Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/10/2026

Italia bloccata, c’è stata una rottura sociale

(In aggiornamento) Tutto oltre le speranze, tutto oltre la strategia della paura, tutto oltre la “repressione preventiva” delle precettazioni salviniane, forse il peggiore – in tutti i sensi, anche da quello dell’efficienza come boss della reazione – dei sedicenti governanti di questo paese.

Lo sciopero generale proclamato dall’Unione Sindacale di Base e poi anche dai vari sindacati di base, ha riempito come difficilmente prima oltre 50 piazze in tutta Italia. Qualcosa di clamoroso per gli snobbatissimi sindacati di base, descritti sempre nei talk show e nei Tg come dei rompiscatole ideologizzati, senza reale presa sul mondo del lavoro. 

Poi, stamattina, hanno dovuto fare i conti con uno sciopero intercontinentale – il primo, nel suo genere e in queste proporzioni, dei portuali europei, latino nord-americano, australiani e asiatici. Una giornata di mobilitazione mondiale nei porti contro il traffico di armi, lanciata ovviamente da altrettante sigle sindacali, che coinvolge più di 100 scali in oltre 20 Paesi, frutto di un lungo lavoro di relazioni internazionali tra lavoratori che non ci stanno alle guerre e ai genocidi.

E qui da noi il governo Meloni deve fare ora i conti con centinaia di migliaia di lavoratori di un po’ tutte le categorie, che oltre a scioperare hanno anche attraversato le strade accompagnati da studenti, pensionati, gente in difficoltà con la casa, le bollette, i carburanti. Con ogni aspetto della vita quotidiana, perché lo schiacciamento verso la povertà non conosce limiti. Alla base di tutto, da Palermo a Trieste, lo slogan “Abbassatele armi, alzate i salari”.

La tenaglia contro la mobilitazione aveva scelto due strumenti principali: la precettazione dei lavoratori del trasporto pubblico (Treni, autobus, aerei, ecc), che sono anche i comparti che quando si fermano fanno avvertire a tutta la popolazione che qualcosa sta accadendo. E poi la “campagna di terrore mediatico” che doveva spaventare a morte i potenziali manifestanti, convincendoli a restare a casa (qui di fianco un esempio tra i tanti, neanche il più lurido).

Non ha funzionato.

Segno che c’è stata una rottura sociale vera, che si sta consolidando – con i suoi tempi e le sue modalità – in frattura politica tra maggioranza della popolazione e governo Meloni – che ormai sembra non imbroccarne più una, riuscendo a far incazzare proprio tutti – ma senza dimenticare che buona parte del massacro sociale pregresso (su pensioni, art. 18, mancata indicizzazione di salari e pensioni, ecc) è venuto dal Pd, dai “governi tecnici” e dalla politica sindacal-padronale adottata da CiglCislUil.

Impressionati dai numeri reali, anche se “ricalcolati” secondo le ben note pratiche questurine (“un milione di persone in piazza, 5.000 secondo la questura”), ora i tg stanno facendo una clamorosa marcia indietro, anche perché gli unici “violenti” in piazza sono stati alcuni poliziotti non proprio in pieno autocontrollo (fomentati da chi e perché, è fin troppo chiaro).

A Roma almeno 50.000 persone – con davanti i trattori degli agricoltori e alcuni taxi – sono partite da piazza dei Cinquecento (la stazione Termini), dove sono arrivati diversi cortei (studenti, Roma, est, ecc), ed hanno compiuto un lungo giro sotto i ministeri per portare il proprio “caldo saluto” proprio a Salvini (ex ministeri dei Trasporti e delle Infrastrutture, ora riuniti) e poi tornare nuovamente alla Stazione per proseguire verso il Colosseo. Dove poi verranno piantate le tende dai movimenti per la casa, in attesa della grande assemblea generale prevista per domenica mattina. Un pezzo dell’enorme corteo che ha riempito i Fori Imperiali e tutta via Cavour ha deviato su via Annibaldi in direzione di Porta San Paolo.
L’unico intoppo è stata proprio la massa inattesa di manifestanti. All’altezza di piazza Indipendenza, infatti, la testa del corteo si è dovuta fermare a lungo in attesa che finisse di muovere i primi passi “la coda”, che ancora ostruiva la strada.

In nessuna città c’è stato alcun incidente di rilievo, nonostante le “tensioni previste” dal Viminale e riprese come allocchi decerebrati da tutti i media mainstream. In ogni luogo la partecipazione è andata molto al di là di previsioni e aspettative.

A Genova, cuore della mobilitazione internazionale dei portuali, in migliaia si sono concentati al presidio organizzato dall’Usb per le altre categorie a partire dalle 10 in piazza Acquaverde mentre i portuali presidiavano invece il varco Albertazzi al porto. Davanti alla stazione di Principe sono arrivati anche gli studenti universitari.
Dopo aver percorso via Balbi e attraversato la stazione ferroviaria di Genova Principe, il corteo è arrivato in via Bruno Buozzi, mentre continua il presidio dei lavoratori portuali con il blocco del varco Albertazzi dove è stata allestita una cucina da “campo” con distribuzione di pasta. L’appuntamento per la ripartenza del corteo era alle 14.30 e alle 14.40 il corteo di portuali, lavoratori e studenti a Genova è ripartito.
Dopo una sosta di circa due ore Davanti al varco Albertazzi, i manifestanti sono entrati nell’area portuale, come annunciato in mattinata, per poi proseguire verso il centro cittadino.
Nel frattempo, la partecipazione è aumentata fino a raggiungere circa 20mila persone. La manifestazione si è svolta finora senza scontri né incidenti. È stata riaperta al traffico l’uscita della sopraelevata verso via di Francia, in direzione ponente.

Ci piace citare anche l’altra città portuale, Livorno, dove più di 15.000 persone hanno fatto cordone intorno ai portuali e allo scalo, fermando in pratica tutte le operazioni.

A Mestre, invece, il corteo di studenti e lavoratori si è trovato davanti un sbarramento di polizia alla base di un cavalcavia che immette verso Venezia; il tentativo di andare avanti è stato fermato con manganelli e scudi dai poliziotti.

A Milano un grande corteo di almeno 40mila persone è partito da Piazzale Loreto, dove si erano ricongiunti i due cortei partiti da Piazza Duca D’Aosta e da Piazza Leonardo da Vinci, ed ha raggiunto la Tangenziale occupandola per più di due ore. Oltre mille, invece, a Brescia.

A Treviso, alcune uova colorate sono state lanciate contro la sede di Confindustria, come “sanzione” contro gli industriali per “le pessime condizioni di lavoro e nel finanziamento dell’industria bellica“. A Venezia, oltre 5mila persone in Campo San Bortolo, e sulla statua di Goldoni è stato appeso uno striscione “Venezia antifascista”.

Al microfono, gli organizzatori della manifestazione hanno annunciato la presenza di un raduno di neofascisti sull’isola di San Servolo, concessa a loro dal sindaco di Venezia, il leghista Venturini. Il corteo, assolutamente pacifico, è poi proseguito per il Ponte di Rialto.

A Torino i manifestanti hanno marciato con un fittissimo corteo per le vie del centro, ma all’altezza di via Po la polizia ha provato ad impedire allo spezzone di Askatasuna di unirsi al corteo principale. Un po’ di “pressione” è stata sufficiente a far aprire il cordone e risolvere il problema.
Davanti al Comune, un gruppo di agricoltori ha scaricato del letame per protestare contro il riarmo. Intorno alle 10.30 antagonisti e Askatasuna si sono diretti verso Porta Susa, staccandosi dal resto del grande corteo che ha proseguito nel percorso concordato. 

A Napoli l’Usb parla di almeno 30mila persone che si sono radunate fin dalle prime ore del mattino in piazza Mancini, a pochi metri dalla stazione di Piazza Garibaldi, per dare il via al corteo di protesta. Slogan e striscioni duri e fantasiosi: i più giovani hanno esposto cartelli con slogan come “Contro guerra, caro vita e caro studi strappiamogli il futuro” e “Meloni vai via altrimenti ci arrabbiamo”.
Ai piedi della statua di Garibaldi, lo spezzone della Gen Z ha srotolato lo striscione “Riprendiamoci tutto – Gen Z in rivolta”. Dopo aver percorso un centinaio di metri su via Reggia di Portici e prima di arrivare all’ingresso dell’autostrada, i manifestanti a Napoli hanno deciso di occupare la strada su entrambi i sensi di marcia, mandando in tilt il traffico in entrata e uscita dalla città. Una scelta dovuta alla decisione delle forze dell’ordine di non consentire ai manifestanti l’accesso in uno dei vachi del porto di Napoli. Il corteo è poi straripato invadendo i binari della ferrovia.

A Bologna decine di migliaia di manifestanti si sono ritrovate in Piazza Maggiore. Gli studenti, prima del concentramento principale, hanno organizzato blocchi agli ingressi delle scuole in diverse zone della città. Il  corteo è poi sfilato sotto le Due Torri per dirigersi lungo Strada Maggiore. Dopo di che, ingrossatesi le fila fino a raggiungere gli 80.000 partecipanti, il corteo ha sfondato sulla tangenziale, occupandola per tre chilometri e bloccando di fatto la circolazione in città.

Migliaia di persone sono scese in strada anche a Firenze, con la protesta guidata dallo striscione “Contro guerra e caro vita blocchiamo tutto”. Partito da piazza Bambine e Bambini di Beslan (alla Fortezza da Basso), il corteo attraversa viale Strozzi, viale Lavagnini, piazza della Libertà, via Cavour, piazza San Marco e piazza dell’Indipendenza, per poi proseguire verso Porta al Prato e concludersi in piazza Vittorio Veneto. La mobilitazione riguarda comunque l’intera regione, interessando scuole, università e trasporti, oltre alla rete portuale.

“In Europa oltre 100 porti scioperano perché poli strategici della logistica bellica: i portuali non lavorano per la guerra”, sottolinea l’Usb locale. Manifestazioni sono in corso anche a Carrara, Pisa, Siena, Grosseto, Piombino e Massa.

A Pisa almeno 4.000 i manifestanti hanno sfilato nel corteo promosso dall’Usb in occasione dello sciopero generale “contro il carovita”. Centinaia gli studenti delle scuole superiori e dell’università hanno partecipato alla manifestazione. Il corteo ha attraversato pacificamente le principali vie del centro e raggiungendo la statale l’Aurelia per poi tornare in centro attraverso i lungarni.

A Vicenza la mobilitazione è cominciata con due cortei, uno promosso da studenti e centri sociali, partito dal piazzale della stazione ferroviaria, e uno organizzato dall’Usb, con concentramento in piazza Castello.
Le due manifestazioni si sono poi riunite in viale Milano. Il corteo ha raggiunto la rotatoria di Ponte Alto, occupando entrambe le corsie della strada e bloccando il traffico in entrata e in uscita dalla città.
Una parte dei partecipanti si è diretta verso il raccordo della tangenziale, con l’obiettivo di raggiungerla e bloccarne l’accesso. All’altezza del raccordo nord-est di viale del Sole, il corteo ha incontrato lo sbarramento della polizia schierata in tenuta antisommossa che ha usato idranti e lacrimogeni, per farlo indietreggiare. Secondo quanto riferito dagli organizzatori del corteo, tre manifestanti sarebbero rimasti feriti, uno dei quali sarebbe stato colpito alla testa da un lacrimogeno.

