Lunedì 15 marzo, Pablo Iglesias, numero tre del governo e fondatore di Podemos ha annunciato la sua uscita dall’esecutivo, per candidarsi alle elezioni anticipate di quest’anno a Madrid, il 4 maggio.
Le elezioni sono state convocate dopo che la governatrice del Partito Popular, Isabel Diaz Ayuso, ha sciolto l’assemblea regionale madrilena a causa della frattura apertasi tra i Popolari e Ciudadanos, che governavano insieme in 4 delle 17 regioni dello Stato iberico.
Un vero e proprio terremoto politico ha scosso le relazioni tra questi due attori della destra spagnola quando Ciudadanos, dopo un accordo con i socialisti del PSOE, ha promosso una mozione di sfiducia nei confronti dei Popolari con cui governavano, nella regione meridionale di Murcia, per un affare di corruzione.
La leader di Ciudadanos, Inés Arrimadas, ha detto che il cambiamento di direzione del suo partito era dovuto al fatto che non era riuscito a convincere il PP regionale a firmare un accordo per “combattere la corruzione e lo scandalo delle vaccinazioni irregolari”.
Per la cronaca, la mozione non è passata nella Murcia grazie al fatto che, in 48 ore, metà degli eletti nelle fila del partito della Arrimadas (3 in tutto) hanno rifiutato di votarla; una delle tante defezioni dalla formazione che ad un certo punto sembrava aver egemonizzato lo spazio politico alla destra dei socialisti, ma che ora rischia seriamente l’estinzione.
Anche tre membri espulsi dal partito Vox si sono uniti ai popolari per difendere lo storico bastione conservatore, segno che nemmeno l’estrema destra è immune agli smottamenti politici in tempo di crisi.
Due dati su Ciudadanos danno la cifra del suo inesorabile declino.
Nelle recenti elezioni catalane hanno perso 30 dei 36 deputati che avevano conquistato. Erano il partito con più voti e, ai tempi, non hanno trovato il modo di formare una maggioranza, lasciando libera la strada alle formazioni indipendentiste e di fatto aprendo la crisi sul proprio ruolo da svolgere.
Alle elezioni politiche del novembre 2019, il suo numero di parlamentari eletti si era ridotto da 57 a 10, uno dei quali ora è entrato nel “gruppo misto”.
Questa “Podemos di destra” sembra essere giunta al capolinea, mentre i suoi voti saranno probabilmente cannibalizzati dal PP.
Le relazioni ed i rapporti di forza all’interno della geografia politica della destra spagnola stanno velocemente cambiando, ed anche gli equilibri interni degli stessi partiti.
Ciudadanos ed il PP – che ha perso un deputato regionale – sono usciti con le ossa rotte dalle elezioni catalane del 14 febbraio.
Inoltre – rispetto alla strategia dei Popular, in particolare nei confronti di Vox – vi è uno scontro sempre più acceso tra la Ayuso e l’attuale leader del partito, Pablo Casado.
La ex-governatrice della regione di Madrid fa parte di quell’ala che non disdegna i voti dell’estrema destra per governare e vuole lasciarsi, senza rimpianti, il “moderatismo” alle spalle.
Per comprendere la visione del mondo della Ayuso, che vuole usare le elezioni a Madrid come trampolino di lancio per le sue aspirazioni politiche, che vanno oltre il 4 maggio e si proiettano verso le politiche del 2022, bisogna leggersi il tweet “Comunismo o libertà”, da lei postato dopo la notizia della candidatura di Iglesias. Prima era comunque “socialismo o libertà”.
Come ha affermato domenica: “quando qualcuno ti dà del fascista sai che stai facendo bene, che sei dalla parte giusta della storia”. Non male, per una “moderata”.
Sia detto per inciso, il PP fa parte integrante della famiglia politica più importante a Bruxelles, quella democristiana.
Nel 2019, il PP fu il secondo partito più votato a Madrid dopo i socialisti e poté formare un governo con Ciudadanos, grazie all’appoggio della formazione di estrema destra di Santiago Abascal, sorta nel 2013.
Quello attuale è una specie di boomerang considerando che l’ascesa dei neo-franchisti in funzione anti-indipendentista, durante l’“autunno catalano” del 2017, e alla testa del “fronte anti-immigrazione”, si è ritorta contro a chi l’aveva di fatto assecondata, accelerando lo sfarinamento della rappresentanza politica a destra ed imponendo una sua radicalizzazione.
Sia a Madrid che nella Murcia i popolari governano da 26 anni, e se le elezioni nella regione meridionale sono state scongiurate, nella capitale i popolari si giocano il “tutto per tutto”, forti del fatto che i sondaggi sembrano premiarli, anche in virtù delle restrizioni meno pesanti imposte nella regione dalla Ayuso a causa della crisi sanitaria.
Il governo nazionale “di minoranza” presieduto dal PSOE e da Podemos invece sembra navigare sempre più a vista. Il posto di Iglesias è stato ora preso da Yolanda Díaz, titolare del ministero del Lavoro e dell’Economia Sociale, con ha una lunga esperienza di collaborazione con il PSOE maturata in Galizia, dove è stata per tre volte capolista di Esquerda Unida (2005, 2009, 2012), per poi partecipare alle evoluzioni successive della sinistra galiziana. È una fautrice della concertazione “a tre” con le parti sociali.
Iglesias non ha nascosto il desiderio di vederla come capolista di Podemos alle prossime elezioni politiche.
Il governo, si diceva, “naviga a vista in un mare in tempesta”, vista la crisi economica e sociale del Paese, soprattutto dopo che le elezioni catalane del 14 febbraio hanno dato la maggioranza alle tre maggiori formazioni indipendentiste (ERC, JxC e CUP), rendendo impossibile qualsiasi alchimia per un governo con a capo i socialisti, anche se sono il primo partito nella regione.
ERC, JxC e CUP si avviano ora alla formazione di un nuovo esecutivo della Comunità Autonoma, il terzo a maggioranza indipendentista.
La Comunità Autonoma avrà come governatrice la capolista di Junts, Laura Borràs. Si tratta della formazione dell’ex governatore esiliato in Belgio, Carles Puigdemont, a cui è stata da poco tolta dalla Camera Europea l’immunità di euro-deputato, insieme ad altri due politici catalani.
Proprio lunedì, il movimento indipendentista – comprendente le tre formazioni, più PDeCat – ha presentato al parlamento iberico la proposta di amnistia per le circa 3.000 persone condannate o sotto processo per la lotta indipendentista; il PNV, Bildu e Compromis hanno dato il loro sostegno alla proposta.
Il rifiuto di questa ipotesi – che unisce PSOE, PP e Ciudadanos, oltre a Vox, e lo “Stato Profondo” – farebbe mancare qualsiasi presupposto per una soluzione politica alla crisi catalana e riaprirebbe dunque con forza la strada ad una ipotesi più “unilaterale” da parte del governo della Comunità Autonoma.
Tornando alla mossa del leader di Podemos...
La partita giocata da Iglesias ha già conosciuto la sua prima cocente sconfitta, considerato che Más Madrid – la scissione madrilena di Podemos, che alle precedenti elezioni era stata appoggiata dalla ex sindaca della capitale spagnola – ha declinato il suo invito, depotenziando quindi sul nascere l’ipotesi di un “fronte” di sinistra contro la Ayuso.
Il “no” secco alla proposta è arrivato da Mónica García, una delle figure più popolari dell’opposizione a Madrid, dottoressa in prima fila per le lotte contro la privatizzazione della sanità ed ex membro di Podemos, eletta nel 2015 tra le sue fila, seguì Errejón da subito, nel 2019, quando si è allontanato da Podemos, in seguito divenuta una figura di spicco anche grazie alla crisi pandemica.
La campagna elettorale a Madrid, storico bastione dei popolari, è iniziata quindi in un clima di forte polarizzazione, e potrebbe comportare l’ulteriore marginalizzazione politica di Podemos – se non dovesse raggiungere la soglia del 5% necessaria per entrare nell’assemblea regionale – e/o Ciudadanos, finora i due principali attori “populisti” sorti dalla crisi dal bipartitismo spagnolo.
In particolare bisogna ricordare come Unidos-Podemos abbia dilapidato il suo capitale politico, stando ai deludenti risultati elettorali ottenuti dalle sue articolazioni regionali prima nei Paesi Baschi, poi in Galizia e non ultimo in Catalogna.
Stiamo attraversando una fase di ridefinizione del corso politico iberico, che vede comunque il PP ed il PSOE convergere su alcune questioni di fondo, dall’acceso anti-indipendentismo alla difesa a spada tratta dell’istituzione monarchica, nonostante la sua palese corruzione; concordi infine nell’usare i fondi europei, di cui la Spagna è per dimensione la seconda “beneficiaria”, per riconfigurare l’assetto del sistema paese.
Una fase che vede il crepuscolo delle due varianti populiste di destra e di sinistra, entrambi incapaci di realizzare una svolta radicale una volta arrivate alle leve di comando.
È in atto una polarizzazione, di cui la “battaglia per Madrid” è un esempio, frutto della politicizzazione delle contraddizioni sociali e delle storture del “regime del 1978”, cooptato organicamente dall’Unione Europa, ma che si trova a sua volta in una impasse evidente.
Come hanno dimostrato le mobilitazioni per Pablo Hasel, si è aperta una breccia che rompe la pacificazione sociale, ed è destinata ad ampliarsi nella generale incapacità di tenuta del quadro politico, e per la debolezza di quegli attori su cui le élite europee contavano per garantire la governance del pesante processo di ristrutturazione e “riforme” che vorrebbero imporre in Spagna.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/03/2021
14/02/2021
Catalogna - Il voto un punto di svolta per la politica in Spagna
Domenica 14 febbraio si vota nella Comunità Autonoma Catalana.
Un voto, che come abbiamo avuto modo di spiegare ha una valenza nazionale e che darà risposta – attraverso il responso delle urne – ad almeno tre questioni centrali.
La prima è quale sarà l’esito della spregiudicata scommessa politica dei socialisti – perno dell’“esecutivo di minoranza” a livello centrale – fatta allo scopo di affrontare i due anni senza elezioni che ha di fronte con in mano la gestione dei fondi UE, senza l’incognita della questione catalana.
Una sconfitta a Barcellona, avrebbe delle conseguenze pesanti a Madrid, costituendo un effetto boomerang per Pedro Sánchez e soci.
La seconda è la tenuta o meno della “maggioranza” indipendentista – e il peso delle formazioni maggiori che la compongono – e dunque il possibile rilancio dell’iniziativa di de-connessione da Madrid.
La terza, è quale sarà la configurazione della destra “costituzionalista”, e se verrà confermata l’ascesa di Vox a detrimento del PP e di Ciudadanos.
I socialisti del PSC, con l’ex ministro della salute Salvador Illa come capolista, voluto fortemente da Sánchez, si giocano una partita importante ed hanno puntato tutto sull’ipotesi di fare punto a capo rispetto a questi dieci anni politici caratterizzati dal procés, con un programma di rilancio economico della regione supportato dai fondi – in sovvenzioni e prestiti – che verranno elargiti alla Spagna all’interno del Next Generation EU.
Illa, in una recente intervista al The Guardian, rispetto al recente ciclo politico catalano non usa mezzi termini: “dieci anni persi di incrementata divisione” e dice chiaramente che non lavorerà mai per l’indipendenza catalana dal governo perché penso che “feriscono e dividono la Catalogna”.
L’agenda politica dei socialista metterebbe al centro il rafforzamento del sistema sanitario pubblico e il rilancio dell’economia.
Illa, promette di immettere ben 5 miliardi di euro nel sistema sanitario catalano nei prossimi 5 anni, con una riconfigurazione complessiva dei servizi, e la creazione di 140 mila posti di lavoro negli anni a venire.
L’ex ministro della salute vuole portare la regione – che dal 2018 ha ceduto il primo posto per la percentuale di PIL rispetto Madrid – al centro di un piano di sviluppo usando i fondi europei nell’industria automobilistica, nel turismo e nell’ingegneria chimica.
Le tre maggiori formazioni indipendentiste – ERC, JxC e la CUP – hanno recentemente firmato su impulso di Catalans por Independència una dichiarazione congiunta che li impegna a non andare al governo con la branca catalana dei socialisti (PSC), azzerando le illazioni su un possibile approccio più dialogante di ERC con i socialisti anche in ambito catalano. Ipotesi che la stessa formazione aveva negato con forza.
Chi sono i capi-lista delle tre formazioni?
Pere Aragonès per ERC, che ha “retto” fin qui il governo regionale dopo l’estromissione di Torra, a settembre, e l’avvio delle elezioni anticipate; Laura Barràs, che ha vinto le primarie di JxC – filologa catalana ed ex ministra della cultura, fino a correre vittoriosamente nelle elezioni legislative del 2019 – e Dolores Sabater per la CUP, ex sindaca di Badalona, eletta con una coalizione trasversale, in carica fino alla mozione di sfiducia portata avanti dai socialisti ed appoggiata dalla destra (PP e Ciudadanos).
Tutte e tre le formazioni hanno nel proprio programma politico due punti sostanziali: il raggiungimento dell’indipendenza repubblicana come orizzonte strategico e la realizzazione dell’amnistia per le 3.000 persone implicate a diverso modo nelle mobilitazioni dal 2017 ad oggi.
Differiscono invece rispetto all’approccio tenuto nei confronti dell’esecutivo PSOE-Podemos Unidos, al posizionamento rispetto alla UE e alle politiche sociali in genere.
Vediamo i capi-lista delle altre maggiori formazioni.
Nel composito quadro della destra iberica, Vox sembra guidare l’opposizione frontale all’indipendentismo ed è abbastanza certo che possa giungere in quarta posizione nella competizione elettorale, superando il Partido Popular di Casado, che attualmente ha quattro seggi e come capolista Alejandro Fernández.
Ciudadanos, che nelle ultime elezioni aveva conquistato 36 seggi – 11 in più della già importante affermazione del 2015 – senza però riuscire a diventare il perno di un possibile esecutivo, sembra relegato ad un ruolo marginale, e destinato ad un drastico calo. Attraverso il suo candidato Carlos Carrizosa – da sempre figura di spicco della formazione – ha offerto il suo appoggio ad Illa.
Ignacio Garriga, capolista di Vox e transfugo del PP, eletto nelle ultime elezioni legislative spagnole del 2019 nelle fila della formazione di estrema-destra, potrebbe passare alla storia come colui che fa entrare il partito di Santiago Abascal nel Parlament e superare i popolari, che comunque si confermano nuovo perno della mobilitazione reazionaria anti-indipendentista.
Jéssica Albiach è invece la candidata di En Comú Podem. Giornalista e fotografa, era una attivista del movimento M-15, poi candidatasi con Podemos, e dal 2019 coordinatrice insieme alla Colau e Lopéz di Catalunya En Comú.
Sotto lo slogan El Cambio que Catalunya merece, propone un cambiamento nel governo regionale. Ha reiterato la proposta di un governo “tripartito” con i socialisti ed ERC e criticato queste due formazioni per i loro veti incrociati. La formazione è una creazione della sindaca di Barcellona Ada Colau, riconfermata grazie ai voti di Manuel Valls, ed ha un radicamento limitato nella capitale catalana.
En Comú Podem, che sostiene l’attuale esecutivo nazionale, ha conosciuto varie defezioni negli anni, tra cui quella del suo leader Xavier Domènech, in generale per la sua posizione piuttosto timida – per usare un eufemismo – nei confronti della tematica indipendentista. Potrebbe confermare gli otto seggi conquistati precedentemente.
Nel contesto pandemico, la prima grande incognita è la partecipazione elettorale che si è storicamente attestata dentro una forbice che va dal minimo storico nel 1992 (54%) al picco di partecipazione del 79% nelle ultime elezioni.
È chiaro che l’esito delle urne, in una maniera o in un’altra, implicherà un cambio di passo per la politica iberica.
Fonte
Un voto, che come abbiamo avuto modo di spiegare ha una valenza nazionale e che darà risposta – attraverso il responso delle urne – ad almeno tre questioni centrali.
La prima è quale sarà l’esito della spregiudicata scommessa politica dei socialisti – perno dell’“esecutivo di minoranza” a livello centrale – fatta allo scopo di affrontare i due anni senza elezioni che ha di fronte con in mano la gestione dei fondi UE, senza l’incognita della questione catalana.
Una sconfitta a Barcellona, avrebbe delle conseguenze pesanti a Madrid, costituendo un effetto boomerang per Pedro Sánchez e soci.
La seconda è la tenuta o meno della “maggioranza” indipendentista – e il peso delle formazioni maggiori che la compongono – e dunque il possibile rilancio dell’iniziativa di de-connessione da Madrid.
La terza, è quale sarà la configurazione della destra “costituzionalista”, e se verrà confermata l’ascesa di Vox a detrimento del PP e di Ciudadanos.
I socialisti del PSC, con l’ex ministro della salute Salvador Illa come capolista, voluto fortemente da Sánchez, si giocano una partita importante ed hanno puntato tutto sull’ipotesi di fare punto a capo rispetto a questi dieci anni politici caratterizzati dal procés, con un programma di rilancio economico della regione supportato dai fondi – in sovvenzioni e prestiti – che verranno elargiti alla Spagna all’interno del Next Generation EU.
Illa, in una recente intervista al The Guardian, rispetto al recente ciclo politico catalano non usa mezzi termini: “dieci anni persi di incrementata divisione” e dice chiaramente che non lavorerà mai per l’indipendenza catalana dal governo perché penso che “feriscono e dividono la Catalogna”.
L’agenda politica dei socialista metterebbe al centro il rafforzamento del sistema sanitario pubblico e il rilancio dell’economia.
Illa, promette di immettere ben 5 miliardi di euro nel sistema sanitario catalano nei prossimi 5 anni, con una riconfigurazione complessiva dei servizi, e la creazione di 140 mila posti di lavoro negli anni a venire.
L’ex ministro della salute vuole portare la regione – che dal 2018 ha ceduto il primo posto per la percentuale di PIL rispetto Madrid – al centro di un piano di sviluppo usando i fondi europei nell’industria automobilistica, nel turismo e nell’ingegneria chimica.
Le tre maggiori formazioni indipendentiste – ERC, JxC e la CUP – hanno recentemente firmato su impulso di Catalans por Independència una dichiarazione congiunta che li impegna a non andare al governo con la branca catalana dei socialisti (PSC), azzerando le illazioni su un possibile approccio più dialogante di ERC con i socialisti anche in ambito catalano. Ipotesi che la stessa formazione aveva negato con forza.
Chi sono i capi-lista delle tre formazioni?
Pere Aragonès per ERC, che ha “retto” fin qui il governo regionale dopo l’estromissione di Torra, a settembre, e l’avvio delle elezioni anticipate; Laura Barràs, che ha vinto le primarie di JxC – filologa catalana ed ex ministra della cultura, fino a correre vittoriosamente nelle elezioni legislative del 2019 – e Dolores Sabater per la CUP, ex sindaca di Badalona, eletta con una coalizione trasversale, in carica fino alla mozione di sfiducia portata avanti dai socialisti ed appoggiata dalla destra (PP e Ciudadanos).
Tutte e tre le formazioni hanno nel proprio programma politico due punti sostanziali: il raggiungimento dell’indipendenza repubblicana come orizzonte strategico e la realizzazione dell’amnistia per le 3.000 persone implicate a diverso modo nelle mobilitazioni dal 2017 ad oggi.
Differiscono invece rispetto all’approccio tenuto nei confronti dell’esecutivo PSOE-Podemos Unidos, al posizionamento rispetto alla UE e alle politiche sociali in genere.
Vediamo i capi-lista delle altre maggiori formazioni.
Nel composito quadro della destra iberica, Vox sembra guidare l’opposizione frontale all’indipendentismo ed è abbastanza certo che possa giungere in quarta posizione nella competizione elettorale, superando il Partido Popular di Casado, che attualmente ha quattro seggi e come capolista Alejandro Fernández.
Ciudadanos, che nelle ultime elezioni aveva conquistato 36 seggi – 11 in più della già importante affermazione del 2015 – senza però riuscire a diventare il perno di un possibile esecutivo, sembra relegato ad un ruolo marginale, e destinato ad un drastico calo. Attraverso il suo candidato Carlos Carrizosa – da sempre figura di spicco della formazione – ha offerto il suo appoggio ad Illa.
Ignacio Garriga, capolista di Vox e transfugo del PP, eletto nelle ultime elezioni legislative spagnole del 2019 nelle fila della formazione di estrema-destra, potrebbe passare alla storia come colui che fa entrare il partito di Santiago Abascal nel Parlament e superare i popolari, che comunque si confermano nuovo perno della mobilitazione reazionaria anti-indipendentista.
Jéssica Albiach è invece la candidata di En Comú Podem. Giornalista e fotografa, era una attivista del movimento M-15, poi candidatasi con Podemos, e dal 2019 coordinatrice insieme alla Colau e Lopéz di Catalunya En Comú.
Sotto lo slogan El Cambio que Catalunya merece, propone un cambiamento nel governo regionale. Ha reiterato la proposta di un governo “tripartito” con i socialisti ed ERC e criticato queste due formazioni per i loro veti incrociati. La formazione è una creazione della sindaca di Barcellona Ada Colau, riconfermata grazie ai voti di Manuel Valls, ed ha un radicamento limitato nella capitale catalana.
En Comú Podem, che sostiene l’attuale esecutivo nazionale, ha conosciuto varie defezioni negli anni, tra cui quella del suo leader Xavier Domènech, in generale per la sua posizione piuttosto timida – per usare un eufemismo – nei confronti della tematica indipendentista. Potrebbe confermare gli otto seggi conquistati precedentemente.
Nel contesto pandemico, la prima grande incognita è la partecipazione elettorale che si è storicamente attestata dentro una forbice che va dal minimo storico nel 1992 (54%) al picco di partecipazione del 79% nelle ultime elezioni.
