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sabato 24 agosto 2019

Un presidente matto, un classico dei tempi di crisi


I comici e i matti arrivano al potere persino negli Stati Uniti, che pure hanno una certa tradizione nell’eliminare presidenti “problematici” per alcuni settori forti dell’establishment. Segno che l’apparente “irrazionalità” di certe trasformazioni risponde a una “necessità” del sistema complessivo, anche se non è affatto semplice ricostruire con precisione il filo logico che lega eventi critici e risposte “illogiche”.

Potremmo esercitarci con divertimento sullo strano balletto che accompagna il tentativo di formazione di un governo gialloblu (accogliamo senza riserve la definizione di Giorgio Cremaschi), dove la piccineria dei protagonisti viene immensamente superata da quella di molti media. Basti guardare al partito di Repubblica, che da un lato preme per un governo che escluda nuove elezioni subito e per l’altro spara a zero sulle possibilità di intesa tra Pd e Cinque Stelle. Quindi, “oggettivamente”, per avvicinare le elezioni e dare soluzione alla crisi della politica con qualche “capo assoluto” particolarmente disgraziato e pazzo, ma “ottimo comunicatore”.

Però non sarebbe un esempio in grado di illuminare le dinamiche del mondo.

Vediamo allora la “guerra dei dazi” aperta da quell’altro mattacchione di Donald Trump contro la Cina (ufficialmente) e la Germania (sottotraccia). Sul piano logico è una follia che mette fine al “mercato globale” e quindi accelera la caduta di un processo di crescita capitalistica già stagnante per conto suo. Ma il mattacchione vuole essere rieletto e dunque – proprio come le multinazionali che devono presentare sempre delle relazioni trimestrali positive, pena un tonfo in borsa – si inventa “atti di imperio politico” che possono avere solo effetti negativi sul sistema. Ma che soprattutto hanno poca possibilità di funzionare anche per il (piccolo) scopo dichiarato.

Vediamo gli ultimi sviluppi, che hanno gettato nello sconforto le borse mondiali ieri.

Come risposta alla lunghissima serie di dazi imposti dagli Usa sui beni cinesi, Pechino ha infine risposto con misure simmetriche che colpiscono 5.078 prodotti Usa. Si va dai fagioli di soia (danneggiando ancora un volta i farmers del Midwest, zoccolo duro trumpiano) al petrolio (tariffe del 5% a partire dall’inizio di ottobre); ma anche alle automobili, per le quali da dicembre torna la tassa del 25% prima abolita, e altre tariffe al 5% sui pezzi di ricambio prodotti negli Stati Uniti.

Senza neanche pensarci un attimo – ed è un altro segno di irrazionalità, in queste materie e a questo livello – Trump ha varato altri dazi aggiuntivi, arrivando addirittura ad “ordinare” alle multinazionali Usa di abbandonare la Cina e investire altrove. Come se non fosse lui stesso un risultato dell’indebolimento del potere politico rispetto a quelli economico-finanziari e dunque come se le multinazionali fossero ai suoi ordini, anziché – in larga misura – viceversa.

Chiarissima la risposta di Myron Brilliant, vice presidente della Camera di Commercio statunitense: «Trump può essere frustrato con la Cina, ma la risposta non è per le aziende americane ignorare un mercato di 1,4 miliardi di consumatori». È indicativo che vada ricordato a un palazzinaro che in regime capitalistico le imprese puntano in primo luogo a far soldi e dunque una simile quantità di potenziali clienti (oltretutto ora abbastanza benestanti da potersi permettere molto) prevale su qualsiasi considerazione politica di un presidente a tempo.

Per questo continuiamo a pensare che “l’irrazionalità al potere” sia la parte visibile di una crisi di sistema che non riesce né a trovare una soluzione, né ad esplodere.

I matti al potere, sempre “ottimi comunicatori”, come al solito preparano la seconda...

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Macché governo giallorosso, chiamiamolo gialloblù

A questo stato della telenovela della crisi politica non sappiamo se il governo M5S-PD nascerà, anche se le mazzate di Mattarella e le minacce di scissione di Renzi spingono verso una sua realizzazione.

Una cosa però va chiarita subito: non chiamiamolo governo giallorosso. E non per evitare di tirare in ballo i tifosi della Roma, ma perché il PD di rosso non ha proprio NULLA. Non lo ha nei simboli, come nella proposta politica e nella classe dirigente.

Nei colori del PD non c’é il rosso socialista di Corbyn, né ovviamente qualche accenno di comunismo, ma solo un miscuglio di liberalismo più o meno attenuato, e compassionevole senza esagerare, di Macron e simili.

Il PD è un partito liberal democratico di centro, che per questo può trovare un’intesa coi cinquestelle, che a forza di proclamarsi né di destra né di sinistra, alla fine si sono trovati al centro dello schieramento politico. Tanto è vero che sono accusati di praticare la politica dei due forni di andreottiana memoria.

Chiamare giallorosso il possibile governo M5S-PD significa compiere, per gusto di semplificazione mediatica, una devastante e violenta operazione culturale e sociale: far credere che il colore della lotta contro lo sfruttamento capitalistico, il rosso, sia al governo. Così si cancella dalla politica chi quello sfruttamento subisce, contesta e se può combatte.

Chi oggi sta su questo fronte mai si è trovato il PD assieme e spesso se lo è visto contro. Chiamare giallorosso il possibile governo Zingaretti-Di Maio significa far credere che la sinistra sia tornata al governo, mentre la sinistra in Italia è stata distrutta dal PD e va ricostruita fuori ed in alternativa ad esso.

Se vogliamo definire con dei colori il possibile governo, allora chiamiamolo gialloblù. Il blu di Ursula von der Leyen, conservatrice, militarista, europeista nello stesso senso che il PD intende e che anche il M5S ha votato.

Il blu con il quale il PD è sfilato a Milano eliminando ogni bandiera rossa. Chiamiamolo governo gialloblù, anche perché i due colori mescolati danno il verde di Salvini, con cui i cinquestelle hanno condiviso il decreto sicurezza bis e il PD il sì al TAV e l’autonomia differenziata.

Sì, gialloblù con possibili fusioni verdi pare il colore più adatto per questo possibile governo.

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Escalation sulle armi nucleari. Gli Usa testano missile, la Cina vicina a nuovo supermissile

Sono passati solo pochi giorni da quando gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova sfida a Russia e Cina realizzando il primo test missilistico da oltre 30 anni a questa parte.

A dare l’annuncio del lancio del nuovo missile era stato lo stesso Pentagono, spiegando che il test, nel quale il missile ha colpito un bersaglio a 500 chilometri di distanza, è avvenuto con una testata convenzionale partita dall’isola di San Nicolas, al largo della California. Secondo il Pentagono il test sarebbe riuscito e non si esclude che a breve ne possano seguire altri.

Passate poco più di 72 ore dall’annuncio Usa, la Cina ha fatto sapere di aver quasi completato lo sviluppo di un missile ipersonico, capace cioè di viaggiare ben oltre la velocità del suono e soprattutto in grado di penetrare gli scudi antimissilistici Usa. Lo riferisce il South China Morning Post, raccogliendo le confidenze di una fonte anonima all’interno della China Aerospace Science and Industry Corporation (CASIC), l’azienda di stato che sta lavorando al progetto. Il missile in questione è il DF-17, quello che tecnicamente è chiamato un Hypersonic Glide Vehicle (un veicolo-aliante ipersonico) in grado di superare ampiamente la velocità del suono e dotato di un veicolo di rientro in atmosfera che può modificare l’obiettivo in volo, rendendo così più difficile che venga intercettato da sistemi di difesa.

Nelle relazioni tra le maggiori potenze mondiali si assiste ormai ad una ripresa della corsa al riarmo, incluso quello sulle armi nucleari. Ma su questo terreno è doveroso sottolineare come ad aver riaperto il “Vaso di Pandora” siano stati gli Usa disdettando nelle settimane scorse il Trattato Inf sui missili nucleari siglato nel 1987 con l’Urss e poi continuato con la Russia.

Per Washington il vero pericolo proverrebbe dal supermissile russo Novator 9M729, il quale sarebbe in grado di volare per 2.500 chilometri, avendo quindi come bersaglio anche la costa occidentale degli Stati Uniti.

L’ira di Mosca per il recente test missilistico statunitense non si è fatta attendere ed accusa gli Usa di irresponsabilità. Il portavoce della presidenza russa, Dimitri Peskov, ha affermato che il lancio del missile da crociera dalle acque della California è la dimostrazione di come gli Stati Uniti già da tempo si preparavano a mettere fine allo storico Trattato bilaterale Inf: “Diverse settimane e persino mesi non sono sufficienti a preparare un test del genere”.
Anche da Pechino non arrivano certo segnali positivi. Anzi, per le autorità cinesi il test Usa, al contrario, dà il via a una nuova corsa agli armamenti “che avrà un grave impatto negativo sulla sicurezza internazionale e regionale”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shang. In questo contesto arriva la notizia che il nuovo missile ipersonico cinese è quasi pronto. La Cina ha infatti ha già testato due volte il supermissile DF-17 nel novembre del 2017 presso il Centro spaziale Jiuquan, in Mongolia interna.

Il South China Morning Post afferma che l’intelligence americana ha già lanciato l’allarme, rivelando che il missile sarà operativo già dal 2020. Ma occorre sapere che anche Usa e Russia stanno sviluppando sistemi d’arma con capacità simili a quelle cinesi.

Dopo decenni in cui sembrava che il riarmo nucleare fosse un ricordo del passato, la nuova escalation rimette nell’agenda politica internazionale un fattore purtroppo “decisivo”, nel senso che l’eventuale ricorso a queste armi avrebbe effetti devastanti e, appunto, decisivi sulla sorte del pianeta e dell’umanità che ci vive.

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venerdì 23 agosto 2019

Cent’anni di Afghanistan

“...A nessun potere straniero sarà permesso d’interferire internamente ed esternamente con gli affari afghani, e se dovesse accadere sono pronto a tagliargli la gola con questa spada”. Con tali parole re Amanullah si rivolgeva ai dignitari di Kabul, e agli stessi agenti britannici presenti, pochi mesi prima che il Paese dell’Hindu Kush strappasse una propria dignità nazionale all’Impero di Giorgio V, ottenendo ufficialmente l’indipendenza il 19 agosto 1919. Quel giorno venne firmato il trattato che poneva fine alla terza guerra afghana contro l’esercito britannico, durata in realtà solo un mese. Ora che la popolazione patisce guerre che si succedono da decenni quella dichiarazione risuona come amara se non addirittura beffarda. Eppure il regno (1919-29) di Amanullah Shah, sovrano illuminato, molto amato dai sudditi dell’epoca – e favorevolmente valutato da storici e attuali attivisti democratici che ne visitano la tomba a Jalalabad – dev’essere considerata una fase d’innovazione anche nel Terzo millennio che non mostra toni progressisti e non pacifica ancora nulla. Anzi. Amanullah, pur ricoprendo la carica di emiro, scontentò chierici e capi tribali. I passi riformatori intrapresi con la promulgazione nel 1923 d’una Costituzione paritaria per i generi, un codice di famiglia garantista che vietava matrimoni fra anziani e giovanissime, la creazione d’un tribunale per eventuali torti subìti dalle donne, rappresentano un riferimento positivo successivamente smarrito. Il sovrano, coadiuvato dalla consorte che ripetutamente si mostrava in pubblico senza velo, pur riconoscendo la religione islamica, mirava a porre la nazione e la sua gente al passo con la contemporaneità. L’inserimento femminile nel piano per una diffusa istruzione popolare, confermavano quell’impressione progressista che lo stesso Lenin ebbe di lui, intrattenendo un breve rapporto epistolare.

