Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
22/08/2026
L’accanimento continua: Giorgio di nuovo in carcere
A determinare il ritorno in casa circondariale è stata la revoca della misura alternativa concessagli dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito di non ben specificate violazioni delle prescrizioni imposte.
Nel mese di marzo, dopo aver già passato parecchi mesi sottoposto alle misure stabilite dal Tribunale di Sorveglianza, guarda caso il giorno stesso della sua liberazione, Giorgio era stato nuovamente posto agli arresti domiciliari per scontare un’altra pena che avrebbe concluso in autunno. Invece, torna nuovamente in carcere.
Una nuova pagina della vicenda giudiziaria che lo riguarda e che da anni accompagna la sua storia all’interno del Movimento No Tav. Una vicenda che ognuno di noi ha seguito passo dopo passo e che ancora una volta ci porta a fare i conti con la dimensione di accanimento verso chi continua a colpire chi lotta contro la Torino-Lione.
Continueremo, dunque, a fare sentire a Giorgio e all* compagn* tedesch* a cui è stato confermato il carcere, la nostra vicinanza e solidarietà, in Valsusa come in città, nelle piazze come nei sentieri, consapevoli che la sua storia. che è la nostra storia di tanti e tante altre No Tav, è parte di un percorso collettivo che certo non si interromperà con le porte di un carcere.
Giorgio libero subito!
Tutti e tutte liber*!
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27/07/2026
Val di Susa. Posti di blocco e identificazioni di massa. Arrivano Meloni e Piantedosi
Su tutte le strade verso Susa non si passa se non identificati.
Non a caso giunge notizia che sono attesi in visita al cantiere di Chiomonte Piantedosi e Meloni.
Una strategia di pressione e di prova di forza voluta dalla Questura di Torino e dal Governo per rispondere alla grande manifestazione di massa di sabato e alla partecipazione di migliaia di giovani al Festival Alta Felicità.
Le reazioni istituzionali di ieri dimostrano che Governo e partiti di ogni colore non sanno più in che modo mettere una toppa sul buco: invece di assumere che l’opera è inutile, vetusta, che i lavori procedono a rilento e che serve solo a portare i soldi ai soliti noti, cercano di spostare l’attenzione.
È cosa nota invece che questa opera non si farà ma si vuole prolungare la pagliacciata. Questi giorni accendono la luce sulla voglia di esserci e difendere il proprio territorio dagli interessi di aziende, mafie e partiti.
Il Movimento No Tav ha chiamato una conferenza stampa oggi alle 14:30 al presidio di Venaus a fronte delle identificazioni a tappeto di questa mattina nei confronti di chi stava lasciando il Festival Alta Felicità.
Invitiamo a partecipare all’appuntamento di oggi per una presa di parola del Movimento No Tav per aggiornare sugli sviluppi della prova di forza di Digos e polizia.
Fonte
26/07/2026
Ventimila al corteo No Tav, scontri a ridosso dei cantieri
La marcia popolare verso i cantieri della devastazione del Tav in Val di Susa era partita intorno alle 13.00 da Venaus con la partecipazione di almeno ventimila persone.
Il corteo del movimento No Tav era aperto dallo striscione “C’eravamo, ci siamo, ci saremo. Ora e sempre No Tav”. Il corteo coincide con la decima edizione del Festival “Alta Felicità” che si svolge in Val di Susa ogni anno.
Nelle prime giornate di Festival dell’Alta Felicità si è assistito ad un aumento spropositato di controlli e posti di blocco della polizia che però non hanno impedito ad una grande massa di No Tav di raggiungere Venaus.
Come concordato, mentre una parte dei manifestanti si è limitato al corteo, altri settori si sono diretti versi i cantieri.
Il cantiere della Torino-Lione a Chiomonte in Valle di Susa è stato attaccato su vari fronti da alcune centinaia di manifestanti No Tav.
Due camionette dei carabinieri sono state date alle fiamme durante gli scontri. La polizia ha fronteggiato gli attacchi anche dall’interno del cantiere utilizzando lacrimogeni e idranti, mentre i manifestanti hanno lanciato pietre e bottiglie, in alcuni casi razzi e petardi, anche con mortai artigianali.
In precedenza alcune centinaia di attivisti avevano attaccato anche il cantiere del Tav a San Didero.
Il comunicato dei Comitati.
Siamo sempre qui
Si è conclusa una grande giornata di lotta per la Val di Susa. Il movimento No Tav, a distanza di 15 anni dall’esperienza Libera Repubblica della Maddalena e dal 3 luglio, ha dimostrato ancora una volta che ha la forza di arrivare là dove la devastazione del territorio è all’ordine del giorno. Tutti i cantieri della valle sono stati raggiunti e contestati, i dispositivi previsti dalle forze dell’ordine sono stati raggirati e superati grazie alla determinazione delle tante generazioni scese in piazza oggi [ieri, ndr].
20.000 persone hanno sfilato per le strade e i sentieri della Val di Susa, trasformando la mappa dei lavori in un percorso da attraversare con spirito ed entusiasmo: per opporsi concretamente al progetto, per alzare la testa contro chi ci vorrebbe silenti, per difendere questa nostra terra condannata dall’alto ad essere una zona di sacrificio.
Quella di oggi, e lo diciamo con emozione, è stata una giornata piena di significato. Una marea umana è riuscita a dividersi dalla bassa all’alta valle, a percorrere per ore sentieri, strade, prendere treni, attraversare prati, fare carovane e serpentoni infiniti.
Crediamo sia superfluo dire che nulla di tutto quello che tentano di fare qui sia accettato, ben di meno normalizzato. Ogni colata di cemento, ogni albero sradicato, ogni Jersey che impedisce il passaggio, ogni centimetro di filo spinato, sono per noi una provocazione inaccettabile, un’offesa a queste montagne che abbiamo promesso di proteggere oramai 30 anni fa.
La mattinata è partita con una carovana di macchine che ha raggiunto il cantiere di Salbertrand, ove dovrebbe sorgere l’area di fabbricazione dei conci, qui i/le No Tav hanno intrapreso una battitura e poi sono riusciti a entrare al suo interno srotolando uno striscione che citava Siamo la natura che si ribella. No Tav, No alla guerra!
Nel frattempo la marcia, partita da Venaus raggiungeva da una parte il cantiere di San Didero, mentre la gran parte del corteo si incamminava tra i sentieri della Val Clarea. A San Didero diverse centinaia di No Tav hanno raggiunto il cantiere in diversi punti per infastidire le truppe di occupazione con battiture e cori.
Mentre i fuochi d’artificio illuminavano il cielo, i No Tav sono riusciti a raggiungere le recinzioni del cantiere e così diversi metri di concertina sono crollati.
La risposta delle forze dell’ordine non è tardata ad arrivare e sotto il lancio di numerosi lacrimogeni hanno tentato una manovra a tenaglia uscendo dalle camionette e attraversando i campi che però non è andata a buon fine.
Al momento del rientro della manifestazione la polizia, coadiuvata dalla digos, ha accerchiato le persone presenti entrando sui binari della stazione di Bruzolo identificando i presenti che sono stati lasciati andare poco dopo.
Una reazione che non lascia spazio a tante interpretazioni: da una parte la vendetta per essere stati presi in fallo da più punti della valle, e dall’altra la necessità, già intravista nei giorni prima del festival con massicci posti di blocco e identificazioni, di dare un’immagine di rinnovata solerzia alla polizia di stato soprattutto dopo l’ultimo fatto che ha visto la morte di Fakir per mano di alcuni agenti di polizia.
In questa giornata non c’è spazio per una memoria storica dal sapore nostalgico: ogni passo è un passo concreto per riconquistare un pezzo di ciò che viene tolto ogni giorno. Ci viene in mente il 3 luglio del 2011 oggi. Una di quelle date della storia del Movimento No Tav ma oggi, come e forse ancor più di allora, migliaia di persone hanno accerchiato quelle stesse reti e attraversato quegli stessi sentieri che contornano il cantiere di Chiomonte.
Con determinazione e gioia si sono dirette senza esitazioni verso il simbolo della devastazione della Val Susa, nonostante le barriere poste a sua difesa dopo aver tirato giù i tre jersey sul sentiero gallo romano, i/le No Tav, grazie alla conoscenza del territorio, sono riusciti a raggiungere le reti il cantiere da più punti: chi guardava dall’alto, chi batteva le mani, chi intonava cori, chi entrava in massa all’interno del cantiere e chi da altri angoli contribuiva a colpire un simbolo concreto del modello previsto per noi.
E così, i No Tav sono riusciti a riprendersi il cantiere e entrarci a migliaia. La control room brucia, diverse camionette di carabinieri e finanza con lei
Dall’alto dei sentieri si vedono colonne di fumo, quello che si respira nell’aria però non è l’odore acre di ferraglia e neanche quello bruciante dei lacrimogeni, ma l’entusiasmo di migliaia di persone che sono riuscite a raggiungere quello che sembrava essere uno dei fortini più inespugnabili della storia, dimostrando che la val di Susa e tutt’altro che pacificata.
Da Mattarella a Salvini l’arco istituzionale si è espresso nelle ore successive. Solidarietà alle forze dell’ordine e narrazioni che dipingono i No Tav come “il frutto marcio della sinistra” rappresentano la pochezza che incarnano le opzioni politiche oggi.
La differenza sostanziale con chi spreca parole per dare dei facinorosi e degli incappucciati a chi partecipa attivamente alla costruzione di un mondo migliore è che questi politicanti tentano in maniera abbozzata e a tratti autoritaria di affrontare volenti o nolenti i frutti marci della loro crisi, noi costruiamo passo dopo passo la possibilità di porre fine a ingiustizia e sfruttamento.
I politicanti di ogni risma devono mettersi il cuore in pace, il Tav è tornato ad essere centrale nelle loro preoccupazioni. Il villaggio di Asterix che pensavano di aver sconfitto è più vivo e combattivo che mai e oggi li ha decisamente battuti.
A sarà dùra!
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10/12/2025
A 20 anni dalla battaglia di Venaus, 8 dicembre 2005
Pubblichiamo quest’intervista in occasione del ventennale dell’8 dicembre 2005, uno dei momenti più alti di uno dei movimenti più longevi, combattivi e partecipati ad essersi mai prodotti nel nostro Paese. Stiamo parlando ovviamente del movimento No TAV, che dagli anni ’90 difende con energia il proprio territorio, i suoi ecosistemi, la salute di chi lo abita.
La lotta ha pagato ma non è ancora finita: nonostante i molteplici cambi di progetto e i rallentamenti conquistati con la resistenza del popolo valsusino, i governi insistono su questa grande opera ecocida, spinti da interessi mafiosi e (soprattutto) militari.
Abbiamo parlato di questi interessi, di come il movimento si sia organizzato per opporvisi, di cosa gli abbia permesso di mantenere il suo vigore negli anni, del valore della comunità, del futuro e della storia resistente di una valle che ha saputo lottare per la propria sopravvivenza senza mai smettere di guardare oltre, a quello che succedeva nel Paese e nel Mondo.
Un esempio concreto per tutti coloro che oggi, in Italia e non solo, vogliano organizzarsi contro il collasso ecologico e sociale scatenato dal capitalismo.
Da dove venite e come vi siete avvicinati alla lotta No TAV?
