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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/06/2026

La rete israeliana che controlla i minerali congolesi

Non è un mistero che Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto suicida in una cella di Manhattan nel 2019, fosse molto più di un semplice miliardario con un’isola privata e un giro di prostituzione minorile.

Da tempo, su InsideOver, abbiamo raccontato i suoi profondi legami con l’intelligence israeliana, con l’ex premier Ehud Barak e con quell’universo di potere che incrocia servizi segreti, finanza e politica internazionale.

Oggi, un’inchiesta esplosiva di Drop Site News getta nuova luce su un aspetto finora rimasto nell'ombra: il ruolo di Epstein e della sua rete israeliana nel plasmare il commercio di minerali di una delle regioni più insanguinate del mondo, la Repubblica Democratica del Congo, uno dei paesi più ricchi al mondo per risorse minerarie, tra cui Cobalto, Rame, Coltan.
 
Epstein, Barak e il Congo

Documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia statunitense e una serie di email hackerate dalla casella di posta di Barak, pubblicate dall’organizzazione no-profit Distributed Denial of Secrets, rivelano che l’ex primo ministro israeliano e il finanziere pedofilo hanno collaborato strettamente, dopo le dimissioni di Barak da ministro della Difesa nel 2013, per mettere le mani sulle risorse minerarie, petrolifere e del gas dell’Africa.

Epstein non era solo un facilitatore di incontri tra potenti. Come abbiamo già documentato, era un asset, un freelance al servizio di Tel Aviv. Nella transizione di Barak dal mondo militare istituzionale a quello privato, Epstein giocò un ruolo chiave, confezionando servizi di intelligence privati e vendendoli a Stati di polizia in tutto il mondo.

Insieme, i due uomini commercializzavano prodotti di sorveglianza e sicurezza a governi stranieri impegnati a «stabilizzare» conflitti civili. E quale terreno migliore dell’Africa, dilaniata da guerre e ricca di materie prime, per trasformare il caos in flusso di cassa?

Come scrisse lo stesso Epstein a Barak in un’email del 2014: «Con i disordini civili che esplodono in Ucraina, Siria, Somalia, Libia e la disperazione di chi è al potere, non è questo perfetto per te?». Barak rispose: «Hai ragione in un certo senso. Ma non è semplice trasformarlo in un flusso di cassa». Eppure, quel flusso di cassa arrivò. E arrivò dai conflitti stessi.

“Tier One Strike Force” israeliana

Barak, secondo quanto riporta Drop Site News, attinse alla sua rete di contatti nell’intelligence israeliana per espandere i propri affari in Africa, coinvolgendo un nome di peso: Danny Yatom, ex direttore del Mossad (1996-1998), divenuto in seguito consulente per la sicurezza di Barak e poi parlamentare dello Yisrael Beiteinu fino al 2008.

Dopo la politica, Yatom è diventato un contractor privato, consulente per diverse società di sicurezza, tra cui la Global Strategic Group, una piccola società attiva in Africa centrale e guidata da veterani dei servizi segreti israeliani.

Ed è proprio la Global Strategic Group ad essere al centro della vicenda congolese. Una proposta per una «Night Warfare Special Operations Unit», contenuta nella posta di Barak e marcata come classificata, rivela che l’azienda di Yatom addestrò un’unità di forze speciali d’élite nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, ricche di minerali, nel 2013.

Il programma creò una Tier One Strike Force di 150 uomini, addestrata per incursioni notturne, imboscate, antiterrorismo, salvataggio di ostaggi, operazioni di cecchinaggio e azioni dirette. Un’unità che, secondo Yatom, contribuì a ribaltare le sorti del conflitto contro il ribelli dell'M23 (Movimento 23 Marzo) nel Kivu settentrionale.

La diplomazia parallela delle risorse

Mentre le forze israeliane addestravano i militari congolesi nelle colline del Kivu, un altro canale si apriva. Le email mostrano che Epstein chiese al suo stretto collaboratore emiratino, Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente del colosso logistico DP World, di organizzare un incontro con l’allora presidente congolese Joseph Kabila.

L’obiettivo? Investimenti in miniere, petrolio, gas e infrastrutture di trasporto. «Vuole darci investimenti in miniere, petrolio e gas» scrisse Sulayem a Epstein nel maggio 2013.

Epstein, insomma, non si limitava a fare da tramite per Barak. Era un attore a tutto tondo, in grado di muovere fili che andavano dalla sicurezza militare agli affari multimiliardari. Nel 2018, l’anno prima della sua morte, era già coinvolto in una complessa diplomazia parallela sulle sanzioni del Tesoro americano contro un magnate minerario israeliano, Dan Gertler.

Ma come abbiamo già osservato su InsideOver, i legami tra Epstein e l’apparato di sicurezza israeliano – e in particolare con Barak – non si fermano al cuore dell’Africa. Una serie di email, sempre rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia, rivela che il governo israeliano ha installato e gestito un sistema di sicurezza e sorveglianza in un appartamento di Manhattan al 301 East 66th Street, un edificio di proprietà di una società legata al fratello di Epstein, Mark, ma di fatto controllato da Jeffrey. L’appartamento era utilizzato frequentemente dall’ex premier Ehud Barak durante i suoi soggiorni a New York.

L’operazione, partita all’inizio del 2016 e protrattasi per almeno due anni, ha visto funzionari della missione permanente israeliana alle Nazioni Unite coordinarsi direttamente con lo staff di Epstein. Rafi Shlomo, allora responsabile della protezione presso la missione israeliana e capo della sicurezza di Barak, gestiva personalmente l’accesso all’appartamento, effettuando controlli su visitatori, addetti alle pulizie e dipendenti di Epstein.

Le email mostrano scambi dettagliati: la moglie di Barak, Nili Priell, discuteva con l’assistente di Epstein l’installazione di sensori sulle finestre e sistemi di controllo remoto. E lo stesso Epstein autorizzò personalmente i lavori, bucando i muri per installare le apparecchiature. Come scrisse l’assistente di Epstein: «Jeffrey dice che non gli danno fastidio i buchi nei muri, va tutto bene!».

L’inchiesta di Drop Site News sugli affari in Africa di Epstein conferma ciò che su InsideOver abbiamo sempre sostenuto: Jeffrey Epstein non era un semplice finanziere e predatore sessuale con molti soldi. Era un uomo di potere con un rapporto organico con lo Stato di Israele e il suo apparato di sicurezza.

Non necessariamente un agente del Mossad, come alcuni hanno ipotizzato, ma sicuramente un asset, un facilitatore, un uomo di fiducia sempre pronto a mettere la sua rete di contatti e la sua intelligenza finanziaria al servizio di Barak, uno degli uomini più potenti di Tel Aviv.

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05/04/2026

Alla Casa Bianca saltano teste. Trump “frustrato”

La frustrazione di Trump sia sul piano internazionale che sul piano interno sta cominciando a far saltare le teste nell’amministrazione della Casa Bianca.

La prima, quella più clamorosa, è la destituzione di Pam Bondi da attorney general (il nostro ministro di Giustizia, ndr), ma le orecchie stanno fischiando anche al Segretario al Commercio Howard Lutnick e alla Segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer.

Il mese scorso era saltata la testa di Kristi Noem segretaria alla Sicurezza Interna. Il presidente del Centro nazionale per l’Antiterrorismo, Joe Kent, invece si era dimesso da solo.

Anche il Segretario alla Guerra (così è stato ridefinito il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, sic!) Pete Hegseth, ha avanzato la richiesta del ritiro immediato dal servizio del generale Randy George, attuale capo di stato maggiore dell’esercito. 

“Il Presidente è molto arrabbiato e sposterà le persone”, ha detto a Politico un funzionario dell’amministrazione in condizioni di anonimato e a conoscenza delle dinamiche.

Se Trump procederà con una serie più ampia di cambiamenti nell'amministrazione, questo potrebbe rappresentare un importante tentativo di reset per una Casa Bianca che si trova di fronte a un scenario politico inquietante.

Il ruvido segretario al Commercio, Lutnick ha affrontato richieste bipartisan di dimettersi già all’inizio di quest’anno, quando il suo nome era emerso nei fascicoli Epstein. Lutnick finora non è stato accusato di illeciti in relazione ai crimini di Epstein.

Indubbiamente il fracasso maggiore lo ha provocato la destituzione di Pam Bondi dal ruolo di procuratore generale, ma questo potrebbe aumentare ancora di più le difficoltà di Trump con il Congresso. Il 14 aprile – data dell’audizione di Pam Bondi sugli Epstein Files – si avvicina e con esso il momento in cui la ex legale di Trump ed ora ex procuratrice generale dovrà rendere conto delle sue azioni.

Il presidente della Camera per la Supervisione e la Riforma del Governo, James Comer, ha emesso il mese scorso un mandato di comparizione per la testimonianza di Bondi, per obbligarla a deporre per l’indagine su Jeffrey Epstein della commissione del Congresso. La richiesta è stata sostenuta da un voto bipartisan.

Immediatamente dopo il suo licenziamento da parte di Trump, i membri del comitato hanno dichiarato di volerla ancora sentire, e Comer non ha escluso questa possibilità.

Tra l’altro il voto che ha portato alla convocazione della Bondi è stato guidato da una deputata repubblicana, Nancy Mace della Carolina del Sud, affiancata da altri quattro congressisti repubblicani e da tutti i Democratici della commissione presenti. Dopo la notizia del licenziamento del procuratore generale, Mace ha pubblicato un’immagine drammatica del volto di Bondi sovrapposta alla parola “LICENZIATO”.

“Bondi ha gestito i Dossier Epstein in modo terribile e ha seriamente minato il presidente Trump”, ha detto Mace nel suo post sui social media. “Ha bloccato ogni sforzo per ritenere i colpevoli responsabili”

“Ha usato il Dipartimento di Giustizia come arma per proteggere Donald Trump e ha messo in pericolo i sopravvissuti esponendo le loro identità”, ha rincarato la dose il deputato democratico della California Robert Garcia “Non sfuggirà alla responsabilità e rimane legalmente obbligata a comparire davanti al nostro Comitato sotto giuramento”

Una Pam Bondi senza più vincoli di fedeltà con Trump e che è costretta a deporre al Congresso sugli Epstein files può riservare molte sorprese.

Fonte

07/03/2026

La “coalizione Epstein”, a puntino

di Francesca Fornario

Veniamo al mio rompicapo enigmistico preferito: unisci i puntini.

1) Scoppia lo Scandalo Epstein in seguito alla parziale pubblicazione dei file da parte del dipartimento di giustizia del governo Trump. I file evidenziano il legame tra il finanziere pedofilo e il Mossad. Una fonte confidenziale dell’Fbi indica Epstein come agente del Mossad addestrato da Barak: l’ex primo ministro Israeliano ed ex ministro della difesa di Israele era, del resto, sodale e socio in affari di Epstein, soggiornava regolarmente nei suoi appartamenti a NY.
Il legame riguarda anche la compagna e socia in crimine Ghislaine Maxwell, a sua volta figlia di una spia del Mossad. Da anni, l’ex spia del Mossad Ari Ben-Menashe andava spiegando che il pedofilo Epstein era una risorsa del Mossad e che il suo ruolo era quello di organizzare e gestire una “honey trap”, una trappola per ricattare figure influenti dopo averle compromesse attirandole “al miele”.

