C’è un’immagine che più di tutte restituisce il senso storico del momento: oltre mezzo milione di persone riunite alla Tribuna Antimperialista José Martí, all’Avana, nel giorno dei lavoratori. Non una semplice celebrazione, ma una dimostrazione politica, consapevole, collettiva. Un popolo che si stringe attorno alla propria storia e al proprio futuro mentre si intensificano minacce e pressioni esterne, in particolare dagli Stati Uniti guidati da Donald Trump e sostenuti da settori della diaspora cubana a Miami rappresentati dal segretario di Stato Marco Rubio.
La risposta di Cuba non è ambigua. È ferma, articolata, profondamente politica. E passa attraverso le parole del presidente Miguel Díaz-Canel e del ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla, che in questi giorni hanno delineato con chiarezza il quadro: non solo un inasprimento del blocco, ma una vera e propria escalation che sfiora il terreno della minaccia militare.
Rodríguez Parrilla non usa mezzi termini: “Respingiamo con fermezza le recenti misure coercitive unilaterali adottate dal governo degli Stati Uniti”, denunciando quello che definisce apertamente “un castigo collettivo al popolo cubano”.
Ma è nella sua lunga relazione all’incontro internazionale di solidarietà che emerge la profondità della crisi: “Viviamo un periodo particolarmente pericoloso per l’umanità e per Cuba, la proliferazione delle misure coercitive unilaterali riporta il mondo in una crisi multidimensionale e minaccia Cuba, che è nel mirino dell’imperialismo”.
Non si tratta, dunque, di una semplice disputa bilaterale. È un modello di pressione globale, che colpisce la sovranità degli Stati e ridefinisce i rapporti internazionali. Il ministro cubano ricorda il famigerato Memorandum Mallory, denunciando una continuità storica inquietante: “Provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo. Questa resta, ancora oggi, l’essenza della politica statunitense contro Cuba”.
L’elemento più grave, oggi, è il cosiddetto “blocco energetico”, che L’Avana considera senza esitazioni “un atto di guerra”. Le sanzioni contro chi esporta combustibile a Cuba rappresentano un salto qualitativo: “Quando il governo degli Stati Uniti perseguita il combustibile... si colpiscono i servizi medici... si danneggia la vita di milioni e milioni di persone... si tenta di seminare la disperazione”.
Eppure, è proprio su questo terreno che emerge la forza strutturale del sistema cubano. Rodríguez Parrilla lo sottolinea con chiarezza: “Cuba è uno Stato assediato, Cuba è uno Stato aggredito, non è uno Stato inefficiente”. Una frase che smonta una delle principali narrazioni occidentali e che trova conferma nella resilienza quotidiana del popolo cubano.
La risposta politica è altrettanto netta. Cuba è disponibile al dialogo, ma pone limiti invalicabili: “Non discuteremo mai con gli Stati Uniti questioni che riguardano esclusivamente la sovranità... e la libera determinazione dei cubani”. È il cuore della questione: non solo resistenza, ma autodeterminazione.
Le dichiarazioni di Trump, riportate dallo stesso ministro, segnano un ulteriore salto di qualità nella retorica aggressiva: l’ipotesi di “entrare e distruggere tutto” o l’immagine provocatoria di una portaerei a 90 metri dalle coste cubane. Parole che, seppur inserite in un contesto mediatico, hanno un peso geopolitico reale. La risposta cubana non è di paura, ma di deterrenza: “Cuba sarebbe un vespaio... una trappola mortale... lo scenario della guerra di tutto il popolo se l’imperialismo statunitense osasse attaccarci”.
Non meno importante è il richiamo alla dimensione globale della solidarietà. Oltre 800 delegati internazionali presenti all’Avana, rappresentanti di decine di Paesi e organizzazioni, testimoniano che Cuba non è isolata. Anzi, come sottolinea Rodríguez Parrilla, si sta consolidando “un fronte multipolare di solidarietà internazionale”.
Il presidente Díaz-Canel, dal canto suo, ha ribadito in più occasioni che la risposta cubana si fonda su unità e continuità rivoluzionaria. La mobilitazione di oltre 5 milioni di cittadini in tutto il Paese è il segnale più evidente: la legittimità del progetto socialista non è un residuo ideologico, ma una realtà viva.
In questo quadro, appare evidente anche il ruolo della diaspora più radicale di Miami, politicamente rappresentata da Rubio, che continua a esercitare un’influenza significativa nella definizione delle politiche statunitensi verso Cuba. Una diaspora che, come denuncia L’Avana, è stata storicamente “compromessa con il terrorismo” e che oggi si inserisce in una strategia più ampia di pressione e destabilizzazione.
Ma la vera questione, oggi, è un’altra: fino a che punto può spingersi questa escalation? E quale sarà la risposta della comunità internazionale? Rodríguez Parrilla pone una domanda che risuona ben oltre Cuba: “Quale giustificazione potrebbe avere... un atto barbaro... che provocherebbe distruzione e sofferenza?”.
È una domanda che chiama in causa non solo Washington, ma l’intero sistema internazionale.
Cuba, intanto, resta ferma sulla sua linea: “Cuba non minaccia nessuno... Cuba si difende, si difende con le idee e si difenderà con le armi”. Una dichiarazione che riassume sessant’anni di storia e che oggi torna a essere drammaticamente attuale.
Nel mondo instabile e frammentato del 2026, l’isola caraibica continua a rappresentare un punto di resistenza simbolica e politica. Non un relitto del passato, ma un laboratorio vivente di sovranità, giustizia sociale e conflitto globale.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/05/2026
03/05/2026
Nuove sanzioni contro Cuba, a centinaia di migliaia rispondono in piazza per il Primo Maggio
Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato venerdì primo maggio un nuovo ordine esecutivo che amplia significativamente il regime di sanzioni che colpiscono Cuba. La mossa mira a intensificare la pressione politica ed economica nei confronti dell’isola, colpendo individui, entità e affiliati che sostengono l’apparato di sicurezza di Cuba o che, secondo le informazioni manipolate dagli apparati stelle-e-strisce, sono complici in casi di corruzione e gravi violazioni dei diritti umani.
La novità preoccupante di questo ordine esecutivo è la portata estremamente vasta della platea a cui potrebbe applicarsi: le sanzioni potrebbero colpire, infatti, anche realtà straniere che contino legami in settori nevralgici dell’economia cubana, dall’energia alla difesa fino ai comparti minerario e dei servizi finanziari.
Un elemento di particolare rilievo è l’autorizzazione all’introduzione di sanzioni secondarie, che permetteranno agli Stati Uniti di colpire anche soggetti terzi che siano considerati in un qualche modo facilitatori delle transazioni con le entità già inserite nella lista nera. Trump continua a ribadire che sarà ricordato come il presidente che prenderà Cuba, nonostante gli oltre 65 anni di strenua resistenza della Rivoluzione.
Martedì 28 aprile, il Senato statunitense ha votato con 51 voti contro 47, contro una misura procedurale che avrebbe bloccato il presidente dal potere ordinare un’azione militare contro l’isola caraibica. I repubblicani hanno difeso Trump in maniera piuttosto compatta, questa volta, affermando che, non essendovi ostilità attive tra gli Stati Uniti e Cuba, limitare i poteri della Casa Bianca non era necessario.
Ma il tipo di blocco messo in atto da Washington è già un atto di guerra, oltre che una punizione collettiva contro un popolo che ribadisce con forza e determinazione il proprio diritto all’autodeterminazione e la propria sovranità contro le aggressioni imperialiste.
La risposta del governo cubano alle sanzioni è stata immediata e carica di sdegno. Il Presidente Miguel Díaz-Canel ha utilizzato i social media per condannare le misure coercitive che rinforzano un blocco “brutale e genocida”. Il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha rincarato la dose, sottolineando come l’annuncio sia giunto proprio durante le tradizionali celebrazioni del primo maggio.
Rodríguez ha definito le sanzioni una “punizione collettiva contro il popolo cubano” e una violazione della Carta delle Nazioni Unite. “Mentre il governo degli Stati Uniti reprime il proprio popolo per le strade – ha aggiunto – cerca di punire il nostro, che resiste eroicamente agli attacchi dell’imperialismo degli Stati Uniti”.
Ma l’intimidazione non funziona. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza a L’Avana per il primo maggio, ribadendo ancora una volta che il popolo cubano non rinuncerà a scegliere autonomamente il proprio futuro. È stato anche presentato il risultato della campagna “La mia firma per la Patria”, che ha visto l’adesione di oltre 6 milioni di cubani (l’81% della popolazione di età superiore ai 16 anni).
Ricordiamo che nella capitale cubana si trovano ancora tanti solidali di varie delegazioni internazionali (compresi compagne e compagni italiani di Potere al Popolo e Cambiare Rotta) che hanno partecipato agli eventi organizzati per la Festa dei lavoratori. Anche nei prossimi mesi continueranno le missioni internazionaliste verso l’isola.
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La novità preoccupante di questo ordine esecutivo è la portata estremamente vasta della platea a cui potrebbe applicarsi: le sanzioni potrebbero colpire, infatti, anche realtà straniere che contino legami in settori nevralgici dell’economia cubana, dall’energia alla difesa fino ai comparti minerario e dei servizi finanziari.
Un elemento di particolare rilievo è l’autorizzazione all’introduzione di sanzioni secondarie, che permetteranno agli Stati Uniti di colpire anche soggetti terzi che siano considerati in un qualche modo facilitatori delle transazioni con le entità già inserite nella lista nera. Trump continua a ribadire che sarà ricordato come il presidente che prenderà Cuba, nonostante gli oltre 65 anni di strenua resistenza della Rivoluzione.
Martedì 28 aprile, il Senato statunitense ha votato con 51 voti contro 47, contro una misura procedurale che avrebbe bloccato il presidente dal potere ordinare un’azione militare contro l’isola caraibica. I repubblicani hanno difeso Trump in maniera piuttosto compatta, questa volta, affermando che, non essendovi ostilità attive tra gli Stati Uniti e Cuba, limitare i poteri della Casa Bianca non era necessario.
Ma il tipo di blocco messo in atto da Washington è già un atto di guerra, oltre che una punizione collettiva contro un popolo che ribadisce con forza e determinazione il proprio diritto all’autodeterminazione e la propria sovranità contro le aggressioni imperialiste.
La risposta del governo cubano alle sanzioni è stata immediata e carica di sdegno. Il Presidente Miguel Díaz-Canel ha utilizzato i social media per condannare le misure coercitive che rinforzano un blocco “brutale e genocida”. Il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha rincarato la dose, sottolineando come l’annuncio sia giunto proprio durante le tradizionali celebrazioni del primo maggio.
Rodríguez ha definito le sanzioni una “punizione collettiva contro il popolo cubano” e una violazione della Carta delle Nazioni Unite. “Mentre il governo degli Stati Uniti reprime il proprio popolo per le strade – ha aggiunto – cerca di punire il nostro, che resiste eroicamente agli attacchi dell’imperialismo degli Stati Uniti”.
Ma l’intimidazione non funziona. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza a L’Avana per il primo maggio, ribadendo ancora una volta che il popolo cubano non rinuncerà a scegliere autonomamente il proprio futuro. È stato anche presentato il risultato della campagna “La mia firma per la Patria”, che ha visto l’adesione di oltre 6 milioni di cubani (l’81% della popolazione di età superiore ai 16 anni).
Ricordiamo che nella capitale cubana si trovano ancora tanti solidali di varie delegazioni internazionali (compresi compagne e compagni italiani di Potere al Popolo e Cambiare Rotta) che hanno partecipato agli eventi organizzati per la Festa dei lavoratori. Anche nei prossimi mesi continueranno le missioni internazionaliste verso l’isola.
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08/11/2025
Cile-Wallmapu: Intervista a Ernesto Llaitul
Un’intervista altamente politica e umana con Ernesto Llaitul Pezoa, attivista e portavoce della Coordinadora Arauco Malleco (CAM), offre un resoconto diretto della resistenza Mapuche e della sua recente esperienza di prigionia politica.
Durante la conversazione, Llaitul racconta in dettaglio i due anni di detenzione preventiva che ha dovuto subire nel cosiddetto “caso Puntarenas”, un processo che, dopo numerose irregolarità e uno sciopero della fame di oltre 90 giorni, si è concluso con l’assoluzione sua e di altri tre uomini Mapuche per mancanza totale di prove. Spiega come la persecuzione politica dello Stato cileno miri a criminalizzare la lotta Mapuche e a silenziarne l’espressione politica e culturale.
L’intervista approfondisce anche la situazione di suo padre, Héctor Llaitul, storico dirigente della CAM, attualmente condannato a 23 anni di carcere per presunti “reati di opinione” ai sensi della Legge sulla Sicurezza dello Stato. Ernesto denuncia la manipolazione giudiziaria, il peggioramento delle condizioni carcerarie e la decisione del governo di Gabriel Boric di eliminare i moduli speciali per i membri della comunità Mapuche, in violazione dei trattati internazionali.
In un ampio scambio, Llaitul riflette sul concetto di weichan, la lotta integrale del popolo Mapuche per la propria esistenza, cultura e autonomia, che trascende la sfera militare o politica per diventare uno stile di vita e una forma permanente di resistenza contro lo Stato coloniale cileno e le imprese forestali che stanno saccheggiando il Wallmapu.
Denuncia la prolungata occupazione militare che, sotto le spoglie di uno “stato di eccezione”, mantiene una vera e propria guerra di bassa intensità contro le comunità, e traccia un parallelo con la resistenza palestinese contro l’occupazione israeliana.
Analizza inoltre il fallimento della “consultazione indigena” e delle politiche del “buon vivere” promosse dal governo, affermando che si tratta di semplici manovre retoriche senza alcun impatto reale sulla vita del popolo Mapuche.
Al contrario, sostiene il recupero territoriale e produttivo come base materiale dell’autonomia e invita la società cilena a riconoscere la natura politica, non criminale, della lotta Mapuche. L’intervista si conclude con un appello alla solidarietà con i prigionieri politici Mapuche e alla costruzione di una resistenza consapevole e duratura, che vada al di là dei gesti o delle azioni isolate.
“Possiamo perdere la nostra libertà, ma non la nostra identità. Restiamo Mapuche, restiamo un popolo che esisteva prima di questo Stato”, afferma Ernesto Llaitul.
Con questo dialogo profondo e senza compromessi, “CONTRO LA CORRENTE” si afferma come uno spazio di riflessione e confronto, dove la voce degli oppressi rompe il silenzio imposto dal potere e dai media ufficiali. Un programma che, dagli studi di Radio Plaza Dignidad, sfida il consenso coloniale e mira a recuperare la voce viva della Resistenza Popolare.
Fonte
Durante la conversazione, Llaitul racconta in dettaglio i due anni di detenzione preventiva che ha dovuto subire nel cosiddetto “caso Puntarenas”, un processo che, dopo numerose irregolarità e uno sciopero della fame di oltre 90 giorni, si è concluso con l’assoluzione sua e di altri tre uomini Mapuche per mancanza totale di prove. Spiega come la persecuzione politica dello Stato cileno miri a criminalizzare la lotta Mapuche e a silenziarne l’espressione politica e culturale.
L’intervista approfondisce anche la situazione di suo padre, Héctor Llaitul, storico dirigente della CAM, attualmente condannato a 23 anni di carcere per presunti “reati di opinione” ai sensi della Legge sulla Sicurezza dello Stato. Ernesto denuncia la manipolazione giudiziaria, il peggioramento delle condizioni carcerarie e la decisione del governo di Gabriel Boric di eliminare i moduli speciali per i membri della comunità Mapuche, in violazione dei trattati internazionali.
In un ampio scambio, Llaitul riflette sul concetto di weichan, la lotta integrale del popolo Mapuche per la propria esistenza, cultura e autonomia, che trascende la sfera militare o politica per diventare uno stile di vita e una forma permanente di resistenza contro lo Stato coloniale cileno e le imprese forestali che stanno saccheggiando il Wallmapu.
Denuncia la prolungata occupazione militare che, sotto le spoglie di uno “stato di eccezione”, mantiene una vera e propria guerra di bassa intensità contro le comunità, e traccia un parallelo con la resistenza palestinese contro l’occupazione israeliana.
Analizza inoltre il fallimento della “consultazione indigena” e delle politiche del “buon vivere” promosse dal governo, affermando che si tratta di semplici manovre retoriche senza alcun impatto reale sulla vita del popolo Mapuche.
Al contrario, sostiene il recupero territoriale e produttivo come base materiale dell’autonomia e invita la società cilena a riconoscere la natura politica, non criminale, della lotta Mapuche. L’intervista si conclude con un appello alla solidarietà con i prigionieri politici Mapuche e alla costruzione di una resistenza consapevole e duratura, che vada al di là dei gesti o delle azioni isolate.
“Possiamo perdere la nostra libertà, ma non la nostra identità. Restiamo Mapuche, restiamo un popolo che esisteva prima di questo Stato”, afferma Ernesto Llaitul.
Con questo dialogo profondo e senza compromessi, “CONTRO LA CORRENTE” si afferma come uno spazio di riflessione e confronto, dove la voce degli oppressi rompe il silenzio imposto dal potere e dai media ufficiali. Un programma che, dagli studi di Radio Plaza Dignidad, sfida il consenso coloniale e mira a recuperare la voce viva della Resistenza Popolare.
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14/04/2025
No alla divisione dell’Ucraina
L’ultima proposta di Trump di dividere l’Ucraina in tre zone occupate appare ispirarsi alla situazione, profondamente diversa, della Germania, Paese sconfitto nella Seconda guerra mondiale.
Il respiro della strategia trumpiana è come sempre corto e la prospettiva alquanto confusionaria. Ma la proposta non manca di una sua razionalità, per quanto perversa. Agli occhi di Trump e dei suoi accoliti, tale proposta ha lo scopo di congelare il conflitto, mantenendo anzi approfondendo il fossato tra Russia e resto dell’Europa, che costituisce il vero obiettivo strategico dello scatenamento del conflitto, che ovviamente Trump condivide fino in fondo.
Al tempo stesso la proposta ha il “pregio” di solleticare le vanagloriose aspirazioni guerrafondaie dei vari leaderini europei, ansiosi di mettere gli stivali sul suolo ucraino.
Ben diversa la visione della Russia, la quale, consapevole della sua supremazia sul campo, non accetta finte soluzioni di stampo esclusivamente tattico ma chiede siano chiarite le premesse di fondo della pace, in primo luogo la neutralità permanente dell’Ucraina e l’autodeterminazione dei territori contesi, alla quale va inevitabilmente aggiunta la liquidazione del regime di Zelensky e l’adozione di una forma dello Stato che garantisca diritti e democrazia per tutti i settori della popolazione.
Il governo russo non è certamente formato da cretini e capisce perfettamente che una “soluzione” del tipo di quella proposta da Witkoff costituisce solo un fragile espediente momentaneo volto a consentire al regime ucraino e all’Occidente che lo sostiene di riprendere fiato per tornare, non appena possibile, a riprendere la guerra.
Un avallo alla condizione di guerra permanente ricercata con accanimento scarsamente terapeutico dalle élite europee, che in essa ripongono ogni speranza, nell’illusione di allontanare in tal modo il declino definitivo di se stesse e della classe dominante occidentale della quale fanno parte, sia pure in modo sempre più subalterno.
Al tempo stesso la proposta Trump/Witkoff rappresenta la consacrazione dello status subalterno dell’Ucraina, che di fatto diverrebbe un protettorato delle Potenze occidentale, una sorta di “marca di frontiera” destinata a fornire in modo permanente il materiale umano “vile” da sacrificare nella guerra contro i “nuovi barbari totalitari orientali”, per usare le categorie ormai abitualmente proprie della pessima stampa padronale italiana.
