Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/12/2025

Piazza Fontana, sono stati loro...

Milano, venerdì 12 dicembre 1969. A metà pomeriggio la Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, brulica ancora di correntisti. Chi vende bestiame, chi sementi, chi aziende intere. Il salone è un alveare. Le voci rimbalzano tra le colonne. Il fruscio delle carte si mescola ai passi. Poi: tutto si spezza.

Alle 16:37, ventitré minuti prima della chiusura, sotto un tavolone ottagonale al piano terra esplode una bomba. Dieci chili di tritolo. Dieci chili che spazzano via corpi e le illusioni di un Paese che ancora crede nella propria innocenza.

L’edificio vomita vetro e sangue. L’aria si riempie di schegge. I corpi volano in alto, sbattuti come manichini. Urla. Sangue. Panico. Nessuno capisce subito, ma tutti sanno: è una strage.

Il bilancio: diciassette morti e ottantotto feriti. La strategia della tensione ha bisogno di corpi da contare.

Ma Milano non basta. La regia è troppo ambiziosa per un solo atto. Roma trema alla stessa ora. Tre bombe. Tre colpi nel cuore della capitale.

La prima alle 16:45: Banca Nazionale del Lavoro, sotterraneo tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti. Una strage mancata.

Alle 17:16, Altare della Patria, seconda terrazza, lato Fori Imperiali. Otto minuti dopo, di nuovo lì: lato scalinata dell’Ara Coeli. Come a dire: la vostra patria è una menzogna.

Anche a Milano, alla Banca Commerciale di piazza della Scala, c’è una bomba che aspetta il suo turno. Ma il caso la disinnesca: il timer si inceppa.

Alle 21:30 gli artificieri della polizia fanno brillare l’ordigno nel cortile interno. Distruggono le prove insieme alla bomba. Qualcuno ha fretta di cancellare le tracce, nascondere le firme, proteggere i veri colpevoli.

Quel 12 dicembre le bombe seguono una direttrice precisa: Milano-Roma. Denaro-Potere. È un messaggio in codice per chi sa leggere nel sangue.

Lo scopo: spingere il governo Rumor a consegnare le chiavi a chi promette ordine. Non vogliono il caos. Vogliono l’opposto: l’ordine della paura. La vera posta in gioco: fermare un Paese in movimento. Spegnere l’autunno caldo del lavoro organizzato. Arginare l’onda del ’68.

Un anno dopo, ancora complotti: è il turno del golpe Borghese, il colpo di Stato abortito all’ultimo minuto. Stessa logica: usare la paura per cambiare tutto, affinché nulla cambi.

E la regia? Cercare nelle stanze dei bottoni, dove si mescolano sette occulte, servizi marci, fascisti redivivi, fanatici d’America, signori dell’economia, generali coperti di stelle. Sono stati loro. E hanno continuato a esserlo.

*****

Le mele marce dell’informazione

1

I fatti sono noti. Il 12 dicembre 1969 a Milano esplode una bomba che devasta la Banca Nazionale dell’Agricoltura. 17 i morti. Una strage passata alla Storia come “la madre di tutte le stragi”. È l’inizio della “Strategia della tensione”.

Una guerra non ortodossa lunga un decennio, accompagnata da un’altra guerra, per certi versi, ancora più subdola: quella condotta dal “Sistema dell’Informazione ufficiale”. Missione: manipolare un’opinione pubblica disorientata e impaurita. Del resto una guerra senza propaganda non si è mai vista.

La paternità della strage è immediatamente attribuita agli anarchici. Facile. Sono loro i bombaroli per eccellenza. È particolarmente viva nel Paese la ferita provocata dall’esplosione di due ordigni il 25 aprile 1969, sempre a Milano. Nel giorno dell’anniversario della Liberazione, nel capoluogo lombardo, esplodono infatti due bombe: una alla Fiera Campionaria e l’altra all’Ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni, nella stazione di Porta Garibaldi, ferendo una ventina di persone.

Il quotidiano “Il Giorno”, titola subito: «Sono bombe anarchiche». Il “Corriere della Sera” opera con la stessa logica che proporrà solo qualche mese più tardi, all’indomani della strage di Piazza Fontana, suggerendo immediatamente ai suoi lettori i colpevoli. Alludendo addirittura alle bombe del 1928, che «anche allora fu un gesto criminale di un gruppo anarchico».

Allora sul selciato di piazzale Giulio Cesare, all’ingresso della Fiera di Milano, per una granata restarono a terra venti morti e più di quaranta feriti. Tutta gente che era venuta ad assistere alla visita di re Vittorio Emanuele III.

Tornando alle bombe del 25 aprile, si attestano subito sulla linea colpevolista oltre al “Corriere”, anche “Il Tempo” e “La Nazione”. Un millimetro più cauta “La Stampa” di Torino.

Seguono le bombe sui treni di agosto. L’8 ed il 9 agosto 1969 esplodono otto bombe posizionate su diversi treni delle Ferrovie dello Stato, presso le stazioni di Chiari, Grisignano, Caserta, Alviano, Pescara, Pescina e Mira, mentre altre due bombe vengono ritrovate, inesplose, nelle stazioni di Milano Centrale e Venezia Santa Lucia.

Nel racconto della carta stampata si trasmette l’idea che l’Anarchia è disordine, sangue, morte. Si prepara il terreno. Si costruisce una sorta di pregiudizio di colpevolezza.

Sul quotidiano di Via Solferino, Mario Cervi, il gemello di Indro Montanelli, tratteggia l’immagine di un Paese in attesa di «misure insieme repressive e preventive che oggi non sono più dilazionabili e rinunciabili».

Il collega Alberto Grisolia, sembrerebbe legato ai servizi segreti, nelle pagine interne della cronaca di Milano si prodiga nell’indicare la suggestione di un altro precedente storico, a suo avviso, di marca anarchica: «Un tragico precedente: lo scoppio del Diana. La bomba esplose la sera del 23 marzo 1921. Autori furono tre anarchici».

La suggestione rimbalza anche nelle altre testate di Destra come “Il Giornale d’Italia”, “La Notte”, “Il Resto del Carlino”. Anche “L’Osservatore Romano” soffia sul fuoco degli anarchici e più in generale sulla stagione della Contestazione. Scrive: «Un’ondata di anarchia si abbatte sul paese».

L’attentato alla Fiera di Milano di aprile, le bombe sui treni di agosto, la morte dell’agente Annarumma il 19 novembre, durante una mobilitazione di piazza, rappresentano una catena di atti terroristici che culminerebbero con la strage di Piazza Fontana. Di questa ricostruzione se ne fa interprete, nel discorso di fine anno, anche il capo dello Stato, Giuseppe Saragat. C’è bisogno di ordine, di ripristino dell’ordine pubblico. Bingo.

Per i quotidiani della sinistra storica “L’Unità”, “L’Avanti” e “Paese Sera” la matrice è invece inconfondibile: di marca fascista. Mentre i giornali della sinistra rivoluzionaria, sono ancora più espliciti: la Strage, non è solo fascista è di Stato.

È “La Stampa” a riportare le parole del commissario di Polizia, Luigi Calabresi, che a sole poche ore dall’attentato dichiara di guardare all’«estremismo di sinistra», perché «non sono certo quelli di destra che fanno queste azioni. Sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti (Potere operaio, Lotta continua)».

Due giorni dopo «una spinta e l’anarchico Pinelli vola giù» da una finestra della Questura di Milano.

2

La strage di Piazza Fontana ha segnato inequivocabilmente una spaccatura nella storia della Repubblica. Un evento che darà il via alla strategia della tensione. Formula, coniata da una giornalista inglese, che ebbe come obiettivo, usando le parole di Aldo Moro, «di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 e del cosiddetto autunno caldo».

La strage nella Banca Nazionale dell’Agricoltura ha rappresentato però, anche, il punto di non ritorno del giornalismo italiano. Infatti, come abbiamo abbozzato nella prima parte, la stampa italiana in larghissima parte ha deliberatamente sposato, sin dal primo minuto, le versioni ufficiali delle indagini che indicavano i colpevoli nella pista anarchica.

Scorrendo quindi le pagine della stampa nazionale nei primi giorni seguiti alla strage, il “Corriere della Sera”, è sempre il primo a pubblicare notizie sulle indagini, soprattutto grazie alla penna del cronista Giorgio Zicari, collaboratore del SID.

Sarà Giulio Andreotti in un’intervista rilasciata a “Il Mondo” del giugno 1974 a confermare le accuse che si stavano muovendo nei confronti di Zicari e Giannettini come informatori del SID, “Servizio informazioni difesa” (sciolto nel 1977 e al suo posto furono create due strutture: una civile e una militare SISDE e SISMI).

Altro snodo strategico dei servizi segreti saranno le agenzie di stampa, che inonderanno di redazionali, articoli in apparenza asettici e senza firma, i quotidiani locali.

La svolta narrativa è del 16 dicembre. Il mostro da sbattere in prima pagina ha un’identità: Pietro Valpreda. È davvero una pubblica gogna quella che il giornalismo italiano costruisce ai danni di un uomo le cui vicende più intime sono presentate come sintomi di un sordo rancore verso la società.

