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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/08/2024

Catalogna - Il Psoe controlla la Generalitat, gli indipendentisti riprendono la piazza

Mentre la piazza di Barcellona si animava per il ritorno di Carles Puigdemont, la camera catalana ha eletto ieri con una esile maggioranza (68 voti favorevoli contro 66 contrari) il nuovo Presidente della Generalitat. Si tratta di Salvador Illa, segretario del Partit dels Socialistes de Catalunya, esponente di spicco dell’apparato del partito dall’eloquente curriculum personale.

Favorevole alla dissoluzione del parlamento catalano e fautore della repressione del movimento indipendentista, nell’ottobre 2017 Illa scende in piazza a fianco del Partido Popular, di Ciutadans e degli ultras del nazionalismo spagnolo per opporsi al processo di autodeterminazione del popolo catalano. Come ministro della sanità del governo e stretto collaboratore di Pedro Sánchez durante la pandemia, è al centro di numerose polemiche riguardo agli acquisti del materiale sanitario e alla gestione dell’emergenza.

Ultracattolico, ama ricordare con piacere la propria esperienza nell’esercito. Un perfetto rappresentante della parabola del PSC, ormai del tutto estraneo al catalanismo e mero satellite del PSOE. Nel suo discorso inaugurale Illa ha tenuto però un profilo dialogante e ha sottolineato l’importanza dell’intesa raggiunta con Catalunya en Comú e soprattutto con Esquerra Republicana de Catalunya, che ha più volte ringraziato e che di fatto ne ha reso possibile l’elezione.

Dopo una votazione interna che ha sancito la divisione del partito (53,5% favorevoli, 44,8% contrari, 1,7% astenuti, con una partecipazione del 77% degli aventi diritto), ERC ha deciso la settimana scorsa di accordare la fiducia a Illa. Moneta di cambio una vaga promessa dei socialisti secondo la quale il governo catalano e quello spagnolo dovrebbero accordarsi per una modifica del sistema di raccolta delle imposte: se finora lo stato ha raccolto preventivamente le risorse e ne ha restituito in un secondo momento una quota alla Generalitat, a partire dal 2026 sarebbe il governo catalano a raccogliere le risorse e trasferirne una parte allo stato.

Si tratterebbe di un regime fiscale che ERC giudica più favorevole, anche se ancora lontano dal vantaggioso sistema di cui beneficia la borghesia regionale basca. Ma più di un osservatore ha espresso seri dubbi sulla reale volontà del governo spagnolo di mettere in pratica quanto promesso. E la decisione di ERC sembra il risultato scontato di un gruppo dirigente che ha portato il partito dal conflitto per la sovranità, e quindi per il potere, alla gestione dell’ordinaria amministrazione.

Tuttavia mentre nella camera catalana si inscenava la pax socialista, dalla piazza veniva un segnale opposto. In vista del ritorno annunciato di Puigdemont, che nei giorni scorsi aveva espresso la volontà di partecipare al dibattito sulla fiducia, le associazioni della società civile catalana (l’Assemblea Nacional Catalana e Òmnium) sono scese in piazza per accogliere e accompagnare dentro al parlamento regionale il leader dell’esilio.

Al loro fianco anche la Candidatura d’Unitat Popular, la Intersindical CSC e i Comitès de Defensa de la Republica. Intorno alle 9 di mattina, Puigdemont è comparso al passeig Lluís Companys dove ha tenuto un brevissimo discorso davanti a circa diecimila manifestanti. Riferendosi alle differenti facce del nazionalismo spagnolo, a cominciare da Vox, che si presenta come parte civile nei processi contro gli indipendentisti, per continuare con il Partido Popular, che ancora controlla i tribunali e per finire con il PSOE, che permette tutto ciò, Puigdemont ha affermato che “malgrado i loro sforzi … oggi sono venuto qui per ricordare loro che siamo ancora qui”.

E dopo aver rivendicato il diritto all’autodeterminazione per il popolo catalano, l’ex presidente è riuscito a schivare la sorveglianza delle forze dell’ordine e a dileguarsi nel nulla, grazie alla collaborazione degli organizzatori della manifestazione e all’aiuto di alcuni agenti della polizia catalana rimasti fedeli all’ex presidente.

I Mossos d’Esquadra hanno chiuso per diverse ore le arterie in uscita da Barcellona, dispiegando un’operazione che ha ricordato quella volta a catturare gli attentatori del 17 agosto 2017. A dispetto dei controlli alla frontiera con la Francia e in numerosi punti del paese, l’operazione gabbia non ha però avuto successo.

Nonostante la legge d’amnistia benefici tutti coloro i quali siano imputati di delitti legati alle vicende scatenate dal referendum del primo ottobre 2017, il giudice del Tribunale Supremo Pablo Llarena ne fa una interpretazione restrittiva e si rifiuta di applicare il provvedimento a Puigdemont, accusato di malversazione e perciò tuttora ricercato dalle forze di polizia spagnole.

La mancata amnistia di Puigdemont è però tutt’altro che un’eccezione. Secondo i dati forniti da Alerta Solidària, una organizzazione antirepressiva dell’esquerra independentista, l’applicazione dell’amnistia dei socialisti è assai parziale: su un totale di più di 500 manifestanti interessati, alla data del 31 luglio solo 42 sono stati amnistiati. Ma quello che è più significativo è che alla stessa data sono già 51 i poliziotti beneficiati dall’amnistia e perció sottratti alle indagini per le violenze del primo ottobre e i maltrattamenti (che rasentano la torura) denunciati in particolare dai Comitès de Defensa de la República.

Attorno alle dieci i manifestanti hanno cercato di entrare nel recinto della camera catalana ma sono stati respinti dai Mossos d’Esquadra, che hanno impiegato il gas irritante e hanno denunciato una quindicina di persone. Numerosi manifestanti hanno richiesto l’aiuto dei sanitari in seguito all’impiego del gas, una misura che Irídia, un’associazione catalana dedita alla difesa dei diritti civili e politici, ha giudicato sproporzionata e non giustificata dalle circostanze.

Nel pomeriggio la votazione alla camera non ha riservato sorprese, riportando dopo più di un decennio un socialista alla presidenza della Generalitat. Da segnalare il discorso del portavoce di Vox che, dopo aver definito l’islam come il grande problema dell’occidente e i giovani provenienti dal Maghreb come dei delinquenti, si è scagliato come di consueto contro gli indipendentisti.

Dal canto suo la Candidatura d’Unitat Popular ha definito il sostegno dei repubblicani e dei comuns al candidato del PSC una vera e propria aberrazione. Secondo la coalizione anticapitalista e indipendentista, l’accordo con i socialisti non farà avanzare le classi popolari catalane né sul piano sociale né su quello dell’autodeterminazione nazionale. In particolare le misure annunciate sul tema degli affitti, sulla regolazione degli alloggi turistici, sulla difesa del territorio dalla speculazione e sui servizi pubblici non convincono la CUP.

La deputata Laia Estrada ha definito Illa una sorta di vicerè ostile alla Catalunya e la sua elezione la fine di un ciclo. “Il nostro è un popolo che lotta, siamo un paese che non si rassegna e che ha forgiato la propria storia nella ribellione” ha affermato la portavoce degli anticapitalisti. Perciò se è vero che il processo di autodeterminazione (cosí come si è caratterizzato negli ultimi anni) è morto oggi nella camera catalana, è altrettanto vero che “la lotta per l’indipendenza continua nelle piazze”.

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13/05/2024

Catalogna - La sconfitta dell’indipendentismo apre le porte al PSC e all’estrema destra

I risultati delle elezioni per il rinnovo della camera catalana cancellano la maggioranza indipendentista affermatasi nel 2021 e incoronano il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) come il partito di maggioranza relativa.

Lo schieramento indipendentista retrocede dal 51% di tre anni fa all’attuale 43%. Accanto a questo chiaro risultato, le urne sanciscono anche la crescita della destra e dell’estrema destra e disegnano un panorama parlamentare dagli equilibri incerti. Vediamo i risultati.

I socialisti catalani guadagnano più di 200.000 voti rispetto alle precedenti elezioni e si affermano come la prima forza parlamentare sia in voti che in seggi. I deputati del PSC sono ben 42, lontani dalla maggioranza assoluta (fissata a 68 seggi), ma più che sufficienti per candidarsi alla guida della Generalitat de Catalunya.

Il leader socialista Salvador Illa, già Ministro della Sanità del governo spagnolo durante la pandemia, ha parlato di un risultato storico e dell’apertura di una nuova tappa. I socialisti si sono affermati nettamente nella demarcazione di Barcellona, come già tre anni fa, e in quella di Tarragona, in entrambi i casi davanti a Junts e a Esquerra Republicana de Catalunya.

Il peso specifico e demografico delle aree in cui vince il PSC, sostanzialmente attorno a Barcellona, è cruciale per la vittoria elettorale: se si guarda alla distribuzione dei voti nei comuni si vede che i socialisti si affermano in 167 municipi, mentre Junts, il partito di Puigdemont, risulta il preferito in ben 726 comuni.

La ricetta del successo elettorale socialista è presto detta: cauto riformismo sociale, amnistia dai contorni ancora incerti per gli indipendentisti, fedeltà assoluta al PSOE e allo schieramento atlantico.

Una ricetta avvalorata e condivisa anche da ERC, il cui elettorato ha evidentemente preferito l’originale socialista alla copia catalana, determinando un vero e proprio ribaltone.

Il secondo partito della camera è Junts, che cresce di circa 100.000 voti rispetto alle elezioni del 2021, passa da 32 a 35 deputati e supera ERC, tornando a essere il primo partito indipendentista.

La formazione dell’ex-presidente tuttora in esilio si afferma nelle demarcazioni di Girona e Lleida ed è l’unico gruppo indipendentista che migliora i precedenti risultati. Puigdemont si era dichiarato pronto a tornare in Catalunya, nel caso fosse risultato il candidato più votato, per riprendere il percorso verso l’indipendenza.

Il presidente del primo ottobre mantiene ancora un forte consenso personale e assicura la tenuta del partito storico della piccola e media borghesia catalana.

ERC registra un calo notevole (meno 180.000 voti) e passa da 33 a 20 seggi. I repubblicani non si affermano in nessuna delle 4 demarcazioni e anche nella distribuzione dei voti a livello municipale si trovano non solo dopo Junts ma anche dopo i socialisti, con 43 municipi.

La quarta forza della camera catalana è il Partit Popular, che registra una spettacolare crescita di più di 200.000 voti, passa da 3 a 15 deputati e abbandona l’ultima posizione nella quale era stato relegato nel 2021.

La crescita del PP non avviene a spese di Vox, che mantiene gli 11 deputati di tre anni fa e si consolida nelle proprie posizioni. Al contrario Ciutadans, il partito che aveva svolto la funzione di diga unionista e il più votato nel 2017, vede sfumare i propri 6 seggi e sparisce dalla camera.

Per quel che riguarda la sinistra di osservanza statale, i Comuns-Sumar registrano un calo di circa 15.000 voti e passano da 8 a 6 seggi. Si tratta dell’alleato-stampella più vicino ai socialisti che, ingoiato il rospo del sostegno alla NATO in Ucraina (deciso dal governo Sánchez), consolidano l’appartenenza allo schieramento unionista.

Gli anticapitalisti e indipendentisti della Candidatura d’Unitat Popular perdono più di 60.000 voti rispetto al 2021 e passano da 9 a 4 seggi. La CUP ottiene 3 seggi a Barcellona e 1 a Girona, senza riuscire a strapparne altri né a Lleida né a Tarragona.

Se nel 2021 la coalizione era la prima forza in cinque comuni, oggi non si afferma neppure in uno e cala in modo preoccupante in alcuni dei propri feudi tradizionali.

Il deludente risultato della CUP prosegue la parabola discendente del partito iniziata con le elezioni spagnole e le comunali catalane dello scorso anno e che il processo congressuale di rifondazione interna (ancora in corso) intende arginare.

La campagna elettorale del partito è stata all’insegna dello slogan “un altro paese è possibile” ed ha privilegiato i temi sociali senza dimenticare l’indipendenza. La CUP è inoltre l’unico partito che si è opposto coerentemente allo schieramento atlantico, sia per quel che riguarda la Palestina che per l’Ucraina. Ma i temi internazionali sono rimasti ampiamente ai margini della campagna elettorale.

Infine c’è da registrare l’ingresso nella camera di un nuovo partito d’estrema destra, Aliança Catalana. Sorto a Ripoll, municipio dal quale proveniva il gruppo jihadista responsabile dell’attentato alla rambla di Barcellona del 2017, il nuovo partito si caratterizza per la islamofobia, la retorica contro l’immigrazione e per la creazione di “uno stato catalano libero, sicuro e occidentale”, come ha sostenuto la leader del partito e sindaco di Ripoll, Silvia Orriols.

