Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

20/07/2026

Cascina Spiotta e non solo: quando le condanne sono a vita

di Vincenzo Scalia

Fabrizio De Andrè, nella Ballata degli Impiccati, cantava che “il prezzo fu la vita/per il male commesso in un’ora”. Un verso che, fatte le debite proporzioni, si può applicare all’Italia odierna, in particolare in relazione ai fatti relativi alla lotta armata degli anni Settanta, che vedono coinvolti militanti di formazioni di sinistra.

Se, a differenza degli impiccati di De Andrè, i protagonisti di quelle vicende non vengono soppressi fisicamente, non si può, dall’altro lato, notare come il prezzo che stanno pagando è una vera e propria “pena di vita”. Una formula che venne utilizzata in passato per definire l’ergastolo, ma che può funzionare anche per chi è libero e compì la scelta di militare in formazioni armate.

In particolare, la pena di vita, si articola in tre direzioni: la prima è quella della stigmatizzazione individuale. La seconda è quella della damnatio memoriae, che riguarda tutto il periodo storico in oggetto. La terza dimensione, al contrario delle altre due, non è retroversa, bensì protesa in avanti, e riguarda i militanti presenti e gli eventuali attivisti futuri. Si tratta di andarle ad eviscerare tutte e tre e discuterle in profondità.

Il processo tenutosi per i fatti della Cascina Spiotta, in provincia di Alessandria, il 5 giugno 1975, quando i Carabinieri fecero irruzione per liberare l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, costituisce un esempio della prima direzione. Nel corso del blitz, si verificò una sparatoria, in cui rimasero vittime il brigadiere Giovanni D’Alfonso e Margherita “Mara” Cagol, una delle fondatrici delle BR.

Malgrado una sentenza di prescrizione, poi persa tra i flutti dell’alluvione, la denuncia del figlio di D’Alfonso per accertare le dinamiche in modo più approfondito ha portato ad una riapertura del processo, conclusosi con la condanna a 6 anni di Lauro Azzolini, che ha ammesso di essere stato presente nel corso della sparatoria, e della prescrizione per Renato Curcio e Mario Moretti, ritenuti non colpevoli dell’omicidio del brigadiere.

Insomma, tanto tuonò che non piovve. O forse sì. Mario Moretti ha 80 anni, è in semilibertà, quindi continua a dormire in carcere. Renato Curcio ha qualche anno in più, è un uomo libero, padre di famiglia, editore, intellettuale. Che senso ha portare a processo due ottantenni per fatti avvenuti mezzo secolo fa, in un contesto politico e sociale diverso? Tanto più che non siamo di fronte a persone che non si sono mai proclamate innocenti.

I due leader brigatisti hanno sempre rivendicato la loro scelta di militare in una formazione armata, e hanno pure proclamato, pubblicamente, nel 1987, la fine di questo tipo di lotta. Lo hanno fatto sul piano politico, non su quello penale. Arrivando a chiedere una soluzione politica per tutte le persone coinvolte, a vario titolo, in quella storia.

Una posizione che stona con la lettura degli anni Settanta che predomina, in particolare a livello di apparato statale, per quanto in modo contraddittorio. Da un lato, si insiste sul carattere criminale delle formazioni armate che operarono in Italia negli anni Settanta, facendo riferimento alla violenza politica. Sicuramente, molte di quelle scelte, furono discutibili, ancorché sterili, a lungo termine, sul piano politico. Provocando lutti inutili, insensati, e lacerando ulteriormente la società italiana, la classe operaia e i movimenti sociali, in un periodo in cui non ce n’era bisogno.

Dall’altro lato, l’utilizzo di legislazioni speciali, di carceri di massima sicurezza, di torture, di leggi premiali, evidenziano il fatto che la lotta armata non fu un fenomeno criminale. Quantomeno, non fu solamente quello. Fu un fenomeno politico, che coinvolse centinaia di migliaia di persone, tra regolari, irregolari, simpatizzanti.

Un aspetto che Curcio, Moretti, insieme a migliaia di altri reduci di quella stagione, non smettono di ricordare e di rivendicare e ricordare. E di cui tutti, a vario titolo, siamo consapevoli. Anche lo Stato. Che però, sulle vicende della lotta armata, si costruì uno spazio di rilegittimazione che dura tutt’oggi.

Quindi, chi ricorda il carattere politico della lotta armata e non sceglie la via di un pentimento che è, di solito, più giudiziario che esistenziale, spesso ispirato dai maltrattamenti o dalla paura di subirlo, continua ad essere considerato un delinquente. Ad essere messo al bando dalla società. Meritevole di essere messo sotto processo anche in età avanzata.

La patina del delinquente non la grattano via né periodi lunghi di detenzione, magari in condizioni disumane, né l’ammissione delle proprie responsabilità, se declinate in senso politico. Anche per questo, nel corso del processo, non è stata fatta luce sulla morte di Mara Cagol, laddove le perizie presentate dalla difesa mostrino che la brigatista sia stata uccisa dopo che si era arresa. Era una delinquente, per la vulgata dominante. Quindi, indegna di giustizia.

Un’impostazione autoritaria, che ha ispirato la cattura in Bolivia dell’ex-militante del PAC, oggi scrittore, Cesare Battisti. Che ispira l’accanimento del governo a volere richiedere l’estradizione dall’Argentina, dopo 47 anni, di Leonardo Bertulazzi. Che spinge il ministro degli esteri a chiedere l’estradizione di un brigatista dal Nicaragua dopo 46 anni, senza curarsi del rischio di crisi diplomatiche.

L’accanimento verso i reduci della stagione della lotta armata, tuttavia, non avrebbe senso se non si inserisse nel progetto collettivo della damnatio memoriae che iniziò negli anni Ottanta, nel periodo del riflusso, e prosegue tuttora. Si parla di “anni di piombo”, usando impropriamente il titolo di un film di Margarethe Von Trotta, a sottolineare la centralità di quelle esperienze per definire in negativo il decennio compreso tra il 1970 e il 1979.

Un’impostazione superficiale, o, se vogliamo, intellettualmente disonesta. Per due motivi.

Gli anni Settanta furono gli anni della chiusura dei manicomi, della riforma penitenziaria, dello statuto dei lavoratori, della scala mobile, dell’aborto e del divorzio legalizzati, della riforma del diritto di famiglia, della soggettività femminista, del decentramento, della valorizzazione dei servizi territoriali, della secolarizzazione. Anni di profondo rinnovamento, che impressero dinamismo alla società italiana.

Non è casuale che la nascita dei populismi e la crescita di una destra parafascista siano direttamente proporzionali all’arretramento o alla messa in discussione di quei diritti, in particolare sul fronte del lavoro. Non si può dimenticare che i processi di emancipazione sono il punto terminale di un ciclo di lotte, di mobilitazioni collettive.

In secondo luogo, se proprio si vuole associare gli anni Settanta con la violenza politica, allora bisognerebbe parlare di anni di tritolo. Da Piazza Fontana (1969) a Bologna (1980), si fanno i conti ancora oggi con eventi tragici, veri e propri crimini di Stato, che coinvolgono la destra eversiva e attori stranieri, di cui non si conosce la verità, oppure si è alle prese con sentenze che ancora oggi non convincono.

Eppure Franco Freda, che contesta lo Stato di diritto, si avvale del principio del ne bis in idem, che gli permette di fare l’editore e l’agitatore di estrema destra, e non gli fa dare conto del suo coinvolgimento in quegli eventi. Stefano Delle Chiaie e Giovanni Ventura sono morti nel loro letto. Delfo Zorzi fa l’imprenditore in Giappone, paese di cui è cittadino. Senza avere il coraggio di rientrare in Italia e comparire davanti a una corte. E di assumersi una responsabilità, anche minima, del suo essere stato militante di un’organizzazione di estrema destra come Ordine Nuovo, che si prefiggeva di rovesciare la Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.

La differenza tra questi figuri e gli imputati del processo alla cascina Spiotta, sotto questa luce, è evidente, e si richiama all’assunzione di responsabilità.

La damnatio memoriae, tuttavia, non si limita al passato, ma si protende minacciosa verso il presente. Seguendo una scia minacciosa che ha avuto origine già a Genova nel 2001, ogni volta che i fermenti sociali denotano segni di radicalizzazione, si adotta la strategia della repressione di piazza e della criminalizzazione attraverso il riferimento alle vicende degli anni Settanta.

Processi come quelli sulla Cascina Spiotta, contengono un monito sinistro: chi prova a radicalizzarsi verrà criminalizzato, anche in modo improprio, e sottoposto a processi e condanne che varranno per una vita. Non soltanto sul piano penale, ma anche su quello politico e della memoria collettiva. Come uno di quei film dell’orrore in cui la realtà si sovrappone allo schermo.

È ora di rompere quello schermo.

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Il pilota automatico nelle prossime elezioni presidenziali francesi

In un intervento pubblicato su Le Monde quattro importanti economisti francesi mettono il dito nella piaga dei conti pubblici d’Oltralpe, affermando che stabilizzare in maniera durevole il debito presupporrebbe “un aggiustamento di 125 miliardi alla fine del prossimo quinquennio”, ossia l’equivalente del doppio del budget dell’educazione nazionale, per avere un termine di paragone.

Il  quinquennato è del resto l’arco temporale della presidenza della Repubblica, le cui le elezioni si terranno il prossimo anno (primo turno il 18 aprile e ballottaggio il 2 maggio), segnando la fine dei due mandati di Macron.

L’elezione diretta del Presidente è un architrave della V Repubblica, avviata da de Gaulle nel 1958 con un colpo di mano costituzionale in piena Guerra d’Algeria; dal 2002 si svolge ogni 5 anni, invece di sette.

Di fatto, in particolare sotto Macron, il Presidente è contemporaneamente Capo dello Stato e un premier “informale”, che attua il suo programma attraverso dei capi dell’esecutivo di sua scelta, usati come “fusibili” di fronte all’opinione pubblica nei momenti di crollo del consenso, sia davanti  a poderosi movimenti sociali che di fronte alla sfiducia del Parlamento.

Questi poteri gli sono stati conferiti più per la consuetudine politica che si è instaurata – con il beneplacito della UE – ma non farebbero parte delle sue prerogative costituzionali, mentre il “rischio di ingovernabilità” è sempre dietro l’angolo se un esecutivo, come in questo caso, non gode di una solida maggioranza parlamentare.

Come afferma Armel Le Divellec, professore di diritto pubblico, in un dibatto su cosa bisognerà attendersi dalle presidenziali, ospitato da Le Monde: “Certo, può nominare un governo, ma questo resta politicamente responsabile di fronte ai deputati, che possono rovesciarlo, come hanno sperimentato, Michel Barnier e François Bayrou, a qualche mese di distanza”, (rispettivamente nel dicembre 2024 e nel settembre 2025).

Teoricamente, l’attuale composizione parlamentare – se il prossimo presidente della Repubblica non indirà elezioni – potrebbe durare fino all’estate del 2029, ma è un’ipotesi piuttosto improbabile.

Il nuovo presidente o la prima presidente donna sarà praticamente costretto/a ad indire nuove elezioni politiche con tutti i rischi del caso, così come fece Mitterand nel 1981 e nel 1988.

Come ha sperimentato sulla sua pelle Macron dal 2022 – ma i francesi molto più di lui – non è affatto detto che una maggioranza parlamentare coerente possa emergere dalle elezioni politiche, né che il governo abbia uno straccio di maggioranza parlamentare su cui appoggiarsi, dovendo perciò applicare di volta in volta ogni tattica per stare a galla, magari cooptando pezzi importanti di personale politico dei partiti “a vocazione governativa” con generose offerte di poltrone, come avvenuti con i gollisti.

Data la situazione – instabilità istituzionale permanente,  accresciuta polarizzazione politica, estrema frammentazione del quadro della rappresentanza – è chiaro che l’attuale blocco di potere e le oligarchie dell’Unione Europea, al di là di chi sceglieranno come candidato, hanno bisogno di sfruttare la “solidità” del regime presidenziale, preparando sin da subito il terreno per l’accettazione di una sorta di “pilota automatico”.

