C’è un’immagine che più di tutte restituisce il senso storico del momento: oltre mezzo milione di persone riunite alla Tribuna Antimperialista José Martí, all’Avana, nel giorno dei lavoratori. Non una semplice celebrazione, ma una dimostrazione politica, consapevole, collettiva. Un popolo che si stringe attorno alla propria storia e al proprio futuro mentre si intensificano minacce e pressioni esterne, in particolare dagli Stati Uniti guidati da Donald Trump e sostenuti da settori della diaspora cubana a Miami rappresentati dal segretario di Stato Marco Rubio.
La risposta di Cuba non è ambigua. È ferma, articolata, profondamente politica. E passa attraverso le parole del presidente Miguel Díaz-Canel e del ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla, che in questi giorni hanno delineato con chiarezza il quadro: non solo un inasprimento del blocco, ma una vera e propria escalation che sfiora il terreno della minaccia militare.
Rodríguez Parrilla non usa mezzi termini: “Respingiamo con fermezza le recenti misure coercitive unilaterali adottate dal governo degli Stati Uniti”, denunciando quello che definisce apertamente “un castigo collettivo al popolo cubano”.
Ma è nella sua lunga relazione all’incontro internazionale di solidarietà che emerge la profondità della crisi: “Viviamo un periodo particolarmente pericoloso per l’umanità e per Cuba, la proliferazione delle misure coercitive unilaterali riporta il mondo in una crisi multidimensionale e minaccia Cuba, che è nel mirino dell’imperialismo”.
Non si tratta, dunque, di una semplice disputa bilaterale. È un modello di pressione globale, che colpisce la sovranità degli Stati e ridefinisce i rapporti internazionali. Il ministro cubano ricorda il famigerato Memorandum Mallory, denunciando una continuità storica inquietante: “Provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo. Questa resta, ancora oggi, l’essenza della politica statunitense contro Cuba”.
L’elemento più grave, oggi, è il cosiddetto “blocco energetico”, che L’Avana considera senza esitazioni “un atto di guerra”. Le sanzioni contro chi esporta combustibile a Cuba rappresentano un salto qualitativo: “Quando il governo degli Stati Uniti perseguita il combustibile... si colpiscono i servizi medici... si danneggia la vita di milioni e milioni di persone... si tenta di seminare la disperazione”.
Eppure, è proprio su questo terreno che emerge la forza strutturale del sistema cubano. Rodríguez Parrilla lo sottolinea con chiarezza: “Cuba è uno Stato assediato, Cuba è uno Stato aggredito, non è uno Stato inefficiente”. Una frase che smonta una delle principali narrazioni occidentali e che trova conferma nella resilienza quotidiana del popolo cubano.
La risposta politica è altrettanto netta. Cuba è disponibile al dialogo, ma pone limiti invalicabili: “Non discuteremo mai con gli Stati Uniti questioni che riguardano esclusivamente la sovranità... e la libera determinazione dei cubani”. È il cuore della questione: non solo resistenza, ma autodeterminazione.
Le dichiarazioni di Trump, riportate dallo stesso ministro, segnano un ulteriore salto di qualità nella retorica aggressiva: l’ipotesi di “entrare e distruggere tutto” o l’immagine provocatoria di una portaerei a 90 metri dalle coste cubane. Parole che, seppur inserite in un contesto mediatico, hanno un peso geopolitico reale. La risposta cubana non è di paura, ma di deterrenza: “Cuba sarebbe un vespaio... una trappola mortale... lo scenario della guerra di tutto il popolo se l’imperialismo statunitense osasse attaccarci”.
Non meno importante è il richiamo alla dimensione globale della solidarietà. Oltre 800 delegati internazionali presenti all’Avana, rappresentanti di decine di Paesi e organizzazioni, testimoniano che Cuba non è isolata. Anzi, come sottolinea Rodríguez Parrilla, si sta consolidando “un fronte multipolare di solidarietà internazionale”.
Il presidente Díaz-Canel, dal canto suo, ha ribadito in più occasioni che la risposta cubana si fonda su unità e continuità rivoluzionaria. La mobilitazione di oltre 5 milioni di cittadini in tutto il Paese è il segnale più evidente: la legittimità del progetto socialista non è un residuo ideologico, ma una realtà viva.
In questo quadro, appare evidente anche il ruolo della diaspora più radicale di Miami, politicamente rappresentata da Rubio, che continua a esercitare un’influenza significativa nella definizione delle politiche statunitensi verso Cuba. Una diaspora che, come denuncia L’Avana, è stata storicamente “compromessa con il terrorismo” e che oggi si inserisce in una strategia più ampia di pressione e destabilizzazione.
Ma la vera questione, oggi, è un’altra: fino a che punto può spingersi questa escalation? E quale sarà la risposta della comunità internazionale? Rodríguez Parrilla pone una domanda che risuona ben oltre Cuba: “Quale giustificazione potrebbe avere... un atto barbaro... che provocherebbe distruzione e sofferenza?”.
È una domanda che chiama in causa non solo Washington, ma l’intero sistema internazionale.
Cuba, intanto, resta ferma sulla sua linea: “Cuba non minaccia nessuno... Cuba si difende, si difende con le idee e si difenderà con le armi”. Una dichiarazione che riassume sessant’anni di storia e che oggi torna a essere drammaticamente attuale.
Nel mondo instabile e frammentato del 2026, l’isola caraibica continua a rappresentare un punto di resistenza simbolica e politica. Non un relitto del passato, ma un laboratorio vivente di sovranità, giustizia sociale e conflitto globale.
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