Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/10/2026

Le piazze accecano chi non le vuol vedere

Se il giornalismo fosse davvero un’indagine e un racconto aderente alla realtà il mondo dei media italiani, tra ieri e stamattina (tra i tg, i talk show e i “cartacei” che arrivano il giorno dopo), avrebbe dovuto fare un salto sulla scrivania e mostrare se non altro profondo stupore per quanto accaduto. E cominciare a sfornare resoconti attraversati da interrogativi pressanti.

Parliamo della dimensione della partecipazione alle manifestazioni, naturalmente, calcolata anche dai fogli più ostili in “centinaia di migliaia”, se non proprio il milione e mezzo complessivo registrato da diversi media stranieri.

Ma il giornalismo italiano non è più – da un pezzo, diciamo quasi 50 anni – lo specchio più o meno fedele del mondo reale. Il problema è ovviamente la proprietà dei diversi media, quasi sempre di soggetti economici che fanno i soldi in altri business e ne sacrificano una piccola parte per mantenere un megafono per far pesare i propri interessi. Soggetti che hanno bisogno di condizionare le scelte dei governi, non di raccontare come va il mondo.

Poi c’è la Rai, che dipende ormai integralmente dal governo (ma anche quando dipendeva dal Parlamento non è che offrisse un’informazione migliore...) e quindi è altrettanto inattendibile, se non di più.

A scorrere le prime pagine (e spesso neanche in quelle) un lettore ricaverebbe la conclusione che in fondo non è successo niente. Il Corriere della Sera – organo istituzionalizzato del salotto sdrucito della borghesia italiana – applica lo schema deformante messo a punto negli ultimi anni: delle mobilitazioni (e delle loro ragioni) non si parla affatto, soltanto gli “scontri” fanno notizia.

Anche quelli, però, ieri sono mancati e quindi i poveri cronisti sguinzagliati dietro i plotoni di polizia hanno potuto segnalare solo qualche mini-tafferuglio a Roma (ma in serata, dopo che le quasi centomila persone presenti in piazza erano già a casa, o attendati sotto il Colosseo come i movimenti per l’abitare), e una carica delle “forze dell’ordine” a Torino, raccontata come al solito (“antagonisti cattivi vs poliziotti indifesi”).

Zero parole sull’USB che aveva indetto lo sciopero generale, una menzione di malanimo per gli studenti. Impagabile, su questa linea, il Tg di Enrico Mentana su La7, che è riuscito nell’impresa davvero considerevole di confezionare un’edizione in cui si sono viste solo camionette della polizia e “scontri” che hanno interessato un numero sparuto di persone.

Niente invece sulle centinaia di migliaia di cittadini e cittadine che hanno riempito le strade e le piazze d’Italia, ossia la vera “notizia” e novità della giornata. Se ne va a Natale, ha anticipato, ma è fuori (di cranio) già da un pezzo...

Qualcosa di più osa Repubblica (l’aver perso il guinzaglio di Molinari e centinaia di migliaia di copie in edicola devono aver consigliato un atteggiamento meno censorio...), che almeno recepisce a tutta pagina “Vita cara, piazze piene”, cogliendo una parte del dato sociale ma cercando di tenere insieme i dati dell’Istat sull’inflazione e le preoccupazioni di Mattarella in proposito.

La logica è chiara: “c’è un problema oggettivo (i prezzi che volano), c’è malessere, ma siamo comunque in buone mani, non vi preoccupate...”.

La Stampa di Torino – parzialmente liberata dal guinzaglio della famiglia Agnelli per infilare il collo in quello del gruppo SAE – coglie come fosse normalità il dato numerico (“un milione”) e la butta subito in politica (“La protesta assedia i palazzi”) ignorando completamente almeno metà dello slogan che riassume la protesta: “giù le armi, su i salari”. Si vede che la guerra è un tabù intoccabile.

Inutile dar conto dei foglietti di ultradestra, che conducono una loro guerra contro tutto e tutti, ormai inutili persino a chi li finanzia.

Resta Il Fatto Quotidiano, che registra positivamente il milione in piazza (è anche l’unico quotidiano senza finanziamenti pubblici né un padrone che ripiani le perdite, quindi ha un interesse oggettivo a trovare nuovi lettori), preferendo però contrapporla agli arresti a ‘pen di segugio’ fatti nei giorni scorsi: “Un milione in piazza: arrestate pure questi”.

Imbrocca il titolo – come da decenni gli accade – il manifesto: “Compagni di classe”, cogliendo la comunanza di radice tra lavoratori, studenti, questione razziale e libertà civili come una “questione di classe”, appunto. Ma subito svilisce tutto con un editoriale del direttore dove si esalta l’indubbia spontaneità che si è raccolta ieri, si svalutano gli organizzatori della giornata (come se bastasse ormai un account per riempire le piazze e tenerle insieme), e si ripete il vecchio schema del “come sarebbe bello se il centrosinistra raccogliesse questa spinta e questi voti potenziali”.

Addirittura considerando Mattarella un interprete quasi naturale delle loro “ragioni” (prova provata che non sono state affatto capite).

TG e talk show hanno mostrato due facce non complementari. I servizi degli inviati nelle piazze sono stati in genere pervasi dalla sorpresa, sia per i numeri che per l’allegra serietà dei manifestanti, a prescindere dalle diverse generazioni che si sono fuse.

I riassunti e i commenti dei “professionisti della gestione della notizia” hanno invece risentito pesantemente della necessità di “ricondurre l’ignoto al noto”, ossia di far rientrare l’interpretazione della giornata negli schemi utilizzati fin qui. Un po’ come il Corriere, insomma.

Se non ci sono “scontri” da stigmatizzare non si sa che dire, se non sciocchezze sulla “sinistra” (intesa come PD) che dovrebbe far qualcosa per catturare questa che a tutti gli effetti è invece una rottura sociale tra la popolazione e la classe dirigente (sia “aziendale” che politica, insomma). Come si vede del resto con il crescere dell’astensionismo ad ogni elezione...

Specie nei talk show sta diventando evidente il fatto che i cosiddetti “giornalisti” che si occupano di politica sono ormai dei commensali fissi alle cene dei “politici”. Per loro il mondo inizia e finisce lì. Tutto ciò che avviene fuori di quel circuito è un elemento di disturbo che va ricondotto al silenzio il prima possibile; con le buone se si può, con le mazzate se resiste...

La dimensione quantomeno europea delle mobilitazioni di questi mesi – addirittura mondiale con lo sciopero dei portuali di ieri –  sfugge completamente, i guasti prodotti per quasi 40 anni dal neoliberismo restano invisibili (o da nascondere), il crescere di soggetti sociali e politici alternativi un pericolo da scongiurare.

È l’atteggiamento che ha sagomato l’informazione finora: le manifestazioni e gli scioperi non sono che un fastidio da ridurre, l’opposizione sociale non esiste se pacifica e va menzionata solo se diventa – o viene fatta diventare – “un problema di ordine pubblico”. Da risolvere ovviamente con gli strumenti dell’“ordine pubblico”.

C’è un filo logico che collega strettamente – quasi come una catena d’acciaio – l’esplodere di molte crisi diverse nel capitalismo occidentale (da quella ambientale alle guerre, dalla crescita azzerata all’esplodere delle bolle finanziarie – è appena partita quella dell’intelligenza artificiale, con i tracolli di Google e Intel), l’inesistenza di strumenti utilizzabili dalla “politica” (l’intervento pubblico nell’economia è vietato e maledetto) e l’impossibilità dell’informazione di dar conto della realtà in modo attendibile.

Simul stabunt, simul cadent... La crescita delle mobilitazioni sarà anche la crescita delle alternative politiche all’esistente. E il sistema dei media ne uscirà a pezzi.

Fonte

17/10/2026

Ucraina, genesi di un conflitto. E il collasso de “Il manifesto”

Il tracollo culturale della sinistra italiana riassunto in due articoli dello stesso giornale, che reca ancora la dizione “quotidiano comunista” solo per ragioni di continuità del finanziamento pubblico (se si togliesse sarebbe da registrare come una testata nuova, perdendo così i diritti consolidati).

Il tema è lo stesso: l’Ucraina e la guerra. I periodi sono differenti, ma dentro la stessa finestra storica (il dopo golpe di majdan, 2014, con la guerra unilaterale agli indipendentisti del Donbass, fino alla guerra attualmente in corso dal 2022). Diversissimi – praticamente opposti – gli autori degli articoli.

Il primo, che dà anche il titolo a questo confronto, è di Rossana Rossanda, storica fondatrice del giornale insieme a Luigi Pintor, Valentino Parlato e tanti altri del gruppo cacciato dal Pci. Il secondo dall’attuale cronista utilizzato per resocontare l’andamento della guerra. La differenza non potrebbe essere più spietata.

Da un lato la ricostruzione storica e politica obiettiva di come si è passati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica all’espansione ad est della Nato, e di come il sistema mediatico occidentale aveva già allora iniziato a consolidare una “narrazione unica” incentrata sulla falsa dicotomia “aggressore-aggredito” (la Russia, nel 2014 non aveva ancora fatto nulla militarmente, al massimo un po’ di supporto logistico alle milizie di autodifesa di Donetsk e di Lugansk), fino ad adombrare l’immagine poi adottata ufficialmente anche da Mattarella: “Manca poco che la Russia non sia definita un nuovo terzo Reich”, scriveva giustamente Rossanda.

Dall’altra, “grazie” a Sabato Angieri, la descrizione empatica e partecipata alla dura vita dei cecchini ucraini, politicamente non definiti ma  – per la collocazione temporale ed il fronte di guerra, Pokrovsk, nodo strategico attorno a cui si è combattuto per due anni, conquistato infine dai russi nel febbraio di quest’anno – realisticamente membri dei battaglioni di élite inquadrati come “Azov”. Come si evince del resto dai tatuaggi. Nazisti puri, insomma. 

Non ci scandalizza il fatto che un giornale possa ospitare – e pagare – articoli scritti da collaboratori che non condividono la visione del mondo di una particolare testata. Anche noi, nel nostro piccolo e chiarendo preliminarmente che non siamo in grado di pagare, ospitiamo spesso punta di vista diversi. Ma esiste un limite che dovrebbe essere esplicito: l’antifascismo.Oltre che uno secco NO alla guerra.

Articoli così li troviamo ogni giorno sui giornali italiani, dal Corriere a Repubblica, ai fogliacci di estrema destra, tutti pronti a giurare che si tratta solo di “lettori di Kant” che difendono il proprio paese dagli “orchi” russi, “criptocomunisti” da descrivere negli stessi termini anni ’50 (“mangiano i bambini”). Possibile che non si trovi in giro qualche collaboratore esterno meno “embedded”? Non si va in certe trincee senza aver garantito una certa “copertura”, utile ai fini della propaganda...

Il fatto di trovare certi articoli, ancora oggi, su il manifesto, descrive secondo noi meglio di qualsiasi analisi critica l’abisso in cui è precipitato un certo ceto giornalistico che ha confuso la “professionalità” con l’omologazione ideologica. Quella che permette di “lavorare” per qualsiasi testata, adattandosi alle richieste della proprietà. E in cui il più piccolo “spirito critico” è stato ormai espunto, se non per qualche “questione di stile”...

Non tutti gli articoli del giornale sono di questo livello, per fortuna; alcuni li ripostiamo volentieri perché scritti da compagni capaci di restituire la complessità di problemi e situazioni. Quel che sorprende – e indigna – è come si possa far coesistere sulle stesse pagine la critica del capitalismo reale o del genocidio israeliano e la celebrazione nuda e cruda delle avanguardie combattenti della Nato, ovvero della parte apertamente fascista del disgraziato popolo ucraino.

Come se l’attuale direzione del giornale non notasse neanche la differenza... Quella che ognuno di voi, ne siamo certi, vedrà esplodere leggendo.

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L’Europa non è certo nata in chiave antiamericana ma, date le dimensioni e il numero degli abitanti, almeno come grande mercato autonomo e con una moneta forse concorrenziale; e per alcuni anni questo è stata. Ma da qualche tempo ha sottolineato in modo sbalorditivo un ruolo che una volta si sarebbe detto “atlantico”. Non più sotto il vessillo anticomunista, il comunismo essendo scomparso da un pezzo, ma antirusso.