La loro necessità è infatti blindare a livello pluriennale le scelte strategiche della Francia con una sorta di “commissariamento preventivo”, auspicando che – prima alle presidenziali e poi alle politiche – i francesi e le francesi non esprimano un voto davvero di rottura con questo tipo di corso politico, in perfetta  continuità con la Macronie.

La Francia è una dei Paesi più inguaiati dell’Unione Europea, con un deficit pubblico superiore al 5% del PIL, con una crescita economica piuttosto modesta divenuta ormai cronica ed una accelerata propensione alla conversione bellica.

I quattro economisti intervenuti su Le Monde – N.Valla, X. Ragot, X. Jaravel e J.L. Tavernier – quando affrontano la questione delle spese pubbliche, allertano sul previsto incremento di quelle sanitarie dovute all’invecchiamento della popolazione e all’innovazione medica – con un preoccupante panorama di desertificazione sanitaria – così come quelle pensionistiche, oltre a quelle militari che seguono “una traiettoria ormai risoluta, decisa per la legge di programmazione”.

Escludono che si possa usare la “leva fiscale”, anche se è bene ricordare che il ripristino della patrimoniale  – eliminata dal “presidente dei ricchi” nel suo primo mandato – è stata una delle richieste della sinistra e dei movimenti politico-sociali che hanno caratterizzato l’Esagono, e che una imposizione fiscale progressiva sia uno dei principi basilari per una ridistribuzione più equa degli oneri fiscali e una maggiore capacità di spesa pubblica.

Prospettano quindi la risoluzione di una difficile equazione politico-economica che metta mano all’efficienza dei conti pubblici, “senza rimettere in causa gli obiettivi di solidarietà che fondano il nostro modello sociale”. Una menzogna pura e semplice.

Un modello sociale che Macron ha ridotto a “carta straccia” nonostante l’opposizione di una serie di poderosi movimenti sociali, soprattutto durante il suo primo mandato, partito dalla lotta alle privatizzazioni ferroviarie fino a quella contro l’innalzamento dell’età pensionistica, passando per i Gilets Jaunes.

Rinviare la soluzione del problema non sembra essere una decisione auspicabile: “posticipare gli aggiustamenti non li renderà meno dolorosi, ma semplicemente più brutali”.

Insomma il quartetto – composto tra l’altro dai direttori di due delle maggiori istituzioni francesi di analisi e strategia economica, nonché da un ex direttore dell’INSSE – è chiaro: una vera e propria mannaia dovrà abbattersi sui conti pubblici ed i francesi devono abituarsi alla catastrofe.

Ma non si tratta di una collaborazione occasionale per scrivere una propria opinione su un quotidiano. Questo quartetto era già stato selezionato dagli attuali ministri Lescure e Amiel – rispettivamente all’economia e alla spesa pubblica – per un rapporto indipendente lanciato a fine maggio per “chiarire le traiettorie di revisione delle finanze pubbliche”.

La loro previsione, particolarmente pessimista sui conti pubblici da qui al 2030, è quindi finalizzata ad indirizzare le scelte già di questo governo nell’affrontare il budget per il prossimo anno.

Insomma la “cura da cavallo” dovrebbe iniziare già quest’anno e guardare agli anni prossimi, per così dire blindando le scelte dei prossimi governi e, di fatto, dare un indirizzo ferreo al dibattito su questioni strategiche per la campagna elettorale, delegittimando qualsiasi altro orientamento che metta in discussione lo smantellamento di ciò che rimane dello Stato sociale, propugni una tassazione progressiva o auspichi uno sbocco politico diverso da una sostanziale riconversione bellica dell’apparato produttivo.

Stando ad un più limitato lasso di tempo, l’attuale governo Lecornu – che non gode di una maggioranza all’Assemblea nazionale – si riserva di adottare qualsiasi leva istituzionale per fare passare quella che sarà la prossima legge di bilancio, anche ricorrendo al famigerato articolo 49.3 che consente l’approvazione di una legge senza voto, ma con il rischio concreto di vedersi poi sfiduciati e costretti alle dimissioni.
L’attivazione del 49.3, infatti, rende più agevole la possibilità di richiedere una “mozione di sfiducia”.

L’intervento dei quattro economisti segue peraltro quello di Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, sempre su Le Monde.

Blanchard definisce “fallimentare” il processo budgetario, che accrescerebbe così il rischio di una crisi del debito.

Auspica una “riforma in profondità” che dovrebbe essere al centro delle proposte dei candidati alle elezioni presidenziali.

In maniera complementare ai suoi colleghi, Blanchard, propone sei principi ispiratori:

  1. un budget pluriennale che “blindi” la politica economica dell’esecutivo, che si doti di uno strumento per valutare i rischi prefigurando gli scenari e le ricadute immediate e future delle manovre effettuate;
  2.  e ne consenta eventuali rettifiche, ma non di nomina governativa;
  3.  un organismo “indipendente” che ne valuti l’efficacia, un sorta di conseil budgétaire, autonomo dall’esecutivo;
  4. la stabilizzazione pluriennale del debito al fine di ridurlo. Si noti che la cifra di questo aggiustamento pluriennale (120 miliardi), è praticamente identica a quella indicata dagli altri economisti.
  5. una certa duttilità nell’applicazione dei principi in periodi straordinari, presupponendo scelte che in parte mettono in discussione alcuni orientamenti già decisi. Si vede qui che il costante ritorno del “Cigno Nero”, al di là delle previsioni effettuate, avrà lasciato qualche segno anche nell’approccio degli analisti economici liberisti;
  6. una rimodulazione del rapporto tra investimenti pubblici e debito, separando chiaramente gli investimenti dalle altre spese (una riedizione del “debito buono” contro quello “cattivo”, di Mario Draghi).

Afferma il professore parigino, peraltro e membro del Peterson Institute for International Economics di Washington, che “la Francia non solo deve ridurre il proprio deficit, ma anche investire massicciamente, dalla difesa alla lotta contro il cambiamento climatico”.

Per l’ex capo-economista del FMI (dal 2008 al 2015), non c’è bisogno di stravolgimenti costituzionali ma della revisione della legge organica relativa alle leggi finanziarie. Un’ipotesi che l’attuale esecutivo ha scartato per quest’anno, ma che è chiaramente al centro del dibattito sugli strumenti di gestione economica della spesa pubblica, che forse – aggiungiamo noi, con un pizzico di malizia – giace probabilmente come bozza in un cassetto di qualche esperto, o gruppo di esperti, propensi a “salvare il Paese dal tracollo economico”.

Insomma l’esecutivo dovrebbe limitate capacità di manovre ogni anno, rispetto a scelte di fondo che andranno pianificate e monitorate da organismi non di espressione governativa “tecnici”, insomma. Cioè obbedienti ad altre volontà, estranee a quella “popolare”.

Torneremo, con altri contributi, sull’attuale “offerta politica” riguardo alle presidenziali, specie per ciò che concerne la sinistra radicale.

Per ora il quadro dei possibili candidati/e è piuttosto affollato, ma sono solo due quelli che hanno annunciato la candidatura ed hanno la concreta possibilità di andare al ballottaggio. Si tratta dello storico leader de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, che a 74 anni ha lanciato per la quarta volta la sua candidatura all’Eliseo, fin dal 3 maggio di quest’anno, e Marine Le Pen che – nonostante le sue note vicende giudiziarie (ormai affidate alla Cassazione) ha annunciato la sua candidatura il 7 di luglio.

Difficile, ma non impossibile, pensare che nel quadro convulso delle altre formazioni politiche e di generale delegittimazione delle due “storiche” polarità francesi – “socialisti” e gollisti –  la sfida tra la sinistra radicale e l’estrema destra non sia l’unico campo di gioco delle elezioni presidenziali (e probabilmente poi politiche) sullo sfondo di un crisi organica nel cuore della UE.

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La guerra degli Stretti “gemelli”

di Alberto Negri

È possibile che Casa Bianca e cancellerie europee precipitino in una nuova crisi di nervi e petrolio, quella che viene adesso dalla Porta delle Lacrime, Bab el Mandeb, la rotta vitale per il Canale di Suez.

Nella guerra dei mondi voluta il 28 febbraio dal presidente americano e da Netanyahu attaccando l’Iran, Trump e l’Occidente devono aggiungere come protagonisti gli Houthi yemeniti, alleati di Teheran nell’asse della resistenza, che minacciano di chiudere questo Stretto sul Mar Rosso, insieme a Hormuz, di cui è l’unica rotta alternativa, il secondo canale di esportazione dell’oro nero del Golfo e del Medio Oriente (12% del traffico mondiale).

Pochi conoscono gli Houthi e li hanno incontrati. Quando mi apparvero davanti nel dicembre 2009 erano dei giovanissimi guerriglieri con le piume colorate infilate nei turbanti e dei sandali scassati ai piedi, sbucarono con vecchi kalashnikov da santuari di roccia scura e affilata, protetti da crateri e fortificazioni millenarie che conoscevano alla perfezione e dove applicavano la tattica del “mordi e fuggi”.

Mai allora avrei immaginato che nel 2014 avrebbero conquistato la capitale Sanaa, eliminato sull’onda delle primavere arabe il presidente Saleh e sarebbero diventati i padroni dello Yemen, resistendo alla coalizione militare guidata dai sauditi e a una delle più devastanti crisi umanitarie mondiali.

Ora sono pure i “guardiani” del nostro petrolio.

Nel viaggio dentro la guerra del Golfo tra sciiti iraniani, Hezbollah libanesi e seguaci dello zaydismo come gli Houthi forse è meglio sorvolare sui particolari che Trump e l’Occidente ascoltano malvolentieri perché “esotici”.

Qui si capiscono – non sempre – solo i rapporti di forza. Eccoli allora. Il capo degli Houthi, Abdul Malik al-Houthi (la leadership deriva da una sola famiglia), al comando di 100mila uomini, ha minacciato l’escalation contro l’Arabia Saudita con missili e droni se Riad continua a colpire le basi aeree yemenite mentre l’Iran ha chiesto al movimento alleato di tenersi pronto a bloccare la rotta petrolifera del Mar Rosso se gli Stati Uniti dovessero colpire le infrastrutture energetiche iraniane e quelle civili come ha cominciato a fare Trump (ieri 8 morti): ponendo quindi una nuova e concreta minaccia agli approvvigionamenti energetici globali.

Il gruppo yemenita ha completato i preparativi per attaccare le navi mercantili schierando missili e droni vicino allo stretto di Bab el-Mandeb, la rotta d’accesso al Mar Rosso, sfruttando gli altipiani yemeniti che sovrastano Hodeidah e il Golfo di Aden.

Non sono minacce vane. Gli Houthi hanno già lanciato missili contro l’Arabia Saudita dopo aver accusato il regno wahabita di aver bombardato un aeroporto sotto il loro controllo, rompendo così una tregua di quattro anni.

Considerato che l’Arabia Saudita dopo la crisi di Hormuz ha dirottato il 70% delle sue esportazioni energetiche attraverso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, contribuendo a calmierare le quotazioni petrolifere in Europa, qualsiasi attacco diretto in quella zona rappresenterebbe un grave problema anche per i mercati petroliferi. E gli Houthi hanno già attaccato gli impianti energetici sauditi due volte, nel 2019 e nel 2022, bloccando metà della produzione di Riyad.

Non sono solo i sauditi a temerli: il Pakistan, che ha fatto da mediatore tra Iran e Usa con ambizioni evidenti di ampliare la sua influenza regionale, ha le sue truppe schierate al confine tra Arabia Saudita e Yemen, per mantenere una tregua che appare sempre più fragile.

Come si vede gli Houthi, scesi dalle insidiose montagne del Nord dello Yemen come trasandati guerriglieri adolescenti ignorati da tutti, non scherzano. Dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e la devastante campagna genocidaria israeliana a Gaza, gli Houthi hanno iniziato a sparare contro Israele e contro le navi nel Mar Rosso, affermando di farlo a sostegno dei palestinesi.

Gli attacchi, terminati dopo la «tregua» a Gaza, hanno devastato il trasporto nel Mar Rosso, costringendo le più importanti compagnie a deviare le rotte intorno all’Africa, un percorso molto più lungo e costoso.

