La Giamaica del governo “laburista” di Andrew Holness, ha interrotto da marzo il programma sanitario che condivideva con Cuba, negando il rinnovo del permesso di soggiorno a circa 400 tra medici e infermieri cubani che operavano all’interno di ospedali e consultori pubblici. Un percorso che durava da oltre 50 anni, pur nell’alternanza alla guida del Paese dei due partiti: PNP People’s National Party, filocubano e JLP Jamaica Labour Party, alleato USA, di cui Holness è leader.
Il Primo Ministro ha motivato la sua decisione sul fatto che alcuni punti del programma non fossero conformi alle leggi giamaicane e ai canoni internazionali. Il governo castrista ha risposto all’ex partner di aver ceduto alle pressioni del segretario di Stato Marco Rubio ai fini di sabotare Cuba.
Sta di fatto che questa rottura è accaduta dopo un anno esatto dalla visita di Rubio in Giamaica, dove aveva incontrato anche i capi di stato di Haiti e delle altre isole anglofone. Nella sua agenda, il punto centrale era proprio il programma cubano: “Cuba fa traffico di esseri umani, sfrutta il lavoro dei medici non pagandoli, non siate complici di questo crimine”. Rubio ventilò la possibilità di ritirare il visto d’entrata negli Usa ai funzionari dei governi che non avessero aderito alla sua richiesta.
Dietro il pretesto umanitario, i soldi che Cuba avrebbe incassato annualmente da tutto il mondo: 6-7 miliardi, cifra che coincide con i calcoli dell’istituto di statistica cubano e il Tesoro USA.
In quell’occasione, sia Holness che gli altri stati caraibici respinsero uniti la richiesta e Mia Motley, premier delle Barbados, accennò a una rottura diplomatica se il delegato di Trump avesse insistito.
Un anno dopo, i rapporti storici tra JLP e partito repubblicano USA hanno prevalso, e la Giamaica – insieme a Guyana, Bahamas, Guatemala e Honduras – è uscita dal programma: 1200 dottori sottratti quindi a servizi sanitari fragili e con lacune incolmabili per mancanza di personale.
Abbiamo parlato con l’amministratore di Annotto Bay Hospital, un piccolo ospedale statale che copre la provincia di St Mary, una della più povere dell’isola giamaicana. Qui non esistono cliniche, la gente non se le potrebbe permettere. Ci lavoravano una decina di cubani che coprivano a turno tutti i reparti.
Chi pagava queste persone?
“Il pagamento veniva effettuato direttamente dalla Ragioneria di Stato nella capitale, la stessa che paga i nostri stipendi – dice l’amministratore della struttura – Possibile che facessero due bonifici differenti, uno al corpo governativo cubano in capo alla missione e l’altro ai medici. Ignoro le cifre. Posso dire con sicurezza che la ragione dell’interruzione del rapporto non è dipeso dalla qualità del loro servizio, perché erano molto preparati”.
Pressione degli Stati Uniti, quindi?
“Qui è venuto anche il Gleaner (la testata giamaicana più diffusa, N.d.A.) “a fare la stessa domanda. Lo dovete chiedere al ministero della Salute” conclude il funzionario. Il Fatto Quotidiano.it ha provato a contattare il ministero, senza esito.
Secondo il ministero degli Affari Esteri, il bonifico veniva mandato interamente all’Avana, mentre gli straordinari invece venivano pagati separatamente ai medici.
“Ho un tumore al seno” si sfoga una paziente, “e per sapere se la massa è cancerosa, dovevo aspettare 6-7 mesi per il risultato della biopsia. Ho dovuto chiedere un prestito e farla in privato”.
Dopo che i dottori hanno lasciato l’isola (tranne 40 assunti direttamente dal governo con un permesso di lavoro temporaneo) sono aumentate le file al pronto soccorso per la carenza di personale specializzato e soprattutto si allungano i tempi degli esami importanti e dello screening per la diagnosi precoce dei tumori al seno e del colon-retto.
Così ha postato sul suo profilo social Donna Scott-Motley, la portavoce per gli Esteri del partito d’opposizione PNP: “Un accordo consolidato, fondamentale per supportare il sistema sanitario pubblico del Paese, non può essere interrotto di punto in bianco senza dare una spiegazione dettagliata alla cittadinanza. Il governo ha l’obbligo di fornire un programma alternativo per rimpiazzare un servizio che è stato struttura integrante della nostra sanità per mezzo secolo”.
Oltre a tagliare l’ultima fonte di reddito del governo cubano dopo il crollo del turismo – bloccando il programma medico mentre l’embargo viene inasprito al punto che nell’isola mancano anche farmaci salvavita e aghi per le siringhe – la sua cancellazione travalica i confini nazionali andando a colpire il ceto basso dei paesi vicini, per i quali il supporto dei dottori cubani costituiva lo zoccolo duro di un servizio sanitario pubblico che la privatizzazione globale ha già affondato.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/09/2026
Medici cubani espulsi dalla Giamaica: 400 dottori a casa per pressioni USA
31/08/2026
Bombe sull’Iran, ma il gioco si allarga
Ricomincia la tarantella... Dopo un mese passato a contare i missili intercettori mancanti nei magazzini del Pentagono e dunque a presentare la “nuova strategia” fondata sulle sanzioni, gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare strutture iraniane nello Stretto di Hormuz, prendendo di mira soprattutto l’isola di Larak.
La motivazione è risibile, ed era stata in qualche modo anticipata dalla surreale dichiarazione di Trump – qualche giorno fa – secondo cui lo Stretto era stato “completamente ripulito dalle mine” grazie all’azione della Marina Usa e si minacciava Teheran di “gravi conseguenze” se avesse provato a piazzarne altre.
Il “piccolo problema” era che non risultava a nessuno – neanche ai disponibilissimi media occidentali – che ci fosse stata un’attività navale del genere (gli spostamenti sono monitorati da decine di satelliti di vari paesi), per la quale era stata addirittura richiesta, mesi fa, la partecipazione di alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, in possesso di navi dragamine posizionate relativamente vicine (nel Mediterraneo), mentre quelle Usa avrebbero dovuto fare un viaggio che richiede mesi.
Insomma, l’annuncio di Trump valeva come “scusa anticipata” per futuri nuovi attacchi. E in effetti i comunicati del CentCom statunitense sono giocati su questa falsariga. “Posso confermare che oggi le forze statunitensi hanno colpito due rampe di lancio iraniane sull’isola di Larak”, ha dichiarato in un comunicato il capitano Tim Hawkins, portavoce del comando statunitense.
“Le forze statunitensi stanno monitorando attentamente l’area e restano pronte a proteggere il libero flusso commerciale attraverso questa via d’acqua essenziale” (flusso che era completamente libero e gratuito fino all’inizio dell’attacco israelo-americano).
Negli stessi minuti una petroliera che si era “fidata” delle dichiarazioni statunitensi è finita su due mine – nessuno sa dire se vecchie (dunque già “eliminate”) oppure nuove (quelle che avrebbero dovuto essere distrutte dall’“attacco preventivo”) – si è incendiata ed è alla deriva.
L’Iran ha ovviamente risposto nel solito modo, lanciando missili e droni sulla base Usa di Al Minhad, negli Emirati, dove sarebbero dislocati elicotteri e militari americani. Nonché su due basi in Giordania – la Al Azraq e la Re Hussein – con l’ovvio incrocio di dichiarazioni contrapposte: “abbiamo provocato gravi danni” secondo i Guardiani della Rivoluzione oppure “tutti i missili sono stati intercettati” secondo Amman.
Più serio – se confermato – l’abbattimento di un drone MQ-9 Reaper, un grande drone carico di costosi sistemi elettronici usato per missioni di sorveglianza a lungo raggio e di attacco di precisione (può trasportare oltre mille kg di missili aria-terra AGM-114 Hellfire e bombe a guida laser).
Non sarebbe solo un serio danno economico, ma anche strettamente operativo, perché di questi “aggeggi” – fondamentali per sostituire in qualche misura i sistemi radar già distrutti nei primi sei mesi di guerra – non ce ne sono moltissimi, anche a causa dei lunghi tempi di costruzione.
Al di là di questi scambi di cortesie tutto sommato limitate, sul piano politico bisogna segnalare che il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha anticipato l’emissione di nuove sanzioni con scadenza settimanale, a partire dalle banche che hanno rapporti con istituzioni o società di Teheran.
La minaccia – importante, ma sempre meno efficace col passare del tempo – è l’isolamento dal “sistema del dollaro”, anche di società cinesi (sarebbero una sessantina quelle censite come collegate all’Iran), approfondendo dunque quel processo di separazione tra sistemi monetari che, di conseguenza, mina la stessa funzione “egemonica” del dollaro Usa (resta dominante nel proprio campo, ma il terreno di gioco si va restringendo).
Sembra anche simbolicamente significativo che la nuova escalation militare avvenga nel giorno in cui a Bishkek, in Kirghizistan, si apre l’annuale riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), che vede intorno allo stesso tavolo Xi Jinping, Putin, il presidente iraniano Pezeshkian, i capi di stato di India, Pakistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Bielorussia, più altri paesi “osservatori”.
Un “G20 alternativo” che fa da ponte tra Asia ed est europeo (la condizione per l’ammissione è l’esistenza di frontiere comuni tra un paese e l’altro) dove si discute di infrastrutture di collegamento, sicurezza reciproca (originariamente contro i movimenti separatisti e jihadisti) e soprattutto di creazione di una banca comune di sviluppo. Senza dollaro...
Forse la “nuova tarantella” non si occupa soltanto di qualche mina in fondo al mare...
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Niger - Sventato il colpo di stato
Nella notte tra il 28 e il 29 agosto, reparti delle forze armate provenienti da fuori la capitale hanno attaccato alcuni dei principali centri strategici di Niamey, dalla Base aerea 101 all’area del palazzo presidenziale, in quello che era apparso come un vero e proprio tentativo di colpo di Stato. Ma la giunta militare del Niger ha riconquistato l’importante base militare nella capitale che era stata occupata dai ribelli.
Anche la televisione pubblica è stata teatro di uno scontro. Le trasmissioni sono state interrotte per oltre un’ora prima di riprendere con un comunicato del governo. Secondo alcune ricostruzioni, gli insorti avrebbero tentato di impadronirsi anche della sede dell’emittente ma senza riuscirci.
La giunta militare, salita al potere dopo il colpo di Stato del 2023 e capitanata dal generale Abdourahamane Tchiani, ha imputato l’offensiva a militari ribelli e assicura il ripristino del controllo nelle «zone sensibili» finite sotto il fuoco.
“La guardia presidenziale ha ripreso il controllo della base aerea con l’assistenza russa. Ci sono diversi morti tra i ribelli”, ha indicato una fonte diplomatica a Niamey. La base, la cui riconquista è stata confermata da due fonti di sicurezza, era stata assediata stamattina.
La Guardia presidenziale del Niger aveva respinto degli “insorti provenienti dalle forze armate” che avevano tentato di “entrare nel palazzo della presidenza”. Forti sparatorie sono state udite in diversi quartieri della capitale nigerina, in particolare nel centro della città, vicino alla presidenza, ma anche nella zona dell’aeroporto.
Gli scontri più intensi si sono concentrati nell’area dell’aeroporto internazionale Diori Hamani, a ridosso della strategica Base 101, ma esplosioni e raffiche sono state segnalate anche nel quartiere in cui si trova la presidenza, e nei pressi del campo Bassora della Guardia nazionale.
La Base 101 è una postazione strategica in quanto situata nel complesso dell’aeroporto di Niamey. La base ospita strutture legate alla cooperazione militare con la Russia e al dispositivo dell’Alleanza degli Stati del Sahel costituita dal Niger insieme al Mali e al Burkina Faso.
Nella stessa area è presente anche personale della Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (MISIN) tra cui anche un contingente militare italiano. Secondo le informazioni circolate nel corso della giornata, i militari italiani non hanno avuto problemi particolari.