Marco: Io sono di Bussoleno. Sono nato nel ’59, in un contesto che in Valsusa era molto caldo. Già negli anni della resistenza la Valle è sempre stata molto attiva. Abbiamo iniziato molto giovani a fare politica, quando avevamo tra i 12 e i 14 anni, nel Collettivo Operai e Studenti (che poi diventò Lotta Continua). I partigiani che incontravamo nelle osterie delle borgate all’epoca avevano sui 50 anni e ci raccontavano della lotta partigiana.
La Valle aveva anche una concentrazione operaia importante. A Susa, a Borgone, c’era tutto l’indotto della FIAT e quando chiusero i cotonifici Riva nel ’69 (il padrone dall’oggi al domani prese tutti i soldi e scappò in Libia) si aprì tutta una stagione di lotte anche in altre fabbriche.
Nel movimento No TAV si vede bene la tradizione resistente della Valle, che viene da lontano.
Molti valligiani, me compreso, andarono poi a scuola a Torino e iniziarono a fare politica lì. Dunque per parte degli anni ’70 e negli anni ’80 stetti via prendendo parte a varie esperienze di lotta (tra cui quella di Prima Linea) e poi con anche altri compagni rientrammo a Bussoleno verso l’inizio degli anni ’90.
Giulia: Io mi chiamo Giulia, del ’59 anche io. Faccio parte del comitato No TAV Torino & Cintura e mi sono avvicinata alla lotta No TAV in modo attivo nel 2011, prima ne ero solo simpatizzante. Arrivo da una famiglia con forte impronta antifascista e legata alla storia della Resistenza.
Da ragazza avevo fatto attività di movimento da studentessa, avvicinandomi a Lotta Continua. Poi per vicende personali legate alla famiglia e ai figli per molti anni ho rallentato la partecipazione.
Uno dei momenti salienti che mi hanno riaccesa è stata la caduta dal traliccio di Luca Abbà, durante l’espropriazione forzata della Baita del movimento No TAV in Clarea (ndr: si parla di un agricoltore valsusino e storico militante No TAV che prese la scossa, cadde da 10 metri di altezza e finì in coma per mesi, dopo essere stato inseguito dalla polizia su un traliccio su cui si era arrampicato per protesta).
Quando situereste l’inizio della lotta No TAV?
Marco: Oggi diciamo 20 anni del Movimento No TAV, perché si fa riferimento alle grandi vittorie del 2005, ma in realtà il Movimento No TAV risale agli anni '90. Già a Genova 2001 i No TAV erano presenti col proprio spezzone e dal 2000 al 2005 si sono fatte molte grandi manifestazioni, marce Borgone-Bussoleno-Susa che portavano anche 30-40 mila persone in strada. Manifestazioni più piccole si vedevano già dalla fine degli anni ’90.
Il Comitato di Lotta Popolare, che è il comitato No TAV di cui faccio parte, nasce nel ’99, e nello stesso periodo si formano altri comitati come quello di Alpignano e quello di Susa. Dentro al Movimento No TAV convivevano le aree politiche più diverse, da Rifondazione Comunista, all’Askatasuna, alla componente anarchica, a compagni singoli... e la partecipazione in valle non si limitava solo ai compagni: nonostante questi rappresentassero una parte importante, c’era molto altro.
Ad esempio Perino, che è stato tra i leader e figura centrale del movimento, proveniva da Dialogo in Valle, un’area cattolica e pacifista che fin dall’inizio è stata dentro alle lotte.
Giulia: Sottolineo su questo punto l’importanza dei presìdi No TAV. Avere luoghi occupati sul territorio che diano la possibilità di incontrarsi, fare assemblee ma anche socialità, mangiare insieme, stringere rapporti che vanno oltre alla lotta, tutto questo crea un modo diverso di stare con le persone e di viversi il rapporto con le istituzioni e con la terra. Questo è uno dei fattori che ha permesso questa unità di intenti, e infatti ancora oggi ogni volta che ne apriamo uno provano a chiudercelo, come è successo l’anno scorso con il presidio di San Giuliano nonostante manchino ancora anni prima dell’inizio previsto dei lavori.
Marco: È vero! Ho visto gente che mai avrei pensato potesse venire a una manifestazione partecipare al movimento convinta come noi, e dicevano di aver riscoperto un senso nella vita, di aver riscoperto la comunità. Questo discorso della comunità in Valle ha assemblato teste completamente diverse, comunisti, anarchici, cattolici, pacifisti, e c’è quasi sempre stata l’intelligenza da parte di tutti di capire quando fare un passo avanti e quando farne uno di lato, per non lasciare indietro nessuno.
Questa è una delle caratteristiche che hanno fatto sì che il movimento abbia potuto reggere per oltre 25 anni, evolvendosi e contribuendo anche ad altre lotte fuori dalla Valle (dai No MUOS, ai No Ponte, ecc.).
Altro fattore è stata l’unità nell’azione. Certo, la repressione, le denunce, gli arresti fanno male, per un movimento che vede tra la sue fila dai 15enni agli ultraottantenni. Ma una delle grandi forze del movimento è stato non separare l’iniziativa pomeridiana al presidio, dalla manifestazione tranquilla, dall’assalto notturno al cantiere.
Ricordo benissimo quando Perino, cattolico e pacifista, inaugurò il discorso del sabotaggio, della giustezza del sabotaggio. Lui lo faceva riferendosi a Gandhi, sottolineando il fatto che l’attacco al macchinario non era un attacco alle persone: quindi era una pratica da fare. Lo disse in più volte, in più manifestazioni e anche pubblicamente.
In Valle la divisione fra buoni e cattivi non è mai passata.
Giulia: Sì, questo riguarda anche gli attacchi al cantiere. Gli attacchi al cantiere sono per fermare il cantiere, per far vedere che la valle non è pacificata. Non sono attacchi alle persone, sono attacchi all’opera e a tutela del territorio. Questo è importante, perché poi questa cosa viene mistificata sempre.
Il movimento No TAV ha sempre fatto un grosso lavoro sui tecnici, e per tutelarci dalla repressione sono stati in particolar modo importanti i nostri legali che da anni e anni e anni si prestano gratuitamente e sono loro stessi No TAV. Nel 2011, quando ho iniziato a partecipare al movimento in modo più attivo, c’erano già più o meno mille indagati.
Anche io stessa ho avuto tre avvisi di garanzia, che venivano dati per ogni cosa: un adesivo su una macchina del cantiere diventava già danneggiamento. La repressione ha picchiato molto duro, con le forze dell’ordine, con l’esercito (ndr: In Val di Susa sono impiegati a scopo di repressione dei No TAV i Cacciatori di Sardegna e di Calabria, unità dell’esercito specializzate nella guerriglia montana i cui membri vengono pagati 8.000 euro al mese, come in missione speciale), con tutte le sanzioni amministrative e le multe salatissime, ed è questo che magari fa un po’ retrocedere le persone che sono avanti con gli anni, o chi è meno pronto. Però tanti scelgono di restare nella lotta, anche se magari più nelle retrovie.
Su questa questione, credete che il livello di repressione in Val di Susa negli anni abbia in qualche modo preannunciato quello vissuto oggi da movimenti sociali e ambientalisti nel resto d’Italia?
Giulia: La Val di Susa è stata un laboratorio, hanno sperimentato quello che poi hanno portato un po’ in tutta Italia, la procura di Torino in modo particolare. Dalla magistratura, siamo sempre stati trattati come “terroristi”, con i processi fatti nelle aule bunker del carcere di Torino Vallette.
C’è stata una criminalizzazione che però dopo essere stata sperimentata in Valle è stata esportata, tanto è vero che nuove lotte come quella dei No MUOS già dal principio si sono trovate di fronte a un livello e ad un tipo di repressione che in Valsusa si era sviluppata dopo anni, per quanto riguarda ad esempio la parte tecnologica, le intercettazioni ambientali nel bosco, nei cantieri, nelle case.
Il gruppo delle Mamme per la Libertà di Dissenso che abbiamo in Piemonte fa delle riunioni periodiche con realtà analoghe di altre parti d’Italia, e queste ultime rimangono spesso scandalizzate dal livello di punizione anche preventiva nei confronti degli attivisti che non si trova da altre parti.
Il decreto “sicurezza” passato di recente riprende tutta una serie di pratiche giudiziarie e poliziesche che in Valle già erano uno standard da tempo, tipo la carcerazione preventiva, i DASPO, i divieti di dimora e le sanzioni amministrative pressoché inappellabili. Qualche anno fa hanno anche impedito a una ragazza di partecipare al funerale del padre, a causa di un divieto di dimora.
Marco: Prima per spezzare il movimento hanno provato a buttarla sulla narrazione mediatica. “Tra i No TAV ci sono gli ex-lottarmatisti!”... senonché non attecchiva, perché in Valle ci conosciamo tutti di persona e queste strumentalizzazioni non funzionano. Dopo hanno provato con la divisione buoni/cattivi, che pure come dicevo non ha funzionato...
Poi hanno cominciato con le multe: a Perino ne arrivò una da circa 300mila euro, su querela di TELT, l’azienda dietro al TAV!
Il movimento si attivò e raccolse in poco tempo la somma necessaria in tutta Italia, a riprova di quanto la lotta No TAV abbia saputo generalizzarsi e uscire dai confini della Valsusa. La multa poi è stata ridotta per una nostra azione legale perché totalmente illegittima, e quei soldi finirono nella cassa di resistenza No TAV, che finanzia le iniziative del movimento e la tutela dei compagni di fronte alla repressione.
Questa storia dei fogli di via, poi, è altrettanto assurda! Io sto a Bussoleno e ho fogli di via da Bruzolo, San Didero, Chiomonte, Giaveno...
Praticamente sei circondato, non puoi uscire dal tuo comune!
Marco: Infatti feci notare alla polizia l’assurdità della cosa, tant’è che dovevo passarci per andare a lavoro, e quindi mi scrissero che potevo “transitare” in questi posti, ma non fermarmi.
Ma nonostante tutto questo ci sono tanti giovani che non si lasciano spaventare e si uniscono alla lotta collegandola anche al quadro generale come i discorsi sul clima.
Giulia: La lotta è la stessa ma le pratiche sono differenti, c’è chi fa l’assemblea, c’è chi fa la mostra fotografica e c’è chi fa gli “attacchi” ai cantieri. Noi non siamo un movimento d’opinione: i convegni vanno fatti, ma non bastano. Noi vogliamo davvero che il treno si fermi, che questa valle non venga devastata, ed è questo il significato delle azioni che intraprendiamo, comprese le più dure.
Marco: Altro fattore importante, a proposito del tenere insieme più piani di lotta, sono stati i sindaci. Fino al 2005 e anche un po’ dopo ne abbiamo avuto di molto combattivi, sempre in testa ai cortei. I valligiani, anche i più timorosi, partecipavano a decine di migliaia ai cortei anche perché c’erano i sindaci che davano una forma leggermente più istituzionale e quindi la gente diceva se ci sono i sindaci dobbiamo andare anche noi.
Giulia: I sindaci dopo sono stati un po’ comprati, nel senso che tutto quello che riguarda la Val di Susa, dalla messa a norma nel territorio, alla rotonda, alla scuola da sistemare, è sottoposto a ricatto attraverso le compensazioni. Lo Stato e la Regione ti dicono ok, io ti do i soldi per fare questo, ma solo se tu sei favorevole al TAV o quantomeno non lo osteggi apertamente. Questo ha fatto sì che negli anni gli amministratori siano diventati più tiepidi.
Marco: I soldi non li hanno visti ancora, comunque. Il loro atteggiamento servile non li ha premiati.