In realtà l’interesse del leader comunista sull’operato di Amanullah riguardava l’opposizione afghana all’Impero britannico, da lì la simpatia che il bolscevico e russo Vladimir Ilic nutriva per chi contrastava il principale avversario di Mosca, in quel frangente sostenitore delle Armate bianche e per oltre un secolo nemico numero uno nel cosiddetto “Grande Gioco” asiatico. Il re dell’indipendenza afghana non può essere annoverato fra i rivoluzionari, ma metteva di buon umore Lenin quando, nel 1921, firmava un trattato che “appoggiava la lotta dei popoli d’Oriente”. Per quanto, in occasione d’una rivolta sostenuta dai sovietici contro l’emiro del Bukhara, Amanullah ospitò a Kabul il suo omologo spodestato. Come pure diede rifugio ai ribelli islamici basmachi fuggiti dall’area di Bukhara e del Turkestan dopo la repressione dei loro moti. Il contatto con un innovatore seppur autoritario come Kemal Atatürk avvenne nella dinamica dei nuovi assetti mediorientali caratterizzati da spinte e ‘spine’ autoctone delle nascenti nazioni e delle leadership che si confrontavano. L’ispirazione del movimento dei “Giovani afghani”, di cui Amanullah fece parte, erano le idee moderniste e panislamiche propugnate dai “Giovani turchi”. Se si vuol cercare un comune denominatore fra i due politici, lo si trova nella reciproca volontà da fedeli islamici di perseguire un modello di Stato laico. Ma ulema naqshabandi e pashtunwali erano decisamente più forti del clero e delle tradizioni ottomane e Amanullah ne subì le conseguenze finendo spodestato da un crescente moto di protesta guidato da un tajiko, detto figlio del portatore d’acqua (Baccà-ye Saccaò). Il re progressista fuggì in Europa e lì rimase. Riparò in Italia e morì nel 1960.

Occorre ricordare che, differentemente dai “Giovani turchi” dotati d’una struttura paramilitare e rodati dalla pratica, gli afghani riformatori non godevano di simile organizzazione. Comunque il rivoltoso Baccà-ye ebbe vita breve, fu rimosso da un parente di Amanullah, Nadir Khan, più accomodante verso gli ulema e fautore nel 1931 d’una nuova Carta costituzionale. Chi lo seguì, il diciannovenne figlio Zahir Shah (1933-73), riprese il percorso modernizzatore di Amanullah sul terreno di scolarizzazione e diritti civili, occupandosi poi delle carenze citate: esercito e burocrazia che negli anni Cinquanta vennero rafforzati. È il periodo ricordato dagli storici interni quale nuova ondata riformatrice, che con la Costituzione del 1964 legalizzava partiti politici e libera stampa. Pur definendo l’Islam sacra religione dell’Afghanistan, limitava il riferimento ai princìpi della Shari’a come elementi fondanti delle leggi parlamentari. È di quella fase la divisione bicamerale, con una camera bassa (Wolesi Jirga) che eleggeva ogni quattro anni i suoi rappresentanti e un senato (Meshrano Jirga) i cui membri erano scelti nei consigli distrettuali e per un terzo venivano nominati dal sovrano. In quella circostanza le donne ebbero il riconoscimento di far parte dell’elettorato. Ovviamente non era tutto rose e fiori, le elezioni dell’anno seguente furono accolte con freddezza dalla popolazione. La percentuale di votanti fu scarsa, la partecipazione delle donne bassissima, pochissime furono le elette. I gruppi etnici sulla spinta di capi tribali e ulema continuavano a orientare i comportamenti delle persone inserite nelle comunità. L’assenza di lavoratori tipici del capitalismo avanzato, gli operai di fabbrica, per mancanza d’industrializzazione, gli strati rurali spesso ribelli e repressi creavano una profonda dicotomia fra vertice e base della nazione.

Anche la formazione del Partito popolare democratico dell’Afghanistan, ispirato da princìpi socialisti, che poteva trarre spunti dal riformismo illuminato della monarchia e poi del sistema repubblicano, rimase vittima della schematica rigidità d’una tarda visione “terzo-internazionalista” ingessata nelle sue teorie, ben distanti dal materialismo dialettico dei padri del comunismo teorico. Mentre prendeva piede il movimento islamico, sull’onda delle predicazioni di Sayyid Qutb (l’egiziano condannato a morte da Nasser) e del teologo pakistano Abul Maudidi, fondatore egli stesso di quella Jamiat-e Islami in cui si ritrovarono Burhanuddin Rabbani, e pure Massud e Hekmatyar, prima della divisione che li portò a combattersi nella guerra civile, seguita al ritiro sovietico dopo otto anni d’invasione. Il travagliatissimo quarantennio della Repubblica Islamica Afghana è indubbiamente più conosciuto rispetto ai precedenti periodi che hanno conosciuto fasi anche di stabilità e minore tensione. Certamente le generazioni vissute fra le due guerre mondiali, evitate dall’Afghanistan, la prima per ragioni d’età quindi per acutezza e opportunità politica di quello Zahir regnante per quattro decenni, hanno conosciuto un’esistenza meno drammatica delle generazione che da metà anni Settanta sono nate nei campi profughi conoscendo solo guerre e scempi. E il presente, che in tanti dicono di voler pacificato, non ha risolto contraddizioni geopolitiche, etniche, culturali, religiose che altre figure, chiamate khan, s’erano comunque poste provando a offrire soluzioni. I “colloqui di pace” ora in atto, le elezioni presidenziali del prossimo settembre sembrano le maschere per continuare a proseguire massacri, sebbene gli ultimi li stiano praticando i jihadisti del Khorasan. Ma in questo secolo i massacratori della gente afghana sono stati tanti. E continuano a esserlo.

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Hong Kong: tra narrazione dominante e contraddizioni reali

di Nicola Casale, Raffaele Sciortino

Quella di Hong Kong è platealmente una “rivoluzione colorata”. Ma, come ogni rivoluzione colorata, poggia su effettive basi materiali.

Il primo aspetto è palese. Lo evidenziano l’appoggio esplicito dei politici statunitensi – da Trump alla Clinton – e inglesi, la foto di alcuni leader della rivolta assieme a una funzionaria del consolato sicuramente in organico Cia (v. foto qui sotto da https://www.zerohedge.com/news/2019-08-08/evidence-cia-meeting-hk-protest-leaders-china-summons-us-diplomats-over-viral-photo: “consultazione” che gli interessati non hanno potuto smentire),


le bandiere a stelle e strisce sventolate nei cortei e quella di HK colonia britannica issata in occasione dell’irruzione al parlamento locale (mentre nell’assalto del 21 luglio all’ufficio diplomatico di Pechino l’emblema cinese è stato distrutto),





le continue provocazioni violente chiaramente finalizzate a suscitare una risposta dura della polizia (comparirà anche qualche cecchino Cia-diretto che come a Maidan spara contro rivoltosi e poliziotti?),


l’appoggio dei media occidentali – basta confrontare con il tipo di copertura mediatica sui gilets gialli o, per venire ai pennivendoli nostrani, sulle “ingiustificate violenze” dei NoTav – contro l’“autoritarismo di Pechino”, il supporto di Facebook, Twitter, ecc. e ovviamente l’azione neanche tanto nascosta delle Ong – lautamente sovvenzionate, ancor più che in occasione della protesta degli ombrelli dell’autunno 2014, dal National Endowment of Democracy, organo principale del soft power del Pentagono (https://www.strategic-culture.org/news/2019/08/17/the-anglo-american-origins-of-color-revolutions-ned/). Insomma, la Coalizione dei diritti civili non manca di appoggi di un certo peso...

Si potrebbe continuare. Ma, si diceva, come ogni rivoluzione colorata anche questa non è una pura costruzione mediatica o delle Ong, bensì poggia anche su basi materiali, con il presente incernierato in un pesante passato storico. È dunque indispensabile indagare su questi fattori, sia per analizzarne i risvolti sul piano dell’intreccio tra lotta di classe e scontro geopolitico Usa/Cina, sia per individuare qualche elemento eventualmente suscettibile di innescare una lotta qualitativamente diversa. Evitando così le opposte e speculari rappresentazioni di una mobilitazione sociale “spontanea e pulita” ma strumentalizzata dall’Occidente, e di un mero complotto eterodiretto.

Per comprendere quello che succede è necessario guardare innanzitutto alla storia. Nata come possedimento coloniale inglese a seguito delle guerre dell’oppio (sì, oppio!) di metà Ottocento, HK ha costruito la sua fortuna grazie allo sviluppo combinato e diseguale proprio dell’imperialismo. Dapprima porto franco per le merci da vendere alla Cina e hub per i prodotti cinesi da convogliare in Europa sottoposti al prelievo degli operatori commerciali britannici, ha progressivamente sviluppato una capacità produttiva propria, anche se prevalentemente di solo assemblaggio, grazie ai trasferimenti di popolazione e capitali dalla Cina toccata via via dalle rivolte dei Taiping, dei Boxer e infine dalla rivoluzione maoista. Dopo questa e la chiusura ufficiale della Cina Popolare, HK è divenuta ancora più ricca e cruciale fungendo da intermediario obbligato e spesso illegale per gli scambi economici con l’Occidente (questo aspetto dell’illegalità non va sottovalutato, gioca un suo ruolo ancora oggi: il movimento odierno nasce, non a caso, contro una legge che cerca di intaccare quello che è un vero e proprio diritto storico all’impunità legata all’intermediazione commerciale e finanziaria, fondamentale per lo sviluppo di HK come paradiso fiscale, ma oggi meno accettabile per Pechino, tanto più nella guerra commerciale in corso con Washington, per il rischio costante sia di ingresso di hot money puramente speculativo sia di fuga di capitali). Via via che la Cina sviluppava una propria produzione restando però esclusa dall’accesso diretto al mercato mondiale, HK ha potuto rafforzare il suo ruolo di intermediario per un mare di prodotti cinesi che raggiungevano il mercato occidentale con l’etichetta made in HK, con un intreccio peculiare tra prelievo neocoloniale occidentale e interessi dei cosiddetti cinesi d’oltremare.

Ma con l’apertura della Cina di Deng al mercato mondiale nel ‘79 – dopo il riavvicinamento con gli Usa in funzione anti-russa siglato dall’incontro Nixon-Mao del ’72 – le cose sono radicalmente cambiate. HK era destinata a perdere il suo ruolo di mezzano e, infatti, a inizio anni Ottanta Londra ha concordato la sua restituzione alla Cina. Ma se non serviva più come hub commerciale, poteva servire come cuneo politico. Questo il motivo per cui la Gran Bretagna si è battuta per inserire nell’accordo di restituzione la clausola dei cinquant’anni di “doppio sistema”, conservando all’Occidente una possibilità di influenza politica oltre che economica. Clausola preveggente, come si vede oggi.