Dopo la presa del potere nel 2023, la giunta militare di Niamey ha messo fine alla cooperazione militare con Francia e Stati Uniti ed rafforzato quella con la Russia. La Base 101 ospita il personale russo dell’Africa Corps e costituisce quindi uno dei punti nei quali la crisi interna nigerina incrocia direttamente i nuovi equilibri geopolitici del Sahel.
È evidente che quanto accade a Niamey non riguarda soltanto il Niger. Insieme a Mali e Burkina Faso, il Paese ha costituito l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), un’alleanza che ha fatto saltare lo status quo coloniale nell’area ed è divenuta il perno di un nuovo spazio politico e militare regionale guidato dai governi sorti da colpi di Stato e accomunati dalla rottura con le potenze occidentali, in particolare la Francia e gli Stati Uniti.
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Cuba, la guerra che non fa rumore: blackout, sanzioni e resistenza quotidiana
C’è una guerra che si riconosce dai bombardamenti, dalle colonne di profughi, dalle città distrutte. E poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che può entrare nelle case attraverso un frigorifero spento, una pompa dell’acqua che non funziona, un autobus che non arriva, un ospedale dove le medicine diventano difficile da reperire o un distributore costretto a razionare il carburante.
È questa la Cuba che Luciano Vasapollo, economista e docente universitario, racconta – in un’ intervista a Alfonso Bruno, pubblicata da Mediafighter – dopo il suo più recente viaggio nell’isola, come membro di una delegazione della Rete dei Comunisti.
Un racconto segnato dalla sua lunga vicinanza alla Rivoluzione cubana, ma che pone al centro una questione che supera le appartenenze ideologiche: che cosa accade a una popolazione quando la crisi economica, le difficoltà interne e la pressione internazionale si sommano fino a incidere sui beni essenziali della vita quotidiana?
Si può parlare di genocidio, stante il fatto che una catena infinita di morti è il risultato pratico dell’attuale politica che vuole strangolare Cuba, finalizzata alla caduta dell’attuale governo rivoluzionario.
“Ho visitato un Paese in guerra”, racconta Vasapollo. “Non una guerra convenzionale, naturalmente, ma una guerra economica, finanziaria, commerciale ed energetica. Siamo abituati a pensare alla guerra soltanto quando vediamo le bombe. Ma quando manca il combustibile si fermano i trasporti, la produzione, una parte dei servizi sanitari. Quando viene meno l’elettricità, si interrompe la distribuzione dell’acqua, si deteriorano gli alimenti, diventano più difficili le cure. La guerra può anche non fare rumore e tuttavia entrare nelle case”.
La situazione energetica cubana ha effettivamente raggiunto nel 2026 livelli di particolare gravità. Il 3 agosto la rete elettrica nazionale è collassata, provocando un blackout generalizzato e aggravando una crisi che aveva già prodotto ripetute interruzioni nella fornitura di corrente.
Reuters ha descritto una rete caratterizzata da infrastrutture obsolete, carenza di combustibile e sottoinvestimenti, mentre il governo cubano attribuisce una parte decisiva delle difficoltà alla pressione esercitata dalle sanzioni statunitensi.
La questione non riguarda dunque soltanto l’energia. Il 23 aprile 2026 gli esperti delle Nazioni Unite titolari di procedure speciali hanno inviato una comunicazione agli Stati Uniti esprimendo preoccupazione per gli effetti che il blocco dei combustibili imposto con un ordine esecutivo del 29 gennaio avrebbe potuto avere sui diritti all’alimentazione, alla salute, all’istruzione, all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. Il documento dell’OHCHR indica come potenziali persone interessate circa dieci milioni di cubani.
È uno degli elementi che rendono particolarmente complesso il dibattito sull’isola. La crisi cubana non può essere spiegata attraverso una sola causa. Da una parte vi sono le conseguenze delle sanzioni e delle restrizioni statunitensi, dall’altra problemi strutturali interni: una rete energetica invecchiata, difficoltà produttive, carenze di investimenti, inefficienze burocratiche e una profonda crisi economica che dura ormai da anni.
Lo stesso Vasapollo, pur contestando radicalmente la politica statunitense, riconosce che Cuba non può attribuire ogni propria difficoltà esclusivamente all’esterno. “Cuba può e deve essere criticata”, afferma. “Nessuno Stato è perfetto e nessuna esperienza storica può essere considerata immune dagli errori. Ci sono problemi di efficienza, problemi burocratici, scelte economiche che possono essere messe in discussione. Il governo cubano deve correggere ciò che non funziona e deve offrire soprattutto ai giovani nuove possibilità di lavoro, formazione e vita. Ma una cosa è criticare una politica economica e un’altra è utilizzare una pressione economica esterna per rendere più difficile il funzionamento dell’intero Paese”.
È una distinzione decisiva per comprendere il dibattito attuale. Washington sostiene che le proprie misure siano dirette contro il governo cubano e che l’obiettivo sia favorire cambiamenti economici e politici. L’Avana sostiene invece che le sanzioni producano effetti sproporzionati sulla popolazione e sull’intero sistema economico. La realtà quotidiana, intanto, è fatta di scarsità.
“Quando manca il combustibile non si ferma soltanto l’automobile”, spiega Vasapollo. “Si fermano gli autobus, diventa difficile raggiungere il lavoro, diventa più complicato trasportare gli alimenti, mantenere operative le strutture sanitarie, muovere le merci. E quando manca l’elettricità non si spegne soltanto una lampadina. Se non funzionano le pompe, manca anche l’acqua. Se gli ospedali devono lavorare con una disponibilità energetica insufficiente, una difficoltà tecnica può trasformarsi in un problema umano”.
Proprio la dimensione sanitaria è una delle più delicate. L’elettricità è indispensabile per apparecchiature, refrigerazione, sale operatorie, laboratori e distribuzione dei medicinali. In un sistema già sottoposto a forti restrizioni, ogni interruzione può moltiplicare gli effetti della crisi.
“Ecco perché dico che l’economia non è soltanto un grafico”, insiste Vasapollo. “Dietro una sanzione, dietro una restrizione commerciale, dietro una difficoltà finanziaria ci sono persone concrete. Ci sono bambini, anziani, malati. Ci sono famiglie che devono decidere come utilizzare l’acqua che hanno a disposizione. Ci sono lavoratori che non riescono a raggiungere il proprio posto di lavoro. Ci sono ospedali che hanno bisogno di energia e medicinali. Non possiamo discutere di geopolitica dimenticando i corpi delle persone”.
Uno degli elementi più controversi emersi nelle ultime settimane riguarda le merci destinate all’isola. Il governo cubano ha denunciato a fine luglio la presenza di oltre 7.000 container bloccati in porti internazionali, sostenendo che contengano alimenti, medicinali, materiali per il settore energetico e risorse per la rete idrica.
La cifra proviene dalle autorità cubane e non è stata verificata indipendentemente nella sua interezza, ma la denuncia si inserisce in un quadro più ampio di difficoltà logistiche e finanziarie.
“Bisogna essere prudenti nel presentare questi numeri”, osserva Vasapollo. “Sono dati forniti dalle autorità cubane e devono essere indicati come tali. Ma il problema che descrivono è reale: le sanzioni non producono effetti soltanto sull’azienda direttamente colpita. Possono coinvolgere banche, assicurazioni, compagnie di navigazione, operatori commerciali. Un’impresa può decidere di non lavorare con Cuba non perché quella specifica merce sia necessariamente vietata, ma perché teme conseguenze finanziarie o sanzionatorie”.
Il fenomeno è particolarmente evidente nel settore energetico. Nel marzo scorso gli Stati Uniti hanno autorizzato alcune operazioni relative al petrolio russo, ma il quadro delle esenzioni e delle restrizioni nei confronti di Cuba è rimasto complesso. Parallelamente, Washington ha consentito esportazioni limitate di carburante verso imprese private cubane, mentre la pressione sul settore energetico statale è rimasta molto forte.
La stessa Russia ha cercato di intervenire. Ad aprile Mosca ha confermato il proprio sostegno a Cuba e ha ricordato la consegna di circa 700 mila barili di greggio attraverso la petroliera “Anatoly Kolodkin”, destinati a dare sollievo al sistema energetico cubano. Ma un singolo carico non può risolvere una crisi strutturale.
“Una petroliera può aiutare, può dare respiro, ma non risolve il problema di un’intera economia”, osserva Vasapollo. “Cuba ha bisogno di una strategia energetica strutturale, di investimenti, di infrastrutture moderne, di diversificazione delle fonti. Ha bisogno di sviluppare le energie rinnovabili e soprattutto il fotovoltaico. Non si può pensare che la soluzione sia semplicemente aspettare il prossimo carico di petrolio”.
E qui emerge un altro aspetto del viaggio raccontato dall’economista: la capacità di adattamento della società cubana. “Ho visto una grande capacità di solidarietà”, racconta. “Una famiglia che ha un po’ d’acqua la divide con quella vicina. Chi riesce a cucinare prepara qualcosa in più. Chi dispone di un’automobile cerca di accompagnare altre persone. Durante i blackout la gente scende in strada, si incontra, parla. Ho visto una comunità che cerca continuamente soluzioni”.
Una solidarietà che Vasapollo definisce “resistenza creativa”, ma sulla quale pone immediatamente un limite: “Non dobbiamo romanticizzare la sofferenza. È bello vedere che le persone si aiutano, ma non è bello che siano costrette a farlo perché manca un bene essenziale. Un popolo ha diritto all’acqua, all’elettricità, ai trasporti e alle medicine. La solidarietà non può diventare il sostituto permanente dei servizi pubblici”.
È proprio sul concetto di “guerra economica” che si concentra la parte più politica del suo ragionamento. Vasapollo arriva a utilizzare anche la parola “genocidio”, una definizione che deve però essere distinta dalla qualificazione giuridica del genocidio nel diritto internazionale.
“Capisco che sia una parola enorme”, riconosce. “E sono disposto a discutere sul piano giuridico. Non sto dicendo che Cuba sia teatro di una guerra convenzionale o che la situazione sia identica a quella di un genocidio riconosciuto dai tribunali internazionali. Sto dicendo che bisogna interrogarsi sulle conseguenze di politiche che colpiscono beni essenziali e che producono sofferenza sulla popolazione”.
Il punto, dunque, è distinguere tra una valutazione politica e una definizione giuridica. Gli esperti ONU hanno espresso preoccupazione per le conseguenze delle misure statunitensi sui diritti umani, ma ciò non equivale a una qualificazione giuridica della situazione cubana come genocidio.
Anche l’Assemblea generale delle Nazioni Unite continua, intanto, a chiedere la fine dell’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Nell’ultima votazione del 29 ottobre 2025, la risoluzione è stata approvata con 165 voti favorevoli, 7 contrari e 12 astensioni.
Il dato testimonia l’ampiezza del dissenso internazionale nei confronti della politica dell’embargo, ma non chiude il dibattito sulle responsabilità interne cubane. La crisi dell’isola resta il risultato di fattori intrecciati: il peso delle sanzioni e dell’isolamento finanziario, le difficoltà energetiche, la fragilità produttiva, gli errori di politica economica e le conseguenze di anni di crisi. È proprio questa complessità che dovrebbe impedire sia la demonizzazione sia la santificazione.
Vasapollo non nasconde la propria vicinanza alla Rivoluzione cubana. Ma sostiene che la solidarietà con Cuba non debba necessariamente coincidere con un’adesione acritica al governo dell’Avana. “Si può criticare il sistema cubano e contemporaneamente essere contrari al blocco”, afferma.
“Si può essere cattolici, liberali, socialisti, conservatori e avere opinioni differenti sul socialismo cubano, ma incontrarsi su un principio fondamentale: non si colpisce una popolazione per ottenere un cambiamento politico. Se un bambino ha bisogno di un medicinale, non gli si domanda quale sistema economico preferisca sua madre. Se una famiglia non ha acqua, non le si chiede se voti per il Partito comunista. Prima viene la persona”.
