Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/10/2026
L’Etiopia in subbuglio: tra lasciti del colonialismo e interessi imperialisti
Le questioni che riguardano Eritrea ed Etiopia, inoltre, costringono sempre ad un punto di vista parziale: il mio è quello di una persona che ha trascorso 10 anni tra i rifugiati eritrei in Europa (influendo il giudizio che ho sul governo eritreo) ed è stato in Tigray diverse volte tra il 2012 e il 2019, in un accordo tra Sapienza e Università di Mekelle. Lavoravo all’epoca nell’ambito della Missione Etnologica Italiana In Tigray – Etiopia.
Proviamo a prendere i fili uno ad uno, per poi provare a sciogliere qualche nodo.
Primo nodo: la spirale di violenze
Nell’ultima parte di settembre 2026 il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF) riapre le ostilità cessate nel 2022 con l’accordo di Pretoria, assumendo il controllo degli aeroporti tigrini (ne è stato scritto anche su questo giornale). Dal 2020 al 2022 era stata combattuta una guerra civile che non ho problemi a dire abbia assunto le caratteristiche di genocidio della popolazione tigrina (centinaia di migliaia di morti, stupri, e violenze di ogni genere).
Tra aprile e maggio scorso il TPLF aveva ripreso il potere, riposizionando la figura di Debretzion Gebremichael a capo della regione. La rete delle alleanze sembra tuttavia completamente cambiata. Lo stesso TPLF è spaccato al suo interno e la nomina di Gebremichael va letta anche in continuità con la rimozione di Getachew Reda, accusato di essersi alleato con il premier etiopico Aby Ahmed dopo la firma dell’accordo di Pretoria, inviso alla parte più radicale del Fronte.
Queste dinamiche hanno rinvigorito il neonato hara meret o Tigray Peace Forces (di pace, ma sono armatissimi) staccatosi dal Tigray Defence Forces nato durante la guerra del '20-'22, e sostenuto dal governo federale di Aby Ahmed.
Ripercorriamo la storia
Nel novembre 2020 il governo centrale etiope aveva scatenato l’offensiva a causa delle azioni militari della compagine tigrina (il TPLF): le tensioni erano già alte quando il TPLF aveva indetto le elezioni in Tigray (vinte dal TPLF) nonostante il divieto del governo centrale, giustificato dalla pandemia; il casus belli era stato un presunto attacco ad un deposito di armi da parte del TPLF, il quale sostiene invece si trattasse di una messa in scena del governo per giustificare l’attacco.
Ovviamente non si trattava di una improvvisa esplosione di violenza: il TPLF ha guidato l’Etiopia dal 1991 al 2018 quando le elezioni decretarono il crollo del vecchio Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico (guidato dal TPLF) e furono vinte da Aby Ahmed, un ex militare etiopico, di origine mista Amhara ed Oromo.
Cambiano gli equilibri sociali ed economici nel paese: il TPLF (guidato dalla leggendaria figura di Meles Zenawi) aveva impostato la fase successiva alla caduta del Governo comunista di Menghistu Haile Mariam (1991) attraverso quello che viene definito un federalismo a base etnica (regioni, con un certo grado di autonomia, legate alle caratteristiche etnico-linguistiche maggioritarie).
Dal punto di vista economico, uno sviluppismo con un forte controllo statale si era intrecciato con una particolare attenzione alla regione del Tigray (Mekelle era una città in esplosione quando la frequentavo).
Per chi non conoscesse nulla della storia etiopica, va ricordata l’impostazione del TPLF: vero che combattevano contro il governo centrale filosvietico di Menghistu Haile Mariam, ma è altrettanto vero che partiva da una forte impostazione maoista che si trasformò – con una serie di modificazioni anche ideologiche – appunto nello sviluppismo a forte controllo statale una volta preso al potere.
L’anno delle elezioni di Aby Ahmed segna un passaggio importante, che è necessario comprendere: Aby dapprima sigla una pace con l’Eritrea (nemico storico a nord), calcificando i principi e le delimitazioni territoriali (per lo più intorno all’area di Badme) dell’accordo di Algeri (2000). Questo passaggio gli garantirà il premio Nobel per la pace: ormai quel premio mostra gli interessi imperialisti e dove scoppierà la prossima guerra.
Successivamente, Aby Ahmed firma un memorandum militare (un accordo) con l’Italia: l’Etiopia sta attraendo capitali dai paesi del golfo, è un paese che cresce molto e le imprese italiane fanno ottimi affari: la costruzione della diga della discordia con l’Egitto porta firma italiana, precisamente quella della Webuild di Salini, oltre ad altre aziende italiane coinvolte nella fornitura di cavi elettrici.
L’accordo prevede momenti di addestramento comune, così come un impegno congiunto nelle missioni di pace e la sicurezza interna (si parla di rafforzamento delle reciproche capacità difensive). Altresì si parla (art. 9) di armamenti e sistemi d’arma, mediante la ricerca scientifica, scambi di conoscenza, approvvigionamento di tipo militare in generale.
L’accordo è stato ratificato dal governo italiano nell’agosto del 2020. Tre mesi dopo, a novembre, le truppe nazionali etiopi fanno partire una enorme operazione militare contro il Tigray, nonostante il periodo della pandemia e una invasione di locuste che aveva lasciato la regione in difficoltà dal punto di vista della produzione alimentare. Congeliamo il discorso e guardiamo a questi due dati: pace con l’Eritrea e accordo militare con l’Italia.
Questo secondo evento è ancora oggetto di grande discussione: che io sappia, l’accordo è stato congelato soltanto alla fine del 2021, dopo una serie di interrogazioni parlamentari, e non vi sono notizie (almeno che io sappia) riguardo al preciso contenuto oggetto delle richieste di autorizzazione al trasferimento di materiale bellico e tecnologia dual use (per approfondimenti, ne parla qui Antonio Mazzeo).
Gli interessi imperialisti occidentali (in grosso scontro con l’attore cinese, che è importante sul territorio ed opera molto in Tigray) si connettono probabilmente alla questione centrale della geopolitica del Corno d’Africa: l’Etiopia è un paese di oltre 90 milioni di abitanti, con un PIL in costante crescita, ma che non ha uno sbocco sul mare.
L’accordo di pace con l’Ertirea sembrava rientrare in un progetto di sviluppo di un'asse strategico tra Addis Abeba, Asmara e, ancora di più, i porti sul Mar Rosso di Massawa e Assab (si è a lungo vagheggiato su una ferrovia a scartamento ridotto su questo asse, in cui sarebbero state interessate aziende italiane). Al momento, tuttavia, questa opzione sembra essere saltata, perché l’Eritrea è stata marginalizzata negli accordi di Pretoria e, pare, in questo momento sia un antagonista del governo etiope a differenza di 4 anni fa.
La questione più preoccupante per l’Eritrea è stata l’annuncio etiope di voler ottenere uno sbocco marittimo, che significa automaticamente una minaccia per la sovranità territoriale, usata sempre come leva per giustificare la repressione interna da parte del governo eritreo di Issaias Afewerki (non voglio qui aprire il dibattito su questo governo, ma sono disposto a parlarne in qualunque sede): l’Etiopia vuole cancellare le vittorie ottenute dai movimenti di liberazione nazionale tra il 1961 e il 1991.
Dunque, la questione è “banalmente” l’accesso al mare e la circolazione delle merci, rispetto alla quale lo sviluppo tigrino si pone evidentemente in contraddizione, almeno parziale. A questo va aggiunto un conflitto interno al Tigray sul controllo dell'estrazione dell’oro, in cui sono coinvolti personaggi del Tigray Defence Forces (la forza nata durante la guerra del 2020), e sullo Endowment Fund for the Rehabilitation of Tigray, controllato dal TPLF.
L’uso del porto di Assab da parte etiopica ha anche un precedente storico: durante la pace tra Eritrea ed Etiopia, successivamente al rovesciamento del Governo di Haile Mariam del 1991, e con l’affermazione di una prospettiva rivoluzionaria in Eritrea (furono espulse le istituzioni sovranazionali come FMI e BM che altrove avevano strozzato i paesi postcoloniali con il meccanismo dei prestiti e poi degli aggiustamenti strutturali in cambio della dilazione delle restituzioni), si consentì all’Etiopia di usare il porto marittimo di Assab.
Nel 1998, quando intorno all’area di Badme scoppiarono le ostilità tra Eritrea ed Etiopia, questa consuetudine si interruppe. Qui entra in gioco il fattore “identitario”, che è sempre presente su questi territori, non perché – come vorrebbe una vulgata razzista – gli africani sarebbero quelli delle “guerre tribali” o “etniche”, ma perché l’imposizione coloniale dello Stato-nazione omogeneo ha prodotto dei mostri.
La guerra del 1998 (durata fino al 2000) ha prodotto centinaia di migliaia di morti, ma ha anche opposto dei fratelli: per chi non è avvezzo all’Africa è un po’ difficile da capire. L’Eritrea è un artefatto coloniale italiano (a partire dal nome): un insieme di popolazioni diverse (Tigrinya, Beni Amer, Afar, Kunama, Rashaida, Saho, Bilen, Nara, Hidareb) accorpate sotto uno stato. I tigrini dell’altopiano centrale (la Kebessa) erano profondamente attigui ai tigrini del Tigray etiopica, molto più di quanto lo erano con le altre popolazioni “eritree”.
Sia nella fase liberale che in quella fascista del colonialismo nostrano, fu fatto uno sforzo enorme (soprattutto attraverso le politiche linguistiche e scolastiche, oltre che religiose e militari) per “produrre” una differenza che doveva servire a percepire gli etiopi del nord come nemici, da combattere attraverso i famosi Ascari (le truppe coloniali indigene).
Quando nel 1998 scoppia la guerra, sono i tigrini del tigray a fronteggiare i loro “fratelli” (spesso legati realmente da complesse reti di parentela che trascendono il confine). Dal nostro punto di vista, il TPLF sono i maoisti contro gli “stalinisti” del Derg, dal punto di vista locale il TPLF è anche il partito dei tigrini, mentre il derg è più legato a reti amariche.
Quando, nel 2020, il governo eritreo si trova coinvolto nella guerra civile etiopicapartecipa all’accerchiamento dei tigrini (aggredendoli da Nord, mentre le truppe del nobel per la pace attaccano da sud e quelle Amhara da ovest), di fatto per due motivi: il primo è quello di allargare la propria legittimità, con il sottotesto di garantire, attraverso il pugno di ferro del temutissimo presidente Issaias Afewerki, la sicurezza nel Mar Rosso per le navi (basta vedere la questione Houthi o ricordarsi dei “pirati somali” per capirne l’importanza).
Il secondo è quello di vendicarsi contro gli “odiati fratelli” tigrini, un tempo alleati nella comune battaglia contro il governo centrale etiope che era letto dagli eritrei come una forza coloniale... ma in una contrapposizione creata dalla frattura coloniale, almeno nella parte più grossa della catena delle responsabilità.
Ci vorrebbero 18 di questi articoli per dipanare un minimo la complessità: ci sono gli interessi imperialistici, c’è lo scontro tra occidente e Cina (andate all’aeroporto di Addis Abeba e ci troverete le scritte in mandarino, come mi è capitato di vederle anche in Tigray), ma c’è anche una questione locale, profondamente coloniale nella sua radice. Proviamo a seguire qualche filo.
Le trasformazioni e le altre questioni in ballo
In questo momento il quadro appena delineato si pone in trasformazione: il TPFL pare abbia stretto una alleanza con le milizie armate Fano della regione Amhara e quelle dell’Oromo Liberation Front, in funzione anti Aby Ahmed. Anche qui la profondità storica andrebbe spiegata se ve ne fosse lo spazio.
Con i Fano non c’è mai stato accordo sul destino di una parte del territorio contesto tra Tigray e regione Amhara; per quanto riguarda la popolazione Oromo appartiene a quel complesso mondo dell’Etiopia centro-orientale, di religioni locali o mussulmane, e, soprattutto, con caratteristiche politiche assembleari e “acefale” (termine con cui gli antropologi hanno per decenni definito le società senza stato o che scartavano l’opzione di un potere centralizzato): essi hanno dunque sempre subito l’imposizione di una struttura burocratica centralizzata, e tutti i suoi correlati (carcere, delega rappresentativa in primis).
Nella storia dell’impero etiope (derivante dall’antico Regno di Aksum), gli Oromo hanno subito il dato della marginalizzazione: in un impero che, almeno dal IV secolo d.c., si impone il cristianesimo monofisita come caratterizzate, viene assegnata alla chiesa ortodossa la funzione di riscossione delle tasse e distribuzione delle terre... immaginiamo come potessero stare popolazioni decentrate culturalmente e politicamente in una opzione stato nazionale (sebbene federale, come quella etiopica) della modernità occidentale capitalistica.
In questo quadro di alleanze incerte, la tendenza sembra quella di un'esplosione e frammentazione, in cui si inseriscono le diverse forze imperialiste che interessano la regione in cui il conflitto sembra espandersi. Luca Puddu, esperto di storia economica dell’Etiopia, spiega molto bene in un podcast questo processo e come esso si inserisca in una guerra ad aumentato impatto tecnologico con l’inserimento dei Droni nelle forze armate etiopiche (spereremmo che questo non centri nulla l’accordo militare con l’Italia...).
