Le immagini della morte di Abdelrahim Fakir, ossessivamente riprodotte in queste settimane, provocano sulla platea mediatica il medesimo effetto che si ripete dai tempi del super 8 di Zapruder: visione morbosa e contemporaneamente estraniazione, distacco dalla realtà, desensibilizzazione progressiva.
Milioni di pc e smartphone hanno contemplato in diretta differita la “morte del marocchino”, nel corso di una sorta di mattanza durata circa un’ora; uno spettacolo che ha ricordato un rituale di morte arcaico, una tauromachia, con le sue preparazioni, le sue criticità, la lotta e alla fine il crollo esanime dell’animale, esausto, sanguinante, matato e finalmente degno di rispetto e pietas.
Quello che però più colpisce di quell’orrore, è il pianto di Fakir, prima che l’aggressione abbia inizio, quando non è ancora stato atterrato e schiacciato, quando è ancora solo un semplice essere umano in difficoltà. Ma non sono tanto le lacrime in sé – il meccanismo biochimico scatenato da una crisi isterica, da una depressione, da qualsiasi altra causa innescante: quanto il terribile senso di predestinazione che sembrano evocare quelle lacrime.
Fakir pare stia piangendo sulla sua vita (tutto sommato un’esistenza faticosamente ordinaria) e sulla sua morte imminente, come se in quel brutto cortile di garage ci fosse arrivato sapendo che quella sarebbe diventata la scena del crimine, la stanza dei supplizi, la camera delle esecuzioni.
Ci arriva piangendo? Si getta a terra in lacrime? Suda, urla, prega o impreca? Non scappa. È in trappola, in un budello pericoloso denominato via Italo Svevo. Dà l’idea terribile (la più terribile) di una specie di ostinata rassegnazione. Il Pilastro è un Golgota a cui si consegna piangendo.
Ma Fakir non è Gesù-Isa. È un povero diavolo che sbarca il lunario col facchinaggio. Arrivato in Italia a sette anni, poca scolarizzazione, gap linguistico, familiare, urbano, economico – insomma gap! – e poi il lavoro sotto padrone, sotto cooperativa (il peggior padrone) e l’illusione del mettersi in proprio, probabilmente travolto da tasse e burocrazia.
La vita di periferia umida, assolata, vaporosa, stancante e le aspettative al ribasso anno dopo anno, la mezza età passata senza gloria. Ce l’ho fatta? Sì o no? Sono integrato, sono un pezzo di ingranaggio non sbeccato, funzionale, oppure continuo a essere sempre in ritardo, sempre in affanno – un passo dietro gli italiani, dietro i cinesi, dietro gli albanesi, in questa specie di graduatoria del successo che spesso è solo una classifica delle sfighe?
Abdelrahim è un piccolo peccatore con qualche modesto precedente penale. Decisamente non è Gesù e nemmeno un Wali (un santo). Però quella specie di sentiero verso la morte, percorso lentamente, ostinatamente, continua a suggestionarmi e mi spinge a cercare una qualche lettura non banale o semplicistica di quell’evento.
Il suo corpo urlava e si ribellava ma sembrava anche stancamente rassegnato alla sua fine, come in certi sogni dolorosi e paurosi dei quali si conosce l’epilogo e da cui fortunatamente ci svegliamo sempre un attimo prima che si realizzi.
L’anima, il destino, il mistero delle vite incompiute – tutta roba metafisica difficile da masticare e digerire per le nostre piccole menti. Quello che capiamo bene, invece, è il fallimento materiale: cosa succede quando non trovi una collocazione, un posto, un ruolo, soprattutto dentro la società globale più competitiva che sia mai comparsa sulla faccia della terra, dai tempi di Neanderthal a oggi?
Cosa succede quando si spezza qualcosa dentro – una corda segreta che fa crollare qualche contrappeso, qualche fondale di scena e finisci gambe all’aria, a piangere davanti ai garage di via Italo Svevo?
Chi sono i due centurioni che hanno ucciso Fakir? Non ci dicono i nomi. La privacy è tutto, anche se per i morti notoriamente non vale (si è mai vista la tempestiva perquisizione a casa di un morto ammazzato alla ricerca delle sue colpe? cosa cercavano, un chilo di coca che avrebbe giustificato l’omicidio?).
Anche loro due, forse, staranno piangendo, assassini sicuramente involontari. Staranno maledicendo l’imperizia della loro impresa? O piuttosto daranno la colpa al marocchino – che non doveva essere lì quel giorno, a fare il matto, proprio durante la loro maledetta ora di servizio in zona?
Forse uno dei due stava per sposarsi e ha dovuto rimandare il matrimonio, nell’incertezza dei giorni presenti. Forse l’altro aveva appena acceso un mutuo sanguinoso per comprare ottanta metri quadri (ma fuori Bologna, ad Anzola o Casalecchio, dove il mattone costa meno) e adesso sono entrambi lì, in attesa dell’inchiesta amministrativa e del processo in cui – nell’arco di un decennio, tra appelli e ricorsi – qualche tribunale della Repubblica dovrà solennemente decidere se sono colpevoli di omicidio.
E intanto sperano tremando che non ci sia una sospensione delle funzioni e dello stipendio, che manderebbe definitivamente all’aria le loro aspettative di un’esistenza sana, realizzata, nel regno accogliente delle persone perbene.
Anche i due centurioni forse si sentono dentro una specie di predestinazione che incrocia la vita e la morte degli sconosciuti in snodi fatali e ineffabili. E in queste cose non c’è scudo penale che tenga. Il sangue resta impresso sullo scudo.
Sangue? Battaglia legale intorno al tema del sangue. È effetto dello “strusciamento” sull’asfalto o della pressione sul torace? Mi viene in mente una soluzione salomonica: il sangue intorno alla testa di Fakir sono le lacrime cadute dai suoi occhi increduli e disperati.
Che ci sarebbe di anomalo? In un paese in cui spesso le statue piangono gocce di sangue senza motivo, cosa ci sarebbe di strano se un facchino marocchino le producesse mentre lo stanno ammazzando? Lacrime di sangue. Non ha avuto il tempo di piangere e pregare nell’orto degli ulivi, Abdelrahim. Tutto si doveva consumare in un’ora, non in un giorno – i tempi moderni non consentono lunghe trafile che potrebbero stancare lo spettatore.
Fakir conosceva bene Gesù. Tutti i musulmani lo rispettano e Isa è un nome islamico molto diffuso. Non tutti conoscono la profezia sul suo ritorno. Alla fine dei tempi, Isa tornerà in questo piano di esistenza, nella Storia, nella vita del mondo.
Non sarà un predicatore inerme, guiderà le armate della Giustizia contro quelle del Male. Impugnerà la spada che pure aveva evocato nel Vangelo. In quei giorni non saremo più divisi per religioni, razze, credi, ceti: solo la Verità contro l’Inganno. E due conti saranno tirati.
Ma che c’entrano le grandi profezie antiche, con le piccole morti di periferia? Effettivamente niente. Queste sono storie storte, piccole, sbagliate, anonime, che finiscono inopinatamente al telegiornale solo perché un residente quella mattina aveva il telefono sottomano. Altrimenti a chi sarebbe infischiato di quel corpo sull’asfalto – a parte fratelli, sorelle e nipoti? Ucciso per noi e per tutti in remissione dei nostri peccati.
Il Pilastro. Quartiere simbolo. Dà un’idea di solidità, di forza, ma viene sempre nominato quando si parla di “fragilità sociali”, come pudicamente gli amministratori definiscono i poveri, i sottopagati, i pensionati con la minima, gli invisibili che si barcamenano senza documenti.
Non era mai stato tanto citato, quel quartiere, dagli anni Novanta, quando assurse agli onori della cronaca per l’omicidio di due carabinieri – la strage del Pilastro, appunto. Nel 1991, due fratelli di una famiglia pugliese – i Santagata – erano stati ingiustamente accusati dell’agguato che poi, si scoprì, era stata impresa della Uno Bianca e del suo nucleo di poliziotti killer.
I due fratelli Piter e William Santagata furono arrestati e la famiglia massacrata dai giornali. Si fecero quasi tre anni di galera. Allora il problema della laboriosa Emilia erano i meridionali che non riuscivano a integrarsi dentro l’etica indigena del lavoro, a quel tempo ideologia totalitaria. Vedi i continui rimandi della storia? Clicchi alla voce “Pilastro” e, oltre al povero Fakir, vengono fuori pezzi del nostro imbarazzante passato prossimo.
Il 19 luglio moriva Abdelrahim. Tre giorni dopo, il 22 luglio, si spegneva poco lontano, presso l’Ospedale Maggiore di Bologna, la signora Monica Esposito, al termine di due mesi di terapia intensiva. Anche per lei un lungo calvario in coma farmacologico.
Gli Esposito sono una famiglia di proletari meridionali trapiantati a Modena negli anni Ottanta. L’assassino è l’italo-marocchino Al Koudri che cercava la strage catartica e ha trovato davanti a sé, una domenica pomeriggio, la povera Monica a passeggio in via Emilia, in quello che è stato il primo attentato del genere in Italia.
Invano, da due mesi, stanno provando a collegare Salim Al Koudri a una dinamica di terrorismo jihadista. Inutilmente. A Salim Al Koudri non frega niente dell’Isis, non si è mai interessato di politica, non fa proclami, dice spesso cose sconnesse o incoerenti. Questa sua incollocabilità sta facendo infuriare la destra locale: abbiamo un attentato, abbiamo un cognome arabo, adesso abbiamo anche una vittima, e questo qui che fa, si sottrae alla parte, vuole passare per pazzo?
Circolano voci demenziali – tipo che le autorità abbiano ripulito i suoi device per nascondere la verità o che il suo avvocato sia pagato da potenze oscure.
Due giorni dopo la morte della povera Monica, il fratello Giovanni convoca una “fiaccolata di commemorazione e vicinanza alla famiglia” in piazza Grande, davanti al Municipio – uno spazio, tra l’altro, che negli ultimi anni ha ospitato molte iniziative internazionaliste e per la Palestina. Non ci sarà nessuna fiaccolata, quella sera, e la commemorazione si trasforma subito in uno sgangherato comizio d’odio contro “gli stranieri”.
Il clima è così pesante che persino gli esponenti ufficiali della destra locale si defilano. Cacciato dalla piazza anche l’eroe Luca Signorelli, uno di quelli che il 16 maggio ha bloccato l’attentatore.
Giovanni Esposito, il fratello di Monica, registrato dalle emittenti locali, nella sua oratoria appare furioso e determinato. In piazza i vari interventi ripetono cose pesanti contro “quelli lì”: i musulmani, i maghrebini, gli “extra”, i colpevoli di tutto quello che non va nella piccola laboriosa città che senza di loro sarebbe un paradiso in terra.
Esposito se la prende pure con il sindaco che ha rinnovato la concessione alla comunità islamica dell’edificio che ospita da sempre la modesta moschea cittadina (in cui forse Al Koudri non ha mai messo piede). Nella sua frustrazione affabulatoria non si rende conto che non c’è alcun nesso tra la morte della sorella e il tema delle moschee, del degrado, delle baby gang e di qualsiasi altra cosa gli passi per la testa e finisca in quel microfono impugnato come un’arma. Una Modena minore, a sua volta piena di fragilità, che urla alla luna tutto il suo malessere.
L’avvocato della famiglia Esposito dice che Giovanni ha un passato “di estrema sinistra”. Solo dopo mi ricordo di averlo effettivamente conosciuto nei primi anni Novanta. Ogni tanto girava dentro un vecchio centro sociale occupato in via Prampolini. Era anche un frequentatore della curva del Modena, un luogo che venticinque anni fa aveva quel tipo di imprinting – prima che tutto, anche gli stadi, si convertisse in liquidità e livore.
Chissà quante volte da ragazzino si sarà sentito dare del “maruchein” dai diffidenti autoctoni. Fatto sta che a Modena, per la prima volta, un assembramento “popolare” più o meno autoconvocato ha inneggiato tra gli applausi all’odio etnico. E se la famiglia di Monica Esposito, nella sua pena infinita, ha il diritto di urlare quello che gli pare, la piccola cricca di aspiranti vannacciani che gli fanno da contorno, sta cinicamente giocando sporco.
Al Koudri non c’entra niente con il tema della “sicurezza urbana”, che a sua volta non c’entra nulla con il terrorismo. Al Koudri è un giovane laureato di cittadinanza italiana che avrebbe dovuto stare nell’ufficio marketing di un’azienda e/o in cura presso un centro di igiene mentale.
