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sabato 19 ottobre 2019

L’effetto dazi anche in Italia ed in Europa

«Il protezionismo è nel caso migliore una vite senza fine che mai smette di girare»

Friedrich Engels – "Dazio protettivo e libero scambio"


La guerra delle monete bussa alle nostre porte

Dopo una considerevole tempesta mediatica che da mesi impazza nel tourbillon dell’informazione globale sono scattati i primi dazi all’Italia – da parte degli USA – nell’ambito del più generale ciclo di dazi e varie penalità nei confronti dei paesi dell’Unione Europea.

Queste misure, a detta di Bankitalia, “riguarderanno una quota relativamente limitata delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti”, ma i cui “effetti indiretti potrebbero essere significativi”. Per gli esperti di Via Nazionale sarebbero colpite esportazioni italiane per 400 milioni di Euro, ma vanno considerati anche gli effetti “trasmessi attraverso l’interscambio con i nostri partner commerciali dell’area o mediante una possibile revisione dei piani delle imprese”.

Non è bastata la visita a Washington di Mattarella per ammorbidire la posizione di Trump il quale, nel dichiarare che “prenderà in considerazione le rimostranze dell’amico italiano” ha aggiunto “l’Europa ha approfittato enormemente degli Stati Uniti, ma possono rimediare a questa situazione molto facilmente”.

Subito dopo il Presidente USA si è appellato alla «reciprocità tra alleati», sia sul versante del commercio sia su quello del rilancio della NATO, chiedendo all’ospite di aumentare i contributi all’Alleanza Atlantica.

“L’Italia paga solo l’1% invece del 2% alla NATO, spero che aumenti le spese”, ha detto il capo della Casa Bianca. Questa specie di manfrina per evidenziare che se qualche elemento di flessibilità può essere concessa agli “amici italiani” sul versante della guerra commerciale questa, poi, dovrà essere compensata da un aumento delle spese militari ed una rinnovata fedeltà atlantista.

Ritorna, quindi, nella immanente dinamica del capitalismo internazionale, una misura – i dazi ed il loro corollario di provvedimenti protezionistici – che sembrava espunta dall’attuale dibattito finanziario ed economico tipico della globalizzazione e relegata alla stregua di un vecchio orpello della letteratura economica ottocentesca.

Anzi, a dimostrazione che le tensioni commerciali sono oramai un dato acquisito della contemporaneità capitalistica (competizione interimperialistica) il Fondo Monetario Internazionale, nelle settimane scorse, si è affrettato a tagliare le stime di crescita del PIL mondiale e di conseguenza anche quelle italiane che già mostravano indici e previsioni ridicole.

Infatti lo scorso 15 ottobre, all’apertura del meeting annuale del Fondo Monetario e della Banca Mondiale (World Economic Outlook 2019) è stato presentato un allarmato Rapporto dal titolo abbastanza netto e chiaro: “Manifattura globale in calo, barriere commerciale in aumento” il quale fotografa l’accresciuta tensione tra aree monetarie, potenze commerciali e blocchi valutari e registra una impennata nell’utilizzo, su larga scala, dello strumento dei dazi e del vero e proprio protezionismo.

È evidente che siamo di fronte a convulsioni diplomatiche ed economiche, ben oltre la nostra pacchiana guerra del parmigiano o del prosecco, le quali alludono sia ad una fase di ulteriori tensioni ma, soprattutto, ad una progressiva modifica delle gerarchie economiche planetarie. Il tutto dentro un contesto politico e geopolitico che presenta una larga banda di oscillazione che alterna fasi di accordo a periodi di minacce reciproche e tregue momentanee con altrettante esibizione/esternazione di toni ultimativi tra i vari competitori di questa sfida mondiale.

Si colloca in questa dinamica globale – con l’obiettivo di inquadrare la fase che stiamo attraversando e le conseguenze che si producono a vario titolo nei variegati campi della produzione e della riproduzione sociale – la riflessione che la Rete dei Comunisti sta sollecitando e che vedrà, nel prossimo Forum del 26 ottobre, a Roma, un interessante momento di confronto ed approfondimento tra i comunisti, i movimenti di lotta indipendenti e quanti sono interessati a discutere attorno a questi snodi teorici e pratici i quali non sono collocati, unicamente, nel cielo della teoria ma riverberano nella società e nelle agende politiche generali.

Una discussione che come caratteristica dello stile di lavoro della RdC riveste un immediato compito politico/pratico!

Dazi, guerre monetarie, politiche protezionistiche, competizioni economiche, politiche e militari sono atti e strumenti di un ciclo temporale (di cui non possiamo prevederne la durata) che abbiamo definito di “stallo degli imperialismi”.

Chi conosce la nostra elaborazione teorica sa che – da marxisti – siamo distanti da ogni teorizzazione afferente ad improbabili “periodi di pace duratura sul piano globale” anzi la permanenza del corso della crisi strutturale del capitalismo conferma la tendenza generale allo “scontro tra potenze” con buona pace delle fumisterie ideologiche di chi intravedeva una “governance mondiale del capitalismo”.

Non possiamo però non registrare che – al momento – pur in presenza di un accumularsi di tutte le contraddizioni tipiche del modo di produzione capitalistico (nella sua maturità imperialistica) – il, relativo, riequilibrio delle forze, tra i vari predoni imperialisti, evidenzia una condizione che abbiamo definito “di stallo” in quanto non prevale ancora nettamente, nello scenario internazionale e nei vari quadranti di crisi, una egemonia unipolare (di “vecchio” o di “nuovo” tipo) a tutto tondo.

Ma il Forum “Lo stallo degli Imperialismi” a cui invitiamo a partecipare vuole essere anche una conferma che l’obiettivo strategico della costruzione dell’alternativa di società non è una sterile petizione di principio o una esortazione da libro dei sogni, ma una necessità moderna ed attuale.

La competizione globale, la guerra delle monete e l’uso dei dazi sono – prima di tutto – un elemento fondante delle politiche di attacco alle condizioni di vita dell’umanità lavoratrice in un periodo storico in cui ogni “valenza progressiva della globalizzazione/mondializzazione dei mercati” ha esaurito, da tanto tempo, ogni anelito di progresso e di civiltà.

Avanza una profonda deriva antisociale mentre si moltiplicano, con una crescente e sorprendente velocità, le evidenze di regressione materiale e morale che questo sistema sta inducendo in ogni latitudine come drammaticamente è dimostrato dalla diffusa e crescente preoccupazione verso un possibile infarto ecologico del pianeta.

Il rilancio di ciò che continuiamo a chiamare lotta per il Socialismo e per il Comunismo resta per noi l’obiettivo strategico della riflessione che prospettiamo e proponiamo e fonda la nostra azione militante a tutto campo che sforziamo di delineare e sperimentare.

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Siria - Erdogan e la partita di Putin

Mentre la Casa Bianca si appresta ad applicare sanzioni sostanzialmente inutili contro la Turchia, i piani di guerra di Erdogan continuano per il momento a essere attuati nel nord-est della Siria in uno scenario però in piena evoluzione. Il nuovo conflitto sul fronte siriano sta in particolare spingendo sempre più ai margini delle vicende mediorientali gli Stati Uniti e rafforzando in maniera considerevole la posizione di Mosca. Se e quando il cerchio dovesse chiudersi, Ankara e Damasco finiranno in larga misura per vedere soddisfatti i propri interessi, lasciando Washington in una situazione nuovamente precaria e i curdi siriani a raccogliere i cocci di una strategia andata in frantumi a causa delle scelte dei propri leader ancor prima del più che prevedibile tradimento americano.

Lunedì, il presidente Trump ha firmato una serie di provvedimenti che colpiscono un paio di ministri e altri esponenti del governo turco, così come saranno aumentati i dazi già in vigore sulle esportazioni di acciaio dal paese euroasiatico. Tra le misure che dovrebbero “distruggere l’economia turca”, come minacciato nei giorni scorsi da Trump, c’è anche la sospensione immediata dei negoziati tra Washington e Ankara su un trattato bilaterale di libero scambio dal valore di circa 100 miliardi di dollari.

Le sanzioni contro la Turchia hanno in primo luogo poco senso, essendo l’invasione del nord-est della Siria favorita dal sostanziale via libera proprio dell’amministrazione Trump. La decisione della Casa Bianca di lunedì è poi in primo luogo la conseguenza delle pressioni interne di una classe politica e un apparato di potere fortemente preoccupati per le conseguenze dell’eventuale ritiro dalla Siria in termini di immagine e di influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente.

La mossa di Trump ha così un evidente accento di disperazione, come dimostra tra l’altro il repentino ripiego del contingente militare americano che era stanziato nelle aree coinvolte dalle operazioni turche. Non solo, nelle scorse ore il capo di Stato Maggiore USA, generale Mark Milley, aveva praticamente implorato la sua controparte russa a intercedere con Ankara per evitare il precipitare della situazione. Il vice-presidente Mike Pence ha inoltre chiesto a Erdogan un immediato cessate il fuoco durante un recente colloquio telefonico e sarà in Turchia nei prossimi giorni assieme al neo-consigliere per la Sicurezza Nazionale, Robert O’Brien.

In Europa, intanto, si stanno moltiplicando gli appelli a fermare la guerra contro i curdi, assieme alle denunce delle forze di invasione usate da Ankara, dipinte, in gran parte a ragione, come barbare e senza scrupoli. Di questa indignazione, soprattutto da parte di politici, commentatori e attivisti teoricamente di sinistra, non vi è stata tuttavia traccia negli anni del conflitto siriano, quando le stesse forze appoggiate dalla Turchia e spesso da Washington partecipavano alla campagna militare contro il governo di Damasco sotto le insegne del fondamentalismo jihadista.

La decisione di Trump di liquidare le milizie curde siriane ha comunque dato il via a un’evoluzione sostanziale del quadro siriano. I vertici delle YPG curde, dopo un’umiliante richiesta di conferma a Washington del tradimento consumato dalla Casa Bianca, hanno fatto l’unica scelta a loro disposizione, cioè stipulare un accordo con Assad, inevitabilmente con la mediazione di Mosca. L’esercito arabo siriano si è così mosso verso nord-est e, senza combattere, è tornato a controllare città come Kobane e Manbij, per anni nelle mani delle milizie curde e delle forze di occupazione USA. Martedì, anche unità russe hanno occupato postazioni abbandonate dai militari americani nelle aree di confine con la Turchia.

L’intervento di Damasco peserà in maniera decisiva sulla strategia bellica di Erdogan, visto che le forze turche eviteranno di scontrarsi direttamente con quelle di Damasco, anche perché sostenute da Mosca. Il processo innescato in questo modo dovrebbe portare, nella migliore delle ipotesi e salvo contrattempi tutt’altro che da escludere in un teatro di guerra così complesso, al ritorno sotto il  controllo governativo di tutto il nord-est della Siria.

Il nodo centrale di queste dinamiche è la partnership tra Turchia e Russia. Erdogan, cioè, non ha alcuna intenzione di incrinare i rapporti con Mosca “per una serie di ragioni di ordine strategico ed economico”, come ha spiegato il giornalista Pepe Escobar sulla testata on-line AsiaTimes. Queste ultime vanno dal “gasdotto Turk Stream”, che dovrebbe trasportare il gas russo verso l’Europa attraverso il Mar Nero, alla partecipazione di Ankara ai progetti inclusi nella “Nuova Via della Seta” cinese, dalle relazioni con “l’Unione Economica Euroasiatica”, promossa da Putin, all’ingresso come “membro a tutti gli effetti nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai”, di cui la Russia, assieme alla Cina, è uno dei paesi fondatori. In breve, a spingere verso una possibile risoluzione condivisa da Mosca e Ankara della crisi in Siria nord-orientale sembrano essere le dinamiche legate all’integrazione euroasiatica a cui la Turchia di Erdogan guarda ormai da tempo.