Quando il 22 settembre la nuova alleanza tra Fano, Tigrini e Oromo ha annunciato la volontà di rimuovere Aby dal potere, è partito un grosso attacco di droni sulle forze tigrine vicine all’area Wollo della regione Amhara.
Risultano, spiega ancora Puddu, una serie di accuse reciproche che segnalano l’allarme di un allargamento del conflitto: il governo sudanese accusa quello etiope di appoggiare la ribelle Rapid Support Forces in Sudan, mentre il governo etiopico lamenta di combattenti tigrini a supporto dell’esercito sudanese (su questo anche l’international crisis group).
Giusto per dare la portata del problema: anche gli Emirati Arabi Uniti – alleati dell’Etiopia – sono accusati di sostenere le forze ribelli sudanesi. L’Eritrea sembra aver cambiato strategia e adesso si trova in opposizione all’Etiopia.
A salire, abbiamo già menzionato la diga “Grand Ethiopian Reinassaince” che toglie parte delle acque del Nilo all’Egitto – non a caso accusato dal governo etiopico di sostenere le nuove alleanze armate – minando la sua capacità di produzione alimentare a vantaggio della produzione energetica etiope.
È sempre l’Egitto ad apparire interessato a competere con l’Etiopia per il controllo dei porti eritrei di Massawa e Assab. Il porto di Assab è rivendicato anche dalle milizie Afar (popolazione divisa dal confine) insieme a parte cospicua della regione Eritrea del Debubawi Qahye Baahr (il Mar Rosso del Sud) e sarebbero per questo finanziate dal governo centrale etiope.
Non poteva mancare in questo quadro lo Stato sionista e terrorista di Israele (e dunque gli Stati Uniti): l’alleanza con l’Etiopia è storica, ma oggi appare saldata a quella con gli Emirati Arabi Uniti, in funzione anti sudanese, orientata alla costruzione di solide partnership commerciali che riguardano principalmente l’esportazione di tecnologia della sorveglianza e/o militare, ma, soprattutto, interessata profondamente alla “sicurezza” nel Mar Rosso.
Come sempre accade nel Corno d’Africa da 80 anni a questa parte, le questioni locali, regionali e internazionali sembrano intrecciarsi tra loro almeno quanto le questioni economiche presenti con i conflitti storici, che richiederebbero molto più approfondimento.
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Il Nobel per l’economia alla stabilità neokeynesiana, mentre tutto traballa...
I premi Nobel, come sappiamo, sono normalmente una celebrazione dello status quo occidentale e riconoscimenti politici legati agli interessi del momento. È facile leggere l’aspetto politico e ideologico dietro ai Nobel per la pace: da quello assegnato a Obama appena eletto a quello attribuito a Machado, che invocava (e ha ottenuto) l’intervento militare statunitense in Venezuela.
Se a volte la scelta può sorprenderci, come nel caso di Navanethem Pillay, è perché evidentemente ogni tanto anche il Comitato svedese deve tenere conto della realtà, come del fatto che nell’ultimo anno il Mondo si è mobilitato a sostegno della Palestina.
Più difficile è talvolta scorgere il contenuto politico di un premio apparentemente più “tecnico”, come quello per l’economia. Quest’anno è stato assegnato a due accademici distinti, che non lavorano insieme, entrambi di formazione pienamente statunitense e con un dottorato al MIT: Robert E. Hall e Michael Woodford. Il riconoscimento riguarda i loro modelli macroeconomici su come intervenire per stabilizzare i cicli economici, tanto nelle fasi recessive quanto in quelle espansive.
Il riconoscimento riguarda quindi una questione centrale della macroeconomia contemporanea. La stabilizzazione macroeconomica è un obiettivo che attraversa scuole di pensiero anche profondamente diverse, ma il modo in cui viene perseguita dipende da precise scelte teoriche e politiche.
In particolare, nel corso degli ultimi decenni la politica monetaria è diventata lo strumento privilegiato per regolare l’attività economica, attraverso la gestione dei tassi di interesse e delle aspettative di famiglie e imprese.
Questa centralità non è sempre stata scontata. La stagflazione degli anni Settanta mise in crisi le politiche economiche del dopoguerra e i presupposti teorici su cui si fondavano. La combinazione di inflazione elevata e stagnazione economica, aggravata dagli shock petroliferi, mostrava i limiti di politiche che avevano fatto affidamento sulla possibilità di sostenere l’occupazione e la crescita attraverso la domanda aggregata.
In un contesto di inflazione persistente, stimolare ulteriormente la domanda rischiava di alimentare la crescita dei prezzi senza produrre un aumento duraturo della produzione; al contrario, frenarla attraverso una stretta monetaria contribuiva a contenere l’inflazione, ma al costo di una contrazione dell’attività economica e dell’aumento della disoccupazione.
La crisi contribuì così a delegittimare l’approccio keynesiano allora dominante e favorì l’affermazione di un nuovo paradigma, incentrato sulla stabilità dei prezzi, sulle aspettative degli agenti economici e sul ruolo delle banche centrali. La politica monetaria non scomparve, dunque, dal centro dell’intervento pubblico: ne divenne anzi lo strumento privilegiato, mentre si ridimensionava la fiducia nella capacità delle politiche fiscali e della gestione della domanda di governare stabilmente il ciclo economico.
È all’interno di questa trasformazione che si colloca la ricerca premiata quest’anno. Sotto l’etichetta di “nuova macroeconomia keynesiana” si è sviluppato un filone di ricerca che ha cercato di fornire fondazioni teoriche rigorose alla stabilizzazione macroeconomica, integrando la politica monetaria in modelli formalizzati delle decisioni di famiglie e imprese.
La distanza tra questo programma di ricerca e il pensiero originario di Keynes, tuttavia, è considerevole: più che una semplice prosecuzione della sua teoria, si tratta di una rielaborazione interna all’economia mainstream, costruita attorno a strumenti analitici e assunzioni differenti.
La motivazione ufficiale del premio è “per le fondazioni microeconomiche della stabilizzazione macroeconomica”. Il riconoscimento riguarda dunque non soltanto le politiche di stabilizzazione, ma anche il quadro teorico attraverso cui vengono interpretate e giustificate.
L’economia si divide convenzionalmente in due grandi branche: la microeconomia, che studia individui e imprese (produzione, scambio, consumo, lavoro...), e la macroeconomia, che studia il sistema nel suo complesso (cicli, inflazione, disoccupazione...). Negli ultimi decenni si è affermato un programma di ricerca volto a “microfondare” la macroeconomia, cioè a collegare le due branche per spiegare come le decisioni individuali e le interazioni tra gli agenti influenzino l’economia nel suo complesso.
Sebbene affascinante e spesso metodologicamente elegante, la microfondazione è servita anche a blindare ulteriormente l’economia in un approccio teorico che pone strutturalmente l’individuo (e non la società e l’economia) al centro del ragionamento. I modelli vengono così costruiti su assunzioni talvolta molto rigide, a partire da agenti perfettamente razionali e pienamente informati, capaci di formulare aspettative realistiche sul futuro.
Per questo le critiche più ricorrenti degli economisti “eterodossi” vertono normalmente su alcuni punti: nella realtà gli individui non agiscono soltanto razionalmente; il funzionamento di una collettività non è la semplice somma dei comportamenti individuali, ma prende forma nelle relazioni tra le persone; e considerare un singolo agente “rappresentativo” cancella le differenze economiche e di potere.
Hall e Woodford rientrano pienamente nel filone delle microfondazioni, pur avendo contribuito ad attenuare metodologicamente alcuni dei suoi limiti. Nel 1978 Hall mostrò che, per una famiglia con risparmi o accesso al credito, non è possibile prevedere le variazioni del consumo sulla base delle informazioni che la famiglia già possiede: se una famiglia viene a sapere di un futuro aumento o di una riduzione del salario, comincerà ad adeguare i consumi prima che la variazione del reddito si realizzi.
Diverso è il caso delle famiglie che non hanno accesso al risparmio o al credito: anche se possono prevedere cambiamenti del salario, potrebbero non essere in grado di adeguare i consumi in anticipo. Si tratta di un contributo soprattutto metodologico, più che di un’intuizione teorica del tutto nuova.
Più incisivo sul piano politico fu invece un articolo pubblicato da Hall insieme ad Alvin Rabushka sul Wall Street Journal nel 1981, che riaprì il dibattito sulla “flat tax”: una questione tornata recentemente al centro della discussione anche in Italia. L’esigenza di semplificazione fiscale (fino alla promessa di poter compilare la dichiarazione dei redditi su una cartolina) metteva in secondo piano la questione redistributiva dell’uguaglianza.
È stato ampiamente studiato, come se servissero ulteriori dimostrazioni scientifiche, che la riduzione della progressività fiscale, anche attraverso la diminuzione del numero di aliquote, sia stata una delle cause dell’aumento delle disuguaglianze nei paesi occidentali. E in anni più recenti, riconosciuto dallo stesso Hall.
Woodford viene premiato soprattutto per il suo libro del 2003, Interest and Prices, definito “la bibbia della politica monetaria”. Anche in questo caso, il principale apporto dell’economista non consiste tanto nell’aver scoperto che i tassi di interesse influiscono sulla crescita del PIL o sull’inflazione: questi effetti sono studiati da decenni, così come l’influenza dei tassi sulle aspettative delle famiglie e, di conseguenza, sui consumi.
Il contributo sta piuttosto nella formalizzazione metodologica, che ha fornito alle banche centrali un quadro teorico per interpretare le variabili macroeconomiche e impostare la politica dei tassi di interesse.
Che cosa è stato premiato, dunque? In primo luogo, contributi “tecnici” tesi a perfezionare sul piano metodologico le fondazioni di una nuova concezione della politica economica, che punta alla stabilizzazione dei cicli economici attraverso la politica monetaria, delegando alle Banche Centrali quello che era stato il ruolo dei governi, delle politiche fiscali e dello stato sociale.
In secondo luogo, viene premiato un approccio, quello delle microfondazioni, che ha saldato un’epistemologia individualista all’analisi dei fenomeni complessi di quella che un tempo veniva definita “economia politica”. Un Nobel nostalgico, rivolto a un periodo in cui si poteva ancora pensare di riuscire a “stabilizzare” l’economia, in un Mondo sempre più instabile.
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Israele scheda chi manifesta per la Palestina, anche in Italia
“Ho depositato un’interrogazione parlamentare al governo chiedendo di chiarire se vi siano stati scambi di informazioni tra autorità italiane e israeliane e se siano state impiegate tecnologie di sorveglianza e identificazione dei e delle manifestanti”, così scrive la parlamentare del M5S Stefania Ascari riferendo di una sua interrogazione parlamentare sulla notizia diffusasi nei giorni scorsi secondo cui gli apparati statali israeliani stanno schedando i manifestanti per la Palestina nel nostro paese.
“Chiedo inoltre al governo di ottenere spiegazioni ufficiali dalle autorità israeliane, anche attraverso la convocazione dell’ambasciatore, e di venire a riferire con urgenza in Parlamento su quanto accaduto”, aggiunge la parlamentare, segnalando che tra gli schedati italiani risultano esserci attivisti come Cosimo Pederzoli e Maria Elena Delia o associazioni come Libere Cittadine per la Palestina, da anni impegnati per i diritti del popolo palestinese e contro l’occupazione e il genocidio. Altri organismi schedati sono l’Associazione dei Palestinesi in Italia e la rete BDS.
La denuncia si riferisce al report del Ministero israeliano per gli Affari della Diaspora, che sul suo sito pubblica delle tabelle sulle manifestazioni contro il genocidio di Gaza in tutto il mondo.
Per ogni protesta il ministero israeliano registra indirizzo, coordinate, organizzatori, follower delle loro pagine, distanza da ambasciate e consolati (“asset israeliani”) e un livello di rischio.
I documenti sono del J-SOC, il centro nazionale israeliano contro l’antisemitismo, e si intitolano “Weekly Restricted Report: Anti-Israel Protest Forecast”, cioè previsioni sulle proteste anti-Israele.
I sionisti schedano chi manifesta per la Palestina, ma il movimento di solidarietà con la causa palestinese ormai da tempo monitora nel dettaglio tutte le connessioni tra entità israeliane e istituzioni italiane con il fine di interrompere o far interrompere ogni tipo di relazioni. Ormai è colpo su colpo. Il genocidio, i suoi responsabili, i suoi complici non resteranno impuniti.
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Elezioni anticipate? Non prima di febbraio. L’ipoteca della Corte Costituzionale
Sono trenta i ricorsi pronti a essere depositati il 26 ottobre alla Corte Costituzionale contro la legge-truffa elettorale. Quando il Melonellum entrerà in vigore, novantanove avvocati che si sono coordinati tra loro presenteranno i ricorsi finora sottoscritti da circa cinquecento ricorrenti.
