Negli ultimi giorni, tra i principali temi del dibattito pubblico italiano c’è stata la morte di Ramy Elgaml, un giovane del Corvetto, quartiere della periferia di Milano. L’occasione è diventata ottima per la destra per fomentare un pericoloso clima di odio e repressione, aizzando giornali e anche semplici cittadini in una vera e propria opera di linciaggio mediatico.
Ma andiamo con ordine, partendo dai fatti, ossia con lo stato delle indagini. Perché, per quanto ne dicano in queste ore vari politici e opinionisti che chiedono le “scuse per i carabinieri”, le informazioni trapelate dalla Procura di Milano chiariscono che l’inseguimento di Ramy e Fares Bouzidi si è svolto senza violazioni solo perché non esistono protocolli chiari in merito.
Il riferimento è all’articolo 55 del codice penale, che recita: “la polizia giudiziaria deve, anche di propria iniziativa, prendere notizia dei reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant’altro possa servire per l’applicazione della legge penale”.
Tutto qui, un’interpretazione di un testo che non assolve in nulla i militari. E infatti, sono in tre a essere sotto indagine, uno per omicidio stradale (come Fares, alla guida dello scooter, per concorso nello stesso reato) e due per “frode processuale, depistaggio e favoreggiamento” con l’accusa di aver costretto a cancellare i video dello schianto dal cellulare di Omar, un autista di Uber presente al momento dell’incidente. Distruggere alcune prove non è esattamente un “difendere la legge”, specie per dei carabinieri... E sicuramente non è indice di “piena innocenza”.
Insomma, quello che per ora sappiamo, in attesa delle perizie sull’accaduto e sul telefono dell’autista in arrivo alla fine del mese, è che in almeno una delle ricostruzioni della polizia locale si parla nel dettaglio dell’impatto tra la gazzella dei militari e lo scooter, che ha fatto poi cadere i due ragazzi, così come appare dalle immagini rese pubbliche.
Se venissero ritrovate tracce del video cancellato nella copia forense del cellulare di Omar, come ha spiegato Debora Piazza, la legale di Fares, allora il reato di omicidio stradale per il carabiniere potrebbe essere trasformato in omicidio volontario con dolo eventuale. Ovvero un comportamento talmente aggressivo (nell’inseguimento) da mettere in conto che l’effetto poteva essere la morte di un’altra persona.
“Si può basare anche su quanto accaduto prima del fatto di reato, con i dialoghi registrati, e su ciò che è avvenuto dopo, con le minacce che sarebbero state fatte nei confronti del testimone oculare”, ha specificato l’avvocato Piazza. In sintesi, anche non recuperando il video, visto che è stato fatto cancellare, ciò sarebbe già una possibile prova di un omicidio commesso volontariamente (solo chi sa di essere colpevole, o i suoi complici, ha un interesse personale a distruggere le prove).
Chiudiamo qui l’introduzione, perché oltre a chiarire come siamo ancora lontani da una possibile verità giuridica sulla morte di Ramy, pensiamo sia evidente come, anche questa, deriverà da una serie di variabili che bisognerà poi vedere come verranno interpretate in sede di indagini e di successivo dibattimento in tribunale. Ma non necessariamente tutto ciò restituirà l’accaduto nella sua interezza.
Se guardiamo invece alla reazione politica avuta dalle forze di maggioranza rispetto alla vicenda, così come dai giornali di destra, va sottolineato la doppia direttrice delle affermazioni fatte. Da una parte, c’è stata la difesa a priori dei militari, e delle forze dell’ordine in senso lato, dall’altra il linciaggio mediatico di chiunque abbia provato a criticare l’operato dei carabinieri.
Innanzitutto, è stato completamente cancellato il nodo della provenienza di Ramy. Non parliamo solo della sua origine egiziana, sulla quale magari anche le finte opposizioni hanno rimandato al razzismo dei post-fascisti, ma dell’appartenenza a quella schiera di dimenticati dalle istituzioni che costituiscono il popolo delle periferie metropolitane.
La questione sociale insita nel caso è ovviamente tenuta in disparte da chiunque, altrimenti si dovrebbe criticare anche il “modello Sala”. Al contrario, il sindaco di Milano e vari altri esponenti del centrosinistra sono stati strumentalmente attaccati nel solito gioco delle parti del bipolarismo che caratterizza la vita politica del paese.
Ma soprattutto, è stata posta sotto un attacco organizzato la portavoce nazionale di Potere al Popolo, Marta Collot. Ospite al programma di Rete 4, Dritto e Rovescio, ha avuto un duro confronto con gli ospiti della trasmissione (Belpietro, Cruciani e così via), ed è stata poi al centro di post da parte di Fratelli d’Italia e Salvini.
Sin da subito, i suoi profili social sono stati bersagliati da centinaia di commenti, in un’operazione visibilmente architettata da provocatori di professione in gruppi online della destra. Si va dalla difesa dei carabinieri alle promesse di denuncia, fino all’augurio di trovarsi in situazione di pericolo senza però ricevere la tutela delle forze dell’ordine.
Ma soprattutto, tutti i suoi post, vecchi e nuovi, sono stati investiti da un pullulare di insulti razzisti a Ramy e sessisti a Collot stessa. Il tentativo di aizzare il proprio elettorato ha dato via libera alle minacce più schifose, senza preoccuparsi di come figure sociali abbrutite e ingozzate di propaganda di guerra e di discriminazione potessero riversare odio e minacce sulla portavoce di Potere al Popolo.
Per mesi e mesi chi è stato nelle piazze per difendere i lavoratori e solidarizzare con la resistenza palestinese è stato accusato di “diffondere odio” e di esprimere “visioni violente”. In questi giorni abbiamo visto invece come l’odio – quello vero, decerebrato e “di branco” – è invece fomentato contro le esperienze di alternativa.
