È singolare come l’informazione mainstream eviti accuratamente di “unire i puntini” collegando notizie che già a prima vista risultano obiettivamente di identica natura.
Il caso in prima pagina, dopo qualche tentativo di confinarlo a un “curioso episodio di cronaca nera”, è quello dell’attentato contro Vadim Ermolaev, oligarca ucraino con passaporto cipriota, interessi in mezza Europa orientale, tutt’altro che rispettoso dei confini operativi stabiliti dal governo di Kiev tanto da esserne sanzionato per alcuni suoi business in Crimea.
Un caso comunque clamoroso perché si tratta del primo attentato a Montecarlo, dove l’unico boato annuale registrato è generato dalla partenza del Gran Premio di Formula 1.
Ci aveva messo del suo anche il procuratore generale Stéphane Thibault, che fin dal primo momento aveva “escluso la pista terroristica” preferendo indagare su quella “malavitosa”. Il solito concerto della disinformazione ufficiale riusciva persino a partorire una “pista russa” strologando su una delle tante truffe del giro d’affari di Ermolaiev, relativa a call center che proponevano “investimenti sicuri”.
Ora le telecamere di cui il Principato abbonda hanno permesso di identificare l’attentatrice, immortalata mentre piazza la bomba, si siede a distanza di sicurezza e fa esplodere il tutto mentre l’oligarca, la moglie e uno dei figli escono di casa. Tutti feriti gravissimi, ma ancora in vita.
Si tratta – chi l’avrebbe mai sospettato! – di una donna ucraina di 39 anni, Anastasia Berezovska, residente però a Berlino, grossolanamente travestita da uomo, e subito fuggita su un’auto noleggiata in Germania attraversando il confine italiano per rientrare “verso casa”, dove ci sono oltre un milione di profughi del suo paese e dunque non mancano certo gli “appoggi”.
Ostinatamente, comunque, le fonti investigative e quindi quelle mediatiche continuano a parlare di “malavita organizzata”. Certo, è possibile trovare un “esecutore” in quegli ambienti, attirandolo con cifre “interessanti”, ma già al primo anno di giurisprudenza viene insegnato che ogni “delitto” deve avere un movente. E quello che porta alla junta di Kiev sembra decisamente il più consistente.
Anche perché – ed era la seconda notizia nella stessa giornata – il procuratore generale della Germania ha incriminato un cittadino ucraino per le esplosioni del 2022 che hanno interrotto i gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico, costruiti in joint venture da Berlino e da Mosca per assicurare un rifornimento stabile di gas russo ad un prezzo oscillante tra un terzo e un quarto di quel che viene ora pagato il gnl proveniente dagli Usa.
L’uomo, identificato come Serhii Kuznietsov, sarebbe il coordinatore del gruppo che ha utilizzato uno yacht a vela, l’Andromeda, per piazzare congegni esplosivi sui gasdotti Nord Stream 1 e 2 vicino all’isola danese di Bornholm nel settembre 2022, a due passi da una base navale Nato.
Non si tratta comunque di una novità. I tribunali tedeschi hanno trattato il caso come di competenza giurisdizionale tedesca poiché i gasdotti danneggiati terminano a Lubmin, nello stato del Meclemburgo-Pomerania, e la loro perdita ha compromesso la sicurezza energetica e la sicurezza interna della Germania.
I documenti giudiziari citati nella sentenza di due giorni fa descrivono il sospettato come un cittadino ucraino che all’epoca era “ufficiale in un’unità delle forze speciali ucraine”.
Era stato arrestato in Italia lo scorso agosto e trasferito in Germania a novembre, rispettando un mandato di arresto tedesco (ah, se fossero rispettati anche quelli della Corte Penale Internazionale contro i vertici di Israele...).
Non sono gli unici “atti terroristici”, o di “guerra sporca” compiuti in Europa dai servizi ucraini. Quasi un anno e mezzo fa, a Vado Ligure, una petroliera russa, la «Seajewel», era stata danneggiata con due bombe piazzate sulla linea di galleggiamento.