In migliaia si sono radunati a Palermo sfilando dietro allo striscione d’apertura “Contro guerra e carovita blocchiamo tutti”. Il corteo, partito da piazza Politeama, ha paralizzato il centro attraversando via Ruggero Settimo e spingendosi fino a piazza Verdi, davanti al Teatro Massimo.
Numerose le scuole occupate: dai megafoni dell’organizzazione sono state citate e ringraziate la dozzina di scuole occupate nel capoluogo siciliano per sostenere la protesta. La piazza vede uniti lavoratori e studenti con cartelli che chiedono lo stop a Cpr, spese militari e accordi con Israele, rivendicando invece fondi per sanità, istruzione e salario minimo. Corali i cori “Palestina libera” e i grandi striscioni “Né bombe né carovita”.

Anche Nuoro in piazza, davanti al palazzo municipale, per il corteo, organizzato da Usb, sino a piazza Vittorio Emanuele. In città serrande abbassate, lavori bloccati e biblioteca chiusa in segno di protesta. Migliaia i manifestanti, in particolare studenti, insegnanti, lavoratori.

In migliaia a Perugia hanno sfilato in corteo per le strade cittadine, giungendo fino alla stazione Fontivegge, bloccandola. Gli studenti al termine della manifestazione hanno occupato l’università di Filosofia.

Il comunicato dell’Usb

In corso una grande giornata di sciopero, lotte e manifestazioni il movimento sindacale di classe è vivo, il conflitto non è morto

Oltre 60 piazze in tutta Italia, con almeno un milione di lavoratori e lavoratrici che hanno aderito allo Sciopero Generale proclamato dalla Confederazione USB, 1.500 000 nelle piazze nonostante precettazioni, terrorismo mediatico e minacciosa presenza delle forze dell’ordine, una enorme presenza di studenti e giovani indisponibili a tornare a casa.

A Roma il corteo conta almeno centomila manifestanti, lavoratori e lavoratrici, i trattori degli agricoltori e studenti. In piazza anche i delegati del settore trasporti, colpito dall’ingiusta e illegittima precettazione del ministro Salvini.

A coronare il successo della giornata di lotta l’epocale mobilitazione mondiale dei lavoratori portuali mobilitati per la seconda volta per impedire il traffico di armi, dire no alla guerra, difendere la loro professione. Da Genova a Melbourne, da Veracruz a Mumbai, dal Pireo di Atene al porto di Istanbul per la prima volta nella storia recente uno sciopero internazionale proclamato dalle organizzazioni sindacali di classe ha rilanciato il ruolo decisivo dei lavoratori nelle lotte per la pace e per il cambiamento.

A una prima valutazione della entusiasmante risposta alla chiamata alla mobilitazione possiamo senz’altro dirci enormemente soddisfatti, sempre più determinati a proseguire nelle lotte contro la guerra, l’austerity, l’attacco in corso alla scuola, alla sanità, al diritto all’abitare, ai salari e alle pensioni.

Brillano per assenza in questa straordinaria giornata di lotta le confederazioni concertative che ancora di più dimostrano la distanza tra le loro scelte burocratiche e di compatibilità con la disponibilità dei lavoratori e dei giovani a tornare protagonisti del loro futuro e a lottare per conquistarlo.

L’avviso di sfratto che oggi è stato recapitato a Meloni e al suo governo è stato sottoscritto da milioni di cittadini e cittadine italiani ormai allo stremo a causa del carovita, e degli aumenti dei carburanti e delle tariffe a cui si vuole negare anche rappresentanza sindacale e politica.

Non ci fermiamo certamente qui.
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Il governo trucca le carte per inviare le armi all’Ucraina

Abbiamo un governo di “trecartisti”, come quelli che infinocchiano i turisti con le tre campanelle per le strade del centro.

Durante la conferenza stampa dedicata alla manovra di bilancio per il 2027, la premier Giorgia Meloni ha annunciato la proroga del provvedimento che fornisce la copertura all’invio di nuovi aiuti militari all’Ucraina per il prossimo anno. Il problema è il “come” stata confermata questa proroga.

La conferma della “furbata” è arrivata nel documento pubblicato dal governo dopo la riunione a Palazzo Chigi, nella quale è scritto che: “Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la protezione civile e le politiche del mare Nello Musumeci, ha deliberato la proroga, per dodici mesi, dello stato di emergenza già dichiarato per intervento all’estero in conseguenza del perdurare degli accadimenti in atto nel territorio dell’Ucraina”, si legge nel documento.

Ma per trovare queste asfittiche quattro righe – titolate anonimamente “Stati di emergenza” e che consentono l’invio delle armi all’Ucraina – dovrete andare a spulciare il documento della Presidenza del Consiglio tra il capitolo dedicato a “Valutazione e armonizzazione di interventi pubblici” fino alla Regione Molise, e il capitolo sul “Piano Nazionale contro la tratta degli esseri umani”.

In quel capitolo in pratica ci sono gli interventi sulla frana di Niscemi, alluvioni, incendi e l’invio di armamenti all’Ucraina tutti nello stesso decreto, come se fossero la medesima materia.

“Tra l’altro in Consiglio dei Ministri, tra i mille provvedimenti che abbiamo approvato, c’era anche la proroga dello stato di emergenza che consente di mandare gli aiuti all’Ucraina. Quindi mi sento abbastanza serena del fatto che il governo che ha avuto su questo una posizione chiara possa andare avanti” ha dichiarato con nonchalance la Meloni, come se l’invio delle armi all’Ucraina fosse un semplice dettaglio.

E il dettaglio è sfuggito a molti dei giornalisti presenti, così come in Parlamento, in altre occasioni, è sfuggito a molti deputati e senatori dell’opposizione.

È infatti l’ennesima volta che il governo ricorre ai trucchi in materia di scelte che impegnano militarmente il paese all’estero, evitando un dibattito parlamentare nel quale le contraddizioni con la Lega potrebbero creare incidenti di percorso.

Era accaduto anche di recente per l’invio di militari e armamenti italiani in Arabia Saudita e Kuwait “derogando” dall’apposito decreto sulle missioni militari all’estero e che deve essere votato dal Parlamento.

In quel caso il ministero della Difesa non aveva esplicitato l’avvio di una nuova missione militare all’estero ma aveva infilato la “deroga” nelle pieghe del decreto contando sulla “distrazione” dei parlamentari sui dettagli. L’invio di soldati e armi nei paesi del Golfo appariva infatti come applicazione/estensione di una missione militare già in corso.

Non solo. Era accaduto anche nel caso della messa a disposizione delle basi militari in Italia per gli aerei statunitensi che sono andati a bombardare l’Iran. Il governo aveva negato qualsiasi coinvolgimento ma la gaffe del segretario della Nato, Mark Rutte, fece emergere che ben 5000 voli militari Usa erano transitati o partiti dalle base militari USA/Nato sul territorio italiano. Colto con “il sorcio in bocca” il governo si è trincerato dietro gli automatismi imposti dai trattati bilaterali con gli Stati Uniti che regolano l’uso delle basi.

Siamo dunque in presenza di un governo di imbroglioni, il problema e che lo sono anche su materie delicate e pericolose come gli impegni militari all’estero.

Se hanno già fatto questa roba adesso, figuratevi cosa potrebbero fare nel calcolo delle spese militari o in caso di conflitto. Devono andare a casa, con ignominia.

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Israele, Netanyahu in bilico: lo spettro della guerra all’Iran

Le urne del 27 ottobre restituiscono una nazione frammentata e danno avvio a una complessa sfida per la creazione del governo. L’avanzata delle forze arabe può ostacolare i progetti del premier, mentre le elezioni di midterm negli Stati Uniti rischiano di influenzare le scelte militari di Tel Aviv.

Le consultazioni israeliane del 27 ottobre non garantiscono a Benjamin Netanyahu un successo decisivo. Il conteggio delle schede ordinarie attribuisce 53 seggi al fronte del primo ministro uscente, 48 alla coalizione guidata da Gadi Eisenkot e 19 ai movimenti politici arabi. Rimangono da scrutinare centinaia di migliaia di schede speciali, capaci di cambiare lo scenario. In ogni caso, nessuno dei due principali schieramenti dispone attualmente dei 61 seggi indispensabili per controllare la Knesset. (ANSA) 

L’esito inaugura una nuova stagione di instabilità politica, in cui il futuro di Netanyahu dipenderà dalla capacità di ricostruire gli equilibri parlamentari e sfruttare le divisioni degli avversari. Ma la posta in gioco supera di gran lunga la nascita del prossimo esecutivo: in un Medio Oriente segnato da guerre e competizioni strategiche, la crisi israeliana potrebbe intrecciarsi con un’ulteriore escalation militare.

 Il declino di Netanyahu e la leva della guerra

Netanyahu ha già dato prova, negli anni precedenti, di essere pronto a trascinare la politica israeliana in prolungate fasi di turbolenza pur di difendere la propria posizione. Adesso dovrà scongiurare che la paralisi parlamentare si converta in una disfatta irreversibile, mentre gli avversari tentano di elaborare un progetto alternativo.

Restare alla guida dell’esecutivo uscente, durante le trattative e i colloqui per una nuova coalizione, gli assicura uno spazio di manovra che non va minimizzato. In questa situazione, il fattore militare potrebbe riprendere un ruolo politico determinante.

Un’offensiva contro l’Iran, soprattutto se descritta come un’azione indispensabile per neutralizzare un pericolo esistenziale, potrebbe permettere al premier di riunire temporaneamente il campo nazionalista, rafforzare la propria reputazione di custode della sicurezza e costringere gli avversari a una scelta difficile tra l’appoggio all’intervento militare e l’accusa di irresponsabilità.

Non è certo che questa linea venga seguita, né che garantisca i risultati sperati. Un conflitto regionale esporrebbe anche Israele a pericoli enormi. Eppure, quando la tenuta politica di una leadership si lega alla gestione continua dell’emergenza, l’eventualità che le tensioni interne vengano affrontate con un’escalation militare merita un’attenzione particolare.

I partiti palestinesi assumono un ruolo decisivo

Uno degli aspetti più rilevanti delle urne è il consolidamento della presenza araba in Parlamento, salita a 19 seggi nel conteggio delle schede ordinarie. È un risultato che rende ancora più ardua la costruzione di una coalizione alternativa a Netanyahu.

Le forze schierate attorno a Eisenkot non possono infatti convertire automaticamente il verdetto elettorale in un esecutivo. Per arrivare alla quota dei 61 seggi, dovrebbero ottenere l’appoggio dei partiti arabi oppure la loro disponibilità a favorire l’investitura parlamentare senza partecipare direttamente al governo.

È proprio su questo punto che emerge una delle maggiori incoerenze dell’opposizione. Una componente significativa dei gruppi contrari a Netanyahu resta ancorata a una visione nazionalista della sicurezza israeliana e considera con sospetto l’ipotesi di un’intesa politica con i delegati della minoranza palestinese.

Il premier può approfittare di questa divisione per bloccare la formazione di un’alternativa, presentando qualsiasi intesa con le forze arabe come un pericolo per la sicurezza nazionale. La questione palestinese si trasforma così anche in un fronte di confronto interno: non solo una disputa nazionale e territoriale, ma una frattura che attraversa tutto il panorama politico israeliano.

Washington, Trump e la minaccia di escalation

La crisi dell’esecutivo prende forma mentre anche gli assetti politici americani attraversano un passaggio delicato. Il 3 novembre si svolgeranno le elezioni di metà mandato, che potrebbero indebolire la presa repubblicana sul Congresso e restringere i margini d’azione dell’amministrazione di Donald Trump.

Per Netanyahu, il legame con Washington costituisce un pilastro della propria linea regionale. L’intesa con gli Stati Uniti, in particolare sulla questione iraniana, può influire sulla dimensione delle operazioni militari israeliane e sulle relative ricadute diplomatiche ed economiche.