È chiaro che l’esito delle urne, in una maniera o in un’altra, implicherà un cambio di passo per la politica iberica.
Fonte
11/11/2019
Spagna - Resta lo stallo, ma avanza l’estrema destra
Ore 21:20. Con un quarto delle schede scrutinate, il quadro sembra confermare le indicazioni dei sondaggi all’uscita dei seggi. IL Psoe è proiettato verso i 121 seggi, i popolari verso gli 81, mentre i neofascisti di Vox sembrano per ora meno “travolgenti” di quanto previsto (46 seggi, invece che quasi 60). Podemos sembra limitare le perdite, con 32 seggi (sui 34 precedenti), mentre appare buona la prestazione delle forze indipendentiste catalane, con l’Erc a 13, JxCat a 8 e la Cup a 3. I baschi del Pnv viaggiano verso i 7 seggi, mentre Euskal Herria Bildu verso i 5.
Ore 20:30. Non c’è soluzione alla crisi politica spagnola, pare. Le quarte elezioni politiche in appena due anni non avrebbero individuato neanche stavolta una maggioranza parlamentare.
I primi exit poll – da prendere come sempre con le molle – assegnano ai “socialisti” del Psoe una maggioranza relativa che li lascia primo partito, ma con un numero di deputati oscillante (secondo le stime) tra i 114 e i 119 (ne aveva 123).
Al secondo posto restano i “popolari”, ossia la destra ex franchista che nell’arco di oltre 30 anni è voluta apparire “moderata”. L’affossamento dell’ex premier Marano Rajoy le ha fatto bene, pare, visto che recupera credibilità e conquista tra gli 85 e i 90 seggi (ne aveva 66).
Ma si conferma anche la prepotente avanzata dell’ultradestra parafascista di Vox, che dovrebbe avere tra i 55 e i 59 seggi (era a 24).
Tracollano i centristi di Ciudadanos, che dovrebbero mantenere solo 14-15 dei 57 seggi fino ad oggi controllati.
In caduta secca Unidos Podemos, che l’incertezza (“ci alleiamo con i socialisti oppure tiriamo un po’ la corda?”) ha allontanato definitivamente dalle pretese anti-sistema dei tempi in cui aveva raccolto politicamente la domanda di cambiamento degli indignados. Forse avranno tra i 30 e i 34 seggi, invece dei 42 attuali.
I catalani di Esquerra republicana (Erc) dovrebbero avere 13 o 14 parlamentari; quelli di JxCat (Junts per Catalunya) 6 o 7, la sinistra radicale della Cup 3 o 4. I baschi moderati del Pnv 6-7, mentre la sinistra di EH Bildu 3-4. Il CC-Pnc (delle Isole Canarie) 1 o 2.
Stabili gli “altri”, ovvero i partiti che rappresentano le varie nazionalità etnolinguistiche della Spagna.
Se il quadro verrà confermato dallo scrutinio concreto delle schede, la Spagna resta anche stavolta senza maggioranza parlamentare certa. Neanche una di estrema destra (unendo popolari, Ciudadanos e Vox). E da quelle parti, almeno, ancora non conoscono le trasmigrazioni bibliche dei “responsabili” pronti a cambiar casacca, come da noi.
Fonte
05/12/2018
Il boom di Vox: chi è e cosa pensa l'estrema destra spagnola
Le elezioni andaluse certificano come l’onda nera abbia superato anche i
Pirenei con una formazione semi sconosciuta che, a sorpresa, ha
incassato l'11 per cento. I suoi slogan sono gli stessi di Salvini, Le
Pen e Trump: contro gli immigranti, l’Islam, la globalizzazione, il
femminismo, gli omosessuali e l’Europa. Nel Vecchio Continente si salva,
per ora, solo il Portogallo. Vedremo per quanto.
di Steven Forti
Un fulmine a ciel sereno. Un tuono che annuncia una tempesta. Sì, perché il risultato di Vox alle elezioni regionali andaluse di questa domenica segna senza dubbio un cambiamento. Non si tratta del cambiamento tanto sognato da Podemos, dal neo-municipalismo e dalla sinistra spagnola. È il cambiamento annunciato da Trump, Salvini, Bolsonaro, Le Pen e l’immancabile Steve Bannon che, infatti, mesi fa ha stretto rapporti con il partito di estrema destra guidato da Santiago Abascal. La Spagna non è più l’eccezione, insieme al Portogallo, nel Vecchio Continente: gli unici paesi immuni, così si pensava, all’onda nera degli ultimi anni. Gli anticorpi della società spagnola, uscita solo quattro decenni fa dalla dittatura franchista, non hanno funzionato: l’estrema destra, inesistente fino all’altro ieri, mette ora un piede nel paese iberico.
E non si tratta di una cosa passeggera. Tutt’altro. Lo vedremo nell’Election Day di fine maggio, quando in Spagna si voterà, lo stesso giorno, per le Europee, tutti i Comuni e tredici regioni su diciassette. Senza contare la possibilità delle elezioni politiche anticipate vista la debolezza dell’esecutivo guidato da Pedro Sánchez. Insomma, quel che si è visto in Germania con Alternative für Deutschland durante quasi due anni, con un lento ingresso in tutti i Parlamenti regionali della formazione di estrema destra tedesca e poi l’exploit alle politiche del settembre 2017, a Madrid succederà in un sol giorno. Perché su questo non c’è dubbio: Vox prenderà molti voti. E influirà notevolmente sulla politica spagnola. Bisognerà solo capire quanto.
Andalusia: debacle del socialismo, vittoria delle destre
Le elezioni in Andalusia, la più popolosa delle regioni spagnole, erano state convocate alcuni mesi prima del termine della legislatura dal PSOE, che governa ininterrottamente da quasi quarant’anni la regione, con la convinzione di ottenere un buon risultato e mantenersi al potere, sfruttando l’onda lunga dell’arrivo di Sánchez al governo a Madrid. Così non è stato. Con la partecipazione più bassa della storia (58,6%), la debacle del PSOE, guidato dalla presidentessa regionale Susana Díaz, è stata senza se e senza ma: perde oltre 400mila voti, 14 deputati regionali e oltre il 7% dei consensi, fermandosi al 27,9%. Può sembrare un risultato non così negativo comparato con la situazione della socialdemocrazia nel resto dell’Europa, ma si tenga conto che prima del 2012 il PSOE non era mai sceso al di sotto del 40% e nel 2015 aveva ottenuto il 35,3%. Per di più i voti persi dai socialisti non sono andati a sinistra, ossia a Adelante Andalucía, la confluenza formata da Podemos e Izquierda Unida, da sempre molto radicata nella regione. La lista guidata da Teresa Rodríguez perde 280mila voti rispetto a tre anni fa, 3 deputati e più del 5% dei consensi: si ferma solo al 16,2%.
Il Partido Popular (PP) sorride solo a metà: perde oltre 300mila voti, 7 seggi e quasi il 6% dei consensi, ottenendo il 20,8% dei voti. Chi ha vinto davvero sono le altre destre: quella liberal, ma sempre più piegata verso un duro nazionalismo spagnolo, ossia Ciudadanos che duplica i suoi voti (18,3%, +12 seggi) e, soprattutto, Vox che dallo 0,46% del 2015 fa un balzo fino all’11%, eleggendo 12 deputati. 400mila voti. Un’enormità. Con punte di quasi il 17% nella provincia di Almería: nel comune di El Ejido, terra di agricoltura intensiva e alta presenza di immigranti, si converte nella prima forza con quasi il 30% dei voti. Morale della favola: le sinistre perdono la maggioranza assoluta, superate dalle destre, divise e in competizione sì, ma per la prima volta maggioritarie. Non ci sarà un governo di sinistra: è la fine di un’epoca.
Che cosa succederà ora è un’incognita. In primo luogo in Andalusia. Il PP ha già aperto a un dialogo con Vox, Ciudadanos prende tempo: Gui Verhofstadt, leader dei liberali europei del cui gruppo è membro il partito di Albert Rivera, ha avvisato in un tweet il preoccupante risultato di Vox. Potrà Ciudadanos arrivare a un accordo di governo con Vox, i cui voti sono indispensabili? La voglia di scalzare i socialisti dal governo regionale è immensa, ma far entrare l’estrema destra nel governo di una regione tradizionalmente rossa è una questione delicata per chi vuole essere il referente del macronismo in Spagna. L’altra opzione è un patto tra Ciudadanos e i socialisti, che si sono detti disponibili a valutare qualsiasi ipotesi pur di evitare che Vox metta un piede nel governo (o lo condizioni da fuori). In fin dei conti, il partito arancione ha appoggiato nell’ultima legislatura il PSOE. A cambio Ciudadanos potrebbe chiedere la testa di Susana Díaz, oltre alla presidenza della regione. Servirebbe però l’appoggio di Adelante Andalucía, una gatta da pelare per Pablo Iglesias che è subito intervenuto a caldo, dichiarando necessaria una mobilitazione antifascista per frenare l’estrema destra e proteggere la democrazia.
Il fondo della questione è dunque che cosa farà la destra conservatrice e liberal: seguirà il modello austriaco in cui Kurz governa con Strache? O eviterà di aprire le porte all’estrema destra? Dalla risposta che si darà dipenderà anche quel che succederà a Madrid: Pedro Sánchez sarà costretto a convocare elezioni anticipate? L’esecutivo socialista, al governo in minoranza da inizio giugno dopo la vittoriosa mozione di sfiducia contro Mariano Rajoy, è in una situazione difficile e con la spada di Damocle della legge di bilancio. Servono i voti degli indipendentisti catalani che si negano a votare a favore a causa dei processi ai dirigenti indipendentisti in prigione preventiva da oltre un anno (due dei quali nel frattempo hanno iniziato uno sciopero della fame). Tutto è legato a doppio filo. Anche perché la Catalogna è stata, più dell’immigrazione, il tema al centro della campagna elettorale andalusa: tutte le destre hanno caricato contro Sánchez per considerarlo un ostaggio di chi “vuole rompere la Spagna”, in allusione agli indipendentisti. Si annunciano settimane di fuoco.
Le cause del successo di Vox
Il successo di Vox è innegabile. Le sue cause? Senza dubbio tutte quelle che spiegano l’auge dell’estrema destra in Europa: immigrazione e globalizzazione, soprattutto. Gli sbarchi sono aumentati quest’anno, arrivando a quota 50mila, il doppio del 2017. E soprattutto sulle coste andaluse che sono state al centro dei riflettori. L’Andalusia è una regione povera, con una disoccupazione più alta della media (22,9% contro il 15,2% a livello nazionale) e dove la ricchezza della popolazione è calata ancora rispetto agli anni scorsi, per quanto l’economia spagnola viaggi da tre anni sul +3% del Pil. Si aggiunga poi il fatto che il PSOE governa da quasi quarant’anni ed è coinvolto in alcuni importanti scandali di corruzione: i socialisti sono percepiti come la casta, l’elite di governo. E la presidentessa Susana Díaz è poco amata, come Renzi in Italia.
L’indignazione della popolazione è dunque passata dalla sinistra all’estrema destra. Non si è votato Adelante Andalucía: gli enragés hanno scelto in gran misura la scheda elettorale di Vox. Si unisca il tutto all’alta astensione che ha lasciato a casa molti elettori di sinistra, sia socialisti sia di Podemos e Izquierda Unida, mentre il voto radicalizzato (di estrema destra) si è mobilitato. Mancano ancora degli studi per capire da dove proviene il voto a Vox: dai quartieri operai, dagli sconfitti della globalizzazione, dalle aree rurali? O dalle classi medie e benestanti? O è un voto trasversale, visto che Vox ha eletto deputati in tutte le province andaluse? In ogni caso, è indubbio che si sta dando un processo di “lepenizzazione sociale”, come lo ha definito Carlos Marmol.
E non si perda di vista quello che è stato senza dubbio l’elemento centrale: la Catalogna. Nel voto a Vox, ma anche a Ciudadanos, si ha la reazione spagnolista alla rivendicazione indipendentista catalana. Solo gli ingenui potevano pensare che non ci sarebbero state ricadute in questo senso. Soprattutto quando le destre – tutte le destre: il PP, Ciudadanos e ovviamente Vox – hanno fatto dell’unità della Spagna e della lotta all’indipendentismo la loro ragion d’essere, arrivando a tacciare Pedro Sánchez di “golpista” per voler dialogare con l’indipendentismo. Chi semina vento, raccoglie tempesta.
Vox, tra Bannon, Le Pen e Bolsonaro
Nessuno si aspettava che Vox ottenesse 400mila voti. I sondaggi avvertivano di un probabile ingresso dell’estrema destra con uno o due deputati. Alla fine sono stati dodici. Ma Vox non è nata l’altro ieri. Questa domenica ha avuto la sua consacrazione. Il partito è stato fondato a inizio 2014 dal quarantenne Santiago Abascal che fino all’anno precedente era iscritto al PP. Nel partito conservatore ha ricoperto diverse cariche nei Paesi Baschi: è stato consigliere comunale a Llodio per quasi un decennio e deputato regionale per un lustro, fino al 2009. Proveniente da una famiglia di destra – il nonno fu sindaco durante il franchismo, il padre leader regionale di Alianza Popular – Abascal decise di rompere con il PP per i casi di corruzione che stavano colpendo il partito e, soprattutto, per la risposta troppo morbida che, secondo Abascal, Rajoy stava dando all’indipendentismo catalano.
Alle Europee del 2014, quando Podemos superò il milione di voti, Vox ottenne l’1,5% presentando come candidato l’ex europarlamentare del PP Alejo Vidal-Quadras. Pochi mesi prima Abascal aveva pubblicato un libro intitolato sintomaticamente “Non mi arrendo”. Caricava soprattutto contro l’ETA, che lo aveva minacciato negli anni precedenti: per questo, ha dichiarato recentemente, ha sempre con sé una pistola Smith and Wesson per proteggere i suoi figli. Nel 2014 Vox non ottenne deputati, ma si iniziò a parlare del rischio di un partito di estrema destra in Spagna. Negli anni successivi però il partito di Abascal sembrava destinato a scomparire o, al massimo, a convertirsi in un gruppuscolo di estrema destra extraparlamentare: alle comunali del 2015 fu un flop – anche se riuscì a conquistare due piccoli Comuni – e alle politiche del 2015 e alla ripetizione del 2016 si fermò a un misero 0,2%, ottenendo meno di 50mila voti.
Il cambio, inaspettato, è venuto ora. In realtà, gli allarmi erano suonati già lo scorso 7 ottobre quando Vox aveva organizzato un meeting nel Palacio de Vistalegre a Madrid. Si erano contate 9mila persone. Tutto esaurito. Per di più nel luogo simbolo delle sinistre spagnole: prima del PSOE e poi di Podemos, che nell’ultimo congresso del febbraio 2017 non era riuscito a riempire il palazzetto dello sport. Si era iniziato a parlare di Vox, segnalando che si stava radicando in tutta la Spagna: il partito dichiara ora di avere 16mila iscritti. Pur non avendo visibilità mediatica, a parte quella che gli hanno dato le altre formazioni parlando del rischio del suo ingresso nel Parlamento andaluso, Vox è riuscito a convincere molti elettori. Ha operato in parte dal basso organizzando incontri e raccolta firme a favore della sicurezza nei quartieri operai delle grandi città, ma soprattutto ha usato le reti sociali: come Bolsonaro sembra che nelle regionali andaluse i messaggi su Whatsapp siano stati chiave con una campagna intitolata “Sei di Vox e non lo sai”. Si vede la mano di Steve Bannon che da aprile, infatti, dà appoggio al partito di Abascal. Bannon non è l’unico degli alleati internazionali di Vox: Marine Le Pen, a cui Abascal si ispira, si è immediatamente congratulata con Abascal per il risultato elettorale in un tweet.
Il ricettario di Vox è bene o male lo stesso di quello di tutti i partiti di estrema destra esistenti: stop all’immigrazione e deportazione dei migranti; costruzione di un muro a Ceuta e Melilla, le due enclave spagnole in Marocco; proibizione dell’insegnamento dell’Islam nelle scuole; chiusura delle moschee; opposizione all’ingresso della Turchia nell’UE; indurimento del Codice Penale; appoggio alla famiglia e alla vita; opposizione alla legge di uguaglianza di genere e alle misure contro la violenza di genere; condanna della globalizzazione; lotta alle élite corrotte; tagli ai privilegi; lotta alla corruzione; rivendicazione dei valori tradizionali (la caccia e i tori, ad esempio); recupero della sovranità del paese in tutte le politiche, compresa quella estera; forte limitazione dei poteri dell’UE, ecc. Il tutto ricoperto da una spessa cappa di ultranazionalismo spagnolo, che si fonda su un nazionalcattolicesimo autoritario e non si vergogna, ma al contrario rivendica la dittatura franchista, e richiede mano dura contro l’indipendentismo catalano, oltre che difendere che Gibilterra torni ad essere spagnola. Vox chiede la derogazione della legge delle Memoria Storica approvata da Zapatero e che Sánchez sta rafforzando – con l’esumazione del cadavere di Franco dal Valle de los Caídos – e la ricentralizzazione dello stato con la fine delle autonomie regionali e il commissariamento duraturo della Catalogna. Dal punto di vista delle politiche sociali, infine, Vox rappresenta bene la copia spagnola del trumpismo o del salvinismo: meno tasse e favori alle imprese dietro a una retorica che dice di difendere i poveri. “Sono apertamente neoliberisti”, afferma lo storico Diego Díaz: “Vox è José María Aznar che dice quello che realmente pensa”.
Non a caso il lemma di Vox è “España para los españoles”, ossia il Make America Great Again trumpiano tradotto in spagnolo. Una retorica martellante fatta di slogan semplici e con un linguaggio grezzo che sdogana i più bassi impulsi: Abascal ha dichiarato a più riprese che non si vergogna se lo tacciano di razzista, fascista, omofobo e misogino. Non bisogna vergognarsene, dice il leader di Vox. Il capolista alle elezioni andaluse, Francisco Serrano, ex magistrato inabilitato per dieci anni per aver cambiato unilateralmente la sentenza di affidamento di un figlio a genitori separati, parla senza mezzi termini di “jihadismo di genere” e del pericolo del “femminismo radicale”. C’è molto dell’onda nera che ha colpito l’Europa, ma ci sono anche della peculiarità. Secondo Carlos González Villa, esperto di estrema destra a livello europeo, “Vox è un partito chiaramente misogino: più che con i partiti di estrema desta del nord Europa ci sono analogie con quelli dell’Europa dell’Est che rivendicano l’esperienza fascista del passato”. Gli altri nuovi eletti sono totalmente sconosciuti, ma i loro profili sono chiari: Luz Belinda Rodríguez è un ex militare e ex vigilante, Benito Morillo è un ex poliziotto. E Javier Ortega, il segretario generale del partito, è anche lui un ex membro delle forze di élite dell’esercito spagnolo.
La Spagna inizia a virare a destra. La strada per il cambiamento difeso da Podemos e dalle sinistre è tutta in salita. E il governo Sánchez può avere i giorni contati. A maggio avremo la risposta definitiva sul futuro del paese iberico. Prepariamoci.
Fonte
Qualche appunto all'articolo:
1) l'autore mi pare subisca ancora l'influsso nefasto di quella stagione in cui la Spagna veniva dipinta come baluardo del progresso socialista perchè al governo si trovava Zapatero(che si è ben visto cosa ha lasciato dietro di se, ma questo sembra non ricordarlo nessuno);
2) mi pare manchi un minimo di specificità sulla società spagnola nel propria complessa parcellizzazione, che può sembrare un controsenso ma non lo è. In questo senso considerare la Spagna immune all'estrema destra, quando dall'abbraccio di quest'ultima non è mai uscita visto che il Franchismo con il '78 ha giusto cambiato casacca ma non impianto ideologico (basta vedere come hanno continuato a funzionare gli apparati repressivi - polizia e magistratura -) mi sembra molto fuorviante;
3) in riferimento a quanto appena scritto, trovo poco attinente alla realtà considerare Ciudadanos come una forza di opposizone a Vox, quando è diventato ormai palese che le detsre populiste sono la stampella di quelle liberali in particolare per le questioni serie, ovvero quelle economiche;
4) spiace sembrare menagramo, ma in riferimento al PSOE di Sanchez sarebbe più corretto parlare di puntellamento dell'esistente piuttosto che di cambiamento, e con il passare del tempo la cosa sembra calzare sempre più precisamente addosso a Podemos che mostra seria difficoltà ad affrontare le contraddizioni che ha in seno e nella propria linea, la questione catalana ne è un esempio plastico.
di Steven Forti
Un fulmine a ciel sereno. Un tuono che annuncia una tempesta. Sì, perché il risultato di Vox alle elezioni regionali andaluse di questa domenica segna senza dubbio un cambiamento. Non si tratta del cambiamento tanto sognato da Podemos, dal neo-municipalismo e dalla sinistra spagnola. È il cambiamento annunciato da Trump, Salvini, Bolsonaro, Le Pen e l’immancabile Steve Bannon che, infatti, mesi fa ha stretto rapporti con il partito di estrema destra guidato da Santiago Abascal. La Spagna non è più l’eccezione, insieme al Portogallo, nel Vecchio Continente: gli unici paesi immuni, così si pensava, all’onda nera degli ultimi anni. Gli anticorpi della società spagnola, uscita solo quattro decenni fa dalla dittatura franchista, non hanno funzionato: l’estrema destra, inesistente fino all’altro ieri, mette ora un piede nel paese iberico.
E non si tratta di una cosa passeggera. Tutt’altro. Lo vedremo nell’Election Day di fine maggio, quando in Spagna si voterà, lo stesso giorno, per le Europee, tutti i Comuni e tredici regioni su diciassette. Senza contare la possibilità delle elezioni politiche anticipate vista la debolezza dell’esecutivo guidato da Pedro Sánchez. Insomma, quel che si è visto in Germania con Alternative für Deutschland durante quasi due anni, con un lento ingresso in tutti i Parlamenti regionali della formazione di estrema destra tedesca e poi l’exploit alle politiche del settembre 2017, a Madrid succederà in un sol giorno. Perché su questo non c’è dubbio: Vox prenderà molti voti. E influirà notevolmente sulla politica spagnola. Bisognerà solo capire quanto.