2) Per i loro rapporti con il finanziere pedofilo emersi dai file rilasciati dal dipartimento di Trump si dimettono politici di primo piano, quasi tutti dell’area del “centrosinistra”.
Ora, chiamare quella roba centrosinistra è come chiamare amore la gelosia: diciamo quindi esponenti del centro di quella roba che ha fatto fuori la sinistra, tipo il New Labour di Blair e Starmer che ha fatto fuori il vecchio labourista Corbyn (con l’accusa – pensa il caso – di antisemitismo).
Si dimette il capo di gabinetto del premier Starmer e viene addirittura arrestato l’ex ministro di Tony Blair e di Gordon Brown, Peter Mandelson, nominato da Starmer ambasciatore in Usa. Si dimette da Harvard l’ex segretario del Tesoro di Bill Clinton, Larry Summers. Lo stesso Clinton – prima volta per un ex presidente – è costretto a testimoniare per evitare l’accusa di Oltraggio al Congresso.
Si dimette in Francia l’ex ministro socialista Jack Lang. In Norvegia lo scandalo travolge l’ex premier laburista Thorbjørn Jagland e l’ambasciatrice svedese Mona Juul.
I documenti contenuti nei file evidenziano il rapporto di lungo corso intrattenuto da Epstein con Mona Juul e suo marito, Terje Rod-Larsen. I due erano stati figure di spicco durante gli Accordi di Oslo tra Israele e Olp. Nel suo ultimo testamento, Epstein avrebbe lasciato 10 milioni di dollari in eredità ai figli della coppia. Il governo Norvegese ne ha chiesto le dimissioni per il sospetto che abbia favorito Israele in cambio di utilità personali.

3) I democratici e la stampa denunciano gli omissis e la mancata pubblicazione dei file che riguardano Trump. Alcuni file compaiono per poi sparire, ma c’era chi aveva fatto in tempo a salvarne le copie. Eppure, Trump era legatissimo al finanziere pedofilo Epstein, che di Trump si era definito il migliore amico.
Si sa che Trump partecipava alle sue feste, volava sul suo “Lolita express”, si sa che tramite lui ha conosciuto la futura moglie Melania quando era una giovane modella. Trump aveva dichiarato in un’intervista che Epstein era un tipo fantastico (“A terrific guy”) e che condividevano la passione per le donne “specialmente quelle moooolto giovani” (“It is even said that he likes beautiful women as much as I do, and many of them are on the younger side!”).
Stranamente però, pur comparendo il nome di Trump migliaia di volte, tra i milioni di email e file resi pubblici, non ci sono documenti che compromettano Trump più di quanto non lo avessero già compromesso queste sue dichiarazioni pubbliche e fatti noti.

4) Il 21 Gennaio, al forum di Davos, Trump dichiara: «Abbiamo cancellato la capacità nucleare dell’Iran con l’operazione Midnight Hammer. Erano a due mesi dall’arma nucleare, adesso non possono più. Ora l’Iran vuole parlare e noi parleremo». Presunta minaccia nucleare archiviata, partono le trattative sull’arricchimento a uso civile dell’uranio.

5) L’11 Febbraio Netanyahu vola da Trump. Dopo l’incontro, nessuna conferenza stampa congiunta. Nel frattempo proseguono i negoziati Usa con l’Iran sul nucleare civile e anche quelli sembrano pienamente soddisfacenti. Trump affida la guida dei negoziati all’Oman, paese alleato.

6) Il 27 Febbraio, il ministro degli esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, annuncia trionfante che i negoziati hanno fatto impensabili passi avanti: «L’Iran ha accettato di non stoccare uranio arricchito. È un fatto completamente nuovo, che rende evidentemente a questo punto la questione risolta, poiché d’ora in poi si può negoziare partendo da questo presupposto. Ci sarà inoltre pieno accesso ai siti nucleari iraniani per gli ispettori dell’Aiea. È una svolta! Le scorte attuali saranno miscelate al livello più basso possibile e convertite definitivamente in combustibile».

7) Il 28 Febbraio gli Stati Uniti attaccano l’Iran. Il segretario di Stato Rubio spiega sostanzialmente che gli Stati Uniti siano intervenuti perché costretti da Israele: “Sapevamo che se l’Iran fosse stato attaccato, anche da qualcun altro, in risposta avrebbe colpito gli Stati Uniti”. Questa era la “minaccia imminente” per gli Stati Uniti. Qualcun altro chi? Trump lo smentisce: nessuno lo ha costretto, è lui che ha deciso l’attacco.

8) Il giornalista Alan Friedman interviene a su La7 per ricostruire i malumori del Pentagono e della Cia contro il ministro della guerra Hegseth: «Viene fuori che Netanyahu ha spinto Trump a bombardare, forse – dice Friedman – lo ricatta con gli Epstein files: se veramente il Mossad sa di atti sessuali e molestie di Trump su una tredicenne allora lo ricatta. Questa è una teoria che adesso a Washington si discute».

9) Il 3 Marzo la Cbs denuncia che, dal momento dell’attacco Usa all’Iran, il Dipartimento di Giustizia americano sta piano piano eliminando i fascicoli su Epstein dal suo sito: a fine febbraio il Dipartimento di Giustizia ha rimosso più di 47.000 file, per un totale di circa 65.500 pagine.
Ricompaiono però le già pubblicate deposizioni all’Fbi di una donna che ha affermato di essere stata aggredita sessualmente da Trump quando lei aveva 13 anni, dopo essere stata presentata a Trump da Jeffrey Epstein. La donna accusa Trump di aver tentato di costringerla a fare sesso orale e di averla picchiata dopo che lei, riluttante, gli aveva morso il pene.
Sono i file noti come FBI 302 e consultabili sul sito del dipartimento. Pubblico il link nei commenti. Oltre tre milioni di file Epstein restano ancora secretati. il Dipartimento di Giustizia ha spiegato di aver escluso dai documenti pubblicati immagini e video che mostrano morte, violenze, abusi sessuali sui bambini e pornografia.

Anche i più fedeli alleati di Trump sono in difficoltà quando devono trovare una spiegazione logica al perché Trump abbia attaccato l’Iran. Non doveva mettere fine alle guerre? Contraria anche la maggioranza degli elettori trumpiani. C’è chi gli si rivolta contro, come l’ex anchorman di Fox News Tucker Carlson. Altri si inabissano, come il vice J.D. Vance e da noi Meloni. Altri ancora prendono il treno in piena faccia che per quello fanno il ministro dei trasporti. Teniamoci stretti.

Fonte

25/02/2026

Lo show al posto del “discorso sull’Unione”

Il momento che dovrebbe segnare il punto più alto di riflessione interna alla superpotenza – il discorso “sullo stato dell’Unione” – nelle mani di Donald Trump diventa sempre uno spettacolo di quart ordine, da tv trash, inframezzato da insulti (reciproci) con gli avversari “dem”, i quattro giudici della Corte Suprema presenti (tra dei quali gli hanno appena bocciato i dazi).

Uno spettacolino con gli ospiti stile Sanremo (la squadra di hockey vincitrice alle Olimpiadi, un pilota rimasto ferito durante il rapimento di Maduro – smentita indiretta del “colpo perfetto” rivendicato in un primo momento), tante chiacchiere, promesse, medaglie e distintivi.

Non si tratta di una sottolineatura riguardante solo il “cattivo gusto” del tycoon. È un modo di gestire il potere che accomuna ormai tutto l’Occidente capitalistico, con le ovvie – e storiche – differenze tra la monarchia britannica, “la classe stilistica” parigina e il pesciarolismo italico.

In comune resta pur sempre il distacco assoluto, verticale, tra classe dirigente e popoli, certificato da una partecipazione elettorale ben al di sotto del 50% e da movimenti di resistenza presenti ovunque.

Movimenti che hanno persino qualche sponda parlamentare, anche negli Usa, come le deputate Rashida Tlaib e Ilhan Omar (di Michigan e Minnesota, ma di origine araba e somala), che hanno più volte interrotto il discorso dando apertamente del bugiardo al presidente, insultandolo a loro volta, mostrando cartelli con i nomi dei morti per mano dell’ICE a Minneapolis.

Parlare dei contenuti politici è quasi impossibile. Trump descrive un mondo che non esiste, più e meglio di quanto non sappia fare la sua omologa “Gioggia”. L’economia va a gonfie vele, tutti si stanno arricchendo, la borsa sale, tutti ci temono, andremo sempre meglio, ecc.. Con tirate da tossicodipendente con le convulsioni e la vocetta stridula, tipo “Stiamo vincendo così tanto che non sappiamo davvero cosa fare al riguardo. La gente mi chiede: ‘per favore, per favore, per favore, signor Presidente, stiamo vincendo troppo. Non ne possiamo più. Non eravamo abituati a vincere nel nostro paese finché non è arrivato lei. Perdevamo sempre’”.

Naturalmente non è vero nulla. La crescita economica ha rallentato, il dollaro si è svalutato di oltre il 10%, Wall Street vive ogni giorno in attesa che la bolla dell’intelligenza artificiale esploda, l’occupazione regge solo con i “lavoretti” precari a salario infame, i maxi-investimenti stranieri pretesi imponendo i dazi tardano ad arrivare e tarderanno anche di più ora che non si sa più esattamente a quanto ammontano i dazi (10 o 15%, ma solo per cinque mesi, poi si vedrà, dopo la sentenza della Corte Suprema).

Che la situazione economica sia pesantemente negativa, per la popolazione, si nota anche dalla promessa trumpiana di estendere a tutti i lavoratori il sistema pensionistico in vigore per i dipendenti federali (“gli statali”, insomma), visto che 50 milioni ne sono completamente privi. E per una popolazione che invecchia è una tragedia annunciata...

C’è anche da dire che Trump non può fare altro che mentire, ormai. Sparandola ogni volta più grossa. In parte perché è nel suo stile – come avevamo spiegato oltre un anno fa – non ammettere mai una sconfitta e rilanciare sempre, da giocatore di poker senza buone carte in mano. Ma in parte maggiore perché da qui a novembre – le elezioni midterm in cui si rinnova metà del Congresso e del Senato – mancano ormai solo otto mesi, e la sua credibilità è scesa al 40% (di coloro che comunque vanno a votare, altrimenti scende a livelli quasi incalcolabili).

Un disastro per i repubblicani lo metterebbe nella posizione infelice dell’“anatra zoppa”, ovvero un presidente senza maggioranza parlamentare costretto a mediare con il Parlamento ogni scelta invece di procedere come un rullo compressore a forza di “decreti esecutivi” più o meno cervellotici.

Il terrore di finire come un “loser” – il massimo degli insulti, nella sua retorica – è tale che sta lavorando strenuamente per ridurre la partecipazione elettorale dei gruppi etnici più colpiti dalle sue politiche contro l’immigrazione (un assaggio si è avuto persino in Texas, dove senza lavoratori chicanos, non importa se regolari o semi-clandestini, la produzione si ferma).

Un lavorio addirittura incostituzionale – le liste elettorali sono responsabilità dei singoli Stati dell’Unione – da far baluginare persino lo spettro di un mini-golpe all’interno della “principale democrazia del mondo” (o sedicente tale).

Dunque fanfare, chiacchiere e ottimismo a go-go, musiche e paillettes. Mentre i file di Epstein escono fuori a spizzichi e bocconi, senza produrre – da parte dei pm, che negli Usa sono addirittura una carica elettiva, ergo politica a tutti gli effetti – neanche una incriminazione.

Un’impunibilità di fatto dell’intera classe dirigente “wasp” e “jewish” (Epstein selezionava i suoi “inviti” su basi rigorosamente razziste e suprematiste) che diventa ogni giorno più indifendibile a fronte di quel che sta avvenendo in Gran Bretagna, dove personaggi come un principe reale e un ex ministro degli esteri sono finiti almeno momentaneamente in galera e molte carriere vengono improvvisamente stroncate.

Donald ride sempre, non può far altro. È il mondo che deve preoccuparsi.