Un’avanzata democratica al Congresso potrebbe accrescere il prezzo politico di una nuova offensiva contro Teheran, complicando la costruzione del consenso indispensabile per un intervento comune o coordinato. Non rappresenterebbe, però, un ostacolo automatico: la diplomazia americana conserva una solida continuità bipartisan su vari aspetti dell’appoggio a Israele.

La posta in gioco investe anche i mercati dell’energia, la protezione delle rotte commerciali e gli assetti globali. Un nuovo scontro con l’Iran potrebbe generare conseguenze ben oltre il Medio Oriente, coinvolgendo direttamente le economie europee e intensificando le tensioni internazionali.

Una crisi che coinvolge l’intera regione

Le settimane a venire saranno cruciali. Netanyahu proverà a mettere insieme una maggioranza, mentre Eisenkot dovrà dimostrare di saper riunire forze politiche molto eterogenee, incluse quelle che finora hanno respinto un accordo con i partiti arabi. Il pericolo è che lo stallo venga gestito attraverso un’ulteriore esasperazione dello scontro politico e l’impiego della forza militare come mezzo per consolidare il consenso interno.

La crisi israeliana non può essere disgiunta dalla questione palestinese né dalla rivalità strategica con l’Iran. Perciò, la sfida non riguarda soltanto chi sarà alla guida del prossimo esecutivo, ma quale indirizzo regionale verrà adottato e con quali conseguenze.

In uno scenario internazionale già fragile, una nuova escalation non risolverebbe la crisi politica israeliana, ma potrebbe convertirla in una crisi di dimensioni molto più ampie. Evitare che la guerra diventi il mezzo per sciogliere le tensioni interne di Israele è quindi una questione che interessa l’intera regione e coinvolge direttamente anche l’Europa.

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Ci riprovano col “nucleare sostenibile”. Appello verso l’incontro del 7 novembre

L’iter di approvazione della Legge Delega per il Nucleare Sostenibile, entrata in vigore il 15 ottobre, ha rimesso la fissione nucleare al centro del dibattito pubblico.

Figlio di un processo molto più lungo, il ritorno al nucleare ha visto prepararsi il terreno al livello comunitario con l’approvazione della Tassonomia Europea sulle fonti sostenibili nel 2021, che introduce per la prima volta ufficialmente il nucleare tra le fonti considerate sostenibili.

È su questa scia che si costruisce la narrazione del ritorno al nucleare come elemento centrale nella strategia di decarbonizzazione, e su cui si appoggiano tutte le iniziative governative che, dal Governo Draghi di unità nazionale in poi, hanno puntato a sdoganare il ritorno alla fissione nonostante l’esito dei due referendum – nel 1987 e nel 2011.

Eppure, quest’estate, proprio questa tecnologia si è dimostrata estremamente vulnerabile ai cambiamenti climatici, con Francia, Svizzera e Romania fortemente in difficoltà di fronte alla drastica diminuzione della portata d'acqua dei fiumi utilizzata nella trasformazione dell'energia termica della fissione, in energia elettrica.

Nel frattempo, nessuno ha fatto ancora i conti con l’eredità tossica della precedente avventura nucleare, con un processo di decommissioning delle vecchie centrali arretratissimo, ed un piano di messa in sicurezza delle scorie presenti sui nostri territori (oltre che di quelle che faranno ritorno dopo il riprocessamento avvenuto all’estero) se possibile ancora più fumoso e poco credibile.

Eppure, il dato della crisi energetica che soprattutto in questi mesi stiamo attraversando è servito da ulteriore spinta all’idea che il nucleare possa essere una soluzione all’aumento del costo dell’elettricità, e supportare la crescente domanda energetica dell’economia digitale e dell’IA.

Una crisi energetica alimentata da scenari di guerra in continuo ampliamento, in cui l’evocazione della minaccia atomica è sempre più frequente.

A questo proposito, il fatto che centrali e impianti di arricchimento siano bersagli strategici in un conflitto, insieme alla natura intrinsecamente e storicamente dual-use della fissione nucleare, non può passare in secondo piano – ma è una realtà da prendere in considerazione, nonostante sia stata rimossa chirurgicamente dal dibattito pubblico.

Molti quindi i temi da iniziare ad affrontare, sicuramente non con l’obiettivo di esaurire il dibattito, ma con la consapevolezza che è necessario aprirlo, e farlo additando il presupposto al ritorno del nucleare: presentare una soluzione tecnica a problemi che sono di natura eminentemente politica, allo scopo di continuare ad alimentare un sistema ormai giunto ad un binario morto.

Per questo, come realtà in lotta contro il ritorno al nucleare organizzeremo un momento di approfondimento, dibattito e organizzazione il 7 novembre, a partire dalle 14.00 in Via delle Sette Sale 29 (facoltà di Ingegneria, San Pietro in Vincoli).

Costruiamo un percorso di carattere nazionale, a partire da tutti i territori, che affronti il tema del nucleare come truffa ecologica ed economica e come tecnologia intrinsecamente dual use, dell’eredità tossica oggi presente sui territori e che un eventuale ritorno comporterebbe, della crisi democratica che le mosse del governo mettono in luce.

Invitiamo tutte le realtà che hanno intenzione di confrontarsi, partecipare o intervenire all’iniziativa a contattarci all’indirizzo nonucleareorganizziamoci@gmail.com

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Neonazista progettava attentati, ma in questo caso niente riflettori

Pianificava nei minimi dettagli due attentati terroristici, uno contro una sinagoga e l’altro contro un luogo di preghiera islamico nell’hinterland milanese. Con l’accusa di addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale, nella mattinata di giovedì 29 ottobre i carabinieri hanno arrestato a San Giuliano Milanese Alessandro G.G., cittadino italiano di 22 anni.

Il giovane è stato portato in carcere in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Milano. Dagli accertamenti investigativi e dall’analisi dei dispositivi elettronici sequestrati è emerso che Alessandro, che amava ritrarsi con bandiere con l’aquila fascista e la svastica, stesse pianificando il reperimento di varie sostanze chimiche con la finalità di confezionare ordigni artigianali e la modifica di armi da sparo.

Il neonazista aveva individuato due bersagli precisi: la sinagoga milanese di via Guastalla, nel centro di Milano, e la moschea di San Donato Milanese. Sui suoi dispositivi sono stati rinvenuti numerosi contenuti che i carabinieri hanno definito “suprematisti, accelerazionisti, negazionisti della Shoah e xenofobi”.

Alla base del progetto terroristico vi era l’ossessione per una fantomatica “invasione islamica” e il timore per la “fine della razza bianca”. Tra i file acquisiti dagli inquirenti figurano gli scritti di Anders Breivik, il terrorista neonazista autore delle stragi del 2011 in Norvegia, e ben 12 pagine di riflessioni che parrebbero un vero e proprio manifesto o testamento ideologico.

In esse, il 22enne metteva nero su bianco i propri propositi di passaggio all’azione anche in assenza di complici: “è arrivato il momento che qualcuno faccia qualcosa. Ho paura ad agire da solo, ma se nel frattempo che metto a punto un piano non troverò nessuno al mio fianco, lo farò lo stesso. Lo farò per il futuro. Io mi sento un soldato e so che la mia è una guerra già iniziata, anche se la sto ancora organizzando. Ma ci arriverò, credetemi”.

Il suo arresto ha impedito che i suoi piani si concretizzassero, ma in questo caso non si è scatenata la stessa gogna mediatica costruita intorno a Youssef Siher. E per fortuna, diciamo noi, in quello che millanta di essere uno “stato di diritto”. Nonostante il pericolo fosse evidentemente reale e il terrorismo antisemita – oltre che islamofobo – provenisse ancora una volta dalle file dell’estrema destra.

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Oggi è sciopero generale, e non solo

Oggi sarà una grande giornata di sciopero generale in tutto il paese. La mobilitazione convocata dall’Usb dà appuntamento nelle piazze di più di 50 città, dal Nord al Sud e alle isole.

È uno sciopero generale contro l’economia di guerra imposta dal Governo Meloni, il carovita che sta strangolando la popolazione, la repressione dei giovani e dei lavoratori che protestano per migliori condizioni di vita.

Ma oggi è anche una giornata di mobilitazione internazionale nei porti di quattro continenti contro il traffico di armi: un’iniziativa di lotta lanciata da diverse organizzazioni sindacali dei portuali, tra cui USB e Orsa, che ha ormai coinvolto ormai più di 100 scali portuali in 17 paesi diversi, dagli USA all’Europa, dal Mediterraneo all’India.

Lo sciopero generale di oggi è diventato con tutta evidenza uno sciopero generalizzato che intorno a lavoratrici e lavoratori vede convergere anche altri settori sociali importanti, a cominciare dagli studenti e dai movimenti per il diritto all’abitare, ma anche collettivi, associazioni della solidarietà internazionalista, artisti, mondo della cultura, comitati ambientalisti e territoriali.

È la ricomposizione di un blocco sociale che riconosce finalmente i propri interessi di classe comuni e li scaraventa in campo di fronte a disuguaglianze sociali non più accettabili e ad un clima di guerra interna ed esterna che minaccia sia la pace che la democrazia.

Oggi sarà un momento vero di mobilitazione popolare che chiede di abbassare i prezzi, le tariffe energetiche, gli affitti e i mutui, di alzare i salari e di dire basta con la guerra e le spese militari.

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«Chi conquista i giovani vince le battaglie di questo tempo»

«Un potente avvertimento, le proteste giovanili scuotono l’Europa». «Una generazione scende in piazza: i giovani europei rifiutano un futuro che gioca contro di loro». «Un senso di rivolta infiamma le nuove generazioni». Dal Guardian a Le Monde, dall’Associated Press a El País, gli organi di stampa segnalano la temperatura di questo caldo autunno di contestazioni, dalla scuola alla casa, al carovita, con una crescente partecipazione di giovani. Fa parziale eccezione l’Italia, dove il Corriere della Sera e altre testate insistono sul teppismo, mettendo in second’ordine le ragioni politiche delle manifestazioni. Ma cosa sta accadendo? È solo una disputa tra saccheggiatori in piazza e repressori al governo? O è piuttosto una crisi più profonda dei rapporti tra le classi e tra le generazioni? Lo chiediamo a Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università “Federico II” di Napoli e autore di Libercomunismo, un “libretto rosso” molto discusso che è stato visto circolare anche tra i giovani contestatori di questi giorni.

Professor Brancaccio, lei sostiene che se non cogliamo le “tendenze” dell’epoca non capiamo nulla delle contingenze politiche. Le attuali proteste, con tanti giovani in piazza, sono un fenomeno estemporaneo? O sono il sintomo di una tendenza generale?

Una risposta ce la può dare il Fondo Monetario Internazionale, che da tempo elabora un indicatore un po’ “panottico”, quasi mai citato nella vulgata. È il Reported Social Unrest Index, che misura quanto spazio occupano, sui media, le notizie relative a manifestazioni, proteste, tumulti e disordini sociali. Nell’Unione europea, l’indice delle proteste e dei disordini è cresciuto enormemente, da un valore di appena 14 nel 1991 fino a un picco di 183 nel 2011, nel pieno della crisi finanziaria. Poi, dopo una pausa, l’indice è risalito vertiginosamente fino al record assoluto di 197 nel 2018.

A quel punto, però, è giunta la crisi pandemica, che ha fatto letteralmente precipitare le rivendicazioni di piazza. Ma solo per qualche anno. Negli ultimi tempi, infatti, l’indice delle proteste è tornato a salire. Per adesso a 113, ma siamo solo agli inizi della ripresa. Insomma, una tendenza generale è piuttosto evidente: con la raggelante eccezione dello shock pandemico, le contestazioni nelle strade tendono a montare nel tempo. Il movimento si verifica a livello globale, ma nel caso europeo sembra dirci qualcosa in più: direi un segno di fragilità dei vecchi equilibri sociali del continente.