Giulia: No, infatti. Nessuno ha ancora avuto una lira di queste fantomatiche compensazioni. Per questo, oramai ci siamo detti: sì provano ad includere le amministrazioni locali, ma poi anche se non ci sono il movimento va comunque avanti senza di loro.
In ogni caso, questo 8 dicembre sembra che i sindaci ci saranno!
Quali sono le fasi, a grandi linee, che ha attraversato il movimento? Quali i momenti di picco?
Marco: Un punto di svolta importante è stato appunto il 2005.
La militarizzazione della valle diventava sempre più evidente e questo fece aprire gli occhi a molti. La gente non poteva neanche andare al cimitero a trovare i propri cari defunti, se non era residente in quella specifica frazione dove sorgeva il camposanto, perché la polizia aveva istituito dei checkpoint e ti fermava.
Il 31 ottobre del 2005 blocchiamo il passaggio della prima trivella sul ponte del Seghino, con la Valle interamente militarizzata. Raggiunto un accordo con le forze dell’ordine, ci ritiriamo, ma questo accordo viene tradito nella notte dalle stesse, che ritornano di nascosto.
Pochi giorni dopo, la notte del 5 dicembre, il presidio di Venaus, che si trova dove ora si fa il Festival dell’Alta Felicità e dove all’epoca era pianificato il tunnel di base, viene sgomberato con una violenza inaudita dalla Polizia, che pesta a sangue persone inermi.
L’8 dicembre il movimento risponde e riconquista il presidio: forte di 40-50 mila persone si scontra ai Passeggeri (il bivio per Venaus) con la Polizia, dopodiché scende da tutti i boschi e migliaia e migliaia di persone circondano questo enorme prato, recintato dagli sbirri, e per qualche istante cala un silenzio incredibile...
Dopodiché parte uno con la bandiera, c’è un urlo e di botto tutta questa marea di gente inizia a buttare giù le inferriate, si riversa sul prato e la Polizia scappa. Scappa e si chiude dove c’era l’inizio di cantiere per quello che doveva essere il tunnel di base. Da lì poi nasce una trattativa, perché queste truppe di occupazione erano rimaste chiuse lì dentro e circondate.
Mi è rimasta l’immagine, immortalata anche dai filmati, di questa colonna di poliziotti in fila che escono dal buco dove si erano rintanati e per andare via devono sfilare tra le ali del movimento...
Giulia: Epico, epico!
Marco: Fu epico davvero, ci diede una forza incredibile! Perché avevamo impedito che facessero il buco nella montagna ed erano dovuti scappare.
Da quel momento fino al 2011 la situazione fu abbastanza stagnante... il movimento era vivo e in allerta, ma la controparte non si muoveva o quasi. Poi dal 2011 inizia un periodo di giornate intense perché la Polizia cominciò a occupare dei terreni per dare avvio alle espropriazioni.
Noi avevamo le sentinelle su tutta l’autostrada da tutte le parti e tutti dormivamo in scarponi: bastava che ci fosse un avviso, “c’è una colonna che parte da Torino” o si vedessero dei movimenti strani e tutta la gente si alzava e andava sul posto.
Durò parecchio, con scontri anche grossi. Da lì nacque poi, nel 2011, la Libera Repubblica della Maddalena. Si occupò tutto lo spiazzale dove oggi fanno il museo e si diede vita a una piccola repubblica, animata ogni giorno centinaia di persone che restavano lì con tendoni.
Lo sgombero del 27 giugno fu feroce ma si resistette a lungo. Poi il 3 luglio si tentò di riprendersi il posto e ci furono scontri con migliaia di candelotti lacrimogeni e centinaia di feriti che durarono fino a notte fonda.
Giulia: Non era solo una battaglia degli attivisti, c’era la gente delle Valle! Da quelli che ti portavano il tè ai blocchi a quelli che partecipavano agli scontri, c’erano valligiani di tutti i tipi e c’erano sempre.
Marco: Fu un periodo particolarmente intenso e durò due o tre anni.
Non a caso hanno scelto la Val Clarea per il tunnel di base: è molto più nascosta, rispetto a Venaus!
Negli anni successivi allo sgombero della Maddalena, la conflittualità del movimento No TAV si spostò al presidio dei Mulini, poco sopra. Lo zoccolo duro c’era sempre, ma a determinare momenti di picco e partecipazione di massa erano le mosse della controparte, quando ad esempio decideva di aprire un nuovo cantiere, ma tra un cantiere e l’altro potevano passare anni.
Adesso, invece, hanno iniziato a fare un cantiere nuovo al giorno, disboscano, recintano, cementificano! E poi sgomberi, espropri di case... è arrivato tutto insieme, dall’autoporto di San Didero (2021) in poi!
Quando è che il movimento No TAV ha acquisito veramente una dimensione nazionale?
Sia a livello “orizzontale” di connessione con gli altri movimenti territoriali sia a livello “verticale” di rilevanza nelle questioni generali che attraversano il Paese, come ad esempio di recente la militarizzazione.
La domanda è su entrambi i livelli perché credo che spesso interagiscano, come nello sciopero del 28 novembre scorso e nella manifestazione del 29 dove le più disparate realtà territoriali si sono ritrovate a lottare fianco a fianco sul tema comune dell’economia di guerra.
Marco: Il movimento ha sempre cercato di interagire con altri movimenti affini sul territorio nazionale e dare il proprio contributo, in base alle forze che aveva. Quando le forze erano tante, come nel 2011, il contributo era sostanzioso: ricordo manifestazioni di No Dal Molin a Vicenza dove lo spezzone No TAV contava più di 5000 persone.
Giulia: Il 2011 è il momento in cui si è molto perseguitati dalla repressione ma ugualmente molto vittoriosi. Le masse sono grandi e rappresentano la possibilità che chiunque di noi (anche fuori dalla Val di Susa) possa dire di no e mettersi di traverso rispetto alle scelte di chi comanda. Io direi che è dal 2011 in poi che il movimento capisce veramente che deve fare rete con gli altri movimenti, aiutarli a crescere per essere più forti insieme.
Marco: Abbiamo interagito in diverse situazioni con tantissime altre realtà, dal No Terzo Valico fino ai No TAP. Erano tutte realtà che hanno cercato di imparare da noi come costruire un movimento di queste dimensioni. Come abbiamo detto più volte in queste interviste, per avere un movimento così grande è necessario tenere assieme realtà completamente diverse. E non è semplice, ci vogliono molte capacità: di ascoltare, di parlare e alle volte di fare un passo indietro sul momento per poi farne due in seguito.
Ci sono dei momenti in cui puoi andare avanti e altri in cui devi fermarti, dei momenti in cui puoi fare dieci passi e altri in cui puoi fare cento. Non puoi fare sempre cento passi. Lascia indietro la gente.
Rispetto alle questioni più generali sollevate dal TAV, queste sono tantissime: la scusa iniziale per fare il TAV era il transito dei passeggeri, poi questa roba chiaramente non reggeva quindi hanno iniziato a parlare di traffico di camion e nel mentre il Mondo è cambiato e per come funziona il capitalismo della logistica oggi è assurdo pensare che una fabbrica in Polonia che non ha più magazzino, ad esempio, metta un camion qua sul treno pensando domattina alle 6 di far ripartire la linea di produzione. Questo lo dovette ammettere pure Ambrosetti!
Rispetto poi alla questione dei militarizzazione, che col TAV ha a che fare tantissimo dato che uno dei motivi per cui lo costruiscono è che dovrebbe far parte dei corridoi di mobilità militare europea...
Giulia: (ridendo) ....ti interrompo, su questo parlo io e me lo rivendico, perché su alcune cose il movimento è stato un po’ lento e abbiamo dovuto insistere. Nel senso che in realtà il discorso del TAV come corridoio militare è oggetto di approfondimento inizialmente da parte di un comitato No TAV che si muove a livello europeo, Presidio Europa, che è presente a Bruxelles e quindi è riuscito a cogliere in anticipo tutti questi segnali verso la guerra, la militarizzazione dei territori e quant’altro.
Da Presidio Europa il discorso è stato un ripreso inizialmente da No TAV Torino & Cintura (qui l’opuscolo). Avevamo con noi anche alcuni dei ragazzi di Cambiare Rotta, che erano molto sensibili a questo discorso. Abbiamo letto dei documenti e abbiamo fatto un fascicolo che abbiamo portato in giro per un po’ di tempo, lavorando con la Valle in questo senso: inizialmente in Valle infatti sembrava un po’ incredibile questo discorso del Tav come corridoio militare.
Progressivamente poi, come sempre accade nel movimento, ha prevalso l’apertura e l’approfondimento: adesso credo che la centralità della questione dei corridoi militari sia molto chiara a tutti e naturalmente si accompagna all’opposizione più generale all’economia di guerra e al sistema capitalistico.
A volte la realtà torinese ha fatto da miccia, è stata all’avanguardia nel portare dei contenuti che non riguardassero il territorio in senso stretto ma che fossero più ampi. È stato così anche per manifestazioni degli anni passati come quella contro la CMC di Ravenna nel 2013, cooperativa legata al Partito Democratico e pesantemente coinvolta nell’indotto TAV, o per le manifestazioni a Torino.
Bisogna sempre spingere un po’ perché la Valle fa tantissime cose meravigliose, ma a volte ha un po’ di difficoltà a uscire dal tracciato. Sulla guerra si è creato un bel dibattito a Torino anche con altre realtà, ad esempio l’assemblea antimilitarista torinese e tante altre, che poi è arrivato in Valle e adesso è uno dei contenuti che il movimento nel suo complesso porta avanti, anche perché la militarizzazione in Valsusa non si ferma ai cantieri: c’è molto da parlare anche su quello che accade nelle scuole, e sulle esercitazioni della NATO in alta Val di Susa.
Ci sono esercizioni della NATO in alta Valle? Non sapevo.
Giulia: Sì, c’erano alpini e gruppi vari che negli ultimi anni hanno incentivato tutta una serie di esercitazioni in cui si simulano scenari di guerra… Ma è un processo che ha investito tutti! La FIAT non è più FIAT, nel nostro paese produciamo cose che servono alla guerra, poi le trasportiamo col TAV e poi la guerra si guerreggia, perché se produci armi poi le usi. Tra l’altro il treno è proprio l’unico mezzo che permette il trasporto efficiente di mezzi molto pesanti come carri armati e artiglieria. La Valle questo discorso adesso l’ha perfettamente ricevuto e condivide col resto dei movimenti del Paese un’ottica fortemente antimilitarista.
Inoltre è stato utile a capirci di più sull’insistenza dei governi nel voler portare a compimento quest’opera che è assurda e inverosimile anche dal punto di vista ingegneristico!
Le temperatura nel tunnel geognostico superano i 50°, è impossibile lavorarci, e per di più ora sono fermi perché pare abbiano trovato dell’uranio, oltre all’amianto, nella montagna. Anche i finanziamenti non bastano, e tutti questi problemi sono solo la punta dell’iceberg... ma una volta che entra in gioco il discorso dell’uso militare, si quadra il cerchio!
Altro contributo fondamentale che è venuto dal rapporto con le altre realtà fuori dalla Valle è la connessione tra quello che succede in Valsusa e la questione ambientale e climatica più in generale.
Quando ci sono dei momenti nazionali, come il Festival dell’Alta Felicità o la marcia dell’8 dicembre, la cosa più importante è lo scambio, l’ossigeno che arriva da fuori e che ci permette di confrontarci sulla percezione di quello che sta accadendo nel paese.