Durante la campagna elettorale, Aliança Catalana ha beneficiato del sostegno di molte testate giornalistiche dell’unionismo spagnolo, che hanno dedicato più di una prima pagina alla Orriols, ritenuta in grado di intercettare parte degli elettori indipendentisti delusi sia da Junts che da ERC.

L’operazione è relativamente riuscita: Aliança Catalana entra nel parlamento regionale con 2 deputati. Da sottolineare che sia i tre partiti indipendentisti (Junts, ERC e la CUP) che il PSC e i Comuns hanno firmato un patto pre-elettorale nel quale si impegnavano a rifiutare il sostegno parlamentare (anche indiretto) della nuova formazione della estrema destra, di fatto relegata per il momento a una presenza testimoniale.

Di fatto, quando negli scorsi anni l’indipendentismo ha raggiunto i migliori risultati elettorali, non ha lasciato spazio all’emergere di una estrema destra catalana ed è riuscito a disinnescare la protesta populista: un dato di fatto spesso dimenticato che merita invece una riflessione. Aliança Catalana emerge infatti quando il movimento indipendentista perde l’iniziativa.

La formazione del nuovo esecutivo della Generalitat sembra complicata: il PSC potrebbe governare con ERC e i Comuns (le tre forze sommano giusto i 68 seggi necessari), ma l’esito non è scontato. La linea del “tavolo delle trattative con i socialisti” imboccata da ERC si è rivelata elettoralmente disastrosa e il gruppo dirigente dei repubblicani si trova ora davanti a un bivio: sostenere un governo di centrosinistra guidato da Illa (che rappresenterebbe la certificazione della rinuncia alle velleità indipendentiste del proprio elettorato) o ricercare una nuova alleanza con Junts e la CUP, dai contorni ancora tutti da definire.

È molto probabile che la situazione permanga incerta almeno fino alle prossime elezioni europee, senza scartare la possibile ritorno alle urne.

Il bilancio provvisorio della tornata elettorale è tutto a favore dell’unionismo statale e della conservazione degli equilbri esistenti: la radicale domanda di trasformazione istituzionale e sociale del movimento indipendentista subisce una decisa battuta d’arresto. Dove non era arrivata la repressione del PP, è arrivato il riformismo dei socialisti.

Oggi difficilmente le grandi imprese e le banche catalane sposterebbero la propria sede a València (come accaduto dopo il primo ottobre 2017) per difendere lo status quo e fare terra bruciata attorno a un movimento che, pur non esente da contraddizioni, ha evidenziato tutti i limiti della transizione spagnola, ha denunciato la continuità del regime del ’78 con il franchismo e ha minacciato la stabilità e il progetto del grande capitale catalano e spagnolo, entrambi integrati nel disegno della UE.

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19/03/2024

Catalogna - Il lungo congresso della CUP: quale approdo per l’esquerra independentista?

Dopo i pessimi risultati elettorali registrati alle comunali catalane e alle elezioni per il Congresso spagnolo, la Candidatura d’Unitat Popular ha avviato nel dicembre scorso un lungo percorso congressuale che, attraverso diverse assemblee territoriali attualmente in pieno svolgimento, dovrebbe rilanciare la proposta politica dell’organizzazione, adeguandola a uno scenario ormai caratterizzato dal riflusso del movimento per l’autodeterminazione e per l’indipendenza della Catalunya.

La fase congressuale si è aperta con la discussione di un unico documento, condiviso dalle varie anime dell’organizzazione, e si è finora concentrata sulla ricerca delle necessarie correzioni della linea politica del partito, nell’intenzione di affilare le proprie armi e migliorare la presenza egemonica della CUP nel corpo delle classi popolari.

L’orizzonte sembra essere la rifondazione della formula dell’unitat popular, a partire dalla riproposizione dei propri principi fondamentali (socialismo, indipendentismo, ecologismo, femminismo), con la volontà di farne una proposta che interessi non solo una minoranza, peraltro spesso già politicizzata, ma che interpelli l’insieme dei settori popolari. Evidentemente più facile a dirsi che a farsi.

Nelle fila dell’organizzazione sembra esserci un certo consenso attorno all’idea di unitat popular intesa come formula in grado di trasformare le necessità materiali delle classi subalterne in una lotta politicamente cosciente e in grado di fondersi con la proposta politica dell’indipendenza, del socialismo e del femminismo nei Països Catalans.

In questo schema, il perno dell’unitat popular è rappresentato dai lavoratori e dalle classi popolari, alla testa di un blocco sociale che non esclude l’alleanza tattica con la piccola e media borghesia sempre più impoverita, ma che in ogni caso vuole conservare un programma e una visione strategica di classe.

In base anche a queste premesse, la riflessione congressuale si è aperta ai contributi esterni, sia dei simpatizzanti che di tutta la vasta area di quella sinistra interessata alla proposta della costruzione dell’unitat popular.

Se è indubbio che la riflessione congressuale era ormai necessaria, è altrettanto vero che l’operazione della rifondazione dell’organizzazione si presta a diverse interpretazioni e sembra presentare sia rischi che virtú.

Differenti voci all’interno del partito hanno denunciato il pericolo dell’approdo a una versione per così dire “decaffeinata” della CUP ed hanno ribadito il rifiuto della logica della pura e semplice sommatoria di seggi al fine di governare le istituzioni (dai comuni alla Generalitat) denunciando il pericolo di convertirsi nel gestore amministrativo dello stato spagnolo e del grande capitale.

È questo il punto di vista di Endavant (una delle componenti interne alla CUP), che pure partecipa al processo di rifondazione.

Se questo rischioso scenario è stato finora apertamente rifiutato da tutta l’organizzazione, il suo fantasma ha animato una intensa discussione riguardo al rapporto tra le lotte nella società e il lavoro da compiere dentro le istituzioni.

In questo senso, gli eventi successivi al referendum del primo ottobre hanno dimostrato ampiamente che senza una vera e propria rivoluzione, senza degli istituti di partecipazione diretta che contendano il potere allo stato, non si costruisce la Repubblica catalana socialista. Su questo punto le differenti anime della coalizione coincidono. Ciononostante, la CUP non sottovaluta l’importanza della partecipazione nelle istituzioni.

In particolare l'ipotesi dell’unitat popular ampia (allargata anche a settori affini ma esterni alla sinistra indipendentista e anticapitalista), la proposta cioè che ha portato la CUP a conquistare il Comune di Girona, è enfatizzata da diverse voci all’interno del partito come la formula più adatta a uscire dal proprio bacino elettorale di riferimento e ad incarnare il nuovo volto del partito.

E alcune di queste voci auspicano con una certa disinvoltura ciò che definiscono come una ‘nuova vocazione maggioritaria’ del partito, dando l’impressione di ritenerne la semplice interiorizzazione come garanzia del successo elettorale. E con il rischio di scambiare la legittima aspirazione all’egemonia di gramsciana memoria con una semplice sommatoria di sigle dall’esito incerto.

Alle sirene della partecipazione istituzionale si contrappongono coloro i quali ribadiscono la filosofia che ha fin qui guidato la CUP nelle istituzioni: parteciparvi per portarle al limite e superarle quando i rapporti di forza siano favorevoli.

Consapevoli che questo punto di rottura può essere raggiunto solo se esiste un movimento popolare in grado di costruire spazi di potere sempre più diffusi nella società, capace di contrapporsi alle istituzioni statali fino a sostituirle.

Come si vede il dibattito interno è aperto.

Un altro tema sul quale si sta sviluppando la riflessione è quello della direzione assembleare fin qui caparbiamente difesa da tutta l’organizzazione. Da qualche tempo però si sono levate sempre più spesso le critiche a un sistema che ha rallentato in varie occasioni la presa di decisioni importanti e che perciò sembra aver penalizzato il partito.

Nella discussione di queste settimane, pare farsi strada una proposta organizzativa che, pur difendendo e conservando in buona misura la partecipazione assembleare dei militanti, si inclina per la costruzione di una direzione politica più stabile, autorizzata a decidere nell’ambito della più ampia strategia generale.

È questa la proposta di diversi esponenti e settori interni, quali Poblle LLiure, che lega inoltre la necessità di rafforzare la direzione dell’organizzazione alla possibilità di assumere maggiori responsabilità all’interno delle istituzioni, qualora i rapporti di forza lo consentano.

Secondo questo settore inoltre, non si può semplicemente liquidare l’indipendentismo di Esquerra Republicana de Catalunya e di Junts per Catalunya come “indipendentismo borghese” ed è invece necessario dedicargli un’attenzione particolare per sottrarre la base dei due partiti all’influenza dei leader della piccola e media borghesia catalana.

Il vasto dibattito per il momento non sembra aver affrontato il tema spinoso della persistente difficoltà dell’organizzazione a Barcellona, dove non è rappresentata negli organi del Comune, e dove sconta la difficoltà di competere con la sinistra di obbedienza statale, che nuota come un pesce nel mare della metropoli cosmopolita.

È finora mancata anche una riflessione sull’assenza di un giornale d’area in grado di contribuire alla costruzione di una cornice interpretativa coerente con la visione politica della CUP (e della più ampia area dell’esquerra independentista e anticapitalista), inteso come uno strumento necessario nella lotta per l’egemonia nel campo della cultura.

Sui temi internazionali infine, sembra reggere un consenso interno che non ne ha reso necessaria la verifica congressuale. D’altro canto però, bisogna constatare come l’impegno contro la guerra della NATO, pur convinto e immediato, non sia stato finora sufficiente a costruire un movimento all’altezza della situazione.

La posizione internazionalista della CUP, fermamente contraria all’alleanza atlantica, schierata da subito contro il sostegno degli USA e della UE all’Ucraina, decisamente a fianco della resistenza palestinese (più volte evocata nel dibattito congressuale), rimane comunque uno dei punti fermi della proposta dell’unitat popular.

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30/11/2023

“Né l’amnistia né l’Europa ci salveranno”

Dalla prigione catalana di Ponent, dove da due anni e mezzo sconta una pena per ingiurie alla corona e apologia del terrorismo, Pablo Hasel ha scritto una breve e tagliente lettera che tocca diversi temi oggi al centro del dibattito politico iberico: l’accordo tra i partiti indipendentisti e il PSOE, all’origine dalla riconferma di Pedro Sánchez alla Moncloa; la reale portata dell’amnistia; il ruolo delle istituzioni europee sullo scacchiere internazionale.

La lettera riporta all’attenzione dell’opinione pubblica il caso di Hasel che, dopo aver suscitato lo sdegno e le proteste di migliaia di giovani dentro e fuori lo stato spagnolo, sembra quasi dimenticato.

Conviene ricordare che il musicista di Lleida è finito in carcere a causa di diverse sentenze di condanna tra cui una per i testi delle proprie canzoni, un’altra per una supposta aggressione e infine per alcune opinioni che sono state tacciate di inneggiare al terrorismo.

Proprio quest’ultima accusa merita una riflessione preliminare: è oggi più che mai evidente l’uso politico del termine “terrorista“, impiegato con disinvoltura dagli Stati per condannare senza appello quello che considerano “il nemico”. Con i suoi messaggi, cantati e non, Hasel ha toccato un nervo scoperto dello stato spagnolo tanto da guadagnarsi l’accusa di “apologia del terrorismo“.

Ma ricordare le torture della poliza inflitte ai membri di ETA o a quelli dei GRAPO, un’organizzazione armata marxista-leninista attiva durante e dopo la transizione, è fare apologia del terrorismo?

Sostenere, riferendosi ai GRAPO, che «le prigioniere e i prigionieri politici sono un esempio di resistenza» è fare apologia del terrorismo o un legittimo esercizio di difesa della memoria storica?

La denuncia dei legami della monarchia spagnola con quella saudita, oggetto peraltro delle indagini della magistratura, dev’essere considerata un’ingiuria? Difendere un giovane che affiggeva manifesti a favore dell’autodeterminazione da un provocatore che lo stava aggredendo è un reato?

Evidentemente per lo Stato spagnolo uscito dalla transizione, è ancora oggi difficile tollerare la critica alla mancata trasformazione delle strutture repressive statali (così come la critica alla conservazione nelle mani delle elite franchiste del potere economico e la critica all’unità dello stato).

Su questi temi esiste un settore sociale conservatore, imbevuto della cultura politica franchista, pronto a mobilitarsi, come è accaduto con le proteste seguite all’annuncio dell’amnistia e scatenatesi nelle piazze di Madrid.

Con questo settore i socialisti di Pedro Sánchez hanno condiviso tra l’altro la gestione dell’immigrazione, il sostegno alla NATO, l’adesione al nazionalismo spagnolo e la repressione dei movimenti indipendentisti.