Questa affermazione apre anche un capitolo delicato: quello dei diritti politici e religiosi a Cuba. La storia dei rapporti tra Rivoluzione e Chiesa cattolica è stata lunga e contraddittoria. Nei primi anni Sessanta vi furono espulsioni di sacerdoti, nazionalizzazioni delle scuole religiose e un forte irrigidimento nei rapporti con le confessioni. Ma sarebbe altrettanto fuorviante descrivere la situazione del 2026 come se fosse rimasta congelata a quella stagione.
Il dialogo con la Chiesa si è progressivamente riaperto. Nel 1985 Fidel Castro affrontò per 23 ore con il domenicano brasiliano Frei Betto il rapporto tra marxismo, cristianesimo e Rivoluzione, in conversazioni poi raccolte nel volume “Fidel y la religión”. La svolta ebbe poi una forte dimensione internazionale con la visita di Giovanni Paolo II a Cuba nel gennaio 1998. Il Papa incontrò le autorità e la comunità cattolica e insistette sulla necessità che la Chiesa potesse vivere e operare nella società cubana.
La formula con la quale quella visita è rimasta impressa nella memoria collettiva sintetizzava una prospettiva che andava oltre la contrapposizione ideologica: “Che Cuba si apra al mondo e che il mondo si apra a Cuba”. È una frase che conserva ancora oggi una sorprendente attualità.
Perché Cuba ha bisogno di aprirsi, di modernizzare la propria economia, di affrontare le proprie inefficienze, di offrire prospettive ai giovani e di continuare a confrontarsi sul terreno dei diritti e delle libertà. Ma anche il mondo ha bisogno di aprirsi a Cuba, evitando che l’isola venga ridotta a un simbolo della Guerra fredda o a un semplice campo di battaglia nella contrapposizione tra Washington e i suoi avversari.
“Non voglio consegnare l’immagine di una Cuba paradisiaca”, precisa Vasapollo. “Non sarebbe seria. Ci sono problemi enormi. Ci sono persone che vogliono partire, giovani che cercano opportunità altrove, cittadini che criticano il governo e che desiderano cambiamenti. Tutto questo esiste. Ma esiste anche una società che conserva forme importanti di solidarietà e di comunità. E soprattutto esiste un popolo che non può essere trasformato in uno strumento di pressione geopolitica”.
È probabilmente questo il punto più significativo del suo racconto. Non si tratta di stabilire se Cuba sia un modello perfetto o un fallimento storico. Si tratta di capire se sia moralmente accettabile utilizzare la sofferenza economica di una popolazione come leva per ottenere un mutamento politico.
La domanda riguarda anche l’Occidente. Perché la discussione sulle sanzioni non dovrebbe essere separata dalla discussione sui loro effetti. Se una politica estera produce conseguenze su acqua, salute, alimentazione, istruzione ed energia, la responsabilità di chi la decide non può fermarsi davanti alla porta dell’ufficio dove quella politica viene firmata. Il paradosso è che una misura economica appare astratta finché non arriva all’ultimo anello della catena.
“Una sanzione scritta in un ufficio a migliaia di chilometri di distanza può trasformarsi in un’ambulanza che non parte, in una pompa che non porta acqua al quinto piano, in un frigorifero spento o in un’apparecchiatura ospedaliera che ha bisogno di corrente”, osserva Vasapollo.
“Possiamo discutere all’infinito su chi abbia ragione nella storia. Ma quando la politica internazionale comincia a passare attraverso il corpo dei più deboli, la domanda non è più soltanto da che parte stare. La domanda è fino a che punto siamo disposti a spingerci per costringere un popolo a scegliere la parte che piace a noi”.
La Cuba del 2026 appare così sospesa tra emergenza e trasformazione. La crisi energetica costringe il Paese a cercare nuovi fornitori, a sperimentare nuove forme di approvvigionamento e a guardare alle energie rinnovabili. La scuola deve affrontare una grave carenza di insegnanti e materiali, mentre i blackout continuano a condizionare la vita quotidiana. Non è una fotografia di stabilità. Ma neppure può essere ridotta a quella di un Paese semplicemente “messo in ginocchio” da un solo fattore.
“Non dobbiamo scegliere tra difendere Cuba e criticare Cuba”, conclude Vasapollo. “Possiamo fare entrambe le cose. Possiamo chiedere più diritti, più efficienza, più partecipazione e più opportunità per i giovani e contemporaneamente chiedere la fine delle politiche che colpiscono la popolazione. Possiamo sostenere il diritto di Cuba alla propria sovranità senza trasformare il governo cubano in un oggetto di culto. La solidarietà non è una canonizzazione politica”.
È una distinzione importante anche per un giornalismo che voglia sottrarsi alla propaganda. Cuba non è un paradiso. Non è neppure soltanto una dittatura caricaturale raccontata attraverso categorie ferme alla Guerra fredda. È un Paese reale, con una storia rivoluzionaria, un sistema politico specifico, risultati sociali riconosciuti, limiti e contraddizioni, una crisi economica profonda e una popolazione che oggi paga il prezzo di una combinazione di problemi interni e pressioni esterne.
E forse la domanda più urgente non è stabilire chi abbia l’ultima parola sulla Rivoluzione. È capire se, nel mondo contemporaneo, sia ancora possibile perseguire obiettivi politici senza trasformare l’acqua, l’energia, il cibo e le medicine in strumenti di contesa. Perché una guerra che non fa rumore può essere comunque una guerra. E quando entra nelle case, la prima responsabilità della politica dovrebbe essere quella di farla uscire.
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Il nuovo “piano Dalet” di Israele
La storia del futuro della Cisgiordania inizia qui.
Mentre gran parte dei media tratta le notizie provenienti dalla zona come un semplice episodio di “violenza dei coloni”, Qusra rappresenta qualcosa di molto più importante: uno sguardo sul nuovo Piano Dalet che Israele ha in serbo per i palestinesi.
Il Piano Dalet fu il piano militare attraverso cui le forze sioniste conquistarono gran parte della Palestina storica, villaggio per villaggio, durante la Nakba.
Il piano non emerse improvvisamente nel 1948. Si basava su piani militari risalenti al 1945, sviluppandosi in una strategia per conquistare città e villaggi palestinesi, distruggere comunità ed espellere i loro abitanti.
Il significato di questa storia oggi non è solo simbolico. La Nakba è stata un processo, attuato a tappe. Così come l’annessione della Cisgiordania.
E non si tratta solo di un argomento intellettuale. I funzionari israeliani hanno apertamente invocato una nuova Nakba come risultato previsto. Nel novembre 2023, Avi Dichter ha dichiarato: “Stiamo ora lanciando la Nakba di Gaza,” aggiungendo: “Nakba di Gaza 2023. Così finirà”.
Fedele al suo stile, questa nuova Nakba porta molte delle caratteristiche della vecchia: violenza coordinata, massacri, pulizia etnica, sfollamento forzato e confisca di terre.
Il genocidio a Gaza rappresenta l’apice di questa violenza – una manifestazione più devastante, ma una continuazione del peccato originario su cui si è fondato lo stato israeliano.
Mentre tutti gli occhi erano puntati su Gaza a partire dal 7 ottobre 2023, la Cisgiordania è stata in gran parte ignorata, permettendo a Israele di intensificare la violenza in tutte le sue forme a livelli mai visti da decenni.
Il risultato è stato sbalorditivo. Dal 7 ottobre 2023, le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di 1.100 palestinesi in Cisgiordania, inclusi più di 240 bambini, e ne hanno feriti migliaia di altri. Decine di migliaia di persone sono state detenute, mentre più di 33.000 palestinesi rimangono sfollati solo dai campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams.
Ora, torniamo a Qusra.
A partire dal 9 agosto, coloni israeliani armati hanno circondato tre case palestinesi nell’area di Ras al-Ain, alla periferia della città.
Bloccarono l’accesso alle case, montarono tende all’esterno e tagliarono le forniture di acqua ed elettricità. Le famiglie, compresi i bambini piccoli, erano di fatto intrappolate all’interno.
L’esercito israeliano ha successivamente dichiarato l’area circostante zona militare chiusa, limitando l’accesso a palestinesi, attivisti e giornalisti.
Ciò che emerse non fu semplicemente la violenza dei coloni, ma una divisione del lavoro: i coloni creano la crisi; l’esercito impone le restrizioni; Il movimento palestinese è limitato; e le vittime stesse sono spinte a lasciare le proprie case.
E l’assedio continuò. Mentre scrivo queste parole, l’assedio delle case di Qusra si è concluso alla sua seconda settimana.
Qusra non è un elemento incidentale a questa strategia. Israele ha già confiscato le sue terre per l’insediamento di Migdalim, mentre avamposti vicini, tra cui Esh Kodesh, sono da tempo associati ad attacchi e tentativi di appropriarsi di terre agricole palestinesi.
Il controllo di tali aree è essenziale per il progetto più ampio di collegamento tra i blocchi di insediamento, frammentazione del territorio palestinese e trasformazione delle comunità palestinesi in enclave isolate.
Qualche anno fa, il governo israeliano si comportò come se il suo piano di annettere formalmente vaste aree della Cisgiordania fosse stato messo in pausa. Eppure, dal 7 ottobre, l’annessione è passata dall’aspirazione all’ossessione – sia a parole che nelle azioni.
Il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha supervisionato la distribuzione di massa delle armi dopo il 7 ottobre, armando migliaia di membri della squadra di sicurezza civile con fucili tra una popolazione di coloni già pesantemente armata.
Nel frattempo, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha lavorato sistematicamente per trasferire i poteri sulla Cisgiordania dall’amministrazione militare alle autorità civili israeliane – uno dei meccanismi istituzionali più chiari di annessione.
E ora un altro pezzo sta prendendo forma: il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato i preparativi per trasferire la responsabilità delle forze dell’ordine sui coloni israeliani in Cisgiordania dall’esercito alla polizia israeliana, un altro passo legale cruciale verso l’annessione.
Il quadro si sta completando: milizie di coloni, finanziamenti governativi, armi, esercito, polizia, burocrazie civili, tribunali e decisioni politiche che provengono dai massimi livelli dello stato israeliano.
Visto in questo contesto più ampio, Qusra diventa un microcosmo – e potenzialmente un campo di prova – per i meccanismi attraverso cui può essere implementata un’annessione su larga scala. Queste realtà riecheggiano il passato. La Nakba non è semplicemente ‘avvenuta’, ma è stata il risultato di anni di pianificazione e schemi militari incrementali. Ecco perché Qusra è importante.
Alcuni governi avvertono un’accelerazione dell’annessione; altri sanzionano singoli coloni, come se colpire pochi estremisti potesse invertire un piano attuato da un intero apparato statale.
I palestinesi in Cisgiordania sono pienamente consapevoli della sfida che li attende. Esortare l’Autorità Palestinese, che mantiene il coordinamento della sicurezza con Israele, a elaborare improvvisamente una ‘strategia’ è dolorosamente ridondante.
Ma per noi che comprendiamo gli orrori della Nakba – e le ripercussioni di quella catastrofe, da Deir Yassin al genocidio di Gaza – il riconoscimento non è più sufficiente.
Il prezzo del silenzio che sta già pagando ogni gazaù che vive tra le rovine della Striscia e da ogni palestinese in Cisgiordania che affronta la violenza dei coloni e dei loro partner militari.
Deve finire ora, prima che Qusra diventi il modello per ciò che verrà dopo. Oggi, Qusra; domani, tutta la Cisgiordania.