E questo apre l’ultimo capitolo della vicenda che qui discutiamo. Il linciaggio mediatico della giovane militante non è stato opera solo dei due principali azionisti della maggioranza, ma anche di alcuni giornali, come Libero, che ieri ha ribadito la necessità di “chiedere scusa ai carabinieri”. Dalle colonne dello stesso giornale è stata data voce anche alla deplorazione dell’USMIA.
Il segretario dell’Unione Sindacale Militari Interforze Associati ha criticato la “superficiale narrazione mediatica di alcuni delatori, i quali criminalizzano le forze dell’ordine definendole persino assassine – come ha dichiarato Marta Collot con riferimento al caso Ramy durante una trasmissione televisiva”.
Ha poi commentato: “i crescenti episodi di aggressioni in danno delle forze dell’ordine, gli attentati dinamitardi alle caserme, le violenze di piazza e le devastazioni da parte di vere e proprie guerriglie urbane, impongono un pugno duro e interventi normativi non più differibili per garantire protezione a chi opera quotidianamente in difesa della legalità e della sicurezza dei cittadini”.
Un’altra frase ha poi il sapore del rimando a una svolta storica: “il tempo di subire è finito, è giunto il momento di agire!” E non potrebbe essere più d’accordo il ministro Piantedosi, che avendo ricordato che all’alt ci si ferma, altrimenti può succedere di andare incontro alla morte (come è avvenuto decine di volte ai tempi della criminale “legge Reale”), ne ha approfittato anche per chiedere che si acceleri sul ddl 1660.
“C’è un network tra gruppi antagonisti per fare guerriglia contro le forze dell’ordine, è necessario approvare subito il ddl Sicurezza”, ha detto. E intanto Nordio in Senato ha denunciato l’automatismo dell’iscrizione degli agenti nel registro degli indagati, nei casi in cui venga commesso un reato durante il servizio.
Non proprio uno “scudo penale”, ma di certo una larga garanzia di impunità – e di incognito – per la forza pubblica, un modo di tenersela vicina e obbediente proprio mentre si decide di stringere il cappio della repressione per prevenire qualsiasi dissenso. La pesante intimidazione subita a Brescia anche dalla attivista di Extinction Rebellion, costretta a spogliarsi e a fare piegamenti, ne è un altro esempio.
La strumentalizzazione della morte di Ramy, così come il linciaggio di Marta Collot e le perquisizioni da carcere speciale per chi protesta pacificamente con un cartello in mano, provocano innanzitutto indignazione e disgusto, ma devono suscitare soprattutto preoccupazione politica, perché è evidente come in questo paese dello “stato di diritto” non rimanga più quasi nulla.
E di come le classi dirigenti stiano preparando il terreno all’unico aspetto dello “Stato” che vogliono rimanga in Italia: quello di polizia.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/07/2024
Il “Teorema Sanremo” non ha funzionato. Assolto il vigile perseguitato
Per chi non lo ricorda, nel febbraio 2016, alla vigilia del Festival, scoppiò il “caso”. Una storiaccia. Un vero e proprio “Teorema Sanremo”: colpirne pochi, e molto duramente, per impaurire tutti gli altri. L’USB è stato l’unico sindacato a comprendere che cosa fosse davvero successo ai lavoratori e alle lavoratrici. Una sintesi è stata pubblicata su questa rivista in occasione della nomina del direttore generale della Città Metropolitana di Genova.
Il 23 luglio è arrivata finalmente la notizia della sentenza dell’ultimo grado di giudizio, la Cassazione, grazie alla quale Alberto Muraglia, passato alla storia come il “vigile in mutande” di Sanremo, ha vinto in via definitiva il ricorso contro il licenziamento: il Comune deve versargli, per il momento, 130mila euro. Ma con altri risarcimenti la cifra sarà anche maggiore. Nel febbraio 2024, l’USB Funzioni Locali Liguria ha pubblicato un comunicato dal titolo “Codice di comportamento dei lavoratori. Punizione o prevenzione? Un po’ di giustizia sul “caso Sanremo””. Alla luce della recente sentenza della cassazione, questo testo, di seguito riportato, è ritornato molto attuale, e vale la pena riportarlo integralmente:
Il 23 luglio è arrivata finalmente la notizia della sentenza dell’ultimo grado di giudizio, la Cassazione, grazie alla quale Alberto Muraglia, passato alla storia come il “vigile in mutande” di Sanremo, ha vinto in via definitiva il ricorso contro il licenziamento: il Comune deve versargli, per il momento, 130mila euro. Ma con altri risarcimenti la cifra sarà anche maggiore. Nel febbraio 2024, l’USB Funzioni Locali Liguria ha pubblicato un comunicato dal titolo “Codice di comportamento dei lavoratori. Punizione o prevenzione? Un po’ di giustizia sul “caso Sanremo””. Alla luce della recente sentenza della cassazione, questo testo, di seguito riportato, è ritornato molto attuale, e vale la pena riportarlo integralmente:
Codice di comportamento dei lavoratori. Punizione o prevenzione? Un po’ di giustizia sul “caso Sanremo”Fonte
Da un po’ di tempo “esperti di codice di comportamento” tengono corsi di formazione nelle pubbliche amministrazioni.
Più che corsi di formazione, però, a volte si tratta di momenti collettivi nei quali il/la docente rivolge velate minacce ai lavoratori e alle lavoratrici degli Enti Locali, con le quali il messaggio di fondo è che i dipendenti pubblici si possono licenziare.
Pagati con soldi pubblici, a volte tali corsi sono tenuti proprio da dipendenti pubblici.
Queste persone possono avere anche ampio spazio sui media mainstream.
Recentemente ad una di queste “formazioni” la relatrice (dipendente pubblica nota in rete) annoverava nella sua aneddotica casi di dipendenti di enti locali licenziati grazie a lei e che, a suo avviso, i lavoratori assolti nel “caso Sanremo” sono “probabilmente” colpevoli, assolti solo a causa di indagini mal condotte. La “formatrice” è entrata quindi nel merito di sentenze emesse dai giudici in diversi processi.