Fonte

20/02/2026

“Trouble in UK”. Arrestato il principe Andrea, trema la leadership britannica

Non stiamo ancora camminando sulle teste dei re, ma sicuramente viene calpestata quella di un principe reale.

Un vero e proprio terremoto politico e morale è infatti in corso nel Regno Unito a seguito dell’arresto dell’ex principe Andrea, prelevato dalla polizia nella sua residenza ‘privata’ di Sandringham con l’accusa di “condotta illecita nell’esercizio di una funzione pubblica”.

L’ex principe della casa reale di Windsor, il già defenestrato Andrea, è stato comunque rilasciato dopo 12 ore in custodia.

Uno sviluppo decisamente clamoroso e inedito in un paese ancora imbrigliato da un profondo sistema di ipocrisie e convenzioni intorno alla monarchia ma anche investito da una pesante crisi di credibilità della propria classe dirigente.

Il fratello di re Carlo III risulta indagato con l’accusa di aver condiviso informazioni riservate con il finanziere Jeffrey Epstein nella sua ex funzione di emissario commerciale del governo di Londra. Un reato che in Gran Bretagna, a seconda della gravità dell’infrazione, può comportare persino l’ergastolo, pur essendo concettualmente simile al nostro “abuso d’ufficio” (che è stato addirittura abolito come reato, dal governo attuale...).

L’accusa sarebbe dunque più legata alla divulgazione di notizie finanziarie riservate piuttosto che in relazione allo scandalo sessuale a seguito delle sue strette frequentazioni passate con il defunto finanziere e predatore sessuale statunitense Jeffrey Epstein, morto ufficialmente per “suicidio” in carcere nel 2019.

Il principe, precedentemente conosciuto come “Air Miles Andy”, avrebbe trattato gli interessi della suo paese come valuta di scambio con un condannato per reati sessuali, presumibilmente in cambio di “favori” di quel tipo.

I file fin qui resi pubblici mostrano che durante i suoi viaggi di lavoro come rappresentante del commercio estero britannico, l’ex principe aveva regolarmente tenuto informato Epstein sulle sue attività, sui colloqui riservati che aveva con i vari governi e quindi sulle possibilità di investimento che il finanziere americano avrebbe potuto sfruttare conoscendo in anticipo gli eventi in grado di “stuzzicare” i mercati.

Il sospetto è che Andrea abbia violato le regole e di fatto tradito il Paese, non solo per amicizia e complicità verso Epstein ma anche a fini di lucro, guadagnando lui stesso dagli investimenti operati dal finanziere grazie alle informazioni riservate ottenute.

Stando a quanto emerge dai materiali contenuti nell’ultima tranche di file visionati dalla BBC, sembra che Andrea abbia consapevolmente condiviso informazioni riservate con Jeffrey Epstein, in particolare durante il suo incarico ufficiale di “inviato commerciale” nel 2010 e 2011 (ossia dopo che Epstein aveva subito una prima condanna per reati sessuali e prostituzione minorile).

Secondo una inchiesta condotta dalla BBC le email dell’ultimo lotto di documenti di Epstein mostrano l’ex principe che trasmette rapporti sulle sue visite a Singapore, Hong Kong e Vietnam, nonché dettagli riservati su opportunità di investimento.

Le email indicano che il 7 ottobre 2010 Andrew inviò al finanziere statunitense i dettagli dei suoi successivi viaggi ufficiali come inviato commerciale in Asia, dove fu accompagnato da soci in affari di Epstein. Dopo il viaggio, il 30 novembre, sembra che abbia inoltrato a Epstein i rapporti ufficiali di quelle visite, inviatigli dal suo allora assistente speciale, Amit Patel, cinque minuti dopo averli ricevuti.

Ma oltre alle accuse relative alla diffusione di notizie riservate e ai guadagni privati ottenuti, sul principe Andrea incombono anche le accuse di essere un predatore sessuale.

Maria Farmer, la prima sopravvissuta al “sistema Epstein”, nota per aver denunciato Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell alla polizia, ha rilasciato una dichiarazione a commento all’arresto del principe Andrea.

“Oggi è solo l’inizio della responsabilità e della giustizia portate avanti da Virginia Roberts Giuffrè, una giovane madre che adorava così profondamente sua figlia da combattere contro i più potenti della terra per proteggerla”, ha detto Maria Farmer. “Ha fatto questo per tutte le figlie. Ora chiediamo che tutti i domino del potere e della corruzione inizino a cadere”

L’ex principe Andrea Windsor-Mountbatten lo scorso ottobre è stato privato di tutti i titoli dall’attuale re, suo fratello Carlo, proprio in seguito alla pubblicazione del libro postumo di memorie di Virginia Roberts Giuffrè, morta suicida, che lo chiamava in causa nello scandalo.

Il principe ha sempre negato le accuse ed aveva raggiunto un primo accordo extragiudiziale con Virginia Giuffre nel 2022, un accordo monetario che non conteneva però alcuna ammissione esplicita di responsabilità o scuse per la vittima.

Negli ultimi mesi era cresciuta la pressione affinché l’ex membro della famiglia reale accettasse di testimoniare negli Stati Uniti nell’ambito delle indagini sul caso Epstein.

Ma la vicenda delle relazioni con il finanziere pedofilo non sta inguaiando solo la monarchia. Anche lo stolido premier britannico Starmer ha i suoi problemi nel giustificare la sua fiducia e gli incarichi assegnati a Peter Mandelson, un vero e proprio monumento della parte peggiore del partito Laburista (i “rampolli” di Tony Blair).

Nel 1994 Mandelson ha contribuito all’elezione di Blair come leader dei laburisti. Oltre a essere un suo stretto alleato e consigliere, ha anche diretto la campagna laburista per le elezioni generali del 1997. Nel 2004 si dimise dal Parlamento diventando Commissario europeo per il Regno Unito.

Dall’ottobre 2008 al maggio 2010 fu Segretario di Stato per le Imprese, l’Innovazione e le Competenze nel governo laburista di Gordon Brown. Successivamente ricoprì le cariche di Lord Presidente del Consiglio e Primo Segretario di Stato, sempre nei governi laburisti.

Nel dicembre 2024 è stato nominato ambasciatore britannico negli Stati Uniti, incarico mantenuto fino all’11 settembre 2025, quando in base alle rivelazioni sul caso Epstein venne dimesso dall’incarico dal suo amico Starmer.

In una recentissima intervista alla BBC lo stesso Starmer ha dovuto affrontare i legami di Peter Mandelson con Epstein, affermando che “nessuno è stato più severo con lui di se stesso”, riguardo alla decisione di nominarlo ambasciatore negli USA.

“Mi sono scusato per la mia decisione di nominare Peter Mandelson ambasciatore, e chiedo scusa alle vittime per aver creduto alle sue bugie”, ha detto Starmer alla televisione. Ma l’omertà e le coperture di cui Mandelson ha goduto in questi anni, stanno mettendo in seria difficoltà la già scarsa credibilità del primo ministro britannico Starmer.

Le cancellerie europee hanno ormai preso l’abitudine di addebitare il loro crollo di credibilità alla “guerra ibrida” della Russia. Ma neanche la più abile disinformazja russa riuscirebbe a realizzare un capolavoro in negativo come quelli a cui stiamo assistendo da Londra a Parigi o da Berlino a Roma.

P.s. Va sottolineato come, nonostante la maggior parte dei personaggi coinvolti dai files di Epstein sia statunitense, negli Usa ancora nessuno è ufficialmente indagato per i reati che in Europa stanno provocando arresti e dimissioni anche eccellenti, come questo che riguarda la famiglia reale inglese.

Fonte

17/02/2026

Starmer, per conto di chi è “premier”?

Il traballante Primo Ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato: “Dopo un accordo di pace sull’Ucraina, dovremo essere pronti a combattere la Russia”.

Starmer è spacciato. Ma le forze oscure che lo hanno portato al potere sono più forti che mai.

Le classi politiche e mediatiche che un tempo veneravano Mandelson e ora lo stanno abbandonando sono le stesse che hanno trascorso cinque anni a distruggere Corbyn.

Circa 30 anni fa, la politica britannica è diventata, per sua natura, una scatola nera: un’arena in cui i potenti ricchi esercitano la loro influenza politica, ermeticamente isolata dalla vista degli elettori.

Solo ora, con la pubblicazione di una parte dei file Epstein, una fioca luce sta illuminando i suoi recessi, a indicare quanto completamente la classe dei miliardari abbia preso il controllo della vita politica in Gran Bretagna.

Il processo ebbe inizio negli anni Novanta, quando l’allora primo ministro Tony Blair reinventò il Partito Laburista, un tempo socialista e democratico, chiamandolo “New Labour”, accettando i presupposti neoliberisti del suo predecessore conservatore, Margaret Thatcher.

Blair abbandonò progressivamente il tradizionale sostegno ai sindacati e trasformò il partito laburista in un partito manageriale al servizio del capitale, promettendo di servire gli interessi delle più grandi aziende del mondo [questo processo è assolutamente contemporaneo dell’analoga trasformazione dell’ex Pci in Pd, ndr].

La figura che personificava questa tendenza fu Peter Mandelson, uno degli artefici del New Labour. Nel 1998, durante un viaggio nella Silicon Valley in qualità di segretario al Commercio per incontrare i miliardari emergenti del settore tecnologico, dichiarò la famosa frase: “Siamo estremamente tranquilli riguardo al fatto che la gente diventi ricca sfondata”.

Gli piace sottolineare di aver aggiunto “purché paghino le tasse”. Ma Blair e Mandelson hanno contribuito a progettare condizioni preferenziali che hanno garantito che i giganti della tecnologia non pagassero praticamente alcuna tassa nel Regno Unito, il tutto, ovviamente, nell’interesse di “attrarre investimenti”.

Il problema non era semplicemente che le priorità del New Labour erano diventate simili a quelle dei Conservatori.

E non è stato solo il fatto che il partito laburista si sia avvicinato ai super-ricchi a spingere i conservatori sempre più a destra nel tentativo di distinguersi, un processo che ha portato infine all’implosione del Partito Conservatore e all’emergere di un nuovo pretendente al trono della destra, il partito “riformista” di Nigel Farage.

No, il problema più grave era che, mentre il New Labour e i Tories gareggiavano equamente per ottenere il favore dei super-ricchi e dei media di loro proprietà nella speranza di essere introdotti alla carica, nessuno dei due osava invertire i guadagni economici inaspettati accumulati dai miliardari.

Né entrambi i partiti avevano alcun incentivo a denunciare la crescente presa di potere e corruzione della politica britannica da parte della classe dei miliardari, perché quella presa di potere era diventata il vero scopo del gioco politico.

Così nacque la scatola nera della politica britannica, finché i file Epstein, resi pubblici da un’amministrazione Trump più preoccupata di proteggere i propri segreti che quelli dei politici britannici, non ne hanno sollevato il coperchio quel tanto che bastava per rivelare cosa stava succedendo al suo interno. 

Il Primo Ministro coltivato in laboratorio

La polizia britannica sta ora indagando su Mandelson per “cattiva condotta nell’esercizio della sua carica pubblica”, in base alle accuse secondo cui avrebbe fatto trapelare informazioni governative riservate a Jeffrey Epstein nel 2009 e nel 2010, informazioni che Epstein avrebbe potuto utilizzare per arricchirsi.

Andrew Mountbatten-Windsor, un membro meno formale del sistema politico, sembra aver fatto più o meno la stessa cosa nella sua veste di inviato commerciale della Gran Bretagna.