D’altro canto, Russia, Iran e lo stesso Assad non intendono accettare un’occupazione turca di media o lunga durata di una parte del territorio siriano, oltretutto ricco di risorse energetiche. Il governo di Mosca, subito dopo l’inizio della campagna di Erdogan in Siria la scorsa settimana aveva sottolineato come l’integrità territoriale del paese mediorientale avrebbe dovuto essere rispettata. Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, tuttavia, aveva subito affermato di “comprendere le preoccupazioni della Turchia in merito alla sicurezza dei propri confini”. Ciò si riferiva ovviamente all’obiettivo dichiarato di Ankara di neutralizzare qualsiasi ambizione a creare uno stato curdo indipendente o autonomo in Siria nord-orientale, per evitare il contagio di spinte separatiste, favorite dai legami tra YPG e PKK.

Putin e Erdogan, appena prima dell’ingresso dei militari turchi in Siria, avevano anch’essi discusso telefonicamente della situazione sul campo. Le ricostruzioni russe del colloquio delineavano un quadro tutt’altro che teso. Anzi, i due leader sembravano concordare sulla necessità di evitare lo smembramento dello stato siriano e sul rispetto della sovranità di questo paese.

La mediazione russa nell’intreccio di rapporti tra Ankara e Damasco e tra lo stesso Assad e i curdi siriani potrebbe dunque condurre a una situazione nella quale le esigenze relative alla sicurezza della Turchia troveranno risposta, anche se non attraverso le armi. Il blog indipendente MoonOfAlabama ha ipotizzato così gli sviluppi nel prossimo futuro: “le Forze Democratiche Siriane, a maggioranza curda, saranno sciolte e i soldati che ne fanno parte integrati nell’esercito di Damasco. Il governo siriano sopprimerà anche l’amministrazione autonoma curda e requisirà le armi fornite alle milizie dell’YPG dagli Stati Uniti”. Tutto ciò richiederà del tempo, ma “alla fine, garantirà ad Ankara che le formazioni curde non entreranno in Turchia per combattere a fianco dei separatisti del PKK”.

In altri termini, sarebbe il legittimo governo siriano a garantire la sicurezza della Turchia in relazione alla minaccia curda, vera o presunta che sia. In cambio, i curdi siriani saranno entro certi limiti protetti dall’aggressione turca e risparmiati dalla ritorsione di Damasco, nonostante in questi anni abbiano di fatto permesso l’occupazione americana della Siria dietro la facciata della guerra allo Stato Islamico (ISIS).

Al di là dell’ironia del fatto che la Russia, assieme all’Iran e al regime di Assad, dopo essere stati oggetto di attacchi incessanti e del disprezzo dell’Occidente, diventeranno i salvatori dei curdi, a favore dei quali lo stesso Occidente si sta mobilitando, è il disegno strategico di Mosca a dover essere evidenziato. Anche senza arrivare a ipotizzare l’esistenza di un piano architettato ad hoc, il riepilogo degli scenari siriani proposto sempre dal blog MoonOfAlabama è utile a comprendere il formarsi degli incastri in corso.

“La Russia cercava da tempo di trascinare la Turchia nella propria orbita”, perciò, quando si sono verificate le condizioni, “Mosca, Teheran e Damasco hanno acconsentito a un’invasione limitata della Siria da parte di Ankara”, in modo da favorire l’evacuazione delle forze USA. Putin, quindi, “ha appoggiato in buona parte l’azione turca, fissando però allo stesso tempo alcuni paletti”. Trump, da parte sua, “cercava l’occasione di ritirare il contingente americano dalla Siria”, nonostante le pressioni sul fronte domestico, e la mossa della “Turchia (e della Russia)”, alla fine, “ha fornito il pretesto di cui aveva bisogno”.

L’evoluzione militare in Siria nord-orientale resta ancora tutta da verificare e la fine delle ostilità potrebbe essere ancora lontana. Delicatissima e con implicazioni inquietanti sarà in particolare la questione dei detenuti appartenenti all’ISIS nelle carceri curde, la cui eventuale “dispersione” rischia di diventare nuovamente un’arma a disposizione delle mire strategiche dell’Occidente e dei regimi arabi sunniti.

Le ultime decisioni di Washington e Ankara, assieme alle manovre strategico-diplomatiche di Mosca, appoggiate da Teheran e Damasco, potrebbero tuttavia aver avviato un cambiamento determinante per il conflitto siriano, portando quanto meno a una nuova fase della crisi che sembra prefigurare, da un lato, un ulteriore indebolimento delle posizioni americane nella regione e, dall’altro, il clamoroso successo russo nel sottrarre un membro cruciale della NATO, come la Turchia, dalla sfera di influenza degli Stati Uniti.

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La Brexit alla stretta finale

Un nuovo e forse definitivo accordo sulla Brexit tra il governo di Boris Johnson e l’Unione Europea è stato finalmente raggiunto nella mattinata di giovedì dopo intensi negoziati tra le due parti. L’intesa rimane però in bilico a meno di due settimane dalla data prevista per l’uscita di Londra dall’UE. Una seduta straordinaria e decisiva del Parlamento britannico è in programma sabato, quando l’accordo sarà messo ai voti in un clima che al momento si prospetta estremamente incerto. Giovedì e venerdì, invece, sarà il summit dei 28 paesi dell’Unione a valutare il testo appena concordato e che, per molti, potrebbe essere l’ennesima manovra del primo ministro britannico per forzare un’elezione anticipata in patria e ottenere un pieno mandato a governare il paese.

La forza politica che ha garantito finora la maggioranza alla Camera dei Comuni agli ultimi governi conservatori, gli unionisti nordirlandesi del DUP, già prima dell’annuncio ufficiale di Bruxelles e Downing Street, aveva escluso di poter dare il proprio sostegno all’accordo. La leader del partito, Arlene Foster, e il numero uno del gruppo parlamentare, Nigel Dodds, hanno ribadito le loro posizioni giovedì, giudicando inaccettabili i termini stabiliti per risolvere il nodo doganale sull’isola d’Irlanda, assieme a quello relativo all’autorità del governo locale di Belfast nell’accettare, respingere o prolungare le condizioni concordate tra Londra e Bruxelles.

L’ostacolo principale all’accordo, che già aveva affondato per tre volte quello stipulato da Theresa May, è appunto il meccanismo da implementare per evitare il ritorno a una frontiera a tutti gli effetti tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Se ciò dovesse accadere, il traffico di merci tra i due confini sarebbe gravemente ostacolato, con tutte le conseguenze del caso per l’economia dell’isola, e verrebbe messo in pericolo anche il cosiddetto accordo del “Venerdì Santo” del 1998 che mise fine al conflitto in Irlanda del Nord.

Il precedente accordo tra Regno Unito e UE, mai approvato dal Parlamento di Londra, prevedeva la permanenza delle contee nordirlandesi nel sistema doganale europeo tramite un controverso dispositivo definito “backstop”. Gli unionisti e i sostenitori della Brexit lo avevano però contestato da subito, perché avrebbe in sostanza creato una doppia regolamentazione doganale tra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito. Allo stesso modo, questa soluzione rischiava di escludere la sola Irlanda del Nord da futuri eventuali accordi commerciali sottoscritti da Londra con altri paesi.

L’intesa di giovedì cerca perciò di aggirare la questione attraverso un espediente studiato per provare a soddisfare entrambe le parti. Ufficialmente, l’Irlanda del Nord resterebbe nel territorio doganale del Regno Unito, ma applicherebbe almeno una parte delle regole europee per gli scambi delle merci. I controlli in entrata avverrebbero solo nei porti e negli aeroporti, ma non lungo il confine di terra. La frontiera effettiva sarebbe così nel mare d’Irlanda, anche se ciò ha subito sollevato le riserve degli unionisti, a causa di possibili impedimenti agli scambi con il resto del Regno Unito.

Questa sistemazione dei confini e delle regole doganali dovrebbe essere poi approvata e confermata ogni quattro anni dal parlamento nordirlandese a semplice maggioranza e non, come ipotizzato in precedenza, in presenza di una maggioranza di entrambe le comunità, cattolica e protestante.

Una volta ottenuto il via libera all’accordo dai membri dell’UE, per Johnson resterà il problema di trovare i voti necessari in Parlamento. Se il DUP dovesse confermare la propria contrarietà, le opzioni per il governo risulterebbero ristrette. Per incassare l’approvazione della Camera dei Comuni, servirà l’appoggio di un certo numero di deputati laburisti e di almeno una parte dei 21 membri del Parlamento espulsi dal Partito Conservatore a inizio settembre per avere votato a favore di una risoluzione che impediva la Brexit senza un accordo con Bruxelles.

La fazione più radicalmente pro-Brexit dei conservatori ha mostrato nelle scorse ore una certa disponibilità ad approvare l’accordo proposto dal primo ministro. Anche un voto compatto dei “Tories” non sarebbe però sufficiente a garantire una maggioranza. Alcuni commentatori britannici hanno ipotizzato una possibile operazione di convincimento in corso da parte del governo nei confronti degli unionisti del DUP, attraverso la promessa di concessioni e stanziamenti finanziari a favore dell’Irlanda del Nord.

Per il Guardian, tuttavia, in molti a Belfast giudicano la strategia di Johnson in modo diverso. Il primo ministro punterebbe infatti a ottenere un accordo da Bruxelles da usare come strumento per arrivare al voto anticipato e per trascinare il Regno Unito fuori dall’Unione entro il 31 ottobre, senza preoccuparsi troppo del risultato del voto di sabato alla Camera dei Comuni.

In teoria, il “Benn Act”, approvato a settembre dal Parlamento, obbliga il governo a chiedere un rinvio della Brexit a Bruxelles in assenza di un accordo o di un voto favorevole dell’aula. Ciò dovrebbe legare le mani a Johnson, ma da settimane si parla di possibili manovre del primo ministro per finalizzare l’uscita dall’UE secondo i propri piani, pur nel rispetto formale della legge.

In questo senso va probabilmente interpretata l’intenzione di Johnson, rivelata dalla BBC, di chiedere ai leader dell’Unione di escludere la possibilità di un rinvio della Brexit. Il primo ministro, in questo modo, soddisferebbe il “Benn Act” chiedendo una proroga a Bruxelles, ma ne annullerebbe gli effetti incassando un rifiuto decisamente gradito. Le speranze di Johnson sono state comunque frustrate giovedì, quando i leader europei hanno lasciato aperta la porta a un rinvio, nonostante l’indicazione contraria del presidente uscente della Commissione Juncker.

Le prossime ore saranno decisive per capire gli equilibri in Parlamento e le posizioni delle varie fazioni della classe politica britannica alla vigilia di quella che è probabilmente la decisione più importante per questo paese dal dopoguerra a oggi. Un’altra complicazione potrebbe emergere sabato se i deputati contrari alla Brexit dovessero decidere di votare, unitamente all’accordo negoziato dal primo ministro, la proposta di un secondo referendum per scegliere tra quest’ultimo e la permanenza nell’UE. Nella giornata di giovedì, l’ipotesi è sembrata tuttavia scemare, visto il timore che l’iniziativa possa non trovare il sostegno necessario in aula.