Dal ’97, anno della restituzione, HK ha ancora conosciuto un periodo di benessere, grazie soprattutto al ruolo di snodo finanziario e di servizi commerciali nel traffico di capitali in entrata e in uscita da una Cina buttatasi a capofitto nei vortici della globalizzazione. Se infatti Pechino ha mantenuto uno stretto controllo sui flussi di capitale, ha però consentito a HK una rilevante libertà di movimento, purché essa non andasse a intaccare quella politica di controllo.

Se con la restituzione la Cina programmava di lasciare ad HK il suo ruolo di grossa piazza finanziaria volgendolo a suo esclusivo vantaggio, in quello stesso anno una grande crisi finanziaria colpì le tigri asiatiche, tra le quali appunto HK. Secondo molti analisti quella crisi è stata creata ad arte tramite, in particolare, la manipolazione del valore del dollaro – come già avvenuto con gli accordi valutari cui Washington aveva costretto il Giappone nel decennio precedente. Comunque sia, le tigri videro moltiplicarsi di colpo il valore dei propri debiti contratti in dollari e le loro economie furono oggetto delle solite amorevoli cure del FMI. La Corea del Sud ne rimase succube, la Thailandia cercò di resistere liberandosi negli anni a seguire del cappio dei debiti con il FMI. HK soffrì moltissimo e il governo centrale cinese dovette intervenire per sostenere il dollaro HK bersaglio di una violenta svalutazione. Insomma, l’obiettivo cinese di disporre in proprio di una piazza finanziaria di un certo rilievo si rivelò problematico ancora prima di iniziare a diventare realtà.

Nonostante ciò, nel decennio che precede lo scoppio della crisi globale HK grazie sempre all’aiuto cinese ha recuperato in parte significativa il proprio ruolo finanziario. Ma per Pechino è diventata chiara la necessità improrogabile di puntare a una politica diversa per accedere al mercato dei capitali, tale da non esporre troppo la Cina come stato all’indebitamento internazionale. Da allora, pur continuando a usare HK, Pechino ha puntato a costruire una propria struttura borsistica e finanziaria, concentrandola essenzialmente nella piazza di Shanghai.

Sulla scelta, in verità, può avere avuto un peso anche la scarsa affidabilità di HK a causa delle mai sopite velleità di indipendenza. Fatto sta che, oramai, la situazione è chiara a tutti: il Porto Profumato è destinato a un inevitabile declino a causa della perdita della sua peculiare rendita di posizione nel tessuto del (neo)colonialismo prima e della globalizzazione ascendente poi.

Questo il retroterra materiale delle angustie odierne della società di HK. La situazione economica e sociale è dunque destinata a mutare profondamente non per una scelta politica “autoritaria” di Pechino, quella di assimilare completamente HK alle condizioni economiche e sociali della Cina, ma per un evidente mutamento del suo ruolo nell’economia mondiale. A maggior ragione oggi con la riconfigurazione in corso degli assetti della globalizzazione che l’assalto yankee alle velleità cinesi di sviluppo capitalistico meno dipendente dall’imperialismo sta causando.

Le oligarchie finanziarie di HK ne sono consapevoli: per conservare almeno in parte il proprio ruolo non hanno altra opzione che sperare nella disponibilità della Cina di lasciar loro un qualche spazio nell’ambito del suo consolidamento come potenza economica mondiale (le difficoltà attuali della banca internazionale HSBC nei rapporti con Pechino illustrano bene questo aspetto: https://wolfstreet.com/2019/08/19/hsbc-runs-into-buzzsaw-in-hong-kong-china-its-home-market-generating-75-of-its-profits/). Ma sono anche consapevoli che molti passi indietro saranno inevitabili rispetto al glorioso e non più ripetibile passato: non per nulla il contributo di HK al Pil cinese è passato nel corso degli ultimi vent’anni da quasi un terzo al 3%.

I ceti proletari, soprattutto i più bassi, non certo piccoli numeri, possono avere con la completa assimilazione persino qualche speranza di miglioramento. A HK, infatti, le disuguaglianze sociali sono molto più acute di quelle che lo stato cinese consente al proprio interno – un quinto della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà (https://www.scmp.com/news/hong-kong/society/article/2174006/record-13-million-people-living-below-poverty-line-hong-kong) – e una parte dei proletari di HK hanno condizioni persino peggiori di quelle dei mingong del continente (https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2019/08/20/news/i-filo-cinesi-della-citta-ribelle-hong-kong-ingrata-con-pechino-1.37361377). È anche a loro che si rivolge il Global Times, testata cinese in lingua inglese su posizioni di inequivocabile nazionalismo, del tredici agosto: “Tutte le rivoluzioni colorate hanno ragioni interne, come il cattivo sostentamento e il divario crescente tra ricchi e poveri. Una rivoluzione colorata è una sventura in quanto prende ridicolmente la "democrazia" come ricetta per profondi problemi economici” (http://www.globaltimes.cn/content/1161356.shtml).

Il problema più bruciante riguarda, ovviamente, i ceti medi (in gran parte salariati), in particolare gli aspiranti ceti medi del futuro, ossia i giovani con grado di istruzione medio-alto (sul profilo sociale del cuore giovanile della protesta v. l’interessante articolo su https://www.scmp.com/magazines/post-magazine/long-reads/article/3019591/why-hong-kongs-angry-and-disillusioned-youth-are). Per loro la prospettiva quasi certa è che dovranno rinunciare alle condizioni dei propri genitori. Lavori e redditi buoni non saranno replicabili che per un’infima minoranza; per gli altri è possibile prevedere un sicuro peggioramento e, persino, l’incertezza di poter rimanere nel settore dei servizi cognitivi e della finanza, con il rischio di dover scendere allo scalino sociale del lavoro “materiale”.

La loro rivolta prende il nome della libertà e della democrazia – Libera Hong Kong è lo slogan principale dei manifestanti – ma ha come base reale il rifiuto di questo prevedibile futuro. Per invertire la prospettiva, però, libertà e democrazia non bastano, sarebbe necessario riportare HK alla precedente rendita di posizione sulle condizioni diseguali del rapporto della Cina con il mercato mondiale. Una buona parte dei rivoltosi sembra esserne del tutto consapevole, e lo dimostra – oltreché sigillando rigorosamente rivendicazioni e proteste rispetto alla condizione sociale proletaria, dei locali e degli immigrati – imbracciando le bandiere coloniali e invocando l’aiuto yankee. Il che vuol dire, piaccia o no, appoggiare la politica di Washington tesa a ricacciare la Cina al suo ruolo di paese completamente dipendente e subordinato all’imperialismo occidentale. Appoggiare, insomma, la politica obamiana del pivot to Asia con il contenimento dello sviluppo cinese, e la sua continuazione trumpiana dai ritmi e toni più espliciti. (Lasciamo perdere se poi gli yankees vogliono e sono ancora in grado di ricompensare gli utili idioti... gli italioti ne sanno qualcosa). Natura e programmi delle forze politiche che stanno alla guida delle proteste – tutt’altro che disorganizzate nel loro essere orizzontali, e con ampio appoggio anche nelle fasce meno giovani dei ceti medi – sono abbastanza eloquenti al riguardo, con uno spettro che va dagli indipendentisti e xenofobi anti-cinesi (i “localisti”) ai moderati pro diritti civili passando per gli adepti delle chiese filo-occidentali.



Ora, il rifiuto della precarietà potrebbe costituire, preso in sé, una base formidabile per l’avvio di una seria lotta di classe. Ma per esserlo si dovrebbe rivolgere non a Trump e alla ex potenza coloniale, ma alla massa di tutti i precari, a HK e in Cina. Lo stesso rifiuto della prospettiva del lavoro manuale potrebbe costituire, in sé, una base ancor più formidabile per un movimento veramente anti-sistema capace di mettere in questione una società nella quale l’enorme produttività del lavoro realizzata dal sistema capitalistico continua a schiacciare alla pena del lavoro miliardi di persone. Ma, ancora una volta, il movimento dovrebbe cercare i suoi alleati nella massa già costretta a questa pena e non certo a chi la vuole confermare e persino peggiorare per tutti i proletari, della Cina e del mondo. Del pari, le rivendicazioni per alloggi e servizi sociali sostenibili è sacrosanta – gli affitti sono tra i più cari al mondo (https://www.scmp.com/magazines/post-magazine/long-reads/article/3019591/why-hong-kongs-angry-and-disillusioned-youth-are) – ma andrebbero portate avanti contro la finanziarizzazione dell’economia della città che fa lievitare la rendita immobiliare e in generale il prezzo di tutti i servizi, piuttosto che arroccarsi intorno all’identità di “cittadini di Hong Kong” che non vogliono confondersi con “quelli del continente”.

Va detto che la piega presa dal movimento di HK non dà alcun segnale di volere o potere evolvere in queste direzioni. Fuori luogo sarebbero gli accostamenti, per esempio, con la mobilitazione di piazza Tahrir: HK economicamente è più confrontabile, per dire, col Qatar che non con l’Egitto, e soprattutto la sollevazione egiziana è stata oltre che generazionale anche e decisamente proletaria e operaia, le sue rivendicazioni democratiche si sono sostanziate con contenuti economico-sociali classisti rivolti contro una cricca di potere strettamente legata all’imperialismo occidentale. I limiti di Tahrir – pur notevoli, come ha tristemente evidenziato il suo esito finale – sono comunque ben al di sopra degli aspetti meno compromessi della mobilitazione di HK. Che semmai ricorda alcune istanze secessioniste ben note in Europa. Di ambivalenze potenzialmente produttive, insomma, se ne vedono assai poche, almeno al momento.

La sua prosecuzione – ce ne sono, abbiamo visto, tutti i motivi, all’interno e dall’esterno – crea e creerà, ovviamente, problemi a Pechino. Tutti i nemici della Cina, che a casa propria non esitano o non esiteranno a reprimere senza limiti i movimenti di protesta (come già la Francia con i Gilets Jaunes e l’Italietta con i No Tav), aspettano al varco la repressione del movimento per poter dare fuoco alle grancasse sulla natura inguaribilmente dittatoriale di Pechino, e ricevere così legittimazione di fronte all’opinione pubblica per proseguire le loro politiche di contenimento e contrasto al suo tentativo di svincolarsi dall’asimmetria nei confronti dei capitali, e delle capitali, occidentali. Non è detto, però, che la Cina dia corso a interventi repressivi su vasta scala. Potrebbe lasciare che HK discenda altri gradini della sua stabilità e affidabilità, con conseguenze sociali ancora più pesanti proprio per i ceti in rivolta...

Washington, comunque vada, tenterà in tutti i modi di sfruttare la vicenda non solo per mettere in un angolo la Cina nello scontro in corso sui dazi commerciali, ma per utilizzare la questione HK come permanente spina nel fianco del nemico, attaccato così oramai fin dentro il proprio territorio nel quadro di una contrapposizione che spinge in prospettiva verso un confronto totale. Sarà poi la volta dello Xinjiang con l’oppressione degli uiguri, del Tibet coi suoi monaci così apprezzati dai new age occidentali... Ciò non toglie che in Asia l’immagine dell’Amerika risulta sempre più appannata: sarà pure la nazione più potente ma sempre meno viene considerata la migliore. E solo l’inveterata miopia eurocentrica che attanaglia la putrescente sfera mediatica occidentale può non vederlo.