Nello stesso periodo, Mandelson è noto per aver fatto pressioni sul Tesoro, su suggerimento di Epstein, affinché attenuasse la prevista tassa sui bonus dei banchieri. Incoraggiò l’amministratore delegato della banca d’investimento JP Morgan a “minacciare moderatamente” l’allora cancelliere per dissuaderlo dal sostenere la tassa.

Mandelson e il suo attuale marito, Reinaldo Avila da Silva, avevano già ricevuto ingenti pagamenti da Epstein.

Dopo le rivelazioni, i politici laburisti hanno fatto a gara per prendere le distanze da Mandelson, anche quelli, come il ministro della Salute Wes Streeting, che erano noti per essere suoi vicini.

Ma in realtà è difficile immaginare che Mandelson, esperto esponente del partito laburista e mentore della cerchia di funzionari che ha portato Keir Starmer al potere, fosse una specie di caso isolato.

Fermatevi un attimo per analizzare gli ultimi quattro primi ministri della Gran Bretagna: tre conservatori (Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak), seguiti dal laburista Starmer.

Sono la prova lampante di come la classe dei miliardari sia riuscita a svuotare le strutture politiche britanniche al punto che non riescono più a produrre leader seri.

Johnson non era solo un bugiardo seriale, ma riuscì persino nell’impresa sbalorditiva di trasformare una vita da pagliaccio in una qualifica di leadership. Era il politico panem et circenses per eccellenza.

Truss arrivò in carica così inebriata dalle fantasie alimentate dai miliardari sui mercati non regolamentati che prontamente fece crollare proprio il sistema che credeva di aver liberato.

Con Sunak, i miliardari avevano uno dei loro al comando, nel suo caso un quasi miliardario, con un patrimonio pari a quello di Re Carlo. Come cancelliere, Sunak era così fuori dal mondo reale che non sapeva come usare una carta di credito contactless.

E ora, in Starmer, i miliardari hanno trovato il loro “uomo del popolo” sintetico, creato in laboratorio: uno così inesperto di politica e potere che i suoi più stretti consiglieri, nascosti alla vista, hanno detto ai giornalisti che era un contenitore vuoto attraverso cui gestivano il governo.

Oppure, come dicono loro, usando una metafora che risuona soprattutto con le élite bancarie e mediatiche londinesi: “Keir non guida il treno. Pensa di guidarlo, ma lo abbiamo messo davanti alla DLR”, un riferimento alla Docklands Light Railway, la linea ferroviaria leggera automatizzata e senza conducente che collega il centro commerciale, bancario e mediatico di Canary Wharf al resto di Londra. 

“Nessun altro posto dove andare”

Starmer, il primo ministro più impopolare di sempre, si aggrappa alla carica con le unghie e con i denti.

Ci riesce in gran parte perché Mandelson e i suoi protetti, tra cui Morgan McSweeney, capo dello staff di Starmer, costretto a dimettersi lo scorso fine settimana nel tentativo di salvare il suo capo, hanno da tempo svuotato il Partito Laburista di chiunque avesse talento o indipendenza di pensiero.

Perché? Perché il partito laburista di Mandelson rifiutava politiche sostanziali che richiedessero il confronto con i ricchi. Non si considerava più un rappresentante degli interessi dei lavoratori in opposizione allo sfruttamento da parte di un’élite aziendale.

Il suo unico obiettivo era rassicurare i miliardari che proteggere i loro profitti era fondamentale. Tutto il resto era secondario.

Jon Trickett, che in passato è stato segretario privato di Mandelson, osserva che il New Labour dava per scontato che “gli elettori della classe operaia non avessero nessun altro posto dove andare. Secondo questa logica, il governo non aveva bisogno di usare il potere di governo per assicurarsi i loro voti”.

Conclude: “In definitiva, il New Labour avrebbe dovuto essere meno un movimento di rinnovamento e più un riorientamento verso le reti d’élite del capitale globale”.

L’ex attivista laburista James Schneider osserva su Mandelson: “Ha lavorato per modernizzare il linguaggio del partito e riorganizzarne le lealtà, per rendere il partito sicuro per i consigli di amministrazione, malleabile nei confronti dei lobbisti e ostile a qualsiasi ripresa dei suoi vecchi impegni nei confronti dei sindacati o della proprietà pubblica”.

Fu questa intimità con la classe dei miliardari a far sì che Mandelson continuasse a tornare al governo come un soldo rotto, nonostante venisse spesso licenziato in disgrazia. 

Tiro al bersaglio

La lente più adatta per valutare l’attuale crisi del partito laburista, e lo scandalo Mandelson, è quella del predecessore di Starmer alla guida del partito, Jeremy Corbyn.

La classe politica e mediatica che un tempo venerava Mandelson e ora si affretta a rinnegarlo è la stessa classe che ha trascorso cinque anni a distruggere Corbyn.

Di fatto, Mandelson e Corbyn sono stati i due assi attorno ai quali si sono fuse le diverse visioni del futuro della Gran Bretagna nel partito laburista.

Sotto la guida di Blair, Mandelson si impegnò a rimodellare i parlamentari e la burocrazia del partito laburista a sua immagine: come partito manageriale per la classe emergente dei signori della tecnologia.

Ma non è riuscito a portare con sé il terzo centro di potere del partito laburista, ovvero i suoi membri, ed è per questo che Corbyn è sfuggito alle garanzie istituzionali nel 2015 e si è ritrovato eletto leader.

A quel tempo, il partito laburista era da tempo un partito tecnocratico e senz’anima, in competizione con i conservatori per soddisfare le esigenze dei ricchi, pur nutrendo la fragile speranza che, per miracolosa osmosi, un po’ della loro ricchezza sarebbe arrivata anche a noi.

Le priorità politiche di Corbyn erano l’antitesi di tutto ciò che Mandelson rappresentava e l’opposto di ciò che volevano i miliardari a cui per decenni è stato permesso di saccheggiare i servizi pubblici britannici.

Chiedeva la ricostruzione di un’economia redistributiva più equa, basata sui principi del socialismo democratico. Voleva riprendere il controllo dei servizi pubblici nazionali ed espandere i servizi pubblici. Il suo obiettivo era costruire solidarietà comunitaria e di classe: “Per i molti, non per i pochi”.

Nel 2017, Mandelson rivelò che sbarazzarsi di Corbyn come leader del partito laburista era la sua missione politica: “Lavoro ogni singolo giorno, in qualche piccolo modo, per anticipare la fine del suo mandato. Qualsiasi cosa, per quanto piccola possa essere – un’e-mail, una telefonata o una riunione che convoco – ogni giorno cerco di fare qualcosa per salvare il Partito Laburista dalla sua leadership”.

I media di proprietà dei miliardari, ovviamente, erano più che disposti ad aiutarlo.

Corbyn era considerato troppo “trasandato” per essere primo ministro. Era sessista. O non era abbastanza patriottico o rappresentava una minaccia per la sicurezza nazionale. O era troppo ottuso per guidare il Paese o era una spia russa.

E infine, naturalmente, lui e le centinaia di migliaia di nuovi membri attratti dal partito laburista dal suo messaggio di cambiamento e speranza erano antisemiti perché criticavano l’occupazione permanente e illegale dei palestinesi da parte di Israele.

Nell’ombra, venivano preparati piani di emergenza in caso di vittoria di Corbyn. Un generale dell’esercito ha dichiarato al Sunday Times che la classe dirigente si sarebbe ammutinata per rovesciare qualsiasi governo guidato da Corbyn. Immagini trapelate mostravano soldati in Afghanistan che usavano il suo volto come bersaglio. 

‘Corri il guanto di sfida’

Dietro tutto questo si cela la potenza degli Stati Uniti, il nucleo imperiale la cui politica è ancora più profondamente radicata nella classe dei miliardari.

In una registrazione trapelata nel 2019, il Segretario di Stato americano ed ex direttore della CIA, Mike Pompeo, avvertì che era fondamentale impedire al leader laburista di arrivare al potere, suggerendo che fosse già in corso una campagna organizzata per screditare Corbyn.

“Potrebbe darsi che Corbyn riesca a superare la sfida e farsi eleggere. È possibile”, ha detto Pompeo. “Sappiate che non aspetteremo che faccia queste cose per iniziare a reagire. È troppo rischioso, troppo importante e troppo difficile una volta che è già successo”.

Perché le istituzioni statunitensi e britanniche erano così determinate a fermare l’avanzata di Corbyn, anche se ciò significava sabotare apertamente il processo politico democratico del Regno Unito?

Proprio perché Corbyn era l’unico importante politico britannico a non essere stato catturato.

Durante il suo mandato come leader laburista, le elezioni britanniche hanno smesso di essere puro teatro politico. Il voto contava. La politica, per una volta, era una questione di sostanza. È emerso un leader che non equiparava gli interessi degli elettori comuni alla ricchezza dei miliardari.

Se Corbyn fosse riuscito a superare la sfida di Pompeo ed entrare al numero 10 di Downing Street, sarebbe stato in grado di sradicare la cricca di Mandelson che controlla il partito laburista e di restituire voce alla gente comune.

Corbyn intendeva porre fine al regime di austerità bipartisan in vigore nel Regno Unito, ormai durato 16 anni, ovvero la politica economica che giustificava le continue razzie delle casse pubbliche da parte dei miliardari.

Le imposte sul patrimonio, i limiti alle retribuzioni eccessive, la comproprietà dei lavoratori nelle grandi aziende, la nazionalizzazione e le imposte sugli utili straordinari avrebbero tutti colpito duramente le tasche dei miliardari. 

Le linee rosse di Corbyn

È altrettanto difficile immaginare che la politica estera britannica avrebbe seguito lo stesso corso bipartisan degli ultimi anni sotto la guida di Corbyn.

Egli non avrebbe mai dato priorità ai profitti dei produttori di armi rispetto alla vita di decine di migliaia di bambini palestinesi a Gaza.

Non avrebbe mai accettato di utilizzare aerei britannici per trasportare bombe statunitensi da 2.000 libbre in Israele per radere al suolo Gaza, né di effettuare voli spia della RAF sull’enclave per fornire a Israele le informazioni di intelligence utilizzate per colpire i palestinesi.

Inutile dire che non avrebbe mai accettato, come ha fatto Starmer, che Israele avesse il “diritto” di privare la popolazione di Gaza di cibo, acqua e carburante.

E avrebbe respinto la serie di restrizioni alla libertà di parola e di protesta in patria, volte a proteggere Israele dagli oppositori del suo documentato genocidio – ora riclassificati come “terroristi” – che stanno gradualmente spianando la strada a uno stato di polizia.

Più in generale, si sarebbe opposto al continuo sostegno britannico alle “guerre eterne”, linfa vitale di una classe miliardaria che ha bisogno di controllare le risorse globali per sé e che ingrassa sempre di più grazie ai profitti delle industrie belliche.

Non avrebbe mai accettato, come ha fatto Starmer, di più che raddoppiare la spesa del Regno Unito per la macchina da guerra della NATO, una bella piccola entrata per i miliardari su cui insiste il miliardario Donald Trump.

Sotto Corbyn, la Gran Bretagna avrebbe ceduto il controllo del suo enorme database NHS, ovvero i dati su di te e su di me, a un gigante della tecnologia di spionaggio statunitense come Palantir, che è già fondamentale nel genocidio di Israele a Gaza e nella neonata milizia fascista di Trump, l’ICE?

Sappiamo la risposta, perché Corbyn ce l’ha detta.

Uno dei ministri di Corbyn chiederebbe, come il ministro degli Interni Shabana Mahmood, di usare l’intelligenza artificiale per reinventare un’idea di sorveglianza del XVIII secolo, il Panopticon, che garantirà, per usare le sue parole, che “gli occhi dello Stato possano essere puntati su di te in ogni momento”

Legami poco chiari con i miliardari

C’è un motivo per cui ora è aperta la caccia a Mandelson. Perché i miliardari – e i loro media – preferirebbero che il tuo odio fosse rivolto alla loro arci-creatura piuttosto che a loro direttamente.

