Si è conclusa ieri la visita del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez in Cina. Una visita che non è passata inosservata per tanti motivi, di certo economici, ma anche diplomatici. Perché il politico europeo ha riconosciuto a Pechino un ruolo centrale nel garantire la risoluzione dei conflitti che investono tanti settori del mondo. Un ruolo che la UE non può ricoprire, innanzitutto perché coinvolta materialmente in queste guerre.
Sánchez era alla sua quarta visita di Stato in Cina in quattro anni. Un segnale chiaro sull’importanza che il Dragone riveste per l’economia di Madrid, ma in generale per tutte quelle dell’Unione Europea. Il viaggio del cancelliere Merz nel gigante asiatico di un paio di mesi fa è un’altra cartina tornasole dell’imprescindibilità di questo rapporto: il politico tedesco aveva dichiarato che separare l’economia del suo paese da quella cinese “sarebbe un errore” (vista anche al dipendenza sulle terre rare).
Dalla Tsinghua University, dove si è formato lo stesso Xi Jinping, Sánchez ha mandato un messaggio chiarissimo a Pechino, non privo del solito spirito di superiorità occidentale, e tuttavia onesto su chi sono i grandi attori in campo. “Abbiamo bisogno che la Cina si apra – ha detto il leader spagnolo – affinché l’Europa non debba chiudersi in se stessa”.
Ma a fare la guerra commerciale al Dragone è stata la UE, e difatti anche stavolta Sánchez torna a casa con 19 nuovi accordi bilaterali. C’è il tema dei 42 miliardi di deficit commerciale della Spagna con la Cina nel solo 2025, parte di un più grande deficit che preoccupa l’intera UE.
Sul riequilibrio della bilancia commerciale Pechino si è sempre detta pronto a lavorare, sempre che ci sia correttezza nella controparte. E l’intesa su investimenti ad alta qualità dovrebbe garantire che i capitali cinesi in Spagna portino con sé trasferimenti di tecnologia, contratti per fornitori locali e nuovi posti di lavoro.
Non è, comunque, la questione economica che ha tenuto banco nell’incontro del primo ministro spagnolo con Xi Jinping. “Per la prima volta nella storia contemporanea, il progresso sta germogliando simultaneamente in molte parti del mondo”, ha detto Sánchez. “Questa multipolarità non è un’ipotesi o un desiderio; è la nuova realtà in cui vive il mondo”.
Il politico di Madrid lo dice chiaro e tondo: siamo in una fase multipolare. E aggiunge pure che, in questo multipolarismo, la Cina è l’attore dirimente. “La Cina fa molto, e lo apprezziamo, ma può fare di più chiedendo il rispetto del diritto internazionale e la fine dei conflitti”, ha detto Sánchez.
Anche se va notato il solito atteggiamento occidentale di chi insegna agli altri a promuovere quello che gli europei ignorano a seconda delle convenienze, in questa occasione la frase ha assunto più i tratti di una supplica che di uno strumento di pressione. Il primo ministro spagnolo ha affermato che “è molto difficile incontrare altri interlocutori che possano sbrogliare questa situazione provocata in Iran e nello Stretto di Hormuz più della Cina”.
È un riconoscimento significativo, ovvero il fatto che, di fronte all’aggressione statunitense e israeliana, l’unico paese che ha il “capitale” (non solo economico, ma anche diplomatico) per porsi come mediatore di pace sia il Dragone. Davanti a studenti e docenti della Tsinghua, Sánchez aveva parlato di questo “potere” anche in relazione ai conflitti in Libano, in Palestina e in Ucraina.
Si tratta di una mano tesa (e bisognosa) da parte di Madrid, in un certo senso portavoce informale della UE (che non a caso ha mandato il suo capo di governo più “progressista” e che ha ingaggiato un significativo braccio di ferro con Donald Trump), affinché Pechino sia disposta a ragionare su come rilanciare un multilateralismo che ponga dei freni agli USA, innanzitutto al “bastone” che stanno usando innanzitutto con i propri “alleati/vassalli”.
Secondo Sánchez la Cina può svolgere un ruolo fondamentale nella lotta alle disuguaglianze e al cambiamento climatico, nonché sui principali dossier riguardanti l’architettura di sicurezza e cooperazione internazionale, “soprattutto ora che gli Stati Uniti hanno deciso di ritirarsi da molti di questi fronti”, ha detto senza peli sulla lingua.
“È negli interessi di Spagna e Europa che il sistema multipolare venga rispettato”, ha detto il politico spagnolo. “Non abbiamo nessun problema a stare dal lato giusto della storia”, e Xi Jinping ha rimarcato che Madrid (non tutta l’Europa) è davvero dalla parte giusta della storia, chiedendo a Sánchez di “difendere insieme un autentico multilateralismo e salvaguardare la pace e lo sviluppo nel mondo”.
Riguardo alle Nazioni Unite nello specifico, il primo ministro spagnolo ha detto che “l’Occidente deve rinunciare ad alcune delle sue quote di rappresentanza”, e bisogna fare in modo che si rafforzi l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza sia più rappresentativo e più democratico. Temi su cui la Cina, pur tutelando i suoi interessi, non si è mai detta indisponibile a discutere.
La visita di Sánchez rappresenta, una volta tanto, una dimostrazione da parte dei politici europei di avere bene in mente il proprio posto nel mondo, e quello che ha Pechino. La strumentalità, tuttavia, è evidente, e la Cina non ci casca. Bisognerà vedere fino a dove una possibile intesa potrebbe arrivare, sapendo che la UE non sarà mai disposta a rinunciare al proprio ruolo privilegiato negli affari mondiali.
Fonte
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/04/2026
Sánchez a Pechino chiede alla Cina di diventare il paciere mondiale
30/11/2023
“Né l’amnistia né l’Europa ci salveranno”
Dalla prigione catalana di Ponent, dove da due anni e mezzo sconta una pena per ingiurie alla corona e apologia del terrorismo, Pablo Hasel ha scritto una breve e tagliente lettera che tocca diversi temi oggi al centro del dibattito politico iberico: l’accordo tra i partiti indipendentisti e il PSOE, all’origine dalla riconferma di Pedro Sánchez alla Moncloa; la reale portata dell’amnistia; il ruolo delle istituzioni europee sullo scacchiere internazionale.
La lettera riporta all’attenzione dell’opinione pubblica il caso di Hasel che, dopo aver suscitato lo sdegno e le proteste di migliaia di giovani dentro e fuori lo stato spagnolo, sembra quasi dimenticato.
Conviene ricordare che il musicista di Lleida è finito in carcere a causa di diverse sentenze di condanna tra cui una per i testi delle proprie canzoni, un’altra per una supposta aggressione e infine per alcune opinioni che sono state tacciate di inneggiare al terrorismo.
Proprio quest’ultima accusa merita una riflessione preliminare: è oggi più che mai evidente l’uso politico del termine “terrorista“, impiegato con disinvoltura dagli Stati per condannare senza appello quello che considerano “il nemico”. Con i suoi messaggi, cantati e non, Hasel ha toccato un nervo scoperto dello stato spagnolo tanto da guadagnarsi l’accusa di “apologia del terrorismo“.
Ma ricordare le torture della poliza inflitte ai membri di ETA o a quelli dei GRAPO, un’organizzazione armata marxista-leninista attiva durante e dopo la transizione, è fare apologia del terrorismo?
Sostenere, riferendosi ai GRAPO, che «le prigioniere e i prigionieri politici sono un esempio di resistenza» è fare apologia del terrorismo o un legittimo esercizio di difesa della memoria storica?
La denuncia dei legami della monarchia spagnola con quella saudita, oggetto peraltro delle indagini della magistratura, dev’essere considerata un’ingiuria? Difendere un giovane che affiggeva manifesti a favore dell’autodeterminazione da un provocatore che lo stava aggredendo è un reato?
Evidentemente per lo Stato spagnolo uscito dalla transizione, è ancora oggi difficile tollerare la critica alla mancata trasformazione delle strutture repressive statali (così come la critica alla conservazione nelle mani delle elite franchiste del potere economico e la critica all’unità dello stato).
Su questi temi esiste un settore sociale conservatore, imbevuto della cultura politica franchista, pronto a mobilitarsi, come è accaduto con le proteste seguite all’annuncio dell’amnistia e scatenatesi nelle piazze di Madrid.
Con questo settore i socialisti di Pedro Sánchez hanno condiviso tra l’altro la gestione dell’immigrazione, il sostegno alla NATO, l’adesione al nazionalismo spagnolo e la repressione dei movimenti indipendentisti.
Ed è improbabile che la recente amnistia rappresenti un vero punto di svolta: nel caso di Pablo Hasel (e di molti altri detenuti politici) sembra infatti imporsi una interpretazione restrittiva del provvedimento che, con il beneplacito del nuovo governo, lascerà il rapper comunista in carcere fino al 2027.
Bisogna sottolineare anche che la Corte Europea di Strasburgo ha rifiutato il ricorso presentato da Hasel e ha giudicato corretta la pena comminata dai giudici spagnoli.
Si tratta senza dubbio di una sconfitta giuridica che però ha un risvolto imprevisto: la decisione del tribunale contribuisce a smontare l’opinione, assai diffusa nell’indipendentismo catalano (fatta eccezione per la CUP), secondo la quale l’Unione Europea “rispetterebbe i principi democratici” più di quanto faccia lo Stato spagnolo. Su questo tema, la lettera del rapper è molto chiara.
Seppure alcuni giudizi di Hasel, soprattutto quelli sui partiti spagnoli e catalani, possano talvolta prestarsi all’accusa di un certo massimalismo, bisogna riconoscere che non fanno sconti a nessuno, investendo tanto i socialisti quanto gli indipendentisti.
Anche perciò vale la pena ascoltare il suo punto di vista, non foss’altro che per dare voce a un rapper comunista silenziato, divenuto un detenuto politico, che rivendica la propria appartenenza ideologica.
Qui di seguito la lettera di Pablo Hasel apparsa il 16 novembre sulla stampa catalana.
La lettera riporta all’attenzione dell’opinione pubblica il caso di Hasel che, dopo aver suscitato lo sdegno e le proteste di migliaia di giovani dentro e fuori lo stato spagnolo, sembra quasi dimenticato.
Conviene ricordare che il musicista di Lleida è finito in carcere a causa di diverse sentenze di condanna tra cui una per i testi delle proprie canzoni, un’altra per una supposta aggressione e infine per alcune opinioni che sono state tacciate di inneggiare al terrorismo.
Proprio quest’ultima accusa merita una riflessione preliminare: è oggi più che mai evidente l’uso politico del termine “terrorista“, impiegato con disinvoltura dagli Stati per condannare senza appello quello che considerano “il nemico”. Con i suoi messaggi, cantati e non, Hasel ha toccato un nervo scoperto dello stato spagnolo tanto da guadagnarsi l’accusa di “apologia del terrorismo“.
Ma ricordare le torture della poliza inflitte ai membri di ETA o a quelli dei GRAPO, un’organizzazione armata marxista-leninista attiva durante e dopo la transizione, è fare apologia del terrorismo?
Sostenere, riferendosi ai GRAPO, che «le prigioniere e i prigionieri politici sono un esempio di resistenza» è fare apologia del terrorismo o un legittimo esercizio di difesa della memoria storica?
La denuncia dei legami della monarchia spagnola con quella saudita, oggetto peraltro delle indagini della magistratura, dev’essere considerata un’ingiuria? Difendere un giovane che affiggeva manifesti a favore dell’autodeterminazione da un provocatore che lo stava aggredendo è un reato?
Evidentemente per lo Stato spagnolo uscito dalla transizione, è ancora oggi difficile tollerare la critica alla mancata trasformazione delle strutture repressive statali (così come la critica alla conservazione nelle mani delle elite franchiste del potere economico e la critica all’unità dello stato).
Su questi temi esiste un settore sociale conservatore, imbevuto della cultura politica franchista, pronto a mobilitarsi, come è accaduto con le proteste seguite all’annuncio dell’amnistia e scatenatesi nelle piazze di Madrid.
Con questo settore i socialisti di Pedro Sánchez hanno condiviso tra l’altro la gestione dell’immigrazione, il sostegno alla NATO, l’adesione al nazionalismo spagnolo e la repressione dei movimenti indipendentisti.
Ed è improbabile che la recente amnistia rappresenti un vero punto di svolta: nel caso di Pablo Hasel (e di molti altri detenuti politici) sembra infatti imporsi una interpretazione restrittiva del provvedimento che, con il beneplacito del nuovo governo, lascerà il rapper comunista in carcere fino al 2027.
Bisogna sottolineare anche che la Corte Europea di Strasburgo ha rifiutato il ricorso presentato da Hasel e ha giudicato corretta la pena comminata dai giudici spagnoli.
Si tratta senza dubbio di una sconfitta giuridica che però ha un risvolto imprevisto: la decisione del tribunale contribuisce a smontare l’opinione, assai diffusa nell’indipendentismo catalano (fatta eccezione per la CUP), secondo la quale l’Unione Europea “rispetterebbe i principi democratici” più di quanto faccia lo Stato spagnolo. Su questo tema, la lettera del rapper è molto chiara.
Seppure alcuni giudizi di Hasel, soprattutto quelli sui partiti spagnoli e catalani, possano talvolta prestarsi all’accusa di un certo massimalismo, bisogna riconoscere che non fanno sconti a nessuno, investendo tanto i socialisti quanto gli indipendentisti.
Anche perciò vale la pena ascoltare il suo punto di vista, non foss’altro che per dare voce a un rapper comunista silenziato, divenuto un detenuto politico, che rivendica la propria appartenenza ideologica.
Qui di seguito la lettera di Pablo Hasel apparsa il 16 novembre sulla stampa catalana.
«Ancora una volta, numerosi partiti hanno raggiunto un accordo sulla fiducia al governo, il cui contenuto suppone la violazione reiterata dei diritti civili e politici. In nome del progressismo, torneranno a mettere in campo politiche all’insegna dello sfruttamento, della miseria, della repressione e dell’imperialismo. Tutto ciò sostenendo un regime profondamente antidemocratico, nemico dei nostri interessi, sia come popolo che come classe.Fonte
L’amnistia sulla quale si sono accordati – e vedremo se questa amnistia davvero mantiene ciò che promette – non arriva neppure a includere tutti gli indagati e condannati in Catalunya. Perché la repressione va molto oltre il processo indipendentista: ci sono migliaia di perseguitati per le lotte sul lavoro, le lotte studentesche, quelle per la casa, contro il maschilismo, il razzismo, l’omofobia e contro la repressione.
Inoltre in ambito statale ci sono molti altri prigionieri politici che non sono neppure menzionati perché si vogliono nascondere. E non possiamo permetterlo perché questi prigionieri hanno difeso la nostra dignità. Soprattutto i prigionieri politici sequestrati da decenni, che sono l’esempio di lotta più coerente per i diritti civili, sociali e politici, inclusa l’autodeterminazione.
Perciò dobbiamo rivendicare l’amnistia totale, dovunque sia possibile, e organizzare la solidarietà per far fronte alla repressione presente e a quella futura. L’ampliamento delle leggi repressive approvate dai falsi progressisti dice chiaramente che non ci sarà tregua.
Con altrettanta chiarezza, le nefaste condizioni di vita ci dicono che è necessario intensificare la lotta (che sarà repressa). Il regime non ha bisogno del Partido Popular e di Vox al governo per imporre questo fascismo occulto: se ne incarica il PSOE-Sumar e i loro collaboratori, che perpetuano ogni tipo di atrocità.
Il progressismo e alcuni settori della “sinistra” addomesticata hanno ripetuto spesso che l’Europa non lo permetterebbe, idealizzando l’UE. La realtà ha dimostrato ripetutamente che dicevano una menzogna.
Un recente esempio è la condanna che ho ricevuto per aver denunciato fatti oggettivi, ratificati dal tribunale di Strasburgo. Una condanna incomprensibile, dato che in precedenza lo stato spagnolo era stato condannato per la pratica della tortura, considerata invece nella mia sentenza un’“ingiuria”.
Il fatto che a volte la Corte Europea o l’ONU ammoniscano o condannino lo stato spagnolo per la grossolana repressione non significa che lo facciano sempre, né che riescano a fermarlo. Cosa che non sorprende perché anche l'Unione Europea reprime, e questa evidenza non è inficiata dal fatto che alcuni stati membri dell’unione siano più rispettosi delle libertà rispetto a quello spagnolo.
L’Europa che partecipa alle invasioni imperialiste della NATO, che trasforma il Mediterraneo in una fossa comune per i migranti, che aiuta il sionismo a occupare la Palestina e a portare a termine un genocidio, che equipara nazismo e comunismo, che culla le multinazionali responsabili dello sfruttamento e del saccheggio selvaggio di numerosi paesi, che ha sostenuto il jihadismo in Siria e che arma i nazisti ucraini, non ci salverà.
Non esiste altra soluzione che aumentare gli sforzi per far crescere le lotte nelle piazze. Soltanto rafforzando l’organizzazione rivoluzionaria conquisteremo i diritti e la libertà che ci strappano di mano con la violenza.
È sempre più urgente sviluppare l’unità attorno alla solidarietà e alla lotta per un programma veramente democratico-popolare, che includa l’uscita da questa Unione Europea sfruttatrice, repressiva e imperialista. Altrettanto necessario è denunciare come sotto questo “nuovo” governo continueremo ad essere ugualmente oppressi in tutti i sensi.
Rovesciamo il regime monarchico-fascista! Visca la resistenza! Amnistia totale!»
10/11/2023
L’accordo PSOE–Junts per Catalunya riapre lo scenario politico iberico
Dopo settimane di intense trattative, il PSOE e Junts per Catalunya hanno annunciato ieri l’accordo che dovrebbe garantire a Pedro Sánchez altri quattro anni alla Moncloa e inaugurare contemporaneamente una nuova stagione in cui «risolvere il conflitto storico sul futuro politico della Catalunya».
Il documento firmato dai due partiti a Bruxelles (dove Carles Puigdemont risiede dal 2017) pretende di disegnare un ambizioso scenario di medio-lungo periodo nel quale la tenuta dell’accordo è però tutta da verificare.
Le divergenze sostanziali tra le due formazioni permangono intatte e il testo concordato le ribadisce esplicitamente: se da un lato si sottolinea che Junts per Catalunya proporrà un nuovo referendum d’autodeterminazione, dall’altro si avverte che il PSOE difenderà la piena applicazione dello Statuto d’autonomia del 2006 (escludendo così qualsiasi ipotesi d’indipendenza).
Dunque su cosa si è raggiunto l’accordo? Sostanzialmente Sánchez continuerà alla guida dell’esecutivo spagnolo in cambio di una amnistia per gli indipendentisti. Più di 4.000 tra militanti e semplici manifestanti sono interessati al provvedimento.
Ma i contorni dell’amnistia non sono ancora noti. Il testo firmato dal PSOE e da Junts afferma che si applicherà a tutti coloro che «prima e dopo la consulta del 2014 e il referendum del 2017, sono stati oggetto di decisioni e procedimenti giudiziari legati a questi avvenimenti».
Davanti ai giornalisti, Puigdemont ha affermato che il sostegno di Junts al governo del PSOE sarà subordinato in ogni momento al rispetto degli accordi via via raggiunti, a partire dall’amnistia.
Preso atto della reciproca sfiducia, i socialisti e Junts hanno inoltre sottoscritto la necessità di istituire un meccanismo internazionale, evitando così di parlare apertamente della figura di un mediatore, così come proposto originariamente da Puigdemont, al fine di seguire i negoziati.
L’accordo ha provocato un vero e proprio terremoto nello scenario politico spagnolo e catalano. Esquerra Republicana de Catalunya e En Comú Podem l’hanno salutato favorevolmente: i primi sono attestati da tempo sulla linea della gestione dell’autonomia regionale, i secondi scommettono da sempre su una Spagna plurinazionale la cui costruzione è ancora allo stato di mero progetto.
Secondo l’Assemblea Nacional Catalana invece, qualsiasi accordo di legislatura tra i partiti indipendentisti e il PSOE allontana l’indipendenza della Catalunya. L’ANC ha sottolineato anche le incongruenze dell’accordo: «ci sembra una presa in giro proporre un accordo politico che si vuole definire storico ma che è basato sulla semplice riproposizione delle posizioni di partenza delle parti negoziatrici».
Contraria anche la Candidatura d’Unitat Popular, il cui portavoce Xavier Pellicer ha dichiarato che «dopo che nove anni fa più di 2,3 milioni di persone hanno partecipato alla consulta sull’indipendenza, il nostro paese si trova alla fine di un ciclo politico. Junts ha fatto la stessa piroetta di ERC nella scorsa legislatura.
Il patto sottoscritto da Junts non è un accordo bensì un insieme di divergenze che lasciano fuori l’autodeterminazione. Sembra che il suo obiettivo sia più ricostruire i ponti con lo stato, nel quadro della Costituzione spagnola, che risolvere il conflitto con il nostro paese. [...]
Con questo patto Junts lega il suo futuro al PSOE e si allontana dalle posizioni indipendentiste. Un patto che si è accordato a porte chiuse e che si è costruito attorno alla necessità di ottenere la fiducia al Congresso».
La CUP ha inoltre presentato alla camera catalana una mozione per rilanciare un nuovo referendum, nella convinzione che lo stato spagnolo accetterà di svolgere una nuova consulta sull’indipendenza solo se costretto dalla pressione popolare. La mozione degli indipendentisti e anticapitalisti, sulla quale ERC e Junts si sono astenuti, non è stata approvata.
La notizia dell’accordo ha inoltre infiammato la destra spagnola. Il Partido Popular ha equiparato l’accordo al tentativo di colpo di stato del 23 febbraio 1981 e ha convocato manifestazioni in tutte le principali città.
Secondo il leader dei popolari, Alerto Nuñez Feijóo, «la Spagna ha perso». A Madrid alcune migliaia di manifestanti si sono concentrati nei pressi della sede del PSOE per protestare contro “il traditore” Sánchez, colpevole di vendere la Spagna agli indipendentisti.
Un nutrito gruppo si è esibito ripetutamente nel saluto fascista e, dopo aver cercato di superare lo sbarramento posto a protezione della sede socialista e bruciato alcuni cassonetti, è stato disperso dalla polizia.