Dire che la signora Monica è stata uccisa dai “marocchini” è come dire che Fakir è stato ucciso dal Ku Klux Klan. Sarebbero due cazzate che nascondono la “normalità” tragica di quelle morti e quindi falserebbero la lettura reale della nostra società, una società “malata” in cui chi ha bisogno di essere curato è abbandonato a se stesso, alle sue solitudini, alle sue derive esistenziali, che possono portarti a diventare vittima o carnefice quasi per caso.
Attaccarsi alle spoglie di Monica Esposito per lucrare un po’ di voti è indegno – e prima o dopo anche la sua famiglia lo capirà. Lanciare la guerra santa contro i vicini di casa e i colleghi di fabbrica, è la più miserabile delle utopie.
Quali traiettorie invisibili legano i destini? Le Moire si stanno divertendo a intrecciare i loro fili lungo la via Emilia. Gli eventi incalzano e non si riesce a connettere le tessere di un mosaico impazzito – resti, macerie e schegge della società globalizzata che nessuno riesce più a tenere dentro un quadro coerente, un qualche tipo di ordine, di narrazione o di senso.
La morte diventa l’unico nodo intorno a cui la distratta umanità pare un attimo scuotersi, fermarsi attonita e urlare cose orribili o invocare speranza e giustizia, mentre l’asfalto rattoppato del modello emiliano brucia sotto il sole furioso di piena estate.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/08/2026
Fra la via Emilia e il West. Sulle morti di Abdelrahim Fakir e Monica Esposito
10/06/2026
Attenti a Modena...
Che sta succedendo nella placida città di pianura, dove si producono meccanica di precisione e tortellini?
Viene da chiederselo, leggendo notizie e veleni ormai quotidiani che arrivano da Modena. Non che la città fosse un luogo bucolico ed estraneo alle tensioni sociali: il tribunale è intasato da centinaia di cause contro lavoratori della logistica e dell’agroalimentare che negli ultimi 10 anni hanno scioperato e manifestato per contrastare la piaga degli appalti interni e delle cooperative spurie.
L’immagine della “piccola città” laboriosa e pacifica è da tempo segnata da conflitti e lacerazioni profonde che parlano di una comunità in cui la mobilità sociale e i processi di inclusione sono sempre meno efficaci.
Però è con la mobilitazione per la Palestina – che prosegue ininterrotta dal novembre 2023, sotto la Ghirlandina – che le tensioni sembrano essere entrate in una dimensione più profonda e pericolosa.
La causa palestinese ha segnato profondamente l’opinione pubblica del territorio: centinaia le iniziative, culminate nel corteo del 3 ottobre 2025 – ventimila persone che hanno paralizzato la città nella più massiccia manifestazione di piazza a memoria d’uomo – ed una dinamica di egemonia virtuosa da parte del movimento, che riesce a contaminare pezzi crescenti di società civile, ben al di là del consueto rachitico tessuto militante.
Il movimento pro-Palestina è diventato voce autorevole e riconosciuta in città: riempie le piazze, promuove cultura critica, è ospitato dentro convegni e congressi, pone domande pubbliche alla politica locale che balbetta, attraversa il dibattito sindacale. Si sta consolidando un’area organizzata di partecipazione: la lotta per la Palestina pare aver partorito un nuovo attore sulla scena politica cittadina, che in modo naturale si sta allargando ai temi più generali della guerra e del riarmo.
A dicembre 2025 però cominciano a intorbidirsi le acque. Scatta a Genova l'“inchiesta Domino” – quella che travolgerà la vita dell’architetto italo giordano Hannoun e di altre sette persone. L’inchiesta si estende al territorio modenese: uno degli arrestati, Abu Rawwa, vive ed opera a Sassuolo. Lo scalpore è grande, il centrodestra attacca mentre il PD e i suoi cespugli corrono terrorizzati a prendere le distanze.
A Modena il movimento di solidarietà alla Palestina reagisce subito a testa alta ed organizza una affollatissima assemblea cittadina: in una dinamica piuttosto insolita per il territorio, 200 cittadine e cittadini contrastano la narrazione delle Procure e gridano che la solidarietà a Gaza non è un reato. Una specie di dichiarazione di indipendenza dal perbenismo della provincia progressista e prudente.
Nelle settimane successive agli arresti, la deputata Stefania Ascari finisce dentro una campagna di linciaggio mediatico devastante. Sui giornali si pubblicano le sue foto con Hannoun nel contesto di eventi solidali per la Palestina, come prova dei suoi legami con il “terrorismo internazionale”.
La Ascari, figura odiatissima dai sionisti per le sue denunce internazionali su Gaza e la Cisgiordania, è accusata di aver aperto le porte delle istituzioni italiane ad Hamas. Insinuazioni e insulti si convertono rapidamente in minacce di morte, tanto da obbligare le autorità competenti ad attivare un servizio di vigilanza a tutela della parlamentare.
In pochi mesi l’inchiesta si sgonfia come un soufflé. Quell’indagine è stata costruita sulla base di documentazione prodotta dal Mossad e gli elementi indiziari sono fasulli, irricevibili o politicamente controversi. L’indagato sassolese Abu Rawwa viene rilasciato poche settimane dopo l’arresto e nel mese di aprile anche la Cassazione annulla (con rinvio) l’arresto di Hannoun.
La motivazione? L’inchiesta made in Israel non può trovare spazio nella procedura penale italiana: quello che la cittadinanza attiva aveva subito denunciato come il vulnus di fondo dell’intera operazione. Uno dei legali del collegio difensivo è Fausto Gianelli, avvocato e giurista, notissimo per il suo storico schieramento pro-Palestina, tra i promotori della denuncia contro Giorgia Meloni per “complicità nel genocidio”.
Il 19 marzo, un’affollata assemblea pubblica intitolata: “Chi ha paura dell’Islam” (con la partecipazione di Yassine Lafram), cerca di andare dritta al cuore della questione: le destre alimentano l’islamofobia perché i musulmani stanno facendo registrare un protagonismo nuovo nella società modenese e questa visibilità, a partire dalla questione Gaza, fa paura e preoccupa chi vuole preservare confuse gerarchie etniche o sociali. I musulmani non dovrebbero parlare, non hanno il diritto di riunirsi o manifestare, né di costruire luoghi di culto: l’unico diritto che hanno è quello di affollare fabbriche e cantieri del territorio e farsi spremere affitti da rapina.
Il 16 maggio Salim El Koudri mette in atto a Modena il primo attentato in Italia “vehicle running” – con uso di auto lanciata contro la folla. Procura e ministero degli Interni concordano abbastanza rapidamente sul fatto che la matrice non è terroristica. Il ragazzo non frequenta moschee, non è praticante, non si occupa di politica, è solo vittima di una tragica deriva esistenziale. La città è legittimamente sgomenta.
L’avvocato Fausto Gianelli accetta di difendere El Koudri, su richiesta dei familiari dell’arrestato. Questo provoca un polverone in città: chi lo paga? – è il mantra insinuante che comincia a girare...
La sua scelta, professionalmente ineccepibile, costa a Gianelli una ulteriore razione di linciaggio mediatico e odio social, anche nel suo caso sfociato in minacce gravissime. A Modena minacciare di morte – evidentemente con qualche elemento di attendibilità – sta diventando abbastanza normale.
Dopo l’attentato le destre cercano di attizzare l’odio e individuare una “maggioranza silenziosa” antislamica grazie a cui legittimarsi sul territorio.
Fortunatamente lo sciacallaggio “ufficiale” – quello di Fratelli d’Italia e dei vannacciani – non ha un vero seguito e la società civile modenese risponde in forme pubbliche con presidi e cortei contro gli avvoltoi della politica. Quello che però ribolle nel corpo sociale è più profondo, non assume visibilità pubblica e non trova codificazione politica; è un piano di malessere trasversale, rancoroso, antecedente ai fatti del 16 maggio; qualcosa che resta a livello di mugugni da bar e tastiere di frustati, ma non per questo meno preoccupante o insidioso.
L ‘attentato inasprisce in maniera irrazionale quel brodo di dolore, odio, diffidenza ormai largamente diffuso nelle città medio piccole del Nord. La globalizzazione non è stata un pranzo di gala, da queste parti, e lasciare tutto alla spontaneità “liberale” della società di mercato – che tutto dovrebbe metabolizzare e regolare – non è stata una buona idea.
Il 2 giugno 2026, con la ferita del 16 maggio ancora aperta, un pezzo di città decide di prendersi – letteralmente – la festa della Repubblica, sottraendola ai rituali militaristi, per reimpostarla all’insegna del contrasto alla società di guerra, all’economia di guerra, allo Stato di guerra.
L’evento, che si produce in piazza Grande, davanti al Municipio, occupa la scena mediatica e politica con rara efficacia, dimostrando che una parte della società si sta auto-organizzando per la difesa intransigente dell’articolo 11 della Costituzione.
Ospiti della mobilitazione Stefania Ascari, Moni Ovadia e Wael Al Dahdouh, giornalista di Al Jazeera stimato e conosciuto in tutto il mondo arabo per il suo indefettibile ruolo di testimone del genocidio, nonostante lo sterminio della sua famiglia.
Il giorno dopo Wael viene invitato da un gruppo di maestre ad un evento scolastico che coinvolge quattro scuole elementari; è un invito improvvisato che nasce nella piazza del 2 giugno ma darà vita ad una poderosa deflagrazione mediatica.
Il traduttore di Wael, quel giorno, risulta essere una persona coinvolta nell’inchiesta Domino (cioè: un incensurato iscritto nel registro degli indagati). Per di più nello stesso istituto, nel medesimo giorno, il sindaco Mezzetti ha accettato l’invito “ufficiale” degli organi scolastici ed è presente nel plesso insieme a Wael.
Ma l’onta più terribile, che ai giornali del gruppo Angelucci e ai fetidi siti israelo-italiani proprio non va giù: pare che i bimbi abbiano intonato Free Free Palestine, scandalo irreparabile.
Gli articoli sulla stampa indignata si susseguono di ora in ora. Chi ha autorizzato l’ingresso di Wael a scuola? Chi lo ha invitato? Il sindaco sapeva del suo accompagnatore inquisito? Si paventa il complotto per “indottrinare i bambini”, si muove il ministro Valditara, il sindaco tentenna (come gli capita spesso), il Giornale e il Tempo picchiano duro su tutti.
Viene coniata persino l’espressione “sistema Modena”: che prefigura l’esistenza di una specie di cupola malavitosa che permetterebbe di leggere insieme l’iper-attivismo di Modena per la Palestina, delle infide comunità islamiche, il ruolo della parlamentare fedifraga (Ascari), quello dell'“avvocato del Diavolo” (Gianelli) e persino l’esistenza del disgraziato attentatore El Koudri, che proprio la particolare situazione di Modena avrebbe in qualche modo generato.
Un delirio, però riconducibile a nomi e partiti che attualmente governano l’Italia e i suoi organi di Polizia.
Insomma, sembra che a Modena stia montando una maionese rancida che può contare su una narrazione robusta e dotata di gambe e canali pervi. Questo clima può trovare seguito in una parte – politica e sociale – della città. E diventare pericolosamente aggressiva.
Non c’è bisogno di scivolare in una contronarrazione paranoica, però gli elementi di rischio esistono e vanno segnalati: l’aria si fa pesante in città, come quando certi nuvoloni tristi e minacciosi squarciano il cielo grigio della inquinatissima pianura. Chi potrebbe sferrare qualche colpo al nemico immaginario? Uno squilibrato (di segno uguale e contrario rispetto al 16 maggio)? Un gruppo organizzato che mescola tifo sionista e militanza destrorsa? Un PM creativo che legge e reinterpreta a suo modo la trama del “sistema Modena”?
Difficile indovinare, ma la percezione diffusa è che dietro l’angolo ci sia qualche sorpresa in arrivo. Del resto, gli elementi ci sono tutti: a cominciare dalla capacità di organizzazione e di egemonia che il movimento sta facendo registrare sul territorio.
Fonte
22/05/2026
I giuristi denunciano la campagna contro l’avvocato Gianelli per i fatti di Modena
A questa “colpa” gli sciacalli razzisti che imperversano in questi giorni aggiungono le informazioni su altre difese assunte da Fausto (come da molti altri nostri associati), a difesa di ecoattivisti, di solidali palestinesi, tra l’altro con ottimi risultati giudiziali, oltre al suo impegno in missioni internazionali di osservazione ai processi contro avvocati, e/o di solidarietà internazionale, nonché la sua sottoscrizione di esposti e denunce contro le complicità del nostro governo con quello israeliano, la solidarietà e l’impegno contro il genocidio in atto.