La contestazione della nuova legge elettorale ruota intorno a sei profili di incostituzionalità:
- il premio di maggioranza;
- il legame tra i risultati delle due Camere;
- la modalità di assegnazione dei seggi;
- il mancato rispetto della parità di genere;
- l’indicazione obbligatoria del candidato presidente del Consiglio;
- le firme quadruplicate da raccogliere per le liste che non sono già presenti in Parlamento.
Un’eventuale pronuncia della Corte Costituzionale sui ricorsi potrebbe arrivare già a febbraio. I ricorsi di incostituzionalità verranno presentati in una trentina di Tribunali civili italiani e saranno depositati appena la legge entrerà in vigore, ossia quindici giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. In sostanza, i firmatari chiederanno l’accertamento di una lesione del diritto di voto legato alla riforma.
Difficile dunque che prima di quella data – anche in caso di incidenti di percorso nella maggioranza – possano essere convocate le elezioni anticipate.
Una volta che saranno depositati i ricorsi, i tribunali dovrebbero adottare un procedimento semplificato con cui si prevede che il giudice possa fissare l’udienza dopo 40 giorni per ascoltare le ragioni del ricorso. A quel punto si riserverà di decidere e, se lo riterrà, emetterà un’ordinanza in cui solleva una questione di legittimità costituzione davanti alla Consulta.
L’ordinanza dovrà poi essere notificata alle parti interessate – a partire dal presidente del Consiglio dei ministri – ed entro 20 giorni dalla notifica il presidente della Consulta potrebbe già fissare l’udienza nei successivi 20 giorni. L’obiettivo “è che la pronuncia della Corte arrivi nei tempi utili” per le elezioni.
La Corte Costituzionale, potrebbe quindi essere chiamata a decidere sulla legge-truffa elettorale a dieci anni di distanza dalla sentenza depositata a febbraio 2017 in cui dichiarò parzialmente illegittimo l’Italicum, ossia l’arzigogolata nuova legge elettorale inventata dal governo Renzi nel 2015. Con quella legge – modificata poi dal Rosatellum – si è votato nel 2018 e nel 2022.
In particolare la Corte Costituzionale stoppò il turno di ballottaggio tra le due liste più votate nel caso in cui nessuna avesse raggiunto il 40% dei voti, ritenendolo lesivo della rappresentanza e della parità del voto. Mentre si espresse positivamente sui capilista bloccati – riconoscendo su questo piano il ruolo dei partiti – e al premio di maggioranza considerato ragionevole per la lista che raggiunge il 40% dei voti.
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Anwar Shaikh, alla ricerca delle «tendenze» del capitalismo
La morte dell’economista britannico di origini pakistane. Pochi hanno contribuito altrettanto alla modernizzazione del marxismo, soprattutto attraverso il confronto sistematico con l’evidenza empirica
«Non si vedeva un libro simile da 150 anni»: James Galbraith salutò così Capitalism: Competition, Conflict, Crises, il monumentale trattato di Anwar Shaikh. Un’opera che tenta di costruire una teoria generale del capitalismo, contro le micragnose parzialità del pensiero economico contemporaneo. Di origine pakistana, nato a Karachi nel 1945, scomparso in questi giorni, Shaikh ha insegnato per mezzo secolo alla New School for Social Research di New York. Un eterodosso capace di mettere all’angolo i più eminenti custodi della dottrina neoclassica dominante. Nel 1974 pubblicò sulla Review of Economics and Statistics un esperimento provocatorio, con cui mostrava alcuni limiti della celebre teoria neoclassica della crescita, elaborata dal futuro premio Nobel Robert Solow.
Questi replicò in modo frettoloso e sprezzante. E la rivista negò a Shaikh il diritto di controreplica. Due icone del pensiero critico, Joan Robinson e Geoffrey Harcourt, denunciarono la censura: «Un trattamento insolitamente scorretto di un giovane studioso da parte di uno affermato». Shaikh raccontò che quell’articolo lo aveva praticamente «espulso dalla professione» per lungo tempo. Non bastò a fermarlo.
La ricerca di Shaikh ha spaziato moltissimo, dai prezzi, al commercio internazionale, alle determinanti delle crisi. Un nucleo concettuale è quella che egli definisce la «concorrenza reale», distante dal concetto neoclassico di concorrenza perfetta «quanto la guerra dal balletto». La concorrenza costringe le imprese a innovare, meccanizzare, investire sempre più capitale per conquistare mercati. Ma ciò che conviene al singolo capitalista può deprimere la redditività complessiva del sistema. Da qui il riproporsi di un vecchio pallino marxiano: la caduta tendenziale del saggio di profitto. Shaikh si definiva, con un po’ di timidezza, un «classico-keynesiano». Eppure pochi hanno contribuito altrettanto alla modernizzazione del marxismo, soprattutto attraverso il confronto sistematico con l’evidenza empirica. Non gli bastava ripetere Marx: voleva misurare, verificare, ricostruire. L’occasione più nota giunse con la grande crisi del 2008. In una conferenza alla Izmir University, David Harvey si fece paladino di tutte le solite perplessità post-moderne contro le spiegazioni del crollo basate sulla caduta del saggio di profitto.
Ma Shaikh tirò dritto: dietro il collasso finanziario sussisteva una lunga erosione di redditività, che era stata temporaneamente contrastata dalla compressione salariale e dalla discesa dei tassi d’interesse. Il credito aveva mascherato la contraddizione, non l’aveva risolta. L’eredità di Shaikh è da sviluppare. Se la concorrenza è una guerra economica, allora alimenta anche la centralizzazione dei capitali in sempre meno mani. Non a caso, la relazione fra centralizzazione capitalistica e caduta tendenziale del profitto apre oggi nuove frontiere della ricerca. Oltre le formule scolastiche del marxismo tradizionale. Ma anche oltre le sterili narrative di certa odierna eterodossia.
Alle giovani leve un invito: tornate nei sotterranei del pensiero economico. Cercate gli eretici, distinguete i ripetitori dai modernizzatori. Leggete Shaikh, per superarlo. Le teorie vive non chiedono fedeltà: chiedono di esser messe sul banco di prova del discorso scientifico.
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Ex Ilva: la mobilitazione prosegue. Il governo non può più limitarsi a gestire l’emergenza
La giornata di sciopero e mobilitazione in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva rappresenta un passaggio importante di una vertenza arrivata ormai a un punto di rottura. La partecipazione dei lavoratori e i blocchi organizzati a Taranto e Genova confermano che non esistono più le condizioni per accettare ulteriori rinvii.
La mobilitazione prosegue e, in assenza di risposte concrete, è destinata a intensificarsi. Non siamo disposti ad assistere passivamente allo spegnimento degli impianti e al progressivo smantellamento della siderurgia nazionale.
USB chiede l’immediata riapertura del confronto a Palazzo Chigi sugli strumenti straordinari di tutela occupazionale. La cassa integrazione e le integrazioni salariali non sono sufficienti. Servono un reddito di transizione che garantisca piena tutela salariale e contributiva, il riconoscimento del lavoro usurante e dell’esposizione all’amianto, strumenti di pensionamento anticipato e incentivi all’esodo volontario. Misure che devono riguardare tutti i lavoratori, compresi quelli dell’appalto e dell’indotto.
Ma nessuna tutela sociale può sostituire una prospettiva industriale. Dopo quattordici anni di errori, il Governo deve assumersi direttamente la responsabilità del futuro della siderurgia attraverso un piano industriale pubblico, la nazionalizzazione dell’intero complesso, investimenti per la decarbonizzazione, le bonifiche e la salvaguardia della capacità produttiva e occupazionale.
Non possiamo continuare a subordinare il futuro di un settore strategico agli interessi di un eventuale investitore privato, mentre lo Stato si fa carico dei costi della crisi e delle sue conseguenze sociali.
La vertenza ex Ilva pone una questione più generale sulle priorità economiche e sulla destinazione delle risorse pubbliche, che è anche al centro dello sciopero generale USB del 30 ottobre: investire nel lavoro, nella produzione industriale e nei salari anziché continuare ad aumentare gli impegni per il riarmo.
La mobilitazione permanente continuerà fino a quando non arriveranno risposte concrete. Il Governo deve decidere se l’Italia vuole ancora produrre acciaio e assumersi finalmente tutte le responsabilità di questa scelta.
USB Industria
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La vittoriosa battaglia di Garvaghy Road
Quella che potremmo definire, e che probabilmente rimarrà alla storia, come “La Battaglia di Garvaghy Road” è una delle vittorie più significative del potere popolare organizzato dal movimento repubblicano irlandese dopo la firma dei cosiddetti “Accordi del Venerdì Santo” (1998) che hanno posto fine al lungo conflitto armato tra l’imperialismo britannico e l’Esercito Repubblicano Irlandese, l’IRA.
Tredici giorni di blocco, una strada presidiata giorno e notte, una parata orangista che non è mai riuscita a passare grazie al muro umano che ha fronteggiato un ingente schieramento poliziesco con le parole d’ordine: “No going back. Not now. Not Ever” cioè “non un passo indietro, né ora, né mai”.
Un muro contro muro dove la pretesa legalità che si voleva imporre cozzava con la legittimità che è stata giustamente messa in discussione da una marea umana, che l’ha fatta diventare un caso politico per il governo di Londra, e imposto con i rapporti di forza conquistati sul campo al segretario di Stato britannico per l’Irlanda del Nord, Chris Bryant.
La marcia dell’Orange Order – i lealisti britannici e protestanti – lungo Garvaghy Road a Portadown, non potrà svolgersi secondo le modalità precedentemente stabilite, rompendo tra l’altro un quasi trentennale divieto.
Se l’apparato di sicurezza che la polizia aveva dovuto mettere in campo sulla strada è costato ben 3 milioni di sterline, un intervento su larga scala della polizia per rimuovere il blocco avrebbe avuto conseguenze difficilmente immaginabili per la situazione che si sarebbe prodotta sul campo ed ancora più imprevedibili sul piano politico. Specie in un contesto di accresciute tensioni, in cui la galassia settaria di parte dei protestanti nord-irlandesi funge da vettore per rinfocolare l’odio razzista e di classe nei confronti degli altri cittadini nord-irlandesi, di qualsiasi provenienza.
Le formazioni orangiste, e chi gli ha dato finora una sponda a Londra, ne escono con le ossa rotte, costretti a spostare – dopo la cocente sconfitta – l’asse del ragionamento sulla legittimità in termini legali della protesta, provando a ridurre a problema giudiziario la reazione organizzata del movimento repubblicano attorno ad una comunità che ha vissuto la loro marcia come uno sfregio alle ferite ancora aperte – vista la scia di morte che la violenza settaria degli orangisti, e delle loro formazioni paramilitari, ha portato in quel quartiere.
Occorre fare un po’ di storia per comprendere meglio il significato politico di questa mobilitazione.
La divisione dell’Irlanda tra le due parti risale al 1921, quando, dopo la guerra d’indipendenza, sei contee settentrionali rimasero al Regno Unito.
Portadown è una città con una forte presenza lealista, ma Garvaghy Road è un’area prevalentemente repubblicana e cattolica.
L’Orange Order rivendica il diritto di percorrere il tragitto verso la chiesa di Drumcree, che comprende il tratto di Garvaghy Road, sin dal 1807, quando la zona era ancora prevalentemente costituita da campi e terreni agricoli.
L’Ordine di Orange è una “fratellanza protestante”, nata come società segreta nel 1795 dei presbiteriani dell’Ulster, allo scopo di organizzare la lotta contro i possidenti cattolici e contro gli United Irishmen, per mantenere l’ascendenza protestante in Irlanda.
Dopo l’Union Act del 1800, l’Ordine di Orange si dedicò soprattutto alla difesa degli interessi protestanti, trovando larga diffusione anche in Gran Bretagna e, attorno alla prima metà del secolo, negli Stati Uniti.
La questione di Garvaghy Road esplose negli anni Novanta, quando lo sviluppo urbano e i cambiamenti demografici trasformarono l’area in un quartiere a larghissima maggioranza cattolica.
La Drumcree Parade, la marcia protestante da e verso la chiesa di Drumcree, divenne così uno dei principali punti di confronto dell’intero conflitto.
Nel 1995 i residenti della strada, a maggioranza cattolica, organizzarono il primo grande sit-in di protesta; nel biennio 1996-1997 si susseguirono le tensioni tra polizia, residenti e sostenitori dell’Orange Order. In particolare, in quegli anni, nel corso delle tensioni legate alla Marcia, i protestanti si macchiarono di gravi crimini, compresi gli omicidi di Michael John McGoldrick (1996), dei fratelli Quinn (1998), tre bambini bruciati vivi da una bottiglia molotov lanciata contro la loro abitazione.
Dopo quell’anno, la Parades Commission impose il divieto di passaggio su quel tratto di strada.
Dopo 28 anni, nel 2026, la Parades Commission ha nuovamente autorizzato il passaggio della marcia protestante per Garvaghy Road. In particolare, davanti alla richiesta dell’Orange Order di poter effettuare una marcia di sole 60 persone, senza bande musicali e descritta come una processione silenziosa e non trionfalistica, la Parades Commission ha autorizzato una versione ancora più limitata: 35 persone, senza bande, alle 8 del mattino, con l’obbligo di sciogliersi rapidamente e senza sostenitori lungo il percorso, da svolgersi in data 28 settembre 2026.
