lo faceva con questa continuità temporale, e il ciclo delle ore calde e delle ore fresche era più regolare... e vivibile, soprattutto nelle città dove asfalto, cemento, restituzione del calore e aria calda emessa dai condizionatori, non solo aumentano le temperature ma non consentono né agevolano l’alternarsi di quelle determinate dal solo calore solare.

Ed è proprio nelle città che il calore sta provocando problemi di salute più seri ma, anche in questo caso, con una maledettamente precisa differenziazione di classe. Non solo per chi è ancora costretto a lavorare nelle ore più calde nonostante prescrizioni e talvolta regolamentazioni che lo dovrebbero vietare.

Durante il Covid-19 abbiamo parlato spesso di sindemia invece che di pandemia e questa sottolineatura era più che corretta. Anche di fronte ad un fenomeno oggettivo come una pandemia, il fatto che si morisse o ci si ammalasse di più o di meno non era affatto indipendente dalle condizioni sociali, economiche, abitative, al contrario.

Sulle ondate di calore che attanagliano il nostro ed altri paesi, e in particolare nelle città, ci troviamo nuovamente di fronte ad un processo del tutto simile. Nelle aree urbane le temperature sono indubbiamente più alte. Gli esperti definiscono questa condizione come isole di calore.

L’Espresso segnale come nel 2024, secondo l’Osservatorio Italiano sulla povertà energetica (Oipe), oltre 2,4 milioni di famiglie – il 9,1% del totale, record storico – vivevano in condizioni di povertà energetica. Questo significa non riuscire ad accedere ai servizi energetici essenziali senza sacrificare una quota sproporzionata del proprio reddito. Del resto è prova empirica che le bollette di luce e gas siano praticamente raddoppiate negli ultimi quattro anni.

Ma il dato medio nazionale del 9,1% indicato dall’Osservatorio nasconde concentrazioni molto più alte del problema nelle periferie urbane e nel Mezzogiorno.

E il problema ormai non riguarda solo il riscaldamento invernale ma anche il refrigeramento estivo.

Nel 2013, meno del 29% delle famiglie italiane disponeva di un sistema di condizionamento. Oggi siamo saliti al 56%: un balzo notevole in poco più di un decennio, che rivela come le misure per proteggersi dal calore siano aumentate e il caldo sia diventato insostenibile.

Ma rovesciando il dato, questo significa anche che il 44% delle famiglie è ancora senza sistemi di condizionamento, e che molte di quelle che il condizionatore lo hanno installato, spesso lo usano poco, perché il costo della bolletta non è compatibile con il loro reddito. La riprova sono le bollette estive dell’elettricità che ormai eguagliano quelle invernali del gas, con una rincorsa dei prezzi che sta falcidiando i redditi delle famiglie.

Le vittime del caldo in Italia sono in prevalenza anziani, persone con patologie croniche, residenti in aree urbane dense, spesso in condizioni di solitudine o con scarse relazioni sociali. Sono, in larga misura, persone che non hanno avuto le risorse economiche per adeguare la propria casa a un clima che è cambiato in pochi anni.

Legambiente sta introducendo il concetto di “cooling poverty” – la povertà del raffrescamento – per descrivere l’impossibilità di mantenere temperature confortevoli in casa durante le ondate di calore. È un fenomeno che si concentra nelle periferie metropolitane dove vivono famiglie a basso reddito, dove mancano spazi verdi, ombreggiature, materiali edilizi adeguati, e dove gli edifici sono spesso tra i più scadenti dal punto di vista energetico.

Il famoso bonus del 110%, senza gli adeguati controlli, ha fatto si che il 49% dei fondi siano andati a coloro che – vivendo in ville o villette invece che in condomini – avevano meno necessità di proteggere dal freddo o dal caldo le proprie abitazioni, e che comunque avevano le risorse per poterlo fare in proprio. I palazzi di case popolari e comunali poi non ne hanno neanche “visto l’ombra”, ed è il proprio il caso di dirla così.

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Accordo Israele - Libano: Beirut riconosce ufficialmente l’occupazione

Il cosiddetto “accordo trilaterale” siglato a Washington fra Israele, governo libanese ed USA – in quanto mediatori – decreta due novità politiche: Beirut si impegna a riconosce ufficilamente Israele come stato, mettendo fine al formale stato di guerra in vigore dal 1948, ed il ritiro israeliano dal sud è subordinato al “disarmo completo” e verificabile di Hezbollah.