Si tratterebbe quindi dell’ennesima violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale, perpetrata dall’Occidente per salvaguardare i propri interessi tattici e strategici.
L’esistenza di un’Ucraina sovrana, indipendente ed unita costituisce invece un requisito basilare della giusta pace da raggiungere e del necessario equilibrio multilaterale da realizzare nel contesto del nuovo mondo multipolare che sta sorgendo.
Si tratta di un punto di importanza fondamentale, costantemente sottolineato dalla Cina nei suoi ricorrenti e tenaci tentativi di risolvere il conflitto ucraino per via negoziale.
Occorre considerare al riguardo come NATO ed Occidente abbiano dolosamente boicottato la soluzione costituita dagli Accordi di Minsk uno e due che avrebbe consentito di affermare al tempo stesso l’unità nazionale ucraina e l’ampia autonomia delle regioni russofone dell’Est.
Dato tale sabotaggio la conseguente inevitabile secessione del Donbass, con le due repubbliche di Donetsk e Lugansk si è configurata come secessione rimediale, pienamente lecita alla stregua di giustificata reazione contro uno Stato che non si comporta in modo adeguato a rappresentare il popolo nel suo insieme, come dimostrato dagli avvenimenti conseguenti al vero e proprio colpo di Stato perpetrato a Maidan e dintorni nel febbraio 2014, cui sono seguiti dieci anni di dura repressione e violazione dei diritti umani fondamentali del popolo del Donbass.
Tale prospettiva va oggi per quanto possibile recuperata, ma il necessario esercizio del diritto di autodeterminazione va oggi esteso all’insieme del popolo ucraino, che oggi va messo in grado di effettuare democraticamente la propria scelta democratica, liberandosi di un governo corrotto e totalmente subordinato allo straniero, che ha mandato alla guerra e alla morte i propri giovani e vorrebbe continuare a farlo come gli viene richiesto oggi dai governi europei.
Questi ultimi non hanno nessun diritto di mettere i propri scarponi chiodati sul suolo ucraino e devono anzi smettere di fomentare la guerra con l’invio di armamenti e in altro modo. Questo deve essere l’impegno prioritario per chiunque in Europa, e siamo sicuri la maggioranza, ha davvero a cuore i destini della pace e della democrazia internazionale.
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Il respiro della strategia trumpiana è come sempre corto e la prospettiva alquanto confusionaria. Ma la proposta non manca di una sua razionalità, per quanto perversa. Agli occhi di Trump e dei suoi accoliti, tale proposta ha lo scopo di congelare il conflitto, mantenendo anzi approfondendo il fossato tra Russia e resto dell’Europa, che costituisce il vero obiettivo strategico dello scatenamento del conflitto, che ovviamente Trump condivide fino in fondo.
Al tempo stesso la proposta ha il “pregio” di solleticare le vanagloriose aspirazioni guerrafondaie dei vari leaderini europei, ansiosi di mettere gli stivali sul suolo ucraino.
Ben diversa la visione della Russia, la quale, consapevole della sua supremazia sul campo, non accetta finte soluzioni di stampo esclusivamente tattico ma chiede siano chiarite le premesse di fondo della pace, in primo luogo la neutralità permanente dell’Ucraina e l’autodeterminazione dei territori contesi, alla quale va inevitabilmente aggiunta la liquidazione del regime di Zelensky e l’adozione di una forma dello Stato che garantisca diritti e democrazia per tutti i settori della popolazione.
Il governo russo non è certamente formato da cretini e capisce perfettamente che una “soluzione” del tipo di quella proposta da Witkoff costituisce solo un fragile espediente momentaneo volto a consentire al regime ucraino e all’Occidente che lo sostiene di riprendere fiato per tornare, non appena possibile, a riprendere la guerra.
Un avallo alla condizione di guerra permanente ricercata con accanimento scarsamente terapeutico dalle élite europee, che in essa ripongono ogni speranza, nell’illusione di allontanare in tal modo il declino definitivo di se stesse e della classe dominante occidentale della quale fanno parte, sia pure in modo sempre più subalterno.
Al tempo stesso la proposta Trump/Witkoff rappresenta la consacrazione dello status subalterno dell’Ucraina, che di fatto diverrebbe un protettorato delle Potenze occidentale, una sorta di “marca di frontiera” destinata a fornire in modo permanente il materiale umano “vile” da sacrificare nella guerra contro i “nuovi barbari totalitari orientali”, per usare le categorie ormai abitualmente proprie della pessima stampa padronale italiana.
Si tratterebbe quindi dell’ennesima violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale, perpetrata dall’Occidente per salvaguardare i propri interessi tattici e strategici.
L’esistenza di un’Ucraina sovrana, indipendente ed unita costituisce invece un requisito basilare della giusta pace da raggiungere e del necessario equilibrio multilaterale da realizzare nel contesto del nuovo mondo multipolare che sta sorgendo.
Si tratta di un punto di importanza fondamentale, costantemente sottolineato dalla Cina nei suoi ricorrenti e tenaci tentativi di risolvere il conflitto ucraino per via negoziale.
Occorre considerare al riguardo come NATO ed Occidente abbiano dolosamente boicottato la soluzione costituita dagli Accordi di Minsk uno e due che avrebbe consentito di affermare al tempo stesso l’unità nazionale ucraina e l’ampia autonomia delle regioni russofone dell’Est.
Dato tale sabotaggio la conseguente inevitabile secessione del Donbass, con le due repubbliche di Donetsk e Lugansk si è configurata come secessione rimediale, pienamente lecita alla stregua di giustificata reazione contro uno Stato che non si comporta in modo adeguato a rappresentare il popolo nel suo insieme, come dimostrato dagli avvenimenti conseguenti al vero e proprio colpo di Stato perpetrato a Maidan e dintorni nel febbraio 2014, cui sono seguiti dieci anni di dura repressione e violazione dei diritti umani fondamentali del popolo del Donbass.
Tale prospettiva va oggi per quanto possibile recuperata, ma il necessario esercizio del diritto di autodeterminazione va oggi esteso all’insieme del popolo ucraino, che oggi va messo in grado di effettuare democraticamente la propria scelta democratica, liberandosi di un governo corrotto e totalmente subordinato allo straniero, che ha mandato alla guerra e alla morte i propri giovani e vorrebbe continuare a farlo come gli viene richiesto oggi dai governi europei.
Questi ultimi non hanno nessun diritto di mettere i propri scarponi chiodati sul suolo ucraino e devono anzi smettere di fomentare la guerra con l’invio di armamenti e in altro modo. Questo deve essere l’impegno prioritario per chiunque in Europa, e siamo sicuri la maggioranza, ha davvero a cuore i destini della pace e della democrazia internazionale.
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12/05/2021
Donbass: sette anni delle Repubbliche popolari
DNR e LNR
In occasione del 7° anniversario della proclamazione delle Repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk (il referendum sulla dichiarazione di indipendenza da Kiev si svolse l’11 maggio 2014, anche se ora le celebrazioni per la ricorrenza si tengono l’11 nella DNR e il 12 nella LNR) dal Donbass arriva un breve sunto della situazione e, soprattutto, un ricordo delle vittime civili dell’aggressione ucraina.
Il 7 aprile 2014, allorché l’allora facente funzioni di Presidente ucraino, il golpista Aleksandr Turčinov, annunciava l’adozione di “misure antiterrorismo nell’Ucraina orientale”, a Donetsk si proclamava la sovranità della Repubblica popolare (DNR) e si indiceva per l’11 maggio un referendum sullo status della regione. Il 27 aprile veniva proclamata la Repubblica popolare di Lugansk e anche qui si decideva di indire un referendum per l’autodeterminazione.
Il referendum si teneva l’11 maggio e il Sì raccoglieva il 89,7% nella DNR e il 96,2% nella LNR; il 12 maggio veniva proclamata la sovranità di DNR e LNR. Il 14 maggio era adottata la Costituzione della DNR e il 18 maggio della LNR.
Nella nota curata dalle Repubbliche popolari, si ricordano in particolare le piccole vittime causate dai bombardamenti ucraini nel solo mese di gennaio 2015, il “gennaio di sangue”, oltre al piccolo Vladislav, ucciso poco più di un mese fa in un villaggio alla periferia di Enakievo, rasa al suolo nel 1943 (si chiamava Oržonikidze) dalle truppe d’occupazione, anche italiane.
Purtroppo, i bambini di DNR e LNR morti sotto i colpi ucraini sono molti di più di quelli del tragico gennaio 2015: sono oltre cento, colpiti nei pressi delle proprie abitazioni, o in casa, o addirittura nelle aree aperte degli edifici scolastici, a testimonianza del carattere terroristico e disumano dell’aggressione condotta dal governo golpista di Kiev.
Già sei anni fa, l’ONU parlava di oltre seimila morti in Donbass, tra militari e civili, dal 15 aprile 2014 (la data in cui Turčinov aveva annunciato l’avvio della “fase militare” delle “operazioni antiterroristiche a est”) al 27 marzo 2015. Oggi, nei resoconti ufficiali, il numero è più che raddoppiato.
Insieme al tragico elenco delle vittime, la nota richiama alle proprie responsabilità in particolare la Missione OSCE, ben lontana dal garantire quel controllo “obiettivo e imparziale” che dovrebbe essere tra le sue priorità.
In occasione del 7° anniversario della proclamazione delle Repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk (il referendum sulla dichiarazione di indipendenza da Kiev si svolse l’11 maggio 2014, anche se ora le celebrazioni per la ricorrenza si tengono l’11 nella DNR e il 12 nella LNR) dal Donbass arriva un breve sunto della situazione e, soprattutto, un ricordo delle vittime civili dell’aggressione ucraina.
Il 7 aprile 2014, allorché l’allora facente funzioni di Presidente ucraino, il golpista Aleksandr Turčinov, annunciava l’adozione di “misure antiterrorismo nell’Ucraina orientale”, a Donetsk si proclamava la sovranità della Repubblica popolare (DNR) e si indiceva per l’11 maggio un referendum sullo status della regione. Il 27 aprile veniva proclamata la Repubblica popolare di Lugansk e anche qui si decideva di indire un referendum per l’autodeterminazione.
Il referendum si teneva l’11 maggio e il Sì raccoglieva il 89,7% nella DNR e il 96,2% nella LNR; il 12 maggio veniva proclamata la sovranità di DNR e LNR. Il 14 maggio era adottata la Costituzione della DNR e il 18 maggio della LNR.
Nella nota curata dalle Repubbliche popolari, si ricordano in particolare le piccole vittime causate dai bombardamenti ucraini nel solo mese di gennaio 2015, il “gennaio di sangue”, oltre al piccolo Vladislav, ucciso poco più di un mese fa in un villaggio alla periferia di Enakievo, rasa al suolo nel 1943 (si chiamava Oržonikidze) dalle truppe d’occupazione, anche italiane.
Purtroppo, i bambini di DNR e LNR morti sotto i colpi ucraini sono molti di più di quelli del tragico gennaio 2015: sono oltre cento, colpiti nei pressi delle proprie abitazioni, o in casa, o addirittura nelle aree aperte degli edifici scolastici, a testimonianza del carattere terroristico e disumano dell’aggressione condotta dal governo golpista di Kiev.
Già sei anni fa, l’ONU parlava di oltre seimila morti in Donbass, tra militari e civili, dal 15 aprile 2014 (la data in cui Turčinov aveva annunciato l’avvio della “fase militare” delle “operazioni antiterroristiche a est”) al 27 marzo 2015. Oggi, nei resoconti ufficiali, il numero è più che raddoppiato.
Insieme al tragico elenco delle vittime, la nota richiama alle proprie responsabilità in particolare la Missione OSCE, ben lontana dal garantire quel controllo “obiettivo e imparziale” che dovrebbe essere tra le sue priorità.
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La guerra in Donbass va avanti già da sette anni. Nonostante la firma degli accordi di pace e le ripetute proclamazioni di cessate il fuoco, le persone qui continuano a morire.
Secondo i dati del OSCE, dal 14 aprile 2014 al 15 settembre 2020, sono morti in Donbass non meno di 3.376 civili. E si parla esclusivamente di vittime confermate dalla Commissione speciale di monitoraggio del OSCE, rilevate in seguito a incontri con parenti delle vittime, o con personale medico.
I dati sui morti e sul numero dei bombardamenti vengono inseriti nei rapporti stilati pressoché quotidianamente, tranne la domenica e i giorni festivi. Rappresentano un testo arido, con un insieme di cifre e fatti, e dovrebbero rispecchiare l’informazione corrente sugli eventi che si verificano in LNR e DNR e nel territorio adiacente.
Per i profani, è abbastanza difficile raccapezzarsi su quei dati. Ma, per gli abitanti del Donbass, quelli non sono solo dati statistici. Si tratta di vittime innocenti.
La missione speciale di monitoraggio del OSCE in Ucraina ha iniziato i propri lavori il 21 marzo 2014. Dalla stessa denominazione della missione, è evidente come le sue funzioni siano quelle di controllo della situazione nella zona delle operazioni militari. E tale controllo deve essere necessariamente obiettivo e imparziale. Un ulteriore compito, non meno importante, è quello di uno stimolo multilaterale al dialogo tra le parti in conflitto.
Nel rapporto tematico del OSCE sulle vittime tra la popolazione civile nel periodo tra il gennaio 2017 e il settembre 2020, sono presenti alcuni grafici che evidenziano il rapporto tra il numero delle vittime nei diversi settori, compresi quelli controllati dal governo ucraino. Le statistiche mostrano che i morti e i feriti nei territori delle Repubbliche popolari sono di alcune volte superiori. La Speciale missione di monitoraggio del OSCE evidenzia il fatto dei continui martellamenti operati dall’esercito ucraino sulle posizioni di LNR e DNR. Ma, tale monitoraggio non implica alcuna conseguenza; questo, nonostante una delle linee di lavoro della Missione debba consistere nella risoluzione del conflitto armato: ma questa, in sette anni, non è mai avvenuta.
Tutti i crimini contro il popolo delle Repubbliche popolari sono raccolti nel “Libro bianco della Novorossija: vittime del terrore ucraino in Donbass: 2014 – inizio 2015”. Tale raccolta testimonia e dimostra le azioni delittuose del governo ucraino. Il volume fornisce anche una valutazione giuridica dei crimini accertati e delle uccisioni di massa; è completo di testimonianze fotografiche e di descrizioni dei luoghi in cui le tragedie hanno avuto luogo.
Nel solo mese di gennaio del 2015, la guerra si è portata via la vita di 11 piccoli abitanti del Donbass:
1- DNR – città di Šakhtërsk: in seguito a tiri di artiglierie, Vanja Voronov ha perso il braccio destro e tutte e due le gambe. Suo padre e il fratello minore sono morti sul posto;
2- DNR – città di Makeevka: la scolara Oksana Vojnarovskaja ha riportato numerose ferite da schegge. Suo padre è morto per schegge alla nuca;
3- LNR – città di Krjakova: in seguito ai colpi portati da sistemi reattivi, sono morte sul posto figlia, mamma e nonna;
4- DNR – città di Donetsk, rione Kirovskij: Artëm Bobrišev, di cinque anni, è morto in seguito ai tiri delle artiglierie; suo fratello maggiore ha riportato seri traumi, mentre la mamma ha perso la gamba destra;
5- DNR – città di Uglegorsk: Roman Misečko e Georgij Komarovskij erano in casa quando è iniziato il bombardamento. Un colpo è caduto direttamente sulla casa. Entrambi sono morti per i traumi mortali riportati;
6- DNR – città di Debal’tsevo: Artëm Lytkin è morto insieme a suo padre, come risultato dello scoppio di un ordigno dopo un massiccio bombardamento di artiglieria;
7- LNR – città di Stakhanov: Arina Gusak (5 anni) e la sua mamma, Natal’ja Evgen’evna Gusak, sono morte mentre si recavano all’asilo “Solnyško”, bersagliato delle forze ucraine con razzi “Uragan”;
8- DNR – città di Donetsk, rione Petrovskij: Saša Smirnov, 3 anni. Era in casa durante un bombardamento d’artiglieria. Un proiettile è caduto sulla casa, che è crollata. È morto insieme al babbo sotto le rovine della casa;
9- DNR – città di Debal’tsevo: Danila Makaev (nato nel 1998) è morto durante un bombardamento d’artiglieria;
10- DNR – città di Gorlovka: Vika Kukharčuk è morta insieme alla mamma sotto un bombardamento;
11- DNR – città di Uglegorsk: Dmitrij Poljak, otto anni. Morto per un proiettile caduto sulla casa.
A chi servono queste vittime? Perché le persone muoiono? Gli abitanti del Donbass auspicano sinceramente che non si ripeta mai più un tale “gennaio di sangue”.
Tuttavia, proprio un mese fa, il 2 aprile 2021, le forze ucraine hanno lanciato una mina da un drone, sul quartiere civile del villaggio di Aleksandrovskoe (DNR). Come risultato, un bambino di cinque anni è morto per le numerose ferite da schegge. La Speciale missione di monitoraggio del OSCE si è recata sul luogo della morte soltanto il 7 aprile, cioè cinque giorni dopo la tragedia...
I fatti rimangono tali: in sette anni la situazione non è mutata in modo radicale. DNR e LNR subiscono regolarmente i bombardamenti, gli accordi di Minsk vengono ignorati, mentre l’Ucraina non vuole condurre un dialogo di pace e blocca ogni iniziativa da parte delle Repubbliche.
Numerosi esperti e analisti ritengono che la Missione di monitoraggio del OSCE potrebbe farsi garante dell’adempimento degli accordi di Minsk per la regolazione del conflitto.
Ora, a presiedere l’Organizzazione, è la Svezia, col suo Ministro degli esteri Ann Linde, che ha rilevato come la soluzione del conflitto in Donbass costituisca una priorità per l’OSCE.
Da parte nostra, non lo confermiamo, né lo neghiamo. Solo il tempo potrà dimostrarlo. L’importante è che questo non avvenga a prezzo di vite umane.
Fonte
07/07/2019
Il genocidio dei sogni e il processo dell’Occidente
Ci processarono tutti in contumacia. Il genocidio era stato perpetrato sotto i nostri occhi e non avevamo fatto nulla per impedirlo. Le Nazioni Unite avevano definito un genocidio come ‘l’atto che mira a distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso’.
La distruzione dei portatori di sogni, non menzionati nella citata definizione, fu particolarmente grave perché rivelava il punto di non ritorno per il futuro della società. Non può essere considerato casuale che i sogni, per anni, siano stati detenuti, schiavizzati, bombardati, affondati nel mare o perduti nel tentativo di attraversare il deserto ormai militarizzato.
Ci si era abituati alle guerre perché lontane e ai morti perché invisibili. Si viveva la vita e la storia come una semplice successione di avvenimenti slegati dalle scelte operate dalla politica di quei tempi. Buona parte della gente consumava il tempo senza accorgersi che questo bene prezioso non avrebbe dovuto essere messo in vendita.
Non si sapeva esattamente chi e quando si decise che i sogni avrebbero costituito un pericolo per le generazioni future. La società era stata organizzata in modo da mantenere sotto controllo ogni velleità di cambiamento al di fuori delle norme stabilite dal potere. Leggi, decreti, ordinanze, precetti, comandamenti e codici videro crescere il loro peso nella vita quotidiana.
L’unica realtà che si ostinava a evadere dal sistema di sorveglianza di ultima generazione erano, appunto, i sogni. Per questo, con determinazione, si era deciso di distruggerli eliminandone i portatori.