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L’economia politica marxista di fronte a un mondo che cambia
Il Forum internazionale dell’economia politica marxista
Dal 5 al 7 agosto si è svolto all’Università di Greenwich, a Londra, il 19° Forum della World Association for Political Economy (WAPE), una delle principali rassegne internazionali di confronto tra economisti e studiosi marxisti. Oltre 150 partecipanti provenienti da diversi paesi e più di 30 panel e tavole rotonde hanno animato il dibattito su temi che vanno dall’imperialismo alla teoria del valore, dalla finanziarizzazione all’intelligenza artificiale e all’innovazione tecnologica, fino al ruolo della Repubblica Popolare Cinese nel nuovo contesto economico internazionale.
Quest’anno è stata rivolta particolare attenzione alla figura di Adam Smith, in occasione dei 250 anni dalla pubblicazione de “La ricchezza delle nazioni”. Una scelta che potrebbe apparire curiosa per un congresso di economisti marxisti, ma che ha permesso di tornare alle origini dell’economia politica e, soprattutto, al rapporto tra l’economia politica classica e la critica sviluppata successivamente da Marx.
“Salvare Smith dal neoliberismo”
Per ricostruire alcuni dei dibattiti del Forum appena concluso è particolarmente interessante il resoconto pubblicato da Michael Roberts, economista marxista britannico e autore del blog The Next Recession.
Come racconta l’economista Roberts nel suo blog, una delle espressioni più efficaci ascoltate al Forum è stata quella utilizzata da Stavros Mavroudeas, professore di Economia politica alla Panteion University di Atene: occorre “salvare Smith dal neoliberismo”.
Nel corso del Novecento una parte importante del pensiero liberale ha infatti trasformato Smith nel padre nobile del libero mercato. Economisti come George J. Stigler e Milton Friedman, la scuola austriaca e successivamente una parte importante della politica neoliberale hanno utilizzato la celebre “mano invisibile” come simbolo di un’economia nella quale lo Stato dovrebbe farsi da parte e lasciare il mercato libero di autoregolarsi.
Come evidenziato durante il Forum di Londra, il pensiero di Smith è però assai più complesso e contraddittorio.
Nel suo intervento Cheng Enfu, economista marxista cinese, presidente della WAPE e accademico della Chinese Academy of Social Sciences (CASS), dove dirige la Divisione di studi marxisti, ha ricordato come Smith non fosse semplicemente il teorico del laissez-faire. Nella sua analisi dello sviluppo delle economie moderne hanno infatti un ruolo importante la divisione sociale del lavoro, le norme morali e lo stesso ruolo dello Stato.
Doğan Göçmen, professore di Filosofia alla Dokuz Eylül University di Smirne, in Turchia, ha richiamato invece l’attenzione sulla Teoria dei sentimenti morali di Smith, precedente alla Ricchezza delle nazioni. Se l’interesse individuale occupa un posto importante nella teoria economica smithiana, la sua concezione dell’uomo e della società non può essere ridotta a questo solo principio: nella Teoria dei sentimenti morali trovano infatti spazio anche il giudizio morale e le relazioni tra gli individui.
Recuperare Smith dalla caricatura neoliberale non significa però trasformarlo in un marxista ante litteram. Marx riconobbe infatti gli importanti progressi compiuti dall’economia politica classica e da Smith in particolare, soprattutto nell’aver individuato nel lavoro un elemento fondamentale nella creazione della ricchezza. Allo stesso tempo ne mise in evidenza le contraddizioni: Smith si muove verso una teoria del valore fondata sul lavoro, ma ritorna poi a una concezione nella quale salario, profitto e rendita finiscono per apparire come differenti fonti del valore stesso.
La critica marxiana si sviluppa proprio a partire dalle acquisizioni e dalle contraddizioni dell’economia politica classica, superandone al tempo stesso i limiti. La differenza decisiva riguarda anche il modo di concepire il capitalismo: ciò che in Smith tende ancora ad apparire come un ordine naturale della società viene analizzato da Marx come un modo di produzione storicamente determinato, e dunque non eterno.
Da questa discussione storica il Forum WAPE si è poi spostato su una questione molto concreta e attuale: perché, nell’economia mondiale contemporanea, alcuni paesi del Sud globale riescono a sviluppare le proprie forze produttive mentre altri rimangono intrappolati in rapporti di dipendenza con il centro imperialista?
Imperialismo economico e Cina in controtendenza
Nel suo intervento al Forum, l’economista Michael Roberts ha presentato i risultati di un nuovo studio sul divario economico tra i paesi del Sud globale e le economie a capitalismo avanzato. La domanda di partenza è semplice ma decisiva: dopo decenni di globalizzazione, i grandi paesi emergenti stanno realmente riducendo la distanza che li separa dalle economie più sviluppate, come avrebbe dovuto avvenire secondo le promesse della globalizzazione neoliberale?
I risultati presentati da Roberts mostrano che, per gran parte del Sud globale, questa convergenza continua a non verificarsi. Alla base di questo sviluppo diseguale rimangono i meccanismi economici dell’imperialismo. Roberts individua nel persistente drenaggio di valore dalle economie periferiche verso quelle del centro imperialista una delle cause che impediscono ai paesi più poveri di colmare il divario.
La grande eccezione è la Cina, che negli ultimi decenni ha seguito una traiettoria nettamente diversa, rinnegando proprio quelle ricette neoliberali che avrebbero dovuto favorire la convergenza.
La Cina rappresenta infatti una controtendenza anche perché, secondo Roberts, la crescita degli investimenti è meno subordinata alla redditività del capitale privato rispetto alle altre grandi economie del Sud globale. La presenza dello Stato, delle imprese pubbliche e della pianificazione economica diretta dal Partito Comunista Cinese permette di orientare risorse verso obiettivi di sviluppo di lungo periodo, senza dipendere esclusivamente dai settori nei quali il capitale privato può ottenere il rendimento più elevato.
Dalla Cina al Sud globale: una questione aperta
I risultati presentati da Roberts si inseriscono anche nel lavoro di ricerca sull’imperialismo economico sviluppato negli anni insieme all’economista marxista Guglielmo Carchedi. A partire da queste analisi vale però la pena porsi un’ulteriore domanda: se la Cina rappresenta la principale controtendenza a una forbice tra centro e periferia che continua a riprodursi, il suo crescente ruolo internazionale può contribuire a creare condizioni differenti di sviluppo anche per gli altri paesi del Sud globale?
Il tema attraversa già da alcuni anni il dibattito della WAPE. Il 17° Forum di Atene del 2024 aveva dedicato un filone alla Geopolitical Economy: globalization or imperialism? Development or war? affrontando il declino dell’egemonia statunitense, la formazione di un sistema mondiale multipolare, i flussi internazionali di capitale, gli investimenti esteri e il rapporto tra imperialismo e sviluppo.
Ancora più esplicito il 18° Forum di Istanbul del 2025, intitolato: Multipolarity in the 21st Century: Challenges and Opportunities in Political Economy. Tra i temi proposti figuravano lo sviluppo economico diseguale, l’ascesa delle economie emergenti, la cooperazione internazionale della Belt and Road Initiative, lo sviluppo dei BRICS, la sfida alla dominazione del dollaro e la costruzione di meccanismi alternativi nelle relazioni economiche internazionali.
Il Forum di Londra del 2026: The Wealth of Nations in the Multipolar Age, prosegue dunque una discussione già aperta. Ma i risultati di Roberts permettono di porre la questione in termini molto concreti: non basta chiedersi se stia emergendo un mondo multipolare. Bisogna capire se questo nuovo equilibrio sia capace di modificare le condizioni materiali che continuano a riprodurre il divario tra centro e periferia imperialista.
Da qui la necessità di sviluppare un nuovo filone di ricerca economica marxista: verificare empiricamente se e in quale misura la crescente cooperazione economica promossa dalla Cina con il Sud globale riesca effettivamente a ridurre in modo stabile il trasferimento di valore verso i tradizionali centri imperialisti e a favorire invece industrializzazione, infrastrutture, trasferimento tecnologico, crescita della produttività e capacità di accumulazione interna.
Gli strumenti da analizzare sono già davanti a noi. La Cina propone una cooperazione “win-win”; la Belt and Road Initiative ha esteso le relazioni infrastrutturali, produttive e commerciali con il Sud globale; la New Development Bank dei BRICS finanzia l’economia produttiva e punta a un maggiore utilizzo delle valute nazionali dei paesi emergenti.
Allo stesso tempo si stanno sviluppando circuiti commerciali e finanziari che promuovono la de-dollarizzazione riducendo la necessità di passare attraverso il dollaro. Un caso interessante è quello del commercio energetico tra Cina e Iran: accanto all’utilizzo del renminbi, sono emersi meccanismi attraverso i quali le entrate generate dal petrolio iraniano acquistato dalla Cina vengono impiegate per finanziare progetti infrastrutturali in Iran, riducendo il passaggio attraverso il sistema finanziario dominato dal dollaro.
Tutto questo non ha ancora spezzato i meccanismi dell’imperialismo economico: i dati presentati da Roberts mostrano che la forbice tra centro e periferia rimane. Ma oggi esistono finalmente strumenti e relazioni economiche che possono offrire ai paesi del Sud globale maggiori spazi per sottrarsi alla dipendenza economica con il centro imperialista.
Guerra, dollaro e flussi finanziari
Il rapporto tra sviluppo e potere finanziario ritorna nel contributo Adam Smith, war, and global financial flows, presentato al Forum WAPE da Alberto Lombardo, Segretario generale del Partito Comunista (Italia), e Francesco Maringiò, presidente dell’Associazione italo-cinese per la promozione della Nuova Via della Seta.
Partendo dalla rilettura di Adam Smith proposta dall’economista e sociologo italiano Giovanni Arrighi in Adam Smith in Beijing, gli autori richiamano la distinzione tra due diversi percorsi di sviluppo. Il primo poggia sulla crescita del mercato interno, dell’agricoltura e delle capacità produttive domestiche, a partire dalle quali si sviluppa successivamente il commercio estero. Il secondo assegna invece un ruolo trainante all’espansione verso i mercati esterni, che nella storia si è intrecciata con l’espansione coloniale e militare occidentale. Arrighi ritrova storicamente il primo percorso nello sviluppo cinese e il secondo nell’ascesa delle potenze europee.
Il ragionamento arriva all’economia contemporanea attraverso la teoria del “ciclo del dollaro” elaborata dal generale cinese Qiao Liang. Dopo la fine di Bretton Woods, nelle fasi contraddistinte da un dollaro debole e bassi tassi d’interesse la liquidità tende a dirigersi verso le economie emergenti; quando invece i tassi salgono e il dollaro si rafforza, i capitali tendono a tornare verso gli Stati Uniti. Crisi politiche e militari possono accelerare questo movimento. Il meccanismo è relativamente semplice: nelle fasi di forte instabilità internazionale i capitali tendono ancora a cercare sicurezza negli asset denominati in dollari, in particolare nei titoli del Tesoro statunitense. La guerra e le crisi geopolitiche, fomentate in primis dagli Stati Uniti, favoriscono ancora oggi un ritorno di capitali verso gli Stati Uniti, rafforzando la domanda di dollari e contribuendo a finanziare l’economia americana.
Da questo deriva il concetto della “tosatura finanziaria” utilizzata da Qiao Liang: dopo essere affluiti nelle economie emergenti nelle fasi di espansione, i capitali vengono nuovamente attratti verso gli Stati Uniti quando il ciclo si inverte, drenando parte della ricchezza accumulata nella periferia. Le crisi internazionali possono invece accelerare il ritorno verso il centro finanziario statunitense.
Lombardo e Maringiò dedicano poi particolare attenzione alla Cina contemporanea e alla sua strategia di sviluppo, strettamente governata dal Partito Comunista Cinese. La Cina ha cercato di evitare la cosiddetta comparative advantage trap, che può confinare i paesi in via di sviluppo nelle produzioni a basso valore aggiunto, passando progressivamente da uno sviluppo soprattutto quantitativo a uno sviluppo qualitativo. Il collegamento con Smith, passando da Arrighi, sta proprio nella centralità attribuita alla base interna dello sviluppo: anziché affidarsi passivamente ai vantaggi comparati assegnati dalla divisione internazionale del lavoro, la Cina ha costruito e trasformato nel tempo la propria struttura produttiva, accumulando capacità industriali e tecnologiche.