Nel Mar Rosso ci sono già tutti i presupposti per una escalation militare. Una missione guidata dagli Stati Uniti, Prosperity Guardian, per ripristinare la navigazione nel Mar Rosso ha comportato ripetuti attacchi contro obiettivi Houthi e una campagna aerea che ha abbattuto centinaia di droni e missili, colpendo anche basi yemenite sulla costa.

A quella Usa si aggiunge la missione Aspides della Ue per proteggere il naviglio mercantile dagli attacchi yemeniti. Sotto comando italiano e quartier generale in Grecia, ha natura strettamente difensiva ma non è detto che possa essere sottoposta a un “riesame strategico”.

Ma cosa succede sull’altro Stretto “gemello” a Hormuz? Al centro c’è il rifiuto dell’Iran di consentire alle navi di transitare per le acque dell’Oman senza il suo via libera. Teheran non vuole rinunciare al controllo sullo stretto di Hormuz e rivendica i diritti di passaggio.

Washington si oppone categoricamente mentre la repubblica islamica non vuole allentare la presa su questa via marittima strategica, da cui prima della guerra passava quasi il 20% del commercio mondiale di idrocarburi. Finché la questione non sarà risolta qualsiasi accordo Usa-Iran sembra fuori portata.

Certo resta l’incognita più pesante: cosa vuole Trump?. “Se intende raggiungere un accordo con l’Iran dovrà accettare che non ci sia, realisticamente, un ritorno alle condizioni nello stretto di Hormuz precedenti al 28 febbraio”, sottolinea Danny Citrinowicz, ricercatore all’Istituto di studi sulla sicurezza nazionale dell’università di Tel Aviv.

Insomma, non può pretendere la libera circolazione – convenzione del mare del resto mai ratificata da Usa e Iran. Ma se vuole ripristinare quello status quo il conflitto appare inevitabile. E con Hormuz potrebbe incendiarsi anche Bab el Mandeb.

È la guerra degli Stretti “gemelli”.

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19/07/2026

Le “camicie bianche” della Corea del Nord

Storie di metamorfosi e di epidemie

di Paolo Lago

È una storia di metamorfosi e di epidemia o, meglio, di una epidemia che provoca una metamorfosi in animale quella raccontata nel bel film The Animal Kingdom (2023) di Thomas Cailley: nelle prime sequenze vediamo i due protagonisti, lo chef François e suo figlio sedicenne Émile, bloccati nel traffico di una grande città. A un certo punto, si odono dei colpi fortissimi che riecheggiano nella strada mentre da un’ambulanza, a sua volta bloccata, una creatura umanoide con due grosse ali fugge dopo aver divelto le porte. In uno spazio normale e quotidiano, intrappolato nella metallica geometria del traffico, della strada e dei grigi palazzi che si stagliano dintorno, erompe la dimensione ferina dell’animale. Quest’ultima sembra forse appartenere ad una dimensione ancestrale ormai repressa nella società industriale e tecnologica; la stessa misteriosa epidemia sembra portare il germe dell’animalità repressa che si insinua nella regolare e alienata quotidianità degli individui. La metamorfosi rappresenta un “imbestiamento” dell’essere umano, un elemento del resto presente nella cultura occidentale fin dall’antichità; pensiamo solo alla mitica figura del Centauro o alle storie di mascheramento e metamorfosi in animale che incontriamo nel folklore e nella letteratura. Nell’Iliade, nel libro X, il troiano Dolone si reca a spiare il campo acheo indossando una pelle di lupo e un berretto di martora per mimetizzarsi, compiendo quindi un primo passo verso l’“imbestiamento”, mentre nel Satyricon di Petronio, in una storia raccontata al banchetto di Trimalcione, un soldato si trasforma di notte in un lupo mannaro (versipellis) e nelle Metamorfosi di Apuleio l’ingenuo Lucio viene tramutato in asino. Senza contare i numerosi riti e rituali che da epoche remote sopravvivono in diversi luoghi rimasti isolati per vari motivi: pensiamo soltanto ai “Mamuthones” sardi o alle rappresentazioni folkloriche che prevedono il mascheramento in cervi o altri animali presenti ancora oggi nelle zone alpine.

Nel film, però, la trasformazione in animale non avviene per cause magiche, fantastiche o legate al folklore ma è provocata da una epidemia che sembra annientare la dimensione “sapiens” dell’essere umano per farlo ripiombare in una condizione di ferinità. Ma quella dimensione “sapiens” sembra foriera soltanto di devastazione e distruzione, soprattutto nei confronti di qualsiasi conduttore di diversità. Il giovane Émile, nel film, è l’unico che riesce ad avvicinarsi agli esseri umani trasformati o in via di trasformazione, forse perché anche sua madre da tempo è vittima della metamorfosi in animale. Il personaggio, il cui nome può rimandare a Émile ou de l’éducation di Rousseau, compie un percorso di crescita fino a rendersi conto che non esiste nessuna “bontà originaria dell’uomo”. Il giovane capisce che sono più buoni, alla fine, gli esseri umani trasformati in animali rispetto a quelli rimasti nella loro condizione originaria. Diversi ‘mutanti’ si erano rifugiati in un bosco nel Sud della Francia creando una piccola comunità che ben presto viene scoperta e attaccata dall’esercito. Émile si addentrava in essa come in uno spazio magico, circondato dagli alberi e dalla vegetazione, in cui le creature si muovevano libere. Uno spazio, quindi, nettamente contrapposto alla rigida geometria che domina nelle sequenze iniziali cittadine, in cui la stessa vita degli individui è irreggimentata e coloro che cominciano ad essere vittima delle mutazioni devono essere separati e reclusi. Ma ben presto quella geometria razionalizzante, quella normalizzazione escludente irrompe anche qui: vediamo bombe e granate lanciate dai soldati all’interno del bosco mentre avanzano carri armati e altri mezzi d’assalto per catturare ed uccidere. Gli uomini-animali rappresentano allora probabilmente gli animali tout court nella società contemporanea, una ‘minoranza’ indifesa continuamente violentata e ferita dalla specie umana che non esita ad ucciderli eliminando il loro habitat. E non è un caso che gli alieni del recente film di Steven Spielberg, Disclosure Day (2026), dopo essere stati sottoposti ad angherie e torture, per mostrarsi agli esseri umani da loro prescelti usino forme di animali selvatici, altri ‘diversi’, ma stavolta terrestri, sottoposti a violenze.

Lo stesso Émile viene infettato dall’epidemia ed è vittima di una graduale mutazione che lo trasforma gradatamente in lupo. Ma si tratta, appunto, di un cambiamento estremamente graduale e mai sapremo se giungerà prima o poi al suo stadio finale. Il regista affronta il tema della metamorfosi del ragazzo come se si trattasse della trasformazione del suo corpo dovuta all’età adolescenziale, un delicato momento di passaggio. Non è un caso che, come nota Carlo Ginzburg, fossero proprio dei giovani a travestirsi da animali in alcuni antichi rituali presenti nel folklore dell’arco alpino, nei quali il travestimento mirava a rappresentare le anime dei morti (cfr. C. Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba. Adelphi, Milano, 2017, p. 198). È proprio grazie al suo progressivo mutamento che Émile riesce a comprendere coloro che, per la società rigidamente incasellante, sono già morti, avendo inesorabilmente perso qualsiasi facoltà umana. Il suo corpo subisce dei cambiamenti e, più che assomigliare alle metamorfosi che vediamo in diversi film sui lupi mannari, dal celebre The Wolf Man del 1941 diretto da George Waggner fino al recente Wolf Man (2025), di Leigh Whannel, un remake noioso e poco riuscito, ci può far pensare alla graduale mutazione di cui è vittima il corpo del protagonista in La Mosca (The Fly, 1986) di David Cronenberg. Anche se quest’ultimo, a differenza di Émile, compirà fino in fondo il suo terribile processo di metamorfosi, possiamo incontrare degli elementi in comune nella progressiva ‘animalità’ che investe i personaggi, come l’affinamento di diverse capacità sensoriali o l’assunzione graduale di una specie di forza sovrumana.

Ma, se il mutamento di Émile avviene a causa di un virus, quello del protagonista di Cronenberg, lo scienziato Seth Brundle, è provocato da un esperimento da lui stesso creato. È un esperimento che prevedeva il teletrasporto di esseri umani e cose attraverso due capsule distanti fra loro a generare il mostruoso ibrido del film di Cronenberg. Brundle, in questo senso, è un perfetto figlio degli anni Ottanta reaganiani, dell’arricchimento ad ogni costo a scapito di qualsiasi dimensione umana e ‘naturale’. Un teletrasporto di persone o cose a distanza non è naturale o umano, ma è una grande macchina di guadagno. Ecco che l’uomo tecnologico e capitalistico, nel processo di tecnologizzazione del mondo, regredisce ad animale e, per di più, ad insetto. In The Animal Kingdom non sono più gli anni Ottanta a fare da sfondo alla metamorfosi ma la contemporaneità digitale, tecnologica ed asettica, incappata per un errore (forse l’epidemia è stata causata da una sbagliata relazione con gli stessi animali) in una regressione ferina.

Un altro interessante film che rappresenta una storia di epidemia e metamorfosi è The Bay (2012) di Barry Levinson, girato sotto forma di un’inchiesta svolta dalla giovane studentessa di giornalismo Donna Thompson, al suo primo incarico come reporter. Siamo stavolta negli Stati Uniti e la vicenda segue ciò che avviene nell’immaginaria cittadina di Claridge nel Maryland fra il 4 e il 5 luglio 2009 durante i festeggiamenti per la festa dell’Indipendenza. Improvvisamente scoppia una devastante epidemia provocata da un parassita mutante che si trova in mare. Le mutazioni sono state provocate verosimilmente dalle feci dei polli di un vicino allevamento intensivo e da altre sostanze tossiche scaricate nella baia. I malati si ricoprono di vesciche purulente e il parassita, cresciuto a dismisura, ne divora gli organi dall’interno. L’epidemia colpisce l’America del consumo e del divertimento intenta a festeggiare il 4 luglio, perduta nei suoi rituali di spettacolarizzazione e opulenza. In questo caso sappiamo bene da cosa è stata provocata: da una sete di arricchimento a tutti i costi probabilmente derivata da quella stessa temperie degli anni Ottanta che si protrae in mille e devastanti forme nella società tecnologica degli anni Dieci (il film è del 2012). Come in altri film che raccontano mutazioni degli animali provocate da scorie tossiche rilasciate nell’ambiente (ad esempio Frogs, del 1972, di George McCowan o Alligator, 1980, di Lewis Teague) ben delineate da Fabio Malagnini nel suo interessante saggio Antropocene Horror (Odoya, 2023), le autorità si alleano con l’oscuro potere di multinazionali e capitalisti vari per mettere a tacere devastanti operazioni di inquinamento dell’ambiente. In questo caso è il sindaco ad essere connivente perché l’allevamento di polli “porta lavoro e ricchezza” alla cittadinanza. Ma questo lavoro e questa ricchezza possiedono il loro macabro doppio, come nella recente e ben riuscita serie TV Bambini di piombo (2026), tratta da una storia vera, in cui un complesso industriale nella Slesia sovietica provoca una mortale intossicazione da piombo nei bambini e ragazzi della comunità.

Il macabro doppio è rappresentato da creature mutanti che nascono direttamente in seno a un “antropocene horror” che, in nome del profitto, sembra essersi esteso a macchia d’olio. Anche in questo caso possiamo ricordare il cinema di David Cronenberg: i mostruosi mutanti che si insinuano nei corpi delle vittime assomigliano tantissimo al parassita di Shivers (1975) che si insinua negli organismi degli abitanti di un tranquillo residence di Toronto. Ma, come nel caso di La Mosca, se il parassita di Cronenberg è stato creato da un folle scienziato che intendeva annientare l’eccessiva razionalità umana, i mutanti di The Bay nascono da un’epidemia creata non dall’esperimento di un folle ma da una scienza divenuta folle e asservita al capitale. Lo spettacolo dei festeggiamenti del 4 luglio mostra il suo lato in ombra, macabro e sanguinolento. La cittadina si trasforma in uno spazio mostruoso solcato da una specie di zombie malati e sanguinanti. La festa si converte in fosca tragedia segnata dal sangue, come nel racconto di Edgar Allan Poe La mascherata della Morte Rossa (The Masque of the Red Death). Dietro la maschera della festa vuota e inconsapevole creata dalle dinamiche ciniche del capitale spesso si cela l’orrore. Ma non crediamo che ciò avvenga soltanto nell’immaginario cinematografico perché l'“antropocene horror” è qui, in mezzo a noi e, come le temperature ‘mutanti’ di ogni estate, sta crescendo sempre di più.