Ciò si traduce nel riconoscimento ufficiale dell’occupazione del sud da parte dell’esecutivo libanese, dato che non è in grado in alcun modo di ottemperare al disarmo di Hezbollah.

Quest’accordo, dunque, pone le basi per lo scoppio di una guerra civile in Libano fra le componenti filoamericane ed il blocco che sostiene Hezbollah, offrendo anche un pretesto per l’intervento diretto di USA ed Israele all’interno di tale conflitto, in quanto aiuterebbero il “legittimo governo libanese” a stabilire la propria sovranità su tutto il territorio nazionale.

Proponiamo un’analisi completa effettuata dalla giornalista di sinistra Rania Khalek.


Questo accordo consolida l’occupazione israeliana, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile in coordinamento con gli Stati Uniti e Israele. Inoltre, minaccia di far fallire l’accordo tra Stati Uniti e Iran.

Il governo libanese si è unito a Israele e agli Stati Uniti nel dichiarare guerra a una vasta parte della propria popolazione.

Ieri, l’ambasciatore libanese negli Stati Uniti ha firmato un accordo quadro con Israele durante il quinto round di negoziati ospitato da Washington. L’accordo è infido, scioccante e vergognoso. Consolida l’occupazione israeliana del territorio libanese nel sud del Paese, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile guidata dall’esercito libanese e coordinata con gli Stati Uniti e Israele.

Le élite libanesi che promuovono questa sottomissione all’impero amano invocare la sovranità. Parlano di Hezbollah come se fosse una forza aliena impiantata dall’Iran, piuttosto che una formazione militare organica, autoctona e popolare nata dalla resistenza all’occupazione israeliana negli anni ’80. Per queste élite, qualsiasi resistenza a Israele è una violazione della sovranità del Libano, mentre obbedire agli ordini di Washington e Tel Aviv contro gli interessi del Libano è considerato normale, indipendente, persino virtuoso. Il sopra è sotto, la destra è la sinistra.

Il governo libanese si è rifiutato di sfruttare la leva negoziale che l’insistenza dell’Iran sul cessate il fuoco e sul ritiro israeliano gli aveva fornito. Al contrario, ha collaborato con gli americani e gli israeliani alle condizioni di Israele, fornendo così a Marco Rubio uno strumento per minare l’accordo tra Stati Uniti e Iran.

Netanyahu si vanta che si tratti di un “importante successo” perché permette all’occupazione israeliana di continuare. La presidenza libanese lo celebra come una vittoria sulla sovranità che libererà il territorio libanese, ma non ha fornito dettagli su come ciò avverrà, e l’accordo stesso non mostra nulla del genere. Hezbollah lo ha ovviamente respinto, perché rappresenta una capitolazione totale al furto di terre da parte di Israele.

L’accordo di resa

Il testo integrale del quadro di riferimento è disponibile qui. Nicolas Sawaya offre un’ottima analisi di tutti i 14 punti. Mi limiterò a evidenziare i più critici.

Innanzitutto: questo accordo è mediato e supervisionato dagli Stati Uniti, che NON sono una parte neutrale. Gli Stati Uniti finanziano l’intero esercito israeliano: fondi, armi, Iron Dome, intelligence, copertura diplomatica. Partecipano attivamente ai crimini commessi contro il Libano. Il passato ha dimostrato che non ci si può fidare di loro per una mediazione imparziale in qualsiasi questione che coinvolga Israele. Ricordiamo le 15.000 violazioni del cessate il fuoco israeliano tra novembre 2024 e marzo 2026, completamente impunite dal meccanismo gestito dagli Stati Uniti.

Il punto 2 stabilisce che il ritiro israeliano è subordinato al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, il che significa una guerra civile. Questo stravolge il diritto internazionale. L’occupazione israeliana è illegale a prescindere dall’esistenza di Hezbollah. L’accordo afferma: “le Forze Armate Libanesi ripristineranno l’effettiva autorità sovrana su tutto il territorio libanese, in attesa del disarmo verificato dei gruppi armati non statali e dello smantellamento delle infrastrutture associate, consentendo alle Forze di Difesa Israeliane di ritirarsi progressivamente dal territorio libanese”. Accettando di disarmare prima Hezbollah, con i parametri per il “disarmo verificato” ancora da definire dagli Stati Uniti, il governo libanese ha di fatto consolidato l’occupazione israeliana del sud.