Andalusia: debacle del socialismo, vittoria delle destre
Le elezioni in Andalusia, la più popolosa delle regioni spagnole, erano state convocate alcuni mesi prima del termine della legislatura dal PSOE, che governa ininterrottamente da quasi quarant’anni la regione, con la convinzione di ottenere un buon risultato e mantenersi al potere, sfruttando l’onda lunga dell’arrivo di Sánchez al governo a Madrid. Così non è stato. Con la partecipazione più bassa della storia (58,6%), la debacle del PSOE, guidato dalla presidentessa regionale Susana Díaz, è stata senza se e senza ma: perde oltre 400mila voti, 14 deputati regionali e oltre il 7% dei consensi, fermandosi al 27,9%. Può sembrare un risultato non così negativo comparato con la situazione della socialdemocrazia nel resto dell’Europa, ma si tenga conto che prima del 2012 il PSOE non era mai sceso al di sotto del 40% e nel 2015 aveva ottenuto il 35,3%. Per di più i voti persi dai socialisti non sono andati a sinistra, ossia a Adelante Andalucía, la confluenza formata da Podemos e Izquierda Unida, da sempre molto radicata nella regione. La lista guidata da Teresa Rodríguez perde 280mila voti rispetto a tre anni fa, 3 deputati e più del 5% dei consensi: si ferma solo al 16,2%.
Il Partido Popular (PP) sorride solo a metà: perde oltre 300mila voti, 7 seggi e quasi il 6% dei consensi, ottenendo il 20,8% dei voti. Chi ha vinto davvero sono le altre destre: quella liberal, ma sempre più piegata verso un duro nazionalismo spagnolo, ossia Ciudadanos che duplica i suoi voti (18,3%, +12 seggi) e, soprattutto, Vox che dallo 0,46% del 2015 fa un balzo fino all’11%, eleggendo 12 deputati. 400mila voti. Un’enormità. Con punte di quasi il 17% nella provincia di Almería: nel comune di El Ejido, terra di agricoltura intensiva e alta presenza di immigranti, si converte nella prima forza con quasi il 30% dei voti. Morale della favola: le sinistre perdono la maggioranza assoluta, superate dalle destre, divise e in competizione sì, ma per la prima volta maggioritarie. Non ci sarà un governo di sinistra: è la fine di un’epoca.
Che cosa succederà ora è un’incognita. In primo luogo in Andalusia. Il PP ha già aperto a un dialogo con Vox, Ciudadanos prende tempo: Gui Verhofstadt, leader dei liberali europei del cui gruppo è membro il partito di Albert Rivera, ha avvisato in un tweet il preoccupante risultato di Vox. Potrà Ciudadanos arrivare a un accordo di governo con Vox, i cui voti sono indispensabili? La voglia di scalzare i socialisti dal governo regionale è immensa, ma far entrare l’estrema destra nel governo di una regione tradizionalmente rossa è una questione delicata per chi vuole essere il referente del macronismo in Spagna. L’altra opzione è un patto tra Ciudadanos e i socialisti, che si sono detti disponibili a valutare qualsiasi ipotesi pur di evitare che Vox metta un piede nel governo (o lo condizioni da fuori). In fin dei conti, il partito arancione ha appoggiato nell’ultima legislatura il PSOE. A cambio Ciudadanos potrebbe chiedere la testa di Susana Díaz, oltre alla presidenza della regione. Servirebbe però l’appoggio di Adelante Andalucía, una gatta da pelare per Pablo Iglesias che è subito intervenuto a caldo, dichiarando necessaria una mobilitazione antifascista per frenare l’estrema destra e proteggere la democrazia.
Il fondo della questione è dunque che cosa farà la destra conservatrice e liberal: seguirà il modello austriaco in cui Kurz governa con Strache? O eviterà di aprire le porte all’estrema destra? Dalla risposta che si darà dipenderà anche quel che succederà a Madrid: Pedro Sánchez sarà costretto a convocare elezioni anticipate? L’esecutivo socialista, al governo in minoranza da inizio giugno dopo la vittoriosa mozione di sfiducia contro Mariano Rajoy, è in una situazione difficile e con la spada di Damocle della legge di bilancio. Servono i voti degli indipendentisti catalani che si negano a votare a favore a causa dei processi ai dirigenti indipendentisti in prigione preventiva da oltre un anno (due dei quali nel frattempo hanno iniziato uno sciopero della fame). Tutto è legato a doppio filo. Anche perché la Catalogna è stata, più dell’immigrazione, il tema al centro della campagna elettorale andalusa: tutte le destre hanno caricato contro Sánchez per considerarlo un ostaggio di chi “vuole rompere la Spagna”, in allusione agli indipendentisti. Si annunciano settimane di fuoco.
Le cause del successo di Vox
Il successo di Vox è innegabile. Le sue cause? Senza dubbio tutte quelle che spiegano l’auge dell’estrema destra in Europa: immigrazione e globalizzazione, soprattutto. Gli sbarchi sono aumentati quest’anno, arrivando a quota 50mila, il doppio del 2017. E soprattutto sulle coste andaluse che sono state al centro dei riflettori. L’Andalusia è una regione povera, con una disoccupazione più alta della media (22,9% contro il 15,2% a livello nazionale) e dove la ricchezza della popolazione è calata ancora rispetto agli anni scorsi, per quanto l’economia spagnola viaggi da tre anni sul +3% del Pil. Si aggiunga poi il fatto che il PSOE governa da quasi quarant’anni ed è coinvolto in alcuni importanti scandali di corruzione: i socialisti sono percepiti come la casta, l’elite di governo. E la presidentessa Susana Díaz è poco amata, come Renzi in Italia.
L’indignazione della popolazione è dunque passata dalla sinistra all’estrema destra. Non si è votato Adelante Andalucía: gli enragés hanno scelto in gran misura la scheda elettorale di Vox. Si unisca il tutto all’alta astensione che ha lasciato a casa molti elettori di sinistra, sia socialisti sia di Podemos e Izquierda Unida, mentre il voto radicalizzato (di estrema destra) si è mobilitato. Mancano ancora degli studi per capire da dove proviene il voto a Vox: dai quartieri operai, dagli sconfitti della globalizzazione, dalle aree rurali? O dalle classi medie e benestanti? O è un voto trasversale, visto che Vox ha eletto deputati in tutte le province andaluse? In ogni caso, è indubbio che si sta dando un processo di “lepenizzazione sociale”, come lo ha definito Carlos Marmol.
E non si perda di vista quello che è stato senza dubbio l’elemento centrale: la Catalogna. Nel voto a Vox, ma anche a Ciudadanos, si ha la reazione spagnolista alla rivendicazione indipendentista catalana. Solo gli ingenui potevano pensare che non ci sarebbero state ricadute in questo senso. Soprattutto quando le destre – tutte le destre: il PP, Ciudadanos e ovviamente Vox – hanno fatto dell’unità della Spagna e della lotta all’indipendentismo la loro ragion d’essere, arrivando a tacciare Pedro Sánchez di “golpista” per voler dialogare con l’indipendentismo. Chi semina vento, raccoglie tempesta.
Vox, tra Bannon, Le Pen e Bolsonaro
Nessuno si aspettava che Vox ottenesse 400mila voti. I sondaggi avvertivano di un probabile ingresso dell’estrema destra con uno o due deputati. Alla fine sono stati dodici. Ma Vox non è nata l’altro ieri. Questa domenica ha avuto la sua consacrazione. Il partito è stato fondato a inizio 2014 dal quarantenne Santiago Abascal che fino all’anno precedente era iscritto al PP. Nel partito conservatore ha ricoperto diverse cariche nei Paesi Baschi: è stato consigliere comunale a Llodio per quasi un decennio e deputato regionale per un lustro, fino al 2009. Proveniente da una famiglia di destra – il nonno fu sindaco durante il franchismo, il padre leader regionale di Alianza Popular – Abascal decise di rompere con il PP per i casi di corruzione che stavano colpendo il partito e, soprattutto, per la risposta troppo morbida che, secondo Abascal, Rajoy stava dando all’indipendentismo catalano.
Alle Europee del 2014, quando Podemos superò il milione di voti, Vox ottenne l’1,5% presentando come candidato l’ex europarlamentare del PP Alejo Vidal-Quadras. Pochi mesi prima Abascal aveva pubblicato un libro intitolato sintomaticamente “Non mi arrendo”. Caricava soprattutto contro l’ETA, che lo aveva minacciato negli anni precedenti: per questo, ha dichiarato recentemente, ha sempre con sé una pistola Smith and Wesson per proteggere i suoi figli. Nel 2014 Vox non ottenne deputati, ma si iniziò a parlare del rischio di un partito di estrema destra in Spagna. Negli anni successivi però il partito di Abascal sembrava destinato a scomparire o, al massimo, a convertirsi in un gruppuscolo di estrema destra extraparlamentare: alle comunali del 2015 fu un flop – anche se riuscì a conquistare due piccoli Comuni – e alle politiche del 2015 e alla ripetizione del 2016 si fermò a un misero 0,2%, ottenendo meno di 50mila voti.
Il cambio, inaspettato, è venuto ora. In realtà, gli allarmi erano suonati già lo scorso 7 ottobre quando Vox aveva organizzato un meeting nel Palacio de Vistalegre a Madrid. Si erano contate 9mila persone. Tutto esaurito. Per di più nel luogo simbolo delle sinistre spagnole: prima del PSOE e poi di Podemos, che nell’ultimo congresso del febbraio 2017 non era riuscito a riempire il palazzetto dello sport. Si era iniziato a parlare di Vox, segnalando che si stava radicando in tutta la Spagna: il partito dichiara ora di avere 16mila iscritti. Pur non avendo visibilità mediatica, a parte quella che gli hanno dato le altre formazioni parlando del rischio del suo ingresso nel Parlamento andaluso, Vox è riuscito a convincere molti elettori. Ha operato in parte dal basso organizzando incontri e raccolta firme a favore della sicurezza nei quartieri operai delle grandi città, ma soprattutto ha usato le reti sociali: come Bolsonaro sembra che nelle regionali andaluse i messaggi su Whatsapp siano stati chiave con una campagna intitolata “Sei di Vox e non lo sai”. Si vede la mano di Steve Bannon che da aprile, infatti, dà appoggio al partito di Abascal. Bannon non è l’unico degli alleati internazionali di Vox: Marine Le Pen, a cui Abascal si ispira, si è immediatamente congratulata con Abascal per il risultato elettorale in un tweet.
Il ricettario di Vox è bene o male lo stesso di quello di tutti i partiti di estrema destra esistenti: stop all’immigrazione e deportazione dei migranti; costruzione di un muro a Ceuta e Melilla, le due enclave spagnole in Marocco; proibizione dell’insegnamento dell’Islam nelle scuole; chiusura delle moschee; opposizione all’ingresso della Turchia nell’UE; indurimento del Codice Penale; appoggio alla famiglia e alla vita; opposizione alla legge di uguaglianza di genere e alle misure contro la violenza di genere; condanna della globalizzazione; lotta alle élite corrotte; tagli ai privilegi; lotta alla corruzione; rivendicazione dei valori tradizionali (la caccia e i tori, ad esempio); recupero della sovranità del paese in tutte le politiche, compresa quella estera; forte limitazione dei poteri dell’UE, ecc. Il tutto ricoperto da una spessa cappa di ultranazionalismo spagnolo, che si fonda su un nazionalcattolicesimo autoritario e non si vergogna, ma al contrario rivendica la dittatura franchista, e richiede mano dura contro l’indipendentismo catalano, oltre che difendere che Gibilterra torni ad essere spagnola. Vox chiede la derogazione della legge delle Memoria Storica approvata da Zapatero e che Sánchez sta rafforzando – con l’esumazione del cadavere di Franco dal Valle de los Caídos – e la ricentralizzazione dello stato con la fine delle autonomie regionali e il commissariamento duraturo della Catalogna. Dal punto di vista delle politiche sociali, infine, Vox rappresenta bene la copia spagnola del trumpismo o del salvinismo: meno tasse e favori alle imprese dietro a una retorica che dice di difendere i poveri. “Sono apertamente neoliberisti”, afferma lo storico Diego Díaz: “Vox è José María Aznar che dice quello che realmente pensa”.
Non a caso il lemma di Vox è “España para los españoles”, ossia il Make America Great Again trumpiano tradotto in spagnolo. Una retorica martellante fatta di slogan semplici e con un linguaggio grezzo che sdogana i più bassi impulsi: Abascal ha dichiarato a più riprese che non si vergogna se lo tacciano di razzista, fascista, omofobo e misogino. Non bisogna vergognarsene, dice il leader di Vox. Il capolista alle elezioni andaluse, Francisco Serrano, ex magistrato inabilitato per dieci anni per aver cambiato unilateralmente la sentenza di affidamento di un figlio a genitori separati, parla senza mezzi termini di “jihadismo di genere” e del pericolo del “femminismo radicale”. C’è molto dell’onda nera che ha colpito l’Europa, ma ci sono anche della peculiarità. Secondo Carlos González Villa, esperto di estrema destra a livello europeo, “Vox è un partito chiaramente misogino: più che con i partiti di estrema desta del nord Europa ci sono analogie con quelli dell’Europa dell’Est che rivendicano l’esperienza fascista del passato”. Gli altri nuovi eletti sono totalmente sconosciuti, ma i loro profili sono chiari: Luz Belinda Rodríguez è un ex militare e ex vigilante, Benito Morillo è un ex poliziotto. E Javier Ortega, il segretario generale del partito, è anche lui un ex membro delle forze di élite dell’esercito spagnolo.
La Spagna inizia a virare a destra. La strada per il cambiamento difeso da Podemos e dalle sinistre è tutta in salita. E il governo Sánchez può avere i giorni contati. A maggio avremo la risposta definitiva sul futuro del paese iberico. Prepariamoci.
Fonte
Qualche appunto all'articolo:
1) l'autore mi pare subisca ancora l'influsso nefasto di quella stagione in cui la Spagna veniva dipinta come baluardo del progresso socialista perchè al governo si trovava Zapatero(che si è ben visto cosa ha lasciato dietro di se, ma questo sembra non ricordarlo nessuno);
2) mi pare manchi un minimo di specificità sulla società spagnola nel propria complessa parcellizzazione, che può sembrare un controsenso ma non lo è. In questo senso considerare la Spagna immune all'estrema destra, quando dall'abbraccio di quest'ultima non è mai uscita visto che il Franchismo con il '78 ha giusto cambiato casacca ma non impianto ideologico (basta vedere come hanno continuato a funzionare gli apparati repressivi - polizia e magistratura -) mi sembra molto fuorviante;
3) in riferimento a quanto appena scritto, trovo poco attinente alla realtà considerare Ciudadanos come una forza di opposizone a Vox, quando è diventato ormai palese che le detsre populiste sono la stampella di quelle liberali in particolare per le questioni serie, ovvero quelle economiche;
4) spiace sembrare menagramo, ma in riferimento al PSOE di Sanchez sarebbe più corretto parlare di puntellamento dell'esistente piuttosto che di cambiamento, e con il passare del tempo la cosa sembra calzare sempre più precisamente addosso a Podemos che mostra seria difficoltà ad affrontare le contraddizioni che ha in seno e nella propria linea, la questione catalana ne è un esempio plastico.
01/06/2018
Madrid, la corruzione affonda Rajoy e riporta a galla i socialisti
Gli scandali per corruzione che hanno coinvolto numerosi pezzi da novanta del Partito Popolare sono costati molto cari al presidente del governo di destra di Madrid, Mariano Rajoy, che oggi ha dovuto dire addio al proprio incarico.
Stamattina, infatti, la maggioranza dei componenti delle Cortes – 180 voti a favore, 169 contrari e un’astensione – hanno detto sì alla mozione di sfiducia presentata dal Partito Socialista Operaio Spagnolo, il cui leader Pedro Sánchez è diventato il nuovo primo ministro.
L’esito della votazione era abbastanza scontato dopo che il Partito Nazionalista Basco – formazione autonomista che rappresenta storicamente gli interessi della borghesia di Bilbao – aveva deciso di appoggiare la mociòn de censura, avendo ottenuto dai socialisti l’impegno ad approvare la stessa legge di bilancio varata dal PP dopo mesi di stallo, contenente un piccolo aumento delle pensioni e un relativamente consistente stanziamento per la Comunità Autonoma Basca a favore dei quali i dirigenti del PNV si erano battuti.
Alla fine per disarcionare Mariano Rajoy ai voti del Psoe e del Pnv si sono uniti quelli delle sinistre di Unidos Podemos e delle cosiddette confluencias – le formazioni regionali alleate di Iglesias – quelli dei deputati catalani di Erc e PDeCat e quelli della sinistra nazionalista basca di Bildu.
In base alla legislazione spagnola, il leader del partito che ha ottenuto un sostegno maggioritario alla propria mozione di sfiducia diventa il capo del nuovo governo. Nei prossimi giorni Pedro Sánchez annuncerà la lista dei ministri di un esecutivo che, secondo le sue intenzioni, dovrebbe durare qualche mese per traghettare il paese verso nuove elezioni. Elezioni che potrebbero sì sancire forse un recupero elettorale del Psoe – che negli scorsi anni, nonostante la crisi del PP, è stato fortemente ridimensionato – ma soprattutto uno storico sorpasso della nuova destra di Ciudadanos nei confronti della vecchia casa madre popolare. Nelle ultime settimane tutti i sondaggi danno il partito di Albert Rivera – formazione a torto definita moderata e liberale da commentatori alquanto distratti – in forte crescita, e la condanna nel processo Gürtel di alcuni dei dirigenti popolari potrebbe ulteriormente favorire un partito che negli ultimi anni, pur sostenendo il governo Rajoy, ha accentuato il suo messaggio nazionalista e sciovinista anche in seguito della crisi catalana dei mesi scorsi.
Il segretario socialista dovrà sciogliere il nodo del carattere del suo governo; governerà da solo con un monocolore e sulla base di un programma già stabilito – in quel caso le ex opposizioni di sinistra dovranno votare una cambiale in bianco semplicemente per tenere il PP e Ciudadanos lontani dal potere – oppure acconsentirà a negoziare un accordo di governo almeno con la formazione di Pablo Iglesias?
I deputati di Ciudadanos, che hanno sostenuto l’esecutivo Rajoy fino alla sentenza del caso Gürtel, hanno votato contro la mozione di sfiducia pur affermando la volontà di porre fine all’esperienza di governo coi popolari, terremotata dalla corruzione che la formazione di Rivera afferma di contrastare. Ciudadanos chiedeva però a Rajoy dimissioni immediate, in maniera da evitare la sfiducia e convocare elezioni anticipate che portassero alla prevista vittoria del catalano unionista Albert Rivera.
Una vittoria che, soprattutto se Sánchez governerà sulla base di un programma comune concordato con Podemos e i nazionalisti baschi e catalani – il Psoe viene già accusato dagli ultranazionalisti spagnoli di “tradimento della patria” e di inciucio con i “radicali” e i “secessionisti” – potrebbe essere ancora più massiccio al termine della parentesi socialista.
Ciudadanos potrebbe infatti condurre nei prossimi mesi una aggressiva campagna popolare sia contro “i corrotti del PP” sia contro i “traditori’ del Psoe”, candidandosi a fare il pieno dei voti in fuga dalle due formazioni storiche all’interno di un avvitamento autoritario e nazionalista dell’opinione pubblica iberica.
Un clima che si conferma con la pesante condanna inflitta oggi contro otto tra ragazzi e ragazze basche arrestati nell’ottobre del 2016 perché accusati di aver partecipato ad una rissa con due agenti fuori servizio della Guardia Civil in un bar della località navarra di Altsasu. La rissa è stata trasformata dall’Audiencia Nacional in una aggressione premeditata contro i due militari maturata all’interno degli ambienti più radicali della sinistra indipendentista basca. I giovani imputati sono stati condannati a pene detentive tra i 2 e i 13 anni di carcere – per sette i giudici hanno dettato sentenze superiori ai nove anni di reclusione – per i reati di “attentato all’autorità”, “lesioni”, “disordini pubblici” e “minacce”. L’accusa chiedeva pene ancora più pesanti ma la corte ha alla fine respinto le accuse di terrorismo che pendevano sul gruppo di giovani di Altsasu sui quali è piombata comunque una sentenza di natura tutta politica.
Il portavoce del Partito Popolare, Rafael Hernando, ha accusato oggi in aula il leader socialista di essere arrivato a guidare il governo grazie “agli amici di Maduro, a quelli che vogliono rompere la Spagna e agli amici dell’ETA”; al contrario i deputati di Unidos Podemos hanno accolto i risultati della votazione di stamattina al grido di “Si se puede” – Sì, si può – tradizionale slogan della formazione.
Ma chi spera che l’avvento dei socialisti al governo a Madrid porti ad una rottura con le politiche di Rajoy farebbe bene a moderare le proprie aspettative. I socialisti – che si accordino o meno con Podemos poco cambierà – hanno annunciato che governeranno per pochi mesi allo scopo di riportare il paese in carreggiata, nel solco della continuità e dei dettami dell’Unione Europea, garantendo la “stabilità di bilancio ed economia”, rispettando la tabella di marcia imposta da Bruxelles e il rispetto integrale della Costituzione.
D’altronde il Psoe è un partito di centrosinistra di tradizione liberista e thatcheriana fin dagli anni ’80 e pilastro, insieme al PP, del cosiddetto ‘regime del 78’ nato dall’autoriforma del regime franchista.