Marco: Questo lo abbiamo visto anche con la Palestina nell’ultimo anno! Mentre noi che abbiamo dato il via al movimento venivamo già da una certa storia politica, parte delle nuove generazioni in Valle si è avvicinata alla politica per la prima volta proprio con il movimento No TAV, e a partire da quello ha cominciato poi a muoversi anche su altro: Palestina, ambiente, militarizzazione... quello che non vogliono che accada sul proprio territorio, ora sono pronti a battersi per non farlo accadere neanche da altre parti!
Quale pensate che sia stato l’impatto del movimento No TAV sulla politica nazionale, e quale invece l’impatto di ciò che avveniva in parlamento sulle sorti del movimento?
Giulia: Rispetto ai partiti politici, il movimento è molto critico perché è stato deluso più volte e soprattutto con i 5 stelle. C’è stato un momento in cui i 5 stelle, che erano da sempre No TAV, dichiaravano di voler sostenere la nostra la nostra lotta e portarla avanti anche in Parlamento... ma poi sono stati fagocitati dai soliti meccanismi.
Quindi il timore è di delegare a qualcuno che poi finisce per tradire la causa, perché i meccanismi istituzionali ti schiacciano. Un principio guida è quello che ciascuno, indipendentemente da chi voti e con chi si associ, deve continuare a essere presente nelle piazze, nelle lotte, nella assemblee a fare pressione.
Marco: C’è anche da dire che noi non abbiamo mai sposato un partito, neanche Rifondazione.
Giulia: Questo è vero, però c’erano state delle vicinanze.
Marco: Specialmente nel primo periodo del movimento No TAV, dal 2000 fino al periodo dopo il 2005, tutta una serie di partiti come i Verdi, Rifondazione eccetera, venivano in Valle e ci supportavano. Noi apprezzavamo il supporto ma non gli abbiamo mai creduto del tutto, e questa cosa nel movimento è sempre stata chiara: non non ci sposiamo con nessuno.
Questo ha fatto sì che poi, anche quando i partiti mollavano, il movimento invece non mollava. Molti di noi neanche si stupivano dei voltafaccia: alla notizia che Bertinotti sarebbe andato a fare il Presidente della Camera, che cosa ci saremmo dovuti aspettare di diverso?
Infatti credo che uno dei pregi del movimento sia stato svelare i non-detti della politica nazionale, ovvero quegli assunti che, indipendentemente da chi sieda in parlamento, non si permette che vengano davvero messi in discussione: la NATO, l’UE, il complesso militare-industriale e dunque anche il TAV.
Anche sulla rappresentanza poi, credo che il movimento No TAV sia stato in grado di rappresentare un esempio virtuoso, partendo dal principio che si diceva prima ovvero che la rappresentanza non si possa delegare ad esterni e che occuparsene non autorizzi a disertare le lotte reali sul territorio: lo abbiamo visto con la candidatura di Nicoletta Dosio con Potere al Popolo, che al movimento No TAV ha sempre dato tutto e che di certo non ha preso la propria candidatura come un’opportunità per allontanarsi dai presìdi e dalle lotte di tutti i giorni, anzi!
A questo punto vorrei porvi l’ultima domanda: come vedete il movimento No TAV oggi? Quali sono le sue prospettive future?
Marco: Nell’ultimo anno abbiamo visto tantissimi giovani attivarsi, specialmente dalle scuole e dalla bassa Valle. Io credo che in questa fase ci sia la possibilità che il movimento riprenda vigore, perché c’è di mezzo la piana di Susa. Buttare giù le case, come hanno fatto di recente a San Giuliano, significa colpire al cuore la gente. La foto della signora anziana che piange davanti casa dove ha vissuto per 55 anni colpisce, la vedono tutti.
I cantieri adesso non sono più imboscati in Val Clarea: li vedono ogni giorno tantissime persone, e se vogliono continuare con il loro piano dovranno stravolgere una piana abitatissima, fare sopraelevate da tutte le parti, distruggere le case, bloccare per anni il treno Susa-Bussoleno. E gli studenti che ogni mattina a centinaia lo prendono per andare a scuola, dove li metti? E gli anziani che devono andare all’unico ospedale della Valle?
Per non parlare poi della questione della salute: trasferendo il materiale di scavo, contenente amianto, a Susa, la gente lo vede e si fa due domande. Nelle acque della Valle sono state rilevate quantità di PFAS cancerogeni altissime, che prima del cantiere non c’erano, e l’ARPA stessa, collusa, pasticcia i dati sui tumori e pubblica report che si contraddicono l’un l’altro (ndr: l’ARPA inizialmente ha anche cercato di evitare la pubblicazione dei dati sull’estinzione locale della farfalla protetta Zerinzia da parte di TELT con la complicità dell’università di Torino, sostenendo di non averli a disposizione e pubblicandoli solo quando messa alle strette). Queste cose la gente le vede e si incazza.
Ho molta fiducia in questa parte più giovane, è impegnata e presente a tutte le iniziative e le assemblee del movimento, c’è un’aria secondo me molto buona. La casa che hanno espropriato a San Giuliano, l’abbiamo già rioccupata e trasformata in presidio No TAV, con il sentito ringraziamento della signora 87enne che ci viveva. Poi quanto durerà, ovvero quanto ce lo faranno durare, non lo so.
Ma tutto ciò che farà la controparte lo dovrà fare alla luce del sole in piena piana di Susa, e il terreno per loro inizia a diventare scivoloso.
Giulia: Il movimento ha questa caratteristica di tenere insieme le diverse generazioni, e oggi stiamo assistendo a una fase di passaggio. C’è stata una perdita per motivi naturali, anagrafici, di alcune vecchie figure carismatiche che non ci sono più e quindi c’è uno spazio che deve essere occupato oggi da nuove figure.
Non c’è un “capo” ed è bene che non ci sia, perché gli eccessivi protagonismi sono spesso una piaga dei movimenti, però è importante che si creino delle figure autorevoli che possano trascinare gli altri e dare sicurezza. Quello che rappresentava Alberto Perino era questo, un po’ come un “padre di famiglia”, non autoritario ma autorevole.
In questo momento c’è un passaggio graduale, che ha avuto delle criticità perché è difficile lasciare il testimone, ma che adesso è ben avviato proprio grazie all’incremento dell’attività e dell’iniziativa dei giovani, che io spero possano continuare sempre a vedere al loro fianco sia i vecchi che le generazioni di mezzo. Questo perché il dramma di molti della generazione mia e di Marco e stato quello, raggiunta una certa età, di abbandonare la lotta e ripiegarsi sulla vita privata.
È la scommessa più grande di tutte: continuare ad essere coerenti, a resistere e a lottare.
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07/10/2024
Alberto non c’è più, ma la lotta è ancora qui!
Alberto non c’è più, ma la lotta è ancora qui.
Silvano non c’è più, ma la lotta resiste.
Stefanino non c’è più, ma la lotta va avanti.
Molti altri compagni si sono ritirati da tempo in quelle verdi praterie dove non esistono treni ad alta velocità, confini, guerre, sfruttamento, differenze di classe, genere e “razza”, ma noi siamo qui, per ricordarli tutti e lottare ancora insieme a loro.
Albert Einstein, in una lettera ad un amico addolorato per la scomparsa di un altro, affermava come per le leggi della fisica non sia affatto improbabile che ciò che non è presente qui e adesso, possa invece essere comunque presente in un altra piega dell’Universo.
Questo può valere anche per noi e per le nostre memorie e per i compagni e compagne che più abbiamo amato. Chi non è qui adesso non è scomparso, si è soltanto spostato altrove. Allargando i confini del nostro immaginario e delle nostre lotte. Perché ci arrendiamo soltanto alla Natura e non alle leggi inique, alla violenza e alla volontà di chi è al potere senza alcun merito nei confronti della nostra specie (e di tutte le altre).
Su questo dovrebbero riflettere i signori della guerra, del capitale e degli stati che imprigionano, devastano l’ambiente con opere inutili, torturano, bombardano, massacrano e assassinano in maniere “chirurgica” e mirata i nemici.
Non è così che si spengono le lotte, quei metodi al massimo possono contribuire ad allargarle ed intensificarle. Poiché anche per la paura c’è un limite.
Sono sconfitti in partenza, ma arrogantemente indossano ancora la maschera carnevalesca dei vincitori.
Noi, al contrario e come Alberto e tutti gli altri, presentiamo soltanto i nostri volti.
E proprio per questo ci temono, ancora e ancora e ancora...
Oltre la Valle, oltre il presido di San Giuliano, oltre Gaza e tutto il resto.
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27/12/2023
“Idea” della Cassazione: Askatasuna uguale lotta armata
Nemmeno i pm erano arrivati a tanto, la Cassazione sì. I magistrati dell’accusa avevano parlato di iniziative violente, ma mai di azioni o attentati diretti contro singole personalità dello Stato o istituzioni.
Si trattava di decidere sul ricorso di due imputati contro la misura dell’obbligo cautelare di presentazione alla polizia giudiziaria.
La tesi della Suprema Corte è che un gruppo ristretto di attivisti stia portando avanti “un piano criminoso” con attacchi ai cantieri dell’alta velocità, lanci di petardi, artifici pirotecnici a mo’ di armi.
La Cassazione parla di lotta armata. “Secondo quanto emerso da intercettazioni e dalla di disamina degli atti letti in chiave cronologica detta finalità si identifica nello lotta armata mediante la preordinata provocazione di contrasti con le forze dell’ordine”.
Dice Claudio Novaro, uno degli avvocati difensori: “In tutto il processo non si parla di lotta armata, non si capisce come la Cassazione sia potuta arrivare a tale argomento. La Cassazione è giudice di legittimità e non di merito.
Io avevo proposto 130 pagine di motivazione criticando le scelta del Tribunale sulle misure cautelari. La Cassazione sul punto non dice niente e se ne viene fuori con una invenzione di sana pianta su un argomento non al centro del processo”.
Il processo che riprenderà a settembre riguarda 26 attivisti alcuni dei quali rispondono di associazione per delinquere. La motivazione della Cassazione sulle misure cautelari, nel caso due e nemmeno relative alla custodia in carcere, alzando il tiro in modo quantomeno spropositato tende chiaramente a influenzare i giudici del processo in corso a condizionarne quella che sarà la decisione finale.
A parlare di terrorismo in relazione alle lotte dei NoTav ricordiamo ci aveva già provato la procura di Torino (teorema Caselli) in relazione al compressore bruciacchiato del cantiere di Chiomonte, riportando brucianti sconfitte sia a livello di misure cautelari sia a livello di sentenza di merito soprattutto in Cassazione.
Adesso invece è la Cassazione a voler vedere a tutti i costi propositi di lotta armata senza fare alcun riferimento a pezze di appoggio per una accusa così pesante. Insomma pare siano proprio gli ermellini ad avere nostalgia degli anni ‘70 a cercare di creare un clima che rispetto alla realtà attuale dello scontro sociale sembra assurdo e irreale.
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08/08/2023
TAV - Aumentano gli anni, ma non i centimetri
Negli anni, tanti anni, tanti governi sono cambiati. Quando iniziò, al governo c’era De Mita, poi Andreotti, nel 1989 (foto 1). Poi, seguirono Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, Meloni.
Tutti i governi, tranne uno che poi si rimangiò la parola, erano favorevoli al TAV. La lobby trasversale, che tanto ha spinto il disastroso progetto nei decenni, aveva come capofila alcuni esponenti di quel “sistema-Torino” – ex PCI poi PDS poi PD – che hanno stazionato nella città per oltre due decenni, in tutti i CdA delle partecipate, in tutti gli assessorati, vice assessorati, valvassorati e valvassinati disponibili.
