Non è un mistero che Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto suicida in una cella di Manhattan nel 2019, fosse molto più di un semplice miliardario con un’isola privata e un giro di prostituzione minorile.
Da tempo, su InsideOver, abbiamo raccontato i suoi profondi legami con l’intelligence israeliana, con l’ex premier Ehud Barak e con quell’universo di potere che incrocia servizi segreti, finanza e politica internazionale.
Oggi, un’inchiesta esplosiva di Drop Site News getta nuova luce su un aspetto finora rimasto nell'ombra: il ruolo di Epstein e della sua rete israeliana nel plasmare il commercio di minerali di una delle regioni più insanguinate del mondo, la Repubblica Democratica del Congo, uno dei paesi più ricchi al mondo per risorse minerarie, tra cui Cobalto, Rame, Coltan.
Epstein, Barak e il Congo
Documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia statunitense e una serie di email hackerate dalla casella di posta di Barak, pubblicate dall’organizzazione no-profit Distributed Denial of Secrets, rivelano che l’ex primo ministro israeliano e il finanziere pedofilo hanno collaborato strettamente, dopo le dimissioni di Barak da ministro della Difesa nel 2013, per mettere le mani sulle risorse minerarie, petrolifere e del gas dell’Africa.
Epstein non era solo un facilitatore di incontri tra potenti. Come abbiamo già documentato, era un asset, un freelance al servizio di Tel Aviv. Nella transizione di Barak dal mondo militare istituzionale a quello privato, Epstein giocò un ruolo chiave, confezionando servizi di intelligence privati e vendendoli a Stati di polizia in tutto il mondo.
Insieme, i due uomini commercializzavano prodotti di sorveglianza e sicurezza a governi stranieri impegnati a «stabilizzare» conflitti civili. E quale terreno migliore dell’Africa, dilaniata da guerre e ricca di materie prime, per trasformare il caos in flusso di cassa?
Come scrisse lo stesso Epstein a Barak in un’email del 2014: «Con i disordini civili che esplodono in Ucraina, Siria, Somalia, Libia e la disperazione di chi è al potere, non è questo perfetto per te?». Barak rispose: «Hai ragione in un certo senso. Ma non è semplice trasformarlo in un flusso di cassa». Eppure, quel flusso di cassa arrivò. E arrivò dai conflitti stessi.
“Tier One Strike Force” israeliana
Barak, secondo quanto riporta Drop Site News, attinse alla sua rete di contatti nell’intelligence israeliana per espandere i propri affari in Africa, coinvolgendo un nome di peso: Danny Yatom, ex direttore del Mossad (1996-1998), divenuto in seguito consulente per la sicurezza di Barak e poi parlamentare dello Yisrael Beiteinu fino al 2008.
Dopo la politica, Yatom è diventato un contractor privato, consulente per diverse società di sicurezza, tra cui la Global Strategic Group, una piccola società attiva in Africa centrale e guidata da veterani dei servizi segreti israeliani.
Ed è proprio la Global Strategic Group ad essere al centro della vicenda congolese. Una proposta per una «Night Warfare Special Operations Unit», contenuta nella posta di Barak e marcata come classificata, rivela che l’azienda di Yatom addestrò un’unità di forze speciali d’élite nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, ricche di minerali, nel 2013.
Il programma creò una Tier One Strike Force di 150 uomini, addestrata per incursioni notturne, imboscate, antiterrorismo, salvataggio di ostaggi, operazioni di cecchinaggio e azioni dirette. Un’unità che, secondo Yatom, contribuì a ribaltare le sorti del conflitto contro il ribelli dell'M23 (Movimento 23 Marzo) nel Kivu settentrionale.
La diplomazia parallela delle risorse
Mentre le forze israeliane addestravano i militari congolesi nelle colline del Kivu, un altro canale si apriva. Le email mostrano che Epstein chiese al suo stretto collaboratore emiratino, Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente del colosso logistico DP World, di organizzare un incontro con l’allora presidente congolese Joseph Kabila.
L’obiettivo? Investimenti in miniere, petrolio, gas e infrastrutture di trasporto. «Vuole darci investimenti in miniere, petrolio e gas» scrisse Sulayem a Epstein nel maggio 2013.
Epstein, insomma, non si limitava a fare da tramite per Barak. Era un attore a tutto tondo, in grado di muovere fili che andavano dalla sicurezza militare agli affari multimiliardari. Nel 2018, l’anno prima della sua morte, era già coinvolto in una complessa diplomazia parallela sulle sanzioni del Tesoro americano contro un magnate minerario israeliano, Dan Gertler.
Ma come abbiamo già osservato su InsideOver, i legami tra Epstein e l’apparato di sicurezza israeliano – e in particolare con Barak – non si fermano al cuore dell’Africa. Una serie di email, sempre rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia, rivela che il governo israeliano ha installato e gestito un sistema di sicurezza e sorveglianza in un appartamento di Manhattan al 301 East 66th Street, un edificio di proprietà di una società legata al fratello di Epstein, Mark, ma di fatto controllato da Jeffrey. L’appartamento era utilizzato frequentemente dall’ex premier Ehud Barak durante i suoi soggiorni a New York.
L’operazione, partita all’inizio del 2016 e protrattasi per almeno due anni, ha visto funzionari della missione permanente israeliana alle Nazioni Unite coordinarsi direttamente con lo staff di Epstein. Rafi Shlomo, allora responsabile della protezione presso la missione israeliana e capo della sicurezza di Barak, gestiva personalmente l’accesso all’appartamento, effettuando controlli su visitatori, addetti alle pulizie e dipendenti di Epstein.
Le email mostrano scambi dettagliati: la moglie di Barak, Nili Priell, discuteva con l’assistente di Epstein l’installazione di sensori sulle finestre e sistemi di controllo remoto. E lo stesso Epstein autorizzò personalmente i lavori, bucando i muri per installare le apparecchiature. Come scrisse l’assistente di Epstein: «Jeffrey dice che non gli danno fastidio i buchi nei muri, va tutto bene!».
L’inchiesta di Drop Site News sugli affari in Africa di Epstein conferma ciò che su InsideOver abbiamo sempre sostenuto: Jeffrey Epstein non era un semplice finanziere e predatore sessuale con molti soldi. Era un uomo di potere con un rapporto organico con lo Stato di Israele e il suo apparato di sicurezza.
Non necessariamente un agente del Mossad, come alcuni hanno ipotizzato, ma sicuramente un asset, un facilitatore, un uomo di fiducia sempre pronto a mettere la sua rete di contatti e la sua intelligenza finanziaria al servizio di Barak, uno degli uomini più potenti di Tel Aviv.
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