La teoria della “mela marcia” (o due, se si conta Mountbatten-Windsor) distoglie utilmente la nostra attenzione da chi e cosa veniva servito.

L’attenzione si concentra sul rapporto personale di Mandelson con Epstein. Ma la sua rete di legami commerciali si estendeva ben oltre un singolo predatore sessuale.

Fino a questo mese, quando è stato costretto a disinvestire sotto l’attento controllo in seguito alla pubblicazione dei file Epstein, Mandelson era fondatore e socio senior della società di lobbying Global Counsel. I suoi clienti sono alcune delle aziende più potenti del pianeta.

Molti di loro si stanno ora salvando per evitare di essere associati a Mandelson. Ma tra i clienti esistenti o recentemente usciti ci sono colossi della tecnologia come Palantir, TikTok e OpenAI; aziende di combustibili fossili come Shell, Anglo American e Glencore; servizi finanziari come JP Morgan, Standard Chartered, Barclays e Bank of America; e aziende di beni di consumo come Nestlé, Shein, BMW e la Premier League inglese.

Non è che queste aziende abbiano commesso qualcosa di illegale nell’essere rappresentate da Global Counsel, o che Global Counsel stessa abbia commesso qualcosa di illegale. È che l’interfaccia in gran parte invisibile tra il mondo della politica e le aziende più potenti della storia umana ha plasmato ciò che è considerato legale.

L’oscurità di questo sistema è proprio il suo punto.

Nel 2010, Mandelson disse a Epstein che la Global Counsel, che stava allora fondando, avrebbe fornito “consulenti sulla politica degli accordi che si desidera negoziare e sulle questioni che si desidera risolvere o sulle modifiche normative necessarie per la protezione/il successo commerciale”.

Almeno ora, sotto pressione, la nostra classe politica prigioniera sta iniziando a porsi domande molto limitate su cosa stia realmente accadendo.

Ad esempio, come ha fatto il cliente di Mandelson, Palantir, ad aggiudicarsi un contratto da 241 milioni di sterline (329 milioni di dollari) con il Ministero della Difesa del Regno Unito senza una gara d’appalto aperta? E perché un incontro ufficiale a Washington DC tra Mandelson, Starmer e l’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, non è stato verbalizzato?

Un altro cliente di Global Counsel, OpenAI, che ha recentemente firmato un accordo con il Regno Unito per valutare l’integrazione della sua intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari, di sicurezza e di istruzione, ha recentemente nominato George Osborne, ex cancelliere britannico, come suo rappresentante principale. Sarà responsabile della collaborazione con i governi di tutto il mondo per la definizione delle loro politiche in materia di intelligenza artificiale . 

Diffamazione

È impossibile immaginare che Corbyn si sia inserito volontariamente in questo mondo di controllo aziendale, ora requisito minimo per qualsiasi politico che aspiri a un ruolo nel governo, ed è per questo che non solo i miliardari e i loro media, ma anche la burocrazia del Partito Laburista, hanno lavorato instancabilmente alla diffamazione di Corbyn.

L’ascesa e la caduta di Morgan McSweeney, fino allo scorso fine settimana capo dello staff di Starmer, esemplificano questa oscura impresa congiunta delle élite politiche e imprenditoriali.

McSweeney ha mosso i primi passi in politica nei primi anni 2000, sviluppando per Mandelson un database politico noto come “Excalibur” per perfezionare i messaggi della campagna elettorale laburista e raccogliere informazioni da utilizzare contro gli oppositori politici, tra cui i parlamentari laburisti, spesso divulgandole a giornalisti favorevoli.

McSweeney non solo ha avuto un ruolo fondamentale nella creazione del primo ministro di plastica per eccellenza, Starmer, ma è stato anche determinante nella precedente campagna autolesionista del partito laburista per far cadere Corbyn, come spiega il giornalista investigativo Paul Holden nel suo recente libro The Fraud.

Subito dopo l’elezione di Corbyn a leader del partito laburista nel 2015, McSweeney prese le redini di un gruppo di fazioni che formò un think tank chiamato Labour Together, la cui missione segreta era quella di distruggere il nuovo leader e promuovere un sostituto visto più favorevolmente dai donatori aziendali.

Di fatto, Labour Together è diventato un fondo segreto destinato principalmente a ricchi donatori, uno dei quali era profondamente interessato a riciclare l’immagine di Israele, l’altro aveva fatto ingenti investimenti nell’assistenza sanitaria privata, per sostenere la causa.

Al momento delle elezioni del 2020 per sostituire Corbyn alla guida del partito laburista, Labour Together aveva accumulato una piccola fortuna.

Per legge, circa 730.000 sterline (996.000 dollari) avrebbero dovuto essere dichiarate alla Commissione Elettorale. Ma McSweeney non lo ha fatto e nel 2021 la Commissione Elettorale ha ritenuto il gruppo colpevole di oltre 20 diverse violazioni della legge. In seguito è stato multato.

Holden sostiene che l’evasività di McSweeney avesse uno scopo politico: impedire il controllo delle attività di Labour Together.

Il think tank ha utilizzato i fondi non dichiarati per fondare clandestinamente gruppi di “astro-turf” – finti movimenti di base finanziati da aziende – che hanno promosso una campagna diffamatoria contro Corbyn e i suoi sostenitori, bollandoli come antisemiti. Allo stesso tempo, Starmer è stato promosso, soprattutto tra i membri del partito laburista, come un uomo pulito che avrebbe ampiamente seguito le orme di Corbyn.

Una volta diventato leader, Starmer aveva tutte le carte in regola per epurare gli esponenti della sinistra dal partito e smembrare la base dei suoi iscritti, in modo che il controllo potesse essere restituito ai donatori aziendali.

Holden conclude: “Il progetto politico che ci ha portato al governo Starmer è stato un’impresa sconsiderata e probabilmente illegale, la cui cattiva condotta minaccia la salute della democrazia britannica”

Merce danneggiata

In particolare, Holden e un piccolo gruppo di giornalisti che hanno cercato di scrutare la scatola nera della politica britannica sotto Starmer hanno scoperto questo mese di essere stati loro stessi presi di mira da un’indagine segreta da parte di un alleato di Starmer.

Nel 2023, Josh Simons, ora ministro del governo laburista, pagò 30.000 sterline (41.000 dollari) a un’agenzia di pubbliche relazioni per la gestione delle crisi, affinché identificasse i giornalisti, tra cui Holden, che avevano indagato sulle attività di Labour Together, nonché le loro fonti.

All’epoca, Simons era il direttore di Labour Together, come successore di McSweeney.

Sembra che l’obiettivo fosse quello di spaventare i giornalisti o di diffamarli con storie inventate sui media.

Holden apre The Fraud con un resoconto del Guardian, in seguito all’operazione di sorveglianza di Simons, che lo avverte che stavano per pubblicare affermazioni secondo cui sarebbe stato indagato per un attacco informatico illegale alla Commissione elettorale nel 2021.

Quando Holden ha minacciato di intentare una causa per diffamazione, il Guardian ha fatto marcia indietro.

La verità è che gli scandali che hanno coinvolto Mandelson, McSweeney e Starmer sono stati fin troppo evidenti per i giornalisti di Westminster per anni.

Questi giornalisti hanno scelto di rimanere in silenzio, proteggendo la scatola nera, in parte per paura di tradire direttamente queste potenti figure politiche e in parte per paura di tradire i potenti proprietari delle piattaforme mediatiche che li impiegano.

Mandelson e McSweeney sono già fuori, e Starmer non è certo lontano da loro. Ora sono merce danneggiata e irreparabile. Ma il sistema che li ha creati è ancora forte come sempre. E presto troverà una nuova serie di avatar per eseguire i suoi ordini.

*****

La minaccia è la pace

Starmer si è presentato a Monaco e ha affermato che la Russia ha commesso un “errore strategico”.

Poi, nello stesso momento, ha ammesso che la Russia sta espandendo il suo esercito e la sua base industriale a una velocità vertiginosa, nel bel mezzo di una guerra.

Cos’è, Keir? Un errore... o una macchina che non riesci a fermare?

La verità è più sgradevole di entrambe le risposte. L’errore strategico non è stato il fatto che Mosca abbia frainteso l’Europa. Ma che è stata l’Europa a fraintendere Mosca.

L’Europa ha reciso la propria spina dorsale energetica. Ha svuotato la sua industria a comando e solo ora, all’ultimo minuto, cerca di riavviare un complesso militare-industriale in rovina. L’Europa si è convinta che le conferenze stampa teatrali potessero sostituire le linee di produzione e l’acciaio.

E ora Merz, con faccia seria, afferma che l’economia dell’UE è “dieci volte” quella della Russia, eppure l’Europa non è dieci volte più forte. Io lo interpreto più come una confessione dell’umiliazione dell’Europa.

Inoltre... non fingiamo che il numero 10x significhi quello che vogliono che significhi. La guerra industriale non si combatte con il PIL nominale. Si combatte con il potere d’acquisto, i costi energetici, la capacità produttiva e la capacità di mobilitazione dello Stato. Persino i burocrati della difesa a livello UE usano esplicitamente le conversioni in PPA quando confrontano i bilanci, perché chiunque sia serio sa che il prezzo di listino non equivale alla produzione reale.

E vogliono applausi per questo?

Poi Starmer fa la vera rivelazione... la pace non ridurrebbe il pericolo, ma lo aumenterebbe.

Leggetelo con calma. La minaccia è la pace. Non la guerra. Non l’escalation. Non un errore di calcolo.

Pace!

Quando la pace diventa una minaccia, non stai difendendo l’Europa: la stai preparando al sacrificio finale.

Quindi, quando Starmer afferma che un accordo di pace farebbe sì che la Russia “si riarmi più velocemente”, sta dicendo a voce alta la parte nascosta: in realtà non vogliono la pace a meno che non preservi il racket della mobilitazione. La pace diventa la “minaccia” perché pone fine al canale della paura che giustifica un decennio di spese, truffe Ponzi sugli appalti e politiche di emergenza.

Ed è qui che si passa dall’ipocrisia a qualcosa di più oscuro: Starmer sta di fatto offrendo volontariamente all’Europa una posizione di escalation “fino alla fine del decennio”, fingendo che questa sia “stabilità”. Questa retorica è come camminare nel sonno verso l’abisso. Non è necessario desiderare la catastrofe per orientarsi verso di essa, basta normalizzare il linguaggio dell’inevitabilità: “essere pronti a combattere, accelerare i preparativi, risposta completa”.

E chiariamo la scala di crescita a cui si sta avvicinando.

L’Europa è indietro di generazioni nell’adozione di sistemi missilistici e d’attacco di fascia alta, che oggi definiscono la deterrenza russa. La segnalazione russa con sistemi come l’Oreshnik, un missile balistico a medio raggio utilizzato almeno due volte dal 2024, con velocità fino a Mach 11 in fase terminale e dispersione del carico utile di tipo MIRV, è un messaggio cinetico: i gradini dell’escalation esistono e sono controllati dalla Russia.

Quindi risparmiateci il cosplay morale. L’Europa non ci è inciampata. L’ha scelto, con l’autolesionismo economico, la deindustrializzazione, il sabotaggio energetico, e poi il gran finale... vendere all’opinione pubblica un futuro in cui la pace è pericolosa e la mobilitazione perpetua è “responsabile”. Questo è l’errore strategico su scala darwiniana.