In gioco c’è anche il futuro politico di Boris Johnson. Due sono i binari su cui intende muoversi il primo ministro. Il primo prevede l’uscita dall’UE entro fine ottobre e poi un’elezione anticipata da vincere sull’onda della Brexit. Il secondo, se la Brexit dovesse nuovamente slittare, passa invece prima dal voto in tempi brevi, puntando su una campagna elettorale giocata sul rispetto del risultato del referendum del 2016.

In entrambi i casi, l’obiettivo di Johnson e dei conservatori pro-Brexit resta quello di sottrarre il Regno Unito dai vincoli europei per fare del paese una sorta di “paradiso” del neo-liberismo e della deregulation finanziaria, nonché strategicamente indipendente e, soprattutto, libero di allineare i propri interessi a quelli degli Stati Uniti.

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La “lotta all’evasione” affidata agli evasori professionali

Governare l’Italia non è facile, lo ammettiamo. Ma certe fesserie bisognerebbe evitarsele...

Nella bozza di decreto fiscale (approvato “salvo intese” diverse e successive, quindi altamente ballerino) il governo ha inserito alcune norme che dovrebbero essere anti-evasione.

La prima e più strombazzata è il “carcere agli evasori”, visto che l’articolo 54 sui reati tributari alza da sei a otto anni la reclusione prevista per chi “al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, avvalendosi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, indica in una delle dichiarazioni relative a dette imposte elementi passivi fittizi”.

Si potrebbe obiettare che anche sei non sarebbero pochi, se si fosse mai messo un vero “grande evasore” in galera. Purtroppo questo non accade perché “i controlli” sui big sono sempre molto laschi, la corruzione va alla grande (anche dei “controllori”), e chi ha molti soldi in genere ha anche ottimi avvocati... Ma tant’è.

Non è passata la sanzione della confisca dei beni “per sproporzione”, come avviene nel caso di sequestro dei beni ai mafiosi; al massimo “si andrà in paro”. In questo c’è una logica (equiparare l’evasione fiscale ai reti di mafia, in effetti, era decisamente hard), ma è chiaro che sono entrati in azione numerosi pompieri incaricati di proteggere evasori abituali alquanto vicini ai parlamentari di tutti i partiti.

La seconda, invece, è assai meno importante, ma cade decisamente nel momento sbagliato. Si aggiorna infatti il percorso di abbassamento del tetto al pagamento in contanti: si parla di un limite a 2 mila euro per due anni, poi giù a quota mille euro (dai 3 mila attuali). Mentre non si capisce se entrerà in funzione o meno il meccanismo “premiale” per l’uso delle carte di credito negli acquisti quotidiani, con l’allucinante metodo della “lotteria” (che, come minimo, non garantisce affatto il consumatore, ma solo le banche e l’erario).

Il problema sociale è infatti l’entità delle commissioni che bisogna pagare al gestore della carta di credito (la banca) ogni volta che viene usata. Ovvio che con il contante ognuno paga il prezzo della merce che acquista e basta; mentre con la carta deve anche aggiungere un sovrapprezzo percentuale che va all’istituto di credito.

L’obiettivo del contrasto alla mini-evasione fiscale di alcune categorie molto “popolari” (idraulici, autofficine, negozianti al dettaglio, elettricisti, ecc.) è palesemente meno rilevante dell’aggravio che viene imposto ai consumatori, con l’effetto di frenare consumi già scarsi a causa dei salari bassi.

Soprattutto, è evidente anche ai ciechi che si tratta dell’ennesimo regalo alle banche, che vedranno crescere gli introiti senza muovere un dito né offrire alcun servizio aggiuntivo (i pagamenti Pos sono completamente informatizzati e dunque non costano nulla alla banca, una volta “caricata” la carta).

Il che sarebbe già insopportabile, se il caso non ci avesse messo lo zampino con uno scandalo ulteriore.

Il quotidiano di Confindustria, IlSole24Ore, è stato infatti costretto a dare una notizia ferale: “Più di 55 miliardi di euro sarebbero stati sottratti al Fisco di diversi paesi europei nell’arco di 15 anni attraverso un gigantesco meccanismo di evasione fiscale legato alla compravendita di azioni di società quotate.”

L’indagine è in corso in Germania e investe decine di broker, avvocati d’affari, società di revisione (quelle che dovrebbero garantire la “correttezza dei bilanci”, ecc.), e soprattutto molte delle più grandi banche europee e non solo (Santander, Barclays, Goldman Sachs, Bank of America, Macquarie Group, Bnp Paribas, Société Générale, Crédit Agricole e HypoVereinsbank del gruppo Unicredit).

Il meccanismo è particolarmente contorto, come si conviene per operazioni finanziarie spericolate:
“Il meccanismo fiscale sotto la lente dei magistrati tedeschi si basa sulla compravendita di azioni nel periodo imminente allo stacco del dividendo e sul rimborso fiscale della tassa sui guadagni di capitale. Un meccanismo complesso e sofisticato.

Le attività di arbitraggio dei dividendi hanno una lunga tradizione. Sono operazioni che hanno l’obiettivo di trasferire temporaneamente la proprietà delle azioni a terzi per ridurre le imposte pagate per la riscossione degli stessi dividendi.

Ma le strategie “cum-ex” vanno oltre. Si basano sulla restituzione dell’imposta sui guadagni sul capitale che vengono applicati ai dividendi, anche se queste imposte non sono mai state pagate.

In un’operazione cum-ex, per esempio, un fondo di investimento incarica un broker o una banca d’investimento di acquistare azioni di una società quotata alla vigilia del pagamento del dividendo. Questi titoli sono acquistati da un venditore breve o corto, che cioè non possiede effettivamente le azioni al momento della vendita.”
Vi siete persi? È comprensibile. In pratica un “operatore” vende titoli che non ha prima che quei titoli perdano parte del loro valore perché devono “pagare la cedola” annuale agli azionisti. E su quelle operazioni non pagano tasse...

Fin qui saremmo addirittura nella normalità e quindi nella legalità delle operazioni finanziarie (sono ammesse, entro certi limiti, “vendite allo scoperto”).

Ovviamente questa masnada di truffatori legalizzati ha fatto di peggio:
“Lo schema su cui la procura di Colonia indaga utilizzava fondi di investimento o pensioni esteri – quindi al di fuori della Germania – che avevano diritto a restituzioni totali o parziali di imposte sul reddito da capitale grazie ad accordi fiscali che i paesi in cui i fondi erano domiciliati avevano firmato con la Germania. Ad esempio, fondi pensione americani.

Le operazioni di compravendita normalmente non vengono registrate nello stesso momento in cui vengono ordinate, ma diversi giorni lavorativi dopo. Ciò significa che se il fondo di investimento dava l’ordine di acquistare i titoli di una società alla vigilia dello stacco del dividendo, quando riceveva le azioni il pagamento della cedola era già avvenuto e quindi il valore delle stesse azioni era diminuito (”ex dividendo”, senza dividendo).

Ma quando il fondo di investimento aveva ordinato l’acquisto dei titoli, le azioni avevano il valore del dividendo incorporato (”cum dividend”, con dividendo). Pertanto, il venditore delle azioni era obbligato a risarcire il fondo di investimento con un pagamento equivalente al dividendo.

Il pagamento compensativo era soggetto alle stesse imposte come il dividendo originale ma in questo caso l’obbligo di trattenere l’imposta sul guadagno di capitale spettava alla banca che vendeva i titoli. E qui scattava lo stratagemma giuridico che – secondo la procura di Colonia era alla base del meccanismo di evasione fiscale –: se la banca era domiciliata fuori dalla Germania, non aveva alcun obbligo di applicare le ritenute fiscali.

Nonostante questo, il fondo d’investimento della banca che aveva acquisito le azioni e aveva ricevuto il pagamento compensativo poteva rilasciare un certificato che attestava che le deduzioni erano state pagate al Fisco tedesco. Questo certificato concedeva il diritto di richiedere alle autorità fiscali della Germania il rimborso di una tassa mai pagata.”
IlSole, giustamente, entra anche in dettagli più tecnici. E naturalmente dobbiamo sapere che questo “trucchetto” è solo uno degli infiniti giochi delle tre carte possibili per un “investitore professionale”.

Ma a noi basta sapere che la cosiddetta “lotta all’evasione fiscale” tramite la riduzione del contante utilizzabile e il pagamento con carta di credito sarebbe di fatto così affidata – a pagamento dei cittadini-consumatori, che devono versare una commissione per ogni acquisto – a una banda internazionale di evasori fiscali!

L’idraulico e il meccanico rischieranno grosso, i consumatori verranno spennati ancora un po’ e gli evasori di taglia immensa potranno moltiplicare le loro entrate.

Geniale davvero!

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Il capitalismo, il Nobel, il “pensiero unico”

L'economista Emiliano Brancaccio scrive un libro sul Nobel che va (quasi) sempre ai liberisti e in Svezia, di tutta risposta, decidono quest’anno di far vincere tre studiosi della povertà: “L'avevamo previsto”, replica. Di economia e potere – ma anche di Italia e di Europa – hanno discusso all'università Roma Tre con l’autore un Mario Monti in versione progressista e un Giorgio La Malfa keynesiano di ferro: un dibattito frizzante tra due liberali e un marxista.

di Carlo Clericetti

Qualche ora dopo che la Banca di Svezia aveva comunicato i nomi dei vincitori del Nobel per l’economia di quest’anno, il 14 settembre, ad Economia di Roma 3 si è svolto un dibattito di alto livello sul libro di Emiliano Brancaccio e Giacomo Bracci “Il discorso del potere. Il premio Nobel per l’economia tra scienza, ideologia e politica”. Il libro esamina a chi e perché sia stato conferito il riconoscimento: ne emerge che sono stati scelti quasi soltanto studiosi di orientamento neoclassico, quelli comunemente definiti neoliberisti. Persino Jo Stiglitz e Paul Krugman, che oggi avversano quelle dottrine, sono stati premiati per studi precedenti assai più allineati alle teorie dominanti. L’economia, dice Brancaccio, crea “il discorso del potere”, quello che serve per giustificare determinate decisioni, e dunque spesso dal potere è influenzata.

Quest’anno però sono stati premiati studiosi che si occupano di come combattere la povertà, che non sembrerebbero allineati con le posizioni dei potenti. Ma forse la spiegazione è nelle parole di Mario Monti, che ha detto di aver saputo di “un certo nervosismo” a Stoccolma quando si è saputo del libro in preparazione: la scelta può essere stata una risposta indiretta alla critica di Brancaccio e Bracci, un tentativo di dimostrare che non è vero che per vincere il Nobel bisogna essere seguaci del “pensiero unico”.

Un “pensiero unico” che non alberga tra le mura di Economia di Roma 3, ha tenuto a precisare Roberto Ciccone nella sua introduzione: accanto alle teorie dominanti, che non si possono certo ignorare, trovano posto anche pensatori di orientamento assai diverso come Keynes e Sraffa.