La nostra associazione rivendica con convinzione l’operato e la bravura dell’avv. Fausto Gianelli, contro ogni tentativo di depotenziare e insultare il diritto alla difesa, in primis delle persone più penalizzate, in Italia ed all’estero; insieme a lui decideremo le forme per impedire che questi assalti razzisti proseguano nei confronti suoi e di tutti noi avvocate e avvocati impegnati nella tutela dei diritti.
A Fausto Gianelli la nostra più assoluta solidarietà, la nostra stima consolidata ed il nostro ringraziamento per il suo prezioso lavoro di difesa dei diritti e di denuncia delle violazioni al diritto umanitario.
Fonte
18/05/2026
Modena - L’auto sulla folla e la storia che non sentirete mai
Per una volta purtroppo la realtà violenta ed aggressiva, quella esaltata anche dalla guerra, della sopraffazione sociale e della repressione del dissenso, si è mostrata in tutta la sua crudele consistenza.
Un ragazzo di 31 anni – italiano nato a Bergamo, laureato in economia, residente nel modenese a Ravarino, il paese dove un finto attentato esplosivo poco tempo fa ha minacciato un centro culturale islamico, in trattamento psichiatrico per sindrome schizoide – ha investito 8 persone con la sua auto in pieno centro. Le condizioni di 4 di loro sono gravissime, una donna rischia come minimo la perdita delle gambe.
Salim El Koudri ha origini marocchine e, prima ancora di conoscere i fatti, ancora una volta una parte della politica italiana si è concentrata subito su questa notizia per carcere di trarne un qualche vantaggio propagandistico.
Tralasciando alcune affermazioni, come quelle del ministro Salvini “remigrante” dell’ultima ora, giusto in coppia con alcuni titoli ed aperture giornalistiche degne del peggiore spirito xenofobo ed islamofobo, c’è una parte di questa storia che non si vuole ne sentire ne affrontare.
Non stiamo parlando della solita opinione all’italiana, ma di quella che non fa piacere sentire e che mette a nudo e denuncia una realtà sociale che tutti i giorni sta cambiando e che sta producendo i suoi effetti devastanti sulla vita delle persone. A partire da quelle più fragili e più povere.
Innanzitutto e come punto di partenza anti-xenofobo e comunitario, è doveroso ringraziare i quattro cittadini – di cui due egiziani – che hanno inseguito, bloccato, disarmato del coltello e di fatto arrestato Salim subito dopo il suo tentativo di fuga. Cittadini che hanno rischiato la vita, uno dei quali è stato più volte ferito, per la comunità. Un successo civile di cui però una società evoluta non dovrebbe meravigliarsi.
Un azione civile ammirevole che ha dimostrato chiaramente come esaltare le origini etniche dell’aggressore, facendone l’oggetto negativo e principale della vicenda, è in realtà una vera e propria azione di manipolazione cognitiva. Vergognosa e pericolosa.
Una politica strumentale in cui l’esaltazione del pericolo “maranza” e della “devianza giovanile”, attribuita esclusivamente ai figli d’immigrati “di seconda generazione”, trova strategie adeguate e subdole per influenzare i processi mentali, le convinzioni o i comportamenti sociali. Soprattutto se le origini di chi compie una pazzia diventano la “spiegazione” vomitata al popolo.
I problemi sono molti e diversi, ma spesso la politica decide di non affrontarli e riguardano in questo caso i servizi di assistenza sociale specificatamente rivolti alla cura della salute mentale. Anche perché, come detto, Salim El Koudri, era stato seguito tempo addietro dal Centro di Salute Mentale per disturbi schizofrenici. A meno che si ritenga utile riaprire i manicomi o l’uso smodato del TSO e di psicofarmaci. Il che non ci esime però dall’accettare passivamente una soluzione che usa come “strumento curativo” l’utilizzo della violenza legale rivolta ai cittadini malati, privandoli di tutela e libertà a vita.
I numeri parlano chiaro: nel 2025 in Italia, secondo il rapporto del Ministero della Salute, sono state assistite dai servizi di salute mentale oltre 845.000 persone, pur in assenza di adeguate risorse umane ed economiche. Basta parlarne con qualsiasi operatore dei servizi sanitari nazionali.
Questo nonostante siano accertati oltre 16 milioni di italiani con disturbi psicologici di media e grave entità, con un + 6% rispetto al 2022. Se vi aggiungiamo che solo il 16% dei 148 mila psicologi italiani lavora in strutture pubbliche, non è difficile capire che curarsi diventa quasi impossibile, specie se si è poveri e la terapia non è riducibile ad un farmaco.
Dobbiamo comprendere che se la politica non investe seriamente nella salute anche mentale, invece che in armi, continuando a promuovere privatizzazione delle cure, diventa difficile dotare la nostra società di strumenti atti a recuperare la persona in difficoltà ed evitare gesti come quello di Modena. A prescindere dalle origini etniche...
Questo fatto ha però evidenziato un altra “emergenza nazionale”.
L’uccisione di Bakari Sako, bracciante immigrato, e l’aggressione contro i cittadini modenesi di Salim El Koudri parlano della nostra perdita di umanità e di quello che stiamo in maniera complice e passiva accettando. Parla del valore umano che attribuiamo ad ogni persona in modo altamente variabile.
La salute mentale dei giovani, anche nella nostra città, subisce costantemente attacchi che destabilizzano la psiche di tanti che si ritrovano soli.
A minacciarla sono molteplici fattori: la violenza di Stato tra nazioni e verso i cittadini dissidenti; la precarietà e la distruzione dello Stato sociale che negano la sicurezza lavorativa e quindi una prospettiva di vita degna; ma anche gli atti di bullismo e il razzismo, dentro e soprattutto fuori dalle scuole. Si tratta di criticità che le organizzazioni sociali e di volontariato segnalano da anni alle autorità, restando totalmente inascoltate.
Gli immigrati e i loro figli sono giudicati non per la violenza che hanno subito, ma secondo il modo in cui rispettano le regole loro imposte. Devono controllare e giustificare in pubblico la loro posizione sociale per essere considerati “socialmente inseriti”.
Una società che pretende questo, l’empatia tra i popoli, che dovrebbe essere utile a superare tutte le differenze, diventa dominio, soprattutto nel momento in cui si decide di non rispettare il sistema di potere vigente ed imposto.
Parti di mondo, anche a causa nostra, sono arrivate da zone di guerra e non ne stiamo parlando seriamente. Se non in modo profondamente manicheo, non considerandoci esseri umani tra gli umani; non considerando uomini e donne che hanno inciso anche fisicamente il dolore e la storia di vita passata, sulla loro pelle.
Questa società sta producendo anche giovani arrabbiati con un mondo nel quale non riescono più a vedere un possibile futuro. Questo mondo, il cui unico modello di crescita e successo viene spesso venduto come facilmente raggiungibile, costringe a considerarsi falliti e perdenti se non si regge il passo con la produttività richiesta e l’accettazione dello sfruttamento lavorativo. È una violenza sociale subdola e competitiva, intrisa di pulsioni di annientamento dell’altro, come abbiamo visto da Modena a Taranto.
Casi di fragilità psichiche radicalizzate? Questo giudizio lo lascio agli esperti e non voglio neanche provare a giudicare, se non rispetto al livello politico assurdo e distruttivo espresso e che ormai lega la destra italiana e di governo al suprematismo di Trump o israeliano.
“La violenza è stata normalizzata – afferma la psicologa Manuela Ciambellini di Modena – spettacolarizzata, resa linguaggio quotidiano. Una cultura che insegna che ci sono vite che contano e vite che possono essere schiacciate senza conseguenze morali. Ogni giorno assistiamo allo sdoganamento della brutalità: nelle guerre trasmesse in diretta come eventi da commentare, nei morti ridotti a numeri, nei migranti descritti come minacce, nella povertà trattata come colpa individuale. Finché continueremo ad accettare guerre, oppressioni e disuguaglianze come elementi normali dell’ordine del mondo, continueremo anche a produrre generazioni incapaci di riconoscere il valore umano dell’altro. Non basta indignarsi bisogna avere il coraggio di guardare la società che produce e cresce queste persone”.
Una cittadina modenese ha scritto in una chat:
“Sono stufa di vedere le stesse parole tossiche e razziste dove il crimine di una persona diventa crimine collettivo. Sono stufa di vedere strumentalizzato il dolore di chi si trova disgraziatamente a vivere tragedie”.
Dobbiamo prendere atto che, il misero spettacolo dei politici che sfruttano il dolore di Modena, sta intossicando questo paese e forse nessun dibattito maturo potrà purificare questa putrida aria politica, se non con un cambio netto delle politiche per lavoro, sanità, Stato sociale e giovani.
Noi tutti ci meritiamo molto di più; ci meritiamo un altro modo di pensare il mondo.
Link:
https://tg24.sky.it/cronaca/2026/05/16/modena-auto-sui-pedoni-in-centro-ci-sono-feriti
https://www.tiktok.com/@ilaria.arnoffi/photo/7640582173166243104
https://bologna.repubblica.it/cronaca/2026/05/16/news/modena_auto_falcia_pedoni_feriti-425350158/
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14/03/2024
Modena, i carabinieri prendono a calci e pugni un uomo appena fermato: il pestaggio finisce in un video
Due carabinieri stavano procedendo al fermo di un uomo, un immigrato africano dalla Guinea che lavora in un ristorante, il quale, secondo il giornale Il Resto del Carlino, stava opponendo resistenza ai militari.
Uno dei due carabinieri lo trattiene mentre l’altro colpisce il sospettato una prima volta con forza, sferrandogli un pugno al volto. Seguono diversi altri pugni ai reni, e poi di nuovo in faccia.
L’uomo si dimena. Parla, sembra rivolgersi a qualcuno nei dintorni e chiede aiuto. I carabinieri lo spingono per farlo sedere sul retro della volante, ma lui afferra uno dei militari per il bavero e questi, lo stesso che lo ha picchiato in precedenza, riprende a colpirlo nuovamente alla testa e sulla schiena. A un certo punto i carabinieri rivolgono lo sguardo verso chi sta riprendendo la scena col cellulare ed è possibile che si siano accorti di essere filmati. Un passante ha infatti ripreso la scena ed ha consegnato le immagini alla Procura ma il video è stato diffuso sui social dal profilo Welcome To Favelas.
Al momento, non c’è notizia di un fascicolo d’indagine sull’episodio, che probabilmente però sarà aperto nelle prossime ore. Idriss, questo il nome dell’immigrato che stava aspettando l’autobus per andare a lavorare, ha annunciato di voler denunciare i due carabinieri.
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21/10/2023
Modena, trentenne trovato morto in un parcheggio: sei carabinieri indagati
I sei militari sono stati raggiunti ieri sera (giovedì 19 ottobre) da un avviso di garanzia. Cinque di loro sono indagati per lesioni ai danni del fratello della vittima (i due erano insieme la sera di sabato 14 ottobre, ndr), il sesto invece per le lesioni che hanno causato la morte del giovane tunisino.
Si tratta a tutti gli effetti di una svolta in quello che finora aveva assunto i caratteri del giallo e di una morte sospetta, che arriva dopo la denuncia fatta proprio dal fratello di Taissir.
A fare chiarezza sulle cause del decesso – ricordiamo che l’uomo ha perso molto sangue, in particolare a causa di una ferita alla nuca molto profonda – sarà l’autopsia, il cui incarico è stato conferito ieri stesso.
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20/08/2022
Modena. “Detenuti picchiati e sanguinanti”, parla l’agente della Polizia penitenziaria
Sequestri di persona, violenze, saccheggi e nove morti, includendo il decesso di un altro recluso dopo il trasferimento. Questo è successo nel carcere di Modena, l’8 marzo 2020. Considerando il numero di detenuti che hanno perso la vita, la distruzione del carcere, le botte nel casermone che sarebbero state inferte ai detenuti, denunciate dai reclusi e non solo, si tratta di una pagina nera della nostra Repubblica, la più grave avvenuta dietro le sbarre.
Verità nascoste – Ma se non si fa luce su quelle ore, se non si recuperano le immagini, i video, se non si mettono in discussione anche i (pochi?) elementi fin qui emersi, ci dovremo accontentare di una verità addomesticata, di una ricostruzione rabberciata.
Chi scrive ha parlato per la prima volta con alcuni agenti della polizia penitenziaria, con dirigenti della prigione modenese, con ex detenuti per ricostruire ogni passaggio della vicenda. Si parte da un’evidenza: nonostante una gestione disastrosa del caso, tutti i funzionari sono rimasti al loro posto.