Ed è improbabile che la recente amnistia rappresenti un vero punto di svolta: nel caso di Pablo Hasel (e di molti altri detenuti politici) sembra infatti imporsi una interpretazione restrittiva del provvedimento che, con il beneplacito del nuovo governo, lascerà il rapper comunista in carcere fino al 2027.

Bisogna sottolineare anche che la Corte Europea di Strasburgo ha rifiutato il ricorso presentato da Hasel e ha giudicato corretta la pena comminata dai giudici spagnoli.

Si tratta senza dubbio di una sconfitta giuridica che però ha un risvolto imprevisto: la decisione del tribunale contribuisce a smontare l’opinione, assai diffusa nell’indipendentismo catalano (fatta eccezione per la CUP), secondo la quale l’Unione Europea “rispetterebbe i principi democratici” più di quanto faccia lo Stato spagnolo. Su questo tema, la lettera del rapper è molto chiara.

Seppure alcuni giudizi di Hasel, soprattutto quelli sui partiti spagnoli e catalani, possano talvolta prestarsi all’accusa di un certo massimalismo, bisogna riconoscere che non fanno sconti a nessuno, investendo tanto i socialisti quanto gli indipendentisti.

Anche perciò vale la pena ascoltare il suo punto di vista, non foss’altro che per dare voce a un rapper comunista silenziato, divenuto un detenuto politico, che rivendica la propria appartenenza ideologica.

Qui di seguito la lettera di Pablo Hasel apparsa il 16 novembre sulla stampa catalana.
«Ancora una volta, numerosi partiti hanno raggiunto un accordo sulla fiducia al governo, il cui contenuto suppone la violazione reiterata dei diritti civili e politici. In nome del progressismo, torneranno a mettere in campo politiche all’insegna dello sfruttamento, della miseria, della repressione e dell’imperialismo. Tutto ciò sostenendo un regime profondamente antidemocratico, nemico dei nostri interessi, sia come popolo che come classe.

L’amnistia sulla quale si sono accordati – e vedremo se questa amnistia davvero mantiene ciò che promette – non arriva neppure a includere tutti gli indagati e condannati in Catalunya. Perché la repressione va molto oltre il processo indipendentista: ci sono migliaia di perseguitati per le lotte sul lavoro, le lotte studentesche, quelle per la casa, contro il maschilismo, il razzismo, l’omofobia e contro la repressione.

Inoltre in ambito statale ci sono molti altri prigionieri politici che non sono neppure menzionati perché si vogliono nascondere. E non possiamo permetterlo perché questi prigionieri hanno difeso la nostra dignità. Soprattutto i prigionieri politici sequestrati da decenni, che sono l’esempio di lotta più coerente per i diritti civili, sociali e politici, inclusa l’autodeterminazione.

Perciò dobbiamo rivendicare l’amnistia totale, dovunque sia possibile, e organizzare la solidarietà per far fronte alla repressione presente e a quella futura. L’ampliamento delle leggi repressive approvate dai falsi progressisti dice chiaramente che non ci sarà tregua.

Con altrettanta chiarezza, le nefaste condizioni di vita ci dicono che è necessario intensificare la lotta (che sarà repressa). Il regime non ha bisogno del Partido Popular e di Vox al governo per imporre questo fascismo occulto: se ne incarica il PSOE-Sumar e i loro collaboratori, che perpetuano ogni tipo di atrocità.

Il progressismo e alcuni settori della “sinistra” addomesticata hanno ripetuto spesso che l’Europa non lo permetterebbe, idealizzando l’UE. La realtà ha dimostrato ripetutamente che dicevano una menzogna.

Un recente esempio è la condanna che ho ricevuto per aver denunciato fatti oggettivi, ratificati dal tribunale di Strasburgo. Una condanna incomprensibile, dato che in precedenza lo stato spagnolo era stato condannato per la pratica della tortura, considerata invece nella mia sentenza un’“ingiuria”.

Il fatto che a volte la Corte Europea o l’ONU ammoniscano o condannino lo stato spagnolo per la grossolana repressione non significa che lo facciano sempre, né che riescano a fermarlo. Cosa che non sorprende perché anche l'Unione Europea reprime, e questa evidenza non è inficiata dal fatto che alcuni stati membri dell’unione siano più rispettosi delle libertà rispetto a quello spagnolo.

L’Europa che partecipa alle invasioni imperialiste della NATO, che trasforma il Mediterraneo in una fossa comune per i migranti, che aiuta il sionismo a occupare la Palestina e a portare a termine un genocidio, che equipara nazismo e comunismo, che culla le multinazionali responsabili dello sfruttamento e del saccheggio selvaggio di numerosi paesi, che ha sostenuto il jihadismo in Siria e che arma i nazisti ucraini, non ci salverà.

Non esiste altra soluzione che aumentare gli sforzi per far crescere le lotte nelle piazze. Soltanto rafforzando l’organizzazione rivoluzionaria conquisteremo i diritti e la libertà che ci strappano di mano con la violenza.

È sempre più urgente sviluppare l’unità attorno alla solidarietà e alla lotta per un programma veramente democratico-popolare, che includa l’uscita da questa Unione Europea sfruttatrice, repressiva e imperialista. Altrettanto necessario è denunciare come sotto questo “nuovo” governo continueremo ad essere ugualmente oppressi in tutti i sensi.

Rovesciamo il regime monarchico-fascista! Visca la resistenza! Amnistia totale!»
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16/11/2023

Spagna. L’“esquerra independentista”: con l’amnistia il PSOE vuole seppellire la repubblica catalana

Se qualcuno si aspettava una autocritica del PSOE riguardo ai fatti accaduti prima e dopo il referendum del primo ottobre, viene chiaramente smentito dalla lettura del provvedimento d’amnistia presentato questa settimana dai socialisti.

Sia la proposta d’amnistia redatta dai partiti indipendentisti nel 2021 (di cui il PSOE non permise neppure la discussione in aula) che il testo elaborato da Sumar nelle scorse settimane, sottolineavano la sproporzione dell’intervento repressivo dello stato contro il movimento indipendentista: le dure condanne di prigione, la destituzione d’autorità del governo della Generalitat e lo scioglimento della camera catalana con l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione.

Il testo a suo tempo presentato da Esquerra, Junts e la CUP ricordava inoltre la necessità del rispetto della volontà politica maggioritaria dell’elettorato catalano. Nel testo del PSOE si parla invece di una generica tensione sociale e di uno scollamento tra l’elettorato catalano e le istituzioni statali ai quali l’amnistia dovrebbe porre rimedio, al fine di consolidare la convivenza.

La reale portata dell’amnistia non è inoltre ancora chiara. Secondo molti osservatori, ci sono seri dubbi che sia i militanti dei CDR accusati di terrorismo, che gli indagati di Tsunami Democràtic, possano beneficiare del provvedimento.

Non solo: il PSOE ha parlato di poche centinaia di amnistiati ma Alerta Solidaria, l’organizzazione contro la repressione dell’esquerra independentista, stima gli imputati per i fatti connessi al referendum e alle mobilitazioni successive in più di 4.000 persone. Evidentemente i conti non tornano.

A questi dubbi si aggiunge la beffa: alcune decine di agenti delle forze dell’ordine, indagati per reati commessi durante la repressione delle manifestazioni, sono inclusi nell’amnistia. Una possibilità che i CDR avevano già paventato nelle scorse settimane e che l’ex deputato della CUP e avvocato di molti processati, Benet Salellas, aveva definito una sciocchezza monumentale.

Davanti alla stampa Salellas aveva spiegato che se è vero che l’amnistia può beneficiare anche coloro i quali hanno compiuto dei reati nel segno del nazionalismo spagnolo, è altrettanto vero che è invece contrario al diritto internazionale amnistiare «i delitti commessi da funzionari pubblici contro beni individuali come l’integrità morale e l’integrità fisica, ovvero atti che possono essere considerati di tortura, come specialmente le cariche poliziesche del primo ottobre».

Certo è che i socialisti hanno confezionato il provvedimento con due obbiettivi nel mirino. Nell’immediato, la conferma di Pedro Sánchez alla guida dell’esecutivo spagnolo; nel medio e lungo periodo la smobilitazione definitiva del movimento indipendentista.

Dopo l’indulto concesso ai leader del primo ottobre, l’amnistia rappresenta nelle intenzioni del PSOE un vero e proprio funerale alla domanda di trasformazione istituzionale e sociale rappresentata dalle varie anime del movimento per la repubblica catalana.

Bisogna inoltre segnalare che già prima di conoscerne il testo, cinque sindacati della Guardia Civil, tra cui il sindacato maggioritario del settore, hanno firmato un comunicato in cui denunciano l’accordo tra Sánchez e Puigdemont e la legge d’amnistia come un attacco all’indipendenza dei giudici e allo stato di diritto.

La presa di posizione della Guardia Civil rappresenta una vera e propria invasione di campo nell’area della politica, a margine della quale dovrebbe invece mantenersi ogni corpo militare. Anche la più grande associazione dei fiscales spagnoli (una figura equivalente al pubblico ministero) ha condannato senza mezzi termini qualsiasi legge d’amnistia, anche in questo caso già prima di conoscere il contenuto del provvedimento.

I fiscales ritengono che l’amnistia sia un attacco al potere giudiziario e conduca alla fine dello stato di diritto. Quasi contemporaneamente la CEOE, la principale associazione degli imprenditori spagnoli, si è a sua volta schierata nettamente contro l’accordo Sanchez-Puigdemont e contro l’amnistia, che a suo dire rappresentano un ostacolo alla crescita economica e una minaccia per la sicurezza giuridica.

Queste prese di posizione dei poteri forti e di parti significative dell’apparato statale illustrano bene l’attualità e la fondatezza della critica alla transizione spagnola formulata dall’esquerra independentista: la transizione non soltanto non ha tagliato le radici fasciste degli apparati repressivi dello stato ma ha anche traghettato nella cosiddetta democrazia le elite politiche e economiche del franchismo, perpetuandone il potere finanziario e garantendone la sopravvivenza della cultura politica.

La portavoce della CUP, Laia Estrada, ha denunciato il fatto che la legge d’amnistia riproponga il rispetto della cornice costituzionale spagnola, mentre Poble Lliure (organizzazione interna alla CUP) ha sostenuto che l’amnistia dovrebbe servire per «acuire la crisi dello stato e indebolirlo, per delegittimare (sia all’esterno che all’interno) la sua strategia repressiva, non certo per dimostrarne la clemenza, per compiere un nuovo passo in avanti verso la rottura che vogliamo, non verso una nuova transizione».

Ma la critica più netta è arrivata da Endavant, l’altra importante componente della coalizione indipendentista e anticapitalista.

Riferendosi all’amnistia e all’accordo Sánchez-Puigdemont, Endavant ha affermato in un comunicato che «questo è un patto che servirà per rilegittimare e rafforzare il regime. Per fare una seconda transizione riproducendo la democrazia depotenziata del regime del ’78 e consolidando lo stato neoliberale e patriarcale che opprime le classi popolari.

L’amnistia sarà utilizzata come un elemento di pacificazione e di smobilitazione della lotta della società catalana per l’autodeterminazione e l’indipendenza.

L’accordo tra Junts per Catalunya, ERC, PSOE e Sumar non si propone in chiave di avanzamento del processo di liberazione nazionale e emancipazione sociale dei Països, Catalans bensì come la chiusura definitiva di un ciclo di lotta»
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04/11/2023

La solidarietà con il popolo palestinese buca la narrazione dei governi anche in Catalunya

Le iniziative di solidarietà con il popolo palestinese si susseguono in queste settimane anche in Catalunya, a cominciare dalla manifestazione che il 21 ottobre ha attraversato le strade di Barcellona e che ha riportato alla superficie il dibattito contro la guerra, negli utimi anni sommerso dalla propaganda targata NATO sull’Ucraina.

Ben 70.000 persone sono scese in piazza a fianco della comunità palestinese, al cui appello ha risposto un vastissimo arcipelago di collettivi e partiti, uniti dallo slogan «fermiamo il genocidio in Palestina».

Tra le rivendicazioni dei manifestanti, la fine della complicità delle istituzioni spagnole e catalane con Israele: se è vero che la Generalitat considera lo stato ebraico come una zona strategica per le imprese, è altrettanto vero che il commercio d’armi tra Israele e la Spagna è a dir poco fiorente.

Secondo i ricercatori del Centre Delàs d’Estudis per la Pau, lo stato spagnolo ha venduto a Israele materiale militare per un totale di 139,5 milioni di euro negli ultimi 20 anni.