E sul pensiero di Keynes si è concentrato l’altro relatore, Giorgio La Malfa. Dapprima ricordando come delineò la differenza fondamentale tra i due grandi filoni di pensiero in cui si dividono gli economisti: gli uni – i classici e neoclassici – postulano che il mercato, seppure nel lungo termine e con errori, tenda all’equilibrio, gli altri – gli “eretici”, tra cui Keynes si colloca – non credono che il sistema sia in grado di auto-regolarsi, e questo implica che lo Stato debba avere un ruolo attivo. Keynes non era però un sostenitore della spesa pubblica purchessia: era anzi fortemente contrario a quella improduttiva, tanto che in un altro scritto sostenne che andava introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio per la spesa corrente (“Cosa diversa da quello che noi abbiamo messo in Costituzione”, ha chiosato La Malfa).

Ma quando è necessario, lo Stato deve essere pronto a sostenere la domanda con investimenti pubblici, anche in deficit. In una situazione di crisi, si può aspettare che nel lungo periodo – forse, perché nessuno può realmente saperlo – torni l’equilibrio? “È meglio sbagliare perché faccio qualcosa oppure perché non faccio nulla?”, si è chiesto retoricamente La Malfa. “A mio parere, è questo, nel mondo, il discrimine tra la sinistra e la destra”.

Monti ha invece ricordato come, negli anni ’70, fosse colpito da due tipi di comportamenti che – ha detto – sarebbero stati all’origine della “grande anomalia italiana, quella del debito pubblico”. La prima, che lo Stato intervenisse nelle trattative sindacati-imprenditori e fosse sempre pronto a colmare con soldi pubblici la differenza tra ciò che gli uni chiedevano e gli altri erano disposti a concedere; la seconda, che la Banca d’Italia, che pure ha sempre meritato la massima stima, fosse disponibile a finanziare con moneta ogni richiesta del Tesoro, pur rinnovando ogni 31 maggio il monito all’equilibrio dei conti pubblici.

Su questo punto, nel dibattito che è seguito, è intervenuta Antonella Stirati. “I dati mostrano che la nostra spesa pubblica si è sempre mantenuta un po’ al di sotto della media europea”, ha detto. “Dunque non è a quello che si deve attribuire l’aumento del debito pubblico, quanto piuttosto alla spesa per interessi. È lecito pensare che, con il cambio legato alla partecipazione allo Sme, i tassi siano stati tenuti elevati per attirare capitali, per mantenere l’equilibrio della bilancia dei pagamenti”. La successiva replica di Monti non è apparsa molto convincente. La questione non è tanto il livello della spesa, ha detto, quanto la sua composizione (e su questo più o meno tutti concordano) e se alla fine si provoca un deficit che fa salire il debito. Giusto, ma allora la conclusione logica avrebbe dovuto essere che non c’era troppa spesa, ma troppo poche entrate.

“Credo di non aver mai usato il termine ‘austerità’ – ha proseguito poi il senatore a vita – anche se a detta di molti l’ho praticata. Certo, il mio governo ha fatto una politica restrittiva, ma in quella situazione, con i mercati che stimavano al 40% la probabilità di default dell’Italia, quale altra scelta sarebbe stata possibile?”. E per sottolineare che aveva agito in quel modo solo perché lo riteneva inevitabile ha raccontato di un colloquio con il coriaceo ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, in cui aveva sostenuto che non investire con tassi a zero o addirittura negativi, come erano in Germania, era anche quello, “non facendo”, un tradire le future generazioni.

Monti ha proseguito nella sua insolita versione progressista osservando che “Una sintesi keynesiana ha bisogno del pungolo del pericolo socialista” e che, dopo la caduta del Muro, il sistema capitalistico aveva dato il peggio di sé; e ha aggiunto di non capire perché partiti che si dicono di sinistra “considerino terribile” usare il sistema fiscale, “cosa che un capitalista americano accetterebbe pienamente”, per ottenere l’uguaglianza dei punti di partenza, con imposte fortemente progressive e anche imposte sul patrimonio. Ha concluso dichiarando di preferire l'Europa del Trattato di Roma, imparziale rispetto alla proprietà pubblica o privata, a quella di Maastricht, che invece favorisce la seconda. Non è importante la proprietà, ha affermato, è importante far rispettare la concorrenza.

“Il professor Monti ha detto qualche giorno fa che ci vorrebbe una Greta per il debito pubblico”, ha ricordato Brancaccio. “Ma io non credo che sarebbe una buona cosa. Danneggiare l’ambiente configura un conflitto tra giovani e anziani, ma applicare la stessa impostazione al debito significa non tener conto della domanda effettiva, e questo può addirittura provocare un rovesciamento della questione: se gli anziani non generano una domanda effettiva sufficiente – diretta agli investimenti, in questo sono anch’io d’accordo – i giovani ne subiranno le conseguenze. E gli investimenti pubblici si possono fare in disavanzo”.

Su un altro punto Brancaccio ha marcato la sua differenza di impostazione. “Dopo il decreto ‘Salva-Italia’ – certo, forzato dalle circostanze – i tassi sul debito esplosero di nuovo, mostrando che il loro andamento non dipende tanto dal debito e dal deficit, quanto piuttosto dalla disponibilità della politica monetaria ad evitare un rischio di cambio, cioè di evitare una rottura dell’euro. Certo, forse senza quella manovra non ci sarebbero state le condizioni politiche che hanno permesso a Draghi di pronunciare il famoso ‘whatever it takes’, e in questo senso potremmo dire che Monti è stato il demiurgo che ha reso possibile quella mossa: sostegno della Banca centrale, ma solo in cambio di politiche restrittive, riforme strutturali, deflazione salariale. Ma chiedo: ora che la politica monetaria ha sparato tutte le sue cartucce, se venisse un’altra crisi si potrebbe ripetere la stessa impostazione? Io credo che una cosa del genere segnerebbe la fine del progetto europeo”.

Prima delle repliche dei relatori è stato dato spazio ad interventi dalla sala. Tra questi, da segnalare quello di Elio Cerrito di Bankitalia, che ha osservato come la storia economica da oltre un secolo a questa parte abbia mostrato che l’intervento pubblico volto alla gestione della domanda è un “elemento essenziale” per la stabilità e il progresso del sistema economico.

Rispondendo agli interventi della sala, Monti ha poi precisato che non è tanto il debito che lo preoccupa, ma quale spesa lo alimenti: non è un problema se è una spesa che genererà una crescita del Pil. Quanto a ridurre il livello delle disuguaglianze, che il senatore giudica esageratamente alte, una tassazione patrimoniale “non sarebbe sovversiva del capitalismo, lo aiuterebbe a continuare a vivere meglio. Da vent’anni si è cominciato a dire che lo Stato ‘mette le mani in tasca’ agli Italiani: questa, secondo me, è la negazione del concetto di Stato”. A Brancaccio ha risposto ricapitolando gli eventi del 2011-12 e ricordando che il “whatever it takes” è stato possibile solo perché si era raggiunto poco prima un accordo politico sulla sua necessità, mettendo in minoranza la Germania che aborrisce quel tipo di politica monetaria.

Di nuovo La Malfa. “Sono convinto che questa Europa non funzioni bene, e anche che non funzionerà meglio. La Germania non cambierà la sua politica, è inutile aspettarci sostegni dall’esterno. Siamo soli, e uscire dall’euro avrebbe un costo elevatissimo. Quindi dobbiamo agire, e non lo stiamo facendo. Non si può pensare di bloccare il debito pubblico e contemporaneamente aumentare gli investimenti, difendere lo Stato sociale e sostenere i redditi, bisogna scegliere. Finora sono stati sacrificati gli investimenti, invece bisognerebbe dire che per qualche tempo i redditi individuali non possono aumentare”.

“Come ha più volte ripetuto Jo Stiglitz – ha osservato Brancaccio nelle conclusioni – il capitalismo può fare a meno della democrazia”. Non è affatto impossibile che le attuali dinamiche economico-sociali possano sfociare in qualche genere di fascismo, come accadde nella prima metà del secolo scorso.

Non è possibile naturalmente in una breve cronaca dar conto di tutte le interessanti argomentazioni esposte dai relatori e negli interventi di un pubblico che era prevalentemente di economisti. Chi però volesse ascoltare tutto il dibattito può trovarlo a questo link.

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La situazione generale deve essere veramente deteriorata se anche soggetti come Monti di fatto si smarcano dal proprio recentissimo passato.

ArcelorMittal si prepara alla guerra

La scelta della multinazionale dell’acciaio di scaricare come amministratore delegato Matthieu Jehl a favore di Lucia Morselli non promette nulla di buono. Non solo per la fama di manager tanto adorata e corteggiata dai padroni del settore siderurgico, in particolare da quelli tedeschi, quanto odiata e temuta dai lavoratori e dai sindacati per la sua feroce determinazione nel perseguire ristrutturazioni a suon di licenziamenti. Il volto brutale della Morselli prende il posto di quello, solo formalmente, più accomodante di Jehl. Per quali ragioni?

In primo luogo possiamo ipotizzare che a Jehl sia addebitata la mancanza di scaltrezza nel muoversi nei meandri della politica italiana, nel rapporto con il bizantinismo sindacale nostrano e più in generale nel palazzo. Elemento questo che può aver indotto Mittal a scegliere Morselli, ben più scafata e con solidi appoggi negli ambienti che contano.

Qualora questa tesi fosse azzeccata sarebbe del tutto evidente che la multinazionale si appresta a organizzare una nuova brutale riorganizzazione del gruppo siderurgico.

Il combinato disposto della ventilata cancellazione dello scudo penale, provvedimento doveroso, della mancata implementazione del piano industriale e ambientale, ci conduce direttamente a scenari che più volte abbiamo, ahinoi, tristemente immaginato, a partire dalla chiusura dell’area a caldo e dal conseguente licenziamento di migliaia di lavoratori.

Scenario che, seppure ridurrebbe tantissimo le emissioni nocive, lascerebbe Taranto piena dei veleni di 50 anni di siderurgia, senza un piano alternativo sul terreno occupazionale e ambientale.

Nelle prossime settimane, forse già nei prossimi giorni, verificheremo le reali intenzioni di Mittal.

Quello che continua a mancare clamorosamente è il governo, che pare del tutto disinteressato alle amare vicende dell’ex gruppo Ilva e più in generale della siderurgia italiana.

Da parte nostra non si fanno sconti sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di Taranto. Non si sono fatti a Jehl e non si faranno a Morselli.

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Siria - Un bombardamento cancella “le imbarazzanti prove” nel cementificio Lafarge

Due giorni fa, ricostruendo lo scenario delle forze in campo nella Siria del Nord oggetto dell’invasione turca, avevamo sottolineato la presenza militare in quel quadrante di diverse potenze. Non solo gli Usa, ma anche Francia e Gran Bretagna. I soldati e le forze speciali di questi paesi spesso convivevano e agivano dalla stesse basi militari. In una di queste, a Jalabya, si erano installati nel famoso cementificio Lafarge dove risultavano operativi militari statunitensi e francesi.

E doveva essere una base importante visto che due giorni fa un raid chirurgico di due F15 lo ha bombardato per cancellare ogni traccia di quello che vi era rimasto dentro.

Il portavoce della operazione Inherent Resolve, il colonnello Myles B. Caggins, in un tweet ha rivendicato il bombardamento:“Il 16 ottobre, dopo che tutto il personale della Coalizione e l’equipaggiamento tattico essenziale hanno abbandonato la posizione, due F-15E della Coalizione hanno condotto con successo un attacco aereo di precisione pre-pianificato presso la fabbrica di cemento di Lafarge per distruggere un deposito di munizioni e ridurre l’utilità militare della struttura”.