Dal canto loro, le associazioni dei giudici spagnoli hanno sostenuto che l’accordo può portare alla ‘fine della democrazia’, ribadendo così la loro posizione a difesa dell’unità della Spagna e intervenendo ancora una volta pesantemente nel dibattito politico in corso.
A riscaldare ulteriormente gli animi, due ulteriori fatti hanno animato la giornata. Nel primo pomeriggio di ieri uno sconosciuto ha sparato all’ex-presidente del PP catalano, poi transitato per Vox, Aleix Vidal-Quadras, procurandogli una doppia frattura della mandibola.
Già in serata dichiarato fuori pericolo dai medici, Quadras ha indicato nell’Iran il possibile mandante dell’agguato, a suo dire motivato dalla propria relazione con gli oppositori iraniani. I fatti però sono ancora tutti da accertare.
Il Tribunale Europeo per i Diritti Umani ha rifiutato il ricorso presentato da Pablo Hasel e ha sentenziato che la condanna per ‘apologia del terrorismo’, inflittagli dai tribunali spagnoli a causa dei testi delle proprie canzoni, non è sproporzionata.
Hasel aveva fatto appello alla libertà di pensiero e d’espressione ma il Tribunale Europeo ha sostenuto che questi diritti non sono stati violati.
Una delle critiche che la sinistra radicale e l’esquerra independentista muovono all’amnistia appena accordata è proprio quella di non includere casi come quello di Hasel. Il rapper comunista denuncia di essere finito in prigione per la propria ideologia e continua a scontare la lunga pena senza alcun pentimento.
In un poema che ha recentemente scritto in carcere si dice che i giorni di lotta, come il primo ottobre, torneranno, «come la brezza che precede il maremoto incontrollabile».
Le prossime settimane chiariranno se l’accordo PSOE-Junts è destinato a consolidare la bonaccia indipendentista o se preclude invece a un nuovo maremoto.
Fonte
Il documento firmato dai due partiti a Bruxelles (dove Carles Puigdemont risiede dal 2017) pretende di disegnare un ambizioso scenario di medio-lungo periodo nel quale la tenuta dell’accordo è però tutta da verificare.
Le divergenze sostanziali tra le due formazioni permangono intatte e il testo concordato le ribadisce esplicitamente: se da un lato si sottolinea che Junts per Catalunya proporrà un nuovo referendum d’autodeterminazione, dall’altro si avverte che il PSOE difenderà la piena applicazione dello Statuto d’autonomia del 2006 (escludendo così qualsiasi ipotesi d’indipendenza).
Dunque su cosa si è raggiunto l’accordo? Sostanzialmente Sánchez continuerà alla guida dell’esecutivo spagnolo in cambio di una amnistia per gli indipendentisti. Più di 4.000 tra militanti e semplici manifestanti sono interessati al provvedimento.
Ma i contorni dell’amnistia non sono ancora noti. Il testo firmato dal PSOE e da Junts afferma che si applicherà a tutti coloro che «prima e dopo la consulta del 2014 e il referendum del 2017, sono stati oggetto di decisioni e procedimenti giudiziari legati a questi avvenimenti».
Davanti ai giornalisti, Puigdemont ha affermato che il sostegno di Junts al governo del PSOE sarà subordinato in ogni momento al rispetto degli accordi via via raggiunti, a partire dall’amnistia.
Preso atto della reciproca sfiducia, i socialisti e Junts hanno inoltre sottoscritto la necessità di istituire un meccanismo internazionale, evitando così di parlare apertamente della figura di un mediatore, così come proposto originariamente da Puigdemont, al fine di seguire i negoziati.
L’accordo ha provocato un vero e proprio terremoto nello scenario politico spagnolo e catalano. Esquerra Republicana de Catalunya e En Comú Podem l’hanno salutato favorevolmente: i primi sono attestati da tempo sulla linea della gestione dell’autonomia regionale, i secondi scommettono da sempre su una Spagna plurinazionale la cui costruzione è ancora allo stato di mero progetto.
Secondo l’Assemblea Nacional Catalana invece, qualsiasi accordo di legislatura tra i partiti indipendentisti e il PSOE allontana l’indipendenza della Catalunya. L’ANC ha sottolineato anche le incongruenze dell’accordo: «ci sembra una presa in giro proporre un accordo politico che si vuole definire storico ma che è basato sulla semplice riproposizione delle posizioni di partenza delle parti negoziatrici».
Contraria anche la Candidatura d’Unitat Popular, il cui portavoce Xavier Pellicer ha dichiarato che «dopo che nove anni fa più di 2,3 milioni di persone hanno partecipato alla consulta sull’indipendenza, il nostro paese si trova alla fine di un ciclo politico. Junts ha fatto la stessa piroetta di ERC nella scorsa legislatura.
Il patto sottoscritto da Junts non è un accordo bensì un insieme di divergenze che lasciano fuori l’autodeterminazione. Sembra che il suo obiettivo sia più ricostruire i ponti con lo stato, nel quadro della Costituzione spagnola, che risolvere il conflitto con il nostro paese. [...]
Con questo patto Junts lega il suo futuro al PSOE e si allontana dalle posizioni indipendentiste. Un patto che si è accordato a porte chiuse e che si è costruito attorno alla necessità di ottenere la fiducia al Congresso».
La CUP ha inoltre presentato alla camera catalana una mozione per rilanciare un nuovo referendum, nella convinzione che lo stato spagnolo accetterà di svolgere una nuova consulta sull’indipendenza solo se costretto dalla pressione popolare. La mozione degli indipendentisti e anticapitalisti, sulla quale ERC e Junts si sono astenuti, non è stata approvata.
La notizia dell’accordo ha inoltre infiammato la destra spagnola. Il Partido Popular ha equiparato l’accordo al tentativo di colpo di stato del 23 febbraio 1981 e ha convocato manifestazioni in tutte le principali città.
Secondo il leader dei popolari, Alerto Nuñez Feijóo, «la Spagna ha perso». A Madrid alcune migliaia di manifestanti si sono concentrati nei pressi della sede del PSOE per protestare contro “il traditore” Sánchez, colpevole di vendere la Spagna agli indipendentisti.
Un nutrito gruppo si è esibito ripetutamente nel saluto fascista e, dopo aver cercato di superare lo sbarramento posto a protezione della sede socialista e bruciato alcuni cassonetti, è stato disperso dalla polizia.
Dal canto loro, le associazioni dei giudici spagnoli hanno sostenuto che l’accordo può portare alla ‘fine della democrazia’, ribadendo così la loro posizione a difesa dell’unità della Spagna e intervenendo ancora una volta pesantemente nel dibattito politico in corso.
A riscaldare ulteriormente gli animi, due ulteriori fatti hanno animato la giornata. Nel primo pomeriggio di ieri uno sconosciuto ha sparato all’ex-presidente del PP catalano, poi transitato per Vox, Aleix Vidal-Quadras, procurandogli una doppia frattura della mandibola.
Già in serata dichiarato fuori pericolo dai medici, Quadras ha indicato nell’Iran il possibile mandante dell’agguato, a suo dire motivato dalla propria relazione con gli oppositori iraniani. I fatti però sono ancora tutti da accertare.
Il Tribunale Europeo per i Diritti Umani ha rifiutato il ricorso presentato da Pablo Hasel e ha sentenziato che la condanna per ‘apologia del terrorismo’, inflittagli dai tribunali spagnoli a causa dei testi delle proprie canzoni, non è sproporzionata.
Hasel aveva fatto appello alla libertà di pensiero e d’espressione ma il Tribunale Europeo ha sostenuto che questi diritti non sono stati violati.
Una delle critiche che la sinistra radicale e l’esquerra independentista muovono all’amnistia appena accordata è proprio quella di non includere casi come quello di Hasel. Il rapper comunista denuncia di essere finito in prigione per la propria ideologia e continua a scontare la lunga pena senza alcun pentimento.
In un poema che ha recentemente scritto in carcere si dice che i giorni di lotta, come il primo ottobre, torneranno, «come la brezza che precede il maremoto incontrollabile».
Le prossime settimane chiariranno se l’accordo PSOE-Junts è destinato a consolidare la bonaccia indipendentista o se preclude invece a un nuovo maremoto.
Fonte
30/05/2023
La Spagna va a destra e ad elezioni anticipate
Lunedì 29 maggio, Pedro Sanchez, primo ministro spagnolo, ha deciso lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di elezioni politiche anticipate per il 23 luglio.
La decisione è stata annunciata in una conferenza stampa all’indomani delle elezioni municipali e regionali che hanno visto l’affermazione del Partido Popular e la sconfitta dei socialisti del PSOE anche in alcuni dei suoi bastioni storici.
I popolari si affermano in 9 regioni (comunidades autónomas) e in 31 capoluoghi di provincia.
Mentre la destra neo-falangista di VOX raddoppia i suoi voti, le formazioni alla sinistra dei socialisti a parte le formazioni “autonomiste” – in particolare Unidas Podemos (UP) – scompaiono di fatto dal quadro politico.
UP marca una presenza solo “a macchia di leopardo” nella penisola iberica. Lì dove era “virtualmente” nata, a Madrid nel 2011, non supera il quorum del 5% e rimane fuori dalle istanze rappresentative locali.
Come ha dichiarato Sanchez nella citata conferenza stampa: “anche se le elezioni avevano una portata municipale e regionale, il senso del voto reca in sé un messaggio che va più lontano, e come Presidente del governo e segretario generale del Partito socialista mi prendo la responsabilità dei risultati”.
Si tratta di un atteggiamento coerente con il valore che il leader socialista aveva voluto dare a queste elezioni, impegnandosi particolarmente nella campagna, per farne una sorta di plebiscito a favore o contro l’attuale gestione del potere, che vede un governo di minoranza composto dal PSOE e Unidas Podemos.
Dal lato opposto dello scacchiere politico la destra tutta – dal PP di Alberto Núñez Feijóo a Vox di Santiago Abascal – ha fatto propria la battaglia contro il “sanchismo” e si appresta a trattative per governare insieme lì dove i popolari non hanno, nonostante il successo, i numeri per farlo (in sei regioni e differenti ayuntamientos), preparando il terreno per una possibile futura coalizione governativa, ma lasciando ai singoli notabili locali del PP le contrattazioni.
Vox è propenso a tale ipotesi e chiama il PP alla possibilità di costruire dalle istanze governative locali in alternativa ad un esecutivo di “socialisti, comunisti, separatisti e terroristi”, come detto da Abascal, che ha ricordato che la sua formazione è “un partito nazionale, per cui la sua posizione sarà nazionale e, per tanto, centralizzata”.
Il leader dei popolari aveva fino ad ora escluso un accordo a livello nazionale con l’estrema destra di Abascal, ma è chiaro che le elezioni anticipate in parte cambiano lo scenario.
Da canto suo Feijóo ha ribadito lunedì che “la Spagna ha compiuto ieri un primo passo per aprire un nuovo ciclo politico”.
Vediamo sommariamente i risultati.
Il PP ha riassorbito quasi totalmente i voti indirizzati ai populisti di destra di Ciudadanos, praticamente scomparsi dalla geografia politica spagnola.
Ha ottenuto il 31% complessivo dei suffragi, con un + 8,88% rispetto al 2019, crescendo di circa 2 milioni di voti, superando il PSOE di quasi 800mila voti.
Il Partito socialista perde certamente voti, ma la sua non è una vera e propria emorragia, anche se il suo declino nelle preferenze ha un peso rilevante a livello di effetti politici.
Il PSOE ha ottenuto in realtà il 28% dei voti (-1,27 punti percentuali), perdendo 400mila elettori, senza quindi che ci fosse un travaso di preferenze in questa direzione da parte degli ex elettori di UP.
Un’oscillazione che però gli fa perdere l’Estremadura, l’Aragona, la regione di Valencia, le Baleari e la Rioja, e ben 11 dei 22 capoluoghi di provincia che governava.
Il PP recupera Valencia e governerà in Andalusia (in 7 capoluoghi di provincia su 8), storica riserva di voti socialista.
Mentre la “sinistra radicale” di UP, perde, l’estrema destra di Vox, guadagna.
Unidas Podemos ottiene complessivamente il 3,2%, e non avrà rappresentanti nei parlamenti regionali di Madrid e di Valencia, ed in alcuni contesti – come alle Baleari e nella Regione di Valencia – i suoi scarsi risultati impediscono al PSOE di formare alleanze per governare a livello locale.
Vox ottiene invece il 7,18% dei votanti totali. Raccoglie il risentimento contro il “sanchismo” – accusato di appoggiarsi, per governare, alle formazioni autonomiste basche e catalane (EH Bildu ed ERC) – da quando, dopo le elezioni dell’autunno del 2019, ha iniziato a governare con UP, spostando a sinistra l’asse centrista dei precedenti esecutivi socialisti.
La vice-presidente del Parlamento è l’attuale ministra del lavoro, Yolanda Diaz, la creatrice di “Sumar”, succeduta nella carica di vice al co-fondatore di Podemos Pablo Iglesias, che si era dimesso a sorpresa per candidarsi senza successo alla carica di sindaco di Madrid.
Nonostante ci stesse lavorando da un anno, ed il 2 aprile avesse annunciato la sua candidatura accanto alla sindaca uscente Ada Colau (capofila del partito catalano En Comun Podem), insieme ad altre figure di spicco, la sua candidatura “ricompositiva” non ha visto però la presenza di Podemos.
I rapporti tra la Diaz e la segretaria generale di Podemos, nonché Ministra dei diritto sociali, Ione Bellara, così come la numero due del partito, Irene Montero, nonché ministra dell’uguaglianza, sono tesi.
Iglesias aveva avvertito del pericolo della direzione che stava prendendo la Diaz quando nel novembre del 2022, aveva avvisato che sarebbe stato “stupido” pensare che “una candidatura di sinistra possa avere un buon risultato alle elezioni legislative se Podemos ottiene un cattivo risultato alle municipali e alle regionali”.
Ed infatti sembrano piuttosto lontani i tempi in cui, alle legislative di 8 anni fa, nel 2015, Podemos ottenne il 20% delle preferenze con più di 5 milioni di consensi, tallonando il PSOE di Sanchez che pure aveva scartato la possibilità di formare una coalizione governativa insieme ad Iglesias.
La mossa di Sanchez ora costringe a trovare un accordo per formare una coalizione “a sinistra” in dieci giorni – questi sono i tempi legali – e lo spauracchio di un possibile governo PP-VOX sembra possa sedare la litigiosità finora dominante ed accelerare in tal senso, per continuare nell’opera intrapresa dall’esecutivo in 4 anni.
Dal suo canale televisivo su YouTube Canal Red è stato Iglesias a lanciare una proposta di coalizione con Sanchez come leader. “La destra andrà divisa tra PP e Vox e Pedro Sánchez potrà collocarsi come candidato di un amplio fronte popolar-progressista”, ha detto.
All’attuale esecutivo va senz’altro riconosciuta un’azione legislativa tesa ad alleviare la precarietà lavorativa e l’impoverimento crescente dei ceti subalterni, un’attenzione particolare all’allargamento della sfera dei diritti individuali ed un atteggiamento meno vendicativo nei confronti di alcuni leader “autonomisti” protagonisti della mobilitazione legata al referendum sull’indipendenza catalana.
Un esperimento che però non ha mai messo in discussione la collocazione euro-atlantica del Paese, il suo regime monarchico ed il suo assetto istituzionale.
E se il contenimento della destra era un obiettivo di questa “strategia” – alla luce delle elezioni di domenica, ma non solo – può considerarsi di fatto fallito.
Le elezioni anticipate di luglio vedranno probabilmente da una parte un ampio schieramento democratico e progressista che ha perso notevoli consensi e peso politico nella sua componente più “radical-riformista”, ed uno schieramento conservatore con un baricentro fortemente spostato a destra a causa del peso che stanno esercitando i neo-falangisti di Vox, prima imponendo le proprie tematiche nel dibattito politico, poi conquistando sempre più consensi fino a poter divenire l’ago della bilancia per far tornare il Partido Popular al governo.
Fonte
La decisione è stata annunciata in una conferenza stampa all’indomani delle elezioni municipali e regionali che hanno visto l’affermazione del Partido Popular e la sconfitta dei socialisti del PSOE anche in alcuni dei suoi bastioni storici.
I popolari si affermano in 9 regioni (comunidades autónomas) e in 31 capoluoghi di provincia.
Mentre la destra neo-falangista di VOX raddoppia i suoi voti, le formazioni alla sinistra dei socialisti a parte le formazioni “autonomiste” – in particolare Unidas Podemos (UP) – scompaiono di fatto dal quadro politico.
UP marca una presenza solo “a macchia di leopardo” nella penisola iberica. Lì dove era “virtualmente” nata, a Madrid nel 2011, non supera il quorum del 5% e rimane fuori dalle istanze rappresentative locali.
Come ha dichiarato Sanchez nella citata conferenza stampa: “anche se le elezioni avevano una portata municipale e regionale, il senso del voto reca in sé un messaggio che va più lontano, e come Presidente del governo e segretario generale del Partito socialista mi prendo la responsabilità dei risultati”.
Si tratta di un atteggiamento coerente con il valore che il leader socialista aveva voluto dare a queste elezioni, impegnandosi particolarmente nella campagna, per farne una sorta di plebiscito a favore o contro l’attuale gestione del potere, che vede un governo di minoranza composto dal PSOE e Unidas Podemos.
Dal lato opposto dello scacchiere politico la destra tutta – dal PP di Alberto Núñez Feijóo a Vox di Santiago Abascal – ha fatto propria la battaglia contro il “sanchismo” e si appresta a trattative per governare insieme lì dove i popolari non hanno, nonostante il successo, i numeri per farlo (in sei regioni e differenti ayuntamientos), preparando il terreno per una possibile futura coalizione governativa, ma lasciando ai singoli notabili locali del PP le contrattazioni.
Vox è propenso a tale ipotesi e chiama il PP alla possibilità di costruire dalle istanze governative locali in alternativa ad un esecutivo di “socialisti, comunisti, separatisti e terroristi”, come detto da Abascal, che ha ricordato che la sua formazione è “un partito nazionale, per cui la sua posizione sarà nazionale e, per tanto, centralizzata”.
Il leader dei popolari aveva fino ad ora escluso un accordo a livello nazionale con l’estrema destra di Abascal, ma è chiaro che le elezioni anticipate in parte cambiano lo scenario.
Da canto suo Feijóo ha ribadito lunedì che “la Spagna ha compiuto ieri un primo passo per aprire un nuovo ciclo politico”.
Vediamo sommariamente i risultati.
Il PP ha riassorbito quasi totalmente i voti indirizzati ai populisti di destra di Ciudadanos, praticamente scomparsi dalla geografia politica spagnola.
Ha ottenuto il 31% complessivo dei suffragi, con un + 8,88% rispetto al 2019, crescendo di circa 2 milioni di voti, superando il PSOE di quasi 800mila voti.
Il Partito socialista perde certamente voti, ma la sua non è una vera e propria emorragia, anche se il suo declino nelle preferenze ha un peso rilevante a livello di effetti politici.
Il PSOE ha ottenuto in realtà il 28% dei voti (-1,27 punti percentuali), perdendo 400mila elettori, senza quindi che ci fosse un travaso di preferenze in questa direzione da parte degli ex elettori di UP.
Un’oscillazione che però gli fa perdere l’Estremadura, l’Aragona, la regione di Valencia, le Baleari e la Rioja, e ben 11 dei 22 capoluoghi di provincia che governava.
Il PP recupera Valencia e governerà in Andalusia (in 7 capoluoghi di provincia su 8), storica riserva di voti socialista.
Mentre la “sinistra radicale” di UP, perde, l’estrema destra di Vox, guadagna.
Unidas Podemos ottiene complessivamente il 3,2%, e non avrà rappresentanti nei parlamenti regionali di Madrid e di Valencia, ed in alcuni contesti – come alle Baleari e nella Regione di Valencia – i suoi scarsi risultati impediscono al PSOE di formare alleanze per governare a livello locale.
Vox ottiene invece il 7,18% dei votanti totali. Raccoglie il risentimento contro il “sanchismo” – accusato di appoggiarsi, per governare, alle formazioni autonomiste basche e catalane (EH Bildu ed ERC) – da quando, dopo le elezioni dell’autunno del 2019, ha iniziato a governare con UP, spostando a sinistra l’asse centrista dei precedenti esecutivi socialisti.
La vice-presidente del Parlamento è l’attuale ministra del lavoro, Yolanda Diaz, la creatrice di “Sumar”, succeduta nella carica di vice al co-fondatore di Podemos Pablo Iglesias, che si era dimesso a sorpresa per candidarsi senza successo alla carica di sindaco di Madrid.
Nonostante ci stesse lavorando da un anno, ed il 2 aprile avesse annunciato la sua candidatura accanto alla sindaca uscente Ada Colau (capofila del partito catalano En Comun Podem), insieme ad altre figure di spicco, la sua candidatura “ricompositiva” non ha visto però la presenza di Podemos.
I rapporti tra la Diaz e la segretaria generale di Podemos, nonché Ministra dei diritto sociali, Ione Bellara, così come la numero due del partito, Irene Montero, nonché ministra dell’uguaglianza, sono tesi.
Iglesias aveva avvertito del pericolo della direzione che stava prendendo la Diaz quando nel novembre del 2022, aveva avvisato che sarebbe stato “stupido” pensare che “una candidatura di sinistra possa avere un buon risultato alle elezioni legislative se Podemos ottiene un cattivo risultato alle municipali e alle regionali”.
Ed infatti sembrano piuttosto lontani i tempi in cui, alle legislative di 8 anni fa, nel 2015, Podemos ottenne il 20% delle preferenze con più di 5 milioni di consensi, tallonando il PSOE di Sanchez che pure aveva scartato la possibilità di formare una coalizione governativa insieme ad Iglesias.
La mossa di Sanchez ora costringe a trovare un accordo per formare una coalizione “a sinistra” in dieci giorni – questi sono i tempi legali – e lo spauracchio di un possibile governo PP-VOX sembra possa sedare la litigiosità finora dominante ed accelerare in tal senso, per continuare nell’opera intrapresa dall’esecutivo in 4 anni.