Fonte
Stamattina, infatti, la maggioranza dei componenti delle Cortes – 180 voti a favore, 169 contrari e un’astensione – hanno detto sì alla mozione di sfiducia presentata dal Partito Socialista Operaio Spagnolo, il cui leader Pedro Sánchez è diventato il nuovo primo ministro.
L’esito della votazione era abbastanza scontato dopo che il Partito Nazionalista Basco – formazione autonomista che rappresenta storicamente gli interessi della borghesia di Bilbao – aveva deciso di appoggiare la mociòn de censura, avendo ottenuto dai socialisti l’impegno ad approvare la stessa legge di bilancio varata dal PP dopo mesi di stallo, contenente un piccolo aumento delle pensioni e un relativamente consistente stanziamento per la Comunità Autonoma Basca a favore dei quali i dirigenti del PNV si erano battuti.
Alla fine per disarcionare Mariano Rajoy ai voti del Psoe e del Pnv si sono uniti quelli delle sinistre di Unidos Podemos e delle cosiddette confluencias – le formazioni regionali alleate di Iglesias – quelli dei deputati catalani di Erc e PDeCat e quelli della sinistra nazionalista basca di Bildu.
In base alla legislazione spagnola, il leader del partito che ha ottenuto un sostegno maggioritario alla propria mozione di sfiducia diventa il capo del nuovo governo. Nei prossimi giorni Pedro Sánchez annuncerà la lista dei ministri di un esecutivo che, secondo le sue intenzioni, dovrebbe durare qualche mese per traghettare il paese verso nuove elezioni. Elezioni che potrebbero sì sancire forse un recupero elettorale del Psoe – che negli scorsi anni, nonostante la crisi del PP, è stato fortemente ridimensionato – ma soprattutto uno storico sorpasso della nuova destra di Ciudadanos nei confronti della vecchia casa madre popolare. Nelle ultime settimane tutti i sondaggi danno il partito di Albert Rivera – formazione a torto definita moderata e liberale da commentatori alquanto distratti – in forte crescita, e la condanna nel processo Gürtel di alcuni dei dirigenti popolari potrebbe ulteriormente favorire un partito che negli ultimi anni, pur sostenendo il governo Rajoy, ha accentuato il suo messaggio nazionalista e sciovinista anche in seguito della crisi catalana dei mesi scorsi.
Il segretario socialista dovrà sciogliere il nodo del carattere del suo governo; governerà da solo con un monocolore e sulla base di un programma già stabilito – in quel caso le ex opposizioni di sinistra dovranno votare una cambiale in bianco semplicemente per tenere il PP e Ciudadanos lontani dal potere – oppure acconsentirà a negoziare un accordo di governo almeno con la formazione di Pablo Iglesias?
I deputati di Ciudadanos, che hanno sostenuto l’esecutivo Rajoy fino alla sentenza del caso Gürtel, hanno votato contro la mozione di sfiducia pur affermando la volontà di porre fine all’esperienza di governo coi popolari, terremotata dalla corruzione che la formazione di Rivera afferma di contrastare. Ciudadanos chiedeva però a Rajoy dimissioni immediate, in maniera da evitare la sfiducia e convocare elezioni anticipate che portassero alla prevista vittoria del catalano unionista Albert Rivera.
Una vittoria che, soprattutto se Sánchez governerà sulla base di un programma comune concordato con Podemos e i nazionalisti baschi e catalani – il Psoe viene già accusato dagli ultranazionalisti spagnoli di “tradimento della patria” e di inciucio con i “radicali” e i “secessionisti” – potrebbe essere ancora più massiccio al termine della parentesi socialista.
Ciudadanos potrebbe infatti condurre nei prossimi mesi una aggressiva campagna popolare sia contro “i corrotti del PP” sia contro i “traditori’ del Psoe”, candidandosi a fare il pieno dei voti in fuga dalle due formazioni storiche all’interno di un avvitamento autoritario e nazionalista dell’opinione pubblica iberica.
Un clima che si conferma con la pesante condanna inflitta oggi contro otto tra ragazzi e ragazze basche arrestati nell’ottobre del 2016 perché accusati di aver partecipato ad una rissa con due agenti fuori servizio della Guardia Civil in un bar della località navarra di Altsasu. La rissa è stata trasformata dall’Audiencia Nacional in una aggressione premeditata contro i due militari maturata all’interno degli ambienti più radicali della sinistra indipendentista basca. I giovani imputati sono stati condannati a pene detentive tra i 2 e i 13 anni di carcere – per sette i giudici hanno dettato sentenze superiori ai nove anni di reclusione – per i reati di “attentato all’autorità”, “lesioni”, “disordini pubblici” e “minacce”. L’accusa chiedeva pene ancora più pesanti ma la corte ha alla fine respinto le accuse di terrorismo che pendevano sul gruppo di giovani di Altsasu sui quali è piombata comunque una sentenza di natura tutta politica.
Il portavoce del Partito Popolare, Rafael Hernando, ha accusato oggi in aula il leader socialista di essere arrivato a guidare il governo grazie “agli amici di Maduro, a quelli che vogliono rompere la Spagna e agli amici dell’ETA”; al contrario i deputati di Unidos Podemos hanno accolto i risultati della votazione di stamattina al grido di “Si se puede” – Sì, si può – tradizionale slogan della formazione.
Ma chi spera che l’avvento dei socialisti al governo a Madrid porti ad una rottura con le politiche di Rajoy farebbe bene a moderare le proprie aspettative. I socialisti – che si accordino o meno con Podemos poco cambierà – hanno annunciato che governeranno per pochi mesi allo scopo di riportare il paese in carreggiata, nel solco della continuità e dei dettami dell’Unione Europea, garantendo la “stabilità di bilancio ed economia”, rispettando la tabella di marcia imposta da Bruxelles e il rispetto integrale della Costituzione.
D’altronde il Psoe è un partito di centrosinistra di tradizione liberista e thatcheriana fin dagli anni ’80 e pilastro, insieme al PP, del cosiddetto ‘regime del 78’ nato dall’autoriforma del regime franchista.
Fonte
25/05/2018
I giudici: “il PP è corrotto”. Governo Rajoy al capolinea?
Dall’autunno scorso il Partito Nazionalista Basco condizionava il suo sostegno alla Legge di Bilancio del governo PP-Ciudadanos – che da soli non avevano i voti sufficienti per approvarla – alla fine del commissariamento da parte di Madrid delle istituzioni catalane, sottoposte all’articolo 155 della Costituzione dopo la celebrazione del referendum dell’1 ottobre e la simbolica proclamazione della Repubblica Catalana. Ma mercoledì scorso, nonostante l’esecutivo spagnolo abbia deciso di bloccare il varo del nuovo governo catalano e di mantenere il 155, il partito della borghesia autonomista di Bilbao ha improvvisamente dato luce verde a Rajoy, in cambio di un lieve aumento delle pensioni e di alcuni consistenti investimenti nel Paese Basco, che il PNV potrà rivendicare nella prossima campagna elettorale.
Sembrava che il premier Mariano Rajoy potesse tornare a respirare. D’altronde il Partito Popolare, erede di quella Alianza Popular fondata nella seconda metà degli anni ’70 dalle ali più intransigenti del partito franchista e divenuto dopo neanche venti anni partito di governo, è sopravvissuto quasi indenne a momenti assai più complicati. Come quando, nel 2015, una grossa fetta del suo elettorato decise di abbandonare Rajoy dopo anni di sacrifici a senso unico inflitti alla popolazione sotto dettatura della Troika e numerosi casi di corruzione. In molti avevano predestinato il prossimo tracollo del PP e la fine del “regime del '78” prodotto dall’autoriforma del franchismo e dall’accordo con il grosso dell’ex opposizione antifascista. Ma le elezioni del 2016 – convocate vista l’impossibilità di formare un nuovo esecutivo – videro una nuova ascesa dei popolari e la riconferma di Rajoy alla guida di un esecutivo che contò sul sostegno della nuova destra di Ciudadanos e sulla tolleranza dei socialisti.
Ma in molti si chiedono se gli eventi di queste ore saranno in grado di affondare definitivamente la destra postfranchista spagnola.
Poche ore prima che Rajoy ricevesse l’ok dei regionalisti baschi, finiva in manette per corruzione l’ex ministro e dirigente del PP Eduardo Zaplana, ex portavoce del primo ministro tra il 2004 e il 2008. In un vero e proprio crescendo, la Audiencia Nacional ha emesso ieri una sentenza durissima sul “caso Gürtel” scatenando un vero e proprio terremoto.
Il Tribunale ha condannato a un totale di 351 anni di reclusione 29 dei 37 accusati di aver organizzato una trama criminale tra il 1999 e il 2005, finalizzata a finanziare illegalmente il Partito Popolare e alcuni suoi dirigenti approfittando della gestione da parte della destra delle comunità autonome di Valencia e Madrid. La Corte ha condannato a 51 anni di carcere il capofila della ‘banda’, l’imprenditore Francisco Correa, e a 33 anni l’ex tesoriere del PP Luis Barcenas. La moglie di quest’ultimo è stata condannata a 15 anni di reclusione, mentre il vice di Correa a 37. Al sindaco del comune di Majadahonda sono stati inflitti 38 anni.
Quel che è più grave – per Rajoy e i suoi, ovviamente – è che la sentenza considera il PP in quanto formazione politica come responsabile dell’appropriazione indebita di almeno 245 mila euro, e certifica l’esistenza di una contabilità parallela del partito di destra, la cosiddetta ‘Caja B’. All’interno dei registri sequestrati a Barcenas compare anche il nome dell’attuale premier come ‘utilizzatore finale’ delle donazioni illegali intercettate grazie alla rete di corruzione gestita dall’allora tesoriere. I contributi non dichiarati provenivano per lo più da imprenditori che in cambio ricevevano favori e facilitazioni da parte dei governi locali gestiti dal PP. La sentenza afferma che l’impresa di Francisco Correa e il PP hanno creato “un autentico ed efficace sistema di corruzione istituzionale attraverso meccanismi di manipolazione della contrattazione pubblica centrale, autonomica e locale” contando sulla complicità non solo dei governi locali e regionali ma anche sulla collaborazione di alcuni esponenti di punta del governo statale che in cambio dei favori concessi alle imprese nell’aggiudicazione degli appalti pubblici ricevevano una “commissione” del 3 o 4%.
Di scandali di corruzione che hanno investito esponenti del PP fin dalla sua nascita il curriculum della formazione – definita dai rapporti europei, sulla base del numero di inchieste e condanne, il “partito più corrotto” del continente – è pieno zeppo.
Ma le conseguenze politiche del “caso Gürtel”, tutte da verificare vista l’assuefazione dell’elettorato di destra spagnolo alla corruzione, potrebbero essere maggiori rispetto al passato. Perché la sentenza colpevolizza in PP in quanto tale, e non alcuni suoi esponenti o dirigenti come era avvenuto in passato.
Nel tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica, ieri il governo ha scatenato una maxi operazione di polizia in Catalogna finalizzata a trovare le prove del presunto utilizzo da parte delle autorità di Barcellona di fondi pubblici per la cooperazione, destinati invece all’organizzazione del referendum sull’autodeterminazione. L’ingente mobilitazione di forze dell’ordine, l’alto numero di fermi e perquisizioni ha però portato ad un nulla di fatto.
Rajoy in una intervista si è difeso affermando che “il PP è molto più di dieci o quindici casi isolati di corruzione” (!). Ma stavolta la tegola che gli è piovuta addosso è davvero pesante. L’ex leader della formazione, José Maria Aznar, ha chiesto le dimissioni del segretario del partito nel tentativo di tornare in sella e di evitare che la formazione politica venga travolta. I sondaggi degli ultimi mesi segnalavano già un calo significativo dei consensi per il PP, che ora potrebbe diventare assai più consistente, ad un anno esatto dalle elezioni europee, da quelle comunali e di alcuni appuntamenti regionali.
Secondo i sondaggi – per quello che valgono – ad approfittare dell’ennesima crisi del PP sarebbe soprattutto Ciudadanos, il partito di destra nato in Catalogna nel 2005 per controbilanciare il vento indipendentista è da qualche tempo diventato una forza politica di consistente peso politico statale, capace di attirare i consensi in fuga dal PP e anche dal Psoe. Dall’inizio della crisi catalana i suoi leader Albert Rivera ed Ines Arrimadas hanno impresso un notevole giro a destra del messaggio della formazione, che si caratterizza ancora più del PP per la sua ideologia nazionalista e reazionaria e i suoi crescenti legami con l’estrema destra neofascista. Finora Ciudadanos è servito come “caja B” del PP, fornendo agli elettori scontenti un comodo approdo in grado di tenere a galla l’esecutivo e di rafforzare il ‘regime del 78’, passato da bipartito a tripartito. Ma la sentenza sul “caso Gürtel” potrebbe sancire lo storico sorpasso da parte della nuova destra.
Si capirà nelle prossime ore se Rivera, reduce da una kermesse ultranazionalista finalizzata ad un allargamento del partito ad altre aree politiche reazionarie, approfitterà del colpo inferito dalla magistratura al suo alleato Rajoy per buttare giù l’esecutivo e andare rapidamente ad elezioni anticipate che potrebbero decretarne la vittoria. Nel frattempo i socialisti hanno presentato una mozione di sfiducia che, col sostegno dei partiti di opposizione Unidos Podemos, Erc, PDeCAT, Compromis, Bildu e Nueva Canaria, potrebbe arrivare ad un passo dalla spallata.
Se a votare la sfiducia fossero anche i deputati del Partito Nazionalista Basco – o qualche ‘franco tiratore’ di Ciudadanos, il governo Rajoy potrebbe avere i giorni contati. Ma non necessariamente Madrid ne uscirebbe a sinistra.
Fonte
Sembrava che il premier Mariano Rajoy potesse tornare a respirare. D’altronde il Partito Popolare, erede di quella Alianza Popular fondata nella seconda metà degli anni ’70 dalle ali più intransigenti del partito franchista e divenuto dopo neanche venti anni partito di governo, è sopravvissuto quasi indenne a momenti assai più complicati. Come quando, nel 2015, una grossa fetta del suo elettorato decise di abbandonare Rajoy dopo anni di sacrifici a senso unico inflitti alla popolazione sotto dettatura della Troika e numerosi casi di corruzione. In molti avevano predestinato il prossimo tracollo del PP e la fine del “regime del '78” prodotto dall’autoriforma del franchismo e dall’accordo con il grosso dell’ex opposizione antifascista. Ma le elezioni del 2016 – convocate vista l’impossibilità di formare un nuovo esecutivo – videro una nuova ascesa dei popolari e la riconferma di Rajoy alla guida di un esecutivo che contò sul sostegno della nuova destra di Ciudadanos e sulla tolleranza dei socialisti.
Ma in molti si chiedono se gli eventi di queste ore saranno in grado di affondare definitivamente la destra postfranchista spagnola.
Poche ore prima che Rajoy ricevesse l’ok dei regionalisti baschi, finiva in manette per corruzione l’ex ministro e dirigente del PP Eduardo Zaplana, ex portavoce del primo ministro tra il 2004 e il 2008. In un vero e proprio crescendo, la Audiencia Nacional ha emesso ieri una sentenza durissima sul “caso Gürtel” scatenando un vero e proprio terremoto.
Il Tribunale ha condannato a un totale di 351 anni di reclusione 29 dei 37 accusati di aver organizzato una trama criminale tra il 1999 e il 2005, finalizzata a finanziare illegalmente il Partito Popolare e alcuni suoi dirigenti approfittando della gestione da parte della destra delle comunità autonome di Valencia e Madrid. La Corte ha condannato a 51 anni di carcere il capofila della ‘banda’, l’imprenditore Francisco Correa, e a 33 anni l’ex tesoriere del PP Luis Barcenas. La moglie di quest’ultimo è stata condannata a 15 anni di reclusione, mentre il vice di Correa a 37. Al sindaco del comune di Majadahonda sono stati inflitti 38 anni.
Quel che è più grave – per Rajoy e i suoi, ovviamente – è che la sentenza considera il PP in quanto formazione politica come responsabile dell’appropriazione indebita di almeno 245 mila euro, e certifica l’esistenza di una contabilità parallela del partito di destra, la cosiddetta ‘Caja B’. All’interno dei registri sequestrati a Barcenas compare anche il nome dell’attuale premier come ‘utilizzatore finale’ delle donazioni illegali intercettate grazie alla rete di corruzione gestita dall’allora tesoriere. I contributi non dichiarati provenivano per lo più da imprenditori che in cambio ricevevano favori e facilitazioni da parte dei governi locali gestiti dal PP. La sentenza afferma che l’impresa di Francisco Correa e il PP hanno creato “un autentico ed efficace sistema di corruzione istituzionale attraverso meccanismi di manipolazione della contrattazione pubblica centrale, autonomica e locale” contando sulla complicità non solo dei governi locali e regionali ma anche sulla collaborazione di alcuni esponenti di punta del governo statale che in cambio dei favori concessi alle imprese nell’aggiudicazione degli appalti pubblici ricevevano una “commissione” del 3 o 4%.
Di scandali di corruzione che hanno investito esponenti del PP fin dalla sua nascita il curriculum della formazione – definita dai rapporti europei, sulla base del numero di inchieste e condanne, il “partito più corrotto” del continente – è pieno zeppo.
Ma le conseguenze politiche del “caso Gürtel”, tutte da verificare vista l’assuefazione dell’elettorato di destra spagnolo alla corruzione, potrebbero essere maggiori rispetto al passato. Perché la sentenza colpevolizza in PP in quanto tale, e non alcuni suoi esponenti o dirigenti come era avvenuto in passato.
Nel tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica, ieri il governo ha scatenato una maxi operazione di polizia in Catalogna finalizzata a trovare le prove del presunto utilizzo da parte delle autorità di Barcellona di fondi pubblici per la cooperazione, destinati invece all’organizzazione del referendum sull’autodeterminazione. L’ingente mobilitazione di forze dell’ordine, l’alto numero di fermi e perquisizioni ha però portato ad un nulla di fatto.
Rajoy in una intervista si è difeso affermando che “il PP è molto più di dieci o quindici casi isolati di corruzione” (!). Ma stavolta la tegola che gli è piovuta addosso è davvero pesante. L’ex leader della formazione, José Maria Aznar, ha chiesto le dimissioni del segretario del partito nel tentativo di tornare in sella e di evitare che la formazione politica venga travolta. I sondaggi degli ultimi mesi segnalavano già un calo significativo dei consensi per il PP, che ora potrebbe diventare assai più consistente, ad un anno esatto dalle elezioni europee, da quelle comunali e di alcuni appuntamenti regionali.
Secondo i sondaggi – per quello che valgono – ad approfittare dell’ennesima crisi del PP sarebbe soprattutto Ciudadanos, il partito di destra nato in Catalogna nel 2005 per controbilanciare il vento indipendentista è da qualche tempo diventato una forza politica di consistente peso politico statale, capace di attirare i consensi in fuga dal PP e anche dal Psoe. Dall’inizio della crisi catalana i suoi leader Albert Rivera ed Ines Arrimadas hanno impresso un notevole giro a destra del messaggio della formazione, che si caratterizza ancora più del PP per la sua ideologia nazionalista e reazionaria e i suoi crescenti legami con l’estrema destra neofascista. Finora Ciudadanos è servito come “caja B” del PP, fornendo agli elettori scontenti un comodo approdo in grado di tenere a galla l’esecutivo e di rafforzare il ‘regime del 78’, passato da bipartito a tripartito. Ma la sentenza sul “caso Gürtel” potrebbe sancire lo storico sorpasso da parte della nuova destra.
Si capirà nelle prossime ore se Rivera, reduce da una kermesse ultranazionalista finalizzata ad un allargamento del partito ad altre aree politiche reazionarie, approfitterà del colpo inferito dalla magistratura al suo alleato Rajoy per buttare giù l’esecutivo e andare rapidamente ad elezioni anticipate che potrebbero decretarne la vittoria. Nel frattempo i socialisti hanno presentato una mozione di sfiducia che, col sostegno dei partiti di opposizione Unidos Podemos, Erc, PDeCAT, Compromis, Bildu e Nueva Canaria, potrebbe arrivare ad un passo dalla spallata.
Se a votare la sfiducia fossero anche i deputati del Partito Nazionalista Basco – o qualche ‘franco tiratore’ di Ciudadanos, il governo Rajoy potrebbe avere i giorni contati. Ma non necessariamente Madrid ne uscirebbe a sinistra.
Fonte
22/12/2017
Catalogna. Vittoria agrodolce per gli indipendentisti ma la grana per Madrid e UE rimane
Nonostante lo Stato Spagnolo abbia usato tutte le armi a propria disposizione “in tempo di pace” – repressione di massa, arresti, censura, golpe istituzionale – per sconfiggere gli indipendentisti catalani, ieri le elezioni imposte dal governo di Madrid dopo lo scioglimento del governo e del parlamento “ribelli” sono state di nuovo vinte dal fronte che si batte per la piena sovranità del popolo catalano.
La Repubblica ha prevalso sulla monarchia, il colpo della reazione è stato parato e respinto. Al di là di ogni altra riflessione, la strategia del governo Rajoy e del ‘regime del 78’ è stata battuta e la “questione catalana” continuerà a rappresentare una grana tanto per lo Stato Spagnolo quanto per l’Unione Europea. I diktat dell’asse Madrid-Bruxelles, che piaccia o meno alle classi dirigenti dell’indipendentismo moderato ed europeista, sono stati contestati e nuovamente sconfessati dal voto popolare, com’era già avvenuto lo scorso 1 ottobre con l’enorme dimostrazione di forza sociale manifestatasi in occasione del referendum. L’esito elettorale di ieri dimostra che l’uso della forza da parte delle istituzioni statali non è stato in grado di risolvere il contenzioso e di rimuovere un conflitto che permane tanto sul piano sociale quanto su quello istituzionale.