Il precipitoso ritiro dei militari statunitensi, francesi e britannici da alcune basi nella Siria del Nord rappresenta ancora oggi uno dei lati più oscuri della missione francese in Siria.

Come noto il cementificio Lafarge a Jalabya è stato al centro delle connessioni tra la Francia con i gruppi jihadisti quando la “guerra in Siria” non era contro l’Isis ma contro il governo di Damasco.

Gli inviati di Le Monde avevano trovato un lasciapassare dato dalle cellule dell’Isis ai camionisti che trasportavano cemento dall’impianto proprio per evitare che i miliziani fermassero il trasporto. Nel lasciapassare rilasciato dai miliziani dell’Isis era scritto: “Si pregano i fratelli combattenti di lasciar passare ai checkpoint questo veicolo che trasporta il cemento di Lafarge, sulla base di un accordo che abbiamo concluso con quell’impianto”. Il documento rivelato da Le Monde (e riportato in Italia da Il Fatto) mise nei guai il gruppo francese Lafarge, diventato svizzero nel 2015 attraverso la fusione con il gruppo Holcim

La magistratura francese ha aperto una inchiesta piuttosto rognosa sia per Macron che per il suo predecessore, Hollande. I governi francesi sin dal 2012 hanno operato in Siria per far cadere il governo di Assad e la vicenda del cementificio Lafarge delinea bene le connessione tra autorità e industriali francesi con gli jihadisti dello Stato islamico. Tant’è che le forze speciali francesi presenti in Siria si erano insediate proprio nell’ex cementificio trasformandolo nella base dei servizi segreti della Francia nel nord-est della Siria.

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Libano - Manifestazioni e scontri di piazza per il carovita

Anche oggi migliaia di libanesi sono scesi in strada per manifestare contro la proposta di legge del governo, approvata ieri dal parlamento, di tassare chiunque utilizzi WhatsApp, Messanger e altri servizi di messaggistica online. E si registrano due vittime indirette degli incidenti. Due manovali stranieri sono arsi vivi nell’incendio di un edificio di Beirut che si è sprigionato per cause da accertare nella zona delle manifestazioni.

Dozzine di persone sono state ferite ieri dalla polizia dopo che la folla si era radunata per protestare in Piazza dei martiri a Beirut e davanti al parlamento quando ha appreso del via libera alla tassa di 6 dollari al mese sull’uso delle applicazioni di messaggistica e di un’imposta sulle sigarette. Il governo ha previsto anche un aumento dell’Iva al 15% entro il 2022. La mobilitazione quindi si è estesa ad altre città del Paese. La tassa su Whatsapp è stata poi ritirata su richiesta del primo ministro Saad Hariri ma il passo indietro non ha bloccato le manifestazioni che si sono trasformate in una protesta generale contro il carovita e la politica economica del governo.

Tanti oggi hanno chiesto le dimissioni di Hariri e del governo al grido di “Ladri, ladri”. Quando il ministro dell’istruzione Akram Shhehayyeb ha attraversato il centro di Beirut, i manifestanti lo hanno riconosciuto e colpito con calci e pugni la sua automobile. Atto al quale una guardia del corpo del ministro ha reagito sparando in aria con un’arma automatica. I manifestanti hanno inoltre chiuso le strade in altre città del Libano, tra cui Tripoli, Tiro e Baalbek. Il governo ha annullato il Consiglio dei ministri in programma oggi con all’ordine del giorno l’approvazione della finanziaria e del bilancio dello Stato.

Esponenti politici e delle varie fedi religiose hanno espresso vicinanza alle ragioni dei manifestanti. Il patriarca cristiano maronita Bishara Rai ha esortato ad “Alzare la voce insieme ai manifestanti e ad opporsi all’introduzione di nuove tasse”. Rai ha aggiunto che occorre bloccare lo spreco di denaro pubblico e fermare una classe dirigente che vuole imporre tasse ai poveri che costituiscono oltre un terzo del popolo libanese.

Si tratta delle dimostrazioni antigovernative più ampie da quelle del 2015 per la crisi della raccolta dei rifiuti. Le condizioni di vita della maggior parte dei libanesi sono peggiorate sensibilmente negli ultimi anni, di pari passo all’aumento del costo della vita e della disoccupazione reale vicina al 40%. Il governo ha scarsi margini di manovra, dato che il Libano ha il terzo debito più elevato al mondo, pari a circa 86 miliardi di dollari che è il 150% del suo Pil.

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Catalogna in rivolta. Quarta giornata di mobilitazione e scontri


Lo sciopero generale indetto dal sindacato di classe e indipendentista Intersindical CSC, le marce che l’ANC e Òmnium hanno fatto convergere su Barcelona, i numerosi blocchi stradali organizzati dai Comitati di Difesa della Repubblica e la resistenza opposta nelle piazze da migliaia di giovani alla repressione poliziesca hanno fatto della giornata di ieri in Catalunya il momento di maggiore mobilitazione di tutta la settimana.

Nonostante l’indifferenza dei sindacati maggioritari CCOO e UGT, lo sciopero ha registrato una buona partecipazione nelle scuole e nelle università (praticamente deserte), nel commercio (tra il 60 e l’80% dei negozi chiusi), nella funzione pubblica (32% di partecipazione) e nella sanità (25%).

Dopo aver effettuato numerosi picchetti, i lavoratori hanno svolto vari cortei a Girona, Lleida e Tarragona, chiedendo la deroga della riforma del lavoro del PP, l’aumento del salario minimo, la fine delle privatizzazioni e del precariato. Da segnalare la mobilitazione degli scaricatori del porto di Barcelona, la chiusura della Seat di Martorell e i numerosi blocchi stradali che a partire dall’alba hanno reso assai difficili gli spostamenti e interrotto la comunicazione tra Barcelona e il resto del paese.

Dalle sei del mattino i Comitati di Difesa della Repubblica hanno bloccato l’autostrada Ap7 alla frontiera con la Francia, provocando decine di chilometri di coda oltre il confine. Impegnata su molti fronti, la polizia non ha neppure provato a intervenire, lasciando che il blocco dell’autostrada si protraesse per tutto il giorno, con i CDR organizzati per resistere e decisi a passare la notte in strada.

Altri blocchi stradali sono stati organizzati su diverse arterie e si sono susseguiti a intermittenza nel corso della giornata. La Intersindical CSC ha fatto un bilancio assai positivo dello sciopero, rivelatosi secondo gli organizzatori anche “un efficace strumento messo a disposizione di tutta la popolazione per la difesa dei diritti civili e politici” minacciati dai tribunali spagnoli e “per la costruzione della repubblica catalana dei lavoratori”.

Di fatto lo sciopero si è saldato con le 5 marce organizzate dall’ANC e Òmnium, determinando il collasso di Barcelona. Le differenti colonne di manifestanti hanno compiuto durante il mattino gli ultimi chilometri che le separavano dalla capitale catalana senza incidenti di rilievo: all’altezza di Badalona la colonna proveniente da Girona è stata oggetto di un lancio di pietre da parte di un gruppo unionista che non è riuscito però ad alterarne la marcia. I manifestanti sono entrati in città per la Gran Via e la Meridiana occupando progressivamente il centro fino a dirigersi al Passeig de Gràcia, completamente pieno.

La guardia urbana ha parlato di 525.000 persone, ma la cifra stimata sembra molto inferiore a quella reale. Nel suo discorso, la presidente dell’ANC ha chiesto di prepararsi per sostenere una nuova dichiarazione di indipendenza, in controtendenza rispetto all’attuale attendismo di ERC e del PDeCAT e accentuando la critica al governo della Generalitat, già messo sotto accusa per la gestione dell’ordine pubblico. Una critica che accomuna l’ANC e i settori più radicali del movimento.

Per la quarta notte consecutiva Barcelona, Girona, Lleida e Tarragona sono state teatro di tafferugli e scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Policia Nacional e Mossos d’Esquadra hanno operato in perfetto accordo (pur dipendendo la prima dal governo spagnolo e i secondi da quello catalano attuale, cdr).

A Barcelona alcune migliaia di manifestanti si sono concentrati nel pomeriggio alla via Laietana, a margine della manifestazione dell’ANC e di Òmnium. Qui si sono disposti ai due capi della via e si sono avvicinati alla Prefettura, protetta da un lato dalla Policia Nacional e dall’altro dalla polizia catalana.

Attorno alle sei del pomeriggio le forze dell’ordine hanno cercato di disperdere i manifestanti che, arretrati dopo una prima carica, si sono subito ricompattati. È cominciata così una battaglia durata fino oltre la mezzanotte. La Policia Nacional è ricorsa ai caroselli con i furgoni blindati e assieme ai Mossos ha sparato lacrimogeni e proiettili di gomma e poliuretano.

A seguito di queste azioni, ci sarebbero almeno due persone che hanno riportato ferite al volto e che rischiano di perdere un occhio. I giovani però, più organizzati rispetto alle scorse notti, hanno smontato l'”arredo urbano”, divelto i marciapiedi e ricavato così il materiale da lanciare contro la polizia.

I tafferugli sono proseguiti verso piazza Urquinaona, dove sono stati incendiati numerosi cassonetti e si è alzata una rudimentale barricata che è stata espugnata dalle forze dell’ordine solo grazie all’impiego di un blindato munito di un cannone ad acqua.

Nel corso degli scontri la Policia Nacional ha arrestato anche il fotografo Albert Garcia di El País (un quotidiano di Madrid, decisamente contrario all’indipendenza) mentre fotografava l’arresto di un giovane; aggredito dalla Policia Nacional anche il giornalista di Catalunya Ràdio, Arnau Maymo.

A Girona il concentramento convocata dal CDR davanti al tribunale per chiedere il rilascio di due giovani, detenuti in seguito alle manifestazioni di questa settimana è stata attaccato dalla Policia Nacional attorno alle otto di sera e i tafferugli sono proseguiti a lungo a ridosso del centro storico.

Nel complesso, il bilancio provvisorio degli scontri della notte è di 33 arresti e almeno 90 feriti con lesioni provocate dalle pallottole di gomma o fratture in varie parti del corpo.

Nel frattempo l’Audiencia Nacional, il tribunale politico per eccellenza, ha ordinato la chiusura della pagina web di Tsunami Democratico, la piattaforma che ha organizzato l’occupazione dell’aeroporto di Barcelona. I giudici indagano Tsunami Democratico, i cui organizzatori operano in semiclandestinità, con l’accusa di “terrorismo e di disordine pubblico volto all’alterazione dell’ordinamento costituzionale“.

Dal canto suo, Tsunami Democratico ha già avvertito che la lotta sarà ancora lunga e che la censura non potrà silenziare tutta una popolazione. Anche ieri ci sono state varie iniziative di solidarietà (a Bilbao, Madrid e in altri centri), che la CUP ha sottolineato e ringraziato pubblicamente in una lettera indirizzata ai differenti popoli dello Stato e diffusa in català, eukera, galego e castigliano, nella quale ribadisce che “la disobbedienza civile e l’autodeterminazione sono l’ariete contro il regime del ’78 e la sua unità indivisibile”.