Certo, se Pechino dovesse non riuscire a compensare in tempi e modi debiti, sul mercato interno e con le nuove Vie della Seta, la progressiva chiusura dei mercati occidentali, il campanello d’allarme che squilla da HK potrebbe essere l’annuncio di seri problemi anche nel compromesso che finora ha funzionato tra Stato cinese e ceti medi interni (subordinato, attenzione, a quello con il proletariato e i contadini). Il vecchio sogno da Nixon a Reagan, da Clinton a Bush e Obama di liberalizzazione dei rapporti politici cinesi per spianare la strada alla manomissione permanente della Cina da parte delle molto più potenti forze di mercato occidentali avrebbe qualche chances in più di realizzarsi. Una “Cina democratica” vanificherebbe la centralizzazione delle scelte politiche dello stato, rendendo il paese più debole nei confronti dell’Occidente, porterebbe dunque un segno di classe nettamente contrapposto ad una rivendicazione democratica da parte del proletariato cinese, una rivendicazione cioè di potere contro chi detiene il vero potere, l'imperialismo e, assieme a questo, contro le classi possidenti cinesi e il loro stato.

Tutt’altro che uno sviluppo armonioso dunque si annuncia prossimamente per la Cina. Ma gli occidentali, per contrappasso, avranno poco da godersi della difficoltà del Dragone se è vero che gli sconquassi futuri non potranno che rimettere in moto su tutti i livelli lo scontro di classe. Che non si fermerà certo al di qua della muraglia cinese e alla questione dei “diritti” – scibbolet indiscusso, oramai, per tutte le sinistre occidentali incapaci di chiedersi di fronte ai movimenti sociali: chi siete? cosa volete?, incapaci di mettere a fuoco i differenti contenuti economico-sociali delle richieste democratiche. Questo scontro andrà a rimettere in discussione, oltre agli equilibri di classe interni alla Cina, anche la rapina di sovraprofitti da cui l’imperialismo occidentale oramai dipende per mantenere il suo precarissimo equilibrio economico e sociale – peraltro già scosso dall’emergere dei neopopulismi (http://www.asterios.it/catalogo/i-dieci-anni-che-sconvolsero-il-mondo). Il mondo si è fatto piccolo, sostituti per il corpo – tutt’altro che piegato, però – del proletariato cinese e asiatico in giro non se ne vedono. Attenzione a risvegliarlo...



22 agosto 2019

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La crisi italiana, quella europea ed il “terzo occhio”

L’attuale crisi italiana è frutto diretto delle turbolenze del mondo multipolare che il Bel Paese semplicemente subisce, senza reagire, in balia di una classe politica home made che si accontenta di certificare un ruolo di totale subordinazione al “Partito Americano” così come alle oligarchie europee, in balia della centrifuga della Storia.

Le due formazioni che hanno formalmente governato fin qui il Paese, erano espressione di classi sociali incapaci per loro stessa natura di esercitare una egemonia durevole, figuriamoci costruire l’abbozzo di un “interesse generale”, e in una dinamica in cui le molteplici frizioni si sono tramutate in scontro, e in un giro di boa importante – vista l’agenda politica reale continentale – il governo grigio-verde si è sciolto come neve al sole.

Certo, “il comandante” ci ha messo del suo, giocandosi il tutto per tutto, ma alla luce dell’imminente sterilizzazione della sua maggiore arma di distrazione di massa su cui concentrare l’attenzione,gli sbarchi, e dopo avere incassato due vittorie su Decreto Sicurezza Bis e Tav, sapeva che sarebbe iniziato il piano inclinato della sua azione di governo e probabilmente il suo inesorabile declino.

La presidenza di una commissione europea che probabilmente non sarebbe stata data all’Italia (o almeno non ad una personalità gradita al governo), la manovra finanziaria “lacrime e sangue” che si prefigurava, i catastrofici dati economici del Paese, le scelte imperiose in termini di politica estera, erano uno scoglio troppo grosso da affrontare rimanendo indenni per la Lega mentre numerosi dossier sul tavolo targati M5S a lungo rimandati non erano certo graditi alla base sociale del Carroccio e l’unica chance era forse proprio bluffare con una fare da spaccone – dopo le futili chiacchiere sulla flax tax per ribadire gli interessi che voleva far prevalere, ma era pura propaganda anche facendo i conti della serva – una finta che mostrava una debolezza strutturale nell’iperbolica personalizzazione che ha voluto dare allo scontro politico.

Tra i due contendenti, il terzo gode dice l’adagio popolare, e in questa “crisi del Mojito” è stata proprio la parte del governo che aveva un filo diretto con Bruxelles e Washington a risultare vincitrice e che ora di fatto dirige l’orchestra conto terzi.

L’anomalia dei “pentastellati” è stata neutralizzata definitivamente, anzi pienamente cooptata dentro le strategie di governance della Ue con il voto a favore dell’ex ministra della difesa tedesca von der Leyen alla carica di presidente della Commissione Europea (un governo “giallo-rosso” sarebbe assolutamente in linea e conseguente con questo processo), mentre Salvini è stato collocato ai margini della scena politica, con buona pace di chi aveva agitato lo spettro di un pericolo cosiddetto “sovranista” sul Continente e che a conti fatti si è rivelato solo uno spauracchio per rilegittimare i pilastri politici franco-tedeschi che governano l’Unione e le due grandi famiglie partitiche europee.

Certo già si sprecano le narrazioni di una pagina buia ormai alle spalle, come se ciò che ci aspettasse non fosse ancora più cupo.

Difficile non essere spaventati da come l’intero apparato mediatico, che ha messo sempre e costantemente sotto i riflettori il leader DJ, ora lo tratti come un comparsa.

Viviamo proprio in tempi buffi...

C’è voluto Giulio Tremonti, per ricordare attraverso una lettera al Sole 24 Ore di mercoledì 21 agosto, la brutalità e pretestuosità dei Diktat dell’Unione nei confronti dell’Italia dell’annus horribilis 2011, incipit di una dinamica che rimane tutt’ora immutata e che fa del nostro Paese la vittima sacrificale delle politiche della UE, a cui un ceto politico si allinea pedissequamente da Monti in poi come fu per l’indurimento della “clausola di salvaguardia” rispetto alla formulazione iniziale, ed al calcolo del contributo al Fondo salva banche non in base all’esposizione (il sistema bancario franco-tedesco era fortemente esposto nella crisi greca rispetto all’Italia) ma in base al Pil...

Ricordate? Da un giudizio positivo della Banca d’Italia date a Draghi il 31 maggio, ed il giudizio del Consiglio Europeo a Giugno, si giunse alla lettera del 5 agosto di BCE – Banca d’Italia, in cui si paventava il rischio default – in caso di una mancata risposta urgente entro l’8 agosto, ci rammenta Tremonti…

A parte lui, nessuno si è sognato di svelare il vero deus ex machina che domina la politica italiana, un pilota automatico che ha svuotato di una qualche reale capacità decisionale il nostro sistema politico, certo non è un “processo lineare” come credeva Renzi ai tempi del referendum istituzionale, e che ha comunque bisogno di agenti credibili a cominciare da quei corpi intermedi politico-sindacali che fanno della complicità con le oligarchie europee un atto di fede.

Da Bruxelles sembra che continuino a dirci questo: firmate una resa senza condizioni e vedremo di essere il più possibile clementi, perché se anche fate finta di alzare la testa ve la mozziamo senza pensarci due volte...

Sono tante e tali le incognite nei mesi a venire che l’Europa neo-carolingia franco-tedesca non può permettersi il lusso di perdere il tempo con noi, se non per evitare meccanismi di destabilizzazione che moltiplicherebbero i problemi per le élite al comando.

Elenchiamoli: lo scontro commerciale USA-CINA, l’escalation bellica nello Stretto di Hormuz ed il futuro dell’accordo sul nucleare iraniano, la Brexit che potrebbe portare ad un “no deal”, la possibile crisi della “Groko” dopo le elezioni di settembre/ottobre in tre Land orientali ed i pessimi dati dell’economia, le possibili nuove elezioni in Spagna in caso di mancato governo, ed un “rientro” politico in Francia che si preannuncia piuttosto caldo per Macron...

Se l’Unione ha fin qui dimostrato una certa capacità di “resilienza” alle crisi, il personale politico che ne stato il pilastro sta uscendo con le “ossa rotte” da questa fase, mentre la “variante populista” sia di destra sia di sinistra si è fin qui dimostrata incapace di incidere veramente nei processi decisionali all’interno anche solo di un singolo Paese.

Una unica eccezione sembra essere quella del movimento delle “giacche gialle” che ha imposto in Francia la cancellazione della tassa di transizione ecologica ed altre misure che seppur minime hanno portato qualche beneficio alla condizione dei subalterni d’Oltralpe, senza che però le altre rivendicazioni fossero accolte. Il movimento ha tuttavia una sedimentazione a livello popolare, “politicizzando” parti non trascurabili di classe.

I Gilet Jaunes sono stati un movimento reale che ha reso fecondo il terreno per il fiorire di lotte – anche a livello del mondo del lavoro – piuttosto importanti e largamente ignorate in Italia: dalla logistica alle poste passando per gli insegnanti e studenti, fino a quelle dei pronto soccorso – sono più di 200 quelli ancora in sciopero per un movimento che dura da 5 mesi – hanno consolidato un legame trasversale tra subalterni: una precisa identità di classe, fatto emergere una contrapposizione frontale tra questi e gli strati medio-alti della società, consolidato un capitale politico ed organizzativo “diffuso” in grado insieme ai settori sociali, alle organizzazioni sindacali e alle formazioni politiche con cui ha interloquito di rilanciare probabilmente una nuova stagione di conflitto nelle settimane a venire...

Lo scenario che si profila all’orizzonte in UE intreccerà probabilmente questi tre elementi che caratterizzano la fase politica: la necessità di un “balzo in avanti” dell’Europa neo-carolingia a guida Franco-Tedesca dentro la competizione globale che assume i connotati anche della “forma-guerra”, lo sfarinamento della rappresentanza politica fin qui conosciuta e la sua ricomposizione rispetto agli obiettivi prioritari della UE (e questi giorni della crisi italiana ne sono un laboratorio), l’emergere di un conflitto sociale spurio e proteiforme dai caratteri organizzativi transitori e fluidi ma che è l’unica chance per rendere riattualizzabile l’idea di una trasformazione politico-sociale radicale.

Per chi ha cura di documentare la realtà per trasformarla l’atteggiamento da tenere deve essere grosso modo quello suggerito dal celebre cineasta comunista Joris Ivens: “un occhio guarda la realtà attraverso il mirino della cinepresa, mentre l’altro rimane spalancato su tutto ciò che succede intorno alla piccola immagine racchiusa nell’inquadratura. Un terzo occhio, se così si può dire, deve essere rivolto al futuro”.

Senza quel terzo occhio che guarda il futuro, avremmo comunque una visione d’insieme ma saremmo condannati ad appiattirci alle miserie del presente, in questo caso ad un impasse politico e al ristagnare di ogni ipotesi anche parziale di cambiamento.

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Dicevano i nostri maestri che la storia che conosciamo è storia di lotte di classe. Se avessero avuto come riferimento le istituzioni e il loro rispetto, l'umanità si troverebbe probabilmente ancora al Medioevo.

La crisi di governo che è andata in onda a reti unificate è stata definita un “evento storico”. Nel 2019, in effetti, anche una fiction di quarto ordine può essere considerata tale.