In assenza di video delle barbarie, non ci sono finora state reazioni (nell’opinione pubblica e nella politica) come invece accaduto per i fatti di Santa Maria Capua Vetere. Dove si è consumato un pestaggio di Stato, ma nulla era accaduto prima della pubblicazione delle immagini da parte di Domani.
All’inizio della pandemia da Covid-19, gli istituti di pena italiani diventano luoghi di rivolta e scontro per l’assenza di mascherine, e a causa della paura del contagio. Nel carcere di Modena, per protestare, decine di detenuti distruggono le celle e gli uffici: gli agenti penitenziari entrano a riprendere il controllo dell’istituto a tarda sera, quando ormai è troppo tardi.
La procura della città emiliana apre tre fascicoli di indagine. Il primo serve ad accertare i danni e le devastazioni compiute dai detenuti, un’inchiesta ancora in corso.
Un altro fascicolo si è occupato di approfondire le cause della morte di nove reclusi (overdose di metadone) ed è stato archiviato, nonostante l’opposizione degli avvocati Simona Filippi e Luca Sebastiani, che hanno aperto un fronte europeo facendo ricorso alla Corte internazionale dei diritti dell’uomo. Indagini giudiziarie che si sono appoggiate sulle relazioni del direttore del carcere.
L’ultimo fascicolo si occupa delle violenze che i poliziotti penitenziari avrebbero compiuto durante e dopo la rivolta a Modena, ma anche nel carcere di Ascoli dove alcuni reclusi vengono trasferiti proprio la sera dell’8 marzo 2020.
L’abbrivio di questo filone è un esposto presentato dai detenuti che sono stati sentiti come persone informate sui fatti. Durante i colloqui con i magistrati modenesi, i detenuti riconoscono diversi agenti consultando un album fotografico che gli inquirenti gli sottopongono durante un colloquio.
Testimonianze che potrebbero allargarsi per un’inchiesta che ha ottenuto già due proroghe senza che sia stato ancora emesso l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, preludio alla possibile richiesta di rinvio a giudizio.
L’agente testimone – Delle violenze di quel drammatico giorno fino ad adesso avevano riferito solo i detenuti, parlando di pugni e calci ricevuti dentro al casermone, una struttura esterna al carcere, ma all’intero del perimetro dell’istituto.
Pestaggi che sarebbero avvenuti prima dei trasferimenti in altri istituti. Ma quel pomeriggio di orrori, sommosse e violenze, era presente un agente. Un poliziotto ancora in servizio, ma che rompe il silenzio su quella giornata.
“Alcuni detenuti mentono, altri invece no. All’interno dell’istituto quando siamo entrati, forse troppo tardi, abbiamo usato la forza per reagire a chi opponeva resistenza o brandiva strumenti di offesa. Ma bisogna ammettere che una volta portati fuori alcuni carcerati, resi precedentemente inoffensivi, sono stati picchiati da alcuni colleghi”, dice il testimone.
L’agente non era nel casermone perché non aveva intenzione come altri colleghi di farsi giustizia da sé.
Le sue parole potrebbero essere frutto di un livore nei confronti dell’amministrazione, ma collimano con quelle dei detenuti denuncianti. “Io non ho visto direttamente con miei occhi quello che è accaduto, ma non c’era bisogno: vedevo i detenuti entrare in un modo e poi li vedevo uscire sanguinanti. Chi era d’accordo all’azione punitiva entrava e partecipava al pestaggio, chi non voleva si limitava a stare fuori dalla stanza senza partecipare”, aggiunge.
L’agente ripensa a quei momenti, ai reclusi imbottiti di metadone e a quelli non salvati in tempo, ai corpi dei detenuti morti perché uccisi da abbandono e dipendenze. Si inclina la voce. “Non ci siamo arruolati per questo, non siamo tutti uguali a quelli di Santa Maria Capua Vetere, l’8 marzo si faceva fatica a mettere le coperte sui morti perché sembrava un cedimento emotivo. Si era creato un clima da guerra, l’umanità si è persa quel giorno”, aggiunge.
L’indagine della magistratura che procede a rilento vede tra gli indagati, a vario titolo per tortura e lesioni aggravate, cinque persone, e tra queste c’è un funzionario della catena di comando.
Gli indagati – Si tratta di Giobbe Liccardi, commissario e componente della segreteria provinciale modenese del Sappe. Prima ne era stato segretario provinciale. Il sindacato, al quale è iscritto anche Pellegrino, quando Domani ha rivelato i nomi degli indagati, non ha voluto commentare e non ha sospeso l’iscritto.
Neanche il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha provveduto alla sospensione o trasferimento dei poliziotti penitenziari indagati in attesa dell’esito dell’indagine giudiziaria.
Gli altri coinvolti sono Antonio Mautone, Giancarlo Inguì, Paola Tammaro e Maria Rosaria Musci. Tutti gli interessati respingono ogni addebito e sono certi di dimostrare la loro estraneità.
Su quelle ore bisogna ricostruire adesso ogni passaggio, l’esistenza o meno delle immagini delle telecamere di sicurezza, le ragioni delle parti, le scelte dei vertici e della catena di comando a tutela dei detenuti, dei familiari di chi è morto, ma anche della stessa polizia penitenziaria.
Perché il più grande scandalo carcerario della storia repubblicana, che ha lasciato a terra nove vite, merita una verità piena, non risposte parziali e rabberciate. Soprattutto dopo la confessione del primo poliziotto che ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti.
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20/06/2021
Archiviata l’inchiesta per la strage nel carcere di Modena
Dunque con otto morti non c’è nessun responsabile. Nessun nesso causale tra il comportamento del personale penitenziario e sanitario e la strage. Nessuna responsabilità penale di terzi.
Eppure, a scorrere atti e documenti contenuti nel fascicolo – come emerso dall’inchiesta condotta da Osservatorio Diritti – non mancano omissioni, dichiarazioni contraddittorie, lacune, buchi nelle ricostruzioni, dubbi, aspetti lasciati inesplorati.
Il fascicolo, aperto e chiuso contro ignoti e per i reati di omicidio colposo e morte come conseguenza di altro delitto, andrà a prendere polvere sullo scaffale di un magazzino (salvo ricorsi accolti o incroci con l’inchiesta su pestaggi e abusi, ancora in itinere).
Non ci saranno nuovi accertamenti immediati, dunque, per una strage carceraria senza precedenti.
I molti spunti emersi nel corso dei mesi non verranno ulteriormente approfonditi. Non si farà l’autopsia mancante e non sarà completata quella incompleta.
Hafedh Chouchane, Erial Ahmadi, Slim Agrebi, Ali Bakili, Lofti Ben Mesmia, Ghazi Hadidi, Artur Iuzu e Abdellha Rouan sono morti mentre erano sotto la custodia dello Stato, per overdose di metadone e psicofarmaci. Li hanno rubati, li hanno ingeriti. E la sommossa ha reso impossibile operare diversamente.
La colpa, è la conclusione del giudice, è solo e tutta loro. Non c’è nessuno da perseguire. Nemmeno per la fine di Hafedh, per cui il gip spende qualche parola in più, in una ordinanza che liquida tutto in tre paginette.
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16/03/2021
Carcere, un anniversario modenese (che nessuno vuole ricordare)
Questo marzo 2021 somiglia parecchio a quello 2020: stessa zona rossa, stesso spettrale deja-vu, stessa onnipresenza di divise – senza attesa o tensione, però, come fu nel primo lockdown, solo stanchezza e scoramento.
Come se tutta la città fosse rannicchiata sulla branda di una cella, a contemplare l’assenza di futuro. Eppure è passato già un anno. Era il pomeriggio dell’8 marzo 2020, quello in cui tutta la città vide il fumo di Sant’Anna arrampicarsi lento in cielo, come la corda di un fachiro; il pomeriggio maledetto che si lasciò dietro una scia di nove cadaveri.
Un anno in cui l’istituzione carcere ha provato in ogni modo ad auto-assolversi: subito con le versioni di comodo (il primo decesso constatato era già ufficialmente “morto di overdose”, prima ancora che si capisse cosa diavolo stesse succedendo dietro quelle mura); poi con le farneticazioni di un ministro che urlava al “complotto mafioso” per giustificare l’inspiegabile; poi con il silenzio tombale; oggi, con la tronfia esibizione di muscoli e richieste di archiviazione.
Un comitato, uno tra i diversi organismi sorti in Italia dopo il ciclo dell’8 marzo, si è costituito a Modena nei mesi scorsi per reclamare “verità e giustizia per la strage di Sant’Anna”. E l’anniversario – ricordato domenica 7, con un presidio davanti alla Casa Circondariale – doveva essere un passaggio forte del suo lavoro di controinformazione e controinchiesta.
L’iniziativa c’è stata e ha fatto registrare molti elementi positivi, di ricchezza umana e politica – nonostante il momento non potesse essere più infausto. La zona rossa in città ha provocato molte diserzioni e ha svuotato le strade. Quindi, alla fine, quel che si è messo in piedi, è stato oggettivamente importante e in salutare controtendenza.
Il comitato sta cercando di evitare che la ferita “si cicatrizzi”, sforzandosi di tenere aperta la questione, continuando a sollevare domande, raccogliendo testimonianze – e lo sta facendo egregiamente, con iniziative, con la pubblicazione di un dossier, la costruzione di relazioni con i familiari dei detenuti e con gli avvocati, in un grosso impegno di messa in rete di ciò che si sa davvero dell’8 marzo modenese.
Quello che il comitato non è riuscito a innescare – oggettivamente – è il coinvolgimento della città, o almeno di un qualche suo segmento civile.
Si badi bene, questa constatazione va misurata con tutte le attenuanti della fase maledetta che stiamo attraversando, che non è solo “il Covid”, ma l’accettazione passiva di ogni restrizione, l’affidamento “al governo”, qualunque esso sia; una specie di resa collettiva in cui la gente stremata e confusa si consegna mani e piedi a qualsiasi potere sia in grado di garantire un po’ di reddito o di vaccino.
Ma, al di là di questa misera condizione, tutti i partecipanti al presidio – che pure avevano scelto un profilo aperto, non militante – hanno avuto l’impressione della loro estraneità al tessuto profondo della città. L’indifferenza per il carcere e l’odio per i suoi ospiti, sono ormai incancreniti sotto la pelle della normalità “democratica”.
Anni e anni di ideologie securitarie hanno annichilito non solo la tenuta civile e costituzionale della coscienza popolare, ma l’hanno abbrutita sul piano umano, hanno portato il normale cittadino – della pacifica comunità padana – a costituire una ideale tribù degli onesti, dei giusti, dei regolari, dal cui perimetro fortificato scagliare odio verso quelli dell’altra tribù – i malviventi, gli attentatori della proprietà, gli usurpatori, i frequentatori di negozi etnici e celle italiche.
Una postura clanistica, tribale, una specie di ritorno all’arcaico, dietro le vetrine del politicamente corretto e della buona cittadinanza.
Come fare, nel prossimo futuro, a spostare un pezzo – anche un pezzettino – di questa comunità confusa e rancorosa, in direzione del suo carcere, sarà la scommessa del comitato nei prossimi mesi.
Archiviazioni (come quelle richieste dalla procura di Modena per otto dei nove morti) o assoluzioni sommarie (vedi il discorso del procuratore generale della Cassazione all’apertura dell’anno giudiziario), non aiuteranno. Ma tanto la verità non verrà certo fuori dalle aule dei tribunali.
Pier Paolo Pasolini non è alle toghe che si appellava, quando con il suo “io so”, spiegava il senso della distinzione tra verità storica e verità giudiziaria. Spesso la ricerca estenuante della “giusta sentenza”, ha sterilizzato il senso politico delle grandi tragedie italiane – la chiave di lettura generale, che non ha bisogno di indizi, referti o autopsie.
Ma non è solo la città “perbene” a rifiutare ogni assunzione di responsabilità verso una realtà che sente estranea – come una discarica e molto più di un canile.
Anche il micro-mondo sopravvissuto della sinistra assume un atteggiamento ostile, scettico, eccessivamente prudente. Come se il tema carcere fosse circoscritto da una barriera elettrificata. Molti hanno borbottato tra i denti: si va bene, il carcere, la Costituzione, i morti dell’8 marzo; ma come si fa a parlare di queste cose mentre la gente pensa solo al Covid?
Già come si fa? E come si faceva prima? Un anno o due o tre o dieci anni fa, quando “la gente” non era distratta dai problemi sanitari, ma da quelli ordinari di ogni società complessa? Perché neanche allora se ne parlava? Perché c’è sempre qualche altra priorità che ci inibisce, ci devia? Qual è il male oscuro che ci fa rimuovere sempre dal nostro orizzonte il tema della reclusione?