A dare agli italiani la notizia dell’arresto è la diretta Rai del telegiornale della sera, prima tramite le parole ripetute di Rodolfo Brancoli – “un appartenente al gruppo anarchico 22 marzo è stato riconosciuto da un testimone” – poi, con assoluta e perentoria certezza, dal giovane inviato Bruno Vespa che in collegamento dalla questura di Roma dichiara: «Pietro Valpreda è un colpevole, uno dei responsabili».

Il giorno successivo, il 17 dicembre, sulle prime pagine è un diluvio di titoli malvagi. Uno degli articoli che più ferocemente traccia l’identikit di Valpreda è a firma di Vittorio Notarnicola (La furia della bestia umana, “Corriere d’Informazione”, 17 dicembre 1969)
«La bestia umana è stata presa [...]. Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha trentasette anni, mai combinato niente nella vita; rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be-bop, del rock, un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta e sotto le strade del centro, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grassa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette […]. Un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda si avvia a diventare la bestia […] Così nasce un Pietro Valpreda. Da questo entroterra arriva al massacro».
Dal momento dell’arresto, Valpreda è oggetto di una campagna di criminalizzazione senza precedenti, nonostante abbia un alibi di ferro. La prozia Rachele ha testimoniato che il pomeriggio del 12 dicembre il nipote era a casa sua con l’influenza, e per questo è stata incriminata per falsa testimonianza nonostante il suo avvocato difensore Guido Calvi abbia fatto mettere a verbale al PM Vittorio Occorsio come il tassista Rolandi avesse dichiarato che, prima del confronto, gli era stata mostrata dai Carabinieri di Milano una fotografia del ballerino anarchico, dicendogli che era la persona che avrebbe dovuto riconoscere, un fatto che invalidava alla radice il riconoscimento.

Di fronte a questa ondata di fango il 23 dicembre si costituisce a Milano il “Comitato per la libertà di stampa e per la lotta contro la repressione”, cui aderiscono circa 150 giornalisti di differenti testate impegnati a denunciare le trame reazionarie del potere esecutivo e giudiziario. Aprendo la via alla controinformazione sollecitata dalla “discussa” morte dell’anarchico Pino Pinelli e dal “provvidenziale” arresto di Pietro Valpreda.

Nonostante l’emergere di lì a breve della pista neofascista alternativa a quella anarchica per la strage, Valpreda rimane in carcere fino al 1972. Sarà assolto in via definitiva soltanto nel 1987.

Il giornalismo di Stato è il peggiore dei giornalismi.

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12/12/2024

Piazza Fontana, incancellabile memoria

A poche settimane dalla morte di Licia Pinelli, dolorosa testimone e vittima di quei giorni bui non si può dimenticare: 12 Dicembre 1969, strage di Piazza Fontana (senza dimenticare un altro attentato a Roma, al Vittoriano, questo fortunatamente senza spargimento di sangue): si inaugura in Italia la “strategia della tensione”.

Nel frattempo, nel correre degli anni sono cambiate profondamente le cose attorno a noi ed oggi costatiamo, dolorosamente, che sul piano sociale, economico, soprattutto politico stiamo tornando indietro: a condizioni materiali di vita, nella possibilità di esercizio dei diritti, nella capacità di rappresentanza politica che avremmo creduto superate per sempre.

Ricordare oggi Piazza della Fontana deve significare, quindi, mettere assieme, la testimonianza della nostra ricerca della verità e la nostra volontà di impegnarci, e lottare ancora per invertire la rotta non rinunciando all’idea di una società da ricostruire pezzo per pezzo, pietra su pietra, secondo gli ideali dell’eguaglianza, della solidarietà sociale, dell’internazionalismo.

In quel momento nessuno, o pochissimi, riconosce la verità: si segue la pista anarchica, Pino Pinelli viene “suicidato” da una finestra della questura di Milano (quella dell’ufficio del commissario Calabresi, capo della “squadra politica”, ndr). Pietro Valpreda arrestato.

Il Presidente Saragat plaude alla “cattura del mostro” ed il suo telegramma di felicitazione al Capo della Polizia è letto, al Telegiornale (senza uno e senza due, in quel momento) dal solito, ineffabile Bruno Vespa, poi eterno anchorman di regime.

Si tratta del primo atto di una lunga striscia di sangue, di una serie di attentati fascisti che costelleranno la storia d’Italia degli anni’70-’80.

Ricordiamo la cupezza di quei giorni, la folla milanese che si stringe attorno alle bare delle vittime, i pochi giornalisti coraggiosi, Camilla Cederna, Bruno Ambrosi, che cercano ostinatamente la verità, l’impegno del Comitato Antifascista milanese.

Soprattutto pensiamo alla grande mobilitazione studentesca e operaia in atto in quegli anni: un lungo ’68 che arrivò fino all’autunno caldo dell’anno successivo, appunto il 1969, grazie alla saldatura delle lotte tra operai e studenti.

Lotte che reclamavano non soltanto un diverso tenore di vita, il diritto allo studio e al lavoro, ma un’idea diversa di società democratica, di prospettiva per il futuro.

I fascisti (senza il neo) diretta progenie dell’attuale destra di governo che lavorarono per attuare quelle stragi intendevano fermare quel movimento, spezzare quella spinta, ricacciarci tutti indietro.

Seguirono poi anni difficili, nel corso dei quali imparammo quanto fosse complesso scoprire la verità, in mezzo a tentativi di colpi di stato, servizi segreti al “servizio” dell’eversione, coperture politiche ad altissimo livello.

Non abbiamo smesso però di cercarla quella verità ed ancor oggi, levando alto il nostro richiamo alla memoria, ci rivolgiamo a tutti i democratici: quel giorno fu spezzato un filo, svoltò un punto importante della storia d’Italia.

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12/12/2023

12 dicembre Strage di Stato. Le domande mai poste ai comandi della Nato

Come ci teniamo a ricordare ogni anno, il 12 Dicembre non sarà mai una data come le altre sul nostro calendario.

L’anniversario della Strage di Piazza Fontana nel dicembre del 1969, segnò il salto di qualità nella “guerra di bassa intensità” che gli apparati dello Stato, quelli statunitensi/atlantici e le organizzazioni neofasciste scatenarono contro il movimento operaio e la sinistra nel nostro paese.

Quella di Piazza Fontana continuiamo e continueremo a definirla come una Strage di Stato perché questo è quanto emerso dalla verità storica e politica ma non del tutto nitidamente da quella giudiziaria.

In questi tempi di guerra e di guerre, ci interessa riportare alla luce un aspetto che ha sempre faticato ad emergere, ma che soprattutto è stato sistematicamente rimosso dalla “politica”: le responsabilità degli apparati Usa e Nato nella concezione e nell’organizzazione delle stragi che hanno colpito il nostro paese tra il 1969 e il 1984.

Ben due inchieste sulle stragi, quella di Piazza Fontana a Milano nel 1969 e quella di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974, portano a indicare “i colpevoli di livello” negli ufficiali e negli agenti in servizio nel Comando Nato Ftase di Verona.

Sulla prima, le indagini del giudice Salvini sulla Strage di Piazza Fontana avevano portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi. E gli agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare Nato di Verona.

Nella strategia stragista, il giudice Salvini è arrivato a individuare il ruolo dei servizi segreti militari USA (non la Cia, si badi bene), e soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.

L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri utilizzati nella strategia delle stragi ha un nome e un cognome: Joseph Luongo. Il suo braccio destro era un altro ufficiale statunitense: Leo Joseph Pagnotta. Questi nomi sono stati consegnati dal giudice Salvini alla Commissione parlamentare sulle stragi.

Per la strage di Brescia, nelle 280mila pagine di atti dei processi sulla strage depositati in quel Tribunale, oltre ai fascisti e ai servizi segreti italiani, nell’incubazione della strage emerge anche l’indicazione di un terzo livello di responsabilità che porta anche in questo caso al Comando Ftase di Verona (Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa della Nato).

Il luogo dove sarebbe stata elaborata la strategia stragista era a Palazzo Carli, a Verona, sede del Comando Nato.

“Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all’epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista”, scriveva Carlo Bonini su La Repubblica riprendendo il dispositivo della sentenza sulla strage di Brescia.

Gli “uomini neri”, cioè gli autori delle stragi di Stato, secondo quanto dichiarato dal giudice Salvini in sede di Commissione Parlamentare di inchiesta sulle stragi, non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio a Verona, lì dove tutto è cominciato ed è ancora difficile dire oggi che tutto sia finito.

Lo Ftase di Verona è il comando delle forze terrestri Usa e Nato. In quella fase storica, Verona non era solo il “cuore nero” del paese, ma era il perno del comando degli operativi militari statunitensi e Nato nella frontiera del Nordest, quella di confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia.

Non risulta che i governi italiani abbiano mai chiesto conto in via bilaterale o in Parlamento ai comandi militari della Nato di quanto è emerso dalle inchieste sulle stragi. Neanche quando il giudice Salvini pose esplicitamente il problema ai parlamentari in sede di Commissione di inchiesta sulle stragi.