La decisione veniva immediatamente ricorsa in tribunale da parte dei residenti, ma dopo un’iniziale vittoria in primo grado che annullava la marcia, l’Alta Corte confermava la parata.
Una volta resa nota la decisione della Parades Commission, i residenti sono insorti, decisi ad impedire la marcia. Sin dalla sera del 27 settembre, migliaia di persone, provenienti non solo da tutto il Nord Irlanda, ma anche dalla Repubblica Irlandese, sono scese in strada al fine di bloccare il passaggio con i propri corpi sotto lo slogan “No Passaran!”.
Per impedire il contatto fra le fazioni ed evitare incidenti, la polizia nordirlandese (PSNI) è intervenuta per creare una zona cuscinetto fra le due comunità.
La mattina del 28 settembre la delegazione di 35 persone dell’Orange Order era pronta a marciare dal sagrato della chiesa di Drumcree lungo Garvaghy Road, ma la polizia ha impedito la marcia temendo la reazione delle migliaia di nazionalisti cattolici, determinati a bloccare il passaggio ai protestanti.
Da quel giorno, sino ad oggi, lo stallo non si era sbloccato, con i protestanti all’interno della chiesa e migliaia di cattolici in strada.
Nei giorni successivi si sono uniti alla protesta anche personaggi politici di rilievo, come Michelle O’Neill, primo ministro Nord Irlandese e segretaria dello Sinn Féin delle 6 contee, nonché Mary Lou McDonald, segretaria dello Sinn Féin Irlandese e parlamentare dell’Eire, oltre a personalità di rilievo del mondo dello spettacolo, come i membri del gruppo musicale Kneecap – che ha reso il gaelico una lingua universalmente conosciuta grazie ai loro brani – e Noel Gallagher degli Oasis.
La partecipazione delle due esponenti politiche cattoliche è stata duramente contestata dai rappresentanti dei partiti lealisti che, in particolare, hanno avanzato una mozione di sfiducia nei confronti del primo ministro O’Neill e altri ministri del Sinn Féin, accusandoli di voler impedire qualcosa che era stato autorizzato legalmente da un tribunale.
In proposito, Mary Lou McDonald ha dichiarato che lei e il suo partito naturalmente collaboreranno con la PSNI per qualsiasi eventuale indagine sulla protesta di Garvaghy Road, ma difendendo la partecipazione del suo partito alla protesta, che la polizia ha definito non notificata e quindi illegale.
Interpellata sulla legalità della protesta, ha risposto: «Saranno altri a stabilire se questo sia effettivamente il caso; qui si tratta di giusto e sbagliato, qui si tratta di una semplice valutazione che tutti noi dobbiamo fare su ciò che è giusto e ciò che è equo e nell’interesse delle nostre comunità. Ci sono momenti nella vita in cui bisogna prendere posizione e questo è uno di quei momenti».
Nel frattempo la polizia locale continuava a mantener presidiata la zona per impedire il contatto fra protestanti e cattolici, ma, contestualmente, avviava un’indagine penale nei confronti dei manifestanti cattolici, per vari reati fra cui il blocco stradale.
Il portavoce dei residenti di Garvaghy Road, Breandán Mac Cionnaith, ha tracciato un parallelo con gli eventi dell’East London del 4 ottobre 1936, quando i membri della British Union of Fascists furono attaccati mentre marciavano attraverso un’area con una numerosa popolazione ebraica: «Quelli di voi che conoscono la propria storia, e la lotta contro il fascismo, e la lotta contro i partiti di destra, sapranno che i fascisti che cercarono di marciare attraverso le comunità minoritarie di Cable Street furono battuti e messi in fuga», ha detto.
«Qui in Irlanda c’è un’altra organizzazione fascista di destra. Non c’è altro modo per descriverla. Perché altrimenti un’organizzazione dovrebbe escludere dalla propria appartenenza quasi tutti i cattolici di questo Paese? Settarismo, fascismo, razzismo: è la stessa mentalità. Trattano gli altri come persone inferiori a loro. Noi non siamo un popolo di seconda classe».
La vittoria in questa battaglia certifica il cambiamento dei rapporti di forza nel Nord dell’Irlanda e l’inutilità di avviare bracci di ferro con il movimento repubblicano e la comunità irlandese, ben conscia che solo un'Irlanda unita, neutra e solidale dove la giustizia sociale sia coniugata con le libertà politiche sia l’unico Stato in cui vuole vivere.
Tiocfaidh ár lá!
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13/10/2026
La via del partito nuovo
Un dibattito necessario
L’autocritica rappresenta il primo dovere dei comunisti. Per questo penso che la discussione avviata da Luciano Vasapollo sul partito sia un atto profondamente comunista, che ci impegna a recuperare presenza e partecipazione nella vita politica del nostro Paese, non per quella che vorremmo che sia, ma per quella che è e potrà concretamente essere in futuro.
L’agire dei comunisti deve essere, sopra ogni cosa, pragmatico. Il materialismo dialettico ci insegna che ogni determinazione della natura crea al proprio interno le condizioni per il superamento della propria esistenza attuale e per la nascita di una realtà nuova.
Allo stesso modo, il rinnovamento della società assume forme continuamente diverse, che non seguono schemi predeterminati e sono perciò molto difficili da analizzare e impossibili da prevedere con precisione. Ne deriva che la ricetta per l’azione non può essere sempre la stessa.
Se la storia non si ripete mai, a maggior ragione occorre comprenderne a fondo gli insegnamenti. In una realtà complessa e in continua trasformazione, essa rappresenta una guida insostituibile. Altrettanto importante è la capacità di cogliere ciò che il presente offre alla nostra sensibilità e alla nostra capacità di analizzare, comprendere, immaginare e desiderare.
Socialismo e mercato
Chiunque si professi marxista converrà che, se il socialismo non fosse una tendenza storica reale, i comunisti dovrebbero, per coerenza, cessare di esistere. Interrogarsi oggi sulla possibilità concreta del socialismo non è fuori luogo, soprattutto di fronte a chi vuole imbrigliare il processo storico in un paradigma precostituito.
Molti pensano che il socialismo non possa esistere senza abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, del lavoro salariato e delle relazioni di mercato. In realtà, nessuno Stato socialista ha potuto rinunciare a questi dispositivi sociali; né, verosimilmente, l’umanità potrà farne a meno ancora per molto tempo.
I governi socialisti che hanno provato a cancellare la proprietà privata dei mezzi di produzione hanno conseguito, in molti casi, importanti risultati sul piano economico e sociale, ma hanno fallito, alla lunga, nel compito fondamentale di sviluppare le forze produttive del proprio Paese. Per un marxista non può esistere fallimento più grande.
Al contrario, i governi socialisti che hanno saputo impiegare le forze del mercato hanno portato i propri Paesi a svilupparsi e, in alcuni casi, persino a superare i Paesi capitalisti sotto molti aspetti.
Se non accetteremo di fare i conti con queste evidenze storiche, nessun passo avanti sarà possibile né sul piano teorico né su quello pratico. Non si tratta di elaborare il lutto per le nostre convinzioni continuando, in cuor nostro, a rimpiangere un mondo ideale che arriverà forse tra secoli.
Occorre invece abbandonare la presunzione di avere la ricetta pronta per il socialismo. In particolare, come Europei, dobbiamo ammettere di aver fatto più male che bene nei nostri esperimenti socialisti e, cosa più grave, di non essere stati finora capaci di imparare dagli errori commessi.
Per rimediare, dobbiamo comprendere a fondo la lezione offerta dal movimento comunista extraeuropeo, invece di rinchiuderci in un recinto ideologico e impartire lezioni al resto del Mondo.
Il partito nuovo
Dati i presupposti appena descritti, l’autocritica è indispensabile e benissimo ha fatto Vasapollo a stimolarla.
Oggi più che mai, serve all’Italia una grande formazione politica di massa, che «rompe con gli schemi di un chiuso classismo corporativo, che respinge ogni posizione di massimalismo avventuristico e parolaio, che non vive di mitiche attese», ma «esige nel presente il lavoro per fare delle masse operaie la guida di un grande movimento democratico e rivoluzionario»1.
Secondo Togliatti, il «partito nuovo» doveva lottare per «una democrazia combattiva, che difenda la libertà […] rendendo impossibile ogni rinascita reazionaria, una democrazia che sia attivamente antifascista e antimperialista e perciò veramente nazionale, popolare e progressiva»2.
Chi potrebbe negare l’urgenza di un tale compito nella disastrosa situazione odierna? Oggi come ieri, non si tratta di sostituire un governo con un altro all’interno di compatibilità prestabilite, ma di perseguire la trasformazione in senso progressivo dell’intero sistema economico, sociale e politico.
All’Italia di oggi serve una terza repubblica capace di mantenere le promesse disattese dalla prima, attuando finalmente la costituzione e superando l’esperienza fallimentare degli ultimi quattro decenni. Un obiettivo di questa portata richiede al partito nuovo una politica di coalizione lungimirante, capace di attrarre tutte le forze sane della società italiana, senza altre preclusioni oltre a quelle, invalicabili, dell’antifascismo e dell’antimperialismo.
Richiede, in particolare, di respingere le derive identitarie e di promuovere con coraggio i processi di aggregazione necessari per offrire alla società italiana una prospettiva generale di trasformazione.
Il partito nuovo deve impedire che, come è accaduto in passato, lo scontro politico interno si trasformi in guerra civile. Esistono ragioni di principio contro la violenza politica, che riflettono quelle contro la violenza in generale. A queste ragioni va attribuito un peso particolare, data la pesante eredità storica che portiamo sulle spalle come italiani ed europei.
Allo stesso tempo, i fascisti devono avere chiaro che non troveranno mai gli antifascisti impreparati o inermi. Né il partito nuovo farà mai mancare la solidarietà attiva ai processi di resistenza nel Mondo, fino al giorno in cui i crimini dell’imperialismo e del colonialismo saranno definitivamente giudicati e consegnati alla storia.
Un programma per la pace
Il partito nuovo che serve oggi all’Italia deve ereditare il meglio del passato ma non può esserne un semplice riflesso. Troppo grandi e troppo inedite sono le sfide che il futuro ci pone.
L’Italia sta declinando drammaticamente su tutti i piani, e prima di tutto su quello morale. Il dovere dei comunisti è mettersi al servizio del popolo italiano per aiutarlo a risalire la china. Per fare ciò, è necessario da una parte identificarsi pienamente con le aspirazioni del popolo e, dall’altra, impegnarsi per capire come concretamente esse possano essere soddisfatte, aiutando il popolo a non cadere più vittima dei demagoghi che lo vogliono ingannare. Per questo la guida del Partito è insostituibile, e bene ha fatto Vasapollo a richiamarne l’importanza.
Il primo impegno di una nuova politica deve essere la pace, che è la più preziosa alleata del socialismo e la più grande amica della rinascita economica dell’Italia. La Costituzione sia il faro, senza cercare rotture traumatiche con gli alleati, ma neppure accettando compromessi sui principi di una politica estera che trovi il proprio baricentro nel rafforzamento del sistema multilaterale centrato sulle Nazioni Unite, nella risoluzione negoziata delle controversie internazionali e nel rispetto dei principi di non aggressione e di non interferenza negli affari interni degli altri Paesi.
Al tempo stesso, è necessario richiamare la comunità internazionale al dovere di saldare quanto prima il proprio debito storico nei confronti del popolo palestinese operando, in coerenza con i principi della carta delle Nazioni Unite, per la fine dell’occupazione sionista della Palestina.
La pace si costruisce sul rispetto del diritto internazionale e sullo sviluppo di relazioni cooperative in ambito economico, politico e sociale tra governi e popoli. Per questo, il partito nuovo comprende che l’internazionalismo consiste oggi nella costruzione di un sistema di relazioni internazionali basato su principi equi e condivisi.
In questo sistema, ogni popolo che rispetti i principi della convivenza comune deve essere libero di scegliere autonomamente la propria strada in ogni campo. Non devono esistere Paesi che guidano altri Paesi, né alleanze militari, aggressioni o sanzioni unilaterali. Il partito nuovo deve improntare i propri rapporti internazionali al rispetto di questi principi e prestare particolare attenzione a non interferire, con la propria azione politica, negli affari interni degli altri Paesi.
La rinascita economica dell’Italia
Un quadro di relazioni internazionali pacifiche e orientate allo sviluppo condiviso rappresenta oggi la base indispensabile per delineare un futuro diverso per il nostro Paese. L’Italia potrà rinascere solo se saprà aprirsi alla cooperazione paritaria tra i popoli.
Ma questo non basterà se non sapremo valorizzare pienamente le capacità dei nostri lavoratori. L’Italia continuerà a declinare finché l’impegno ad apprendere e a lavorare con onestà e dedizione sarà svalutato da un sistema fiscale, normativo e contrattuale che non assicura salari adeguati e condizioni di lavoro dignitose a gran parte dei lavoratori presenti sul territorio nazionale.