Un episodio rende il senso del ritardo con cui i movimenti stanno affrontando questa impresa. Nel corso del presidio modenese, alla lettura dei nomi dei nove morti, una donna ha chiesto il microfono urlando: avete dimenticato un nome, quello di mio figlio. Gli organizzatori, un po’ disorientati, l’hanno lasciata parlare, nessuno la conosceva. È la madre di un detenuto ufficialmente suicida – secondo lei assassinato dentro quel carcere – un anno prima delle rivolte di marzo.
Nessuno dei presenti lo aveva sentito nominare. È una delle piccole insignificanti vite che ogni anno si spengono tra le mura dei penitenziari italiani – per disperazione, mancanza di cure, spesso per brutalità del sistema.
Quella donna era venuta a ricordare ai presenti che di galera si moriva anche prima dell’8 marzo, e che se le nove vittime della rivolta avevano almeno visto il loro nome stampato su qualche giornale, delle altre centinaia di vite inghiottite dal moloch-carcere non si sa nulla. Forse le rivolte italiane di un anno fa possono rappresentare un’occasione. Per tutti noi.
[A questo link è possibile scaricare il Dossier del Comitato Verità Giustizia per la strage di S. Anna, un denso e ricco lavoro di controinformazione sui gravi eventi consumatisi l’8 marzo 2020 nel carcere di Modena.]
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17/12/2020
Il massacro nel carcere di Modena. Prime crepe nel muro del silenzio
Cinque detenuti hanno infatti presentato un esposto alla Procura di Ancona. Si tratta di cinque reclusi che erano nel carcere di Modena l’8 marzo quando, durante la rivolta contro l’affollamento in piena pandemia di Covid-19, morirono 13 detenuti.
La vergognosa versione ufficiale – accettata da quasi tutti senza dubbi e senza colpo ferire – era che i reclusi erano morti per overdose di farmaci.
L’agenzia AGI ha potuto prendere visione dell’esposto presentato alla Procura di Ancona, e qui si parla di un “pestaggio di massa” da parte degli agenti e di soccorsi negati ai loro compagni di cella che stavano male per avere ingerito farmaci.
La ricostruzione somiglia molto a quella resa ad agosto da altri due reclusi attraverso altrettante lettere spedite all’AGI e che avevano dato l’avvio, sulla base dell’inchiesta giornalistica, a un’indagine della Procura di Modena per omicidio colposo a carico di ignoti.
Secondo l’AGI, i firmatari dell’esposto, che indicano i nomi dei loro difensori, hanno consegnato all’ufficio matricole del carcere di Ascoli l’esposto destinato ad Ancona (Procura competente per territorio) in cui domandano di essere sentiti dai magistrati per contribuire a “fare chiarezza” su quanto accadde a marzo nel carcere di Modena e che provocò ben tredici morti tra i detenuti.
Ma la vendetta del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) non si è fatta attendere. I familiari e gli avvocati fanno presente che, dopo la presentazione dell’esposto, i cinque detenuti che hanno fatto la denuncia sono stati riportati proprio nel carcere di Modena “in un ambiente ostile”.
Le ragioni del trasferimento non sono al momento chiare. Dal Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria arriva un “no comment”, mentre fonti investigative assicurano che i cinque “non sono indagati e nemmeno sono stati sentiti a Modena”. La loro ricostruzione di quanto avvenuto in quel carcere a marzo, che adesso andrà verificata nell’ambito delle indagini in corso, è impressionante. Purtroppo sappiamo che spesso non è una eccezione ma la regola.
Su questa parte riprendiamo integralmente il servizio dell’AGI.
“Pestaggi di massa anche se non opponevamo resistenza”
Dichiarano “di aver assistito ai metodi coercitivi messi in atto da parte degli agenti della polizia penitenziaria di Modena e successivamente di Bologna e Reggio Emilia intervenuti come supporto. Ossia l’aver sparato ripetutamente con le armi in dotazione anche ad altezza uomo. L’aver caricato detenuti in palese stato di alterazione psicofisica dovuta ad un presumibile abuso di farmaci, a colpi di manganellate al volto e al corpo, morti successivamente a causa delle lesioni e dei traumi subiti, ma le cui morti sono state attribuite dai mezzi di informazione all’abuso di metadone”.
Anche loro, sostengono, sarebbero stati “picchiati selvaggiamente e ripetutamente dopo esserci consegnati spontaneamente agli agenti, dopo essere stati ammanettati e privati delle scarpe, senza e sottolineiamo senza, aver posto resistenza alcuna. Siamo stati oggetto di minacce, sputi, insulti e manganellate, un vero pestaggio di massa”.
“Salvatore lasciato morire tra versi lancinanti”
Un capitolo a parte è dedicato alla vicenda di Salvatore Piscitelli, il 40enne sulla cui morte i suoi compagni di teatro di Bollate, dove era rinchiuso prima di Modena, avevano chiesto “la verità” in una lettera resa pubblica a giugno.
“Il detenuto Piscitelli, già brutalmente picchiato presso la casa circondariale di Modena e durante la traduzione, arrivò presso la casa circondariale di Ascoli Piceno in evidente stato di alterazione da farmaci tanto da non riuscire a camminare e da dover essere sorretto da altri detenuti. Una volta giunto alla sezione posta al secondo piano lato sinistro gli fu fatto il letto dal detenuto F. (uno dei firmatari dell’esposto) poiché era visibile a chiunque la sua condizione di overdose da farmaci. Appoggiato sul letto della cella numero 52 gli fu messo come cellante (il compagno di cella, ndr) il detenuto M. (anche lui tra i denuncianti). Tutti ci chiedemmo come mai il dirigente sanitario o il medico che ci aveva visitato all’ingresso non ne avesse disposto l’immediato ricovero in ospedale. Tutti facemmo presente al commissario in sezione e agli agenti che il ragazzo non stava bene e necessitava di cure immediate. Non vi fu risposta alcuna. La mattina seguente fu fatto nuovamente presente (da C. altro firmatario dell’esposto) che Piscitelli non stava bene, emetteva dei versi lancinanti e doveva essere visitato nuovamente ma nulla fu fatto. Verso le 09:00 del mattino furono nuovamente sollecitati gli agenti affinché chiamassero un medico, qualcuno sentì un agente dire “fatelo morire“, verso le 10:00 – 10:20 dopo molteplici solleciti furono avvisati gli agenti che Piscitelli Salvatore era nel letto freddo, Piscitelli era morto. Il suo cellante fu fatto uscire dalla cella e ubicato nella cella numero 49 insieme al F. (il compagno che gli aveva fatto il letto, ndr). Piscitelli fu sdraiato sul pavimento (cosa che si fa per praticare manovre rianimatorie, ndr), giunta l’infermiera la stessa voleva provare a fare un’iniezione al Piscitelli ma fu fermata dal commissario che gli fece notare che il ragazzo era ormai morto. Messo in un lenzuolo fu successivamente portato via. Successivamente abbiamo notato che molti agenti e il garante stesso dei detenuti asserivano che il Piscitelli fosse morto in ospedale”. Anche nelle lettere acquisite dalla Procura di Modena, i due detenuti – testimoni aveva parlato di “mancate cure” in carcere, nonostante fosse “molto debole”, a Piscitelli.
Sulla sua fine le versioni sono contrastanti. La direzione e il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria sostengono che sia deceduto in ospedale dopo essere stato soccorso in cella, in una relazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e in una comunicazione del ministro di Giustizia si dice che è morto “presso il carcere”. Un altro passaggio della denuncia si sofferma sulle visite svolte all’arrivo ad Ascoli. “Uno alla volta e quasi tutti senza scarpe fummo accompagnati prima in una stanza ove venimmo perquisiti e successivamente sottoposti alla classica visita medica, dove a molti di noi non fu neanche chiesto di togliersi gli indumenti per constatare se avessimo lesioni corporee”. La mattina dopo l’arrivo “molti di noi furono picchiati con calci, pugni e manganellate, all’interno delle celle a opera di un vero e proprio commando di agenti della penitenziaria».
Ma dei pestaggi non c’è traccia nelle relazioni ufficiali
Dei presunti pestaggi non c’è traccia nelle relazioni del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) e nelle risposte date a question time e interrogazioni parlamentari presentate, le ultime ancora in sospeso. E da quel che si sa sugli esiti delle prime autopsie, non sono emerse violenze, mentre sembrerebbe acclarato l’abuso di farmaci e metadone.
“Il mio assistito è stato riportato a Modena – dice il legale di uno dei firmatari, l’avvocato Domenico Pennacchio – circostanza che ha messo in agitazione i suoi familiari. Quello che sembra emergere, secondo le prime ricostruzioni, è che questi detenuti hanno abusato di farmaci razziati dall’infermeria e poi non sono stati soccorsi. Stamattina ho ricevuto una comunicazione dal garante della Regione Campania al quale mi ero rivolto a tutela dell’incolumità del mio assistito, che è prossimo alla scarcerazione, in relazione al trasferimento a Modena, ma mi hanno detto di rivolgermi al Garante dell’Emilia Romagna. Al Dap avevamo chiesto più volte un riavvicinamento in un carcere alla famiglia, sempre negato. Come legale ho delle perplessità e delle preoccupazioni sul ritorno a Modena”.
La polizia penitenziaria nega i pestaggi
La parte del racconto sui pestaggi viene negata anche da Gennarino De Fazio, segretario nazionale Uilpa della polizia penitenziaria, che invita a riflettere invece su altre possibili mancanze nella gestione della protesta. “Mi sento di escludere che ci sia stata violenza senza motivo. Parliamo di un istituto penitenziario incendiato e devastato, sono stati divelti cancelli e tentata un’evasione di massa. Immagino ci siano state delle perquisizioni accurate perché alcuni avevano armi rudimentali od oggetti da taglio e che quindi si sia dovuto ricorrere anche al denudamento di qualche detenuto. Teniamo presente che parliamo di un carcere col 152% di sovraffollamento, la capienza regolamentare è di 369 detenuti, ce n’erano 560 in quel momento. Solo questa segna il livello di accuratezza della gestione all’interno del penitenziario. In quel contesto, se c’è stata violenza la possiamo definire ‘legittima’ perché serviva per ripristinare l’ordine, evitare evasioni ed eventuali soprusi di detenuti sui loro compagni”.
De Fazio sottolinea altri aspetti della vicenda: “Il fatto che i detenuti siano arrivati così facilmente alle infermerie degli istituti e si siano approvvigionati di metadone con così tanta facilità dimostra che qualcosa è mancato. Si aveva l’obbligo di rendere più sicure le infermerie? Non impedire la commissione di un reato, per il nostro codice penale, equivale a cagionarlo. Non è possibile che siano morte in questo modo 13 persone”.
Fonte
06/09/2020
Maxiprocessi, zamponi e tortellini
Dici “maxiprocesso” e vengono alla mente le memorie complicate degli anni ’80 – Michele Greco e Pippo Calò dietro il gabbione dell’aula bunker di una Palermo insanguinata, centinaia di imputati, gli elicotteri volteggianti sui tetti del palazzo di giustizia. Bene, dimentichiamoci di quell’anticaglia. Ci sono un paio di nuovi maxiprocessi in pista; lo scenario sarà meno melodrammatico e di telecamere ne vedremo pochine. Anche Modena è meno affascinante, come location criminal-giudiziaria. Però è proprio nell’amena cittadina estense che si celebreranno due surreali maxiprocedimenti giudiziari: alla sbarra non ci saranno boss mafiosi e sicari, ma padri e madri di famiglia – classe operaia del segmento modenese più povero e precario – accusati di aver lottato per difendere la propria condizione.
I processi riguarderanno due vertenze importanti, quella consumatasi ai cancelli dell’azienda Alcar Uno di Castelnuovo Rangone, e quella relativa alla rinomata Italpizza di Modena – vertenze assurte agli onori della cronaca nazionale, in tempi diversi e per ragioni diverse. La Alcar Uno, storico marchio della lavorazione carni suine, è stata anche il teatro, oltre che di una dura battaglia sindacale, del gaglioffo tentativo di incastrare Aldo Milani, incappato nel 2017 in una provocazione dagli esiti fallimentari; mentre la vertenza Italpizza, ha investito un’eccellenza dell’export italiano, vezzeggiata e iper-protetta dalla politica locale .
Gli inquisiti-operai sono sostanzialmente accusati di aver picchettato i cancelli di aziende in cui hanno speso anni e anni della loro vita – ivi producendo valore e profitti. Nell’impostazione della Procura, lo sciopero è l’arma del reato. La busta paga e la dignità, il movente. La scena del delitto: la precarietà, i cambi appalto, le finte cooperative, l’abuso di contratti penalizzanti – le storie tristemente comuni, ormai di massa, dell’Emilia di oggi.