Il punto 3 subordina gli aiuti internazionali per la ricostruzione e il ritorno di centinaia di migliaia di civili libanesi sfollati al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese in “zone pilota” a fasi, che saranno anch’esse determinate dagli Stati Uniti. Il quadro di riferimento stabilisce che la ricostruzione inizierà e i civili potranno tornare solo “dopo la conferma del successo del disarmo”. Questo tradisce completamente la popolazione del sud e fornisce a Washington una leva di ricatto sull’intero processo.

Il punto 4 afferma che il governo “ricostruirà il monopolio statale sull’uso della forza, raggiungerà il disarmo completo e verificato di tutti i gruppi armati non statali e garantirà che tali gruppi non abbiano alcun ruolo militare o di sicurezza né capacità armate in nessuna parte del Libano”. Ciò significa disarmare anche Hezbollah a nord del Litani. Inoltre, si chiede ai “partner internazionali e in particolare arabi, sotto la guida degli Stati Uniti”, di sostenere questo risultato. In altre parole, una guerra civile guidata dagli Stati Uniti e sostenuta dagli arabi.

Il punto 5 afferma che “il governo di Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali in Libano”. I ministri israeliani affermano regolarmente il contrario.

Il punto 9 prevede che gli Stati Uniti effettuino delle valutazioni sull’efficacia con cui lo Stato libanese sta conducendo la guerra civile contro Hezbollah. Il sostegno internazionale al Libano sarà condizionato dalla soddisfazione americana per i risultati. L’umiliazione è strutturale, mi vergogno davvero di questi traditori.

Il punto 11 impegna il governo libanese a contribuire al soffocamento finanziario di Hezbollah attraverso le sanzioni.

Il punto 13 dimostra una scioccante incompetenza, in quanto rinuncia al diritto del Libano di intraprendere “azioni ostili o avverse nei fori politici o legali internazionali”. Ciò significa che il governo libanese ha accettato di rinunciare alla possibilità di utilizzare la legge contro Israele per l’infinita lista di crimini di guerra commessi contro il Libano. È assurdo che una simile decisione provenga da un governo il cui Primo Ministro è stato giudice della Corte Internazionale di Giustizia e ha presieduto il caso del Sudafrica sul genocidio a Gaza.

Il punto 14 inquadra l’intero contesto come fondamento per un futuro accordo di normalizzazione con Israele.
 
I burattini libanesi anti-Resistenza

Questo accordo ricorda l’Accordo del 17 maggio 1983, quando gli Stati Uniti mediarono la resa del Libano con Israele, un accordo che conteneva molte delle clausole attuali: consolidare l’occupazione israeliana e dichiarare guerra a qualsiasi forma di resistenza. Quell’accordo fu firmato dagli alleati di Israele in Libano e abrogato entro un anno perché politicamente insostenibile. Sono certo che anche questo farà la stessa fine, ma a quale prezzo nel frattempo?

Hezbollah non è un’organizzazione aliena. Rappresenta una parte considerevole della popolazione sciita libanese. Per questo motivo viene eletto democraticamente in parlamento, come parte del blocco parlamentare più numeroso, nonostante un sistema che svaluta strutturalmente il voto sciita attraverso una forma di manipolazione dei collegi elettorali tipica del Libano.

C’è chi accusa Hezbollah di minacciare una guerra civile per impedire questo accordo. Si sbagliano. Hezbollah sta reagendo alla minaccia molto reale, esplicitamente delineata in questo accordo, di una guerra civile sponsorizzata da Stati Uniti e Israele contro la popolazione che rappresenta, una popolazione che negli ultimi tre mesi è stata sfollata e braccata dai bombardamenti israeliani senza alcuna protezione da parte dello Stato.

Il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam affermano di sostenere la sovranità nazionale. In realtà, stanno usando la violenza, appoggiata da potenze straniere, per indebolire i loro oppositori politici interni. Non c’è niente di più antidemocratico di questo.

Rubio contro Vance

Ciò rende il Libano ancora una volta il punto di maggiore tensione nell’ambito del memorandum d’intesa con l’Iran.

L’Iran ha incluso un cessate il fuoco in Libano tra le sue richieste per la fine della guerra e ha chiesto il ritiro di Israele. Quando Israele ha bombardato Beirut all’inizio di questo mese, l’Iran ha risposto bombardando Israele. Il primo punto del memorandum d’intesa prevede la fine della guerra in Libano.

L’Iran sta verificando se gli americani riusciranno effettivamente a contenere gli israeliani. Finora, ci sono riusciti solo parzialmente. Le violenze continuano quotidianamente, ma con minore intensità rispetto a un mese fa.