Sebbene vendere armi al governo israeliano significhi vendere armi per reprimere la popolazione palestinese, a detta del Centre Delàs è ancora più grave il dato sulle importazioni: nel solo 2017, l’ultimo anno per il quale si dispone di cifre relativamente certe, la Spagna ha comprato armi per 10,2 milioni di euro dallo stato ebraico, secondo i dati del Ministero del Commercio.

Secondo il Ministero della Difesa la cifra relativa allo stesso anno sale invece fino a 29,1 milioni di euro. Nonostante la discrepanza dei dati forniti dai due ministeri, è evidente che la Spagna compra molte più armi di quelle che acquista da Israele, contribuendo così in modo rilevante a finanziare la costosa occupazione dei territori.

Secondo il Centre Delàs è proprio il successo di queste esportazioni che rende economicamente sostenibile l’occupazione militare della Palestina: scrivono i ricercatori che «se produrre un tank costa 10 milioni di euro, forse fabbricarne 10 costa 50 milioni di euro, con un costo unitario che si riduce alla metà se Israele riesce a esportare i 9 tank in eccesso».

Per raggiungere questo obbiettivo Israele pubblicizza i propri prodotti militari con lo slogan provati in combattimento, attraendo così sia i compratori della Unione Europea (come nel caso della Spagna) che quelli di altre aree.

“Provati in combattimento”, cioè provati sulla pelle dei palestinesi dato che, come afferma ancora il Centre Delàs, «da anni la striscia di Gaza si è convertita in un laboratorio di prova per il materiale militare israeliano. Così viene detto apertamente dalle autorità israeliane e così viene pubblicizzato senza giri di parole dalle industrie che vendono questi prodotti».

“Israele assassina, l’Europa patrocina” è uno degli slogan che si sono ascoltati in piazza durante lo sciopero degli studenti del 26 ottobre, che ha mobilitato centinaia di giovani a Barcellona, Girona, Tarragona, València, Alacant e altri centri minori dei Països Catalans.

Il 29 ottobre nuove iniziative si sono svolte a València e a Barcellona, segno che il racconto dei vari governi e dei principali mezzi d’informazione non è riuscito a silenziare l’indignazione suscitata dall’operato di Israele.

A València la manifestazione (già la quarta dal 7 ottobre) è stata convocata dal BDS País Valencià e dalla comunità palestinese: in un comunicato l’organizzazione afferma che tutto ciò che accade oggi «è la conseguenza di 75 anni di colonialismo, razzismo, pulizia etnica e apartheid sionista israeliana» in un momento in cui «il dislivello tra le due parti è abissale».

Contemporaneamente si è svolto un presidio (circa 1.200 persone) nella centralissima piazza Sant Jaume di Barcellona per denuciare gli attacchi che sta subendo Gaza e chiedere un immediato cessate il fuoco. Iniziative simili si sono svolte nella stessa giornata anche a Palma e Maó (nelle Isole Baleari).

La sensibilità delle piazze però non rispecchia quella delle istituzioni: la camera dell’autonomia catalana (il cosiddetto Parlamento) ha approvato il 26 ottobre una dichiarazione (con i voti del Partit dels Socialistes de Catalunya, del Partit Popular, di Ciutadans e di Junts per Catalunya) nella quale si sostiene il diritto di Israele a difendersi, senza peraltro criticarne l’operato militare.

Esquerra Republicana de Catalunya, Catalunya en Comú e la Candidatura d’Unitat Popular hanno protestato invano, votando contro e abbandonando l’aula nel momento in cui è stata letta la dichiarazione. La CUP ha inoltre promosso una campagna di sensibilizzazione in ogni comune del paese.

La mozione di solidarietà proposta nei consigli comunali afferma tra l’altro che, pur rammaricandosi di tutte le morti, «per mettere fine a questa spirale di violenza bisogna individuare nello stato coloniale di Israele, fautore dell’apartheid, il fuoco iniziale di ogni violenza e di ogni oppressione. Questo non è un conflitto tra uguali, bensí un conflitto tra una potenza coloniale e militare e un popolo che ha il diritto di proteggersi davanti agli attacchi sistematici che subisce dal 1948».

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02/06/2023

Catalogna - Uno scenario politico in movimento dopo la tornata elettorale

Le elezioni per il rinnovo dei sindaci svoltesi questa domenica in Catalunya ci consegnano uno scenario politico in movimento e di non facile lettura.

Nel corso della campagna elettorale il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) si era presentato come il partito dell’ordine e degli affari: il candidato socialista impegnato nella quantomai incerta corsa al Comune di Barcellona aveva dichiarato di essere disposto a scendere a patti solo con chi fosse “pienamente leale allo stato e alle istituzioni europee”.

Unidas Podemos giocava la carta della riconferma di Ada Colau, ancora una volta l’attivo catalano più convincente del partito che, impegnato a spostare a sinistra l’asse del governo spagnolo, non sembra finora essere riuscito nell’impresa.

La gestione dell’immigrazione, l’adesione incondizionata del governo Sánchez alla guerra in Ucraina e per ultimo i ritocchi alla politica sulla violenza di genere hanno rappresentato altrettanti rospi di difficile digestione per gli eredi del movimento degli indignati.

Su Esquerra Republicana de Catalunya e Junts per Catalunya aleggiava invece la possibile disaffezione dell’elettorato indipendentista, deluso sia dal ritorno alla gestione dell’autonomia regionale che dal dialogo con lo Stato, impersonati soprattutto dal presidente della Genearalitat, Pere Aragonès.

L’interrogativo sul comportamento dell’elettorato indipendentista gravava anche sulla Candidatura d’Unitat Popular (CUP), impegnata nella difficile sfida per rientrare al comune di Barcellona e per la tenuta di alcuni centri di piccola e media grandezza nei quali si era imposta negli anni scorsi.

Un particolare interesse suscitava anche l’esperimento di Girona, dove il partito aveva confermato il sostegno a una ampia coalizione (Guanyem) che, uscendo dal più stretto recinto dell’esquerra independentista e anticapitalista, aspirava a portare sulla poltrona del sindaco il proprio candidato, Lluc Salellas.

Il dato più interessante uscito dalle urne sembra essere il calo della partecipazione. Non solo: l’astensione è cresciuta maggiormente nelle zone dove più consolidato è il voto indipendentista, con cali spettacolari attorno al 10% come nel caso di Girona o di Vic.

Rispetto alle precedenti municipali, ERC ha perduto più di 300.000 voti, la CUP più di 50.000, mentre Junts riesce a fermare il passivo sulla soglia dei 5.000 voti.

L’elettorato indipendentista ha cioè castigato chiaramente la tattica del “dialogo”, abbracciata soprattutto da ERC, e ha punito anche la CUP, incapace di invertire questa tendenza. Resta da vedere nelle prossime settimane se la direzione repubblicana sarà in grado di fare autocritica e cambiare rotta o se stringerà ulteriormente la tacita alleanza con il PSOE.

Quanto al risultato della CUP, sembra aver pesato la disillusione diffusasi in alcune delle frange radicali dell’indipendentismo anticapitalista, per esempio nei Comitès de Defensa de la República (CDR).

In ogni modo, è interessante notare che l’elettorato indipendentista ha usato le elezioni municipali in chiave nazionale, sviando per una volta l’attenzione da Barcellona, che di solito monopolizza l’analisi elettorale delle comunali e costringendo ad aprire una riflessione sulla più ampia realtà catalana.

Chi beneficia di questa spettacolare astensione sono i socialisti che, alternando sapientemente la repressione poliziesca con l’indulto ai principali responsabili del referendum del primo ottobre, sono riusciti negli ultimi anni a rinnovare la propria immagine fino a scoprirsi sorprendentemente i più votati di questa tornata elettorale locale (nonostante anche il PSC registri una perdita di 55.000 voti).

Così i socialisti si sono affermati come il primo partito a Tarragona, Lleida e Girona, tre su quattro delle più grandi città catalane. Sebbene a Barcellona il partito più votato sia stato Junts per Catalunya, è tutt’altro che improbabile che un accordo tra PSC, ERC e i Comuns di Ada Colau finisca per imporre un sindaco espressione delle sinistre riformiste catalane e delle succursali statali. Il PSC potrebbe così portare a casa anche il Comune di Barcellona.

A Girona sono invece i socialisti a subire il gioco delle alleanze post-elettorali: l’ottimo risultato di Gunyem (la marca bianca della CUP) potrebbe rendere possibile un accordo con ERC e Junts e incoronare sindaco l’indipendentista e anticapitalista Salellas.

Nel complesso il risultato catalano dei socialisti è in netta controtendenza con i risultati deludenti ottenuti dal PSOE nelle altre regioni dello stato in cui si è votato (comunali in alcuni casi, regionali in altri). Bruciano in particolare le disfatte subite in Andalusia, al Païs Valencià, Balears, Aragona... che hanno indotto Pedro Sánchez a indire nuove elezioni politiche per il prossimo 23 luglio, una decisione tra l’audacia e la temerarietà che lascia quantomeno sorpresi.

Per quel che riguarda l’estrema destra, Vox riesce ad entrare in 19 dei 20 municipi catalani di più grandi dimensioni, segnando una crescita che lo porta ad essere presente in 75 consigli comunali, tra cui quello di Barcellona.

Dal canto suo, il PP si impone a Badalona e ottiene rappresentanza a Barcellona. Il voto catalano della destra è nel complesso positivo e in sintonia con le affermazioni ottenute nella Comunità Autonoma e al Comune di Madrid.

“Nei Països Catalans sale la destra, l’estrema destra e lo spagnolismo. Non è un bel panorama, né per le sinistre né per l’indipendentismo. È il momento di una analisi profonda“. È il primo e stringato commento della CUP, un grido d’allerta per i rischi insiti nello scenario politico catalano e spagnolo al quale l’annuncio di nuove elezioni sembra aver impresso un’accelerazione dagli effetti imprevedibili.

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04/02/2023

Vecchie e nuove sfide per l’esquerra independentista e anticapitalista catalana /3

Dopo l’analisi di Endavant, si propone di seguito una riflessione prodotta nell’ambito dell’altra principale organizzazione dell’esquerra independentista e anticapitalista, Poble Lliure. Si tratta di un articolo redatto da Xavier Oca, tra i dirigenti del gruppo, risalente alle prime settimane di guerra ma non per questo meno significativo.

Al netto di alcune scelte terminologiche imprecise, che possono dar luogo a malintesi (come nel caso dell’uso del termine impero), si tratta di una interessante analisi sullo scenario internazionale e sull’autodeterminazione dei popoli.

In particolare è da sottolineare la riflessione sullo sviluppo del nazionalismo ucraino, la critica all’indipendentismo socialdemocratico di ERC, allineata col governo spagnolo sull’invio di armi all’Ucraina, e la convinzione conclusiva secondo la quale la lotta contro lo strapotere finanziario delle grandi multinazionali e quella per l’emancipazione nazionale di popoli come quello catalano siano due facce della stessa medaglia: la medaglia mortifera del modo di produzione capitalistico.

Contro le guerre, gli imperi e i fascisti

di Xavi Oca, in La Veu (23/04/2022)

Un’invasione tanto stupida quanto criminale

Alla fine di febbraio, dopo mesi di tensione, Vladimir Putin annunciava un’operazione che a suo parere aveva l’obbiettivo di “smilitarizzare e denazificare l’Ucraina”. Ebbene ha ottenuto tutto il contrario.

Non cadremo nella trappola del pensiero unico e dai gazzettini bellicisti imposti dai media occidentali, pieni di perle quali “non ci addentreremo nel dibattito sulle radici del conflitto perché questo significherebbe fare il gioco di Putin” [1], e spiegheremo invece come il colpo di stato del 2014 fosse la premessa di un avanzamento terribile del processo di fascistizzazione dell’Ucraina e del dispiegamento della politica espansionista e militarista degli Stati Uniti, con la creazione di un protettorato de facto.

Detto ciò, non possiamo ammettere né tollerare, o giustificare in nessun modo, l’azione criminale perpetrata da Putin contro la popolazione civile ucraina. Invece di limitarsi a un’azione puntuale e difensiva, o come dicono i propagandisti di guerra a un’operazione chirurgica, per esempio contro le installazioni militari potenzialmente pericolose per la Russia, o contro i battaglioni neonazisti operanti in Ucraina, Putin si è lanciato in una invasione criminale del paese vicino, provocando la distruzione e la morte di migliaia di vite umane.

Vittime civili che sono paradossalmente in maggioranza russofone, abitanti delle città dell’est e del sud dell’Ucraina, proprio le zone dove c’era ancora un forte sentimento filorusso e dove la versione fascista del nazionalismo ucraino era molto minoritaria.

Ricordiamo per esempio che Kharkiv, la città più castigata dalla guerra, dette vita a manifestazioni di decine di migliaia di persone contro il colpo di stato del 2014, terminate con un massacro: l’assassinio di 12 manifestanti antifascisti per mano dei neonazisti ucraini [2]. Allo stesso modo Odessa, la città più russofona, più antifascista [3] e più cosmopolita che si possa trovare ad est di Berlino, vive assediata dalle truppe russe.