Che ruolo hanno i giovani in questa tendenza?

Accentuano il conflitto. Rispetto alle grandi percentuali del secolo scorso, oggi le giovani generazioni rappresentano una quota relativamente piccola di popolazione. Eppure, se si innestano nei meccanismi della contestazione, alzano il livello dello scontro. Che si tratti di emergenza climatica, scuola, casa o carovita, quando i giovani partecipano alle proteste di piazza, magari con qualche azione appena più turbolenta del solito, il FMI tende quasi sempre a classificarle come “disordini sociali”.

Il governo Meloni insiste nel ridurre le proteste a questioni di ordine pubblico. E nell’affrontarle con nuove strette alle libertà civili e politiche. È un sintomo di quello che nel suo libro lei chiama “oltrefascismo”?

Sì, ma la definizione non riguarda solo i coltivatori dell’amarcord fascista che oggi albergano a Palazzo Chigi. Il concetto attiene anche a quegli esponenti del liberalismo che pochi anni fa dominavano la scena politica e che oggi invece appaiono morenti, direi in coma profondo. E che per tentare di sopravvivere stanno rinnegando i loro stessi principii, offrendosi come cavalier serventi dell’inedito “oltrefascismo” in ascesa. L’assetto guerresco delle forze di polizia, imposto da Macron in Francia, rappresenta solo uno dei molteplici esempi di questo tradimento liberale in atto. Direi che siamo “oltre” anche rispetto alla tetra apologia del “dittatore liberale” di Hayek. È una delle più sconcertanti ignominie politiche del nostro tempo, eppure se ne parla ancora poco. Bisognerebbe chieder conto a questi rinnegatori del liberalismo, prima che ai contestatori in piazza.

Però ammetterà che le vetrine spaccate e i saccheggi dei negozi rappresentano un problema, poiché offrono una tipica scusa alle strategie di repressione delle libertà…

Noto anche io che Meloni e Macron sono piuttosto uniti in questa durissima lotta contro i minacciosi ladruncoli di borsette griffate che infestano le vie dello shopping di Milano e Parigi. Se a colpi di nuove regole d’ingaggio delle forze dell’ordine alla fine ci scapperà anche il morto, potranno dire che almeno la proprietà delle borsette è stata tutelata. Se mi fosse concessa una parafrasi marxiana, direi che questi servitori della religione padronale perdonano l’attacco a trentotto dei loro trentanove articoli di fede liberale piuttosto che l’attacco a un trentanovesimo del capitale centralizzato che sono stati messi a piantonare. Ancora una volta, l’odierno liberalismo “oltrefascista” mostra le sue inquietanti ipocrisie.

Come si ferma questa deriva? Come si costruisce un’alternativa politica? I giovani tornano in piazza, magari respingono in massa i referendum governativi, ma poi restano allergici ai partiti. Sembra difficile coinvolgerli in una partecipazione politica più stabile e strutturata…

I giovani sono relativamente pochi rispetto alla popolazione ma sono tanti rispetto al totale degli astenuti e dei disillusi. Chi dunque conquista i giovani vince le battaglie di questo tempo difficile. Vale per tutta l’Europa e per tutte le lotte che verranno. Certo, l’impresa è ostica: la partecipazione giovanile oggi avviene a onde, persino più instabili che in passato. Ma questo dipende da una contraddizione lampante tra le stravolte prospettive di vita dei giovani e la mite offerta politica dei partiti che pure vorrebbero rappresentare le loro istanze.

Il punto è che queste ragazze e questi ragazzi sono nati nel mezzo della grande crisi finanziaria, hanno vissuto l’annichilimento della crisi pandemica, sono in balia di una crisi bellica internazionale di cui non intravedono la fine, sono più consapevoli di tanti adulti sul rischio di una catastrofe ecologica e adesso devono pure fronteggiare la crisi occupazionale e la nuova concentrazione dei poteri che scaturiranno dall’intelligenza artificiale. Sanno meglio dei loro genitori che l’ascensore sociale è bloccato verso l’alto ma è in caduta libera verso il basso. E sanno benissimo che la dottrina del merito individuale, del farsi da soli, è un altro ferrovecchio retorico del liberalismo, smentito dall’evidenza empirica. Insomma, si sono formati nel mezzo di una vera e propria controrivoluzione tecno-sociale, che tra l’altro sta generando un’inedita comunione di destini tra molti giovani di famiglie piccoloborghesi e proletarie.

Quando dunque questo aggregato di disillusi va in piazza, è come se già fosse capace di individuare gli orrori insiti nella materia sociale del futuro. Mentre noi vecchi miopi, abituati alle residue bambagie del Novecento, ci ostiniamo a non vedere. Ora, io sommessamente domando: di quanta supponenza siamo pervasi per illuderci che questa generazione forgiata dalle dure tendenze del tempo possa sentimentalmente unirsi a forze politiche ancora sedotte dall’idea dell’ordinario amministrare, e che nella migliore delle ipotesi risultano timide persino su una patrimoniale o su un “no” secco alla guerra capitalista? Per riunificare le generazioni, io non credo che siano i giovani a doversi rassegnare alla nostra irresponsabile cecità sul futuro. Siamo noi vecchi che dovremmo allenarci a una razionale e tempestiva radicalità.

Professore, tutto documentato e innegabile. Ma non penserà che il Libercomunismo sia dietro l’angolo?

No di certo. Ma per dirla con Nietzsche, l’inattuale è urgente. Per chiarire: io penso che sarebbe un importante risultato se le forze democratiche sconfiggessero gli accrocchi tra nazionalisti reazionari e traditori del liberalismo che già imperversano nel continente. In Francia tra lepenisti e macroniani di risulta, in Spagna tra neo-franchisti e popolari, in Germania tra neonazisti e cristiano-democratici vogliosi di assecondarli. E in Italia, tra una maggioranza di governo che sempre più tenderà al vannaccismo e i transfughi del liberalismo pronti a servirla. Non c’è da indugiare, vanno sconfitti.

Al tempo stesso, però, io domando: ammesso che fermiamo questi orrendi agglomerati che per comodità chiamiamo “oltrefascisti”, il giorno dopo che facciamo? Come impediamo che l’onda nera rimonti subito, resa più potente dalla nostra inadeguatezza dinanzi alle catastrofi del tempo? Veda, io capisco l’odierna diffidenza verso ogni tentativo, raffinato o maldestro che sia, di rilanciare in forma inedita le colossali prospettive politiche del Novecento. Siamo così abituati a minimizzare lo spazio dell’azione politica che anche solo il riabituarci a pronunciare parole immani, come socialismo o comunismo, ci suscita un senso di filosofica vertigine.

Mi permetto però di notare che stiamo coltivando questo ostinato scetticismo senza accorgerci che siamo ormai naufraghi trascinati da un fiume di cadaveri in piena: coi socialdemocratici che hanno celebrato la morte dei comunisti d’oltrecortina, poi i liberali hanno festeggiato la sparizione dei socialdemocratici, e ora gli oltrefascisti banchettano sulla tomba dei liberali. Come in un classico shakespeariano, chi brinda alla morte del nemico poi muore a sua volta.

Lei rimarca questa tesi della morte del liberalismo. Ma il premio Nobel Daron Acemoglu, che ha pure dibattuto con lei in tema, non è d’accordo: lui scommette ancora su un rilancio della prospettiva liberale.

Il problema di Acemoglu, come di altri intellettuali in voga, è che sono “post-moderni” in senso lyotardiano: ossia, per non ricadere nelle vecchie fiabe sulle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, finiscono per negare anche lo studio delle “tendenze” oggettive del sistema, scientificamente comprovate. Per intenderci, la sequenza di funerali delle idee che ho menzionato non è stata un succedersi casuale di spiacevoli accidenti. Al contrario, quella catena di delitti politici è stata il frutto di una tendenza storica potente, radicata nel meccanismo della centralizzazione capitalistica e destinata a distruggere gli assetti democratici. È la drammatica attualità della lezione marxiana, opportunamente aggiornata.

Allora, al di là del “libercomunismo”, chiamiamo pure come vogliamo la nuova prospettiva politica, ma iniziamo a riconoscere che l’epoca del facile guazzabuglio populista è finita. E che l’elaborazione di nomi e contenuti politici all’altezza di questo tempo funesto è divenuta condizione necessaria per costruire un’idea alternativa di futuro, una “sliding door” capace di convincere, attirare, accumulare massa critica. Fino a far deragliare la tendenza antidemocratica in atto. Prima che sia tardi.

Anche coinvolgendo le piazze tumultuose riempite da tanti giovani?

Certo che sì. Proprio quelle giovani leve ribelli ci stanno offrendo intuizioni feconde. Come il fatto che tra le strade di Parigi non si accontentano più di cantare Bella ciao. Adesso intonano pure «sciopero generale», nientemeno che sulla melodia della «rossa primavera» di Katiuscia. Se ci pensiamo, anche questo non è un caso. È una tendenza, da intercettare.

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29/10/2026

Brown sugar

La scienza critica del presente

di Sebastiano Taccola

Roberto Fineschi, A tu per tu con Il capitale, Laterza, 2026, pp. 184. 18€

Roberto Fineschi è uno studioso che da più di due decenni ha dedicato i suoi lavori a Marx. In particolare, Fineschi ha messo a più riprese in rilievo l’importanza della nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels (la “seconda” Marx-Engels-Gesamtausgabe, nota con l’acronimo di MEGA2, la cui pubblicazione, ancora in corso, è iniziata nel 1975) nel far emergere una nuova lettura di Marx, al di là delle vecchie formule dottrinarie ancora diffusa nel senso comune. In effetti, se c’è un classico del pensiero che, per usare una celebre espressione hegeliana, è “noto, ma non conosciuto”, quello è proprio Marx: “classe”, “capitale”, “ideologia”, “materialismo storico”, ecc. sono categorie diffuse nella galassia dei marxismi, ma spesso assunte in maniera dogmatica, per non dire feticistica (come se fossero formule magiche in grado di evocare soluzioni semplici per un presente quanto mai complesso).

In questo modo, però, si finisce per elidere uno degli aspetti che, in base a quanto testimoniato dai materiali messi a disposizione dalla MEGA2, caratterizza la teoria di Marx, e cioè la sua natura problematizzante. Per più di trent’anni (dal suo trasferimento a Londra nel 1850 fino alla sua morte, nel 1883), Marx ha lavorato per districare ed esporre in maniera adeguata (scientifica) la realtà del modo di produzione capitalistico e le forme della sua riproduzione. Un lavoro molto lungo, che ha richiesto l’affinamento di un metodo, l’approfondimento del confronto con l’economia politica anglosassone, la ripresa della logica hegeliana – su questo si vedano gli scritti raccolti, tradotti e commentati da Fineschi nell’antologia K. Marx, Discorso sul metodo (Scholé, 2025).

L’esito di questo lungo sforzo teorico, di cui ci rimane traccia nel Capitale e in una corposa serie di manoscritti, è rimasto purtroppo incompiuto. Incompiuto, ma non per questo sterile. Come lo stesso Fineschi ha contribuito a chiarire, la struttura scientifica dell’analisi marxiana del capitalismo è una ricca “cassetta degli attrezzi” ancora valida per interrogare criticamente il nostro presente. Quel presente in cui il dominio del rapporto di capitale si estende globalmente arrivando a minacciare la sopravvivenza stessa del pianeta. Quello proposto da Fineschi non è un semplice e asettico “ritorno a Marx”, ma piuttosto un tentativo di rileggere Marx con lenti nuove e più aderenti al pensiero dello stesso Marx, di rimettere in moto la macchina critica marxiana in una prospettiva problematizzante e produttiva per il nostro presente.