Abbiamo sentito che Conte avrebbe “asfaltato” Salvini in diretta ed effettivamente il sistema mediatico ci ha mostrato qualcosa di simile. Un primo piano con l’ex Presidente del Consiglio in piedi e un ministro dell’interno cereo, piegato su un rosario con gli occhi vitrei e una gestualità che via via non poteva che accompagnare le nubi che si addensavano sulla sua persona.

L’intervento di Conte era centrato sull’unico discorso politico che poteva servire a costruire una nuova maggioranza responsabile: il rispetto delle istituzioni, della tradizione e del protocollo. Quella tradizione che Salvini avrebbe ridicolizzato in ultimo con le danze del Papete Beach, con le forzature della procedura istituzionale, con il richiamo al popolo.

Così abbiamo assistito ad una recita in cui nessuno spazio è lasciato alle cause reali della crisi, un suicidio senza movente come se la politica non c’entrasse nulla.

Verrebbe a questo punto da chiedersi cosa intende il nostro mainstream mediatico parlando di istituzioni. Forse la risposta sta nell’accostamento piccato di qualche giorno prima, quando il ministro dell’interno coi boxer a una festa in spiaggia veniva confrontato con l’ex Presidente Aldo Moro fotografato negli anni ‘60 in una spiaggia deserta vestito in giacca e cravatta con un libro in mano, accanto alla figlia. Come a confrontare due stili di fare politica apparentemente incompatibili.

Moro negli anni ‘60 era un potente bigotto e austero, Salvini nel 2019 era semplicemente in preda a un delirio più o meno spontaneo. Un confronto tutto basato sull’apparenza, un confronto ipocrita.

In Italia, per rimanere al solo dopoguerra, le istituzioni sono state rispettate con la cessione di sovranità alla NATO, con le trame delle varie logge massoniche, con le stragi di Stato, con i rapporti con la mafia, infiltrata in qualsiasi livello politico. Con le repressioni dei movimenti rivoluzionari, con le torture e le morti in carcere e potremmo continuare l’elenco.

La politica italiana è sempre stata così rispettosa delle istituzioni che non ha esitato a stracciare la Costituzione ogni qualvolta è stato possibile. Le istituzioni che si dovrebbero rispettare sono ben rappresentate da quei servitori dello Stato che hanno fatto carriera dopo la mattanza del G8 di Genova.

Salvini era e rimane un reazionario pericoloso e inguardabile, ma se la sua sconfitta si basa solo su un richiamo al rispetto di alcune regole formali allora non capiamo cosa ci sia da gioire per i lavoratori e per gli sfruttati.

Rimarrebbe da capire se la ricerca della “correttezza istituzionale” sia semplicemente un modo per non affrontare i nodi politici reali o se quello che loro intendono per “istituzioni” è quella cosa spaventosa che serve solo a schiacciare i più deboli e chi si ribella. Ma, molto probabilmente, sono vere entrambe le cose.

Collettivo Comunista Genova City Strike

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Dalla Siberia all’Amazzonia la Terra brucia, una ipoteca sul futuro


Già a luglio il Servizio di monitoraggio atmosferico Copernicus (Cams) dell’Ue, segnalava che dall’inizio di giugno c’erano stati oltre cento incendi lungo le coste artiche, coinvolgendo non solo la Russia, ma anche l’Alaska, il Canada e la Groenlandia. Negli stessi giorni, sono arrivate le notizie secondo cui ci sarebbe un record di incendi in Amazzonia, mentre da sabato un violento incendio ha devastato l’isola di Gran Canaria, la seconda più grande dell’arcipelago spagnolo nell’Atlantico. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale delle Nazioni Unite (Omm) conferma che il fumo dei roghi in Siberia è arrivato a ricoprire una superficie di circa 5 milioni di chilometri quadrati. Un’area più vasta dell’Europa e superiore alla metà degli Stati Uniti. A fare il punto sulla situazione degli incendi nel mondo, è un interessante servizio dell’agenzia Agi.

A monitorare un fenomeno come quello degli incendi ci sono diverse agenzie e organizzazioni – oltre quelle già citate – che cercano di quantificare il numero di roghi in singole aree del pianeta, attraverso strumenti diversi, come le immagini satellitari e non solo.

I ricercatori si concentrano su una serie di parametri diversi, che vanno dalla superficie bruciata alle emissioni prodotte. Secondo il Global Fire Atlas, gli incendi sono una fonte significativa dei gas e dell’areosol atmosferico: le aree che di recente hanno visto un aumento della frequenza dei roghi di conseguenza hanno poi registrato anche maggior CO2 nell’aria.

Di conseguenza, a seconda della metodologia utilizzata, i numeri possono essere diversi. Sono necessari anni per avere stime precise sulla quantità di roghi effettivamente verificatasi.

Le immagini satellitari in tempo reale sono comunque un buon punto di partenza per quantificare il fenomeno.

Dall’inizio anno a oggi, secondo il Global Forest Watch Fires, le osservazioni registrate dal Moderate-resolution Imaging Spectroradiometer (MODIS), anche dal sito della Nasa, rilevano oltre 2 milioni e 910 mila “allerte incendio”. Nello stesso periodo del 2018, erano stati quasi 100 mila in meno; nel 2017, circa 200 mila in meno. Nel 2016 e nel 2015 questo dato era stato più alto, aggirandosi intorno ai 3 milioni di allerta incendio in tutto il mondo.

È vero però che alcune anomalie si stanno registrando in alcune regioni raramente coinvolte in passato. Ad esempio quest’anno nel Circolo Polare Artico gli incendi registrati sono stati costantemente sopra la media rispetto al periodo tra il 2003 e il 2018.

In regioni come l’Amazzonia, invece, in questi giorni sta circolando una statistica dell’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile (Inpe), che – oltre ad avere suscitato le ire del presidente Bolsonaro – segnala come dall’inizio dell’anno sono stati calcolati oltre 75.300 incendi in tutto lo stato sudamericano, l’84% in più rispetto all’anno scorso. Secondo l’Inpe, inoltre, la superficie andata a fuoco ad agosto 2019 è stata il 40% in più rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

È vero dunque che in Brasile quest’anno si sta registrando un numero di incendi record almeno rispetto agli ultimi 7 anni, anche se occorre tenere conto che l’area dell’Amazzonia è più ampia di quella contenuta nei soli confini brasiliani.

Il 60 per cento della foresta pluviale (si tratta di oltre 4 milioni di chilometri quadrati) è incluso nel Brasile, mentre il restante 40 per cento è suddiviso tra altri Paesi sudamericani, come l’Ecuador, la Guyana, il Perù e il Venezuela.

Secondo i numeri del Global Fires Atlas (elaborati sulla base di quelli della Nasa), dal 1° gennaio 2019 ad oggi, in tutta la regione amazzonica sono stati registrati 99.590 incendi, contro i 53.935 dello stesso periodo del 2018. Tra il 1° gennaio 2016 e il 21 agosto 2016 (anno con il dato più lontano nel tempo disponibile) però erano stati più numerosi: 106.404. A fine 2018, il numero totale dei roghi in Amazzonia registrato era di 192.515, contro i 301.2016 dell’anno precedente.

La domanda che molti si pongono è se ci sia un nesso tra i cambiamenti climatici e i grandi incendi che si stanno registrando nel globo.

Secondo alcune fonti il riscaldamento globale sta facilitando e rendendo più diffuse le condizioni che permettono alle fiamme di divampare in grandi aree geografiche. Un fenomeno non dissimile da quello degli uragani che ormai si manifestano anche in regioni dove erano eventi rarissimi.

È evidente come un pianeta sempre più caldo risenta di periodi di siccità sempre più lunghi e su aree sempre più vaste. Sia il suolo che la vegetazione, privati dell’acqua, saranno più predisposte a prendere fuoco.

Secondo un ricercatore del servizio Copernicus, le ondate anomale di caldo registrato nell’Artico sono indubbiamente tra le cause dei roghi tra Siberia e Alaska. Analogamente secondo uno studio prodotto dalla rivista Nature, “maggiore sarà il livello di aumento medio delle temperature in futuro, maggiore sarà la quantità di superficie devastata dalle fiamme, in un intervallo che va dal 40 per cento al 100 per cento a seconda degli scenari”

Una pianeta più caldo inevitabilmente sarà un pianeta con un maggiore rischio incendi, un processo che alimenta un circolo vizioso e rovinoso aumentando con gli incendi le emissioni nell’atmosfera, che a loro volta portano ad un aumento delle temperature.

Gli eventi “naturali” di queste settimane ci dicono che alcune aree come l’Artico e l’intero Brasile stanno vivendo delle situazioni più critiche rispetto agli anni scorsi. I dati e le rilevazioni scientifiche continuano a rilevare – e prevedere – peggioramenti a causa del riscaldamento globale. Con grande probabilità, in un futuro prossimo, l’aumento generale delle temperature medie renderebbe così “normali” situazioni fino a ieri “anomale” come gli incendi nell’Artico e in Siberia.

Non c’è molto tempo per correre ai ripari. Né si può fare affidamento sempre e solo sulla resilienza della natura. Il problema non è se ci è simpatica o meno Greta. Una rivoluzione ecologica, e la sua pianificazione, sono all’ordine del giorno, quello di oggi.

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Tensioni tra Giappone e Corea del Sud. Gli alleati degli Usa si dividono

Il premier giapponese Shinzo Abe ha esortato la Corea del Sud a non revocare gli impegni sullo scambio di intelligence tra i due Paesi, aggiungendo che la decisione potrebbe avere conseguenze negative sulla cooperazione con gli Stati Uniti. “Il comportamento del governo coreano continua a minare la relazione di fiducia”, ha detto il premier nipponico, riferendo alla stampa. Ieri – all’apice di uno scontro economico e diplomatico con Tokyo, la Corea del Sud aveva comunicato di non voler estendere il patto sullo scambio di informazioni militari, siglato nel novembre 2016, perché “non più in linea con i propri interessi nazionali”.

Eppure solo tre giorni fa i ministri degli esteri di Cina, Giappone e Corea del Sud in un raro incontro trilaterale, avevano espresso l’impegno a rafforzare la cooperazione trilaterale anche quando specifiche situazioni bilaterali dovessero creare frizioni, come è il caso recente dei rapporti tesi tra Tokyo e Seoul.

Le relazioni tra Giappone e Corea del Sud sono ai ferri corti dopo che un tribunale sudcoreano ha ordinato che alcune aziende giapponese devono pagare risarcimenti per l’utilizzo del lavoro forzato durante il periodo coloniale, fino alla conclusione della seconda guerra mondiale. Tokyo ha risposto che ogni questione è stata già risolta dall’accordo di normalizzazione dei rapporti del 1965.

Da questo evento sono partite minacce di limitare il libero commercio e di bloccare accordi di difesa.

Il governo sudcoreano, inoltre, ha annunciato che raddoppierà i test sulle sostanze radioattive nei cibi processati e nei prodotti agricoli provenienti dal Giappone, dove nel 2011 c’è stato l’incidente nucleare di Fukushima.

I tre ministri degli esteri hanno anche fatto un lavoro di fissazione dell’agenda per il vertice tra i tre leader – i presidenti Xi Jinping e Moon Jae-in per Cina e Sudcorea, il primo ministro Shinzo Abe per il Giappone – che si terrà quest’anno.

Inoltre i ministri hanno ribadito che intendono lavorare assieme per riuscire a raggiungere una denuclearizzazione per la Corea del Nord. Ma mentre Pechino e Seoul intendono rafforzare le relazioni economiche con Pyongyang, Tokyo chiede che le sanzioni contro la Corea del Nord vengano rispettate in maniera rigida.