C’è maxiprocesso e maxiprocesso. A Modena, sul banco degli imputati non troveremo il ghigno torbido di Luciano Liggio: bensì le facce spaurite, scocciate e vagamente perplesse di Maria, Hamed, Salvatore, Johnny, Fariba e chissà quanti altri, increduli circa la loro collocazione sul banco degli accusati. Ognuno di loro dovrà rispondere dei consueti reati di piazza – resistenzaoltraggiolesioni – aggravati dal sovraccarico penale dei decreti Salvini.
Per ognuno di questi imputati sono state raccolte e depositate dettagliatissime notizie di reato: tutto quello che nel corso dei picchetti, dei canonici “tafferugli” o dei normali presidi, nel corso di mesi, hanno fatto, non fatto, e persino quello che hanno detto, parola per parola; tutto riportato (con esiti qua e là di involontario umorismo), nero su bianco nell’avviso di conclusione delle indagini. Quasi duecento persone, sommando i due processi. Uno sforzo di trascrizione enorme che avrà tenuto impegnato un esercito di funzionari per chissà quanto tempo. Ce li immaginiamo a sbobinare e visionare ore e ore di filmati e discutere circa l’attribuzione dei reati: “Tizio ha detto ‛sbirro di merda’, Caio ha dato una spinta al sovrintendente…“.
Sarebbe bello quantificare i costi di queste delicate operazioni di intelligence giudiziaria. Confrontarli con tutta la retorica imperante sulla sicurezza. Chiamare la Corte dei Conti a farli, due conti, per capire dove e come si decide di investire le risorse del sistema giustizia, sempre cronicamente deficitario: chi ha deciso che le “priorità dell’azione penale” in questi territori dovessero riguardare scioperi e presidi? Negli atti si citano gli immancabili referti medici prodotti dalla polizia – in massima parte i classici “tre giorni” (che non si danno neanche per un unghia incarnita). Un certificato di 30 giorni lascia a bocca aperta: qualche farcitrice di pizza karateka deve essere esplosa in una rabbia incontrollata, in mezzo al fumo perenne dei centinaia di lacrimogeni che erano la vera costante di quei presidi in località S. Donnino.
C’è l’Italia, in quelle carte della Procura di Modena. L’Italia che non compare mai nei tiggi, l’Italia profonda, della provincia estrema, dove sembra che non accade mai niente e invece sta succedendo tutto. Tante volte la lettura delle carte giudiziarie ha raccontato questo paese, meglio di giornalisti e scrittori; basti ricordare proprio gli atti del processo Milani, in cui poche intercettazioni fulminanti, finite sui giornali, spiegavano senza equivoci che tipo di rapporto intercorre tra i vertici delle aziende e quelli di certe questure italiane. Raccontare in modo spietato e dolente il presente di un paese mai così livido, cupo, diviso: siamo sicuri che i maxiprocessi di Modena assolveranno egregiamente a questa funzione.
Tra cent’anni, gli storici del futuro rileggeranno questi “avvisi di fine indagine” e cercheranno di capire quale pericolo criminale incombesse nella terra dei motori e del lambrusco, per organizzare processi così maniacalmente persecutori; si chiederanno chi fossero queste centinaia di imputati, perché meritassero tante attenzioni, quale pericolo sociale incarnassero, a quale scandalo avessero dato corpo, per meritare un simile sforzo delle legittime autorità. Sì, quale scandalo? Vallo a raccontare ai posteri. La colpa di quei reprobi è stata quella di aver dato visibilità alla condizione operaia oggi; l’aver reso pubblico quello che tutti – ispettorati, sindacati complici, amministratori, magistrati, economisti – sapevano e fingevano di ignorare. Con la loro iniziativa, hanno rivelato che nei primi vent’anni del Ventunesimo secolo, il miracolo del manifatturiero emiliano – arrambante ed esportatore – ha prodotto dipendenti precari, poveri, ricattati, nell’illusione che la “competitività” si potesse fare ormai solo giocando sulla condizione e i costi della forza lavoro.
Lo scandalo è aver scoperchiato un pentolone di cui nessuno voleva sentire l’odore; perché gli insaccati sono saporiti ma guai a guardarci troppo dentro: agli ingredienti come ai rapporti di lavoro. E così è la società emiliana – un grande cotechino ripieno, succulento e rigonfio: ma vai a mettere il naso, dentro quelle statistiche, vai a scomporle e trasformare i numeri in vite umane, in braccia, storie, intelligenze mortificate, abbrutite dal lavoro e dai bassi salari. Una cartografia dell’Italia reale, un paese dei balocchi in cui le guardie tengono il sacco ai ladri e chi denuncia le illegalità, novello Pinocchio, rischia di finire in galera.
Si perché la cosa buffa è che con i loro scioperi, soprattutto dentro tante aziende dell’agroalimentare modenese, questi lavoratori lanciavano delle denunce assai precise e dettagliate: attenzione, istituzioni, il problema non è solo la nostra condizione di sfiga e sfruttamento; perché lo Stato italiano sta perdendo da anni fior di milioni in elusione fiscale e contributiva, con i soliti giri marci di cooperative e appalti interni. Tanto per capirci, il patron della Alcar Uno, il vecchio signor Levoni, è finito nei guai, accusato di una maxievasione da 80 milioni – con sequestro monstre di fabbricati, terreni ed auto d’epoca; ed è stato pure rinviato a giudizio per corruzione – insieme a un giudice tributarista accusato di fargli da gentile consulente. Eppure quelli che hanno denunciato per anni queste nefandezze, finiranno a processo prima di lui. Bello no?
200 operai alla sbarra. Sembra una vecchia storia della Spagna franchista. Ma questo numero riguarda solo i due procedimenti principali citati all’inizio. Ci sono poi gli 11 relativi agli scioperi Emilceramica, i 22 della Bellentani, i 60 della GLS, i 40 della GM e molti molti altri (dati gentilmente forniti dai Si Cobas modenesi che ormai stanno perdendo il conto). Il processo Aemilia, quello contro la ‘ndrangheta, per capirci, ha contato solo 240 imputati. La strage del carcere di Sant’Anna, ci scommettiamo, non ne vedrà manco uno.
Quanto costa ai contribuenti italiani questo music-hall antioperaio, con tutte le sue ritualità? Quanto costa continuare a mantenere presidi polizieschi a difesa delle aziende, oltre che in termini di credibilità democratica di un sistema? Tra l’altro, trovando sempre solide sponde nelle Questure, i padroni, negli anni, si fanno sempre più arroganti; talune vertenze che qualche anno fa si sarebbero chiuse con qualche ora di sciopero e un po’ di normali trattative, si trasformano in una sfida all’Ok Corral; se la forza pubblica è gentilmente messa a disposizione gratuitamente dalla Repubblica, perché farsi ricattare da questi cenciosi proletari, spesso stranieri, che osano contestare il genio imprenditoriale italiano? Più polizia c’è ai cancelli, più si allungano e si complicano le vertenze, è scientifico.
Nelle accuse contro i manifestanti, il vero elemento disturbante è il blocco dei cancelli. È quello che proprio non va giù ai padroni: il fluire delle merci in entrata e in uscita – più sacro del Gange – non va interrotto per nessuna ragione. Non si scherza con i fatturati: la merce è tutto, la vita umana poco, la Costituzione niente, i contratti meno di niente.
Un normale sciopero con astensione del lavoro si può ancora tollerare – tanto ormai la folla dei precari ipericattati (stagisti, appalti, contratti variamente a termine, somministrati), garantisce una base di “fidelizzati obtorto collo”, che non può permettersi di scioperare. Gli strumenti di ricatto sulla condizione attuale della classe operaia – in certi settori più simile al Diciannovesimo secolo che al Ventesimo appena trascorso – sono tanti e facilmente esigibili dalle imprese. I blocchi no. Quelli non se li possono proprio permettere. Sono sommamente diseducativi. Se diventassero pratica di massa, l’Italia andrebbe sottosopra entro qualche settimana: vogliamo più soldi o blocchiamo tutto; più diritti; più sicurezza; più assunzioni; più ospedali, più scuole pubbliche… Bel casino, sarebbe. Sono i blocchi delle merci e dei cancelli a trasformare l’irritazione padronale in vendetta istituzionale.
Dopo le paginate della stampa sui 67 inquisiti della lotta Italpizza, persino la CGIL è dovuta intervenire per dire che – Cobas o non Cobas – i lavoratori non scioperano mai per diletto, è l’oggettiva asprezza della condizione attuale a imporre il conflitto. La confederazione si è sentita chiamata in causa perché qua e là, i blocchi ai cancelli – soprattutto di multinazionali che vogliono abbandonare il territorio smontando e traslocando gli impianti – è costretta a farli pure lei, e qualche denuncia ha cominciato a beccarsela. Oggi tocca agli scapestrati sindacati di base: ma domani? Le vecchie garanzie concertative sono saltate, il “grande sindacato di Di Vittorio” non incute né timori né rispetto, nel fronte datoriale.
Non è un caso che queste degenerazioni si consumino proprio a Modena. Questa città è l’ultimo baluardo spelacchiato di quello che fu il “modello emiliano”: è la città che ancora elegge il sindaco piddi al primo turno, quella dove le grandi cooperative e i gruppi privati concertano una minuziosa copertura di tutti gli spazi di mercato; privati ai quali è stato generosamente concesso per vent’anni di avere mano libera nella scomposizione e ricomposizione delle filiere produttive, all’insegna del “precarizza e competi”.
Degli elementi virtuosi o avanzati di quel modello, sotto i colpi della crisi, non è rimasto in piedi quasi più niente – welfare inclusivo, eccellenze sanitarie, cittadinanza attiva; l’unico fattore di continuità è l’idea dell’espulsione del conflitto e dei corpi sociali autonomi, giudicati sempre eccedenti ed estranei rispetto alla bontà del modello – quarant’anni fa come oggi. Abbiamo conservato il peggio. E bene ha fatto chi ha coniato l’espressione “sistema Modena”, per definire questa rete progettuale di connivenze tra imprese e istituzioni. La parola “sistema” evoca una realtà anonima, funzionale, indefettibile nelle sue leggi e nei suoi meccanismi – non per niente questo termine, a Napoli ha sostituito l’arcaica espressione “camorra”.
Adesso però c’è da giocarsi una scommessa, in quelle aule di tribunale. Sul banco degli imputati, Maria, Salvatore, Hamed, Frank, Fatima ecc. dovranno rovesciare la loro condizione di imputati e trasformarsi in accusatori. E lo potranno fare solo se intorno a loro si costituirà un fronte di sostegno largo, plurale e consapevole. È necessario che il processo antioperaio si trasformi in un processo di massa contro il moderno sfruttamento in salsa emiliana, i suoi complici politici, i suoi consulenti, i suoi reggicoda, i suoi cani da guardia. Una “costituzione di parte civile” contro chi negli anni della crisi – persino dentro la pandemia – ha continuato ad arricchirsi e a pretendere indulgenza fiscale e protezione ai propri abusi.
Se Modena è stata il laboratorio avanzato della repressione, dovrà diventare il contro-laboratorio della solidarietà militante e della intelligenza collettiva: usare la macchinazione giudiziaria, contro le retoriche d’impresa e le ideologie securitarie, che sono i gemelli degeneri di questa epoca. Bisogna fargli passare la voglia di istruirli, i processi contro il lavoro.
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09/03/2020
Modena è una delle province “chiuse” dal decreto del governo e che ci dovessero essere delle restrizioni nelle modalità di tenuta dei colloqui era inevitabile. Come sempre, però, quando si tratta di carcere le decisioni sono sempre molto drastiche, punitive, spesso inaccettabili. Specie quando – come in questo caso – vanno a toccare l’unico momento di relazione con l’esterno e la sfera degli affetti.
Le proteste ci sono anche altrove, in questi giorni, ma solo a Modena ci sono stati sei morti.
L’amministrazione penitenziaria ha dato una giustificazione che vorrebbe essere “tranqullizzante”, attribuendo i decessi a imprecisate cause “interne”, non dovute insomma alla violenta azione repressiva condotta da agenti, polizia e carabinieri che hanno fatto irruzione nei reparti nel pomeriggio di domenica. Il primo rapporto parla infatti di overdose di oppioidi o altre sostanze di cui avrebbero fatto incetta nell’assalto all’infermeria. Oppure a inalazioni di fumo, conseguenti all’incendio delle suppellettili e dei materassi (un classico, nelle proteste, quando si vuole “far vedere all’esterno” che qualcosa sta succedendo).