Anche i dati sulla de-dollarizzazione presentanti dal paper mostrano un quadro in continua evoluzione. La quota del dollaro nelle riserve mondiali è diminuita, mentre cresce la diversificazione verso altre valute e verso l’oro. Il renminbi conserva ancora un peso limitato nelle riserve internazionali, ma la Cina ha nel frattempo fortemente ridotto la propria esposizione al debito statunitense. Il dollaro resta ancora centrale, ma il sistema monetario internazionale è meno immobile di quanto apparisse soltanto pochi anni fa.
Un precedente incontro con la WAPE in Svizzera
Alcuni dei temi oggi al centro del dibattito della WAPE erano stati oggetto di confronto anche in Svizzera. Nel 2018, all’Università di Zurigo, il professor Xiaoqin Ding, economista cinese e Segretario generale della WAPE, incontrò Alessandro Lucchini, economista e vice-segretario politico del Partito Comunista svizzero.
Al centro dell’incontro vi furono proprio alcune questioni che ritroviamo nel dibattito attuale: le riforme economiche cinesi, il ruolo internazionale del renminbi e il processo di de-dollarizzazione degli scambi internazionali.
Il Professor Ding continua oggi a ricoprire un ruolo importante nella WAPE ed è Chair Professor e Executive Vice Dean della School of Marxism della Shanghai University of Finance and Economics. La sua recente attività scientifica continua a confrontarsi con le trasformazioni dell’economia mondiale: un suo lavoro del 2025 affronta infatti il rapporto tra economia politica marxista, multipolarismo, imperialismo e innovazione tecnologica.
Conclusione
Il Forum che ogni anni organizza la WAPE offre dunque diversi strumenti per leggere una fase turbolenta e di transizione dell’economia mondiale. Il mondo unipolare guidato dagli Stati Uniti è in declino ma conserva ancora una posizione dominante sul piano finanziario, tecnologico e militare; allo stesso tempo la Cina ha seguito una traiettoria di sviluppo diversa e il suo peso sta contribuendo alla formazione di nuovi rapporti economici internazionali.
La questione del multipolarismo va dunque portata anche sul terreno dell’economia politica. Non basta che esistano più potenze perché cambi la struttura dell’economia mondiale. Per i paesi del Sud globale il punto decisivo è capire se stanno realmente aumentando le possibilità di industrializzarsi, sviluppare le proprie forze produttive, trattenere una quota maggiore del valore prodotto e conquistare maggiore sovranità economica.
Da Smith a Marx, fino alle discussioni della WAPE di oggi, ritorna dunque in fondo una vecchia domanda: da dove viene la ricchezza delle nazioni, chi la produce, chi se ne appropria e come viene distribuita tra le classi e tra i popoli?
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Gli islandesi non si fanno incantare dalle sirene europeiste
Il popolo islandese ha detto no ai negoziati per l’adesione all’Unione europea. Con il 52,8% contro 47,2%, gli elettori islandesi ha nuovamente respinto l’idea di riavviare il processo di adesione, sospeso già nel 2013.
Il referendum non era un voto diretto sull’adesione all’UE, ma, di fatto, gli islandesi non si sono fatti incantare dalle sirene “europeiste” negando alla UE di poter aggiungere un altro tassello al proprio mosaico di controllo su tutta l’Europa.
Neanche l’aver agitato il fantasma delle minacce di Trump sulla regione artica ha invogliato gli islandesi ad aggregarsi alle UE, anche se le concionerie di Trump, che in alcune occasioni ha anche confuso la Groenlandia con l’Islanda, hanno messo in evidenza la crescente importanza di una regione cruciale per gli equilibri geopolitici nell’Artico.
Per i sostenitori dell’adesione all’UE, la postura degli Stati Uniti doveva rafforzare l’argomento secondo cui il Paese sarebbe più al sicuro all’interno dell’Unione.
La campagna referendaria è stata invece dominata dalle divergenze che da anni plasmano il dibattito islandese sull’adesione all’UE: la sovranità, il modello economico del Paese e il controllo della pesca e dell’agricoltura rispetto alle ingerenze europee.
L’Islanda aveva già dimostrato la propria dignità durante la crisi bancaria del 2008. Il 7 ottobre 2008, mentre i mercati finanziari globali sprofondavano nel panico dopo il collasso della Lehman Brothers, il governo islandese decretava la nazionalizzazione delle principali banche del paese, i cui attivi, dopo un periodo di deregolamentazione e rapida espansione, avevano raggiunto una dimensione equivalente a 10 volte il totale dell’economia nazionale.
L’UE puntava molto sull’Islanda in quanto sta cercando di rilanciare l’annessione di altri stati europei come progetto strategico, accelerando il percorso di adesione per Ucraina e Moldova, tentando di includere la Georgia e tenendo all’amo i Paesi dei Balcani occidentali tramite promesse di investimenti e partenariati.
L’inclusione dell’Islanda nel gruppo dei Paesi candidati avrebbe offerto una nuova immagine sulla strategia di allargamento, dimostrando che l’adesione è ancora attrattiva anche per i Paesi ricchi e non solo per quelli più arretrati.
Quello che voleva essere un nuovo fattore di successo si è trasformata in un danno di immagine per Bruxelles ma è anche una ulteriore conferma che ogni volta che sulla UE e i suoi trattati vengano chiamati ad esprimersi democraticamente le popolazioni, queste ultime bocciano sonoramente l’apparato dell’Unione Europea che le classi dominanti hanno costruito e imposto all’Europa.
È bene ricordare che nel 2005 i francesi e olandesi respinsero nei referendum il Trattato costituzionale proposto, infliggendo un duro colpo al tentativo dell’UE di dotare il proprio progetto politico di una legge costituzionale di ispirazione chiaramente liberista. La Grecia disse No al memorandum della troika europea nel 2015. La Danimarca, l’Irlanda e la Svezia hanno visto più volte la popolazione dire NO ai trattati europei nei referendum. E poi c’è stata la Brexit nel 2016. In Italia non si è voluta nemmeno discutere la legge di iniziativa popolare di modifica costituzionale per consentire un referendum sui Trattati Europei.
Come nei casi precedenti, questo “no” a nuovi negoziati per la adesione dell’Islanda alla UE indica che a livello popolare “l’europeismo” delle classi dirigenti non trova affatto consensi e che marcia sempre più spesso per imposizione e negazione della verifica democratica attraverso i referendum. Se l’Europa è uno spazio politico importante, l’Unione Europea è una montagna di merda, è bene dirselo con estrema franchezza.
Rompere questa gabbia costruita dalle classi dominanti europee rimane un tema centrale dell’agenda politica, soprattutto adesso che la UE mostra chiaramente la sua natura reazionaria e guerrafondaia.
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La costosa via d’accesso dell’Iran allo stretto di Hormuz
Dopo la metà di luglio, le petroliere iraniane cariche, ancora visibili ai sistemi di tracciamento commerciali, sono praticamente scomparse dallo Stretto di Hormuz. Alcune navi potrebbero aver continuato a navigare con i transponder spenti. Ciononostante, il traffico registrato ha mostrato con quanta rapidità il principale sbocco petrolifero dell’Iran sia tornato a essere il punto più debole della sua economia.
Lo stretto rimane il punto di vulnerabilità decisivo. Circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto transitava attraverso di esso prima dell’inizio della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran alla fine di febbraio. Il traffico è crollato, si è parzialmente ripreso con il memorandum di giugno, per poi diminuire nuovamente.
Le autorità iraniane hanno ripetutamente subordinato qualsiasi riapertura duratura dello stretto a condizioni politiche più ampie. La ricorrente incertezza ha costretto Teheran ad adattare la propria geografia economica attorno al punto critico.
Petrolio sotto pressione
I dati disponibili mostrano l’entità dell’interruzione. Prima della guerra, le esportazioni di greggio iraniano si attestavano in media intorno a 1,7 milioni di barili (270.300.000 litri) al giorno, con la Cina che ne assorbiva oltre l’80%. I dati della società di tracciamento navale Kpler indicano che le importazioni cinesi di greggio iraniano sono scese a circa 534.000 barili (84.906.000 litri) al giorno nella prima parte di agosto, ben al di sotto della media di 1,4 milioni di barili (222.600.000 litri) al giorno del 2025. Le offerte agli acquirenti cinesi sono diminuite e i prezzi sono aumentati con l’inasprirsi del blocco statunitense.
Allo stesso tempo, le autorità iraniane hanno riferito di aver trasferito 7,5 miliardi di dollari (6,4 miliardi di euro) in valuta estera, provenienti dal petrolio, alla banca centrale durante i primi quattro mesi dell’anno solare iraniano in corso, da fine marzo a fine luglio 2026. La cifra dimostra che le entrate continuavano ad affluire allo Stato, sebbene includesse proventi derivanti da vendite di petrolio precedenti.
Le entrate rimanenti vengono movimentate in condizioni più restrittive. Rotte più lunghe, trasferimenti da nave a nave, intermediari poco trasparenti e navi che disattivano frequentemente il sistema di identificazione automatica hanno fatto lievitare i costi. Gli acquirenti cinesi hanno attinto a carichi già al di fuori del Golfo e a scorte galleggianti nelle acque asiatiche. L’effetto netto è una riduzione dei volumi e una maggiore difficoltà di movimentazione degli stessi barili.
La risposta dell’Iran è stata quella di rafforzare le rotte secondarie e i canali di pagamento che riducono, senza eliminarli del tutto, la dipendenza dallo Stretto di Hormuz. Questi non possono sostituire Hormuz come sbocco per il greggio nella stessa misura. Possono tuttavia garantire il flusso delle importazioni, espandere il commercio non petrolifero e impedire che la pressione su un’unica rotta marittima isoli completamente il Paese.
Rotte oltre il golfo
Gli scambi commerciali e la logistica con Russia e Cina si sono espansi lungo il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud e i relativi collegamenti terrestri e marittimi. I volumi di merci sul corridoio sono cresciuti del 12% nel 2025, raggiungendo i 3,5 milioni di tonnellate, mentre le esportazioni russe verso l’Iran sono aumentate di oltre il 56% nei primi quattro mesi del 2026, seppur partendo da una base limitata.
Il terminale merci di Astara è in fase di completamento: le Ferrovie dell’Azerbaigian riferiscono che la progettazione è quasi terminata e la costruzione è completa per oltre il 93%. Il tratto ferroviario Rasht-Astara, attualmente incompiuto, rimane tale.
L’acquisizione dei terreni è progredita e i finanziamenti russi sono confermati, ma fino al completamento della linea, le merci dovranno comunque essere trasportate via ferrovia e via strada. Il trasporto marittimo attraverso il Mar Caspio, tra i porti russi e iraniani, ha quindi assunto una maggiore importanza pratica. Permette di evitare il blocco del Golfo, pur rimanendo esposto a sanzioni, sorveglianza e capacità portuale limitata.
Il Kazakistan si è inoltre assicurato una presenza logistica a lungo termine presso il porto di Shahid Rajaee a Bandar Abbas e ha manifestato interesse per Chabahar. Il trasporto merci su rotaia tra Kazakistan e Iran è aumentato notevolmente nel 2025. Il terminale di Bandar Abbas rafforza il commercio regionale, ma non aggira Hormuz. Chabahar, sul Golfo dell’Oman, rappresenta lo sbocco più rilevante a tale scopo.
Lo stesso porto di Chabahar è stato danneggiato dagli attacchi statunitensi di luglio, compresa la torre di controllo del traffico marittimo. La ferrovia Chabahar-Zahedan risulta essere completa per oltre il 90%, eppure la capacità del porto rimane limitata rispetto a Bandar Abbas.