Putin ha messo fine al sentimento filorusso di buona parte della popolazione ucraina, forgiato da secoli di coesistenza e cooperazione contro i comuni nemici (gli invasori polacchi e lituani, le orde mongole, le razzie tartare, l’oppressione zarista e l’invasione nazista) e ha risvegliato il sentimento di appartenenza all’Ucraina, perfino nei milioni di ucraini russofoni, disprezzati e insultati dal nazionalismo fascista ucraino [4].

È così che, in una Ucraina dove buona parte della popolazione viveva con preoccupazione l’ascesa del fascismo (la qual cosa spiega la vittoria elettorale di Zelensky, un ebreo inizialmente sostenitore del negoziato di pace con la Russia che si è visto schiacciato dalla pressione del fascismo installato nell’apparato statale da un lato, e dalle minacce degli USA di togliergli il sostegno economico se non aderiva alla NATO dall’altro) Putin è riuscito a far sembrare i lupi come degli agnelli e di conseguenza a risvegliare la coscienza nazionale ucraina, incluso tra coloro i quali non vedevano finora alcuna contraddizione tra parlare russo ed essere cittadino ucraino, o perfino tra coloro che si sentivano di nazionalità russa.

E per quel che riguarda la smilitarizzazione, il fiasco è ancora più evidente. La NATO ha raggiunto quello che fin dall’inizio era il suo obbiettivo: smaltire lo stock di armi degli USA e militarizzare tutta l’Europa dell’est. Se la Russia non voleva una Ucraina militarizzata, ora si può ritrovare accerchiata dalle armi e dalle basi della NATO, perfino nei paesi tradizionalmente neutrali come la Finlandia o la Moldavia, e con una estrema destra russofoba decisamente rafforzata in Polonia, Lituania e Georgia.

Pertanto arriviamo a due possibili conclusioni: o Putin è uno sprovveduto, o siamo di fronte invece a una lotta tra imperi decadenti, tra oligarchie corrotte e militarizzate che hanno bisogno della guerra per cercare di perpetuare il proprio potere. Certamente sia al regime autoritario e estrattivo di Putin che alla NATO non sono mai importati né i diritti umani né i diritti dei popoli, a cominciare da quelli che si trovano sotto le loro grinfie.

Non solo: l’Europa e gli USA hanno usato storicamente e in maniera cinica la scusa dei diritti umani per sviluppare le proprie politiche imperialiste e guerrafondaie in Africa e in Medio Oriente, appoggiandosi sempre proprio ai settori più barbari e depravati dei paesi aggrediti, che hanno finito per perpetrare genocidi, instaurare dittature militari o teocratiche, portando lo stato al fallimento e diffondendo la morte, la miseria e gli abusi sistematici contro la popolazione.

Oggi il popolo ucraino (come come quello kurdo, siriano, somalo, amazic, libico e saharawi tra gli altri) è vittima di una geo-strategia criminale, di un calcolo economico dei fabbricanti di armi, dei magnati degli idrocarburi, degli speculatori arricchitisi con la privatizzazione dei settori strategici dell’economia o con il grande affare della “ricostruzione” che segue ogni guerra. Putin ha cominciato ufficialmente la guerra e la NATO ha ottenuto quello che cercava: recuperarsi politicamente e beneficiarsi del grande affare degli armamenti. Intanto l’UE affonda moralmente, politicamente ed economicamente a causa della propria sottomissione suicida ai diktat degli USA, alla tendenza alla guerra e al neoliberalismo.

Menzogne e vergogne della propaganda di guerra

Il primo inganno del discorso bellico, che è divenuto in questi giorni pensiero unico nei mezzi di comunicazione occidentali, consiste nel presentare questa guerra come una lotta tra la democrazia e la dittatura, o “tra due maniere di essere e di stare al mondo”, come diceva il presidente spagnolo recuperando la vecchia idea dell’amministrazione Bush sull’asse del male e lo scontro di civiltà.

Procediamo con ordine: qualificare il regime instauratosi in ucraina come democratico è un insulto alla realtà, alla storia e all’intelligenza. Ed è particolarmente preoccupante che perfino settori indipendentisti o della cosiddetta sinistra continuino a negare un dato di fatto criminale: l’accelerazione del processo di fascistizzazione dell’Ucraina a partire dal colpo di stato del 2014.

Un po’ di storia: la Rus di Kiev fu il primo stato slavo (anche se fondato da guerrieri vichinghi) che occupava parte di quello che ora sono la Russia e l’Ucraina. La maggior parte di questo territorio patí l’invasione mongola dell’Orda d’Oro e successivamente quella tartara (le tribú turche di Timur) nell’epoca della Grande Orda, ma la parte più occidentale rimase indipendente finché non venne conquistata dalla Polonia (e dalla Lituania) che l’amministrò per secoli finché venne annessa all’impero Austro-Ungarico.

Questa parte più occidentale è la Galizia, una zona in cui il popolo ha sempre parlato ucraino, fin da quando quest’ultimo si formò come lingua (anche se non lo parlavano le élite polacche o tedesche). All’est e al sud le cose sono più complicate. Durante i secoli gli slavi di questa zona, indipendentemente dal fatto che la loro lingua evolvesse verso il russo o l’ucraino, lottarono contro i tentativi espansionisti dei polacchi e contro l’occupazione e le razzie tartare.

Il sud fertile dell’Ucraina e della Russia, praticamente disabitato, era la terra dei cosacchi (i fuorilegge) che sopravvivevano al margine delle norme imperanti, delle razzie schiaviste e delle persecuzioni religiose, tanto dei polacchi come dei tartari.

La situazione si capovolse quando i cosacchi si organizzarono militarmente e si allearono con il nuovo stato slavo della Russia, divenendone la forza d’urto. I Tartari vengono sconfitti e viene favorito il ripopolamento di tutto il territorio a nord del Mar Nero e del Mar d’Azov con slavi (ucraini e russofoni) e popoli tradizionalmente perseguiti dai turchi: ebrei, armeni e greci.

Caterina la grande incaricò il proprio amante, il generale Potemkin, e l’ingegnere catalano Josep de Ribas, la costruzione del porto di Odessa, dove il russo divenne la lingua franca delle differenti comunità, culminando così l’espansione territoriale ed economica dell’impero russo, praticamente fino ai confini dell’impero ottomano.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo si produce un risveglio della coscienza nazionale ucraina, però in due rami paralleli e spesso contrapposti. Intorno a Kiev, città dall’intensa vita culturale, il personaggio di punta del nazionalismo ucraino è Taras Shevchenko, poeta e linguista che dota di norme e di dignità l’ucraino, considerato fino allora dalle élite come una lingua volgare (il piccolo russo).

Shevchenko, una specie di sintesi tra Pompeu Fabra e Joan Maragall (figure fondamentali per la lingua e la letteratura catalane – NdT), condivise la prigione con i rivoluzionari anti-zaristi russi e organizzò attorno a sé un nazionalismo di stampo progressista, integratore e radicalmente democratico. Alcuni anni più tardi, con la creazione della Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina, Shevchenko viene promosso al rango di eroe nazionale.

Nel frattempo in Galizia, in quel momento sotto il giogo austriaco, i nuovi occupanti favorirono l’apparizione di un nazionalismo assai particolare: profondamente suprematista, russofobo, antipolacco e antisemita, ispirato dall’idea secondo la quale gli ucraini non avevano niente a che fare con i barbari slavi, bensì erano un avanzato popolo europeo. Vi ricorda qualcosa?

Il leader di questo movimento fu il criminale di guerra Stepan Bandera, ammiratore dichiarato di Mussolini, che consegnò alla storia una frase epica: “nella nostra Ucraina non c’è spazio né per i russi, né per gli ebrei, né per i comunisti” [5].

E bisogna riconoscere che fu coerente, dato che non si limitò alla frase: le sue milizie collaborarono strettamente con i nazisti nello sterminio di più di un milione di ebrei solo in Ucraina. Ebbene l’attuale regime ucraino ha fatto di questo energumeno il proprio eroe nazionale, e del suo catechismo fascista la propria fonte d’ispirazione principale.

Come abbiamo scritto in un precedente articolo, dopo anni di finanziamento e di riarmo da parte della CIA [6], nel 2014 il movimento neonazista ucraino (insieme ai mercenari francotiratori) si rivela la forza d’urto utilizzata per perpetrare il colpo di stato, schiacciare la dissidenza e convertire l’Ucraina in un protettorato degli Stati Uniti.

Il prezzo per i servizi resi è la messa fuori legge del Partito Comunista Ucraino [7], l’unico che si era opposto alle privatizzazioni e alla presa del potere da parte degli oligarchi, alla persecuzione del sindacalismo, alla chiusura dei mezzi di comunicazione in lingua russa, alla persecuzione delle lingue minoritarie nella Transcarpazia, alla nomina dei dirigenti neonazisti alle alte cariche dell’apparato statale, alla privatizzazione dei servizi pubblici per mano di organizzazioni affini a Pravy Sector e Svoboda, alla totale impunità delle bande neofasciste, al revisionismo storico culminato nell’esaltazione di Stepan Bandera come eroe nazionale, alla parziale negazione dell’olocausto, al considerare l’armata rossa responsabile dello sterminio degli ebrei e alla incorporazione dei battaglioni nazisti Azov e Aydar, responsabili di numerosi crimini contro l’umanità, nell’esercito ucraino (sotto forma di reggimenti).

Dov’è dunque lo schieramento democratico? Risposta: non lo cercate perché non c’è. Come abbiamo già detto, questa è una guerra tra imperi per i quali la democrazia è un intralcio.

Il secondo inganno consiste nel presentare l’Europa come il baluardo della democrazia impegnato nel conflitto. Una democrazia che non dubita a ricorrere alla censura, alla criminalizzazione della dissidenza e all’instaurazione di una dittatura mediatica manichea che riduce il giornalismo alla pura e semplice propaganda di guerra.

Così si taglia in un momento l’accesso ai mezzi di comunicazione che potrebbero spiegare una versione differente dei fatti o che potrebbero occuparsi di tutto quello che la propaganda occidentale nasconde sistematicamente, come la detenzione e il sequestro dei politici ucraini sostenitori della negoziazione e contrari all’ingresso nella NATO, come le numerose violazioni dei diritti umani compiute dalle milizie neonaziste ucraine, o come i campi d’addestramento del fascismo internazionale organizzati da questi gruppi, con le armi inviate dalla UE e dalla NATO [8].

La guerra in Ucraina sta rappresentando la scusa per la fine del giornalismo indipendente in Europa Occidentale; e in questo senso basta vedere come la maggior parte dei media filo-atlantici mantenga il silenzio sulla carcerazione del giornalista Pablo González ad opera del governo polacco d’estrema destra mentre allo stesso tempo si straccia le vesti per l’assenza della libertà di stampa in Russia.

Persino opinionisti non sospetti di simpatie filorusse e tradizionalmente allineati a difesa del punto di vista atlantico (ad esempio come Pilar Rahola), hanno denunciato il tradimento dei valori fondamentali dell’UE che suppone “servirsi della scusa della guerra per sbarazzarsi della carta dei diritti fondamentali dell’UE e di conseguenza del trattato europeo sulla protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, alla base del Trattato di Lisbona e che danno un senso all’Unione Europea“.

La censura e l’utilizzo sistematico dei mezzi di comunicazione come strumenti atti a giustificare la corsa al riarmo, risponde a uno schema autoritario e bellicoso che non ha niente a che vedere con la democrazia e richiama invece l’imperialismo e la propaganda manichea precedente la prima guerra mondiale.

Con la complicità necessaria dei media, la guerra è servita a differenti stati, governi, politici mediocri e satrapi europei per mascherare le proprie mancanze, tradimenti, promesse incompiute, casi di corruzione [9], ed ha rappresentato la scusa perfetta per giustificare l’ingiustificabile: la rottura dell’ampio consenso attorno al divieto di inviare armi in una zona di guerra, un atto assolutamente vergognoso.

Tutti gli stati europei avevano accordato ufficialmente [10] che l’invio di armi in una zona di guerra non aveva altro effetto se non quello di allungare inutilmente il conflitto, provocando la crescita del numero delle vittime e delle loro sofferenze.

Dopo la seconda guerra mondiale e alcuni decenni di lotte pacifiste, si era affermato il principio (opposto al gettare benzina sul fuoco) secondo il quale è necessario concentrarsi sulla protezione della popolazione civile e sullo sviluppo dell’azione diplomatica, aprendo spazi per il negoziato e terminare il prima possibile lo scontro armato.