Dal suo canale televisivo su YouTube Canal Red è stato Iglesias a lanciare una proposta di coalizione con Sanchez come leader. “La destra andrà divisa tra PP e Vox e Pedro Sánchez potrà collocarsi come candidato di un amplio fronte popolar-progressista”, ha detto.
All’attuale esecutivo va senz’altro riconosciuta un’azione legislativa tesa ad alleviare la precarietà lavorativa e l’impoverimento crescente dei ceti subalterni, un’attenzione particolare all’allargamento della sfera dei diritti individuali ed un atteggiamento meno vendicativo nei confronti di alcuni leader “autonomisti” protagonisti della mobilitazione legata al referendum sull’indipendenza catalana.
Un esperimento che però non ha mai messo in discussione la collocazione euro-atlantica del Paese, il suo regime monarchico ed il suo assetto istituzionale.
E se il contenimento della destra era un obiettivo di questa “strategia” – alla luce delle elezioni di domenica, ma non solo – può considerarsi di fatto fallito.
Le elezioni anticipate di luglio vedranno probabilmente da una parte un ampio schieramento democratico e progressista che ha perso notevoli consensi e peso politico nella sua componente più “radical-riformista”, ed uno schieramento conservatore con un baricentro fortemente spostato a destra a causa del peso che stanno esercitando i neo-falangisti di Vox, prima imponendo le proprie tematiche nel dibattito politico, poi conquistando sempre più consensi fino a poter divenire l’ago della bilancia per far tornare il Partido Popular al governo.
Fonte
30/03/2020
Spagna - Produzione in “letargo”, ma la misura non convince
Da oggi il Regno di Spagna implementa un altro tassello del famigerato “modello Italia” che tanti disastri sta provocando nel nostro paese: stiamo parlando della chiusura di tutte le attività non essenziali proclamata in un discorso alla nazione dal premier socialista Pedro Sanchez sabato sera, e confermata nella terza videoconferenza coi presidenti delle regioni autonome tenutasi ieri mattina.
Abbiamo fatto appositamente riferimento al nostro paese perché anche nella penisola iberica la decisione arriva con estremo ritardo rispetto alla dinamica dell’espansione del coronavirus, è osteggiata dalle rappresentanze datoriali e conservatrici e lascia in realtà un ampio numero di lavoratori al proprio posto. Ma andiamo con ordine.
María Jesús Montero, ministro delle Finanze dell’esecutivo Psoe-Podemos, ha definito la manovra del governo come un «aiuto al sistema produttivo per entrare in una sorta di letargo» fino alla fine della pandemia. L’esecutivo aveva cercato di evitare questa misura, definita da Sanchez come di «straordinaria durezza», mentre era richiesta con sempre maggiore insistente da una molteplicità di voce nel paese, dagli ambienti medici a quelli indipendentisti della sinistra basca, catalana e galiziana.
Evidentemente l’escalation di decessi e le crescenti pressioni hanno avuto la meglio, nonostante il portavoce del ministro abbia respinto le critiche secondo cui la decisione sia stata presa solo a seguito dei sempre peggiori dati sul contagio. «Non c’è stata alcuna situazione di allarme aggiuntiva sollevata dagli esperti», ha dichiarato, ma è difficile crederlo, anche solo dando uno sguardo al dibattito in corso nel paese.
La misura infatti viene accompagna da un nugolo di polemiche, in particolar modo per le tempistiche con cui è avvenuta. Al momento in cui scriviamo infatti, il Regno soffre di quasi 79mila contagi ufficiali, 6.528 decessi e poco meno di 15mila dimessi, concentrati soprattutto nella Comunità autonoma di Madrid.
Ma i dati già drammatici di per sé non raccontano che una parte della verità, perché al numero dei contagiati certamente inferiori rispetto a quello effettivo – mancanza di tamponi, di personale necessario a un eventuale copertura massiva di test sul territorio e “occorrenza politica” nel non ingrassare troppo il numero degli effettivi – si sommano i numerosi malati lasciati al loro destino nelle rispettive abitazioni e nelle case di riposo (tema che sta salendo alle cronache anche in Italia).
Tuttavia l’azione del governo non scontenta solo chi pone la salute della collettività davanti alle necessità della produzione, ma anche, da una parte, chi porta avanti gli interessi opposti, come la Ceoe (la Confindustria spagnola) che ha dichiarato che «le nuove misure impediranno di gettare le basi della necessaria ripresa economica in Spagna e porteranno, in ultima analisi, ad un aumento del tasso di disoccupazione», facendo già intendere cosa aspetterà i lavoratori.
Dall’altra, i presidenti delle varie comunità autonome, i quali da punti di vista anche opposti – Iñigo Urkullu per i Paesi Baschi, rappresentante della borghesia locale, boccia la chiusura delle industrie, mentre Quim Torra, president catalano, continua a chiedere il totale isolamento della regione – lamentano all’esecutivo la messa in disparte di qualsiasi loro richiesta in nome di una omogeneizzazione delle autonomie in considerazione del fatto che, parole del premier, «non ha senso fare differenze, il virus non capisce i confini, non è il momento della divisione».
Tutti scontenti insomma, con Sanchez, seguito qui a ruota anche da Podemos, che non perde occasione nel richiamare ai suoi “doveri comunitari” quell’Unione europea che nell’ultimo vertice di premier e presidenti ha conosciuto una spaccatura interna mai così profonda. Un segnale di debolezza, s’intende, così come quello di alcuni giorni fa di chieder supporto alla Nato per la fornitura di materiale medico. Ue e alleanza atlantica, non proprio le due istituzioni su cui ci sentiremmo di scommettere in questo preciso momento storico...
Ma cosa prevede la nuova misura? Il Decreto reale che ha imposto lo stato di emergenza elencava già una serie di attività che potevano rimanere operative, come la vendita al dettaglio di prodotti alimentari, bevande, prodotti e generi di prima necessità, prodotti farmaceutici, medici, ottici, ortopedici e prodotti per l’igiene, stampa e cancelleria, carburanti per autotrazione, tabaccherie, attrezzature tecnologiche e per telecomunicazioni, alimenti per animali domestici, commercio via internet, telefono o per corrispondenza, lavaggio a secco e lavanderia.
A queste vanno aggiunte i settori che impiegano i lavoratori della catena di fornitura del mercato e la gestione dei servizi nei centri di produzione di beni di prima necessità, delle aziende che devono garantire la manutenzione dei mezzi di trasporto, forze armate, le forze di sicurezza e i lavoratori delle società di sicurezza private, delle agenzie per il lavoro, dei centri sanitari e dei centri per l’assistenza agli anziani e alle persone non autosufficienti, che forniscono servizi nei media pubblici e privati, dei servizi finanziari ad eccezione di quelli assicurativi, dei servizi relativi alla protezione e alla cura delle vittime di violenza di genere.
E ancora, coloro che forniscono servizi in attività essenziali per la gestione di benefici pubblici, che prestano servizi in agenzie di gestione, società di consulenza, studi professionali, servizi di prevenzione dei rischi esterni e propri e, in generale, quelli dedicati all’attività di consulenza aziendale e agli addetti delle pulizie che operano in società di servizi essenziali. Questo senza contare tutti i lavoratori e le lavoratrici già impiegati tramite telelavoro.
Le società che operano per fornire questi servizi sono le uniche che potranno continuare a operare fino al 9 aprile. Per gli altri, il ministro del Lavoro Yolanda Díaz ha spiegato che durante questi giorni si applicherà un «congedo retribuito», misura che si affianca all’“Erte” (Expediente de Regulacion Temporal de Empleo, sorta di “Cassa integrazione” del Regno), con cui i lavoratori continueranno a ricevere normalmente il loro stipendio. «Quando tutto questo sarà finito – ha detto il ministro – le aziende e i lavoratori negozieranno per recuperare questi giorni non lavorati in modo flessibile entro il 31 dicembre 2020».
Insomma, di “fermo” c'è ben poco, così come nel nostro paese sono ancora 12 milioni i lavoratori e lavoratrici alle prese tutt’oggi con un impiego consentito. Inoltre, come denuncia la Cup, la possibilità di negoziare il recupero di queste ore pone un nuovo strumento in mano alle imprese per utilizzare in maniera flessibile, ossia secondo le necessità del datore di lavoro, la forza-lavoro non appena la situazione lo permetterà (o magari anche un po’ prima). «Non sono vacanze forzate», sottolinea il ministro, ma il fatto che non lo siano non significa che la situazione sia rosea, tutt’altro.
La Pasqua si avvicina, il picco di contagi con tutto quel che di drammatico si porta dietro – ospedali al collasso, aumenti delle vittime, scarsità di materiali, dolore per la popolazione – anche. Le suddette misure aiuteranno ben poco gli abitanti delle comunità autonome della penisola, lo stiamo sperimentando in Italia, non sarà diverso nel Regno.
Per ora, oltre la tragedia umanitaria e la confusione in cui è piombato l’esecutivo, ben poco.
Fonte
Abbiamo fatto appositamente riferimento al nostro paese perché anche nella penisola iberica la decisione arriva con estremo ritardo rispetto alla dinamica dell’espansione del coronavirus, è osteggiata dalle rappresentanze datoriali e conservatrici e lascia in realtà un ampio numero di lavoratori al proprio posto. Ma andiamo con ordine.
María Jesús Montero, ministro delle Finanze dell’esecutivo Psoe-Podemos, ha definito la manovra del governo come un «aiuto al sistema produttivo per entrare in una sorta di letargo» fino alla fine della pandemia. L’esecutivo aveva cercato di evitare questa misura, definita da Sanchez come di «straordinaria durezza», mentre era richiesta con sempre maggiore insistente da una molteplicità di voce nel paese, dagli ambienti medici a quelli indipendentisti della sinistra basca, catalana e galiziana.
Evidentemente l’escalation di decessi e le crescenti pressioni hanno avuto la meglio, nonostante il portavoce del ministro abbia respinto le critiche secondo cui la decisione sia stata presa solo a seguito dei sempre peggiori dati sul contagio. «Non c’è stata alcuna situazione di allarme aggiuntiva sollevata dagli esperti», ha dichiarato, ma è difficile crederlo, anche solo dando uno sguardo al dibattito in corso nel paese.
La misura infatti viene accompagna da un nugolo di polemiche, in particolar modo per le tempistiche con cui è avvenuta. Al momento in cui scriviamo infatti, il Regno soffre di quasi 79mila contagi ufficiali, 6.528 decessi e poco meno di 15mila dimessi, concentrati soprattutto nella Comunità autonoma di Madrid.
Ma i dati già drammatici di per sé non raccontano che una parte della verità, perché al numero dei contagiati certamente inferiori rispetto a quello effettivo – mancanza di tamponi, di personale necessario a un eventuale copertura massiva di test sul territorio e “occorrenza politica” nel non ingrassare troppo il numero degli effettivi – si sommano i numerosi malati lasciati al loro destino nelle rispettive abitazioni e nelle case di riposo (tema che sta salendo alle cronache anche in Italia).
Tuttavia l’azione del governo non scontenta solo chi pone la salute della collettività davanti alle necessità della produzione, ma anche, da una parte, chi porta avanti gli interessi opposti, come la Ceoe (la Confindustria spagnola) che ha dichiarato che «le nuove misure impediranno di gettare le basi della necessaria ripresa economica in Spagna e porteranno, in ultima analisi, ad un aumento del tasso di disoccupazione», facendo già intendere cosa aspetterà i lavoratori.
Dall’altra, i presidenti delle varie comunità autonome, i quali da punti di vista anche opposti – Iñigo Urkullu per i Paesi Baschi, rappresentante della borghesia locale, boccia la chiusura delle industrie, mentre Quim Torra, president catalano, continua a chiedere il totale isolamento della regione – lamentano all’esecutivo la messa in disparte di qualsiasi loro richiesta in nome di una omogeneizzazione delle autonomie in considerazione del fatto che, parole del premier, «non ha senso fare differenze, il virus non capisce i confini, non è il momento della divisione».
Tutti scontenti insomma, con Sanchez, seguito qui a ruota anche da Podemos, che non perde occasione nel richiamare ai suoi “doveri comunitari” quell’Unione europea che nell’ultimo vertice di premier e presidenti ha conosciuto una spaccatura interna mai così profonda. Un segnale di debolezza, s’intende, così come quello di alcuni giorni fa di chieder supporto alla Nato per la fornitura di materiale medico. Ue e alleanza atlantica, non proprio le due istituzioni su cui ci sentiremmo di scommettere in questo preciso momento storico...
Ma cosa prevede la nuova misura? Il Decreto reale che ha imposto lo stato di emergenza elencava già una serie di attività che potevano rimanere operative, come la vendita al dettaglio di prodotti alimentari, bevande, prodotti e generi di prima necessità, prodotti farmaceutici, medici, ottici, ortopedici e prodotti per l’igiene, stampa e cancelleria, carburanti per autotrazione, tabaccherie, attrezzature tecnologiche e per telecomunicazioni, alimenti per animali domestici, commercio via internet, telefono o per corrispondenza, lavaggio a secco e lavanderia.
A queste vanno aggiunte i settori che impiegano i lavoratori della catena di fornitura del mercato e la gestione dei servizi nei centri di produzione di beni di prima necessità, delle aziende che devono garantire la manutenzione dei mezzi di trasporto, forze armate, le forze di sicurezza e i lavoratori delle società di sicurezza private, delle agenzie per il lavoro, dei centri sanitari e dei centri per l’assistenza agli anziani e alle persone non autosufficienti, che forniscono servizi nei media pubblici e privati, dei servizi finanziari ad eccezione di quelli assicurativi, dei servizi relativi alla protezione e alla cura delle vittime di violenza di genere.
E ancora, coloro che forniscono servizi in attività essenziali per la gestione di benefici pubblici, che prestano servizi in agenzie di gestione, società di consulenza, studi professionali, servizi di prevenzione dei rischi esterni e propri e, in generale, quelli dedicati all’attività di consulenza aziendale e agli addetti delle pulizie che operano in società di servizi essenziali. Questo senza contare tutti i lavoratori e le lavoratrici già impiegati tramite telelavoro.
Le società che operano per fornire questi servizi sono le uniche che potranno continuare a operare fino al 9 aprile. Per gli altri, il ministro del Lavoro Yolanda Díaz ha spiegato che durante questi giorni si applicherà un «congedo retribuito», misura che si affianca all’“Erte” (Expediente de Regulacion Temporal de Empleo, sorta di “Cassa integrazione” del Regno), con cui i lavoratori continueranno a ricevere normalmente il loro stipendio. «Quando tutto questo sarà finito – ha detto il ministro – le aziende e i lavoratori negozieranno per recuperare questi giorni non lavorati in modo flessibile entro il 31 dicembre 2020».
Insomma, di “fermo” c'è ben poco, così come nel nostro paese sono ancora 12 milioni i lavoratori e lavoratrici alle prese tutt’oggi con un impiego consentito. Inoltre, come denuncia la Cup, la possibilità di negoziare il recupero di queste ore pone un nuovo strumento in mano alle imprese per utilizzare in maniera flessibile, ossia secondo le necessità del datore di lavoro, la forza-lavoro non appena la situazione lo permetterà (o magari anche un po’ prima). «Non sono vacanze forzate», sottolinea il ministro, ma il fatto che non lo siano non significa che la situazione sia rosea, tutt’altro.
La Pasqua si avvicina, il picco di contagi con tutto quel che di drammatico si porta dietro – ospedali al collasso, aumenti delle vittime, scarsità di materiali, dolore per la popolazione – anche. Le suddette misure aiuteranno ben poco gli abitanti delle comunità autonome della penisola, lo stiamo sperimentando in Italia, non sarà diverso nel Regno.
Per ora, oltre la tragedia umanitaria e la confusione in cui è piombato l’esecutivo, ben poco.
Fonte
19/03/2020
Spagna, Sanchez al Congresso: “Stato sociale e Spagna unita”
Quando la dura realtà dei fatti comincia a prendere una forma nitida, quando si registra un “sentimento comune” rispetto all’evolversi di una certa realtà, quando alcune precise parole d’ordine prendono il sopravvento su quello che si professava fino a pochi giorni fa, allora non c’è “pezzo di realtà”, o se volete, di società di un data parte di mondo, che possa sfuggire a quest’ondata.
Senza per questo lasciarsi andare a facili entusiasmi, a quest’ondata partecipa a buon diritto il Presidente del Governo (dello Stato plurinazionale) spagnolo, Pedro Sanchez, che ieri mattina è intervenuto lungamente alla sessione plenaria straordinaria del Congresso dei Deputati al Palazzo delle Corti di Madrid in merito alla crisi di Covid-19.
Il – come si direbbe da noi – “capo politico” del Partito socialista ha usato parole importanti, mirate a sottolineare il bisogno di un rilancio del settore pubblico in generale, e in particolare di quello sanitario.
«Il governo presenterà un bilancio di ricostruzione sociale ed economica. L’obiettivo come paese deve essere la protezione dello Stato sociale, del sistema pubblico e la protezione della società e dell’economia», ha dichiarato Sanchez dinanzi a un emiciclo semivuoto per via degli standard di sicurezza imposti dallo Stato di emergenza dichiarato lo scorso sabato, 14 marzo. Non è di certo stata una “svista retorica” l’aver posto la dimensione economica alle spalle di quelle più spiccatamente sociali, come il welfare state o la salute generale. «La sanità e lo Stato sociale sono il bene più prezioso della Spagna».
Il cambio di registro è stato “imposto” dall’ammissione delle carenze dei servizi pubblici quando si è dovuta affrontare l’esplosione dell’emergenza da contagio anche nella penisola iberica, e dunque dalla richiesta che sembra emergere nella maggioranza degli abitanti di questa parte di continente. La crisi ha infatti dimostrato l’inefficacia di una certa gestione della “cosa pubblica”, e «di fronte a un’epidemia, la protezione dello Stato sociale è la cosa più preziosa che un paese dovrebbe avere: le preferenze e le priorità del Paese sono cambiate, è tempo di valorizzare il pubblico, di riconoscere e rafforzare il valore della nostra salute».
Un’autentica dichiarazione di fallimento di un “modello sociale”, comune (con gradi e sfumature diverse) ai maggiori paesi dell’Unione europea, di fronte al baratro di una guerra, come l’ha definita più volte Macron, che tuttavia oltre che un nemico invisibile come il coronavirus, vede fronteggiare gli impacciati governi attuali la fine di un’“Era politica” che avevano pedissequamente sostenuto, fino alla sua imposizione con la forza.
Nonostante le aperture, come sulla possibilità di requisire la sanità privata per il bisogno collettivo, non si placano le proteste nei confronti del Governo, formatosi poche settimane fa grazie a una colazione tra Psoe, Podemos e Izquierda Unida, per aver sottovalutato l’arrivo dell’epidemia nel continente prima, e nello Stato poi (alle 19 di ieri sera si contavano 14mila contagi “refertati” e più di 600 decessi). Solo dieci giorni fa infatti per le strade di Madrid sfilavano migliaia di persone nell’imponente corteo per la giornata internazionale delle donne (tra cui la moglie di Sanchez, ora risultata positiva al tampone), e Madrid forse non a caso a oggi è la città-focolaio più importante tra le varie presenti nella penisola (quasi il 50% dei casi sono nella capitale).
Il presidente ha ammesso che si sarebbe potuto agire prima, ma ha poi ribadito che «lo “stato di emergenza” è stato decretato quando era certo che fosse il momento, per la rilevanza dei diritti che limita». Limitazioni che sono anche queste al centro delle polemiche, specialmente con le rappresentanze delle comunità autonome basca e catalana, dove tuttavia a una prima presa di posizione contro la decisione del duo Sanchez-Iglesias di commissariare le autonomie locali sottoponendole agli ordini di Madrid, ora la Generalitat catalana chiede di rafforzare le misure di isolamento del proprio territorio. «Questa situazione eccezionale sarà temporanea – ha detto Sanchez – l’accentramento di alcuni poteri non è stato eseguito a causa di rimproveri o denunce allo Stato autonomo, di cui sono un grande difensore».
Qui si è consumato l’altro passaggio decisivo del discorso del presidente quando ha individuato nel virus il nemico comune di tutti i cittadini: «chiedo l’unità politica e cittadina. Una pandemia non distingue tra colori e idee e deve essere combattuta da tutti». L’appello è proseguito verso «insegnanti, giovani volontari, con piccoli e grandi gesti, per il coraggio di aiutare gli altri, di prendersi cura degli anziani e dei bambini. La stiamo vivendo come una calamità collettiva, è così, ma ne usciremo più forti e oggi, in questo Congresso, non siamo rivali e i 47 milioni di cittadini, diversi, con lingue diverse, sono un’unica comunità». Richiamo per tutti, senza distinzione alcuna, all’unità nazionale, per combattere il nemico. «Lo más duro está por llegar» (il peggio deve ancora venire).
È però difficile che possano venir dimenticati “in un baleno” gli eventi che negli ultimi due anni e mezzo hanno invaso politicamente la penisola, con la spinta indipendentista della maggioranza catalana che ha smosso fin nelle fondamenta quello Stato erede diretto della dittatura franchista, risvegliando nostalgie e nazionalismi degni successori della feccia fascista che nella transizione alla democrazia ha, fino a oggi, trovato il suo certificato di garanzia per la continuità con la dittatura.
Inoltre, se questa spinta ha registrato un oggettivo calo d’intensità (che fine ha fatto “Tsunami democratic”?), la magistratura invece continua a macinare numeri da stato di agitazione permanente, con “Alerta Solidària” che denuncia l’apertura negli ultimi 6 mesi di procedimenti per 600 tra militanti e cittadini, protagonisti delle mobilitazioni contro le condanne dei dirigenti indipendentisti, la liberazione dei prigionieri politici e la regressione fascista dello Stato.
Un altro dato pesa su questo passaggio di inizio legislatura, e cioè quello che vede protagonista Re Felipe VI nello scandalo che ha coinvolto il padre, Juan Carlos di Borbone, ultimo beneficiario secondo la magistratura elvetica di una donazione di ben 100 milioni di euro da parte del sovrano saudita Abdullah bin Adbul Aziz Al Saud; quest’ultimo avrebbe depositato la somma su un conto svizzero presso la banca Mirabaud ad un fondazione riconducibile proprio all’attuale monarca Felipe VI in cambio dell’opera di convincimento da parte di Juan Carlos verso alcune imprese spagnole per ribassare il costo dell’alta velocità verso la città santa de La Mecca. Ma sulla vicenda il Partito Socialista ha fatto quadrato, difendendo il fatto che «il Re è al di sopra della legge e non può essere indagato o giudicato».