È qui che la spaccatura tra Vance e Rubio diventa cruciale da comprendere. Reuters ha riportato che i due uomini hanno adottato toni diversi. Vance ha criticato i bombardamenti israeliani sulle infrastrutture civili di Beirut, definendoli un ostacolo agli sforzi di pace guidati dagli Stati Uniti, si è recato in Svizzera per colloqui con funzionari iraniani e ha ripetutamente parlato della possibilità di una relazione di cooperazione tra Stati Uniti e Iran.

Rubio, d’altro canto, ha girato gli stati del Golfo difendendo la campagna militare israeliana in Libano e rassicurando gli alleati sul fatto che l’accordo con l’Iran non sarebbe stato troppo generoso nei confronti dei “cattivi” iraniani.

Vance vuole porre fine a questa guerra. Si sta preparando per le primarie repubblicane del 2028 e ambisce a diventare il candidato pacifista che si è opposto a un Israele sempre più odiato. Rubio rappresenta l’ala neoconservatrice che rimane incondizionatamente allineata con Netanyahu. Il riassetto dei rapporti tra Libano e Israele porta la sua impronta, essendo concepito per separare il Libano dall’Iran e preservare la capacità di Israele di continuare la guerra. Sembra un tentativo di sabotare la candidatura di Vance.

Subito dopo la firma dell’accordo quadro, gli Stati Uniti hanno annunciato di aver bombardato nuovamente l’Iran, in apparente violazione del memorandum d’intesa, affermando che si trattava di una risposta al fatto che l’Iran aveva aperto il fuoco contro una nave nello Stretto di Hormuz.

L’Iran non ha rivendicato l’attacco, ma non lo ha nemmeno negato. Da allora, l’Iran ha risposto agli Stati Uniti colpendo il Bahrein. Lo stesso giorno, gli israeliani hanno lanciato un attacco con droni contro il Libano. Rubio, durante il suo tour nel Golfo, aveva promesso agli alleati arabi che l’Iran non avrebbe mai controllato lo Stretto, né imposto pedaggi. Nel frattempo, il ronzio dei droni sopra Beirut mi assale più forte che mai.

La retorica a favore del ritorno alla guerra si sta intensificando, e con essa anche il clamore mediatico.

È possibile disarmare Hezbollah?

No. Se nemmeno tutta la potenza militare israeliana è riuscita a disarmare Hezbollah, di certo non ci riuscirà il ben più debole esercito libanese. E se si dovesse effettivamente tentare la strada della guerra civile, l’esercito libanese si dividerebbe. Ma cosa importa a Israele? Israele vuole guerre e instabilità senza fine, e ha dei servitori in Libano disposti a perpetuare questa politica.

Mi vengono in mente I dannati della terra di Frantz Fanon:
«La borghesia nazionale scopre la sua missione storica come intermediaria. La sua vocazione non è trasformare la nazione, ma prosaicamente fungere da nastro trasportatore per il capitalismo, costretta a camuffarsi dietro la maschera del neocolonialismo. La borghesia nazionale, senza alcun timore e con grande orgoglio, si compiace del ruolo di agente nei suoi rapporti con la borghesia occidentale.»
La classe dei compradores libanesi è la dimostrazione vivente della citazione di Fanon. Come ho spiegato all’inizio di questa settimana, sembrano non aver ancora capito che i loro padroni americani hanno perso la guerra contro l’Iran. Questo accordo quadro pone le basi per la guerra civile, mascherando l’operazione dietro il linguaggio della sovranità. Fallirà. Ma forse il danno che provocherà lungo il cammino verso il fallimento è il vero problema.

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Il Venezuela tra terremoto e presenza militare USA

di Luciano Vasapollo

Di fronte a una catastrofe naturale di enormi proporzioni, come il devastante terremoto che ha colpito il Venezuela, è naturale ritenere che ogni forma di aiuto internazionale debba essere accolta e incoraggiata.

La solidarietà tra i popoli rappresenta uno dei principi più alti della convivenza umana: medici, infermieri, protezione civile, ospedali da campo, organizzazioni umanitarie e squadre di soccorso costituiscono strumenti indispensabili per salvare vite umane e alleviare le sofferenze di una popolazione colpita da una tragedia.

Proprio per questo è necessario distinguere con chiarezza tra la cooperazione civile e la proiezione militare.

Se la solidarietà internazionale si traduce nell’invio di personale sanitario, di aiuti alimentari, di tecnici, di strutture ospedaliere e di mezzi destinati esclusivamente ai soccorsi – come è avvenuto con la mobilitazione delle brigate mediche di diversi Paesi, tra cui Cuba – ci troviamo di fronte a un’autentica espressione di cooperazione tra popoli.