Nonostante due anni di repressione, il movimento indipendentista sembra aver rafforzato la propria egemonia nella società catalana, mentre si trova impegnato in un processo di auto organizzazione popolare che, pur lontano dal raggiungimento dei propri obbiettivi, mette apertamente in discussione il potere politico ed economico non solo in Catalunya ma anche nello stato spagnolo.

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L’evasione come propaganda

Nel gran battage apertosi sul tema dell’evasione fiscale manca un punto di chiarezza che mi pare nessuno abbia intenzione di affrontare pubblicamente con il necessario vigore.

Riassumo in assoluta brevità: sono stati calcolati 211 miliardi di evasione fiscale a vario titolo (imposte dirette, imposte indirette, contributi previdenziali, ecc).

Mentre ci si concentra sulla cosiddetta “evasione dell’idraulico”, non sono però emerse cifre al riguardo di quanto si trovi all’interno di questa enormità distinguendo tra evasione ed elusione totale, e di quanto l’elusione totale è presumibilmente composta da proventi da economia sommersa governata dalla malavita organizzata.

Si è molto discettato, anche nel più recente passato, di espansione dal punto di vista territoriale delle attività criminali e dell’assunzione da parte di queste di canali di riciclaggio apparentemente legali (un fenomeno che risale almeno agli anni ’60, all’avvio della fase che definimmo del “boom economico”).

Adesso si può pensare anche a una forte partecipazione dei proventi dell’economia criminale al fenomeno di progressiva finanziarizzazione dell’economia (fondi, bond e quant’altro), senza pensare all’intreccio tra organizzazioni malavitose e poteri occulti sempre dominanti proprio nel campo finanziario.

Nulla, invece, viene detto in questo momento al riguardo di questo nodo che è quello che maggiormente avviluppa le già modeste possibilità di sviluppo dell’economia del nostro martoriato Paese.

Se non si affronta questo punto riguardante le vaste aree economiche in mano alla criminalità organizzata, la lotta all’evasione fiscale diventa cosa molto modesta rispetto alla realtà e al riguardo del can can mediatico che è stato messo su.

Queste poche righe soltanto a futura memoria.

Sull’argomento vedi anche http://contropiano.org/news/news-economia/2019/10/18/la-lotta-allevasione-affidata-agli-evasori-professionali-0119803

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Continua l’emergenza rifiuti a Roma: ariecco Salvini

Crescendo, si matura, si diventa adulti. Certe avventatezze di gioventù lasciano, volenti o nolenti, il posto a nuove consapevolezze, e si ripensa agli eccessi ideali di un tempo con un misto di nostalgia e rimorso. Qualcosa di simile deve essere certamente successo, da qualche mese a questa parte, alla dirigenza della Lega. Ce li ricordiamo tutti, nei gloriosi giorni dell’autunno 2018, promettere fuoco e fiamme contro l’austerità di matrice europea. Erano le settimane, ci dicevano la stampa e i bene informati, di scontro frontale con le istituzioni europee. Si metteva a punto la prima Finanziaria del Governo gialloverde e spezzare le reni a Bruxelles pareva dietro l’angolo. Salvini ripeteva tronfio, a reti unificate, che nel suo cuore c’era spazio solamente per i 60 milioni di italiani. E se questo avesse significato arrivare allo scontro frontale con la Commissione Europea, beh, Salvini si diceva pronto, petto in fuori e ciglio asciutto. Estirpare la disoccupazione, aumentare il potere d’acquisto, rilanciare l’economia patria: questa era l’agenda. E se qualcuno avesse mai sollevato dubbi su come poter raggiungere questi obiettivi all’interno dei vincoli di bilancio che la costruzione europea impone agli Stati, o su come conciliare gli stimoli all’economia promessi da Salvini con il rispetto del Patto di Stabilità e Crescita, Salvini aveva la risposta pronta: tra il rispetto dei vincoli europei e il benessere dei suoi tanti figli, non avrebbe esitato neanche per un secondo. Non avrebbe permesso a numerini e virgole di impedirgli di attuare una rivoluzione copernicana in politica economica, e i burocrati se ne sarebbero dovuti fare una ragione. Era finita l’epoca dei vecchi Governi che, con il cappello in mano, provavano a elemosinare briciole di flessibilità per poi capitolare al primo colpo di tosse dello Schäuble di turno.

Certo, la storia poi si era permessa, come accade spesso, di raccontare un’altra versione dei fatti. Ironia della sorte, è bastato proprio uno di quei colpi di tosse dell’eurocrate di turno, un balzettino di spread, uno schiaffetto sulle mani ricevuto dalla Commissione Europea, per tramutare prontamente il leone Salvini in un docile agnellino. Al termine di un pietoso balletto giocatosi attorno a quei numeretti e decimali che sembrava non dovessero fare neanche il solletico a Salvini, la montagna aveva partorito il topolino: l’ennesima manovra nel segno dell’austerità più feroce, scritta tenendo in considerazione anche l’ultima virgola, l’ultimo ghiribizzo imposto dalle istituzioni comunitarie. Ma sarebbe arrivato il tempo del riscatto, come garantivano gli economisti Borghi e Bagnai assieme ad altre macchiette di complemento. Si trattava solamente di un arretramento tattico, fatto per colpire ancora più forte alla prima occasione, non appena la Lega avesse avuto mani libere di interpretare a fondo e coerentemente la volontà popolare di riscatto.

Erano tempi gloriosi, dicevamo. La gioventù, i sogni dei vent’anni. Poi però arriva la realtà, a bussare alle porte. Salvini, nella calura agostana, fa il passo più lungo della gamba e si trova, da un momento all’altro, confinato nell’irrilevanza politica. Senza più la tribuna del Viminale dalla quale alzare un’immonda canea contro sfruttati e dannati della terra, l’immagine del Capitano inizia ad appannarsi. Ed ecco che, come per magia, arriva la maturità, l’età della responsabilità. Padroni e padroncini del nord Italia, che incidentalmente sono anche i padroni e i padroncini di Salvini e della Lega, tirano le orecchie al discolo irresponsabile e richiamano all’ordine: basta con la ridicola pantomima di abbaiare alla Luna, basta con questa fasulla contrapposizione alle istituzioni europee! Occorre che la Lega torni ad interpretare il ruolo di guardiano dei conti anche pubblicamente, alla luce del sole. Non è più sufficiente farlo in silenzio, nelle stanze del palazzo, mentre si finge di fare la guerra a Bruxelles. Occorre farlo pubblicamente, così che i padroni, che sguazzano nella disciplina imposta ai lavoratori dall’austerità, non corrano nemmeno il rischio di spaventarsi quando Salvini fintamente sbraita contro l’Europa.

Arriviamo così ai giorni odierni. Un ‘nuovo’ Governo raccoglie il testimone dal ‘vecchio’ e, alla prova del primo pronunciamento in tema di politica economica, si affretta a chiarire la sua agenda: una gestione ordinata e remissiva dell’esistente nel solco dell’austerità. Ma il tempo non deve essere passato invano, per quelli che furono baldanzosi leghisti. L’aria deve essere cambiata e strepitare (a parole) contro l’Europa, contro quella morsa che costringe l’Italia a disoccupazione e precarietà, non è più una priorità. Ecco così che arriva Riccardo Molinari, capogruppo leghista alla Camera, a criticare l’atroce prima manovra del Conte Bis esattamente per le ragioni opposte a quelle per cui andrebbe criticata. Il problema non sono le risorse drenate, per l’ennesima volta, all’economia italiana tramite un avanzo primario di bilancio. No, al contrario, il problema è che “il deficit sale, il debito pure e le misure per la crescita non si vedono”, come neanche una Emma Bonino qualsiasi direbbe. A ruota, seguono le dichiarazioni di Massimo Garavaglia, già viceministro all’Economia del Conte I, il quale ci spiega dove si annida il problema: si tratterebbe di “una manovrina tutta in deficit”. Ad una considerazione superficiale, sembra di assistere a un ridicolo e pietoso gioco delle parti. Probabilmente in maniera inconsapevole, Molinari e Garavaglia usano esattamente le stesse parole, gli stessi vuoti argomenti con cui il Partito Democratico (e compagnia cantante) avevano stigmatizzato la politica fiscale del governo giallo-verde. Andando leggermente più a fondo, però, è facile rendersi conto di come non ci sia in realtà nulla di strano, nulla di cui stupirsi. Dopo una breve parentesi nella quale la Lega si è – con successo – intestata la bandiera della lotta contro la gabbia dell’austerità di matrice europea, si torna prontamente all’ovile. Questo permette anche di fare, una volta per tutte, chiarezza su quanto fosse completamente simulata e farlocca la volontà di rottura che la Lega sbandierava nell’autunno-inverno 2018. Come abbiamo scritto e riscritto, la Lega si trova benissimo a sguazzare nella melma dei vincoli di bilancio europei. Il lavoro sporco, cioè spezzare la schiena al mondo del lavoro e obbligarlo ad accettare salari da fame sotto la minaccia di una disoccupazione a due cifre, viene delegato a istituzioni lontane quali la Commissione Europea e la Banca Centrale, che agiscono impunite senza alcun controllo democratico. Il blocco sociale storico di riferimento della Lega prospera, o pensa di prosperare, spremendo fino all’ultima goccia chi lavora e produce la ricchezza che si intasca. Al contempo, nel vuoto politico lasciato da un presunto centro-sinistra più realista del re nel difendere rigore e disciplina di bilancio, c’è anche un nemico da additare e contro il quale fintamente agitarsi, per una o due campagne elettorali condotte come sciacalli senza vergogna. I famosi due piccioni con una fava, fino a che giunge il momento della responsabilità e il giro può iniziare un’altra volta da capo.

Salvini e il suo codazzo urlante saranno di nuovo a Roma, questo sabato. I cani da guardia dell’austerità, al grido di legge e ordine, proveranno ancora una volta a vomitare il loro carico di odio in una città su cui, fino a ieri, sputavano fango al grido di Roma ladrona, la Lega non perdona. In contemporanea, sabato 19 dalle ore 15, in Piazza dell’Esquilino, scenderanno in piazza anche tutte quelle realtà impegnate da mesi a garantire che razzismo istituzionale e guerra tra poveri non passeranno, per ricordare e gridare che Salvini è solamente l’ultimo piccolo esemplare di una lunga stirpe di portavoce e portaborse degli interessi dei pochi sulle spalle dei molti. Ci vediamo in piazza.

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venerdì 18 ottobre 2019

“Cibo sano, lavoro sano”. Una sfida attuale

Il 16 ottobre, in occasione della “Giornata mondiale dell’alimentazione”, si è tenuto un incontro sul tema della “sovranità alimentare” presso l’edificio Marco Polo, una delle sedi distaccate della Sapienza di Roma. L’incontro è stata ospitato nell’ambito delle lezioni del corso di “Politiche economiche locali e settoriali” del professor Luciano Vasapollo.

I relatori della giornata sono stati Mauro Conti come presidente del centro internazionale Crocevia, Stefano Gianandrea de Angeli dell’Unione Sindacale di Base, Cristian Cabrera per il Movimento terra contadina, Elisa Ragogna in rappresentanza di Fridays for future, a cui come Noi restiamo siamo stati invitati per presentare un nostro contributo.

Molti i temi dibattuti, in un constante interscambio di vedute su una questione tanto complessa, quanto attuale e di generale interesse.