La domanda che sorge spontanea è se un funzionario pubblico nelle vesti istituzionali possa mettere in discussione l’esito di un processo e il lavoro di un tribunale, così come accusare pubblicamente di “probabili” reati persone ormai già proclamate innocenti, senza incorre in una violazione dello stesso Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, oltre che delle più ovvie norme della convivenza civile. Certamente non un bell’esempio.
Il codice di comportamento dovrebbe essere una guida per il dipendente a non commettere reati, e quindi è preventivo e non coercitivo. Il fine non è la punizione, ma mettere in campo ogni strumento per evitare comportamenti errati.
È da osservare, inoltre, come ci si dimentica sistematicamente del fatto che, in caso di licenziamento, per i dipendenti pubblici non è previsto alcun sostegno economico (non c’è la Naspi), ma per la “formatrice” in questione è doveroso licenziare quanto prima per dare l’esempio.
Intanto poi l’eventuale danno da risarcire, pesa sulle tasche dei lavoratori e dei cittadini (vedi Sanremo).
Di recente è arrivata la notizia, con nostra grande soddisfazione, dell’assoluzione definitiva per Alberto, il vigile di Sanremo perseguitato e dileggiato per anni.
A lui e a tutti i lavoratori del Comune di Sanremo dedichiamo un abbraccio collettivo.
Su giornali e nei social media, ora, diverse persone si scusano con Alberto.
USB non deve scusarsi perché da quando siamo entrati al Comune di Sanremo (2017) siamo sempre stati (unici) dalla parte dei lavoratori.
Per chi non lo ricorda, nel febbraio 2016, alla vigilia del Festival, scoppiò il “caso”. Una storiaccia.
Un vero e proprio “Teorema Sanremo”: colpirne pochi, e molto duramente, per impaurire tutti gli altri. Colpire per annichilire e poter cosi privatizzare tutto il possibile e per rendere più deboli i lavoratori, non solo del pubblico impiego, ma di tutto il mondo del lavoro.
Ci hanno raccontato che questi lavoratori sono stati puniti in quanto “furbetti del cartellino”, e infatti tutto il “caso” si sviluppa all’interno della campagna contro i dipendenti pubblici.
Si tratta di una delle peggiori pagine di questa indegna campagna. Un vero e proprio film horror con lavoratori e lavoratrici buttati nel tritacarne.
Storie di uomini e donne spogliati della loro vita, della loro dignità, portati via in manette. Alcuni di loro messi in prigione e agli arresti domiciliari per 85 giorni (Alberto per 87 giorni), molti licenziati e altri che hanno subito provvedimenti disciplinari pesantissimi. Sradicati all’improvviso dalle loro famiglie.
Anche quei pochi colpevoli per davvero di comportamenti sbagliati, e perciò passibili di condanne e licenziamento, trattati come i peggiori assassini pur non avendo ucciso nessuno.
La stragrande maggioranza di loro perseguitata per un caffè, per una sigaretta fumata fuori dal portone.
Ritrovarsi all’improvviso spogliati di ogni briciolo di dignità e di umanità. Avere bisogno di aiuto e non trovare nessuno, avere bisogno di un avvocato e non avere i soldi per pagarlo. Ritrovarsi in un dramma talmente grande che ti soffoca, che non ti permette di ragionare e che ti fa fare scelte che potrebbero costare carissime.
Tutti i lavoratori del Comune di Sanremo sono stati condannati ad un “fine pena mai”.
Chi è rimasto si è trovato a convivere con la paura e la vergogna. Con carichi di lavoro moltiplicati a causa della sospensione di decine di colleghi. Solo grazie a loro il Comune ha continuato a funzionare in quei drammatici mesi.
L’Amministrazione Comunale non provò nemmeno a comprendere quanto stava accadendo. Non ha speso una parola in difesa dei propri dipendenti che da decenni permettevano al Comune di erogare tutti i servizi necessari ai cittadini, nonostante il dissesto finanziario, nonostante i tagli governativi, nonostante un blocco contrattuale più che decennale. Non si è assunta le sue vere responsabilità (se qualche lavoratore si comportava illegalmente i dirigenti dove erano?). Nessuno, in quei giorni, ha speso una parola di solidarietà, di comprensione, di dubbio.
Nemmeno gli altri sindacati spesero una parola.
Ci piacerebbe che fosse punito chi ha sbagliato nel perseguitare i lavoratori del Comune di Sanremo, causando un danno enorme alla collettività.
I lavoratori pubblici non sono fannulloni, non sono furbetti del cartellino. Sono gli unici a difendere lo stato sociale massacrato da tagli e privatizzazioni.
Sempre in prima linea, dovendo subire una dirigenza spesso incapace e amministratori pubblici che pensano solo agli affari loro.
Il problema non era e non è il Codice di Comportamento/Disciplina o le pene per i lavoratori, ma la cattiva organizzazione che vige in tantissime Amministrazioni locali.
È necessario invertire il paradigma: per prima cosa agire sull’organizzazione del lavoro e dopo applicare, nel caso, i “codici di disciplina” (ma a tutti, anche a chi ha accusato ingiustamente). Solo cosi gli enti locali possono tornare ad essere protagonisti della vita sociale del nostro paese.
20/06/2024
Il killeraggio mediatico-politico contro uno dei più noti scienziati italiani
Lo affermiamo in apertura, senza se e senza ma: siamo pienamente solidali con il prof. Massimo Zucchetti.
Il linciaggio mediatico contro il prof. Massimo Zucchetti era stata avviato alcuni giorni fa, in questo caso, dal giornale Il Riformista, seguito immediatamente a ruota dalla stampa di destra, ma alla fine non si è tirato indietro neanche il Tg de La7 di Mentana, che ieri ha mostrato “come prova” un articolo di Zucchetti su Contropiano relativo all’Ucraina.
Subito dopo si era accodata la “politica” con il senatore Paolo Marcheschi (FdI) che ha definito Massimo Zucchetti un pessimo esempio di insegnante e una prova di quanto sia pericoloso avere “cattivi maestri” nelle università italiane, seguito all’unisono da Augusta Montaruli, vice capogruppo FdI alla Camera. Insomma i compagni di partito di quelli che hanno aggredito un deputato in Parlamento pochi giorni fa.