Diverso è il caso in cui l’intervento assuma una dimensione prevalentemente militare. La presenza di unità operative statunitensi, compresi reparti dei marines e assetti del Comando Sud, non può essere valutata prescindendo dal contesto politico nel quale si inserisce. E questo contesto è segnato oggi dai drammatici eventi del 3 gennaio scorso, quando gli Stati Uniti intervennero militarmente in Venezuela con bombardamenti e incursioni armate che provocarono oltre cento vittime, tra cui 30 militari cubani, e sequestrarono il presidente Nicolás Maduro e la first lady Cilia Flores, tuttora detenuti a New York con accuse prive di fondamento.

Una vicenda che rende inevitabilmente preoccupante ogni successiva presenza militare statunitense sul territorio venezuelano.

È qui che emerge il vero nodo della questione. La storia insegna che le emergenze umanitarie richiedono solidarietà, ma insegna anche che, talvolta, proprio le situazioni eccezionali hanno favorito nuove forme di influenza politica e strategica.

L’America Latina conosce bene questa dinamica. Nel corso dei decenni missioni presentate come operazioni di sicurezza, di lotta al narcotraffico o di assistenza hanno spesso lasciato un’eredità fatta di basi militari permanenti, accordi asimmetrici e crescente dipendenza geopolitica.

Per questo motivo la distinzione tra aiuto civile e presenza militare non costituisce un dettaglio tecnico, ma una questione profondamente politica. La solidarietà non dovrebbe mai comportare una compressione, neppure indiretta, della sovranità di uno Stato. Tanto più quando quel Paese attraversa una fase di estrema vulnerabilità.

Naturalmente, il principio dell’autodeterminazione resta fondamentale. Spetta al popolo venezuelano decidere liberamente il proprio futuro e le forme della cooperazione internazionale che ritiene più opportune. Ma proprio perché la sovranità appartiene ai popoli, ogni intervento esterno dovrebbe essere improntato alla massima trasparenza e avere carattere strettamente temporaneo, evitando qualsiasi ambiguità tra assistenza e proiezione di potenza.

Anche la ricostruzione dopo una catastrofe non è mai un fatto esclusivamente tecnico. Essa determina nuovi rapporti economici, ridefinisce gli investimenti, influenza gli equilibri istituzionali e apre spazi di intervento internazionale. Per questo la ricostruzione dovrebbe essere guidata innanzitutto dalle istituzioni del Paese colpito, con il sostegno della comunità internazionale, ma senza sostituzioni o condizionamenti politici.

La storia del colonialismo e del neocolonialismo dimostra che il controllo di un territorio non passa più soltanto attraverso l’occupazione militare tradizionale. Oggi esso può manifestarsi anche mediante il controllo delle infrastrutture strategiche, dei grandi investimenti, del credito internazionale e delle reti logistiche. Per questa ragione ogni emergenza richiede non soltanto solidarietà, ma anche vigilanza democratica.

Non si tratta di negare il valore dell’aiuto internazionale, bensì di preservarne il carattere autenticamente umanitario. La cooperazione è tanto più credibile quanto più rimane civile, multilaterale e rispettosa delle istituzioni locali. Al contrario, quando si accompagna alla presenza di apparati militari appartenenti a grandi potenze coinvolte negli equilibri geopolitici regionali, è inevitabile che sorgano interrogativi e preoccupazioni.

Come ricordavano Simón Bolívar e, più tardi, José Martí, l’indipendenza politica dell’America Latina non è un traguardo definitivamente acquisito, ma un processo da custodire continuamente. La memoria storica non serve ad alimentare diffidenze pregiudiziali, bensì a evitare che gli errori del passato vengano riproposti sotto forme nuove e linguaggi apparentemente più rassicuranti.

In definitiva, il terremoto impone oggi una sola priorità assoluta: salvare vite umane e accompagnare il Venezuela nella ricostruzione. Ma proprio perché la solidarietà internazionale è un valore universale, essa dovrebbe esprimersi attraverso strumenti civili, trasparenti e condivisi, affinché l’emergenza non diventi mai occasione di competizione geopolitica, bensì un momento in cui prevalgano il diritto internazionale, la cooperazione tra i popoli e il rispetto della sovranità degli Stati.