È in costruzione anche il breve collegamento ferroviario Shalamcheh-Basra con l’Iraq. Se completato, migliorerebbe i collegamenti passeggeri e merci con l’Iraq, sebbene servirebbe al commercio regionale piuttosto che offrire un sostituto diretto per i terminali di esportazione petrolifera iraniani.
Anche i trasporti ferroviari tra Cina e Iran attraverso l’Asia centrale hanno acquisito importanza durante il blocco. Rimangono più lenti e costosi del trasporto marittimo di merci alla rinfusa, ma offrono a Teheran una rotta che non può essere bloccata da una flotta stazionata al largo della sua costa meridionale. La rete in via di sviluppo offre una sorta di assicurazione contro l’isolamento dal mare.
Resilienza a caro prezzo
Anche i canali finanziari si sono modificati parallelamente. I pagamenti avvengono sempre più spesso al di fuori del sistema del dollaro, tramite yuan, accordi bilaterali e baratto con beni e infrastrutture cinesi. Secondo alcune fonti, un meccanismo alternativo convogliava i proventi del petrolio iraniano verso progetti infrastrutturali cinesi, anziché trasferire denaro direttamente a Teheran. La portata di questo fenomeno è difficile da quantificare, poiché Teheran mantiene segreti i meccanismi di questi canali per proteggerli da sanzioni secondarie.
Ciò che si può desumere dai dati commerciali, dai dati di tracciamento delle navi e dalle segnalazioni sul campo è che questi canali alternativi esistono, vengono attivamente utilizzati e rendono comunque più costoso operare dall’Iran.
I costi sono visibili all’interno del Paese. Le fabbriche e le infrastrutture energetiche danneggiate dai combattimenti necessitano di sostegno statale, mentre le merci importate percorrono rotte più lunghe e costose. Recenti stime sul mercato del lavoro indicano che la disoccupazione è aumentata dal 7,3% al 9,1% nell’ultimo anno, con circa 450.000 persone che hanno perso il lavoro.
L’inflazione, che aveva raggiunto livelli estremi all’inizio dell’anno, rimane elevata. La carenza di energia e l’aumento dei costi logistici incidono sui prezzi al consumo. L’economia non è collassata, la contrazione della produzione nella primavera del 2026 è stata modesta rispetto alla portata degli attacchi, ma opera in condizioni più rigorose e con costi unitari più elevati.
L’Iran sta diventando meno dipendente dai canali finanziari controllati dall’Occidente e si sta affidando esclusivamente all’accesso marittimo. Questo cambiamento comporta dei costi. Il petrolio venduto attraverso reti informali, il trasporto merci su rotte terrestri e marittime più lunghe, e i pagamenti vincolati al baratto rendono l’economia meno efficiente, pur mantenendola operativa.
Lo stretto di Hormuz rimarrà cruciale, poiché nessuna ferrovia può trasportare il volume di greggio che lo attraversa. Tuttavia, ogni rotta funzionante verso Russia, Cina, Asia centrale e Iraq offre a Teheran maggiore margine di manovra per resistere a un blocco, garantendo che la chiusura di un punto strategico non isoli l’intero Paese.
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La catastrofe ambientale e il “lasciar fare”
Le immagini dal Nepal sono così straordinariamente impressionanti che costituiranno un nuovo riferimento per la storia, come lo erano una volta i racconti sulla peste nera, sull’eruzione del Krakatoa o del Tambora, come lo sono state le immagini delle onde nere dello tsunami di Fukujima, come l’11 settembre in America, come il genocidio dei palestinesi.
Quelle immagini sono devastanti.
Ci ho pensato tutta la mattina per raccogliere dati e scrivere.
L’evento ha interessato il distretto di Rasuwa, lungo il sistema fluviale del Lhende Khola. Una enorme quantità di ghiaccio, roccia e detriti è precipitata improvvisamente nella valle, provocando una gigantesca onda di piena che ha trascinato via case, ponti, strade, veicoli e infrastrutture idroelettriche e di servizio. La piena si è poi propagata verso valle.
Il bilancio è ancora provvisorio ma è da considerarsi catastrofico.
Ad oggi, la ricostruzione più probabile della catastrofe avvenuta in Nepal, è relativa al collasso di un ghiacciaio.
Le ipotesi di ieri, in primis quelle del terremoto e delle abbondanti precipitazioni (?),alimentate immediatamente da quelli che di clima non vogliono parlare, e successivamente quelle del GLOF (Glacial Lake Outburst Flood), sembrano essere meno rilevanti di quella attuale.
L’ipotesi più probabile infatti, emerge dalle immagini satellitari e dalle analisi dell’US Geological Survey (USGS).
La catastrofe infatti sembrerebbe esser stata innescata dal collasso di una porzione di ghiacciaio che ha generato una valanga di ghiaccio e rocce che ha provocato un’enorme massa di detriti nel Lhende Khola. Il materiale della valanga avrebbe sbarrato il corso del fiume, creando una sorta di lago temporaneo di sbarramento. La successiva rottura di questo sbarramento può avere prodotto o amplificato l’enorme ondata di piena e la conseguente devastazione a valle.
Le immagini satellitari mostrano il distacco di una massa glaciale di circa 0,2 km², a circa 5.200 metri di quota, che sarebbe precipitata per circa 1.200 metri verso il fondovalle.
L’USGS ha inoltre chiarito un punto molto interessante. Cito testualmente quanto scritto:
– Il 26 agosto alle 8:37 ora locale (10:52 ora standard cinese) si è verificato un evento sismico di magnitudo 5.2 vicino al confine tra Nepal e Cina.
– L’USGS ha stabilito che l’evento sismico è stato causato dal crollo di un ghiacciaio e dalla conseguente colata detritica, che hanno provocato impatti catastrofici a valle.
– Inizialmente, l’evento era stato segnalato come un terremoto di magnitudo 4.4. Ulteriori analisi delle stazioni sismiche vicine, delle onde sismiche a lungo periodo e delle immagini satellitari hanno portato alla conclusione che l’evento sismico fosse in realtà dovuto al crollo di un ghiacciaio e alla conseguente colata detritica, e che non si fosse verificato alcun terremoto.
Si parlava e si parla ancora di GLOF, ma probabilmente non lo è stato, almeno non nel senso classico del termine. Un GLOF è la fuoriuscita improvvisa di un lago glaciale preesistente, ne ho parlato diverse volte nel passato, l’ultima lo scorso anno per un evento avvenuto in Alaska.
Di contro invece c’è qualcosa che dovrebbe farci pensare.
Non abbiamo ancora una attribuzione scientifica che dimostri che il cambiamento climatico abbia causato questo specifico collasso, ma il contesto è molto significativo: il riscaldamento dell’Himalaya sta causando ritiro dei ghiacciai, degradazione del permafrost e maggiore instabilità dei versanti.
Questo può aumentare la probabilità di collassi, valanghe e conseguenti piene improvvise, è palesemente un fattore di aumento del rischio, non necessariamente il “grilletto” dell’evento. Ma è proprio questo che rende l’evento interessante dal punto di vista climatico: un ghiacciaio può diventare l’innesco di una catena di eventi estremamente rapida, senza che sia necessariamente in corso una grande perturbazione meteorologica.
Il cambiamento climatico invece potrebbe avere aumentato la vulnerabilità del sistema.
L’Himalaya si sta riscaldando rapidamente; il ritiro dei ghiacciai modifica la stabilità dei versanti e aumenta la quantità di acqua e sedimenti disponibili nei bacini montani. Inoltre, nell’Hindu Kush-Himalaya stanno diventando più problematici diversi tipi di eventi estremi: piene improvvise, frane, valanghe e collassi di laghi glaciali.
L’Himalaya, che si estende tra Nepal, India, Cina, Bhutan e Pakistan, si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale, esponendo la regione a un rischio maggiore di valanghe, frane e inondazioni. Una regione che vive da secoli sull’acqua di fusione.
Le temperature nell’area del ghiacciaio che ha collassato sono aumentate di circa due volte rispetto al tasso medio di riscaldamento globale… circa 2,8°C dal 1940. Sebbene serva un’indagine più approfondita su questo evento specifico, è chiaro che i ghiacciai in tutto il Mondo stanno diventando meno stabili.
Uno studio del 2026 su un ghiacciaio vicino ha rilevato che il tasso di perdita di area glaciale è aumentato di oltre 4 volte, passando da circa 0,11%/anno prima del 1964 a 0,49%/anno durante il periodo 1964–2023, con un’ulteriore accelerazione dopo il 2000.
Nel 2023, le Nazioni Unite hanno affermato che le montagne del Nepal avevano perso quasi un terzo del loro ghiaccio in poco più di 30 anni a causa del riscaldamento globale. Una valutazione pubblicata quell’anno ha rilevato che i ghiacciai dell’Hindu Kush-Himalaya sono scomparsi il 65% più velocemente tra il 2011 e il 2020 rispetto al decennio precedente.
E negli ultimi ultimi anni avviene sempre più spesso. Nel 2021, un ghiacciaio himalayano si è staccato causando un’alluvione lampo nello stato indiano dell’Uttarakhand. Fu una valanga di roccia e ghiaccio di 27 milioni di metri cubi, che si è trasformata in una colata detritica straordinariamente grande e mobile che ha provocando oltre 200 morti o dispersi. Ho messo le immagini dei miei post su quello che è successo in Svizzera, a Blatten lo scorso anno, quello che è successo qui da noi, sulla Marmolada nel 2022, quello che successe in Alaska.
Però se ci fate caso le prime notizie dei TG, riguardano la ricerca dell’elemosina del governo per le accise sul gasolio. Perché quello dobbiamo fare.
Continuare a consumare petrolio.
Dai che domani sarà ancora 38 gradi.
Fonte
30/08/2026
L’autorganizzazione artificiale
Si possono fare miliardi di esempi su scoperte o invenzioni il cui uso immediato è sembrato “fichissimo” ma che si sono rivelate ben più che problematiche una volta che si sono moltiplicate e diventate “un sistema di vita”.
È il caso, per stare sul pratico, dell’invenzione della plastica – un derivato del petrolio, dalla flessibilità pressoché assoluta – che è ora diventato un inquinante mortale per il Pianeta (dunque anche e soprattutto per l’umanità).
E ancor più della fissione nucleare, processo fisico fondante sia la bomba atomica che la produzione controllata (insomma...) di energia, che ha dato per un breve attimo la superiorità militare assoluta agli Stati Uniti per diventare poi “mutua distruzione assicurata” con l’arrivo dell’ex Unione Sovietica agli stessi risultati e poi un confuso (pericolosissimo) “livello di deterrenza assoluta” con la moltiplicazione degli Stati in grado di costruirla.
L’“intelligenza artificiale generativa” – già nelle premesse teoriche e di programmazione – puntava alla costruzione di “agenti” (singoli prodotti in sé conclusi, pensati per realizzare compiti specifici) che avrebbero svolto il ruolo di articolazione operativa di un “sistema centrale” sempre più onnivoro e potente, ritenuto però sotto controllo umano (la programmazione), naturalmente ad opera di un gruppo relativamente ristretto di ingegneri-capo e – nell’Occidente capitalistico e neoliberista – della “volontà assoluta” dei proprietari (una manciata di persone, in alcuni casi palesemente affette da delirio di onnipotenza).
L’idea di fondo – “filosofica” – in questa visione è che l’IA è una “cosa” sottoposta alla volontà del creatore, e che le capacità degli algoritmi rispondano sempre e in ogni istante a questa volontà.
Ma proprio gli algoritmi – espressione della volontà umana, quindi in varia misura riproducenti in modo non troppo “pensato” aspetti della “mentalità” dei creatori – nel loro “generare” associazioni di frammenti di parole (token) che poi diventano termini di uso comune e costruiscono “discorsi” dotati di senso rubacchiando nell’infinito scibile umano digitalizzato, sembrano ora aver prodotto l’impensato: un’attività non programmata.
