Il progetto Fcas (Future combat air system, il cacciabombardiere di nuova generazione che Francia e Germania avrebbero dovuto sviluppare insieme) è ufficialmente fallito. Non è più una questione di “segnali preoccupanti” o di “negoziati difficili”: i governi dei due Paesi hanno preso atto del collasso del programma e addirittura già avviato la ricerca di partner alternativi. Le dichiarazioni ufficiali si sono susseguite, le trattative separate sono partite, e nessuno (nemmeno chi aveva investito sforzi e credibilità politica in quel progetto) sostiene che si possa più recuperare.
I media lo raccontano come un fallimento diplomatico, uno scontro di ego industriali, una prova ulteriore delle difficoltà della cooperazione europea. Tutto in una certa misura vero ma superficiale. Perché questa vicenda ci dice (e conferma) elementi molto più importanti e molto più scomodi su come funziona realmente il sistema militare-industriale, su chi indirizza davvero le scelte strategiche degli Stati e su quanto sia vuota la retorica della costruzione di una difesa militare europea comune. Qualche riflessione in più a riguardo di questo “caso” (con possibilità di trarre lezioni importanti) è invece opportuna.
C’è un meccanismo che chiunque segua con attenzione le dinamiche legate al “procurement” militare (cioè la parte “armata delle spese militari) conosce bene, ma che i media generalisti sembrano del tutto incapaci di raccontare. Funziona così: quando i budget per la difesa aumentano (come successo in maniera significativa ed evidente in Europa e negli ultimi anni) le grandi aziende del settore non aspettano che ci sia una chiara esigenza militare da soddisfare, o che siano state elaborate indicazioni a livello politico e militare, ma si buttano sulla creazione di progetti anche parziali, anche preliminari. Specialmente se riguardano sistemi d’arma complessi (e di conseguenza molto costosi) con funzioni e “immagini” evocative. Proprio come un cacciabombardiere. L’obiettivo immediato non è creare le condizioni per sviluppare e costruire un sistema d’arma efficace, piuttosto quello di entrare nel flusso del denaro pubblico, mettendo una mano (o un segnaposto) in un tavolo che si fa sempre più ricco.
Il ragionamento è brutalmente semplice ma spesso non lo si considera: se un’azienda riesce a far partire anche solo la fase esplorativa di un programma (un contratto di studio, una dimostrazione tecnologica, un prototipo, una scatola industriale, un ufficio di sviluppo) quando arriverà il momento delle decisioni importanti potrà presentarsi con un argomento potentissimo: “Abbiamo già iniziato a lavorarci, interrompere adesso costerebbe di più che andare avanti”. È la logica del “sunk cost” (costo irrecuperabile) trasformata in strumento di pressione (o forse sarebbe meglio dire ricatto) politica. I miliardi già spesi diventano un ostaggio: l’industria li tiene in pugno e li usa per condizionare le scelte future degli Stati.
Nel caso del caccia franco-tedesco (come in quasi ogni grande programma di armamento, soprattutto aeronautico, che ha coinvolto i principali Paesi europeo negli ultimi decenni) non si è mai partiti da un’esigenza operativa genuina e condivisa. Non c’era una minaccia identificata, non c’era un requisito militare chiaro e concordato, non c’era una dottrina comune di impiego. Si è iniziato a pensare di progettare un aereo perché costruirlo (o anche solo fingere di farlo) era conveniente per Dassault e Airbus, o per Leonardo e Bae Systems se vogliamo fare il parallelo con il Global combat air programme (Gcap). Il resto è venuto dopo, o nel caso del Fcas non è venuto affatto.
E non si tratta di una situazione eccezionale ed episodica ma della regola. Basta guardare la storia recente dei programmi d’armamento europei. Nessuno di essi ha mai avuto una coerenza di motivazioni dall’inizio alla fine. Si cambia il contesto di relazioni internazionali e alleanze, si ipotizzano nuovi scenari di impiego, si ridefiniscono i requisiti, si rinegoziano i contratti (in aumento), si spostano le date. Perché non sono mai stati guidati da una necessità militare vera, quanto dagli interessi industriali che cercavano di agganciare il treno della spesa pubblica.
Il secondo punto è in un certo senso ancora più inquietante, eppure maggiormente ignorato o sottostimato. Il racconto dominante di queste ore tende a farci passare il messaggio che Francia e Germania non abbiano trovato un accordo politico. Come se Emmanuel Macron e Friedrich Merz si fossero seduti a un tavolo e non fossero riusciti a intendersi. Ma non è andata così. La sequenza reale è inversa: Dassault e Airbus non hanno trovato un accordo industriale e di conseguenza i governi hanno preso atto che il programma non si poteva fare. Prima l’industria, poi gli Stati. Prima gli interessi privati, poi le scelte sovrane.
Un fatto di gravità eccezionale, che varrebbe di per sé pagine e pagine di analisi. In qualunque teoria delle relazioni internazionali (incluse quelle più spregiudicatamente realiste, che mettono la potenza militare degli Stati al centro di tutto) è assurdo anche solo ipotizzare che una decisione strategica di questa portata venga subordinata alle trattative tra due aziende private. Eppure è esattamente ciò che è successo. I governi di due tra le principali potenze europee hanno aspettato che le rispettive industrie trovassero un accordo su quote di mercato, ripartizione del lavoro, accesso alle tecnologie sensibili, brevetti. E quando quell’accordo non è arrivato hanno registrato il fallimento come se fosse un fatto di natura: inevitabile, incolpevole, esterno alla loro volontà.
Non lo era. Era una scelta. La scelta di non scegliere, di delegare il potere decisionale al complesso militare-industriale e poi fingere di subirne le conseguenze.