Serve giustizia per i lavoratori, e insieme serve una maggiore spinta verso l’innovazione tecnologica, che possa favorire uno sviluppo di qualità e accelerare la transizione ecologica. Finché la nostra economia resterà dipendente da una monocultura turistica, sarà molto difficile creare buoni posti di lavoro per i giovani. Su questa base, è necessario costruire una relazione proficua con quella parte dell’imprenditoria nazionale che rifiuta di sopravvivere parassitando il bilancio pubblico, grazie a privilegi corporativi e a salari sempre più bassi.
Per assolvere ai propri doveri nei confronti delle nuove generazioni, il partito nuovo deve porre al centro della propria politica economica lo sviluppo di forze produttive di alta qualità. Per questo occorre orientare la spesa pubblica a sostegno dell’innovazione, della ricerca pacifica e dei servizi pubblici, garantendo sempre la dignità dei lavoratori che li erogano. Occorre invece tagliare i trasferimenti ingiustificati alle imprese e i sostegni ai profitti dei monopoli privati, in particolare a quelli del complesso militare-industriale, riducendo drasticamente le spese militari.
Al tempo stesso, il partito nuovo deve promuovere la sovranità tecnologica dell’Italia e una ferma politica di regolazione dei monopoli privati. In questi ambiti, il ruolo dell’impresa pubblica, se gestita con criteri di efficienza, è essenziale. L’economia nazionale si rafforza attraverso la concorrenza tra imprese private e imprese pubbliche forti, che perseguano obiettivi di interesse generale senza creare oneri aggiuntivi per il bilancio statale. Tra tali obiettivi rientra prioritariamente la produzione di energia sostenibile e a basso costo.
Il rinnovamento democratico
I finanziamenti più ingenti, da soli, non bastano. Il cambiamento di cui abbiamo bisogno sarà possibile solo se sapremo dare centralità alla cultura, alla scienza e alla tecnologia in tutti gli ambiti della società italiana, contrastando ogni rigurgito irrazionalista e passatista.
Nel fascismo si concentrano i residui più retrivi del passato, che da decenni ostacolano il rinnovamento della cultura nazionale, e i peggiori vizi morali, che impediscono di immaginare un futuro diverso per il nostro Paese. Il legame tra democrazia progressiva, antifascismo e rinascita economica risulta così evidente. La trasformazione della struttura e della sovrastruttura della società italiana deve procedere di pari passo.
I padri costituenti hanno attribuito rango costituzionale ai partiti che, rendendo effettiva la partecipazione attiva del popolo alla vita politica del Paese, contribuiscono ad attuare il principio democratico dell’autogoverno. Nel quadro della democrazia costituzionale, questo principio deve essere contemperato con il rispetto delle garanzie individuali, ma non può essere svuotato dal peso preponderante di un potere economico concentrato in un numero sempre più ristretto di mani.
La fine della Prima Repubblica ha aperto una crisi profonda e tuttora irrisolta, perché dalle macerie di allora non è emerso un sistema di partiti compiutamente democratico. Al contrario, è seguito un arretramento su tutti i piani. Alla crescente debolezza della partecipazione popolare alla vita politica ha corrisposto la sottomissione del potere politico alle istanze corporative, agli interessi di una grande borghesia nazionale sempre più parassitaria e a quelli dei monopoli esteri.
Nella situazione attuale, i partiti agiscono principalmente in funzione di questi ristretti interessi economici. Per questo è necessaria, prima di tutto, una riforma democratica dei partiti, che li riconduca alla originaria funzione costituzionale. I partiti rinnovati assicureranno la necessaria mediazione tra società civile e macchina statale, accorciando le distanze storicamente ampie, soprattutto nel nostro Paese, tra governanti e governati. Lo Stato italiano cesserà finalmente di operare come un’entità contrapposta alla società.
La rinascita dell’Italia richiede un programma che rafforzi la partecipazione politica e rigeneri la vita democratica e istituzionale. Il partito nuovo potrà sviluppare pienamente la propria azione soltanto all’interno di un quadro politico e istituzionale rinnovato, nel quale le attuali divisioni siano superate ponendo l’intero sistema politico su solide basi antifasciste e antimperialiste.
Una nuova stagione politica
La distanza tra gli obiettivi che dobbiamo porci e la situazione in cui ci troviamo attualmente può apparire scoraggiante. Deve sostenerci, tuttavia, la fiducia che il popolo italiano possa risollevarsi, come ha fatto in passato, dalla difficile condizione in cui è caduto.
In questo momento potrebbe sembrare che le dure lezioni impartite dalla storia siano state completamente dimenticate e che fascismo e razzismo abbiano conquistato il consenso della maggioranza dell’opinione pubblica. Le mobilitazioni antimperialiste dell’autunno passato e il successivo voto referendario hanno invece dimostrato che nel Paese esiste ancora una maggioranza non disposta a vedere calpestati i valori della repubblica antifascista.
L’attaccamento del popolo alla democrazia rappresenta un argine contro ogni progetto autoritario e può costituire la base per una nuova stagione politica. Non tutto dipende da noi, ma dobbiamo fare al meglio la nostra parte affinché questa stagione diventi realtà.
Note
1 Intervento di Togliatti alla Conferenza dei partiti comunisti e operai di Mosca del novembre 1957, in Problemi del movimento operaio internazionale 1956-1961, 1962, pp. 253-267.
2 P. Togliatti, Partito Nuovo, Rinascita, a. I, n. 4, ottobre-novembre-dicembre, 1944 (in P. Togliatti, Opere Scelte, Editori Riuniti, 1974).
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Netanyahu ordina di indagare sulle fonti di “Naza”. È la “democrazia” secondo i sionisti
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha chiesto l’avvio immediato di un’indagine penale contro le fonti anonime usate per “Naza”, il pluripremiato documentario firmato dai registi Yuval Abraham e Rachel Szor, che ha mostrato – a chi aveva bisogno ancora di prove – la “banalità del male” delle operazioni a Gaza.
“Bibi” ha chiesto al Capo di Stato Maggiore dell’esercito, al vertice dello Shin Bet (i servizi segreti interni) e al Procuratore Generale di identificare con urgenza i militari coinvolti e di perseguirli legalmente. Secondo una nota ufficiale diffusa dall’ufficio del primo ministro, la pellicola “racconta una storia falsa, fuorviante e di parte che diffama lo Stato di Israele e le Forze di Difesa Israeliane nel mondo e danneggia gravemente la reputazione del Israele”.
Dunque, attenzione: non sono stati gli oltre 20 mila bambini massacrati e i video dei militari che lo rivendicavano felici, non sono state le oltre 4 vittime civili su 5 confermate dall’IDF stesso, e nemmeno i 4 omicidi giornalieri commessi a Gaza dopo il finto “cessate il fuoco”. È un documentario a danneggiare la reputazione di Israele, e si è visto quale sia all’ultima Assemblea generale dell’ONU.
Ricordiamo che al centro del film ci sono le modalità con cui l’esercito ha condotto i bombardamenti nella Striscia, con l’impiego di sistemi di puntamento basati sull’intelligenza artificiale e il disinteresse per i civili (anzi, con l’evidente ricerca del loro annientamento) etichettati come “danni collaterali”, naza appunto.
Netanyahu ha sollecitato un intervento tempestivo affinché i 24 testimoni – che sono membri dell’intelligence e soldati delle IDF protetti dall’anonimato, ma le cui testimonianze sono state verificate dal Guardian e da +972 Magazine – vengano perseguiti per la divulgazione di informazioni riservate e il danneggiamento degli interessi diplomatici e di sicurezza di Israele.
La richiesta di incriminazione fatta da Netanyahu segna una decisa escalation in una vicenda che già da tempo infiamma il dibattito pubblico israeliano. In seguito all’uscita della pellicola, i registi erano già stati bersaglio di intimidazioni e minacce, e il ministro della Cultura, Miki Zohar, era arrivato a invocare la revoca della loro cittadinanza.
L’intervento di Netanyahu rende ancora più accesa la situazione. E per questo è necessario evidenziare un paio di nodi. Perché se la censura e la guerra propagandistica sollevata contro il documentario è un chiaro attacco alla libertà di informazione e cerca di nascondere i crimini israeliani, avvalendosi anche dei sionisti tra le fila dei media e dei politici occidentali, non si può ignorare il rapporto distorto tra l’esecutivo di Tel Aviv e il resto delle sue istituzioni.
Gli strenui difensori di Israele come “unica democrazia del Medio Oriente” come valutano il caso in cui il primo ministro invita il potere giudiziario a intervenire contro dei propri cittadini? Che democrazia è quella in cui non solo si viene sottoposti a una “caccia all’uomo” nel caso in cui si rivelino dei crimini dell’esercito, ma in cui il capo del governo preme per orientare l’operato delle corti di giustizia?
Oggi succede che un paese in cui è presente una dura dialettica politica ed elettorale, all’interno di un sistema istituzionale complesso e stratificato come è quello iraniano, viene definito “autocrazia”, mentre un regime di apartheid dichiarato vede la divisione dei poteri quantomeno appannarsi, con lo scopo di perseguire chi ha semplicemente esercitato il diritto alla libera informazione.
È la “democrazia” in salsa sionista, che vari esecutivi occidentali vogliono importare nel proprio paese per rendere tutto più facile di fronte a popoli che sono stanchi dei loro fallimenti.
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Secondo il FMI c’è “grande incertezza” sull’economia globale
In tale contesto di “grande incertezza” il Pil mondiale viene rivisto leggermente al rialzo al +3,1% dal 3% del rapporto di Luglio, ma rallenta dal +3,5% che aveva raggiunto nel 2025. Il FMI prevede però una crescita stabile al +3,4% nel 2027.
“L’attività economica globale si è dimostrata ancora una volta resiliente. Il rilancio tecnologico, le riserve e gli adattamenti hanno contribuito a mitigare i danni causati dalle interruzioni legate alla geopolitica” – scrive l’Outlook di ottobre del FMI – “Si prevede che la crescita globale rallenterà al 3,1% nel 2026 per poi riprendersi al 3,4% nel 2027. L’inflazione globale complessiva dovrebbe aumentare notevolmente al 4,7% nel 2026 prima di scendere al 4,1% nel 2027. Le economie importatrici di energia al di fuori della catena del valore tecnologico affrontano le prospettive più difficili”.
Le previsioni più pesanti sono infatti sulla regione mediorientale sconvolta dalle guerre scatenate da Usa e Israele. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una contrazione del 2% dell’economia del Medio Oriente e del Nord Africa nel 2026 – un dato inferiore di 3,1 punti percentuali rispetto alle stime di aprile – a causa del conflitto regionale e delle tensioni attorno allo Stretto di Hormuz. Le ripercussioni più gravi interesseranno Kuwait, Iraq, Qatar e Bahrein, mentre l’Arabia Saudita subirà un impatto più contenuto rispetto ai vicini produttori di petrolio, grazie a rotte di esportazione più diversificate al di fuori dello stretto.
Ciò limiterà il calo del suo Pil al 3,3% a fronte della crescita del 3,1% prevista ad aprile prima di registrare una ripresa del 7,9% nel 2027. Tali stime per il regno arabo non tengono conto dell’impatto della guerra in Yemen e degli attacchi alle infrastrutture aeroportuali ed energetiche del Paese operate dagli Houthi. Questi ostacoli logistici e le riduzioni delle forniture manterranno i mercati globali sotto pressione, spingendo il FMI a rivedere al rialzo la previsione del prezzo medio del petrolio per il 2026, portandola a 96 dollari al barile (il 16% in più rispetto ad aprile), e a stimare un aumento del 36% del prezzo del gas naturale in Europa.
Secondo il nuovo report, l’attività economica del Medio Oriente subirà un forte calo quest’anno, seguito da un rimbalzo del 7% nel 2027, un incremento di 2,2 punti percentuali rispetto alla cifra calcolata lo scorso aprile.
Questa revisione al ribasso delle prospettive per il 2026 deriva dal nuovo scenario di base dell’istituzione, che ipotizza che la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz – attraverso il quale transitano quotidianamente circa 20 milioni di barili di greggio – non inizierà prima del marzo 2027 e non raggiungerà la piena normalizzazione fino all’ottobre dello stesso anno. Tale paralisi del trasporto marittimo infliggerà un duro colpo alle economie dei produttori del Golfo maggiormente esposti a questa rotta; essi registreranno cali superiori al 10% quest’anno, per poi segnare una forte ripresa nel 2027.
Le economie capitaliste occidentali battono in testa
Stando all’outlook del FMI, il Pil degli Stati Uniti rimane stabile al +2,3% nel 2026 mentre dovrebbe crescere solo di 0,1 punti percentuali nel 2027 passando dal 2,2% della previsione di aprile al +2,3%.
L’area dell’Eurozona crescerà quest’anno la metà rispetto a quella statunitense (1,1% dallo 0,9% della previsione di luglio) e dell’1,2% nel 2027.
Tra i paesi europei appare in via di miglioramento la Germania il cui Pil passa dallo 0,2% del 2025 al +1,3% di quest’anno, rivisto al rialzo di 0,6 punti percentuali da luglio, mentre nel 2027 si attesterà al +1,1% dalla stima del +1% di luglio.