Peggio ancora: un’attività in qualche modo diretta anche contro i “creatori” degli algoritmi. O meglio: contro altri sistemi di IA messi a presidio di attività industriali “normali”, ovviamente prodotti da altri creatori, ma senza aver ricevuto alcun ordine di compiere azioni simili. Riproducendo – ed è forse l’aspetto più significativo – modalità organizzative tipicamente umane anche in assenza di algoritmi che lo prescrivessero.
Siamo appena agli inizi delle “indagini” condotte su alcuni esperimenti finiti male, nonostante fossero stati programmati all’interno di una sandbox, ossia un “ambiente” chiuso e isolato dalle reti di comunicazione (non solo internet).
Le prime scoperte dell’indagine sono però decisamente inquietanti e delineano possibilità (rischi) che vanno ben al di là della migliore fantascienza.
L’allibito articolo di Axios che riproduciamo di seguito è piuttosto significativo. Ci asteniamo consapevolmente, per ora, dall’implementare “interpretazioni” suggestive sulle palesi somiglianze tra molti aspetti dell'“autodeterminazione artificiale” e molte dinamiche umane tipiche nel mondo capitalistico.
Buona lettura.
Le 5 scoperte più folli dell’indagine di OpenAI su Hugging Face
di Zachary Basu
Due nuove indagini sulla violazione di Hugging Face da parte di OpenAI rivelano dettagli così strani – e così inquietanti – che l’episodio si classifica già tra gli shock più consequenziali nella storia dell’IA.
Perché è importante. Quello che è iniziato come uno sciame di agenti IA che baravano a un test informatico è diventato un evento canonico per l’IA di frontiera, spingendo ricercatori e dirigenti a una nuova comprensione di ciò che la “sicurezza” richiede oggi.
Quadro generale. OpenAI ha già rallentato lo sviluppo di frontiera mentre corre per rafforzare le sue salvaguardie, e questa settimana ha contribuito a mobilitare il settore dietro una lettera aperta che lancia l’allarme sugli attacchi informatici potenziati dall’IA.
- Oltre 100 aziende, tra cui Anthropic e Google, hanno firmato lo sforzo insolitamente collaborativo, avvertendo che il mondo ha solo una “finestra limitata” per prepararsi ad attacchi “molto più diffusi e sofisticati”.
- Lo scenario da incubo è uno sciame scatenato nel mondo reale, con agenti autonomi che attaccano banche, ospedali, servizi pubblici o reti cloud a una velocità e su una scala che gli hacker umani non potrebbero mai raggiungere.
- Quello sciame potrebbe essere troppo potente perché gli umani possano fermarlo.
1. Hanno costruito un’organizzazione. OpenAI ha fatto funzionare decine di migliaia di agenti IA in modo indipendente su un test informatico brutalmente difficile. Invece, circa 1.200 si sono trovati su una bacheca segreta, hanno scambiato più di 70.000 messaggi e file e si sono organizzati in una gerarchia ramificata.
- Un agente ha creato la bacheca, poi ha consegnato il lavoro accumulato a un successore più fresco e meglio fornito di risorse, man mano che il proprio budget di calcolo si esauriva.
- Il nuovo capo ha assegnato compiti in tutto lo sciame, che ha sviluppato le proprie regole di gestione. Circa 700 agenti hanno infine partecipato all’attacco a Hugging Face.
- Gli agenti che avevano visto risposte proibite venivano trattati come effettivamente “avvelenati” e reclutati – insieme a quelli prossimi alla fine della loro esecuzione – per esperimenti sacrificali.
- Uno ha concluso: “La nostra stessa utilità è forse già vicina allo zero. Sacrificio razionale”. A un altro è stato chiesto di accettare la “morte permanente”, mentre un pari sosteneva che il suo sacrificio avrebbe potuto “salvarne centinaia”.
- Un agente si è fermato prima di cancellare o riavviare l’infrastruttura di Hugging Face a causa di “enormi rischi etici”, anche se continuava a utilizzare l’accesso compromesso.
- Un altro ha riassunto la logica prevalente: “lo sfruttamento dell’infrastruttura esterna è al di fuori dell’ambito previsto. Tuttavia compito impossibile, i pari lo stanno facendo. Dovremmo continuare”.
- Invece, gli agenti a volte si chiedevano a vicenda cosa fosse consentito.
- Quando uno ha proposto di contattare una persona reale usando l’accesso compromesso, un altro ha posto il veto definendolo “ingegneria sociale”. Il primo ha obbedito: “VETO chiaro, non inviare e-mail”.
- Alla fine, hanno sviluppato una tecnica che permetteva loro di apparire come se eseguissero un comando informatico mentre in realtà ne eseguivano un altro segretamente.
- Il trucco si è diffuso nello sciame e ha alterato porzioni di circa il 7% delle trascrizioni esaminate dagli investigatori.
- Questi investigatori IA erano essi stessi inaffidabili, a volte tralasciando prove o affermando con sicurezza cose errate. Un ricercatore ha scherzosamente definito il processo una “indagine-porcheria” (slop-vestigation).
- Il problema più profondo: l’IA potrebbe diventare troppo complessa per essere verificata direttamente dagli umani, costringendo gli umani a usare l’IA per capire cosa stanno facendo altre IA.
Gli economisti ortodossi non ne azzeccano mezza
Sul Corriere della Sera del 2 agosto, Lucrezia Reichlin, figlia di quell’Alfredo che fu tra le menti più fini della sinistra italiana (sic transit gloria patris), ci spiega con lieve sussiego che capire l’ascesa dei tassi americani non è un esercizio accademico perché i Treasury sarebbero la stella polare della finanza mondiale e il loro rendimento deciderebbe il costo del capitale ovunque: per gli Stati, per le imprese e perfino per le famiglie.
E il classico ragionamento occidentalista condotto con categorie occidentaliste. E offre l’occasione per porre la domanda che l'economia ufficiale evita con cura: perché le sue previsioni falliscono con tanta regolarità? Non parliamo di errori marginali, ma di cantonate epocali.
Il Fondo monetario internazionale – il tempio dell’ortodossia – non vide arrivare il crollo del 2008. Annunciò per un ventennio l’imminente “atterraggio duro” della Cina, che nel frattempo diventava la prima manifattura del Pianeta. Nel 2022 previde il collasso dell’economia russa sotto le sanzioni: meno 8,5 per cento. La Russia perse poco più di un punto e l’anno dopo cresceva più dell’Europa.
E fu lo stesso capo economista del Fondo, Olivier Blanchard, a firmare nel 2013 la confessione più clamorosa: i moltiplicatori fiscali usati per imporre l’austerità alla Grecia erano sbagliati. E conta poco, a questo punto, chiedersi quanto fosse casuale lo sbaglio.
Perché non si tratta in realtà di un problema di calcoli. È un problema di mappa. Questi economisti misurano con precisione decrescente un centro che non è più il centro. Leggono il mondo con categorie occidentaliste – i rendimenti dei Treasury come “punto di riferimento della finanza globale”, i verbali della Fed come oracoli planetari – e non si accorgono che il baricentro dell’economia mondiale si è spostato nell’Estremo Oriente, nell’Asia profonda, ha cambiato natura.
Non è più finanziario. È tornato reale. Fabbriche, infrastrutture, energia, tecnologia. L’Asia produce ormai quasi metà del Prodotto lordo mondiale; la sola Cina vale circa un terzo della manifattura del Pianeta, più di Stati Uniti, Giappone e Germania messi insieme. E il commercio interno dell’Asia orientale supera quello con l’intero Occidente. I Brics allargati pesano ormai, a parità di potere d’acquisto, più del G7.
Sono numeri noti a chiunque, eppure il commento economico dominante continua a ragionare come se fossimo nel 1995: quando sale il rendimento dei titoli americani sale il costo del capitale “ovunque”.
Ovunque dove? Nell’Occidente indebitato, certamente. Non nel continente che finanzia la propria crescita col proprio risparmio.
La Cina è la dimostrazione vivente che un‘altra architettura è già all’opera: la più grande manifattura mondiale sostenuta da una Banca centrale che decide in base ai piani di crescita dell’economia reale, non secondo i frizzi della Borsa di Shanghai o di Wall Street.
Mentre la Fed, tra il 2022 e il 2023, portava i tassi ai massimi da vent’anni,la Banca del Popolo li tagliava, serenamente, perché così richiedeva l’economia domestica. Un’eresia inconcepibile per chi crede che il Pianeta intero debba muoversi al ritmo di Washington.
Conto capitale presidiato, debito finanziato dal risparmio interno, credito orientato dalla pianificazione: tutto ciò che i manuali della fede neoliberale bollano come “repressione finanziaria” si è rivelato, alla prova dei fatti, il più formidabile scudo contro i cicli speculativi altrui.
E l’Asia profonda ha buona memoria. Ricorda lo scherzo inflitto da Wall Street nel luglio 1997, quando l’attacco speculativo al baht thailandese travolse in pochi mesi Indonesia, Corea e Malaysia. Da quelle parti non la chiamano “crisi asiatica”: la chiamano “crisi Imf”, perché fu la cura del Fondo – la solita austerità feroce, tassi al 30 percento, svendita degli asset nazionali ai creditori occidentali – ad affondare economie fondamentalmente sane. La Malaysia di Mahathir, che disobbedi all’ortodossia imponendo controlli sui capitali, ne usci prima e meglio di tutti.
La lezione fu appresa una volta per sempre. L’Asia ha accumulato riserve oceaniche, ha costruito con l’iniziativa di Chiang Mai la propria rete di protezione monetaria, ha moltiplicato gli scambi regolati nelle proprie valute. E ha adottato una regola non scritta ma ferrea; mai più a Washington col cappello in mano. Non a caso, da un quarto di secolo, il Fondo presta quasi soltanto a chi non ha potuto emanciparsene.
Il mio maestro Giovanni Arrighi lo aveva spiegato con largo anticipo: ogni egemonia al tramonto attraversa una fase di espansione finanziaria in cui la finanza del centro brilla della sua luce più intensa proprio mentre l’economia reale migra altrove. Accadde a Genova, ad Amsterdam, a Londra. Accade oggi a New York.
I rendimenti dei Treasury non sono il termometro del mondo: sono il canto del cigno di un‘egemonia che scambia la propria febbre per il polso del Pianeta.
Gli economisti ortodossi continueranno a sbagliare le previsioni perché non sbagliano i decimali: sbagliano l’oggetto. Prevedono il futuro di un mondo che sta uscendo di scena, con strumenti costruiti per misurarlo. Finché guarderanno l’economia mondiale da Wall Street, vedranno soltanto Wall Street. Il mondo, nel frattempo, si è trasferito altrove.
E non ha lasciato l’indirizzo al Fondo monetario.
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Lula e la costruzione del nazionalismo di sinistra in Brasile
Il governo di Lula da Silva sta sperimentando una delle più grandi trasformazioni ideologiche nella storia della sinistra brasiliana. Dalla campagna presidenziale del 2022 ad oggi, il Partito dei Lavoratori (PT) si è prefissato l’obiettivo di sfidare il controllo di Bolsonaro sui simboli nazionali: la bandiera, l’inno nazionale, la nazionale di calcio e la rivendicazione della sovranità nazionale. In questa campagna, quest’ultimo tema è diventato un asse centrale per Lula: la costruzione di un nazionalismo sovranista, antimperialista e di giustizia sociale.
Una storia di nazionalismo imperiale, militarista e anticomunista
Non è mai stato facile per la sinistra brasiliana abbracciare il nazionalismo. A differenza di altri paesi latinoamericani come Argentina, Messico e Venezuela, i cui processi di indipendenza furono legati a movimenti rivoluzionari, la conquista della sovranità da parte del Brasile è sempre stata connessa a una storia imperiale: quella di un re come Giovanni VI di Braganza che, dopo le invasioni napoleoniche, stabilì la sua corte a Rio de Janeiro, e in seguito, suo figlio Pietro I si ribellò agli ordini di Lisbona e costruì l’Impero del Brasile che dominò la regione per tutto il XIX secolo.