Ma se gli alleati storici degli Stati Uniti cominciano a frizionare tra loro, si segnala anche che sulla regione Asia/Pacifico, i problemi di tenuta della egemonia Usa cominciano a segnalarsi da tempo. Secondo uno studio diffuso dal think tank United States Studies Center (USCS), legato alla università di Sidney gli Stati Uniti non sono più la potenza egemone nell’area Indo-Pacifico, a fronte di una Cina sempre più assertiva ed efficiente, e per mantenere un grip sulla regione dovrebbe incrementare le capacità di difesa collettiva con i suoi alleati regionali, a partire dal Giappone.

Secondo il rapporto, le forze Usa non sono preparate alla competizione tra potenze nella regione, per il combinato disposto di diversi fattori: il focus sui conflitti in Medio Oriente, l’austerity nei budget della difesa, la mancanza di investimenti nelle capacità militari e l’eccessiva ambizione nell’agenda di costruzione di un mondo liberale da parte degli Usa.

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Il risveglio dell’Argentina

Alberto Fernandez e Cristina Kirchner, candidati della sinistra peronista, hanno sconfitto il Presidente Macrì alle primarie per le elezioni presidenziali del prossimo autunno: 47 contro 32 per cento il durissimo verdetto. Quindici punti di differenza che possono trasformarsi in distanza incolmabile. È stata una di quelle batoste che il presidente argentino di origini italiane, dai modi gentili e dalle idee rozze, con amicizie discutibili e politiche devastatrici, difficilmente dimenticherà. La relazione tra fallimento economico del governo e crisi di consensi pare ineludibile.

L’umiliazione di Macrì è la risposta degli elettori alle devastanti politiche ultraliberiste decise di concerto con il Fondo Monetario Internazionale. Come già avvenne con la sua musa ispiratrice, Menem, sostenuto dall’emissario dei fondi speculativi, Domingo Cavallo, la cura turbo liberista imposta agli argentini ha lastricato di fame, disoccupazione ed incertezza l’intero paese.

A rendere evidente a livello mediatico ciò che non si voleva vedere a livello socioeconomico, è arrivato il pesantissimo tonfo della Borsa di Buenos Aires il giorno seguente al voto delle primarie. Lo S&P Merval Index ha chiuso in calo del 37,93%. Particolarmente penalizzati i titoli dei settori finanziario ed energetico, i cosiddetti fondi buitre, per intenderci. Il Peso è stato drammaticamente, ulteriormente svalutato del 34% tornando ai livelli raggiunti all’insediamento dello stesso Macrì nel 2015.

È vero che le Borse internazionali soffrono in quasi tutte le piazze del mondo, ripercussione delle dichiarazioni di Trump sulla difficoltà di arrivare ad un accordo con la Cina sui dazi e di quanto avviene ad Hong Kong, dove gli Stati Uniti stanno spingendo sull’acceleratore della destabilizzazione politica e finanziaria in funzione anticinese.

Ma se nelle altre piazze le perdite sono fisiologiche, a Buenos Aires sono state devastanti.

Certo che per gli speculatori (definiti elegantemente “investitori privati o istituzionali”) la vittoria della sinistra in Argentina non è – né potrebbe mai essere – una buona notizia: i loro profitti sono a rischio di fronte ad un governo che si occupasse del bene pubblico. Dunque niente di strano che il mercato azionario e valutario veda il ritorno della sinistra come una sicura inversione delle priorità socioeconomiche del Paese e tema seriamente per i suoi interessi speculativi. Davvero non si ripeterebbe quanto deciso da Macrì, ovvero il ricorso al Fondo monetario internazionale per un prestito da 56 miliardi di dollari legato a un programma di riforme (come viene eufemisticamemente chiamato lo smantellamento del sistema universalistico di garanzie). E l’enorme problema è che gran parte del debito argentino (circa l’80%) è in dollari e il crollo del Peso rende costosissimo ripagarlo. Poi certo, come sempre, al FMI non interessa che lo si paghi, semmai che lo si rinnovi a interessi ogni volta più salati, in modo da stabilire attraverso la leva debitoria, il controllo totale sulle politiche economiche argentine.

Macrì ha indicato nella fuga dei capitali il rischio di una vittoria della sinistra peronista: ma la verità è che i capitali scappano con Macrì ed è proprio nel tentativo di mettere un freno alla loro fuga che la Banca Centrale è intervenuta oltre ogni limite, alzando il TUS (tasso di sconto) a livelli impensabili.

Si è insomma di fronte ad un generale fallimento delle politiche di riordino finanziario sostenute con l’azzeramento della spesa pubblica e del welfare, che hanno colpito le classi popolari e la stessa classe media e generato un vero e proprio apartheid sociale nel Paese, determinando l’impoverimento di massa, la contrazione fortissima della domanda e la riduzione al minimo dei consumi interni, l’aumento dei fenomeni delinquenziali e la corsa alla speculazione ed al mercato nero della valuta.

E se a livello microeconomico l’Argentina soffre il peso delle politiche neoliberiste, nemmeno a livello macroeconomico queste mostrano le loro virtù: i diritti sociali sono stati calpestati senza che il bilancio dello Stato ne abbia tratto giovamento. A fine 2018, infatti, il debito era pari all’86% del Pil e mentre l’Fmi prevedeva che alla fine del 2019 sarebbe sceso attorno al 75%, ora sui mercati si prevede che arriverà al 100 per 100.

È questo esito nefasto dell’applicazione delle ricette turbo liberiste che ha determinato il risultato delle primarie e confermerà alle elezioni la sconfitta di Macrì, che viene ora sfiduciato anche dai mercati. Perché l’esposizione debitoria alla quale Macrì ha condannato l’Argentina genera le preoccupazioni di chi ha investito ma che ora, nella crescita di ben 45 punti del “rischio paese”, teme di trovarsi a breve-medio termine con titoli di Stato (che hanno ceduto il 17%, colpito anche il famoso, ridicolo, Bond Centenario) ridotti in prospettiva a carta straccia.

I media internazionali, soprattutto quelli legati mani e piedi all’ideologia turbo liberista (in Italia spicca La Repubblica, ovviamente), sono con le mani tra i capelli. Denunciano autentico terrore di fronte alla possibilità che la sinistra torni al governo; vedono il neoliberismo minacciato dal sovranismo ma dimenticano che il sovranista per eccellenza, Donald Trump, è alleato di Macrì e non di Cristina. Tra lo stiraggio delle bretelle e quello della chioma, un autonominato analista economico si domanda come sia possibile che un esemplare dell’establishment finanziario possa essere sconfitto. Gli basterebbe leggere alcuni dati argentini per capirlo.

Il paese viaggia in recessione, con una inflazione superiore al 50%, un tasso di povertà al 35% della popolazione e con tassi di interesse al 64%! L’impoverimento massiccio di oltre la metà della popolazione, milioni di lavoratori espulsi dalle aziende, l’azzeramento del welfare, la repressione violenta, hanno trasformato l’Argentina in un buco nero. Dunque perché stupirsi se il voto popolare lo castiga?

Per allarmare l’elettorato, i media ufficiali presentano la possibile vittoria della sinistra peronista con il rischio default, perché il governo di sinistra potrebbe non riconoscere il debito contratto da quello di destra in carica. Ma la storia argentina insegna esattamente il contrario: il default avvenne soprattutto per colpa del governo Menem e fu invece quello di Nestor Kirchner a guidare l’Argentina alla ripresa economica proprio grazie al rifiuto delle ricette del FMI.

Tanta paura da parte dei sacerdoti dell’impero del Dollaro è però comprensibile: non c’è solo il testo argentino ma anche il contesto latinoamericano. La vittoria di Alberto Fernandez e Cristina Kirschner alle elezioni del prossimo autunno altererebbe in profondità, infatti, tutto lo scacchiere latinoamericano, data l’enorme importanza politica, economica e militare dell’Argentina. Le conseguenze della vittoria della sinistra, quindi, non restituirebbero solo l’Argentina ai suoi abitanti ma potrebbero innescare un generale cambio di contesto per l’area Sud del continente e si ripercuoterebbero positivamente sulla resistenza del Venezuela, della Bolivia, del Nicaragua e di Cuba. Entrerebbe in crisi la strategia statunitense che utilizza gli uni contro gli altri i paesi latinoamericani, facendo perno sui regimi reazionari di Bogotà, Brasilia, Buenos Aires e Santiago per indebolire il blocco dell’ALBA e ridurre la potenza politica, evocativa persino, dell’unità latinoamericana contro il Nord imperiale.

Con il Messico e l’Uruguay al suo fianco, l’Argentina determinerebbe un nuovo quadro politico latinoamericano, con ripercussioni sulla stessa esistenza – e comunque sulla funzionalità – del Gruppo di Lima. Non solo: lo stesso Brasile risentirebbe dell’effetto contagio. In una sorta di domino, che ha sempre caratterizzato i movimenti elettorali nel Cono Sud, Brasilia, alle prese con una protesta popolare massiccia contro la privatizzazione dell’istruzione e della salute e con una crisi di fiducia delle stesse élite finanziarie e militari nei confronti del governo, potrebbe risentire del cambio di linea politica del paese vicino e, ove si concretizzasse il ritorno in campo di Lula, si arriverebbe a breve-medio termine alla chiusura della parentesi nazievangelica di Bolsonaro.

Insomma a Buenos Aires si gioca una buona parte della partita del prossimo futuro tra il blocco democratico e socialista latinoamericano e la destra agli ordini di Washington. L’altra sera a Buenos Aires i festeggiamenti per il risultato delle primarie offrivano all’ascolto una musica seducente; il tango della ribellione ha ora una sua data prefissata.

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Quel pomeriggio di un giorno da cani. Al Quirinale

Un paese senza più una classe politica. Di nessun orientamento (destra, centro, “sinistra”). Solo una piccola corte di nanerottoli con l’occhio incollato ai like o ai sondaggi, preoccupati di non sembrare perdenti pur essendolo, fin nel profondo del loro scarso essere.

Quella andata in scena ieri, dentro il Quirinale e nell’orgia di telefonate che accompagnano le “consultazioni” del presidente della Repubblica, è stato uno spettacolo anche peggiore di quello visto al Senato, per le dimissioni di Giuseppe Conte.

I tre principali raggruppamenti di parlamentari (eccessivo chiamarli “partiti”) hanno squadernato cento trucchi da antica Roma, miseria culturale, irresponsabilità e dilettantismo. In parti praticamente uguali.

Si trattava di rispondere a una domanda presidenziale in fondo semplice: volete fare un nuovo governo o andare a votare?

Salvini, che ha finalmente capito di essersi fregato con le proprie mani, ha chiesto il voto anticipato ma ha contemporaneamente offerto a Luigi Di Maio di fare il premier (per poter riprendere il vecchio gioco dell’“io comando e tu paghi il prezzo”). Sa che anche un “governo di garanzia elettorale”, che scriva la legge di stabilità e prepari il voto (in primavera, a questo punto), sarebbe per lui fatale. Uscito dal ministero dell’interno, infatti, non riuscirebbe più a monopolizzare i media tra una nave ong bloccata al largo e uno scippo fatto da “extracomunitari” (salvo poi magari scoprire che si tratta di italiani o statunitensi, come nel caso del carabiniere ucciso a Roma).