Per Fineschi il centro nevralgico della teoria critica di Marx è costituito dall’analisi della società capitalistica presentata nel Capitale. E così dopo aver curato una nuova traduzione basata sull’edizione MEGA2 di quest’opera per Einaudi (uscita nel 2024 nella collana “I millenni” e ristampata nel 2026 nella collana “ET Biblioteca”) Fineschi ha pubblicato A tu per tu con Il capitale (Laterza, 2026), un libro che presenta a un pubblico non specialistico il contenuto dei tre libri del Capitale. Un lavoro di per sé tutt’altro che semplice, per varie ragioni: a) Il capitale è un’opera di grande complessità sin dal primo capitolo del primo libro dedicato alla forma-merce; b) l’esposizione marxiana si svolge su più livelli di astrazione e non si basa sulla semplice descrizione storica, anche se spesso fa riferimento a dati storici; c) molti obiettivi polemici di Marx (economisti politici come James Steuart, Adam Ferguson, Adam Smith, David Ricardo, William Petty, Nassau Senior, John Stuart Mill, ecc.) non sono oggi particolarmente noti al di fuori della ristretta cerchia degli specialisti; d) il secondo e il terzo libro del Capitale sono rimasti allo stato di bozze e la loro pubblicazione è stata curata da Engels sulla base degli appunti stesi da Marx; e) infine, la fatica concettuale richiesta per sintetizzare il contenuto di migliaia di pagine in meno di duecento.

Ciononostante, Fineschi è riuscito perfettamente nel compito di restituire in maniera chiara e accessibile ai più la complessità del Capitale senza comprometterne la densità e la produttività concettuali. Un compito riuscito grazie a una netta presa di posizione interpretativa: seguire l’esposizione logica del Capitale. Rispetto, infatti, a certe interpretazioni di carattere sociologico e/o storicistico (che sciolgono la densità concettuale del Capitale nella palude della congiuntura storica e sociale), Fineschi ha preso alla lettera l’intento marxiano di ricostruire la dinamica processuale del capitalismo come se questo fosse un processo storico-naturale. Sì perché, osserva Marx nella Prefazione al primo libro del Capitale, la società capitalistica si presenta nella sua immediatezza come un qualcosa di assolutamente naturale: gli agenti economici (compratori, venditori, consumatori, distributori, speculatori, ecc.) pensano la loro attività e i contesti in cui avviene (mercati e supermercati, borse, banche, merci, ecc.) come un qualcosa di naturale, di scontato, di sempre esistito. Questo carattere naturale delle infrastrutture capitalistiche è un effetto prodotto dal capitale stesso, da quel rapporto che si presenta alla maniera di una cosa.

La demistificazione di questo stato di natura richiede la capacità di penetrare la forma storicamente specifica, il DNA, del capitalismo. Marx lo fa prendendo inizialmente per buona la maniera in cui le cose si presentano alla superficie della società. La società capitalistica si presenta, infatti, come un’immane raccolta di merci e proclama che la ricchezza si misura in merci. Tale autorappresentazione che il capitalismo dà di sé è fatta propria da Marx: se il capitale dice che la forma di cellula del suo organismo sociale è la merce, allora Marx parte dalla merce, ne analizza le determinazioni (valore d’uso e valore), e assiste allo svilupparsi di antagonismi, che non si conformano a quanto la società capitalistica dice di sé stessa. Laddove, infatti, il capitale pone la mercificazione universale come il principio della libertà degli individui, Marx vi vede la genesi dello sfruttamento.

L’autovalorizzazione del valore che emerge dall’analisi marxiana della forma-merce è la chiave di volta della riproduzione capitalistica e pone il capitale quale soggetto sociale che, alla maniera di uno spettro della letteratura gotica, è in grado di sussumere (e cioè, di ricondurre a sé, governare, dominare e rifunzionalizzare) ogni ambito che concorre alla riproduzione sociale complessiva (tale natura gotica e spettrale del Capitale è un aspetto che attraversa tutti e tre i libri: dal capitale-vampiro del primo libro, che succhia sangue-plusvalore ai lavoratori, fino ai fantasmi di Monsieur Le Capital e Madame Le Terre, che fanno la loro comparsa alla fine del terzo libro).

I tre libri del Capitale, come mostra Fineschi, intendono esporre lo sviluppo e il funzionamento della logica del dominio capitalistico su livelli di sempre maggiore complessità: la produzione (primo libro), la circolazione (secondo libro), la riproduzione sociale complessiva (terzo libro). Ricorrendo a esemplificazioni riprese dal nostro contesto storico, l’esposizione di Fineschi è efficace nel mettere in rilievo di volta in volta tutti gli antagonismi su cui si basa la riproduzione sociale capitalistica e i loro potenziali effetti. Antagonismi che, in determinate congiunture storiche dell’accumulazione, possono dar luogo a crisi. Marx, sottolinea Fineschi, non ha elaborato una teoria compiuta della crisi; di essa egli si è limitato, per così dire, a definire alcune forme in linea con le tendenze immanenti all’accumulazione capitalistica, di cui la crisi è un momento tanto strutturale quanto ambiguo: potenziale punto di crollo del capitalismo, ma anche occasione per l’avvio di un nuovo ciclo di accumulazione.

L’assenza di una teoria della crisi è da mettere in relazione ad altri due aspetti incompiuti del Capitale, che risultano particolarmente rilevanti per il nostro presente: la mancanza di una teoria organica del capitale finanziario e di una teoria dello Stato quale agente economico e politico. Ciò non significa che nei materiali a nostra disposizione manchino i germi, delle linee guida fondamentali, per provare a estendere il ragionamento di Marx oltre i suoi limiti. È questo un tentativo effettivamente profilato da Fineschi nell’ultimo capitolo del libro, laddove, utilizzando l’arsenale teorico del Capitale, si affrontano alcuni nodi problematici e urgenti dell’attualità: la deriva politica fascista, la divisione mondiale del lavoro nell’era del capitale globale, la guerra, la crisi ecologica. Su tutti questi fronti l’analisi marxiana continua a mostrare la propria fertilità per guardare controluce il nostro presente e cogliere sotto la sua crosta più esterna la stratificazione delle forme antagonistiche poste dal capitale e le figure storiche in cui esse si esprimono (questa distinzione tra forma antagonistica e figura congiunturale della sua espressione è un altro elemento cruciale, secondo Fineschi, per liberare le potenzialità dell’analisi di Marx di fronte ai problemi del nostro presente).

Nella sua ricostruzione Fineschi riesce a mostrare che “quello marxiano, se inteso correttamente, resta insomma un solido modello analitico; uno strumento ancora vitale, indispensabile per orientarsi nel difficile mondo che ci circonda, per non perdere la speranza in un cambiamento possibile, per operare quel passaggio urgente verso una società libera ed emancipata” (p. 170). Per recuperare questa speranza è dunque indispensabile rovesciare le solite domande ideologiche sulla dubitabile attualità di Marx: posto che viviamo ancora in una società capitalistica, il punto non è tanto chiedersi se Marx sia all’altezza del nostro presente, ma se la nostra prospettiva su di esso sia all’altezza della forma scientifica e critica definita dallo stesso Marx. Un simile processo di riflessione critica e autocritica non può che essere collettivo. Libri come A tu per tu con Il capitale sono oggi indispensabili per allargare questa collettività nel segno di un ragionamento sulle forme del dominio capitalistico e sugli strumenti dell’emancipazione.

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I tredici giorni che possono sconvolgere l’Europa

Non era mai accaduto che nel giro di tredici giorni ci fossero tre scioperi generali in Europa e uno sciopero intercontinentale.

È quanto previsto per il 30 ottobre in Italia, il 5 novembre in Francia, l’11 novembre in Spagna. E per lo stesso 30 ottobre i sindacati dei portuali hanno convocato uno sciopero internazionale contro la guerra che sta coinvolgendo quattro continenti e decine di porti. È una prima volta che ha ed avrà effetti rilevanti. 

Per estensione, ci sarà il 20 novembre uno sciopero europeo degli studenti contro la leva militare e la militarizzazione.

Possiamo ben dire “bentornata lotta di classe”, e questa volta non c’è solo quella scatenata dall’alto, come rivendicava il miliardario Warren Buffet.

Le questioni poste dai movimenti sociali che riempiono le strade spagnole, francesi, italiane (ma anche quelle portoghesi, greche, austriache e, con qualche fatica in più, quelle tedesche), stanno tutte dentro una agenda politica e sociale che rivendica interessi materiali (dalla casa al salario, dal carovita all’istruzione) e priorità politiche determinanti come il no alla guerra, al riarmo e allo stato di polizia.

In sostanza è un rifiuto generalizzato delle disuguaglianze sociali diventate insopportabili e di una logica politica delle classi dirigenti che vede nella guerra e nella soppressione degli spazi democratici la propria exit strategy dalla crisi di sistema del capitalismo occidentale.

Non deve sfuggire il fatto che in Europa proprio le classi dirigenti stanno subendo da anni una vorticosa perdita di credibilità ed egemonia sulle loro società.

In Spagna, Francia e Italia abbiamo rispettivamente un governo “di sinistra”, uno liberale e uno di destra con diverse modulazioni delle loro politiche interne ed internazionali. Eppure nessuno dei tre, per esempio, ha mai cercato di sottrarsi ai vincoli dell’Unione Europea o della Nato per tentare una strada diversa da quella tracciata e imposta nei decenni precedenti dalle classi dominanti.

La scelta di continuare sulla logica della competitività interna, dell’austerity, dei vincoli di bilancio, ha scavato ferite sociali profonde nelle società europee, aggravate dal fatto che oggi quelle stesse classi dirigenti scelgono di spendere miliardi in spese militari e per la guerra.

E a giustificare tutto questo non basta più evocare la natura “progressiva e democratica” dell’Europa, tanto più quando questa si manifesta ormai come presunzione suprematista verso l’esterno e razzismo esplicito all’interno.

Questo cortocircuito tra esplosione delle disuguaglianze sociali e accentuazione del carattere reazionario e autoritario degli apparati decisionali, non poteva non provocare prima malessere, poi collera ed infine conflitti sociali.

Ma ha prodotto anche una narrazione diversa della realtà, soprattutto tra i giovani che stanno riempiendo tutte le piazze europee riconoscendosi e connettendosi sempre più spesso con le esigenze dei lavoratori. In pratica è cresciuta quella “contro-educazione” spontanea che ha tanto preoccupato il ministro Crosetto di fronte alle manifestazioni e agli scontri di Milano e l’anno scorso i complici e i sostenitori italiani del genocidio dei palestinesi da parte di Israele.

Fatta salva la dovuta dose di spontaneità, fisiologica nell’esplosione dei movimenti sociali, questa stagione del conflitto politico e sociale in Europa e in Italia, è anche il risultato di anni di ricomposizione delle forze e di sperimentazione sul piano sindacale, sociale e politico.

Insomma, non è qualcosa che nasce da un semplice account su Instagram o Telegram.

I movimenti nascono spesso su episodi specifici e occasionali (una pensilina crollata, lo sfratto di un donna anziana, un atto di particolare brutalità degli apparati di polizia, etc), ma che poi riescono ad intercettare sentimenti comuni – dall’indignazione al malessere sociale – esistenti e agenti sottotraccia nella società, in attesa dell’occasione per manifestarsi in tutta la loro potenza.

Quando questa “oggettività” delle contraddizioni sociali incontra una soggettività adeguata si producono le rotture politiche e i cambiamenti che possono segnare la storia, se non – in alcuni e purtroppo non numerosi casi – cambiarne il corso.