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Le guerre e la geopolitica dei climatizzatori

L’impatto delle crisi internazionali sulle catene di approvvigionamento energetico è sempre più devastante, come dimostrano prima l’invasione dell’Ucraina e ora la chiusura di Hormuz. A soffrire, non sono solo le industrie, ma anche la nostra quotidianità, sconvolta da violentissime e lunghe ondate di calore, che mettono sotto pressione la produzione e la distribuzione di elettricità. E soprattutto i suoi prezzi.

I danni collaterali

Il 2026 è un anno cruciale, uno spartiacque indiscutibile tra due età della diplomazia e delle relazioni internazionali che sembrano quasi diametralmente opposte. Si è passati da un certo rispetto delle regole (o, almeno, dal far finta di osservarle) a un approccio di “anarchia unilaterale”, dove la massima superpotenza planetaria (gli Usa) ha scelto di seguire una strategia squisitamente nazionale, non preoccupandosi dei partner e, men che meno, dei potenziali avversari. Ciò si è tradotto in un progressivo scollamento delle alleanze e nella creazione di uno stato di acuta contrapposizione tra i principali attori politici del pianeta. Una contrapposizione che si va cronicizzando. Questa escalation ha avuto effetti immediatamente visibili (la guerra che non si chiude in Ucraina, la sanguinaria rappresaglia israeliana a Gaza, lo sconclusionato attacco all’Iran) e, purtroppo, altri ne avrà nei mesi a venire, come danni collaterali “ritardati”. Uno di questi è legato alla soddisfazione del fabbisogno energetico, divenuto sempre più alto nelle società occidentali. E non solo a livello industriale.

Dal calore alla frescura

Purtroppo, prima l’invasione russa dell’Ucraina e ora la chiusura di Hormuz, conseguenza dei bombardamenti israelo-americani su Teheran, hanno dimostrato quale sia il tallone d’Achille, in particolare, dell’Europa. Lo shock economico patito da diversi Paesi (in primis Germania e Italia) per aver dovuto rinunciare al petrolio e al gas russi a prezzo “politico”, ha subito un ulteriore contraccolpo dalla crisi iraniana. E se non si metterà mano ai ripari, la situazione nei prossimi mesi estivi potrebbe anche peggiorare, per un semplice motivo che a molti programmatori è sfuggito: il consumo medio di elettricità, è vero, s’impenna notevolmente col freddo, d’inverno, per l’esigenza di garantire il riscaldamento domestico. Ma, da un paio d’anni, la situazione è cambiata. Nel senso che le ondate di calore, sempre più violente e persistenti, obbligano la popolazione a sfruttare l’azione dei climatizzatori h24 e a tutto regime. Basta guardare le statistiche, per accorgersi che i picchi di consumo elettrico camminano a braccetto con l’anticiclone africano e assieme ai mai tanto stramaledetti black-out. Questioni che non sono poi così facili da risolvere in occasione dei “picchi”, perché anche se hai l’energia elettrica a disposizione, devi poi distribuirla. Ed è necessario avere linee moderne, capaci di sopportare “carichi” straordinari. Insomma, entriamo nel difficile e, soprattutto, in una terra incognita poco esplorata in molti Paesi europei. Cioè, quella della programmazione, che deve essere fatta (è ovvio) senza avere il fiato sul collo delle emergenze.

Natura matrigna?

Questo scenario, che farebbe preoccupare anche il più disincantato dei premier (e ce ne sono assai in Europa) è confezionato, a mezzadria, dall’uomo e dalla natura. Sul riscaldamento climatico indotto dal particolato di carbonio, ormai sono state scritte intere enciclopedie e la stessa Unione Europea, per la verità, sul tema si è dotata di leggi che possono essere considerate all’avanguardia a livello mondiale (sui famosi principi “net-zero” e  “zero-carb”). Dunque, la temperatura del pianeta va difesa prima di tutto nel cervello dell’uomo. Ma, a seguire, ci sono dei fenomeni naturali con i quali bisogna convivere, veri e propri “motori meteorologici” capaci di influenzare temperature e precipitazioni in gran parte della Terra. Il più conosciuto di questi eventi si chiama “El Nino”, ed è una via di mezzo tra una leggenda e una catastrofe annunciata.

El Nino, tra storia e scienza

E siccome le cattive notizie camminano sempre in compagnia, questa volta l’Economist titola che “Il prossimo El Niño potrebbe essere il più forte mai registrato”. E aggiunge: “Questa è una cattiva notizia, per un mondo che si sta riscaldando. Centinaia di anni fa, i pescatori peruviani notarono che, ogni pochi anni, le acciughe nell’Oceano Pacifico equatoriale scomparivano. Poiché le sparizioni avvenivano intorno a Natale, diedero al fenomeno il nome di El niño Jesus, ovvero ‘Il bambino Gesù’. Oggigiorno il fenomeno, noto semplicemente come El Niño, è riconosciuto come uno schema ricorrente che altera il clima in tutto il mondo. Causa siccità in alcune zone, forti piogge in altre, ondate di calore, incendi boschivi e un generale riscaldamento del pianeta. L’11 giugno la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), un’agenzia governativa statunitense – avverte l’Economist – ha annunciato l’inizio di un nuovo El Niño. E questo potrebbe essere davvero dirompente. El Niño è causato da un cambiamento nei venti sopra il Pacifico orientale, che attira una fascia di acque superficiali più calde della media nella regione. L’intensità di un particolare El Niño si misura in base a quanto aumenta la temperatura dell’acqua. Qualsiasi aumento superiore a 2°C rispetto alla media a lungo termine è considerato forte. Le previsioni per il resto di quest’anno e i primi due mesi del 2027 suggeriscono un aumento delle temperature superficiali del mare di oltre 2,5°C, e forse anche di 3°C. Sarebbe un evento senza precedenti nei 75 anni in cui gli scienziati hanno tenuto registri. Una delle conseguenze è il riscaldamento globale. El Niño non è causato dai cambiamenti climatici, ma i due fenomeni si amplificano a vicenda.

Europa in ginocchio

L’Economist dedica un report speciale all’ondata di calore e ne sottolinea l’impatto devastante a livello sociale (e ovviamente anche economico) nel Vecchio continente. “Questa situazione non è positiva per l’Europa – scrive Oliver Morton – dove le ondate di calore rappresentano già uno dei fenomeni naturali più letali. Utilizzando un modello che descrive la relazione tra temperatura e mortalità, pubblicato da alcuni accademici nel 2023, i miei colleghi del team dati hanno elaborato delle stime approssimative sulla mortalità in centinaia di città europee durante il picco dell’ondata di calore: 12.000 decessi in tre giorni. Quel modello non tiene conto dell’umidità, il che peggiora ulteriormente la situazione. Con il caldo, gli esseri umani disperdono il calore in eccesso attraverso l’evaporazione, e l’elevata umidità rende questo processo più difficile; il sudore si accumula sulla pelle e il corpo si riscalda ulteriormente. Gli abitanti del Nord Europa non sono abituati a queste condizioni. Tra le altre cose, conducono una vita perlopiù senza aria climatizzata, soprattutto nelle loro case. Ci sono diverse ragioni tecniche e culturali alla base di ciò; molti europei attenti all’ambiente preferirebbero che venissero privilegiate altre forme di adattamento.

“Ma in un continente dove l’elettricità sta diventando più ecologica – conclude Morton – e dove le estati si fanno più calde e una parte dell’opinione pubblica è sempre più diffidente nei confronti delle politiche ecologiche, percepite come costose e limitanti anziché utili, sostenere una maggiore diffusione dell’aria condizionata – e un’elettricità più economica – rappresenta un vantaggio evidente. Non è la soluzione definitiva per salvare decine di migliaia di vite con sempre maggiore frequenza. Ma ne è una parte”.

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Bombardare sperando che serva a qualcosa

Dopo otto notti di bombardamento si può certamente dire che la guerra (israelo-)americana contro l’Iran è ricominciata su grande scala.

Del resto era l’unica cosa vera detta da Trump da quando è nato, in una lettera al Congresso per rispettare l’obbligo di legge che fa scattare – di nuovo, dopo la “fine” dichiarata ad aprile – la possibilità di condurre un conflitto lontano da casa per 60 giorni. Dopo di che servirebbe un’autorizzazione del Congresso stesso, peraltro sotto stress visto che all’inizio di novembre sarà per metà rinnovato con le elezioni di medio termine.

Lo schema operativo non cambia. Gli Usa bombardano infrastrutture militari e civili, minacciano senza problemi di compiere crimini contro l’umanità (colpire gli impianti di desalinizzazione dell’acqua, per esempio), provano a ridurre il potenziale militare iraniano, nella speranza di ricontattare i termini di un Memorandum che solo dopo la firma in Svizzera, hanno compreso essere un riconoscimento della propria sconfitta.

Se così fosse, non si potrebbe che darne la colpa a Trump stesso, che manda in giro due immobiliaristi di fiducia e di famiglia – Witkoff e il genero Kushner, peraltro sionista oltranzista – chiaramente a digiuno di diplomazia internazionale e convinti, come il tycoon, che basti mostrare i muscoli per ottenere risultati.

Teheran, dopo otto giorni di risposte simmetriche, in cui ha preso di mira come sempre le basi Usa nella regione, arrivando a provocare perdite di uomini e mezzi anche in una base giordana, ha formalmente “sospeso l’attuazione dei suoi impegni previsti dal Memorandum d’intesa di Islamabad dopo che gli Stati Uniti hanno violato i propri obblighi con atti di aggressione”, come ha dichiarato il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi.

Ai bordi del campo di battaglia, però si muovono altri pezzi. L’amministrazione Trump ha comunicato a Israele che sta inviando dozzine di aerei per il rifornimento in volo, in vista di una possibile espansione delle operazioni militari contro l’Iran.

Gli Stati Uniti hanno attualmente circa 30 aerei del genere all’aeroporto Ben Gurion, vicino a Tel Aviv, e un numero analogo all’aeroporto di Ramon, nel sud di Israele.

Questa collocazione è preferita perché le altre basi (Giordania, Kuwait, Emirati, Bahrein, Qatar, Oman, Arabia Saudita) sono più esposte ai droni e missili iraniani. Sopra Israele invece funziona ancora almeno in parte l’Iron Dome – batterie antimissile basate sui sistemi Patriot e Thaad –, e in ogni caso bombardare una base israeliana implicherebbe immediatamente un (desiderato) ritorno di Tel Aviv nel conflitto.

Secondo i “giornalisti” più vicini al Mossad – come Barak Ravid di Axios – Trump non avrebbe ancora preso la decisione operativa per una escalation, ma intanto prepara la logistica necessaria.

Non è però una scelta che l’amministrazione Usa può fare a cuor leggero. La situazione politica interna va infatti sempre più chiaramente verso un rifiuto di questa guerra (per le ricadute economiche e l’inflazione) e del genocidio dei palestinesi, che stanno peraltro favorendo l’ascesa di candidati “socialisti e pro-pal” per le elezioni di inizio novembre. Oltre a seminare il panico nelle fila degli stessi repubblicani.

Un segnale chiarissimo arriva dal neosindaco di New York, Zorhan Mamdani, il primo musulmano e “socialista” a ricoprire questa carica avendo ricevuto persino l’appoggio della maggioranza della comunità ebraica locale (forse la più numerosa e potente).

In una intervista ormai virale ha spiegato di star valutando, insieme al team legale, la possibilità di procedere all’arresto di Netanyahu nel caso si presenti all’assemblea delle Nazioni Unite, applicando così il mandato di cattura emesso dalla Corte Internazionale de L’Aja.

I problemi legali sono effettivamente infiniti. In primo luogo per lo status dell’Onu, che garantisce l’immunità diplomatica ai capi di stato. In secondo luogo pesa il fatto che gli Stati Uniti – proprio come Israele, ma non sarebbe questo un ostacolo – non ha mai riconosciuto la Corte Internazionale stessa (che anzi Trump vorrebbe far sciogliere).