Nell’aggiornare la terribile contabilità della morte, sono state confermate per il momento le “cause” solo per i primi tre; mentre per gli altri nulla viene detto.
Il carcere è un luogo chiuso, da cui le informazioni escono solo in forma di comunicato ufficiale della direzione oppure, più frammentariamente e sempre molto diverse, tramite avvocati e/o familiari.
In questo caso, al momento, c’è solo la versione “istituzionale”, di cui è bene diffidare non per “principio ideologico”, ma più concretamente per la marea di post pubblicati da guardie dei vari corpi repressivi, sui social, in cui ci si fomentava a vicenda per passare immediatamente alle “vie di fatto” contro la “marmaglia”.
Le tre vittime sono oltretutto definiti come “stranieri” (dei secondi tre, invece, non è stato detto ancora nulla), quindi con ancor meno relazioni possibili con il mondo esterno (avvocati spesso “d’ufficio”, visti solo al momento del processo; pochi o nessun familiare).
«Chiediamo indagini rapide — dice il presidente dell’associazione Antigone Patrizio Gonnella — Temevamo che la tensione stesse crescendo, e che ciò potesse portare a delle tragedie». Una posizione logica, in assenza di altre informazioni. Ma che dovrebbe richiedere come minimo anche le autopsie, in presenza di esperti di controparte, per fugare qualsiasi dubbio sulla reale dinamica dei fatti.
Sappiamo per lunga esperienza che le “emergenze” sono sempre occasioni di totale sospensione dei diritti e di “esondazione” delle peggiori attitudini violente nelle cosiddette “forze dell’ordine”.
Vedi anche:
http://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/07/coronavirus-nelle-carceri-appello-per-la-sospensione-pene-a-detenuti-malati-e-anziani-0124907
http://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/08/coronavirus-in-carcere-proteste-in-diversi-istituti-rivolta-a-salerno-0124931
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07/08/2019
Italpizza, una vertenza scomoda
La vertenza Italpizza è scomoda, non solo per l’azienda stessa che si vede costretta ad affrontare le rivendicazioni dei suoi lavoratori, ma anche per tutte quelle realtà locali che le gravitano attorno.
La campagna elettorale del Pd è stata in parte finanziata da Italpizza, che in cambio ha ricevuto la variante al piano regolatore per ampliarsi su terreni verdi adiacenti allo stabilimento, oltre che l’esplicito appoggio politico durante i mesi di sciopero, in funzione anti-cobas. Insomma è in parte coinvolto tutto il sistema-Modena, costituito da cooperative, industriali, partiti, istituzioni e criminalità, che sta cercando di imporre questo nuovo modello di sviluppo: sostituzione dei contratti nazionali con i parametri del contratto multiservizi, la presenza sempre più evidente e ingombrante di cooperative (legacoop e confcooperative) e del loro seguito politico e della criminalità organizzata e infine l’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine per reprimere ogni tipo di protesta.
Il tutto trova appoggio nei decreti sicurezza 1 e 2, emanati dal ministro degli interni che, rendendo punibile penalmente il blocco stradale, hanno sostanzialmente reso illegale scioperare, militarizzando le vertenze e rendendo sempre più massiccia e violenta l’azione delle forze di polizia. Non dimentichiamo inoltre lo “Sblocca Cantieri” che assicura grandi libertà a chi gestisce appalti e sub-appalti.
Una situazione non certo ideale per i lavoratori che lottano per un salario giusto e orari di lavoro meno flessibili. Rivendicazioni non questionabili: inizialmente dipendenti diretti con contratto alimentare, i lavoratori vengono appaltati a cooperative con un contratto multiservizio che diventa infine un contratto pulizie con conseguente compressione del salario. I turni di lavoro sono comunicati giorno per giorno e variano continuamente, vige l’obbligo di lavorare nei giorni festivi e l’eventuale indisponibilità a prestare servizio aggiuntivo il sabato o la domenica si traduce in ritorsioni sulle ferie o in sospensioni non retribuite.
Un linguaggio abituale per l’azienda, quello delle ritorsioni e delle minacce, che sono ricadute sul primo gruppo che si era rivolto al sindacato di base S.I. Cobas, tre persone vengono licenziate mentre le rimanenti dieci vengono trasferite in altri cantieri.
Così inizia il primo sciopero, e da subito l’atteggiamento delle forze dell’ordine è chiaro, gas Cs e manganelli per sciogliere il picchetto. Nonostante questo, la determinazione è tanta e da un primo gruppo di 13 si passa a 10 e l’11 dicembre arriva la prima vittoria: reintegro di tutti e 13 al proprio posto. Ma dopo il primo ciclo di scioperi tutti gli iscritti vengono demansionati e obbligati a condizioni di lavoro pericolose.
La protesta continua, così come continuano le violenze da parte delle forze dell’ordine. Una lavoratrice finisce in ospedale per una manganellata in pancia, a un rappresentante sindacale vengono rotte quattro costole, un delegato viene strangolato dai carabinieri dietro una camionetta “ti conosciamo, stai attento che fai una brutta fine”.
Gli operai sono continuamente feriti e minacciati dalle forze dell’ordine. Arresti giustificati da presunte aggressioni dei manifestanti di cui però non vi è traccia nelle immagini provenienti da via Gherbella, dove c’è lo stabilimento.
Decine e decine di violente cariche sul picchetto pacifico ai cancelli, con feriti, contusi, intossicati dai gas al cianuro usati dalla polizia, arresti e denunce si aggiunge l’attentato di stampo mafioso contro un delegato sindacale, a cui viene incendiata l’automobile sotto casa. Gli episodi sono numerosi e si susseguono uno dopo l’altro senza suscitare eccessivo scalpore, nonostante le denunce del sindacato sui continui abusi di potere, pestaggi e minacce contro operai e rappresentanti sindacali, dimostrando la reticenza delle istituzioni riguardo la questione.
La trattazione è impedita dal rifiuto dell’azienda di sedersi a un tavolo col S.I. Cobas, disertando anche il tavolo chiamato dal ministero del lavoro a Roma. La situazione peggiora con la disgregazione del fronte comune con la Cgil, che apre un tavolo Cgil-Cisl-Uil e Italpizza escludendo così una parte dei lavoratori dalla trattativa. Si arriva infine il 17 luglio ad un accordo deludente ma che sancisce la legittimità e la correttezza delle rivendicazioni promosse dal sindacato. Accordo in cui, però vediamo i confederati fare quello che sanno fare meglio: appropriarsi di un merito che loro non è, spostando l’asticella della trattativa al ribasso a spese dei lavoratori, per non offendere l’amico padrone e l’amico PD.
La trattativa è stata aperta dopo che il Si Cobas ha coordinato un tavolo di lavoro tra diverse realtà militanti (Potere al Popolo, Modena Volta Pagina, Non Una di meno Modena, Iskra cdoc, Casa Spartaco...), che hanno collaborato per lanciare una grande campagna di boicottaggio di Italpizza. Questa campagna trova il suo coordinamento nella pagina facebook Sciopero Italpizza, grazie alla quale, per citare un caso emblematico, si è riusciti a convincere Amnesty International a rifiutare la sponsorizzazione di Italpizza per il Festival “Voci per la Libertà”.
La lotta che si gioca davanti ai cancelli di Italpizza non è rilevante solo per gli interessi dei dipendenti in sciopero, ma anche per la sua valenza simbolica, ovvero il rifiuto di un modello di produzione che trae vantaggio dallo sfruttamento dei lavoratori e che trova appoggio nelle istituzioni politiche, anche quelle che si dichiarano democratiche e di “sinistra”, e il rifiuto delle modalità di repressione della protesta, in cui la cruda violenza è ormai la prassi. Un modello che si ripete in altre realtà modenesi e non solo, da tutta Italia arrivano notizie scoraggianti, da Prato veniamo a conoscenza dei ripetuti agguati avvenuti alla Gruccia Creations contro gli operai in sciopero, del picchetto rimosso a forza dalla polizia davanti alla tintoria dl e di fatti simili accaduti contro i manifestanti del panificio toscano. Questi sono solo alcuni esempi delle modalità di repressione degli scioperi che stanno prendendo sempre più piede in Italia e che trovano sempre meno dissenso da parte dell’opinione pubblica. Per questo motivo, per impedire che tutto ciò diventi la normalità e che i lavoratori siano costretti al silenzio, la battaglia di Italpizza deve continuare fino a quando non saranno garantite condizioni di lavoro accettabili.
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29/06/2019
Manganelli quattro stagioni. Capitolo II – Il Mostro di Modena
In un’escalation micidiale, preoccupante ed esaltante, la lotta ai cancelli dell’Italpizza sta continuando giorno dopo giorno – sotto le piogge dispettose di maggio come sotto il caldo torrido e spossante di questo fine giugno. Ormai da mesi, i bravi cittadini modenesi – almeno quelli non abituati a girare sempre la testa dall’altra parte – stanno assistendo a un crescendo di cariche poliziesche, pestaggi e lanci di lacrimogeni, sparati addosso – principalmente – a donne armate solo della loro tenacia, che cercano di strappare a questa azienda perla dell’agroalimentare italiano, condizioni un minimo dignitose di vita e di lavoro: perché in questi tempi cupi, la divisione sindacalese tra contrattazione “acquisitiva” e “difensiva” non esiste più – nelle aziende spesso si lotta per sopravvivere, per strappare al padrone qualche centesimo in più di paga oraria, il diritto alle pause, ai bagni, al non essere considerata merce disponibile 24 ore su 24. E la sproporzione drammatica tra la quantità di lotte necessarie e la qualità modesta delle rivendicazioni, dà la cifra dello sprofondamento di questo paese di merda nel suo passato più regressivo.
Il sindaco – appena rieletto – tifa per l’azienda, così come la stragrande maggioranza del quadro politico e dei mezzi di informazione. La Cgil si è impantanata in un tavolo che le porterà solo ulteriore discredito e perdita di iscritti dentro quel sito. Ogni giorno un reparto di energumeni in divisa, bardati come se andassero in missione all’estero, attacca questi presidi sostanzialmente indifesi: ad animarli sono cobas, sono stranieri, sono donne – la loro incolumità e la loro fedina penale vale poco, sul mercato della cittadinanza in cui tutti noi, oggi, siamo pesati per censo e potere sociale – nella modernità “castale” che caratterizza le nostre società. Associazioni come Non una di meno, Case del Popolo, comitati per il boicottaggio di Italpizza, realtà di base, delegati sindacali del territorio – chi può sta cercando di esprimere solidarietà a questa cruciale battaglia popolare: il resto di quel che residua della famosa “società civile” (di cui fino a qualche anno fa si favoleggiava ampiamente, insieme all’altra chimera: il ceto medio riflessivo...), tace e acconsente, dando ormai per scontato che il mercato del lavoro debba essere strutturato a gironi – come l’inferno dantesco – e che sia necessaria e fisiologica per il funzionamento del sistema, una massa – crescente – di neoschiavi “multiservizi” (com’è denominato il loro contratto prevalente).
La tensione sta salendo, dicevamo. Il caldo torrido, la disperazione, gli scioperi che falcidiano stipendi già miserabili. Ormai è in gioco la dignità: le persone hanno fatto quel famoso “scatto” che trasforma i mesi in anni e fa crescere la coscienza di sé oltre la miseria della propria condizione di merce. L’atmosfera è quella che è, pesante, acida. Ci si butta davanti alle ruote dei camion. Si è storditi dai fetentissimi gas CS, si ruzzola sul tappeto di lacrimogeni che ormai nessuno raccoglie più, come fossero un arredo stradale. Basta poco. Forse il 14 settembre del 2016, davanti alla GLS di Piacenza, il clima era anche migliore di quello che si registra oggi all’Italpizza; probabilmente nessuno si aspettava quello che successe quella mattina piena di luce padana. Ahmed Abdel Salam, nel corso di un presidio davanti a quell’obbrobrio di capannone grigiastro, fini sotto le ruote di un Tir che stava cercando di bypassare i manifestanti schierati davanti ai cancelli, per portare fuori il suo preziosissimo carico di cianfrusaglie e salvarlo da quell’embargo dei poveri che è il picchetto operaio. E quando ci scappa il morto, tutti – dopo – corrono a prendere posizioni responsabili e pacificatrici: inni al dialogo, recriminazioni, associazioni datoriali costernate, solenni denunce sindacali, ispezioni ministeriali. Ecco, sulla vicenda Italpizza oggi – chi vuole, chi se la sente, chi ha ancora un po’ di sangue nelle vene o di coraggio civile o di consapevolezza del suo ruolo se fa il sindacalista, o anche se è un semplice cittadino che non si rassegna al ruolo assegnatogli di pubblico televisivo e platea elettorale – ebbene, sulla vicenda Italpizza, dicevamo, facciamo in tempo a parlare prima che il sangue operaio bagni l’asfalto come successe a Piacenza tre anni fa.