Quest’anno però sono arrivate le rivelazioni di Giuliano Amato sulla strage di Ustica, dichiarazioni che allungano, ma non scoperchiano, questa lunga linea di sangue che la Nato ha seminato nel nostro paese, e tale responsabilità non può essere affibbiata solo ad uno dei membri della Nato: la Francia.

Ma Amato segnala anche un altro problema con cui il nostro paese fa i conti da troppo tempo, chiarendo come tra i vertici militari ( e quelli dei servizi segreti) italiani “tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, è prevalsa la seconda”. E non solo nella strage di Ustica.

Adesso la morte biologica o l’età avanzata di molti protagonisti dell’epoca delle Stragi di Stato, non consente di mettere tutte le caselle al loro posto e ricavarne una verità giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese nel quindicennio che va dal 1969 al 1984, ma che almeno si consenta, a chi ha il coraggio di farlo, di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.

Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente il generale statunitense comandante del Comando militare Ftase di Verona: il generale Dozier. L’alto ufficiale venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei Nocs (corpi speciali della Polizia) e con la supervisione statunitense.

È bene sapere o ricordare che per raggiungere quell’obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle Br – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all’arresto di un giornalista de L’Espresso, Pier Vittorio Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura. Poi confermati tre decenni dopo da uno dei suoi autori.

Ma un comandante della base militare Ftase di Verona non poteva non sapere che cosa stavano combinando i suoi uomini da oltre un decennio. E forse nel 1981 avrebbe dovuto e potuto rispondere a domande che fino ad allora nessuno gli aveva posto, né la magistratura né le autorità italiane, sia sulle strage di Piazza Fontana che sulla strage di Brescia.

I brigatisti non hanno avuto il tempo, la conoscenza o l’esperienza per formulare le domande giuste al gen. Dozier . La pista sul comando Nato di Verona in effetti è venuta fuori a metà degli anni Novanta, quindici anni dopo.

Ma dopo l’emersione di questa pista sulla Strage di Piazza Fontana – confermata poi anche dal processo per la Strage di Brescia – sia la magistratura sia la politica hanno avuto tutto il tempo e le conoscenze per fare le domande che andavano fatte. Ma se ne sono ben guardati per anni, anzi decenni.

Appunto, tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, ha prevalso la seconda.

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12/12/2021

12 dicembre 1969. La dichiarazione della “guerra sporca” contro il movimento operaio

In questi anni abbiamo ripetuto che il 12 dicembre non sarà mai una data come le altre sul calendario. La Strage di Stato in piazza Fontana nel 1969 segna infatti la vera e propria “Dichiarazione di guerra nella guerra non dichiarata” da parte dello Stato italiano, insieme ai servizi militari Usa e alle organizzazioni fasciste, contro il movimento operaio, la sinistra e i comunisti nel nostro paese.

Quella dichiarazione di guerra scatenò in Italia ciò che le dottrine controinsurrezionali statunitensi definiscono “guerra a bassa intensità”, che ha provocato in diciotto anni (1969-1987) quasi 500 morti, centinaia di feriti, migliaia di prigionieri politici.

I tempi e il contesto storico raccontano molto di questa guerra che lo Stato, le forze politiche e i giornalisti – oggi come allora – continuano a negare.

Fino al 1974 nei paesi dell’Europa euromediterranea c’erano dittature militari apertamente sostenute dagli Stati Uniti: in Grecia, Portogallo, in Spagna fino al 1979.

In Italia nel 1964 (De Lorenzo) e nel 1970 (Junio Valerio Borghese) misero in atto due tentativi di colpo di stato.

Dopo piazza Fontana, nel dicembre 1969, nel 1974 ci furono altre due terribili stragi di Stato: a maggio ‘74 in piazza della Loggia, a Brescia, contro una manifestazione antifascista e ad agosto dello stesso anno sul treno Italicus, diretto a Bologna contro ignari passeggeri. E poi si arrivò alla strage della stazione di Bologna nell’agosto del 1980 e alla strage sul treno 904 nel dicembre 1984.

Fino al 1974 in Italia c’erano state azione armate da parte delle organizzazioni clandestine della sinistra, ma sempre senza effetti mortali. Tuttalpiù erano frequenti durissimi scontri di piazza, contro la polizia o i fascisti. Una escalation particolare va segnalata nell’aprile del 1975 quando in tre giorni fascisti e polizia uccisero in circostanze diverse quattro militanti di organizzazioni della sinistra a Milano, Torino, Firenze.

C’è stata dunque una guerra non dichiarata e di “bassa intensità” condotta per annichilire un movimento operaio in ascesa sul piano delle conquiste sindacali, sociali e politiche e per terrorizzare i militanti della sinistra e la popolazione.

Quella guerra fu iniziata dagli apparati dello Stato in collaborazione con i servizi militari Usa, usando gruppi neofascisti come manovalanza.

Il ricorso alla violenza da parte delle organizzazioni della sinistra fu una reazione, spesso spontanea, contro un attacco a tutto campo teso a rovesciare i rapporti di forza sociali nel paese e che vedevano il movimento operaio avanzare sulla strada di cambiamenti sempre più profondi del sistema esistente.

Di questo, come Contropiano insieme alla Libreria Quarto Stato di Aversa, abbiamo provato a fare una ricostruzione dettagliata e divulgativa per le nuove generazioni nel libro “Piazza Fontana. Una strage lunga cinquanta anni” stampando una prima edizione nel 2009 e una seconda – ampliata e aggiornata – nel 2019 insieme alla Rete dei Comunisti e alla rete universitaria Noi Restiamo. Il libro è stato recentemente tradotto anche in francese ed è stato presentato alcuni giorni fa a Parigi.

Per impedire la rimozione e la manipolazione della storia recente del nostro paese e ristabilire una verità storica e politica sui fatti, spesso nascosta sotto una “verità giudiziaria” sagomata sulla “ragion di Stato”.

Fonte

11/12/2020

Il “mostro” Pietro Valpreda, o l’infamia del potere in Italia


Domani, sabato 12 dicembre, saranno passati 51 anni dalla strage di piazza Fontana, 17 morti e 88 feriti.

La storia è finita soltanto nel 2005, quando la Corte di Cassazione stabilì che la strage fu opera di un «gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura», non più perseguibili in quanto precedentemente assolti con giudizio definitivo dalla Corte d’assise d’appello di Bari.

In pratica, la matrice neofascista è dimostrata, mentre nulla si sa degli esecutori materiali.

In un primo momento – un primo momento che è durato anni – la colpa fu data agli anarchici: il ferroviere Giuseppe Pinelli morì nella notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969 precipitando dalla questura di Milano, il cui capo dell'”ufficio politico” era il commissario Luigi Calabresi.

Una sentenza del 1975 ha stabilito che si trattò di «malore attivo» (un’invenzione medico-legale opera del poi celebrato magistrato di “Mani pulite”, Gerardo D’Ambrosio, ndr); ovvero, dopo 48 ore di interrogatorio, Pinelli si sarebbe sentito male davanti a una finestra e sarebbe volato giù. Dalle stanze dell'”ufficio politico”.

Diverse inchieste indipendenti e la testimonianza permanente di “Lele” Valitutti – unico civile presente in questura, mai interrogato da nessuno per questi fatti – dimostrano che probabilmente le cose sono andate in maniera diversa.

Pietro Valpreda, arrestato nei giorni successivi alla strage, fu trattato come un mostro da tutti i giornali dell’impero. L’Unità scrisse di lui che era «un personaggio ambiguo e sconcertante dal passato oscuro, forse manovrato da qualcuno a proprio piacimento».

Non troppo diverso il parere del quotidiano dei fascisti, Il Secolo d’Italia, secondo cui Valpreda era «una belva oscena e ripugnante, penetrata fino al midollo dalla lue comunista».

Bruno Vespa, al Tg1, lo presentò come «il vero e sicuro colpevole» della strage, Mario Cervi precisò che «il crimine ha una fisionomia precisa: il criminale ha un volto la sua salute è insidiata da un’infermità grave, il morbo di Burger. La menomazione che lo impedisce, lui ballerino, nelle gambe, potrebbe avere contribuito a scatenare una forsennata e irrazionale avversione per l’umanità intera».

Alle elezioni politiche del 1972 il manifesto presentò Valpreda come capolista alla Camera nella circoscrizione di Roma. «Il mostro» ottenne 11.605 preferenze, ma, pur con circa 32.000 voti, la lista non raggiunse il quorum.

Nel 1985 Pietro Valpreda è stato assolto.

È morto nel 2002, prima dell’ultima sentenza sulla bomba di piazza Fontana.

Le sue ceneri sono al cimitero monumentale di Milano.

Fonte

15/12/2019

12 dicembre 1969: gli ultimi 200 metri della bomba


Si è soliti dire che persista più di un “mistero” riguardo alla strage del 12 dicembre 1969 in piazza Fontana. Nulla di più falso. Sappiamo moltissimo, quasi tutto, di questa tragica vicenda.