Sembra difficile, insomma, che un arresto simile – che farebbe la felicità di tre quarti del pianeta – possa verificarsi. Ma il solo fatto che se ne stia discutendo indica che la “relazione speciale” tra Usa e Israele va mostrando ormai la corda.

E se i “sionisti cristiani” come Trump sono comunque costretti a bilanciare giorno per giorno la propria incazzatura con i vertici di Israele – che impediscono programmaticamente qualsiasi soluzione diversa dalla guerra contro tutti in Medio Oriente – chi non si riconosce in quella gabbia va muovendo molteplici forme di campagna politica per rompere in modo sostanziale la “relazione speciale”.

E la possibilità cresce col tempo. Persino un sondaggio condotto all’interno delle comunità ebraiche degli Stati Uniti ha registrato una preferenza per Mamdani piuttosto che per Netanyahu e i criminali del suo governo.

Le difficoltà militari degli Usa – che avrebbero intrapreso questa nuova offensiva disponendo solo della metà dei missili Tomahawk posseduti fino a febbraio – si sommano così a quelle politiche.

E di certo non ha aiutato il discorso complottistico alla nazione in cui Trump ha accusato di fatto buona parte dell’intelligence statunitense di aver collaborato con la Cina per fargli perdere le elezioni del 2020.

Pensare di condurre una guerra nella speranza che serva a qualcosa, prendendo intanto a schiaffi la propria stessa intelligence, non sembra proprio un colpo di genio. Ricorda un po’ quel proverbio “lo stupido taglia il ramo su cui è seduto”, vero?

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Genova 2001, il futuro che avevamo davanti

Venticinque anni dopo il G8 di Genova, il rischio più grande non è l’oblio. È la semplificazione.

Per un quarto di secolo Genova è stata raccontata soprattutto attraverso le sue ferite: l’omicidio di Carlo Giuliani, la mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto, le cariche indiscriminate, le false prove, i depistaggi, l’impunità. Tutto questo era ed è necessario ricordarlo, perché la richiesta di verità e giustizia non si prescrive. Ma limitarsi alla memoria della repressione significa lasciare incompiuta la comprensione storica di ciò che avvenne in quei giorni.

Genova è stata infatti molto più di una gigantesca violazione dei diritti umani. È stata l’apice e insieme la frattura di un ciclo storico. Il momento in cui un movimento globale, composto da culture politiche, esperienze e soggettività diverse, ha tentato di opporsi all’avvento di un nuovo ordine mondiale fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla privatizzazione dei beni comuni, sulla mercificazione della vita e sulla subordinazione della politica ai poteri economici e finanziari.

Il movimento dei movimenti non contestava semplicemente un vertice internazionale. Contestava un modello di sviluppo e una forma di globalizzazione che già allora producevano disuguaglianze, devastazioni ambientali, guerre e nuove gerarchie tra esseri umani.

In quelle piazze si parlava di cambiamento climatico quando ancora era considerato una preoccupazione di pochi; si denunciava il potere delle multinazionali e della finanza globale; si difendevano i beni comuni e i servizi pubblici; si metteva in discussione un sistema economico che avrebbe concentrato la ricchezza nelle mani di pochi e precarizzato le esistenze di molti.

Venticinque anni dopo, è difficile non riconoscere la straordinaria capacità anticipatrice di quel movimento.

Le disuguaglianze sono cresciute in misura esponenziale. La crisi climatica è diventata una minaccia esistenziale. Le guerre sono tornate al centro delle relazioni internazionali e il riarmo viene presentato come un destino inevitabile.

Il genocidio del popolo palestinese viene consumato sotto gli occhi del mondo tra l’indifferenza o la complicità delle grandi potenze. I giganti del capitalismo finanziario e digitale occupano direttamente i luoghi della politica o ne condizionano apertamente le decisioni. La globalizzazione ha cambiato forma, ma non la sua natura predatoria.

Anche per questo Genova continua a parlarci.

Ci parla perché molte delle questioni poste allora sono ancora senza risposta. E ci parla perché la repressione che si abbatté sul movimento non fu soltanto la risposta contingente a una grande mobilitazione internazionale. Fu il segnale di una trasformazione più profonda.

A Genova si è consumata una rottura nella costituzione materiale del Paese. Lo Stato di diritto non è stato formalmente abolito, ma è stato progressivamente svuotato dall’interno attraverso l’introduzione di uno stato di eccezione sempre più ordinario.

L’emergenza è diventata una categoria permanente di governo e ha giustificato il progressivo affievolimento delle garanzie democratiche, l’espansione dei poteri di polizia, la compressione del diritto di manifestare e il susseguirsi di legislazioni speciali e decreti sicurezza.

Il processo non è iniziato a Genova. Ma a Genova ha trovato una delle sue pietre miliari.

Per questo le violenze della Diaz e di Bolzaneto non possono essere liquidate come il frutto di singoli eccessi o di poche mele marce. In quei giorni furono coinvolti tutti gli apparati dello Stato: polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria.

Le violenze furono sistematiche, accompagnate da umiliazioni, praticate spesso a freddo nei confronti di persone inermi e successivamente coperte da depistaggi, false prove e omertà istituzionali. E mentre le vittime attendevano giustizia, molti dei responsabili ricevevano promozioni e incarichi prestigiosi.

Non è un dettaglio. Perché l’impunità non riguarda soltanto il passato. Produce effetti sul presente.

In questi venticinque anni le violenze delle forze dell’ordine e degli apparati coercitivi hanno continuato a riaffiorare: dalle morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini alle torture di Santa Maria Capua Vetere, dai pestaggi nelle carceri alle violenze nei confronti dei migranti e dei detenuti, fino ai numerosi casi di uso sproporzionato della forza durante le manifestazioni pubbliche, con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo e ferimenti gravissimi come quello di “Lince”, la giovane manifestante che ha perso un occhio durante una protesta a Bologna.

Ciò che a Genova apparve come un’eccezione si è progressivamente normalizzato.

Ma la continuità non riguarda soltanto la persistenza di episodi di violenza o l’impunità di molti dei loro responsabili. Riguarda soprattutto la trasformazione del rapporto tra potere e conflitto sociale.

Una delle eredità più profonde di Genova è stata infatti la ridefinizione delle modalità di governo del dissenso. La repressione non si è esaurita nelle cariche, nella Diaz o a Bolzaneto. Ha continuato a produrre effetti negli anni successivi, contribuendo a modificare i rapporti di forza e i margini di agibilità dei movimenti sociali.

Una parte significativa delle energie collettive che prima del G8 erano dedicate alla costruzione di alternative sociali, ambientali e politiche è stata assorbita dalla necessità di difendersi: processi, campagne di solidarietà, raccolte fondi, battaglie legali, ricostruzione di immagini e testimonianze, difesa degli imputati, ricerca di verità e giustizia.

La repressione, in questo senso, non agisce soltanto quando colpisce fisicamente. Agisce anche dopo, quando costringe i movimenti a spostare le proprie energie dalla trasformazione del mondo alla difesa della propria stessa esistenza politica.

È qui che si coglie una delle eredità più profonde del G8 di Genova. Non soltanto la brutalità della violenza di Stato, ma l’avvio di un paradigma di governo fondato sulla deterrenza, sull’anticipazione e sulla neutralizzazione preventiva del conflitto.

Negli anni successivi questo paradigma si è consolidato attraverso l’espansione dei poteri di polizia, le misure preventive, i Daspo, le zone rosse, i decreti sicurezza, la sorveglianza tecnologica e la crescente assimilazione delle mobilitazioni sociali a problemi di ordine pubblico.

Se il movimento no global aveva intuito che il neoliberismo avrebbe prodotto nuove disuguaglianze e nuove guerre, Genova ci ha anche mostrato quale sarebbe stata la risposta dei governi a quelle contraddizioni: non più mediazione politica e allargamento dei diritti, ma gestione sicuritaria del conflitto e progressiva riduzione degli spazi democratici.

Parallelamente si è consolidata una trasformazione del rapporto tra sicurezza e libertà.

La risposta istituzionale alle disuguaglianze denunciate dal movimento no global non è stata la redistribuzione della ricchezza, il rafforzamento dei diritti sociali o la costruzione di nuovi strumenti di partecipazione democratica. Al contrario, si è affermato un paradigma fondato sull’espulsione e sulla criminalizzazione del disagio sociale. È il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale, dalla sicurezza dei diritti alla sicurezza intesa come ordine pubblico.

Sono arrivati i Daspo urbani, le zone rosse, le misure preventive, le limitazioni del diritto di manifestare, le multe utilizzate come strumenti di intimidazione, il ritorno del reato di blocco stradale, la dilatazione della nozione di pericolosità sociale. La zona rossa di Genova ha anticipato molte delle misure che oggi disciplinano lo spazio pubblico e riducono gli spazi di agibilità democratica.

È questo, probabilmente, il lascito più inquietante del G8.

Non soltanto la memoria della repressione, ma la consapevolezza che Genova ha rappresentato l’emersione di un processo più ampio di sterilizzazione della democrazia, poi rafforzato dalla guerra al terrorismo, dalla retorica dell’emergenza, dalla crisi economica, dalla pandemia e oggi dal riarmo globale. Un processo che ha progressivamente verticalizzato il potere e ridotto il diritto da limite dell’autorità a strumento flessibile al servizio del potere stesso.

Ma Genova è stata anche altro.

È stata intelligenza collettiva, convergenza tra differenze, capacità di leggere il presente e immaginare il futuro. È stata una straordinaria esperienza di costruzione politica e culturale. È stata la prova che soggetti diversi possono riconoscersi in un orizzonte comune di trasformazione sociale. È stata, insieme, una prova di autoritarismo e una prova di resistenza.

Per questo il venticinquennale non può ridursi a un anniversario. È un’occasione per aprire finalmente un cantiere di riflessione storica e politica che collochi Genova dentro le grandi trasformazioni degli ultimi decenni e ne interroghi le eredità, non solo per comprendere la repressione, ma anche il progetto politico che quella repressione ha contribuito a interrompere.

Perché la domanda che ci consegna Genova non riguarda soltanto ciò che è accaduto nel luglio del 2001. Riguarda il mondo che è venuto dopo.

E se un altro mondo appariva possibile allora, oggi, davanti alle guerre permanenti, alle disuguaglianze crescenti, alla devastazione ambientale e alla progressiva riduzione degli spazi democratici, un altro mondo non è soltanto possibile. È sempre più necessario.

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Il Corridoio del Caspio che scavalca tutte le crisi

A fronte delle crisi internazionali che stanno destabilizzando il pianeta, la Cina ha deciso di reagire con una strategia che punta ad aprire nuovi assi di collegamento. Un’alternativa indispensabile, per garantire la catena degli approvvigionamenti produttivi necessari, in primo luogo, all’industria europea.

Aggirare le strettoie

Gli altri tirano bombe e lanciano missili. Per giunta a casaccio. Loro, invece, davanti ai problemi e alle rogne, che nel mondo contemporaneo spuntano come funghi, molto più saggiamente provano ad evitarli. Parliamo dei cinesi, perché se le crisi ricorrenti di una geopolitica ormai turbolenta e senza equilibrio, sembra quasi obbligarli a farsi avanti, loro hanno invece strategie diverse. Gli “hotspot”, i punti caldi che angosciano la diplomazia internazionale, a Pechino preferiscono aggirarli. E così i nipotini di Mao (e di Confucio) pensano di vincere una sofisticata partita a scacchi, senza sporcarsi le mani o, meglio ancora, senza sparare un colpo. L’idiozia di utilizzare la forza bruta la lasciano ad altri statisti (si fa per dire), che vengono da culture più “grossier”. Così, davanti a tragedie come l’invasione dell’Ucraina, la mattanza di Gaza e la guerra nel Golfo Persico, Xi Jinping e compagnia si preoccupano, prima di tutto, dell’equilibrio dei mercati e della necessità di mantenere un affidabile catena degli approvvigionamenti produttivi.