Il vento che spira allora tra le parole di Sanchez risulta ancora inquinato dal conformismo che trasuda la visione dell’organizzazione sociale così come riportata nell’ultimo virgolettato. Su questo, ha trovato sponda facile il leader dell’opposizione, Pablo Casado, leader del Partido Popular, quando nel dichiarare piena volontà di collaborazione alla risoluzione di questa crisi, afferma che «un vincolo morale ci unisce tutti, è l’ora della Spagna eterna, di quelli che sono stati, sono e saranno, cominciamo a fondare la patria dei nostri figli».
In questo quadro, Anticapitalistas (scissione a sinistra di Podemos successiva all’entrata nella maggioranza di Iglesias) sottolinea come «Sanchez stabilisce il rapporto diretto del governo con ogni individuo residente nel territorio spagnolo e non conta sui sindacati e le organizzazioni sociali o sui governi delle comunità. Questo significa una ricentralizzazione unitaria che tenta di autogovernare, soprattutto in Euskadi, Galizia e Catalogna, dove i pochi diritti nazionali conquistati sono violati. Sanchez ha preferito imporre il percorso “ordine e comando” alla presidenza del coordinamento».
Di altro ordine le critiche di Esquerra Republicana de Catalunya (Erc, formazione di centrosinistra indipendentista catalana), quando per bocca d Gabriel Rufián dichiara che «quando la situazione si normalizzerà il suo partito chiederà spiegazioni e che l’intero caso della fortuna nascosta in altri paesi del re emerito Juan Carlos I sarà indagato».
Insomma, anche quello “spagnolo” appare come un quadro in pieno mutamento, con la risposta all’epidemia che sembra uniformarsi al (probabile) superamento del paradigma neoliberale che ha spadroneggiato negli ultimi decenni, affossando la qualità e la speranze di vita di grosse fette di popolazioni, e che tuttavia trova nell’elemento più reazionario e nazionalistico un punto di ricaduta ben radicato negli apparati istituzionali del Regno.
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Senza per questo lasciarsi andare a facili entusiasmi, a quest’ondata partecipa a buon diritto il Presidente del Governo (dello Stato plurinazionale) spagnolo, Pedro Sanchez, che ieri mattina è intervenuto lungamente alla sessione plenaria straordinaria del Congresso dei Deputati al Palazzo delle Corti di Madrid in merito alla crisi di Covid-19.
Il – come si direbbe da noi – “capo politico” del Partito socialista ha usato parole importanti, mirate a sottolineare il bisogno di un rilancio del settore pubblico in generale, e in particolare di quello sanitario.
«Il governo presenterà un bilancio di ricostruzione sociale ed economica. L’obiettivo come paese deve essere la protezione dello Stato sociale, del sistema pubblico e la protezione della società e dell’economia», ha dichiarato Sanchez dinanzi a un emiciclo semivuoto per via degli standard di sicurezza imposti dallo Stato di emergenza dichiarato lo scorso sabato, 14 marzo. Non è di certo stata una “svista retorica” l’aver posto la dimensione economica alle spalle di quelle più spiccatamente sociali, come il welfare state o la salute generale. «La sanità e lo Stato sociale sono il bene più prezioso della Spagna».
Il cambio di registro è stato “imposto” dall’ammissione delle carenze dei servizi pubblici quando si è dovuta affrontare l’esplosione dell’emergenza da contagio anche nella penisola iberica, e dunque dalla richiesta che sembra emergere nella maggioranza degli abitanti di questa parte di continente. La crisi ha infatti dimostrato l’inefficacia di una certa gestione della “cosa pubblica”, e «di fronte a un’epidemia, la protezione dello Stato sociale è la cosa più preziosa che un paese dovrebbe avere: le preferenze e le priorità del Paese sono cambiate, è tempo di valorizzare il pubblico, di riconoscere e rafforzare il valore della nostra salute».
Un’autentica dichiarazione di fallimento di un “modello sociale”, comune (con gradi e sfumature diverse) ai maggiori paesi dell’Unione europea, di fronte al baratro di una guerra, come l’ha definita più volte Macron, che tuttavia oltre che un nemico invisibile come il coronavirus, vede fronteggiare gli impacciati governi attuali la fine di un’“Era politica” che avevano pedissequamente sostenuto, fino alla sua imposizione con la forza.
Nonostante le aperture, come sulla possibilità di requisire la sanità privata per il bisogno collettivo, non si placano le proteste nei confronti del Governo, formatosi poche settimane fa grazie a una colazione tra Psoe, Podemos e Izquierda Unida, per aver sottovalutato l’arrivo dell’epidemia nel continente prima, e nello Stato poi (alle 19 di ieri sera si contavano 14mila contagi “refertati” e più di 600 decessi). Solo dieci giorni fa infatti per le strade di Madrid sfilavano migliaia di persone nell’imponente corteo per la giornata internazionale delle donne (tra cui la moglie di Sanchez, ora risultata positiva al tampone), e Madrid forse non a caso a oggi è la città-focolaio più importante tra le varie presenti nella penisola (quasi il 50% dei casi sono nella capitale).
Il presidente ha ammesso che si sarebbe potuto agire prima, ma ha poi ribadito che «lo “stato di emergenza” è stato decretato quando era certo che fosse il momento, per la rilevanza dei diritti che limita». Limitazioni che sono anche queste al centro delle polemiche, specialmente con le rappresentanze delle comunità autonome basca e catalana, dove tuttavia a una prima presa di posizione contro la decisione del duo Sanchez-Iglesias di commissariare le autonomie locali sottoponendole agli ordini di Madrid, ora la Generalitat catalana chiede di rafforzare le misure di isolamento del proprio territorio. «Questa situazione eccezionale sarà temporanea – ha detto Sanchez – l’accentramento di alcuni poteri non è stato eseguito a causa di rimproveri o denunce allo Stato autonomo, di cui sono un grande difensore».
Qui si è consumato l’altro passaggio decisivo del discorso del presidente quando ha individuato nel virus il nemico comune di tutti i cittadini: «chiedo l’unità politica e cittadina. Una pandemia non distingue tra colori e idee e deve essere combattuta da tutti». L’appello è proseguito verso «insegnanti, giovani volontari, con piccoli e grandi gesti, per il coraggio di aiutare gli altri, di prendersi cura degli anziani e dei bambini. La stiamo vivendo come una calamità collettiva, è così, ma ne usciremo più forti e oggi, in questo Congresso, non siamo rivali e i 47 milioni di cittadini, diversi, con lingue diverse, sono un’unica comunità». Richiamo per tutti, senza distinzione alcuna, all’unità nazionale, per combattere il nemico. «Lo más duro está por llegar» (il peggio deve ancora venire).
È però difficile che possano venir dimenticati “in un baleno” gli eventi che negli ultimi due anni e mezzo hanno invaso politicamente la penisola, con la spinta indipendentista della maggioranza catalana che ha smosso fin nelle fondamenta quello Stato erede diretto della dittatura franchista, risvegliando nostalgie e nazionalismi degni successori della feccia fascista che nella transizione alla democrazia ha, fino a oggi, trovato il suo certificato di garanzia per la continuità con la dittatura.
Inoltre, se questa spinta ha registrato un oggettivo calo d’intensità (che fine ha fatto “Tsunami democratic”?), la magistratura invece continua a macinare numeri da stato di agitazione permanente, con “Alerta Solidària” che denuncia l’apertura negli ultimi 6 mesi di procedimenti per 600 tra militanti e cittadini, protagonisti delle mobilitazioni contro le condanne dei dirigenti indipendentisti, la liberazione dei prigionieri politici e la regressione fascista dello Stato.
Un altro dato pesa su questo passaggio di inizio legislatura, e cioè quello che vede protagonista Re Felipe VI nello scandalo che ha coinvolto il padre, Juan Carlos di Borbone, ultimo beneficiario secondo la magistratura elvetica di una donazione di ben 100 milioni di euro da parte del sovrano saudita Abdullah bin Adbul Aziz Al Saud; quest’ultimo avrebbe depositato la somma su un conto svizzero presso la banca Mirabaud ad un fondazione riconducibile proprio all’attuale monarca Felipe VI in cambio dell’opera di convincimento da parte di Juan Carlos verso alcune imprese spagnole per ribassare il costo dell’alta velocità verso la città santa de La Mecca. Ma sulla vicenda il Partito Socialista ha fatto quadrato, difendendo il fatto che «il Re è al di sopra della legge e non può essere indagato o giudicato».
Il vento che spira allora tra le parole di Sanchez risulta ancora inquinato dal conformismo che trasuda la visione dell’organizzazione sociale così come riportata nell’ultimo virgolettato. Su questo, ha trovato sponda facile il leader dell’opposizione, Pablo Casado, leader del Partido Popular, quando nel dichiarare piena volontà di collaborazione alla risoluzione di questa crisi, afferma che «un vincolo morale ci unisce tutti, è l’ora della Spagna eterna, di quelli che sono stati, sono e saranno, cominciamo a fondare la patria dei nostri figli».
In questo quadro, Anticapitalistas (scissione a sinistra di Podemos successiva all’entrata nella maggioranza di Iglesias) sottolinea come «Sanchez stabilisce il rapporto diretto del governo con ogni individuo residente nel territorio spagnolo e non conta sui sindacati e le organizzazioni sociali o sui governi delle comunità. Questo significa una ricentralizzazione unitaria che tenta di autogovernare, soprattutto in Euskadi, Galizia e Catalogna, dove i pochi diritti nazionali conquistati sono violati. Sanchez ha preferito imporre il percorso “ordine e comando” alla presidenza del coordinamento».
Di altro ordine le critiche di Esquerra Republicana de Catalunya (Erc, formazione di centrosinistra indipendentista catalana), quando per bocca d Gabriel Rufián dichiara che «quando la situazione si normalizzerà il suo partito chiederà spiegazioni e che l’intero caso della fortuna nascosta in altri paesi del re emerito Juan Carlos I sarà indagato».
Insomma, anche quello “spagnolo” appare come un quadro in pieno mutamento, con la risposta all’epidemia che sembra uniformarsi al (probabile) superamento del paradigma neoliberale che ha spadroneggiato negli ultimi decenni, affossando la qualità e la speranze di vita di grosse fette di popolazioni, e che tuttavia trova nell’elemento più reazionario e nazionalistico un punto di ricaduta ben radicato negli apparati istituzionali del Regno.
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16/03/2020
Spagna - Il governo “requisisce” la sanità privata per fronteggiare l’emergenza Coronavirus
Il governo spagnolo ha deciso di mettere la sanità privata al servizio del Sistema Nacional de Salud, mai successo finora. Lo ha annunciato il ministro della salute spagnolo, Salvador Illa, in una conferenza stampa insieme agli altri ministri del consiglio che gestiscono l’emergenza Coronavirus. Da oggi sono scattate le misure “all’italiana” per il contenimento dei contagi, ormai arrivati a 8.794 casi accertati e 297 decessi.
Dopo l’impennata dei casi registrata a partire da martedì 03 marzo, il Primo Ministro Sanchez aveva annunciato lo scorso sabato l’adozione dello Stato di emergenza per (almeno) i 15 giorni successivi. Questo prevede che il governo abbia il potere di limitare il movimento di persone, requisire ogni tipo di merce, occupare temporaneamente le fabbriche o qualsiasi altro spazio (a eccezione delle abitazioni private), regolare la produzione di beni e l’attività nei servizi, razionare il consumo di determinati prodotti, o invece ordinare la fornitura dei negozi.
La misura annunciata oggi segna una svolta politica importante e un segnale forte a tutti i paesi dell’UE. Infatti, in queste ore, verrà discussa nella riunione dell’Eurogruppo l’approvazione del MES, scalata nell’ordine del giorno al terzo punto dall’originario primo.
Una mossa che non dimostra l’imbonimento delle istituzioni europee ma la paura oggettiva di una nuova e profonda crisi economica in concomitanza con una grave recessione a livello mondiale. Tenere in piedi un palazzo dalle fondamenta di sabbia che sta vacillando vistosamente non è facile, specialmente quando le dichiarazioni della BCE si limitano a mettere una toppa su una voragine aperta sotto la credibilità dell’unica istituzione europea che aveva, in passato, dimostrato qualche capacità operativa.
Il governo, basato sulla coalizione di maggioranza guidata da Pedro Sánchez e formata da PSOE-Podemos-Izquierda Unida, ha deciso di attuare misure senza precedenti nel campo della salute.
La prima, di enorme importanza, prevede di mettere a disposizione del sistema sanitario nazionale la sanità privata: il governo ha concesso un termine di 48 ore alle aziende e ai privati che hanno o possono produrre materiali come attrezzature diagnostiche, maschere protettive, guanti e altri prodotti medici e farmacologici “per portarli all’attenzione” delle autorità, sotto la minaccia di sanzioni per coloro che non lo fanno. Saranno i consulenti sanitari di tutte le Comunità Autonome a poter disporre di tutti i mezzi necessari del sistema privato per affrontare l’epidemia.
Nel decreto approvato nella sera di domenica vengono prese misure per rafforzare le risorse umane dei centri sanitari, fortemente decimate dalle infezioni e dalle quarantene causate dal virus. Il provvedimento stabilisce che tutti gli studenti del quarto anno tirocinanti e specializzati in medicina interna, medicina intensiva e geriatria, vedranno un prolungamento del proprio contratto.
Allo stesso modo, i turnover vengono sospesi e viene autorizzata l’assunzione di medici che non sono riusciti a completare la loro specialità dopo aver superato il test dell’abilitazione professionale. Queste non saranno le uniche risorse che le comunità, sotto il comando del Ministero della Salute, potranno utilizzare d’ora in poi. “Potranno essere messi a disposizione anche tutti gli spazi pubblici e privati” ritenuti necessari per trasformarli temporaneamente in nuovi luoghi di cura per i malati.
Inoltre, vengono stabilite regole chiare sulla “pubblicazione di informazioni e dati” riguardanti l’evoluzione dell’epidemia. Finora questi venivano forniti quotidianamente dal Ministero della Salute, ma le comunità li aggiornavano quando lo ritenevano opportuno, il che in diversi momenti ha creato non poca confusione sulle cifre. Con il decreto di ieri, questi dati saranno pubblicati solo una volta, a metà mattina, e su base giornaliera dal Ministerio de Sanidad.
La formazione politica Anticapitalistas aveva già pubblicato la settimana scorsa un comunicato richiedendo un “Piano di emergenza sociale e politico contro il Covid-19”. Nero su bianco venivano definite una serie di misure politiche e sociali necessarie per contrastare l’epidemia e denunciare le responsabilità dei tagli alla sanità pubblica di questi anni sotto i diktat dell’austerità della Troika (Commissione Europea, BCE e FMI). Per Anticapitalistas il sistema sanitario pubblico deve essere in grado di prendere tutte le misure necessarie e ciò implica una sufficiente disponibilità di bilancio, rifiutando immediatamente le restrizioni di spesa imposte dai vincoli dell’UE.
Nel comunicato venivano rivendicate la riapertura dei letti d’ospedale nel sistema sanitario pubblico, il reclutamento urgente del personale sanitario necessario di tutte le categorie professionali, la copertura del loro congedo per malattia fin dal primo giorno (in caso di contagio, il loro congedo deve essere considerato come una malattia professionale e non comune).
Ma non basta. Perché, come si legge sempre nel comunicato di Anticapitalistas, queste misure devono essere accompagnate da un controllo e coordinamento da parte delle autorità sanitarie pubbliche di tutte le risorse, del personale e delle attività di assistenza sanitaria privata e dal controllo delle aziende farmaceutiche e delle aziende che producono materiale sanitario e scorte, nonché della loro distribuzione e dei prezzi.
Si tratta di primi passi per invertire i processi di deterioramento e privatizzazione del sistema sanitario che hanno massacrato socialmente la Spagna in questi anni, portando gli ospedali pubblici ad operare in condizioni di difficoltà strutturale e quindi a non essere pronti di fronte ad una situazione di questo tipo.
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Dopo l’impennata dei casi registrata a partire da martedì 03 marzo, il Primo Ministro Sanchez aveva annunciato lo scorso sabato l’adozione dello Stato di emergenza per (almeno) i 15 giorni successivi. Questo prevede che il governo abbia il potere di limitare il movimento di persone, requisire ogni tipo di merce, occupare temporaneamente le fabbriche o qualsiasi altro spazio (a eccezione delle abitazioni private), regolare la produzione di beni e l’attività nei servizi, razionare il consumo di determinati prodotti, o invece ordinare la fornitura dei negozi.
La misura annunciata oggi segna una svolta politica importante e un segnale forte a tutti i paesi dell’UE. Infatti, in queste ore, verrà discussa nella riunione dell’Eurogruppo l’approvazione del MES, scalata nell’ordine del giorno al terzo punto dall’originario primo.
Una mossa che non dimostra l’imbonimento delle istituzioni europee ma la paura oggettiva di una nuova e profonda crisi economica in concomitanza con una grave recessione a livello mondiale. Tenere in piedi un palazzo dalle fondamenta di sabbia che sta vacillando vistosamente non è facile, specialmente quando le dichiarazioni della BCE si limitano a mettere una toppa su una voragine aperta sotto la credibilità dell’unica istituzione europea che aveva, in passato, dimostrato qualche capacità operativa.
Il governo, basato sulla coalizione di maggioranza guidata da Pedro Sánchez e formata da PSOE-Podemos-Izquierda Unida, ha deciso di attuare misure senza precedenti nel campo della salute.
La prima, di enorme importanza, prevede di mettere a disposizione del sistema sanitario nazionale la sanità privata: il governo ha concesso un termine di 48 ore alle aziende e ai privati che hanno o possono produrre materiali come attrezzature diagnostiche, maschere protettive, guanti e altri prodotti medici e farmacologici “per portarli all’attenzione” delle autorità, sotto la minaccia di sanzioni per coloro che non lo fanno. Saranno i consulenti sanitari di tutte le Comunità Autonome a poter disporre di tutti i mezzi necessari del sistema privato per affrontare l’epidemia.
Nel decreto approvato nella sera di domenica vengono prese misure per rafforzare le risorse umane dei centri sanitari, fortemente decimate dalle infezioni e dalle quarantene causate dal virus. Il provvedimento stabilisce che tutti gli studenti del quarto anno tirocinanti e specializzati in medicina interna, medicina intensiva e geriatria, vedranno un prolungamento del proprio contratto.
Allo stesso modo, i turnover vengono sospesi e viene autorizzata l’assunzione di medici che non sono riusciti a completare la loro specialità dopo aver superato il test dell’abilitazione professionale. Queste non saranno le uniche risorse che le comunità, sotto il comando del Ministero della Salute, potranno utilizzare d’ora in poi. “Potranno essere messi a disposizione anche tutti gli spazi pubblici e privati” ritenuti necessari per trasformarli temporaneamente in nuovi luoghi di cura per i malati.
Inoltre, vengono stabilite regole chiare sulla “pubblicazione di informazioni e dati” riguardanti l’evoluzione dell’epidemia. Finora questi venivano forniti quotidianamente dal Ministero della Salute, ma le comunità li aggiornavano quando lo ritenevano opportuno, il che in diversi momenti ha creato non poca confusione sulle cifre. Con il decreto di ieri, questi dati saranno pubblicati solo una volta, a metà mattina, e su base giornaliera dal Ministerio de Sanidad.
La formazione politica Anticapitalistas aveva già pubblicato la settimana scorsa un comunicato richiedendo un “Piano di emergenza sociale e politico contro il Covid-19”. Nero su bianco venivano definite una serie di misure politiche e sociali necessarie per contrastare l’epidemia e denunciare le responsabilità dei tagli alla sanità pubblica di questi anni sotto i diktat dell’austerità della Troika (Commissione Europea, BCE e FMI). Per Anticapitalistas il sistema sanitario pubblico deve essere in grado di prendere tutte le misure necessarie e ciò implica una sufficiente disponibilità di bilancio, rifiutando immediatamente le restrizioni di spesa imposte dai vincoli dell’UE.
Nel comunicato venivano rivendicate la riapertura dei letti d’ospedale nel sistema sanitario pubblico, il reclutamento urgente del personale sanitario necessario di tutte le categorie professionali, la copertura del loro congedo per malattia fin dal primo giorno (in caso di contagio, il loro congedo deve essere considerato come una malattia professionale e non comune).
Ma non basta. Perché, come si legge sempre nel comunicato di Anticapitalistas, queste misure devono essere accompagnate da un controllo e coordinamento da parte delle autorità sanitarie pubbliche di tutte le risorse, del personale e delle attività di assistenza sanitaria privata e dal controllo delle aziende farmaceutiche e delle aziende che producono materiale sanitario e scorte, nonché della loro distribuzione e dei prezzi.
Si tratta di primi passi per invertire i processi di deterioramento e privatizzazione del sistema sanitario che hanno massacrato socialmente la Spagna in questi anni, portando gli ospedali pubblici ad operare in condizioni di difficoltà strutturale e quindi a non essere pronti di fronte ad una situazione di questo tipo.
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05/01/2020
Spagna - Nasce (forse) il governo coalizione Psoe/Podemos. Decisiva astensione degli indipentisti catalani
Dopo otto mesi di blocco politico, il prossimo 7 gennaio in Spagna si formerà il primo governo di coalizione dalla seconda Repubblica. Confermata l’astensione degli indipendentisti catalani dell’ERC e il “sì” di Nueva Canarias e Teruel Exists, ora spetta al PSOE e a Unidos Podemos garantire l’investitura di Pedro Sánchez.
La somma dei voti di PSOE, United Podemos e partiti indipendentisti consentono per ora un esecutivo alternativo a quello della destra.
In questo momento il “sì” all’investitura di Sánchez raggiungerebbe i 166 seggi (120 del PSOE, 35 di Unidos Podemos, 6 del PNV, 2 di Más País, 1 di Compromís, 1 di Nueva Canarias e 1 di Teruel Existe).
La destra che si oppone al governo può contare su 150 seggi (88 del PP, 52 di Vox, 10 di Ciudadanos). Poi ci sono i deputati di altre organizzazioni indipendentiste come gli 8 di Junts per Catalunya, 2 della CUP, 1 di Foro Asturie e 1 di RPC che non sostengono il governo di Sanchez.