Il punto di partenza, ovviamente, è stato il concetto di “Sovranità alimentare”, assunto in occasione del Vertice mondiale sull’alimentazione tenutosi presso la Fao nel 1996 e nato per mano di Via campesina, un’organizzazione politica che unisce e coordina i movimenti contadini di tutto il mondo.

L’idea alla base della sovranità alimentare è quella di riprendere il controllo del modello di produzione, in quanto causa dello sfruttamento sia dei lavoratori sia degli stessi territori, individuando nel profitto il fine ultimo da cui deriva l’utilizzo di meccanismi agricoli di produzione intensiva e la conseguente drastica diminuzione salariale che genera e garantisce l’accumulazione capitalistica.

Negli anni '90 i movimenti contadini iniziano a richiedere i diritti collettivi delle comunità per il controllo locale e nazionale della produzione agricola contro il libero mercato, il quale detta norme in nome di una logica di profitto. A sottolineare maggiormente lo sfruttamento nell’ambito del settore agricolo sono le stesse condizioni di contadini e lavoratori delle aree rurali. Paradossalmente, sono gli stessi che lavorano la terra a soffrire di malnutrizione in quanto, in un mercato dominato dalle multinazionali, non riescono a mantenere il livello di competitività richiesto per garantirsi il proprio sostentamento.

Inoltre, a causa dell’attuale modello su cui si basa, la produzione agricoltura sta a sua volta diventando causa della devastazione ambientale e dello sfruttamento di terre e animali. Ciò è ben osservabile in Amazzonia, luogo in cui avviene la coltivazione intensiva di soia per grandi multinazionali come la Cargill. L’utilizzo massiccio in queste zone di diserbanti ha causato la perdita di migliaia di chilometri quadrati di territorio e di specie animali che caratterizzavano la biodiversità locale.

Tuttavia, oggi la risposta non può essere il “biologico”, in quanto richiede una regolamentazione troppo dispendiosa per i piccoli contadini che in molte occasioni produrrebbero anche biologicamente, ma sono costretti a rivendere i propri prodotti senza tale etichetta.

Altro punto decisivo è stato quello relativo all’utilizzo delle tecnologia. Lo sviluppo, da sempre, è un punto cardine del sistema capitalistico, perché permettono di aumentare e migliorare costantemente la quantità di produzione, escludendo il lavoro dal processo produttivo e di conseguenza abbassandone i costi.

Anche nel mondo agricolo infatti si sviluppano continuamente nuove tecnologie. Si pensi per esempio all’introduzione dei prodotti Ogm (Organismi geneticamente modificati): questi sono prodotti che mediante, appunto, una modifica genetica permettono da una parte di avere un prodotto “nuovo”, protetto da brevetto, che garantisce un rendimento maggiore a chi ne detiene i diritti di proprietà, ma dall’altra uccide la biodiversità del territorio, specializzandolo spesso su una monocoltura e di fatto provocando la subordinazione di quei lavoratori inchiodati in quel segmento della catena di produzione, destinando anche intere comunità alla malnutrizione.

Tuttavia, come fatto notare da de Angeli, nel nostro paese la più grande causa di morte non è la malnutrizione, bensì la mancanza di sicurezza sul lavoro, in particolare in ambito agricolo, settore che detiene il primato per morti ed incidenti. La causa di questa situazione è sia la violazione delle leggi da parte delle aziende, sia la mancanza di controlli: di circa 400.000 aziende agricole infatti, a seguito della cosiddetta “legge sul caporalato”, sono stati effettuati soltanto 7.500 controlli circa, ma da cui il 50% delle aziende è risultato operare in una condizione di irregolarità.

In conclusione, si è convenuto che la necessità di un’alternativa può scaturire dal perseguimento della sovranità alimentare e dall’agroecologia, in un contesto però di democrazia economica e politica, tale da garantire ai lavoratori agricoli, e non solo, condizioni dignitose, cibo sano e accessibile per tutta la società.

Siamo noi giovani, in quanto classe più soggetta a sfruttamento e come coloro che risentiranno maggiormente del disastro climatico in atto, ad avere il difficile compito di smascherare il nostro nemico. Per fare ciò dobbiamo scovare le numerose contraddizioni in cui sono immerse le nostre vite; il mondo della produzione alimentare, nonostante spesso ignorato dal circuito di informazione mainstream, non ne è di certo esente.

Di seguito, il testo del nostro intervento.


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«Noi restiamo è un gruppo politico di giovani universitari, ricercatori e precari che da sempre segue da vicino e supporta le lotte di Usb nelle fabbriche e nelle piazze. Insieme al nostro gruppo di studenti medi di riferimento Osa, Opposizione studentesca d’alternativa, abbiamo preso parte agli scioperi globali per il clima indette da Fff, da quelle dell’anno scorso fino all’oceanica manifestazione del 27 settembre scorso.

Riteniamo che il sorgere di tanto grandi mobilitazioni studentesche, erano infatti vari anni che non si vedeva nulla di simile, che chiedono a gran voce un modello di futuro alternativo a quello corrente sia un fatto senz’altro positivo. È altresì vero che larga parte della massa di giovani che si sono mobilitati riguardo al tema ambientale è costituita da ragazzi che per la prima volta si sono affacciati alla politica e pertanto mancano di un’analisi complessiva e puntuale delle dinamiche del sistema di produzione capitalista che sta dietro alle eclatanti devastazioni ambientali dei giorni nostri e della dialettica Capitale-Natura.

Il capitalismo internazionale ha investito capitali immensi sull’agricoltura e su tutta la filiera produttiva del cibo, sfruttando i lavoratori e i territori allo stremo, per garantire alimenti di scarsa qualità a prezzi bassissimi ritagliandosi in questo modo enormi margini di profitto. Esso ha creato un mercato enorme che produce dall’America latina alla Cina le stesse varietà di piante geneticamente modificate per dare più frutti, distruggendo la biodiversità delle colture, stipa immense quantità di bestiame negli allevamenti intensivi, sottoponendo gli animali a maltrattamenti terribili, imbottendoli di antibiotici pe tentare di scongiurare i nuovi batteri e le nuove malattie che si originano in queste strutture e che poi passano all’uomo, e producendo enormi quantità di gas serra (oltre il 18 % di essi infatti è dovuto agli allevamenti intensivi).

L’alternativo a questo modello di sviluppo, anche riguardo all’alimentazione, non può e non deve essere la cosiddetta “green economy”, ovvero il tentativo del Capitale di riaggiustare le sue meccaniche produttive in modo tale da renderle sostenibili dal punto di vista ambientale. Questo modello economico, che non guarda all’effettiva salvaguardia dell’ambiente e a quella dei lavoratori, riesce a trarre ricchezza, come il capitalismo precedente ne ricavava dallo sfruttamento selvaggio della natura, dalle limitazioni che il modello precedente ha portato e pertanto prima o poi cadrà nelle medesime contraddizioni del tipo di sviluppo economico che va a sostituire.

Un’alternativa può nascere dalla sovranità alimentare e da un cambiamento di paradigma della produzione degli alimenti, che garantisca ai lavoratori del settore condizioni di vita dignitose e ai consumatori cibo controllato e di qualità.

Per quanto riguarda noi come giovani militanti politici riteniamo che sia necessario stare all’interno dei movimenti di massa per smascherare gli stratagemmi del nemico di classe, che in questo momento nasconde il suo volto dietro ad una maschera verde, individuare le contraddizioni su cui intervenire al fine di portare il movimento ad un punto di maturazione politica tale da permettere il conflitto di classe e appoggiare e sostenere le lotte dei sindacati conflittuali, nell’ottica di un’unificazione delle rivendicazioni giovanili di un futuro degno e di quelle dei lavoratori di condizioni di lavoro e di vita dignitose».

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Salvini a Roma, prove di Casapound al governo


Strade chiuse e linee dei bus deviate, sospensione di capolinea e di alcune fermate metro della linea A: queste alcune delle misure che verranno poste in essere per il pomeriggio di domani, sabato 19, in occasione della manifestazione nazionale indetta a Roma dalla Lega di Matteo Salvini.

La giornata era stata annunciata lo scorso fine agosto, in pieno terremoto a seguito della fine dell’esperienza di governo giallo-verde e in concomitanza con la formazione di quello “giallo-blu” targato M5S-Pd. Giornata di «orgoglio italiano», aveva detto, della «maggioranza operosa che non nasce a Bruxelles», ma che in fin dei conti non fa altro che vestire i panni dell’opposizione nel teatrino della politica italiana di questi tempi.

E tuttavia, disturbi alla viabilità e maschere politiche non faranno passare in secondo piano la composizione di piazza che si annuncia per il pomeriggio di domani a San Giovanni. La presenza confermata di formazioni neo-fasciste, come quella di Casapound, se non smuove infatti più di tanto Salvini – «sto giochino della piazza di fascisti fa ridere e non ci crede più nessuno» – da una parte mette in imbarazzo la parte più moderata del centrodestra berlusconiano, alle prese con la cannibalizzazione di Forza Italia da parte dei due Matteo, dall’altra mette in movimento le forze antifasciste cittadine.

La chiamata romana infatti è prevista per le 15 in piazza dell’Esquilino, dove di fianco al respingimento dell’ex ministro dell’interno e alla consapevolezza della non risoluzione dei problemi del paese, e della città, con il cambio in testa al governo, verrà posto al centro della mobilitazione la visibilità e l’agibilità pratica che il neo-fascismo ha trovato, e sta trovando, con la crescita di Salvini e della Lega nel paese.

Razzismo, guerra tra poveri e ribaltamento della narrazione quotidiana sono gli argomenti su cui la destra in salsa salviniana, purtroppo ben coadiuvata dai maggiori organi di informazione interessati solo alla “speculazione informativa”, ha fondato la scalata consensuale dell’ultimo anno.

Tutti temi che per un verso i fascisti provano a cavalcare tra i quartieri delle borgate romane; anche se, per la verità (visti i “risultati”), più come manovalanza pronta all’occorrenza che non come insediamento politico stabile, e contro cui i movimenti antifascisti si sono sempre fatti trovare al loro posto, come ci raccontano le vicende di Torre Maura e Casal Bruciato, passando da Tor Sapienza a Tiburtino III.

Domani non sarà diverso, anche se ovviamente la portata della giornata – si annuncia una piazza gremita – andrà oltre le singole nostalgie da ventennio, che peraltro stanno trovando, senza sorprese, buona presa nella crescita di Fratelli d’Italia, altro partito che si sta giovando della crisi in atto nelle compagine del Cavaliere.

La Lega infatti, come annunciato dal suo “capo politico” direttamente alcuni giorni fa, punta a Roma come trampolino di lancio per la scalata al governo nazionale, così come accaduto per i 5 Stelle con la sindaca Raggi e la successiva affermazione alle elezioni del 2018.

La sortita in Campidoglio dello scorso 4 ottobre, con la richiesta di dimissioni per l’amministrazione pentastellata, è stato solo il primo passaggio del lancio della lunga campagna elettorale dei prossimi due anni (salvo scioglimenti anticipati).

Ma per il piano-Roma Salvini è pronto a far salire sulla macchina elettorale anche i fascisti del terzo millennio. Il palco di domani segna il loro ingresso, nonostante l’assenza di simboli ufficiali, nei piani di governo di maggioranza di questo paese.