Nuovi assi di trasporto

Allora, diciamo che, per andare subito al cuore del discorso, da un certo punto di vista a Pechino si sono accorti (e non da ora) di avere il coltello dalla parte del manico. È la Cina ad alimentare molte delle industrie occidentali, ed europee in particolare, con la sua gigantesca offerta di materie prime e semilavorati indispensabili per processi produttivi di tutti i tipi. Con la differenza che adesso cominciano ad arrivare in Europa anche componenti ad alto valore aggiunto, destinati ai settori più sofisticati dell’imprenditoria. Ergo: se le crisi internazionali chiudono per rappresaglia (o per un’impennata della soglia del rischio) i passaggi-chiave, i cosiddetti “colli di bottiglia” come Hormuz, allora le prospettive per l’economia mondiale si fanno cupe. E quelle per la Cina, che è considerata la “fabbrica del mondo”, diventano nere. Ma a Pechino i vertici del partito non dormono, anzi, sono in fibrillazione, e propongono quello che sembra una specie di uovo di Colombo: la realizzazione di nuovi giganteschi corridoi transcontinentali, che servano a spostare le merci dall’immenso mercato cinese verso Ovest, fino alla lontana Europa.

Un progetto faraonico

“Secondo gli analisti – scrive Ralph Jennings, del South China Morning Post di Hong Kong –  la Cina sta investendo in una rotta marittima di import-export attraverso il Mar Caspio verso l’Europa, che evita la Russia e aggira i conflitti del Medio Oriente.  Le aziende statali cinesi hanno già investito centinaia di milioni di dollari per costruire il ‘Corridoio Centrale’, come viene definita la nuova opera. Sarà un’infrastruttura lungo 4.750 km (2.950 miglia), che attraversa il Kazakistan, il Mar Caspio interno e prosegue via mare fino all’Azerbaigian, per poi arrivare in Georgia e infine in Turchia. Come si desume dal programma intergovernativo georgiano ‘Corridoio di trasporto Europa-Caucaso-Asia’ – chiarisce ancora Jennings – la Cina ha fornito un sostegno finanziario di circa 70 milioni di dollari e attrezzature per un valore di circa 2 milioni di dollari per il porto di Baku sul Mar Caspio. Inoltre, aziende cinesi hanno partecipato alla costruzione di un nuovo porto marittimo da 300 milioni di dollari ad Aktau, in Kazakistan, sull’altra sponda del Mar Caspio”. Il corridoio, noto anche come ‘Rotta Internazionale di Trasporto Transcaspica’, comprende strade e ferrovie, oltre ai due porti marittimi. La cosa più importante, però, è l’analisi costi benefici, con una valutazione di impatto eccezionalmente positiva. Secondo i calcoli effettuati dagli specialisti, “il Corridoio permetterebbe a una spedizione dalla Cina di raggiungere l’Europa in 15-18 giorni, rispetto ai 45-60 necessari via mare”. La notizia dello studio è stata fornita, a condizione di anonimato, da un’importante fonte diplomatica turca al South China Morning Post. Il governo di Erdogan, infatti, è particolarmente interessato al progetto, perché ne diverrebbe il terminale mediterraneo. Tra le altre cose, ricorda il South China Morning Post, “la Cina è il principale fornitore di beni importati dall’Unione Europea”. Per cui il Corridoio Transcaspico diventerebbe, per il Vecchio continente, una formidabile valvola di sicurezza per la catena degli approvvigionamenti produttivi nel caso di crisi internazionali.

Spunta la Turchia

In questo progetto è la Turchia che mira a sfruttare la propria posizione geografica, per diventare un punto di collegamento tra Asia ed Europa. Alcuni analisti sostengono che la Cina potrebbe portare finanziamenti e competenze logistiche di ‘livello mondiale’ per accelerare lo sviluppo del Corridoio. “Un tratto fondamentale del Corridoio Medio, la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars – dice Jennings –  ha ripreso a funzionare a pieno regime il 2 giugno, rafforzando la ‘connettività ininterrotta’ attraverso la Turchia. Il Corridoio di Mezzo può offrire alle aziende cinesi che operano in quel Paese un accesso più rapido e diversificato ai mercati europei e ad altri mercati regionali”. Erdogan, in fondo, ha sempre difeso la “Belt and Road Initiative”. Non per amore verso la Cina, ma perché uno statista non può sempre abbassare la testa davanti ai diktat (interessati) dei suoi alleati.

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La metamorfosi dell’intellettuale latinoamericano

Erano i primi tempi della transizione negoziata quando la rivista Punto Final pubblicò un articolo di James Petras che suscitò indignazione negli ambienti intellettuali della Concertación. Intitolato “La metamorfosi degli intellettuali in America Latina”, il testo evidenziava un aspetto inquietante: in balia di influenze esterne – soprattutto finanziarie – questi intellettuali di centrosinistra riorientavano le proprie posizioni verso “una serie di formule che giustificavano l’accondiscendenza con le élite militari ed economiche, locali e straniere, come unica opzione praticabile e ‘possibile’, congelando così il processo di trasformazione”.

A trent’anni di distanza, la diagnosi di Petras rimane una delle chiavi di lettura più acute per comprendere la profonda mutazione del pensiero critico in America Latina. La scomparsa del sociologo greco-statunitense il 17 gennaio 2026 ci invita a rileggere la sua opera e a chiederci: come si è trasformato l’intellettuale rivoluzionario del XX secolo nell’operatore democratico della sinistra revisionista attuale?

L’intellettuale collettivo: dall’esilio alla trincea militante

Per Petras, l’esilio latinoamericano in Europa durante le dittature degli anni Settanta fu il crogiolo di una trasformazione paradossale. Lontani dai loro paesi, gli intellettuali in esilio si sono trasformati in un intellettuale collettivo: hanno abbandonato la torre d’avorio per organizzare la resistenza transnazionale, tessere reti di solidarietà e denunciare i crimini contro l’umanità.

Petras è stato protagonista di questo momento. Membro del Tribunale Russell sulla repressione in America Latina, insieme a Julio Cortázar e Gabriel García Márquez, partecipò alla documentazione delle violazioni dei diritti umani che avrebbero gettato le basi per la giustizia internazionale. Ma collaborò anche con il governo di Salvador Allende in Cile, incarnando la figura dell’intellettuale organico gramsciano: impegnato nella trasformazione sociale, legato ai movimenti popolari e ancorato a una concezione rivoluzionaria del cambiamento.

Questo intellettuale collettivo – marxista, antimperialista, classista – operava secondo una logica chiara: le lotte basate sull’identità potevano raggiungere una trasformazione solo se connesse a questioni di proprietà, lavoro e potere. Il suo soggetto politico era la classe operaia, i contadini e i movimenti popolari. Il suo orizzonte: la rivoluzione.

La Grande Metamorfosi: dal marxismo al postmarxismo

Il cambiamento ha consolidato il neoliberismo e la classe operaia è arretrata come soggetto storico. “Il postmarxismo divenne una posizione intellettuale di moda con il trionfo del neoliberismo e l’arretramento della classe operaia”, scrisse Petras. Lo spazio lasciato vacante dalla sinistra riformista fu occupato non solo da ideologi capitalisti, ma anche da una nuova generazione di intellettuali che, in molti casi, erano ex marxisti.

Petras ha individuato gli argomenti fondamentali del discorso post-marxista:

  • Il socialismo è stato un fallimento e le teorie generali di società sono destinate a ripeterlo.
  • L’enfasi marxista sulle classi sociali è riduzionista; il punto di partenza sono le identità culturali (razza, genere, etnia).
  • Lo Stato è nemico della democrazia; la società civile è il vero agente del cambiamento.
  • I mercati, con regolamentazioni limitate, sono più efficaci della pianificazione centralizzata.
  • La lotta per il potere statale è corruttrice; solo le lotte locali e le organizzazioni non governative sono democratiche.
  • Le rivoluzioni finiscono sempre male o sono impossibili.

Questo corpus ideologico non è emerso spontaneamente. È stato incoraggiato e, in molti casi, sovvenzionato dalle principali istituzioni finanziarie e agenzie governative promotrici del neoliberismo. Il risultato è stata una “domesticazione degli intellettuali” legata alla loro dipendenza da finanziamenti esterni.

Il ruolo delle ONG: dollari e smobilitazione

Il meccanismo centrale di questa metamorfosi è stato il finanziamento. Le ONG e i centri di ricerca indipendenti – che Petras descriveva come “organizzazioni la cui ideologia, i cui legami e le cui pratiche sono in diretta concorrenza con la teoria e la pratica marxista” – sono diventati il nuovo habitat dell’intellettuale critico.

Queste organizzazioni, finanziate da governi, dalla Banca Mondiale, dalla Banca Interamericana di Sviluppo e da fondazioni legate all’establishment, diffondevano un linguaggio di sinistra – “potere popolare”, “parità di genere”, “sviluppo dal basso” – ma svuotavano questi termini del loro contenuto trasformativo. Petras è stato categorico: molte ONG sono “bracci dei governi” e “arieti per smobilitare le lotte sociali e politiche radicate nella necessità di una trasformazione radicale”.

La conseguenza è stata la depoliticizzazione dell’intellettuale. Non si trattava più di costruire potere popolare per trasformare lo Stato, ma di gestire progetti, accedere a fondi e produrre rapporti. Uno stipendio in dollari ha sostituito l’impegno rivoluzionario. L’economia ha determinato i “vantaggi comparati” e, con essi, il soggetto politico nazionale.

Il revisionismo democratico come nuova ortodossia

L’attuale sinistra revisionista è il prodotto di questa metamorfosi. Il suo soggetto politico non è più la classe operaia organizzata, ma una costellazione di identità frammentate: genere, razza, ecologia, diversità sessuale. Il suo metodo non è la rivoluzione, ma l’attivismo, la partecipazione alle ONG e la pressione sulle autorità nazionali e internazionali. Il suo orizzonte non è il socialismo, ma una democrazia liberale dal volto umano.

Petras ha messo in discussione questa “transizione democratica” come una semplicistica dicotomia tra dittatura militare e democrazia. Per lui, ciò che è realmente emerso dopo le dittature sono stati i “regimi elettorali neoautoritari”: sistemi che mantenevano strutture di potere escludenti, mentre cooptavano al contempo le élite intellettuali mediante finanziamenti e istituzionalizzazione.

L’intellettuale organico è diventato così l’intellettuale istituzionalizzato. Il marxismo critico e diventato post-marxismo rampante. La rivoluzione è diventata gestione. La classe è  diventata identità.

Conclusione: l’eredità di Petras

James Petras è stato un critico scomodo: qualcuno che osava “criticare la sinistra dall’interno della sinistra”. La sua diagnosi della metamorfosi degli intellettuali latinoamericani non era un mero esercizio accademico, ma un monito. Abbandonando la lotta di classe come asse del cambiamento sociale, la sinistra revisionista non solo ha perso la sua bussola teorica, ma è diventata anche complice – volontaria o meno – dell’ordine neoliberista che diceva di combattere.

Oggi, in un’epoca in cui il pensiero critico sembra diluito tra rapporti di ONG, progetti finanziati e attivismo identitario, la domanda di Petras rimane attuale: è possibile recuperare la figura dell’intellettuale impegnato in una trasformazione radicale, o la metamorfosi è irreversibile? La risposta, forse, risiede nel tornare a leggere Petras e nel ricordare che l’intellettuale critico non è colui che amministra l’esistente, ma colui che osa immaginare ciò che ancora non esiste.

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“Dopo Netanyahu non cambierà nulla”

“Israele vive in una negazione totale di ciò che sta accadendo a Gaza, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefissato in abito regionale e anche se le elezioni del prossimo autunno vedessero l’uscita di scena di Netanyahu, le cose non cambieranno in alcun modo”.

Gideon Levy, editorialista di lungo corso del quotidiano Haaretz, nonché figura centrale e controversa – per il suo coraggio – nel dibattito politico israeliano, ribadisce la sua posizione estremamente critica sia nei confronti del governo di Tel Aviv che dell’opposizione, sostenendo che ormai non c’è più alcuna possibilità di un cambiamento dall’interno per la società israeliana.

Alla luce degli ultimi sviluppi a Gaza, in Libano e in Iran, come descriverebbe oggi la strategia complessiva di Israele e i suoi reali obiettivi?