A questo titolo si inventarono i campi di detenzione e di lavoro forzato per quanti non rinunciavano a nutrire e a trasmettere ad altri i loro sogni. Le frontiere erano state inventate a misura di sogni da tenere lontano dalla vista di chi avrebbe potuto contaminarsi.
Vennero realizzate frontiere elettroniche, che avrebbero gradualmente sostituito quelle di filo spinato, considerate obsolete e poco efficaci. Si istituirono frontiere mobili che, nel mare come sulle terra ferma, potessero inseguire, identificare, arrestare e detenere i possessori di sogni come pericolosi e sovversivi. Le armi divennero funzionali alle guerre contro chiunque osasse costituire associazioni di sognatori informali. I sistemi di informazione e di spionaggio, divennero pervasivi fino al punto di riorganizzare i sogni e dirottarli verso ambiti compatibili col potere. Si crearono milizie paramilitari, franchi tiratori, corpi speciali di intervento e ogni tentativo di sognare un mondo differente era soffocato nella repressione più spietata.
Persino i bambini, che facevano dei sogni i loro giochi, erano addomesticati perché l’immaginazione fosse canalizzata su schermi televisivi. Anche i sentieri dove solevano passare i portatori di sogni erano stati cancellati e ogni traccia discordante punita con l’immediato ritorno al loro paese di origine.
Gli amori poi, per loro natura costruttori di sogni, venivano sedati con droghe leggere, terapeutiche e l’uso mirato di farmaci correttivi di ogni passione. Rimanevano gli aquiloni a tentare di volare nel vento, ma erano stati sostituiti in fretta da droni, molti dei quali armati.
Ci condannarono tutti in contumacia. Il reato era assimilabile a un delitto contro l’umanità o a un crimine di guerra. Operare direttamente o per omissione con lo scopo affermato di distruggere, estinguere e sradicare i sogni non conformi alla leggi vigenti fu riconosciuto come un orrendo misfatto. Ogni attenuante fu scartata dal tribunale speciale come priva di fondamento.
Eravamo coscienti e informati, così riconobbero i giudici, di tutto quanto accadde nel Mediterraneo, in Libia, nel deserto e nei centri di detenzione. I testimoni del processo, convocati dai giudici, erano appunto i portatori di sogni, abitanti della città sommersa poco lontana.
Fummo condannati a recitare i loro nomi per una breve eternità.
Niamey, luglio 2019
Fonte
La distruzione dei portatori di sogni, non menzionati nella citata definizione, fu particolarmente grave perché rivelava il punto di non ritorno per il futuro della società. Non può essere considerato casuale che i sogni, per anni, siano stati detenuti, schiavizzati, bombardati, affondati nel mare o perduti nel tentativo di attraversare il deserto ormai militarizzato.
Ci si era abituati alle guerre perché lontane e ai morti perché invisibili. Si viveva la vita e la storia come una semplice successione di avvenimenti slegati dalle scelte operate dalla politica di quei tempi. Buona parte della gente consumava il tempo senza accorgersi che questo bene prezioso non avrebbe dovuto essere messo in vendita.
Non si sapeva esattamente chi e quando si decise che i sogni avrebbero costituito un pericolo per le generazioni future. La società era stata organizzata in modo da mantenere sotto controllo ogni velleità di cambiamento al di fuori delle norme stabilite dal potere. Leggi, decreti, ordinanze, precetti, comandamenti e codici videro crescere il loro peso nella vita quotidiana.
L’unica realtà che si ostinava a evadere dal sistema di sorveglianza di ultima generazione erano, appunto, i sogni. Per questo, con determinazione, si era deciso di distruggerli eliminandone i portatori.
A questo titolo si inventarono i campi di detenzione e di lavoro forzato per quanti non rinunciavano a nutrire e a trasmettere ad altri i loro sogni. Le frontiere erano state inventate a misura di sogni da tenere lontano dalla vista di chi avrebbe potuto contaminarsi.
Vennero realizzate frontiere elettroniche, che avrebbero gradualmente sostituito quelle di filo spinato, considerate obsolete e poco efficaci. Si istituirono frontiere mobili che, nel mare come sulle terra ferma, potessero inseguire, identificare, arrestare e detenere i possessori di sogni come pericolosi e sovversivi. Le armi divennero funzionali alle guerre contro chiunque osasse costituire associazioni di sognatori informali. I sistemi di informazione e di spionaggio, divennero pervasivi fino al punto di riorganizzare i sogni e dirottarli verso ambiti compatibili col potere. Si crearono milizie paramilitari, franchi tiratori, corpi speciali di intervento e ogni tentativo di sognare un mondo differente era soffocato nella repressione più spietata.
Persino i bambini, che facevano dei sogni i loro giochi, erano addomesticati perché l’immaginazione fosse canalizzata su schermi televisivi. Anche i sentieri dove solevano passare i portatori di sogni erano stati cancellati e ogni traccia discordante punita con l’immediato ritorno al loro paese di origine.
Gli amori poi, per loro natura costruttori di sogni, venivano sedati con droghe leggere, terapeutiche e l’uso mirato di farmaci correttivi di ogni passione. Rimanevano gli aquiloni a tentare di volare nel vento, ma erano stati sostituiti in fretta da droni, molti dei quali armati.
Ci condannarono tutti in contumacia. Il reato era assimilabile a un delitto contro l’umanità o a un crimine di guerra. Operare direttamente o per omissione con lo scopo affermato di distruggere, estinguere e sradicare i sogni non conformi alla leggi vigenti fu riconosciuto come un orrendo misfatto. Ogni attenuante fu scartata dal tribunale speciale come priva di fondamento.
Eravamo coscienti e informati, così riconobbero i giudici, di tutto quanto accadde nel Mediterraneo, in Libia, nel deserto e nei centri di detenzione. I testimoni del processo, convocati dai giudici, erano appunto i portatori di sogni, abitanti della città sommersa poco lontana.
Fummo condannati a recitare i loro nomi per una breve eternità.
Niamey, luglio 2019
Fonte
16/04/2019
Medio Oriente - Trump, nessuna sovranità ai Palestinesi
di Michele Giorgio – il Manifesto
Non è stato ancora reso noto ma già genera reazioni contrarie il piano Trump, noto come “Accordo del secolo”, che esclude lo Stato di Palestina, prepara il terreno all’annessione a Israele della Cisgiordania promessa in campagna elettorale da Benyamin Netanyahu e offre ai palestinesi solo un po’ di finanziamenti e una blanda autonomia su qualche fazzoletto di terra. Poche ore dopo l’articolo con cui due giorni fa il Washington Post ha rivelato questi punti del piano Usa – che sarà annunciato tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate – 25 personalità europee, tra cui ex ministri degli esteri, ex primi ministri e due ex segretari generali della Nato, hanno scritto una lettera aperta all’Unione europea – pubblicata dal britannico Guardian – in cui chiedono di respingere il progetto di Trump e di sostenere la creazione di uno Stato palestinese. Tra i firmatari ci sono anche Massimo D’Alema e Franco Frattini.
La soluzione dei Due Stati alla quale si appellano le 25 personalità è morta da tempo ed è sepolta sotto la colata di cemento che ha dato vita in Cisgiordania a decine di migliaia di case, strade e infrastrutture per i coloni israeliani. Tuttavia la lettera è una piccola scossa all’Europa che dosa sempre con grande cautela le rare critiche che rivolge alle politiche israeliane volte a normalizzare l’occupazione dei territori palestinesi.
Stando alle rivelazioni del Washington Post, Jared Kushner, genero di Trump e teorico del piano Usa, ai palestinesi offrirà solo un pacchetto di investimenti e l’autonomia nelle città e nelle piccole aree della Cisgiordania già ora sotto la gestione dell’Autorità nazionale palestinese. Gaza resterà isolata ma, se Hamas se ne starà buono, convinto dalle pressioni dei suoi sponsor (Qatar e Turchia), riceverà anch’essa finanziamenti. Tutto è ancora molto vago. L’unica certezza è che i palestinesi non avranno mai la sovranità e che Israele controllerà tutto il territorio.
A conti fatti l’“Accordo del secolo” è una edizione aggiornata degli accordi siglati circa 40 anni fa da Egitto e Israele a Camp David. Il premier israeliano Menachem Begin al tavolo delle trattative non andò oltre una limitata autonomia amministrativa per i palestinesi. «Crediamo di avere un piano equo, realistico e attuabile che consentirà alle persone di vivere una vita migliore – ha detto un funzionario della Casa Bianca al Washington Post – abbiamo avuto un approccio non convenzionale, basato sul fatto di non nascondersi dalla realtà e di dire la verità». Il nuovo «approccio» è solo l’applicazione di un antico teorema della destra israeliana (e non solo) secondo il quale i palestinesi non sono interessati alla libertà e alla sovranità ma sono pronti a svendere le loro rivendicazioni per un po’ di dollari e per qualche migliaia di posti di lavoro in più. Questa soluzione non sarà mai accettata dai palestinesi e neppure dai leader arabi più accomodanti. Ne sono consapevoli tutti tranne Trump, Kushner, Netanyahu e una buona parte delle forze politiche israeliane al potere.
Il piano Usa indirettamente appoggia il perpetuarsi del sistema di doppia giustizia che vige nella Cisgiordania occupata: una per i coloni israeliani e una per i palestinesi. Il centro per i diritti umani B’Tselem due giorni fa ha diffuso i risultati della sua inchiesta sull’uccisione, il 3 aprile, nei pressi di Hawara (Nablus) di Mohammad Abdel Fattah, un palestinese di 23 anni che aveva lanciato pietre contro l’auto guidata da un colono israeliano Yehoshua Sherman. Quest’ultimo, denuncia B’Tselem, ha sparato un colpo ferendo Abdel Fattah, poi si è avvicinato al palestinese che era a terra ferito e gli ha sparato ancora una volta. Un altro colono, un camionista, ha raggiunto Sherman ed ha esploso anche lui colpi contro Abdel Fattah. Secondo il centro per i diritti umani i soldati hanno disperso i passanti palestinesi, non hanno arrestato i coloni e hanno cancellato le registrazioni delle telecamere di sorveglianza. L’Esercito nega e sostiene che il palestinese avrebbe anche tentato un attacco con un coltello.
Fonte
Non è stato ancora reso noto ma già genera reazioni contrarie il piano Trump, noto come “Accordo del secolo”, che esclude lo Stato di Palestina, prepara il terreno all’annessione a Israele della Cisgiordania promessa in campagna elettorale da Benyamin Netanyahu e offre ai palestinesi solo un po’ di finanziamenti e una blanda autonomia su qualche fazzoletto di terra. Poche ore dopo l’articolo con cui due giorni fa il Washington Post ha rivelato questi punti del piano Usa – che sarà annunciato tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate – 25 personalità europee, tra cui ex ministri degli esteri, ex primi ministri e due ex segretari generali della Nato, hanno scritto una lettera aperta all’Unione europea – pubblicata dal britannico Guardian – in cui chiedono di respingere il progetto di Trump e di sostenere la creazione di uno Stato palestinese. Tra i firmatari ci sono anche Massimo D’Alema e Franco Frattini.
La soluzione dei Due Stati alla quale si appellano le 25 personalità è morta da tempo ed è sepolta sotto la colata di cemento che ha dato vita in Cisgiordania a decine di migliaia di case, strade e infrastrutture per i coloni israeliani. Tuttavia la lettera è una piccola scossa all’Europa che dosa sempre con grande cautela le rare critiche che rivolge alle politiche israeliane volte a normalizzare l’occupazione dei territori palestinesi.
Stando alle rivelazioni del Washington Post, Jared Kushner, genero di Trump e teorico del piano Usa, ai palestinesi offrirà solo un pacchetto di investimenti e l’autonomia nelle città e nelle piccole aree della Cisgiordania già ora sotto la gestione dell’Autorità nazionale palestinese. Gaza resterà isolata ma, se Hamas se ne starà buono, convinto dalle pressioni dei suoi sponsor (Qatar e Turchia), riceverà anch’essa finanziamenti. Tutto è ancora molto vago. L’unica certezza è che i palestinesi non avranno mai la sovranità e che Israele controllerà tutto il territorio.
A conti fatti l’“Accordo del secolo” è una edizione aggiornata degli accordi siglati circa 40 anni fa da Egitto e Israele a Camp David. Il premier israeliano Menachem Begin al tavolo delle trattative non andò oltre una limitata autonomia amministrativa per i palestinesi. «Crediamo di avere un piano equo, realistico e attuabile che consentirà alle persone di vivere una vita migliore – ha detto un funzionario della Casa Bianca al Washington Post – abbiamo avuto un approccio non convenzionale, basato sul fatto di non nascondersi dalla realtà e di dire la verità». Il nuovo «approccio» è solo l’applicazione di un antico teorema della destra israeliana (e non solo) secondo il quale i palestinesi non sono interessati alla libertà e alla sovranità ma sono pronti a svendere le loro rivendicazioni per un po’ di dollari e per qualche migliaia di posti di lavoro in più. Questa soluzione non sarà mai accettata dai palestinesi e neppure dai leader arabi più accomodanti. Ne sono consapevoli tutti tranne Trump, Kushner, Netanyahu e una buona parte delle forze politiche israeliane al potere.
Il piano Usa indirettamente appoggia il perpetuarsi del sistema di doppia giustizia che vige nella Cisgiordania occupata: una per i coloni israeliani e una per i palestinesi. Il centro per i diritti umani B’Tselem due giorni fa ha diffuso i risultati della sua inchiesta sull’uccisione, il 3 aprile, nei pressi di Hawara (Nablus) di Mohammad Abdel Fattah, un palestinese di 23 anni che aveva lanciato pietre contro l’auto guidata da un colono israeliano Yehoshua Sherman. Quest’ultimo, denuncia B’Tselem, ha sparato un colpo ferendo Abdel Fattah, poi si è avvicinato al palestinese che era a terra ferito e gli ha sparato ancora una volta. Un altro colono, un camionista, ha raggiunto Sherman ed ha esploso anche lui colpi contro Abdel Fattah. Secondo il centro per i diritti umani i soldati hanno disperso i passanti palestinesi, non hanno arrestato i coloni e hanno cancellato le registrazioni delle telecamere di sorveglianza. L’Esercito nega e sostiene che il palestinese avrebbe anche tentato un attacco con un coltello.
Fonte
10/08/2018
Argentina - Il Senato boccia la legalizzazione dell’aborto. Milioni di donne in piazza
Il Senato argentino ha respinto con 38 voti contro 31 il progetto di legalizzazione dell’aborto mentre nelle strade sfilava una enorme manifestazione – definita “marea verde” – che ha mobilitato milioni di persone in tutto il paese a sostegno della legalizzazione dell’aborto.
Dopo quasi 17 ore di dibattito e, mentre a milioni di donne sfidavano la pioggia esigendo la fine di aborto clandestino e i loro diritti, il Senato ha respinto la proposta di legalizzazione dell’aborto che aveva avuto l’approvazione preliminare del deputati. Fuori dal Senato era pochi gli oppositori alla legalizzazione dell’aborto, definiti come “i celesti” (come Formigoni in Italia, ndr).
Il risultato non ha suscitato troppe sorprese: il rigetto del progetto di legge ha potuto contare su 38 voti, mentre il sì su 31. Assente per gravidanza la senatrice Eugenia Catalfamo e due astensioni. La vicepresidente Gabriela Michetti, fuori dal microfono, ha definito il presidente dell’intergruppo conservatore Cambiemos, Luis Naidenoff, “stronzo”, che gli aveva chiesto di essere flessibile sui tempi degli interventi in aula.
Il senatore della regione di Salta, Rodolfo Urtubey Salteño al quale era stato chiesto di chiarire le sue dichiarazioni sugli aborti in caso di stupro, è stato definito dalla senatrice Anabel Fernandez Sagasti di possedere la “bestialità di un uomo delle caverne”. Interventi durissimi da parte dei senatori Beatriz Mirkin, Pino Solanas e Miguel Pichetto. La senatrice Gladys González, è scoppiata in lacrime.
Il dibattito sulla legalizzazione dell’aborto al Congresso argentino è durato quattro mesi. Dopo 13 anni dalla sua prima presentazione, il 14 giugno scorso, dopo 700 interventi in commissione e una maratona di 23 ore, una coalizione trasversale di deputati e deputate, sostenuta da una folla per le strade, aveva reso possibile il passaggio della discussione al Senato con un impulso sorprendente. Ma la pressione dei settori politici conservatori e religiosi era riuscita prima ad ottenere un allungamento dei tempi e poi una pioggia di emendamenti facendo passare settimane fino alla bocciatura della legge.
Nelle strade milioni di donne hanno manifestato in attesa di un risultato che sembrava irreversibile. Concludendo il suo intervento, il senatore Pichetto aveva auspicato che: “Prima o poi, in un giorno più luminoso di questo giorno grigio e di pioggia, le donne avranno la risposta di cui hanno bisogno.”
Fonte
Dopo quasi 17 ore di dibattito e, mentre a milioni di donne sfidavano la pioggia esigendo la fine di aborto clandestino e i loro diritti, il Senato ha respinto la proposta di legalizzazione dell’aborto che aveva avuto l’approvazione preliminare del deputati. Fuori dal Senato era pochi gli oppositori alla legalizzazione dell’aborto, definiti come “i celesti” (come Formigoni in Italia, ndr).
Il risultato non ha suscitato troppe sorprese: il rigetto del progetto di legge ha potuto contare su 38 voti, mentre il sì su 31. Assente per gravidanza la senatrice Eugenia Catalfamo e due astensioni. La vicepresidente Gabriela Michetti, fuori dal microfono, ha definito il presidente dell’intergruppo conservatore Cambiemos, Luis Naidenoff, “stronzo”, che gli aveva chiesto di essere flessibile sui tempi degli interventi in aula.
Il senatore della regione di Salta, Rodolfo Urtubey Salteño al quale era stato chiesto di chiarire le sue dichiarazioni sugli aborti in caso di stupro, è stato definito dalla senatrice Anabel Fernandez Sagasti di possedere la “bestialità di un uomo delle caverne”. Interventi durissimi da parte dei senatori Beatriz Mirkin, Pino Solanas e Miguel Pichetto. La senatrice Gladys González, è scoppiata in lacrime.
Il dibattito sulla legalizzazione dell’aborto al Congresso argentino è durato quattro mesi. Dopo 13 anni dalla sua prima presentazione, il 14 giugno scorso, dopo 700 interventi in commissione e una maratona di 23 ore, una coalizione trasversale di deputati e deputate, sostenuta da una folla per le strade, aveva reso possibile il passaggio della discussione al Senato con un impulso sorprendente. Ma la pressione dei settori politici conservatori e religiosi era riuscita prima ad ottenere un allungamento dei tempi e poi una pioggia di emendamenti facendo passare settimane fino alla bocciatura della legge.
Nelle strade milioni di donne hanno manifestato in attesa di un risultato che sembrava irreversibile. Concludendo il suo intervento, il senatore Pichetto aveva auspicato che: “Prima o poi, in un giorno più luminoso di questo giorno grigio e di pioggia, le donne avranno la risposta di cui hanno bisogno.”
Fonte
09/07/2018
Perchè queste ostilità dell’amministrazione Usa nei confronti del popolo palestinese?