L’ideologia poteva ricondursi al vetero-sviluppismo del PCI anni ’40-’70, di matrice affondante nel socialismo reale, prima della consapevolezza ecologista instillata nell’allora partito di sinistra a partire dalla fine degli anni '60.
Se il PCI cambiò la sua posizione da pro a contro il nucleare, ad esempio, come mai i piddini torinesi tanto hanno insistito con questo TAV? Probabile che non sia più vetero-sviluppismo, ma neo-bancomatismo.
Il TAV alimenta da decenni le finanze di tutto il sottobosco politico e tecnico che fa riferimento al PD, fra commesse milionarie, commissioni, percentuali e bustarelle.
Ma gli anni passano anche per i “compagni SITAV”: Pininfarina che nel 1991 faceva pubblicare dal quotidiano SITAV di riferimento l’articoletto “TAV subito o sarà tardi” (vedi figura 2), l’architetto Mario Virano ed il suo sogno di inaugurare la Grande Opera, con successiva statua di lui a cavallo stile Caval d’Brons che scaccia le tenebre ed indica la via per il Progresso, e i sogni e le brame di molti altri, si sono scontrati con “’a livella”, davanti alla quale non può che esserci silenzio e rispetto.
Lo stesso silenzio e rispetto che dimostreremo nei prossimi anni, quando alcuni dei rimanenti – ormai pochi – esponenti di punta della lobby dovranno anche loro ascendere ai Pascoli del cielo, data l’età che avanza.
Anche altre forze politiche sono SITAV, ma ovviamente – se si parla di Lega o neofascisti – il termine “ideologia” è inaccostabile a qualunque loro presa di posizione.
I media, poi, al TAV sono ormai abituati. Tutti (tranne Fatto e Manifesto) hanno fatto palestra col TAV: il patentino di ammissione in redazione consisteva in varie prestazioni, fra cui un bell’articoletto leccapiedi e sedizioso, pieno di mezze bugie e distorte verità, pro TAV o atto a diffamare qualcuno di noi NOTAV.
Anche alcuni di loro, accidenti, con gli anni han dovuto arrendersi alla morte, alla demenza o alla malattia grave: anche per loro, riserviamo – e riserveremo ai prossimi – soltanto l’onore delle armi. Perché non siamo come loro.
Anche l’opposizione al TAV è cambiata, con gli anni. Pure molti di noi purtroppo han dovuto gettare la spugna, sebbene abbiano avuto come magra consolazione il fatto che “vivi loro” non un centimetro del tunnel di base del TAV sia stato scavato.
Poi, anche noi abbiamo i nostri “casini” interni, sui quali taccio. Ricordo oramai con tenerezza quando il sottoscritto, consulente della Comunità Montana sin dalla prima metà degli anni ’90 per le questioni uranio e materiali pericolosi, dopo centinaia di ore di lavoro gratuito e innumerevoli serate e conferenze, rapporti, misero nominato al premio Nobel per la Fisica nel 2015 e professore ordinario dal 2000 (concorsi veri e non opelegis, roba di una volta, dove se tu vincevi c’eran almeno 5 che perdevano) venne improvvisamente messo da parte grazie ad alcuni nuovi arrivati, in quanto non abbastanza democristiano, poco esperto nell’arte sublime della diplomazia.
Potrei fare nomi, cognomi e numeri di matricola, mettere in evidenza i loro grandi “successi” come Toninelli-boys, o come Appendini, i disastri sfiorati e gli autogol.
Mi limito ad osservare che la grande fortuna del NOTAV è avere dalla propria parte la forza della ragione e della verità fattuale, e l’incapacità davvero disarmante dei “tecnici” SITAV: per cui, alla fine, bastano anche dei mediocri di buona volontà per fare il compitino. Evviva: conta il risultato!
Non ci vuole molta brillantezza per far notare che il Tav Torino-Lione è la più inutile, dannosa e costosa fra le grandi opere progettate negli anni ’80 del secolo scorso e rimasta allo stato larvale dopo circa 2 miliardi di sprechi malcontati e 33 anni di studi e carotaggi, finticantieri e devastazioni.
Per “completarla” (torneremo dopo su quanto sia improprio l’uso di questo verbo) servirebbero sulla carta un’altra quindicina di miliardi, che poi nella realtà salirebbero a 20-25 (le grandi opere in Italia lievitano in media del 45%).
Qualunque governo decente dovrebbe far così: riunire i protagonisti – quelli ancora in vita – in maniera bipartisan, in una grande cerimonia, conferire a tutti un cavalierato della Repubblica per l’impegno profuso e la costanza, medaglie speciali, pergamene, cimieri, e poi: annullare un’impresa nata già morta quando fu pensata, figurarsi oggi dopo trent’anni e passa.
Certo, sarebbero molte le onorificenze da consegnare: imprenditori e prenditori, falliti o che hanno dovuto anche profondersi in pericolosi abbracci con la ‘Ndrangheta, la “sinistra” (il Pd dei Chiamparini), FI, Lega, triade sindacale, Confindustria, coop bianco-rosse e mafie varie.
Una bella spesa: ma sarebbe l’ultima.
Pensate a certi politici: nel contratto M5S-Lega, del governo Conte I, sul Tav Torino-Lione, si leggeva: “Ci impegniamo a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”.
Il povero Conte – strozzato dalla Lega – disse poi che “i costi di uno stop sarebbero superiori ai benefici del farlo”, ma mentiva, povera stella: aveva in mano un Rapporto di una Commissione ad hoc che diceva esattamente il contrario (Rapporto Ponti).
Quando partì l’idea della Torino-Lione, si pensava a un TGV per passeggeri sullo snodo italo-francese del Corridoio 5, da Lisbona a Kiev.
Kiev, esattamente. Che faceva ancora parte dell’URSS.
Di quel progetto, mai realizzato, restano alcuni reperti archeologici: in particolare un cantiere-fortino in Val Clarea, dove alcuni anni fa vennero scavati pochi kilometri di un buco di prova, totalmente inutile, se non per provare di saper scavare un tunnel (già lo fece Edmond Dantes nel romanzo di Dumas, a dire il vero) e spender soldi (anche in quello, il conte di Montecristo era bravissimo).
E il manifestino di un convegno del 1992, al quale io ignaro trentenne presenziai (figura 3) non sapendo quanto mi avrebbe cambiato la vita.
Pur di non ridiscutere il dogma, anni fa si virò disinvoltamente dall’“alta velocità” (persone) all’“alta capacità” (merci). Chi parla di “treno per persone e merci” non sa cosa dice: il Torino-Lione riguarda solo le merci, mentre le persone viaggiano serene da decenni sul Tgv o in aereo.
Il Tav sarebbe una seconda linea ferroviaria da affiancare a quella storica (la Torino-Modane, inutilizzata all’80-90%), scavando 57 km di tunnel dentro montagne piene di amianto e materiali radioattivi e devastando l’intera Valsusa.
Il tutto per soddisfare un fabbisogno che non esiste: il previsto boom del traffico merci su quella direttrice si è rivelato una bufala colossale. L’ha riconosciuto a fine 2017 persino l’Osservatorio della Presidenza del Consiglio: “Molte previsioni fatte 10 anni fa, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Ue sono state smentite dai fatti”.
Sulla Torino-Modane la linea è utilizzata per un quinto delle potenzialità: a che serve affiancargliene una nuova?
Insomma, l’attuale capacità disponibile è sovrabbondante e non si verificheranno criticità per almeno mezzo secolo, anche nello scenario più sviluppista. Ogni giorno percorrono l’autostrada tra Torino e il confine francese poco più di 11.000 veicoli contro i 33.000 della Torino-Piacenza: una infrastruttura secondaria e poco utilizzata.
Secondo molti sedicenti esperti, il TAV è “una delle opere più importanti che l’Europa aspetta da anni”, nell’ambito di una fantomatica “piattaforma logistica del Nord Ovest”.
Ma la Commissione Ue non ha mai chiesto che l’attraversamento delle Alpi avvenga su una linea ad alta velocità: sia a Est sia a Ovest le merci possono tranquillamente continuare a viaggiare su reti ordinarie, come da Lione a Parigi.
Alta velocità e bassissima occupazione: le previsioni più rosee indicano 4 mila nuovi occupati. Visto quanto ci costerebbero pro capite è molto più conveniente conferire loro un reddito di citTAVinanza e mandarli a risistemare boschi e fiumi.
Il governo Gentiloni nel 2017 stimò il costo complessivo del solo tunnel di base in 9,6 miliardi. Di questi, il 57,9% lo pagherebbe l’Italia e solo il 42,1 la Francia (il tunnel è per l’80% in territorio francese e solo per il 20 in territorio italiano), più altri 5,5 miliardi per opere ancillari.
Se aggiungiamo il consueto aumento medio fra previsioni e realtà in queste opere, si arriverebbe tranquillamente – ad oggi – alla venticinquina di miliardi per un’opera la cui ultimazione è prevedibile nel 2045-2050. E che al massimo servirà come museo degli orrori viaggiante.
Non c’è quindi “penale” che tenga: fermarsi è l’unica opzione per risparmiare.
In ogni caso, non c’è un solo contratto o accordo col governo francese, con l’Ue o con ditte appaltatrici che parli di penali.
L’Italia, nel tracciato italiano, può fare ciò che vuole (legge 191/2009, art. 2, comma 232 lettera c). Quanto alla Ue, finanzia solo a lavori ultimati: dunque, se il Tav non si fa più, l’Italia non deve restituire un euro, al massimo non incassa fondi per un’opera annullata in quanto inutile.
Quando il Portogallo si sfilò, non sborsò nulla alla Spagna né all’Ue. Certo, se avessero intascato tangenti e temessero di doverle restituire, questo potrebbe essere un problema: certa gente può essere poco raccomandabile, quando si parla di robba e di picciuli.
Ed infine, alle migliaia e migliaia di giovani che a fine luglio sono venuti al nostro Festival dell’Alta Felicità, oltre a un immenso grazie, lascio un appello forse un po’ machista, ma che fa anche tanto Papa Giovanni: “Cari ragazzi, quando tornerete alle vostre case, misurate con un centimetro la lunghezza del vostro pisellino, e sappiate: anche se di un solo centimetro, oppure tanti, in ogni caso sarà più lungo della profondità scavata in trent’anni per il tunnel di base del TAV: ZERO CHILOMETRI, ZERO METRI, e ZERO CENTIMETRI.”
Altro che “ultimare” il TAV. Il progetto va “terminato”: ma nel senso di Arnold Schwarzenegger.
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18/06/2023
Dalla No Tav al No Ponte in Sicilia al fango di Bologna: una grande giornata di lotta
Una grande giornata di lotta No Tav come non se ne vedevano da tempo e con delle importanti novità che non poco preoccupano la lobby internazionale degli affari legata alle grandi opere pubbliche. Il primo dato, non trascurabile, è la pressione esercitata dalle popolazioni sui due lati delle Alpi. In Maurienne, una mobilitazione imponente ha percorso le strade della valle verso i cantieri geognostici scontrandosi con un imponente dispositivo di polizia, successivamente ha raggiunto la strada provinciale per poi provare a raggiungere l’autostrada, scontrandosi nuovamente con i 2000 gendarmi messi in campo per l’occasione. L'arteria principale è stata raggiunta in un secondo momento beffando la polizia e aggirando il blocco attraversando il fiume riuscendo così a fermare il traffico.