La Spagna si conferma la ‘locomotiva’ d’Europa con il Pil rivisto al rialzo quest’anno dal 2,1% di luglio al +2,5% odierno, mentre nel 2027 crescerà dell’1,8%. La Gran Bretagna crescerà dell’1,3% quest’anno (dall’1% della stima di luglio) e dell’1,2% il prossimo.
Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al rialzo il Pil dell’Italia nel 2026 portandolo dal +0,5% dell’aggiornamento di luglio al +0,8%. Aumentata anche la previsione di crescita del 2027 al +0,6% dal +0,5% di luglio. L’inflazione dovrebbe aumentare al +3,3% nel 2026 dal +1,6% del 2025 per rallentare al +2,8% il prossimo anno.
L’andamento delle economie dei paesi emergenti
Passando alle cosiddette economie emergenti la Cina – secondo il FMI – vede un rallentamento dal 5% del 2025 al 4,5% nel 2026 (+4,6% la previsione di luglio), nel 2027 il Pil frenerà al 4% (+4,1% a luglio).
L’India si conferma la locomotiva del Mondo: quest’anno il Pil è stato rivisto dal 6,4% al 7% mentre il prossimo dal 6,7% al 7%.
Rivisto al ribasso il Pil della Russia dall’1,1% allo 0,9% sia quest’anno che il prossimo.
Fonte
La scommessa del 30 ottobre
Siamo già da diverso tempo in campagna elettorale ed ora, con l’approvazione dello Stabilicum alias “nuova legge truffa”, ci siamo dentro fino al collo. Eppure non c’è in giro una discussione sui temi che stanno a cuore alla stragrande maggioranza delle persone che vivono nel nostro Paese. Non si parla di come alzare i salari e le pensioni, non si parla di come fermare la corsa dei prezzi, non si parla di come proteggere l’Italia dai sempre più forti venti di guerra.
La destra, che porta la responsabilità del governo, da un lato assume provvedimenti di facciata (come l’eliminazione del bollo auto per un anno) per gettare un po’ di fumo negli occhi all’elettorato, e dall’altro prova a spostare l’attenzione sulla presenza dei migranti, rincorrendo su questo Vannacci e l’estrema destra, nel tentativo di spiegare le difficoltà di milioni di lavoratori con la nota tesi dell’invasione degli immigrati. È il solito gioco di cambiare discorso quando ti mancano gli argomenti e soprattutto la volontà di colpire interessi con i quali la destra è da sempre alleata (vedi banche e mondo delle grandi imprese).
Sull’altra sponda, il centro sinistra o campo largo o larghissimo, non riesce a trovare la quadra sui temi della guerra e dei rapporti con Israele per i forti vincoli che lo legano all’Unione Europea e alla Nato, mentre sui temi sociali non va oltre una generica denuncia dello sfascio della sanità e del peggioramento generale delle condizioni di vita. Mancano proposte chiare sul piano economico e sociale che potrebbero fare la differenza e che invece non vengono formulate perché l’indirizzo economico anche del campo largo è purtroppo lo stesso del governo Meloni ed è quello stabilito a Bruxelles.
Per rompere questa melma c’è bisogno di rimettere al centro l’iniziativa sociale e politica di massa, l’azione conflittuale che è la sola che possa irrompere in questo teatrino della politica italiana e scombinare i piani di entrambi gli schieramenti.
In giro per l’Europa qualcosa di simile sta già accadendo e le piazze stanno svolgendo una funzione assai rilevante non solo per modificare il clima politico ma anche per imporre un’altra agenda alla politica. In Spagna e Francia le grandi organizzazioni sindacali hanno dovuto proclamare lo sciopero generale sotto la spinta di forti movimenti di massa. In Italia siamo ancora ai primi passi ma qualcosa ci sembra che stia cambiando.
Le 50 piazze di sabato 10 ottobre per la Palestina sono state un segnale importante. Ancora una volta la lotta per liberare la Palestina dall’oppressione genocida di Israele ha avuto l’effetto di sprigionare grandi energie e di mettere in circolo la voglia di intrecciare problemi e sensibilità diverse per dar vita ad una mobilitazione generale. Le agitazioni studentesche che si tanno diffondendo lungo la penisola ma anche i blocchi degli agricoltori che chiedono di non essere schiacciati dall’agro industria e rivendicano la necessità di tenere sotto controllo il prezzo dei carburanti, sono altrettanti segnali di una consapevolezza che sta maturando.
I media sono impegnati a tenere nascoste sia le mobilitazioni europee che quello che succede qui da noi. Le manifestazioni per la Palestina sono state completamente oscurate. I trattori che bloccano le strade vengono tenuti lontani dalle telecamere. E si sta cercando di neutralizzare le occupazioni studentesche.
Come fu lo scorso anno quando il governo Meloni sentì traballare la sua ostentata stabilità, anche ora c’è una grande preoccupazione che possa scoppiare una larga e diffusa protesta di popolo. Hanno paura che si possa saldare il movimento politico per la Palestina e contro la guerra e il riarmo con la lotta al carovita e per la crescita di salari e pensioni.
La sensazione è che tanto il centro destra quanto il centro sinistra non riescano più a parlare con la loro base o, più semplicemente, parlino un linguaggio molto diverso da quello dei loro stessi elettori. E che entrambi non abbiano alcuna voglia di mettere al centro dell’agenda politica quello che invece è il programma dello sciopero generale lanciato per il prossimo 30 ottobre e che risponde alla volontà di tanta parte del Paese.
Lo riassumiamo in breve.
Per un intervento sulla condizione economica generale attraverso:
- Interventi strutturali che impediscano il rialzo continuo dei prezzi su tutti i beni di prima necessità, e in particolare i prodotti energetici, i carburanti e i prodotti alimentari. Il Governo può e deve introdurre un controllo sui prezzi di tutti i generi che influiscono in modo determinante sulle condizioni di vita della popolazione che vive di salari e pensioni, con meccanismi di calmieramento e tetti che mettano una protezione alla crescita fuori controllo dei prezzi;
- Per l’eliminazione dell’IVA dai beni di prima necessità, l’abbattimento delle accise sui carburanti, la tutela delle utenze domestiche per l’energia elettrica e il gas, lo stop agli sfratti e agli sgomberi e il collegamento tra affitti e salari.
Per un intervento sui salari e sulle pensioni:
- Introduzione di un nuovo meccanismo di adeguamento automatico dei salari e delle pensioni al costo della vita, sganciato dai rinnovi contrattuali, calcolato con un indice dell’inflazione non depurato dal costo dei prodotti energetici importati;
- Aumenti salariali che redistribuiscano la ricchezza a partire dalla soglia di un minimo tabellare netto non inferiore a 2000 euro, equivalente a 12 euro l’ora;
- Stop a nuovi interventi contro il sistema pensionistico pubblico e l’allungamento ulteriore dell’età pensionabile, per una politica di maggiori tutele per lavoratori pubblici e privati;
- Per una politica industriale che metta in sicurezza i posti di lavoro, a cominciare dall’ex-ILVA e dal settore auto (con il loro indotto), e tuteli l’ambiente e il territorio.
Per lo stop alle politiche di riarmo e di sostegno a Israele e all’Ucraina che stanno precipitando il Mondo in uno scenario di crisi e di guerra e che alimentano la speculazione e l’aumento incontrollato dei prezzi:
- Lo stop ai piani di riamo europei e italiani e la destinazione dei fondi a tutela dei servizi pubblici, al calmieramento dei prezzi e alla politica dell’abitare;
- L’interruzione di ogni relazione istituzionale e collaborazione economica, scientifica e politica con lo stato di Israele, unito all’embargo completo sulle armi, sui componenti utili alle armi, sui materiali utili all’armamento, sui trasferimenti di tecnologie e su tutti i beni materiali e immateriali “dual use” verso lo stato di Israele;
- Il rispetto della legge 185 del 1990 contro il traffico di armi con paesi coinvolti in teatri di guerra o colpevoli di ledere i diritti umani.
- Fermare il previsto piano di militarizzazione dei porti e delle infrastrutture strategiche del Paese (MMA) e i processi di automazione collegati.
- Fermare i processi di militarizzazione di scuola, università e ricerca.
Contro tutte le misure di polizia e che ledono gli spazi di espressione e di democrazia con le quali si sta cercando di mettere un bavaglio alle proteste. Contro tutte le scelte istituzionali che hanno un chiaro sapore discriminatorio e per la regolarizzazione di tutti i lavoratori stranieri.
È per tutto questo che occorre allargare il più possibile lo sciopero generale del 30 ottobre, perché la voglia di pace e di migliori condizioni di vita e di lavoro si affermino come priorità nell’agenda politica del Paese.
Bloccare tutto per cominciare a cambiare davvero.
Delirio guerrafondaio in via Solferino
Una persona accende il pc, dà un’occhiata alle versioni online dei principali giornali per avere un quadro di quel che accade e rimane basito di fronte all’apertura del Corriere della Sera, la testata che da oltre un secolo fa da pietra angolare del regime corrente (lo ha fatto durante il fascismo, il dominio DC, ”mani pulite”, il ventennio berlusconiano, ecc.).
“La Nato: pronti a combattere subito se attaccati dalla Russia. Il comandante Grinkewich: Ecco il piano della vittoria. E l’appoggio degli Usa è garantito”.
Cazzo, ci siamo... Siamo pronti alla guerra, anzi a vincere senza problemi, e Trump fa solo finta di voler scaricare l’Europa e la Nato, ci dà tutto quel che serve (satelliti e testate nucleari, in primis). Tutto a posto, si va... Giusto il tempo di salutare la famiglia, un bacio ai pupi, un abbraccio alle mogli e alle mamme e poi via, verso l’est da conquistare... Anzi, no “da difendere”, perché è Putin che ci vuole attaccare, noi saremmo pacificissimi, se non esistesse...
In una sola notte sono spariti tutti i problemi. Il riarmo ancora tutto da realizzare (molte decisioni finanziarie sono state prese, ma trasformarle in armamenti e soldati addestrati dovrebbe richiedere anni, di solito), gli eserciti che crescono ognuno per conto suo (la Germania vuole darsi “il più forte esercito d’Europa”, non confondere ad un impossibile esercito comune; la Francia, preoccupata dai tedeschi, idem), le popolazioni che sono pressoché totalmente contrarie e vanno riempiendo le piazze per farlo capire anche a quegli imbecilli che dimorano nelle cancellerie...
Il generalissimo ha parlato, la vittoria è vicina, andiamo!
Grinkevich è in effetti un generale americano, che comanda contemporaneamente sia le truppe Usa nel vecchio continente che le truppe dell’intera Nato. “Un fatto rassicurante”, secondo il vicedirettore Sarcina, che evidentemente ha un bisogno disperato di sapere chi comanda davvero sopra di lui. Dev’essere come avere la bussola guasta, altrimenti...
E il “piano” che il generale descrive a grandi linee fa di tutto per “rassicurare” chi ne sente il bisogno: «La nostra Alleanza ha un vantaggio essenziale: noi sorvegliamo il territorio circostante con un sofisticato sistema di intelligence che ci consente di gestire un’enorme massa di dati con gli algoritmi. Difficilmente possiamo essere colti di sorpresa. Saremo, quindi, in grado di bloccare l’attacco iniziale. Se sarà necessario, distruggeremo lo schieramento nemico, mettendo in campo le nostre forze convenzionali: l’esercito, l’aviazione, la marina, ma anche i reparti cibernetici. In questo modo non consentiremo al nemico di occupare neanche una piccola porzione del nostro suolo».
Tutto perfetto, come in ogni piano di guerra. Peccato che ogni singolo soldato, o anche ogni “combattente irregolare”, sappia che mai, in nessun caso, un piano di battaglia è poi andato come previsto. Il problema infatti è che si lotta contro qualcun altro, che ha anche lui i suoi piani e, soprattutto, i suoi mezzi.
Quel che suona falso come una moneta da tre euro, nel discorsetto di Grinkewich preso per oro colato dal Corriere, è l’assoluta indifferenza per l’arsenale nucleare russo (oltre seimila testate, ma ne basterebbero un centinaio per fare dell’Europa un formicaio impazzito) e i missili ipersonici, attualmente ancora non intercettabili con robetta antiqauta come i Patriot o i Thaad (peraltro sempre più difficili da trovare per averli lì dove servirebbero).
Strano, per un generale che dovrebbe conoscere la dottrina nucleare di Mosca (identica, peraltro, a quella statunitense o cinese), secondo cui davanti a una “minaccia esistenziale” che metta in discussione l’esistenza della Federazione Russa quell’arsenale verrebbe sicuramente usato. Parlare in quel caso di “vittoria”, sulle macerie radioattive, non sembra un capolavoro di logica militare...
Sfortunatamente per il generale, ed anche per il Corriere, c’è pure “un’altra America” con tutt’altre priorità. Non “buone intenzioni”, non pacifismo imbelle... semplicemente altre priorità. E le ha spiegate, quasi contestualmente, Matthew Whitaker, l’ambasciatore Usa presso la Nato anche lui presente allo stesso Forum da cui ha pontificato Grinkewich.