La domanda può sembrare ingenua o sciocca a prima vista, ma penso che sia necessario porla all’amministrazione statunitense e al popolo americano, e chiedere ed ottenere una risposta. Non c’è fretta di avere la nostra risposta su questa questione, basata sul nostro sistema culturale e ideologico e sulla nostra storia: vogliamo ottenere una risposta direttamente dal governo degli Stati Uniti, dalle élite della società, e dal popolo americano, perché queste ostilità vengono praticate nel suo nome dalla sua amministrazione e dalle sue istituzioni. Dobbiamo lasciare a loro il lavoro di ricerca di una risposta convincente, che trovi una giustificazione a queste posizioni aggressive nei confronti del popolo palestinese e delle sue legittime aspirazioni nazionali.
Ci sono 193 Stati distribuiti nei cinque contenenti: quale danno verrebbe al mondo, ed in particolare agli USA, se diventassero 194? Perché gli USA continuano a negare al popolo palestinese il diritto ad avere un suo Stato come tutti i popoli di questa terra, che hanno fondato Stati e sono divenuti membri dell’Onu?
Il nascente Stato palestinese costituirà una minaccia per la nazione americana e i suoi interessi? Ne dubito, perché un piccolo Stato, come sarebbe lo Stato di Palestina se nascesse, non potrebbe rappresentare nessuna minaccia a fronte di una grande potenza come gli Stati Uniti, né in campo economico né in materia di sicurezza, e non ne nascerebbe alcuna forma di pericolo che possa giustificare questa palese aggressività dell’amministrazione degli Stati Uniti e spingerla fra le braccia di un progetto coloniale (come l’entità sionista) contrario a tutti i valori umani contemporanei, in particolare ai valori sostenuti appunto dalla nazione americana e dalle sue amministrazioni.
Continuerò a porre questa stupida e ingenua domanda perché l’inimicizia degli USA verso il popolo palestinese e verso le sue aspirazioni di libertà e indipendenza fa sì che il conflitto arabo/palestinese-israeliano permanga, continui e si aggravi; perché essa garantisce una rete di sicurezza dell’entità usurpatrice; perché le permette di continuare la sua aggressione contro il popolo palestinese, che dimostra giorno dopo giorno il suo impegno per il diritto a vivere in pace e sicurezza nella sua patria, la Palestina, e non altrove.
Le amministrazioni americane non imparano dalle loro esperienze pregresse, che sono costate ai popoli del mondo milioni di vittime e centinaia di migliaia di vittime agli americani stessi, oltre che miliardi di dollari ai contribuenti americani; da questi conflitti, gli USA sono usciti sconfitti, e hanno prevalso le realtà storiche e sociali dei popoli aggrediti. Ne troviamo conferma nelle vicende storiche dell’Indocina, del Vietnam, delle due Coree, di Cambogia, Sud Africa e America Latina, dove gli Stati Uniti sono stati coinvolti nelle guerre più sanguinose della seconda metà del ventesimo secolo: il Vietnam, la Cambogia hanno vinto, e hanno trionfato le realtà storiche, sociali e culturali dei popoli aggrediti contro l’aggressività degli Stati Uniti, che ha causato milioni di vite umane e devastante distruzione di quei paesi.
Le esperienze dei popoli e la storia dei conflitti tra potenze coloniali dà una sola risposta: è inevitabile la vittoria dei popoli su colonizzatori e occupanti, e il tramonto del colonialismo è senza ritorno. Tutti i popoli che hanno combattuto per la libertà e l’indipendenza, dall’Algeria al Vietnam, dal Laos al Sud Africa ed altri popoli che hanno combattuto le guerre di liberazione nazionale in diverse forme e metodi, hanno vinto.
Davvero gli Stati Uniti intendono continuare a inimicarsi il popolo palestinese, attraverso l’alleanza organica con Israele e la piena adozione del progetto coloniale sionista? Un progetto che persegue l’aggressione contro il popolo palestinese, fino a causare milioni di vittime e devastazione e distruzione in tutta la regione? Per raggiungere poi l’inevitabile conclusione che non v’è alcuna giustificazione a questa ostilità, che le posizioni e le politiche adottate e praticate dagli USA sono sbagliate e che non hanno nessun ritorno utile agli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Anche il popolo palestinese è in grado di resistere e vincere sui suoi nemici, compresi gli Stati Uniti, a dispetto della loro aggressività nei confronti del popolo palestinese, dell’alleanza assoluta con il progetto coloniale sionista (come si è evidenziato dalle idee trapelate dal cosiddetto piano Trump), e delle posizioni e decisioni messe in atto dall’amministrazione degli Stati Uniti a scapito dei diritti del popolo palestinese.
Il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, il blocco dei fondi UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees), non ultimo il taglio dei fondi all’Autorità Nazionale Palestinese, e l’utilizzo del veto al Consiglio di sicurezza dell’ONU ogni volta che viene presentata una risoluzione di condanna nei confronti di Israele: tutto ciò, insieme al ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano, ha isolato gli USA dalla comunità internazionale, e di conseguenza anche dal processo di pace in Medio Oriente, dopo un’egemonia durata più di venticinque anni, durante i quali le diverse amministrazioni americane (con le dovute differenze) hanno preso parte a favore dell’occupazione israeliana, contro il popolo palestinese e il diritto internazionale.
Rifaccio la domanda stupida e ingenua: davvero i Palestinesi sono così pericolosi da meritare tutta questa ostilità americana e non solo? L’amministrazione Trump è in grado di dare una risposta agli americani in primis e poi al resto del mondo?
Fonte
Ci sono 193 Stati distribuiti nei cinque contenenti: quale danno verrebbe al mondo, ed in particolare agli USA, se diventassero 194? Perché gli USA continuano a negare al popolo palestinese il diritto ad avere un suo Stato come tutti i popoli di questa terra, che hanno fondato Stati e sono divenuti membri dell’Onu?
Il nascente Stato palestinese costituirà una minaccia per la nazione americana e i suoi interessi? Ne dubito, perché un piccolo Stato, come sarebbe lo Stato di Palestina se nascesse, non potrebbe rappresentare nessuna minaccia a fronte di una grande potenza come gli Stati Uniti, né in campo economico né in materia di sicurezza, e non ne nascerebbe alcuna forma di pericolo che possa giustificare questa palese aggressività dell’amministrazione degli Stati Uniti e spingerla fra le braccia di un progetto coloniale (come l’entità sionista) contrario a tutti i valori umani contemporanei, in particolare ai valori sostenuti appunto dalla nazione americana e dalle sue amministrazioni.
Continuerò a porre questa stupida e ingenua domanda perché l’inimicizia degli USA verso il popolo palestinese e verso le sue aspirazioni di libertà e indipendenza fa sì che il conflitto arabo/palestinese-israeliano permanga, continui e si aggravi; perché essa garantisce una rete di sicurezza dell’entità usurpatrice; perché le permette di continuare la sua aggressione contro il popolo palestinese, che dimostra giorno dopo giorno il suo impegno per il diritto a vivere in pace e sicurezza nella sua patria, la Palestina, e non altrove.
Le amministrazioni americane non imparano dalle loro esperienze pregresse, che sono costate ai popoli del mondo milioni di vittime e centinaia di migliaia di vittime agli americani stessi, oltre che miliardi di dollari ai contribuenti americani; da questi conflitti, gli USA sono usciti sconfitti, e hanno prevalso le realtà storiche e sociali dei popoli aggrediti. Ne troviamo conferma nelle vicende storiche dell’Indocina, del Vietnam, delle due Coree, di Cambogia, Sud Africa e America Latina, dove gli Stati Uniti sono stati coinvolti nelle guerre più sanguinose della seconda metà del ventesimo secolo: il Vietnam, la Cambogia hanno vinto, e hanno trionfato le realtà storiche, sociali e culturali dei popoli aggrediti contro l’aggressività degli Stati Uniti, che ha causato milioni di vite umane e devastante distruzione di quei paesi.
Le esperienze dei popoli e la storia dei conflitti tra potenze coloniali dà una sola risposta: è inevitabile la vittoria dei popoli su colonizzatori e occupanti, e il tramonto del colonialismo è senza ritorno. Tutti i popoli che hanno combattuto per la libertà e l’indipendenza, dall’Algeria al Vietnam, dal Laos al Sud Africa ed altri popoli che hanno combattuto le guerre di liberazione nazionale in diverse forme e metodi, hanno vinto.
Davvero gli Stati Uniti intendono continuare a inimicarsi il popolo palestinese, attraverso l’alleanza organica con Israele e la piena adozione del progetto coloniale sionista? Un progetto che persegue l’aggressione contro il popolo palestinese, fino a causare milioni di vittime e devastazione e distruzione in tutta la regione? Per raggiungere poi l’inevitabile conclusione che non v’è alcuna giustificazione a questa ostilità, che le posizioni e le politiche adottate e praticate dagli USA sono sbagliate e che non hanno nessun ritorno utile agli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Anche il popolo palestinese è in grado di resistere e vincere sui suoi nemici, compresi gli Stati Uniti, a dispetto della loro aggressività nei confronti del popolo palestinese, dell’alleanza assoluta con il progetto coloniale sionista (come si è evidenziato dalle idee trapelate dal cosiddetto piano Trump), e delle posizioni e decisioni messe in atto dall’amministrazione degli Stati Uniti a scapito dei diritti del popolo palestinese.
Il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, il blocco dei fondi UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees), non ultimo il taglio dei fondi all’Autorità Nazionale Palestinese, e l’utilizzo del veto al Consiglio di sicurezza dell’ONU ogni volta che viene presentata una risoluzione di condanna nei confronti di Israele: tutto ciò, insieme al ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano, ha isolato gli USA dalla comunità internazionale, e di conseguenza anche dal processo di pace in Medio Oriente, dopo un’egemonia durata più di venticinque anni, durante i quali le diverse amministrazioni americane (con le dovute differenze) hanno preso parte a favore dell’occupazione israeliana, contro il popolo palestinese e il diritto internazionale.
Rifaccio la domanda stupida e ingenua: davvero i Palestinesi sono così pericolosi da meritare tutta questa ostilità americana e non solo? L’amministrazione Trump è in grado di dare una risposta agli americani in primis e poi al resto del mondo?
Fonte
23/03/2018
Kurdistan - Il Newroz è per Afrin
di Chiara Cruciati – il Manifesto
Sono saliti in cima alla montagna di Akre con il buio. Hanno acceso il grande fuoco del Newroz, le fiaccole hanno illuminato il capodanno curdo. Venticinquemila persone hanno partecipato la notte tra il 20 e il 21 marzo ai festeggiamenti nella comunità considerata la «capitale» del Newroz, nel Kurdistan iracheno.
A VALLE, OLTRE IL CONFINE tra Siria e Iraq disegnato cento anni fa dall’accordo segreto di Sykes-Picot, centinaia di migliaia di curdi trascorrevano la festa simbolo della liberazione dalla tirannia da sfollati, lontani dalle loro case di Afrin. Non è il primo Newroz che il Kurdistan trascorre immerso in una tragedia di popolo, nazionale.
La caduta del cantone curdo-siriano in mano alle truppe turche e all’Esercito libero siriano è stata al centro delle celebrazioni, degli slogan gridati a Diyarbakir, Cizre, Erbil, Kirkuk. Qui, a sei mesi dalla presa della città da parte del governo centrale di Baghdad, tantissime bandiere del Kurdistan hanno attraversato la cittadella, la qala, per la prima volta dalla sostituzione degli amministratori curdi, a ottobre.
A Suleymaniya, le autorità locali hanno indetto tre giorni di lutto in solidarietà con Afrin, nessuna festa pubblica. Ma per le strade il nome del cantone ha risuonato: «Viva la resistenza di Afrin», hanno gridato decine di manifestanti.
DOPOTUTTO È LO STESSO Kurdistan siriano a voler comunque festeggiare: a Qamishli decine di migliaia di persone hanno acceso il fuoco del Newroz incitando alla resistenza, cuore dell’immaginario della primavera curda, il capodanno, la rinascita.
Che affonda le radici nel 612 avanti Cristo e nella leggendaria figura del fabbro Kawa, tirannicida e liberatore del popolo dei medi, antenato di quello curdo. Tra i due fiumi, il Tigri e l’Eufrate, un castello dalle mura alte e cupe si staglia sui monti Zagros, residenza di Dehak, re degli assiri, oppressore, infanticida e devastatore delle ricchezze dei campi, della flora e della fauna.
UN DOLORE COLLETTIVO, condiviso dall’intero popolo e da Kawa che tra le mani di Dehak ha perso sedici figli, uccisi per soddisfare la fame del diabolico re. Fino alla ribellione: il fabbro, per salvare l’ultima figlia, con un trucco offre al tiranno il cervello di una pecora. Gli altri abitanti fanno lo stesso, mentre i ragazzi fuggono sulle montagne. Da uomini liberi si organizzano in un esercito. Marciano sul castello, alle loro fila si aggiungono migliaia di persone. In testa c’è Kawa: entra nel castello e con il suo martello uccide re Dehak.
Sale sulla vetta della montagna e annuncia alla Mesopotamia la libertà. E con la libertà torna la primavera: il sole, le aquile, i cavalli, i frutti della terra. È il 21 marzo, equinozio di primavera e nuovo anno.
Non è un caso che quella tradizione identitaria sia stata il primo target dell’invasione del cantone curdo-siriano: non appena entrati nel centro di Afrin, i miliziani dell’Els e i soldati turchi hanno sparato contro la statua di Kawa, l’hanno avvolta con le funi e l’hanno abbattuta con un trattore.
Un atto profondamente simbolico che va di pari passo con i bombardamenti che negli ultimi due mesi hanno preso di mira siti archeologici curdi nel nord della Siria e con i raid che, tra il 2015 e il 2016, hanno devastato il patrimonio archeologico curdo nel sud-est turco.
SUR, LA CITTÀ VECCHIA di Diyarbakir (considerata dal popolo curdo capitale politica e culturale), comunità con sette millenni di vita, ha subito più di altre il passaggio dell’esercito turco: 1.519 edifici del tutto distrutti, 500 parzialmente demoliti. Una perdita enorme che si riproduce: la cancellazione dell’identità curda oggi passa per una ricostruzione di Stato, gentrificazione politica più che economica che impedisce il ritorno di decine di migliaia di sfollati a Sur.
Anche qui ieri si è celebrato il Newroz, come ogni anno. E come ogni anno le autorità centrali hanno provato a soffocarlo: oltre 50 persone sono state arrestate mentre raggiungevano Diyarbakir, tra loro due giornalisti. Ankara ha dispiegato in tutto il sud-est migliaia di soldati e poliziotti e compiuto arresti di massa in previsione delle celebrazioni: oltre 100 persone sono state detenute con l’accusa di voler organizzare «manifestazioni pirata».
Ma le piazze si sono riempite comunque, a Van, Urfa, Cizre, Nusaybin, Mardin, Istanbul, Ankara. Ovunque a sventolare, aperta sfida al governo e al presidente Erdogan, erano bandiere del Kurdistan unito e a risuonare slogan di solidarietà con Afrin e il Pkk.
«IL NEWROZ è la resistenza contro l’oppressione – ha detto Ziya Pir, parlamentare Hdp – Il fuoco del Newroz è la ribellione contro quello che i nemici del popolo curdo hanno fatto ad Afrin». Nel 2018 come nel 612 prima di Gesù Cristo.
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Sono saliti in cima alla montagna di Akre con il buio. Hanno acceso il grande fuoco del Newroz, le fiaccole hanno illuminato il capodanno curdo. Venticinquemila persone hanno partecipato la notte tra il 20 e il 21 marzo ai festeggiamenti nella comunità considerata la «capitale» del Newroz, nel Kurdistan iracheno.
A VALLE, OLTRE IL CONFINE tra Siria e Iraq disegnato cento anni fa dall’accordo segreto di Sykes-Picot, centinaia di migliaia di curdi trascorrevano la festa simbolo della liberazione dalla tirannia da sfollati, lontani dalle loro case di Afrin. Non è il primo Newroz che il Kurdistan trascorre immerso in una tragedia di popolo, nazionale.
La caduta del cantone curdo-siriano in mano alle truppe turche e all’Esercito libero siriano è stata al centro delle celebrazioni, degli slogan gridati a Diyarbakir, Cizre, Erbil, Kirkuk. Qui, a sei mesi dalla presa della città da parte del governo centrale di Baghdad, tantissime bandiere del Kurdistan hanno attraversato la cittadella, la qala, per la prima volta dalla sostituzione degli amministratori curdi, a ottobre.
A Suleymaniya, le autorità locali hanno indetto tre giorni di lutto in solidarietà con Afrin, nessuna festa pubblica. Ma per le strade il nome del cantone ha risuonato: «Viva la resistenza di Afrin», hanno gridato decine di manifestanti.
DOPOTUTTO È LO STESSO Kurdistan siriano a voler comunque festeggiare: a Qamishli decine di migliaia di persone hanno acceso il fuoco del Newroz incitando alla resistenza, cuore dell’immaginario della primavera curda, il capodanno, la rinascita.
Che affonda le radici nel 612 avanti Cristo e nella leggendaria figura del fabbro Kawa, tirannicida e liberatore del popolo dei medi, antenato di quello curdo. Tra i due fiumi, il Tigri e l’Eufrate, un castello dalle mura alte e cupe si staglia sui monti Zagros, residenza di Dehak, re degli assiri, oppressore, infanticida e devastatore delle ricchezze dei campi, della flora e della fauna.
UN DOLORE COLLETTIVO, condiviso dall’intero popolo e da Kawa che tra le mani di Dehak ha perso sedici figli, uccisi per soddisfare la fame del diabolico re. Fino alla ribellione: il fabbro, per salvare l’ultima figlia, con un trucco offre al tiranno il cervello di una pecora. Gli altri abitanti fanno lo stesso, mentre i ragazzi fuggono sulle montagne. Da uomini liberi si organizzano in un esercito. Marciano sul castello, alle loro fila si aggiungono migliaia di persone. In testa c’è Kawa: entra nel castello e con il suo martello uccide re Dehak.
Sale sulla vetta della montagna e annuncia alla Mesopotamia la libertà. E con la libertà torna la primavera: il sole, le aquile, i cavalli, i frutti della terra. È il 21 marzo, equinozio di primavera e nuovo anno.
Non è un caso che quella tradizione identitaria sia stata il primo target dell’invasione del cantone curdo-siriano: non appena entrati nel centro di Afrin, i miliziani dell’Els e i soldati turchi hanno sparato contro la statua di Kawa, l’hanno avvolta con le funi e l’hanno abbattuta con un trattore.
Un atto profondamente simbolico che va di pari passo con i bombardamenti che negli ultimi due mesi hanno preso di mira siti archeologici curdi nel nord della Siria e con i raid che, tra il 2015 e il 2016, hanno devastato il patrimonio archeologico curdo nel sud-est turco.
SUR, LA CITTÀ VECCHIA di Diyarbakir (considerata dal popolo curdo capitale politica e culturale), comunità con sette millenni di vita, ha subito più di altre il passaggio dell’esercito turco: 1.519 edifici del tutto distrutti, 500 parzialmente demoliti. Una perdita enorme che si riproduce: la cancellazione dell’identità curda oggi passa per una ricostruzione di Stato, gentrificazione politica più che economica che impedisce il ritorno di decine di migliaia di sfollati a Sur.
Anche qui ieri si è celebrato il Newroz, come ogni anno. E come ogni anno le autorità centrali hanno provato a soffocarlo: oltre 50 persone sono state arrestate mentre raggiungevano Diyarbakir, tra loro due giornalisti. Ankara ha dispiegato in tutto il sud-est migliaia di soldati e poliziotti e compiuto arresti di massa in previsione delle celebrazioni: oltre 100 persone sono state detenute con l’accusa di voler organizzare «manifestazioni pirata».