Questa asimmetria non è retorica. È fisica. E alla fisica non importa niente dei discorsi di Monaco.

Quindi, quando Starmer parla di “risposte complete” e “preparazione accelerata”, non sta offrendo sicurezza agli europei. Sta offrendo un futuro in cui gli errori di calcolo diventano statisticamente inevitabili.

E questa è la parte imperdonabile. L’escalation mascherata da prudenza è un’incoscienza criminale.

E la storia è spietata con i leader che scambiano la retorica delirante per potere.

Il video.

Fonte

16/02/2026

Epstein: oltre lo scandalo, entrare nella logistica del sistema

Premessa. La censura su Meta sta diventando piuttosto pesante, ce ne siamo accorti tutti/e, tra sciami di bot, post spostati, post segnalati, fino a condizionare ciò che scriviamo o mostriamo. Come molti mi sto guardando intorno. Substack sembra essere una buona piattaforma. Al momento i miei articoli più lunghi proverò a metterli anche lì. Poi vedremo.

Quindi questo articolo lo trovate anche lì.

Cosa ho capito dell’archivio

Dopo più di dieci giorni passati a immergermi nel mare magnum delle mail e dei documenti che compongono l’archivio Epstein, ho capito che un solo individuo, salvo rari casi di coinvolgimenti palesi e documentati senza censure, non è in grado di comprendere la totalità del mosaico.

Ci troviamo di fronte a un sistema così stratificato e iper-connesso che lo sguardo umano, solitamente abituato a cercare una narrazione lineare di colpa e castigo, naufraga inevitabilmente nel gorgo del sensazionalismo. La reazione istintiva è la ricerca della cosa più “schifosa”, dello shock pornografico o del dettaglio che possa scuotere un’opinione pubblica ormai assuefatta a ogni forma di aberrazione.

I giornalisti, salvo pochissimi, non stanno facendo il loro lavoro, dovrebbe essere infatti una priorità mondiale, ma siamo fortunati se troviamo dei trafiletti sotto a notizie insignificanti.

Dobbiamo anche denunciare che l’operazione di rilascio di questi tre milioni di file, funestata da pesanti omissis che troppo spesso sembrano proteggere i nomi chiave degli abusatori piuttosto che la dignità delle vittime, non è un caos casuale, ma un atto deliberato. La mancanza di un filo logico e la frammentarietà cronologica dei dati sono strategie tese a livellare ogni informazione, mettendo tutto sullo stesso piano affinché il disegno d’insieme scompaia nel rumore di fondo.

Questa compulsione alla visione del mostruoso non è che l’ennesima trappola di un potere che si protegge attraverso l’eccesso di visibilità, una “febbre d’archivio” che, mentre promette trasparenza, seppellisce la verità strutturale sotto una massa informe di dati privi di contesto. 

L’arkheion digitale

Per decifrare l’archivio Epstein, occorre innanzitutto comprendere cosa sia, filosoficamente, un archivio. Jacques Derrida, nel suo saggio “Mal d’Archive”, ci ricorda che l’etimologia del termine risale al greco arkheion, la residenza dei magistrati superiori, gli arconti. L’arconte non era solo il custode dei documenti, ma colui che deteneva il potere di “cominciamento” e di “comando“. Egli aveva il diritto di fare e rappresentare la legge, custodendo i documenti ufficiali nella propria dimora privata, che diventava così, paradossalmente, il luogo di nascita dello spazio pubblico.

L’archivio Epstein rappresenta un’inversione traumatica di questo processo. Ciò che per decenni è stato custodito nella dimora privata del potere, intesa sia come spazio fisico (le ville, le isole) sia come spazio digitale (server criptati, sistemi Jmail), viene improvvisamente gettato nella sfera pubblica. Ma questa pubblicità non garantisce la comprensione.

Derrida parla di una “pulsione archiviolitica”, una forza intrinseca all’archivio che spinge verso la distruzione e l’oblio proprio nel momento in cui si cerca di preservare tutto. La “febbre d’archivio” che colpisce l’osservatore oggi è una forma di dipendenza dal dato che, invece di illuminare, acceca.

L’analisi forense dei file rivela che l’élite non si limitava a comunicare, ma utilizzava l’archivio come uno strumento di “house arrest” della verità. L’uso di cartelle di bozze condivise per scambiarsi messaggi senza mai “inviarli” è una metafora perfetta della comunicazione del potere: un dialogo interno, invisibile dall’esterno, che non lascia metadati tradizionali di invio e ricezione. Questo è il vero “mal d’archivio”: una memoria che è già strutturata per essere inaccessibile, anche quando diventa pubblica. 

Eterotopie del privilegio, l’isola e altri luoghi di sospensione del diritto

Michel Foucault ha introdotto il concetto di “eterotopia”, che, detta in estrema sintesi, significa un “contro-spazio”, un luogo reale che si trova al di fuori di tutti i luoghi, pur essendo localizzabile. A differenza delle utopie (che sono spazi ideali e inesistenti), le eterotopie sono “effettivamente realizzate” e servono per descrivere spazi che hanno la funzione di contestare, invertire o sospendere gli altri spazi della società.

Little Saint James e lo Zorro Ranch, lette in questa accezione non erano semplici proprietà immobiliari, ma erano (sono?) eterotopie di deviazione e di compensazione, mondi paralleli dove le norme morali e legali della società civile venivano annullate per far posto alla volontà sovrana dell’arconte.

Foucault spiega questo concetto attraverso la metafora del miracolo dello specchio: nello specchio io mi vedo là dove non sono, in uno spazio irreale che si apre dietro la superficie, ma lo specchio esiste realmente e rimanda una “contro-azione” sulla posizione che occupo.

L’universo Epstein è lo specchio deformante dell’élite: un reticolo di 55 luoghi chiave che funzionano come un sistema di vasi comunicanti, progettato per sospendere le norme del contratto sociale e instaurare quella che Giorgio Agamben definisce la Giurisdizione dell’Eccezione. 

L’isola come stato di eccezione permanente

Little Saint James non era la classica residenza di lusso un po’ appartata, era la materializzazione di quello che Schmitt definiva lo Stato di Eccezione. In questo spazio, il diritto non è assente, ma sospeso per lasciare spazio alla pura forza del sovrano (l’élite). L’infrastruttura dell’isola, che già nel 1997 comprendeva un sistema di desalinizzazione privato, un eliporto e un molo, andava ben al di là dell’estetica del lusso, obbediva a una logica di autonomia giurisdizionale.

Creando una propria rete di approvvigionamento idrico e logistico, l’élite recideva ogni legame con la “terraferma” dello Stato e del contratto sociale. L’indipendenza infrastrutturale garantisce che:

• Non servano controlli. La desalinizzazione e la produzione di energia proprie rendono il feudo invisibile ai registri delle utenze pubbliche.

• L’isolamento sia la prigione. Come notato da Deleuze, l’isola deserta attira per la sua capacità di essere un “cominciamento assoluto”. Allontanarsi da Little Saint James o dallo Zorro Ranch significa perdersi nell’oceano o nel deserto; lo spazio stesso diventa lo strumento di controllo, rendendo superflue le serrature.

I sei principi eterotopici nel sistema epstein

L’universo Epstein opera attraverso meccanismi che riflettono i sei principi di Foucault, trasformando il privilegio in una zona di anomia (assenza di legge):

1. Eterotopia di deviazione. Luoghi come lo Zorro Ranch diventano spazi dove l’anormalità (la predazione, l’eugenetica) è la norma interna per l’élite.

2. Mutamento di funzione. La Villa di Palm Beach o l’appartamento di Manhattan fungono da “macchine di normalizzazione” esterna (la facciata dell’alta borghesia) mentre internamente operano come spazi di disciplinamento e cattività.

3. “Juxtaposision” di incompatibili. La presenza di una sedia da dentista o di un “tempio” decorativo in contesti di abuso crea un microcosmo dove il rito e la violenza convivono, destabilizzando la vittima.

4. Eterocronia (rottura del tempo). Nelle isole, il tempo della legge è sospeso. Vige un’eternità artificiale garantita dalla logistica privata (jet, elicotteri) che recide i legami con le reti di soccorso.

5. Sistema di apertura e chiusura. L’accesso è regolato da riti di ingresso (inviti, voli privati) e guardiani legali (NDA), che creano una barriera impenetrabile tra la giurisdizione del privilegio e quella del cittadino comune.

6. Funzione di illusione e compensazione. La Townhouse di New York è un’eterotopia di illusione che nasconde l’orrore dietro la rispettabilità; lo Zorro Ranch è l’eterotopia di compensazione definitiva, un feudo di 10.000 acri dove l’ordine del privilegio è superiore alla democrazia.

Il ricco non abita lo spazio, ma lo secerne, creando un sistema di impunità dove le regole collettive evaporano di fronte alla potenza del capitale.
 
La banalità del male nell’era tecno-finanziaria

Hannah Arendt, nel suo resoconto sul processo Eichmann, ha decostruito la figura del criminale totalitario come un funzionario spaventosamente ordinario e non come il classico “mostro”.

Nel sistema Epstein, questa diagnosi trova una nuova, agghiacciante, conferma nell’esercito di professionisti di cui aveva bisogno una simile ed estesa rete come quella di Epstein. Pensate a quante persone orbitavano nell’ingranaggio “Epstein”: banchieri, avvocati, piloti e contabili, che hanno garantito la stabilità dell’infrastruttura e che si ritrovano anche nelle mail dell’archivio.

Arendt scriveva: «Eichmann non era uno Iago né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” – come Riccardo Terzo – per fredda determinazione». Allo stesso modo, i dirigenti di JPMorgan Chase che hanno gestito 1,3 miliardi di dollari in transazioni sospette legate a Epstein non si consideravano complici di un predatore, ma protettori di un asset finanziario. Essi incarnano quella disumanizzazione per cui il sistema «tende a trasformare gli uomini in funzionari e in semplici rotelle dell’apparato amministrativo, e cioè tende a disumanizzarli».

Il sistema Epstein ha operato attraverso una codificazione linguistica che Arendt avrebbe riconosciuto immediatamente. Come Eichmann dichiarava che «il linguaggio burocratico (“Amtsprache”) è la mia unica lingua», così la macchina Epstein ha utilizzato eufemismi tecnici per neutralizzare la violenza:

• Le vittime erano mappate come «Studentesse», «Trainees» o, in termini puramente logistici, «Assets».

• I pagamenti per il silenzio delle sopravvissute venivano registrati come «Administrative Matters» (questioni amministrative).

• Il trasferimento di enormi capitali per finanziare la logistica del traffico veniva etichettato come «Project Management».

Arendt osserva che il criminale burocratico «non capì mai che cosa stava facendo» proprio a causa di questa «spaventosa mancanza di pensiero». Questa assenza di pensiero non è stupidità, ma l’incapacità di uscire dal proprio mansionario. È il «governo di nessuno che è in realtà la forma politica nota col nome di burocrazia», dove ogni individuo può dichiararsi neutro rispetto alla macchina complessiva.

Il memorandum del Senato degli Stati Uniti (2025) ha rivelato che dirigenti di alto livello, come Mary Erdoes, erano in costante contatto con Epstein, e che l’ex CEO del Private Banking, John Duffy, consigliava attivamente Epstein su come eseguire prelievi massicci di contante per evitare i controlli antiriciclaggio. Questa è la “banalità del male” in versione 2.0: non più l’ufficiale delle SS che organizza treni, ma il banchiere che costruisce una “parete di contanti” per proteggere un cliente d’élite, normalizzando l’orrore attraverso la routine professionale. 