Il Pd è una federazione di cacicchi dove ognuno gioca per sé, polarizzata intorno a due interessi miserabili ma dominanti: Zingaretti non vedrebbe male il voto anticipato per liberarsi dei gruppi parlamentari nominati da Renzi, e quest’ultimo – ovviamente – prova ad utilizzare questa massa di manovra residua per ricavarsi un nuovo spazio politico, da cui convergere poi verso una formazione di “centro” molto spostata a destra.

I Cinque Stelle, tornati per un attimo, oggettivamente al centro del campo di gioco, sono tentati da tutte le sirene: fare un governo col Pd, tornare all’ovile con Salvini, prendere tempo in attesa di vedere, varie ed eventuali.

Nessuno che risponda a quella domanda semplice: vuoi fare un governo e insieme a chi? Inevitabile che un presidente formato in ben altra temperie politica, seppure in una posizione defilata se non secondaria, mettesse un limite temporale severo: cinque giorni per presentare un progetto serio, oppure si va a votare.

Come sempre, se si è creata una situazione del genere, è più importante capire perché, non limitarsi a irridere questi quattro truffatorelli senza qualità.

Diciamo spesso che da circa 30 anni a questa parte – dagli accordi di Maastricht in poi – chiunque vinca le elezioni politiche si trova nella impossibilità pratica di scegliere quale politica fare. L’“indipendenza” decisionale, infatti, si esercita in primo luogo sulle risorse economiche e finanziarie di cui il paese dispone. Se queste sono – definitivamente – nelle mani della tecnoburocrazia di Bruxelles, gli “eletti dal popolo” possono solo esercitare la fantasia su come nascondere questa impotenza sotto valanghe di “comunicazione”, falsi nemici, emergenze inventate o ingigantite (quella sui migranti ha assunto toni criminali e criminogeni), “riforme” minime su dettagli in fondo secondari (un diritto civile in più, uno sgravio fiscale aggiuntivo, un evento sportivo da ospitare, ecc.).

I trattati europei, infatti, non impongono soltanto tetti a quanto e come lo Stato può spendere, ma anche a chi sottrarre risorse (lavoratori, pensionati, malati, studenti, ecc.) e a chi destinare le poche che restano (alle imprese; sempre e con qualsiasi governo).

Trent’anni di questa ginnastica della simulazione di una “differenza apprezzabile” tra una formazione e l’altra hanno dissolto qualsiasi vero confine tra aree politiche (oltre un terzo degli eletti aveva cambiato casacca nell’ultima legislatura). Ma soprattutto ha cancellato qualsiasi senso di responsabilità o cultura della politica come “servizio” al paese (alla classe dominante, com’è ovvio).

Una genia di attorucoli e maneggioni di bassa lega si è dunque selezionata nel tempo come l’unica “adatta” (in senso evoluzionistico) a stare su questa scena fatta di fondali di cartone. Statisti, intellettuali, funzionari di qualità, ecc. sono stati progressivamente resi inutili, fastidiosi, buoni al più per “alzare il livello” in qualche talk show.

Un solo esempio per farci capire: i Cinque Stelle hanno messo la “riduzione dei parlamentari” quasi come unico punto discriminante per formare un governo. Con chiunque.

Uniscono dunque un punto di programma particolarmente misero e chiaramente “propagandistico” con una disinvoltura per le alleanze che neanche Andreotti esibiva con tanta noncuranza.

Perché misero? I “costi della politica” si possono ridurre in molti modi. La via più semplice era il taglio degli stipendi, effettivamente scandalosi in rapporto alla media del Continente. Bastava una legge ordinaria, a maggioranza semplice; un voto in ciascuna Camera e via...

E invece no. Si è scelta la via della riforma costituzionale, perché il numero dei componenti di Camera e Senato sono indicati nella Carta. Il che richiedeva ben quattro voti (due per ogni ramo del Parlamento) e, per non strozzare in modo autoritario il diritto alla rappresentanza politica, anche l’ennesima riforma della legge elettorale.

Incompetenza, furbizie, chiacchiere spacciate per alti valori (che differenza epocale c’è tra una Camera con 630 o 400 deputati?), ricerca ossessiva di un piccolo scalpo da mostrare ai propri elettori delusi. Come i “porti chiusi” di Salvini, soltanto per le navi Ong, mentre arrivano decine di barchini sopravvissuti alla traversata da Libia o Tunisia.

Potremmo fare altri cento esempi, ma sarebbe un viaggio inutile nella miseria.

Il livello delle varie figure borghesi di questo paese si specchia in questo cesso di rappresentanza politica, dilettantesca come i rapinatori di “Quel pomeriggio di un giorno da cani”.

Oltre 20 anni fa, ricordiamo, diversi industrialotti e protoleghisti del Nordest invocavano una “facoltà universitaria della sedia”, convinti che una simile barzelletta potesse far “crescere” i piccoli mobilifici locali. Ecco, ora abbiamo una “classe politica” all’altezza di quella richiesta, incapace di alzare lo sguardo al di sopra una poltrona istituzionale, vista solo come l’occasione per farsi gli affari propri (e dei propri committenti, come si è visto con il caso Siri).

Sarà il caso, infine, di tornare al più presto su molte delle corbellerie sparse come “senso comune” dal grillismo (uno vale uno, democrazia in rete, rotazione forsennata degli eletti, “legalità” come unico orizzonte valoriale, ecc.). È ora di liberare i cervelli dalle sostanze tossiche...

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Il capitalismo occidentale nel buco di Jackson



Proviamo a spostare il cervello dalle miserie politiche italiche e guardare dall’alto l’evoluzione della situazione mondiale, perlomeno a livello economico.

Le variabili sono molte, ma non infinite:

– la Germania è quasi ufficialmente in recessione e rischia di portarsi rapidamente dietro buona parte dell’economia europea;

– l’“inversione dei tassi” sui titoli di Stato statunitensi annuncia – di solito – una prossima recessione negli Usa;

– la hard Brexit provocherà a breve turbolenze forse sopravvalutate, forse no;

– anche la Cina non ha il ritmo di sviluppo dei decenni passati, nonostante aumenti salariali, tagli delle tasse e stimoli fiscali di ogni tipo (oltre ad una capacità di investimento che nessun altro al mondo possiede oggi), che stanno ingigantendo il mercato interno.

Di fronte a questo scenario poco allegro, che comincia a ricordare la seconda metà del primo decennio dei Duemila, non esiste un “governo” unitario del mondo. Qualsiasi iniziativa possa venir presa, non sarà una strategia unitaria (“keynesiana”, si diceva una volta). E quindi ogni tentativo messo in atto da singoli paesi e da singole macro-aree continentali – come la svalutazione della moneta o la guerra dei dazi – è destinato a rimanere inefficace a causa delle scontate reazioni dei concorrenti. I rapporti di forza non sono del resto più quelli, incomparabili, di venti o trenta anni fa.

Anche perché l’unico strumento a disposizione è da oltre un decennio la sola politica monetaria (manovra sui tassi di interesse, quantitative easing, misure sempre meno “convenzionali”, ecc.), che ha ampiamente dimostrato di poter evitare esplosioni devastanti, ma non di far ripartire l’economia reale. Con controindicazioni comunque gravi, come l’aumento del peso della finanza speculativa che ha un ruolo rilevante proprio nel riprodurre sempre uguale il meccanismo della crisi.

In questo quadro hanno iniziato a riunirsi ieri i principali banchieri centrali del mondo – quelli che governano le monete nazionali o comunitarie, non i banchieri privati – a Jackson Hole (“il buco di Jackson”), sperduta località vacanziera sulle Montagne Rocciose, negli Stati Uniti.

Ma mai come quest’anno questa riunione riserva ben poche sorprese. Si sa già, con dichiarazioni ufficiali, che tutti procederanno da qui alle prossime settimane a tagli dei tassi di interesse, acquisto di titoli di stato, facilitazioni nei prestiti al circuito bancario.

Le uniche incertezze riguardano le dimensioni di queste misure espansive nell’immediato, ma si sa anche per esperienza che, se dovessero risultare lì per lì poco efficaci, ne seguiranno certamente di più colossali e spregiudicate.

In realtà l’unica vera incertezza, sul piano della cronaca, è la dimensione del prossimo taglio ai tassi di interesse Usa. Donald Trump insulta ogni giorno il “suo” presidente della Federal Reserve, pretendendo una sforbiciata di almeno un punto percentuale; mentre Jerome Powell – che ha appena tagliato dello 0,25% – preferirebbe probabilmente una maggiore gradualità (un altro quarto, al massimo mezzo punto), già alla prossima riunione della Fed (17-18 settembre).

La posizione di Trump riflette quella di Wall Street, che da tempo vede salire senza ragione le quotazioni azionarie, spinte anche da massicci riacquisti di azioni proprie da parte delle società multinazionali (l’utilizzo che le stesse compagnie hanno fatto dei grandi stimoli fiscali di Trump). Solo un taglio radicale del costo del denaro, accompagnato magari da quantitative easing, può evitare un regresso molto doloroso al primo inciampo (annunciato dal rallentamento dell’economia, dai segnali di possibile recessione e soprattutto dagli effetti della “guerra dei dazi” con Cina e Germania).

Non a caso, lo stesso Trump ha dovuto rinviare di altri tre mesi l’avvio di nuova serie di dazi anti-cinesi, ed anche il divieto di acquisto di tecnologie Huawei. Banalmente, l’attuale economia Usa non è in grado di reggere questo choc. O almeno non è in grado di garantire una “crescita” accettabile in vista delle prossime elezioni presidenziali (novembre 2020)...

Soprattutto, senza un drastico calo del costo del denaro rischia di esplodere la bolla dei bond “illiquidi” (significa che non trovano compratori, ossia carta straccia), che sono ovviamente titoli emessi da società private. Una bomba simile, ma parecchio più potente per dimensione finanziaria, ai mutui subprime che diedero il via al grande crash del 2007-2008.

L’economia di carta, in altre parole, chiede altra carta, senza più alcun realistico rapporto con il “sottostante”, ossia l’economia reale, la produzione di beni o servizi.

Le banche centrali, per evitare le esplosioni annunciate, si apprestano ad accontentare ancora una volta la speculazione, consapevoli che ad ogni nuova tappa di questo processo ingigantisce il problema. È un loop da cui nessuno sa più come uscire.

In questo gioco, oltretutto, rischia moltissimo il normale circuito delle banche private che, nella calma piatta dei tassi zero, non trovano più occasioni di investimento redditizio.

I titoli di Stato più sicuri – ad esempio quelli tedeschi – sono ormai quasi sempre “sotto zero”. Ossia chi li compra sa che ci rimetterà qualcosa, perché il prezzo che paga oggi non sarà restituito a scadenza o nel momento di una vendita anticipata. Persino i titoli a 30 anni (scadenza nel 2049!) sono ormai in questa condizione.

Un’asta di Bund trentennali da 2 miliardi, infatti, ha ricevuto offerte per soli 800 milioni. Una cosa che accade solo per i titoli di paesi sull’orlo del default (che invece offrono rendimenti alti, ovviamente con il rischio di non essere ripagati affatto). La ragione l’abbiamo già spiegata dettagliatamente, e descrive con precisione i “molti pesi, molte misure” che vigono al di sotto dell’apparente “neutralità” delle regole scritte nei trattati europei.