Ma le piazze si sono riempite comunque, a Van, Urfa, Cizre, Nusaybin, Mardin, Istanbul, Ankara. Ovunque a sventolare, aperta sfida al governo e al presidente Erdogan, erano bandiere del Kurdistan unito e a risuonare slogan di solidarietà con Afrin e il Pkk.
«IL NEWROZ è la resistenza contro l’oppressione – ha detto Ziya Pir, parlamentare Hdp – Il fuoco del Newroz è la ribellione contro quello che i nemici del popolo curdo hanno fatto ad Afrin». Nel 2018 come nel 612 prima di Gesù Cristo.
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04/01/2018
I comunisti, l’Unione Europea e l’autodeterminazione dei popoli
L’esplosione della vicenda catalana ha dimostrato quanto, nell’Unione Europea del XXI secolo, la questione nazionale sia ancora vigente e prioritaria, smentendo quei profeti che, superficialmente, preconizzavano il tramonto degli stati nazionali in epoca di “globalizzazione”.
La lotta per l’autodeterminazione, di nuovo, rappresenta in vari territori dell’Europa un formidabile motore di mobilitazione popolare e costituisce uno strumento attraverso il quale alcune classi sociali – in particolare la piccola borghesia e le classi subalterne colpite da anni di austerity – manifestano un disagio e un desiderio di rottura nei confronti dell’attuale assetto istituzionale dominato dallo svuotamento della democrazia formale a favore di una governance ordoliberista gestita da istituzioni sovranazionali che non prevedono la legittimazione e il consenso popolare.
In generale si può affermare che, se il processo d’integrazione ha svuotato di sovranità i governi e le istituzioni nazionali, espropriate a vantaggio delle istituzioni comunitarie (formali e informali), nel continente è in corso un processo di ricentralizzazione che accentua il carattere autoritario e reazionario degli stati amplificandone le funzioni coercitive e di controllo, sia nei confronti di eventuali ribellioni di natura sociale sia di qualunque altra contraddizione possa mettere a rischio una stabilità interna indispensabile a consentire al polo imperialista europeo di reggere una competizione internazionale sempre più feroce.
La vicenda catalana ha messo, finora, in evidenza la rigidità di una Unione Europea che di fronte al manifestarsi di un conflitto nazionale al suo interno non sa e non può fare altro che sostenere incondizionatamente lo Stato-Nazione di riferimento.
La questione nazionale si pone oggi, nel continente europeo, sia a partire dal recupero della sovranità popolare in quegli stati che fanno parte dell’Unione Europea e che ne sono stati espropriati, come i Pigs, o che pur non facendone parte sono già ingabbiati all’interno del suo spazio economico e normativo – si veda la sponda sud del Mediterraneo – sia in relazione al diritto all’autodeterminazione delle nazioni senza stato che invece proprio negli Stati trovano un muro, una barriera invalicabile sostenuta dall’Unione Europea e dalle sue istituzioni.
Non può sfuggire che uno dei momenti fondativi, costitutivi dell’Unione Europea è stata la disgregazione violenta della Jugoslavia da parte di una Germania che ha soffiato sul fuoco dei nazionalismi pur di assorbire nella sua orbita alcuni territori a spese dell’ex stato federale. Ma quel principio di autodeterminazione della Croazia, della Slovenia e della Bosnia, difeso manu militari dalla costituenda Unione Europea – oltre che dagli Stati Uniti – non è ora riconosciuto da Bruxelles ai catalani mentre rispetto agli scozzesi si dimostra una certa tolleranza dopo la Brexit decisa da Londra.
D’altra parte, l’UE non ha esitato, pur di allargare fino a Kiev la sua area di influenza, a sostenere un golpe reazionario e a sdoganare i fascisti e i neonazisti ucraini appoggiando al contempo una criminale guerra contro le popolazioni russe dell’est del paese il cui il diritto all’autodeterminazione, di nuovo, Bruxelles non vuole riconoscere. In Palestina intanto l’occupazione israeliana si fa ancora più feroce grazie anche alla complicità di un’amministrazione Trump che provocatoriamente ha deciso di riconoscere Gerusalemme come capitale del cosiddetto ‘Stato Ebraico’.
I comunisti hanno, nel corso della loro storia, affrontato la questione nazionale in diversi modi, attraverso diverse chiavi di lettura, a seconda delle epoche, dei contesti, delle necessità concrete del momento. Non si può quindi affermare che esista, all’interno del movimento comunista, un’unica chiave di lettura su questo tema. Ci dobbiamo quindi affidare dall’analisi concreta della situazione concreta, forti dell’analisi e dell’esperienza storica di quei leader e di quei movimenti, in particolare Lenin, che con il diritto delle nazioni all’autodeterminazione si confrontarono direttamente all’interno di un contesto rivoluzionario.
Su questi temi invitiamo tutti a confrontarsi in un incontro previsto a Roma il prossimo 13 gennaio.
Nei prossimi giorni, inoltre, il nuovo numero della rivista Contropiano conterrà un documento della Rete dei Comunisti sull’analisi di fase a livello internazionale ed un altro contributo che ricostruisce l’evoluzione del pensiero di Lenin proprio sulla Questione Nazionale.
Fonte
La lotta per l’autodeterminazione, di nuovo, rappresenta in vari territori dell’Europa un formidabile motore di mobilitazione popolare e costituisce uno strumento attraverso il quale alcune classi sociali – in particolare la piccola borghesia e le classi subalterne colpite da anni di austerity – manifestano un disagio e un desiderio di rottura nei confronti dell’attuale assetto istituzionale dominato dallo svuotamento della democrazia formale a favore di una governance ordoliberista gestita da istituzioni sovranazionali che non prevedono la legittimazione e il consenso popolare.
In generale si può affermare che, se il processo d’integrazione ha svuotato di sovranità i governi e le istituzioni nazionali, espropriate a vantaggio delle istituzioni comunitarie (formali e informali), nel continente è in corso un processo di ricentralizzazione che accentua il carattere autoritario e reazionario degli stati amplificandone le funzioni coercitive e di controllo, sia nei confronti di eventuali ribellioni di natura sociale sia di qualunque altra contraddizione possa mettere a rischio una stabilità interna indispensabile a consentire al polo imperialista europeo di reggere una competizione internazionale sempre più feroce.
La vicenda catalana ha messo, finora, in evidenza la rigidità di una Unione Europea che di fronte al manifestarsi di un conflitto nazionale al suo interno non sa e non può fare altro che sostenere incondizionatamente lo Stato-Nazione di riferimento.
La questione nazionale si pone oggi, nel continente europeo, sia a partire dal recupero della sovranità popolare in quegli stati che fanno parte dell’Unione Europea e che ne sono stati espropriati, come i Pigs, o che pur non facendone parte sono già ingabbiati all’interno del suo spazio economico e normativo – si veda la sponda sud del Mediterraneo – sia in relazione al diritto all’autodeterminazione delle nazioni senza stato che invece proprio negli Stati trovano un muro, una barriera invalicabile sostenuta dall’Unione Europea e dalle sue istituzioni.
Non può sfuggire che uno dei momenti fondativi, costitutivi dell’Unione Europea è stata la disgregazione violenta della Jugoslavia da parte di una Germania che ha soffiato sul fuoco dei nazionalismi pur di assorbire nella sua orbita alcuni territori a spese dell’ex stato federale. Ma quel principio di autodeterminazione della Croazia, della Slovenia e della Bosnia, difeso manu militari dalla costituenda Unione Europea – oltre che dagli Stati Uniti – non è ora riconosciuto da Bruxelles ai catalani mentre rispetto agli scozzesi si dimostra una certa tolleranza dopo la Brexit decisa da Londra.
D’altra parte, l’UE non ha esitato, pur di allargare fino a Kiev la sua area di influenza, a sostenere un golpe reazionario e a sdoganare i fascisti e i neonazisti ucraini appoggiando al contempo una criminale guerra contro le popolazioni russe dell’est del paese il cui il diritto all’autodeterminazione, di nuovo, Bruxelles non vuole riconoscere. In Palestina intanto l’occupazione israeliana si fa ancora più feroce grazie anche alla complicità di un’amministrazione Trump che provocatoriamente ha deciso di riconoscere Gerusalemme come capitale del cosiddetto ‘Stato Ebraico’.
I comunisti hanno, nel corso della loro storia, affrontato la questione nazionale in diversi modi, attraverso diverse chiavi di lettura, a seconda delle epoche, dei contesti, delle necessità concrete del momento. Non si può quindi affermare che esista, all’interno del movimento comunista, un’unica chiave di lettura su questo tema. Ci dobbiamo quindi affidare dall’analisi concreta della situazione concreta, forti dell’analisi e dell’esperienza storica di quei leader e di quei movimenti, in particolare Lenin, che con il diritto delle nazioni all’autodeterminazione si confrontarono direttamente all’interno di un contesto rivoluzionario.
Su questi temi invitiamo tutti a confrontarsi in un incontro previsto a Roma il prossimo 13 gennaio.
Nei prossimi giorni, inoltre, il nuovo numero della rivista Contropiano conterrà un documento della Rete dei Comunisti sull’analisi di fase a livello internazionale ed un altro contributo che ricostruisce l’evoluzione del pensiero di Lenin proprio sulla Questione Nazionale.
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14/11/2017
Non una di meno. La marea sta tornando, non si fermerà. 25 novembre in piazza
Siamo tornate a riempire le piazze di oltre 30 città in Italia, in migliaia in corteo a Roma e a Milano per reagire e dire basta alla violenza sui nostri corpi. Nella giornata mondiale internazionale per l’aborto libero e sicuro ci siamo riprese lo spazio pubblico per denunciare quel che le donne vivono sul piano della salute sessuale e riproduttiva.
Al non riconoscimento de facto della legge 194, con una media del 70% di ginecologi obiettori sul territorio nazionale, si accompagnano le violenze perpetrate nei reparti di ginecologia e maternità, dove le donne e le persone intersessuali subiscono l’abbandono, la disinformazione, l’umiliazione e procedure mediche coercitive.
Respingiamo i consigli paternalisti di chi ci vorrebbe rassegnate al nostro destino di angeli del focolare, fragili ancelle di una società misogina e patriarcale. Rifiutiamo con forza la retorica vittimista, funzionale soltanto al nostro addomesticamento, alla nostra marginalizzazione nel discorso e nello spazio pubblici, nei rapporti sociali. Ai femminicidi, alle violenze, agli stupri, non corrispondono una presa di coscienza e delle azioni di contrasto adeguate da parte delle istituzioni e della società tutta che, anzi, continuano a utilizzare retoriche volte a colpevolizzare le donne. Dai giornali, ai tribunali, agli ospedali le nostre vite sono passate al setaccio e giudicate, la nostra autonomia offesa e ostacolata.
Abbiamo riaffermato la centralità della libertà di scelta sui nostri corpi e desideri, rifiutando qualsiasi norma che tenti di imbrigliare le nostre forme di vita e soggettività favolose e smascherando l’inganno di politiche autoritarie e razziste che, in nostro nome, strumentalizzano la violenza di genere, proponendosi come la (falsa) soluzione a un fenomeno che da tempo definiamo strutturale.
Abbiamo riempito le piazze non solo con un’utopia, ma con tutta la nostra concretissima realtà: quella dei centri anti-violenza, degli sportelli autogestiti, delle consultorie transfemministe queer, delle studentesse e delle insegnanti, delle precarie, delle migranti, di tutt* coloro che quotidianamente lottano contro ogni forma di violenza e subordinazione, di sessismo e di razzismo.
Nuovamente al grido di Non Una Di Meno ci siamo rimesse in cammino: un percorso che fin dalla prima assemblea nazionale ha avuto la capacità di mettere insieme l’ampiezza e la complessità dei femminismi, delle esperienze di lotta, di riappropriazione, autogestione e mutuo soccorso delle donne nel nostro Paese. Abbiamo scioperato l’8 marzo insieme alle donne di oltre 60 paesi nel mondo, dal lavoro produttivo e riproduttivo, rifiutando le politiche globali di sfruttamento e il nuovo impoverimento che colpiscono in primo luogo le donne.
Il 25 novembre torneremo a essere marea nella giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne, riempendo ancora le strade con la ricchezza, la complicità, la solidarietà dei nostri corpi, la potenza dei nostri desideri e delle nostre rivendicazioni.
Siamo marea, stiamo tornando a inondare le strade!
Fonte
Al non riconoscimento de facto della legge 194, con una media del 70% di ginecologi obiettori sul territorio nazionale, si accompagnano le violenze perpetrate nei reparti di ginecologia e maternità, dove le donne e le persone intersessuali subiscono l’abbandono, la disinformazione, l’umiliazione e procedure mediche coercitive.
Respingiamo i consigli paternalisti di chi ci vorrebbe rassegnate al nostro destino di angeli del focolare, fragili ancelle di una società misogina e patriarcale. Rifiutiamo con forza la retorica vittimista, funzionale soltanto al nostro addomesticamento, alla nostra marginalizzazione nel discorso e nello spazio pubblici, nei rapporti sociali. Ai femminicidi, alle violenze, agli stupri, non corrispondono una presa di coscienza e delle azioni di contrasto adeguate da parte delle istituzioni e della società tutta che, anzi, continuano a utilizzare retoriche volte a colpevolizzare le donne. Dai giornali, ai tribunali, agli ospedali le nostre vite sono passate al setaccio e giudicate, la nostra autonomia offesa e ostacolata.
Abbiamo riaffermato la centralità della libertà di scelta sui nostri corpi e desideri, rifiutando qualsiasi norma che tenti di imbrigliare le nostre forme di vita e soggettività favolose e smascherando l’inganno di politiche autoritarie e razziste che, in nostro nome, strumentalizzano la violenza di genere, proponendosi come la (falsa) soluzione a un fenomeno che da tempo definiamo strutturale.
Abbiamo riempito le piazze non solo con un’utopia, ma con tutta la nostra concretissima realtà: quella dei centri anti-violenza, degli sportelli autogestiti, delle consultorie transfemministe queer, delle studentesse e delle insegnanti, delle precarie, delle migranti, di tutt* coloro che quotidianamente lottano contro ogni forma di violenza e subordinazione, di sessismo e di razzismo.
Nuovamente al grido di Non Una Di Meno ci siamo rimesse in cammino: un percorso che fin dalla prima assemblea nazionale ha avuto la capacità di mettere insieme l’ampiezza e la complessità dei femminismi, delle esperienze di lotta, di riappropriazione, autogestione e mutuo soccorso delle donne nel nostro Paese. Abbiamo scioperato l’8 marzo insieme alle donne di oltre 60 paesi nel mondo, dal lavoro produttivo e riproduttivo, rifiutando le politiche globali di sfruttamento e il nuovo impoverimento che colpiscono in primo luogo le donne.
Il 25 novembre torneremo a essere marea nella giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne, riempendo ancora le strade con la ricchezza, la complicità, la solidarietà dei nostri corpi, la potenza dei nostri desideri e delle nostre rivendicazioni.
Siamo marea, stiamo tornando a inondare le strade!
Fonte
10/11/2017
“La questione catalana nel 2017 non è più questione di nazionalismo”
L’ho già scritto altre volte, ma siccome su Facebook noto che l’informazione sulla questione catalana in Italia è praticamente nulla, e siccome ogni volta che la leggo mi incazzo seriamente a sentire la storiella dei ricchi catalani che vogliono tenersi i loro soldi, ripeto qui per l’ennesima volta in lungo e largo: la questione catalana non è una questione nazionalista, non oggi, nel 2017.
La Catalogna ha davvero quasi il 20% del PIL spagnolo, nel senso che lo produce, ma tutti i ricavati delle tasse vengono mandati a Madrid, perché il PP di Rajoy ha di fatto sospeso l’autonomia dal 2006, quando ha bloccato una riforma costituzionale che doveva dare maggiore autonomia alle regioni. Il governo centrale non ridistribuisce questi soldi in base ad un criterio generale uguale per tutte le regioni, ma secondo chi piace a Rayoj e ai suoi accoliti, figli e nipoti di Franco, e chi no.
E siccome la Catalogna da qualche anno i soldi li vuol spendere per limitare i disastri sociali provocati dalla politica di “austerità”, chiamiamola così, alla Catalogna non arrivano quasi più soldi da Madrid, nonostante sia la regione con il Pil maggiore della Spagna.
Oltre ai soldi c’è un problema di leggi: tra le leggi che il governo catalano aveva fatto c’era uno stop degli sfratti, che hanno colpito masse di popolazione grazie alla speculazione, a contratti truffaldini appioppati dalle banche a cittadini ignari e a leggi assurde fatte dal PP in favore di costruttori e banche. Bene, questa legge del parlamento catalano come altre leggi sociali è stata annullata dal governo centrale del PP. Col risultato che nella regione che ha il maggior PIL di tutta la Spagna ci sono masse di senzatetto. Gente che lavora, che ha sempre lavorato, che è stata con figli e nonni, semplicemente truffata dalle banche. Protette dal PP. Voi non v’incazzereste?
Chi produce la ricchezza di un paese o di un’impresa non s’incazza se il ricavato gli viene totalmente tolto? Il movimento operaio da cosa partiva se non dalla consapevolezza che la ricchezza prodotta dall’operaio gli veniva tolta totalmente o quasi?
Lo scoppio della bolla immobiliare in Spagna ha fatto finire sulla strada milioni di persone.
Dopodiché è nato il movimento delle PAH, Piattaforma delle vittime dell’ipoteca, che fa una vera e seria e ben organizzata resistenza alle banche costringendole – con occupazioni di case e azioni plateali come la visita in massa delle filiali delle banche in accompagnamento di persone che dovrebbero essere sfrattate o lo sono state – a trattare, a non sfrattare la gente o a dare gli appartamenti vuoti a un affitto sociale a chi è già sulla strada.
Una delle fondatrici di questo movimento è Ada Colau, oggi sindaco di Barcelona.
A qualcuno squillano i campanelli nelle orecchie?
Ada Colau ha scritto un libro fenomenale sulle ragioni della bolla immobiliare, su come i cittadini sono stati presi per i fondelli da una politica che rendeva impossibile l’affitto delle case e costringeva anche chi non se lo poteva permettere a comprare casa con contratti di mutuo nei quali la truffa non si vedeva ma c’era ed era enorme.
Ada Colau non ha spinto, ha anzi cercato di frenare il movimento verso l’indipendenza, perché si rendeva e si rende conto che si andava a sbattere la testa contro il muro e le armi di una masnada di fascisti. Ma la richiesta d’indipendenza in Catalogna è nata dalla constatazione che una politica autonoma, anche una politica sociale autonoma, con il governo del PP, che gli spagnoli hanno confermato nonostante abbia applicato la politica di austerità nel modo peggiore per la maggior parte della popolazione, che una politica diversa con questi al potere non è possibile. Che tra l’altro, essendo i diretti eredi di Franco, pretendono “obediencia”. E in tutti questi anni hanno rimarcato la pretesa di obediencia con attacchi spaventosi ai manifestanti contro la politica di austerità e di tagli sociali.
A cominciare da chi manifestava a Barcellona, dove le pallottole di gomma la Guardia Civil non le ha usate la prima volta lo scorso 1 ottobre, ma molto molto prima.
Manifestanti di Barcellona sono stati accecati con i gas, non per la prima volta, lo scorso primo ottobre. La Guardia Civil ha arrestato attivisti, portati in carceri segrete e rilasciati dopo tre quattro giorni di torture. E questo dal 2011 in poi, non il 1 ottobre 2017. A un certo punto la gente ha detto basta. La parola d’ordine in Catalogna non è “Vogliamo i nostri soldi, Madrid ladrona”, ma libertà.