È cominciato così un fuoco di batteria che ha mischiato e mixato frasi estrapolate dai contesti e battute al vetriolo dalla pagina Facebook del prof. Massimo Zucchetti. Una pagina che né i media killer della destra né i loro esponenti politici si erano mai presi la briga di andare a guardare fino a quando il prof. Zucchetti non si era incatenato ai cancelli del Politecnico – dove insegna – insieme agli studenti per chiedere – e questa è la vera linea rossa che ha “superato” – di bloccare gli accordi con istituzioni israeliane. Non solo.
Il prof. Zucchetti ha inoltre rotto anche un altro tabù, dichiarando inimicizia per l’Ucraina di Zelenski sul terreno di gioco in occasione dei campionati europei di calcio. Siccome il nostro governo fornisce armamenti e consensi a Kiev, queste cose non si possono dire.
A quel punto si sono aperte le cateratte di tutto il marcio che alligna nella politica, nell’informazione e nell’accademia nel nostro paese.
Da quel momento in poi il prof. Zucchetti – del quale siamo onorati di avere la collaborazione per il nostro giornale – è stato sottoposto ad un fuoco di fila vergognoso, fino a chiedere che l’università cacciasse via uno dei massimi scienziati italiani. Esattamente come durante i regimi nazifascisti in Europa.
In questo clima di caccia alla streghe non ha tardato a muoversi il Senato accademico del Politecnico di Torino.
Secondo quanto diffuso dalle agenzie, adesso il rettore Stefano Corgnatiora dovrà verificare gli incarichi di nomina e procedere con la rimozione. Il Senato ha anche chiesto «di avviare le opportune istruttorie per gli eventuali procedimenti disciplinari».
Il prof. Zucchetti si è scusato per «l’uso improprio dei social», ma per il Senato le affermazioni sono “lesive dei valori che animano la comunità politecnica”.
Lo abbiamo detto nei giorni in cui si è incatenato insieme agli studenti al Politecnico di Torino e lo ribadiamo in queste ore: la redazione di Contropiano esprime la piena solidarietà con il prof. Massimo Zucchetti e gli chiediamo di continuare a collaborare con il nostro giornale dove può godere di piena libertà di espressione.
Il linciaggio mediatico contro il prof. Massimo Zucchetti era stata avviato alcuni giorni fa, in questo caso, dal giornale Il Riformista, seguito immediatamente a ruota dalla stampa di destra, ma alla fine non si è tirato indietro neanche il Tg de La7 di Mentana, che ieri ha mostrato “come prova” un articolo di Zucchetti su Contropiano relativo all’Ucraina.
Subito dopo si era accodata la “politica” con il senatore Paolo Marcheschi (FdI) che ha definito Massimo Zucchetti un pessimo esempio di insegnante e una prova di quanto sia pericoloso avere “cattivi maestri” nelle università italiane, seguito all’unisono da Augusta Montaruli, vice capogruppo FdI alla Camera. Insomma i compagni di partito di quelli che hanno aggredito un deputato in Parlamento pochi giorni fa.
È cominciato così un fuoco di batteria che ha mischiato e mixato frasi estrapolate dai contesti e battute al vetriolo dalla pagina Facebook del prof. Massimo Zucchetti. Una pagina che né i media killer della destra né i loro esponenti politici si erano mai presi la briga di andare a guardare fino a quando il prof. Zucchetti non si era incatenato ai cancelli del Politecnico – dove insegna – insieme agli studenti per chiedere – e questa è la vera linea rossa che ha “superato” – di bloccare gli accordi con istituzioni israeliane. Non solo.
Il prof. Zucchetti ha inoltre rotto anche un altro tabù, dichiarando inimicizia per l’Ucraina di Zelenski sul terreno di gioco in occasione dei campionati europei di calcio. Siccome il nostro governo fornisce armamenti e consensi a Kiev, queste cose non si possono dire.
A quel punto si sono aperte le cateratte di tutto il marcio che alligna nella politica, nell’informazione e nell’accademia nel nostro paese.
Da quel momento in poi il prof. Zucchetti – del quale siamo onorati di avere la collaborazione per il nostro giornale – è stato sottoposto ad un fuoco di fila vergognoso, fino a chiedere che l’università cacciasse via uno dei massimi scienziati italiani. Esattamente come durante i regimi nazifascisti in Europa.
In questo clima di caccia alla streghe non ha tardato a muoversi il Senato accademico del Politecnico di Torino.
Secondo quanto diffuso dalle agenzie, adesso il rettore Stefano Corgnatiora dovrà verificare gli incarichi di nomina e procedere con la rimozione. Il Senato ha anche chiesto «di avviare le opportune istruttorie per gli eventuali procedimenti disciplinari».
Il prof. Zucchetti si è scusato per «l’uso improprio dei social», ma per il Senato le affermazioni sono “lesive dei valori che animano la comunità politecnica”.
Lo abbiamo detto nei giorni in cui si è incatenato insieme agli studenti al Politecnico di Torino e lo ribadiamo in queste ore: la redazione di Contropiano esprime la piena solidarietà con il prof. Massimo Zucchetti e gli chiediamo di continuare a collaborare con il nostro giornale dove può godere di piena libertà di espressione.
*****
Qui di seguito alcuni articoli del prof. Zucchetti, candidato al Premio Nobel nel 2015, autore di innumerevoli lavori scientifici citati e studiati a livello internazionale. I killer politico-mediatici leggano... e imparino qualcosa invece di starnazzare e fare danni alla comunità scientifica e democratica nel nostro paese.