In Spagna dunque sono riusciti a formare un governo. E a guidarlo sarà nuovamente Pedro Sanchez e sarà formato soprattutto dall’alleanza fra i socialisti e la sinistra di Unidos Podemos.
Il via libera, atteso dopo mesi di impasse e quattro elezioni anticipate in quattro anni, paradossalmente è stato permesso dalla sinistra indipendentista catalana dell’Erc, il cui Consiglio nazionale nella serata di giovedì ha approvato a stragrande maggioranza il voto di astensione sul nuovo governo dei suoi 13 deputati. Uno dei massimi dirigenti dell’Erc, Junqueras, è ancora in carcere, condannato a 13 anni nel processo di Madrid contro gli indipendentisti catalani. Ma nelle scorse settimane la Corte Europea di Giustizia gli ha riconosciuto l’immunità parlamentare essendo stato eletto eurodeputato e il governo di Madrid dovrebbe scarcerarlo.
Questa astensione consentirà a Sanchez di avere la maggioranza al voto di fiducia calendarizzato per il prossimo 7 gennaio. Ma avrà un prezzo politico: il riconoscimento del “conflitto catalano” come “politico”, e non più solo come crimine istituzionale. Conflitto che andrà quindi risolto con un “tavolo negoziale bilaterale”, che non preveda “veti” su alcuna proposta, come è scritto nero su bianco nell’accordo Erc-Psoe, di cui il quotidiano El Pais ha anticipato il testo.
Quindi, si presume, neanche il veto su un’eventuale riproposta del “referendum sull’autodeterminazione” della Catalogna, dopo quello unilateralmente convocato dalla Generalitat di Barcellona e finito con una feroce ondata repressiva e pesanti condanne, tra cui quella del leader dell’ERC, Oriol Junqueras. I repubblicani catalani hanno chiesto che il tavolo abbia come condizioni che il negoziato sia fra ‘governi’, non abbia preclusioni o argomenti tabù e abbia invece un calendario di lavori. Concessioni non da poco strappate ai socialisti di Sanchez, che nella campagna per le elezioni politiche di novembre avevano invece ostentato intransigenza contro l’indipendentismo catalano.
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La somma dei voti di PSOE, United Podemos e partiti indipendentisti consentono per ora un esecutivo alternativo a quello della destra.
In questo momento il “sì” all’investitura di Sánchez raggiungerebbe i 166 seggi (120 del PSOE, 35 di Unidos Podemos, 6 del PNV, 2 di Más País, 1 di Compromís, 1 di Nueva Canarias e 1 di Teruel Existe).
La destra che si oppone al governo può contare su 150 seggi (88 del PP, 52 di Vox, 10 di Ciudadanos). Poi ci sono i deputati di altre organizzazioni indipendentiste come gli 8 di Junts per Catalunya, 2 della CUP, 1 di Foro Asturie e 1 di RPC che non sostengono il governo di Sanchez.
In Spagna dunque sono riusciti a formare un governo. E a guidarlo sarà nuovamente Pedro Sanchez e sarà formato soprattutto dall’alleanza fra i socialisti e la sinistra di Unidos Podemos.
Il via libera, atteso dopo mesi di impasse e quattro elezioni anticipate in quattro anni, paradossalmente è stato permesso dalla sinistra indipendentista catalana dell’Erc, il cui Consiglio nazionale nella serata di giovedì ha approvato a stragrande maggioranza il voto di astensione sul nuovo governo dei suoi 13 deputati. Uno dei massimi dirigenti dell’Erc, Junqueras, è ancora in carcere, condannato a 13 anni nel processo di Madrid contro gli indipendentisti catalani. Ma nelle scorse settimane la Corte Europea di Giustizia gli ha riconosciuto l’immunità parlamentare essendo stato eletto eurodeputato e il governo di Madrid dovrebbe scarcerarlo.
Questa astensione consentirà a Sanchez di avere la maggioranza al voto di fiducia calendarizzato per il prossimo 7 gennaio. Ma avrà un prezzo politico: il riconoscimento del “conflitto catalano” come “politico”, e non più solo come crimine istituzionale. Conflitto che andrà quindi risolto con un “tavolo negoziale bilaterale”, che non preveda “veti” su alcuna proposta, come è scritto nero su bianco nell’accordo Erc-Psoe, di cui il quotidiano El Pais ha anticipato il testo.
Quindi, si presume, neanche il veto su un’eventuale riproposta del “referendum sull’autodeterminazione” della Catalogna, dopo quello unilateralmente convocato dalla Generalitat di Barcellona e finito con una feroce ondata repressiva e pesanti condanne, tra cui quella del leader dell’ERC, Oriol Junqueras. I repubblicani catalani hanno chiesto che il tavolo abbia come condizioni che il negoziato sia fra ‘governi’, non abbia preclusioni o argomenti tabù e abbia invece un calendario di lavori. Concessioni non da poco strappate ai socialisti di Sanchez, che nella campagna per le elezioni politiche di novembre avevano invece ostentato intransigenza contro l’indipendentismo catalano.
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13/11/2019
Dalle piazze alle urne. Lotte di classe in Spagna
I risultati delle elezioni generali spagnole del 10 novembre 2019, la
quarta convocazione elettorale per elezioni politiche negli ultimi
quattro anni, a solo sette mesi dalla precedente votazione, celebrata ad
aprile, confermano un panorama politico-elettorale bloccato, in cui
rimangono irrisolti tutti i principali nodi della crisi multilivello che
sta interessando il Paese iberico nell’ultimo decennio.
Nella precedente, brevissima legislatura Pedro Sánchez, il segretario del Partito Socialista, ha rifiutato le proposte di formare un governo di coalizione provenienti da Unidas Podemos. Un accordo che avrebbe comportato sia la necessità di realizzare politiche sociali in controtendenza rispetto alle politiche di austerity portate avanti anche dai governi a guida socialista negli ultimi anni, sia un netto cambiamento di atteggiamento verso l’indipendentismo catalano da parte di Sánchez e dei socialisti, con l’apertura di un tavolo di negoziato sulla riforma delle autonomie e/o il riconoscimento del diritto di autodeterminazione, e la fine della criminalizzazione e giudiziarizzazione del conflitto politico catalano. Sánchez e la dirigenza socialista hanno deciso invece di convocare elezioni anticipate, puntando ad aumentare i consensi elettorali e i seggi in parlamento, per poter poi formare un governo, sebbene di minoranza, ma con basi più solide e negoziare accordi puntuali da una posizione di maggiore forza. Alla fine, però, a Sánchez, come si dice in lingua castigliana, le salió el tiro por la culata, cioè il colpo, invece di uscire dalla canna del fucile, gli è uscito dal calcio, rimanendone così vittima.
Le elezioni di ieri, infatti, delineano un panorama simile a quello emerso lo scorso aprile, senza la possibilità di formare un governo monocolore stabile, per quanto di minoranza, e con una situazione resa più complessa e incerta per la ridefinizione degli equilibri interni alle diverse componenti politiche presenti nel Congreso de los Diputados di Madrid.
I socialisti perdono poco più di 760.000 voti, traducendosi in un calo di soli tre seggi, da 123 a 120, anche grazie a una partecipazione elettorale più bassa del 6% rispetto ad aprile. Un numero di seggi molto distante dai 176 necessari per avere una maggioranza assoluta, e comunque non sufficienti per tentare la via di un governo monocolore di minoranza con l’appoggio esterno o l’astensione di alcune formazioni minori. A sinistra del PSOE Unidas Podemos, la coalizione ormai stabile tra Podemos a guida Pablo Iglesias, e Izquierda Unida, riesce a limitare i danni perdendo poco più di 500.000 voti, ma perde ben 7 seggi, passando da 42 a 35, per gli effetti del sistema elettorale e la concorrenza dell’ex compagno di partito Iñigo Errejón che, con la sua formazione Más País ha ottenuto solo 3 seggi (di cui 1 ottenuto grazie alla coalizione con la formazione valenziana Compromís), rimanendo molto al di sotto delle aspettative.
È a destra che la ridefinizione degli equilibri elettorali ha prodotto le trasformazioni più importanti. Nel complesso la somma delle diverse formazioni di destra rimane stabile, ma acquisisce un peso crescente la componente più estrema rappresentata da Vox. Il Partito Popolare, che fino a poco tempo fa sembrava destinato a ridimensionarsi per gli scandali di corruzione, ha riconquistato posizioni, guadagnando 600.000 voti e passando dai 66 seggi di aprile agli 88 attuali. La vera sorpresa, poi neanche tale visto che era nell’aria, è stato l’exploit di Vox, la formazione di estrema destra guidata da Santiago Abascal che si caratterizza per una ridefinizione del discorso della destra franchista spagnola, fino a poco tempo fa in gran parte contenuta politicamente nel Partito Popolare, in cui autonomie, migranti e femministe vengono individuati come i principali nemici della patria. Una forza che innesta il tradizionale discorso neofranchista nella nuova ondata di populismo (neo)fascista in diffusione in Europa, e non a caso Salvini e la Le Pen sono stati i primi a congratularsi con i neofranchisti spagnoli. Da aprile a novembre Vox ha conquistato quasi un milione di voti e ben 28 seggi, passando da 24 a 52 (un numero di seggi che, ad esempio, permetterà al gruppo Parlamentare di Vox di chiedere il giudizio del Tribunale Costituzionale sui progetti di legge approvati. Uno strumento molto potente per ostacolare possibili riforme genericamente progressiste in ambiti come la memoria storica, le politiche di genere, le politiche migratorie). Il successo di Vox e la tenuta del PP sono avvenuti soprattutto a spese di Ciudadanos, il partito guidato da Albert Rivera che agli osservatori internazionali appariva come formazione liberale, ma che in realtà per discorso e pratica politica si caratterizza per essere una formazione nazionalista spagnola, non a caso nata in Catalogna per contrastare la crescita dell’indipendentismo, e poi proiettata a livello statale come progetto di una destra moderna in grado di sostituire il PP corrotto. Ciudadanos è il principale sconfitto delle elezioni del 10 novembre, avendo perso 2 milioni e mezzo di voti, e ben 47 seggi, passando dai 57 di aprile ai 10 odierni. Una batosta che ha causato le dimissioni di Rivera e il suo addio alla vita politica.
Il panorama elettorale fornisce indicazioni interessanti anche andando ad analizzare quanto avvenuto nelle “nazionalità periferiche”. In primo luogo, in Catalogna. Il conflitto emerso in Catalogna nell’ultimo decennio rappresenta uno dei nervi scoperti della crisi politico-istituzionale spagnola. Una conflitto che si è acuito nelle ultime settimane, con la condanna dei leader indipendentisti per sedizione, resa pubblica dal Tribunal Supremo lo scorso 14 ottobre, e le conseguenti proteste di diverso tipo che hanno riempito le strade e le piazze catalane, proprio durante il periodo di campagna elettorale. Nel complesso l’indipendentismo catalano ottiene un risultato storico per delle elezioni generali spagnole, conquistando poco più di 1 milione e 600.000 voti, e ben 23 seggi: 2 per la Cup, la piattaforma della sinistra indipendentista e anticapitalista, 13 per Erc, la formazione socialdemocratica guidata da Oriol Junqueras, uno dei condannati lo scorso 14 ottobre, e 8 seggi per Junts per Catalunya, la formazione di centro-destra legata all’ex Presidente in esilio Puigdemont. L’indipendentismo, ottenendo circa il 43% dei voti, supera per la prima volta per numero di voti e seggi le formazioni apertamente unioniste, che si fermano poco di sotto del 40%. Anche i risultati del 10 novembre confermano così che il potenziale di mobilitazione dell’indipendentismo è ancora alto e che, come dicono gli osservatori “l’elefante è ancora nella stanza”. Un potenziale di mobilitazione che, è sì facilitato dalla repressione del governo spagnolo, ma che, analizzando con attenzione i risultati elettorali e gli eventi di questi giorni, deve fare i conti con la mancanza di una strategia comune tra le diverse formazioni indipendentiste, e le tensioni più o meno esplicite che stanno emergendo tra le diverse anime del variegato movimento dopo lo stallo dell’autunno 2017. Erc, che nella scorsa legislatura aveva di fatto abbandonato la linea unilaterale cercando di aprire a un possibile accordo con Sánchez, rimane ancora la formazione più votata dell’indipendentismo, ma rispetto ad aprile ha perso 150.000 voti, confermando un calo dei consensi che già era emerso nelle elezioni europee, mentre la Cup e JxC, che esprimono le posizioni più scettiche e inclini al rilancio di una prospettiva di rottura per esercitare il diritto di autodeterminazione, crescono in termini relativi. Uno scenario che dipenderà anche da come si svilupperà la dinamica tra “piazza” e partiti. La protesta riaccesa nelle ultime settimane ha fatto emergere posizione critiche rispetto alla leadership politica dell’indipendentismo. Durante questa settimana sono previste iniziative di disobbedienza a sorpresa convocate dalla piattaforma digitale Tsunami Democratic (nella giornata di oggi, lunedì 11 novembre, è stata bloccata la frontiera con la Francia alla Jonquera).
Anche nel Paese basco, seppur in un contesto attualmente meno conflittuale rispetto allo scenario catalano, si delinea un rafforzamento delle formazioni regionaliste e indipendentiste, con il moderato e centrista Pnv che consolida la sua presenza nel Congresso, passando da 6 a 7 seggi rispetto ad aprile, e la sinistra indipendentista di EH Bildu che dimostra di aver recuperato un certo protagonismo politico dopo la fase di ridefinizione successiva alla fine della fase armata, riuscendo a ottenere 5 seggi, 1 in più rispetto ad aprile.
È interessante notare come in Catalogna Vox abbia ottenuto risultati meno positivi rispetto al resto dello Stato (ottenendo solo 2 seggi in questo territorio), mentre in Euskadi né Vox né il PP ottengono seggi.
Nelle prossime settimane vedremo come evolverà il puzzle politico spagnolo. Al momento i diversi osservatori coincidono nell’individuare tre possibili scenari. Una prima possibilità è l’apertura del Partito socialista a un accordo con la sinistra di Unidas Podemos e Más Pais, con il sostegno esterno o l’astensione delle formazioni regionaliste e indipendentiste. Uno scenario che implica una inversione a U nella politica dei socialisti, che dovrebbero accettare di sviluppare politiche sociali nettamente progressiste in controtendenza con quanto fatto dallo stesso partito in materia sociale ed economica negli ultimi anni, sia aprire al dialogo con l’indipendentismo e accettare una riforma in senso federale dello Stato (rimangiandosi quanto detto e fatto nelle ultime settimane di campagna elettorale, in cui Sánchez ha fatto proprio il discorso della durezza e della repressione contro la minaccia “separatista”).
Un secondo scenario è quello della “grande coalizione” con il PP, tanto con la formazione di un governo di coalizione (cosa che sarebbe una novità assoluta per il sistema politico spagnolo), quanto con l’astensione dei popolari; uno scenario che sulla carta sembrerebbe meno problematico rispetto al precedente, basandosi su un accordo tra i due pilastri del bipartitismo in decomposizione, ma che, tenendo conto delle dinamiche interne alla destra, non è esente da ostacoli importanti: un accordo di governo con i socialisti renderebbe i popolari facile preda degli attacchi di Vox, all’opposizione e in crescita.
Un terzo possibile scenario è quello di una nuova convocazione di elezioni anticipate in primavera (la quinta in 4 anni, e la terza in un anno), con tutte le incognite che una scelta del genere porterebbe comportare.
Fonte
Nella precedente, brevissima legislatura Pedro Sánchez, il segretario del Partito Socialista, ha rifiutato le proposte di formare un governo di coalizione provenienti da Unidas Podemos. Un accordo che avrebbe comportato sia la necessità di realizzare politiche sociali in controtendenza rispetto alle politiche di austerity portate avanti anche dai governi a guida socialista negli ultimi anni, sia un netto cambiamento di atteggiamento verso l’indipendentismo catalano da parte di Sánchez e dei socialisti, con l’apertura di un tavolo di negoziato sulla riforma delle autonomie e/o il riconoscimento del diritto di autodeterminazione, e la fine della criminalizzazione e giudiziarizzazione del conflitto politico catalano. Sánchez e la dirigenza socialista hanno deciso invece di convocare elezioni anticipate, puntando ad aumentare i consensi elettorali e i seggi in parlamento, per poter poi formare un governo, sebbene di minoranza, ma con basi più solide e negoziare accordi puntuali da una posizione di maggiore forza. Alla fine, però, a Sánchez, come si dice in lingua castigliana, le salió el tiro por la culata, cioè il colpo, invece di uscire dalla canna del fucile, gli è uscito dal calcio, rimanendone così vittima.
Le elezioni di ieri, infatti, delineano un panorama simile a quello emerso lo scorso aprile, senza la possibilità di formare un governo monocolore stabile, per quanto di minoranza, e con una situazione resa più complessa e incerta per la ridefinizione degli equilibri interni alle diverse componenti politiche presenti nel Congreso de los Diputados di Madrid.
I socialisti perdono poco più di 760.000 voti, traducendosi in un calo di soli tre seggi, da 123 a 120, anche grazie a una partecipazione elettorale più bassa del 6% rispetto ad aprile. Un numero di seggi molto distante dai 176 necessari per avere una maggioranza assoluta, e comunque non sufficienti per tentare la via di un governo monocolore di minoranza con l’appoggio esterno o l’astensione di alcune formazioni minori. A sinistra del PSOE Unidas Podemos, la coalizione ormai stabile tra Podemos a guida Pablo Iglesias, e Izquierda Unida, riesce a limitare i danni perdendo poco più di 500.000 voti, ma perde ben 7 seggi, passando da 42 a 35, per gli effetti del sistema elettorale e la concorrenza dell’ex compagno di partito Iñigo Errejón che, con la sua formazione Más País ha ottenuto solo 3 seggi (di cui 1 ottenuto grazie alla coalizione con la formazione valenziana Compromís), rimanendo molto al di sotto delle aspettative.
È a destra che la ridefinizione degli equilibri elettorali ha prodotto le trasformazioni più importanti. Nel complesso la somma delle diverse formazioni di destra rimane stabile, ma acquisisce un peso crescente la componente più estrema rappresentata da Vox. Il Partito Popolare, che fino a poco tempo fa sembrava destinato a ridimensionarsi per gli scandali di corruzione, ha riconquistato posizioni, guadagnando 600.000 voti e passando dai 66 seggi di aprile agli 88 attuali. La vera sorpresa, poi neanche tale visto che era nell’aria, è stato l’exploit di Vox, la formazione di estrema destra guidata da Santiago Abascal che si caratterizza per una ridefinizione del discorso della destra franchista spagnola, fino a poco tempo fa in gran parte contenuta politicamente nel Partito Popolare, in cui autonomie, migranti e femministe vengono individuati come i principali nemici della patria. Una forza che innesta il tradizionale discorso neofranchista nella nuova ondata di populismo (neo)fascista in diffusione in Europa, e non a caso Salvini e la Le Pen sono stati i primi a congratularsi con i neofranchisti spagnoli. Da aprile a novembre Vox ha conquistato quasi un milione di voti e ben 28 seggi, passando da 24 a 52 (un numero di seggi che, ad esempio, permetterà al gruppo Parlamentare di Vox di chiedere il giudizio del Tribunale Costituzionale sui progetti di legge approvati. Uno strumento molto potente per ostacolare possibili riforme genericamente progressiste in ambiti come la memoria storica, le politiche di genere, le politiche migratorie). Il successo di Vox e la tenuta del PP sono avvenuti soprattutto a spese di Ciudadanos, il partito guidato da Albert Rivera che agli osservatori internazionali appariva come formazione liberale, ma che in realtà per discorso e pratica politica si caratterizza per essere una formazione nazionalista spagnola, non a caso nata in Catalogna per contrastare la crescita dell’indipendentismo, e poi proiettata a livello statale come progetto di una destra moderna in grado di sostituire il PP corrotto. Ciudadanos è il principale sconfitto delle elezioni del 10 novembre, avendo perso 2 milioni e mezzo di voti, e ben 47 seggi, passando dai 57 di aprile ai 10 odierni. Una batosta che ha causato le dimissioni di Rivera e il suo addio alla vita politica.
Il panorama elettorale fornisce indicazioni interessanti anche andando ad analizzare quanto avvenuto nelle “nazionalità periferiche”. In primo luogo, in Catalogna. Il conflitto emerso in Catalogna nell’ultimo decennio rappresenta uno dei nervi scoperti della crisi politico-istituzionale spagnola. Una conflitto che si è acuito nelle ultime settimane, con la condanna dei leader indipendentisti per sedizione, resa pubblica dal Tribunal Supremo lo scorso 14 ottobre, e le conseguenti proteste di diverso tipo che hanno riempito le strade e le piazze catalane, proprio durante il periodo di campagna elettorale. Nel complesso l’indipendentismo catalano ottiene un risultato storico per delle elezioni generali spagnole, conquistando poco più di 1 milione e 600.000 voti, e ben 23 seggi: 2 per la Cup, la piattaforma della sinistra indipendentista e anticapitalista, 13 per Erc, la formazione socialdemocratica guidata da Oriol Junqueras, uno dei condannati lo scorso 14 ottobre, e 8 seggi per Junts per Catalunya, la formazione di centro-destra legata all’ex Presidente in esilio Puigdemont. L’indipendentismo, ottenendo circa il 43% dei voti, supera per la prima volta per numero di voti e seggi le formazioni apertamente unioniste, che si fermano poco di sotto del 40%. Anche i risultati del 10 novembre confermano così che il potenziale di mobilitazione dell’indipendentismo è ancora alto e che, come dicono gli osservatori “l’elefante è ancora nella stanza”. Un potenziale di mobilitazione che, è sì facilitato dalla repressione del governo spagnolo, ma che, analizzando con attenzione i risultati elettorali e gli eventi di questi giorni, deve fare i conti con la mancanza di una strategia comune tra le diverse formazioni indipendentiste, e le tensioni più o meno esplicite che stanno emergendo tra le diverse anime del variegato movimento dopo lo stallo dell’autunno 2017. Erc, che nella scorsa legislatura aveva di fatto abbandonato la linea unilaterale cercando di aprire a un possibile accordo con Sánchez, rimane ancora la formazione più votata dell’indipendentismo, ma rispetto ad aprile ha perso 150.000 voti, confermando un calo dei consensi che già era emerso nelle elezioni europee, mentre la Cup e JxC, che esprimono le posizioni più scettiche e inclini al rilancio di una prospettiva di rottura per esercitare il diritto di autodeterminazione, crescono in termini relativi. Uno scenario che dipenderà anche da come si svilupperà la dinamica tra “piazza” e partiti. La protesta riaccesa nelle ultime settimane ha fatto emergere posizione critiche rispetto alla leadership politica dell’indipendentismo. Durante questa settimana sono previste iniziative di disobbedienza a sorpresa convocate dalla piattaforma digitale Tsunami Democratic (nella giornata di oggi, lunedì 11 novembre, è stata bloccata la frontiera con la Francia alla Jonquera).