Gli indipendentisti non sono razzisti, sono gli stessi che hanno fatto manifestazioni con cartelli “refugees welcome”, contro la politica di rifiuto dei profughi da parte della UE.
Questo movimento con la Lega non ha nulla a che fare. E il governo catalano ha cercato dal 2006 fino a dopo il referendum di trattare col governo centrale per una maggiore autonomia e per poter fare delle politiche diverse da quelle imposte da Rajoy. La risposta sono state botte, arresti, repressione. Manca solo, finora, il morto.
Concludendo: chi si professa di sinistra ma accusa il movimento indipendentista catalano di tirchieria, o di nazionalismo, di aver qualcosa a che fare con la Lega Nord; chi si professa di sinistra ma non si indigna per il fatto che la UE tollera una costituzione – e sulla costituzione spagnola bisognerebbe fare un altro lungo discorso – che prevede il reato di “ribellione”, e appoggia fascisti come Rajoy e le sue squadracce fasciste della Guardia Civil che hanno ferito 800 persone in un giorno, tra cui vecchi e persone in carrozzella; chi ancora mi fa i discorsi “Ma il separatismo oggi... roba di destra, retrogrado, etc.”, non solo non è di sinistra, non solo non ha capito dove oggi suona la campana dei movimenti sociali, ma – scusatemi tanto, me l’avete proprio tirata – è un coglione.
Chi è di sinistra oggi dovrebbe andare in piazza in tutte le città d’Europa a chiedere che i politici catalani arrestati vengano rilasciati subito. Chi è di sinistra dovrebbe oggi pretendere che la EU sanzioni il governo Rajoy per violazione di diritti umani e civili anziché appoggiarlo. Ok, scusate la solfa, prometto che al prossimo che paragona gli indipendentisti catalani con i leghisti dico/scrivo semplicemente che è un coglione...”
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La Catalogna ha davvero quasi il 20% del PIL spagnolo, nel senso che lo produce, ma tutti i ricavati delle tasse vengono mandati a Madrid, perché il PP di Rajoy ha di fatto sospeso l’autonomia dal 2006, quando ha bloccato una riforma costituzionale che doveva dare maggiore autonomia alle regioni. Il governo centrale non ridistribuisce questi soldi in base ad un criterio generale uguale per tutte le regioni, ma secondo chi piace a Rayoj e ai suoi accoliti, figli e nipoti di Franco, e chi no.
E siccome la Catalogna da qualche anno i soldi li vuol spendere per limitare i disastri sociali provocati dalla politica di “austerità”, chiamiamola così, alla Catalogna non arrivano quasi più soldi da Madrid, nonostante sia la regione con il Pil maggiore della Spagna.
Oltre ai soldi c’è un problema di leggi: tra le leggi che il governo catalano aveva fatto c’era uno stop degli sfratti, che hanno colpito masse di popolazione grazie alla speculazione, a contratti truffaldini appioppati dalle banche a cittadini ignari e a leggi assurde fatte dal PP in favore di costruttori e banche. Bene, questa legge del parlamento catalano come altre leggi sociali è stata annullata dal governo centrale del PP. Col risultato che nella regione che ha il maggior PIL di tutta la Spagna ci sono masse di senzatetto. Gente che lavora, che ha sempre lavorato, che è stata con figli e nonni, semplicemente truffata dalle banche. Protette dal PP. Voi non v’incazzereste?
Chi produce la ricchezza di un paese o di un’impresa non s’incazza se il ricavato gli viene totalmente tolto? Il movimento operaio da cosa partiva se non dalla consapevolezza che la ricchezza prodotta dall’operaio gli veniva tolta totalmente o quasi?
Lo scoppio della bolla immobiliare in Spagna ha fatto finire sulla strada milioni di persone.
Dopodiché è nato il movimento delle PAH, Piattaforma delle vittime dell’ipoteca, che fa una vera e seria e ben organizzata resistenza alle banche costringendole – con occupazioni di case e azioni plateali come la visita in massa delle filiali delle banche in accompagnamento di persone che dovrebbero essere sfrattate o lo sono state – a trattare, a non sfrattare la gente o a dare gli appartamenti vuoti a un affitto sociale a chi è già sulla strada.
Una delle fondatrici di questo movimento è Ada Colau, oggi sindaco di Barcelona.
A qualcuno squillano i campanelli nelle orecchie?
Ada Colau ha scritto un libro fenomenale sulle ragioni della bolla immobiliare, su come i cittadini sono stati presi per i fondelli da una politica che rendeva impossibile l’affitto delle case e costringeva anche chi non se lo poteva permettere a comprare casa con contratti di mutuo nei quali la truffa non si vedeva ma c’era ed era enorme.
Ada Colau non ha spinto, ha anzi cercato di frenare il movimento verso l’indipendenza, perché si rendeva e si rende conto che si andava a sbattere la testa contro il muro e le armi di una masnada di fascisti. Ma la richiesta d’indipendenza in Catalogna è nata dalla constatazione che una politica autonoma, anche una politica sociale autonoma, con il governo del PP, che gli spagnoli hanno confermato nonostante abbia applicato la politica di austerità nel modo peggiore per la maggior parte della popolazione, che una politica diversa con questi al potere non è possibile. Che tra l’altro, essendo i diretti eredi di Franco, pretendono “obediencia”. E in tutti questi anni hanno rimarcato la pretesa di obediencia con attacchi spaventosi ai manifestanti contro la politica di austerità e di tagli sociali.
A cominciare da chi manifestava a Barcellona, dove le pallottole di gomma la Guardia Civil non le ha usate la prima volta lo scorso 1 ottobre, ma molto molto prima.
Manifestanti di Barcellona sono stati accecati con i gas, non per la prima volta, lo scorso primo ottobre. La Guardia Civil ha arrestato attivisti, portati in carceri segrete e rilasciati dopo tre quattro giorni di torture. E questo dal 2011 in poi, non il 1 ottobre 2017. A un certo punto la gente ha detto basta. La parola d’ordine in Catalogna non è “Vogliamo i nostri soldi, Madrid ladrona”, ma libertà.
Gli indipendentisti non sono razzisti, sono gli stessi che hanno fatto manifestazioni con cartelli “refugees welcome”, contro la politica di rifiuto dei profughi da parte della UE.
Questo movimento con la Lega non ha nulla a che fare. E il governo catalano ha cercato dal 2006 fino a dopo il referendum di trattare col governo centrale per una maggiore autonomia e per poter fare delle politiche diverse da quelle imposte da Rajoy. La risposta sono state botte, arresti, repressione. Manca solo, finora, il morto.
Concludendo: chi si professa di sinistra ma accusa il movimento indipendentista catalano di tirchieria, o di nazionalismo, di aver qualcosa a che fare con la Lega Nord; chi si professa di sinistra ma non si indigna per il fatto che la UE tollera una costituzione – e sulla costituzione spagnola bisognerebbe fare un altro lungo discorso – che prevede il reato di “ribellione”, e appoggia fascisti come Rajoy e le sue squadracce fasciste della Guardia Civil che hanno ferito 800 persone in un giorno, tra cui vecchi e persone in carrozzella; chi ancora mi fa i discorsi “Ma il separatismo oggi... roba di destra, retrogrado, etc.”, non solo non è di sinistra, non solo non ha capito dove oggi suona la campana dei movimenti sociali, ma – scusatemi tanto, me l’avete proprio tirata – è un coglione.
Chi è di sinistra oggi dovrebbe andare in piazza in tutte le città d’Europa a chiedere che i politici catalani arrestati vengano rilasciati subito. Chi è di sinistra dovrebbe oggi pretendere che la EU sanzioni il governo Rajoy per violazione di diritti umani e civili anziché appoggiarlo. Ok, scusate la solfa, prometto che al prossimo che paragona gli indipendentisti catalani con i leghisti dico/scrivo semplicemente che è un coglione...”
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30/10/2017
Puigdemont si rifugia in Belgio. Podemos commissaria Podem
Il President della Generalitat, destituito venerdì dal governo centrale spagnolo, si trova già in Belgio insieme alla maggior parte dei suoi ministri, ufficialmente per incontrare alcuni esponenti nazionalisti fiamminghi. Puigdemont avrebbe preso la decisione di rifugiarsi in Belgio su consiglio di una equipe giuridica che gli raccomanda di rimanere a Bruxelles.
L’eventuale emissione di un ordine di cattura europeo da parte della magistratura e del governo di Madrid obbligherebbero il governo e la magistratura belga a vagliare l’opportunità della concessione dell’asilo politico al President e ai suoi consellers. Nei giorni scorsi il ministro belga all’Immigrazione, Theo Francken, aveva annunciato la disponibilità a concedere l’asilo politico a Puigdemont, provocando la smentita da parte del primo ministro Charles Michel.
Proprio questa mattina il procuratore generale spagnolo José Manuel Maza ha chiesto l’incriminazione per il presidente catalano destituito con l’accusa di ribellione, sedizione e malversazione. Denunciati anche i ministri del suo governo per aver permesso la dichiarazione d’indipendenza, inclusa l’ex presidente della Camera Carme Forcadell e i membri dell’ufficio di Presidenza, anche loro sono sotto accusa per sedizione e ribellione. In tutto nel mirino dei magistrati di Madrid sono finiti 14 membri del Govern – compreso il Ministro dell’Impresa Vila che si era dimesso alla vigilia della dichiarazione d’indipendenza non essendo d’accordo – e sei parlamentari. Qualora non si dovessero presentare dinanzi ai giudici, la misura che le autorità di polizia spagnole sono autorizzate a prendere nei confronti dei vertici catalani incriminati è la “detenzione immediata”, e in caso di condanna rischiano dai 15 ai 30 anni di reclusione. Il magistrato di turno dell’Audiencia Nacional (il vecchio Tribunal de Orden Publico di franchista memoria) deciderà nei prossimi giorni se accogliere o meno la richiesta del Procuratore che ha anche chiesto di sequestrare, in via cautelare, beni pari a un valore di 6,2 milioni di euro.
Intanto in queste ore tutti i riflettori sono puntati su Podemos. La formazione, che mantiene sulla rivendicazione nazionale catalana una posizione ambigua e di fatto ininfluente – riconosce teoricamente il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, a patto però che quest’ultimo non voglia esercitarlo veramente – rischia seriamente di essere dinamitata dall’evoluzione degli eventi, incapace com’è di prendere una posizione realmente spendibile nel conflitto scatenato dalla proclamazione d’indipendenza da parte del Parlament di Barcellona e dall’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione da parte del governo Rajoy.
Già nei mesi scorsi era apparso chiaro che alla posizione anti-indipendentista della direzione statale di Podemos non corrispondeva l’orientamento di una delle sue due derivazioni catalane. Podem aveva già rifiutato di sciogliersi, come ordinato da Pablo Iglesias, all’interno di Catalunya En Comù, la nuova formazione formata dagli altri referenti catalani di Podemos – Colau e Domenech – e rispetto alla convocazione del referendum indipendentista del 1 ottobre aveva manifestato un atteggiamento critico ma collaborativo con il fronte catalanista, contrariando lo stato maggiore statale del partito.
A scatenare l’ennesima crisi era stato nei giorni scorsi Albano Dante Fachin, segretario di Podem, che aveva dichiarato di considerare inopportuno presentare liste della formazione alle elezioni regionali del 21 dicembre, convocate d’imperio dal governo spagnolo dopo la destituzione del governo e lo scioglimento del parlamento catalano in seguito al commissariamento della Generalitat de Catalunya da parte di Madrid. “Sarebbe un tradimento dello spirito del primo ottobre” e “Non riesco a pensare alle elezioni del 21 dicembre come ad elezioni normali nel momento in cui Sanchez e Cuixart sono ancora in carcere” aveva chiarito Dante Fachin, aggiungendo: “Candidarsi significherebbe accettare in pieno l’articolo 155. Dobbiamo essere all’altezza dell’unità popolare del primo ottobre”. Prima ancora correvano voci che tre deputati di Podem, integrati nel gruppo ‘Catalunya Si Que es Pot’ insieme agli eletti dei partiti di centro-sinistra Catalunya En Comù, ICV, EUiA ed Equo, fossero disponibili a votare venerdì scorso a favore dell’indipendenza. Decisione poi rientrata ma che ha chiarito la distanza siderale tra questa formazione, sempre più vicina alla Cup, e la casa madre spagnola.
Il crescente distanziamento di Podem da Podemos ha irritato Iglesias e compagni a tal punto che ieri sera il partito spagnolo ha annunciato la decisione di commissariare la formazione catalana. Una mossa, quella del ‘Consiglio Cittadino Statale di Podemos’, che ha scatenato le critiche di chi fa notare come Podemos si stia comportando con i suoi alleati catalani esattamente come lo Stato Spagnolo si comporta con la Repubblica appena proclamata a Barcellona, utilizzando la forza invece della ragione, incapace evidentemente di convincere i suoi della giustezza del proprio punto di vista.
La risoluzione della direzione di Podemos, con un taglio esclusivamente disciplinare e sanzionatorio, imputa ai cugini catalani ben sei “mancanze gravi” tali da giustificare un commissariamento che potrebbe produrre effetti contrari a quelli sperati, convincendo i militanti catalani a troncare ogni relazione con la casa madre. Afferma innanzitutto il documento approvato ieri: “la direzione di Podem non ha informato la direzione di Podemos su come avrebbero votato (sulla dichiarazione di indipendenza, ndr) i suoi deputati (...) La mancanza di informazione e il comportamento dei nostri deputati hanno generato una situazione di caos e hanno danneggiato il nostro prestigio politico. Questo in contrasto con il comportamento del capogruppo parlamentare di Catalunya Sí Que es Pot e del coordinatore di Catalunya en Comù che invece ci hanno informato per tempo”.
Inoltre, la risoluzione di Podemos segnala: Tre dei quattro deputati di Podem non hanno votato contro una delle risoluzioni che parlava esplicitamente della Costituzione di una nuova Repubblica Catalana (…) Una delle nostre deputate non ha votato contro la Dichiarazione di Indipendenza e ha salutato pubblicamente la “nuova repubblica catalana”.
Inoltre la direzione federale di Podemos denuncia che “la corrente Anticapitalistas, maggioritaria nel Consiglio Cittadino della Catalogna, ha riconosciuto mediante un comunicato pubblica ripreso da tutta la stampa, la “nuova repubblica catalana”, provocando addirittura la presa di distanza da parte di alcune figure rilevanti di questa corrente”.
La quinta ‘mancanza’ sarebbe costituita dalle dichiarazioni di Albano Dante Fachin “nelle quali si segnalava che la partecipazione alle elezioni del prossimo 21 dicembre sarebbe stata una contraddizione e manifestava la sua intenzione di formare un blocco con altre forze politiche (della sinistra indipendentista ndr)”.
Sulla base del fatto che la “direzione di Catalunya en Comù ha già deciso che non si presenterà alle urne insieme ad alcuna forza politica indipendentista” il Consiglio Cittadino Statale di Podemos ha deciso di commissariare la formazione catalana, di sospendere il suo segretario Dante Fachin e di organizzare una consultazione tra i suoi militanti sul da farsi. Il quesito su cui dovranno esprimersi i militanti sarà il seguente: “Sostieni che Podem si presenti alle elezioni in Catalogna in coalizione con Catalunya en Comù e le forze politiche sorelle che non appoggiano né la dichiarazione di indipendenza né l’applicazione dell’articolo 155?”. Un quesito secco, senza alternative.
Per chiarire il clima fratricida che si respira in Catalogna basta citare quanto ha affermato la deputata catalana di Podemos Carolina Bescansa, secondo la quale il suo partito non appoggia l’indipendenza “né unilaterale né bilaterale” della Catalogna, e ha invitato chi invece è d’accordo con la separazione a “cercarsi un altro partito”.
Intanto, come accennato, non solo Podemos si spacca sulla faglia Spagna/Catalogna, ma anche la corrente di sinistra del partito, Anticapitalistas, ha i suoi problemi. Oggi infatti la coordinatrice di Podemos in Andalucia, Teresa Rodriguez, e il sindaco di Cadiz Josè Maria Gonzales, come lei esponente della corrente anticapitalista del movimento viola, hanno preso le distanze dal comunicato emesso ieri dalla sinistra interna.
Anticapitalistas ha affermato che la nuova Repubblica catalana apre un processo costituente “che rompe con il regime del ‘78” e pone questioni e sfide quali integrare i non indipendentisti e soddisfare questioni che vadano al di là di quella nazionale. Nel documento, Anticapitalistas non solo riconosce la Repubblica Catalana ma di fatto aderisce al blocco indipendentista e fa appello a “rigettare l’applicazione dell’articolo 155, animando il partito alla difesa democratica, pacifica e disobbediente della volontà popolare catalana e del suo diritto a decidere”. Per la corrente di sinistra di Podemos, in Catalogna c’è in gioco la “possibilità di costruire una società alternativa alle elites politiche ed economiche” e a conquistare nuovi diritti sociali e democratici per le classi popolari. Ma a Madrid non sono d’accordo...
Oggi, in diverse dichiarazioni, sulle due grane è intervenuto il fondatore, segretario e capo carismatico di Podemos, Pablo Iglesias. Riferendosi ai ‘ribelli’ di Podem ha detto, nel corso di un talk show dell’emittente la Sexta, che “Se ci sono compagni che sono politicamente più vicini a Cup o Erc, penso che dovrebbero percorrere una propria strada.
Stamattina, in occasione della riunione di Rumbo 2020, una sorta di ‘governo ombra’ di Podemos, Iglesias ha criticato fortemente la dichiarazione di Anticapitalistas, sentenziando che “Questa affermazione è politicamente fuori da Podemos” e che “i compagni che ci si riconoscono sono politicamente fuori da Podemos”.
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L’eventuale emissione di un ordine di cattura europeo da parte della magistratura e del governo di Madrid obbligherebbero il governo e la magistratura belga a vagliare l’opportunità della concessione dell’asilo politico al President e ai suoi consellers. Nei giorni scorsi il ministro belga all’Immigrazione, Theo Francken, aveva annunciato la disponibilità a concedere l’asilo politico a Puigdemont, provocando la smentita da parte del primo ministro Charles Michel.
Proprio questa mattina il procuratore generale spagnolo José Manuel Maza ha chiesto l’incriminazione per il presidente catalano destituito con l’accusa di ribellione, sedizione e malversazione. Denunciati anche i ministri del suo governo per aver permesso la dichiarazione d’indipendenza, inclusa l’ex presidente della Camera Carme Forcadell e i membri dell’ufficio di Presidenza, anche loro sono sotto accusa per sedizione e ribellione. In tutto nel mirino dei magistrati di Madrid sono finiti 14 membri del Govern – compreso il Ministro dell’Impresa Vila che si era dimesso alla vigilia della dichiarazione d’indipendenza non essendo d’accordo – e sei parlamentari. Qualora non si dovessero presentare dinanzi ai giudici, la misura che le autorità di polizia spagnole sono autorizzate a prendere nei confronti dei vertici catalani incriminati è la “detenzione immediata”, e in caso di condanna rischiano dai 15 ai 30 anni di reclusione. Il magistrato di turno dell’Audiencia Nacional (il vecchio Tribunal de Orden Publico di franchista memoria) deciderà nei prossimi giorni se accogliere o meno la richiesta del Procuratore che ha anche chiesto di sequestrare, in via cautelare, beni pari a un valore di 6,2 milioni di euro.