Non ci si lasci ingannare dalle sentenze. Nelle attività di indagine sono state acclarate le ragioni che ispirarono la strage in funzione di un salto di qualità nel percorso della “strategia della tensione” e messo a fuoco il complesso dei mandanti, tra vertici militari e ambienti Nato, complici ampi settori delle classi dirigenti e imprenditoriali, tentati da avventure eversive. Sono anche stati individuati gli esecutori materiali, ovvero gli uomini di Ordine nuovo, con il riconoscimento delle responsabilità personali di Franco Freda, Giovanni Ventura e Carlo Digilio.

Sulla base delle carte che si sono accumulate, interrogatori, confessioni, incrocio di indizi, sarebbe addirittura possibile ricostruire il percorso compiuto dalla bomba collocata all’interno della Banca nazionale dell’agricoltura. Ne riassumiamo i passaggi fondamentali, omettendo doverosamente alcuni nomi che pur sono emersi. Sono mancati, infatti, quei riscontri inoppugnabili che altrimenti avrebbero determinato dei rinvii a giudizio. Personaggi comunque ad oggi non tutti più processabili, dato il venir meno delle loro esistenze negli anni precedenti le indagini.

Dalla Germania in Italia

Sulla provenienza dell’esplosivo siamo in possesso di due versioni diverse. La prima è stata fornita dal generale Gianadelio Maletti, ex capo dell’Ufficio D del Sid, che in più occasioni (sia nel 2001 a Milano nel corso del dibattimento di primo grado nell’ultimo processo e sia in una lunga intervista nel 2010) ha sostenuto che fosse «esplosivo di tipo militare» e provenisse da una base Nato della Germania, poi transitato con un tir dal Brennero per essere alla fine consegnato a una «cellula» di neofascisti del Veneto. Questa versione è stata in parte ribadita dall’allora vice presidente del Consiglio Paolo Emilio Taviani che nelle sue memorie scrisse testualmente «un americano [...] portò dell’esplosivo dalla Germania in Italia».

La seconda versione la fornì Carlo Digilio, l’armiere di Ordine nuovo, che parlò di un esplosivo prodotto in Jugoslavia, il Vitezit 30. Come noto un foglio di istruzioni per l’utilizzo di questo esplosivo fu rinvenuto nell’abitazione di Giovanni Ventura.

Da Mestre a Milano


L’esplosivo che sarà alla fine rinchiuso in una cassetta metallica Juwel (poco meno di tre chili), trasportato da due esponenti di Ordine nuovo nel bagagliaio di una vecchia 1100, venne periziato qualche giorno prima del 12 dicembre in un luogo tranquillo ai bordi di un canale a Mestre dall’esperto in armi della stessa organizzazione, Carlo Digilio. Il timore era che potesse deflagrare lungo il tragitto verso Milano.

L’esperto li rassicurò a patto che venisse utilizzata un’altra vettura, con sospensioni adeguate. I due gli fecero presente che già si era pensato a una Mercedes di proprietà di un camerata di Padova. Una figura nota nell’ambiente, protagonista di azioni squadriste, con anche un ruolo pubblico nella federazione del maggior partito cittadino di estrema destra. La notte prima del viaggio, destinazione Milano, la Mercedes, di color verde bottiglia, venne posteggiata sotto la casa di un ancor più noto dirigente ordinovista.

L’esplosivo doveva essere consegnato in un luogo sicuro, un ufficio in corso Vittorio Emanuele II con un’insegna posta all’esterno che all’imbrunire si accendeva di un color rosso. Qui la bomba, meglio le bombe (una era destinata alla Banca Commerciale Italiana di piazza Della Scala), vennero assemblate. I temporizzatori che dovevano innescarle, acquistati da una ditta di Bologna, davano un margine di un’ora. Gli uffici in questione offrivano un riparo sicuro, bisognava percorrere solo qualche centinaio di metri per raggiungere i posti prescelti per gli attentati. Nel caso di qualche intoppo o contrattempo si poteva tornare velocemente sui propri passi e disinnescare gli ordigni. Un’operazione di questo genere non poteva essere certo affidata all’improvvisazione. Non si poteva neanche lontanamente pensare alla toilette di un bar o l’interno di una vettura posteggiata. Troppo rischioso.

Da corso Vittorio Emanuele II alla Banca dell’Agricoltura

La bomba per la Banca Nazionale dell’Agricoltura venne portata a mano. Chi la trasportava non era solo. Uno di loro se ne sarebbe in seguito anche vantato in una festicciola tra camerati e con l’armiere del gruppo.

Provenienti da corso Vittorio Emanuele II, attraversata la Galleria del Corso, in piazza Beccaria, al posteggio dei Taxi, uno degli attentatori metterà in opera una delle più grossolane operazioni di depistaggio per incastrare gli anarchici. Rassomigliante a Pietro Valpreda farà di tutto per farsi riconoscere dal taxista Cornelio Rolandi. Si farà portare per 252 metri fino in via Santa Tecla, distante 117 metri a piedi dalla banca, per poi tornare al taxi, percorrendo in totale 234 metri a piedi, per non farne 135, ovvero la distanza da piazza Beccaria all’ingresso della Banca nazionale dell’agricoltura. Si farà infine scaricare in via Albricci, dopo soli 600 metri, a soli 465 metri dalla banca.

Forse sappiamo tutto, anche cosa accadde negli ultimi duecento metri o poco più. Sarebbe possibile anche fare i nomi, ma siamo costretti a far finta di non saperli e a raccontare le mosse e gli atti di costoro come in un film o in un romanzo.

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Questo articolo di Saverio Ferrari è uscito ieri su un inserto («Senza giustizia: piazza Fontana 1969-2019») del quotidiano «il manifesto» con interessanti articoli di Davide Conti e Mario Di Vito più la riproposizione di un editoriale, datato 1992, di Luigi Pintor. Nella scheda bibliografica, senza firma e piuttosto svogliata, dell’inserto si legge fra l’altro: «Quanto a “La strage di Stato. Controinchiesta” uscito nel 1979 per Samonà e Savelli con la cura di Eduardo M. Di Giovanni, Marco Ligini e Edgardo Pellegrini, è stato ristampato nel 2006 da Odradek». Quasi tutto sbagliato: “La strage di Stato” uscì nel giugno 1970, da qui il suo valore storico. Non c’erano firme: i nomi dei tre compagni furono aggiunti dopo la loro morte nelle edizioni successive (tantissime e con utili aggiornamenti) per decisione del collettivo di compagne e compagni che condusse le indagini dal basso e decise di pubblicarle in quel libro.



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12/12/2019

Presidente Mattarella oggi a Milano si scusi a nome dello Stato colpevole


I cinquant’anni dalla strage di stato di Piazza Fontana non hanno ancora portato verità e giustizia da parte dello Stato.

Noi tanti che lottavamo, in quei giorni gridammo subito la verità: quelle bombe, come altre prima e dopo, le avevano messe i fascisti, manovali assassini di settori dello Stato che volevano un golpe in Italia.

Erano gli anni del protagonismo operaio e studentesco, l’Italia stava crescendo velocemente grazie alla mobilitazione continua di un popolo sempre più vasto e consapevole. Ingiustizie e pregiudizi storici venivano travolti, eguaglianza sociale e libertà marciavano assieme.

Ma c’era una Italia padronale, ricca, privilegiata, anticomunista fino alle viscere, che non era disposta a tollerare questo cambiamento. Essa era ben rappresentata negli apparati dello Stato, ancora eredi di quelli del ventennio fascista, e godeva di coperture e sostegni internazionali negli USA e nella NATO, che avevano da poco promosso il golpe dei colonnelli in Grecia.

Questa Italia reazionaria si era autonominata maggioranza silenziosa, quella che diceva basta con scioperi, cortei, assemblee, che voleva legge, ordine e rispetto dell’autorità, la sua.

Quest’Italia ingiusta e violenta sapeva però di non poter vincere nella competizione e nel conflitto democratico e quindi decise subito di assumere criminali fascisti, in primo luogo di Ordine Nuovo, per spargere sangue che chiamasse un potere dittatoriale.

Per raggiungere questo scopo però i fascisti dovevano mascherarsi da anarchici, le bombe dovevano sembrare di sinistra, si doveva indirizzare il dolore e l’indignazione per i morti contro gli operai, i sindacati, gli studenti, i comunisti.

Per raggiungere questo scopo era indispensabile che lo stato costruisse menzogne. E questo fu fatto: l’anarchico Valpreda, innocente, fu accusato della strage con prove contraffatte. Pinelli fu assassinato nella questura di Milano mentre era detenuto illegalmente. Lo Stato si mise in moto per costruire l’ingiustizia e cancellare la verità.

Furono le lotte, l’impegno civile, i duri prezzi pagati dalla mobilitazione democratica e popolare, che fecero fallire il disegno reazionario violento che durò un decennio, passando per Piazza della Loggia a Brescia fino alla strage della stazione di Bologna, nel 1980.

Lo Stato, i suoi “settori deviati” poi si disse, fu prima mandante nelle stragi, poi fu autore del depistaggio dai colpevoli, infine fu responsabile dell’insabbiamento della verità che è durato cinquant’anni. Giudici che cercarono la verità, ultimo Guido Salvini, trovarono un muro di gomma di bugie e spesso subirono personalmente le rappresaglie per il loro impegno.