In tal senso, ci sono giorni che valgono anni. Questo può essere il 30 ottobre in Italia, ma anche i prossimi tredici giorni che possono sconvolgere l’Europa.

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L’Onu conferma: “togliete il bloqueo contro Cuba!”

Sul voto hanno pesato le minacce del fascista Marco Rubio esercitate su molti paesi affinché votassero contro la risoluzione di Cuba, che chiede l’abolizione dell’embargo.

L’Assemblea Generale dell’ONU, mercoledì 28 ottobre 2026, ha votato la risoluzione per chiedere la fine del blocco economico contro Cuba. La mozione è stata approvata a larga maggioranza, ma con un significativo calo dei voti favorevoli rispetto agli anni passati dovuto alle forti pressioni diplomatiche statunitensi.

Questo il bilancio ufficiale della votazione:

  • 130 Voti Favorevoli, tra cui Turchia, Cina, Canada e Russia.
  • 17 Voti Contrari guidati da Stati Uniti e Israele, ai quali si sono uniti tra gli altri Ucraina, Argentina ed Emirati Arabi Uniti.
  • 25 Astensioni per la prima volta in 34 anni, diverse nazioni occidentali si sono astenute, comprese Italia, Germania e Lettonia.

L’Italia ha storicamente sempre votato a favore della risoluzione ONU per porre fine all’embargo contro Cuba. Il passaggio all’astensione, voluto dal governo Meloni e registrato nella votazione odierna, rappresenta una storica rottura rispetto alla tradizionale linea della diplomazia italiana.

Ecco come il governo Meloni ricambia l’aiuto che i medici cubani hanno portato al popolo italiano nel momento dell’emergenza Covid-19.

L’intensa attività diplomatica dell’ambasciatore statunitense Mike Waltz e marco Rubio è riuscita a convincere circa venti governi a modificare la propria linea strategica rispetto allo scorso anno (quando i favorevoli furono 165), spingendoli verso l’astensione o il voto contrario. Nonostante questo, il blocco di sanzioni è stato formalmente condannato dall’ONU per la trentaquattresima volta.

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Dopo 33 anni di voti favorevoli alla risoluzione delle Nazioni Unite contro il blocco statunitense, l’Italia ha scelto l’astensione. La Farnesina riconosce che l’embargo produce conseguenze economiche e umanitarie negative, ma attribuisce alle scelte delle autorità cubane la responsabilità della crisi e subordina la revoca delle misure a riforme politiche ed economiche. Questa posizione rappresenta una grave rottura con la tradizione diplomatica italiana e una concessione alla strategia di pressione di Washington contro la Rivoluzione cubana. 

Appare infatti insanabile la contraddizione tra il riconoscimento ufficiale, da parte della Farnesina, degli effetti economici e umanitari negativi dell’embargo statunitense e la scelta italiana di astenersi, dopo 33 anni di voti favorevoli alla risoluzione per la sua revoca. Il comunicato della Farnesina del 28 ottobre 2026 aggiunge inoltre critiche inaccettabili alle libertà politiche ed economiche a Cuba e chiede riforme sostanziali alle autorità dell’Avana invece di denunciare il tentativo di sterminio della popolazione attraverso il Bloqueo.

L’astensione del governo italiano sulla risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite contro il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba non è un semplice cambiamento diplomatico. È una scelta politica grave, che rompe una continuità durata 33 anni e mette in discussione il principio fondamentale secondo cui ogni popolo ha il diritto di decidere autonomamente il proprio destino.

Il comunicato della Farnesina del 28 ottobre, con il quale il governo Meloni ha cercato di motivare la decisione, non riesce a superare la contraddizione che ne costituisce il nucleo. Da una parte, riconosce che l’embargo statunitense provoca conseguenze economiche e umanitarie negative per il popolo cubano; dall’altra, sostiene che la crisi dipenda anche dalle decisioni delle autorità dell’Avana e reclama riforme politiche, economiche, sociali e giudiziarie come condizione per un cambiamento sostanziale.

L’astensione italiana: una scelta politica dietro il linguaggio umanitario

Ma quale logica politica può giustificare l’astensione di fronte a una misura coercitiva che colpisce un’intera popolazione? Quale principio di diritto internazionale consente a un governo straniero di esercitare una pressione economica sistematica su un Paese sovrano, pretendendo che modifichi il proprio ordinamento politico?

La risposta, a mio giudizio, è una sola: nessuna considerazione umanitaria può diventare il pretesto per legittimare l’ingerenza negli affari interni di un altro Stato.

Non si può separare la sofferenza del popolo cubano dal blocco che la aggrava

Il governo italiano dichiara di essere vicino al popolo cubano e di voler continuare gli aiuti umanitari. Tuttavia, questa solidarietà rischia di trasformarsi in una formula priva di coerenza quando non si traduce nella richiesta inequivocabile di porre fine alle misure che contribuiscono a provocare le sofferenze denunciate.

Non nego che Cuba debba affrontare problemi economici strutturali, difficoltà produttive, carenze e contraddizioni interne. Nessuna analisi seria può ignorare la complessità della situazione cubana. Ma è proprio per questo che bisogna distinguere tra la discussione legittima sulle politiche economiche di un Paese e l’imposizione di una punizione collettiva attraverso la pressione economica esterna.

Il blocco non è una misura neutrale. È uno strumento di pressione che condiziona gli scambi commerciali, le possibilità di finanziamento e l’accesso a beni, tecnologie e risorse essenziali, con ricadute sulla vita quotidiana delle famiglie e sul funzionamento dei servizi pubblici. Le sue conseguenze non possono essere comprese pienamente se vengono isolate dalle difficoltà che il sistema economico cubano già deve affrontare.

Per questo considero politicamente inaccettabile rovesciare l’ordine delle responsabilità, riconoscendo gli effetti negativi dell’embargo e, nello stesso tempo, utilizzando la necessità di riforme interne per giustificare una posizione meno netta sulla sua revoca.

Se davvero si vuole aiutare il popolo cubano, occorre rimuovere gli ostacoli che ne aggravano le condizioni materiali di esistenza, non aggiungere condizioni politiche alla solidarietà internazionale.

La sovranità di Cuba non è negoziabile

La questione decisiva è quella dell’autodeterminazione. Cuba ha intrapreso, con la Rivoluzione del 1959, un percorso politico e sociale socialista che ha rappresentato un punto di riferimento per molti movimenti antimperialisti e per le lotte di liberazione nazionale.

Quel percorso può essere discusso, criticato e analizzato anche nelle sue contraddizioni. Ma non può essere sottoposto al diritto di veto di Washington, né a una pressione internazionale finalizzata a imporre un cambiamento di sistema.

Quando il comunicato della Farnesina collega la necessità di superare la crisi cubana alla mancanza di libertà politiche ed economiche e all’urgenza di riforme sostanziali, assume una posizione che va ben oltre la solidarietà umanitaria. Entra direttamente nel terreno della valutazione e del condizionamento dell’ordinamento interno di uno Stato sovrano.

Naturalmente, i diritti umani e le libertà fondamentali devono essere tutelati in ogni Paese. Ma questo principio deve valere universalmente, senza doppi standard e senza diventare uno strumento selettivo della competizione geopolitica. Non è accettabile invocare le libertà politiche per Cuba (dove peraltro sono ampiamente tutelate) e ignorare, in altri contesti, le violazioni commesse da governi considerati alleati delle potenze occidentali.

La difesa dei diritti non può trasformarsi in una giustificazione per l’assedio economico. Né la richiesta di riforme può diventare il prezzo imposto a un popolo per ottenere la fine di misure che ne danneggiano le condizioni di vita.

Il governo Meloni e il servilismo atlantico

La decisione italiana deve essere letta anche nel quadro dei rapporti con gli Stati Uniti e della crescente subordinazione della politica europea alle priorità strategiche di Washington.

A mio giudizio, l’astensione rappresenta una manifestazione di servilismo atlantico e una rinuncia a esercitare un’autonoma funzione diplomatica. Il governo Meloni ha scelto di allinearsi a un gruppo di Paesi alleati che comprende la Germania, i Paesi Bassi e altri Stati europei, anziché mantenere la tradizionale posizione italiana favorevole alla risoluzione contro il blocco.

La Farnesina richiama gli aiuti umanitari europei e italiani destinati a Cuba. Sono interventi che possono offrire un sostegno concreto alle persone più vulnerabili e che non vanno sottovalutati. Ma la cooperazione allo sviluppo non può sostituire una posizione politica coerente sulla causa delle difficoltà che si dichiara di voler alleviare.

Non basta finanziare programmi alimentari, sanitari o di sviluppo rurale se, sul piano diplomatico, si rinuncia a chiedere con chiarezza la fine di una politica coercitiva che contribuisce ad aggravare la crisi.

La solidarietà non può essere ridotta a una gestione umanitaria delle conseguenze, mentre si accetta che continui a operare il meccanismo che produce parte di quelle sofferenze.

È questa la contraddizione che il governo italiano deve spiegare ai cittadini. Perché l’Italia, che per decenni ha sostenuto la risoluzione contro il blocco, dovrebbe oggi abbandonare quella posizione? Quale interesse nazionale giustifica una scelta che rischia di indebolire la credibilità della nostra diplomazia e la tradizione italiana di dialogo con l’America Latina?

Non vedo, in questa decisione, una strategia autonoma di pace e cooperazione. Vedo piuttosto il rischio che la politica estera italiana venga subordinata alle priorità di una potenza alleata, anche quando queste entrano in conflitto con i principi di sovranità e autodeterminazione che dovrebbero orientare le relazioni internazionali.

Il blocco come strumento di pressione contro un’esperienza socialista

Per comprendere la portata della questione bisogna ricordare che il conflitto tra Washington e L’Avana non nasce oggi. Da oltre sei decenni, Cuba affronta una politica di isolamento e pressione economica legata alla volontà statunitense di contrastare la sopravvivenza e lo sviluppo di un’esperienza socialista a poche decine di miglia dalle proprie coste.

Il blocco non può essere considerato soltanto una controversia commerciale. È anche uno strumento politico, che mira a esercitare pressione sul sistema economico e sociale cubano e sulle decisioni delle sue istituzioni.

In questo senso, la richiesta di riforme accompagnata dalla rinuncia a una condanna netta dell’embargo rischia di accettare, almeno sul piano diplomatico, la logica secondo cui la sovranità di Cuba possa essere condizionata da una potenza esterna.

È una logica che va respinta, indipendentemente dal giudizio che ciascuno può esprimere sull’esperienza cubana. Il diritto di un popolo a scegliere il proprio modello politico non dipende dal gradimento dei governi occidentali.

Difendere questo principio non significa negare i problemi reali di Cuba, peraltro riconducibili proprio al Bloqueo che da 60 anni la cinge d’assedio. Significa affermare che le trasformazioni politiche ed economiche devono scaturire da processi autonomi, dalla partecipazione della popolazione e dal confronto interno, non da una strategia di strangolamento economico imposta dall’esterno.

Cuba, l’America Latina e il diritto a un mondo multipolare

La vicenda cubana riguarda anche il futuro delle relazioni internazionali. In un mondo segnato dalla crisi dell’ordine unipolare, dalle tensioni tra grandi potenze e dalla crescita delle relazioni Sud-Sud, la difesa della sovranità dei Paesi latinoamericani assume un significato che supera i confini dell’isola.

L’America Latina ha conosciuto interventi esterni, colpi di Stato, pressioni economiche e tentativi di condizionamento politico che hanno lasciato profonde ferite nella sua storia. La Rivoluzione cubana, con tutte le sue specificità, è diventata un simbolo della possibilità di rivendicare un percorso indipendente.