La contraddizione che tanto preoccupa lo Stato Spagnolo e l’Unione Europea, strenui difensori dello status quo e della stabilità in nome di determinati interessi economici e geopolitici oltre che della competizione globale con i poli e le potenze concorrenti, rimane tutta sul tappeto, irrisolta.
Quella degli indipendentisti, non è il caso di nasconderlo, è però una vittoria agrodolce. E per vari motivi. Nonostante il golpe, la censura, la militarizzazione, la decapitazione tramite gli arresti delle due principali forze politiche sovraniste, le minacce e i ricatti economici – sono 3000 finora le imprese basate in Catalogna che hanno spostato altrove la propria sede sociale o minacciano di farlo – il blocco indipendentista ha tenuto ed è aumentato di circa 100 mila voti captando una parte del consistente aumento della partecipazione, ottenendo in totale però 70 seggi contro i 72 della volta scorsa. Ieri, nonostante si sia votato per la prima volta in un giorno lavorativo, alle urne si è recato il 7% di aventi diritto in più rispetto alle regionali del 2015, che pure avevano già visto un’ascesa del numero dei votanti. A beneficiare di questo boom della partecipazione sono state però soprattutto le forze politiche unioniste e reazionarie, che in totale hanno ottenuto ben 280 mila voti in più, passando da 52 a 57 seggi.
Nel campo catalanista i socialdemocratici di Esquerra Republicana mancano l’agognato e previsto sorpasso nei confronti dei liberali del PDeCat, che reggono grazie probabilmente a quello che potremmo definire “effetto Puigdemont”. Gli anticapitalisti della Cup subiscono un innegabile crollo passando da 10 a 4 seggi e da 338 mila a 193 mila voti; un risultato frutto della scelta di molti ex elettori “d’opinione” che nel 2015 premiarono la forza più radicale a sinistra e indipendentista per condizionare i partiti più moderati, in particolare ERC, ma che questa volta hanno deciso di dare un ‘voto utile’ ai partiti maggiori per scongiurare l’ipotesi di una sconfitta del fronte sovranista e di una vittoria da parte della destra liberista e reazionaria di Ciudadanos che alla fine è comunque avvenuta.
Quindi in generale se il dato è caratterizzato da una vittoria, “contro vento e marea”, del fronte catalanista, al suo interno i rapporti di forza mutano negativamente, a vantaggio delle formazioni più moderate e conformiste e a svantaggio dell’opzione più coerentemente indipendentista ma anche antagonista dal punto di vista ideologico. All’interno di uno schieramento che comunque gode ora di una maggioranza più risicata di seggi – tenendo anche conto del fatto che alcuni degli eletti, a partire da Puigdemont del PDeCat e di Junqueras di ERC, non potranno occupare materialmente i propri scranni visto che il primo è in esilio a Bruxelles e l’altro in prigione – la Cup avrà un potere di condizionamento assai più scarso rispetto a quello esercitato negli ultimi due anni. Ad aver vinto sono gli indipendentisti – ammesso che continuino ad esserlo veramente, al di là dei proclami – che all’indomani dell’applicazione dell’articolo 155 e del golpe istituzionale da parte di Madrid hanno aggiustato il tiro sostituendo la gradualità e il negoziato alla precedente agenda unilaterale mentre dalle urne esce fortemente indebolita la proposta della rottura nazionale e sociale.
Sia che decida di appoggiare un esecutivo indipendentista sia che scelga di starne fuori la Cup dovrà affrontare una situazione difficile: nel primo caso rischierebbe di perdere credibilità come forza antisistemica e anticapitalista, nel secondo però verrebbe accusata di tradimento del fronte nazionale oltretutto sotto assedio.
Il governo indipendentista che dovesse nascere sulla base dei risultati delle elezioni di ieri sarà ovviamente sottoposto alla spada di Damocle di una continua repressione e di una nuova eventuale applicazione dell’articolo 155 da parte del governo spagnolo. Questo contesto di condizionamento e ricatto, unito alla relativa tenuta da parte dei liberali del PDeCat, non farebbe che rafforzare le correnti autonomiste (e quindi gradualiste) e socialmente conservatrici all’interno dello schieramento catalanista.
La scomparsa del Partito Popolare Catalano – che passa da 11 a 3 seggi – rappresenta una buona notizia, e una sconfitta personale per il capo del governo spagnolo Mariano Rajoy, oltre che per la sua vice Soraya Saenz de Santamaria, mandata a commissariare le istituzioni catalane dopo la destituzione del governo legittimo. Ma il crollo del PP è avvenuto a tutto vantaggio di una destra altrettanto nazionalista, reazionaria e autoritaria – Ciudadanos – che è passata da 25 a 37 seggi, piazzandosi come primo partito in Catalogna. Se le forze del fronte unionista avessero mantenuto una forza più o meno equivalente sarebbero state indebolite dalla tradizionale competizione, ma il boom di Ciutadans e la scomparsa del PP di Albiol fanno di Albert Rivera e Ines Arrimadas i padroni indiscussi dello schieramento. Nei giorni precedenti le votazioni sia alcuni gruppi apertamente fascisti catalani e spagnoli (ad esempio la Falange) sia alcuni leader del Partito Popolare di altri territori dello Stato avevano apertamente invitato gli elettori unionisti a votare Ciudadanos.
Anche i socialisti di Iceta, cresciuti assai meno delle aspettative nonostante abbiano inglobato la destra regionalista di Uniò Democratica in rotta con la svolta indipendentista del PDeCat, dovranno accettare la leadership di un partito che è di destra sciovinista e iperliberista, al di là del volto nuovo e anticasta col quale si è presentato all’epoca della crisi statale del corrotto PP.
L’intervento di forza dello Stato e delle sue istituzioni tramite l'articolo 155 ha sobillato una vandea reazionaria che covava sotto la superficie delle istituzioni autonome catalane e di un “regime del ‘78” i cui aspetti più retrivi, razzisti e autoritari gli unionisti rivendicano apertamente.
Ad uno sguardo generale si nota come i due blocchi politici principali si equivalgano, con un leggero vantaggio per gli indipendentisti, ma il voto di ieri rivela che il blocco reazionario gode di un forte dimensione di massa ed è più forte di quanto il protagonismo di piazza degli indipendentisti negli ultimi 7 anni lasciasse intravedere. Ciudadanos ha letteralmente sfondato nei quartieri popolari di Barcellona facendo man bassa di voti proletari ed esercitando un forte appeal anche su settori consistenti delle classi medie e alte che guardano alla nuova formazione e a Madrid come garanti della stabilità. I settori popolari per timore di perdere quel poco che anni di austerity hanno lasciato loro e le classi alte per timore di perdere privilegi e business.
In questo quadro di estrema polarizzazione (doppia, tra gli opposti schieramenti e all’interno di essi) i cosiddetti ‘comuns’ di Ada Colau e Xavi Domenech sono rimasti completamente schiacciati. Catalunya en Comù-Podem è calata da 11 a 8 seggi; la formazione di sinistra che si era dipinta come equidistante nella contesa nazionale affermando di concentrarsi esclusivamente sui temi sociali è stata ridimensionata. Questo dopo che in una dichiarazione resa alla stampa a poche ore dal voto di uno dei fondatori di Podemos, Juan Carlos Monedero, aveva affermato che il governo Rajoy non poteva non applicare l’articolo 155 in Catalogna visti gli “eccessi irresponsabili” degli indipendentisti, pur dichiarando che la misura è stata applicata con eccessiva durezza.
Il voto di ieri consegna un panorama caratterizzato da un possibile stallo. Una palude tutta istituzionale impantanerebbe quella vasta rete di organizzazione popolare e di disobbedienza politica e sociale che negli ultimi anni, stimolata dalla Cup e da altre entità della sinistra radicale indipendentista, ha forzato lo scenario obbligando i partiti sovranisti ad adottare una strategia di scontro con Madrid che altrimenti si sarebbero risparmiati. E’ quindi auspicabile che questo enorme capitale umano, politico, sociale ed ideologico sappia trovare la sua strada autonoma e parallela riuscendo a condizionare la dinamica prettamente istituzionale. Sarà sui temi sociali, economici e di schieramento internazionale che la sinistra radicale indipendentista potrà affermare le sue ragioni ed allargare il proprio radicamento se i settori popolari investiti dalla crisi percepiranno che la rottura nazionale potrà servire a mettere in discussione e mandare gambe all’aria i rapporti di forza, lo status quo e i privilegi delle oligarchie tanto catalaniste quanto unioniste.
Nella sinistra indipendentista è già in corso da settimane un fervente dibattito – che la sconfitta elettorale potenzierà – sul carattere della rottura, sulla necessità che al consenso e alla ragione i soggetti del cambiamento accompagnino anche l’organizzazione e la forza. Non può che essere positivo il diffondersi di una certa coscienza del fatto che lo schieramento sovranista ha sottovalutato la determinazione dell’avversario e la forza degli strumenti a disposizione dello Stato, e sul fatto che ogni rottura non può che comportare un costo da pagare, sacrifici e altrettanta determinazione.
Comunque, la partita a Barcellona è ancora aperta, e questa è una buona notizia. Anche per noi.
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La Repubblica ha prevalso sulla monarchia, il colpo della reazione è stato parato e respinto. Al di là di ogni altra riflessione, la strategia del governo Rajoy e del ‘regime del 78’ è stata battuta e la “questione catalana” continuerà a rappresentare una grana tanto per lo Stato Spagnolo quanto per l’Unione Europea. I diktat dell’asse Madrid-Bruxelles, che piaccia o meno alle classi dirigenti dell’indipendentismo moderato ed europeista, sono stati contestati e nuovamente sconfessati dal voto popolare, com’era già avvenuto lo scorso 1 ottobre con l’enorme dimostrazione di forza sociale manifestatasi in occasione del referendum. L’esito elettorale di ieri dimostra che l’uso della forza da parte delle istituzioni statali non è stato in grado di risolvere il contenzioso e di rimuovere un conflitto che permane tanto sul piano sociale quanto su quello istituzionale.
La contraddizione che tanto preoccupa lo Stato Spagnolo e l’Unione Europea, strenui difensori dello status quo e della stabilità in nome di determinati interessi economici e geopolitici oltre che della competizione globale con i poli e le potenze concorrenti, rimane tutta sul tappeto, irrisolta.
Quella degli indipendentisti, non è il caso di nasconderlo, è però una vittoria agrodolce. E per vari motivi. Nonostante il golpe, la censura, la militarizzazione, la decapitazione tramite gli arresti delle due principali forze politiche sovraniste, le minacce e i ricatti economici – sono 3000 finora le imprese basate in Catalogna che hanno spostato altrove la propria sede sociale o minacciano di farlo – il blocco indipendentista ha tenuto ed è aumentato di circa 100 mila voti captando una parte del consistente aumento della partecipazione, ottenendo in totale però 70 seggi contro i 72 della volta scorsa. Ieri, nonostante si sia votato per la prima volta in un giorno lavorativo, alle urne si è recato il 7% di aventi diritto in più rispetto alle regionali del 2015, che pure avevano già visto un’ascesa del numero dei votanti. A beneficiare di questo boom della partecipazione sono state però soprattutto le forze politiche unioniste e reazionarie, che in totale hanno ottenuto ben 280 mila voti in più, passando da 52 a 57 seggi.
Nel campo catalanista i socialdemocratici di Esquerra Republicana mancano l’agognato e previsto sorpasso nei confronti dei liberali del PDeCat, che reggono grazie probabilmente a quello che potremmo definire “effetto Puigdemont”. Gli anticapitalisti della Cup subiscono un innegabile crollo passando da 10 a 4 seggi e da 338 mila a 193 mila voti; un risultato frutto della scelta di molti ex elettori “d’opinione” che nel 2015 premiarono la forza più radicale a sinistra e indipendentista per condizionare i partiti più moderati, in particolare ERC, ma che questa volta hanno deciso di dare un ‘voto utile’ ai partiti maggiori per scongiurare l’ipotesi di una sconfitta del fronte sovranista e di una vittoria da parte della destra liberista e reazionaria di Ciudadanos che alla fine è comunque avvenuta.
Quindi in generale se il dato è caratterizzato da una vittoria, “contro vento e marea”, del fronte catalanista, al suo interno i rapporti di forza mutano negativamente, a vantaggio delle formazioni più moderate e conformiste e a svantaggio dell’opzione più coerentemente indipendentista ma anche antagonista dal punto di vista ideologico. All’interno di uno schieramento che comunque gode ora di una maggioranza più risicata di seggi – tenendo anche conto del fatto che alcuni degli eletti, a partire da Puigdemont del PDeCat e di Junqueras di ERC, non potranno occupare materialmente i propri scranni visto che il primo è in esilio a Bruxelles e l’altro in prigione – la Cup avrà un potere di condizionamento assai più scarso rispetto a quello esercitato negli ultimi due anni. Ad aver vinto sono gli indipendentisti – ammesso che continuino ad esserlo veramente, al di là dei proclami – che all’indomani dell’applicazione dell’articolo 155 e del golpe istituzionale da parte di Madrid hanno aggiustato il tiro sostituendo la gradualità e il negoziato alla precedente agenda unilaterale mentre dalle urne esce fortemente indebolita la proposta della rottura nazionale e sociale.
Sia che decida di appoggiare un esecutivo indipendentista sia che scelga di starne fuori la Cup dovrà affrontare una situazione difficile: nel primo caso rischierebbe di perdere credibilità come forza antisistemica e anticapitalista, nel secondo però verrebbe accusata di tradimento del fronte nazionale oltretutto sotto assedio.
Il governo indipendentista che dovesse nascere sulla base dei risultati delle elezioni di ieri sarà ovviamente sottoposto alla spada di Damocle di una continua repressione e di una nuova eventuale applicazione dell’articolo 155 da parte del governo spagnolo. Questo contesto di condizionamento e ricatto, unito alla relativa tenuta da parte dei liberali del PDeCat, non farebbe che rafforzare le correnti autonomiste (e quindi gradualiste) e socialmente conservatrici all’interno dello schieramento catalanista.
La scomparsa del Partito Popolare Catalano – che passa da 11 a 3 seggi – rappresenta una buona notizia, e una sconfitta personale per il capo del governo spagnolo Mariano Rajoy, oltre che per la sua vice Soraya Saenz de Santamaria, mandata a commissariare le istituzioni catalane dopo la destituzione del governo legittimo. Ma il crollo del PP è avvenuto a tutto vantaggio di una destra altrettanto nazionalista, reazionaria e autoritaria – Ciudadanos – che è passata da 25 a 37 seggi, piazzandosi come primo partito in Catalogna. Se le forze del fronte unionista avessero mantenuto una forza più o meno equivalente sarebbero state indebolite dalla tradizionale competizione, ma il boom di Ciutadans e la scomparsa del PP di Albiol fanno di Albert Rivera e Ines Arrimadas i padroni indiscussi dello schieramento. Nei giorni precedenti le votazioni sia alcuni gruppi apertamente fascisti catalani e spagnoli (ad esempio la Falange) sia alcuni leader del Partito Popolare di altri territori dello Stato avevano apertamente invitato gli elettori unionisti a votare Ciudadanos.
Anche i socialisti di Iceta, cresciuti assai meno delle aspettative nonostante abbiano inglobato la destra regionalista di Uniò Democratica in rotta con la svolta indipendentista del PDeCat, dovranno accettare la leadership di un partito che è di destra sciovinista e iperliberista, al di là del volto nuovo e anticasta col quale si è presentato all’epoca della crisi statale del corrotto PP.
L’intervento di forza dello Stato e delle sue istituzioni tramite l'articolo 155 ha sobillato una vandea reazionaria che covava sotto la superficie delle istituzioni autonome catalane e di un “regime del ‘78” i cui aspetti più retrivi, razzisti e autoritari gli unionisti rivendicano apertamente.
Ad uno sguardo generale si nota come i due blocchi politici principali si equivalgano, con un leggero vantaggio per gli indipendentisti, ma il voto di ieri rivela che il blocco reazionario gode di un forte dimensione di massa ed è più forte di quanto il protagonismo di piazza degli indipendentisti negli ultimi 7 anni lasciasse intravedere. Ciudadanos ha letteralmente sfondato nei quartieri popolari di Barcellona facendo man bassa di voti proletari ed esercitando un forte appeal anche su settori consistenti delle classi medie e alte che guardano alla nuova formazione e a Madrid come garanti della stabilità. I settori popolari per timore di perdere quel poco che anni di austerity hanno lasciato loro e le classi alte per timore di perdere privilegi e business.
In questo quadro di estrema polarizzazione (doppia, tra gli opposti schieramenti e all’interno di essi) i cosiddetti ‘comuns’ di Ada Colau e Xavi Domenech sono rimasti completamente schiacciati. Catalunya en Comù-Podem è calata da 11 a 8 seggi; la formazione di sinistra che si era dipinta come equidistante nella contesa nazionale affermando di concentrarsi esclusivamente sui temi sociali è stata ridimensionata. Questo dopo che in una dichiarazione resa alla stampa a poche ore dal voto di uno dei fondatori di Podemos, Juan Carlos Monedero, aveva affermato che il governo Rajoy non poteva non applicare l’articolo 155 in Catalogna visti gli “eccessi irresponsabili” degli indipendentisti, pur dichiarando che la misura è stata applicata con eccessiva durezza.
Il voto di ieri consegna un panorama caratterizzato da un possibile stallo. Una palude tutta istituzionale impantanerebbe quella vasta rete di organizzazione popolare e di disobbedienza politica e sociale che negli ultimi anni, stimolata dalla Cup e da altre entità della sinistra radicale indipendentista, ha forzato lo scenario obbligando i partiti sovranisti ad adottare una strategia di scontro con Madrid che altrimenti si sarebbero risparmiati. E’ quindi auspicabile che questo enorme capitale umano, politico, sociale ed ideologico sappia trovare la sua strada autonoma e parallela riuscendo a condizionare la dinamica prettamente istituzionale. Sarà sui temi sociali, economici e di schieramento internazionale che la sinistra radicale indipendentista potrà affermare le sue ragioni ed allargare il proprio radicamento se i settori popolari investiti dalla crisi percepiranno che la rottura nazionale potrà servire a mettere in discussione e mandare gambe all’aria i rapporti di forza, lo status quo e i privilegi delle oligarchie tanto catalaniste quanto unioniste.
Nella sinistra indipendentista è già in corso da settimane un fervente dibattito – che la sconfitta elettorale potenzierà – sul carattere della rottura, sulla necessità che al consenso e alla ragione i soggetti del cambiamento accompagnino anche l’organizzazione e la forza. Non può che essere positivo il diffondersi di una certa coscienza del fatto che lo schieramento sovranista ha sottovalutato la determinazione dell’avversario e la forza degli strumenti a disposizione dello Stato, e sul fatto che ogni rottura non può che comportare un costo da pagare, sacrifici e altrettanta determinazione.
Comunque, la partita a Barcellona è ancora aperta, e questa è una buona notizia. Anche per noi.
Fonte
20/10/2017
Podemos in crisi sulla Catalogna. Gli indipendentisti boicottano le banche
A guardare le schermaglie tra i due capi di governo, quello spagnolo Rajoy e quello catalano Puigdemont, la sensazione di un osservatore disattento può essere quella di trovarsi di fronte a un teatrino tra politici.
Ma al di là dello scambio di lettere e dichiarazioni delle ultime settimane tra Madrid e Barcellona, la verità è che sta montando il più grave conflitto mai verificatosi dagli anni ’30 del secolo scorso tra le due entità, un conflitto che non si limita alle élite o alle rappresentanze politiche ma che coinvolge milioni di catalani e di spagnoli.
Ieri, alla scadenza dell’ultimatum imposto da Rajoy a Puigdemont – che pure pochi giorni fa aveva chiesto due mesi di tempo per avviare quei negoziati che il governo spagnolo continua a negare – affinché chiarisse definitivamente se ha dichiarato o meno l’indipendenza nel suo discorso al Parlament del 10 ottobre, il leader nazionalista spagnolo ha annunciato l’avvio dell’iter per l’applicazione in Catalogna del famigerato articolo 155 della Costituzione scritta nel 1978 da un parlamento sotto tutela franchista. La misura, che permette a Madrid di sospendere l’autonomia catalana e di commissariare le istituzioni locali, dovrebbe essere varata dal Consiglio dei Ministri fissato per domani e approdare rapidamente al Senato dove il Partido Popular gode della maggioranza assoluta, potendo oltretutto contare sul consenso sia della destra liberista e nazionalista di Ciudadanos sia sui socialisti di Pedro Sanchez. Le forze politiche che puntellano il “regime del '78” contro il tentativo di spallata della Catalogna hanno quindi deciso, paradossalmente, di andare al commissariamento della Generalitat nonostante l’ennesimo passo indietro del suo President, che ieri nella sua missiva, nonostante i consueti giri di parole e le espressioni sibilline, non ha potuto fare a meno di chiarire che l’indipendenza non era stata affatto dichiarata, e che tutto rimaneva appeso all’apertura di un negoziato che però non sembra contare sulla disponibilità di alcuna controparte, oltre che sul netto rifiuto dell’Unione Europea.
Paradossalmente è l’ulteriore escalation inflitta alla crisi dal governo spagnolo e dai suoi sostenitori a spingere all’angolo un Puigdemont che ha dovuto rispondere che se Madrid attaccherà l’autogoverno catalano non potrà fare altro che proclamare la Repubblica Catalana, avvicinando le proprie posizioni a quelle di Esquerra Republicana e della Cup che chiedono di sancire subito la rottura.