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Trump-Erdogan, un accordo tra sconfitti

Questa, diciamolo, ancora non si era vista. Un “accordo per il cessate il fuoco” che non riguarda una delle parti in conflitto, ma impegna – anche qui, solo a parole – quasi soltanto l’attaccante e una delle parti che si è appena ritirata dalla scena. Un po’ come “fare la pace” con i popri alleati invece che con il nemico...

Quello tra Trump ed Erdogan, il giorno dopo, sembra più un escamotage per salvare la faccia ad entrambi che non un fatto vero, di quelli che cambiano lo scenario nell’area.

La posizione degli Usa, dopo il voltafaccia a l’abbandono degli “alleati” curdi nel Rojava, era diventata assolutamente non credibile per qualsiasi soggetto mediorientale. Lo si è visto con il frettoloso viaggio del segretario di Stato Pompeo in Israele, per rassicurare Netanyahu sul fatto che quel ritiro non significa un disimpegno totale degli Stati Uniti dall’area.

Dunque si poneva la necessità di far vedere che invece giocano ancora un ruolo “decisivo”.

Erdogan, invece, si trovava in un empasse pericolosa, soprattutto per lui. Aveva scatenato un’offensiva militare dichiarando che sarebbe “andato fino in fondo”, grazie al ritiro Usa che in teoria doveva lasciare i curdi senza alcuna copertura (soprattutto aerea, oltre che diplomatica). Ma la resistenza curda e l’avanzata delle truppe russe e di Assad (e quelle filo-iraniane di Hezbollah) verso la linea del confine nord siriano ha di fatto ridotto la portata dell’attacco a solo alcune zone, pur bombardamento tutto quel che si muove (anche con armi chimiche, nel silenzio delle “democrazie occidentali”).

Dunque o rischiava uno scontro diretto con Russia, Assad e Iran, oppure doveva fermarsi e perdere la faccia all’interno del suo paese dopo aver acceso ancora una volta i fuochi del nazionalismo più acefalo. La “tregua” concordata con Trump – peraltro non rispettata affatto da Ankara – lo solleva per il momento da questo rischio mentre, sul terreno, le milizie jihadiste da lui controllate e armate restano inchiodate nello scontro con i curdi; e, se pure fossero sterminate dai siriani e dai russi, non sarebbe Erdogan a doversi definire sconfitto.

Sul fronte opposto, è altrettanto ovvio che né Assad né la Russia hanno alcuna intenzione di trasformare la loro avanzata in conflitto vero e proprio (la Turchia, per quanto irritante soprattutto verso i propri alleati, è pur sempre un membro della Nato e potrebbe invocarne l’intervento). Dunque il compromesso implicito nell’“accordo” – ritiro delle milizie curde al di qua della “fascia di sicurezza” definita da Erdogan – può essere per il momento accettabile. In fondo hanno guadagnato terreno senza pagare alcun prezzo, né militare né diplomatico. Ci sarà tempo e modo di decidere altro...

Ed anche per i curdi – ancora una volta – non c’è alternativa. Non potevano restare soli contro l’attacco congiunto dell’esercito turco e dei tagliagole jihadisti, non possono chiedere ai nuovi “alleati” un impegno maggiore della semplice “protezione”. Dunque debbono definire – in parte a ragione, visto che con la loro resistenza hanno fortemente limitato l’avanzata delle “truppe di terra” turco-jihadiste – una “vittoria” il fatto che Erdogan debba fermarsi.

Poi c’è ovviamente la propaganda. Anche i turchi dicono di aver “ottenuto quel che volevamo”, anche se è qualcosa di molto diverso da quanto dichiarato. E Trump si auto compiace di aver impedito “milioni di morti”.

Resta fuori da ogni gioco l’Unione Europea, che ha perso forse l’ultima occasione per smarcarsi dagli Stati Uniti e avere un ruolo. Ma del resto, già da molti anni l’UE aveva fatto della Siria un proprio bersaglio e la situazione attuale è il frutto anche delle sue sozzure più folli.

Naturalmente questa non è una “data storica”, ma solo una tappa della lunghissima “guerra mondiale a pezzetti” che si sta giocando in Medio Oriente sulla pelle di chi ci vive.

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Italia, un paese di ricchi con i soldi fermi, spremuto dall'“austerità”

Poco fa è uscito presso la banca d'Italia il consueto comunicato della Bilancia dei Pagamenti nel mese di agosto.

Il conto corrente (rapporto tra importazioni ed esportazioni) ha un surplus di quasi 51 miliardi (2,9%), in crescita rispetto allo scorso anno. L’avanzo mercantile quasi pareggia il record dello scorso anno, mentre aumenta il surplus dei redditi primari (17 miliardi di euro), vale a dire guadagni di capitale, affitti e guadagno obbligazionari di attività finanziarie all’estero.

Solo nel mese di agosto “gli italiani” (quella piccola frazione che può permetterselo) hanno acquisito attività estere pari a 26 miliardi di euro, quasi la finanziaria del prossimo anno.

Ma la notizia è la posizione finanziaria estera netta del nostro Paese, passiva per 38 miliardi, il 2,2% del pil, in diminuzione dell’1,2% rispetto al trimestre precedente.

È praticamente un niente; tra passività finanziarie e attività finanziarie degli italiani all’estero siamo quasi in pareggio.

Facciamo presente che nel primo trimestre 2019 il passivo francese era pari al 17%, quello spagnolo al 77%, quello portoghese al 100% e quello greco superava il 100%; mentre gli Usa hanno un passivo pari al 35% del pil.

L’Italia è invece passata da un passivo del 27% nel 2014 al dato attuale 2,2%.

In pratica, gli italiani sono stati spremuti e i loro risparmi sono stati indirizzati all’estero, finanziando gli altri paesi. E spesso con un ritorno economico negativo, basti pensare alle centinaia di miliardi di euro italiani investiti in titoli di stato olandesi e tedeschi con rendimenti negativi, tale per cui i sottoscrittori in un decennio – se non cambieranno obbiettivo di investimento – perderanno il 23% del valore del capitale. Cornuti e mazziati.

Nel frattempo c’è chi si accorge che vi è una massa enorme di risparmio non mobilitata. Per esempio Intesa San Paolo, che ha lanciato un maxi programma di investimenti nel prossimo biennio al Sud di 30 miliardi.

Questa mattina il governatore della Banca d'Italia Visco dichiarava, a Washington, che i “tassi negativi” sono causati dalla mancata produttività totale dei fattori produttivi, legata a carenza di investimenti, sia pubblici che privati. Questa è la vera malattia dell’eurozona.

Paolo Savona, lo scorso anno, invitò la classe dirigente italiana a mobilitare il surplus delle partite correnti, pari a 50 miliardi (e quest’anno, come si è visto, in aumento frizionale) per investimenti. Silenzio assoluto.

Tutti a guardare il debito pubblico, quando gli italiani (quella parte che possiede...), con la loro ricchezza finanziaria pari a 4.700 miliardi di euro, se lo potrebbero comprare interamente per quasi tre volte, come i giapponesi.

La favola del debito pubblico come unico indice da riguardare serve a spremere ancor di più la classe lavoratrice e la classe media. E la finanziaria del 2020 lo conferma.

Avanti insomma con l’austerità. In nome dell’euro, una moneta senza Stato.

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Siria - L'invasione turca spacca il fornte anti Assad

di Michele Giorgio

Il presidente siriano Bashar Assad ieri ha ribadito che la Siria contrasterà l’offensiva turca «su tutto il territorio e con ogni mezzo legittimo». Parole forti che tuttavia non indicano necessariamente il desiderio di andare allo scontro militare con Ankara, anzi.

Ad Assad conviene molto di più lasciar fare alla diplomazia russa e trarre vantaggio dallo sdegno globale provocato dall’attacco di Erdogan all’Amministrazione Autonoma curda del Rojava. Lunedì senza sparare un colpo l’esercito siriano ha fatto ingresso nelle città di Manbij e di Taqba e successivamente a Kobane, rientrando in territori che Damasco non controllava più da anni. Per Assad i frutti migliori sono quelli politici. I curdi non fanno salti di gioia ma ora sono suoi alleati. Abbandonati dai falsi amici americani dovranno cercare con lui e la Russia una via d’uscita.

«Non credo di sbagliare affermando che, purtroppo per i curdi, l’Amministrazione Autonoma del Rojava sia già parte del passato e mi riesce difficile, a meno di sconvolgimenti eccezionali, che possa rinascere nella forma che abbiamo conosciuto», ci dice l’analista Mouin Rabbani.
«Quella realtà politica e amministrativa – aggiunge – si sosteneva grazie all’appoggio di Washington. In futuro i curdi potranno intavolare trattative con il governo centrale, ma Damasco non andrà oltre i temi in discussione prima del 2011, come il possibile riconoscimento dell’identità culturale e linguistica e la questione della cittadinanza. Magari sarà trovata una formula per una autogestione curda in determinate aree ma il governo non cederà sul principio dell’integrità del territorio nazionale».

Ankara senza volerlo ha rafforzato Bashar Assad nel confronto con l’opposizione siriana – la Coalizione nazionale della rivoluzione siriana e delle forze di opposizione (Snc, sotto l’ala turca) – che ha visto crollare la sua immagine internazionale. La sua milizia, l’Esercito nazionale (Ens, già Esercito siriano libero) che combatte per Erdogan, si è rivelata per quello che è sempre stata e che l’Occidente fingeva di non vedere: un’accozzaglia di gruppi mercenari – alcuni di chiara ispirazione jihadista – che si tengono insieme grazie ai soldi e alle armi che ricevono dalla Turchia e che sono responsabili di atrocità e rappresaglie.

Sul piano politico il caos nell’opposizione è totale. Traditi dagli americani e disgustati dal giubilo dei loro compagni di schieramento per l’inizio dell’offensiva turca contro «i terroristi», il Partito curdo del Futuro ha chiesto che la rappresentanza curda sospenda subito la sua partecipazione alla Snc. La frattura al momento è insanabile. Com’era prevedibile, i Fratelli musulmani siriani, legati all’Akp di Erdogan (e ai finanziamenti del Qatar), hanno gioiosamente sostenuto l’attacco turco che, dicono, «fa gli interessi della rivoluzione siriana e dei fratelli turchi nella lotta al terrorismo». Per gli islamisti, la campagna militare non prenderebbe di mira i curdi siriani (sic) ma solo «le milizie separatiste e terroriste».

Ma quasi tutta la Snc applaude ad Erdogan e ha già invitato il «suo governo, i suoi ministeri e le sue direzioni a prepararsi a lavorare in qualsiasi area liberata». Proclami che hanno convinto il Consiglio nazionale curdo, che rappresenta 13 partiti, a sospendere l’adesione alla Snc. Ad allargare la frattura interna c’è inoltre la secca condanna dell’aggressione turca espressa dal Comitato di coordinamento nazionale per il cambiamento democratico (Ncc), che rappresenta gli oppositori di Bashar Assad in Siria.

Quanto tutto ciò influirà sui lavori del comitato chiamato a scrivere la nuova costituzione siriana – composto da rappresentanti del governo, dell’opposizione e da indipendenti, dovrebbe riunirsi a fine mese a Ginevra – è difficile valutarlo. Poco secondo Mouin Rabbani. «I curdi  – spiega l’analista – non ne fanno parte perché erano stati esclusi su pressione di Erdogan e comunque la Russia eviterà che l’iniziativa possa saltare del tutto». Allo stesso tempo, aggiunge Rabbani, «il successo del comitato costituzionale non è affatto garantito».

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