Qualche anno fa, Immanuel Wallerstein mi diceva che, spento ogni scontro ideologico, le nuove guerre sarebbero state commerciali. E quale altro senso dare al conflitto in corso a Kiev? Esso sembra avere per oggetto l’identità nazionale dell’Ucraina. Eccezion fatta per il manifesto, tutta la stampa e le tv disegnano il quadro di un’Ucraina povera ma democratica che si dibatterebbe nelle grinfie dell’orso russo; il quale le ha già strappato la penisola di Crimea e se la vorrebbe mangiare tutta.

Manca poco che la Russia non sia definita un nuovo terzo Reich. In occasione del settantesimo anniversario dello sbarco in Normandia, il presidente francese Hollande è stato accusato di aver invitato alle celebrazioni anche Putin – come se la battaglia di Stalingrado non avesse permesso agli Stati Uniti il medesimo sbarco, distraendo dal Nord Europa il grosso della Wehrmacht – nello stesso tempo invitando niente meno che dei reparti tedeschi a partecipare alla rievocazione del primo paracadutaggio alleato sul villaggio di Sainte-Mère-l’Eglise.

Da qualche giorno poi sappiamo che gli Stati Uniti, neppure il presidente Obama, ma il suo ex rivale Mc Cain – hanno ammonito la Bulgaria, la Serbia e gli altri paesi coinvolti in un progetto di gasdotto per trasportare il gas russo in Europa (con un tracciato che evitava l’Ucraina, perché cattiva pagatrice) a chiudere i cantieri in corso, preferendo un nuovo tragitto attraverso l’Ucraina a quello diretto per l’Europa occidentale.

Stupore e modeste proteste di Bruxelles, convinta che si tratti di una minaccia simbolica. Che tuttavia va inserita nel quadro di un cambiamento delle esportazioni Usa, ormai indirizzate al commercio del gas di scisto, per altro non ancora avviato.

L’Europa teme dalla Russia rappresaglie per avere applaudito all’abbattimento del presidente ucraino filorusso Yanukovic da parte delle forze (piazza Maidan) che sono ora al governo a Kiev. Ma la storia dei rapporti tra Russia e Ucraina è tutt’altro che lineare. Il principato di Kiev è stato la prima forma del futuro impero russo, annesso da Caterina II alla Russia verso la metà del XVIII secolo, stabilendo in Crimea la sua più forte base navale.

La sua cultura, il suo sviluppo e i suoi personaggi, da Gogol a Berdiaev, sono stati fra i protagonisti della letteratura russa del XIX secolo. L’intera letteratura russa resta segnata dalla guerra fra Russia, Inghilterra e Francia, che hanno cercato di mettervi le zampe sopra: si pensi soltanto a Tolstoi e alla topografia delle relative capitali ricche di viali e arterie che la commemorano (Sebastopoli).

Ma il paese, che all’origine era stato percorso, come l’Italia, da una moltitudine di etnie, dagli Sciti in poi, ha stentato a unificarsi come nazione, distinguendosi per lotte efferate e non solo ideali fra diversi nazionalismi, spesso di destra. Il culmine è stato nella prima e seconda guerra mondiale: nella prima sotto la presidenza di Petliura, nazionalista di destra, quando l’Ucraina è stata l’ultimo rifugio dei generali “bianchi” Denikin e Wrangel, con lo scontro fra lui e la repubblica sovietica di Karkov.

Solo con la vittoria definitiva dell’Urss si è consolidata la Repubblica sovietica nata a Karkov, destinata a diventare negli anni trenta il centro dell’industrializzazione. Industrializzazione sviluppatasi esclusivamente all’est (il bacino del Donbass, capoluogo Karkov), mentre l’ovest del paese restava per lo più agricolo (capoluogo Kiev, come di tutta la repubblica); e questo rimane alla base del contenzioso fra le due parti del paese.

Nella seconda guerra mondiale, poi, l’occupazione tedesca ha incontrato il favore di una parte del panorama politico ucraino, un’eredità evidentemente ancora viva nei recenti fatti di piazza Maidan: il partito esplicitamente nazista circola ancora e non è l’ultima delle ragioni per cui il paese resta diviso fra la zona orientale e quella occidentale.

Nel secondo dopoguerra, Kruscev dette all’Ucraina piena autonomia amministrativa, Crimea compresa, senza alcuna conseguenza politicamente rilevante perché restava un processo interno all’Unione Sovietica.

È soltanto dal 1991 e dal crollo dell’Urss che, anche su pressione polacca e lituana, il governo dell’Ucraina guarda all’Europa (e alla Nato) e incrementa lo scontro con la sua parte orientale. Sembra impossibile che in occidente non si sia considerato che l’Unione Sovietica non era solo una formula giuridica: scioglierla d’imperio e dall’alto, come è avvenuto nel 1991, significava creare una serie di situazioni critiche sia nelle culture che nei rapporti economici che attraversavano tutto quel vasto territorio.

Da allora, Kiev non ha nascosto di puntare a un’unificazione etnica e linguistica anche forzosa delle due aree, fino a interdire l’uso della lingua russa agli abitanti dell’est cui era abituale.

L’Europa e la Nato non hanno mancato di appoggiare le politiche di Kiev, e poi l’insurrezione contro il presidente Yanukovic assai corrotto, costretto a tagliare la corda in Russia. Ma la zona orientale non lo rimpiange certo: non tollera il governo di Kiev e la sua complicità con la Nato, ma non perché abbia nostalgia di questo personaggio. Si è rivoltata contro la politica passata e recente di Kiev che ha tentato perfino di impedire l’uso della lingua russa, usata dalla maggioranza della popolazione all’est.

L’Europa e la Nato, appoggiate da Polonia e Lituania, affermano che non si tratta di un vero e spontaneo sbocco nazionalista, ma di una ingerenza diretta della Russia, e così dicono stampa e televisione italiana. Non c’è dubbio che la Russia abbia voluto il ritorno della Crimea nel suo grembo, ma la proposta dell’est di andare a una federazione con l’ovest, garantendo l’autonomia di tutte e due le parti, è stata bocciata da Kiev e dal governo degli insorti.

La decisione di votare in un referendum all’est contro Kiev è stata presa non da Putin, messo in imbarazzo, ma dalla popolazione dell’est che ha votato in questo senso al 98%. Non si tratta di un processo regolare (non accetteremmo che l’Alto Adige votasse una delle prossime domeniche la sua appartenenza all’Austria, senza alcun precedente negoziato diplomatico), ma non è stato neppure una manovra russa come l’Europa tutta ha sostenuto.

È sorprendente che perfino il poco che resta delle sinistre europee abbia sposato questa tesi e che in Italia le riserve di Alexis Tsipras sulle politiche di Bruxelles non abbiano alcuna eco. C’è perfino chi evoca in modo irresponsabile azioni armate contro Mosca. La deriva dei conflitti, anche militari, e non solo in Ucraina, rischia di segnare sempre di più un’Europa che ha dimenticato storia, geografia e politica.

Rossana Rossanda – il manifesto – 29 giugno 2014

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Professione cecchino

«Non è come uno se lo immagina: non ti annoi, non ti addormenti, in realtà c’è molto da vedere; anche se sembra che il fronte sia attivo solo quando c’è un assalto non è così. Basta avere pazienza». Dima parla con una voce da baritono che nella piccola caserma vuota dà un risalto tombale a ogni sua parola. Ti fissa negli occhi e, sapendo che lavoro fa, quello sguardo insistente è fastidioso. Accanto a lui Vanka e un signore di mezza età del quale non capiamo il nome che se ne resta tutto il tempo al computer.

Sono cecchini dell’esercito ucraino inquadrati in una brigata di fanteria nei pressi di Pokrovsk. Stanno riposando dopo l’ultimo turno, che è stato molto pesante.

«Abbiamo operato dalla struttura di una miniera abbandonata da quando i russi si sono avvicinati a quest’area» racconta, «su una piccola collina. Immagina un palazzo ancora da finire, con il cemento a vista, senza finestre e vuoto». «Sembra il paradiso, eh?» interviene Vanka, che accanto a Dima sembra la spalla di un duo comico.

Dima è molto alto, con la testa ovale rasata a zero, la barbetta rada che parte dagli angoli inferiori della mandibola e si allunga sotto il mento e gli occhi blu. Vanka è basso, porta una frangetta spettinata e la barba ben rifinita, entrambe rosse. Ha un sorrisetto sarcastico perennemente stampato in faccia e gli occhi piccoli e tondi che ti spiano da sotto i capelli fulvi e sembrano sempre distratti.

Ma poi quando ti viene la curiosità di guardarlo ti accorgi che ti stava già guardando lui. È pieno di tatuaggi e sulle mani ha dei caratteri runici che nell’ultimo anno sono apparsi su molte t-shirt e patch dei militari. Dicono sia l’antico ucraino, assomiglia molto a una pseudo-scrittura nordica che richiama tristemente l’estetica dei gruppi neo-nazisti.

Sono entrambi seduti sulle brandine, dove ci hanno fatto accomodare non senza offrirci «Chai, coffee», ovvero tè o caffè, prima domanda che si riceve all’ingresso in ogni posto di soldati, anche nelle situazioni più pericolose.

«Comunque» riprende Dima, «da lì abbiamo fermato i russi per settimane, controllavamo qualsiasi cosa passasse, giorno e notte». Mentre parla apre le braccia che sono spaventosamente lunghe, sembrano prendere tutta la stanza. Afferra un monocolo, «è un visore notturno, americano, costa 4.000 dollari». «I primi tempi facevamo turni di 6 ore in due, uno al fucile e l’altro al puntatore, poi tornavamo in una casa sicura a riposare per 6 ore mentre c’era un’altra squadra, così la postazione era sempre attiva.

Poi, quando i russi hanno cominciato ad avanzare, abbiamo iniziato a fare turni di 9 ore e a dormire 3 ore dietro il fucile, tutte le squadre contemporaneamente». Ma non gli viene mal di testa, male agli occhi, non si stanca? Mostra dal cellulare una foto del suo occhio iniettato di sangue con un grosso grumo da un lato: «Questo dopo 12 ore di turno» dice senza quasi sbattere le palpebre.

Molti cacciatori parlano degli appostamenti con eccitazione perché costringono a fare cose che normalmente non faresti mai come ascoltare il tuo respiro, ridurre al minimo il dispendio di energie e a zero i movimenti per il rischio di essere scoperti o sbagliare il colpo.

È così anche per loro? «Non direi» risponde Dima, «a me interessa di più osservare, non mi stanco mai. Passo da un lato all’altro della boscaglia e quando torno dov’ero prima mi accorgo di cose che non avevo visto. E ogni volta c’è una cosa nuova…».

«Finché non vedi un soldato nemico», lo interrompiamo. «La cosa più importante è accertarsi che non siano dei nostri, fatto questo spariamo a qualsiasi cosa si muova». Quanto sono rimasti nella fabbrica? «Due mesi prima che ci trovassero» risponde Vanka, «ma quando hanno capito non è stato bello. L’aviazione russa ha iniziato a sorvolare la collina, io e Dima ci siamo spostati al piano terra mentre l’altra squadra si è messi all’ultimo piano, forse erano ubriachi non so, comunque li sentivamo urlare insulti. Quando hanno sganciato un Tochka-U pensavamo fossero tutti morti, invece non so dirvi come si sono salvati. Solo che ora niente più postazione».

Il Tochka è un missile balistico molto diffuso negli arsenali russi e ne erano presenti a centinaia nei depositi di Tikhoretsk (regione di Krasnodar) e Oktyabrskoye (Tver) colpiti ieri dalle forze armate ucraine. I video delle esplosioni sono simili a quello di Toropets, il deposito a nord della Bielorussia distrutto da Kiev mercoledì. Secondo lo Stato maggiore ucraino: «L’arsenale di Tikhoretsky è uno dei tre più grandi centri di stoccaggio di munizioni ed è uno dei principali nel sistema logistico delle forze russe».

Al momento dell’attacco, sempre secondo Kiev, «erano appena state consegnate almeno 2 mila tonnellate di munizioni, anche dalla Corea del Nord». Tre depositi in 3 giorni: un duro colpo per l’esercito russo, che non ha commentato. Ma per quanto di successo siano gli attacchi ucraini, Mosca continua a bombardare. Anche mentre parliamo con Dima e Vanka si sentono i boati in lontananza.

«Ma i vostri non rispondono?» chiediamo. «Non sempre, dobbiamo usare bene le munizioni, non ne abbiamo tante come loro» dice Dima. «Aspetta» lo interrompe l’altro, «guarda cosa ho portato». Da una sacca mimetica Vanka estrae strumenti militari. «Vengono dalla Norvegia» spiega «sono stato di recente ad addestrarmi lì».