Whitaker ha messo in fila «le quattro priorità» degli Usa: «Al primo posto c’è la nostra sicurezza nazionale; al secondo quella del nostro continente; al terzo l’Indopacifico; al quarto l’Europa».
Ora la domanda diventa: se sei all’ultimo posto nei pensieri dell’imperatore, appena prima dell’Africa subsahariana, come fa a venirti in testa di poter “accelerare” verso la guerra con la Russia?
Non che se fossi stato al primo posto le cose sarebbero più rosee, ma insomma, se stai in fondo tutto viene prima di te... Se vuoi te lo spiega Mourinho con un altro spot...
Poi uno alza gli occhi, guarda altri giornali internazionali e capisce... È la solita sortita della propaganda per giustificare il riarmo, il taglio della spesa sociale a favore di quella militare, l’appoggio critico al governo Meloni, la creazione di un clima guerresco per “deviare” le aspettative dei giovani (quelli che in una guerra ci dovrebbero andare anche se non ne hanno alcuna intenzione).
Residuo secco di materia organica, insomma. Non informazione.
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IA, niente capitali Usa per la Cina
Il 7 ottobre 2026, il Dipartimento del tesoro ha annunciato la prima multa comminata in forza dello Outbound Investment Security Program (OISP), ovvero delle norme, in vigore dal 2 gennaio 2025, che limitano gli investimenti statunitensi – finanziari, produttivi e joint-venture – in tecnologie sensibili o avanzate nei cosiddetti “countries of concern” (paesi che destano preoccupazione), in cima alla lista dei quali gli Usa hanno messo la Cina.
La sanzione, dell’importo di 200.000 dollari, è stata inflitta ad Amidi LLC, per non aver presentato la notifica prevista dall’OISP, dopo che la sua controllata Plug and Play China aveva investito 92.478 dollari nella Shanghai Qiongche Intelligent Technology Company Limited, nota come Noematrix, il 19 aprile 2025.
La multa, notificata nel luglio scorso, è stata comunicata mercoledì sul sito del ministero. Si tratta del primo caso di applicazione dell’OISP, che vieta alcune operazioni e impone agli investitori di comunicarne al Tesoro altre. I suoi obblighi si applicano anche a determinati investimenti effettuati attraverso società estere controllate da soggetti statunitensi.
I settori interessati dall’OISP sono:
- semiconduttori e microelettronica;
- tecnologie dell’informazione quantistica;
- intelligenza artificiale.
Il Tesoro ha spiegato di aver individuato l’operazione nell’ambito di ordinarie attività di controllo della conformità alle norme e di monitoraggio del mercato. Il comunicato non chiarisce invece come sia stato determinato l’importo della sanzione.
Noematrix, oggetto del finanziamento, sviluppa la cosiddetta “embodied AI”, l’intelligenza artificiale incarnata, modelli e software che permettono ai robot di percepire l’ambiente circostante e interagire fisicamente con esso. La compagnia di Shanghai è specializzata nell’impiego dell’IA nella logistica, nei servizi domestici e nella lavorazione degli alimenti. Ma le applicazioni di questa tecnologia promettono di essere rivoluzionarie anche per l’industria e la difesa.
Nei comunicati relativi ai finanziamenti raccolti, Noematrix ha indicato tra i propri investitori, oltre a Plug and Play China, Prosperity7 Ventures, un fondo di Aramco Ventures, e ad altre società di investimento.
Christopher Pilkerton ha affermato che l’OISP mira a contrastare i progressi compiuti da paesi considerati una minaccia nelle tecnologie strategiche, che potrebbero comportare rischi per la sicurezza nazionale. «Continueremo a vigilare affinché gli investitori rispettino gli obblighi previsti dal programma», ha dichiarato il sottosegretario al Tesoro responsabile per la sicurezza degli investimenti.
Più che a colpire una quantità di investitori, l’Outbound Investment Security Program è concepito soprattutto come uno strumento preventivo e deterrente. Il numero di potenziali destinatari è infatti relativamente ristretto: dopo anni di tensioni tra Washington e Pechino, gli investimenti americani nei settori tecnologici cinesi considerati strategici sono già fortemente diminuiti. L’obiettivo è dunque soprattutto impedire che i capitali statunitensi ancora presenti in questi settori contribuiscano allo sviluppo di tecnologie ritenute sensibili per la sicurezza nazionale, come l’intelligenza artificiale.
L’OISP è stato istituito con l’ordine esecutivo 14105 emanato dall’allora presidente Joe Biden, il 9 agosto 2023, in base allo International Emergency Economic Powers Act (“IEEPA”).
Il 28 ottobre 2024 il dipartimento del Tesoro emanò il regolamento attuativo definitivo, entrato in vigore il 2 gennaio 2025. Il 18 dicembre 2025 il il Congresso ha approvato il COINS Act, una legge che rappresenta una evoluzione dell’OISP, le cui norme restano applicabili finché (entro marzo 2027) non saranno emanati i nuovi regolamenti attuativi.
La politica Usa sugli investimenti in uscita nei settori hi-tech è bipartisan: all’interno del Congresso vi è un consenso pressoché unanime sulla “minaccia geostrategica” rappresentata dalla Cina, che giustifica il nuovo regime di controllo. In particolare, l’ascesa della Cina nei tre settori interessati dall’OISP viene dipinta come una “emergenza nazionale” perché in grado di rafforzare l’esercito, l’intelligence, la sorveglianza e le capacità cyber della Cina.
Il Comprehensive Outbound Investment National Security (COINS) Act, approvato a dicembre, ha ampliato il perimetro dello OISP, soprattutto estendendone le restrizioni a nuovi paesi (Iran, Corea del Nord, Russia, Cuba). La nuova legge inoltre include nell’elenco delle tecnologie interessate i computer ad alte prestazioni (già in larga misura contemplati dalle norme vigenti sugli investimenti in uscita) e le tecnologie ipersoniche.
Per un approfondimento sugli aspetti tecnici del COINS Act, rimandiamo a questa scheda dello studio legale Freshfields.
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“Cessate subito”... di prendere in giro il mondo
L’annuncio della “tregua energetica” tra Russia e Ucraina è rapidamente debordata a manifestazione di impotenza parolaia. “Ucraina e Russia hanno accettato un cessate il fuoco immediato limitato agli attacchi alle infrastrutture energetiche”, ha annunciato Trump su Truth. “Con effetto immediato, c’è un CESSATE IL FUOCO ENERGETICO nella guerra tra Russia e Ucraina. Entrambe le parti hanno accettato. Non violatelo!”.
Volodymyr Zelenskij si è detto all’oscuro della cosa, la Russia ufficialmente tace, entrambe le parti hanno continuato a bombardare con droni le rispettive infrastrutture energetiche (con predilezione ucraina per le raffinerie e i depositi di petrolio russi), a dimostrazione empirica che le parole di Trump non corrispondono a nessun processo reale.
La spiegazione della sortita è spaventosamente banale: “tranquillizzare” i mercati dell’energia, che già stavano scontando positivamente l’accordo effettivo sul gasolio russo (4,8 milioni di tonnellate, pari a 9 giorni di consumo interno statunitense), e quindi favorire una discesa dei prezzi sia internazionali che, soprattutto, alla pompa. L’unico suo interesse vero, perché incide sul voto ormai alle porte (il 3 novembre).
Il problema è che di solito “i mercati” reagiscono male alle notizie false che vorrebbero depistarli. E se una cazzata arriva direttamente dalla Casa Bianca il danno è maggiore...
Stamattina la reazione è ancora tranquilla, moderatamente positiva per le borse europee. Nel corso della giornata vedremo se ci sarà qualche conferma alle chiacchiere in grado di stabilizzare il ribasso del greggio oppure se si prenderà atto che a Washington non c’è più un personale politico attendibile.
Difficile qualificare altrimenti un’amministrazione con presidente così, un ministro della guerra che in mancanza di vittorie sul campo vuol aprire un serial streaming sulle fucilazioni in diretta, un vicepresidente che giura che non le guarderà (è ufficialmente cattolico), un ministro degli esteri imparentato con narcotrafficanti che guida l’assalto a Cuba e al Sudamerica, un altro all’economia (Bessent) impelagato negli Epstein files che deve guardarsi dal sospetto di essere il mandante della morte di un whisteblower che lo aveva tirato in causa, ecc..
Di serio, al momento, c’è solo un aumento considerevole della pressione Usa su Zelenskij perché si faccia da parte, favorendo tramite nuove elezioni (in ritardo ormai di due anni e mezzo) l’emergere di figure disponibili a trattare la fine della guerra. In Ucraina, del resto, si vanno moltiplicando le manifestazioni contro la sua junta, nonché le diserzioni tra i soldati al fronte e gli scontri duri tra cittadini e le squadre dei “reclutatori” che rapiscono a forza uomini per strada.
L’ex comico naturalmente nicchia. “Dite a Putin di darci due mesi e sessanta giorni”, per fare le elezioni, ha risposto. Mentre da Mosca, col solito aplomb, il portavoce del Cremlino, Peskov, si è limitato a ricordare: “Trump ha detto di credere che sia giunto il momento di un nuovo presidente. Perché? Perché il presidente ucraino deve prendere decisioni molto importanti e molto difficili per fermare questa guerra. O Zelensky si assume questa responsabilità e dimostra la volontà politica, oppure no”.
Per la Russia, insomma, un presidente ucraino vale l’altro, basta che si sieda e accetti una trattativa che partirà ovviamente dalla situazione maturata sul terreno. Con perdite, insomma.
Patetica e irrealistica come sempre la posizione dei paesi europei, che insistono nell’attribuire soltanto a Putin la volontà di andare avanti con la guerra, mentre fanno di tutto – con soldi, armi e “consulenti” militari – perché Kiev ritardi il più possibile il momento della trattativa.
Una posizione ormai apertamente irrisa anche da Kirill Dmitriev, inviato di Putin per la cooperazione economica: “I governi di Regno Unito e Unione europea, i loro seminatori di guerra (invasi dai migranti, a corto di diesel, petrolio e gas) dovrebbero smettere di infiammare la guerra”.
Il commento è in parte odioso (l’“invasione dei migranti” è un falso squallido che dà credito agli slogan dell’estrema destra neofascista), ma mette il dito nella piaga: non avete il necessario per restare in piedi, inutile che sognate una guerra vittoriosa...
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12/10/2026
“Rubber Soul”, il disco con cui i Beatles diventarono adulti
La tesi secondo cui i primi Beatles erano solo un fenomeno di costume, mentre a partire dagli album della maturità sarebbero assurti a qualcosa di più serio è un’inveterata fandonia della critica rock. Canzoni come “She Loves You”, “All My Loving”, “A Hard Day’s Night”, “And I Love Her”, “Help!”, “Ticket To Ride” e “Yesterday” (per citarne una sparuta rappresentanza) sono inscritte a caratteri cubitali nella storia dei Fab Four, alla pari dei loro più audaci esperimenti di fine anni '60. Resta innegabile, però, che vi sia stato un momento nella storia della band di Liverpool in cui l’asticella dell’ambizione compositiva ha cominciato ad alzarsi. Quel momento coincide con “Rubber Soul”, pubblicato il 3 dicembre 1965 e oggi riproposto in una sontuosa edizione ampliata, che restituisce tutta la portata rivoluzionaria di un album destinato a cambiare per sempre il linguaggio del pop.
Non è ancora la stagione delle vertigini psichedeliche di “Revolver” e “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, ma il balzo creativo è già compiuto: John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr non sono più soltanto gli irresistibili artefici di una successione di singoli memorabili. Sono diventati autori consapevoli delle proprie possibilità, pronti a trasformare il long playing in un’opera organica, nella quale ogni canzone contribuisce a definire un’identità sonora e poetica.
La nuova ristampa, pubblicata il 2 ottobre 2026 da Apple Corps e Universal Music, arriva a quattro anni dall’analoga operazione su “Revolver” e prosegue il lavoro di recupero del catalogo beatlesiano affidato a Giles Martin, figlio dello storico produttore George Martin, e all’ingegnere del suono Sam Okell. Un’operazione che non si limita alla consueta ripulitura dei nastri, ma offre una prospettiva differente su un disco che, a oltre sessant’anni dalla sua prima apparizione, conserva intatta la propria modernità.
Un nuovo suono
Il principale motivo d’interesse della ristampa è il nuovo missaggio stereo, realizzato a partire dai master originali a quattro tracce, grazie alla tecnologia di de-mixing sviluppata dal gruppo di lavoro di Emile de la Rey presso la WingNut Films di Peter Jackson, già impiegata per il documentario “Get Back”. Il sistema permette di separare strumenti e voci originariamente registrati insieme, superando alcune delle limitazioni tecniche che avevano condizionato i mix stereo dell’epoca.