L’obiettivo dei partiti nazionalisti spagnoli – i cui leader Rajoy, Sanchez e Rivera si sono riuniti ieri per l’ennesima volta negli ultimi giorni – è sciogliere il parlamento e il governo di Barcellona, per forzare elezioni anticipate da tenersi già a gennaio. La speranza è di riuscire a condizionare un rinnovo del Parlament che possa, attraverso le minacce, il commissariamento e una vera e propria occupazione militare del Principato, impedire alle forze indipendentiste di conquistare la maggioranza assoluta come nelle consultazioni del 2015. Se i condizionamenti politici e repressivi non dovessero bastare, l’ala più oltranzista del Partito Popolare, espressasi finora per bocca del catalano Albiol e dello spagnolo Casado, potrebbe convincere il tripartito PP-C’s-Psoe a mettere fuori legge le forze politiche catalane “che si pongono fuori dall’ordinamento costituzionale” dello Stato. La magistratura è a disposizione, e basterebbero poche settimane ai giudici di Madrid noti per il loro sciovinismo e il legame a doppio filo con il PP.
Un vero e proprio golpe, un ennesimo annullamento della volontà popolare dopo il tentativo, feroce ma inutile, di impedire con la violenza di massa e gli arresti il referendum che il 1 ottobre ha comunque visto mobilitarsi più di due milioni e mezzo di catalani con un risultato schiacciante – 90% – a favore di Si nonostante lo stato d’assedio e le cariche indiscriminate fin dentro i seggi.
Com’era prevedibile, l’accelerazione inflitta alla crisi dall’intransigenza di Madrid sta provocando l’ennesima crisi di Podemos e della sinistra spagnola, che a livello statale si sposta sempre più verso il fronte nazionalista mentre a livello catalano è in parte costretta a distanziarsi dalla casa madre.
Ieri in una dichiarazione ad effetto, la sindaca di Barcellona Ada Colau e leader di ‘Barcelona En Comù’ – pure fermamente contraria all’indipendenza della Catalogna e che non ha fatto molto per agevolare l’espressione del voto popolare lo scorso 1 ottobre – ha affermato che se i socialisti appoggeranno l’applicazione dell’articolo 155 contro l’autogoverno potrebbe rinunciare al sostegno del PS catalano alla sua giunta comunale. Contemporaneamente però alcune fonti della sua amministrazione hanno chiarito che “non vi è alcuna volontà di rompere con i socialisti catalani perché il patto per la città funziona bene”, il problema segnalato è l’atteggiamento della casa madre socialista a Madrid.
Dal canto suo Podem, la formazione catalana gemella di Podemos ma sempre più lontana dalle posizioni di Pablo Iglesias dopo essersi rifiutata di sciogliersi all’interno del partito di Ada Colau, denuncia la gravità del golpe in preparazione a Madrid e chiama alla mobilitazione a difesa della democrazia e dell’autogoverno.
All’opposto, proprio nel momento in cui Mariano Rajoy e le istituzioni spagnole chiudono ogni spazio alla trattativa col fronte catalano, la direzione di Podemos trasforma la sua posizione presuntamente equidistante in un attacco frontale alla Generalitat e al fronte indipendentista. La frase pronunciata ieri da Pablo Iglesias durante il suo intervento al Congreso de los Diputados è piombata come un macigno sulla base di Podemos in Catalogna sempre più disorientata e spaccata tra indipendentisti e unionisti.
“Vogliamo sconfiggere il progetto degli indipendentisti, ma non con la forza” ha chiarito il leader della formazione ‘morada’, schierandosi di fatto con il fronte che difende lo status quo e le istituzioni di uno dei paesi più reazionari del continente in nome di una strategia federalista e gradualista che non è all’ordine del giorno in una Spagna in cui il conflitto con Barcellona riporta alla scoperto gli elementi strutturali e ideologici di massa ereditati da una dittatura franchista con cui l’attuale monarchia parlamentare non ha mai rotto.
Anche Alberto Garzòn, coordinatore di una Izquierda Unida ridotta al lumicino e sempre più subalterna a Podemos, si è schierato contro gli indipendentisti con toni duri, dicendosi scioccato dalla minaccia di Puigdemont di ricorrere alla ‘dichiarazione unilaterale di indipendenza’ (DUI) se il governo spagnolo imporrà il 155. Secondo Garzòn “il modo migliore per proteggere l’unità della Spagna è sedurre la Catalogna con un progetto di paese nuovo che passa da un processo costituente”. “La DUI è un grave errore, e neanche il 155 aiuta” ha concluso Garzòn in un ordine che chiarisce quali sono le priorità del movimento.
Ma il conflitto, come già detto, non si limita alle schermaglie tra leader politici e istituzioni. Al contrario, più il “regime del '78” si chiude a riccio nella sua intransigenza istigando i settori reazionari e apertamente fascisti dell’opinione pubblica spagnola a mobilitarsi a difesa “dell’unità della Patria”, più in Catalogna i settori popolari scendono in campo non solo a difesa dell’autodeterminazione ma rivitalizzando valori come l’antifascismo e la democrazia militante.
Ieri la Cup, insieme all’organizzazione giovanile Arran, al sindacato Cos e ad altre realtà del panorama anticapitalista ha manifestato sotto gli uffici della Delegazione del governo spagnolo a Barcellona, chiedendo la liberazione immediata di Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, i leader delle due associazioni trasversali indipendentiste Anc e Omnium che sono stati arrestati nei giorni scorsi perché accusati di ‘sedizione’. I manifestanti hanno gridato slogan come “Fuori le forze di occupazione” e “Libertà per i prigionieri politici”. Una nuova manifestazione è stata indetta dai settori radicali di sinistra dell’indipendentismo per sabato pomeriggio, all’insegna dello slogan “Se verrete a cercarci troverete la Repubblica Catalana”. Lo schieramento anticapitalista già promotore dell’imponente sciopero generale dello scorso 3 ottobre contro la repressione e a difesa dell’autogoverno, che ha coinvolto anche buona parte dei sindacati di tradizione libertaria e anarchica oltre a forze antifasciste o apertamente comuniste, ha fatto appello a una nuova crescente mobilitazione popolare nei prossimi giorni con l’obiettivo di fare della partecipazione dei cittadini e dei lavoratori “la base della nuova repubblica”.
Ma anche il composito fronte riunito nella “Taula per la Democracia” (Tavolo per la Democrazia), formato da una sessantina di associazioni, sindacati come Comisiones Obreras e Ugt e le confederazioni delle piccole imprese e dei commercianti, ha convocato per sabato una marcia nel centro di Barcellona per la liberazione di Jordi Cuixart e di Jordi Sanchez, oltre che per la difesa “dei diritti e delle libertà”. Dopo le duecentomila persone che hanno riempito il centro della capitale della Catalogna a poche ore dall’arresto dei due popolari dirigenti indipendentisti anche i rappresentanti della ‘Taula’ non hanno scartato la convocazione di un nuovo “sciopero nazionale civico” contro la repressione.
Repressione che continua a mietere vittime anche meno eccellenti dei due Jordis. Ieri infatti la Guardia Civil ha arrestato un ragazzo di 22 anni accusato di aver resistito con la forza alle violente cariche della polizia spagnola contro i cittadini in fila per votare presso la scuola pubblica ‘La Roureda’ durante il referendum illegale del 1 ottobre. Il ragazzo è accusato di “attentato all’autorità, disobbedienza, resistenza e minacce” e potrebbe essere condannato a una lunga pena detentiva, così come gli altri due giovani arrestati nei giorni scorsi sempre nel piccolo comune di Sant Esteve de Sesrovires, nel Baix Llobregat.
Mentre la Guardia Civil è a caccia delle registrazioni delle conversazioni tra gli ufficiali dei Mossos d’Esquadra allo scopo di trovare prove della loro disobbedienza agli ordini del Ministero degli Interni spagnolo – ieri una perquisizione in un commissariato della polizia autonoma a Lleida è durata più di 12 ore – le associazioni indipendentiste provano ad esercitare una certa pressione contro la borghesia imprenditoriale e le banche della Catalogna schieratisi contro la rottura con Madrid. Ieri il numero di imprese grandi e piccole e di istituti finanziari che hanno deciso di spostare la loro sede sociale da Barcellona in altri territori dello Stato Spagnolo, o addirittura di trasferire i loro uffici, è arrivato a quota 917, mentre da varie parti si segnala un crollo degli investimenti stranieri in Catalogna e un picco negativo delle prenotazioni turistiche. L’allarme, opportunamente esagerato dalla stampa spagnola e da quella unionista catalana – la desertificazione economica e la crisi del turismo – ovviamente spaventa i settori più moderati dell’opinione pubblica catalanista impauriti dalle conseguenze di quello che viene vissuto come “un salto nel buio”.
Nel tentativo di rispondere per le rime l’Anc e Omnium Cultural hanno chiesto ieri ai loro aderenti e simpatizzanti di ritirare questa mattina, in particolare dalle 8 alle 9, una certa quota di denaro dai loro conti depositati nelle banche catalane, in particolare in quelle che hanno deciso di schierarsi contro l’indipendenza, cioè Banco Sabadell e Caixa. “Vai presso una delle cinque banche principali e ritira la quantità che desideri in contanti” chiede la piattaforma Crida per la Democràcia (Appello per la Democrazia) invitando i partecipanti al boicottaggio ad “esprimere il proprio disaccordo” con quelle istituzioni bancarie che hanno deciso di spostare la loro sede legale al di fuori della Catalogna.
La mossa dell’Anc e di Omnium non è però piaciuta ad alcuni importanti dirigenti del partito di Puigdemont, il PDeCat, che stamattina hanno apertamente criticato l’iniziativa. D’altronde la formazione liberalconservatrice, orfana del sostegno di una grande borghesia catalana che preferisce di gran lunga l’autonomia all’indipendenza, continua a sperare in una contrattazione con Madrid piuttosto che in una rottura che potrebbe invece favorire gli interessi e le rivendicazioni delle classi popolari e del movimento dei lavoratori contro quelli dell’oligarchia locale spinta ad abbracciare rivendicazioni indipendentiste da anni di imponente mobilitazione di massa.
Fonte
Ma al di là dello scambio di lettere e dichiarazioni delle ultime settimane tra Madrid e Barcellona, la verità è che sta montando il più grave conflitto mai verificatosi dagli anni ’30 del secolo scorso tra le due entità, un conflitto che non si limita alle élite o alle rappresentanze politiche ma che coinvolge milioni di catalani e di spagnoli.
Ieri, alla scadenza dell’ultimatum imposto da Rajoy a Puigdemont – che pure pochi giorni fa aveva chiesto due mesi di tempo per avviare quei negoziati che il governo spagnolo continua a negare – affinché chiarisse definitivamente se ha dichiarato o meno l’indipendenza nel suo discorso al Parlament del 10 ottobre, il leader nazionalista spagnolo ha annunciato l’avvio dell’iter per l’applicazione in Catalogna del famigerato articolo 155 della Costituzione scritta nel 1978 da un parlamento sotto tutela franchista. La misura, che permette a Madrid di sospendere l’autonomia catalana e di commissariare le istituzioni locali, dovrebbe essere varata dal Consiglio dei Ministri fissato per domani e approdare rapidamente al Senato dove il Partido Popular gode della maggioranza assoluta, potendo oltretutto contare sul consenso sia della destra liberista e nazionalista di Ciudadanos sia sui socialisti di Pedro Sanchez. Le forze politiche che puntellano il “regime del '78” contro il tentativo di spallata della Catalogna hanno quindi deciso, paradossalmente, di andare al commissariamento della Generalitat nonostante l’ennesimo passo indietro del suo President, che ieri nella sua missiva, nonostante i consueti giri di parole e le espressioni sibilline, non ha potuto fare a meno di chiarire che l’indipendenza non era stata affatto dichiarata, e che tutto rimaneva appeso all’apertura di un negoziato che però non sembra contare sulla disponibilità di alcuna controparte, oltre che sul netto rifiuto dell’Unione Europea.
Paradossalmente è l’ulteriore escalation inflitta alla crisi dal governo spagnolo e dai suoi sostenitori a spingere all’angolo un Puigdemont che ha dovuto rispondere che se Madrid attaccherà l’autogoverno catalano non potrà fare altro che proclamare la Repubblica Catalana, avvicinando le proprie posizioni a quelle di Esquerra Republicana e della Cup che chiedono di sancire subito la rottura.
L’obiettivo dei partiti nazionalisti spagnoli – i cui leader Rajoy, Sanchez e Rivera si sono riuniti ieri per l’ennesima volta negli ultimi giorni – è sciogliere il parlamento e il governo di Barcellona, per forzare elezioni anticipate da tenersi già a gennaio. La speranza è di riuscire a condizionare un rinnovo del Parlament che possa, attraverso le minacce, il commissariamento e una vera e propria occupazione militare del Principato, impedire alle forze indipendentiste di conquistare la maggioranza assoluta come nelle consultazioni del 2015. Se i condizionamenti politici e repressivi non dovessero bastare, l’ala più oltranzista del Partito Popolare, espressasi finora per bocca del catalano Albiol e dello spagnolo Casado, potrebbe convincere il tripartito PP-C’s-Psoe a mettere fuori legge le forze politiche catalane “che si pongono fuori dall’ordinamento costituzionale” dello Stato. La magistratura è a disposizione, e basterebbero poche settimane ai giudici di Madrid noti per il loro sciovinismo e il legame a doppio filo con il PP.
Un vero e proprio golpe, un ennesimo annullamento della volontà popolare dopo il tentativo, feroce ma inutile, di impedire con la violenza di massa e gli arresti il referendum che il 1 ottobre ha comunque visto mobilitarsi più di due milioni e mezzo di catalani con un risultato schiacciante – 90% – a favore di Si nonostante lo stato d’assedio e le cariche indiscriminate fin dentro i seggi.
Com’era prevedibile, l’accelerazione inflitta alla crisi dall’intransigenza di Madrid sta provocando l’ennesima crisi di Podemos e della sinistra spagnola, che a livello statale si sposta sempre più verso il fronte nazionalista mentre a livello catalano è in parte costretta a distanziarsi dalla casa madre.
Ieri in una dichiarazione ad effetto, la sindaca di Barcellona Ada Colau e leader di ‘Barcelona En Comù’ – pure fermamente contraria all’indipendenza della Catalogna e che non ha fatto molto per agevolare l’espressione del voto popolare lo scorso 1 ottobre – ha affermato che se i socialisti appoggeranno l’applicazione dell’articolo 155 contro l’autogoverno potrebbe rinunciare al sostegno del PS catalano alla sua giunta comunale. Contemporaneamente però alcune fonti della sua amministrazione hanno chiarito che “non vi è alcuna volontà di rompere con i socialisti catalani perché il patto per la città funziona bene”, il problema segnalato è l’atteggiamento della casa madre socialista a Madrid.
Dal canto suo Podem, la formazione catalana gemella di Podemos ma sempre più lontana dalle posizioni di Pablo Iglesias dopo essersi rifiutata di sciogliersi all’interno del partito di Ada Colau, denuncia la gravità del golpe in preparazione a Madrid e chiama alla mobilitazione a difesa della democrazia e dell’autogoverno.
All’opposto, proprio nel momento in cui Mariano Rajoy e le istituzioni spagnole chiudono ogni spazio alla trattativa col fronte catalano, la direzione di Podemos trasforma la sua posizione presuntamente equidistante in un attacco frontale alla Generalitat e al fronte indipendentista. La frase pronunciata ieri da Pablo Iglesias durante il suo intervento al Congreso de los Diputados è piombata come un macigno sulla base di Podemos in Catalogna sempre più disorientata e spaccata tra indipendentisti e unionisti.
“Vogliamo sconfiggere il progetto degli indipendentisti, ma non con la forza” ha chiarito il leader della formazione ‘morada’, schierandosi di fatto con il fronte che difende lo status quo e le istituzioni di uno dei paesi più reazionari del continente in nome di una strategia federalista e gradualista che non è all’ordine del giorno in una Spagna in cui il conflitto con Barcellona riporta alla scoperto gli elementi strutturali e ideologici di massa ereditati da una dittatura franchista con cui l’attuale monarchia parlamentare non ha mai rotto.
Anche Alberto Garzòn, coordinatore di una Izquierda Unida ridotta al lumicino e sempre più subalterna a Podemos, si è schierato contro gli indipendentisti con toni duri, dicendosi scioccato dalla minaccia di Puigdemont di ricorrere alla ‘dichiarazione unilaterale di indipendenza’ (DUI) se il governo spagnolo imporrà il 155. Secondo Garzòn “il modo migliore per proteggere l’unità della Spagna è sedurre la Catalogna con un progetto di paese nuovo che passa da un processo costituente”. “La DUI è un grave errore, e neanche il 155 aiuta” ha concluso Garzòn in un ordine che chiarisce quali sono le priorità del movimento.
Ma il conflitto, come già detto, non si limita alle schermaglie tra leader politici e istituzioni. Al contrario, più il “regime del '78” si chiude a riccio nella sua intransigenza istigando i settori reazionari e apertamente fascisti dell’opinione pubblica spagnola a mobilitarsi a difesa “dell’unità della Patria”, più in Catalogna i settori popolari scendono in campo non solo a difesa dell’autodeterminazione ma rivitalizzando valori come l’antifascismo e la democrazia militante.
Ieri la Cup, insieme all’organizzazione giovanile Arran, al sindacato Cos e ad altre realtà del panorama anticapitalista ha manifestato sotto gli uffici della Delegazione del governo spagnolo a Barcellona, chiedendo la liberazione immediata di Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, i leader delle due associazioni trasversali indipendentiste Anc e Omnium che sono stati arrestati nei giorni scorsi perché accusati di ‘sedizione’. I manifestanti hanno gridato slogan come “Fuori le forze di occupazione” e “Libertà per i prigionieri politici”. Una nuova manifestazione è stata indetta dai settori radicali di sinistra dell’indipendentismo per sabato pomeriggio, all’insegna dello slogan “Se verrete a cercarci troverete la Repubblica Catalana”. Lo schieramento anticapitalista già promotore dell’imponente sciopero generale dello scorso 3 ottobre contro la repressione e a difesa dell’autogoverno, che ha coinvolto anche buona parte dei sindacati di tradizione libertaria e anarchica oltre a forze antifasciste o apertamente comuniste, ha fatto appello a una nuova crescente mobilitazione popolare nei prossimi giorni con l’obiettivo di fare della partecipazione dei cittadini e dei lavoratori “la base della nuova repubblica”.
Ma anche il composito fronte riunito nella “Taula per la Democracia” (Tavolo per la Democrazia), formato da una sessantina di associazioni, sindacati come Comisiones Obreras e Ugt e le confederazioni delle piccole imprese e dei commercianti, ha convocato per sabato una marcia nel centro di Barcellona per la liberazione di Jordi Cuixart e di Jordi Sanchez, oltre che per la difesa “dei diritti e delle libertà”. Dopo le duecentomila persone che hanno riempito il centro della capitale della Catalogna a poche ore dall’arresto dei due popolari dirigenti indipendentisti anche i rappresentanti della ‘Taula’ non hanno scartato la convocazione di un nuovo “sciopero nazionale civico” contro la repressione.
Repressione che continua a mietere vittime anche meno eccellenti dei due Jordis. Ieri infatti la Guardia Civil ha arrestato un ragazzo di 22 anni accusato di aver resistito con la forza alle violente cariche della polizia spagnola contro i cittadini in fila per votare presso la scuola pubblica ‘La Roureda’ durante il referendum illegale del 1 ottobre. Il ragazzo è accusato di “attentato all’autorità, disobbedienza, resistenza e minacce” e potrebbe essere condannato a una lunga pena detentiva, così come gli altri due giovani arrestati nei giorni scorsi sempre nel piccolo comune di Sant Esteve de Sesrovires, nel Baix Llobregat.
Mentre la Guardia Civil è a caccia delle registrazioni delle conversazioni tra gli ufficiali dei Mossos d’Esquadra allo scopo di trovare prove della loro disobbedienza agli ordini del Ministero degli Interni spagnolo – ieri una perquisizione in un commissariato della polizia autonoma a Lleida è durata più di 12 ore – le associazioni indipendentiste provano ad esercitare una certa pressione contro la borghesia imprenditoriale e le banche della Catalogna schieratisi contro la rottura con Madrid. Ieri il numero di imprese grandi e piccole e di istituti finanziari che hanno deciso di spostare la loro sede sociale da Barcellona in altri territori dello Stato Spagnolo, o addirittura di trasferire i loro uffici, è arrivato a quota 917, mentre da varie parti si segnala un crollo degli investimenti stranieri in Catalogna e un picco negativo delle prenotazioni turistiche. L’allarme, opportunamente esagerato dalla stampa spagnola e da quella unionista catalana – la desertificazione economica e la crisi del turismo – ovviamente spaventa i settori più moderati dell’opinione pubblica catalanista impauriti dalle conseguenze di quello che viene vissuto come “un salto nel buio”.
Nel tentativo di rispondere per le rime l’Anc e Omnium Cultural hanno chiesto ieri ai loro aderenti e simpatizzanti di ritirare questa mattina, in particolare dalle 8 alle 9, una certa quota di denaro dai loro conti depositati nelle banche catalane, in particolare in quelle che hanno deciso di schierarsi contro l’indipendenza, cioè Banco Sabadell e Caixa. “Vai presso una delle cinque banche principali e ritira la quantità che desideri in contanti” chiede la piattaforma Crida per la Democràcia (Appello per la Democrazia) invitando i partecipanti al boicottaggio ad “esprimere il proprio disaccordo” con quelle istituzioni bancarie che hanno deciso di spostare la loro sede legale al di fuori della Catalogna.
La mossa dell’Anc e di Omnium non è però piaciuta ad alcuni importanti dirigenti del partito di Puigdemont, il PDeCat, che stamattina hanno apertamente criticato l’iniziativa. D’altronde la formazione liberalconservatrice, orfana del sostegno di una grande borghesia catalana che preferisce di gran lunga l’autonomia all’indipendenza, continua a sperare in una contrattazione con Madrid piuttosto che in una rottura che potrebbe invece favorire gli interessi e le rivendicazioni delle classi popolari e del movimento dei lavoratori contro quelli dell’oligarchia locale spinta ad abbracciare rivendicazioni indipendentiste da anni di imponente mobilitazione di massa.