I rischi inaccettabili di una guerra nucleare
Per inerzia verso nuove bombe termonucleari
Non siamo più pacifisti
Un piano di pace nucleare per la guerra in Ucraina
Uranio impoverito, tracciante morale di malafede
Il mestiere più antico del mondo
Fonte
22/04/2023
La Relatrice Speciale dell’Onu sulla Palestina nel mirino di Israele e della destra
La Relatrice speciale dell’Onu per la Palestina, l’italiana Francesca Albanese, è da tempo oggetto di attacchi durissimi da parte delle autorità israeliane e degli apparati ideologici sionisti. Ultimo in ordine di tempo è addirittura un editoriale del Jerusalem Post che ne chiede la destituzione dall’incarico. Nulla di nuovo, Israele ha chiesto sistematicamente la destituzione di tutti gli incaricati dell’Onu che si sono occupati della situazione dei palestinesi.
Ma a fronte del fatto che Francesca Albanese non si sia lasciata intimidire, gli attacchi sono cresciuti, in Israele come in Italia.
La scorsa settimana il ministro israeliano per gli affari della diaspora e la lotta all’antisemitismo, Amichai Chikli, ha chiesto la rimozione di Francesca Albanese. Nella sua lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres e all’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani Volker Türk, il ministro Chikli ha scritto che le Nazioni Unite, “consentendo alla signora Albanese di continuare a spargere odio, antisemitismo e istigazione alla violenza, non rispettano il proprio stesso mandato di proteggere i diritti umani fondamentali di tutti ed esercitare parità di trattamento per tutti gli stati membri”.
In Italia il compito di linciare la Relatrice Speciale dell’Onu se lo sono assunto le associazioni di amicizia Italia-Israele, la solita Fiamma Nirestein dalle pagine de “Il Giornale” e la destra in Parlamento.
In una lettera che sarà inviata al Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres e all’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani Volker Türk, la Federazione delle Associazioni Italia-Israele si dice “profondamente preoccupata” per le posizioni e dichiarazioni di alcuni titolari di mandato delle Nazioni Unite che “non rispettano minimamente le regole fondamentali di neutralità, obiettività, indipendenza e integrità personale”.
Come già scritto precedentemente, le associazioni Italia-Israele ricordano l’elenco dei funzionari Onu dei quali hanno chiesto la destituzione in tutti questi anni: Navy Pillay, Chris Sidoti e Milon Kothari della Commissione internazionale d’inchiesta permanente contro Israele. Adesso è il turno di Francesca Albanese. Le Associazioni Italia-Israele chiedono che costoro siano “chiamati a dimettersi o siano licenziati” giacché i loro pregiudizi e la loro propaganda mettono “in gioco la credibilità stessa delle Nazioni Unite, insieme ai valori della democrazia, della convivenza nella pace e del diritto internazionale”.
In Italia è stata presentata una interrogazione dal senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, (ex ambasciatore ed ex ministro degli Esteri, oggi in quota Fratelli d’Italia) che ha riportato il documento sottoscritto da 4000 avvocati dell’International Legal Forum impegnato nel contrasto all’antisemitismo e nella promozione dei diritti umani, e quello di un gruppo bipartisan del congresso USA, nel quale chiedono all’Alto commissario per i diritti umani Volker Turk di “licenziare la fomentatrice di odio che si sono messi in casa” cioè Francesca Albanese.
Nell’articolo de Il Giornale, la ultrasionista Fiamma Nirenstein, lamenta l’invito a Francesca Albanese ad una conferenza all’Università di Venezia e la accusa di aver “comparato quella che i palestinesi chiamano la “nakba”, cioè l’esodo del 1948 durante la guerra da essi iniziata, all’Olocausto, su questa linea indecente ha paragonato Hamas a Gaza agli ebrei del Ghetto di Varsavia, ha anche scritto che l’Europa e l’America sono soggiogate “dal senso di colpa e dalla lobby ebraica”.
Gli attacchi delle autorità israeliane e dei gruppi sionisti a chiunque affermi qualcosa di dissonante su Israele e Palestina, non sono certo una novità, anzi sono una costante che spesso ha prodotto anatemi, stroncature di carriere, marginalizzazioni nella politica, nelle istituzioni e nei mass media. Ma se c’è una cosa che abbiamo imparato “sul campo” e che se si tiene il punto e non si abbassa la testa, questo “format” del linciaggio politico e mediatico va in crisi.
Francesca Albanese, la scorsa settimana, ha ricevuto in sede istituzionale a Modena il “Premio Stefano Chiarini” per il suo impegno per la giustizia e la legalità internazionale nella questione palestinese.
Ci auguriamo che Francesca Albanese, che sta facendo un ottimo lavoro come Relatrice Speciale dell’Onu, tenga il punto, respinga le intimidazioni e trascini in tribunale chi l’accusa di essere antisemita. Ma per fare queste tre cose merita di sentire intorno l’abbraccio e il sostegno della comunità democratica nel nostro e negli altri paesi.
Fonte
Ma a fronte del fatto che Francesca Albanese non si sia lasciata intimidire, gli attacchi sono cresciuti, in Israele come in Italia.
La scorsa settimana il ministro israeliano per gli affari della diaspora e la lotta all’antisemitismo, Amichai Chikli, ha chiesto la rimozione di Francesca Albanese. Nella sua lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres e all’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani Volker Türk, il ministro Chikli ha scritto che le Nazioni Unite, “consentendo alla signora Albanese di continuare a spargere odio, antisemitismo e istigazione alla violenza, non rispettano il proprio stesso mandato di proteggere i diritti umani fondamentali di tutti ed esercitare parità di trattamento per tutti gli stati membri”.
In Italia il compito di linciare la Relatrice Speciale dell’Onu se lo sono assunto le associazioni di amicizia Italia-Israele, la solita Fiamma Nirestein dalle pagine de “Il Giornale” e la destra in Parlamento.
In una lettera che sarà inviata al Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres e all’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani Volker Türk, la Federazione delle Associazioni Italia-Israele si dice “profondamente preoccupata” per le posizioni e dichiarazioni di alcuni titolari di mandato delle Nazioni Unite che “non rispettano minimamente le regole fondamentali di neutralità, obiettività, indipendenza e integrità personale”.