Per questo la solidarietà con Cuba non è una questione marginale, né un residuo della Guerra fredda. È parte della battaglia per un sistema internazionale nel quale i rapporti tra gli Stati non siano regolati esclusivamente dalla forza economica, militare e finanziaria delle potenze dominanti.

Il multipolarismo, tuttavia, non può ridursi a una diversa distribuzione del potere tra Stati. Deve tradursi nella possibilità concreta per i popoli di sottrarsi ai ricatti, costruire forme di cooperazione e scegliere autonomamente il proprio sviluppo.

In questa prospettiva, l’Italia avrebbe potuto svolgere un ruolo diverso: utilizzare la propria tradizione diplomatica per sostenere il dialogo tra Washington e L’Avana, chiedere la fine del blocco e promuovere la cooperazione economica e scientifica senza condizioni politiche imposte dall’esterno.

L’astensione ha invece indebolito questa possibilità e contribuito a normalizzare una posizione che rischia di confondere il sostegno umanitario con il diritto di interferire nelle scelte di un altro popolo.

La solidarietà deve diventare una scelta politica concreta

La mia condanna della posizione assunta dal governo Meloni è dunque netta. Considero questa astensione una decisione politicamente vergognosa, perché interrompe una continuità diplomatica importante e sacrifica il principio dell’autodeterminazione sull’altare dell’allineamento agli Stati Uniti.

Il governo italiano non può dichiararsi vicino al popolo cubano e, nello stesso tempo, rinunciare a una posizione inequivocabile contro il blocco. Non può presentare gli aiuti umanitari come una risposta sufficiente, quando la stessa Farnesina riconosce le conseguenze economiche e umanitarie negative delle misure statunitensi.

Occorre ripristinare una politica estera autonoma, fondata sul rispetto della sovranità, sulla cooperazione tra i popoli e sul rifiuto delle misure coercitive unilaterali. Occorre chiedere la revoca del blocco, favorire gli scambi commerciali e scientifici, rafforzare la cooperazione sanitaria e alimentare e sostenere ogni iniziativa diplomatica che consenta di superare le tensioni senza imporre cambiamenti di sistema.

La solidarietà con Cuba deve essere concreta, politica e sociale. Deve riguardare il diritto del popolo cubano a vivere senza essere sottoposto a una pressione economica permanente e a decidere liberamente il proprio futuro.

La questione, in definitiva, non è se si condivida o meno ogni scelta del governo cubano. La questione è se si riconosca a Cuba lo stesso diritto all’indipendenza che rivendichiamo per ogni altro Paese.

Per noi comunisti e antimperialisti, questo principio non può essere negoziato in cambio di un rapporto privilegiato con Washington.

Cuba non è sola. E l’Italia deve scegliere da che parte stare: dalla parte del diritto internazionale, della solidarietà tra i popoli e della pace, oppure da quella di una politica di pressione che pretende di decidere il destino di una nazione sovrana.

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Ogni progetto israeliano si trova a un bivio

Netanyahu non ha vinto, ma non ha nemmeno perso. La palla ora è nel campo dell’altra metà della società ebraica, che deve decidere se vuole liberarsi del razzismo seminato da Netanyahu e dalla sua banda fascista.

Questa metà, che si rifiuta di accettare le idee di Netanyahu, deve affrontare realisticamente il fatto che Israele non sarà mai uno stato ebraico puro e che la rivolta del voto arabo è servita da crudo promemoria del fatto che gli ebrei non sono gli unici abitanti di questo stato, che afferma di praticare una democrazia basata sul puro razzismo.

Netanyahu si rende conto di non poter formare un governo perché il voto arabo lo ha paralizzato. Pertanto, ricorrerà a una battaglia razzista, escludendo il voto arabo e limitando i suoi sforzi al voto sionista. Sta scommettendo su questo in una società in cui l’ignoranza è tanto diffusa quanto l’intelligenza.

Il blocco di Netanyahu comprende almeno 16 membri della Knesset appartenenti a partiti ultraortodossi non sionisti che eludono il servizio militare, negano i principi sionisti e impoveriscono lo Stato. Che differenza c’è tra loro e gli arabi quando si tratta di accusarli di non essere sionisti?

L’eredità di Netanyahu e dei suoi accoliti impone alla società sionista di prendere una decisione coraggiosa: convivere con la realtà e riconoscere che sfrattare i palestinesi dalle loro terre è un fallimento e che la via della convivenza offre maggiori opportunità.

Il cambiamento è imperativo perché, in sostanza, il voto era un voto sulla convivenza con gli arabi o sulla pratica dell’odio nei loro confronti e sulle azioni conseguenti.

La comunità araba ha danneggiato Netanyahu e ha posto una questione difficile e strategica sulle possibilità di sopravvivenza di Israele nella regione. I palestinesi in Israele hanno svolto il loro ruolo in modo intelligente, preciso e con piena consapevolezza, ben lontani dalle voci discordanti che cercavano di salvare Netanyahu.

Una volta concluse le votazioni, questa sarà un’opportunità per la società israeliana di ascoltare seriamente un appello arabo ufficiale per rilanciare l’Iniziativa di Pace Araba, di fatto stroncata dagli Accordi di Abramo. Sarebbe anche opportuno rassicurare coloro che si sono opposti a Netanyahu.

Questa è una lunga battaglia che deve essere combattuta, anche se l’altra parte nutre una chiara ostilità nei confronti dei diritti del popolo palestinese. Tutte le opzioni si collocano tra il male e il peggio; pertanto, smantellare il sanguinoso campo di Netanyahu ha la precedenza su ogni altra considerazione.

L’intero progetto israeliano è a un bivio.

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L’economia mondiale ha i giorni contati

Nel suo libro “Quattro Futuri: La Vita Dopo il Capitalismo”, il direttore di Jacobin, Peter Frase, descrive quattro sistemi radicalmente diversi che potrebbero plasmare il futuro della politica e dell’economia globale: comunismo, rentismo*, socialismo e sterminismo.

Ognuno di questi è una proposta ambiziosa, ma prima che uno qualsiasi di essi si affermi, è più probabile che assisteremo a un’altra fase del capitalismo che incorporerà elementi di diversi di essi.

Questa transizione potrebbe durare fino alla metà del secolo. È improbabile che il capitalismo muoia facilmente nel breve o medio termine, eppure non può sopravvivere indefinitamente nella sua forma attuale. La trasformazione economica e politica è diventata inevitabile e il Mondo intero ne sta vivendo le difficoltà.

La transizione porterà nuove alleanze e collaborazioni in evoluzione, insieme a mosse diplomatiche e militari che spesso si contraddicono a vicenda.

Rotte energetiche sotto pressione

La ricerca di equilibri temporanei nella politica globale riflette le molteplici crisi che affliggono l’economia mondiale. I dati relativi al primo semestre del 2026 offrono un quadro rivelatore.

Secondo il rapporto periodico Prospettive e Statistiche del Commercio Globale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il volume degli scambi commerciali globali ha superato le aspettative, crescendo del 3,5% nonostante le interruzioni causate dalla guerra in Medio Oriente. Le catene di approvvigionamento si sono adattate alle interruzioni nei mercati dell’energia, dei fertilizzanti e dei trasporti.

Sebbene le esportazioni di petrolio greggio dal Medio Oriente siano diminuite di circa il 24% su base annua nel primo semestre del 2026 e le esportazioni di gas naturale liquefatto siano calate del 47%, l’aumento delle spedizioni da altri fornitori ha limitato il calo globale al 6% per il petrolio greggio e a solo l’1% per il gas naturale liquefatto.

Anche i mercati dei fertilizzanti si sono adeguati grazie all’ingresso di fornitori alternativi, sebbene i prezzi rimangano elevati.

I flussi commerciali sono stati reindirizzati attraverso porti e corridoi alternativi, mentre il traffico globale di container è aumentato del 3,9% fino a luglio.

Di conseguenza, l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita del commercio di merci per il 2026, portandole dall’1,9% al 3,9%, con una crescita prevista al 4,1% nel 2027.

Il boom del commercio legato all’intelligenza artificiale

La forte domanda associata agli investimenti nell’Intelligenza Artificiale ha contribuito a compensare i danni causati dalla guerra in Medio Oriente.

Semiconduttori, server e altri beni che sostengono l’Intelligenza Artificiale hanno rappresentato il 47% dell’aumento del valore del commercio globale di merci durante la prima metà del 2026. Il commercio di questi prodotti è aumentato del 67% su base annua, accelerando un’espansione già evidente nei due anni precedenti.

Tuttavia, i benefici derivanti dagli investimenti nell’Intelligenza Artificiale e dall’espansione del commercio sono stati distribuiti in modo diseguale. Il commercio di servizi e le regioni esposte ai combattimenti hanno sofferto maggiormente.

Si prevede, ad esempio, che il commercio di servizi commerciali crescerà solo del 3,3% quest’anno, un dato nettamente inferiore alla precedente previsione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio del 4,8%.

Nonostante guerre e tensioni geopolitiche, il commercio globale ha continuato a funzionare, con le catene di approvvigionamento che si sono adattate alle interruzioni e le spedizioni che si sono spostate verso rotte e fornitori alternativi.

Il commercio sopravvive alle fratture

Un nuovo modello sta emergendo man mano che l’economia mondiale si adatta alla frammentazione geopolitica. Circa un quinto del commercio globale di merci avviene tra economie geopoliticamente distanti tra loro.

I conflitti in Medio Oriente e i crescenti rischi logistici stanno rimodellando le rotte commerciali. Mentre gli scambi commerciali tra Stati Uniti e Cina sono diminuiti, le relazioni commerciali con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e il Messico continuano ad espandersi.

La concentrazione della produzione strategica in determinati Paesi rappresenta un’ulteriore vulnerabilità. La Cina domina la fornitura di magneti per motori elettrici, i Paesi Bassi e il Giappone occupano posizioni cruciali nella produzione di apparecchiature per semiconduttori e Taiwan rimane centrale nella produzione di microprocessori avanzati.

Eppure, al di là di questa apparente resilienza, il Fondo Monetario Internazionale individua tre principali minacce per l’economia globale: gli elevati prezzi dell’energia, il crescente debito pubblico e la rapida espansione degli investimenti nell’Intelligenza Artificiale.

I costi energetici alimentano l’inflazione, mentre l’aumento del debito rende sempre più difficile il finanziamento. L’Intelligenza Artificiale promette notevoli incrementi di produttività, ma le sue enormi esigenze finanziarie introducono ulteriori rischi in un sistema già sotto pressione.

La politica dell’austerità

La prossima sfida non sarà semplicemente chi produce di più, ma chi riesce a produrre in modo più efficiente.

I guadagni di produttività derivanti dall’Intelligenza Artificiale potrebbero diffondersi rapidamente, ma relativamente pochi Paesi sono in grado di beneficiarne appieno. Le disuguaglianze che ne derivano rischiano di acuire le divisioni economiche e politiche esistenti.

Nel frattempo, il boom dell’Intelligenza Artificiale sta generando pressioni inflazionistiche. Le spese in conto capitale, che raggiungono migliaia di miliardi di dollari, insieme ai costi operativi che ammontano a centinaia di miliardi, stanno mettendo a dura prova le risorse finanziarie.

Le difficoltà di approvvigionamento di beni essenziali, dovute alle guerre in Medio Oriente e in Ucraina, potrebbero protrarsi fino al 2027. L’aumento dei rendimenti obbligazionari, inoltre, manterrà i governi con un debito eccessivo, sotto crescente pressione sui bilanci.

Le economie avanzate sono tra le più esposte. Gli shock energetici e alimentari continuano a spingere l’inflazione, mentre i programmi di elettrificazione e la crescente domanda di elettricità da parte dei centri dati mettono a dura prova i sistemi energetici.