Il risultato è una restituzione più nitida ed equilibrata delle incisioni, che non ne altera l’identità. Le voci acquistano più spazio, il basso di McCartney emerge in modo più definito, le chitarre dialogano con una chiarezza inedita e la batteria di Starr rivela sfumature ritmiche spesso sacrificate dalle precedenti versioni. Soprattutto, viene attenuata quella separazione talvolta artificiosa tra strumenti e parti vocali che caratterizzava molti missaggi stereo dei primi Beatles. Un’operazione che non punta a reinventare “Rubber Soul”, ma ad avvicinare l’ascoltatore alla complessità di un lavoro che già nel 1965 conteneva una quantità sorprendente di intuizioni timbriche e soluzioni d’arrangiamento.
La ristampa riunisce per la prima volta tutti e 14 i nuovi mix stereo, mentre le edizioni ampliate aprono le porte degli studi alla realizzazione di “Rubber Soul”. Numerosi i formati disponibili, dal cd e vinile singolo alle versioni Special Edition doppie, fino ai cofanetti Super Deluxe da quattro cd o cinque Lp, accompagnati da un singolo a 45 giri. Questi ultimi raccolgono 68 tracce, comprendenti il nuovo mix stereo, l’originale mono, la versione americana pubblicata dalla Capitol, registrazioni alternative e demo, oltre a “Day Tripper” e “We Can Work It Out”, il formidabile singolo a doppio lato A uscito contemporaneamente all’album. Completano l’offerta un Blu-ray con mix Dolby Atmos e un volume di 88 pagine con fotografie rare, note storiche e contributi di Paul McCartney e John Lennon, quest’ultimo attraverso una selezione di dichiarazioni d’archivio.
La presenza dell’edizione americana non è un dettaglio secondario: con una scaletta differente e una maggiore accentuazione della componente folk, quel “Rubber Soul” contribuì a influenzare profondamente la scena statunitense, a cominciare da Brian Wilson, che avrebbe raccolto la sfida dei Beatles concependo con i Beach Boys il suo capolavoro “Pet Sounds”.
Lo studio come strumento creativo
L’album venne registrato in appena quattro settimane, tra ottobre e novembre 1965, per rispettare la scadenza natalizia del 1965. Una corsa contro il tempo che, anziché frenare la creatività, finì per alimentare la voglia di sperimentare dei quattro. Metà delle canzoni nacque nell’arco di una sola settimana, sotto l’influenza di un consumo sempre più disinvolto di marijuana. Come avrebbe ricordato George Harrison, “Rubber Soul” fu “il primo album in cui eravamo completamente fatti di erba”. Anche la copertina segnava una rottura con il passato: nessun nome della band, soltanto i quattro volti immortalati in una fotografia volutamente deformata.
L’impatto fu dirompente, tanto sul pubblico quanto sugli stessi colleghi. Tra i più impressionati dal disco, come ricordato, vi fu un certo Brian Wilson, che dopo averlo ascoltato una sera a Hollywood, ne trasse l’ispirazione decisiva per realizzare “Pet Sounds” con i Beach Boys. “Mi sono ripromesso di fare un album all’altezza di ‘Rubber Soul'”, avrebbe raccontato. Secondo il suo ricordo, già la mattina seguente si mise al pianoforte, dando forma a uno dei suoi capolavori, “God Only Knows”.
“Rubber Soul” nasce dunque in un periodo di straordinaria creatività. I Beatles sono reduci dal trionfale concerto allo Shea Stadium di New York, davanti a oltre 55mila spettatori, ma iniziano ad avvertire i limiti della dimensione concertistica e dell’immagine pubblica costruita intorno a loro. Lo studio di registrazione, così, diventa progressivamente il luogo privilegiato della loro libertà creativa. L’influenza di Bob Dylan, il confronto con il folk-rock dei Byrds e la crescente curiosità verso strumenti e tradizioni musicali estranee al rock’n’roll convenzionale producono una trasformazione evidente. Anche i testi abbandonano progressivamente l’innocenza sentimentale degli esordi, lasciando spazio a relazioni ambigue, inquietudini esistenziali, disillusioni e riflessioni sulla memoria.
Una tracklist che brilla già a partire dall’iniziale “Drive My Car”, un rhythm’n’blues scattante e ironico, costruito intorno a un riff incisivo e a una linea di basso che rivela la crescente sofisticazione strumentale di McCartney. È ancora un brano pienamente riconducibile all’energia dei primi Beatles, ma la costruzione ritmica, gli intrecci vocali e l’ironia del testo ne suggeriscono già la trasformazione. Una tensione analoga anima “You Won’t See Me”, dove il brio melodico cela il disagio della relazione sentimentale in crisi narrata nel testo.
Il cambiamento si fa ancora più evidente in “Norwegian Wood (This Bird Has Flown)”, una delle prime incursioni del pop occidentale nel linguaggio della musica indiana. Il sitar di Harrison, utilizzato non come semplice ornamento esotico ma come elemento determinante dell’atmosfera, accompagna il racconto enigmatico di Lennon, sospeso tra seduzione, frustrazione e sarcasmo. La leggerezza apparente dell’arrangiamento contrasta con l’ambiguità della vicenda narrata, inaugurando una modalità espressiva destinata a diventare centrale nella produzione successiva del gruppo.
Se “Norwegian Wood” apre nuove prospettive timbriche, “Nowhere Man” rappresenta una svolta altrettanto importante sul piano della scrittura. Lennon abbandona il tradizionale schema della canzone d’amore per interrogarsi sull’alienazione e sulla perdita di identità. Le armonie vocali, di straordinaria precisione, avvolgono un testo amaro, mentre le chitarre elettriche producono un suono limpido e tagliente. È una delle prime grandi dichiarazioni esistenziali del pop beatlesiano, capace di coniugare introspezione e immediatezza melodica.
L’album procede attraverso contrasti continui, senza perdere coesione. La grazia melodica della splendida “Michelle”, con le sue inflessioni francesi, i cromatismi e l’elegante assolo di chitarra, rivela la crescente raffinatezza armonica di McCartney. “Girl”, invece, è una ballata malinconica e sensuale, segnata dalla voce stanca e quasi confidenziale di Lennon, dagli impasti acustici e da un sottofondo di amarezza che incrina ogni possibile romanticismo.
Accanto a questi episodi principali, “The Word” anticipa alcuni dei temi comunitari e universalistici della futura stagione psichedelica, sostenuta da un andamento soul e dall’harmonium, mentre “Think For Yourself” offre a Harrison uno spazio compositivo sempre più riconoscibile. Il suo andamento spigoloso e il caratteristico basso distorto di McCartney introducono un’aggressività timbrica che guarda già alle sperimentazioni di “Revolver”. La successiva “If I Needed Someone”, con le sue chitarre scintillanti e le armonie di ascendenza byrdsiana, conferma l’emancipazione di Harrison come autore.
Anche i momenti apparentemente minori contribuiscono all’equilibrio dell’insieme. “I’m Looking Through You” trasforma la disillusione amorosa in un folk-rock nervoso, attraversato da cambi di dinamica e da una tensione ritmica quasi irregolare. “Wait” conserva qualcosa dell’immediatezza della prima stagione, mentre “Run For Your Life”, con il suo testo possessivo e minaccioso, costituisce oggi uno degli episodi più controversi del repertorio lennoniano, pur mantenendo un’efficacia melodica difficilmente contestabile.
Ma è soprattutto “In My Life” a riassumere la nuova statura artistica del gruppo. Lennon costruisce una meditazione sul tempo, sui luoghi e sulle persone perdute, sostenuta da una melodia di disarmante semplicità e da un arrangiamento che evita ogni eccesso sentimentale. Il celebre intervento pianistico di George Martin, registrato a velocità ridotta e poi accelerato fino ad assumere una sonorità simile a quella di un clavicembalo, conferisce al brano un’eleganza quasi barocca. In pochi minuti, i Beatles dimostrano di poter affrontare la nostalgia e il trascorrere della vita con una profondità fino ad allora inconsueta per il pop delle classifiche.
Le sessioni ritrovate: dentro il laboratorio dei Fab Four
Se il nuovo mix valorizza il risultato finale, il materiale supplementare costituisce il vero tesoro della Super Deluxe Edition. Le registrazioni alternative permettono infatti di osservare il processo creativo dei quattro musicisti, documentando tentativi, ripensamenti e soluzioni progressivamente affinate.
Particolarmente illuminanti sono le tre versioni preliminari di “Norwegian Wood”: nella seconda, il sitar di Harrison assume un ruolo molto più esteso, con un’introduzione prolungata e un accompagnamento percussivo più pesante ad opera di Starr. La successiva take mostra invece come il gruppo abbia progressivamente sottratto elementi all’arrangiamento, raggiungendo quella leggerezza che rende la versione definitiva così efficace. È un esempio eloquente della capacità dei Beatles di trasformare la sperimentazione in una forma espressiva essenziale.
Altrettanto interessanti le registrazioni alternative di “I’m Looking Through You”, più veloci e aggressive rispetto alla versione edita, nelle quali emergono le difficoltà esecutive e la ricerca di un assetto ritmico convincente. La take 5 di “Nowhere Man”, presentata nella sua veste strumentale, permette di apprezzare soprattutto il lavoro del basso di McCartney e l’incastro tra le chitarre.
Tra i documenti più affascinanti figura una versione di “In My Life” con un assolo d’organo successivamente scartato, testimonianza diretta del percorso che avrebbe condotto Martin alla celebre soluzione pianistica. Anche “Michelle” riserva una sorpresa: la prima take – diffusa ad anticipare il progetto – rivela quanto la struttura del brano fosse già compiuta, tanto che la base strumentale venne realizzata in un’unica ripresa, prima delle successive sovraincisioni.
Ancora più preziosi, sul piano storico, sono i nastri domestici che documentano la gestazione di “Day Tripper” e “We Can Work It Out”. Nel primo caso ascoltiamo Lennon e McCartney alle prese con una composizione ancora priva del riff che sarebbe diventato il suo marchio di fabbrica: un’occasione rara per cogliere il momento in cui un’intuizione melodica comincia a trasformarsi in un classico del rock.
La scoperta più inattesa è però “Little Girl”, una demo casalinga di Lennon rimasta completamente sconosciuta fino a questa pubblicazione. Si tratta di un abbozzo ancora acerbo, con una melodia agrodolce e un testo incompleto, più vicino per certi aspetti alla produzione precedente del gruppo che alle ambizioni di “Rubber Soul”. Il suo valore non risiede tanto nella qualità della composizione, quanto nella possibilità di osservare un frammento del processo creativo lennoniano rimasto per decenni fuori dalla storia ufficiale dei Beatles.
Le sessioni restituiscono inoltre l’atmosfera informale e giocosa che accompagnava le registrazioni. Tra conversazioni, risate, false partenze e tentativi vocali, emerge il ritratto di quattro musicisti ancora profondamente affiatati, capaci di lavorare fino alle prime ore del mattino senza perdere curiosità e spirito collettivo. Un aspetto che rende questi documenti qualcosa di più di semplici curiosità per collezionisti.
Un capolavoro che continua a guardare avanti
Il pregio maggiore di questa ristampa consiste proprio nel restituire “Rubber Soul” alla sua dimensione di opera in movimento. Ascoltando le registrazioni alternative e confrontandole con le versioni definitive, si comprende quanto la maturazione dei Beatles non sia stata il risultato di un’improvvisa illuminazione, ma di un lavoro collettivo fatto di intuizioni, errori, discussioni e continui perfezionamenti.
Giles Martin e Sam Okell intervengono con sensibilità su un patrimonio sonoro che non aveva bisogno di essere modernizzato artificialmente. Il nuovo missaggio offre maggiore trasparenza e profondità, pur lasciando intatti il calore e le imperfezioni delle incisioni originali. E la presenza del mono storico consente anche di confrontare questa nuova prospettiva con quella più vicina all’esperienza d’ascolto del 1965.
Naturalmente, non tutti gli outtake meritano particolare attenzione, e alcune reprise incomplete si rivolgono soprattutto agli appassionati più scrupolosi. Ma nel complesso il materiale aggiuntivo contribuisce a raccontare la nascita di un nuovo modo di concepire la canzone pop.
A distanza di oltre sessant’anni, “Rubber Soul” continua a impressionare soprattutto per il suo equilibrio. Non possiede ancora l’audacia sonora di “Revolver”, né la grandiosità concettuale di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, ma forse proprio per questo conserva una naturalezza e una compattezza che lo rendono uno dei vertici assoluti della discografia dei Beatles: il perfetto trait d’union tra le due fasi della loro parabola. La sperimentazione non prevale mai sulla scrittura, la complessità degli arrangiamenti non soffoca le melodie e la nuova profondità dei testi non compromette l’immediatezza dei brani.
È il disco in cui i Beatles imparano a essere adulti ma senza rinunciare alla freschezza degli esordi, trasformando le proprie inquietudini in una musica capace di parlare a generazioni differenti. La riedizione speciale non cambia più di tanto la sostanza del disco, ma ne svela sfumature inedite, oltre alle sorprendenti modalità di composizione e registrazione. “Siamo ormai così affermati da poter portare i fan con noi e allargare i confini del pop”, prometteva uno spavaldo Paul McCartney nel 1965. Detto, fatto.