Come già scritto precedentemente, le associazioni Italia-Israele ricordano l’elenco dei funzionari Onu dei quali hanno chiesto la destituzione in tutti questi anni: Navy Pillay, Chris Sidoti e Milon Kothari della Commissione internazionale d’inchiesta permanente contro Israele. Adesso è il turno di Francesca Albanese. Le Associazioni Italia-Israele chiedono che costoro siano “chiamati a dimettersi o siano licenziati” giacché i loro pregiudizi e la loro propaganda mettono “in gioco la credibilità stessa delle Nazioni Unite, insieme ai valori della democrazia, della convivenza nella pace e del diritto internazionale”.
In Italia è stata presentata una interrogazione dal senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, (ex ambasciatore ed ex ministro degli Esteri, oggi in quota Fratelli d’Italia) che ha riportato il documento sottoscritto da 4000 avvocati dell’International Legal Forum impegnato nel contrasto all’antisemitismo e nella promozione dei diritti umani, e quello di un gruppo bipartisan del congresso USA, nel quale chiedono all’Alto commissario per i diritti umani Volker Turk di “licenziare la fomentatrice di odio che si sono messi in casa” cioè Francesca Albanese.
Nell’articolo de Il Giornale, la ultrasionista Fiamma Nirenstein, lamenta l’invito a Francesca Albanese ad una conferenza all’Università di Venezia e la accusa di aver “comparato quella che i palestinesi chiamano la “nakba”, cioè l’esodo del 1948 durante la guerra da essi iniziata, all’Olocausto, su questa linea indecente ha paragonato Hamas a Gaza agli ebrei del Ghetto di Varsavia, ha anche scritto che l’Europa e l’America sono soggiogate “dal senso di colpa e dalla lobby ebraica”.
Gli attacchi delle autorità israeliane e dei gruppi sionisti a chiunque affermi qualcosa di dissonante su Israele e Palestina, non sono certo una novità, anzi sono una costante che spesso ha prodotto anatemi, stroncature di carriere, marginalizzazioni nella politica, nelle istituzioni e nei mass media. Ma se c’è una cosa che abbiamo imparato “sul campo” e che se si tiene il punto e non si abbassa la testa, questo “format” del linciaggio politico e mediatico va in crisi.
Francesca Albanese, la scorsa settimana, ha ricevuto in sede istituzionale a Modena il “Premio Stefano Chiarini” per il suo impegno per la giustizia e la legalità internazionale nella questione palestinese.
Ci auguriamo che Francesca Albanese, che sta facendo un ottimo lavoro come Relatrice Speciale dell’Onu, tenga il punto, respinga le intimidazioni e trascini in tribunale chi l’accusa di essere antisemita. Ma per fare queste tre cose merita di sentire intorno l’abbraccio e il sostegno della comunità democratica nel nostro e negli altri paesi.
Fonte
09/12/2022
Ho fatto (anche) l’autista a Soumahoro: dalla costruzione del mito al linciaggio
Ho visto cose che voi giornalisti non potreste immaginarvi.. Eccomi, mi candido a essere intervistato: dal 2017 al 2020 ho lavorato insieme ad Aboubakar Soumahoro – nell’Unione Sindacale di Base – rivedendo i suoi testi, studiando insieme strategie, scortandolo – anche come autista – nelle prime uscite ufficiali.
Era il momento della costruzione del personaggio, salito alla ribalta in contemporanea con il governo gialloverde nel giugno del 2018. Merito della famigerata copertina dell’Espresso “Uomini e no”, con i faccioni affiancati di Abou e Matteo Salvini.
Trampolino di lancio
Quella copertina fu il trampolino di lancio per la carriera politica di Soumahoro, una lunga rincorsa iniziata non con lo sparo di uno starter ma con le fucilate che il 2 giugno si erano prese la vita di Soumaila Sacko, bracciante maliano e attivista sindacale USB, assassinato mentre recuperava lamiere in una fornace abbandonata per costruire l’ennesima baracca nel “campo informale” di San Ferdinando, in Calabria.
Abou guidava allora le manifestazioni di protesta dei braccianti, con il suo carisma, la presenza fisica, il perfetto italiano da laureato. Poteva Diego Bianchi – in arte Zoro – non rimanere folgorato sulla via di San Ferdinando da tanta magnificenza? No, e come dargli torto? Il barometro politico a sinistra segnava “brutto stabile”, sul lato opposto un tale sentenziava che “la pacchia è finita” e un altro che la povertà era stata abolita.
Un leader per la sinistra
La vista di Soumahoro dovette sembrare a Zoro l’apparizione di una “madonna pellegrina”, per dirla con Sergio Saviane. Fu così che il nostro bravo conduttore tornò dalla Calabria con un bel servizio e una convinzione, subito condivisa con il sodale Marco Damilano: abbiamo un leader per la sinistra.
L’invito per Abou a Propaganda Live e la copertina dell’Espresso furono i botti di richiamo prima di uno spettacolo pirotecnico. Da quel momento si moltiplicarono le richieste di intervista dall’Italia e dall’estero. Non contava il contenuto, l’importante era che Abou parlasse.
Così, se prima il meglio che potesse capitare era un servizio – con tutto il rispetto – di Radio Radicale, ora si mettevano in fila la BBC e Le Monde, Rolling Stone e Russia Television, Orf e Frankfurter Rundschau. Per tacere degli italiani, tra i quali solo Mediaset ci pensò su una ventina di giorni, prima di farsi viva.
Rubrica saltuaria
Ma era solo l’inizio, tutti lo cercavano, tutti lo volevano. La regia, però, uscì pian piano dalla disponibilità di USB e passò lentamente sotto il controllo del duo Zoro-Damilano (consiglio, in proposito, di recuperare la spassosa pagina di Stefano Disegni sul Fatto Quotidiano di domenica 4 dicembre).
La costruzione del personaggio da quel momento divenne una faccenda a tre, fino alla definitiva e immotivata (o motivata, questione di punti di vista) rottura con USB nel luglio 2020.