E com’è andata? «Prima ero stato anche in Francia, ma i francesi non mi hanno insegnato niente, mi sembrava una situazione un po’ stupida a dire la verità. Invece in Norvegia mi sono sentito io uno stupido soldato ucraino che non sapeva niente. I popoli nordici sono avanti a noi in tutto, hanno un altro modo…».

Mentre l’apologia del Valhalla è ancora in corso ricevono una chiamata. Da sotto un tavolo Doma e Vanka prendono i pesanti fucili da cecchino e li preparano. Sarà, di nuovo, una lunga giornata.

Sabato Angieri – il manifesto – 22 set 2024

Fonte

15/08/2026

Diffidare sempre di chi ha l’istinto a punire

 Lavitola e Ranucci, fra trame ridicole e megalomanie ancora più grottesche, stanno un filino sotto I soliti ignoti. Sembrano personaggi usciti da Alan Ford. Eppure da giorni campeggiano sulle prime pagine dei quotidiani italiani, occupano televisioni e conversazioni, fino al punto che persone che non sentivi da anni ti cercano per sapere “cosa ne pensi” di Ranucci e Lavitola.

La risposta più spontanea sarebbe: “niente, caro, non me ne può fregare di meno”. Ma proprio la sproporzione tra la vicenda e l’enorme attenzione che le viene riservata finisce per raccontare qualcosa dello stato miserando della nostra discussione pubblica.

Valter Lavitola ha ammesso davanti ai magistrati di essere stato il mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 contro Sigfrido Ranucci. La sua spiegazione appartiene già alla storia del grottesco nazionale: avrebbe organizzato un falso attentato non per uccidere il giornalista, ma per proteggerlo, inducendo lo Stato a rafforzarne la scorta.

È la versione di Lavitola, naturalmente, e come tale deve essere trattata. La Procura sta verificandola e valuta anche altre ipotesi sul movente. Non risultano elementi investigativi che indichino una conoscenza preventiva del piano da parte di Ranucci. Questo va detto con chiarezza, proprio perché “il metodo” che intendiamo criticare consiste nel trasformare suggestioni e coincidenze in prove.

Ma sgombrato il campo da qualsiasi equivoco, rimane una storia irresistibilmente simbolica. Lavitola è uno di quei personaggi che sembrano essere stati inventati per impedire alla realtà italiana di diventare troppo seria: faccendiere, intermediario, uomo di relazioni, protagonista di vicende politico-giudiziarie dell’ultima stagione berlusconiana, comparso anche nella guerra tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.

Uno di quei personaggi cui la politica, quando serve, affida ciò che preferisce non fare alla luce del sole. Un bandito senza particolare inclinazione per l’etica e la morale, insomma. Confesso: quasi mi sta più simpatico di Ranucci.

Perché il problema Ranucci, almeno per noi, non nasce oggi. E nemmeno il problema Report.

Abbiamo sempre guardato con diffidenza a quel format, già ai tempi di Milena Gabanelli. Non perché il giornalismo d’inchiesta sia inutile – esattamente il contrario – né perché Report non abbia realizzato inchieste importanti.

Il problema è una precisa concezione dell’inchiesta e del rapporto con lo spettatore: una comunicazione nichilista nella quale la realtà appare interamente occupata da poteri giganteschi, compromissioni infinite, reti ramificate e interessi tentacolari, mentre chi guarda viene lasciato piccolo piccolo, con le spalle al muro, davanti a qualcosa di troppo enorme per poter essere modificato.

L’inchiesta, in questo modello, rischia di diventare una pedagogia dell’impotenza. Dietro una porta c’è un interesse, dietro quell’interesse una rete, dietro quella rete un’altra rete ancora. Il potere è dappertutto e proprio per questo finisce per non essere più da nessuna parte.

Alla fine sappiamo forse qualcosa in più, ma comprendiamo molto meno quali siano i rapporti sociali, economici e politici che producono ciò che abbiamo appena visto. E soprattutto non sappiamo che cosa farcene.

Al conservatorismo di Gabanelli, Ranucci ha aggiunto una cifra personale perfettamente riconoscibile: quel sorriso ghignoso, l’alzata di spalle, l’allusione permanente a qualcosa che starebbe dietro ciò che è stato appena mostrato. Come a dire: avete visto fin dove arrivano? E che ci possiamo fare, questo è.

Non è una critica elaborata dopo l’attentato. È ciò che abbiamo scritto per anni.

Lo abbiamo scritto quando Report si è occupato del carcere e del 41-bis, contribuendo a rappresentare ogni critica al regime differenziato come una possibile “concessione alla mafia”.

Lo abbiamo scritto quando una puntata arrivò a mettere sotto sospetto associazioni impegnate nella tutela dei diritti delle persone detenute, come se battersi contro l’ergastolo ostativo, denunciare abusi, sostenere le misure alternative o chiedere condizioni di detenzione rispettose dell’articolo 27 della Costituzione significasse necessariamente muoversi in una zona grigia di complicità.

È la stessa cultura per cui il detenuto resta colpevole anche dopo aver scontato la pena e chi ne difende i diritti diventa automaticamente sospetto.

È qui che il discorso su Report incontra qualcosa di molto più grande di Report: l’istinto di punire.

Il giustizialismo italiano non è soltanto la richiesta di pene più severe. È un modo di guardare la società dividendola continuamente tra innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, persone perbene e sospetti.

È la convinzione che il diritto penale possa supplire alla politica e che la galera possa risolvere ciò che la società non vuole comprendere. Una cultura penetrata profondamente anche in quella “sinistra” che avrebbe dovuto essere la prima a diffidare del potere punitivo dello Stato.

Sul carcere questo cortocircuito diventa evidentissimo. Il 41-bis e l’ergastolo ostativo sono stati progressivamente trasformati da strumenti eccezionali in feticci identitari: metterli in discussione significa esporsi immediatamente all’accusa di voler fare un favore alla mafia.

Poco importa che una democrazia costituzionale dovrebbe interrogarsi sempre sui limiti della pena, proprio quando ha davanti il peggiore dei colpevoli. È lì, non quando difende l’innocente simpatico, che si misura il garantismo.

E negli anni Report ha offerto più di una volta il proprio contributo a questo senso comune. Non è secondario. Perché quando il giornalismo d’inchiesta assume come propria la grammatica del sospetto, il passo verso la grammatica della punizione è brevissimo. Prima si costruisce il sospetto, poi si cerca il colpevole, infine si domanda perché non sia già in galera.

Lo stesso problema lo abbiamo incontrato quando Report si è occupato di immigrazione. Già ai tempi della Gabanelli contestavamo una rappresentazione nella quale il migrante finiva per essere letto soprattutto attraverso costi, irregolarità e allarme sociale.

Anche qui il meccanismo era simile: partire da singoli fatti, decontestualizzarli dalle politiche che li producono e riconsegnarli allo spettatore come manifestazione di una patologia. La domanda sulle responsabilità politiche e sociali viene sostituita dalla ricerca di qualcuno da indicare.

Ma è sul “caso Moro” che questa impostazione ha raggiunto probabilmente il suo punto più alto. Abbiamo dedicato numerosi articoli alle puntate di Report sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, contestando errori, ricostruzioni contraddittorie, vecchie piste presentate come nuove rivelazioni e la resurrezione infinita dei misteri.

Abbiamo documentato anche il ricorso di Ranucci a Francesco Pazienza come interlocutore nella preparazione di una puntata. Non per sostenere una nostra “verità ufficiale”, ma per una ragione opposta: quarantacinque anni di documenti, processi, commissioni parlamentari, archivi e ricerca storica non possono essere continuamente azzerati perché una nuova suggestione consente di rilanciare “il mistero”.

Il complottismo funziona precisamente così. Non ha nemmeno bisogno di inventare integralmente i fatti. Gli basta modificare il criterio attraverso cui vengono collegati. Una lacuna diventa un mistero, una contraddizione diventa una pista, una conoscenza diventa una rete, una coincidenza diventa un indizio. E quando manca la prova definitiva, la sua assenza può essere utilizzata come ulteriore dimostrazione della potenza di chi sarebbe riuscito a cancellarla.

È una concezione del potere che consideriamo politicamente regressiva. Perché i poteri reali non hanno quasi mai bisogno della Spectre.

Il capitalismo non necessita di una riunione segreta per produrre sfruttamento; una politica migratoria non necessita di una regia occulta per produrre clandestinità; lo Stato penale non necessita di un complotto per riempire le carceri; la repressione del dissenso non richiede che qualcuno telefoni contemporaneamente a questori, magistrati e direttori di giornale.

Bastano leggi, istituzioni, interessi convergenti, rapporti economici, culture professionali e rapporti di forza perfettamente visibili.

Il complottismo, paradossalmente, assolve il potere mentre pretende di smascherarlo. Lo rende “misterioso” quando è strutturale, “eccezionale” quando è ordinario, “nascosto” quando spesso opera alla luce del sole.

Poi c’è il secondo ingrediente: il narcisismo vittimario. La denuncia del potere tende progressivamente a identificarsi con il corpo di chi denuncia. Se vieni minacciato, significa che hai colpito nel segno. Se sei sotto scorta, significa che hai ragione. Se qualcuno cerca di intimidirti, ciò che hai raccontato acquista automaticamente una certificazione supplementare di verità.

È quello che potremmo chiamare il “metodo Saviano”, diventato ormai un modello riproducibile: la messa in scena della propria probità morale, del coraggio civile, della denuncia, della parresìa, fino alla progressiva transustanziazione della persona pubblica in santo civile. La persecuzione diventa conferma delle proprie ragioni. Il corpo minacciato sostituisce la prova.

Naturalmente esistono minacce vere, attentati veri e giornalisti che rischiano realmente la vita. Le scorte sono spesso indispensabili e chi minaccia un giornalista attacca la libertà di tutti. Proprio per questo bisognerebbe sottrarre queste cose alla liturgia. Una minaccia va accertata e contrastata, non trasformata in sacramento.

Ed eccoci a Lavitola.

Se la sua versione dovesse trovare conferma, ci troveremmo davanti alla caricatura perfetta di questo meccanismo: un attentato organizzato per rafforzare la protezione della persona colpita. La persecuzione fabbricata perché la persecuzione stessa produce valore pubblico. Non dimostrerebbe nulla contro Ranucci, che resta la vittima della vicenda. Dimostrerebbe però fino a quale punto il dispositivo simbolico della vittima possa essere diventato potente.

C’è quasi qualcosa di involontariamente comico nel fatto che uno dei giornalisti più celebrati d’Italia per la capacità di scoprire trame, retroscena, depistaggi e relazioni nascoste non sia riuscito, stando alla ricostruzione oggi disponibile, a distinguere un amico da chi stava organizzando un attentato contro di lui. Il fiuto, proprio...

Ma sarebbe troppo facile fermarsi alla battuta.

Il problema più serio è che solo una “sinistra” profondamente segnata dal giustizialismo, dal legalismo e dalla fascinazione per il potere giudiziario poteva trasformare questo modello di giornalismo nel proprio totem.

È la stessa “sinistra” che negli ultimi trent’anni ha progressivamente sostituito la questione sociale con la questione morale, il conflitto con l’indignazione, l’organizzazione con la denuncia, la trasformazione dei rapporti di forza con l’attesa della prossima inchiesta giudiziaria o televisiva.

E così i nuovi santini hanno preso il posto dei vecchi riferimenti. Non più uomini e donne passati attraverso il carcere fascista, l’esilio, la clandestinità, le lotte operaie e la costruzione della Repubblica, ma magistrati, procuratori, giornalisti sotto scorta e professionisti della denuncia.

Una genealogia civile nella quale la virtù politica viene misurata sulla quantità dei nemici e “la verità” sulla quantità delle minacce ricevute.

È esattamente da qui che bisogna uscire.

Un giornalismo d’inchiesta degno di questo nome non deve chiedere fede nel giornalista. Deve fornire documenti, verificare fonti, distinguere fatti e interpretazioni, sottoporre le proprie ipotesi alla possibilità di essere smentite. Deve rendere il potere più comprensibile, non più misterioso. E soprattutto deve essere disposto a esercitare nei confronti di se stesso lo stesso sospetto critico che esercita verso gli altri.

La vicenda Lavitola-Ranucci potrebbe almeno servire a ricordarcelo. Non abbiamo bisogno di santi del giornalismo e nemmeno di nuovi inquisitori. Abbiamo bisogno di giornalisti criticabili, contraddicibili, verificabili.