Ebbene il consenso su questi principi se ne è andato gambe all’aria, con l’aggravante del cinico impiego del Fondo Europeo per la Pace per aizzare alla guerra.

Oltre a prolungare il dramma dei civili ucraini direttamente interessati dal conflitto, la militarizzazione comporterà una punizione ancora più dura per le classi popolari di un’Europa alle porte di una grave crisi economica, con l’aumento della spesa destinata alla difesa (e prevedibilmente agli apparati repressivi), come sempre a scapito delle politiche sociali.

Mentre l’industria militare nord-americana si frega le mani riattivando la NATO e facendo grandi affari, l’Europa si relega al ruolo subordinato di periferia dell’impero. Non solo. L’Europa invia armi offensive senza sapere (o peggio, sapendo ma non dicendo) chi le riceve e quale uso ne farà. Attualmente è già stato accertato che buona parte delle prime spedizioni sono finite in mano ai reggimenti neonazisti che hanno usato le armi per massacrare il “nemico interno”.

L’altra grande vergogna di questa Europa in piena regressione è la doppia morale (se non il cinismo più sfacciato) con la quale affronta questioni così sensibili come le aggressioni militari (condannate o no), il riconoscimento dell’indipendenza e in particolare i rifugiati.

Mentre decine di migliaia di rifugiati causati dalle guerre della NATO e dei suoi alleati islamo-fascisti in Siria, Iraq, Libia, Yemen e Afghanistan continuano sopravvivendo nei campi di concentramento in Grecia e in Turchia, lontano dai propri paesi distrutti da lunghi anni di guerra; mentre la Guardia Civil malmena a Sabta le persone in fuga dalla miseria e dalla guerra imposte dall’imperialismo in Africa; mentre organizzazioni come Mare Nostrum continuano la loro eroica missione di salvataggio a rischio di essere spesso perseguite dagli stati europei; mentre si è arrivati a imprigionare attivisti che aiutavano i rifugiati siriani denunciandone la vergognosa situazione, ora l’Europa si riempie cinicamente la bocca di solidarietà con le vittime della guerra in Ucraina.

Persino il governo razzista della Polonia ha la faccia tosta di presentarsi davanti al mondo come un esempio di democrazia e accoglienza.

Mentre la guerra in Ucraina occupa tutte le prime pagine, Israele approfitta per bombardare Damasco, l’Arabia Saudita per proseguire il genocidio in Yemen, le dittature del golfo per patrocinare il terrorismo islamo-fascista a nord del Mozambico, della Nigeria e del Sahel, tutto nella più assoluta impunità. Mentre l’Europa ha permesso due anni fa l’aggressione e la pulizia etnica perpetrata dall’Azerbaigian ai danni dell’Armenia; mentre ha permesso e perfino promosso, tergiversato, giustificato e occultato, i crimini commessi dai fascisti in Ucraina a partire dal 2014, ora la stessa Europa pretende di erigersi a paladino degli oppressi.

È un fatto che in quanto catalani dovrebbe interessarci: mentre alcuni referendum e alcune dichiarazioni d’indipendenza sono riconosciute, altre sorte in contesti spesso meno garantisti, sono disprezzate e calunniate, con il risultato che il riconoscimento dell’indipendenza di nuovi stati è legato più ad interessi geo-strategici e a rapporti di forza che non all’applicazione di criteri oggettivi e al rispetto delle regole democratiche.

I grandi pericoli che ci minacciano

Oltre all’articolo di Jordi Mambrú pubblicato dal quotidiano Ara, che denunciava l’esistenza a partire dal 2014 di campi d’addestramento di gruppi neonazisti in Ucraina (con la partecipazione di fascisti catalani e spagnoli) il giornalista Jordi Borràs [11], specializzato in gruppi d’estrema destra, avvertiva alcune settimane fa del pericolo imminente rappresentato da una Ucraina convertita in quello che dieci anni fa fu la Siria.

Così come le armi inviate ai mercenari e agli insorti islamo-fascisti siriani convertirono il paese in un feudo dell’Isis e nel campo d’addestramento del terrorismo wahabita a livello mondiale, oggi l’Ucraina si sta convertendo nel campo d’addestramento del movimento neonazista europeo, armato dalla stessa Europa.

E così come gli psicopatici wahabiti che dieci anni fa andarono ad addestrarsi e a combattere in Siria e tornarono a seminare il terrorismo e la morte per mezza Europa, allo stesso modo i nazisti che oggi si addestrano e combattono in Ucraina (tra cui attualmente anche un gruppo di spagnoli e catalani) torneranno ai loro rispettivi paesi per seminare il terrore tra i dissidenti, gli omosessuali, i militanti della sinistra e gli attivisti sociali.

Sarebbe bene che tutto l’indipendentismo si rendesse conto della trappola del nemico, del repressore che un giorno indossa i panni del giudice, un altro quelli del militare, del giornalista, del poliziotto e del neonazista. Bisogna cambiare direzione, esigere la distensione e la smilitarizzazione del conflitto prima che noi stessi finiremo per esserne vittime.

Un pericolo ancora peggiore è che la NATO intenda la guerra in Ucraina come un preambolo, una prova e forse persino il detonatore di qualcosa di molto peggio: una guerra aperta contro la Cina, inevitabilmente catastrofica per l’umanità.

Il vertice della NATO del prossimo giugno a Madrid si inquadrava in questi termini già prima della guerra in Ucraina: come indebolire la Cina militarizzando l’estremo oriente, riarmando il Giappone [12] e generando una spirale di provocazioni e conflitti ogni volta a scala più grande (manovre militari e missili strategici vicino ai grandi centri industriali cinesi, scaramucce e ostacoli al traffico marittimo nel Mar della Cina e nello stretto di Malacca, finanziamento di gruppi di insorti, ecc.).

Malgrado il ruolo estremamente prudente e cauto giocato dalla Repubblica Popolare Cinese nella crisi ucraina, malgrado aver più volte manifestato il rispetto dell’integrità territoriale dell’Ucraina e la propria disponibilità alla mediazione, malgrado il proprio bilancio militare sia una decima parte di quello della NATO e malgrado la Cina non sia mai intervenuta militarmente fuori dai propri confini, la macchina bellica della propaganda atlantica si è già messa in moto, e dopo alcune settimane monotematiche sulla Russia è tornato all’ordine del giorno dei notiziari il chinabashing [13].

In Ucraina oggi si affrontano due imperi decadenti. Da una parte gli USA (che si sostengono economicamente sull’industria di guerra e la rapina delle risorse energetiche e che perciò vedono questa guerra come la manna dal cielo) e l’Europa che, sottomessa agli interessi della NATO, non ha fatto altro che accelerare l’inevitabile crisi energetica ed economica.

Dall’altra la Russia, con una economia basata sull’esportazione degli idrocarburi e sulla speculazione, sequestrata da una casta estrattiva tanto o più vampiresca di quella occidentale. Imperi che hanno due aspetti in comune.

Il primo è l’involuzione autoritaria, caratterizzata dalla rinuncia ai supposti valori fondanti nel caso dell’occidente; e da un regime apertamente dispotico e oligarchico nel caso della Russia.

Il secondo è la necessità della guerra per sopravvivere, nel primo caso per mantenere l’industria militare e il saccheggio delle risorse naturali ed energetiche necessario al funzionamento delle economie occidentali; nel secondo per evitare che i conflitti interni derivanti dalla quasi totale assenza di diritti e libertà la facciano collassare.

E preoccupa lo scenario di uno scontro con l’Asia, dove vive più della metà dell’umanità, e più in particolare con la Cina, dove si concentra una gran parte della produzione dei beni di consumo del pianeta, dove negli ultimi anni si sono susseguiti grandi progressi tecnologici, economici e sociali (con centinaia di milioni di persone riscattate dalla povertà), dove si è messo in pratica una politica internazionale pacifica che per la prima volta ha dato frutti positivi per lo sviluppo dei paesi africani saccheggiati da secoli dagli stati e dalle multinazionali europee.

Se la NATO ripete la strategia messa in pratica in Ucraina anche in estremo oriente, probabilmente non sarà necessario preoccuparsi per la crisi climatica (l’altra grande minaccia che grava sull’umanità) perché non vivremo abbastanza per vederne gli sviluppi. Fermare la deriva militare e la corsa al riarmo è oggi, una priorità ineludibile, una questione di pura sopravvivenza.

Cosa bisogna fare per una pace giusta e duratura

In conclusione proponiamo alcuni punti che ci permettano non solo di avanzare nel cammino della soluzione di questo conflitto ma anche in quello della prevenzione di nuovi conflitti militari e della costruzione di una pace giusta e duratura.

1) Promuovere la lotta per la smilitarizzazione e il disarmo. È necessario mobilitarsi contro gli interessi delle oligarchie, esigere la drastica riduzione della spesa militare, fermare la corsa al riarmo, chiudere le basi militari e i centri di detenzione e tortura della NATO [14]. È necessario proibire i droni assassini [15] e l’esportazione e la ricerca di nuove armi di distruzione di massa.

2) Onu SI, Nato NO. È necessario esigere la dissoluzione della NATO e la fine del ricatto militare come strumento di costrizione politica ed economica, allo stesso tempo sostenendo la riforma e il rafforzamento dell’ONU nella prospettiva della prevenzione e risoluzione dei conflitti. È necessario creare un organismo multilaterale rappresentativo delle differenti realtà e dei diversi interessi in conflitto, dotato della legittimità necessaria a rivestire il ruolo di arbitro, a proporre soluzioni e se possibile sviluppare una corretta exit strategy.

3) L’autodeterminazione come strumento universalmente riconosciuto per la formazione di nuovi stati. Tutti i popoli del mondo devono disporre di un meccanismo democratico e riconosciuto internazionalmente per esercitare la propria sovranità, ovvero il diritto all’autodeterminazione. La comunità internazionale deve stabilire dei meccanismi oggettivi per rendere effettivo il diritto di ogni popolo a decidere il proprio futuro e a stabilire le frontiere dello stato, al d là degli interessi geo-strategici.

4) Il rispetto delle minoranze negli stati plurinazionali. Mentre perdura l’oppressione, la guerra è inevitabile. Nessun popolo può essere obbligato a vivere sotto il giogo di uno stato che gli è ostile. I popoli che fanno parte di uno stato plurinazionale (per volontà propria, espressa in un referendum, o per la mancanza di una volontà politica che si proponga di esercitare il diritto all’autodeterminazione) devono avere garantita la protezione e la promozione della loro lingua e della loro cultura, nella prospettiva dell’eguaglianza. I loro abitanti e i loro territori non possono essere le vittime di un modello di sfruttamento ingiusto o coloniale.

5) È necessaria un’alleanza dei popoli e dei piccoli stati contro il potere degli imperi. La crisi ecologica che incombe sul pianeta, il ricatto economico, le minacce e le aggressioni militari da parte dei grandi stati e delle grandi oligarchie sono le due facce della stessa moneta. Una alternativa al modo di produzione capitalista (basato sul saccheggio e sullo sfruttamento delle persone e delle risorse) è possibile solo a condizione di restituire la sovranità ai popoli. Solo una democrazia reale e di prossimità è una vera democrazia ed è più che mai necessario far valere gli interessi e i diritti delle comunità contro l’avarizia delle grandi multinazionali e dei macro-stati che le sostengono.

Per concludere, vogliamo ripetere e sottolineare le parole con le quali il compagno Albert Botran ha concluso il suo brillante articolo “Contro l’escalation bellica” pubblicato dalla rivista El Temps: «L’escalation bellica pertanto, non è la soluzione. Ritengo sia necessario ascoltare il movimento per la pace, così potente nel nostro paese, che da tempo avvertiva della presenza di queste tensioni.

Credo sia necessario recuperare lo spirito del 17 agosto 2017
(il giorno dell’attentato alla Rambla di Barcellona – NdT) che accanto al dolore e alla solidarietà riuscì a dare una lettura dei fatti all’insegna del rifiuto del razzismo e del business della guerra. Credo sia necessario sfuggire a questo “spirito del 1914” che esalta alcuni imperi contro altri e seguire invece l’esempio di coloro i quali si opposero a quella guerra, a costo di essere pubblicamente additati e repressi: Jaurès, Luxemburg e Lenin che, ricordiamolo, fu colui il quale aprì le porte all’autodeterminazione dell’Ucraina».

Note

1) Frase pronunciata al programa Mes324 di TV3, la televisione autonoma della Catalunya.

2) L’intervista al giornalista Rafael Poch a Vilaweb dello scorso 3 febbraio è sufficiente per capire i fatti del 2014, alla radice di questo conflitto.