Oggi quello che subito abbiamo saputo il 12 dicembre è diventata la verità diffusa: le bombe le hanno messe i fascisti con la copertura dello Stato. Ma questa verità non è quella ufficiale dello Stato, che ancora non ha riconosciuto le sue infami colpe. Giuseppe Pinelli non ha ancora avuto la giustizia che ha ottenuto Stefano Cucchi.

Oggi il presidente Mattarella sarà a Milano per ricordare la strage.

Presidente non faccia discorsi ipocriti, non parli genericamente di odio e violenza, dica la verità su autori, complici, mandanti. E chieda scusa a nome dello Stato. Perché, come affermammo allora contro il potere e la repressione e come è dovere ricordare oggi: LA STRAGE È DI STATO.

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Strage di Piazza Fontana - Buchi neri e ferite aperte


Oggi è il 12 dicembre e sono passati cinquanta anni dalla Strage di Stato di Piazza Fontana a Milano. Non ci sono dubbi che su quella strage e il progetto di cui è stato fattore scatenante (quella che abbiamo definito come “guerra di bassa intensità”, ndr) ci siano ancora ferite aperte e buchi neri. Ce ne sono talmente tanti che rendono irricevibile ogni tentativo di parlare o imporre quella che gli apparati istituzionali definiscono come “memoria condivisa”. Per noi i cinquant'anni passati dalla Strage di Stato non sono una pietra di inciampo ma una ferita ancora aperta.

Al contrario assistiamo al tentativo di spalmare su questa ferita sanguinosa della storia recente del nostro paese una melassa narrativa e rovescista in senso storico. Ne è testimonianza l’omertà registrata su tutti i mass media sul nome di chi avrebbe messo materialmente la bomba in piazza Fontana il 12 dicembre del 1969. Secondo l’identikit emerso dall’ultimo libro di Guido Salvini (La Maledizione di Piazza Fontana, ndr) e da un articolo de Il Fatto, sarebbe stato un fascista veronese di Ordine Nuovo – Claudio Bizzarri – deceduto poco tempo fa. Perché questo silenzio o, peggio ancora, questo imbarazzo? Perché si continua a parlare di “misteri”, ad alimentare depistaggi politici e mediatici sulle stragi quando invece è tutto chiaro, gli autori sono rimasti a piede libero, e qualcuno ha fatto anche carriera? Utile, anche per capire le connessioni tra i funzionari degli apparati italiani e quelli statunitensi (incluso il commissario Calabresi), il videodocumentario realizzato all’epoca da Pierpaolo Pasolini.

In secondo luogo è emerso che nella stanza della Questura di Milano dalla quale il 15 dicembre 1969 precipitò l’anarchico Giuseppe Pinelli, non solo c’era il commissario Calabresi (cosa ribadita in ogni sede dall’anarchico Pasquale Valitutti anche lui fermato in quella occasione, ndr), ma c’erano anche i vertici dei servizi segreti dell’epoca.

Scrivono nel loro recentissimo libro Gabriele Fuga ed Enrico Maltini (il primo storico avvocato degli anarchici, il secondo militante anarchico) che viene confermata la presenza, “fino ad oggi sempre celata, in quelle stanze della Questura milanese, di funzionari di altissimo livello dell’Ufficio affari riservati del Viminale, venuti da Roma il giorno dopo la strage, che di fatto, senza mezzi termini e stando alle loro stesse parole, comandavano, impartivano direttive e scrivevano i rapporti che facevano poi firmare al questore e al capo della polizia. Poi, elemento importante, il vicedirettore degli Affari riservati Guglielmo Carlucci, anch’esso presente, ammette che i nomi di Pietro Valpreda e di Pinelli vengono fatti da Roma poche ore dopo la strage, prima ancora della testimonianza del tassista Cornelio Rolandi e prima che si confutasse l’alibi di Pinelli. L’allora commissario Antonio Pagnozzi parla esplicitamente di pista prefabbricata originata non a Milano”.

In una intervista a Il Fatto, i due autori spiegano che “Di nuovo si può aggiungere che Calabresi potrebbe essere stato costretto a coprire, oltre alle sue, altre e più gravi responsabilità. Per esempio, quelle dei funzionari degli Affari riservati. Soprattutto quelle di Silvano Russomanno in primis, che con ogni probabilità partecipavano all’interrogatorio ma che dovevano restare nell’ombra. I documenti dimostrano che Silvano Russomanno stava tentando a tutti i costi di incolpare Pinelli, e lo farà anche dopo la sua morte, delle bombe sui treni di agosto”.

È importante quest’ultimo riferimento, perché non molti sanno che quella di Piazza Fontana non fu la prima bomba ad esplodere, fu quella che fece la strage. Prima del 12 dicembre 1969 ne erano esplose ben 142, su treni, dentro banche, alla Fiera di Milano e all’Altare della Patria a Roma. Non fecero morti ma furono utilizzate dai servizi segreti per preparare la “pista anarchica” per la Strage di Stato di Piazza Fontana.

Il fatto che a Milano, in Piazza Fontana, ci siano due lapidi dedicate al compagno anarchico Giuseppe Pinelli (una messa dalle istituzioni, l’altra dai compagni) è la rappresentazione materiale che sulla Strage di Stato ci sono due visioni completamente diverse e non può esserci “memoria condivisa”.

Infine, ma non certo per importanza, dall’inchiesta condotta dal giudice Guido Salvini – e conclusasi con una sentenza che ha messo la lapide su ogni possibile verità giudiziaria sulla Strage di Stato – emergono i nomi degli agenti amerikani che agirono nell’organizzazione della Strage di Stato insieme ad alcuni agenti italiani reclutati nei servizi militari Usa di stanza nelle basi Nato del Veneto, in particolare il Comando Ftase di Verona e la Caserma Ederle di Vicenza. Si tratta di Joseph Luongo e Jospeh Leo Pagnotta. È tutto scritto ed è stato consegnato anche alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle Stragi. La politica, tutta, dunque lo sa ma continua a tacere, negare, rimuovere questo fattore scomodo nelle relazioni dentro la Nato e con gli Stati Uniti.

Forse adesso è più chiaro perché nel 1982 qualcuno (le Br in quel caso ndr) avesse sequestrato un generale americano proprio della base Nato/Ftase di Verona per rivolgergli “qualche domanda”. Quel sequestro portò allo scoperto in Italia il massiccio ricorso alla tortura nei confronti dei militanti Br, e non solo, che venivano arrestati. Ma anche questo, all’epoca, venne negato e perseguito da tutti, governo e opposizione. È emerso solo negli anni più recenti ma anche qui nella totale omertà e rimozione dei mass media e della politica, tutta, in modo assolutamente bipartisan, oggi come allora.

Per questo chi parla ancora di “misteri” e di memoria condivisa sta ingannando e rovesciando la storia. Con costoro non avremo mai nulla da spartire ed a costoro continueremo a non fare alcuno sconto.

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14/11/2019

Cosa sapete, cosa ricordate della Strage di Piazza Fontana?

Tra poco meno di un mese saranno cinquanta anni dalla Strage di Stato in Piazza Fontana. Un 12 dicembre del 1969 a Milano che, come abbiamo detto molte volte, per almeno due generazioni non sarà mai una data come le altre sul calendario.

Quel giorno cambiarono molte cose, le coscienze fecero uno scatto in avanti, divenne di massa la consapevolezza che lo Stato aveva dichiarato guerra a chi voleva cambiare il paese. La “grande paura” della borghesia verso il clima rivoluzionario internazionale, i movimenti studenteschi e l’Autunno Caldo operaio era palpabile, e la rese isterica e pericolosa, fino ad evocare il lavoro sporco del “Deep State”.

Ma con il passare degli anni questa visione della storia è stata combattuta dagli apparati ideologici dello Stato, è stata rimossa, è stata manipolata fino a confondere totalmente le nuove generazioni. Una confusione voluta ma con un messaggio chiaro: “non provateci più!”

In questi giorni esce il libro “Piazza Fontana, Una strage lunga cinquanta anni”. I compagni della Rete dei Comunisti e della rete Noi Restiamo hanno voluto ripubblicare il materiale prodotto dieci anni fa dalla redazione di Contropiano e dalla libreria Quarto Stato di Aversa in occasione del quarantennale.

I contenuti del libro riguardano la storia della “guerra non dichiarata” dello Stato e della borghesia italiana – insieme ai servizi militari Usa e ai fascisti – contro il movimento operaio, il Pci, i comunisti, la sinistra rivoluzionaria.

Viene ricostruito il passaggio “dalla guerra fredda alla guerra sul fronte interno” che ha segnato la storia recente del paese, ma che continua visibilmente ad alimentare tutt’oggi una logica vendicativa contro i perseguitati e i prigionieri politici della sinistra in Italia.