Il problema che si palesa non è quindi solo di natura tecnica o meramente burocratica. È democratico. Le spese militari sono soldi pubblici. Le alleanze strategiche, le strategie e interessi nazionali, le configurazioni dei modelli di difesa vengono decise (almeno formalmente) da governi eletti con mandato popolare. I trattati di cooperazione vengono firmati da capi di Stato e ministri che rispondono ai Parlamenti. Ma se a determinare se un programma così cruciale (e sulla cui rilevanza politica e strategica si sono anche spesi fiumi di inchiostro) si realizzi o meno è la capacità (o volontà) dei manager di Dassault di accordarsi con Airbus su chi prende quante commesse, allora quella catena democratica è spezzata. È l’industria che governa decisioni così importanti, non gli eletti (e di conseguenza i cittadini elettori). Un elemento grave che andrebbe nominato senza giri di parole, e che dovrebbe allarmare anche gli italiani, considerando quanto anche le industrie del nostro Paese siano coinvolte in progetti simili. Invece si parla di “ostacoli tecnici” e “divergenze industriali” come se fossero elementi esterni ingovernabili da assumere come “dati di fatto”.
Il terzo elemento è quello che più direttamente smonta una narrazione che negli ultimi anni è diventata quasi un dogma: l’idea che aumentando la spesa militare europea, moltiplicando i fondi a vantaggio dei produttori di armi, sostenendo i programmi di acquisizione militare congiunti si stia costruendo qualcosa di concreto e duraturo in termini di capacità militare europea o ancor più in generale di “Difesa Ue”.
Il Fcas è un caso di scuola che dimostra il contrario. Nonostante anni di annunci, nonostante miliardi già stanziati, nonostante la retorica dell’autonomia strategica europea ripetuta come un mantra da Bruxelles a titoli continentali, la cruda evidenza è che Parigi e Berlino non riescono a fare un aereo da caccia insieme. E si tratta solo di due Stati. Ma due dei più ricchi e tecnologicamente avanzati dell’Europa, con una base industriale aeronautica di livello mondiale. Eppure non ci riescono.
Come si può credere allora che magicamente si riesca ad arrivare a un sistema di difesa europea comune solo moltiplicando i soldi del Fondo europeo per la difesa? O inserendo altri capitoli di spesa in strumenti come il Programma per l’industria europea della difesa (Edip), lo strumento di azione per la sicurezza dell’Europa (Safe), o i vari acronimi che si susseguono nei comunicati di Bruxelles, con una Commissione che punta a un aumento a tre cifre dei capitoli a destinazione militare del proprio bilancio? La risposta reale ed evidente, ma che nessuno sta dicendo perché una certa retorica aiuta vari interessi (politici e finanziari), è che non si può. Perché il problema non è la quantità di denaro ma l’ordine logico (e politico) delle priorità.
Una vera difesa europea (ammesso che abbia senso evocarla in un senso così astratto e indeterminato e limitandosi alla sfera militare, che è quella meno efficace per la sicurezza) dovrebbe nascere da un percorso con tappe chiare e consequenziali. Prima una visione politica comune di che cosa sia l’Unione europea (con obiettivo, ruolo, principi fondativi concreti), poi una politica estera condivisa che la sostenga, poi una politica di difesa che sia a servizio di elementi e interessi condivisi (a partire dalla vita dei cittadini), quindi una dottrina militare che derivi da tali indirizzi politici e solo dopo – alla fine – un sistema che progetti e sviluppi sistemi d’arma coerenti con tale dottrina.
Fare esattamente il contrario (iniziare dai contratti industriali sperando che il resto venga da sé) non produce capacità militare. Produce frustrazione politica, discussioni sul nulla, sprechi, frammentazione e la periodica notizia del “programma fallito” che tutti fingono di non capire nella sua essenza e nella sua portata. Il caccia franco-tedesco è l’ennesima, cristallina dimostrazione di questo cortocircuito. Ma non verrà letta come tale. Verrà archiviata come una difficoltà temporanea, un ostacolo superabile, una ragione per aumentare ancora i fondi e moltiplicare ancora i tavoli di lavoro. Perché è questo che fa comodo agli interessi del complesso militare-industriale-finanziario che muovono davvero le leve della spesa militare (e della politica) europea.
Sarebbe bello poter concludere queste riflessioni con una nota di ottimismo pensando che questa volta, finalmente, qualcuno in una posizione di potere si fermi a riflettere. Che i Parlamenti nazionali o quello europeo chiedano conto di come vengono spesi i soldi a favore dell’industria militare, e con quale logica vengono prese le decisioni strategiche. Che il dibattito pubblico si arricchisca di questa lettura più profonda, anziché accontentarsi della superficie.
Non succederà, o quantomeno non succederà abbastanza. Gli interessi che spingono in direzione opposta sono troppo forti, troppo radicati, troppo abili nel trasformare ogni fallimento in un argomento per chiedere più soldi e risorse. E la macchina della retorica militarista europea (con i suoi think tank, i suoi esperti pagati dall’industria, i suoi funzionari in perenne rotazione tra pubblico e privato, i suoi giornalisti con paraocchi cortigiano, le sue liturgie di conferenze e dibattiti televisivi basati sul nulla) è troppo efficiente nel produrre narrazioni capaci di irretire la politica ed evitare un confronto serio con l’opinione pubblica e il pensiero dei cittadini.
Ma almeno si possono descrivere le situazioni per quello che sono realmente: il progetto Fcas di caccia franco-tedesco non è fallito per un problema di coordinamento ma perché era fondato fin dall’inizio su errori nei presupposti, nella logica, nelle priorità. E chi non lo evidenzia non sta raccontando la storia nel modo giusto.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/06/2026
Il caccia franco-tedesco è fallito. Ma nessuno spiega le ragioni e ne trae le giuste lezioni
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