3) Odessa è una delle poche città che hanno resistito alla pressione esercitata per santificare il criminale di guerra Stepan Bandera e che mantiene vivo il ricordo dei partigiani, malgrado l’essere stata teatro del peggior massacro neonazista, con 57persone bruciate vive nel 2014 nella sede del sindacato.

4) Invece di ammettere il carattere plurinazionale dello stato ucraino, le famiglie stabilitesi da secoli sul teritorio sono state definite come famiglie di colonizzatori. Parallelamente, a partire dal 2014 si sono discriminate sempre di più le lingue rumena-moldava, rutena e l’ungherese della Transcarpazia.

5) Il libro Stepan Bandera: the life and afterlife of a ukrainian nationalist. Fascism, genocide and cult,dello storico di origine ebrea Grzgorz Rossolinski-Liebe, descrive dettagliatamente l’ideologia, l’azione e l’apologia della figura di Bandera da parte del nazionalismo fascista ucraino. Nel 2012 le presentzioni dell’opera in diversi centri culturali ucraini vennero cancelate in seguito agli attacchi dei neonazisti ucraini.

6) Il documentario Ucraina in fiamme, realizzato da Oliver Stone nel 2014, esamina il ruolo degli USA nel colpo di stato e la successiva organizzazione del regime ucraino.

7) Ricordiamo che proprio quest’ultimo aveva portato l’Ucraina all’indipendenza.

8) Come spiega l’articolo di Jordi Mambrú intitolato “L’Ucraina ha un problema con l’estrema destra?”, pubblicato dal quotidiano ARA il 14 marzo 2022.

9) Così a scala locale, la guerra in Ucraina è servita al presidente della Generalitat Pere Aragonès, sempre più nei panni di governatore spagnolo della Catalunya, come scusa per allinearsi a Pedro Sánchez con l’invio di armi in Ucraina (fatto che stravolge la tradizione antimilitarista catalana) e per sviluppare ancora più impunemente la strategia autonomista di ERC e di tutto il governo che normaliza e stabilizza il regime borbonico.

10) Ció non toglie che alcuni stati, come per esempio il regno di Spagna, abbiano aggirato l’ostacolo con scuse meschine, come nel caso dell’aggressione genocida dell’Arabia Saudita allo Yemen.

11) Intervista a Vilaweb del 28 febbraio 2022.

12) Governato, è bene ricordarlo, dalla destra ultranazinalista, che nega i crimini mostruosi commessi dal Giappone durante la seconda guerra mondiale.

13) Il chinabashing è la guerra propagandística e psicológica avviata inizialmente dall’estrema destra nord-aericana e oggi vero e proprio credo dell’insieme dei mezzi di comunicazione occidentali, che consiste nella manipolazione sistematica di ogni informazione relativa alla Cina, denigrando e criminalizzando tutto ciò che fa questo paese.

14) Molti dei capi combattenti islamo-fascisti ella Siria e del Libano erano stati riprogrammati nei centri di detenzione di Guantanamo e del Kossovo.

15) A partire dai governi Clintom, Obama, Biden, il loro uso sistematico ha causato l’assassinio di migliaia di civili da parte degli USA, senza che quest’ultimi mettessero a repentaglio la vita delle proprie truppe, riuscendo così a normalizzare la barbarie e la morte di persone innocenti senza suscitare lo sdegno della società nord-americana.

Fonte

02/02/2023

L’autodeterminazione, l’Europa e la guerra. Viste dalla Catalogna /2

L’opposizione alla guerra e alla NATO

Se è vero che la Candidatura d’Unitat Popular ha emesso tempestivamente un comunicato chiaro e deciso di condanna della guerra e della NATO, è altrettanto vero che dentro l’esquerra independentista e anticapitalista non mancano le sfumature.

Ma la posizione di fondo si caratterizza in sintesi per un’analisi che contestualizza la mossa di Putin nel quadro dell’allargamento a est della NATO e delle responsabilità degli stati occidentali in un conflitto di natura interimperialista. Accanto a questa analisi assai condivisibile però, non si può fare a meno di notare la mancanza di una altrettanto valida pratica politica: in questi mesi di guerra è sembrato insufficiente l’impegno per la costruzione di uno schieramento contro la guerra e la NATO.

A parte la prima reazione, e dopo una manifestazione tenutasi a Barcellona, il movimento contro la guerra sembra aver rinunciato a farsi ascoltare. Certo non ha aiutato a riempire le piazze la posizione della sinistra al governo dello stato: Podemos fa parte a pieno titolo del governo a trazione socialista che negli ultimi due anni ha aumentato a dismisura la spesa militare e che continua a inviare armi all’Ucraina, in piena osservanza del diktat euro-atlantico.

Il recente annuncio dell’invio all'Ucraina dei Leopard 2 in dotazione all’esercito spagnolo, deciso dopo che il governo tedesco ha reso pubblico l’invio dei propri carri armati, conferma questo dato di fatto e acuisce le contraddizioni interne alle sinistre dello stato.

Qui di seguito si propone l’analisi di Endavant (una delle principali organizzazioni dell’esquerra independentista e anticapitalista) sviluppata in un documento dell’anno scorso, redatto subito dopo l’inizio delle ostilità che ci consegna uno sguardo sulla guerra e sullo scenario internazionale dall’angolo specifico dei Països Catalans.

Relazione sulla guerra in Ucraina. A cura di Endavant (09/03/2022)

La terribile guerra che si sta svolgendo in Ucraina ha cosí tanti livelli di lettura da richiedere un’analisi approfondita e in costante aggiornamento. Solo a partire da una prospettiva che tenga in conto questa complessità, mantenendosi al margine del rumore propagandistico e della verità ufficiale, potremo compiere i passi che ci permettano di minimizzare gli effetti, in ogni caso negativi, di questa guerra. Come indipendentisti, socialisti e femministi, dobbiamo riflettere su quale sia il nostro ruolo per poter fronteggiare con efficacia le conseguenze della guerra. Per farlo è necessario risalire alle cause profonde del conflitto e attualizzare la tradizione antimperialista e pacifista del movimento socialista, oltre la dialettica della guerra fredda.

Una prospettiva di lungo periodo. La caduta dell’URSS

Le radici profonde del conflitto sono da cercare nella caduta dell’URSS. La disintegrazione dell’URSS, accentuata dall’azione politica ed economica dell’Occidente, aprì la strada al saccheggio della ricchezza sociale e all’instaurazione di governi corrotti legati all’oligarchia o all’apparato politico-militare. Davanti alla ritirata unilaterale dell’URSS dall’est europeo, l’Occidente non rispose con la smilitarizzazione del continente.

La cornice istituzionale di sicurezza e cooperazione europea proposta da Gorbaciov (la casa comune europea) venne energicamente respinta dagli USA, con la collaborazione del governo tedesco. Questa cornice istituzionale avrebbe potuto supporre la ritirata nord-americana dal continente, la neutralità di gran parte dei paesi europei e una direzione differente del processo d’integrazione europeo. L’opzione dell’Occidente fu invece estendere le proprie strutture politiche e militari verso l’est europeo.

Malgrado le promesse verbali riguardo la non espansione della NATO a est, i paesi occidentali approfittarono di ogni scenario di conflitto e di debolezza per avanzare le proprie posizioni. È in questo quadro di mancato rispetto dei patti che l’attuale Russia ha trovato il pretesto per non rispettare a sua volta il Memorandum di Budapest del 1994, con il quale l’Ucraina rinunciava al suo arsenale nucleare in cambio della garanzia della propria sovranità.

I conflitti in Ucraina

Evidentemente non possiamo analizzare i conflitti interni che hanno interessato diversi paesi dell’est europeo leggendoli semplicemente come conflitti artificiosamente provocati dall’intervento straniero. Ma non possiamo neppure analizzarli a partire da uno schema semplicistico di lotta tra democrazia e tirannia. Potremmo parlare di conflitti interni in cui l'ingerenza occidentale è stata intensa e ha fatto da detonatore.

Sia la Rivoluzione Arancione del 2004 che la insurrezione dell’Euromaidan del 2014 sono l’espressione di conflitti interni. Una disputa per il potere statale tra oligarchie, una disputa tra narrazioni nazionali differenti, una disputa tra interessi territoriali differenti. Ma in questo conflitto interno, l’ingerenza dell’Occidente è stata sfacciata e pubblica. Il dato rilevante non era la mancanza di alti standard democratici – la democrazia ucraina non era molto lontana da quella polacca o da quella ungherese – bensì il fatto che i governi ucraini, tanto nel 2003 come nel 2014, non si piegavano agli interessi dell’Occidente.

Malgrado l’abitudine a ridurre le spiegazioni del conflitto ucraino allo scontro tra russofoni e ucraini, le basi del conflitto risiedono soprattutto nella struttura economica. Da un lato la parte occidentale del paese ha una struttura agricola e industrie leggere, ed è molto legata economicamente ai paesi dell’est europeo; dall’altro la parte orientale è invece caratterizzata dall’industria pesante e da una economia molto più legata alla Russia. Contemporaneamente bisogna dire che l’economia ucraina non riuscì a risollevarsi come quella russa nel decennio successivo alla caduta dell’URSS.

L’Ucraina, che era stata la regione dell’URSS con la più alta concentrazione di industrie tecnologiche e di alto valore aggiunto, era stata anche quella che aveva patito con più durezza la riconversione dell’economia al capitalismo. La mancanza di risorse naturali importanti, a differenza della Russia, gli aveva impedito di contrastare minimamente lo smantellamento delle industrie. Questa situazione, aggravata dagli effetti della crisi capitalistica del 2008, favorì la rinascita di un nazionalismo antisovietico che storicamente era stato uno dei volti del nazionalismo ucraino.

Questa ideologia penetrò nelle istituzioni dello stato ucraino e, al di là dei suoi fluttuanti risultati elettorali, mise in allarme una parte della società. Fu così che si convertì in un nuovo vettore di conflitto interno.

Tra il 2013 e il 2014, il colpo di stato dell’Euromaidan ebbe come causa diretta la richiesta della destra nazionalista antisovietica di ratificare l’accordo di associazione dell’Ucraina alla UE. L’UE aveva concepito il trattato praticamente come un’azione di guerra economica contro la Russia. Il trattato prevedeva l’esclusività delle relazioni commerciali ucraine con l’UE e pertanto la perdita dell’Ucraina come mercato per i prodotti russi. Ma non si trattava solo di questo, il trattato imponeva anche la distruzione del tessuto economico del Donbass e delle altre regioni orientali. Allo stesso tempo l’accordo apriva informalmente la porta alla futura integrazione nella NATO.

Il governo di Janukovich, con una base elettorale e degli interessi economici molto legati all’est ucraino, rifiutò di firmare l’accordo con la UE. Questo fu il pretesto per la destra neoliberale e il nazionalismo antisovietico ucraino, tanto quello conservatore come quello della ultradestra, per organizzare l’Euromaidan e prendere il potere. Da qui viene l’esplosione della violenza e della repressione della sinistra ucraina e, in ultima analisi, la guerra in Donbass. Una guerra che provocò 11.000 morti fino agli accordi di pace di Minsk, più i 3.000 morti causati dalla ripetuta inosservanza ucraina del cessate il fuoco, e che fu teatro di buona parte delle trame dell’ultradestra, rafforzatasi durante l’Euromaidan.

La rinascita della Russia

L’odierno stato russo si è convertito in una potenza mondiale a partire dalla fine degli anni ’90 e dall’inizio del XXI secolo. Subito dopo la caduta dell’URSS e durante gli anni ’90, lo stato russo è diretto da un governo posto sotto la tutela degli USA che smantella la struttura dell’assistenza sociale sovietica e sostiene  il capitalismo selvaggio sotto la forte influenza delle nuove mafie imprenditoriali.

Questo governo si concentra sulla politica interna e cessa di essere rilevante in politica estera. Il governo di Putin e l’attuale apparato statale russo sono figli della Russia di Yeltsin. La Russia democratica e sociale venne schiacciata con il fallito assalto al parlamento dell’ottobre del 1993 e sconfitta alle elezioni presidenziali del 1996, durante le quali i paesi occidentali intervennero sfacciatamente per favorire la vittoria di Yeltsin contro il candidato comunista.

All’inizio del nuovo secolo la Russia si riprende economicamente con l’istituzionalizzazione del capitalismo degli oligarchi. Questa crescita economica portò necessariamente a una maggiore influenza sullo scenario internazionale. Il capitalismo tende ovunque all’imperialismo. Il ritorno della Russia sullo scenario delle grandi potenze venne accompagnato dalla retorica politica dell’orgoglio nazionale davanti all’egemonia “occidentale”: si faceva una rilettura dell’eredità sovietica al servizio del nazionalismo russo, però legata ai concetti sovietici (solidarietà, antifascismo, autedeterminazione, antinperialismo) che ancora godevano di un ampio consenso popolare.