In Grecia, meno di due mesi fa, un drone marino del tipo ‘Magura’, di produzione ucraina, è stato rinvenuto da un gruppo di pescatori in una grotta sulla costa di Lefkada, nelle Isole Ionie. Stando a quanto emerso sui media greci, il drone trasportava materiale esplosivo e probabilmente doveva essere utilizzato per colpire navi russe di passaggio, dirette o provenienti dal Mar Nero.
Idem in altri paesi europei, a conferma che il “retroterra Nato” è considerato dagli “alleati” ucraini un campo di gioco dove fare sostanzialmente quel che gli pare contando sulla complicità completa degli “ospitanti”. E siccome fanno la guerra alla Russia, ritengono “normale” farla ovunque.
È lo stesso principio – applicato su scala molto più ampia – da Israele, praticamente da quando esiste come Stato. Non si contano i dirigenti o diplomatici palestinesi uccisi da queste parti (per l’Italia ricordiamo Wail Zwaiter, nel 1972 a Roma, Majed Abu Sharar nel 1981, Kamal Hussein e Nazih Matar nel 1982).
Sempre nel ‘72 Mahmoud Hamshari, capo dell’OLP in Francia, rimase ucciso a Parigi dall’esplosione di una bomba nel suo appartamento. Così come poi successo a Basil al-Kubaissi (Fplp) e Mohammad Boudia (Fplp). Mentre Khalid Nazzal, Segretario del comitato centrale del FDFP (Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina), fu assassinato ad Atene nel 1985.
La lista degli omicidi mirati sionisti è notoriamente molto più lunga, ma già questi nomi aiutano a capire come la “licenza di uccidere in casa propria” concessa dai governi occidentali al killer-genocida che mira a costruire “l’impero di Israele” abbia una lunga e vergognosa storia.
Ora “la compagnia” si è allargata al governo neonazista di Kiev. Che, al pari del “fratello maggiore”, si considera al di fuori e al di sopra di qualsiasi legge o regola internazionale (il suprematismo, “ariano” o “religioso”, non conosce limiti). Al punto da colpire direttamente – come nel caso del Nord Stream – interessi strategici degli alleati senza neanche avvertirli (se lo hanno fatto, allora è la Germania a fare un figura ancora peggiore).
Ci sembra insomma palese l’esistenza di una “internazionale nera” che per ora comprende Israele e Ucraina, con grandi interscambi reciproci (su armi e droni sicuramente) e grande libertà di azione, oltre che di transito, sul territorio europeo.
Un vero e proprio esercito “clandestino” che può contare su una base sociale (le comunità di profughi ucraini per Kiev, la parte sionista delle comunità ebraiche per Israele) interna a questo territorio e che obbedisce però agli input provenienti dalla “madrepatria”. I quali, come abbiamo visto, non necessariamente coincidono con quelli europei o nazionali, Anzi...
Abbiamo posto da tempo il problema, per esempio, dei giovani sionisti italiani che vanno a fare il servizio militare nell’esercito israeliano. Non sono pochi – solo ultimamente è uscita la cifra: 828 – e sono sicuramente combattenti “sperimentati” sul terreno, a Gaza o in Libano e Siria. L’unico nome noto è quello di un morto in combattimento: Daniel Toaff, nipote dell’ex rabbino della comunità romana.
Ma obbediscono a qualcun altro. Cosa farebbero nel caso si formasse in Italia un governo un tantino meno sdraiato sugli interessi di Israele?
Un’avvisaglia si è già avuto il 25 aprile, con quel Eitan Bondì che ha sparato – fortunatamente solo con una pistola ad aria compressa – contro una coppia di anziani manifestanti “colpevoli” di portare al collo il fazzoletto dell’Anpi. Ma a casa aveva un arsenale di armi vere, che non avrebbe potuto neanche comprare.
Questa “internazionale nera” è nemica dei popoli, fascista nell’anima, suprematista nell’ideologia, imperialista senza limiti. E conta sulla complicità esplicita dei governi euro-atlantici, anche quando li danneggia.
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