Abou svanì in lontananza, verso il suo sindacatino personale, la Lega Braccianti oggetto oggi di tanta attenzione. Sparì per un po’ dai media nazionali e internazionali, anche la sua rubrica sull’Espresso si fece saltuaria, fino al ritorno in pompa magna per le ultime elezioni politiche con la conquista di un seggio alla Camera.
Stessa intensità
Oggi è tornato sotto i riflettori, tristissimi, dei media italiani. Fatta la tara alle opinioni personali e politiche su Aboubakar Soumahoro, le varie testate – con pochissime eccezioni – somigliano a una muta di bloodhound impegnati nella caccia al negro per applicare la legge di Lynch.
Perché di questo si tratta: quattro anni fa Abou era il nuovo che avanzava, circonfuso di luce, oggi è un politico debole e isolato, ideale per il tiro al bersaglio. Ha fatto errori a valanga, così come i suoi mentori che adesso se ne lavano le mani, ma non è oggetto di indagini giudiziarie.
Sarebbe bello – e la stampa italiana ne trarrebbe lustro – se questo incessante rovistare, anche nella spazzatura, fosse applicato con la stessa intensità e la stessa costanza a schiere di politici dalla pelle bianca che magari oggetto di indagini giudiziarie lo sono veramente.
Coraggio cari colleghi, la pratica Abou vi dimostra che “si-può-fare” (cit.). Basta volerlo.
Fonte
Era il momento della costruzione del personaggio, salito alla ribalta in contemporanea con il governo gialloverde nel giugno del 2018. Merito della famigerata copertina dell’Espresso “Uomini e no”, con i faccioni affiancati di Abou e Matteo Salvini.
Trampolino di lancio
Quella copertina fu il trampolino di lancio per la carriera politica di Soumahoro, una lunga rincorsa iniziata non con lo sparo di uno starter ma con le fucilate che il 2 giugno si erano prese la vita di Soumaila Sacko, bracciante maliano e attivista sindacale USB, assassinato mentre recuperava lamiere in una fornace abbandonata per costruire l’ennesima baracca nel “campo informale” di San Ferdinando, in Calabria.
Abou guidava allora le manifestazioni di protesta dei braccianti, con il suo carisma, la presenza fisica, il perfetto italiano da laureato. Poteva Diego Bianchi – in arte Zoro – non rimanere folgorato sulla via di San Ferdinando da tanta magnificenza? No, e come dargli torto? Il barometro politico a sinistra segnava “brutto stabile”, sul lato opposto un tale sentenziava che “la pacchia è finita” e un altro che la povertà era stata abolita.
Un leader per la sinistra
La vista di Soumahoro dovette sembrare a Zoro l’apparizione di una “madonna pellegrina”, per dirla con Sergio Saviane. Fu così che il nostro bravo conduttore tornò dalla Calabria con un bel servizio e una convinzione, subito condivisa con il sodale Marco Damilano: abbiamo un leader per la sinistra.
L’invito per Abou a Propaganda Live e la copertina dell’Espresso furono i botti di richiamo prima di uno spettacolo pirotecnico. Da quel momento si moltiplicarono le richieste di intervista dall’Italia e dall’estero. Non contava il contenuto, l’importante era che Abou parlasse.
Così, se prima il meglio che potesse capitare era un servizio – con tutto il rispetto – di Radio Radicale, ora si mettevano in fila la BBC e Le Monde, Rolling Stone e Russia Television, Orf e Frankfurter Rundschau. Per tacere degli italiani, tra i quali solo Mediaset ci pensò su una ventina di giorni, prima di farsi viva.
Rubrica saltuaria
Ma era solo l’inizio, tutti lo cercavano, tutti lo volevano. La regia, però, uscì pian piano dalla disponibilità di USB e passò lentamente sotto il controllo del duo Zoro-Damilano (consiglio, in proposito, di recuperare la spassosa pagina di Stefano Disegni sul Fatto Quotidiano di domenica 4 dicembre).
La costruzione del personaggio da quel momento divenne una faccenda a tre, fino alla definitiva e immotivata (o motivata, questione di punti di vista) rottura con USB nel luglio 2020.
Abou svanì in lontananza, verso il suo sindacatino personale, la Lega Braccianti oggetto oggi di tanta attenzione. Sparì per un po’ dai media nazionali e internazionali, anche la sua rubrica sull’Espresso si fece saltuaria, fino al ritorno in pompa magna per le ultime elezioni politiche con la conquista di un seggio alla Camera.
Stessa intensità
Oggi è tornato sotto i riflettori, tristissimi, dei media italiani. Fatta la tara alle opinioni personali e politiche su Aboubakar Soumahoro, le varie testate – con pochissime eccezioni – somigliano a una muta di bloodhound impegnati nella caccia al negro per applicare la legge di Lynch.
Perché di questo si tratta: quattro anni fa Abou era il nuovo che avanzava, circonfuso di luce, oggi è un politico debole e isolato, ideale per il tiro al bersaglio. Ha fatto errori a valanga, così come i suoi mentori che adesso se ne lavano le mani, ma non è oggetto di indagini giudiziarie.
Sarebbe bello – e la stampa italiana ne trarrebbe lustro – se questo incessante rovistare, anche nella spazzatura, fosse applicato con la stessa intensità e la stessa costanza a schiere di politici dalla pelle bianca che magari oggetto di indagini giudiziarie lo sono veramente.
Coraggio cari colleghi, la pratica Abou vi dimostra che “si-può-fare” (cit.). Basta volerlo.
Fonte
22/09/2022
Partita l’azione legale contro gli aumenti sulle bollette
Denunce per aggiotaggio relative agli aumenti delle bollette del gas sono state depositate da Marta Collot – candidata di UP a Bologna e portavoce nazionale di Potere al Popolo – e Giuliano Granato – portavoce nazionale di PaP e candidato di UP a Salerno – presso le Procure della Repubblica di Bologna, Milano, Napoli Reggio Calabria, Roma e Torino tramite l’avvocato Vincenzo Perticaro.