E abbiamo bisogno, soprattutto a sinistra, di recuperare una vecchia diffidenza che abbiamo colpevolmente smarrito: quella verso chiunque prometta giustizia attraverso l’aumento della punizione. Vale quando parla un ministro dell’Interno, vale quando parla un magistrato, vale quando parla un giornalista.

Perché il garantismo comincia esattamente dove finisce la simpatia per l’imputato. E l’antipenalismo comincia quando il colpevole ci fa schifo. Difendere le garanzie soltanto per chi riteniamo innocente non è garantismo: è solidarietà. Difenderle per il nemico significa invece porre un limite al potere che punisce.

È una regola semplice che dovremmo tornare a praticare anche nel giornalismo.

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09/08/2026

Fra la via Emilia e il West. Sulle morti di Abdelrahim Fakir e Monica Esposito

Le immagini della morte di Abdelrahim Fakir, ossessivamente riprodotte in queste settimane, provocano sulla platea mediatica il medesimo effetto che si ripete dai tempi del super 8 di Zapruder: visione morbosa e contemporaneamente estraniazione, distacco dalla realtà, desensibilizzazione progressiva.

Milioni di pc e smartphone hanno contemplato in diretta differita la “morte del marocchino”, nel corso di una sorta di mattanza durata circa un’ora; uno spettacolo che ha ricordato un rituale di morte arcaico, una tauromachia, con le sue preparazioni, le sue criticità, la lotta e alla fine il crollo esanime dell’animale, esausto, sanguinante, matato e finalmente degno di rispetto e pietas.

Quello che però più colpisce di quell’orrore, è il pianto di Fakir, prima che l’aggressione abbia inizio, quando non è ancora stato atterrato e schiacciato, quando è ancora solo un semplice essere umano in difficoltà. Ma non sono tanto le lacrime in sé – il meccanismo biochimico scatenato da una crisi isterica, da una depressione, da qualsiasi altra causa innescante: quanto il terribile senso di predestinazione che sembrano evocare quelle lacrime.

Fakir pare stia piangendo sulla sua vita (tutto sommato un’esistenza faticosamente ordinaria) e sulla sua morte imminente, come se in quel brutto cortile di garage ci fosse arrivato sapendo che quella sarebbe diventata la scena del crimine, la stanza dei supplizi, la camera delle esecuzioni.

Ci arriva piangendo? Si getta a terra in lacrime? Suda, urla, prega o impreca? Non scappa. È in trappola, in un budello pericoloso denominato via Italo Svevo. Dà l’idea terribile (la più terribile) di una specie di ostinata rassegnazione. Il Pilastro è un Golgota a cui si consegna piangendo.

Ma Fakir non è Gesù-Isa. È un povero diavolo che sbarca il lunario col facchinaggio. Arrivato in Italia a sette anni, poca scolarizzazione, gap linguistico, familiare, urbano, economico – insomma gap! – e poi il lavoro sotto padrone, sotto cooperativa (il peggior padrone) e l’illusione del mettersi in proprio, probabilmente travolto da tasse e burocrazia.

La vita di periferia umida, assolata, vaporosa, stancante e le aspettative al ribasso anno dopo anno, la mezza età passata senza gloria. Ce l’ho fatta? Sì o no? Sono integrato, sono un pezzo di ingranaggio non sbeccato, funzionale, oppure continuo a essere sempre in ritardo, sempre in affanno – un passo dietro gli italiani, dietro i cinesi, dietro gli albanesi, in questa specie di graduatoria del successo che spesso è solo una classifica delle sfighe?

Abdelrahim è un piccolo peccatore con qualche modesto precedente penale. Decisamente non è Gesù e nemmeno un Wali (un santo). Però quella specie di sentiero verso la morte, percorso lentamente, ostinatamente, continua a suggestionarmi e mi spinge a cercare una qualche lettura non banale o semplicistica di quell’evento.

Il suo corpo urlava e si ribellava ma sembrava anche stancamente rassegnato alla sua fine, come in certi sogni dolorosi e paurosi dei quali si conosce l’epilogo e da cui fortunatamente ci svegliamo sempre un attimo prima che si realizzi.

L’anima, il destino, il mistero delle vite incompiute – tutta roba metafisica difficile da masticare e digerire per le nostre piccole menti. Quello che capiamo bene, invece, è il fallimento materiale: cosa succede quando non trovi una collocazione, un posto, un ruolo, soprattutto dentro la società globale più competitiva che sia mai comparsa sulla faccia della terra, dai tempi di Neanderthal a oggi?

Cosa succede quando si spezza qualcosa dentro – una corda segreta che fa crollare qualche contrappeso, qualche fondale di scena e finisci gambe all’aria, a piangere davanti ai garage di via Italo Svevo?

Chi sono i due centurioni che hanno ucciso Fakir? Non ci dicono i nomi. La privacy è tutto, anche se per i morti notoriamente non vale (si è mai vista la tempestiva perquisizione a casa di un morto ammazzato alla ricerca delle sue colpe? cosa cercavano, un chilo di coca che avrebbe giustificato l’omicidio?).

Anche loro due, forse, staranno piangendo, assassini sicuramente involontari. Staranno maledicendo l’imperizia della loro impresa? O piuttosto daranno la colpa al marocchino – che non doveva essere lì quel giorno, a fare il matto, proprio durante la loro maledetta ora di servizio in zona?

Forse uno dei due stava per sposarsi e ha dovuto rimandare il matrimonio, nell’incertezza dei giorni presenti. Forse l’altro aveva appena acceso un mutuo sanguinoso per comprare ottanta metri quadri (ma fuori Bologna, ad Anzola o Casalecchio, dove il mattone costa meno) e adesso sono entrambi lì, in attesa dell’inchiesta amministrativa e del processo in cui – nell’arco di un decennio, tra appelli e ricorsi – qualche tribunale della Repubblica dovrà solennemente decidere se sono colpevoli di omicidio.

E intanto sperano tremando che non ci sia una sospensione delle funzioni e dello stipendio, che manderebbe definitivamente all’aria le loro aspettative di un’esistenza sana, realizzata, nel regno accogliente delle persone perbene.

Anche i due centurioni forse si sentono dentro una specie di predestinazione che incrocia la vita e la morte degli sconosciuti in snodi fatali e ineffabili. E in queste cose non c’è scudo penale che tenga. Il sangue resta impresso sullo scudo.

Sangue? Battaglia legale intorno al tema del sangue. È effetto dello “strusciamento” sull’asfalto o della pressione sul torace? Mi viene in mente una soluzione salomonica: il sangue intorno alla testa di Fakir sono le lacrime cadute dai suoi occhi increduli e disperati.

Che ci sarebbe di anomalo? In un paese in cui spesso le statue piangono gocce di sangue senza motivo, cosa ci sarebbe di strano se un facchino marocchino le producesse mentre lo stanno ammazzando? Lacrime di sangue. Non ha avuto il tempo di piangere e pregare nell’orto degli ulivi, Abdelrahim. Tutto si doveva consumare in un’ora, non in un giorno – i tempi moderni non consentono lunghe trafile che potrebbero stancare lo spettatore. 

Fakir conosceva bene Gesù. Tutti i musulmani lo rispettano e Isa è un nome islamico molto diffuso. Non tutti conoscono la profezia sul suo ritorno. Alla fine dei tempi, Isa tornerà in questo piano di esistenza, nella Storia, nella vita del mondo.

Non sarà un predicatore inerme, guiderà le armate della Giustizia contro quelle del Male. Impugnerà la spada che pure aveva evocato nel Vangelo. In quei giorni non saremo più divisi per religioni, razze, credi, ceti: solo la Verità contro l’Inganno. E due conti saranno tirati.

Ma che c’entrano le grandi profezie antiche, con le piccole morti di periferia? Effettivamente niente. Queste sono storie storte, piccole, sbagliate, anonime, che finiscono inopinatamente al telegiornale solo perché un residente quella mattina aveva il telefono sottomano. Altrimenti a chi sarebbe infischiato di quel corpo sull’asfalto – a parte fratelli, sorelle e nipoti? Ucciso per noi e per tutti in remissione dei nostri peccati.

Il Pilastro. Quartiere simbolo. Dà un’idea di solidità, di forza, ma viene sempre nominato quando si parla di “fragilità sociali”, come pudicamente gli amministratori definiscono i poveri, i sottopagati, i pensionati con la minima, gli invisibili che si barcamenano senza documenti.

Non era mai stato tanto citato, quel quartiere, dagli anni Novanta, quando assurse agli onori della cronaca per l’omicidio di due carabinieri – la strage del Pilastro, appunto. Nel 1991, due fratelli di una famiglia pugliese – i Santagata – erano stati ingiustamente accusati dell’agguato che poi, si scoprì, era stata impresa della Uno Bianca e del suo nucleo di poliziotti killer. 

I due fratelli Piter e William Santagata furono arrestati e la famiglia massacrata dai giornali. Si fecero quasi tre anni di galera. Allora il problema della laboriosa Emilia erano i meridionali che non riuscivano a integrarsi dentro l’etica indigena del lavoro, a quel tempo ideologia totalitaria. Vedi i continui rimandi della storia? Clicchi alla voce “Pilastro” e, oltre al povero Fakir, vengono fuori pezzi del nostro imbarazzante passato prossimo.

Il 19 luglio moriva Abdelrahim. Tre giorni dopo, il 22 luglio, si spegneva poco lontano, presso l’Ospedale Maggiore di Bologna, la signora Monica Esposito, al termine di due mesi di terapia intensiva. Anche per lei un lungo calvario in coma farmacologico.

Gli Esposito sono una famiglia di proletari meridionali trapiantati a Modena negli anni Ottanta. L’assassino è l’italo-marocchino Al Koudri che cercava la strage catartica e ha trovato davanti a sé, una domenica pomeriggio, la povera Monica a passeggio in via Emilia, in quello che è stato il primo attentato del genere in Italia.

Invano, da due mesi, stanno provando a collegare Salim Al Koudri a una dinamica di terrorismo jihadista. Inutilmente. A Salim Al Koudri non frega niente dell’Isis, non si è mai interessato di politica, non fa proclami, dice spesso cose sconnesse o incoerenti. Questa sua incollocabilità sta facendo infuriare la destra locale: abbiamo un attentato, abbiamo un cognome arabo, adesso abbiamo anche una vittima, e questo qui che fa, si sottrae alla parte, vuole passare per pazzo?

Circolano voci demenziali – tipo che le autorità abbiano ripulito i suoi device per nascondere la verità o che il suo avvocato sia pagato da potenze oscure.

Due giorni dopo la morte della povera Monica, il fratello Giovanni convoca una “fiaccolata di commemorazione e vicinanza alla famiglia” in piazza Grande, davanti al Municipio – uno spazio, tra l’altro, che negli ultimi anni ha ospitato molte iniziative internazionaliste e per la Palestina. Non ci sarà nessuna fiaccolata, quella sera, e la commemorazione si trasforma subito in uno sgangherato comizio d’odio contro “gli stranieri”.

Il clima è così pesante che persino gli esponenti ufficiali della destra locale si defilano. Cacciato dalla piazza anche l’eroe Luca Signorelli, uno di quelli che il 16 maggio ha bloccato l’attentatore.

Giovanni Esposito, il fratello di Monica, registrato dalle emittenti locali, nella sua oratoria appare furioso e determinato. In piazza i vari interventi ripetono cose pesanti contro “quelli lì”: i musulmani, i maghrebini, gli “extra”, i colpevoli di tutto quello che non va nella piccola laboriosa città che senza di loro sarebbe un paradiso in terra.

Esposito se la prende pure con il sindaco che ha rinnovato la concessione alla comunità islamica dell’edificio che ospita da sempre la modesta moschea cittadina (in cui forse Al Koudri non ha mai messo piede). Nella sua frustrazione affabulatoria non si rende conto che non c’è alcun nesso tra la morte della sorella e il tema delle moschee, del degrado, delle baby gang e di qualsiasi altra cosa gli passi per la testa e finisca in quel microfono impugnato come un’arma. Una Modena minore, a sua volta piena di fragilità, che urla alla luna tutto il suo malessere.

L’avvocato della famiglia Esposito dice che Giovanni ha un passato “di estrema sinistra”. Solo dopo mi ricordo di averlo effettivamente conosciuto nei primi anni Novanta. Ogni tanto girava dentro un vecchio centro sociale occupato in via Prampolini. Era anche un frequentatore della curva del Modena, un luogo che venticinque anni fa aveva quel tipo di imprinting – prima che tutto, anche gli stadi, si convertisse in liquidità e livore.