In Val di Susa i No Tav italiani diretti al corteo, respinti alla frontiera dal blocco della polizia italiana e francese, sono rientrati verso il cantiere dell’autoporto di San Didero. Anche qui, ore di gli idranti della polizia e un fitto lancio di lacrimogeni, hanno permesso la tenuta temporanea delle recinzioni.
Una mobilitazione, quella del 17 giugno, lanciata da tempo che, come dicevamo, ha fatto non poco innervosire e preoccupare i governi e TELT stessa (la società pubblica italo francese incaricata di progettare la nuova Torino Lione ad alta velocità). Il movimento francese Le Soulevement de la Terre ad inizio anno aveva infatti lanciato un grande appuntamento di ragionamento e prospettiva sul suo agire e sul futuro del territorio europeo tutto. Cambiamenti climatici, ambiente, grandi opere e risorse idriche. Un luogo simbolo, la ZAD a Notre Dame de Landes, da cui era partita la grande mobilitazione in difesa di Sainte Soline che tutti abbiamo imparato a conoscere anche per la durezza della battaglia campale che lì vi si era svolta. Da quei giorni, da quei ragionamenti nasce l’esigenza per questo movimento e per i No Tav della Val Maurienne di portare la lotta e l’attenzione di tutti verso lo scempio e la devastazione che i cantieri geognostici della Torino-Lione stanno portando alla loro terra. Da qui inizia la preparazione, le assemblee e gli incontri.
Da qui inizia a salire la preoccupazione dei governi, mai così in difficoltà verso questo progetto, vecchio, antieconomico e criticato sempre più da intere parti dell’establishment governativo soprattutto francese. Se da un lato infatti iniziano a venire a galla dubbi e capacità nei confronti di TELT, dall’altro cresce sempre più nelle popolazioni, soprattutto giovanili, la consapevolezza che solo attraverso la lotta si potrà cambiare il futuro della propria vita e della propria terra.
Viene così lanciata la mobilitazione e nell’ultima settimana si scatena l’ira scomposta dei governi che attraverso le prefetture locali italiane e francesi producono un innalzamento della tensione senza precedenti con l’obiettivo di depotenziare se non annullare del tutto la grande manifestazione internazionale e popolare del 17 giugno. E qui l’altra grande novità, il piano non funziona proprio per niente, anzi, si rivela un vero e proprio boomerang che porta al grande risultato odierno.
Da un lato viene interrotto il dialogo con gli organizzatori con delle banali scuse, poi a sorpresa due giorni prima del corteo viene diramata un’ordinanza prefettizia che impedisce la circolazione in diversi comuni della Val Maurienne. A sorpresa moltissimi e moltissime No Tav italiani/e ricevono al confine, chi giorni prima, chi il giorno stesso del corteo un “foglio di via” dal territorio francese, 5 pullman italiani vengono bloccati per ore al confine impedendogli di raggiungere la mobilitazione.
Tutto questo però, genera una reazione per loro, i signori del Tav, inaspettata. Non solo non funziona, ma ancora più persone decidono di non sottostare a tutto questo, di schierarsi, di scegliere la loro terra e i loro compagni strada. Per chi ancora aveva dei dubbi, in Val Maurienne, in Francia, ora è tutto più chiaro. Da un lato chi devasta l’ambiente e pratica la violenza brutale della polizia, dall’altro chi in modo onesto, rischiando la propria vita difende l’ambiente. E poi ancora, dopo ore di attesa al confine i No Tav italiani che ritornano in Valsusa con un chiaro obiettivo. È una giornata di lotta e non ci si ferma. In contemporanea con la pressione dal lato francese inizia la pressione in Italia con un cantiere circondato, salvo per un giorno solo grazie alla brutalità degli idranti e dei lacrimogeni.
Mai come oggi l’opera vacilla ed è fragile, un gigante di carte e progetti dai piedi d’argilla. Ansimanti telecronache mainstream narrano in modo scomposto la giornata, non potendo tacere la potenza della mobilitazione. Un progetto del 1990 che dopo 30 anni ormai lancia attraverso le bocche dei politicanti e delle servili telecronache mirabolanti inaugurazioni tra altri 30 anni. Mai come ora fermarlo è possibile, fermarlo tocca a noi!
Messina: il corteo No Ponte
Il movimento No Ponte si è rimesso in moto con una grande manifestazione a Messina. In piazza, insieme con gli storici esponenti che dai primi anni 2000 hanno animato il fronte del no al Ponte, c’era una nuova generazione di attivisti. Si è trattato del primo corteo di protesta da quando il governo ha fatto ripartire le procedure per la realizzazione del Ponte sullo Stretto.
Il popolo “No ponte” è tornato in piazza. Rumoroso, armato di bandiere, striscioni e di cori beffardi, soprattutto contro Salvini. Si è ritrovato in piazza, dopo anni in cui l’idea stessa del Ponte sullo Stretto sembrava finita in soffitta, per contrastare l’accelerazione impressa dal nuovo esecutivo. La manifestazione è partita da Torre Faro, ultima appendice di Messina a due passi dal “pilone”.
Alla manifestazione, organizzata dal Movimento No Ponte nelle componenti del comitato No ponte Capo Peloro, Invece del ponte, Rete No ponte Calabria e Spazio No ponte, hanno aderito partiti, movimenti, sindacati, associazioni e centri sociali da tutta la Sicilia ed anche dalla Calabria.
Bologna. La marcia dei diecimila stivali di fango
Manifestazione a Bologna Alluvione, 10mila stivali verso la Regione: marcia popolare. Fermiamoli!
Ancora una volta, come per il 2 Giugno, si è portato fino alla Regione Emilia Romagna un po’ del fango spalato in questo mese da migliaia di volontari e volontarie mentre l’esercito era troppo occupato a fare le esercitazioni NATO in Sardegna e Bonaccini a farsi nominare commissario straordinario.
Abbiamo detto che le priorità devono essere ribaltate: vogliamo disarmo, messa in sicurezza dei territori e salario minimo, non l’agenda Meloni erede dell’agenda Draghi di guerra, cemento e austerità!
E mentre eravamo in piazza a Bologna, compagni e compagne da Nord a Sud si sono mobilitate contro le grandi opere inutili e a difesa dei nostri territori. Dalla manifestazione internazionale NOTAV al confine tra Italia e Francia, dove la repressione ha colpito ancora una volta provando a impedire l’arrivo dei pullman, alla mobilitazione in Sicilia contro il Ponte sullo Stretto.
Contro il partito unico del cemento e degli affari, ci vediamo sabato 24 Giugno a Roma!
Fonte
12/05/2023
Il Tav si schianta contro il muro. La Francia rinvia al 2043
Certamente per i lettori e le lettrici di notav.info non si tratta di una novità dato che è da mesi che preannunciamo la possibilità di questa decisione al netto della cortina fumogena dei giornali Si Tav, per cui va sempre tutto bene.
Senza la tratta nazionale francese va a cadere anche una delle ultime argomentazioni dei promotori dell’opera, cioè il guadagno di mezz’ora di tempi di percorrenza tra Torino e Lione (a costo di sventrare due valli e spendere decine di miliardi). Ciò che sta accadendo è la dimostrazione plastica di quanto il movimento No Tav, da una parte all’altra del confine, ripete da tempo: cioè che l’opera è antieconomica, inutile e rappresenta unicamente un grande regalo alle lobbie del cemento e del tondino.
Ora in linea teorica se la scelta del governo francese dovesse essere confermata anche i lavori per il tunnel di base (di cui non è stato ancora scavato nemmeno un metro, sebbene alcuni giornali facciano finta del contrario) dovrebbero fermarsi perché l’Unione Europea ha condizionato i finanziamenti del tunnel alla costruzione delle linee nazionali. Diciamo in linea teorica perché sappiamo bene che le ragioni della devastazione e del profitto in questo mondo pesano più del buonsenso.
Ricordiamo brevemente che l’Italia dovrebbe pagare il 60% dei costi del tunnel di base, mentre la Francia il 40, a fronte di un tunnel che si troverebbe in territorio italiano solo per 12 km e per 45 in quello francese.
Dunque se i cugini di oltralpe (con un bilancio ben più significativo del nostro) trovano che la spesa per la tratta nazionale sia eccessiva, cosa dovremmo pensarne noi? Intanto dal nostro lato i governi che si sono susseguiti hanno continuato senza colpo ferire l’opera di militarizzazione e devastazione della Val Susa.
Ora dovrebbero chiedere scusa alla valle e a tutti i cittadini i cui soldi sono stati dilapidati in questa opera inutile.
Il 17 giugno ci troveremo in Maurienne per una manifestazione internazionale e popolare per rafforzare il nostro No e impedire che questo scempio ecocida continui sulla sua folle strada.
Fonte
02/01/2023
Se alla tav Torino-Lione viene a mancare Lione
Tra i firmatari i sindaci di Grenoble e Lione, numerosi amministratori locali nonché sindacalisti del settore ferroviario, deputati europei e nazionali. Buona lettura! (traduzione a cura di presidioeuropa)
In un momento in cui bisogna fare di tutto per limitare il riscaldamento globale e rafforzare l’indipendenza del nostro Paese, nel momento in cui scarseggiano le medicine e i prodotti alimentari importati dall’altra parte del mondo, nel momento in cui il governo sostiene di non avere i soldi per la sanità e per gli ospedali, nel momento in cui i treni quotidiani sono degradati e le infrastrutture ferroviarie non sono mantenute o sono insufficienti, chiediamo di fermare il progetto Lione-Torino, la cui unica logica è quella di trasportare sempre più merci più lontano e di alimentare questo culto energivoro e distruttivo.
Nei venti anni in cui i sostenitori del progetto hanno dichiarato che il loro obiettivo è spostare le merci dalla strada alla ferrovia, i loro risultati sono deplorevoli per la salute e l’ambiente:
- Hanno diviso per cinque il numero dei treni merci tra Francia e Italia;
- Hanno deciso di aprire al traffico stradale una galleria di sicurezza nel tunnel del Fréjus, in barba alla promessa di non farlo;
- Hanno dirottato 200 milioni di euro destinati alle ferrovie delle Alpi per finanziare il tunnel stradale del Fréjus;
- Non hanno tolto un camion dalla strada quando la linea ferroviaria esistente lo permette e quando la strada è più costosa del 30% rispetto al servizio ferroviario;
- Stanno prosciugando le sorgenti, prosciugando le falde acquifere e abbattendo ettari di foresta nella Maurienne;
- Stanno distruggendo terreni agricoli per costruire impianti di cemento e cave per i loro progetti.
Chiediamo, in linea con quanto scritto dalle amministrazioni centrali e dal COI – Consiglio per l’Orientamento delle Infrastrutture, che la linea ferroviaria esistente venga utilizzata immediatamente nella misura in cui era utilizzabile già negli anni duemila. Questo non solo crea posti di lavoro e migliora la sicurezza stradale, la qualità dell’aria nelle valli alpine e la salute pubblica, ma combatte efficacemente il riscaldamento globale.
Chiediamo che il denaro che verrebbe investito nel progetto della nuova linea Lione-Torino venga utilizzato subito per aprire una piattaforma di carico dalla strada alla ferrovia nella zona di Ambérieu-en-Bugey e che le navette ferroviarie per il trasporto di merci vengano offerte agli autotrasportatori a partire dal 2023.