C’è poi un capitolo sulla “storia rovesciata” e le vicissitudini nelle organizzazioni neofasciste, quella fase che Pasolini nel suo scritto sulle stragi intravede come il passaggio dalla “fase fascista a quella antifascista della stagione delle stragi”. Il famoso editoriale di Pierpaolo Pasolini è tra i documenti inseriti nel libro, insieme ad un scritto politico e profetico di Giangiacomo Feltrinelli e ad un intervento di Roberto Mander, il più giovane anarchico coinvolto nell’inchiesta sulla strage di piazza Fontana durante la montatura politico/giudiziaria che portò all’arresto di Pietro Valpresa, Roberto Gargamelli ed altri compagni anarchici e all’uccisione del compagno Pino Pinelli nella Questura di Milano.

Ci sono poi le audizioni del giudice Salvini (non confondetelo con quello del Papeete per favore) davanti alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulle stragi. E su questo c’è una “chicca” che nella pubblicazione di dieci anni fa non compariva: i nomi. Si tratta dei nomi che il giudice Salvini consegnò alla Commissione Parlamentare ma che furono secretati. Ed è qui che vengono fuori i nomi dei due “amerikani” dei servizi militari Usa (non della Cia) che dalla base Nato di Verona organizzarono la rete che portò la strage di Piazza Fontana.

Il libro contesta poi una tesi assai diffusa ma depistante come quella del “doppio Stato”. Nella guerra di bassa intensità scatenata il 12 dicembre del 1969 non c’erano uno Stato costituzionale e uno Stato deviato. C’era la ragion di Stato e le sue priorità nello scontro politico e di classe, internazionale e sul fronte interno. A questa fu piegato tutto: le leggi, le regole, l’etica ed anche i riottosi nella DC al governo.

Infine c’è la descrizione della impressionante reazione con cui la sinistra rivoluzionaria rispose alla Strage di Stato, dalla nascita della controinformazione alle mobilitazioni di piazza.

Quel materiale è stato arricchito nel libro da quattro nuovi capitoli sui fascisti d'oggi e i loro legami attuali con gli apparati dello Stato. Ne è venuta fuori una sorta di inchiesta sulla funzione e le reti neofasciste in Italia anche nel XXI Secolo. Funzione e collegamenti che, stranamente, ricevono scarsissima attenzione nelle indulgenti relazioni annuali dei servizi segreti. Al contrario, di fronte alla mezza paginetta riservata ai fascisti, ce ne sono il decuplo riservate ai gruppi della sinistra e agli anarchici. Un po’ come ai tempi della strage di Piazza Fontana.

Il libro è stato concepito per parlare non agli storici o ai vecchi militanti, ma a quelli più giovani, ossia l’oggetto di una brutale rimozione storica e ideologica da parte degli apparati ideologici dello Stato. Una rimozione talmente pesante da aver invece rialimentato curiosità e interesse tra chi si affaccia da poco nella lotta politica.

Da qui la domanda rivolta a tutte e a tutti? Che cosa sapete e che cosa ricordate della Strage di Stato in piazza Fontana il 12 dicembre del 1969? Misurarsi con uno spartiacque nella storia recente del nostro paese diventa urgente e necessario.

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22/10/2019

12 dicembre strage a Piazza Fontana. Non sarà mai una data qualunque su calendario

Il prossimo 12 dicembre saranno passati cinquanta anni dalla strage nella Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano.

Quella data, che non sarà mai come le altre sul calendario, rappresenta un salto di qualità nella “guerra non dichiarata” da parte dello Stato italiano, insieme ai servizi militari Usa e alle organizzazioni fasciste, contro il movimento operaio, la sinistra e i comunisti nel nostro paese.

La Rete dei Comunisti e la rete universitaria Noi Restiamo hanno deciso di ripubblicare, dieci anni dopo, il volume curato da Contropiano e dalla Libreria Quarto Stato di Aversa, cercando di mettere a disposizione delle nuove generazioni un materiale utile per comprendere la storia recente del nostro paese. Ma soprattutto per contrastare apertamente la manipolazione politica che con ogni mezzo (dai mass media alla storiografia, dalle sentenze alla retorica dei partiti politici) continua a negare un punto di vista alternativo sui fatti ed a strumentalizzarlo tutt'oggi come elemento di deterrenza verso chi non intende abbassare la testa davanti agli orrori del sistema dominante.

Già nei primi venticinque anni del dopoguerra, nelle manifestazioni e nelle proteste operaie e contadine, molto spesso la polizia aveva sparato uccidendo decine di manifestanti. I morti di Avola, Reggio Emilia, Battipaglia sono lì a testimoniarlo.

Il 12 dicembre 1969 rappresenta però un inasprimento del livello di scontro, ciò che le dottrine contro insurrezionali statunitensi definiscono “guerra a bassa intensità”, che provocò in diciotto anni (1969-1987) quasi 500 morti, centinaia di feriti, migliaia di prigionieri politici.

I tempi e il contesto storico raccontano molto di questa guerra che lo Stato, le organizzazioni padronali, le forze politiche e i giornalisti – oggi come allora – continuano a negare ed a esorcizzare.

Fino al 1974 nei paesi dell’Europa euromediterranea c’erano dittature militari apertamente sostenute dagli Stati Uniti: in Grecia, Portogallo, in Spagna fino al 1979.

In Italia nel 1964 (De Lorenzo) e nel 1970 (Junio Valerio Borghese) misero in atto due tentativi di colpo di stato andati a male.

Dopo piazza Fontana nel dicembre 1969, nel 1974 ci furono altre due terribili stragi di Stato: a maggio in piazza della Loggia, a Brescia, contro una manifestazione antifascista e ad agosto dello stesso anno sul treno Italicus, diretto a Bologna contro ignari passeggeri.

Fino al 1974 in Italia c’erano state pochissime azione armate da parte delle organizzazioni clandestine della sinistra, solo in un caso mortale (il commissario Calabresi ritenuto corresponsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli nella Questura di Milano nel dicembre del 1969). Tuttalpiù erano frequenti durissimi scontri di piazza, contro la polizia o i fascisti. Una escalation particolare va segnalata nell’aprile del 1975 quando in tre giorni fascisti, carabinieri e polizia uccisero in circostanze diverse quattro militanti di organizzazioni della sinistra a Milano, Torino, Firenze.

Era necessario annichilire un movimento operaio in ascesa sul piano delle conquiste sindacali, sociali e politiche, liquidare i militanti e le avanguardie che avevano intravisto la possibilità “dell’assalto al cielo” e terrorizzare la popolazione.

Quella guerra, iniziata dagli apparati dello Stato in collaborazione con i servizi militari Usa che non avevano mai contemplato una possibile “via democratica al socialismo,” usò ampiamente i gruppi neofascisti come manovalanza. Il ricorso alla violenza da parte delle organizzazioni della sinistra rappresentò quindi l’accettazione del livello di scontro che l’avversario aveva imposto contro il movimento che avanzava verso il rovesciamento dei rapporti di forza sociali nel paese.

Il clima politico internazionale rendeva visibile – e temibile per il potere – una trasformazione rivoluzionaria. La vittoriosa resistenza del Vietnam contro gli Usa, i movimenti di liberazione anticoloniali in Africa, i movimenti giovanili e di lotta in molti paesi europei, si sviluppavano parallelamente alla più profonda crisi del sistema capitalista, quella del 1973, che appare tutt’oggi irrisolta. Per il potere e il capitalismo sono stati gli anni della “grande paura”, talmente profonda da riaffermare, anche cinquanta anni dopo, una vocazione vendicativa verso la storia, i soggetti e i contenuti di quei movimenti.

Di questo vogliamo parlare diffusamente nei prossimi mesi con una campagna di incontri, pubblicazioni, colloqui, forum dedicati alla dichiarazione di guerra e alla Strage di Stato del 12 dicembre 1969

Per impedire la rimozione e la manipolazione della storia recente del nostro paese e ristabilire una verità storica e politica sui fatti, spesso nascosta sotto una “verità giudiziaria” sagomata sulla “ragion di Stato”.

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12/12/2018

Il 12 dicembre non sarà mai una data come le altre sul calendario

Siamo al quarantanovestimo anniversario della strage di Piazza Fontana, la strage con cui il 12 dicembre del 1969 gli apparati della borghesia italiana e statunitense scatenarono la “guerra di bassa intensità” contro il movimento operaio e la sinistra rivoluzionaria in Italia.

In questi anni, anche di fronte a indiecenti tentativi giornalistici di riscrizione di quella vicenda, abbiamo affermato che la verità giudiziaria sulla strage del 12 dicembre a Milano è ormai seppellita sotto due processi e la contraddittoria sentenza definitiva del secondo.

Quella sentenza afferma infatti che i colpevoli erano quelli che il primo processo aveva giudicato innocenti (Freda, Ventura etc.), mentre gli accusati del secondo (Zorzi, Maggi etc) sono stati scagionati. Ma i primi erano stati già giudicati e quindi non possono esser giudicati una seconda volta per lo stesso reato. Una lapide su ogni anelito di verità che potesse uscire dalle aule di un tribunale. Dunque, sulla strage di Piazza Fontana rimangono solo la verità storica e la valutazione politica per cercare di capire, spiegare e affermare un giudizio che resti nella memoria collettiva del paese e che lasci tracce sufficienti per le generazioni future.