Chissà quante volte da ragazzino si sarà sentito dare del “maruchein” dai diffidenti autoctoni. Fatto sta che a Modena, per la prima volta, un assembramento “popolare” più o meno autoconvocato ha inneggiato tra gli applausi all’odio etnico. E se la famiglia di Monica Esposito, nella sua pena infinita, ha il diritto di urlare quello che gli pare, la piccola cricca di aspiranti vannacciani che gli fanno da contorno, sta cinicamente giocando sporco.

Al Koudri non c’entra niente con il tema della “sicurezza urbana”, che a sua volta non c’entra nulla con il terrorismo. Al Koudri è un giovane laureato di cittadinanza italiana che avrebbe dovuto stare nell’ufficio marketing di un’azienda e/o in cura presso un centro di igiene mentale.

Dire che la signora Monica è stata uccisa dai “marocchini” è come dire che Fakir è stato ucciso dal Ku Klux Klan. Sarebbero due cazzate che nascondono la “normalità” tragica di quelle morti e quindi falserebbero la lettura reale della nostra società, una società “malata” in cui chi ha bisogno di essere curato è abbandonato a se stesso, alle sue solitudini, alle sue derive esistenziali, che possono portarti a diventare vittima o carnefice quasi per caso.

Attaccarsi alle spoglie di Monica Esposito per lucrare un po’ di voti è indegno – e prima o dopo anche la sua famiglia lo capirà. Lanciare la guerra santa contro i vicini di casa e i colleghi di fabbrica, è la più miserabile delle utopie.

Quali traiettorie invisibili legano i destini? Le Moire si stanno divertendo a intrecciare i loro fili lungo la via Emilia. Gli eventi incalzano e non si riesce a connettere le tessere di un mosaico impazzito – resti, macerie e schegge della società globalizzata che nessuno riesce più a tenere dentro un quadro coerente, un qualche tipo di ordine, di narrazione o di senso.

La morte diventa l’unico nodo intorno a cui la distratta umanità pare un attimo scuotersi, fermarsi attonita e urlare cose orribili o invocare speranza e giustizia, mentre l’asfalto rattoppato del modello emiliano brucia sotto il sole furioso di piena estate.

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12/07/2026

Fenomenologia di Marco Rizzo

Questo articolo ha ormai qualche mese, ma l’unico “cambiamento” intervenuto nel “percorso politico” di Rizzo è l’alleanza-sostegno a Vannacci. Ci sembra coerente con una storia incommentabile.

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Marco Rizzo è uno politico storico membro della sinistra radicale affermatosi tra la fine della Prima Repubblica e gli inizi della Seconda Repubblica. Nel 1982 entrò in contatto con Armando Cossutta, allora dirigente del partito, e conobbe anche gli ex comandanti partigiani Giovanni Pesce e Alessandro Vaia.

Aderì all’area cossuttiana di cui fu esponente fino allo scioglimento del PCI. È stato componente della Direzione Provinciale del Partito Comunista Italiano di Torino dal 1986 al 1991; oltre ad essere stato consigliere provinciale di Torino nel quadriennio 1991/1995.

È stato tra i fondatori di Rifondazione Comunista, legato all’area cossuttiana, e dal 1994 è il primo coordinatore nazionale dell’organizzazione giovanile del partito, i Giovani Comunisti, carica che copre per circa un anno. Dal 1995 al 1998 ricopre il ruolo di coordinatore della segreteria nazionale.

Fin dai primi tempi è stato un trascinatore di area del suo partito determinando una lunga storia di scissioni all’interno della sinistra radicale, oltre che al suo indebolimento. Nel 1998, durante la rottura definitiva fra Armando Cossutta e Fausto Bertinotti, Rizzo sostiene la linea contraria al ritiro del sostegno del PRC al Governo Prodi I propugnata da Cossutta.

Come tale è stato, nel 1998, uno dei principali organizzatori della scissione della cosiddetta “ala destra” del Partito della Rifondazione Comunista. Marco Rizzo contribuisce a fondare il Partito dei Comunisti Italiani (PdCI), di cui ricopre la carica di coordinatore della segreteria nazionale sino al 2004, diventando il numero “tre” tra i principali dirigenti (coordinatore della segreteria nazionale) dopo Cossutta e Diliberto.

Quando Bertinotti era stato costretto, a malincuore, a rompere col centrosinistra sfiduciando Prodi, i cossuttiani avevano rotto con lui per continuare a sostenere il governo; governo che in realtà era stato sostituito da Governo D’Alema I, in cui i cossuttiani erano entrati a pieno titolo, ottenendo il ministero della Giustizia, affidato a Diliberto, e quello degli affari regionali, a Katia Bellillo.

“Rizzo pelato, servo della NATO” era lo slogan apparso sui muri di Torino nel lontano 1999. Il motivo era allora chiaro: fu il Governo D’Alema I che nel 1999 partecipò alla guerra della NATO contro la Jugoslavia, bombardando Belgrado con aerei italiani, mentre tutti gli aerei NATO partivano dalla base italiana di Aviano.

Nonostante nella storia del suo Partito Comunista (PC) fondato nel 2014 si afferma che il rapporto tra lui e gli altri dirigenti del PdCI cominciò ad incrinarsi all’epoca della guerra del Kosovo cui egli «cercò inutilmente di opporsi», Rizzo non mosse un dito contro l’appoggio del suo partito al governo di guerra, anche quando una minoranza dei delegati del PdCI ad un congresso del partito sollevò obiezioni, salvo poi capitolare con il profondo argomento che tanto la guerra “stava per finire con la vittoria della NATO”.

Questo è stato il primo grande “peccato originale” di Marco Rizzo: aver rifiutato di ritirare la fiducia al governo Governo D’Alema I, sostenendo l’intervento militare italiano nella guerra del Kosovo nell’ambito dell’Operazione Allied Force della NATO.

Dopo la fine di questa guerra e, successivamente del Governo D’Alema I, Rizzo cercò di accreditarsi come il capo della cosiddetta “ala destra” del PdCI. Nel 2001 si pronunciò contro la partecipazione del PdCI alle manifestazioni contro il G8 a Genova sulla base del motivo per cui non erano presenti i lavoratori: dato assolutamente falso, dal momento che – nelle piazze dove si scontò la “la più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” (definizione di Amnesty International) – erano presenti la CGIL, la FIOM in particolare e il grande movimento del sindacalismo di base.

Nel 2003, mentre si stava discutendo dell’ipotesi della costituzione di un “Partito del Lavoro”, in pieno Comitato Centrale del PdCI Rizzo affermò testualmente: «il Partito del lavoro c’è già, e Cofferati è il suo capo». Questo mentre Cofferati si pronunciava, insieme a governo e Confindustria, per il boicottaggio del referendum per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

In quegli anni Rizzo era stato eletto alla Camera (dal 1994 al 2004), diventando nel 2001 anche presidente del gruppo parlamentare.

Nel 2004 viene eletto deputato del Parlamento europeo nella circoscrizione Nord-Ovest, ricevendo oltre 10.000 preferenze. Il PdCI aveva dato indicazione di voto per eleggere europarlamentari Armando Cossutta e Iacopo Venier, ma le preferenze li videro piazzarsi: Cossutta secondo nel Nord-Ovest, e Venier terzo nel Centro.

Rizzo non rinunciò al seggio guadagnato a favore del presidente del partito, cosa che fece Oliviero Diliberto rinunciando a favore del secondo, Umberto Guidoni. Rizzo si dimise quindi dalla Camera e s’iscrive al gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica (GUE).

Nel 2005, al Parlamento europeo, insieme a Guidoni si distinse dal resto del gruppo della Sinistra Europea (GUE) per aver votato a favore dei trattati europei, mentre tutto il GUE, con un minimo di dignità, votava contro.

Dopo tutti questi strafalcioni politici, Rizzo inizia ad emergere – qui a ragione – come voce critica nei confronti del Governo Prodi II, rivendicando la necessità di rivedere il rapporto con il centrosinistra e di lavorare per l’unità delle forze comuniste e anticapitaliste e che non basta l’opposizione al berlusconismo per fare cose di sinistra.

In questo frangente però criticherà paradossalmente il referendum sul protocollo del welfare svoltosi fra l’8 e il 10 ottobre 2007, parlando di “referendum finto”: referendum che sarà vinto dai favorevoli all’accordo, con l’81,6% dei 5.041.810 voti validi.

Rizzo sarà contrario alla costruzione de La Sinistra l'Arcobaleno, l’alleanza nata nel 2007 tra i partiti di sinistra e sinistra radicale, esprimendo nettamente la propria contrarietà alla scelta di presentare un simbolo elettorale privo della “falce e martello”.

Il 19 dicembre 2007, infine, con una lettera aperta a Diliberto scritta insieme ad altri dirigenti locali, chiede di ritirare la delegazione del PdCI dal Governo Prodi. Alle elezioni politiche del 2008, con il mancato superamento dello soglia di sbarramento (del 4%) della lista elettorale La Sinistra l’Arcobaleno, sono la conferma, per Rizzo, dell’esigenza di un nuovo partito comunista, fortemente alternativo al neonato Partito Democratico.

Alla Direzione nazionale del PdCI del 18 aprile 2008, con Diliberto che si presenta dimissionario, Rizzo in polemica non partecipa al voto.

In vista delle elezioni europee del 2009 nasce la Lista Anticapitalista che raccoglie Rifondazione, Comunisti Italiani, Socialismo 2000 e, in un primo momento, i Consumatori Uniti. L’esito delle elezioni vedrà la seconda sconfitta ancora una volta sotto la soglia di sbarramento del 4%.

Dopo la sconfitta, il PdCI convoca l’Ufficio Politico il 9 giugno, dove Diliberto si presenta dimissionario. Alla fine della riunione l’UP vota contro le dimissioni con l’eccezione proprio di Marco Rizzo che vota a favore.

Alcuni dirigenti del partito invocano allora misure disciplinari contro Rizzo perché in campagna elettorale non avrebbe sostenuto la lista del partito, nonostante Rizzo fosse candidato alle amministrative come sindaco di Collegno (dove aveva ottenuto il 2,8% delle preferenze) e presidente della provincia di Grosseto (1,48% delle preferenze).

Il 22 giugno 2009, dopo un’audizione alla Commissione Nazionale di Garanzia, Rizzo viene espulso con l’accusa di aver fatto campagna elettorale per le europee a favore dell’Italia dei Valori e in particolare di un suo candidato, Gianni Vattimo (filosofo ed ex esponente dei Comunisti Italiani).

Rizzo contestò l’espulsione, accusando Diliberto di essere in rapporti con un ex iscritto alla P2 di Licio Gelli, Giancarlo Elia Valori. Per queste accuse Diliberto annunciò una querela contro Rizzo, che però non vi è stata; viene invece richiesta dal professore sardo una citazione danni per 1.000.000 di euro.

Il 3 luglio 2009 Rizzo annuncia la fondazione del movimento politico Comunisti Sinistra Popolare, rifacendosi ai principi del marxismo-leninismo, che diventerà poi nel gennaio 2012 Comunisti Sinistra Popolare – Partito Comunista, e infine, dal gennaio 2014, semplicemente Partito Comunista (PC). Con la nascita del suo Partito più volte farà elogi alla figura di Iosif Stalin e si dichiarerà “stalinista”.

È proprio da quell’anno che Rizzo si ricostruisce una verginità, sull’onda della sua opposizione al Governo Prodi II e alla degenerazione neoliberale del centro-sinistra sfociato nella fondazione del Partito Democratico (fondato dai lasciti di Margherita, Unione, Ulivo, DS ed ex-democristiani).

Dal 2014 in poi, anno della fondazione del Partito Comunista (PC), diventa un personaggio popolare e televisivo presente nei talk show come volto “alternativo” che offre una narrazione “alternativa” al sistema.

Da quegli anni inizia a diventare popolare soprattutto a quella fetta di popolazione italiana che per anni non era stata intercettata dalla vita politica, o che era insoddisfatta, o che non aveva mai conosciuto la storia politica di Marco Rizzo. Interessanti saranno, soprattutto in politica internazionale e geopolitica, le sue analisi molto lucide sulla guerra in Libia, in Siria, sugli attacchi imperialistici ai Paesi progressisti dell’America Latina (Cuba, Nicaragua, Venezuela, Argentina di Kirchner e Fernandez).