Chiediamo, come previsto dalla legge, che i 20 milioni di euro di utili annuali del traforo del Monte Bianco siano destinati esclusivamente alla ferrovia e al finanziamento del trasferimento di merci e passeggeri dalla strada alla ferrovia e che i 200 milioni di euro versati al traforo stradale del Fréjus negli ultimi 10 anni siano restituiti alla ferrovia.
Chiediamo che la decisione di aprire al traffico la galleria di sicurezza del tunnel stradale del Fréjus venga annullata e che sia riservata esclusivamente ai mezzi di soccorso.
Proponiamo di migliorare la capacità delle linee tra Aix-les-Bains e Annecy, La Roche-sur-Foron e Saint-Gervais, e tra Saint-André-le-Gaz e Chambéry per ridurre il traffico stradale e aumentare il trasporto giornaliero di passeggeri. Gli investimenti per il miglioramento delle infrastrutture (compresa la protezione dell’ambiente e la iduzione del rumore per i residenti locali) sulla tratta Ambérieu-Modane devono essere attuati senza indugio per riportare il tunnel esistente al suo pieno potenziale.
Rifiutiamo la logica del progetto Torino-Lione e dei suoi sostenitori, i cui precedenti sono la distruzione del trasporto ferroviario di merci nel nostro Paese negli ultimi 30 anni. Stanno già distruggendo le ferrovie della Maurienne per le esigenze di questo grande progetto inutile.
Affermiamo che il denaro investito nel progetto Torino-Lione porterà allo stesso fallimento della linea Perpignan-Figueras, il primo anello del corridoio mediterraneo.
L’ambiente, i terreni agricoli, le falde acquifere e il denaro pubblico devono essere preservati!
La linea ferroviaria esistente deve essere utilizzata immediatamente e i lavori preparatori per il progetto Torino-Lione devono essere interrotti.
Personnalités, Associations, Syndicats:
Gabriel Amard « Réseau des élu-e-s insoumis-e-s et citoyen-ne-s »
Miguel Benasayag (Philosophe, écrivain, Collectif Malgré Tout)
Martine Billard (ex-Députée)
Marie-Christine Blandin (ex-sénatrice, ex-présidente région Nord-Pas-de-Calais)
Thierry Bonnamour (Confédération paysanne Savoie)
Élisabeth Borrel (Magistrate à la retraite)
Alain Boulogne (Commission Internationale pour la Protection des Alpes – CIPRA)
Patrick Bourdais (Collectif Contre le Lyon Turin)
Dominique Bourg (Ancien président du conseil scientifique de la fondation Nicolas-Hulot)
Lou Chesné (Porte-parole ATTAC France)
Annie Collombet (Vivre et Agir en Maurienne)
Maxime Combes (Economiste)
Alain Coulombel (Membre Bureau Exécutif EELV)
Jean-Pierre Courtin (forestier, ancien président de Mountain Wilderness France)
Philippe Delhomme (Vivre et Agir en Maurienne)
Michel Dufour (SUD-Rail Maurienne – animateur section syndicale)
Simon Duteil (Union syndicale Solidaires – Co-secrétaire national)
Julie Ferrua (Union syndicale Solidaires)
Frédéric Fortuna (SUD-Rail Alpes – secrétaire régional)
Xavier Fromont (Porte-parole Confédération Paysanne Auvergne Rhône-Alpes)
Khaled Gaiji (Président des Amis de la Terre France)
Léo Girardin (Solidaires Rhône – membre du bureau départemental)
Gilbert Gourraud (Référent Terre de liens Savoie)
Daniel Ibanez (co-fondateur des rencontres des lanceurs d’alerte)
Romain Lapierre (Solidaires Rhône – secrétaire départemental)
Christophe Lebrun (président des Amis de la Terre Savoie)
Philippe Lesage (Porte-parole d’Attac Savoie)
Alain Machet (Vivre en Tarentaise)
Philippe Meirieu (ex-Vice-Président Région Rhône-Alpes)
Erik Meyer (Fédération SUD-Rail – secrétaire fédéral)
Fiona Mille (Présidente de Mountain Wilderness)
Benjamin Moisset (cosecrétaire de Union départementale Solidaires 38)
Alain Nahmias (président de l’Association pour le Respect du Site du Mont Blanc – ARSMB)
Marc Pascal (membre de Mountain Wilderness et de la CIPRA)
Marc Peyronnard (France Nature Environnement Savoie)
Philippe Piard (Porte-Parole de Secrets Toxiques)
Marie-Monique Robin (réalisatrice et écrivaine)
Marine Tondelier (conseillère municipale et conseillère régionale)
Julien Troccaz (secrétaire fédéral – Fédération SUD-Rail)
Françoise Verchère (Maire et conseillère générale honoraire)
Fabien Villedieu (SUD-Rail – Administrateur au Conseil d’Administration SNCF)
Thierry Villiers (coordinateur du groupe local Greenpeace Chambéry)
Gabriel Ullmann (expert environnement)
Cédric Villani (ancien député, Mathématicien)
Élus régionaux et locaux:
Cécile Aubert Michel (Conseillère régionale région Auvergne Rhône-Alpes)
Philippe Basso (Conseiller municipal Albiez le Jeune)
Jean-Pierre Béguin (Conseiller régional Auvergne Rhône-Alpes)
Jezabel Berdoulat (Conseillère municipale de Saint-Martin-la-Porte)
Jean-Yves Berger (Maire de Presle)
Julie Bermond (Conseillère municipale de Villarodin Bourget)
Géraldine Botte (Conseillère municipale Modane)
Olivier Bourquard (Conseiller municipal de Chapareillan)
Alexandra Buisson (Conseillère municipale Villarodin Bourget)
Alexandra Caron-Cusey (Conseillère régionale région Auvergne Rhône-Alpes)
Aicha Cherif (Conseillère municipal de Briançon)
Pierre-Benoît Clément (Conseiller Municipal Saint Etienne de Cuines)
Bruno Cobus (Conseiller municipal de Modane)
Francine Darden (Conseillère Municipale de Briançon)
Grégory Doucet (Maire de Lyon)
Éméline Dufreney (Conseillère municipale Albiez Montrond)
Dominique Ernaga (Conseiller municipal Villarodin Bourget)
Édith Gachet (Adjointe au maire d’Albiez le Jeune)
Ghislain GARLATTI, (conseiller municipal de Porte-de-Savoie)
Vincent Gay (Conseiller régional Auvergne Rhône-Alpes)
Arthur Godfroy (Conseiller municipal de Villarodin Bourget)
Fabienne Grébert (Présidente groupe les écologistes région Auvergne Rhône-Alpes)
Chantal Gros (Conseillère municipale de Saint-Martin la Porte)
Bernard Jus (Conseiller municipal de Saint-Martin la Porte)
Jean-Charles Kohlhaas (Vice-président métropole de Lyon)
Olivier Martin (Conseiller municipal Albiez Montrond)
François Mauduit (1ᵉʳ Adjoint au Maire de Barberaz)
Pierre Mériaux (Adjoint au Maire de Grenoble)
Jean MIELLET (Conseiller municipal Chapareillan)
Michel Mommessin (conseiller municipal du Bourget du lac)
Sandrine Moreau (Conseillère municipale Villarodin Bourget)
Christophe Nicorosi (Conseiller Municipal Bourget du Lac)
Eric Piolle (Maire de Grenoble)
Jean Ruez, (Conseiller municipal de Chambéry)
Erica Sandford (Adjointe au Maire de Modane)
Alain Sibue (Maire de Détrier et Président du Syndicat des eaux de la Rochette)
Élus européens:
François Alfonsi (Député européen, groupe des Verts/ALE)
Benoît Biteau (Député européen, groupe des Verts/ALE)
Damien Carême (Député européen, groupe des Verts/ALE)
Leila Chaïbi (Députée européenne, LFI)
David Cormand (Député européen, groupe des Verts/ALE)
Gwendoline Delbos-Corfield (Députée européenne, groupe des Verts/ALE)
Karima Delli (Présidente de la commission du transport et du tourisme du Parlement européen)
Claude Gruffat (Député européen, groupe des Verts/ALE)
Yannick Jadot (Député européen, groupe des Verts/ALE)
Anne-Sophie Pelletier (Députée européenne, LFI)
Michèle Rivasi (Députée européenne, groupe des Verts/ALE)
Caroline Roose (Députée européenne, groupe des Verts/ALE)
Mounir Satouri (Député européen, groupe des Verts/ALE)
Marie Toussaint (Députée européenne, groupe des Verts/ALE)
Élus nationaux:
Nadège Abomangoli (députée LFI)
Gabriel Amard (député LFI)
Ségolène Amiot (députée LFI)
Rodrigo Arenas (député LFI)
Christine Arrighi (Députée EELV)
Delphine Batho (Députée – présidente de Génération Ecologie)
Julien Bayou (Député EELV)
Lisa Belluco (Députée EELV – membre du COI)
Daniel Breuiller (Sénateur du Val-de-Marne)
Cyrielle Chatelain (Députée EELV)
Sophia Chikirou (députée LFI)
Hadrien Clouet (député LFI)
Jean-François Coulomme (Député Savoie – LFI)
Catherine Couturier, (députée LFI de la Creuse)
Ronan Dantec (Sénateur de la Loire-Atlantique)
Thomas Dossus (Sénateur du Rhône, Groupe Écologiste – Solidarité et Territoires)
Alma Dufour (députée LFI)
Karen Erodi (députée LFI)
Emmanuel Fernandes (député LFI)
Jacques Fernique (Sénateur du Bas-Rhin, en charge du ferroviaire pour le Groupe Écologiste – Solidarité et Territoires)
Sylvie Ferrer (députée LFI )
Caroline Fiat (députée LFI)
Charles Fournier (Député EELV)
Marie-Charlotte Garin (Députée EELV)
Guillaume Gontard – (Sénateur – Président groupe Ecologiste Solidarité et Territoires )
Clémence Guetté (Députée LFI)
Jérémie Iordanoff (Député Isère- EELV)
Hubert Julien-Laferrière (Député EELV)
Joël Labbé (Sénateur du Morbihan)
Bastien Lachaud, (député Seine-Saint-Denis LFI)
Arnaud Le Gall (député LFI)
Elisa Martin (députée de l’Isère LFI)
Carlos Martens Bilongo (député LFI)
Marianne Maximi (députée LFI)
Nathalie Oziol (députée LFI)
Mathilde Panot (Présidente du groupe parlementaire LFI)
Francesca Pasquini (Députée EELV)
Sébastien Peytavie (Député EELV)
Marie Pochon (Députée EELV)
Raymonde Poncet (Sénatrice du Rhône, Groupe Écologiste – Solidarité et Territoires)
Thomas Portes (député LFI)
Loïc Prudhomme (député LFI)
Jean-Claude Raux (Député EELV)
Sandra Regol (Députée EELV)
Sandrine Rousseau (Députée EELV)
Daniel Salmon (Sénateur d’Ile-et-Vilaine, Groupe Écologiste – Solidarité et Territoires)
Eva Sas (Députée EELV)
Sabrina Sebaihi (Députée EELV)
Anne Stambach-Terrenoir (députée LFI)
Ersilia Soudais (députée LFI)
Sophie Taillé-Polian (Députée EELV)
Andrée Taurinya, (Députée LFI)
Nicolas Thierry (Député EELV)
Léo Walter (député LFI)
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11/03/2022
Stato di polizia in Valle Susa
Diversi compagni sono in carcere o agli arresti, tra i quali l’amico e compagno #GiorgioRossetto.
Giorgio, assieme a Nicoletta Dosio a Dana Lauriola e a tante e tanti altri militanti del movimento nella Valle, è vittima di un mostruoso accanimento di tutti gli apparati dello stato.