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27/06/2026

Le Monografie di Frusciante: Martin Scorsese (Giugno 2023)

Accordo sul Libano ma senza Hezbollah. Destinato a non reggere

Mentre gli USA bombardano un pò l’Iran e la tensione torna nello Stretto di Hormuz, un accordo sul Libano è stato annunciato nella notte dal Segretario di Stato Usa Marco Rubio per cercare di porre fine alla guerra tra Israele e Libano. La pace in Libano è stata oggetto negoziale di una trattativa più ampia, quella tra Usa e Iran mediata dal Pakistan, in cui però Israele persegue interessi autonomi dal suo stesso alleato statunitense.

Questo nuovo accordo prevede, secondo quanto anticipato da alcuni mass media, che il governo libanese imponga a Hezbollah il ritiro dal Sud del Paese e che via via Israele lasci i territori occupati dal 2024 ad oggi man mano che ciò sarà accaduto.

In Libano, in teoria, un cessate il fuoco sarebbe in vigore dal 16 aprile, quando Tel Aviv e Beirut si accordarono per porre fine a un conflitto durato 45 giorni all’ombra dell’attacco israelo-americano all’Iran. Ma Israele da allora ha invaso tutto il sud del Libano oltre che bombardare le città libanesi. Questa asimmetria è continuata dopo il cessate il fuoco siglato a Washington, con Israele che ha continuamente allargato la zona d’occupazione nel Sud del Libano. Dal 2 marzo nel paese non c’è stato un giorno senza combattimenti, e nei bombardamenti israeliani sono morte almeno 4mila persone.

Il governo libanese adesso prova a sacrificare Hezbollah in nome di un tentativo di pacificazione con Israele. Ma Hezbollah non ha partecipato ai negoziati in cui si chiede il suo ritiro dal Sud del Paese e questo potrebbe creare un corto circuito con Israele che giustifica l’occupazione espansionista nel Libano del sud in nome della lotta a Hezbollah, e quest’ultimo in rotta di collisione con le autorità di Beirut. Il che rende difficile l’applicazione di ogni accordo. 

Netanyahu dal canto suo ha ribadito che: “Manterremo (la zona cuscinetto) finché Hezbollah non si disarmerà e finché esisterà una minaccia per lo Stato di Israele”.

Hezbollah si è rifiutato di entrare in discussioni dirette con Israele, ma sembra aver avuto comunicazioni secondarie con l’amministrazione Trump. Il gruppo rimane l’organizzazione militare più solida del paese e supera di gran lunga le capacità delle forze armate libanesi.

Il Segretario Generale di Hezbollah, Sheikh Naim Qassem, ha affermato venerdì che il nemico israeliano deve ritirarsi completamente da ogni centimetro del Libano, “sconfitto e umiliato”.

Intervenendo ad una manifestazione di massa a Dahiyeh, sobborgo a sud d Beirut, Sheikh Qassem ha sottolineato che non ci saranno né normalizzazione né concessioni all’entità sionista.

Nessuna parte ha il diritto di firmare o accettare alcun accordo che non sia all’altezza della piena sovranità e indipendenza del Libano, ha sottolineato il leader di Hezbollah, facendo riferimento ai colloqui diretti tra l’autorità politica dominante in Libano e il nemico israeliano.

In questo contesto, Sheikh Qassem ha dichiarato che l’autorità politica in Libano deve riconsiderare il suo percorso in due direzioni: “Unificare la propria posizione contro l’aggressione israeliana e cessare di attuare i dettami del nemico”.

Il leader di Hezbollah ha replicato alle dichiarazioni del Segretario di Stato americano Marco Rubio, il quale aveva affermato che la presenza israeliana in Libano è dovuta agli attacchi missilistici di Hezbollah. Ha sottolineato che la presenza israeliana in Libano è parte di un progetto espansionistico verso la ‘Grande Israele’, mentre la resistenza è una risposta all’occupazione e all’aggressione, e non il contrario.

“Questa aggressione israelo-americana via terra, mare e aria prende di mira civili, territorio e infrastrutture utilizzando ogni forma di armamento, con il sostegno di alleati e proxy. È accompagnata da piani di divisione interna, pressione politica e blocco finanziario, nonché da tentativi di minare le istituzioni educative, sociali e culturali. Costituisce una guerra su larga scala e una grave minaccia volta a cancellare la nostra esistenza” – ha avvertito Sheikh Qassem – “Lo dichiariamo chiaramente e ad alta voce: abbiamo infranto il progetto israelo-americano e siamo entrati in una nuova fase. Qualsiasi azione futura deve basarsi sulle realtà di questa nuova fase”.

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