Anche nel Paese basco, seppur in un contesto attualmente meno conflittuale rispetto allo scenario catalano, si delinea un rafforzamento delle formazioni regionaliste e indipendentiste, con il moderato e centrista Pnv che consolida la sua presenza nel Congresso, passando da 6 a 7 seggi rispetto ad aprile, e la sinistra indipendentista di EH Bildu che dimostra di aver recuperato un certo protagonismo politico dopo la fase di ridefinizione successiva alla fine della fase armata, riuscendo a ottenere 5 seggi, 1 in più rispetto ad aprile.
È interessante notare come in Catalogna Vox abbia ottenuto risultati meno positivi rispetto al resto dello Stato (ottenendo solo 2 seggi in questo territorio), mentre in Euskadi né Vox né il PP ottengono seggi.
Nelle prossime settimane vedremo come evolverà il puzzle politico spagnolo. Al momento i diversi osservatori coincidono nell’individuare tre possibili scenari. Una prima possibilità è l’apertura del Partito socialista a un accordo con la sinistra di Unidas Podemos e Más Pais, con il sostegno esterno o l’astensione delle formazioni regionaliste e indipendentiste. Uno scenario che implica una inversione a U nella politica dei socialisti, che dovrebbero accettare di sviluppare politiche sociali nettamente progressiste in controtendenza con quanto fatto dallo stesso partito in materia sociale ed economica negli ultimi anni, sia aprire al dialogo con l’indipendentismo e accettare una riforma in senso federale dello Stato (rimangiandosi quanto detto e fatto nelle ultime settimane di campagna elettorale, in cui Sánchez ha fatto proprio il discorso della durezza e della repressione contro la minaccia “separatista”).
Un secondo scenario è quello della “grande coalizione” con il PP, tanto con la formazione di un governo di coalizione (cosa che sarebbe una novità assoluta per il sistema politico spagnolo), quanto con l’astensione dei popolari; uno scenario che sulla carta sembrerebbe meno problematico rispetto al precedente, basandosi su un accordo tra i due pilastri del bipartitismo in decomposizione, ma che, tenendo conto delle dinamiche interne alla destra, non è esente da ostacoli importanti: un accordo di governo con i socialisti renderebbe i popolari facile preda degli attacchi di Vox, all’opposizione e in crescita.
Un terzo possibile scenario è quello di una nuova convocazione di elezioni anticipate in primavera (la quinta in 4 anni, e la terza in un anno), con tutte le incognite che una scelta del genere porterebbe comportare.
Fonte
26/07/2019
Spagna - Podemos corre in soccorso di Sanchez, ma i numeri non ci sono
La seconda bocciatura del leader socialista Pedro Sanchez (124 sì, 155 no e 67 astensioni) nel voto di investitura per la formazione del nuovo governo vede incombere nuovamente sullo Stato Spagnolo la crisi istituzionale. Da qui a due mesi, salvo un reincarico che ottenga i voti necessari, la Spagna dovrà tornare alle urne senza che siano stati risolti – e neanche affrontati – i numerosi problemi economici, politici e istituzionali del Paese.
Nonostante un’offerta dell’ultimo minuto di Unidos Podemos lanciata direttamente dallo scranno in Parlamento dal leader Pablo Iglesias, i negoziati per un accordo di governo fra Psoe e Podemos sono naufragati definitivamente, mentre è iniziata la guerra sulle responsabilità.
Il giornale spagnolo Publico scrive che le relazioni tra i due partiti hanno attraversato un “momento dolce” durante l’ultimo anno, con l’appoggio di Podemos a Sanchez (tranne nel caso del decreto sugli alloggi) e con una campagna elettorale in aprile in cui sia PSOE che Podemos si sono presentati come una diga contro l’ascesa dell’estrema destra.
Sembrava che tutto andasse nella stessa direzione dopo le elezioni generali, ma lo scenario è cambiato dopo i cattivi risultati di Podemos a livello comunale e regionale. L’accordo di governo, che tutti avevano dato per scontato, è saltato in aria per le divergenze emerse, soprattutto sui finanziamenti da destinare alle politiche del lavoro. In cinque giorni ci sono stati ben quattro incontri tra i due partiti, ma i due gruppi si accusano reciprocamente di non voler negoziare davvero.
Il fallimento di Sanchez riapre uno scenario di ingovernabilità e un intervallo di appena due mesi perché i vari partiti – ma in primis Psoe e UP – possano porvi rimedio.
Il premier ad interim spagnolo, Pedro Sánchez, ha assicurato, dopo che il Parlamento ha bocciato la sua investitura, che non getterà la spugna, e ha fatto appello alle altre tre principali forze politiche – Podemos, PP e Ciudadanos – per sbloccare la situazione.
Sanchez ha anche assicurato, in un’intervista a Telecinco, che inizia a lavorare “adesso” in modo che ci sia un governo il più presto possibile, e che la situazione non porti a nuove elezioni allo scadere dei due mesi a disposizione per trovare un accordo, come invece sembra diventare sempre più probabile.
Fonte
I populismi di sinistra sono sempre più indistinguibili dal riformismo socialdemocratico "storico"...
Nonostante un’offerta dell’ultimo minuto di Unidos Podemos lanciata direttamente dallo scranno in Parlamento dal leader Pablo Iglesias, i negoziati per un accordo di governo fra Psoe e Podemos sono naufragati definitivamente, mentre è iniziata la guerra sulle responsabilità.
Il giornale spagnolo Publico scrive che le relazioni tra i due partiti hanno attraversato un “momento dolce” durante l’ultimo anno, con l’appoggio di Podemos a Sanchez (tranne nel caso del decreto sugli alloggi) e con una campagna elettorale in aprile in cui sia PSOE che Podemos si sono presentati come una diga contro l’ascesa dell’estrema destra.
Sembrava che tutto andasse nella stessa direzione dopo le elezioni generali, ma lo scenario è cambiato dopo i cattivi risultati di Podemos a livello comunale e regionale. L’accordo di governo, che tutti avevano dato per scontato, è saltato in aria per le divergenze emerse, soprattutto sui finanziamenti da destinare alle politiche del lavoro. In cinque giorni ci sono stati ben quattro incontri tra i due partiti, ma i due gruppi si accusano reciprocamente di non voler negoziare davvero.
Il fallimento di Sanchez riapre uno scenario di ingovernabilità e un intervallo di appena due mesi perché i vari partiti – ma in primis Psoe e UP – possano porvi rimedio.
Il premier ad interim spagnolo, Pedro Sánchez, ha assicurato, dopo che il Parlamento ha bocciato la sua investitura, che non getterà la spugna, e ha fatto appello alle altre tre principali forze politiche – Podemos, PP e Ciudadanos – per sbloccare la situazione.
Sanchez ha anche assicurato, in un’intervista a Telecinco, che inizia a lavorare “adesso” in modo che ci sia un governo il più presto possibile, e che la situazione non porti a nuove elezioni allo scadere dei due mesi a disposizione per trovare un accordo, come invece sembra diventare sempre più probabile.
Fonte
I populismi di sinistra sono sempre più indistinguibili dal riformismo socialdemocratico "storico"...
12/11/2018
Spagna - La “manovra del popolo” potrebbe essere bloccata dagli indipendentisti catalani
Il governo Sanchez-Unidos Podemos sta varando una finanziaria che, se
approvata, metterà fine all’austerità e salvaguarderà il Welfare State
senza creare tensioni con Bruxelles. Ma c'è lo scoglio degli
indipendentisti catalani, il cui voto è decisivo, che minacciano di non
sostenere la manovra e mandare il Paese ad elezioni anticipate.
di Steven Forti*
Mentre in Italia ci si dibatte sulla cosiddetta “manovra del popolo” e si arriva allo scontro con le istituzioni europee, in Spagna il nuovo governo socialista, guidato da Pedro Sánchez, ha firmato un accordo con Unidos Podemos per una manovra che, se approvata, metterebbe fine all’austerità salvaguardando il Welfare State senza creare tensioni con Bruxelles. Anzi, la Spagna sta iniziando a giocare un ruolo da protagonista a livello europeo, a fianco del motore franco-tedesco, sostituendo il nostro paese sempre più isolato in ambito internazionale. Roma e Madrid sono agli antipodi, non c’è dubbio. Il cammino è però irto di ostacoli.
Lo scorso 11 ottobre il presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez e il segretario generale di Podemos, Pablo Iglesias, firmavano un accordo di bilancio per il 2019. Si tratta di un accordo storico per le sinistre iberiche che si specchiano nel modello portoghese: senza alzare troppo la voce e senza frizioni con Bruxelles, dalla fine del 2015 il governo socialista di António Costa, appoggiato dal Bloco de Esquerda e dal Partido Comunista Portugues, sta portando avanti delle politiche redistributive che hanno avuto degli effetti positivi sia sulla società sia sull’economia lusitana, come dimostrano tutti i dati disponibili. A Madrid si guarda a Lisbona.
Fine dell’austerità e più diritti sociali
L’accordo Psoe-Unidos Podemos prevede oltre 5 miliardi di euro di spesa in più nel 2019 destinati principalmente ai collettivi che più hanno sofferto durante la crisi, come i disoccupati, i lavoratori, i pensionati o i giovani. Si aumenta il salario minimo interprofessionale del 22,3% – da 735 a 900 euro mensili – si legano le pensioni all’inflazione reale – aumenterebbero del 3% nel 2019 – si migliorano gli aiuti per i disoccupati con più di 52 anni, si assegnano 50 milioni di euro per combattere la “povertà energetica” e altri 25 milioni per le mense scolastiche, si aumenta del 40% il budget per gli assegni sociali destinati a persone dipendenti, i fondi per la ricerca si incrementano del 6,7%, si abbassano le tasse universitarie, si equiparano i permessi di maternità e paternità – nel 2021 anche i padri, come le madri, potranno avere 16 settimane di congedo non trasferibili – si modifica la legge sugli affitti – i contratti passerebbero da 3 a 5 anni – permettendo ai comuni di limitarli nel caso di bolle speculative, come sta succedendo nelle grandi città, in primis Barcellona e Madrid. Ai comuni si concede anche di spendere l’avanzo di bilancio – vietato negli ultimi anni dal governo del Partito Popolare – per gli asili nido, misura che si associa all’universalizzazione dell’educazione gratuita fino ai 3 anni di età.
Ma nell’accordo vi sono anche importanti segnali in quanto a diritti sociali, dopo alcune decisioni già prese dall’esecutivo socialista come quella di restituire la copertura sanitaria universale, includendo i migranti, o, proprio in questi giorni, di far pagare alle banche, e non ai clienti, la tassa di bollo sui mutui. Nell’accordo si propone anche di modificare la legge sulla violenza di genere seguendo la proposta fatta da Podemos in Parlamento o di riformare la legge elettorale obbligando tutti i partiti a presentare delle liste in cui si rispetti la parità di genere, le cosiddette “liste cerniera”. Si prevede inoltre la depenalizzazione dei reati di offesa alla corona e ai sentimenti religiosi, l’annullamento dell’articolo del Codice Penale che punisce con il carcere i picchetti negli scioperi, la regolamentazione della pubblicità del gioco d’azzardo, la riforma della “legge bavaglio” e, in futuro, della legge del lavoro approvate dal governo Rajoy. Non è poco. Affatto. Come ha affermato il vicesindaco di Barcellona, Gerardo Pisarello, si tratta di una manovra che “aiuta a riattivare l’economia, a promuovere l’innovazione scientifica e tecnologica e soprattutto a rafforzare i diritti sociali”.
Un vero e proprio accordo di governo
I finanziamenti di queste spese verrebbero principalmente da un incremento delle tasse, in primo luogo aumentando le aliquote Irpef per chi ha un reddito superiore ai 130mila euro all’anno, portando al 15% le imposte sulle società per le grandi imprese e al 18% per il settore finanziario, istituendo una patrimoniale dell’1% per chi possiede una fortuna superiore ai 10 milioni di euro e creando una tassa sulle transazioni finanziarie. Si lavorerebbe poi per una riforma delle partite Iva in modo da legare il pagamento dei contributi alle entrate reali. Insomma, chi più ha più paga. Altro che flat o dual tax. Non è quanto avrebbe voluto Unidos Podemos, ma i passi in avanti sono comunque notevoli.
Non si tratta dunque di una semplice manovra, ma di un vero e proprio accordo di governo che guarda al futuro. È un messaggio importante nella congiuntura europea attuale: Sánchez ha optato per un’alleanza a sinistra e Unidos Podemos ha deciso chiaramente di voler partecipare a un governo con i socialisti. Il tutto senza rompere con Bruxelles. La ministra dell’Economia, Nadia Calviño, che è stata direttrice generale del Bilancio europeo negli ultimi quattro anni, è riuscita già a luglio a ottenere dalla Commissione Europea lo 0,5% del Pil – ossia 6 miliardi di euro in più per la spesa pubblica – rispetto a quanto pattuito dal precedente governo del Pp. Grazie a un’economia che cresce del 2,6% nel 2018 e del 2,2% nel 2019, si riuscirebbe dunque a diminuire il deficit al 2,1% nel 2019 e all’1,9% nel 2020. E il deficit strutturale, secondo le stime di Madrid, si ridurrebbe dello 0,4%. Esattamente il contrario di quanto stimato per l’Italia. Bruxelles si è dimostrata conciliante con il governo spagnolo: il prossimo 21 novembre si avrà la risposta definitiva, ma non si prevedono stravolgimenti.
Lo scoglio dei voti catalani
Se il segnale politico è chiaro, le difficoltà per l’approvazione della manovra dipendono dalla debolezza dell’esecutivo socialista. Non bastano, come a Lisbona, i voti della sinistra: il Psoe governa infatti in minoranza con 84 deputati, Unidos Podemos – la confluenza formata dal partito guidato da Iglesias, Izquierda Unida e le confluenze municipaliste – ne ha 67. Si aggiungono i 4 deputati dei valenzani di Compromís e uno di Nuevas Canarias: si arriverebbe a 156. La maggioranza è a 176. Sono dunque necessari anche i voti dei partiti nazionalisti e indipendentisti catalani e baschi, ossia di tutte le formazioni che hanno scalzato Mariano Rajoy nella mozione di sfiducia della scorsa primavera. Se nel caso del Partido Nacionalista Vasco (Pnv, 5 deputati) non ci dovrebbero essere problemi, per le formazioni catalane è tutta un’altra storia: sia Esquerra Republicana de Catalunya (Erc, 9 deputati) sia il Partit Demòcrata Europeu Català (PdeCat, 8 deputati) hanno dichiarato che non voteranno a favore, dopo un’iniziale disposizione a trattare. La ragione sta nella richiesta della procura spagnola di carcere – dai 15 ai 25 anni – per il reato di ribellione per i dirigenti indipendentisti – in carcere preventivo da oltre un anno – per i fatti dell’ottobre del 2017.
La crisi catalana non è affatto risolta, nonostante i tentativi di distensione avviati da Sánchez negli ultimi mesi. Gli sforzi fatti dai socialisti hanno prodotto risultati positivi, permettendo che, al di là della retorica infiammata dei leader indipendendisti, Barcellona e Madrid abbiano avviato un dialogo, dopo la rottura delle relazioni degli anni precedenti. Ci vuole però del tempo per normalizzare le relazioni istituzionali e il processo ai dirigenti indipendentisti è il principale ostacolo: Sánchez e diversi membri dell’esecutivo socialista hanno dichiarato in più occasioni che considerano esagerata sia la prigione preventiva sia l’accusa di ribellione, ma la procura non ha cambiato il suo parere. Il leader socialista si trova ora a dover gestire una situazione creata ad arte dall’esecutivo di Rajoy che ha scelto di delegare ai tribunali una questione eminentemente politica, come la crisi catalana. La giustizia ha i suoi tempi e i giudici, checché se ne dica, sono indipendenti dal governo, per quanto prevalga una lettura fortemente conservatrice – e criticata da molti giuristi – della questione. Se non lo fossero, con il nuovo esecutivo a Madrid le cose sarebbero cambiate. Il processo inizierà a gennaio e la sentenza si conoscerà solo a giugno, dopo l’election day di maggio, quando si voterà non solo per le europee, ma anche per le comunali e le regionali. È una vera e propria spada di Damocle per Sánchez.
Elezioni anticipate?
Nonostante tutto, il leader socialista presenterà la manovra in Parlamento a inizio dicembre, nella speranza di poter convincere nel frattempo le formazioni indipendentiste a votare a favore entro febbraio. Con il nuovo bilancio la Generalitat catalana otterrebbe oltre 3 miliardi di euro: votare contro sarebbe in tutti i sensi una scelta suicida. Pablo Iglesias si è speso molto in tutto ciò, riunendosi in carcere con Oriol Junqueras, presidente di Erc, e parlando al telefono con Carles Puigdemont, l’ex presidente catalano che muove i fili del Pdecat dal Belgio, dove è fuggito un anno fa. Secondo il leader di Podemos non ha senso continuare al governo senza approvare il bilancio, l’esecutivo si indebolirebbe e l’attesa delle nuove elezioni – previste per la primavera del 2020, ma che potrebbero essere anticipate all’autunno del 2019 – si convertirebbe in un via crucis, tenendo conto della durissima opposizione che stanno facendo le destre del Pp e di Ciudadanos con il possibile ingresso di un terzo incomodo, l’estrema destra di Vox.
La situazione è dunque di grande incertezza: apparentemente Sánchez vuole evitare elezioni anticipate e dichiara che, in caso non ottenga i voti indipendentisti, prorogherà il bilancio dello scorso anno e approverà delle misure via decreto, come nel caso del salario minimo interprofessionale o del limite agli affitti. Gli indipendentisti non si opporrebbero a un sostegno di questo tipo al governo, anche perché non vogliono assolutamente andare a nuove elezioni a inizio 2019 con il rischio del ritorno delle destre al Palacio de la Moncloa. Il problema è che l’indipendentismo non è affatto unito: esiste una lotta sotterranea tra Erc e il Pdecat per l’egemonia nello spazio nazionalista. Tutti attendono le elezioni di maggio per capire quale sarà il nuovo panorama. E la battaglia principale, in Catalogna, sarà quella di Barcellona dove Ada Colau si gioca la conferma al Comune della Ciudad Condal, Erc spera nel sorpasso e l’ex premier francese Manuel Valls, appoggiato da Ciudadanos, cerca di dare la sorpresa. Tutto è legato a doppio filo. Tanto che Colau ha proposto un patto a tre livelli per cercare di sbloccare la situazione: un appoggio degli indipendentisti alla manovra di Sánchez e Iglesias a Madrid e del bilancio del Comune a Barcellona in cambio dell’appoggio dei Comuns – la confluenza di sinistra guidata dalla stessa Colau – all’esecutivo regionale in Catalogna, dove Erc e il Pdecat hanno bisogno di voti visto che gli indipendentisti anticapitalisti della Cup hanno deciso di non sostenere più il governo di Quim Torra. È molto difficile che si risolva il rebus, ma si tenta anche questa via.
I prossimi mesi saranno cruciali. A partire dalle elezioni andaluse del prossimo 2 dicembre, che saranno la prova del fuoco per Sánchez. Il Psoe governa la regione meridionale dalla fine del franchismo, i sondaggi gli sono ancora favorevoli, ma sicuramente non avrà la maggioranza assoluta. L’attuale presidentessa regionale, Susana Díaz, arci-nemica di Sánchez dentro il Partito socialista, ha governato nell’ultima legislatura con l’appoggio esterno di Ciudadanos. Giocherà la stessa carta dopo il 2 dicembre o cercherà il sostegno di Unidos Podemos? Tutti gli scenari sono aperti.
È indubbio che la strada per approvare la manovra frutto dell’accordo tra Psoe e Unidos Podemos è molto in salita. Se si approverà, sarà un grande successo per Sánchez e Iglesias, oltre che un segnale importante per le sinistre europee, anche in vista delle elezioni di maggio. Se non si approverà, rimarrà comunque un simbolo che le sinistre spagnole giocheranno nella prossima campagna elettorale: “questo è il nostro programma. Le destre e gli indipendentisti catalani non ci hanno lasciato metterlo in pratica. Se ci votate, sapete già quello che faremo”. E dimostra come si può combattere l’austerità e difendere il Welfare State senza dover per forza rompere con Bruxelles e disintegrare l’Unione Europea. I margini ci sono. Serve volontà politica. In Portogallo questa volontà c’è stata e i risultati sono tangibili. In Spagna si è trovata la volontà, mancano ora i voti a causa dell’irresponsabilità con cui negli anni scorsi si è gestita la crisi catalana. Ne tengano conto le sinistre europee, compresa quella italiana, evitando di farsi abbindolare dai canti di sirena del sovranismo che non fanno altro che spianare la strada all’estrema destra.
* Ricercatore presso l’Instituto de História Contemporânea dell’Universidade Nova de Lisboa e professore presso l’Universitat Autònoma de Barcelona - @StevenForti
Fonte
Scenari pericolosi almeno quanto l'opinione espressa (benissimo, va riconosciuto) nel testo, che paventa la propria natura conservatrice soltanto in chiusura.
di Steven Forti*
Mentre in Italia ci si dibatte sulla cosiddetta “manovra del popolo” e si arriva allo scontro con le istituzioni europee, in Spagna il nuovo governo socialista, guidato da Pedro Sánchez, ha firmato un accordo con Unidos Podemos per una manovra che, se approvata, metterebbe fine all’austerità salvaguardando il Welfare State senza creare tensioni con Bruxelles. Anzi, la Spagna sta iniziando a giocare un ruolo da protagonista a livello europeo, a fianco del motore franco-tedesco, sostituendo il nostro paese sempre più isolato in ambito internazionale. Roma e Madrid sono agli antipodi, non c’è dubbio. Il cammino è però irto di ostacoli.