Al centro dell’azione legale sono le speculazioni sui mercati finanziari e le alterazioni dei mercati per il commercio di gas naturale e di conseguenza dell’energia elettrica nonché dei rincari in Italia dei prodotti petroliferi in danno agli utenti finali, imprese e famiglie.
Le condotte penalmente rilevanti che sono state sollevate riguardano il reato di aggiotaggio ovvero di manovre speculative su merci in concorso con la truffa.
“Riteniamo si debba fare chiarezza sull’operato delle autorità vigilanti oltre che del Ministero dello Sviluppo Economico e dell’Economia che, unitamente a Cassa Depositi e Prestiti costituisce l’azionista di maggioranza delle principali società che commercializzano questo tipo di beni” affermano Collot e Granato che hanno presentato le denunce.
Questa azione legale formale è anche la migliore risposta agli inaccettabili attacchi subiti dalla stessa Marta Collot per aver simbolicamente bruciato una enorme e finta bolletta: un vero e proprio linciaggio mediatico dove viene messo all’indice addirittura il suo ruolo di insegnante precaria. Il 14 settembre sempre Marta Collot aveva strappato la riproduzione di una bolletta del gas sotto la sede della società Hera.
Solo i servi da cortile temono e non capiscono le azioni dimostrative, la loro fretta nello stigma è inversamente proporzionale alla completezza delle informazioni e degli avvenimenti su cui danno fiato alla voce.
Questa mattina è prevista una conferenza stampa alle ore 11:00 davanti alla Procura di Bologna con Marta Collot, capolista di Unione Popolare a Bologna.
Fonte
Al centro dell’azione legale sono le speculazioni sui mercati finanziari e le alterazioni dei mercati per il commercio di gas naturale e di conseguenza dell’energia elettrica nonché dei rincari in Italia dei prodotti petroliferi in danno agli utenti finali, imprese e famiglie.
Le condotte penalmente rilevanti che sono state sollevate riguardano il reato di aggiotaggio ovvero di manovre speculative su merci in concorso con la truffa.
“Riteniamo si debba fare chiarezza sull’operato delle autorità vigilanti oltre che del Ministero dello Sviluppo Economico e dell’Economia che, unitamente a Cassa Depositi e Prestiti costituisce l’azionista di maggioranza delle principali società che commercializzano questo tipo di beni” affermano Collot e Granato che hanno presentato le denunce.
Questa azione legale formale è anche la migliore risposta agli inaccettabili attacchi subiti dalla stessa Marta Collot per aver simbolicamente bruciato una enorme e finta bolletta: un vero e proprio linciaggio mediatico dove viene messo all’indice addirittura il suo ruolo di insegnante precaria. Il 14 settembre sempre Marta Collot aveva strappato la riproduzione di una bolletta del gas sotto la sede della società Hera.
Solo i servi da cortile temono e non capiscono le azioni dimostrative, la loro fretta nello stigma è inversamente proporzionale alla completezza delle informazioni e degli avvenimenti su cui danno fiato alla voce.
Questa mattina è prevista una conferenza stampa alle ore 11:00 davanti alla Procura di Bologna con Marta Collot, capolista di Unione Popolare a Bologna.
Fonte
11/12/2020
Il “mostro” Pietro Valpreda, o l’infamia del potere in Italia
Domani, sabato 12 dicembre, saranno passati 51 anni dalla strage di piazza Fontana, 17 morti e 88 feriti.
La storia è finita soltanto nel 2005, quando la Corte di Cassazione stabilì che la strage fu opera di un «gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura», non più perseguibili in quanto precedentemente assolti con giudizio definitivo dalla Corte d’assise d’appello di Bari.
In pratica, la matrice neofascista è dimostrata, mentre nulla si sa degli esecutori materiali.
In un primo momento – un primo momento che è durato anni – la colpa fu data agli anarchici: il ferroviere Giuseppe Pinelli morì nella notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969 precipitando dalla questura di Milano, il cui capo dell'”ufficio politico” era il commissario Luigi Calabresi.
Una sentenza del 1975 ha stabilito che si trattò di «malore attivo» (un’invenzione medico-legale opera del poi celebrato magistrato di “Mani pulite”, Gerardo D’Ambrosio, ndr); ovvero, dopo 48 ore di interrogatorio, Pinelli si sarebbe sentito male davanti a una finestra e sarebbe volato giù. Dalle stanze dell'”ufficio politico”.
Diverse inchieste indipendenti e la testimonianza permanente di “Lele” Valitutti – unico civile presente in questura, mai interrogato da nessuno per questi fatti – dimostrano che probabilmente le cose sono andate in maniera diversa.
Pietro Valpreda, arrestato nei giorni successivi alla strage, fu trattato come un mostro da tutti i giornali dell’impero. L’Unità scrisse di lui che era «un personaggio ambiguo e sconcertante dal passato oscuro, forse manovrato da qualcuno a proprio piacimento».
Non troppo diverso il parere del quotidiano dei fascisti, Il Secolo d’Italia, secondo cui Valpreda era «una belva oscena e ripugnante, penetrata fino al midollo dalla lue comunista».
Bruno Vespa, al Tg1, lo presentò come «il vero e sicuro colpevole» della strage, Mario Cervi precisò che «il crimine ha una fisionomia precisa: il criminale ha un volto la sua salute è insidiata da un’infermità grave, il morbo di Burger. La menomazione che lo impedisce, lui ballerino, nelle gambe, potrebbe avere contribuito a scatenare una forsennata e irrazionale avversione per l’umanità intera».
Alle elezioni politiche del 1972 il manifesto presentò Valpreda come capolista alla Camera nella circoscrizione di Roma. «Il mostro» ottenne 11.605 preferenze, ma, pur con circa 32.000 voti, la lista non raggiunse il quorum.
Nel 1985 Pietro Valpreda è stato assolto.
È morto nel 2002, prima dell’ultima sentenza sulla bomba di piazza Fontana.
Le sue ceneri sono al cimitero monumentale di Milano.
Fonte
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