Il peso dell’osservare e il crollo del “senso”

Al termine di questo viaggio nel cuore di tenebra dell’archivio Epstein, ciò che resta trascende il disgusto, configurandosi come un profondo senso di eclissi dell’io. Dopo dieci giorni di immersione, la domanda si è spostata dall’identificazione del colpevole all’interrogazione su cosa io sia diventata mentre guardavo.

Veniamo sopraffatti perché l’archivio è progettato come un’arma di saturazione. La strategia del potere consiste nell’annegare il segreto in una “trasparenza tossica” dove 3,5 milioni di pagine agiscono come una tempesta di sabbia.

Perché veniamo sopraffatti?

Siamo sopraffatti a causa della ricerca di categorie che il potere ha già neutralizzato. L’indagine del “mostro”, volta a esorcizzare la nostra normalità, conduce esclusivamente a una rete di “buoni padri di famiglia” che firmano contabili bancarie e piani di volo.

Siamo sopraffatti poiché l’archivio opera una violenza epistemica: la concessione dei nomi delle vittime avviene in parallelo alla negazione di quelli degli abusatori attraverso omissis selettivi, configurandosi come atti di comando arcontico. Questo “Panopticon rovesciato” obbliga a guardare la vittima, lasciando l’abusatore nell’ombra del potere sovrano.

Quali categorie usare?

È necessario smettere di guardare l’archivio come una “zona voyeristica” dello scandalo, leggendolo invece come una cartografia dell’infrastruttura. L’Etica dello Sguardo individua la regolarità del sistema piuttosto che l’evento eccezionale. Le categorie da usare appartengono alla logistica e alla biopolitica:

• L’efficienza dei contratti NDA che agiscono come barriere giurisdizionali prevale sulla perversione del singolo.

• L’analisi delle transazioni offshore e della complicità bancaria (la “Parete di Cash”) sostituisce il voyeurismo sul corpo violato.

• La decrittazione dei codici linguistici (“Administrative Matters”, “Project Management”) che servono a de-eticizzare l’orrore assume priorità rispetto alla ricerca del dettaglio scabroso. 

Il senso dell’Etica dello Sguardo

Guardare l’archivio Epstein oggi costituisce un atto politico estremo che mette a nudo l’inutilità del rituale democratico in un mondo governato da questa élite transumanista e oligarchica. Il voto, in questo contesto, rappresenta un’illusione di sovranità concessa a spettatori di un dramma la cui sceneggiatura è scritta in eterotopie inaccessibili.

La nostra unica resistenza risiede nel rifiuto del voyeurismo che trasforma l’osservatore in manovalanza gratuita per l’algoritmo del sensazionalismo. Occorre il coraggio della noia, la forza di indietreggiare dal pettegolezzo virale per fissare fermamente l’occhio sull’architettura del potere.

L’Etica dello Sguardo è la pretesa di un piano d’insieme opposto alla frammentazione deliberata. Rappresenta la scelta di ergersi a testimoni di una giustizia strutturale che, rifiutando il singolo capro espiatorio, pretende la demolizione delle macchine di normalizzazione responsabili dell’orrore.

In definitiva, l’archivio Epstein rivela che il mostro è lo spazio che abitiamo se accettiamo di guardarlo senza vederne i cardini. La sfida consiste nel restare umani sotto il peso di questa memoria cibernetica, ricordando che l’archivio è una responsabilità per il domani. Uno sguardo capace di de-spettacolarizzare il male permette di sperare, un giorno, nella restituzione della dignità a chi in quell’archivio è stato ridotto a semplice “asset” del potere sovrano. 

Bibliografia minima

• Agamben, Giorgio, Stato di eccezione. Homo sacer, II, 1, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

• Arendt, Hannah, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Nuova ediz., Feltrinelli, Milano 2023.

• Brown, Julie K., Perversion of Justice: The Jeffrey Epstein Story and the Betrayal of the Victims, HarperCollins, New York 2021.

• Crouch, Colin, Postdemocrazia, trad. it. di C. Paternò, Laterza, Roma-Bari 2003.

• Derrida, Jacques, Mal d’archivio. Un’impressione freudiana, trad. it. di G. Pozzi, Filema, Napoli 1996.

• FiscalNote, Epstein Unboxed: AI-Enhanced Database for Investigation Records, 2026.

• Foucault, Michel, Utopie. Eterotopie, a cura di A. Moscati, Cronopio, Napoli 2006.

• Hilberg, Raul, La distruzione degli Ebrei d’Europa, a cura di F. Sessi, trad. it. di G. Guastalla, Einaudi, Torino 2017.

• Mair, Peter, Ruling the Void: The Hollowing of Western Democracy, Verso, London 2013.

• PDF Association, A Case Study in PDF Forensics: The Epstein PDFs, Case Study 2025-2026.

• U.S. Department of Justice, Epstein Library: Investigative Files and Correspondence, rilasciati ai sensi dell’Epstein Files Transparency Act, 2025-2026.

• U.S. Senate Committee on Finance, Staff Memorandum: Analysis of JPMorgan Chase’s Relationship with Jeffrey Epstein, 20 novembre 2025.

Fonte

14/02/2026

Il caso Epstein e il coinvolgimento di Israele. Ipotesi iniziali

Il caso Epstein continua a produrre una doppia vertigine. Da un lato, l’elenco delle relazioni, che attraversa politica, finanza, diplomazia, accademia, monarchie. Dall’altro, la persistenza dell’impunità, che appare non solo come lentezza giudiziaria, ma che ci pone davanti alle strutture perverse del potere, a un problema di genere e di sfruttamento.

Qui voglio concentrarmi sulla parte più squisitamente politica. La contesa sull’accesso ai file integrali e la discussione sui criteri di oscuramento delle carte rese pubbliche. Questo movimento ha rimesso al centro un’ipotesi già circolante da anni che entra nei rapporti tra Jeffrey Epstein, Ghislaine Maxwell e ambienti di intelligence, con un riferimento ricorrente ai servizi israeliani.

Il punto di origine. L’anomalia giudiziaria della Florida

Il primo nucleo giudiziario del caso esplode tra il 2005 e il 2006 a Palm Beach, in Florida. La polizia locale avvia un’indagine dopo la denuncia dei genitori di una quattordicenne. L’inchiesta porta alla raccolta di decine di testimonianze di ragazze minorenni. I verbali descrivono uno schema stereotipato fisso: reclutamento tramite coetanee, promesse di denaro, massaggi trasformati in atti sessuali e pagamenti in contanti.

Secondo i documenti investigativi citati dalla stampa statunitense degli anni successivi, la polizia di Palm Beach aveva identificato oltre trenta minori coinvolte. Il dossier venne trasmesso all’ufficio del procuratore federale con l’ipotesi di capi d’accusa per traffico sessuale di minori, reati che avrebbero comportato pene detentive molto lunghe e severe.

Nel 2008, però, la procedura si conclude con un accordo extragiudiziale. Epstein si dichiara colpevole davanti alla corte statale della Florida per reati minori legati alla prostituzione e al favoreggiamento. L’accordo esclude le accuse federali più gravi e concede immunità a potenziali co‑cospiratori.

La pena concordata consiste in diciotto mesi di detenzione in una struttura della contea, con regime di lavoro esterno per gran parte della giornata. Durante la detenzione, Epstein continua a frequentare il proprio ufficio e a ricevere visite. Questa soluzione giudiziaria, già allora, appare sproporzionata rispetto al numero delle vittime e alla natura dei reati descritti negli atti di polizia. Non esistono casi di patteggiamenti così favorevoli per quel genere di reati.

Tra le sopravvissute più note compare Virginia Giuffre, che negli anni successivi accuserà Epstein e altri uomini potenti di abusi e traffico sessuale. La sua testimonianza diventerà centrale in procedimenti civili negli Stati Uniti e nel Regno Unito, compresa la causa contro il principe Andrea. Nel luglio 2019, a New York, Epstein viene arrestato con accuse federali di traffico sessuale di minori e cospirazione. L’atto di accusa descrive un sistema organizzato tra Manhattan e la Florida, con ragazze minorenni reclutate e trasportate per incontri sessuali a pagamento.

Il 10 agosto 2019 Epstein viene trovato morto nella cella del Metropolitan Correctional Center di New York, in circostanze classificate come suicidio (qui ovviamente le ipotesi sono infinite e i dubbi anche) dalle autorità. La morte interrompe il processo penale, lasciando aperte numerose azioni civili.

Nel 2021, a New York, Ghislaine Maxwell viene condannata da una corte federale per traffico sessuale di minori e cospirazione. La giuria la riconosce colpevole per il ruolo di reclutamento e gestione delle vittime negli anni Novanta e nei primi Duemila. Nel 2022 riceve una condanna a vent’anni di carcere federale.

Nei materiali citati dalla stampa italiana compare anche un episodio spesso richiamato nella pubblicistica anglosassone. L’ex procuratore Alex Acosta avrebbe riferito di aver ricevuto indicazioni informali legate a circuiti di intelligence. Nei documenti discussi nel febbraio 2026, questa linea si intreccia con un rapporto dell’FBI del 2020 che riferirebbe la convinzione di una fonte confidenziale circa legami tra Epstein e l’intelligence israeliana.

Il padre di Ghislaine 

Robert Maxwell, nato Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch nel 1923, incarna la figura del demiurgo capace di integrare l’accumulazione di capitali con il servizio verso lo Stato di Israele. La sua biografia testimonia una transizione dal valore d’uso al valore di scambio delle informazioni strategiche.

Maxwell fuggì dall’occupazione nazista nella nativa Cecoslovacchia. Egli ottenne la Military Cross per prestazione d’opera bellica presso l’esercito britannico. Raggiunse il grado di capitano.

Il patriarca Maxwell stabilì il precedente per l’assetto operativo della rete epsteiniana. Maxwell operò quale mediatore cruciale durante la guerra arabo-israeliana del 1948. Egli coordinò i contatti con i vertici comunisti cecoslovacchi. Tale intervento facilitò il trasferimento di componenti aeronautiche e armamenti alle forze israeliane.

L’assistenza militare cecoslovacca risultò determinante. Essa garantì il conseguimento della supremazia aerea. Tale atto costituì il fondamento del suo credito politico presso l’establishment di Tel Aviv.

Maxwell estese le proprie prerogative operative al dominio della sorveglianza digitale primitiva. Egli facilitò la diffusione del software PROMIS. Lo strumento conteneva una porta d’accesso occulta destinata all’intelligence israeliana. Maxwell cedette la versione alterata a istituzioni quali i Sandia National Laboratories negli Stati Uniti. Tale operazione permise a una potenza straniera di monitorare dati sensibili relativi alla sicurezza nazionale.

Egli impiegò figure quali il senatore John Tower per agevolare tali transazioni commerciali. La missione di Maxwell definì l’uso di veicoli commerciali come piattaforme per la raccolta di informazioni strategiche.

La morte di Maxwell assunse i connotati di un evento di Stato. Essa avvenne nel 1991 nelle acque delle Canarie, in circostanze che alimentarono esegesi speculative. La cerimonia funebre sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme vide la partecipazione dei vertici politici israeliani. Parteciparono sei ufficiali dei servizi segreti. Yitzhak Shamir dichiarò: “Ha fatto per Israele più di quanto si possa dire oggi”. (Shamir, Elogio funebre, 1991).

Ghislaine Maxwell ereditò questo capitale sociale immenso. Ella giunse a New York quale depositaria di un’eredità di intelligence collegata al Deep State. 

L’organizzazione di Epstein e i Maxwell

L’ingresso di Jeffrey Epstein nell’orbita dei Maxwell segnò la sintesi tra i metodi clandestini e la finanza globale. Leslie Wexner fornì il motore economico primario. Egli concesse a Epstein la procura generale sui propri beni.