Il quadro emerso dalla seconda inchiesta (condotta dal giudice Salvini, nessuna parentela con l’attuale ministro degli Interni, ndr) e dal secondo processo per la strage di Piazza Fontana, chiama direttamente in causa i servizi segreti militari USA nella strategia delle stragi, soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e gli stessi settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.

L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri ha il nome di Joseph Luongo (insieme a lui c’era anche Leo Joseph Pagnotta) ed è l’agente che cooptò nella guerra di bassa intensità anche alcuni criminali nazisti come Karl Hass (con cui Longo si fa fotografare insieme in un matrimonio). Gli “uomini neri” cioè gli autori delle stragi non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest.

L’inchiesta del giudice Salvini ha portato alla luce tutto o gran parte di quello che c’era da sapere dietro e dopo la strage di Piazza Fontana sul piano giudiziario. Ma la sentenza del 2005 per un verso, e la complice inerzia della politica (inclusi i partiti della sinistra eredi del PCI) dall’altro, hanno scientemente perseguito l’obiettivo di lasciare impunita la strage di Stato e di depistare l’attenzione su mille piste diverse che hanno confuso quella giusta. Un’opera di depistaggio continuata anche in anni più recenti attraverso libri e inchieste giornalistiche con ipotesi fantasmagoriche, con la stessa logica che vediamo utilizzare ad esempio sulla vicenda Moro.

Le audizioni del giudice Salvini davanti alla Commissione parlamentare d’Inchiesta sulle stragi, invocavano proprio questo pericolo e questa necessità. Sul piano giudiziario si era arrivati al massimo delle possibilità di ricostruzione con nomi, cognomi, dettagli, ma molti testimoni chiave nel frattempo erano morti. Toccava dunque alla politica trarre conclusioni che la verità giudiziaria non poteva affermare. Ma la verità sui mandanti era scomoda per il potere democristiano ed anche per l’opposizione che scelse allora il compromesso storico con la DC e la subalternità agli USA e alla NATO.

Quando nel primo governo Prodi (1996-2001) ci fu la possibilità di fare chiarezza (il Ministro degli Interni era l’ex presidente della Repubblica, Napolitano) prevalse invece la decisione di lasciare la verità seppellita negli archivi e in sentenze assolutorie. Di questo occorre essere consapevoli e da questo occorre partire per una battaglia di verità storica e politica sulla strage di Stato che non deve e non può fare sconti a nessuno.

Più recentemente un articolazione diversa di quello che abbiamo denunciato su tutta la vicenda della strage di Piazza Fontana, lo abbiamo rivisto nelle indagini e nei processi sulla trattativa tra Stato e mafia dopo le stragi del ’92 e ’93. Da essi emerge ancora una volta la naturalità con cui gli apparati della “ragion di Stato” non esitino a praticare il lavoro sporco per ottenerne dei risultati sul piano della stabilità. Ed a finire nei guai (o anche peggio) sono i magistrati che cercano di svelare queste pratiche, magistrati che vengono stoppati, isolati e talvolta tolti di mezzo dalla supremazia degli interessi dello Stato. La politica se ne rende complice e, pagando qui e lì qualche prezzo in termini di credibilità, non produce alcuno scostamento, al contrario contribuisce a eliminare i recalcitranti.

Picciotti o neofascisti, stragi, agenti dei servizi segreti e dei carabinieri a fare da tramite o copertura, ragion di Stato come mission strategica, fanno si che gli eventi di oggi rendano più nitidi anche quelli di ieri, strage di Piazza Fontana inclusa.

Se negli anni della “guerra a bassa intensità” (la stagione delle stragi) i fascisti sono stati usati come manovalanza dagli apparati dello stato e dai servizi statunitensi in funzione anticomunista, i fascisti del “terzo millennio” come amano definirsi, sembrano aver assunto un ruolo di “cerniera” tra il lavoro sporco legale e il lavoro sporco illegale (vedi lo spaccio di droga).

I fascisti, in tutte le loro espressioni, aspirano a sentirsi protagonisti di se stessi ma sono ancora manovalanza, come lo sono stati nei decenni precedenti. I poteri forti gli hanno fatto ponti d’oro in un alcune fasi e li hanno scaricati in altre. Oggi possono tornare utili alla parte peggiore di questo paese, un’ottima ragione per impedirgli di crescere e rafforzarsi.

Parlare della strage di Piazza Fontana quarantanove anni dopo, impone a tutti il senso di questa complessità e dell’intreccio tra storia, conflitto di classe e controrivoluzione reazionaria nelle vicende recenti del nostro paese, la “guerra a bassa intensità” appunto, come l’abbiamo definita in una nostra pubblicazione. Per questo la Strage di Stato non dovrà e non potrà mai essere condannata all’oblìo.

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Qui di seguito trovate i link di quattro capitoli della pubblicazione di Contropiano realizzata in occasione del quarantennale della Strage di Piazza Fontana:

– Italia. Una storia rovesciata
(http://www.contropiano.org/it/cultura/item/5676)

– Una strage lunga quarant’anni
(http://www.contropiano.org/it/cultura/item/5739)

– Gli “uomini neri” nell’Italia delle stragi
(http://www.contropiano.org/it/cultura/item/5785)

– La sinistra contro la strategia delle stragi
(http://www.contropiano.org/it/cultura/item/5837)

Fonte

12/12/2016

12 dicembre una data indelebile nella storia del paese


Il 12 dicembre nella nostra redazione non sarà mai una data come le altre sul calendario. La Strage di Stato in piazza Fontana nel dicembre del 1969 ha segnato uno spartiacque nella storia del nostro paese. Con quella strage venne avviata la guerra di bassa intensità contro il movimento operaio e la sinistra in Italia, una guerra che ha fatto decine di morti, centinaia di feriti e qualche migliaio di prigionieri politici. La classe dominante, quella dell'epoca e quella ancora più fetida emersa dalla Seconda Repubblica, hanno provato con ogni mezzo a manipolare, rimuovere o impedire un vero dibattito storico e politico su quegli anni. Nella migliore delle ipotesi si lasciano sopravvivere tesi come quelle – depistante – di un "doppio Stato", versione consolatoria per molti e per separare responsabilità che non sono affatto separabili.

La redazione di Contropiano nel 2009 diede alle stampe un quaderno – purtroppo andato esaurito nonostante la ristampa – in cui ha cercato di ricostruire il contesto, le cause, le conseguenze, i responsabili di quella guerra di bassa intensità. Ma sulla Strage di Piazza Fontana l'opera che continua ad avere un suo valore destinato a durare è il libro "La Strage di Stato", un lavoro di controinchiesta e controinformazione collettivo che rimarrà di importanza straordinaria. Pubblichiamo qui di seguito la nota editoriale di Odradek, la casa editrice militante che ancora oggi ristampa il libro La strage di Stato, opera collettiva di soli 15 compagni. Un vero intellettuale collettivo, quello di cui c'è urgente bisogno nell'epoca dei guru e di "eroi civili" solitari e solipsisti.

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La strage di piazza Fontana ha cambiato la storia d’Italia. Su questo non esiste praticamente difformità di opinione tra nessuno dei principali o secondari soggetti politici, osservatori, politologi, storici attendibili o contafrottole di bassa lega. Le bombe esplose il 12 dicembre inaugurarono la “strategia delle stragi”, prolungatasi fino al 1980 – quella con il bilancio più alto di vittime, il 2 agosto, alla stazione di Bologna. Tutte incontrovertibilmente stragi di Stato, ovvero stragi compiute da uomini facenti parte direttamente degli apparati più “coperti” dello Stato, oppure da fascisti da loro personalmente organizzati, indirizzati, finanziati, protetti – senza alcuna eccezione – fino al momento di andare in tipografia con questa nuova edizione.

Il libro La strage di Stato ha a sua volta cambiato la storia di questo paese. Non la “mentalità della sinistra”, ma proprio la Storia in senso stretto. Ha infatti impedito che la strage di piazza Fontana raggiungesse il suo scopo: far scattare un “riflesso d’ordine” nel paese, chiudere il biennio rosso ’68-’69, rinchiudere nuovamente gli studenti nel ghetto delle scuole e gli operai nell’inferno delle fabbriche, senza più resistenze, contestazioni, antagonismo.

Come è potuto riuscire un libretto scritto da 15 anonimi compagni qualsiasi, alcuni dei quali allora praticamente bambini (con il metro attuale), a fare tanto?
Con l’inchiesta, attenta e non indulgente alle facili suggestioni. Una controinchiesta, più precisamente.

Ma andiamo con ordine.

Lo scopo politico della strage di Milano poteva essere realizzato soltanto se tutta l’Italia fosse rimasta convinta che i responsabili fossero alcuni di quegli “estremisti di sinistra” che quotidianamente attraversavano in corteo le strade della penisola. I più deboli tra quegli “estremisti” – sul piano politico, delle allenze o anche solo nell’immaginario sociale – erano gli anarchici. Loro – fu deciso nelle segrete stanze dei palazzi governativi e di quelli della cospirazione governante – dovevano essere indicati come i responsabili di una mattanza tanto truce quanto ingiustificabile. Non un’azione di guerriglia, per quanto poco comprensibile potesse essere. Una strage casuale, invece, indifferente nella scelta delle vittime. C’è un legame di continuità – ma anche una decisa rottura – con la strage di Portella delle Ginestre, compiuta il primo maggio del ’47. Quella infatti aveva preso di mira una manifestazione sindacale, “i comunisti” in festa sotto le bandiere rosse. Troppo facile individuarne i mandanti politici. A Milano nel ’69 si prova a rovesciare le parti vittima-carnefice, ma ad esclusivo beneficio dell’immaginario popolare.