Inizia a criticare in modo molto più ferreo la grande finanza internazionale, la «gabbia euroatlantica» che lede «la sovranità dell’Italia», il signoraggio bancario, l’Euro come moneta senza Stato, l’Europa delle banche e dei poteri lobbyistici distruttrice dei diritti sociali, il neoliberismo e la globalizzazione capitalista, l’assolutismo del mercato, il fatto che ogni guerra ha origine economiche e quindi ha interessi imperialistici (soprattutto prendendo di mira l’imperialismo USA), oltre a prendere sempre più posizione per un’uscita unilaterale dell’Italia dall’UE, dall’Euro e dalla NATO.

Marco Rizzo diventa, da sostenitore dei Trattati europei, un feroce nemico della Troika (BCE, Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale).

In questo frangente inizia ad essere ospite di tv e canali della controinformazione alternativa, poiché veramente sembra dire qualcosa che pochi o nessuno afferma con chiarezza nel panorama politico italiano. È qui che l’autoreferenzialità inizia ad accrescere e il suo “stalinismo” lo porta a sostenere certe posizioni sovraniste che strizzano l’occhio ad una certa destra.

Inizia a battersi contro l’immigrazionismo, che sarebbe un’ideologia della potenti lobby finanziarie volta a pianificare l’immigrazione per importare nuovi schiavi da sfruttare. Si oppone all’arrivo dei migranti, tirando in ballo in modo decontestualizzato Marx, citando la sua teoria dell’esercito industriale di riserva.

Pur essendo uno dei pochissimi a criticare le politiche pandemiche, l’introduzione del Green Pass e l’obbligatorietà per i vaccini anti-Covid, negli ultimi anni ha preso posizioni di negazionismo riguardo l’origine antropica del cambiamento climatico attuale, sia nelle comparse in canali televisivi tramite la sua attività su social network definendo la questione una “balla”.

Il 10 maggio 2021 Marco Rizzo ha ottenuto una pagina intera sulla Verità di Maurizio Belpietro per esporre le proprie idee a proposito del ddl Zan e più in generale sui diritti civili.

L’intervistatore chiede: «come mai, con una pandemia in corso, il PD insiste così tanto sul ddl Zan?» La sua risposta è stata: «Se vogliamo dirla tutta, la mutazione genetica della sinistra italiana inizia negli anni settanta, con l’avvento del femminismo e dell’ecologismo da salotto. Nel nome dei diritti civili hanno buttato a mare i diritti sociali: il lavoro, la casa, la salute, la scuola». 

Attribuire al ’68 e all’«avvento del femminismo» i colpi subiti dal lavoro è un distillato della vecchia cultura dominante e dei luoghi comuni più reazionari. Ma volendo essere seri, perché contrapporre i diritti sociali ai diritti civili?

Proprio l’esperienza degli anni ’70 dimostra l’opposto. Furono anni di grande avanzata del movimento operaio e delle sue conquiste sociali su tutti i terreni indicati: nel campo del lavoro (Statuto dei lavoratori), della casa (equo canone), della salute (riforma sanitaria del 1978), della scuola (scolarizzazione di massa). E proprio per questo, guarda caso, furono gli anni della conquista del divorzio, del diritto all’aborto, più in generale dei diritti delle donne.

Cosa dimostra questo se non che l’avanzata del movimento operaio porta con sé l’avanzata di tutti i diritti democratici più elementari?

La controprova è stata l’esperienza dei decenni successivi, quando l’arretramento del movimento operaio, per responsabilità delle direzioni politiche e sindacali della sinistra, ha finito col trascinare nel baratro o sotto processo i diritti democratici conquistati negli anni ’70, spianando la strada alla rivincita delle destre peggiori. Quelle che contrappongono i diritti sociali ai diritti civili. Quelle che vogliono abolire la legge 194 e i diritti delle persone LGBT, quelle che celebrano la vecchia cara famiglia patriarcale contro i guasti della modernità.

Nella stessa intervista il giornalista chiede a Rizzo: «Sta contestando la cosiddetta “ideologia gender”?». Rizzo risponde: «È un’ideologia piegata al consumo. Ci sono dati statistici oggettivi: due single presi separati consumano più di una coppia sotto lo stesso tetto».

Questa è un’assurdità in termini concettuali e analitici, poiché l'“ideologia gender” non è un concetto e non è una categoria analitica. L’espressione “ideologia gender” è un dispositivo retorico reazionario creato dal Vaticano, dalla destra teologica e dai movimenti ultra-integralisti cristiani dopo la Conferenza Onu delle donne di Pechino del 1995, con il fine di opporsi alle rivendicazioni dei diritti LGBTQ+ e al femminismo con il fine specifico di delegittimare gli studi di genere, etichettandoli come un’imposizione ideologica che minaccia l’“ordine naturale” uomo-donna, descrivendo l’ordine sessuale come non storico e non politico.

Come ha spiegato bene la sociologa Sara Garbagnoli, ricercatrice indipendente associata al centro di ricerca LEGS dell’Università Parigi 8 ed attivista femminista, l’ideologia gender è una “etichetta patacca” che esiste solamente nelle parole di chi la combatte.

Ma questo non è nulla in confronto alla degenerazione attuale. Nel 2022 alle elezioni politiche è uno dei promotori della lista Italia Sovrana e Popolare insieme ad altri movimenti come Ancora Italia di Francesco Toscano, Riconquistare l’Italia di Stefano D’Andrea, Azione Civile di Antonio Ingroia, Italia Unita di Francesco Nappi, Patria Socialista di Igor Camilli e Rinascita Repubblicana della ex-leghista Francesca Donato, che uscirà poco dopo dall’alleanza.

Il 21 gennaio 2023 il comitato generale del Partito Comunista elegge come suo nuovo segretario Alberto Lombardo, mentre a Rizzo viene affidato l’incarico di presidente onorario.

Due giorni dopo il Partito Comunista, Azione Civile, Fronte per la Sovranità Popolare e Ancora Italia fondano Democrazia Sovrana Popolare (DSP) per proseguire l’esperienza di ISP. A luglio 2023 vengono però espulsi dalla coalizione sia Azione Civile che il Fronte per la Sovranità Popolare.

DSP non riuscirà a raccogliere le firme necessarie per presentare le liste per le elezioni europee del 2024 in tutte le circoscrizioni, riuscendo, grazie al supporto di un suo “storico avversario politico” Gianni Alemanno (proveniente storicamente dal MSI), a presentarsi solo in quella centrale dove Rizzo da capolista raccoglie oltre 6.500 preferenze contribuendo allo 0,15% totale della lista.

Alemanno e Rizzo sostengono insieme il candidato di DSP del medico ex-forzista Daniele Giovanardi (1,40%) alle elezioni comunali di Modena e anche Patrizio Sgarra a Giaveno (1,59%).

In vista dei referendum popolari sul lavoro promossi dalla CGIL l’8 giugno 2025, Marco Rizzo invita all’astensione contro le proposte della CGIL, che in sostanza sostenevano tutte le conquiste sociali che lo stesso Rizzo fin dal 2014 ha sostenuto con fermezza.

Sicuramente ciò che più ha mostrato in questi anni la sua attuale ri-degenerazione politica è il suo sostegno alla Riforma della giustizia del Ministro Carlo Nordio (appartenente al Governo Meloni) e il suo sostegno esplicito al Sì al referendum costituzionale del 22 e del 23 marzo 2026.

Una presa di posizione totalmente vaga, di pancia, fatta di slogan di bassissimo livello senza mai entrare nel merito della riforma. Sui social, in sostegno al Sì, si è abbassato a parlare del caso di sua moglie derubata: un circo social-mediatico che gli ha fatto guadagnare clamore e visibilità (cosa che lui a quanto pare cerca in modo spasmodico, non avendo invece il corrispettivo in voti e consenso popolare).

È un fatto che Marco Rizzo sia stato per sedici anni (1992-2008) un fervente governista: prima a sostegno di Prodi (votando lavoro interinale, campi di detenzione per i migranti, il record delle privatizzazioni in Europa, i tagli sociali per entrare nell’Europa di Maastricht...); poi a sostegno dei governi D’Alema ed Amato (votando i bombardamenti della NATO in Serbia e la parificazione tra scuola pubblica e privata); poi nuovamente a sostegno del secondo governo Prodi, seppur con una postura più critica (detassazione massiccia dei profitti, missioni militari, nuovi tagli sociali, truffa sul TFR...).

Nella “sinistra radicale” italiana nessuno ha governato quanto Rizzo, a braccetto col centrosinistra e i liberali.

Ora – dopo le alleanze con il postfascista Alemanno e l’astensione ai referendum popolari sul lavoro del 2025 – con il Sì alla Riforma Nordio, mostra veramente ciò che è sempre stato.

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03/07/2026

I meloniani di CGIL-CISL-UIL

di Giorgio Cremaschi

E così Giorgia Meloni ha fatto filotto.

Dopo l’invito al congresso della CGIL, non appena era stata eletta Presidente del Consiglio; dopo la calda accoglienza nel sindacato di casa, la CISL; ora Meloni ha raccolto grandi applausi dalla UIL. Ci sta.

Giorgia Meloni ha trionfalmente ricordato di essere l’unico capo di governo che è intervenuto in tutti i congressi dei tre sindacati confederali. E ha anche vantato che la piattaforma del governo sul “salario giusto” sia la stessa di CGIL-CISL-UIL. È proprio così.

I sindacati guidati da Landini, Fumarola e Bombardieri, al di là delle chiacchiere, stanno assieme al padronato e al governo nelle peggiori schifezze. Ultima è il sequestro del tfr dei nuovi assunti, a favore dei fondi pensione di cui CGIL-CISL-UIL sono promotori e cogestori.

Il segretario della UIL ha elogiato Meloni, affermando che mai il sindacato aveva ricevuto tanta positiva attenzione dal governo. È tutto reciproco.

Del resto CGIL-CISL-UIL da più di trent’anni firmano contratti al ribasso che non recuperano neanche l’inflazione; e ora propongono alle controparti imprenditoriali un altro patto sociale, che continui questa politica sindacale in perdita. In perdita per i lavoratori naturalmente, ma non per le burocrazie sindacali, che in cambio della loro complicità hanno raccolto ruolo e riconoscimento. E ora è arrivato anche il plauso di Giorgia Meloni.

In questo collaborazionismo confederale con padronato e governo, la posizione della CGIL è forse quella più penosa, perché da un lato fa proclami di lotta, dall’altro accetta tutto quello che passa il convento.

Così Meloni, mentre va in difficoltà su tutto, proprio con CGIL-CISL-UIL raccoglie ancora successi. E questo oramai non dovrebbe stupire nessuno.

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26/06/2026

La destra delinquente, ma “legge e ordine”

Il mondo funziona secondo leggi scientifiche. Che sono contro-intuitive. Ossia quasi sempre il contrario di quel che è la prima sensazione.

Un esempio veloce per capirci: il Sole e la Luna sorgono e tramontano, quindi sembrano girare entrambi intorno alla Terra. Ci sono voluti secoli di osservazioni e l’elaborazione successiva di diverse teorie astronomiche per arrivare a capire come e perché sia la Terra a girare intorno al Sole, mentre la Luna effettivamente è un «nostro» satellite.

Passando alla società e alla politica il funzionamento scientifico cambia le regole specifiche, di settore, ma la contro-intuitività rimane.

Una delle prime frasi pronunciate da Gianni Alemanno all’uscita dal carcere di Rebibbia restituisce in pieno quella «regola»: «Non ci crederete, ma la maggior parte dei detenuti è di destra».

Vero e falso si mischiano in un pasticcio senza capo né coda. Com’è possibile che migliaia di persone private della libertà, vessate quotidianamente per il sovraffollamento, le condizioni igieniche e sanitarie infami, i diritti inesistenti oppure negati, le botte ricevute sistematicamente ad ogni accenno di protesta, ecc, possano condividere la stessa «idea politica» dell’attuale governo e di quasi tutte le guardie carcerarie che maramaldeggiano su di loro?

Cosa c’è in comune tra una vita fuorilegge e un’ideologia politica che blatera di «legge e ordine»?

Proprio Alemanno incarna al meglio entrambi i mondi. Condannato per «traffico di influenze illecite», per cui alla fine ha dovuto passare un anno e mezzo in carcere, è giuridicamente un «pregiudicato» che ha commesso reati comprovati da un processo attraverso tre gradi di giudizio.

Il «traffico di influenze illecite» è un tipico reato da classe politica e amministrativa, che consiste fondamentalmente nell’usare il potere pubblico per favorire gruppi di interesse e singoli in cambio di voti, soldi, benefit, o qualsiasi altra contropartita.