Non è scontato lo schieramento. Il nemico è solido. L’azienda è agguerrita, attrezzata, unge molte ruote, cura i rapporti con la stampa, gestisce finte informatissime pagine Facebook che incitano al crumiraggio e all’ostilità antioperaia. E la Questura è criminalmente determinata a fornire la sua manovalanza al servizio del padrone – e queste cose, si sa, sono decise a Roma, perché quando Salvini parla di sicurezza è precisamente della sicurezza delle tante Italpizza d’Italia, che si preoccupa, altro che i barconi. Quindi, la partita a San Donnino è cruciale, di sicuro spessore nazionale, di valore esemplare – sui temi degli appalti interni e dell’assetto del mercato del lavoro italiano. Si può provare a farlo diventare davvero un terreno ricompositivo, generale, per tutti quelli che in questo lungo anno di governo hanno arrancato nel tentativo di capire qual è il “punto d’attacco” con cui contrastare l’esecutivo gialloverde: Salvini è lì, dietro le inferriate di Italpizza, ci sta sfidando, ci fa ciao con la manina, ci invita a giocarcela fino in fondo. Sa che fino a quando le operaie e gli operai di Italpizza restano soli, il suo Governo non deve temere nulla – perché vuol dire che il paese è ancora in stato neurovegetativo, che nessuno potrà scuotere il laido consenso di cui gode.
Qualche giorno fa, un docufilm realizzato e trasmesso da Sky – Il Mostro di Modena – ha rilanciato in città la memoria di un presunto serial killer che agì sul territorio negli anni ’80 e poi sparì nel nulla, ignoto e impunito. Il prodotto è risultato di grande qualità e ha coinvolto molto l’opinione pubblica, che aveva rimosso quelle antiche storie. Chi ci pensava più, al Mostro di Modena? Suggestionato da questa visione televisiva, il nuovo Capo della Procura Giovagnoli, ha chiesto alla sua polizia giudiziaria di tirare fuori i vecchi faldoni delle inchieste di 35 anni fa, per verificare se sussistano oggi elementi utili per riaprire le indagini sul Mostro.
Certo, con la folla di mariti e fidanzatini assassini che continuano a “mostrificare” gli ambienti familiari, seminando morte e violenza, l’idea di questo vecchio serial killer in circolazione non spaventa più nessuno. Anche su quel terreno, ne abbiamo fatta di strada. Però viene da chiedersi: se basta un programma televisivo a riattizzare gli interessi della Procura su vecchie tragedie, perché non proviamo a spedire a Giovagnoli almeno una parte delle molte inchieste giornalistiche (anche televisive) che hanno raccontato in questi anni il distretto carni, la filiera agroalimentare e altre velenosissime specialità in salsa emiliana? Perché non gli mostriamo il racconto drammatico e rabbioso delle vite piegate e spremute di migliaia e migliaia di operai e di operaie che lavorano nella vetrina dell’eccellenza emiliana, ricavandone meno del minimo vitale? Se basta la visibilità televisiva, per occuparsi dei crimini, i “mostri” dell’imprenditoria modenese – quelli che stanno forgiando un nuovo perverso “modello emiliano” – hanno già accumulato un bel po’ di meriti e celebrità. Già, mentre cerchiamo di scovare i fantasmi dei vecchi killer della nostra memoria, cerchiamo di chiederci: chi sono oggi i nuovi Mostri di Modena? Chi ci sta uccidendo, lentamente, ogni giorno, corrompendoci e assuefacendoci alle sue brutture e alle ragioni dei suoi profitti?
Manganelli quattro stagioni – Cap. I
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02/06/2019
Manganelli quattro stagioni
La pizza e il fascismo sono due esempi dell’estro inventivo degli italiani. Entrambi prodotti poveri – un po’ di farina, mozzarella e pomodoro; un po’ di agrari, reduci e sottoproletari –, il condimento di mani sapienti et voilà: la creatività italiana si esporta in tutto il mondo, diventa tradizione, diventa trend. Il “Made in Italy” come modello di una qualità riconosciuta nel tempo.
Da alcuni mesi, dentro una grande industria modenese, la Italpizza, orgoglio del territorio e del nostro export, la continuità produttiva è assicurata da un reparto celere messo cortesemente a disposizione dell’azienda. Il presidio poliziesco pressoché permanente, il sistema sanzionatorio, la sicurezza interna e un clima pre-bellico, rendono Italpizza un’azienda sostanzialmente militarizzata, come capita alle industrie strategiche in tempo di guerra. Gas tossici, mazzate, denunce, gipponi lampeggianti, provvedimenti disciplinari, licenziamenti. Tutto questo non avviene in una maquiladora messicana; e neanche nelle campagne brumose che nascondono arretrate microimprese “old manners”. Siamo a Modena, poco lontano dal centro, lungo un asse viario strategico che risulta spesso bloccato dalle cariche poliziesche o dai blocchi dei manifestanti: gli automobilisti, nei momenti peggiori devono tirare su i finestrini per evitare che il gas CS entri negli abitacoli. Sullo sfondo, ben visibile dalla strada, il grande marchio Italpizza svetta su uno stabilimento moderno e blindato, in cui in passato politici e amministratori hanno fatto spesso visite devote.
Insomma, tutti sanno quello che sta succedendo in località San Donnino, tutti sono consapevoli di questo bizzarro segno dei tempi: un’azienda che da mesi resta aperta e fa uscire i suoi prodotti, solo perché decine di robocop mascherati, bastonano e gasano una parte del personale che sciopera e picchetta.
La storia dell’organizzazione del lavoro in Italpizza è tristemente comune: circa 600 dipendenti, di cui solo 80 assunti direttamente; il resto tutti precari in capo a un paio di pseudo cooperative riconducibili alla proprietà; ritmi, turni, orari massacranti decisi in modo unilaterale dal committente, sottoinquadramento contrattuale (contratti delle pulizie for ever) che garantisce risparmi anche del 40% sui costi del lavoro vivo. Vivo e povero.
Italpizza, come da tradizione marchionnesca, decide unilateralmente chi sono gli interlocutori sindacali, in un gioco a geometrie variabili, che comunque lascia fuori qualsiasi rappresentanza che metta in discussione i suoi interessi. Queste pratiche accumulano un enorme ammontare di elusione fiscale e contributiva (già 700.000 euro sono stati comminati dagli organi ispettivi), ma queste sanzioni sono evidentemente messe nel conto dall’azienda, come altrettante multe per divieto di sosta.
Italpizza sta diventando metafora del modello emiliano 4.0: uffici stampa, presenza social, adesione a tutti i blandi protocolli che rimandano a una qualche memoria concertativa nella ex Emilia rossa. E operai sfruttati, precarizzati, mortificati e gestiti manu militari. In sovrappiù l’azienda si permette anche di disertare una convocazione presso il Ministero del Lavoro, perché non gradisce al tavolo la delegazione Cobas: una specie di dichiarazione d’indipendenza dalle vecchie pastoie sottogovernative, una rivendicazione dell’autonomia del comando d’Impresa. Abbiamo il grano, i programmi di investimento, gli accordi sul piano regolatore: non rompete i maroni sulla forza lavoro – quella è roba nostra. Per un sottosegretario Cinquestelle che convoca tavoli, c’è un sottosegretario leghista che manda la polizia. È il governo dei tempi moderni.
Centinaia di ore di sciopero, centinaia di candelotti lanciati addosso ai presidi, decine di cariche, un numero indefinito e crescente di denunciati, secondo le regole del nuovo Decreto Sicurezza.
Il bello è che i lavoratori in agitazione – spesso donne e straniere – stanno solo chiedendo la corretta osservanza di leggi e norme: l’applicazione del giusto contratto collettivo, un minimo di confronto sulla prestazione. Insomma: i bastonati/gasati/denunciati stanno oggettivamente difendendo il feticcio della legalità borghese, mentre l’imprenditore e gli organi polizieschi, garantiscono ogni giorno la reiterazione del reato – con un enorme investimento di spesa, peraltro, a carico del contribuente (anche dei mazziati, evidentemente). Ecco il genio italico in azione: la Giornata della Legalità in prima pagina e nel contempo l’esibizione pubblica e muscolare dell’Impunità d’azienda.
Si dice in giro che il gigante Italpizza (120 milioni di fatturato esportazioni in 55 paesi del mondo) per difendere il privilegio di fare quello che gli pare, olii generosamente la politica e la stampa: sponsorizzazioni, inserzioni, piani di sviluppo scritti di concerto all’amministrazione, una fama “democratica” che traballa ma gode ancora di solidi supporti politici. Gente organizzata, insomma – non i pirati della logistica con le loro cooperative spurie. Dio solo sa come abbiano convinto la Questura a mettersi sostanzialmente a disposizione dell’azienda come una qualsiasi agenzia di guardie giurate – non solo, immaginiamo, con sostanziose donazioni alla Befana della Polizia, ma anche grazie alla consapevolezza che a quei cancelli si gioca una partita importante sulla rappresentanza e sui diritti: e che, su questo crinale, è meglio che le truppe armate dello Stato diano una mano agli intrepidi esportatori di pizza e alla benemerita opera di modernizzazione che stanno promuovendo.
Come potremo definire questa allucinante quarta dimensione del degrado italiano, questa metafora dell’eccellenza che ha, come al solito, nell’enorme moloch post-moderno del “food” il suo terreno originale di coltura? “Pizza e Fascismo”, sarebbe una buona sintesi?
Oggi “l’antifascismo”, soprattutto nei periodi di fibrillazioni pre-elettorali, conosce rinnovati momenti di gloria: l’Espresso e Repubblica in testa, si sbracciano per evocare il pericolo rappresentato dai gruppuscoli di destra, ne raccontano con raccapriccio e sincero sdegno democratico le gesta e i canali di finanziamento, ne ingigantiscono il peso e il profilo (vedi le incursioni anti-rom nei quartieri romani raccontati come l’invasione dei mongoli secondo un format mediatico ormai collaudato). Si sa che questa esaltazione del “fascista all’attacco” è funzionale alla costruzione di ipotetici “fronti antisovranisti” – ormai è un giochino svelato. Questi antifascisti della tredicesima ora, nel calduccio delle loro redazioni, non colgono (o colgono fin troppo bene) l’essenza dei tempi: il fascismo vero oggi è rappresentato dai reparti celere che sparano gas lacrimogeni addosso ai lavoratori che presidiano sindacalmente la loro azienda; altro che Casapound e simili utili idioti – di volta in volta legittimati o mostrificati alla bisogna.
I nuovi assetti di potere stanno manifestando, oggi, un approccio pragmatico, moderno, assolutamente estraneo alla demagogia sulla “cacciata dello straniero”, buono solo per le campagne elettorali – ma poco utile nelle campagne del foggiano o del crotonese, dove lo schiavo nero è alla base della filiera agroalimentare. Nessuno li vuole cacciare, quello che si vuole è la loro sottomissione, l’invisibilità sociale, il disciplinamento nelle loro funzioni: a spennellare pizze o pulire cessi (tanto il contratto è lo stesso). Il razzismo, la xenofobia “der popolo” è solo folclore. La forza lavoro è petrolio: si è mai visto qualcuno gettarlo via? Bisogna solo saperlo incanalare nelle tubature giuste. È fascismo, questo? È post-fascismo? Pre-fascismo? Lo leggeremo sui libri di storia. Intanto la polizia e la magistratura italiana stanno dando il loro contributo al dibattito, attraverso una stretta repressiva silenziosa, infame e implacabile, che conosce pochi precedenti. Purtroppo avremo il tempo di riflettere ed elaborare, circa questo nuovo stato delle cose.
Per il presente, ricordiamo a noi stessi che il manganello sulla schiena operaia è l’essenza del fascismo, quello metastorico, che attraversa le epoche: oltre le mitologie, le coreografie, le estetiche decadenti o virulente, il fascismo è fatto sempre degli stessi genuini ingredienti di una volta: il contrasto alla lotta di classe, il sabotaggio degli scioperi, il crumiraggio organizzato, il disciplinamento della forza lavoro, la bastonatura di chi mette in discussione le gerarchie di classe.
Tutta roba semplice, cose di una volta. Come gli ingredienti della pizza.
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