Il gioco, si diceva, non riesce grazie alla resistenza del movimento degli studenti, che istintivamente non accetta l’idea stessa che gli anarchici possano essere responsabili di una strage del genere. Ma un ruolo enorme, decisivo, va al movimento operaio, che fin dal primo momento si slega dalla tutela idiota del Pci – altrettanto immediatamente aggregatosi, tramite il proprio quotidiano, l’Unità, al coro dei reazionari che gridavano al “mostro Valpreda”.

Il gruppo di compagni che ha redatto questo libro, giorno dopo giorno, dà corpo alla convinzione di tanti. La strage è di Stato. E lo provano proprio smontando pezzo pezzo l'”inchiesta” poliziesca che per mano del commissario Calabresi, del questore Guida e del capo della squadra politica, Allegra, si erano indirizzate “a colpo sicuro” sugli anarchici.

L’altro elemento che scombina il “piano” di incriminazione di Valpreda e compagni è la morte di Giuseppe Pinelli all’interno dalla questura di Milano. Per giustificare questa morte gli “inquirenti” milanesi fanno ricorso a una massa di “giustificazioni ad hoc” che, nel loro insieme, compongono un quadro senza senso, una massa di contraddizioni che è da sola una ammissione di colpevolezza. Smagliature nella trama della “verità di Stato” che doveva seppellire gli anarchici – e con loro il ’68-’69 – sotto l’infamia e la condanna popolare. Dentro queste smagliature gli autori della controinchiesta infilano il robusto cuneo dell’intelligenza politicamente orientata ma niente affatto cieca o preconcetta. Fino a smontare completamente la versione della polizia sia in merito alla strage di piazza Fontana, sia alla morte di Pinelli. I due fatti stanno insieme, indissolubilmente. Se gli anarchici sono innocenti, la polizia è colpevole per la morte di Pinelli. E anche per la strage (sa chi sono i responsabili, o chi l’ha ordinata, ma si muove consapevolmente e volontariamente all’interno dello stesso “disegno criminoso”, indirizzando le indagini nella direzione voluta da chi ha compiuto la strage).

Di qui non si esce. La versione finale della procura di Milano sulla morte di Giuseppe Pinelli (un “malore attivo”; non proprio un suicidio, ma quasi) è un monumento all’impunità dei funzionari dello Stato, all’ipocrisia del potere, alla mai abbastanza riconosciuta dipendenza della magistratura dal potere politico. Il fatto che l’archiviazione delle indagini sulla morte di Pinelli porti la firma di Gerardo D’Ambrosio è la chiusura di un cerchio – logico e politico -, non un “incidente di percorso”. Certo, oltre D’Ambrosio, alcuni altri “santi” dell‘iconografia ufficiale escono male da queste pagine. Lo stesso Calabresi, credibilmente raggiunto da un attentato di sinistra, e Occorsio, ucciso dal neofascista Concutelli, non fanno una gran figura di “democratici”. Ma questo è un problema di chi nel “doppio Stato” crede. Non degli antagonisti.

La controinchiesta non si limita a demolire quella poliziesca. Va un attimo più in là, individuando nei fascisti i possibili “manovali” di una strage decisa “nelle alte sfere”. È straordinario come in questa autentica inchiesta non venga mai smarrito il senso della realtà, della misura, l’attenzione alla verità per come è.
Questo, infatti, non è un libro dietrologico. Non ricostruisce fatti trascegliendo solo gli avvenimenti che possono far comodo alla versione che si intende sostenere. Non chiude gli occhi di fronte alla violenza dicendo – cioè mentendo – che “la violenza è solo fascista”. Sa vedere e distinguere la violenza dei fascisti, quella dello Stato e anche quella del movimento antagonista. Se c’è conflitto – sembra banale dirlo, ma a molti suona oggi quasi come un’eresia – i colpi si prendono, ma si danno anche. Questo libro non ha insomma nulla a che spartire con quella subcultura della “teoria del complotto universale” fiorita negli anni successivi. Gli autori non cadono mai nella trappola della teoria del “doppio Stato”, cara ai dietrologi (pseudo-storici) di ascendenza Pci che si sono, al massimo, limitati a definire le stragi come semplicemente fasciste. Non credono insomma che in Italia sia mai esistito uno “Stato buono” che conviveva conflittualmente con quello “cattivo”. Lo Stato era ed è soltanto uno: l’apparato (i servizi, la polizia, i carabinieri, la magistratura, ecc.) non si muove indipendentemente dal potere politico. Ma lo Stato non è neppure la riproduzione organizzata delle molteplici presenze politiche in parlamento. Esistono anche nell’apparato i “sinceri democratici” o semplicemente i funzionati onesti. Ma la controinchiesta svela senza possibilità di errore come i secondi vengano sempre rimossi, sostituiti, allontanati, quando la loro opera non coincide con le finalità dell’azione generale dell’apparato.

Senza teoria del “doppio Stato” non ci può essere dietrologia. La dimostrazione di una simile affermazione sta tutta nel fatto che quasi quattro anni di governo di centrosinistra (la stessa formula in vigore nel ’69, ma con in più una fetta consistente dell’ex Pci) e un ministro dell’interno ex “comunista” non hanno fatto uscire dagli archivi una sola notizia in più sulle stragi e i loro autori. Quando i dietrologi sono andati al governo, insomma, la verità sulle stragi è rimasta occultata esattamente come prima. Il che dimostra non solo la loro malafede, ma l’inattendibilità stessa della “teoria”. In questo senso La strage di Stato è un libro sull’irriformabilità democratica dello Stato, quanto meno di questo paese, sul suo consistere reazionario indipendentemente dal succedersi di governi che se ne servono senza mai metterlo in discussione.

Senza illusioni su una sempre invisibile “parte buona dello Stato”, insomma, ci può invece essere la capacità di vedere le cose come stanno. È questa inchiesta che porta per la prima volta alla ribalta della notorietà nomi che diventeranno tristemente famosi nei decenni successivi: Sindona, Marcinkus, Rauti e tanti altri che ricorreranno come una litanìa in tutti gli scandali a sfondo golpistico tra i ’70 e gli ’80.

Dopo trent’anni le stragi sono ancora e sempre “impunite”. È un’espressione ormai consunta. Perché mai lo Stato dovrebbe punire se stesso per quello che ha fatto? Perché dovrebbe, se i movimenti che lo misero in crisi, e per la cui repressione la strategia delle stragi prese corpo, non sono più sulla scena politica? Perché dovrebbe criticarsi, se i suoi più accesi critici hanno percorso in pochi anni la via del “pentimento” e l’approdo al liberismo più selvaggio, al bellicismo senza remore, alla distruzione sistematica delle residue garanzie della forza lavoro?

Al contrario, quanti si sono opposti allo Stato stragista – qualcuno anche armi alla mano – sono stati tutti e più che duramente “puniti”. E oltre duecento prigionieri politici di sinistra, e altrettanti esuli, a vent’anni dai fatti, stanno ancora lì a dimostrarlo. Come non mettere a confronto la raffica di assoluzioni nei processi per piazza Fontana, Brescia, l’Italicus, la stessa stazione di Bologna, e i ben trentadue ergastoli dati – e scontati – per il sequestro di Aldo Moro? Come non vedere che i Merlino, i Delle Chiaie, i Tilgher sono tuttora personaggi politicamente attivi, protetti, assistiti, senza aver praticamente mai conosciuto la galera? L’evoluzione degli avvenimenti a partire dal ’69 non lascia molti dubbi. Al di là delle diverse teorie e progetti politici dei diversi gruppi armati di sinistra negli anni ’70, è storicamente certo – evidente, diremmo – che la straordinaria partecipazione quantitativa alle organizzazioni armate di sinistra trova una delle sue più forti ragioni proprio nella reazione allo Stato delle stragi.

Un libro, dunque, non per “ricordare”. Leggere La strage di Stato serve a capire l’oggi, da dove viene questo paese, da quale storia sorge il presente, di quali infamie sia capace il potere pur di conservarsi. Un libro, ma soprattutto un metodo. Che non è l’esercizio della “memoria” – costa moltissimo e dura sempre troppo poco – ma un modo di guardare il presente. Una diffidenza vigile, una convinzione non contingente nelle proprie ragioni, un’interrogarsi costante. Guardare con gli occhi bene aperti, non credere alle favole dei media, imparare a distinguere sempre (tra il compagno ingenuamente estremista e l’agente provocatore infiltrato, per esempio!). Perché l’antagonismo ha bisogno di intelligenza, soprattutto. Di “rabbia” è fin troppo pieno questo schifo di mondo.

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