In particolare l’inchiesta che lo ha inchiodato è quella di «mafia capitale», che aveva tra i perni la figura di Massimo Carminati, bandito e fascista vicino ai Nar, entrato a pieno titolo nel mondo del «terzo settore» quando lo Stato – e Regioni, Province, Comuni – ha preso a privatizzare i servizi pubblici.

Alemanno, da sindaco di Roma, avrebbe o aveva fatto in modo che una serie di subappalti e finanziamenti finissero dalle parti delle «cooperative» che «afferivano» al «Cecato» (Carminati aveva perso un occhio nella sparatoria in cui era stato arrestato nel 1981).

Prima ancora era stato ministro dell’Agricoltura, distinguendosi – nell’anniversario della conquista del K2 – per essersi fatto portare in elicottero al «campo base» (5.150 metri di quota) della spedizione commemorativa. E di lì – autodefinendosi allora «il miglior alpinista senza allenamento» – aveva preteso di camminare fino al «campo 1» (6.000 metri).

Anche un normale appassionato di trekking su quote molto più modeste sa che, nel salire, bisogna prendersi i tempi necessari al corpo per «acclimatarsi», ossia fare l’abitudine ad un’aria molto più povera di ossigeno. Alemanno ignorò la scienza – poi anche «la legge» – finì intubato, ricaricato sull’elicottero e portato in ospedale per le cure del caso.

Non abbiamo fatto una digressione gratuita, anche se divertente. Perché qui abbiamo visto all’opera proprio la risposta alla domanda che ci eravamo posti: Cosa c’è in comune tra una vita fuorilegge e un’ideologia politica che blatera di «legge e ordine»?

Una «mentalità» (è davvero eccessivo chiamarla «cultura») secondo cui le “regole sociali” e le “leggi di natura” valgono per gli altri, ma non per se stessi.

I detenuti attuali, e tutto il mondo extralegale, sono per lo più individualisti, convinti che la soluzione ai loro problemi sia un affare personale, vedono nei loro «colleghi» semplicemente dei «concorrenti», con cui si mantengono dei rapporti di subordinazione o dominio, quasi mai di cooperazione, se non – guarda caso – nella rivolte.

Non sono insomma più gli anni Settanta e i primi ‘80, quando la «cultura conflittuale» dei movimenti (operaio e studentesco) aveva contagiato anche i prigionieri facendo vedere la superiorità e la maggiore efficacia dei comportamenti collettivi, della lotta comune.

E la mentalità individualista domina anche in tutte le varianti della destra politica. A partire dalla «libertà di impresa» (volto ideologico «nobile» dell’individualismo imprenditoriale), alla «deregolamentazione», all’evasione fiscale, alle concessioni pubbliche che diventano «proprietà private» a vita, alle bisteccherie con soci improbabili e ai colpi d’arma da fuoco che non si riesce a sapere chi li abbia sparati (in una festa tra agenti delle scorte e politici di ultradestra!).

Fino al «traffico di influenze illecite», che – come detto – significa usare il potere pubblico (e i soldi stanziati per «progetti di interesse pubblico») per nutrire affari privatissimi, o anche solo per garantire un reddito ai propri clientes.

Un micro o macro «delinquente» ha la stessa mentalità. Se vince è stato furbo, se perde qualcuno è stato più furbo, andrà meglio la prossima volta. Sia che partecipi ad una «impresa criminale» (un traffico di droga organizzato su vasta scala, dai rapporti internazionali fino allo spaccio di strada), o agisca pressoché «in proprio», è identica l’idea che «il pubblico» sia una massa di cose e possibilità costruite con i soldi dei «fessi che pagano le tasse» ma a disposizione del primo che se ne impossessa.

Anche «legge e ordine», in questa quadro di «valori», sono chiaramente specchietti per le allodole. Cose che vanno dette per «far politica», ma a cui non si crede affatto. E infatti l’abuso d’ufficio è stato abolito come reato, ed anche il «traffico di influenze» ridimensionato fino a comprendere solo casi di dimensioni eccezionali, non derubricabili a «normalità».

Regole e leggi sono qui chiaramente considerate delle invenzioni per favorire qualcuno e danneggiare qualcun altro, come si fa per quella elettorale. Lo Stato “serve” se ci dà qualcosa o possiamo usarlo per arricchirci. Altrimenti è un nemico da evitare (non «combattere»).

Tant’è che nel giro di poche ore si può passare direttamente dalla cella alla cena con Vannacci («Caino deve marcire in galera»), dopo aver mormorato che «non si può pensare di buttare la chiave» (di fatto l’opposto).

Alla fine di questo giro, insomma, si può dire con tranquillità che la frase «sorprendente» di Alemanno da cui siamo partiti è vera soltanto se la si rovescia nel suo contrario, contro-intuitivamente.

Ossia: la destra ha stessa mentalità di un delinquente, solo che non sta (per ora) in carcere.

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16/02/2026

Epstein: oltre lo scandalo, entrare nella logistica del sistema

Premessa. La censura su Meta sta diventando piuttosto pesante, ce ne siamo accorti tutti/e, tra sciami di bot, post spostati, post segnalati, fino a condizionare ciò che scriviamo o mostriamo. Come molti mi sto guardando intorno. Substack sembra essere una buona piattaforma. Al momento i miei articoli più lunghi proverò a metterli anche lì. Poi vedremo.

Quindi questo articolo lo trovate anche lì.

Cosa ho capito dell’archivio

Dopo più di dieci giorni passati a immergermi nel mare magnum delle mail e dei documenti che compongono l’archivio Epstein, ho capito che un solo individuo, salvo rari casi di coinvolgimenti palesi e documentati senza censure, non è in grado di comprendere la totalità del mosaico.

Ci troviamo di fronte a un sistema così stratificato e iper-connesso che lo sguardo umano, solitamente abituato a cercare una narrazione lineare di colpa e castigo, naufraga inevitabilmente nel gorgo del sensazionalismo. La reazione istintiva è la ricerca della cosa più “schifosa”, dello shock pornografico o del dettaglio che possa scuotere un’opinione pubblica ormai assuefatta a ogni forma di aberrazione.

I giornalisti, salvo pochissimi, non stanno facendo il loro lavoro, dovrebbe essere infatti una priorità mondiale, ma siamo fortunati se troviamo dei trafiletti sotto a notizie insignificanti.

Dobbiamo anche denunciare che l’operazione di rilascio di questi tre milioni di file, funestata da pesanti omissis che troppo spesso sembrano proteggere i nomi chiave degli abusatori piuttosto che la dignità delle vittime, non è un caos casuale, ma un atto deliberato. La mancanza di un filo logico e la frammentarietà cronologica dei dati sono strategie tese a livellare ogni informazione, mettendo tutto sullo stesso piano affinché il disegno d’insieme scompaia nel rumore di fondo.

Questa compulsione alla visione del mostruoso non è che l’ennesima trappola di un potere che si protegge attraverso l’eccesso di visibilità, una “febbre d’archivio” che, mentre promette trasparenza, seppellisce la verità strutturale sotto una massa informe di dati privi di contesto. 

L’arkheion digitale

Per decifrare l’archivio Epstein, occorre innanzitutto comprendere cosa sia, filosoficamente, un archivio. Jacques Derrida, nel suo saggio “Mal d’Archive”, ci ricorda che l’etimologia del termine risale al greco arkheion, la residenza dei magistrati superiori, gli arconti. L’arconte non era solo il custode dei documenti, ma colui che deteneva il potere di “cominciamento” e di “comando“. Egli aveva il diritto di fare e rappresentare la legge, custodendo i documenti ufficiali nella propria dimora privata, che diventava così, paradossalmente, il luogo di nascita dello spazio pubblico.

L’archivio Epstein rappresenta un’inversione traumatica di questo processo. Ciò che per decenni è stato custodito nella dimora privata del potere, intesa sia come spazio fisico (le ville, le isole) sia come spazio digitale (server criptati, sistemi Jmail), viene improvvisamente gettato nella sfera pubblica. Ma questa pubblicità non garantisce la comprensione.

Derrida parla di una “pulsione archiviolitica”, una forza intrinseca all’archivio che spinge verso la distruzione e l’oblio proprio nel momento in cui si cerca di preservare tutto. La “febbre d’archivio” che colpisce l’osservatore oggi è una forma di dipendenza dal dato che, invece di illuminare, acceca.

L’analisi forense dei file rivela che l’élite non si limitava a comunicare, ma utilizzava l’archivio come uno strumento di “house arrest” della verità. L’uso di cartelle di bozze condivise per scambiarsi messaggi senza mai “inviarli” è una metafora perfetta della comunicazione del potere: un dialogo interno, invisibile dall’esterno, che non lascia metadati tradizionali di invio e ricezione. Questo è il vero “mal d’archivio”: una memoria che è già strutturata per essere inaccessibile, anche quando diventa pubblica. 

Eterotopie del privilegio, l’isola e altri luoghi di sospensione del diritto

Michel Foucault ha introdotto il concetto di “eterotopia”, che, detta in estrema sintesi, significa un “contro-spazio”, un luogo reale che si trova al di fuori di tutti i luoghi, pur essendo localizzabile. A differenza delle utopie (che sono spazi ideali e inesistenti), le eterotopie sono “effettivamente realizzate” e servono per descrivere spazi che hanno la funzione di contestare, invertire o sospendere gli altri spazi della società.

Little Saint James e lo Zorro Ranch, lette in questa accezione non erano semplici proprietà immobiliari, ma erano (sono?) eterotopie di deviazione e di compensazione, mondi paralleli dove le norme morali e legali della società civile venivano annullate per far posto alla volontà sovrana dell’arconte.

Foucault spiega questo concetto attraverso la metafora del miracolo dello specchio: nello specchio io mi vedo là dove non sono, in uno spazio irreale che si apre dietro la superficie, ma lo specchio esiste realmente e rimanda una “contro-azione” sulla posizione che occupo.

L’universo Epstein è lo specchio deformante dell’élite: un reticolo di 55 luoghi chiave che funzionano come un sistema di vasi comunicanti, progettato per sospendere le norme del contratto sociale e instaurare quella che Giorgio Agamben definisce la Giurisdizione dell’Eccezione. 

L’isola come stato di eccezione permanente

Little Saint James non era la classica residenza di lusso un po’ appartata, era la materializzazione di quello che Schmitt definiva lo Stato di Eccezione. In questo spazio, il diritto non è assente, ma sospeso per lasciare spazio alla pura forza del sovrano (l’élite). L’infrastruttura dell’isola, che già nel 1997 comprendeva un sistema di desalinizzazione privato, un eliporto e un molo, andava ben al di là dell’estetica del lusso, obbediva a una logica di autonomia giurisdizionale.

Creando una propria rete di approvvigionamento idrico e logistico, l’élite recideva ogni legame con la “terraferma” dello Stato e del contratto sociale. L’indipendenza infrastrutturale garantisce che:

• Non servano controlli. La desalinizzazione e la produzione di energia proprie rendono il feudo invisibile ai registri delle utenze pubbliche.

• L’isolamento sia la prigione. Come notato da Deleuze, l’isola deserta attira per la sua capacità di essere un “cominciamento assoluto”. Allontanarsi da Little Saint James o dallo Zorro Ranch significa perdersi nell’oceano o nel deserto; lo spazio stesso diventa lo strumento di controllo, rendendo superflue le serrature.

I sei principi eterotopici nel sistema epstein

L’universo Epstein opera attraverso meccanismi che riflettono i sei principi di Foucault, trasformando il privilegio in una zona di anomia (assenza di legge):

1. Eterotopia di deviazione. Luoghi come lo Zorro Ranch diventano spazi dove l’anormalità (la predazione, l’eugenetica) è la norma interna per l’élite.

2. Mutamento di funzione. La Villa di Palm Beach o l’appartamento di Manhattan fungono da “macchine di normalizzazione” esterna (la facciata dell’alta borghesia) mentre internamente operano come spazi di disciplinamento e cattività.

3. “Juxtaposision” di incompatibili. La presenza di una sedia da dentista o di un “tempio” decorativo in contesti di abuso crea un microcosmo dove il rito e la violenza convivono, destabilizzando la vittima.

4. Eterocronia (rottura del tempo). Nelle isole, il tempo della legge è sospeso. Vige un’eternità artificiale garantita dalla logistica privata (jet, elicotteri) che recide i legami con le reti di soccorso.

5. Sistema di apertura e chiusura. L’accesso è regolato da riti di ingresso (inviti, voli privati) e guardiani legali (NDA), che creano una barriera impenetrabile tra la giurisdizione del privilegio e quella del cittadino comune.