Guerre tariffarie, spese militari e indebitamento pubblico non faranno che aumentare la pressione.

La direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, ha sottolineato la necessità di disciplina monetaria e di decisioni fiscali difficili, poiché i governi si trovano ad affrontare queste pressioni.

Tra i Paesi che si trovano ad affrontare le maggiori difficoltà figurano Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Francia, Italia e Germania.

In Francia, gli sforzi per imporre tagli alla spesa e avvicinare il deficit di bilancio al limite di Maastricht del 3% del PIL hanno incontrato una forte resistenza popolare. Il potere d’acquisto si è deteriorato, i servizi pubblici ne hanno risentito e l’austerità è diventata un terreno di scontro politico.

Anche il Giappone si trova ad affrontare difficoltà economiche, con il Primo Ministro Sanae Takaichi sotto pressione per conciliare le richieste dell’opinione pubblica con i vincoli di bilancio del Paese.

La stessa battaglia tra austerità e tenore di vita si profila all’orizzonte anche in altre economie avanzate, in particolare in Europa.

Il neoliberismo raggiunge il punto di ebollizione

Il neoliberismo è sotto pressione da anni. Ora la situazione sta per precipitare. Le economie nazionali e il sistema finanziario internazionale non possono continuare indefinitamente sulle stesse basi.

Si consideri l’enorme volume del debito. Secondo l’Istituto di Finanza Internazionale, il debito globale ha raggiunto i 365.500 miliardi di dollari (326,4 mila miliardi di euro) nella prima metà del 2026, con un aumento di oltre 10.000 miliardi di dollari (8.930 miliardi di euro).

L’aumento dei costi di finanziamento e l’enorme fabbisogno di finanziamento pubblico hanno già scosso i mercati obbligazionari.

Il Governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, ha messo in guardia sui pericoli che corrono i governi la cui capacità fiscale è stata ridotta dalla debole crescita e dai ripetuti shock economici.

Quando i costi di finanziamento aumentano mentre la crescita si indebolisce, il debito diventa più difficile da gestire. I governi subiscono una pressione crescente per aumentare la spesa, anche se gli investitori richiedono rendimenti più elevati per finanziarla.

La fine del denaro facile

Le prospettive economiche del Fondo Monetario Internazionale di ottobre descrivono un’economia globale che rimane resiliente ma sempre più vulnerabile alle pressioni fiscali, al rinnovarsi delle tensioni commerciali e a un’inversione di tendenza nelle aspettative di investimento nell’Intelligenza Artificiale.

L’era del credito a basso costo sta volgendo al termine, ponendo fine a quasi due decenni di denaro facile.

Per gran parte del periodo successivo alla crisi finanziaria del 2008, i bassi tassi di interesse hanno consentito ai responsabili politici un ampio margine di manovra. Questo contesto sta scomparendo con l’aumento dei costi del servizio del debito.

Nel frattempo, le aspettative legate all’Intelligenza Artificiale continuano a spingere al rialzo i mercati azionari. I principali produttori asiatici di microprocessori e apparecchiature correlate stanno registrando una crescita straordinaria delle esportazioni.

Tuttavia, l’entusiasmo per l’Intelligenza Artificiale è diventato eccessivo. Le valutazioni sono gonfiate dalle aspettative di utili futuri che potrebbero non concretizzarsi mai nella misura prevista dagli investitori.

La bolla dei titoli tecnologici non può espandersi all’infinito. L’unica domanda è come e quando arriverà il momento della resa dei conti.

I mercati obbligazionari sono già alle prese con pressioni strutturali intensificate dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio.

Shock climatici e crisi alimentare

La crescente interazione tra i cicli climatici naturali e l’aggravarsi della crisi climatica minaccia di aggravare i problemi di approvvigionamento alimentare mondiale.

Un El Niño intenso, un riscaldamento periodico delle acque dell’Oceano Pacifico che sconvolge i modelli meteorologici in tutto il Mondo, potrebbe causare siccità prolungate, piogge eccessive e gravi danni alla produzione agricola, facendo lievitare i prezzi dei prodotti alimentari e gonfiando le pressioni inflazionistiche.

I Paesi dell’America Centrale sono esposti a rischi di siccità ricorrenti, mentre le piogge monsoniche sempre più irregolari minacciano la produzione agricola in alcune zone dell’Asia.

Anche l’Europa ha subito ondate di calore intense e bassi livelli idrici, con conseguenti interruzioni della navigazione lungo importanti corsi d’acqua come il Reno e il Danubio, e una riduzione del traffico fluviale che potrebbe costare miliardi di euro.

L’impatto sui prodotti agricoli potrebbe essere considerevole, in particolare per zucchero, semi oleosi, olio di palma e riso, la cui produzione è altamente vulnerabile alla siccità e alle piogge eccessive. Per i Paesi più poveri, già alle prese con elevati costi di importazione, un ulteriore aumento dei prezzi dei prodotti alimentari potrebbe aggravare le carenze e rendere i beni di prima necessità sempre più inaccessibili.

Di conseguenza, il Fondo Monetario Internazionale e altre istituzioni internazionali potrebbero trovarsi ad affrontare crescenti richieste di assistenza finanziaria da parte dei Paesi che faticano a garantire un approvvigionamento alimentare adeguato.

Una tregua temporanea nelle guerre commerciali

L’indebitamento globale record e la possibilità di un altro crollo del mercato obbligazionario rimangono tra i maggiori pericoli per il sistema finanziario.

Una brusca correzione dei titoli tecnologici potrebbe aggravare il danno, innescando potenzialmente una più ampia instabilità finanziaria e persino una crisi bancaria.

Quasi nessun Paese può sfuggire agli effetti di prolungate carenze di approvvigionamento e dell’aumento dei prezzi, in particolare di energia e cibo. Con il debito globale a livelli record e i mercati finanziari sempre più vulnerabili, l’economia mondiale ha un disperato bisogno di respiro.

La guerra dei dazi tra Washington e Pechino ha subito una temporanea tregua in vista delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti, sebbene ciò che seguirà rimanga incerto. Le economie avanzate europee sono già sottoposte a forti pressioni economiche, mentre i crescenti costi della crisi climatica aggravano le loro difficoltà.

Né Washington né l’Unione Europea possono permettersi facilmente un altro scontro militare di vasta portata, per quanto avventata possa rivelarsi la loro dirigenza politica.

Sia gli Stati Uniti che la Cina hanno validi motivi per allentare la tensione, almeno temporaneamente. Una guerra commerciale incontrollata infliggerebbe ulteriori danni al commercio, agli investimenti tecnologici e alla stabilità finanziaria, mentre un periodo di relativa calma potrebbe dare alle loro economie in difficoltà un margine di manovra.

Il terreno scivoloso della multipolarità

È improbabile che il mondo si divida nettamente in due blocchi ostili come accadde durante la Guerra Fredda. Al contrario, sta emergendo una forma di multipolarità più fluida e pericolosa, in cui i Paesi possono cooperare militarmente con gli Stati Uniti, mantenere relazioni economiche con la Cina e perseguire collaborazioni energetiche con la Russia contemporaneamente.

La multipolarità è diventata una necessità, ma finché non saranno stabilite le regole e gli equilibri di potere, ogni ulteriore centro di influenza comporta un altro potenziale scontro.

Anche una soluzione temporanea in Ucraina difficilmente garantirebbe una pace duratura in Europa, dove la NATO e l’Unione Europea potrebbero cercare nuove arene di confronto con la Russia, che si tratti dei Paesi baltici, della Moldavia o di Kaliningrad.

Nessuna tregua per l’Asia occidentale

Mentre le grandi potenze cercano soluzioni temporanee altrove, l’Asia Occidentale rimane un campo di battaglia, con le sue popolazioni che pagano il prezzo più alto. La geografia dell’instabilità si estende dal Marocco all’Afghanistan, da Cipro all’Iran e dalla Turchia all’Oman, ben oltre il territorio tradizionalmente associato al cosiddetto “Progetto del Grande Medio Oriente” di Washington.

Anche il Corno d’Africa è entrato a far parte di questi calcoli, con Etiopia, Eritrea, Somalia, Puntland, Somaliland e Gibuti coinvolti nella lotta per le rotte marittime, le posizioni militari e i corridoi commerciali. L’Accordo di Difesa Congiunta della Mecca, firmato da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan in agosto, riflette la crescente dipendenza dagli accordi militari regionali.

Il patto è stato attivato in ottobre nel contesto del rinnovato confronto tra Arabia Saudita e Yemen, sebbene Ankara abbia escluso l’invio di truppe a sostegno di Riad, offrendo invece supporto difensivo. L’Imperialismo Occidentale si sta rivolgendo sempre più alle potenze regionali per controllare la regione e salvaguardare i propri interessi, lasciando ai suoi “gendarmi” appena nominati il ​​compito di togliere le castagne dal fuoco.

Notti insonni nei palazzi

In tutto il Medio Oriente, si stanno elaborando piani per nuovi gasdotti, ferrovie, autostrade e corridoi commerciali per aggirare gli Stretti di Hormuz e Bab al-Mandab. Persino i confini entrano a far parte dei calcoli, mentre le potenze regionali rivalutano le proprie posizioni e si preparano a ulteriori sconvolgimenti.

L’Asse della Resistenza non è stato distrutto e l’Arabia Saudita ha faticato a sottomettere le Forze Armate Yemenite allineate ad Ansarallah, nonostante anni di interventi militari.

Il Bahrein rimane vulnerabile a nuove rivolte tra la sua maggioranza Sciita, mentre il Libano si trova ad affrontare la minaccia di un’altra guerra interna. Le tensioni persistono intorno a Cipro e Israele e Turchia sono impegnate in un’aspra lotta per l’influenza in Siria, dove interessi contrastanti si intersecano sempre più con i piani per nuovi corridoi energetici.

A Damasco, il Presidente siriano autoproclamato Ahmad al-Sharaa, ex capo di Al-Qaeda noto come Abu Mohammad al-Julani, è tirato in direzioni diverse dalle potenze regionali e internazionali. Resta da vedere per quanto tempo riuscirà a rimanere al potere, destreggiandosi tra le loro esigenze contrastanti.

Nel frattempo, le monarchie del Golfo hanno investito somme ingenti nella trasformazione delle loro economie, da centri di esportazione energetica a poli di eccellenza per la tecnologia finanziaria, l’Intelligenza Artificiale, le infrastrutture dati, il settore immobiliare e il commercio internazionale.

Le loro ambizioni, sostenute da investimenti per migliaia di miliardi, si scontrano ora con le conseguenze di una guerra che ha messo a nudo la vulnerabilità delle infrastrutture stesse su cui si basano i loro piani di diversificazione.

Avendo già subito perdite considerevoli, i sovrani del Golfo potrebbero dover attendere un’altra primavera per realizzare le loro ambizioni post-petrolifere. Nei loro sontuosi palazzi, i Re e gli Emiri del Golfo dormono ora nell’inquietudine, temendo una rivoluzione interna e attacchi missilistici dall’estero.

Note

* Il rentismo (o capitalismo rentista) è un sistema economico e sociale in cui il reddito principale non deriva dal lavoro produttivo, dall’innovazione o dalla creazione di beni e servizi, ma dallo sfruttamento di posizioni di vantaggio, di proprietà o di rendite finanziarie.

** Lo sterminismo (o tesi sterminazionista) è il termine storiografico utilizzato per indicare la tesi scientifica secondo cui lo Stato Nazista programmò e attuò deliberatamente lo sterminio sistematico e di massa degli ebrei (la Shoah) e di altre minoranze durante la Seconda Guerra Mondiale)

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