Intanto in queste ore tutti i riflettori sono puntati su Podemos. La formazione, che mantiene sulla rivendicazione nazionale catalana una posizione ambigua e di fatto ininfluente – riconosce teoricamente il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, a patto però che quest’ultimo non voglia esercitarlo veramente – rischia seriamente di essere dinamitata dall’evoluzione degli eventi, incapace com’è di prendere una posizione realmente spendibile nel conflitto scatenato dalla proclamazione d’indipendenza da parte del Parlament di Barcellona e dall’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione da parte del governo Rajoy.
Già nei mesi scorsi era apparso chiaro che alla posizione anti-indipendentista della direzione statale di Podemos non corrispondeva l’orientamento di una delle sue due derivazioni catalane. Podem aveva già rifiutato di sciogliersi, come ordinato da Pablo Iglesias, all’interno di Catalunya En Comù, la nuova formazione formata dagli altri referenti catalani di Podemos – Colau e Domenech – e rispetto alla convocazione del referendum indipendentista del 1 ottobre aveva manifestato un atteggiamento critico ma collaborativo con il fronte catalanista, contrariando lo stato maggiore statale del partito.
A scatenare l’ennesima crisi era stato nei giorni scorsi Albano Dante Fachin, segretario di Podem, che aveva dichiarato di considerare inopportuno presentare liste della formazione alle elezioni regionali del 21 dicembre, convocate d’imperio dal governo spagnolo dopo la destituzione del governo e lo scioglimento del parlamento catalano in seguito al commissariamento della Generalitat de Catalunya da parte di Madrid. “Sarebbe un tradimento dello spirito del primo ottobre” e “Non riesco a pensare alle elezioni del 21 dicembre come ad elezioni normali nel momento in cui Sanchez e Cuixart sono ancora in carcere” aveva chiarito Dante Fachin, aggiungendo: “Candidarsi significherebbe accettare in pieno l’articolo 155. Dobbiamo essere all’altezza dell’unità popolare del primo ottobre”. Prima ancora correvano voci che tre deputati di Podem, integrati nel gruppo ‘Catalunya Si Que es Pot’ insieme agli eletti dei partiti di centro-sinistra Catalunya En Comù, ICV, EUiA ed Equo, fossero disponibili a votare venerdì scorso a favore dell’indipendenza. Decisione poi rientrata ma che ha chiarito la distanza siderale tra questa formazione, sempre più vicina alla Cup, e la casa madre spagnola.
Il crescente distanziamento di Podem da Podemos ha irritato Iglesias e compagni a tal punto che ieri sera il partito spagnolo ha annunciato la decisione di commissariare la formazione catalana. Una mossa, quella del ‘Consiglio Cittadino Statale di Podemos’, che ha scatenato le critiche di chi fa notare come Podemos si stia comportando con i suoi alleati catalani esattamente come lo Stato Spagnolo si comporta con la Repubblica appena proclamata a Barcellona, utilizzando la forza invece della ragione, incapace evidentemente di convincere i suoi della giustezza del proprio punto di vista.
La risoluzione della direzione di Podemos, con un taglio esclusivamente disciplinare e sanzionatorio, imputa ai cugini catalani ben sei “mancanze gravi” tali da giustificare un commissariamento che potrebbe produrre effetti contrari a quelli sperati, convincendo i militanti catalani a troncare ogni relazione con la casa madre. Afferma innanzitutto il documento approvato ieri: “la direzione di Podem non ha informato la direzione di Podemos su come avrebbero votato (sulla dichiarazione di indipendenza, ndr) i suoi deputati (...) La mancanza di informazione e il comportamento dei nostri deputati hanno generato una situazione di caos e hanno danneggiato il nostro prestigio politico. Questo in contrasto con il comportamento del capogruppo parlamentare di Catalunya Sí Que es Pot e del coordinatore di Catalunya en Comù che invece ci hanno informato per tempo”.
Inoltre, la risoluzione di Podemos segnala: Tre dei quattro deputati di Podem non hanno votato contro una delle risoluzioni che parlava esplicitamente della Costituzione di una nuova Repubblica Catalana (…) Una delle nostre deputate non ha votato contro la Dichiarazione di Indipendenza e ha salutato pubblicamente la “nuova repubblica catalana”.
Inoltre la direzione federale di Podemos denuncia che “la corrente Anticapitalistas, maggioritaria nel Consiglio Cittadino della Catalogna, ha riconosciuto mediante un comunicato pubblica ripreso da tutta la stampa, la “nuova repubblica catalana”, provocando addirittura la presa di distanza da parte di alcune figure rilevanti di questa corrente”.
La quinta ‘mancanza’ sarebbe costituita dalle dichiarazioni di Albano Dante Fachin “nelle quali si segnalava che la partecipazione alle elezioni del prossimo 21 dicembre sarebbe stata una contraddizione e manifestava la sua intenzione di formare un blocco con altre forze politiche (della sinistra indipendentista ndr)”.
Sulla base del fatto che la “direzione di Catalunya en Comù ha già deciso che non si presenterà alle urne insieme ad alcuna forza politica indipendentista” il Consiglio Cittadino Statale di Podemos ha deciso di commissariare la formazione catalana, di sospendere il suo segretario Dante Fachin e di organizzare una consultazione tra i suoi militanti sul da farsi. Il quesito su cui dovranno esprimersi i militanti sarà il seguente: “Sostieni che Podem si presenti alle elezioni in Catalogna in coalizione con Catalunya en Comù e le forze politiche sorelle che non appoggiano né la dichiarazione di indipendenza né l’applicazione dell’articolo 155?”. Un quesito secco, senza alternative.
Per chiarire il clima fratricida che si respira in Catalogna basta citare quanto ha affermato la deputata catalana di Podemos Carolina Bescansa, secondo la quale il suo partito non appoggia l’indipendenza “né unilaterale né bilaterale” della Catalogna, e ha invitato chi invece è d’accordo con la separazione a “cercarsi un altro partito”.
Intanto, come accennato, non solo Podemos si spacca sulla faglia Spagna/Catalogna, ma anche la corrente di sinistra del partito, Anticapitalistas, ha i suoi problemi. Oggi infatti la coordinatrice di Podemos in Andalucia, Teresa Rodriguez, e il sindaco di Cadiz Josè Maria Gonzales, come lei esponente della corrente anticapitalista del movimento viola, hanno preso le distanze dal comunicato emesso ieri dalla sinistra interna.
Anticapitalistas ha affermato che la nuova Repubblica catalana apre un processo costituente “che rompe con il regime del ‘78” e pone questioni e sfide quali integrare i non indipendentisti e soddisfare questioni che vadano al di là di quella nazionale. Nel documento, Anticapitalistas non solo riconosce la Repubblica Catalana ma di fatto aderisce al blocco indipendentista e fa appello a “rigettare l’applicazione dell’articolo 155, animando il partito alla difesa democratica, pacifica e disobbediente della volontà popolare catalana e del suo diritto a decidere”. Per la corrente di sinistra di Podemos, in Catalogna c’è in gioco la “possibilità di costruire una società alternativa alle elites politiche ed economiche” e a conquistare nuovi diritti sociali e democratici per le classi popolari. Ma a Madrid non sono d’accordo...
Oggi, in diverse dichiarazioni, sulle due grane è intervenuto il fondatore, segretario e capo carismatico di Podemos, Pablo Iglesias. Riferendosi ai ‘ribelli’ di Podem ha detto, nel corso di un talk show dell’emittente la Sexta, che “Se ci sono compagni che sono politicamente più vicini a Cup o Erc, penso che dovrebbero percorrere una propria strada.
Stamattina, in occasione della riunione di Rumbo 2020, una sorta di ‘governo ombra’ di Podemos, Iglesias ha criticato fortemente la dichiarazione di Anticapitalistas, sentenziando che “Questa affermazione è politicamente fuori da Podemos” e che “i compagni che ci si riconoscono sono politicamente fuori da Podemos”.
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12/10/2017
Qualche riflessione sulle cause remote dei fatti di Catalogna
La questione catalana sembra essersi impantanata, ma emergono i primi segni di cedimento del fronte indipendentista.
Non sappiamo come andrà a finire, ma l’episodio ha comunque una sua
gravità su cui conviene spendere qualche parola per capire come siamo
arrivati a questa situazione e che lezioni trarne.
Personalmente sono un fautore convinto del diritto
all’autodeterminazione dei popoli, quindi sto dalla parte dei catalani e
della loro rivendicazione all’indipendenza ma la cosa è più complicata
di quel che la semplice formula dell’autodeterminazione vorrebbe perché
ha un problema non sciolto alla base: chi è il soggetto titolare di
questo diritto e come delimitarlo. Pensavo al fatto di essere sempre
stato ostile alle velleità secessioniste della Lega, perché non
riconoscevo (e non riconosco) l’esistenza di un “Popolo padano” che
esisteva solo nella mente di Bossi. E ciò, sia perché non c’è alcuna
ragione storica o culturale per distinguere un popolo lombardo o veneto
da un popolo toscano, laziale o campano (l’esistenza di stati preunitari
non è affatto una ragione per farlo), sia perché ormai nel nord ci sono
moltissimi meridionali che, con gli oriundi costituiscono la
maggioranza degli abitanti di queste regioni, sia perché
nell’improbabile entità padana ci sono diverse minoranze nazionali
(valdostani, altoatesini, friulani e comunità più piccole come ladini,
occitani ecc.) che sono culturalmente, linguisticamente, storicamente
altro da piemontesi, veneti e lombardi.
Per cui quella della Padania era solo una patacca priva di qualsiasi dignità politica o culturale.
Ma, allora, perché uno spagnolo dovrebbe pensarla diversamente a
proposito della Catalogna? Certo il caso catalano è molto più definito
ed il popolo catalano è una entità decisamente più omogenea e
storicamente fondata del popolo padano che non esiste (e, per la verità,
non ha mai espresso alcuna volontà secessionista se non nelle frange
più esagitate della Lega). Ma questo potrebbe valere anche per i baschi,
per gli andalusi o per i galiziani che hanno una identificabilità più o
meno netta (nettissima quella dei baschi, meno quella degli altri) ed
allora, dove è la soglia oltre la quale possiamo identificare un
popolo-nazione demarcato rispetto agli altri? Ad applicare la formula di
Pasquale Stanislao Mancini (comunità di lingua, di religione, di
cultura, di storia...) nessuno degli stati nazionali esistenti
risulterebbe conforme ad essa e tantomeno nel tempo della
globalizzazione basato su un intenso nomadismo.
Peraltro, la costruzione della Ue ha indebolito
fortemente sia i poteri che la legittimazione degli stati nazionali,
risvegliando antichi separatismi più o meno dormienti (ma quello
catalano non è stato mai davvero dormiente). Questo ha messo a nudo
tutte le debolezze della costruzione dei vari stati nazionali. In
particolare, la Spagna non è mai esistita se non come dominio brutale
della Castiglia su tutte le altre parti del paese. Una costruzione priva
di ogni reale consenso e giustificata solo da un disegno imperiale,
peraltro naufragato da secoli e sopravvissuto solo nell’immaginario
legato ad una delle monarchie più squalificate d’Europa. E’ sintomatico
che le spinte indipendentiste si siano attenuate durante le due brevi
parentesi repubblicane (1873-74 e 1931-39) quando si posero le basi di
un ordinamento di tipo para federalista.
Al contrario, il centralismo monarchico ha sempre ravvivato le spinte alla separazione.
Certo, qualcuno potrà dire che anche lo stato italiano è nato come
prodotto dell’espansionismo sabaudo e questo è vero, ma ho l’impressione
che la storiografia democratica e di sinistra (che è chi ha proposto
questa lettura del Risorgimento) abbia un po’ calcato la mano su questo
aspetto e proprio la comparazione con il caso spagnolo lo dimostra.
Il Risorgimento ebbe anche una componente democratica e repubblicana
che venne battuta dal “partito moderato” di cui dice Gramsci, ma che
comunque ebbe un ruolo che ha caratterizzato in parte lo stato italiano,
mentre, nel caso spagnolo, non c’è traccia di questa spinta dal basso
(peraltro siamo nel XV secolo) e tutto è stato deciso solo come
conquista castigliana.
In secondo luogo, la monarchia sabauda fu identificata con la sua
regione di provenienza solo nel primissimo periodo (non è un caso lo
spostamento della capitale a Firenze nel 1866 e poi a Roma cinque anni
dopo). Ed il centralismo italiano fu sempre un centralismo imperfetto,
nel quale hanno giocato un ruolo i mutevoli equilibri fra i diversi
“partiti regionali”. Ne è conseguito che il “Partito moderato” ha sempre
avuto caratteristiche più sociali (blocco delle classi possidenti,
monarchia, esercito, burocrazia) che territoriali: l’esercito restava a
lungo a preminenza piemontese ma la burocrazia divenne ben presto
interregionale ed a centralismo romano, mentre le classi possidenti
avevano la loro capitale nel sud (quelle agrarie) ed in Lombardia.
Toscana e Piemonte (quelle industriali e finanziarie). Al contrario, in
Spagna blocco sociale dominante e Castiglia sono un tutt’uno che attizza
gli odi regionali.
Ma, soprattutto, l’Italia ha una storia di tipo inclusivo che ha
spesso mediato (anche troppo), mentre la Spagna viene da una storia
terribile di stermini (dei moriscos, dei marrani ebrei e da ultimo della
guerra civile) che ben raramente ha incluso e mediato. Si pensi al
franchismo che, contro l’immagine corrente, fu un fascismo non più
moderato ma più feroce del nazismo che colpì dirigenti e parte degli
attivisti socialdemocratici e comunisti, ma cercò (ed in buona parte
riuscì) a riassorbire la base socialdemocratica e comunista nel suo
sistema di consenso. Nei campi di sterminio finirono ebrei, omosessuali,
zingari, ma solo in minima parte comunisti e socialisti.
Vice versa, il franchismo procedette all’insegna della “limpieza”,
pulizia non etnica ma politica ed ideologica. La ferocia delle
esecuzioni disgustò persino Galeazzo Ciano ed, ancora dopo la fine della
guerra civile, il franchismo continuò per quasi 10 anni con la
repressione il cui conto finale è ignoto ma che alcuni vorrebbero
ammonti a 400.000 vittime. Cifra forse esagerata, ma anche se esse sono
state la metà o un quarto, sufficiente a definire la guerra civile
spagnola come la più feroce della storia moderna d’Europa.
E questo ha un peso anche sul presente perché la storia, anche quella
più lontana, non è mai priva di conseguenze ed a maggior ragione nel
caso di un paese che non ha mai fatto i conti con il suo passato
dittatoriale.
In questa situazione arriva la globalizzazione, che
dice che gli stati nazionali non hanno più senso ed in Europa questo si
accompagna ad uno sconclusionato disegno di unità continentale che, in
realtà è l’alleanza dei sistemi nazionali di potere nella loro staticità
e trasferisce poteri ad un centro tecnocratico. E’ ovvio che questo si
traduce in una delegittimazione degli stati nazionali, in una messa a
nudo delle illegittimità dei loro sistemi di potere e si producono
irrefrenabili spinte centrifughe.
E queste sono le premesse più lontane, nel prossimo articolo verremo al quelle più vicine.
02/10/2017
L’ Unità popolare sconfigge la repressione
Il popolo Catalano lo aveva gridato nelle piazze nelle scorse settimane che avrebbe votato, nonostante le intimidazioni e le minacce di Madrid.
Ieri le intimidazioni e le minacce si sono trasformate in realtà. Fin dalle prime ore dell’alba decine di seggi sono stati assaliti dalla Polizia Nazionale spagnola e dalla Guardia Civil per evitare che le operazioni di voto organizzate dal governo Catalano potessero svolgersi, mentre in molti casi la Polizia Catalana e i vigili del fuoco si frapponevano tra la polizia di Madrid e la popolazione.
La violenza ordinata dal palazzo della Moncloa ha fatto il giro del mondo, ma si è scontrata con la determinazione di una popolazione che da giorni occupava i seggi e che fin dalle prime ore del mattino si era messa in fila, a centinaia di migliaia, per esercitare il proprio diritto al voto.
La battaglia per l’indipendenza della Catalogna dallo stato spagnolo si è affiancata infatti allo lotta in difesa della democrazia di quello stesso stato spagnolo da cui Barcellona rivendica l’indipendenza. Una mobilitazione in difesa della democrazia che ha chiamato in causa non solo tutti i popoli dello stato spagnolo, che hanno risposto in massa da Bilbao a Madrid, dando vita a imponenti mobilitazioni di piazza contro la repressione scatenata dal governo Raioy in terra catalana, ma l'intero continente europeo.
Dopo il golpe del 2013 in Ucraina, ancora una volta le istituzione europee si sono rese complici di un tentativo di colpo di stato palesando la vera natura del processo di unificazione europea. Ancora una volta un referendum, espressione della volontà popolare, è stato uno schiaffo per quelle istituzioni europee votate da nessuno che si trovano ora a dover cercare di salvare la faccia per aver sostenuto senza riserve Madrid.
L’unità popolare costruita in questi mesi all’interno del paese catalano, la trasversalità di forze che hanno salvaguardato ed esteso la partecipazione e democrazia in Catalogna, andrà meglio indagata nei prossimi mesi, ma appare evidente come essa rappresenti il vero motore di questo processo. Una unità che si è ulteriormente consolidata nelle ultime settimane e che proprio a causa della repressione si è ulteriormente rafforzata e radicalizzata.
Quello che per tutta la giornata è emerso, stando nei seggi, è come l’atteggiamento repressivo di Madrid e le calunnie della stampa spagnola e internazionale contro le istituzioni e il popolo catalano abbiano in realtà spinto moltissime persone a schierarsi.
La componente giovanile nella mobilitazione è sicuramente uno dei dati più importanti. Sono stati migliaia i giovani mobilitati in questi giorni, centinaia quelli che hanno riportato gravi ferite per difendere i seggi. Una fatto che, al di la di come andrà a finire, segnerà profondamente le relazioni tra questa generazione di attivisti e militanti e le istituzioni che governeranno il paese nei prossimi anni, siano esse catalane o spagnole.
Con più di 2 milioni e 200 mila votanti, di cui il 90% favorevoli all’indipendenza, 650 mila schede sequestrate dalle truppe di occupazione spagnole e centinaia di seggi chiusi con la forza, la popolazione della Catalogna si è espressa dando una bella lezione non solo ai governi di tutta Europa, ma anche a quella sinistra che su questo referendum è stata a guardare. Magari denunciando la repressione ma non appoggiando un processo che oggettivamente indeboliva il governo spagnolo, espressione di uno Stato che non ha mai fatto i conti con il franchismo e che ancora adotta la Costituzione dettata dal regime, oltre che le istituzioni e le politiche di quell’Unione Europea che negli ultimi anni ha imposto austerità e impoverimento a tutti i popoli del continente.
Nelle prossime settimane la lotta per l’indipendenza e la democrazia continuerà in Catalogna. Non possiamo illuderci che la vittoria del referendum segni la fine di questo percorso. Quello che è certo è che dentro l’unità popolare avranno un peso importante le forze di classe e del movimento operaio. Come ricordato nella conferenza stampa della Cup, a cui è intervenuta anche la delegazione della Piattaforma sociale Eurostop assieme ad altre delegazioni italiane ed europee, già lo sciopero generale del 3 ottobre, proclamato da diverse sigle del sindacalismo di base e conflittuale, rappresenta un primo passaggio importante per consolidare il processo indipendentista e democratico.