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01/07/2016
Madrid. Il difficile rompicapo del governo
Dopo i risultati delle elezioni del 26 giugno che hanno riconfermato e anzi rafforzato la leadership della destra e stoppato l’ascesa di Podemos, il premier uscente Mariano Rajoy è alle prese con il difficile rompicapo della formazione di una possibile maggioranza di governo. Rajoy spera che ciò che non gli è riuscito dopo il voto del 20 dicembre gli riesca ora che il PP ha aumentato il suo peso nel parlamento appena eletto. Visto che i sondaggi prevedevano lo sfondamento dell’alleanza tra sinistre e Podemos – che poi non c’è stato – il PP ha goduto di un effetto ‘diga’ che ha penalizzato soprattutto la nuova destra di Ciudadanos, il cui messaggio ‘anticorruzione’ non ha funzionato come sperava il suo leader Albert Rivera. L’opaco risultato di Ciudadanos rende di fatto il partito della nuova destra modernizzatrice e liberista una sorta di “ruota di scorta” di una grande coalizione tra popolari e socialisti alla quale Rajoy sembra puntare esplicitamente. Una opzione, quella del governo a tre PP-Psoe-Ciudadanos che la formazione di Rivera afferma almeno ufficialmente di sostenere.
Da ieri sono iniziate le consultazioni informali in vista della formazione di una possibile maggioranza di governo. Rajoy ha incontrato Fernando Clavijo, il leader della formazione regionalista di centro-destra “Coalicion Canaria”, che però alle Cortes dispone di un solo seggio. Secondo fonti vicine al Pp il premier uscente avrebbe intenzione nei prossimi giorni di offrire ai socialisti la proposta di una riforma costituzionale in cambio di un sostegno attivo alla “Grande coalizione”; offerta che il Psoe per ora ha già rifiutato, per timore dell’elevato costo elettorale insito in un appoggio, anche indiretto, alla destra.
Se l’accordo con i socialisti non dovesse andare in porto – scartata a priori l’ipotesi di un’alleanza “di sinistra” che veda l’ingresso in maggioranza di Unidos Podemos, che necessiterebbe oltretutto dell’improbabile appoggio degli indipendentisti catalani – l’unica alternativa a un via libera a Rajoy è un ritorno al voto per quelle che sarebbero le terze elezioni consecutive nel giro di un anno: un’ipotesi che non sembra attirare né i leader politici né tantomeno gli elettori né soprattutto l’Unione Europea e gli ambienti economici, che premono ora sui socialisti affinché rimuovano il loro ‘no’ ad un governo guidato dal PP.
In campo, certo, c’è anche l’ipotesi di un governo di destra che veda il PP, Ciudadanos e qualche esponente dei partiti regionalisti più moderati, anche se per ora il Pnv basco ha detto che non è disponibile per questa opzione. Si tratterebbe comunque di una maggioranza risicata e instabile. Senza i socialisti difficilmente Madrid potrà vedere la formazione di un governo che riesca a passare indenne i primi mesi.
Lo scenario più verosimile per il Psoe sembra l’organizzazione di una consultazione con la base del partito che tolga le castagne dal fuoco dal segretario Pedro Sanchez, non certo amato dalla maggior parte dei suoi “baroni” locali che al momento però non sembrano in grado di proporre un’alternativa alla guida del partito. In particolare Susana Diaz, la leader dei socialisti nella tradizionale roccaforte andalusa, e fino a pochi giorni fa in pole position per la successione a Sanchez, è stata infatti una delle grandi sconfitte di questa tornata elettorale, dal momento che in Andalusia il Pp ha tolto al Psoe voti e seggi.
Secondo alcune indiscrezioni riportate dalla stampa iberica, Rajoy potrebbe essere incaricato formalmente da re Felipe VI di tentare di formare il nuovo governo il prossimo 23 luglio. Il nuovo Parlamento spagnolo si costituirà il 19 luglio.
Se Rajoy riuscirà a trovare una maggioranza, almeno per l’investitura, il nuovo governo di coalizione, o di minoranza Pp, potrebbe essere formato a fine luglio, inizio agosto.
Se anche dovesse andare in porto l’accordo tra i tre partiti di centro-destra, sia il Psoe sia C’s potrebbero però impuntarsi sul nome del nuovo premier, chiedendo che il capo di un governo di coalizione non sia il solito Mariano Rajoy. E alcuni esponenti politici delle tre formazioni hanno cominciato a citare l’ipotesi di un governo di coalizione “a tempo”, della durata di due o forse tre anni. Il tempo di riportare quella stabilità che i mercati, gli ambienti economici dominanti e le istituzioni europee pretendono per l’implementazione di misure economiche da troppo tempo rimandate.
Fonte
Da ieri sono iniziate le consultazioni informali in vista della formazione di una possibile maggioranza di governo. Rajoy ha incontrato Fernando Clavijo, il leader della formazione regionalista di centro-destra “Coalicion Canaria”, che però alle Cortes dispone di un solo seggio. Secondo fonti vicine al Pp il premier uscente avrebbe intenzione nei prossimi giorni di offrire ai socialisti la proposta di una riforma costituzionale in cambio di un sostegno attivo alla “Grande coalizione”; offerta che il Psoe per ora ha già rifiutato, per timore dell’elevato costo elettorale insito in un appoggio, anche indiretto, alla destra.
Se l’accordo con i socialisti non dovesse andare in porto – scartata a priori l’ipotesi di un’alleanza “di sinistra” che veda l’ingresso in maggioranza di Unidos Podemos, che necessiterebbe oltretutto dell’improbabile appoggio degli indipendentisti catalani – l’unica alternativa a un via libera a Rajoy è un ritorno al voto per quelle che sarebbero le terze elezioni consecutive nel giro di un anno: un’ipotesi che non sembra attirare né i leader politici né tantomeno gli elettori né soprattutto l’Unione Europea e gli ambienti economici, che premono ora sui socialisti affinché rimuovano il loro ‘no’ ad un governo guidato dal PP.
In campo, certo, c’è anche l’ipotesi di un governo di destra che veda il PP, Ciudadanos e qualche esponente dei partiti regionalisti più moderati, anche se per ora il Pnv basco ha detto che non è disponibile per questa opzione. Si tratterebbe comunque di una maggioranza risicata e instabile. Senza i socialisti difficilmente Madrid potrà vedere la formazione di un governo che riesca a passare indenne i primi mesi.
Lo scenario più verosimile per il Psoe sembra l’organizzazione di una consultazione con la base del partito che tolga le castagne dal fuoco dal segretario Pedro Sanchez, non certo amato dalla maggior parte dei suoi “baroni” locali che al momento però non sembrano in grado di proporre un’alternativa alla guida del partito. In particolare Susana Diaz, la leader dei socialisti nella tradizionale roccaforte andalusa, e fino a pochi giorni fa in pole position per la successione a Sanchez, è stata infatti una delle grandi sconfitte di questa tornata elettorale, dal momento che in Andalusia il Pp ha tolto al Psoe voti e seggi.
Secondo alcune indiscrezioni riportate dalla stampa iberica, Rajoy potrebbe essere incaricato formalmente da re Felipe VI di tentare di formare il nuovo governo il prossimo 23 luglio. Il nuovo Parlamento spagnolo si costituirà il 19 luglio.
Se Rajoy riuscirà a trovare una maggioranza, almeno per l’investitura, il nuovo governo di coalizione, o di minoranza Pp, potrebbe essere formato a fine luglio, inizio agosto.
Se anche dovesse andare in porto l’accordo tra i tre partiti di centro-destra, sia il Psoe sia C’s potrebbero però impuntarsi sul nome del nuovo premier, chiedendo che il capo di un governo di coalizione non sia il solito Mariano Rajoy. E alcuni esponenti politici delle tre formazioni hanno cominciato a citare l’ipotesi di un governo di coalizione “a tempo”, della durata di due o forse tre anni. Il tempo di riportare quella stabilità che i mercati, gli ambienti economici dominanti e le istituzioni europee pretendono per l’implementazione di misure economiche da troppo tempo rimandate.
Fonte
12/05/2016
Podemos si allea con le sinistre ma corteggia i socialisti
Alla fine, nonostante i reciproci dubbi, l’accordo tra Podemos e la Sinistra Unita spagnola è andato in porto. Con la firma ufficiale del pre-accordo fra Podemos e Izquierda Unida il partito di Pablo Iglesias cerca di compensare la perdita di consensi rilevata dai sondaggi e di sfruttare un sistema elettorale che premia nella distribuzione dei seggi le liste che prendono più voti a livello statale, oppure che ottengono buoni risultati all’interno di alcuni territori pur non essendo presenti nel resto dei collegi elettorali (come quelle delle forze regionaliste o indipendentiste catalane, basche, galiziane, canarie ecc).
Non era mai accaduto prima che due forze politiche di spessore si coalizzassero tra di loro su scala statale. La confluenza potrebbe permettere alla lista congiunta – di cui si aspettano nome, simboli e programmi comuni – di sorpassare, nelle elezioni anticipate convocate per il prossimo 26 di giugno, anche il Partito Socialista, che secondo i sondaggi attuali si piazzerebbe al secondo posto anche se in lieve discesa rispetto al voto del 20 dicembre scorso e che, in virtù della somma dei voti di Podemos e Iu diventerebbe invece terzo. In realtà Iglesias mira esplicitamente – e su questo baserà la sua campagna elettorale – a sorpassare anche il Partito Popolare e a piazzarsi al primo posto, anche in virtù di un accordo con alcune liste locali di centrosinistra in Galizia, Valencia e Catalogna che hanno già ottenuto buoni risultati sei mesi fa e che sono già il frutto di un accordo tra Podemos, le sezioni locali di Izquierda Unida e altri movimenti ambientalisti e regionalisti progressisti.
Per Podemos si tratta di un grosso cambiamento rispetto alla linea difesa strenuamente dal movimento fino a qualche settimana fa. A lungo Iglesias e i suoi avevano accettato di discutere eventuali collaborazioni con Izquierda Unida solo a livello comunale o regionale, escludendo alleanze a livello statale. Fino ad ora Podemos puntava ad accreditarsi come movimento nuovo, postpartitico e soprattutto non inquadrabile nelle categorie della destra e della sinistra, facendo leva sul suo carattere trasversale che a lungo gli è valso consensi provenienti da vari settori della società stufi della corruzione, della mala gestione della cosa pubblica e soprattutto dei draconiani tagli al lavoro, alle pensioni e al welfare imposti negli ultimi anni dal governo di destra guidato da Mariano Rajoy. Allarme ha creato anche la politica autoritaria e repressiva del governo nei confronti delle manifestazioni e delle proteste di massa che hanno attraversato lo Stato Spagnolo dopo il commissariamento del paese da parte della Troika.
Ma alla fine ha prevalso la necessità, all’interno di Podemos, di unire le proprie forze con quelle di Izquierda Unida, anche a costo di permettere ai propri avversari e alla grande stampa di accusare il movimento di essere, dopotutto, un partito di sinistra. Lo stato maggiore dei ‘morados’ (viola, dal colore della bandiera del partito) si sforzerà ora di preservare la propria alterità rispetto ad uno sbilanciamento a sinistra presentando quello raggiunto con IU come un ‘accordo tecnico’.
La posta in gioco è l’ottenimento di un numero di seggi alle Cortes assai più alto di quello che Podemos otterrebbe se andasse al voto in solitaria. Ed anche Izquierda Unida potrà beneficiare della confluenza, nonostante una parte della coalizione tra il Partito Comunista Spagnolo ed altri movimenti di sinistra, centrosinistra e ambientalisti temano di essere fagocitati del tutto da Iglesias che già il 20 dicembre ha ridotto al lumicino IU captandone la maggior parte dell’elettorato. In cambio dell’accordo Izquierda Unida, guidata dal giovane e rampante Alberto Garzòn, dovrebbe ottenere almeno dodici seggi alla Camera, contro i soli due conquistati sei mesi fa.
Ora che Podemos è data in discesa di tre punti rispetto al risultato di dicembre e che Iu è data invece in crescita di un punto e mezzo la coalizione sarebbe stata considerata una scelta obbligata da Iglesias e i suoi che finora l’avevano osteggiata. Certo, l’accordo potrebbe scontentare non solo alcuni settori militanti dei due partiti, ma anche una parte dei due elettorati. I sondaggi dei prossimi giorni, ad accordo perfezionato, potranno fornire un primo segnale sul gradimento della coalizione.
A inquietare una parte dei militanti della Sinistra Unita c’è già il fatto che la propria dirigenza si sia accontentata di un sesto dei seggi che si calcola dovrebbe conquistare la lista unitaria mentre, mentre viste le proporzioni tra l’elettorato di Izquierda Unida – più di un milione di voti – e quello di Podemos senza liste locali – circa tre milioni – i seggi spettanti a IU avrebbero dovuto essere circa un quarto.
Un altro fattore di attrito potrebbe essere rappresentato dalla spregiudicatezza con cui Podemos ha chiesto ai socialisti – responsabili quanto il Partito Popolare delle misure di austerità che hanno sconvolto la società iberica, nonché protagonisti di un numero elevatissimo di scandali per corruzione – di sommare le proprie forze al Senato presentando una lista unica. Una proposta mirante a ridurre il peso nella Camera Alta del Partito Popolare – che il 20 dicembre ha ottenuto il 60% dei senatori con il 28,7% dei voti – in vista di una possibile riforma costituzionale e a creare i presupposti per la formazione di quello che Iglesias e soci definiscono un ‘governo di cambiamento’. Nella lettera che Podemos ha inviato nei giorni scorsi al Comitato Federale del Psoe si parlava di una “alleanza per le elezioni al Senato aperta a tutti gli attori sociali e politici che si pongono l’obiettivo del cambiamento in senso progressista”. Una formulazione quanto mai vaga e che evidentemente nella strategia di Iglesias ed Errejon, il suo braccio destro, include anche i socialisti, pilastro insieme ai popolari di un regime iniquo e putrescente che pure la stessa Podemos afferma di voler battere.
Ma all’offerta di alleanza al Senato di Iglesias la direzione del Psoe ha immediatamente risposto picche, anche se in maniera garbata. Anche perché il partito guidato da Pedro Sanchez spera di far breccia nei settori più moderati di Podemos che si suppone vengano spaventati dall’accordo tra il partito morado e i ‘comunisti’ di Izquierda Unida. Ma anche la nuova destra liberista e nazionalista di Ciudadanos, data in ascesa rispetto al 20 dicembre 2015, aspira ad attirare una parte di elettorato ‘nuovista’ ma non di sinistra in fuga da Podemos.
Comunque entro poche ore verrà reso noto il risultato dei referendum organizzati dai due partiti all’interno della propria militanza. In realtà lo stato maggiore di Izquierda Unida ha già ottenuto il via libera da parte dell’85% dei simpatizzanti e iscritti che hanno votato (ma ad esprimersi sono stati solo un terzo degli aventi diritto). Oggi pomeriggio si saprà cosa ne pensano i militanti di Podemos e di nuovo qual è il giudizio degli iscritti a Izquierda Unida chiamati ad esprimersi nuovamente, stavolta sulla bozza definitiva dell’accordo di confluenza.
Fonte
Non era mai accaduto prima che due forze politiche di spessore si coalizzassero tra di loro su scala statale. La confluenza potrebbe permettere alla lista congiunta – di cui si aspettano nome, simboli e programmi comuni – di sorpassare, nelle elezioni anticipate convocate per il prossimo 26 di giugno, anche il Partito Socialista, che secondo i sondaggi attuali si piazzerebbe al secondo posto anche se in lieve discesa rispetto al voto del 20 dicembre scorso e che, in virtù della somma dei voti di Podemos e Iu diventerebbe invece terzo. In realtà Iglesias mira esplicitamente – e su questo baserà la sua campagna elettorale – a sorpassare anche il Partito Popolare e a piazzarsi al primo posto, anche in virtù di un accordo con alcune liste locali di centrosinistra in Galizia, Valencia e Catalogna che hanno già ottenuto buoni risultati sei mesi fa e che sono già il frutto di un accordo tra Podemos, le sezioni locali di Izquierda Unida e altri movimenti ambientalisti e regionalisti progressisti.
Per Podemos si tratta di un grosso cambiamento rispetto alla linea difesa strenuamente dal movimento fino a qualche settimana fa. A lungo Iglesias e i suoi avevano accettato di discutere eventuali collaborazioni con Izquierda Unida solo a livello comunale o regionale, escludendo alleanze a livello statale. Fino ad ora Podemos puntava ad accreditarsi come movimento nuovo, postpartitico e soprattutto non inquadrabile nelle categorie della destra e della sinistra, facendo leva sul suo carattere trasversale che a lungo gli è valso consensi provenienti da vari settori della società stufi della corruzione, della mala gestione della cosa pubblica e soprattutto dei draconiani tagli al lavoro, alle pensioni e al welfare imposti negli ultimi anni dal governo di destra guidato da Mariano Rajoy. Allarme ha creato anche la politica autoritaria e repressiva del governo nei confronti delle manifestazioni e delle proteste di massa che hanno attraversato lo Stato Spagnolo dopo il commissariamento del paese da parte della Troika.
Ma alla fine ha prevalso la necessità, all’interno di Podemos, di unire le proprie forze con quelle di Izquierda Unida, anche a costo di permettere ai propri avversari e alla grande stampa di accusare il movimento di essere, dopotutto, un partito di sinistra. Lo stato maggiore dei ‘morados’ (viola, dal colore della bandiera del partito) si sforzerà ora di preservare la propria alterità rispetto ad uno sbilanciamento a sinistra presentando quello raggiunto con IU come un ‘accordo tecnico’.
La posta in gioco è l’ottenimento di un numero di seggi alle Cortes assai più alto di quello che Podemos otterrebbe se andasse al voto in solitaria. Ed anche Izquierda Unida potrà beneficiare della confluenza, nonostante una parte della coalizione tra il Partito Comunista Spagnolo ed altri movimenti di sinistra, centrosinistra e ambientalisti temano di essere fagocitati del tutto da Iglesias che già il 20 dicembre ha ridotto al lumicino IU captandone la maggior parte dell’elettorato. In cambio dell’accordo Izquierda Unida, guidata dal giovane e rampante Alberto Garzòn, dovrebbe ottenere almeno dodici seggi alla Camera, contro i soli due conquistati sei mesi fa.
Ora che Podemos è data in discesa di tre punti rispetto al risultato di dicembre e che Iu è data invece in crescita di un punto e mezzo la coalizione sarebbe stata considerata una scelta obbligata da Iglesias e i suoi che finora l’avevano osteggiata. Certo, l’accordo potrebbe scontentare non solo alcuni settori militanti dei due partiti, ma anche una parte dei due elettorati. I sondaggi dei prossimi giorni, ad accordo perfezionato, potranno fornire un primo segnale sul gradimento della coalizione.
A inquietare una parte dei militanti della Sinistra Unita c’è già il fatto che la propria dirigenza si sia accontentata di un sesto dei seggi che si calcola dovrebbe conquistare la lista unitaria mentre, mentre viste le proporzioni tra l’elettorato di Izquierda Unida – più di un milione di voti – e quello di Podemos senza liste locali – circa tre milioni – i seggi spettanti a IU avrebbero dovuto essere circa un quarto.
Un altro fattore di attrito potrebbe essere rappresentato dalla spregiudicatezza con cui Podemos ha chiesto ai socialisti – responsabili quanto il Partito Popolare delle misure di austerità che hanno sconvolto la società iberica, nonché protagonisti di un numero elevatissimo di scandali per corruzione – di sommare le proprie forze al Senato presentando una lista unica. Una proposta mirante a ridurre il peso nella Camera Alta del Partito Popolare – che il 20 dicembre ha ottenuto il 60% dei senatori con il 28,7% dei voti – in vista di una possibile riforma costituzionale e a creare i presupposti per la formazione di quello che Iglesias e soci definiscono un ‘governo di cambiamento’. Nella lettera che Podemos ha inviato nei giorni scorsi al Comitato Federale del Psoe si parlava di una “alleanza per le elezioni al Senato aperta a tutti gli attori sociali e politici che si pongono l’obiettivo del cambiamento in senso progressista”. Una formulazione quanto mai vaga e che evidentemente nella strategia di Iglesias ed Errejon, il suo braccio destro, include anche i socialisti, pilastro insieme ai popolari di un regime iniquo e putrescente che pure la stessa Podemos afferma di voler battere.
Ma all’offerta di alleanza al Senato di Iglesias la direzione del Psoe ha immediatamente risposto picche, anche se in maniera garbata. Anche perché il partito guidato da Pedro Sanchez spera di far breccia nei settori più moderati di Podemos che si suppone vengano spaventati dall’accordo tra il partito morado e i ‘comunisti’ di Izquierda Unida. Ma anche la nuova destra liberista e nazionalista di Ciudadanos, data in ascesa rispetto al 20 dicembre 2015, aspira ad attirare una parte di elettorato ‘nuovista’ ma non di sinistra in fuga da Podemos.
Comunque entro poche ore verrà reso noto il risultato dei referendum organizzati dai due partiti all’interno della propria militanza. In realtà lo stato maggiore di Izquierda Unida ha già ottenuto il via libera da parte dell’85% dei simpatizzanti e iscritti che hanno votato (ma ad esprimersi sono stati solo un terzo degli aventi diritto). Oggi pomeriggio si saprà cosa ne pensano i militanti di Podemos e di nuovo qual è il giudizio degli iscritti a Izquierda Unida chiamati ad esprimersi nuovamente, stavolta sulla bozza definitiva dell’accordo di confluenza.
Fonte
04/05/2016
Spagna, si rivota. Podemos al bivio: allearsi o no con la sinistra?