Lo scorso 11 ottobre il presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez e il segretario generale di Podemos, Pablo Iglesias, firmavano un accordo di bilancio per il 2019. Si tratta di un accordo storico per le sinistre iberiche che si specchiano nel modello portoghese: senza alzare troppo la voce e senza frizioni con Bruxelles, dalla fine del 2015 il governo socialista di António Costa, appoggiato dal Bloco de Esquerda e dal Partido Comunista Portugues, sta portando avanti delle politiche redistributive che hanno avuto degli effetti positivi sia sulla società sia sull’economia lusitana, come dimostrano tutti i dati disponibili. A Madrid si guarda a Lisbona.
Fine dell’austerità e più diritti sociali
L’accordo Psoe-Unidos Podemos prevede oltre 5 miliardi di euro di spesa in più nel 2019 destinati principalmente ai collettivi che più hanno sofferto durante la crisi, come i disoccupati, i lavoratori, i pensionati o i giovani. Si aumenta il salario minimo interprofessionale del 22,3% – da 735 a 900 euro mensili – si legano le pensioni all’inflazione reale – aumenterebbero del 3% nel 2019 – si migliorano gli aiuti per i disoccupati con più di 52 anni, si assegnano 50 milioni di euro per combattere la “povertà energetica” e altri 25 milioni per le mense scolastiche, si aumenta del 40% il budget per gli assegni sociali destinati a persone dipendenti, i fondi per la ricerca si incrementano del 6,7%, si abbassano le tasse universitarie, si equiparano i permessi di maternità e paternità – nel 2021 anche i padri, come le madri, potranno avere 16 settimane di congedo non trasferibili – si modifica la legge sugli affitti – i contratti passerebbero da 3 a 5 anni – permettendo ai comuni di limitarli nel caso di bolle speculative, come sta succedendo nelle grandi città, in primis Barcellona e Madrid. Ai comuni si concede anche di spendere l’avanzo di bilancio – vietato negli ultimi anni dal governo del Partito Popolare – per gli asili nido, misura che si associa all’universalizzazione dell’educazione gratuita fino ai 3 anni di età.
Ma nell’accordo vi sono anche importanti segnali in quanto a diritti sociali, dopo alcune decisioni già prese dall’esecutivo socialista come quella di restituire la copertura sanitaria universale, includendo i migranti, o, proprio in questi giorni, di far pagare alle banche, e non ai clienti, la tassa di bollo sui mutui. Nell’accordo si propone anche di modificare la legge sulla violenza di genere seguendo la proposta fatta da Podemos in Parlamento o di riformare la legge elettorale obbligando tutti i partiti a presentare delle liste in cui si rispetti la parità di genere, le cosiddette “liste cerniera”. Si prevede inoltre la depenalizzazione dei reati di offesa alla corona e ai sentimenti religiosi, l’annullamento dell’articolo del Codice Penale che punisce con il carcere i picchetti negli scioperi, la regolamentazione della pubblicità del gioco d’azzardo, la riforma della “legge bavaglio” e, in futuro, della legge del lavoro approvate dal governo Rajoy. Non è poco. Affatto. Come ha affermato il vicesindaco di Barcellona, Gerardo Pisarello, si tratta di una manovra che “aiuta a riattivare l’economia, a promuovere l’innovazione scientifica e tecnologica e soprattutto a rafforzare i diritti sociali”.
Un vero e proprio accordo di governo
I finanziamenti di queste spese verrebbero principalmente da un incremento delle tasse, in primo luogo aumentando le aliquote Irpef per chi ha un reddito superiore ai 130mila euro all’anno, portando al 15% le imposte sulle società per le grandi imprese e al 18% per il settore finanziario, istituendo una patrimoniale dell’1% per chi possiede una fortuna superiore ai 10 milioni di euro e creando una tassa sulle transazioni finanziarie. Si lavorerebbe poi per una riforma delle partite Iva in modo da legare il pagamento dei contributi alle entrate reali. Insomma, chi più ha più paga. Altro che flat o dual tax. Non è quanto avrebbe voluto Unidos Podemos, ma i passi in avanti sono comunque notevoli.
Non si tratta dunque di una semplice manovra, ma di un vero e proprio accordo di governo che guarda al futuro. È un messaggio importante nella congiuntura europea attuale: Sánchez ha optato per un’alleanza a sinistra e Unidos Podemos ha deciso chiaramente di voler partecipare a un governo con i socialisti. Il tutto senza rompere con Bruxelles. La ministra dell’Economia, Nadia Calviño, che è stata direttrice generale del Bilancio europeo negli ultimi quattro anni, è riuscita già a luglio a ottenere dalla Commissione Europea lo 0,5% del Pil – ossia 6 miliardi di euro in più per la spesa pubblica – rispetto a quanto pattuito dal precedente governo del Pp. Grazie a un’economia che cresce del 2,6% nel 2018 e del 2,2% nel 2019, si riuscirebbe dunque a diminuire il deficit al 2,1% nel 2019 e all’1,9% nel 2020. E il deficit strutturale, secondo le stime di Madrid, si ridurrebbe dello 0,4%. Esattamente il contrario di quanto stimato per l’Italia. Bruxelles si è dimostrata conciliante con il governo spagnolo: il prossimo 21 novembre si avrà la risposta definitiva, ma non si prevedono stravolgimenti.
Lo scoglio dei voti catalani
Se il segnale politico è chiaro, le difficoltà per l’approvazione della manovra dipendono dalla debolezza dell’esecutivo socialista. Non bastano, come a Lisbona, i voti della sinistra: il Psoe governa infatti in minoranza con 84 deputati, Unidos Podemos – la confluenza formata dal partito guidato da Iglesias, Izquierda Unida e le confluenze municipaliste – ne ha 67. Si aggiungono i 4 deputati dei valenzani di Compromís e uno di Nuevas Canarias: si arriverebbe a 156. La maggioranza è a 176. Sono dunque necessari anche i voti dei partiti nazionalisti e indipendentisti catalani e baschi, ossia di tutte le formazioni che hanno scalzato Mariano Rajoy nella mozione di sfiducia della scorsa primavera. Se nel caso del Partido Nacionalista Vasco (Pnv, 5 deputati) non ci dovrebbero essere problemi, per le formazioni catalane è tutta un’altra storia: sia Esquerra Republicana de Catalunya (Erc, 9 deputati) sia il Partit Demòcrata Europeu Català (PdeCat, 8 deputati) hanno dichiarato che non voteranno a favore, dopo un’iniziale disposizione a trattare. La ragione sta nella richiesta della procura spagnola di carcere – dai 15 ai 25 anni – per il reato di ribellione per i dirigenti indipendentisti – in carcere preventivo da oltre un anno – per i fatti dell’ottobre del 2017.
La crisi catalana non è affatto risolta, nonostante i tentativi di distensione avviati da Sánchez negli ultimi mesi. Gli sforzi fatti dai socialisti hanno prodotto risultati positivi, permettendo che, al di là della retorica infiammata dei leader indipendendisti, Barcellona e Madrid abbiano avviato un dialogo, dopo la rottura delle relazioni degli anni precedenti. Ci vuole però del tempo per normalizzare le relazioni istituzionali e il processo ai dirigenti indipendentisti è il principale ostacolo: Sánchez e diversi membri dell’esecutivo socialista hanno dichiarato in più occasioni che considerano esagerata sia la prigione preventiva sia l’accusa di ribellione, ma la procura non ha cambiato il suo parere. Il leader socialista si trova ora a dover gestire una situazione creata ad arte dall’esecutivo di Rajoy che ha scelto di delegare ai tribunali una questione eminentemente politica, come la crisi catalana. La giustizia ha i suoi tempi e i giudici, checché se ne dica, sono indipendenti dal governo, per quanto prevalga una lettura fortemente conservatrice – e criticata da molti giuristi – della questione. Se non lo fossero, con il nuovo esecutivo a Madrid le cose sarebbero cambiate. Il processo inizierà a gennaio e la sentenza si conoscerà solo a giugno, dopo l’election day di maggio, quando si voterà non solo per le europee, ma anche per le comunali e le regionali. È una vera e propria spada di Damocle per Sánchez.
Elezioni anticipate?
Nonostante tutto, il leader socialista presenterà la manovra in Parlamento a inizio dicembre, nella speranza di poter convincere nel frattempo le formazioni indipendentiste a votare a favore entro febbraio. Con il nuovo bilancio la Generalitat catalana otterrebbe oltre 3 miliardi di euro: votare contro sarebbe in tutti i sensi una scelta suicida. Pablo Iglesias si è speso molto in tutto ciò, riunendosi in carcere con Oriol Junqueras, presidente di Erc, e parlando al telefono con Carles Puigdemont, l’ex presidente catalano che muove i fili del Pdecat dal Belgio, dove è fuggito un anno fa. Secondo il leader di Podemos non ha senso continuare al governo senza approvare il bilancio, l’esecutivo si indebolirebbe e l’attesa delle nuove elezioni – previste per la primavera del 2020, ma che potrebbero essere anticipate all’autunno del 2019 – si convertirebbe in un via crucis, tenendo conto della durissima opposizione che stanno facendo le destre del Pp e di Ciudadanos con il possibile ingresso di un terzo incomodo, l’estrema destra di Vox.
La situazione è dunque di grande incertezza: apparentemente Sánchez vuole evitare elezioni anticipate e dichiara che, in caso non ottenga i voti indipendentisti, prorogherà il bilancio dello scorso anno e approverà delle misure via decreto, come nel caso del salario minimo interprofessionale o del limite agli affitti. Gli indipendentisti non si opporrebbero a un sostegno di questo tipo al governo, anche perché non vogliono assolutamente andare a nuove elezioni a inizio 2019 con il rischio del ritorno delle destre al Palacio de la Moncloa. Il problema è che l’indipendentismo non è affatto unito: esiste una lotta sotterranea tra Erc e il Pdecat per l’egemonia nello spazio nazionalista. Tutti attendono le elezioni di maggio per capire quale sarà il nuovo panorama. E la battaglia principale, in Catalogna, sarà quella di Barcellona dove Ada Colau si gioca la conferma al Comune della Ciudad Condal, Erc spera nel sorpasso e l’ex premier francese Manuel Valls, appoggiato da Ciudadanos, cerca di dare la sorpresa. Tutto è legato a doppio filo. Tanto che Colau ha proposto un patto a tre livelli per cercare di sbloccare la situazione: un appoggio degli indipendentisti alla manovra di Sánchez e Iglesias a Madrid e del bilancio del Comune a Barcellona in cambio dell’appoggio dei Comuns – la confluenza di sinistra guidata dalla stessa Colau – all’esecutivo regionale in Catalogna, dove Erc e il Pdecat hanno bisogno di voti visto che gli indipendentisti anticapitalisti della Cup hanno deciso di non sostenere più il governo di Quim Torra. È molto difficile che si risolva il rebus, ma si tenta anche questa via.
I prossimi mesi saranno cruciali. A partire dalle elezioni andaluse del prossimo 2 dicembre, che saranno la prova del fuoco per Sánchez. Il Psoe governa la regione meridionale dalla fine del franchismo, i sondaggi gli sono ancora favorevoli, ma sicuramente non avrà la maggioranza assoluta. L’attuale presidentessa regionale, Susana Díaz, arci-nemica di Sánchez dentro il Partito socialista, ha governato nell’ultima legislatura con l’appoggio esterno di Ciudadanos. Giocherà la stessa carta dopo il 2 dicembre o cercherà il sostegno di Unidos Podemos? Tutti gli scenari sono aperti.
È indubbio che la strada per approvare la manovra frutto dell’accordo tra Psoe e Unidos Podemos è molto in salita. Se si approverà, sarà un grande successo per Sánchez e Iglesias, oltre che un segnale importante per le sinistre europee, anche in vista delle elezioni di maggio. Se non si approverà, rimarrà comunque un simbolo che le sinistre spagnole giocheranno nella prossima campagna elettorale: “questo è il nostro programma. Le destre e gli indipendentisti catalani non ci hanno lasciato metterlo in pratica. Se ci votate, sapete già quello che faremo”. E dimostra come si può combattere l’austerità e difendere il Welfare State senza dover per forza rompere con Bruxelles e disintegrare l’Unione Europea. I margini ci sono. Serve volontà politica. In Portogallo questa volontà c’è stata e i risultati sono tangibili. In Spagna si è trovata la volontà, mancano ora i voti a causa dell’irresponsabilità con cui negli anni scorsi si è gestita la crisi catalana. Ne tengano conto le sinistre europee, compresa quella italiana, evitando di farsi abbindolare dai canti di sirena del sovranismo che non fanno altro che spianare la strada all’estrema destra.
* Ricercatore presso l’Instituto de História Contemporânea dell’Universidade Nova de Lisboa e professore presso l’Universitat Autònoma de Barcelona - @StevenForti
Fonte
Scenari pericolosi almeno quanto l'opinione espressa (benissimo, va riconosciuto) nel testo, che paventa la propria natura conservatrice soltanto in chiusura.
13/07/2018
Moruno: “Il governo Sánchez e l’accordo con Melenchon. Vi spiego la nuova Podemos”
intervista a Jorge Moruno di Giacomo Russo Spena
“Podemos deve accompagnare, fare pressione e marcare stretto il governo Sánchez senza cadere in nessuno dei due rischi: diventarne una stampella o rimanere in un angolo”. Jorge Moruno, 35 anni, sociologo, è stato membro della segreteria del partito, ora è impegnato nelle amministrative del 2019 dove sta coordinando la campagna elettorale nella circoscrizione di Madrid. “In Spagna nessuno gode più della maggioranza assoluta; qualsiasi scenario è possibile, anche vincere a Madrid dopo 23 anni di dominio dei popolari” afferma Moruno che, pur consapevole dell’azzardo, spiega come Podemos non poteva esimersi dal cacciare il corrotto Rajoy a vantaggio del governo Sanchez: “Sono stati i nostri elettori a chiedercelo, era una questione di salute democratica rimuovere il Pp dalle istituzioni”.
Con la caduta di Rajoy e la nascita del governo di Pedro Sánchez la Spagna è in una fase nuova. Podemos ha il difficile ruolo di garantire l’appoggio esterno al nuovo esecutivo senza farsi schiacciare da esso. Non crede sia difficile, se non impossibile?
Siamo sull’orlo di un precipizio. Abbiamo intrapreso questa strada ben consapevoli del rischio. Dobbiamo mettere in campo una concorrenza virtuosa col Psoe.
Ovvero?
Una sorta di opposizione costruttiva. Siamo vivendo una fase di passaggio e noi, come Podemos, abbiamo cambiato strategia: siamo consapevoli che il governo socialista non rappresenti la trasformazione democratica di cui la Spagna avrebbe bisogno ma era prioritario sconfiggere le destre. Adesso che è stato cacciato Rajoy, dobbiamo gareggiare coi socialisti per affermare un’alternativa credibile e mettere in pratica el cambio atteso dai cittadini.
Come si fa la concorrenza virtuosa? Se una legge proposta da Sánchez non vi va bene, cosa farete? La votate obtorto collo o farete cadere il governo?
Il rischio è quello di rimanere incastrati o essere messi in disparte. La sfida è quella di seguire un percorso – ma noi vogliamo arrivare più in là – per compiere progressi sul terreno dei diritti sociali e sulla precarietà. Ogni piccolo cambiamento fa in modo che quello successivo risulti più facile. E ciò alimenta un maggior desiderio di cambiamento.
A quanto sta Podemos nei sondaggi?
Intorno al 18/19 per cento. La destra, in questi ultimi anni, ha messo in piedi una competizione virtuosa tra Pp e Ciudadanos che in termini di voti ha funzionato. Dobbiamo fare lo stesso nel campo progressista: cavalcare l’ondata di speranza creata dalla cacciata del Pp, spingere il nuovo governo verso il cambiamento e, allo stesso tempo, aprire alla possibilità di un più ambizioso scenario futuro di trasformazione della società.
Ma se Sánchez governerà bene, il Psoe ne beneficerà alle prossime elezioni; se governerà male ne uscirà avvantaggiato Ciudadanos che rappresenta la maggiore forza all’opposizione. Podemos non sta in una morsa?
Se l’esecutivo socialista governerà male, difficilmente Podemos ne trarrà benefici. Se, invece, Sanchez sarà di parola e manterrà quel poco di cambiamento promesso allora ne beneficeremo entrambi.
Il vostro elettorato è contento della nuova strategia di Podemos?
I nostri votanti sono quelli che più ci hanno spinto in questa direzione. Nel Paese era immenso il desiderio di allontanare Rajoy dal potere. Ora ci sono nuove aspettative che non dobbiamo deludere.
Secondo il sociologo Joan Subirats il governo Sánchez è migliore di quello Rajoy per quanto riguarda i diritti civili e sui migranti ma per il resto, sul piano economico, non ci sono differenze tra i due. Che ne pensa?
Può essere vero ma bisogna considerare che in Spagna si tornerà al voto nel 2020 – dove si giocherà la vera partita – e da questo governo nessuno si aspetta riforme strutturali. È un esecutivo di transizione che deve apportare qualche miglioria sociale, per dimostrare un minimo di discontinuità con le destre. Non è previsto un nuovo patto sociale né un New Deal per la Spagna, cioè nessuno si aspetta che i grandi problemi sociali saranno risolti. Detto questo, il vero problema è l’Europa.
A proposito di Europa, Podemos ha siglato con il francese Jean-Luc Mélenchon e col Bloque de Izquierda un documento per opporsi alle tecnocrazie di Bruxelles. Qual è il senso di questa alleanza?
L’Europa, per come l’avevamo immaginata, non esiste più. Con la scusa della crisi e dei piani di aggiustamento, le oligarchie hanno preteso di smantellare i sistemi di diritti e protezione sociale conquistati in decenni di lotte. Hanno condannato generazioni di giovani all’emigrazione, alla disoccupazione, alla precarietà, alla povertà. Hanno colpito con particolare crudezza i più vulnerabili, quelli che più hanno bisogno della politica e dello stato. Hanno preteso di abituarci al fatto che ogni elezione diventi un plebiscito tra lo status quo neoliberista e la minaccia dell’estrema destra. Con uno spirito di disobbedienza di fronte all’esistente, scommettendo su un ordine democratico, con fiducia nella capacità democratica dei nostri popoli di fronte al progetto fallito dell’élite di Bruxelles, abbiamo lanciato insieme a Melenchon e al Bloque portoghese un appello ai popoli d’Europa perché si uniscano alla sfida di costruire un movimento politico internazionale, popolare e democratico.
Secondo lei, è ancora possibile cambiare l’Europa o è necessario riformulare l’europeismo di sinistra tornando ad un nazionalismo democratico in cui si recupera sovranità?
Resto un europeista convinto. Ma, ad oggi, non ci sono gli strumenti politici per cambiare l’Ue: la questione risiede nei rapporti di forza (tra Stati) che si creano a Bruxelles e, quindi, il piano nazionale è prioritario per un cambiamento in prospettiva europeo. È impossibile opporci all’internazionale xenofoba di Orban, Le Pen, Salvini, senza che si affermino forze progressiste a livello nazionale: se si consolidano in Francia, Spagna, Portogallo sarà poi più semplice cambiare l’Europa.
Melenchon è appena uscito dalla Sinistra Europea dicendosi incompatibile con la Syriza di Tsipras, la Linke è a rischio scissione tra chi è per una svolta sovranista e chi rimane convinto europeista, poi c’è Diem25 di Varoufakis... A sinistra sembra regnare il caos.
La situazione è tragica. Lì il problema è che Syriza è stata lasciata sola dai Renzi e dagli Hollande (e ovviamente dai Rajoy) nel braccio di ferro con la Troika. Che altro poteva fare Tsipras? Non lo dico con cinismo. Poi, certo, si è piegato ai memorandum e non ha mantenuto le promesse di cambiamento. Ritorniamo al discorso di prima: dipende sempre dai rapporti di forza in campo e la Grecia è rimasta isolata durante le trattative.
Alla fine, a sinistra, si farà una lista unitaria transnazionale? E Podemos con chi starà?
È difficile dare una risposta al momento. Più che la polemica tra sovranisti ed europeisti, mi interessa costruire un’alleanza popolare e con soggetti capaci di avere ambizioni nazionali ed europee.
Dalla Spagna, come giudica il governo Lega/M5S?
Sono preoccupato perché ci sembra abbia vinto la narrazione salviniana di guerra tra poveri. Basta vedere la campagna sui porti chiusi. Comunque la la sinistra italiana mi sembra abbia gravi responsabilità perché non è riuscita ad intercettare, e a rappresentare, l’indignazione popolare che stava montando nel Paese. A quella rabbia sociale si poteva dare una risposta progressista e di reale cambiamento, invece – essendoci un vuoto politico – ha assunto le sembianze più reazionarie e xenofobe ben incarnate dal governo Lega/M5S.
A parte l’Italia, un po’ ovunque si stanno affermando forze xenofobe e di destra. Come si contrasta questa internazionale nera?
Le destre nazionaliste fanno leva sulle paure, sull’insicurezza della gente. Il discorso che fanno contro l’arrivo dei migranti è immediato, facile da comprendere per chiunque. La sinistra, invece, nel dire anche giustamente “accogliamo chi fugge da guerre e carestie” non riesce a costruire una narrazione ugualmente efficace e fruibile per un cittadino in stato di crisi economica o che fatica ad arrivare a fine mese. Quella della sinistra è una posizione più di testa, meno di pancia, ma gli esseri umani pensano con il corpo. E le destre xenofobe europee parlano proprio alle viscere dei cittadini. Ci vorrà tempo per uscire da questa situazione, è necessaria una battaglia culturale. La menzogna non si combatte con la verità ma si combatte costruendo immaginari più forti di quello attuale. Il peso dell’immigrazione in Italia è molto più basso di quanto viene percepito dalla popolazione: la verità assoluta non sempre corrisponde con la verità percepita.