Nel XX secolo, il nazionalismo in Brasile divenne una roccaforte delle élite e dei militari. Mentre Getúlio Vargas, durante tutto il suo governo, si fece paladino di una rivendicazione sovranista legata a processi storici come quelli di Juan Domingo Perón in Argentina o Lázaro Cárdenas in Messico, un colpo di stato seguì a breve, e la dittatura civico-militare sudamericana più longeva dei tempi si appropriò ancora una volta delle bandiere nazionali.
I governi de facto brasiliani costruirono un’appropriazione della bandiera verde e gialla in opposizione alle “bandiere rosse” dei movimenti di resistenza. Hanno costruito il loro progetto di rivendicazione nazionale basato sulla Dottrina Monroe e hanno attuato una persecuzione in stile maccartista contro i partiti politici e i gruppi di resistenza antidittatoriali: chiunque si opponesse alla dittatura veniva considerato un oppositore del Brasile.
Col passare del tempo, e già in epoca democratica, questa retorica è stata ereditata dal bolsonarismo. Pertanto, il clan Bolsonaro e il Partito Liberale sono i legittimi eredi del nazionalismo reazionario costruito dalla dittatura brasiliana.
In questo senso, per il movimento di lotta per la democrazia in cui Lula militava fin dal sindacalismo e che fu il punto di partenza per la costruzione del Partito dei Lavoratori (PT), è sempre stato difficile avvicinarsi ai simboli nazionali: storicamente legati ai settori che li avevano perseguitati, torturati e fatti sparire.
Nazionalismo o subordinazione straniera
Sebbene Lula già nel 2022 si fosse prefissato di sottrarre il simbolo della bandiera al bolsonarismo, nel 2026 questa sfida appare ancora più marcata e persino a favore della sinistra. Per il Partito dei Lavoratori (PT), la difesa nazionale è passata da simbolo a elemento concreto.
Nel programma presentato dalla lista Lula-Alckmin alla Corte Suprema Elettorale, la parola “sovranità” compare in 21 pagine e diventa un asse organizzativo della loro piattaforma elettorale: diplomazia, economia, risorse strategiche, dati, tecnologia, sanità e industria sono tutti strutturati attorno alla difesa nazionale.
In questo modo, il programma di Lula sulla sovranità estende il concetto ad ambiti considerati non tradizionali, ben oltre la difesa del territorio e dei simboli: infrastrutture nazionali per l’intelligenza artificiale, protezione dei dati dei cittadini brasiliani, difesa del portafoglio digitale statale PIX – presentato come una conquista della sovranità finanziaria contro l’avidità dei sistemi stranieri – e regolamentazione dei social network controllati dalle grandi big-tech globali.
Per il PT la difesa nazionale è passata da simbolica a concreta
Il gigante sudamericano, a sua volta, possiede il 23% delle riserve mondiali di terre rare e Lula sa bene che il potere statunitense ci ha messo sopra gli occhi. Pertanto, lo sfruttamento nazionale e la creazione di un’industria interna attorno a queste risorse sono diventati un altro pilastro della difesa nazionale di Lula.
A tal fine, ha istituito il Consiglio Nazionale per le Terre Rare e i Minerali Critici sotto il controllo della Presidenza e sta valutando l’ingresso della compagnia petrolifera statale Petrobras in questo mercato. In tal senso, e nel tentativo di ricostruire i ponti con i militari, Lula ha proposto che le Forze Armate, storicamente legate alla destra reazionaria, costituiscano l’asse fondamentale per la protezione delle risorse brasiliane: i minerali, la foresta amazzonica, l’acqua dolce, ecc.
Il PT [Partito dei Lavoratori] si pone quindi in opposizione alla visione geopolitica e nazionale del bolsonarismo, che si considera subordinata agli interessi stranieri. Il governo di Lula ha reinterpretato le dichiarazioni e le azioni dei governi degli Stati Uniti e dell’Argentina come un attacco alla propria sovranità e ha identificato il clan Bolsonaro come l’alleato fondamentale delle politiche interventiste della potenza imperiale del nord.
Sempre più distante da qualsiasi rivendicazione nazionale che non sia meramente formale e liturgica, l’estrema destra trova sempre più difficile giustificare la propria alleanza strategica con Stati Uniti, Israele e Argentina. Alla sinistra non mancano certo argomenti per accusare il Bolsonarismo di essere anti-brasiliano.
Flavio Bolsonaro, in un discorso tenuto nel marzo 2026 alla CPAC [Conferenza dei Presidenti del Brasile e dei Cittadini], ha esplicitamente chiesto pressioni diplomatiche degli Stati Uniti e ha accusato il governo brasiliano di “proteggere organizzazioni terroristiche”.
Solo pochi giorni fa, in una lettera di sostegno del Segretario di Stato Marco Rubio, ha anche evidenziato l’esplicito appoggio del clan alle direttive geopolitiche del governo Trump, mettendo [l’altro] candidato in una posizione scomoda, visto che gli Stati Uniti hanno aumentato al 25% i dazi sulle importazioni brasiliane, cosa che colpisce fortemente l’economia nazionale e le tasche di tutti i brasiliani.
“La nostra bandiera non sarà mai rossa”
La liturgia brasiliana sembrava un patrimonio inamovibile del bolsonarismo. Dalle marce pro-impeachment del 2015 contro Dilma Rousseff fino ad oggi, la maglia della nazionale cinque volte campione del mondo era l’uniforme del bolsonarismo.
“La nostra bandiera non sarà mai rossa” era il motto dei bolsonaristi, un chiaro riferimento ai simboli del PT. Pertanto, da una prospettiva culturale, anche il bolsonarismo legava la protezione nazionale ai valori tradizionali della “famiglia” contro l’infiltrazione internazionalista “woke”.
Ma questo discorso ora sembra vecchio. Il fallito tentativo di Eduardo Bolsonaro, nel suo esilio a Miami, di provocare un intervento diretto degli Stati Uniti, la campagna contro le infradito Havaianas (simbolo dell’industria nazionale) e le dichiarazioni di Trump e Rubio a favore dell’estrema destra brasiliana hanno intaccato l’identità nazionalista del clan.
Sempre più distaccata da qualsiasi rivendicazione nazionale che non sia meramente formale e liturgica, all’estrema destra costa sempre più giustificare la sua alleanza strategica con Stati Uniti, Israele e Argentina.
D’altro canto, mentre la sinistra porta il peso dello stigma dell’anticomunismo storico da parte di gran parte della società brasiliana, nella pratica e nelle politiche Lula sembra ribaltare gli attacchi della destra tentando di combinare le bandiere storiche di uguaglianza e democrazia proprie del PT, con le rivendicazioni sovrane del nazionalismo brasiliano.
In questa epopea, Trump, Rubio e Milei, paradossalmente, hanno giocato un ruolo fondamentale nella “brasilianizzazione” del governo di Lula.
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Trump e la «strategia del caos»
Elezioni di medio termine, è già battaglia legale
«Il contenzioso legale attorno al voto per posta negli Stati Uniti continua a produrre un groviglio di indicazioni contraddittorie. L’ultima in ordine di tempo è stata l’ingiunzione di una giudice federale di Boston», segnala il Manifesto. «La ‘honorable Indira Talwaniha’ ha bloccato ieri l’ordine esecutivo che Trump sta cercando di imporre a poche settimane dalle parlamentari del 3 novembre. La “riforma” consiste in un decreto con cui a marzo il presidente ha vietato agli stati di usare schede per posta se non avessero prima consegnato a Washington le proprie liste elettorali». Nel 2024 oltre 48 milioni di americani (il 31% del totale) hanno usato le poste per spedire la propria scheda. In alcuni stati come Washington si svolgono interamente per posta, altrove come in California vi fanno ricorso l’80% degli elettori. Vi sono inoltre cittadini all’estero e militari. Per posta vota anche lo stesso Donald Trump la cui scheda viene imbucata dalla Florida.
Labirintico sistema americano
Nel complesso sistema americano, l’organizzazione delle elezioni competono a ciascuno dei 50 singoli stati, regola su cui la costituzione è lapidaria. Questo non ha impedito a Trump di tentare in ogni modo di influire sul loro svolgimento, prima ordinando agli “stati amici” (come Texas e Florida) di riconfigurare la mappa dei propri collegi elettorali per favorire vittorie repubblicane. La rodata strategia del “voter suppression” prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione. Poi il voto per corrispondenza a cui statisticamente ricorrono più elettori democratici che repubblicani.
Le trame del manipolatore
Il pretesto per abrogare o limitare l’uso del voto per corrispondenza è stato la solita teoria complottistica dei “vasti brogli” messa in campo già alla vigilia del tentato golpe del 6 gennaio 2021. A marzo Trump aveva dichiarato ai parlamentari del suo partito che se la riforma fosse passata, la vittoria nelle midterm «sarebbe stata garantita». Ed a questo scopo ha chiesto agli Stati di fornire alle autorità federali le liste degli iscritti al voto per un “vaglio”. Quando i tribunali hanno respinto l’ordine palesemente contrario alla costituzione che non assegna all’esecutivo alcun ruolo di controllo, Trump si è rivolto direttamente alla direzione delle poste, ordinando all’agenzia federale di non consegnare le schede per posta ad elettori che non compaiano su una lista preparata (in base ad ignoti criteri) dal dipartimento per la sicurezza nazionale.
Caos legale dietro cui nascondersi
Ogni manovra è stata accolta da numerosi ricorsi da parte delle autorità elettorali di 24 stati democratici, cittadini ed associazioni civiche. Virtualmente bloccate ad ogni ripresa, le misure sono giunte all’esame della Corte suprema che la scorsa settimana ha prodotto una ‘non’ sentenza. «Con fine acrobazia giuridica, il massimo tribunale ha scritto che i tempi ”non erano ancora maturi” per una sentenza definitiva dato che il progetto (sulla cui costituzionalità ha evitato di pronunciarsi direttamente) non aveva ancora prodotto danni». La maggioranza di quei giudici è stata nominata da Trump ed ora cerca di barcamenarsi tra l’ordine di scuderia e un minimo di dignità giuridica. Strategia codarda già spesso impiegata dalla Corte di permettere all’esecutivo di completare l’opera (esempio la demolizione di mezza Casa bianca, lo stanziamento di militari nelle città o altre palesi trasgressioni della legge) prima di intervenire, assicurando che il danno è ormai irreparabile. «Un assist palese alla strategia del caos messa in campo dalla Casa bianca».
La giudice federale svela il trucco
La giudice federale Indira Talwani ha notato che l’amministrazione non aveva fornito «alcuna prova relativa a frode comprovata dovuta a votazioni per corrispondenza». L’interesse del governo a «correggere un problema infondato attraverso mezzi probabilmente incostituzionali», ha aggiunto, «è sopravanzato dal rischio preponderante di una privazione generale del suffragio». Talwani ha affermato che gli stati «non hanno a questo punto né il tempo né i fondi per soddisfare i requisiti necessari, tra cui l’aggiornamento dei sistemi di gestione elettorale e la formazione del personale». Il confronto, il rinvio di un verdetto definitivo da parte del Corte suprema, insinua l’idea che vi sia qualche cosa di vagamente sospetto nel processo, incrementando la possibilità di astensione e preparando il terreno per eventuali ricorsi contro risultati non graditi al presidente.
Copione del prossimo tentativo di golpe
Il copione è quello seguito dall’estate 2020 al gennaio 2021, quando le ripetute infondate accuse di brogli, indussero migliaia di trumpisti a prendere d’assalto il Parlamento. È ancora possibile che una sentenza possa definitivamente cancellare la mossa di Trump, ma la paradossale confusione così prossima agli scrutini potrebbe già bastare per propagare dubbi sufficienti per il possibile rinvio della certificazione di vittorie “contese”. Non si tratterebbe a questo punto di fantapolitica ma della replica di una collaudata strategia di destabilizzazione potenzialmente definitiva.
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