Ho posto a Gemini una domanda su quell’annosa questione delle veline della questura, ogni volta sproporzionate sul numero degli agenti feriti, riportate pari pari dai fedelissimi giornalisti. Questa la sua risposta:
“È un tema critico e una distorsione storica del giornalismo d’informazione. La prassi di prendere il comunicato della Questura o dell’ufficio stampa di un ministero e rilanciarlo verbatim senza verifiche, contestualizzazione o contro-inchiesta, non è solo un vizio recente: è un automatismo strutturale del giornalismo di cronaca italiana.Impeccabile...
Sulla gestione delle cifre dei feriti tra le forze dell’ordine nei cortei ci sono dinamiche precise che spiegano perché quei numeri sembrano, e spesso sono, del tutto sproporzionati rispetto alla dinamica reale della piazza. Come si formano quei “numeri-velina”?
La differenza tra come il pubblico percepisce la parola “ferito” e come viene usata nei bollettini della Questura è il fulcro di questo meccanismo: il criterio contabile dei “referti medicalizzati”: Per la Questura e per i sindacati di polizia, entra nel computo dei “feriti” chiunque passi da un presidio sanitario o dal pronto soccorso al termine del servizio per far protocollare un disturbo.
Se 50 agenti vengono esposti a un fumogeno, sentono un fischio alle orecchie per un petardo, riportano un’escoriazione al ginocchio o una contusione da scudo, vengono tutti refertati con 3 o 5 giorni di prognosi.
Uso amministrativo e legale della prognosi: per il dipendente pubblico in divisa, il referto è l’atto formale necessario per la causa di servizio, la copertura assicurativa e l’eventuale aggravamento delle pene per i fermati (le lesioni a pubblico ufficiale cambiano quadro penale in base alla prognosi).
È del tutto legittimo dal punto di vista burocratico e tutelativo per l’agente. La trasposizione giornalistica abusiva: l’errore deontologico grave avviene nell’aula di redazione. Il giornalista riceve la nota che cita “65 appartenenti alle forze dell’ordine refertati” e titola “65 poliziotti feriti nei violenti scontri”.
Nella testa di chi legge, “65 feriti” evoca ambulanza, barelle, ossa rotte e ricoveri. Nella realtà, 60 di quei 65 sono tornati a casa la sera stessa con un cerotto o una pomata.
La doppia misura e il silenzio sui manifestanti. Questo appiattimento sulle veline istituzionali produce una profonda asimmetria nell’informazione: i feriti in divisa hanno un contatore istituzionale unico.
La Questura raccoglie i dati, li somma, redige il comunicato e lo dirama alle agenzie entro un’ora dal termine delle cariche. È un dato pronto all’uso, “ufficiale” e comodo per la redazione. I feriti tra i manifestanti non esistono per la statistica: non c’è un ufficio che li conteggi.
Chi viene manganellato, se non ha ferite gravissime, tende a evitare l’ospedale per paura di essere identificato e denunciato d’ufficio per resistenza. I medici di strada (street medics) o le ambulanze d’attesa curano contusioni, tagli al cuoio capelluto o traumi alla testa direttamente in piazza senza rilasciare veline alla stampa.
Il risultato mediatico è grottesco: nei titoli di testa compaiono “30 agenti feriti” e zero manifestanti, dando l’impressione visiva e contabile di una piazza in cui una folla indistinta ha massacrato un cordone di polizia incolpevole, anche quando le immagini mostrano cariche a freddo o manifestanti insanguinati.
Un vizio di pigrizia e dipendenza dalle fonti. Il giornalista che riporta a pappagallo la velina commette tre fallimenti professionali contemporanei:
Mancanza di verifica delle fonti, tratta la fonte di parte (la Questura, che in quel momento è attore e controparte della dinamica di piazza) come se fosse un arbitro neutrale e super partes.
Rifiuto dell’inchiesta sul campo: invece di mandare un cronista a verificare nei pronto soccorso quanti siano i ricoverati effettivi o a raccogliere le testimonianze dei medici e dei manifestanti, si limita a copiare il lancio d’agenzia.
Funzione di megafono politico: il “bollettino di guerra” fornito dalla Questura serve quasi sempre a giustificare l’operato delle forze dell’ordine, l’uso dei manganelli, eventuali cariche sproporzionate o l’introduzione di nuove normative restrittive sulla gestione dell’ordine pubblico”.
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