Nulla di fatto, come previsto. Impossibilitato a formare un governo a parecchi mesi di distanza dal voto del 20 dicembre scorso, il Re di Spagna non ha potuto fare altro che sciogliere le Cortes e indire nuove elezioni per il prossimo 26 di giugno. Dopo il calo drastico dei due partiti su cui si è retta l’alternanza dalla fine del franchismo, i socialisti e i popolari, e l’emersione di due nuovi poli politici – Ciudadanos e Podemos – il parlamento uscito dal voto si è rivelato troppo frammentato per permettere la costituzione di un esecutivo. Esclusi i popolari, le altre tre principali forze politiche hanno provato con varie geometrie a siglare un patto che permettesse di cacciare Rajoy e la destra storica dal potere, ma non ci sono riusciti. I socialisti hanno trattato separatamente a destra con Ciudadanos e a sinistra con Podemos, dando comunque priorità ai primi e mettendo in forte difficoltà i secondi che, nonostante le disponibilità ad aprirsi a patti inediti, non potevano certo appoggiare un esecutivo di piena continuità con le politiche e le priorità economiche del passato.
E quindi gli elettori sono di nuovo chiamati alle urne tra meno di due mesi. Il problema è che secondo tutti i sondaggi le Cortes che ne usciranno non saranno molto più “stabili” rispetto a quelle appena sciolte e mai entrate in funzione. Le rilevazioni danno sia i popolari sia i socialisti in ulteriore calo rispetto al già storico crollo del 20D, a vantaggio anche stavolta di Ciudadanos e Podemos. I Popolari erano fin qui sostanzialmente soddisfatti dell’impasse dei loro avversari, sperando che i mesi guadagnati potessero permettere a Rajoy di presentarsi davanti agli elettori facendo dimenticare le politiche ferocemente antipopolari e autoritarie degli anni scorsi per vantare invece il successo degli ultimi tempi nella ripresa economica. Ma proprio nelle ultime settimane alcuni indicatori macroeconomici hanno cominciato di nuovo a tornare in negativo. Il governo di Madrid ha dovuto ammettere che anche quest’anno non potrà rispettare gli obiettivi di bilancio imposti da Bruxelles, dopo aver chiuso il 2015 con un deficit superiore al 5% del Pil contro il previsto 4,2.
Ma, allo stato, il pure tanto vituperato Partido Popular rimarrebbe comunque prima forza del paese, aggiudicandosi così un consistente pieno di seggi grazie ad una truffaldina legge elettorale che premia i partiti maggiori (o quelli più concentrati in un territorio).
Il problema, per i mercati, la troika e i sostenitori della governance, è che molto probabilmente il nuovo parlamento rimarrebbe spezzettato tra quattro grandi blocchi quasi equivalenti, rendendo di nuovo difficile la costituzione di una maggioranza politica; senza contare che i partiti nazionalisti e indipendentisti espressione della Catalogna, del Paese Basco, della Galizia e di altre comunità autonome potrebbero vendere caro il loro fondamentale apporto di seggi ad eventuali coalizioni statali troppo deboli per farcela da sole.
Per tentare di forzare gli equilibri attuali, sia dentro Podemos sia dentro Izquierda Unida è in atto un appassionato dibattito sulla necessità di unire le forze in vista delle nuove elezioni, andando ad una coalizione unitaria anche con le formazioni regionali costruite attorno ai due soggetti e con l’apporto di forze politiche locali in Catalogna, Valencia e Galizia. Anche se la creatura politica di Pablo Iglesias ha sottratto a Izquierda Unida la stragrande maggioranza del suo elettorato – scenario riconfermato anche il 26 giugno, stando ai sondaggi – la costituzione di liste comuni concederebbe alle forze coalizzate un numero assai più consistente di seggi rispetto a quelli che i singoli partiti potrebbero raccogliere andando in solitaria. Un escamotage tecnico per approfittare delle storture della legge elettorale e dell’effetto che l’unità potrebbe avere su una certa fetta di elettori indecisi, dicono alcuni dei sostenitori della coalizione, l’inizio di un necessario e irrimandabile progetto politico unitario affermano altri.
Ma non mancano i dubbi e le perplessità, sia dentro Podemos sia all’interno di Izquierda Unida. Del resto il movimento politico populista nato dopo la manifestazione della crisi economica e il commissariamento di Madrid da parte della Troika europea, ha sempre rifuggito una categorizzazione “a sinistra” vissuta come superata e comunque controproducente rispetto alla volontà di attirare consensi trasversali. L’alleanza, anche solo elettorale, con Izquierda Unida – all’interno della quale la componente comunista è sempre più debole e marginale – potrebbe spaventare alcune fette di elettorato moderato che finora si sono identificate in Pablo Iglesias. Non a caso in questi giorni i partiti di centro e di destra, in particolare i socialisti di Pedro Sanchez, non hanno perso l’occasione per accusare Podemos di volersi alleare con i ‘rossi’ di Alberto Garzòn “rivelando così la propria vera anima”.
Anche dentro la coalizione di sinistra, per quanto ridotta ai minimi termini, non mancano i ‘no’ ad una coalizione con Podemos che viene considerata, non a torto, l’inizio della fine della presenza autonoma delle sinistre radicali nelle istituzioni.
Insomma un bel dilemma. Comunque vada, per Podemos la strada sembra irta di ostacoli. Se dopo il voto ci fossero infatti i numeri per governare insieme ai socialisti e agli indipendentisti catalani, ovviando così alla ingombrante presenza della nuova destra guidata da Albert Rivera (Ciudadanos), la formazione populista difficilmente potrebbe ottenere da Sanchez la guida dell’esecutivo, e ottenere l’inserimento nel programma di governo di seri elementi di discontinuità con le politiche portate avanti dai precedenti governi. Sul tema della concessione alle nazionalità senza stato di una maggiore autonomia ed in particolare del diritto di autodecisione ai catalani, che Iglesias e i suoi affermano di considerare un punto irrinunciabile, il no pieno e irrevocabile dei socialisti è scontato. Il che renderebbe Podemos una ininfluente stampella di un governo centralista, inaccettabile non solo per gli alleati catalani della formazione ma anche per molti dei dirigenti e dei militanti della sezione locale del movimento.
Però anche un nuovo giro di trattative infruttuose dopo il voto ed eventualmente la permanenza all’opposizione di un governo Psoe-Ciudadanos e affini potrebbe logorare non poco un movimento all’interno del quale le contraddizioni macerano e crescono con il tempo. Rifuggendo – con efficacia – la distinzione ‘destra/sinistra’ Podemos ha puntato a rappresentare nelle istituzioni alcune delle rivendicazioni popolari emerse durante la mobilitazione dei movimenti sociali sorti nello Stato Spagnolo quando la crisi mordeva e milioni di cittadini fino a quel momento distanti dalla politica hanno scoperto, sulla loro pelle, la necessità di mobilitarsi e partecipare. Puntando su onestà, pulizia, cambiamento e affermazione del ‘nuovo’, Podemos è cresciuta trasversalmente: più le piazze si svuotavano più i consigli comunali, regionali e le assemblee statali si riempivano di rappresentanti della nuova formazione. Ma l’establishment ha saputo giocare le sue carte con prontezza e intelligenza, affiancando ad un ‘nuovo’ inviso, Podemos, un ‘nuovo’ pilotato e rassicurante, espressione degli stessi interessi finora rappresentati dai due partiti dell’alternanza. E così in poco tempo Ciudadanos, da piccola forza regionale catalana emersa per bilanciare l’auge dei movimenti indipendentisti di sinistra, è stato trasformato in una forza politica statale in grado di recuperare a destra milioni di voti in fuga dal Partito Popolare e dal Partito Socialista, improvvisamente invisi anche agli elettori conservatori investiti da disoccupazione, tagli ai salari e alle pensioni e sfratti.
Fonte
E quindi gli elettori sono di nuovo chiamati alle urne tra meno di due mesi. Il problema è che secondo tutti i sondaggi le Cortes che ne usciranno non saranno molto più “stabili” rispetto a quelle appena sciolte e mai entrate in funzione. Le rilevazioni danno sia i popolari sia i socialisti in ulteriore calo rispetto al già storico crollo del 20D, a vantaggio anche stavolta di Ciudadanos e Podemos. I Popolari erano fin qui sostanzialmente soddisfatti dell’impasse dei loro avversari, sperando che i mesi guadagnati potessero permettere a Rajoy di presentarsi davanti agli elettori facendo dimenticare le politiche ferocemente antipopolari e autoritarie degli anni scorsi per vantare invece il successo degli ultimi tempi nella ripresa economica. Ma proprio nelle ultime settimane alcuni indicatori macroeconomici hanno cominciato di nuovo a tornare in negativo. Il governo di Madrid ha dovuto ammettere che anche quest’anno non potrà rispettare gli obiettivi di bilancio imposti da Bruxelles, dopo aver chiuso il 2015 con un deficit superiore al 5% del Pil contro il previsto 4,2.
Ma, allo stato, il pure tanto vituperato Partido Popular rimarrebbe comunque prima forza del paese, aggiudicandosi così un consistente pieno di seggi grazie ad una truffaldina legge elettorale che premia i partiti maggiori (o quelli più concentrati in un territorio).
Il problema, per i mercati, la troika e i sostenitori della governance, è che molto probabilmente il nuovo parlamento rimarrebbe spezzettato tra quattro grandi blocchi quasi equivalenti, rendendo di nuovo difficile la costituzione di una maggioranza politica; senza contare che i partiti nazionalisti e indipendentisti espressione della Catalogna, del Paese Basco, della Galizia e di altre comunità autonome potrebbero vendere caro il loro fondamentale apporto di seggi ad eventuali coalizioni statali troppo deboli per farcela da sole.
Per tentare di forzare gli equilibri attuali, sia dentro Podemos sia dentro Izquierda Unida è in atto un appassionato dibattito sulla necessità di unire le forze in vista delle nuove elezioni, andando ad una coalizione unitaria anche con le formazioni regionali costruite attorno ai due soggetti e con l’apporto di forze politiche locali in Catalogna, Valencia e Galizia. Anche se la creatura politica di Pablo Iglesias ha sottratto a Izquierda Unida la stragrande maggioranza del suo elettorato – scenario riconfermato anche il 26 giugno, stando ai sondaggi – la costituzione di liste comuni concederebbe alle forze coalizzate un numero assai più consistente di seggi rispetto a quelli che i singoli partiti potrebbero raccogliere andando in solitaria. Un escamotage tecnico per approfittare delle storture della legge elettorale e dell’effetto che l’unità potrebbe avere su una certa fetta di elettori indecisi, dicono alcuni dei sostenitori della coalizione, l’inizio di un necessario e irrimandabile progetto politico unitario affermano altri.
Ma non mancano i dubbi e le perplessità, sia dentro Podemos sia all’interno di Izquierda Unida. Del resto il movimento politico populista nato dopo la manifestazione della crisi economica e il commissariamento di Madrid da parte della Troika europea, ha sempre rifuggito una categorizzazione “a sinistra” vissuta come superata e comunque controproducente rispetto alla volontà di attirare consensi trasversali. L’alleanza, anche solo elettorale, con Izquierda Unida – all’interno della quale la componente comunista è sempre più debole e marginale – potrebbe spaventare alcune fette di elettorato moderato che finora si sono identificate in Pablo Iglesias. Non a caso in questi giorni i partiti di centro e di destra, in particolare i socialisti di Pedro Sanchez, non hanno perso l’occasione per accusare Podemos di volersi alleare con i ‘rossi’ di Alberto Garzòn “rivelando così la propria vera anima”.
Anche dentro la coalizione di sinistra, per quanto ridotta ai minimi termini, non mancano i ‘no’ ad una coalizione con Podemos che viene considerata, non a torto, l’inizio della fine della presenza autonoma delle sinistre radicali nelle istituzioni.
Insomma un bel dilemma. Comunque vada, per Podemos la strada sembra irta di ostacoli. Se dopo il voto ci fossero infatti i numeri per governare insieme ai socialisti e agli indipendentisti catalani, ovviando così alla ingombrante presenza della nuova destra guidata da Albert Rivera (Ciudadanos), la formazione populista difficilmente potrebbe ottenere da Sanchez la guida dell’esecutivo, e ottenere l’inserimento nel programma di governo di seri elementi di discontinuità con le politiche portate avanti dai precedenti governi. Sul tema della concessione alle nazionalità senza stato di una maggiore autonomia ed in particolare del diritto di autodecisione ai catalani, che Iglesias e i suoi affermano di considerare un punto irrinunciabile, il no pieno e irrevocabile dei socialisti è scontato. Il che renderebbe Podemos una ininfluente stampella di un governo centralista, inaccettabile non solo per gli alleati catalani della formazione ma anche per molti dei dirigenti e dei militanti della sezione locale del movimento.
Però anche un nuovo giro di trattative infruttuose dopo il voto ed eventualmente la permanenza all’opposizione di un governo Psoe-Ciudadanos e affini potrebbe logorare non poco un movimento all’interno del quale le contraddizioni macerano e crescono con il tempo. Rifuggendo – con efficacia – la distinzione ‘destra/sinistra’ Podemos ha puntato a rappresentare nelle istituzioni alcune delle rivendicazioni popolari emerse durante la mobilitazione dei movimenti sociali sorti nello Stato Spagnolo quando la crisi mordeva e milioni di cittadini fino a quel momento distanti dalla politica hanno scoperto, sulla loro pelle, la necessità di mobilitarsi e partecipare. Puntando su onestà, pulizia, cambiamento e affermazione del ‘nuovo’, Podemos è cresciuta trasversalmente: più le piazze si svuotavano più i consigli comunali, regionali e le assemblee statali si riempivano di rappresentanti della nuova formazione. Ma l’establishment ha saputo giocare le sue carte con prontezza e intelligenza, affiancando ad un ‘nuovo’ inviso, Podemos, un ‘nuovo’ pilotato e rassicurante, espressione degli stessi interessi finora rappresentati dai due partiti dell’alternanza. E così in poco tempo Ciudadanos, da piccola forza regionale catalana emersa per bilanciare l’auge dei movimenti indipendentisti di sinistra, è stato trasformato in una forza politica statale in grado di recuperare a destra milioni di voti in fuga dal Partito Popolare e dal Partito Socialista, improvvisamente invisi anche agli elettori conservatori investiti da disoccupazione, tagli ai salari e alle pensioni e sfratti.
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29/02/2016
Abbraccio renziano tra Psoe e Ciudadanos. Iu e Podemos nel pallone
Continua a Madrid la trattativa – e la polemica – tra i maggiori partiti per la formazione del futuro esecutivo a più di due mesi ormai dalle elezioni generali del 20 dicembre. Negli ultimi giorni il leader del Partito Socialista Operaio (!) Spagnolo ha ottenuto dalla militanza un ampio sostegno al patto di governo siglato con la nuova destra di Ciudadanos, dopo il repentino voltafaccia nei confronti di Podemos, con il quale il Psoe stava negoziando un improbabile accordo. Ben il 79% dei militanti e degli iscritti che hanno partecipato alla consultazione interna ha detto sì alla linea del quarantenne Sanchez, con un tasso di partecipazione di circa il 50%. Spiazzata, per ora, la fronda interna al Psoe, guidata da alcuni ras locali del partito come Susana Diaz, che rimproveravano a Sanchez la disponibilità verso Podemos e le sinistre e che ora sono stati privati dei loro argomenti di polemica. Ora la palla passa alle Cortes, dove mercoledì è previsto il primo voto di investitura. Che non ci sarà, visto che la prima votazione richiede la maggioranza assoluta mentre al massimo Sanchez può contare sui 90 deputati del Psoe, sui 40 di Ciudadanos e forse di una manciata di indipendenti ed esponenti di liste locali. Ma neanche venerdì Sanchez dovrebbe farcela, nonostante che in seconda votazione il quorum per la formazione del governo si abbassa alla maggioranza semplice; all’aspirante premier servono comunque 176 voti. In mancanza di un sostegno da parte del Partito Popolare o di una astensione dei parlamentari di Podemos e delle altre liste di centrosinistra-sinistra catalane, valenzane e galiziane il traguardo appare lontano, irraggiungibile.
E in molti credono che si dovrà tornare alle urne, anche se i sondaggi per ora sembrano riprodurre rapporti di forza simili a quelli usciti dalla giornata del 20 dicembre, con al massimo una lieve crescita dei partiti maggiori, un piccolo cambiamento non in grado di determinare schieramenti netti ed in grado di garantire la governabilità. Se entro il 3 maggio non si troverà la quadra il Re Felipe VI dovrà sciogliere le camere e indire nuove elezioni per il 26 di giugno. Ma sottobanco il negoziato tra le forze politiche prosegue.
Podemos aspetta i socialisti al varco. Per la formazione di Pablo Iglesias i socialisti diventano ‘forza di cambiamento’ in caso di alleanza a sinistra ma restano un partito del sistema se continueranno a insistere nell’alleanza con i liberisti e centralisti di Ciudadanos. Un punto di vista politicista che mette in evidenza la crisi di prospettive per un movimento che sembra giunto all’apice della sua popolarità ma prigioniero di dinamiche istituzionali tutte interne ad un sistema politico bloccato. Il Psoe ha firmato con la nuova destra un programma di governo di chiaro stampo liberista e centralista, pienamente in linea con i diktat dell’Unione Europea, dimostrando quali sono le sue priorità in campo economico, politico e istituzionale. Un “patto di legislatura” di stampo renziano che riprende le brutture del Jobs Act e prevede la trasformazione delle province in organismi non più elettivi ma composti da sindaci.
Eppure Iglesias e compagni continuano a illudere la propria base che il Psoe possa essere ‘recuperato’ all’interno di un’alleanza plurale di formazioni che dovrebbe mettere invece in discussione l’austerità, i tagli, i dogmi del nazionalismo spagnolo contro le rivendicazioni catalane e basche. Nei giorni scorsi Podemos ha di nuovo invitato il Psoe renziano a tornare alla trattativa con quello che in molti, impropriamente, continuano a descrivere come la rappresentanza politica del movimento e della stagione degli ‘Indignados’. Alla politica della ‘mano tesa’ nei confronti dei socialisti si è aggiunto anche Alberto Garzòn, leader dell’alleanza di sinistra imperniata su una Izquierda Unida mai così debole.
Che il decalogo liberista firmato da Pedro Sanchez e Albert Rivera venga semplicemente cestinato dai socialisti, come chiede Iglesias, in caso di riapertura delle trattative con Podemos, appare altamente improbabile. Tanto Unidad Popular quanto Podemos lo sanno bene, e infatti parlano ‘responsabilmente’ di una ampia revisione delle 66 pagine sottoscritte da Psoe e Ciudadanos. Il che vuol dire che al massimo si andrebbe ad emendare, in caso di accordo ‘a sinistra’, qualche aspetto più truce del patto di legislatura.
Il rischio è che Podemos diventi l’ennesima stampella di sinistra a un governo targato Troika. Gettando così alle ortiche anni di mobilitazione popolare, di lotte, di scioperi, di ragionamenti su un altro mondo possibile.
Leggi anche Madrid: i socialisti puntano alla nuova destra e al “modello Renzi”
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E in molti credono che si dovrà tornare alle urne, anche se i sondaggi per ora sembrano riprodurre rapporti di forza simili a quelli usciti dalla giornata del 20 dicembre, con al massimo una lieve crescita dei partiti maggiori, un piccolo cambiamento non in grado di determinare schieramenti netti ed in grado di garantire la governabilità. Se entro il 3 maggio non si troverà la quadra il Re Felipe VI dovrà sciogliere le camere e indire nuove elezioni per il 26 di giugno. Ma sottobanco il negoziato tra le forze politiche prosegue.
Podemos aspetta i socialisti al varco. Per la formazione di Pablo Iglesias i socialisti diventano ‘forza di cambiamento’ in caso di alleanza a sinistra ma restano un partito del sistema se continueranno a insistere nell’alleanza con i liberisti e centralisti di Ciudadanos. Un punto di vista politicista che mette in evidenza la crisi di prospettive per un movimento che sembra giunto all’apice della sua popolarità ma prigioniero di dinamiche istituzionali tutte interne ad un sistema politico bloccato. Il Psoe ha firmato con la nuova destra un programma di governo di chiaro stampo liberista e centralista, pienamente in linea con i diktat dell’Unione Europea, dimostrando quali sono le sue priorità in campo economico, politico e istituzionale. Un “patto di legislatura” di stampo renziano che riprende le brutture del Jobs Act e prevede la trasformazione delle province in organismi non più elettivi ma composti da sindaci.
Eppure Iglesias e compagni continuano a illudere la propria base che il Psoe possa essere ‘recuperato’ all’interno di un’alleanza plurale di formazioni che dovrebbe mettere invece in discussione l’austerità, i tagli, i dogmi del nazionalismo spagnolo contro le rivendicazioni catalane e basche. Nei giorni scorsi Podemos ha di nuovo invitato il Psoe renziano a tornare alla trattativa con quello che in molti, impropriamente, continuano a descrivere come la rappresentanza politica del movimento e della stagione degli ‘Indignados’. Alla politica della ‘mano tesa’ nei confronti dei socialisti si è aggiunto anche Alberto Garzòn, leader dell’alleanza di sinistra imperniata su una Izquierda Unida mai così debole.
Che il decalogo liberista firmato da Pedro Sanchez e Albert Rivera venga semplicemente cestinato dai socialisti, come chiede Iglesias, in caso di riapertura delle trattative con Podemos, appare altamente improbabile. Tanto Unidad Popular quanto Podemos lo sanno bene, e infatti parlano ‘responsabilmente’ di una ampia revisione delle 66 pagine sottoscritte da Psoe e Ciudadanos. Il che vuol dire che al massimo si andrebbe ad emendare, in caso di accordo ‘a sinistra’, qualche aspetto più truce del patto di legislatura.
Il rischio è che Podemos diventi l’ennesima stampella di sinistra a un governo targato Troika. Gettando così alle ortiche anni di mobilitazione popolare, di lotte, di scioperi, di ragionamenti su un altro mondo possibile.
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