Torniamo in Spagna. Qual è il rapporto tra Podemos e Ada Colau?
Ottimo, è una speranza per il futuro. A Barcellona sta governando molto bene e l’obiettivo è rinconfermarsi alle prossime amministrative del 2019.
Tra Podemos e Colau c’è una sana concorrenza?
Piuttosto parlerei di una cooperazione virtuosa.
A capo di Podemos resta Pablo Iglesias?
È ciò che abbiamo deciso nell’ultimo congresso di Vistalegre II: non sono previsti cambi né nuove nomine. Ci attende una fase in cui dobbiamo essere virtuosi, se non ci vogliamo appellare alla mera fortuna.
Fonte
“Podemos deve accompagnare, fare pressione e marcare stretto il governo Sánchez senza cadere in nessuno dei due rischi: diventarne una stampella o rimanere in un angolo”. Jorge Moruno, 35 anni, sociologo, è stato membro della segreteria del partito, ora è impegnato nelle amministrative del 2019 dove sta coordinando la campagna elettorale nella circoscrizione di Madrid. “In Spagna nessuno gode più della maggioranza assoluta; qualsiasi scenario è possibile, anche vincere a Madrid dopo 23 anni di dominio dei popolari” afferma Moruno che, pur consapevole dell’azzardo, spiega come Podemos non poteva esimersi dal cacciare il corrotto Rajoy a vantaggio del governo Sanchez: “Sono stati i nostri elettori a chiedercelo, era una questione di salute democratica rimuovere il Pp dalle istituzioni”.
Con la caduta di Rajoy e la nascita del governo di Pedro Sánchez la Spagna è in una fase nuova. Podemos ha il difficile ruolo di garantire l’appoggio esterno al nuovo esecutivo senza farsi schiacciare da esso. Non crede sia difficile, se non impossibile?
Siamo sull’orlo di un precipizio. Abbiamo intrapreso questa strada ben consapevoli del rischio. Dobbiamo mettere in campo una concorrenza virtuosa col Psoe.
Ovvero?
Una sorta di opposizione costruttiva. Siamo vivendo una fase di passaggio e noi, come Podemos, abbiamo cambiato strategia: siamo consapevoli che il governo socialista non rappresenti la trasformazione democratica di cui la Spagna avrebbe bisogno ma era prioritario sconfiggere le destre. Adesso che è stato cacciato Rajoy, dobbiamo gareggiare coi socialisti per affermare un’alternativa credibile e mettere in pratica el cambio atteso dai cittadini.
Come si fa la concorrenza virtuosa? Se una legge proposta da Sánchez non vi va bene, cosa farete? La votate obtorto collo o farete cadere il governo?
Il rischio è quello di rimanere incastrati o essere messi in disparte. La sfida è quella di seguire un percorso – ma noi vogliamo arrivare più in là – per compiere progressi sul terreno dei diritti sociali e sulla precarietà. Ogni piccolo cambiamento fa in modo che quello successivo risulti più facile. E ciò alimenta un maggior desiderio di cambiamento.
A quanto sta Podemos nei sondaggi?
Intorno al 18/19 per cento. La destra, in questi ultimi anni, ha messo in piedi una competizione virtuosa tra Pp e Ciudadanos che in termini di voti ha funzionato. Dobbiamo fare lo stesso nel campo progressista: cavalcare l’ondata di speranza creata dalla cacciata del Pp, spingere il nuovo governo verso il cambiamento e, allo stesso tempo, aprire alla possibilità di un più ambizioso scenario futuro di trasformazione della società.
Ma se Sánchez governerà bene, il Psoe ne beneficerà alle prossime elezioni; se governerà male ne uscirà avvantaggiato Ciudadanos che rappresenta la maggiore forza all’opposizione. Podemos non sta in una morsa?
Se l’esecutivo socialista governerà male, difficilmente Podemos ne trarrà benefici. Se, invece, Sanchez sarà di parola e manterrà quel poco di cambiamento promesso allora ne beneficeremo entrambi.
Il vostro elettorato è contento della nuova strategia di Podemos?
I nostri votanti sono quelli che più ci hanno spinto in questa direzione. Nel Paese era immenso il desiderio di allontanare Rajoy dal potere. Ora ci sono nuove aspettative che non dobbiamo deludere.
Secondo il sociologo Joan Subirats il governo Sánchez è migliore di quello Rajoy per quanto riguarda i diritti civili e sui migranti ma per il resto, sul piano economico, non ci sono differenze tra i due. Che ne pensa?
Può essere vero ma bisogna considerare che in Spagna si tornerà al voto nel 2020 – dove si giocherà la vera partita – e da questo governo nessuno si aspetta riforme strutturali. È un esecutivo di transizione che deve apportare qualche miglioria sociale, per dimostrare un minimo di discontinuità con le destre. Non è previsto un nuovo patto sociale né un New Deal per la Spagna, cioè nessuno si aspetta che i grandi problemi sociali saranno risolti. Detto questo, il vero problema è l’Europa.
A proposito di Europa, Podemos ha siglato con il francese Jean-Luc Mélenchon e col Bloque de Izquierda un documento per opporsi alle tecnocrazie di Bruxelles. Qual è il senso di questa alleanza?
L’Europa, per come l’avevamo immaginata, non esiste più. Con la scusa della crisi e dei piani di aggiustamento, le oligarchie hanno preteso di smantellare i sistemi di diritti e protezione sociale conquistati in decenni di lotte. Hanno condannato generazioni di giovani all’emigrazione, alla disoccupazione, alla precarietà, alla povertà. Hanno colpito con particolare crudezza i più vulnerabili, quelli che più hanno bisogno della politica e dello stato. Hanno preteso di abituarci al fatto che ogni elezione diventi un plebiscito tra lo status quo neoliberista e la minaccia dell’estrema destra. Con uno spirito di disobbedienza di fronte all’esistente, scommettendo su un ordine democratico, con fiducia nella capacità democratica dei nostri popoli di fronte al progetto fallito dell’élite di Bruxelles, abbiamo lanciato insieme a Melenchon e al Bloque portoghese un appello ai popoli d’Europa perché si uniscano alla sfida di costruire un movimento politico internazionale, popolare e democratico.
Secondo lei, è ancora possibile cambiare l’Europa o è necessario riformulare l’europeismo di sinistra tornando ad un nazionalismo democratico in cui si recupera sovranità?
Resto un europeista convinto. Ma, ad oggi, non ci sono gli strumenti politici per cambiare l’Ue: la questione risiede nei rapporti di forza (tra Stati) che si creano a Bruxelles e, quindi, il piano nazionale è prioritario per un cambiamento in prospettiva europeo. È impossibile opporci all’internazionale xenofoba di Orban, Le Pen, Salvini, senza che si affermino forze progressiste a livello nazionale: se si consolidano in Francia, Spagna, Portogallo sarà poi più semplice cambiare l’Europa.
Melenchon è appena uscito dalla Sinistra Europea dicendosi incompatibile con la Syriza di Tsipras, la Linke è a rischio scissione tra chi è per una svolta sovranista e chi rimane convinto europeista, poi c’è Diem25 di Varoufakis... A sinistra sembra regnare il caos.
La situazione è tragica. Lì il problema è che Syriza è stata lasciata sola dai Renzi e dagli Hollande (e ovviamente dai Rajoy) nel braccio di ferro con la Troika. Che altro poteva fare Tsipras? Non lo dico con cinismo. Poi, certo, si è piegato ai memorandum e non ha mantenuto le promesse di cambiamento. Ritorniamo al discorso di prima: dipende sempre dai rapporti di forza in campo e la Grecia è rimasta isolata durante le trattative.
Alla fine, a sinistra, si farà una lista unitaria transnazionale? E Podemos con chi starà?
È difficile dare una risposta al momento. Più che la polemica tra sovranisti ed europeisti, mi interessa costruire un’alleanza popolare e con soggetti capaci di avere ambizioni nazionali ed europee.
Dalla Spagna, come giudica il governo Lega/M5S?
Sono preoccupato perché ci sembra abbia vinto la narrazione salviniana di guerra tra poveri. Basta vedere la campagna sui porti chiusi. Comunque la la sinistra italiana mi sembra abbia gravi responsabilità perché non è riuscita ad intercettare, e a rappresentare, l’indignazione popolare che stava montando nel Paese. A quella rabbia sociale si poteva dare una risposta progressista e di reale cambiamento, invece – essendoci un vuoto politico – ha assunto le sembianze più reazionarie e xenofobe ben incarnate dal governo Lega/M5S.
A parte l’Italia, un po’ ovunque si stanno affermando forze xenofobe e di destra. Come si contrasta questa internazionale nera?
Le destre nazionaliste fanno leva sulle paure, sull’insicurezza della gente. Il discorso che fanno contro l’arrivo dei migranti è immediato, facile da comprendere per chiunque. La sinistra, invece, nel dire anche giustamente “accogliamo chi fugge da guerre e carestie” non riesce a costruire una narrazione ugualmente efficace e fruibile per un cittadino in stato di crisi economica o che fatica ad arrivare a fine mese. Quella della sinistra è una posizione più di testa, meno di pancia, ma gli esseri umani pensano con il corpo. E le destre xenofobe europee parlano proprio alle viscere dei cittadini. Ci vorrà tempo per uscire da questa situazione, è necessaria una battaglia culturale. La menzogna non si combatte con la verità ma si combatte costruendo immaginari più forti di quello attuale. Il peso dell’immigrazione in Italia è molto più basso di quanto viene percepito dalla popolazione: la verità assoluta non sempre corrisponde con la verità percepita.
Torniamo in Spagna. Qual è il rapporto tra Podemos e Ada Colau?
Ottimo, è una speranza per il futuro. A Barcellona sta governando molto bene e l’obiettivo è rinconfermarsi alle prossime amministrative del 2019.
Tra Podemos e Colau c’è una sana concorrenza?
Piuttosto parlerei di una cooperazione virtuosa.
A capo di Podemos resta Pablo Iglesias?
È ciò che abbiamo deciso nell’ultimo congresso di Vistalegre II: non sono previsti cambi né nuove nomine. Ci attende una fase in cui dobbiamo essere virtuosi, se non ci vogliamo appellare alla mera fortuna.
Fonte
01/06/2018
Madrid, la corruzione affonda Rajoy e riporta a galla i socialisti
Gli scandali per corruzione che hanno coinvolto numerosi pezzi da novanta del Partito Popolare sono costati molto cari al presidente del governo di destra di Madrid, Mariano Rajoy, che oggi ha dovuto dire addio al proprio incarico.
Stamattina, infatti, la maggioranza dei componenti delle Cortes – 180 voti a favore, 169 contrari e un’astensione – hanno detto sì alla mozione di sfiducia presentata dal Partito Socialista Operaio Spagnolo, il cui leader Pedro Sánchez è diventato il nuovo primo ministro.
L’esito della votazione era abbastanza scontato dopo che il Partito Nazionalista Basco – formazione autonomista che rappresenta storicamente gli interessi della borghesia di Bilbao – aveva deciso di appoggiare la mociòn de censura, avendo ottenuto dai socialisti l’impegno ad approvare la stessa legge di bilancio varata dal PP dopo mesi di stallo, contenente un piccolo aumento delle pensioni e un relativamente consistente stanziamento per la Comunità Autonoma Basca a favore dei quali i dirigenti del PNV si erano battuti.
Alla fine per disarcionare Mariano Rajoy ai voti del Psoe e del Pnv si sono uniti quelli delle sinistre di Unidos Podemos e delle cosiddette confluencias – le formazioni regionali alleate di Iglesias – quelli dei deputati catalani di Erc e PDeCat e quelli della sinistra nazionalista basca di Bildu.
In base alla legislazione spagnola, il leader del partito che ha ottenuto un sostegno maggioritario alla propria mozione di sfiducia diventa il capo del nuovo governo. Nei prossimi giorni Pedro Sánchez annuncerà la lista dei ministri di un esecutivo che, secondo le sue intenzioni, dovrebbe durare qualche mese per traghettare il paese verso nuove elezioni. Elezioni che potrebbero sì sancire forse un recupero elettorale del Psoe – che negli scorsi anni, nonostante la crisi del PP, è stato fortemente ridimensionato – ma soprattutto uno storico sorpasso della nuova destra di Ciudadanos nei confronti della vecchia casa madre popolare. Nelle ultime settimane tutti i sondaggi danno il partito di Albert Rivera – formazione a torto definita moderata e liberale da commentatori alquanto distratti – in forte crescita, e la condanna nel processo Gürtel di alcuni dei dirigenti popolari potrebbe ulteriormente favorire un partito che negli ultimi anni, pur sostenendo il governo Rajoy, ha accentuato il suo messaggio nazionalista e sciovinista anche in seguito della crisi catalana dei mesi scorsi.
Il segretario socialista dovrà sciogliere il nodo del carattere del suo governo; governerà da solo con un monocolore e sulla base di un programma già stabilito – in quel caso le ex opposizioni di sinistra dovranno votare una cambiale in bianco semplicemente per tenere il PP e Ciudadanos lontani dal potere – oppure acconsentirà a negoziare un accordo di governo almeno con la formazione di Pablo Iglesias?
I deputati di Ciudadanos, che hanno sostenuto l’esecutivo Rajoy fino alla sentenza del caso Gürtel, hanno votato contro la mozione di sfiducia pur affermando la volontà di porre fine all’esperienza di governo coi popolari, terremotata dalla corruzione che la formazione di Rivera afferma di contrastare. Ciudadanos chiedeva però a Rajoy dimissioni immediate, in maniera da evitare la sfiducia e convocare elezioni anticipate che portassero alla prevista vittoria del catalano unionista Albert Rivera.
Una vittoria che, soprattutto se Sánchez governerà sulla base di un programma comune concordato con Podemos e i nazionalisti baschi e catalani – il Psoe viene già accusato dagli ultranazionalisti spagnoli di “tradimento della patria” e di inciucio con i “radicali” e i “secessionisti” – potrebbe essere ancora più massiccio al termine della parentesi socialista.
Ciudadanos potrebbe infatti condurre nei prossimi mesi una aggressiva campagna popolare sia contro “i corrotti del PP” sia contro i “traditori’ del Psoe”, candidandosi a fare il pieno dei voti in fuga dalle due formazioni storiche all’interno di un avvitamento autoritario e nazionalista dell’opinione pubblica iberica.
Un clima che si conferma con la pesante condanna inflitta oggi contro otto tra ragazzi e ragazze basche arrestati nell’ottobre del 2016 perché accusati di aver partecipato ad una rissa con due agenti fuori servizio della Guardia Civil in un bar della località navarra di Altsasu. La rissa è stata trasformata dall’Audiencia Nacional in una aggressione premeditata contro i due militari maturata all’interno degli ambienti più radicali della sinistra indipendentista basca. I giovani imputati sono stati condannati a pene detentive tra i 2 e i 13 anni di carcere – per sette i giudici hanno dettato sentenze superiori ai nove anni di reclusione – per i reati di “attentato all’autorità”, “lesioni”, “disordini pubblici” e “minacce”. L’accusa chiedeva pene ancora più pesanti ma la corte ha alla fine respinto le accuse di terrorismo che pendevano sul gruppo di giovani di Altsasu sui quali è piombata comunque una sentenza di natura tutta politica.
Il portavoce del Partito Popolare, Rafael Hernando, ha accusato oggi in aula il leader socialista di essere arrivato a guidare il governo grazie “agli amici di Maduro, a quelli che vogliono rompere la Spagna e agli amici dell’ETA”; al contrario i deputati di Unidos Podemos hanno accolto i risultati della votazione di stamattina al grido di “Si se puede” – Sì, si può – tradizionale slogan della formazione.
Ma chi spera che l’avvento dei socialisti al governo a Madrid porti ad una rottura con le politiche di Rajoy farebbe bene a moderare le proprie aspettative. I socialisti – che si accordino o meno con Podemos poco cambierà – hanno annunciato che governeranno per pochi mesi allo scopo di riportare il paese in carreggiata, nel solco della continuità e dei dettami dell’Unione Europea, garantendo la “stabilità di bilancio ed economia”, rispettando la tabella di marcia imposta da Bruxelles e il rispetto integrale della Costituzione.
D’altronde il Psoe è un partito di centrosinistra di tradizione liberista e thatcheriana fin dagli anni ’80 e pilastro, insieme al PP, del cosiddetto ‘regime del 78’ nato dall’autoriforma del regime franchista.
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Stamattina, infatti, la maggioranza dei componenti delle Cortes – 180 voti a favore, 169 contrari e un’astensione – hanno detto sì alla mozione di sfiducia presentata dal Partito Socialista Operaio Spagnolo, il cui leader Pedro Sánchez è diventato il nuovo primo ministro.
L’esito della votazione era abbastanza scontato dopo che il Partito Nazionalista Basco – formazione autonomista che rappresenta storicamente gli interessi della borghesia di Bilbao – aveva deciso di appoggiare la mociòn de censura, avendo ottenuto dai socialisti l’impegno ad approvare la stessa legge di bilancio varata dal PP dopo mesi di stallo, contenente un piccolo aumento delle pensioni e un relativamente consistente stanziamento per la Comunità Autonoma Basca a favore dei quali i dirigenti del PNV si erano battuti.
Alla fine per disarcionare Mariano Rajoy ai voti del Psoe e del Pnv si sono uniti quelli delle sinistre di Unidos Podemos e delle cosiddette confluencias – le formazioni regionali alleate di Iglesias – quelli dei deputati catalani di Erc e PDeCat e quelli della sinistra nazionalista basca di Bildu.
In base alla legislazione spagnola, il leader del partito che ha ottenuto un sostegno maggioritario alla propria mozione di sfiducia diventa il capo del nuovo governo. Nei prossimi giorni Pedro Sánchez annuncerà la lista dei ministri di un esecutivo che, secondo le sue intenzioni, dovrebbe durare qualche mese per traghettare il paese verso nuove elezioni. Elezioni che potrebbero sì sancire forse un recupero elettorale del Psoe – che negli scorsi anni, nonostante la crisi del PP, è stato fortemente ridimensionato – ma soprattutto uno storico sorpasso della nuova destra di Ciudadanos nei confronti della vecchia casa madre popolare. Nelle ultime settimane tutti i sondaggi danno il partito di Albert Rivera – formazione a torto definita moderata e liberale da commentatori alquanto distratti – in forte crescita, e la condanna nel processo Gürtel di alcuni dei dirigenti popolari potrebbe ulteriormente favorire un partito che negli ultimi anni, pur sostenendo il governo Rajoy, ha accentuato il suo messaggio nazionalista e sciovinista anche in seguito della crisi catalana dei mesi scorsi.
Il segretario socialista dovrà sciogliere il nodo del carattere del suo governo; governerà da solo con un monocolore e sulla base di un programma già stabilito – in quel caso le ex opposizioni di sinistra dovranno votare una cambiale in bianco semplicemente per tenere il PP e Ciudadanos lontani dal potere – oppure acconsentirà a negoziare un accordo di governo almeno con la formazione di Pablo Iglesias?
I deputati di Ciudadanos, che hanno sostenuto l’esecutivo Rajoy fino alla sentenza del caso Gürtel, hanno votato contro la mozione di sfiducia pur affermando la volontà di porre fine all’esperienza di governo coi popolari, terremotata dalla corruzione che la formazione di Rivera afferma di contrastare. Ciudadanos chiedeva però a Rajoy dimissioni immediate, in maniera da evitare la sfiducia e convocare elezioni anticipate che portassero alla prevista vittoria del catalano unionista Albert Rivera.
Una vittoria che, soprattutto se Sánchez governerà sulla base di un programma comune concordato con Podemos e i nazionalisti baschi e catalani – il Psoe viene già accusato dagli ultranazionalisti spagnoli di “tradimento della patria” e di inciucio con i “radicali” e i “secessionisti” – potrebbe essere ancora più massiccio al termine della parentesi socialista.
Ciudadanos potrebbe infatti condurre nei prossimi mesi una aggressiva campagna popolare sia contro “i corrotti del PP” sia contro i “traditori’ del Psoe”, candidandosi a fare il pieno dei voti in fuga dalle due formazioni storiche all’interno di un avvitamento autoritario e nazionalista dell’opinione pubblica iberica.
Un clima che si conferma con la pesante condanna inflitta oggi contro otto tra ragazzi e ragazze basche arrestati nell’ottobre del 2016 perché accusati di aver partecipato ad una rissa con due agenti fuori servizio della Guardia Civil in un bar della località navarra di Altsasu. La rissa è stata trasformata dall’Audiencia Nacional in una aggressione premeditata contro i due militari maturata all’interno degli ambienti più radicali della sinistra indipendentista basca. I giovani imputati sono stati condannati a pene detentive tra i 2 e i 13 anni di carcere – per sette i giudici hanno dettato sentenze superiori ai nove anni di reclusione – per i reati di “attentato all’autorità”, “lesioni”, “disordini pubblici” e “minacce”. L’accusa chiedeva pene ancora più pesanti ma la corte ha alla fine respinto le accuse di terrorismo che pendevano sul gruppo di giovani di Altsasu sui quali è piombata comunque una sentenza di natura tutta politica.
Il portavoce del Partito Popolare, Rafael Hernando, ha accusato oggi in aula il leader socialista di essere arrivato a guidare il governo grazie “agli amici di Maduro, a quelli che vogliono rompere la Spagna e agli amici dell’ETA”; al contrario i deputati di Unidos Podemos hanno accolto i risultati della votazione di stamattina al grido di “Si se puede” – Sì, si può – tradizionale slogan della formazione.
Ma chi spera che l’avvento dei socialisti al governo a Madrid porti ad una rottura con le politiche di Rajoy farebbe bene a moderare le proprie aspettative. I socialisti – che si accordino o meno con Podemos poco cambierà – hanno annunciato che governeranno per pochi mesi allo scopo di riportare il paese in carreggiata, nel solco della continuità e dei dettami dell’Unione Europea, garantendo la “stabilità di bilancio ed economia”, rispettando la tabella di marcia imposta da Bruxelles e il rispetto integrale della Costituzione.
D’altronde il Psoe è un partito di centrosinistra di tradizione liberista e thatcheriana fin dagli anni ’80 e pilastro, insieme al PP, del cosiddetto ‘regime del 78’ nato dall’autoriforma del regime franchista.
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