Che in Valle Susa hanno stabilito una vera e propria occupazione militare e che che agiscono contro i NOTAV con tutte le misure del codice fascista Rocco e con i decreti sicurezza Minniti e Salvini, che lì sono stati sperimentati prima ancora di diventare legge.
Giorgio è un prigioniero politico incarcerato perché si oppone ad una grande opera inutile, costosa, devastante e tra l’altro neppure davvero iniziata sinora. Sì perché sinora il saccheggio e la distruzione dell’ambiente, i carotaggi, i trafori, gli spianamenti ed i presidi militari, non hanno prodotto un solo centimetro del tunnel ferroviario.
In Valle si sono abbattute su una marea di persone una valanga di iniziative poliziesche e giudiziare. Praticamente ogni famiglia, ogni gruppo di conoscenti ha qualcuno colpito dalla repressione.
È la persecuzione politica, la violenza di stato contro un’intera popolazione in lotta. E quando non ci pensa lo stato italiano, lo fa quello francese che detiene #EmilioScalzo.
Altro che mondo libero, è la UE della repressione. Chiedete in Valle Susa quanta democrazia sia rimasta lì, vi risponderanno che l’abbiamo esportata tutta.
All’amico Giorgio, ai compagni dell’Askatasuna, agli arrestati e colpiti da tanti provvedimenti, a tutto il popolo della Valle in lotta contro la mala Grande Opera e contro lo stato di polizia, vanno la nostra solidarietà e la nostra complicità.
Liberi tutti, ora e sempre NOTAV.
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12/02/2022
Emilio è libero. Forza No Tav
A gennaio il ricorso contro l’incarcerazione di Emilio era stato rifiutato dai giudici francesi, ed Emilio pareva dovesse rimanere in carcere per tutta la durata del processo.
La vicenda di Emilio Scalzo era piombata come una variante imprevista anche sulle elezioni per il Presidente della Repubblica, mettendo in crisi la presidenza di Fico e della Casellati quando dalle urne era uscito il suo nome perché prima uno e poi due parlamentari lo avevano votato.
Per oggi, 12 febbraio, erano state convocate in tutta Italia manifestazione per la libertà di Emilio davanti all’ambasciata e ai consolati francesi.
Poi ieri la lieta notizia che ci riempie il cuore nel sapere che Emilio non è più dietro a quelle maledette sbarre.
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12/10/2021
Le deliranti parole di Maurizio Molinari sui NoTav
Tra l’approvazione dei presenti, il direttore del quotidiano la Repubblica, Maurizio Molinari, ha proferito un appassionato monologo sul movimento no tav, che riportiamo testualmente
“I No Tav sono un organizzazione violenta, quanto resta del terrorismo italiano anni '70. Diciamo che per un torinese, No Tav significa sicuramente terrorista metropolitano, chiunque vive a Torino ha questa percezione. La cosa più grave nei confronti dei No Tav è che siccome si avvolgono di una motivazione ambientalista, quando questa motivazione viene legittimata loro reclutano, con una dinamica che ci riporta davvero agli anni '70”.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che sabotaggi, manifestazioni, picchetti e disobbedienza civile sono pratiche di resistenza portate avanti dai movimenti ambientalisti in tutto il globo, tra l’altro regolarmente celebrate proprio sulle pagine del suo giornale purché si verifichino a quella distanza di sicurezza che non infastidisce i finanziatori del suo gruppo editoriale.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che la sua percezione del movimento no tav non è quella di “chiunque vive a Torino”, ma quella di un ristrettissimo circolino formato da qualche esaltato che si è entusiasmato per le madamine del Rotary club, il tempo di un happening in piazza Castello.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che nel movimento no tav si riconoscono, da decenni, centinaia di migliaia di cittadini tra Torino e la Val Susa, la totalità delle associazioni ecologiste italiane e dei partiti verdi che siedono al parlamento europeo senza contare sindaci, consiglieri regionali, unione montana e decine di enti in tutta la regione Piemonte.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che “i no tav” non sono un’organizzazione, violenta o non-violenta che sia, ma un movimento che fa paura per una sua peculiarità davvero unica in Italia: fa quello che dice e dice quello che fa.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che “il terrore” in Val di Susa lo elargisce uno Stato che manganella una popolazione che ha la sola colpa di aver tenuto la schiena dritta per troppo tempo, che minaccia di togliere i figli ai genitori che li portano a manifestare, che entra all’alba nella case per portarsi via parrucchieri, pescivendoli, studenti, commesse e pensionati per rinchiuderli tra quattro mura.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che lui fa il direttore del principale quotidiano “di sinistra” e che sta parlando del più longevo e radicato movimento ambientalista italiano. E che è proprio fortunato a vivere in un paese in cui può vendere anche una solo copia dopo una sparata del genere.
P.S.
Che Maurizio Landini, presente in studio, se ne sia stato capo chino ad annuire a questa serie di enormità, pronunciate tra l’altro nel solo intento di ridimensionare l’assalto alla sede del sindacato di cui è segretario generale, la dice lunga anche sullo stato della CGIL.
Fonte
04/10/2021
Telt e i buchi nell'acqua
Nel mentre nei meandri del tunnel geognostico di Chiomonte, gli addetti ai controlli, notavano un rivolo di acqua che in pochi secondi è diventato un bel ruscello che velocissimo ha allagato i 7 km di lavori fin’ora svolti.
Così hanno chiamato i Pompieri che in tutta risposta gli hanno detto “siamo attrezzati per svuotare cantine e non montagne”.
Le imponenti pompe idrauliche, infatti, 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno “prelevano le acque dalle vasche di raccolta, e le rigurgitano all’esterno dello scavo verso la Val Clarea, spingendole per km come in una gigantesca siringa”, come si legge su La Stampa di ieri.
Quindi questi fenomeni di Telt hanno devastato una montagna, per un tunnel che serve proprio per vedere cosa c’è al suo interno, hanno trovato solo acqua, la stessa che ora gli ha occupato i loro 7 km di cratere mortifero.
La natura si ribella bloccando brutalmente i lavori nel tunnel Tav di Chiomonte. E da Telt minimizzano un problema molto grave con un “macché è tutto sotto controllo”.
Ma il Vice Presidente della Commissione Europea è a conoscenza degli impieghi di consumo energetico per il funzionamento delle pompe idrauliche? Dello spreco d’acqua, di questa importante portata? Gli stessi comuni della valle di Susa non hanno invece risorse per tutelare le popolazioni dalle cicliche e annunciate alluvioni.
Dentro Telt solo pericolosi incompetenti, una vera e propria minaccia per la salute di questo territorio e di chi lo vive, sprecando ingenti fondi pubblici che vengono sottratti ai servizi realmente necessari.
Vogliamo Telt fuori dalla Valsusa.
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31/07/2021
Lamorgese schiera altri 10.000 poliziotti contro i NoTav in Val Susa
Il dispositivo messo in piedi dal Ministero dell’Interno prevede attualmente 180 unità tra poliziotti e soldati in permanenza a presidiare il cantiere di Chiomonte e 170 sul fronte San Didero, presenza che ovviamente “viene rafforzata in occasione di specifiche iniziative di protesta”.
Per il solo mese di luglio sono stati schierate appunto 10.000 unità supplementari rispetto a questo già mastodontico apparato di sicurezza.
Cifre che parlano chiaro: il movimento No Tav continua a essere la spina nel fianco dei governi che si susseguono da 30 anni, la cattiva coscienza di una politica sempre prona agli interessi di poche multinazionali a discapito degli abitanti del territorio, l’incubo di un apparato auto referenziale assolutamente incapace di fare piegare la testa a un movimento genuinamente popolare.
Mentre i giornali si riempivano di lacrime di coccodrillo per l’anniversario del G8 di Genova non si può fare altro che prendere atto che la strategia dello Stato per gestire il dissenso è sempre la stessa.
Le questioni sociali sono trattate come materia di ordine pubblico e l’esercito viene regolarmente schierato contro la popolazione civile.
Dovremo aspettare altri 20 anni per intendere qualche vagito dai sinceri democratici a scoppio ritardato? Perché qui in Val di Susa il silenzio è assordante...
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02/07/2021
Cingolani superTav. Vuole andare a Chiomonte a giocare con la “talpa”
Già direttore del ben poco ecologico Laboratorio Nazionale di Nanotecnologia (NNL), già capo dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT) – organismo incensato da tutti gli economisti neo-liberisti italiani, opaco, stra-pagato con soldi pubblici ma con Confindustria nel CDA – poi Responsabile dell’innovazione per l’azienda di armamenti Leonardo, è infine approdato al ministero fortemente voluto dal M5S come garanzia per entrare nel governo Draghi (addirittura Grillo si presentò con Cingolani ai deputati per convincerli a votare la fiducia).
Quali sono le sue idee di “green”, il ministro l’ha poi chiarito subito coi fatti: autorizzazione di nuove trivelle, apertura verso il ritorno del nucleare in Italia (nonostante l’ipotesi sia stata chiusa da un movimento decennale e due referendum), allentamento dei vincoli ambientali per i parchi foto-voltaici ed eolici, simpatia per gli inceneritori, dichiarazioni contro il divieto della plastica mono-uso...
Sono solo alcune delle perle che ci ha regalato in appena qualche mese colui che dovrebbe rappresentare le istanze ambientaliste in seno al governo “dei migliori”.
Anche su chi dovrebbe pagare il conto della transizione verso un’economia verde il ministro non ha dubbi. Non certo le multinazionali, che hanno accumulato profitti giganteschi devastando il pianeta, ma i cittadini “ad esempio sulla bolletta elettrica”.
Mercoledì, se mai servisse, è arrivata la definitiva conferma della stoffa del ministro porta-bandiera dei grillini. A Torino, durante l’evento ‘La trasformazione ecologica del Piemonte’, Cingolani si è espresso senza riserve a favore del raddoppio della linea Torino-Lione, “parte della trasformazione assolutamente necessaria”.
Addirittura invitato a visitare il cantiere di Chiomonte, risponde beato che “verrà volentieri” anche perché è “incuriosito” da “queste mega talpe al lavoro” che hanno già cominciato a devastare la Val Clarea.
Il ministro ha poi continuato con il grossolano mix di ignoranza e malafede che caratterizza tutti i si tav col cerone verde, dichiarando che il TAV servirà a diminuire “il traffico privato e il piccolo trasporto”.
Peccato che una linea AV tra Torino e Lione sia in servizio da 20 anni, e la già esigua riduzione dei tempi annunciata in pompa magna dai promotori sfumerà definitivamente vista la variante di progetto sulla quale si sta orientando la Francia.
Quanto al “trasporto merci” che il ministro desidera mettere su rotaia, nessuno più di chi vive in Val di Susa sa quanto la diminuzione del numero di camion sia importante. Peccato che una linea alta capacità sia già in esercizio, è stata rinnovata nel 2011 ed è usata a meno del 20% delle sue capacità vista la mancanza di volontà dello stato italiano di usare incentivi fiscali adeguati per scoraggiare il trasporto su gomma, che andrebbero a intaccare i profitti dei soliti noti.
Su una cosa però siamo completamente d’accordo col ministro, come Cingolani crediamo che “le ideologie sono le peggiori nemiche del futuro dei nostri figli”.
Quella del PIL prima della salute, del cemento ad ogni costo e delle valli alpine ridotte a corridoi logistici è certamente quella che sta facendo i danni peggiori. Venire in Val Susa per credere.
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