Finora Israele non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefissato e credo che non li raggiungerà neanche in futuro.
In Libano, per esempio, per la prima volta nella storia c’è un governo che dichiara di essere disposto a negoziare una pace permanente con Israele. Ma Tel Aviv non reagisce a questa offerta storica. Potrebbe intanto fare un accordo con Beirut, e poi cercare insieme di capire cosa si possa fare nei confronti di Hezbollah.
Dire di no al governo libanese e continuare i bombardamenti, le evacuazioni di milioni di persone e la distruzione dell’intero sud del Libano è folle. E di questo, purtroppo, si discute pochissimo nel mio Paese. Dal 7 ottobre in poi, gli israeliani credono di avere il diritto di fare qualsiasi cosa.
E la fanno, con il sostegno di Trump. Oggi in tutto il Medio Oriente ci sono circa 6 milioni di persone sfollate dalle loro case e gran parte di loro non vi farà mai ritorno. È normale che vivano ormai da quasi tre anni nelle tende, senza elettricità? In Libano oltre un milione di persone hanno perso la casa, e parte di loro non potrà mai tornarvi.
Inoltre, dal punto di vista della sicurezza, adesso Israele non è più forte, al contrario: qualche giorno fa siamo stati presi di mira con missili balistici per diciassette ore, non era mai successo prima d’ora. Quello che ci troviamo di fronte è uno scenario folle, e solo la comunità internazionale può fermarlo.

Lei ha spesso criticato la società israeliana per la progressiva assuefazione alla guerra: vede ancora spazi interni di dissenso o cambiamento significativo dell’opinione pubblica?

Dopo il 7 ottobre c’è stato un cambiamento drammatico nell’opinione pubblica del mio Paese, e temo che sia stato irreversibile. Gran parte degli israeliani credono che Israele non debba avere più alcun limite, né legale, né morale.
Anche la minoranza che credeva ancora nella pace con i palestinesi, ormai non ci crede più. La nozione del “o noi o loro”, tipica della destra, ha un consenso assai diffuso, con conseguenze davvero terribili. In Israele si protesta solo su questioni secondarie.
L’unica vera linea di frattura profonda nella società israeliana, negli ultimi anni, è Netanyahu sì o no. Netanyahu è lo statista israeliano più amato e più odiato di sempre, e chi lo sostiene lo segue ciecamente, qualunque cosa faccia, e chi lo oppone lo osteggia qualunque cosa faccia.
Ma alla fine dei conti, questa divisione non porta da nessuna parte, perché chi lo osteggia ha pochissimo da proporre come alternativa. Tutti i leader dell’opposizione erano favorevoli alla guerra in Iran, a quella in Libano e alla distruzione di Gaza. Nessuno di loro ha nemmeno provato a protestare contro il genocidio. Lo sostengono tutti e vogliono che l’occupazione continui per sempre.

In Israele i movimenti per la pace e le giovani generazioni non possono indurre una certa speranza nel futuro?

Direi proprio di no. Il 7 ottobre è stato raccontato agli israeliani come la seconda terribile catastrofe del popolo ebraico dopo l’Olocausto, in alcuni casi si è arrivati addirittura a metterli sullo stesso piano, e questo ha distrutto buona parte di quello che rimaneva del mondo pacifista che oggi non esiste praticamente più. Pochissimi continuano a parlare di pace, è un tema completamente fuori dal dibattito pubblico.
Quanto ai giovani, al contrario di quanto accade in molte società europee dove i giovani sono più pacifisti e più di sinistra rispetto alle generazioni anziane, in Israele vanno nella direzione opposta. E ciò mi rende ancora più pessimista per il futuro. Non vedo alcuna speranza di un cambiamento che possa venire dall’interno della società israeliana. Deve venire giocoforza dall’esterno.

Per quanto riguarda Gaza, come interpreta il rapporto tra la realtà di una catastrofe umanitaria di proporzioni enormi e la narrazione politica ufficiale israeliana e occidentale?

Gli israeliani non sono scossi da quanto accade a Gaza perché nessuno gliel’ha mostrato. I mezzi di informazione, di proprietà privata e piuttosto liberali, hanno deciso di non mostrarlo. Un israeliano medio ha visto molto meno di Gaza negli ultimi tre anni rispetto a qualsiasi abitante di un piccolo paese italiano di montagna.
Il fatto che gli israeliani non vogliano sapere, e che i media non glielo mostrino, permette loro di vivere in pace con se stessi e di credere che tutto ciò che è stato fatto a Gaza sia legale e morale. Possono continuare a credere, e lo credono davvero, che chiunque osi alzare la voce, e abbia una coscienza, sia un antisemita. Israele vive in una negazione totale di ciò che sta accadendo a Gaza.
Vive in una posizione molto strana e senza precedenti storici, in cui un popolo responsabile di un genocidio crede di essere la vittima.
La mia impressione è che ora anche il mondo stia dimenticando Gaza. Parlo con i miei amici lì e piango. Non c’è alcuna intenzione di ricostruire la Striscia. Gaza è un cimitero e può restare così per anni. Toccherebbe alla comunità internazionale riportarla all’ordine del giorno e approvare sanzioni come fu fatto tanti anni fa nei confronti del regime sudafricano.
L’UE ha sanzionato ripetutamente la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina ma non Israele. Forse l’invasione di Gaza è meno brutale? Basta condanne formali, servono le sanzioni.

Papa Leone dovrebbe andare a Gaza?

Sì, e sono molto deluso che non ci sia ancora ancora andato. Avrei voluto sentirlo annunciare un viaggio nella Striscia e magari vedere Israele che glielo impediva. In ogni caso Leone XIV doveva almeno provarci, dire chiaramente: “voglio entrare a Gaza e voi non avete alcun diritto morale di impedirmelo”. Credo proprio che in quel caso il governo di Tel Aviv non avrebbe potuto dire di no al Papa.

Quanto potrebbero pesare le elezioni previste nell’autunno prossimo nel ridefinire la direzione del Paese e la leadership attuale?

Il genocidio a Gaza non influenzerà il voto in alcun modo. Ad oggi sembra assai improbabile che Netanyahu possa essere in grado di formare il prossimo governo. Non c’è un solo sondaggio che dia la maggioranza a lui e ai suoi alleati.
Ciò non mi rallegra, perché so bene qual è l’alternativa e vi invito a non cadere nella trappola in cui cadono molti in Europa: aspettare semplicemente che Netanyahu se ne vada e poi credere che tutto si risolva per il meglio come se lui fosse l’unico problema.
Il primo candidato alternativo, quello che oggi ha le maggiori possibilità, è Naftali Bennett, che per anni è stato segretario generale del movimento dei coloni. Cosa possiamo aspettarci da un uomo del genere?
Il secondo candidato serio è Gadi Eisenkot, che ha ricoperto vari incarichi, gestendo l’occupazione in qualità di generale. Vi pare credibile immaginare una nuova direzione politica? Davvero pensate che gente come loro, che non ha mai trattato i palestinesi come esseri umani possano cambiare le cose?
La verità è che propongono solo cambiamenti cosmetici nella vita interna di Israele. Tutti i governi europei li accoglieranno con entusiasmo, ma tanto grande sarà la gioia, altrettanto grande sarà la delusione perché quei due non faranno nulla per risolvere i veri problemi del nostro Paese.

La soluzione “due popoli due Stati” appare ormai del tutto irrealizzabile, eppure molti leader politici continuano a parlarne.

Con 700mila coloni e circa 1,5 milioni di dunam [1.500 km²] sottratti in Cisgiordania con la violenza soltanto negli ultimi due anni, non c’è più alcuno spazio per uno Stato palestinese. E in Israele nessuno è disposto a evacuare quei criminali dai territori che hanno occupato.
Dobbiamo affrontare la realtà. Tutti coloro che sostengono ancora la soluzione “due popoli due Stati” – l’UE, l’Autorità Palestinese, gli Stati Uniti, il mondo arabo – sono ben consapevoli che non si avvererà mai. Continuare a parlarne gioca a favore dell’occupazione.
Lo dico da molto prima del 7 ottobre: non c’è altra soluzione che creare un unico stato democratico che garantisca uguali diritti a tutta la popolazione. Dobbiamo dimenticare il sionismo e iniziare a parlare di “una persona, un voto”. Israele si opporrà dichiarando ufficialmente di essere uno Stato di apartheid.

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18/07/2026

Syd Barrett - Vent’anni dalla morte, una vita dall’addio

Nell’ambito della psicologia cognitiva, il costrutto della memoria lampadina (flashbulb memory) descrive la capacità del cervello umano di cristallizzare i dettagli spaziali e temporali legati all’apprendimento di notizie dal profondo impatto emotivo. Per molti di noi, me compreso, l’11 settembre ne rappresenta l’esempio più immediato: uno di quei momenti in cui non si ricorda soltanto la notizia, ma anche il luogo esatto in cui ci si trovava quando la si è appresa. Per me lo è stato anche il 7 luglio 2006, il giorno della morte di Syd Barrett.

Ricordo dove mi trovavo, cosa stavo facendo e soprattutto il senso di vuoto che sentii dentro. Un vuoto strano, quasi paradossale, perché Syd Barrett, dal punto di vista artistico, ci aveva già lasciati da moltissimo tempo. Dopo “The Madcap Laughs” e “Barrett”, entrambi pubblicati nel 1970, la sua presenza pubblica nella musica si era progressivamente dissolta, lasciando dietro di sé non una carriera interrotta nel senso comune del termine, ma qualcosa di più difficile da definire: una voce che aveva smesso di parlare e che proprio per questo continuava a risuonare.

Con nessun altro artista ho avuto, e credo avrò mai, una relazione così empatica. In Barrett non mi colpisce soltanto la bellezza delle canzoni, né la loro importanza storica, né il ruolo decisivo avuto nella nascita dei Pink Floyd. Mi colpisce quella sensazione, rarissima, di trovarmi davanti a qualcuno che non riesce davvero a proteggersi da ciò che sta esprimendo. Anche quando gioca con le parole, quando costruisce filastrocche surreali o immagini infantili, sembra sempre che sulla registrazione passi qualcosa di nudo, di non schermato, come se tra l’impulso interiore e il nastro magnetico esistesse una distanza minima.

Forse è proprio questa esposizione totale a rendere la sua musica così fragile e così necessaria. In molti artisti la vulnerabilità diventa stile, linguaggio, perfino mestiere. In Barrett, invece, sembra restare materia viva, non del tutto organizzata, a tratti impossibile da sostenere. È anche per questo, credo, che si è bruciato così presto: non perché fosse semplicemente il “genio perduto” o il “folle” della mitologia rock, ma perché la sua musica dà spesso l’impressione di consumare direttamente la persona che la genera.

Eppure sarebbe sbagliato leggere questa fase soltanto come un progressivo spegnimento. Proprio quando la forma comincia a incrinarsi, Barrett mostra a tratti una lucidità impressionante sulla propria condizione, sul modo in cui viene osservato dagli altri e sulla distanza crescente tra sé e il mondo circostante. “Vegetable Man” è quasi un autoritratto deformato, crudele, costruito a partire dal corpo, dai vestiti, dalla percezione di sé come presenza fuori posto. “Jugband Blues” trasforma l’estraneità in una specie di addio obliquo, insieme ironico e devastante. “Wolfpack”, con la sua scrittura franta e minacciosa, sembra invece muoversi in uno spazio mentale già assediato, dove le immagini non si organizzano più in racconto ma continuano a conservare una forza visionaria intatta.

Anche per questo il passaggio dai primi Pink Floyd ai lavori solisti non è soltanto una riduzione di mezzi o una perdita di controllo. È una trasformazione radicale del linguaggio. Dall’architettura sonora collettiva di “The Piper At The Gates Of Dawn”, ancora densa, colorata, pienamente psichedelica, si arriva nei dischi del 1970 a una vera estetica del frammento e dell’errore. Lo studio di registrazione smette di essere soltanto un luogo di costruzione e perfezionamento tecnico, diventando quasi uno spazio di documentazione della fragilità esecutiva. Le esitazioni, gli attacchi incerti, le cesure improvvise, le canzoni che sembrano sul punto di disfarsi non sono semplici difetti: diventano parte integrante dell’esperienza, il punto in cui la bellezza di Barrett appare più esposta e meno difesa.