In pratica, i Bund tedeschi sottozero permettono alla Germania (e all’Olanda) di rifinanziare il proprio debito pubblico senza spendere un euro, anzi, guadagnandone un po’, al contrario dei paesi che devono sottostare alle regole. Tanto che ora stanno progettando titoli a scadenze ancora più lunghe – 50 e 100 anni – come fossero bruscolini.

Perché? Perché il quantitative easing che la Bce sta per varare – non può più ridurre i tassi di interesse, fermi a zero da anni; e anche quelli sui depositi (-0,4%) non sono estensibili più di tanto – comprenderà obbligatoriamente un acquisto di titoli di Stato privilegiando quelli con rating più alto. Ossia quelli dei paesi del Grande Nord europeo, allargando ancora di più la forbice con i paesi mediterranei, presi per la gola contemporaneamente dai “mercati” e dall’austerità UE.

Solidarietà niente, ovviamente, “tra partner europei”.

Il che, relativamente in piccolo, ci rimanda al problema della crisi planetaria. Se l’unica arma in mano ai decisori tecnico-politici è la leva monetaria; se la finanza speculativa è inamovibile dal suo trono, con la pretesa di “redditività” velocissima, a ritmi e rendimenti impossibili per qualsiasi impresa dell’economia reale; se tutti i governi, anche quelli più potenti, sono di fatto impotenti di fronte a questa situazione... vuol dire che “il sistema” capitalistico è completamente incartato. In senso figurato ed effettivo: la carta finanziaria ha bisogno di altra carta, all’infinito, non di riversare i propri profitti nella “crescita economica”.

Il che significa: la produzione di ricchezza reale è di fatto ferma, nel migliore dei casi, a livello globale. Il modo di produzione non rispetta più il suo principio motore (l’accumulazione) e procede unicamente sulla via immaginaria della creazione di denaro per mezzo di denaro. E questo avviene tanto da parte delle banche centrali che dai creatori di criptomonete (dai Bitcoin alla Libra di Facebook).

La massa totale di profitto, in questo schema, non cresce in misura apprezzabile (e il tasso di profitto arretra da decenni).

La lotta è fra chi riesce ad aggiudicarsene in misura crescente e chi invece lo va perdendo. Le diseguaglianze sociali, di conseguenza, non possono che aumentare, travolgendo i vecchi “ceti medi” in tutto l’Occidente e concentrando il capitale in sempre meno mani in una competizione degna di highlander.

Di più. In questa condizione, l’approccio neoliberista chiamato trickle down (brutalmente: fate arricchire i ricchi, dalla loro tavola cadrà qualche briciola anche per i meno ricchi) non è più sostenibile, neanche per via di propaganda.

Non paradossalmente, infatti, quell’approccio sarebbe applicabile in parte allo sviluppo cinese (l’enorme arricchimento e crescita delle imprese, private e pubbliche, ha infine riconosciuto la necessità di rafforzare il mercato interno, facendo aumentare clamorosamente i salari e i redditi familiari), ma non più all’Occidente capitalistico.

Si dice “crisi di egemonia”. Indica la fine di un’epoca.

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giovedì 22 agosto 2019

L’incubo della “manovra”, ma con qualche differenza...

Fuori dalla miseria delle dichiarazioni politiche, quale manovra di bilancio dovrà affrontare il prossimo governicchio semi-tecnico e “di alto profilo”?

Da mesi gli esperti vicini a Bruxelles (per esempio: Mario Monti) parlano di “tante lacrime e molto sangue”. E certo non sarà una passeggiata di salute per lavoratori, studenti, pensionati, disoccupati, utenti della sanità pubblica.

Ma – nella tragedia sociale – le ipotesi in campo possono essere molto diverse per dimensioni, estensioni, durata.

Sappiamo che il Peracottaro Padano aveva buttato lì l’idea di una manovra da 50 miliardi per tenere insieme l’ennesima sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, la flat tax (che implicava necessariamente una forte riduzione delle entrate fiscali) e altre misure per regalare soldi alle imprese, soprattutto del Nord.

Difficile, con certe cifre e con un’impronta fintamente “anti-europea”, trovare accoglienza favorevole tra i “revisori dei conti pubblici” della Commissione.

Un esecutivo invece pienamente allineato con le direttive di Bruxelles ha sicuramente qualche margine di flessibilità in più, specie se i numeri da far quadrare sono quasi la metà. Non a caso è la prima delle “cinque condizioni” poste da Zingaretti per la trattativa con i Cinque Stelle.

Una manovra da 30 miliardi è comunque molto pesante, ma meno di quanto si possa pensare. La posta più grossa è per congelare l’Iva: 27,6 miliardi, già quantificati dall’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), che comprendono i 23,1 miliardi per Iva e accise e altri 3-4 per il finanziamento delle spese indifferibili. Su questo fronte, Tria ha preparato un piano piuttosto articolato, che potrebbe essere ripreso ed aggiornato dal prossimo ministro dell’economia (se sarà un altro).

Le “coperture” in questo caso arriverebbero dai “risparmi” relativi a reddito di cittadinanza e quota 100, che nella pratica sono stati appannaggio di una platea molto inferiore a quella stimata (come del resto noi di Contropiano avevamo spiegato ancor prima che venissero approvati quei decreti). Si tratta, a consuntivo, di quasi 3 miliardi, cui vanno aggiunte le maggiori entrate Iva derivanti dagli effetti dell’introduzione della fatturazione elettronica, che ha colpito parte dell’evasione su questa imposta.

Come sempre, altri “risparmi” verrebbero dalla riduzione della spesa pubblica corrente per sanità, istruzione, welfare e pensioni. Ma nessuno prova per ora a quantificarle.

L’eventuale ammanco per raggiungere i 30 miliardi richiederebbe appunto una richiesta di maggiore “flessibilità” da parte della Ue (la Commissione al momento non è ancora stata formata). E la congiuntura economica pesantemente negativa, a partire dalla recessione tedesca e dalle incertezze sugli effetti sistemici della Brexit, costringe comunque anche i cerberi di Bruxelles a limitare, per il momento, gli interventi più pesanti sulla terza economia del continente. Aggiungere altra benzina sul fuoco sarebbe controproducente, specie davanti a un governo più “allineato”.

Esiste poi l’ipotesi di un governo di breve durata, che pensi soltanto a presentare la manovra e poi andare ad elezioni anticipate (dipende dal grado di serietà dell’accordo tra Pd e Cinque Stelle). In questo caso, la sterilizzazione dell’Iva potrebbe essere limitata a soli 4 mesi (il tempo necessario a indire elezioni e far formare un nuovo governo), e dunque le risorse necessarie per questo capitolo sarebbero limitate a circa 8 miliardi.

Poi, se la vede chi vince la lotteria delle urne…

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Il governo possibile? Già si presenta male

“Il problema non è l’esercizio provvisorio, ma la manovra mostruosa che abbiamo davanti” e che ammonta ad almeno 23 miliardi. “Togliamoci dalla testa che trovare 23 miliardi sia facile per questo la manovra è il primo punto del confronto”. Ad affermarlo è il segretario del Pd Nicola Zingaretti al termine della riunione della direzione del partito nella quale è stato dato semaforo verde alla possibilità di proseguire la legislatura ma con una maggioranza diversa da quella M5S/Lega.

Il segretario del Pd ci ha tenuto a precisare che “Un eventuale nuovo governo deve essere “di svolta, di legislatura” altrimenti “è meglio andare alle urne”.

Ma quali sarebbero secondo Zingaretti gli elementi di svolta? E qui, dietro le rassicuranti parole di circostanza, vengono i dolori: “Appartenenza leale all’Unione Europea; pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa, a partire dalla centralità del parlamento; sviluppo basto sulla sostenibilità ambientale; cambio nella gestione di flussi migratori, con pieno protagonismo dell’Europa; svolta delle ricette economiche e sociale, in chiave redistributiva, che apra una stagione di investimenti”.

Fin qui tutto bene si potrebbe dire, il problema come al solito non è la caduta ma l’atterraggio. Il primo punto di svolta, infatti, contraddice almeno tre degli altri. Tranne che sulla gestione dei flussi migratori, su democrazia rappresentativa, sostenibilità ambientale e ricette economiche che consentano redistribuzione e investimenti, Zingaretti sa bene che l’obbedienza ai diktat dell’Unione Europea non consentirà di farli. E negare questa cosa solo perché la dice anche Salvini è una idiozia. Inoltre, secondo alcune indiscrezioni apparse su L’Avvenire, nei giorni scorsi un primo abboccamento Pd/M5S su un possibile programma di governo comune, vedeva l’eliminazione di Quota 100 al primo posto. Analoga sorte, ma questo sarebbe salutare, toccherebbe alla follia della Flat Tax, mentre ci sarebbero aperture sul salario minimo.

Il problema però è esattamente quello che Zingaretti ha affermato in premessa. Repetita juvant: “Il problema non è l’esercizio provvisorio, ma la manovra mostruosa che abbiamo davanti che ammonta ad almeno 23 miliardi. Togliamoci dalla testa che trovare 23 miliardi sia facile”.

Torniamo dunque al nodo gordiano che non è stato neanche intaccato dalle rodomontate di Salvini o dalle misure del M5S e che, anzi, è stato stretto ancora più fortemente dai professori del “partito del Quirinale” (Conte, Tria, Moavero, Trenta) dentro l’ex governo gialloverde: il rispetto dei vincoli imposti dal pareggio di bilancio e dai diktat della Commissione europea, non consentono di fare politiche espansive su redditi, welfare, investimenti, domanda interna. Lo possono fare, e lo stanno facendo, solo Germania e Francia perché loro sono al posto di comando. Se non si rompe questo vincolo e si taglia questo nodo, ogni governo non potrà che essere uguale o peggiore di quello precedente.

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USA - Trump scatenato contro gli immigrati

L’amministrazione Trump è in forte debito d’ossigeno e di credibilità. I timori per le elezioni di mid term a novembre (quelle che rinnovano larga parte del Congresso e del Senato) pesano come macigni sul futuro di Trump, il quale sta cercando di recuperare credibilità scagliandosi ogni giorno con più forza contro gli immigrati, sia quelli in arrivo sia quelli già arrivati negli Usa, fino a rimettere in discussione alcuni paletti fondamentali della stessa Costituzione e del “modello americano”.

L’amministrazione Trump intende infatti inasprire le norme contro i migranti e presenta un nuovo piano secondo il quale le famiglie di migranti che attraversano illegalmente il confine fra Stati Uniti e Messico potranno essere detenute indefinitamente. È una sorta di detenzione amministrativa che affida a criteri discrezionali la prosecuzione o meno della detenzione. Un meccanismo infernale inventato dal colonialismo britannico in Irlanda e nelle sue colonie ed oggi utilizzato da Israele contro i palestinesi.

La nuova misura, che dovrà essere approvata da un giudice federale prima di entrare in vigore, cancella la norma precedente che poneva un limite di 20 giorni alla detenzione delle famiglie con bimbi. Inoltre “sta valutando molto seriamente” la possibilità di “mettere fine alla cittadinanza come diritto di nascita”.

Negli Stati Uniti è in vigore da sempre lo ius soli, per cui chiunque nasca sul territorio Usa è automaticamente cittadino statunitense. Il principio è noto anche come “birthright citizenship”, cittadinanza come diritto di nascita, ed è sancito dal Quattordicesimo emendamento della Costituzione, che è stato introdotto nel 1868.

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