Epstein divenne figura centrale nel Mega Group. Tale collettivo di miliardari si dedicava alla difesa degli interessi strategici israeliani negli Stati Uniti. Il gruppo operava quale veicolo per operazioni di influenza. Esso mirava ad allineare la politica estera di Washington alle necessità di Tel Aviv.

L’operazione Epstein-Maxwell mirava alla raccolta metodica di materiale compromettente. La documentazione delle trasgressioni creava un debito di segretezza. Tale leva condizionava le decisioni politiche. L’accordo di non perseguibilità del 2008 costituisce l’esemplificazione del privilegio.

Come abbiamo visto, Alex Acosta riferì di aver ricevuto istruzioni di desistere. Egli affermò che Epstein apparteneva all’intelligence. La protezione garantita suggerisce un’immunità tipica degli asset la cui esposizione minaccerebbe la stabilità di interessi statali superiori.

L’asse Ehud Barak, tra cybersecurity e diplomazia ombra

Ehud Barak rappresenta la massima espressione dell’apparato militare e politico israeliano inserita nel network epsteiniano. Egli conseguì i gradi apicali dell’esercito. Ricoprì la carica di Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane. Barak ascese alla guida del governo quale Primo Ministro tra il 1999 e il 2001. Successivamente esercitò le funzioni di Ministro della Difesa fino al 2013.

La relazione tra Barak e Jeffrey Epstein superò il limite della frequentazione sociale. Epstein fungeva da consulente finanziario di fiducia. Egli operava quale intermediario per l’accesso a network finanziari esclusivi.

La corrispondenza rivela brani di diplomazia sotterranea. Epstein coordinava incontri con leader mondiali. Egli agiva come un sounding board per le ambizioni economiche di Barak dopo il termine del mandato politico. Barak sollecitava il parere di Epstein per transazioni relative alla società Apollo Global Management. Egli riceveva sostegno per l’istituzione di attività di consulenza globali.

Il nesso operativo tra i due si consolidò nel dominio della cybersecurity. Essi collaborarono nella startup Reporty Homeland Security, ora denominata Carbyne. Tale impresa sviluppa tecnologie avanzate per la gestione delle chiamate di emergenza e l’identificazione dei soggetti. Epstein finanziò gran parte dell’investimento milionario formalmente intestato a Barak. Tale assetto ha garantito a Israele il controllo su infrastrutture civili estere.

La collaborazione suggerisce una convergenza tra l’intelligence di Stato e l’impresa privata nel controllo dei flussi informativi. Un documento investigativo dell’FBI del 2020 introduce elementi di estrema gravità. Una fonte umana riservata espresse la convinzione che Epstein fosse un agente cooptato dall’intelligence israeliana.

Il rapporto menziona un addestramento specifico ricevuto da Epstein sotto la supervisione diretta di Ehud Barak. I file del 2026 attestano oltre sessanta incontri tra il 2010 e il 2019. Barak visitava la residenza di Manhattan con il volto parzialmente occultato. Benjamin Netanyahu ha cavalcato tali evidenze per colpire il prestigio dell’avversario. Egli ha affermato che la relazione prova il coinvolgimento di Barak in narrazioni mediatiche false per indebolire il governo. 

Ghislaine, l’erede della missione clandestina 

Ghislaine Maxwell, la figlia minore di Robert, assunse il ruolo di depositaria del capitale sociale e spionistico del padre. Ella crebbe in un ambiente di privilegio presso la magione di Headington Hill Hall a Oxford. Giunse a New York nel 1991 per curare gli interessi paterni nel settore dei media. La sua presenza negli Stati Uniti coincise con il collasso dell’impero Maxwell e la morte del patriarca.

L’incontro con Jeffrey Epstein avvenne nel 1991 su Madison Avenue. Maxwell non agì quale semplice compagna. Ella operò quale facilitatrice strategica, infatti possedeva le chiavi d’accesso dell’alta società europea e britannica. Epstein necessitava di tale legittimazione per accreditarsi presso le oligarchie globali.

Maxwell coltivò i traffici del finanziere con lucida intelligenza. Dagli atti processuali emerge che Ghislaine manipolava la psiche delle vittime offrendo il conforto di una figura materna. Le carte dell’inchiesta rivelano che Maxwell si metteva a nudo con le ragazze per abbassarne le difese. Potremmo dire una metodologia da “spia”, da manuale dei servizi.

L’ipotesi di un coinvolgimento strutturale con il Mossad trova fondamento in molteplici evidenze testimoniali. Ari Ben-Menashe, già ufficiale dell’intelligence israeliana, ha dichiarato che Maxwell ed Epstein operavano per i servizi di Tel Aviv sin dagli anni Ottanta. Maxwell avrebbe agito quale “operative” dedicata alla raccolta di informazioni tramite il ricatto sessuale. Tale metodica ricalca le operazioni di influenza paterne basate sulla vulnerabilità dei decisori politici.

L’assetto familiare dei Maxwell rafforza tale prospettiva. Le sorelle di Ghislaine, Christine e Isabel, prestano servizio in organizzazioni legate o finanziate dallo Stato israeliano. Jeffrey Epstein riferì a collaboratori che Robert Maxwell era stato eliminato dai servizi segreti israeliani per aver tentato un ricatto ai danni dell’agenzia.

In tale contesto, Ghislaine Maxwell appare come un asset cooptato. Ella garantiva la persistenza della rete di influenza israeliana nel cuore del potere statunitense. 

Epstein e Israele: evidenze ed esegesi dell’influenza 

Il nesso con lo Stato di Israele si manifesta attraverso un aggregato di dati eterogenei. Alcune evidenze assumono la consistenza del fatto pubblico, suffragate da fonti costanti e da prove evidenti. Altre risultanze indicano una prossimità tra attori e contesti. Un ambito ulteriore pertiene alla congettura, alimentata dalla protezione garantita al finanziere. Per farne una disamina rigorosa, ma, ci tengo a specificarlo, ancora molto provvisoria, occorre, a mio avviso, distingue alcuni livelli per analizzarne le interconnessioni.

Il primo livello di indagine riguarda la genealogia dei Maxwell. Robert Maxwell ricevette in Israele esequie equiparate a un saluto di Stato. Il Washington Post descrisse nel 1991 una celebrazione riservata agli eroi nazionali. All’evento presenziarono le massime autorità del Paese. La stampa israeliana ha ricordato l’elogio funebre di Yitzhak Shamir. Lo statista affermò che Maxwell aveva agito per Israele “oltre quanto fosse possibile rivelare”. Tale onorificenza segnala un credito politico effettivo. Essa attesta un’intimità rivendicata dall’opinione pubblica del tempo.

Il profilo del patriarca condiziona l’esegesi della figura di Ghislaine Maxwell. La biografia di Robert Maxwell è stata associata a sospetti di collaborazione con molteplici agenzie di sicurezza. La cronaca riferì domande circa il coinvolgimento del Mossad nella sua scomparsa. Tale materiale definisce il contesto storico del soggetto. Ghislaine Maxwell crebbe in un ambiente dove il potere e la protezione costituivano categorie dell’esistenza quotidiana.

Il secondo piano concerne le relazioni documentate tra Epstein e vertici politici israeliani. Risulta centrale la figura di Ehud Barak. Numerose testate hanno attestato rapporti personali e d’affari proseguiti oltre la condanna del 2008. Times of Israel riportò che Epstein operò come partner di Barak fino al 2015. Un’inchiesta di Forbes del 2026 ha analizzato il ruolo di Barak nell’operazione che permise a Epstein di investire in Reporty, società ridenominata Carbyne.

Un ex capo di governo facilita l’ingresso di un pregiudicato in un’impresa strategica per la sicurezza pubblica. Questa evidenza delimita un riferimento strategico oggettivo.

La pertinenza dell’atto risiede nelle possibilità che esso genera. Un investimento simile apre canali di relazione con i funzionari. Esso offre l’accesso a reti economiche. Tale manovra produce un capitale reputazionale utile a ridurre la tossicità sociale di Epstein. La politica esercita una funzione di riabilitazione anche in assenza di una regia occulta.

Il terzo ambito riguarda i legami finanziari tracciati nei documenti pubblici. Epstein finanziò organizzazioni collegate alle forze armate israeliane. Le testate citano i trasferimenti verso Friends of Israel Defense Forces e Jewish National Fund. Questo dato indica un interesse verso i circuiti di sostegno che collegano la filantropia allo status politico negli Stati Uniti. L’evidenza definisce un campo di relazioni tramite cui il soggetto acquisisce legittimazione.

Il quarto piano analizza la riattivazione dell’ipotesi Mossad. La stampa internazionale adotta formule caute. Al Jazeera descrive elementi che hanno alimentato l’idea di un legame strutturale con i servizi segreti. Il Times cita un confidente dell’FBI convinto di una cooptazione avvenuta nel 2020. Altre fonti presentano Epstein come un soggetto utile.

L’Associated Press ha sintetizzato nel 2026 le conclusioni investigative dell’FBI. Esistono evidenze sulla sussistenza degli abusi e sulla cooperazione con Maxwell. Risultano invece deboli i riscontri per una rete di traffico destinata a figure apicali. Questa assenza di prove spendibili in sede penale convive con una vasta prossimità sociale. Tale coesistenza alimenta le congetture di intelligence. La vicenda appare segnata da indulgenze procedurali e cadute di attenzione e ricordiamo anche che 3 milioni di mail sono ancora secretate.

Il quinto livello pertiene ai documenti civili. Le deposizioni nel contenzioso Giuffre contro Maxwell descrivono una rete di reclutamento. Reuters ha evidenziato la potenza di tale massa documentale. Gli scambi interni restituiscono la costanza del controllo sulle vittime. Essi confermano il ruolo di Maxwell come organizzatrice.

Un’email attribuita a Maxwell appare confermare l’autenticità della fotografia con il principe Andrea. Il Guardian ha riportato il contenuto della bozza di dichiarazione. Questo dato incide sulla credibilità delle sopravvissute. La propaganda contraria lavora sullo screditamento della persona offesa. Essa mira a saturare lo spazio pubblico di dubbi. Tale processo trasforma la prova in oggetto di dileggio.

Il nodo Israele acquista una fisionomia definita. Esistono relazioni documentate con Ehud Barak. Si registrano investimenti in tecnologia e onori concessi a Robert Maxwell. Le testimonianze rilanciate dai media puntano verso il Mossad. Naftali Bennett ha respinto con fermezza l’ipotesi di legami con l’intelligence israeliana.

Epstein appare come un intermediario che accumula valore tramite la compromissione. Tale figura risulta utile a molteplici poteri. La storia della sua protezione suggerisce l’apertura di numerose porte. Le relazioni con Israele sono dimostrabili nella portata politica ed economica. Un mandato operativo richiederebbe documenti quali ordini o pagamenti tracciati. Risulterebbe necessaria la presenza di rapporti interni.

La tesi della regia unica costituisce una semplificazione e scarica la responsabilità su una singola entità. Il caso Epstein richiede l’analisi delle forme concrete del potere. È necessaria l’attenzione ai flussi di denaro e alle reti di relazione. Risultano determinanti le protezioni giudiziarie e i vantaggi ottenuti dai predatori quando la società premia lo status e il segreto.

La foto di apertura ritrae Ghislaine Maxwel, tenutaria del “Bordello Epstein” – dove pedofilia, stupri di minorenni, omicidi e cannibalismo erano la regola – che parla in una assemblea dell’Onu addirittura di “diritti umani”. Se si vuol capire la portata e la potenza di fuoco del “sistema Mossad” questa foto è un punto di partenza.

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