Syd Barrett: 10 brani nascosti da riscoprire

A vent’anni dalla sua scomparsa, il senso di vuoto rimane e per rendergli omaggio ho scelto di non ripartire dai brani più celebrati. Per il periodo con i Pink Floyd ho escluso tutte le pubblicazioni ufficiali dell’epoca, cioè i singoli e i brani apparsi su album, con una sola eccezione: “Apples And Oranges”, il terzo singolo del gruppo, rimasto ai margini del canone anche per il suo insuccesso commerciale.

Per i brani solisti ho seguito un criterio diverso, eliminando quelli più noti e ascoltati, in particolare tutti quelli che superano i due milioni di visualizzazioni. Non perché siano meno importanti, ovviamente, ma perché appartengono ormai alla parte più canonizzata del suo racconto. La playlist che segue nasce invece da una zona più laterale e personale: dieci brani meno frequentati, scarti, episodi solisti o periferici in cui sento Barrett più vicino, meno trasformato in icona e più presente nella sua instabilità umana.

Lucy Leave (1965)

Scritta alla fine del 1964, quando il gruppo si esibiva ancora come The Tea Set, “Lucy Leave” appartiene alla preistoria dei Pink Floyd. Rimasta per decenni un tesoro confinato nei circuiti bootleg, la canzone è stata pubblicata ufficialmente solo nel 2015 nell’Ep “1965: Their First Recordings”. La formazione è ancora quella embrionale, senza le tastiere di Richard Wright e con Bob Klose alla chitarra solista.

Musicalmente è un pezzo acerbo ma già rivelatore, radicato nel garage rock e nel rhythm’n’blues britannico dei primi Yardbirds o Animals, però attraversato da stop-and-go, scarti melodici e soluzioni armoniche non del tutto convenzionali. Il testo racconta una relazione al capolinea, ma lo fa con un’ambiguità tipicamente barrettiana: il protagonista vuole liberarsi di Lucy e insieme sembra non riuscire a staccarsene, oscillando tra rifiuto, gelosia e attaccamento morboso. Dentro una forma ancora derivativa, si intravede già l’anima straniante di Syd.

Apples And Oranges (1967)

Terzo singolo dei Pink Floyd e ultimo scritto da Syd Barrett per il gruppo, segnò anche il primo vero arresto commerciale della band. È un brano apparentemente più leggero, ma tutt’altro che semplice: sotto la superficie di una canzone pop luminosa e quasi natalizia, ispirata da una ragazza intravista a Richmond, si muove una scrittura piena di scarti, cambi d’accento, asimmetrie metriche e brusche deviazioni, accentuata da una chitarra elettrica volutamente scordata.

Proprio su questa tensione intervenne la produzione di Norman Smith, che cercò di forzarne la presa melodica caricandola di cori, riverberi ed effetti. Roger Waters criticò duramente quella scelta: a suo giudizio il produttore aveva tentato di normalizzare un brano eccentrico e irregolare, finendo invece per “distruggerlo” e soffocarne la naturale stranezza. Resta però un documento prezioso dell’ultimo Barrett ancora pop, capace di trasformare una scena quotidiana in un piccolo labirinto psichedelico.

Vegetable Man (1967)

Incisa nell’ottobre del 1967 durante le sessioni di “A Saucerful Of Secrets”, “Vegetable Man” rimase a lungo fuori dalla discografia ufficiale dei Pink Floyd: troppo cupa, troppo personale, troppo scopertamente legata alla crisi di Barrett per poter essere assimilata al percorso del gruppo. Il brano ha un suono ruvido, saturo e claustrofobico. Con il suo riff monolitico e l’andamento abrasivo, è considerato uno degli antecedenti più impressionanti del punk-rock e della new wave, per la violenza espressiva e per una scomposizione della forma che altri artisti avrebbero esplorato solo anni dopo.

Ma la sua forza sta soprattutto nel testo, uno degli autoritratti più spietati e lucidi mai scritti da Barrett: l’autore elenca minuziosamente i propri vestiti stravaganti e le proprie abitudini, quasi cercando di “mimetizzarsi” e integrarsi con il mondo esterno, ma finendo per rivelare l’esatto contrario, cioè la propria irrimediabile alienazione. L’uomo vegetale non è allora soltanto una trovata surreale, ma il grido d’aiuto di un uomo che si sente ridotto a sagoma, merce, corpo esposto allo sguardo dell’industria e degli altri.

Feel (1969)

Tra i brani meno discussi, è anche una delle sue prove più alte come poeta e cantautore. La registrazione conserva un senso di precarietà assoluta: non sembra un prodotto rifinito, ma un istante fragile, colto mentre cerca faticosamente una forma. La chitarra acustica è scarna, irregolare, attraversata da bruschi cambi armonici che si susseguono come pennellate frastagliate; ogni strofa contiene tredici accordi, eppure l’andamento resta fluido, sospeso, quasi dylaniano nella libertà del fraseggio.

Il testo procede per immagini impressionistiche: paesaggi rurali, presenze femminili irraggiungibili, folle che si agitano, acque e ponti attraversati da un senso di perdita imminente. Non c’è racconto lineare, ma una deriva emotiva sempre più desolata. Quando Barrett arriva a quel sentirsi “troppo vuoto” e “così solo”, il desiderio di tornare a casa non appare come semplice nostalgia, ma come bisogno di ritirarsi in un luogo protetto, forse Cambridge, forse soltanto la propria mente.

Late Night (1969)

“Late Night” chiude “The Madcap Laughs” come un brano di straziante dolcezza. Il suo elemento sonoro più riconoscibile è la chitarra slide, ottenuta facendo scorrere uno Zippo sulle corde: un timbro piangente, metallico e insieme tenerissimo, lontano dall’uso più avanguardistico e rumorista dei primi Pink Floyd. La struttura è quella di una ballata sonnolenta e spoglia, sostenuta da una sezione ritmica discreta e da un andamento circolare che argina appena le irregolarità metriche tipiche di Syd. La voce, piatta e confidenziale, sembra parlare più che cantare, accorciando la distanza con l’ascoltatore.
Le parole scavano in una solitudine ormai esplicita: Barrett si sente solo e irreale, ma continua ad aggrapparsi al ricordo di un contatto, di un bacio, di un “tu” forse reale, forse soltanto immaginato. È la confessione finale di un uomo che, pur percependosi ormai scisso dal mondo esterno, riesce ancora a distillare la propria fragilità in una melodia pura, spedita dal silenzio della sua mente.

Opel (1969)

Quintessenza dell’estetica del non-finito barrettiano, “Opel” è una performance scheletrica per sola chitarra acustica e voce, ma proprio questa nudità ne fa una delle prove più intense di Syd. La chitarra non accompagna in modo regolare: oscilla, si sospende, lascia vuoti improvvisi; il canto dilata le sillabe, forza gli accenti, sembra ignorare ogni griglia metrica tradizionale. Non c’è costruzione, non c’è protezione, quasi non c’è distanza tra l’esecuzione e la ferita che la genera. Le immagini di acque grigie, sabbia bagnata e vento freddo del nord compongono un paesaggio interiore più che naturale, un luogo di isolamento in cui la solitudine successiva all’uscita dai Pink Floyd diventa materia sonora.

Ascoltare “Opel” dà davvero la sensazione di scendere negli abissi della psiche di Syd: non per voyeurismo, ma perché la canzone sembra aprirsi mentre si disfa, lasciando intravedere una bellezza fragile, instabile, quasi impossibile da sostenere.

Nota filologica

Il titolo del brano, tradizionalmente tramandato come “Opel”, è stato oggetto di una revisione critica che ne ha proposto l’origine come “Opal” (opale), in riferimento alla pietra preziosa. Tale ricostruzione, basata sull’analisi dei materiali d’archivio e delle trascrizioni dei nastri EMI, è riportata nel volume “The Lyrics of Syd Barrett” di Rob Chapman (2021), supervisionato da David Gilmour, dove l’attuale forma “Opel” viene interpretata come un errore di catalogazione del tape box originale.

Love Song (1970)

È uno dei momenti più dolci, nostalgici e melodicamente ispirati del secondo album solista di Syd Barrett. L’harmonium e il pianoforte di Wright danno al brano un calore particolare, quasi da café europeo, addolcendo l’andamento sghembo della chitarra di Syd senza cancellarne la fragilità. La melodia ha una grazia limpida, immediata, tra folk-pop e nostalgia psichedelica: sembra una delle sue canzoni più accessibili, ma conserva quella lieve stortura che impedisce al sentimento di diventare semplice maniera.

Il vero centro del pezzo sta nel contrasto tra l’arrangiamento accogliente e la voce di Barrett, piatta, trattenuta, emotivamente prosciugata. Anche il testo è insolitamente lineare: una dichiarazione d’amore sospesa tra ricordo, sogno e lontananza, forse legata alle lettere giovanili indirizzate alle figure femminili della sua vita. “Love Song” conserva così il tono di una piccola lettera privata: fragile, affettuosa, già attraversata dal senso di una perdita irreversibile.

Rats (1970)

“Rats” mostra il lato più spigoloso, nevrotico e abrasivo della scrittura solista di Syd Barrett. Il brano nasce da una matrice acustica grezza, quasi improvvisata, poi appesantita da sovraincisioni ritmiche che non la stabilizzano, ma ne accentuano il carattere storto e disturbante. La struttura è abrasiva e dissonante, attraversata da cambi di tempo imprevedibili e da un andamento spezzato, fatto di scatti, inciampi e brusche contrazioni. Anche la voce si muove in questa zona di instabilità: più che cantare, Barrett declama, ringhia, lascia esplodere frammenti verbali come schegge di un discorso ormai impossibile da ricomporre.

Il testo ha la forma di un’invettiva ossessiva e paranoica, rivolta contro nemici reali o immaginari, presenze ostili che sembrano accerchiare l’autore dall’esterno e dall’interno. Se “Vegetable Man” anticipava il lato più ruvido del punk-rock e della new wave, “Rats” sembra spingersi ancora oltre, verso una tensione più nichilista e disarticolata, vicina a certe fratture del post-punk.

Wolfpack (1970)

Tra le tracce più oscure e psicologicamente dense, “Wolfpack” fu anche uno dei brani che lo stesso autore indicò tra i suoi preferiti. Rispetto alle filastrocche più leggere del periodo, qui l’atmosfera si fa tesa, incalzante, quasi claustrofobica. La sezione ritmica procede come una caccia spezzata, mentre la voce resta asciutta e monocorde, amplificando la sensazione di freddezza e isolamento. Il testo è un vortice di associazioni libere: branco di lupi, carte da gioco, immagini minerali e formule enigmatiche si accostano più per urto visivo e fonetico che per sviluppo narrativo.

Eppure, dentro questa apparente frantumazione, “Wolfpack” conserva una lucidità inquietante: il branco diventa la figura di un mondo esterno percepito come ostile e incombente. È Barrett braccato, ma ancora capace di trasformare la paranoia in una forma visionaria. Non stupisce che Robyn Hitchcock, tra i più sensibili eredi della sua immaginazione obliqua, abbia riconosciuto proprio in questo brano uno dei vertici estremi della scrittura rock barrettiana.

Milky Way (1970)

Registrata nella stessa sessione da cui emersero anche i primi abbozzi di “Rats” e “Wined And Dined”, “Milky Way” vide la luce solo nel 1988, nella raccolta “Opel”. È una delle sue prove più delicate e sospese: niente strumenti elettrici, nessuna sezione ritmica, soltanto voce e chitarra acustica arpeggiata, in un tempo libero che sembra seguire il respiro più che una scansione regolare. La struttura, impostata su una progressione folk psichedelica apparentemente semplice, viene attraversata da scarti armonici e da un andamento rubato che le danno un carattere intimo, fragile, quasi non-finito.

Il significato del brano vive su un contrasto tipicamente barrettiano: da un lato la Via Lattea come immagine di distanza siderale, isolamento mentale, distacco dal mondo; dall’altro il bisogno disarmato di calore fisico, racchiuso nella richiesta di un abbraccio. In “Milky Way” Barrett sembra fluttuare lontanissimo da tutto, ma proprio da quella distanza lascia affiorare una vulnerabilità umana elementare.

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