6. Funzione di illusione e compensazione. La Townhouse di New York è un’eterotopia di illusione che nasconde l’orrore dietro la rispettabilità; lo Zorro Ranch è l’eterotopia di compensazione definitiva, un feudo di 10.000 acri dove l’ordine del privilegio è superiore alla democrazia.

Il ricco non abita lo spazio, ma lo secerne, creando un sistema di impunità dove le regole collettive evaporano di fronte alla potenza del capitale.
 
La banalità del male nell’era tecno-finanziaria

Hannah Arendt, nel suo resoconto sul processo Eichmann, ha decostruito la figura del criminale totalitario come un funzionario spaventosamente ordinario e non come il classico “mostro”.

Nel sistema Epstein, questa diagnosi trova una nuova, agghiacciante, conferma nell’esercito di professionisti di cui aveva bisogno una simile ed estesa rete come quella di Epstein. Pensate a quante persone orbitavano nell’ingranaggio “Epstein”: banchieri, avvocati, piloti e contabili, che hanno garantito la stabilità dell’infrastruttura e che si ritrovano anche nelle mail dell’archivio.

Arendt scriveva: «Eichmann non era uno Iago né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” – come Riccardo Terzo – per fredda determinazione». Allo stesso modo, i dirigenti di JPMorgan Chase che hanno gestito 1,3 miliardi di dollari in transazioni sospette legate a Epstein non si consideravano complici di un predatore, ma protettori di un asset finanziario. Essi incarnano quella disumanizzazione per cui il sistema «tende a trasformare gli uomini in funzionari e in semplici rotelle dell’apparato amministrativo, e cioè tende a disumanizzarli».

Il sistema Epstein ha operato attraverso una codificazione linguistica che Arendt avrebbe riconosciuto immediatamente. Come Eichmann dichiarava che «il linguaggio burocratico (“Amtsprache”) è la mia unica lingua», così la macchina Epstein ha utilizzato eufemismi tecnici per neutralizzare la violenza:

• Le vittime erano mappate come «Studentesse», «Trainees» o, in termini puramente logistici, «Assets».

• I pagamenti per il silenzio delle sopravvissute venivano registrati come «Administrative Matters» (questioni amministrative).

• Il trasferimento di enormi capitali per finanziare la logistica del traffico veniva etichettato come «Project Management».

Arendt osserva che il criminale burocratico «non capì mai che cosa stava facendo» proprio a causa di questa «spaventosa mancanza di pensiero». Questa assenza di pensiero non è stupidità, ma l’incapacità di uscire dal proprio mansionario. È il «governo di nessuno che è in realtà la forma politica nota col nome di burocrazia», dove ogni individuo può dichiararsi neutro rispetto alla macchina complessiva.

Il memorandum del Senato degli Stati Uniti (2025) ha rivelato che dirigenti di alto livello, come Mary Erdoes, erano in costante contatto con Epstein, e che l’ex CEO del Private Banking, John Duffy, consigliava attivamente Epstein su come eseguire prelievi massicci di contante per evitare i controlli antiriciclaggio. Questa è la “banalità del male” in versione 2.0: non più l’ufficiale delle SS che organizza treni, ma il banchiere che costruisce una “parete di contanti” per proteggere un cliente d’élite, normalizzando l’orrore attraverso la routine professionale. 

Il peso dell’osservare e il crollo del “senso”

Al termine di questo viaggio nel cuore di tenebra dell’archivio Epstein, ciò che resta trascende il disgusto, configurandosi come un profondo senso di eclissi dell’io. Dopo dieci giorni di immersione, la domanda si è spostata dall’identificazione del colpevole all’interrogazione su cosa io sia diventata mentre guardavo.

Veniamo sopraffatti perché l’archivio è progettato come un’arma di saturazione. La strategia del potere consiste nell’annegare il segreto in una “trasparenza tossica” dove 3,5 milioni di pagine agiscono come una tempesta di sabbia.

Perché veniamo sopraffatti?

Siamo sopraffatti a causa della ricerca di categorie che il potere ha già neutralizzato. L’indagine del “mostro”, volta a esorcizzare la nostra normalità, conduce esclusivamente a una rete di “buoni padri di famiglia” che firmano contabili bancarie e piani di volo.

Siamo sopraffatti poiché l’archivio opera una violenza epistemica: la concessione dei nomi delle vittime avviene in parallelo alla negazione di quelli degli abusatori attraverso omissis selettivi, configurandosi come atti di comando arcontico. Questo “Panopticon rovesciato” obbliga a guardare la vittima, lasciando l’abusatore nell’ombra del potere sovrano.

Quali categorie usare?

È necessario smettere di guardare l’archivio come una “zona voyeristica” dello scandalo, leggendolo invece come una cartografia dell’infrastruttura. L’Etica dello Sguardo individua la regolarità del sistema piuttosto che l’evento eccezionale. Le categorie da usare appartengono alla logistica e alla biopolitica:

• L’efficienza dei contratti NDA che agiscono come barriere giurisdizionali prevale sulla perversione del singolo.

• L’analisi delle transazioni offshore e della complicità bancaria (la “Parete di Cash”) sostituisce il voyeurismo sul corpo violato.

• La decrittazione dei codici linguistici (“Administrative Matters”, “Project Management”) che servono a de-eticizzare l’orrore assume priorità rispetto alla ricerca del dettaglio scabroso. 

Il senso dell’Etica dello Sguardo

Guardare l’archivio Epstein oggi costituisce un atto politico estremo che mette a nudo l’inutilità del rituale democratico in un mondo governato da questa élite transumanista e oligarchica. Il voto, in questo contesto, rappresenta un’illusione di sovranità concessa a spettatori di un dramma la cui sceneggiatura è scritta in eterotopie inaccessibili.

La nostra unica resistenza risiede nel rifiuto del voyeurismo che trasforma l’osservatore in manovalanza gratuita per l’algoritmo del sensazionalismo. Occorre il coraggio della noia, la forza di indietreggiare dal pettegolezzo virale per fissare fermamente l’occhio sull’architettura del potere.

L’Etica dello Sguardo è la pretesa di un piano d’insieme opposto alla frammentazione deliberata. Rappresenta la scelta di ergersi a testimoni di una giustizia strutturale che, rifiutando il singolo capro espiatorio, pretende la demolizione delle macchine di normalizzazione responsabili dell’orrore.

In definitiva, l’archivio Epstein rivela che il mostro è lo spazio che abitiamo se accettiamo di guardarlo senza vederne i cardini. La sfida consiste nel restare umani sotto il peso di questa memoria cibernetica, ricordando che l’archivio è una responsabilità per il domani. Uno sguardo capace di de-spettacolarizzare il male permette di sperare, un giorno, nella restituzione della dignità a chi in quell’archivio è stato ridotto a semplice “asset” del potere sovrano. 

Bibliografia minima

• Agamben, Giorgio, Stato di eccezione. Homo sacer, II, 1, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

• Arendt, Hannah, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Nuova ediz., Feltrinelli, Milano 2023.

• Brown, Julie K., Perversion of Justice: The Jeffrey Epstein Story and the Betrayal of the Victims, HarperCollins, New York 2021.

• Crouch, Colin, Postdemocrazia, trad. it. di C. Paternò, Laterza, Roma-Bari 2003.

• Derrida, Jacques, Mal d’archivio. Un’impressione freudiana, trad. it. di G. Pozzi, Filema, Napoli 1996.

• FiscalNote, Epstein Unboxed: AI-Enhanced Database for Investigation Records, 2026.

• Foucault, Michel, Utopie. Eterotopie, a cura di A. Moscati, Cronopio, Napoli 2006.

• Hilberg, Raul, La distruzione degli Ebrei d’Europa, a cura di F. Sessi, trad. it. di G. Guastalla, Einaudi, Torino 2017.

• Mair, Peter, Ruling the Void: The Hollowing of Western Democracy, Verso, London 2013.

• PDF Association, A Case Study in PDF Forensics: The Epstein PDFs, Case Study 2025-2026.

• U.S. Department of Justice, Epstein Library: Investigative Files and Correspondence, rilasciati ai sensi dell’Epstein Files Transparency Act, 2025-2026.

• U.S. Senate Committee on Finance, Staff Memorandum: Analysis of JPMorgan Chase’s Relationship with Jeffrey Epstein, 20 novembre 2025.

Fonte

13/02/2026

Nella rete di Epstein c’erano decine di intellettuali e scienziati

Tra gli oltre tre milioni di file collegati a Jeffrey Epstein, pubblicati a fine gennaio dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti seppur con delle parti ancora secretate (a fronte di altri 3 milioni ancora del tutto indisponibili al pubblico), c’è anche un elenco di 30 tra scienziati e intellettuali di alto livello di fama internazionale.

Esaminando i file si evince che nessuno dei personaggi citati nelle conversazioni ha partecipato alle attività illegali del finanziere statunitense condannato per reati sessuali contro minori, ma appare ora evidente che tutti facevano parte di una cerchia di celebrità scientifiche che Epstein adulava e sponsorizzava per ripulire la sua immagine e fornire una legittimazione alle sue posizioni razziste, pedofile e misogine.

I personaggi più rilevanti della lista sono indubbiamente Noam Chomsky e Bill Gates, Nei documenti compare anche Lisa Randall, fisica teorica dell’Università di Harvard a Cambridge che in varie mail scherzava con Epstein sugli arresti domiciliari imposti al finanziere dopo il suo arresto nel 2008 per adescamento sessuale da parte di una minorenne.

Secondo la rivista Nature, i nuovi documenti – che includono anche Stephen Kosslyn, neuroscienziato di Stanford e Harvard, e Corina Tarnita, professoressa a Princeton – rivelano che i legami di Epstein con la comunità scientifica erano più profondi di quanto si pensasse in precedenza.

Dopo la sua condanna per reati sessuali nel 2008, Epstein mantenne contatti con eminenti scienziati, alcuni dei quali continuarono a frequentarlo e a ricevere finanziamenti dalle sue casse o semplicemente per godere della sua ospitalità e dei lussi che il finanziere metteva loro a disposizione.

In veste di filantropo, Epstein investì vari milioni di dollari in progetti di fisica teorica, biologia evolutiva e genetica presso istituzioni come Harvard, il MIT e l’Arizona State University. Finanziava anche ricerche e organizzava sontuose conferenze e feste di ricerca a cui parteciparono personaggi come i fisici Stephen Hawking e Kip Thorne.

I documenti appena pubblicati dimostrano che Jeffrey Epstein ha cercato il sostegno di una cerchia ancora più ampia di scienziati per convalidare idee e progetti controversi legati a razza, cognizione e genere, in cui i precetti suprematisti venivano trascesi, come la possibilità di migliorare il genoma umano e trasmettere determinati tratti per creare esseri umani superiori.

Attraverso agenti letterari come John Brockman e i contatti editoriali della sua compagna e stretta collaboratrice Ghislaine Maxwell, Epstein creò anche un club di incontri scientifici per soli uomini.

In questo “club maschile”, lo scambio privato di idee razziste e sessiste era frequente. Uno dei casi più eclatanti emersi è una serie di email del 2016 tra Epstein e lo scienziato cognitivo tedesco Joscha Bach, allora professore al MIT, in cui affermavano cose come “I bambini neri negli Stati Uniti potrebbero avere uno sviluppo cognitivo più lento” e discutevano di modifiche genetiche per “rendere le persone nere più intelligenti”. Lo stesso scambio affrontava anche la mancanza di capacità delle donne in “aree altamente astratte”.

L’ultima serie di documenti include anche uno scambio di messaggi del 2016 con il medico Peter Attia, in cui scherzano su una donna adulta che chiamano “merce”.

Epstein voleva anche investire nella ricerca per modificare geneticamente gli embrioni ed aveva pianificato di “seminare” il suo DNA fecondando 20 donne contemporaneamente, cosa di cui aveva discusso con diversi scienziati di alto livello.

Oltre a quelli che compaiono nell’elenco dei 30 scienziati del nuovo gruppo, i fascicoli di Epstein includono altri nomi di spicco nella cerchia di influenza che cercava di coltivare attorno a sé, che a volte assomigliava a una rete di supporto reciproco. È il caso di Lawrence Krauss, all’epoca fisico teorico presso l’Arizona State University, che ricevette sostegno finanziario da Epstein e gli chiese persino consiglio su come difendersi dalle accuse di molestie sessuali che alla fine portarono alla sua espulsione dall’università.

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