Questa rinascita russa si sviluppò contemporaneamente all’agenda militare, decisa dagli USA e dalla NATO, che portò all’aggressione della Jugoslavia nel 1999, alla guerra in Afghanistan e in Iraq. Come denunciò Putin al vertice di Minsk del 2008, la Russia non era disposta a tollerare la unilateralità nord-americana.

Il conflitto in Libia del 2011 è l’ultimo dei grandi conflitti intenzionali in cui lo stato russo perdeva un alleato in seguito alla scelta di non intervenire militarmente. Più tardi la guerra in Siria segnò una linea di confine nella politica estera e militare russa e dimostrò che lo stato russo aveva una grande capacità di dissuasione e di intervento militare nei conflitti internazionali.

Lo stato russo è ormai un attore di prim’ordine nella nuova corsa agli armamenti e negli interventi militari nei conflitti internazionali. Perciò la sua logica si specchia in quella della NATO. L’azione in Ucraina, si riveli o no un errore strategico letale per Putin, si inserisce in questa logica di difesa del proprio spazio, una logica promossa dall’Occidente.

Le decine di guerre promosse dagli USA e dall’Occidente negli ultimi decenni non convertono l’azione russa in Ucraina in un’azione legittima, ma senza queste guerre non si spiega la politica estera russa. La dottrina delle sfere d’influenza è la scusa delle politiche imperialiste. La dottrina secondo la quale ogni territorio non occupato da una potenza sarà occupato da un’altra, serve per giustificare davanti alla stessa popolazione le ingerenze in altri paesi e la corsa al riarmo che, prima o poi, finisce per provocare la guerra.

La guerra e i suoi responsabili

Chi è responsabile della guerra? Se calibriamo la messa a fuoco sull’aggressione militare russa, ovviamente il responsabile è il governo russo. Però se mettiamo a fuoco le cause della guerra, non solo il numero dei responsabili cresce, ma lo schieramento al quale appartengono i Països Catalans ne è in buona parte responsabile. In cosa si basa la responsabilità occidentale nella guerra d’Ucraina? In questo documento abbiamo parlato dei fatti concreti che hanno acuito il conflitto negli ultimi 30 anni.

Dalla propria posizione preminente, l’Occidente ha avuto la possibilità di costruire uno scenario di neutralità, sicurezza e cooperazione. Praticamente in ogni situazione ha avuto libertà di decisione, senza che i condizionamenti esterni avessero la possibilità di complicare l’applicazione di questo tipo di politica. Ma ha optato per uno schema nel quale la Russia è sempre stata il nemico, e bisognava strappargli quanto più spazio e potere fosse possibile mentre permaneva la sua debolezza.

Questo schema è stato applicato in Jugoslavia e nel Medio Oriente. La guerra in Georgia del 2008 non servì per rettificarlo e solo cinque anni più tardi si metteva l’Ucraina tra l’incudine e il martello con l’accordo d’associazione. Bisognerà chiarire le promesse e i consigli relativi sia al mancato rispetto degli accordi di Minsk che alla crescita della tensione nelle settimane precedenti alla guerra.

E come bisogna trattare la responsabilità russa nella guerra? Le responsabilità della Russia nella guerra attuale sono evidenti e le abbiamo indicate nelle pagine di questo documento. Da giorni la stampa accusa chi ha una posizione contro la NATO di negare queste responsabilità.

Quello che propongono gli opinionisti schierati con la UE è che l’unico messaggio sia una condanna unanime ed esclusiva della Russia. Adeguarsi significherebbe nascondere e scusare le responsabilità dell’Occidente e perpetuare le cause del conflitto così come il rafforzamento del governo russo davanti alla propria popolazione. Come in qualsiasi altro paese del mondo, anche in Russia è auspicabile la sostituzione di un governo capitalista con uno che sia al servizio degli interessi popolari.

Però bisogna essere consapevoli che la sostituzione di Putin con un altro governo ugualmente repressivo, corrotto e capitalista, però più debole, è una soluzione che servirebbe solo all’Occidente per continuare a sfruttare la debolezza russa, e non servirebbe alla pace.

Bisogna essere altrettanto consapevoli che la sostituzione di Putin con un governo popolare, che certamente porterebbe dei grandi benefici alle classi popolari russe, non porrebbe automaticamente le basi per la risoluzione del conflitto, dato che la minaccia della NATO obbligherebbe qualsiasi governo russo alla disputa delle zone d’influenza.

Una soluzione duratura deve includere la neutralità e la smilitarizzazione dell’Europa orientale e questa soluzione può scaturire solo da una iniziativa occidentale.

Le conseguenze della guerra. La classe lavoratrice è il soggetto perdente

Sono senza dubbio la classe lavoratrice ucraina in primo luogo e la classe lavoratrice russa in secondo luogo che stanno vivendo e soffrendo gli effetti mortali della guerra e che ne vivranno più intensamente anche le conseguenze socioeconomiche, sicuramente durature e non uniformi nel tempo.

Così l’economia di guerra, basata sul destinare ogni sforzo economico al sostegno all’impresa bellica, all’approvvigionamento di armi e di effettivi e nella ristrutturazione produttiva, comporterà prevedibilmente un peggioramento generalizzato delle condizioni materiali dei lavoratori e una regressione dei loro diritti.

Gli effetti socioeconomici della guerra nei Països Catalans sono già evidenti nell’aumento del prezzo della luce, del gas e della benzina; si comincia a notare un approvvigionamento insoddisfacente di alcuni prodotti come la farina, con la minaccia che la scarsità interessi anche l’olio di girasole.

L’aumento del prezzo della benzina e dell’elettricità avrà un forte impatto sull’aumento generale dei prezzi, dato che se aumenta il costo del trasporto delle merci, aumenta anche il loro prezzo finale. Non possiamo non notare l’aumento dell’indice del costo della vita. Nonostante si possa affermare in generale che gli effetti socioeconomici delle guerre sono lenti, la rottura degli accordi sulle forniture dei beni di prima necessità sta già causando delle conseguenze dirette.

A questi effetti a breve termine dobbiamo sommarne altri che derivano dall’inflazione, l’impatto sul PIL, il panico per un’inflazione senza crescita economica, la possibile crisi dell’euro e altri vicoli ciechi del sistema economico capitalista che si ripercuoteranno sui salari, sui servizi pubblici e sulle pensioni.

Tutto ciò in un contesto nel quale i bilanci pubblici saranno prevedibilmente caratterizzati dall’aumento della spesa militare e diretti a sovvenzionare l’aumento del prezzo dell’energia. È praticamente certo che questa situazione di emergenza energetica avrà un impatto negativo sulla lotta contro il cambiamento climatico.

Dopo aver propagandato che “non possiamo dipendere dal gas russo”, il passo successivo consiste nel fare della politica energetica una politica all’insegna dell’emergenza, schivare qualsiasi dibattito sociale e sacrificare aspetti centrali come la questione ecologica o gli oligopoli a beneficio del bene superiore della difesa nazionale.

Non si può ignorare che tutte le risorse pubbliche riorientate alla spesa militare, alla sovvenzione dell’energia e a sostegno delle decisioni dell’UE, sono risorse che non andranno più a palliare gli effetti dell’impoverimento e della mancanza di diritti accelerate dalla Covid-19.

Effetti che hanno spostato le donne della classe lavoratrice dalla prima linea nella lotta contro la pandemia alla prima linea della precarietà, della disoccupazione, del peggioramento delle condizioni di lavoro delle professioni femminili pregiudicate dalla pandemia, della crescita della distanza tra salario femminile e maschile, dell’aumento del costo della vita accompagnato al peggioramento delle condizioni di lavoro.

Inoltre la guerra ha riportato all’ordine del giorno lo sfruttamento riproduttivo. Così l’Ucraina, dove la maternità surrogata viene regolata e si è convertita in un affare in ascesa, smetterà di riprodurre manodopera da vendere sul mercato.

Il dibattito sulla regolarizzazione di questa pratica nei Països Catalans è in mano a coloro i quali rivendicano il diritto di decidere sul corpo delle donne, di coloro i quali ci considerano come uno strumento di produzione e vogliono arrogarsi il diritto di decidere quando, come e in quali condizioni si produce la forza lavoro.

È infine prevedibile che nelle prossime settimane cominceremo ad avere informazioni sugli stupri di guerra e l’aumento dello sfruttamento sessuale, così come è accaduto in tutte le guerre precedenti.

Un’offensiva autoritaria e militarista

Lo stato e i settori conservatori stanno approfittando dell’occasione della guerra per rafforzarsi ideologicamente davanti alla popolazione. La retorica della lotta della libertà contro la tirannia, così come l’inaugurazione della campagna anti-russa, ci riportano ai momenti più bui del franchismo. Il governo di Putin e lo stato russo hanno fatto affari e firmato accordi con i grandi oligarchi spagnoli e con tutti i governi di turno.

Il finanziamento dell’estrema destra spagnola proviene in parte dalla fortuna di alcuni oligarchi russi. Ma tutto ciò viene nascosto da una campagna che pretende accusare di connivenza con Putin qualsiasi movimento politico o sociale antagonista.

Lo Stato ha riciclato senza alcun sforzo innovativo il discorso anticomunista – nonostante né Putin né lo stato russo siano comunisti – e tutto fa pensare che nel medio periodo confidi di poter espellere dalla sfera pubblica qualsiasi discorso critico. All’interno di questa strategia, uno degli obbiettivi principali dello stato è riuscire finalmente a screditare su scala europea il movimento indipendentista catalano, presentandolo come una pedina del Cremlino.

La proibizione dei mezzi di comunicazione e la censura diretta esercitata dai grandi giganti d’internet segnano una nuova dimensione nel controllo sociale e dell’informazione nei paesi capitalisti. Questa proibizione non ha come obbiettivo eliminare la propaganda del governo di Putin ma indurre forzosamente l’autocensura dei giornalisti occidentali, timorosi di essere etichettati come persone vincolate al regime russo.

Questa offensiva ideologica mira anche a indebolire le posizioni antimperialiste e pacifiste. Finora una massa sociale considerevole nell’Europa occidentale e specialmente nei Països Catalans, affermava con veemenza la necessità di rispettare la legalità internazionale e il principio più generale della pace.

La guerra, assieme all’agenda ideologica dell’estrema destra, può aizzare il militarismo fino ad avviare una serie di vere e proprie guerre culturali da tradurre poi in politiche attive. Con l’idea che la legalità internazionale in fondo non serva a niente e che sia necessario adeguarsi alla “realtà” della legge del più forte. Secondo questa logica, per essere il più forte è necessario procedere a una militarizzazione della società.

Inoltre non bisogna sottovalutare la minaccia rappresentata dalla presenza di volontari dell’ultradestra spagnola nelle milizie ucraine, liberi di accedere alle armi senza alcun controllo. Per l’estrema destra europea, l’Ucraina può rappresentare quello che la Siria è stata per il jiadismo continentale.

Il doppio standard europeo nella politica migratoria dell’accoglienza sta legittimando come “naturali” le posizioni razziste. Si accetta così come normale l’idea che ci siano persone che meritano un grado di solidarietà e sostegno maggiore di altre a seconda del colore della pelle o della religione. In questo modo l’estrema destra ottiene di nuovo una vittoria.

Questa offensiva autoritaria e militarista sarà inoltre usata per soffocare le più recenti conquiste e i risultati ottenuti sul terreno dell’egemonia politica dal movimento femminista, centrando così un altro obbiettivo dell’agenda dell’estrema destra.

Alcune coordinate di base per l’azione politica

Una guerra tra contrapposti interessi imperialisti è una guerra contro il popolo. Nel breve periodo, qualsiasi soluzione minimamente stabile e degna, capace di risparmiare morti e sofferenze, è una buona soluzione. Questa soluzione deve includere degli accordi di pace che garantiscano sia la sovranità che la neutralità dell’Ucraina, il diritto all’autodeterminazione del Donbass e della Crimea e il ritorno di tutta la popolazione fuoriuscita a partire dal 2014.

Nel lungo periodo, solo il socialismo può costruire le basi di una pace duratura nel mondo. Solo a partire dalla eguaglianza e dal progresso sociale, dal rispetto del diritto all’autodeterminazione e dalla smilitarizzazione delle relazioni tra gli stati, su un piano di eguaglianza, è possibile pensare uno scenario di pace.

Tutto il contrario di quello che rappresentano le relazioni stabilite dalla NATO e dalla UE. Sul piano interno, è necessario cominciare a lavorare per articolare una ampia alleanza sociale che sia in grado di fronteggiare la narrazione bellicista dello stato e che lavori per stoppare l’agenda politica, economica, sociale e militare che lo stato, la UE e la NATO cercano di imporre con la scusa della guerra e dello scenario di tensione permanente che ne deriva.

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