Lasciare i destini del paese nelle mani del governo catalano e dell’opinione pubblica internazionale sarebbe un errore grave, che potrebbe annullare – come già fu per il referendum greco – l’importantissimo risultato raggiunto. Solo la mobilitazione popolare e di massa, la lotta di popolo contro il dispotismo dello stato spagnolo, hanno potuto produrre questo epilogo e solo queste lo potranno salvaguardare e portare a pieno compimento. Noi siamo chiamati a continuare a costruire la solidarietà internazionalista verso gli studenti, i lavoratori e i cittadini di questo paese.
Fonte
Ieri le intimidazioni e le minacce si sono trasformate in realtà. Fin dalle prime ore dell’alba decine di seggi sono stati assaliti dalla Polizia Nazionale spagnola e dalla Guardia Civil per evitare che le operazioni di voto organizzate dal governo Catalano potessero svolgersi, mentre in molti casi la Polizia Catalana e i vigili del fuoco si frapponevano tra la polizia di Madrid e la popolazione.
La violenza ordinata dal palazzo della Moncloa ha fatto il giro del mondo, ma si è scontrata con la determinazione di una popolazione che da giorni occupava i seggi e che fin dalle prime ore del mattino si era messa in fila, a centinaia di migliaia, per esercitare il proprio diritto al voto.
La battaglia per l’indipendenza della Catalogna dallo stato spagnolo si è affiancata infatti allo lotta in difesa della democrazia di quello stesso stato spagnolo da cui Barcellona rivendica l’indipendenza. Una mobilitazione in difesa della democrazia che ha chiamato in causa non solo tutti i popoli dello stato spagnolo, che hanno risposto in massa da Bilbao a Madrid, dando vita a imponenti mobilitazioni di piazza contro la repressione scatenata dal governo Raioy in terra catalana, ma l'intero continente europeo.
Dopo il golpe del 2013 in Ucraina, ancora una volta le istituzione europee si sono rese complici di un tentativo di colpo di stato palesando la vera natura del processo di unificazione europea. Ancora una volta un referendum, espressione della volontà popolare, è stato uno schiaffo per quelle istituzioni europee votate da nessuno che si trovano ora a dover cercare di salvare la faccia per aver sostenuto senza riserve Madrid.
L’unità popolare costruita in questi mesi all’interno del paese catalano, la trasversalità di forze che hanno salvaguardato ed esteso la partecipazione e democrazia in Catalogna, andrà meglio indagata nei prossimi mesi, ma appare evidente come essa rappresenti il vero motore di questo processo. Una unità che si è ulteriormente consolidata nelle ultime settimane e che proprio a causa della repressione si è ulteriormente rafforzata e radicalizzata.
Quello che per tutta la giornata è emerso, stando nei seggi, è come l’atteggiamento repressivo di Madrid e le calunnie della stampa spagnola e internazionale contro le istituzioni e il popolo catalano abbiano in realtà spinto moltissime persone a schierarsi.
La componente giovanile nella mobilitazione è sicuramente uno dei dati più importanti. Sono stati migliaia i giovani mobilitati in questi giorni, centinaia quelli che hanno riportato gravi ferite per difendere i seggi. Una fatto che, al di la di come andrà a finire, segnerà profondamente le relazioni tra questa generazione di attivisti e militanti e le istituzioni che governeranno il paese nei prossimi anni, siano esse catalane o spagnole.
Con più di 2 milioni e 200 mila votanti, di cui il 90% favorevoli all’indipendenza, 650 mila schede sequestrate dalle truppe di occupazione spagnole e centinaia di seggi chiusi con la forza, la popolazione della Catalogna si è espressa dando una bella lezione non solo ai governi di tutta Europa, ma anche a quella sinistra che su questo referendum è stata a guardare. Magari denunciando la repressione ma non appoggiando un processo che oggettivamente indeboliva il governo spagnolo, espressione di uno Stato che non ha mai fatto i conti con il franchismo e che ancora adotta la Costituzione dettata dal regime, oltre che le istituzioni e le politiche di quell’Unione Europea che negli ultimi anni ha imposto austerità e impoverimento a tutti i popoli del continente.
Nelle prossime settimane la lotta per l’indipendenza e la democrazia continuerà in Catalogna. Non possiamo illuderci che la vittoria del referendum segni la fine di questo percorso. Quello che è certo è che dentro l’unità popolare avranno un peso importante le forze di classe e del movimento operaio. Come ricordato nella conferenza stampa della Cup, a cui è intervenuta anche la delegazione della Piattaforma sociale Eurostop assieme ad altre delegazioni italiane ed europee, già lo sciopero generale del 3 ottobre, proclamato da diverse sigle del sindacalismo di base e conflittuale, rappresenta un primo passaggio importante per consolidare il processo indipendentista e democratico.
Lasciare i destini del paese nelle mani del governo catalano e dell’opinione pubblica internazionale sarebbe un errore grave, che potrebbe annullare – come già fu per il referendum greco – l’importantissimo risultato raggiunto. Solo la mobilitazione popolare e di massa, la lotta di popolo contro il dispotismo dello stato spagnolo, hanno potuto produrre questo epilogo e solo queste lo potranno salvaguardare e portare a pieno compimento. Noi siamo chiamati a continuare a costruire la solidarietà internazionalista verso gli studenti, i lavoratori e i cittadini di questo paese.
Fonte
Catalogna: la dignità contro la vergogna. Una grana per l’UE e le oligarchie
Dignità e determinazione popolare, con una forte componente di classe, hanno prevalso ieri sulla repressione brutale e selvaggia. Una repressione inutile, visti i risultati, e oltretutto controproducente, perché ha polarizzato e schierato ampi settori progressisti ma non indipendentisti al fianco del fronte per l’autodeterminazione.
In questi giorni in Catalogna abbiamo visto seggi occupati da migliaia di persone per tre giorni, code lunghissime per poter esercitare un diritto al voto negato, una difesa dei seggi dalle violente razzie della polizia in assetto antisommossa che non ha coinvolto soltanto i promotori del referendum, i partiti indipendentisti e ampi settori della popolazione ma anche migliaia di lavoratori portuali di Barcellona e Tarragona, di pompieri, di contadini e allevatori, di lavoratori dei trasporti.
In alcuni casi pure la Polizia catalana è arrivata nel pomeriggio di ieri a scontrarsi, così come hanno fatto i Vigili del Fuoco, con i reparti antisommossa mandati da Madrid, per bloccare l’insensata e indiscriminata violenza della Policia Nacional e della Guardia Civial che ha prodotto circa 800 feriti, di cui alcuni molto gravi. Anziani e bambini picchiati, vetri sfondati, seggi devastati, arresti e identificazioni, pallottole di gomma sparate ad altezza d’uomo non hanno fermato milioni di cittadini che sono andati a votare sotto la pioggia dando vita ad un atto di disobbedienza con carattere di massa dal quale le sinistre radicali di questo continente avrebbero molto da imparare.
Comprese quelle sinistre che, obbedendo più alla logica della ‘simpatia’ e della ‘tifoseria’ piuttosto che ad una indispensabile analisi concreta della situazione concreta, sostengono nonostante tutto il regime di Madrid contro quello che considerano “l’egoismo catalano” appellandosi ad una legalità e ad una Costituzione spagnola scritta nel 1978 dagli stessi franchisti che avevano deciso, per integrarsi nella Comunità Economica Europea e nella Nato, di cambiare le forme del regime mantenendo intatto il suo nucleo ideologico e il potere nelle mani delle élite economiche e militari che avevano costituito il fulcro della feroce dittatura di Francisco Franco.
Il mondo ha visto ieri con i propri occhi la reale natura dello Stato Spagnolo che non ha esitato a esercitare una violenza di massa contro una popolazione la cui unica richiesta era di poter votare, ottenendo la solidarietà non solo di molte organizzazioni della sinistra e dei popoli senza stato dell’Europa, ma di spezzoni consistenti della stessa sinistra radicale e di classe degli altri territori dello Stato Spagnolo.
La cecità di uno stato debole e privo di legittimità nelle terre catalane così come tra i settori popolari e di classe di tutto lo stato ha ottenuto la reazione inversa a quella perseguita dal nazionalismo spagnolo: la manifestazione di una combattiva e preziosa unità popolare che ha dato vita ad un esperimento di contropotere e di democrazia militante in un momento in cui la democrazia, in Spagna come nell’insieme dell’Unione Europea, è ridotta a simulacro penoso e senza alcun appeal.
D’altronde ogni volta che i popoli sono stati chiamati a votare – o, come in questo caso, hanno deciso di votare nonostante la proibizione e la repressione – il risultato è sempre stato sfavorevole agli interessi dei poteri forti, dell’establishment continentale e dello status quo. Dall’oxi greco alla Brexit e ora in Catalogna la mobilitazione popolare dimostra che la rottura con la gabbia imperialista dei singoli stati e dell’Unione Europea nel suo complesso è possibile. E’ ora che i comunisti e i movimenti sociali e politici antagonisti si assumano le proprie responsabilità e lancino la sfida per l’egemonia incuneandosi nelle contraddizioni aperte dal processo autoritario di unificazione continentale per spostarle ad un livello superiore e contrastare il montare delle ipotesi reazionarie.
Il bilancio del referendum è stato alla fine di circa 2.250.000 voti validi, con il Si al 90%. Altri 650 mila voti sono stati letteralmente rubati dalle forze dell’ordine, per cui alla fine si arriva a quasi 3 milioni di votanti su 5.3 milioni di aventi diritto. Il tasso medio di partecipazione è stato superiore al 50%, con punte del settanta e anche dell’ottanta per cento nei quartieri e nei paesi dove la popolazione non ha dovuto fare i conti con gli attacchi della polizia.
La giornata di ieri si è chiusa con una manifestazione di popolo a Placa de Catalunya mentre i leader dell’associazionismo indipendentista e lo stesso capo del governo catalano, Carles Puigdemont, promettevano che inizieranno immediatamente il percorso verso l’indipendenza.
Per ribadire che non si torna indietro ieri la Cup – la sinistra indipendentista radicale – in una conferenza stampa (durante la quale sono intervenuti la Rete dei Comunisti, Eurostop, Liberu, Sinn Fein e Npa) ha chiesto la proclamazione immediata della Repubblica Catalana così come previsto dalle leggi votate dalla maggioranza del Parlament, ha fatto appello a sostenere e a partecipare allo sciopero generale proclamato per martedì 3 ottobre, ha chiesto la protezione internazionale della popolazione catalana da parte degli organismi per la difesa dei diritti umani, politici e civili che finora hanno preferito in buona parte guardare altrove.
Domani sarà una giornata campale per lo sciopero generale convocato in Catalogna da Intersindical CSC (aderente alla Federazione Sindacale Mondiale), dalla CGT, dal COS e dallo IAC, alla quale in maniera insperata ha dato ieri l’adesione un coordinamento ‘civico’ che riunisce circa 40 organizzazioni sociali, sindacali e di categoria che hanno invitato i loro aderenti a paralizzare il paese per denunciare la selvaggia repressione del governo e imporre il rispetto della volontà popolare.
Il referendum catalano costituisce indubbiamente un atto di rottura non solo nei confronti dello Stato Spagnolo e delle sue oligarchie, ma oggettivamente anche nei confronti di quella Unione Europea che in nome della stabilità contrasta l’autodeterminazione della Catalogna a costo di sostenere una repressione e una censura che solo in Turchia trova similitudini.
Ogni confronto tra la realtà catalana e le formazioni leghiste è fuori luogo e ingiustificato.
Se la sinistra indipendentista catalana, che con la sua mobilitazione ha di fatto costretto il partito di governo locale ad abbracciare la causa indipendentista, è apertamente anticapitalista e sostiene l’uscita della repubblica catalana dall’Ue, ieri milioni di catalani europeisti hanno scoperto improvvisamente sulla propria pelle che Bruxelles e Francoforte non sono e non possono essere considerati un’alternativa progressista al regime reazionario, nazionalista e corrotto di Madrid. Questa improvvisa consapevolezza va rafforzata e capitalizzata.
Certamente il movimento indipendentista catalano è composito: si va dalle correnti anarchiche e comuniste ai socialdemocratici fino ai liberali e ai democristiani. Ma lo scontro per l’egemonia è aperto, e la sinistra anticapitalista ha molte carte da giocare, potendo contare su una radicalizzazione dello scontro e su una popolazione che sperimenta la disobbedienza, la mobilitazione permanente e in alcuni casi anche la creazione di un contropotere nazionale ma anche di classe.
Il grande capitale catalano, che è contrario all’indipendenza perché preferisce continuare a fare affari dentro lo spazio economico internazionale garantitogli dall’autonomia nello Stato Spagnolo, non fa in questi giorni sogni tranquilli.
Rete dei Comunisti
Fonte
In questi giorni in Catalogna abbiamo visto seggi occupati da migliaia di persone per tre giorni, code lunghissime per poter esercitare un diritto al voto negato, una difesa dei seggi dalle violente razzie della polizia in assetto antisommossa che non ha coinvolto soltanto i promotori del referendum, i partiti indipendentisti e ampi settori della popolazione ma anche migliaia di lavoratori portuali di Barcellona e Tarragona, di pompieri, di contadini e allevatori, di lavoratori dei trasporti.
In alcuni casi pure la Polizia catalana è arrivata nel pomeriggio di ieri a scontrarsi, così come hanno fatto i Vigili del Fuoco, con i reparti antisommossa mandati da Madrid, per bloccare l’insensata e indiscriminata violenza della Policia Nacional e della Guardia Civial che ha prodotto circa 800 feriti, di cui alcuni molto gravi. Anziani e bambini picchiati, vetri sfondati, seggi devastati, arresti e identificazioni, pallottole di gomma sparate ad altezza d’uomo non hanno fermato milioni di cittadini che sono andati a votare sotto la pioggia dando vita ad un atto di disobbedienza con carattere di massa dal quale le sinistre radicali di questo continente avrebbero molto da imparare.
Comprese quelle sinistre che, obbedendo più alla logica della ‘simpatia’ e della ‘tifoseria’ piuttosto che ad una indispensabile analisi concreta della situazione concreta, sostengono nonostante tutto il regime di Madrid contro quello che considerano “l’egoismo catalano” appellandosi ad una legalità e ad una Costituzione spagnola scritta nel 1978 dagli stessi franchisti che avevano deciso, per integrarsi nella Comunità Economica Europea e nella Nato, di cambiare le forme del regime mantenendo intatto il suo nucleo ideologico e il potere nelle mani delle élite economiche e militari che avevano costituito il fulcro della feroce dittatura di Francisco Franco.
Il mondo ha visto ieri con i propri occhi la reale natura dello Stato Spagnolo che non ha esitato a esercitare una violenza di massa contro una popolazione la cui unica richiesta era di poter votare, ottenendo la solidarietà non solo di molte organizzazioni della sinistra e dei popoli senza stato dell’Europa, ma di spezzoni consistenti della stessa sinistra radicale e di classe degli altri territori dello Stato Spagnolo.
La cecità di uno stato debole e privo di legittimità nelle terre catalane così come tra i settori popolari e di classe di tutto lo stato ha ottenuto la reazione inversa a quella perseguita dal nazionalismo spagnolo: la manifestazione di una combattiva e preziosa unità popolare che ha dato vita ad un esperimento di contropotere e di democrazia militante in un momento in cui la democrazia, in Spagna come nell’insieme dell’Unione Europea, è ridotta a simulacro penoso e senza alcun appeal.
D’altronde ogni volta che i popoli sono stati chiamati a votare – o, come in questo caso, hanno deciso di votare nonostante la proibizione e la repressione – il risultato è sempre stato sfavorevole agli interessi dei poteri forti, dell’establishment continentale e dello status quo. Dall’oxi greco alla Brexit e ora in Catalogna la mobilitazione popolare dimostra che la rottura con la gabbia imperialista dei singoli stati e dell’Unione Europea nel suo complesso è possibile. E’ ora che i comunisti e i movimenti sociali e politici antagonisti si assumano le proprie responsabilità e lancino la sfida per l’egemonia incuneandosi nelle contraddizioni aperte dal processo autoritario di unificazione continentale per spostarle ad un livello superiore e contrastare il montare delle ipotesi reazionarie.
Il bilancio del referendum è stato alla fine di circa 2.250.000 voti validi, con il Si al 90%. Altri 650 mila voti sono stati letteralmente rubati dalle forze dell’ordine, per cui alla fine si arriva a quasi 3 milioni di votanti su 5.3 milioni di aventi diritto. Il tasso medio di partecipazione è stato superiore al 50%, con punte del settanta e anche dell’ottanta per cento nei quartieri e nei paesi dove la popolazione non ha dovuto fare i conti con gli attacchi della polizia.
La giornata di ieri si è chiusa con una manifestazione di popolo a Placa de Catalunya mentre i leader dell’associazionismo indipendentista e lo stesso capo del governo catalano, Carles Puigdemont, promettevano che inizieranno immediatamente il percorso verso l’indipendenza.
Per ribadire che non si torna indietro ieri la Cup – la sinistra indipendentista radicale – in una conferenza stampa (durante la quale sono intervenuti la Rete dei Comunisti, Eurostop, Liberu, Sinn Fein e Npa) ha chiesto la proclamazione immediata della Repubblica Catalana così come previsto dalle leggi votate dalla maggioranza del Parlament, ha fatto appello a sostenere e a partecipare allo sciopero generale proclamato per martedì 3 ottobre, ha chiesto la protezione internazionale della popolazione catalana da parte degli organismi per la difesa dei diritti umani, politici e civili che finora hanno preferito in buona parte guardare altrove.
Domani sarà una giornata campale per lo sciopero generale convocato in Catalogna da Intersindical CSC (aderente alla Federazione Sindacale Mondiale), dalla CGT, dal COS e dallo IAC, alla quale in maniera insperata ha dato ieri l’adesione un coordinamento ‘civico’ che riunisce circa 40 organizzazioni sociali, sindacali e di categoria che hanno invitato i loro aderenti a paralizzare il paese per denunciare la selvaggia repressione del governo e imporre il rispetto della volontà popolare.
Il referendum catalano costituisce indubbiamente un atto di rottura non solo nei confronti dello Stato Spagnolo e delle sue oligarchie, ma oggettivamente anche nei confronti di quella Unione Europea che in nome della stabilità contrasta l’autodeterminazione della Catalogna a costo di sostenere una repressione e una censura che solo in Turchia trova similitudini.
Ogni confronto tra la realtà catalana e le formazioni leghiste è fuori luogo e ingiustificato.
Se la sinistra indipendentista catalana, che con la sua mobilitazione ha di fatto costretto il partito di governo locale ad abbracciare la causa indipendentista, è apertamente anticapitalista e sostiene l’uscita della repubblica catalana dall’Ue, ieri milioni di catalani europeisti hanno scoperto improvvisamente sulla propria pelle che Bruxelles e Francoforte non sono e non possono essere considerati un’alternativa progressista al regime reazionario, nazionalista e corrotto di Madrid. Questa improvvisa consapevolezza va rafforzata e capitalizzata.
Certamente il movimento indipendentista catalano è composito: si va dalle correnti anarchiche e comuniste ai socialdemocratici fino ai liberali e ai democristiani. Ma lo scontro per l’egemonia è aperto, e la sinistra anticapitalista ha molte carte da giocare, potendo contare su una radicalizzazione dello scontro e su una popolazione che sperimenta la disobbedienza, la mobilitazione permanente e in alcuni casi anche la creazione di un contropotere nazionale ma anche di classe.
Il grande capitale catalano, che è contrario all’indipendenza perché preferisce continuare a fare affari dentro lo spazio economico internazionale garantitogli dall’autonomia nello Stato Spagnolo, non fa in questi giorni sogni tranquilli.
Rete dei Comunisti
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