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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/02/2025

I “Patrioti” europei al servizio di Musk

Si è conclusa la convention dei “Patrioti per l’Europa”, la compagine di estrema destra formatasi al Parlamento Europeo dopo le elezioni della scorsa estate. Sabato e domenica, in una grande sala di Madrid, si sono riuniti tredici partiti che oggi contano 86 parlamentari a Strasburgo ben consapevoli che si giocano equilibri importanti nel Vecchio Continente.

Lo scenario in cui cercano un posto al sole è quello di una UE che deve fare i conti col cambio di approccio deciso da Washington verso l’altra sponda dell’Atlantico. E, nonostante il nome che si sono dati, le realtà presenti nella capitale dello stato spagnolo non hanno espresso alcun sussulto patriottico, anzi.

Tra richiami all’identità cristiana dell’Europa, l’attacco ai migranti e alle lotte di genere, e altri tipici cavalli di battaglia delle espressioni più reazionarie a cui ci siamo purtroppo abituati negli ultimi anni, lo slogan più usato è stato preso in prestito dal nuovo inquilino della Casa Bianca: “Make Europe Great Again”.

Certo, era già stato fatto proprio dal primo ministro ungherese Viktor Orbàn, tra i promotori della creazione dei “Patrioti”, per il semestre alla presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, conclusosi a dicembre. Ma pochi giorni fa è stato rilanciato da Elon Musk, chiamando a raccolta possibili alleati europei alla nuova linea statunitense.

La Lega, Rassemblement National, i fascisti di Vox, Orbàn appunto e l’estrema destra olandese capitanata da Geert Wilders, insieme ad altri soggetti hanno deciso di rispondere alla chiamata. Per capirci, una chiamata il cui contenuto nemmeno troppo nascosto è quello di relegare la UE a un ruolo di totale subordinazione agli interessi stelle-e-strisce.

Dunque, tutt’altro che la trita e ritrita adunata dei “sovranisti”, anche se qualcuno continua a raccontarli secondo il vecchio copione. Ad esempio, Elly Schlein, che dal congresso di +Europa ha detto che ci troviamo di fronte una “internazionale di nazionalisti” che ha identificato i propri nemici nei “migranti, i giornalisti liberi, i magistrati, i sindacati, gli attivisti e le opposizioni”.

Una internazionale di nazionalisti non è cosa del tutto paradossale, a differenza di quello che sembra credere la segretaria del PD. E in fondo anche negli anni ’30 del secolo scorso si è visto qualcosa di simile. Ci troviamo di fronte a una fase in cui gli interessi nazionali tra realtà fino a ieri alleate vanno divergendo profondamente, e dunque non ci si può stupire se per alcune formazioni è meglio farla finita con velleità comunitarie considerate ormai fallite e cercare sponsor più solidi cui vendere se stessi e il proprio paese.

Sia chiaro, non significa rompere la UE, considerata comunque una sovrastruttura indispensabile per la borghesia continentale. Quello a cui abbiamo assistito a Madrid è un vento reazionario che ha già deciso di piegarsi al nuovo corso trumpiano, convinto di ottenere di poterla fare finita anche qui con tutte quelle balle da establishment “presentabile e civile” (democrazia, green, stato di diritto...).

Basta pensare che la sera prima della grande riunione, i leader già presenti nella capitale dello stato spagnolo sono andati a cena con alcuni esponenti del think tank Heritage Foundation. Il suo Project 2025 è un programma di riforme di stampo palesemente autoritario, ed è stato spesso associato a Trump, anche se il tycoon ha sempre negato.

Certo, giocare sulle divisioni nazionali, ora come ora, fa la felicità della nuova amministrazione statunitense, perché aiuta ad arrestare il tentativo europeo di assumere un ruolo autonomo a livello strategico. Ma permette anche di imbarcarsi senza troppe zavorre nello scontro contro un altro nemico, che politici come la Schlein condividono con l’estrema destra ma che la segretaria del PD ha evitato consapevolmente di nominare: il mondo multipolare.

Ma la kermesse dei Patrioti è servita soprattutto ad aprire una fase da resa dei conti interna alla classe politica europea. “L’era delle élite di Bruxelles è finita”, è stato un motivo continuo degli interventi fatti dai vari politici presenti, in un quadro di profonda crisi di legittimità di tante maggioranze continentali.

Una sfida che non arriva comunque da figure tenute ai margini dalle nostre ‘democrature’. In Italia, Ungheria e Olanda i Patrioti sono al governo, Bayrou a Parigi ha appena superato la mozione di sfiducia presentata dalla France Insoumise perché i socialisti e i deputati del Rassemblement National non l’hanno votata.

Giusto alcuni esempi in linea con la maggioranza politica della seconda Commissione von der Leyen, che vede i post-fascisti di Fratelli d’Italia tra le proprie fila, e con quello che è successo in Germania sulla legge anti-migranti, che aveva visto la convergenza di conservatori e AfD, altro alleato di Musk.

Le prossime elezioni tedesche potrebbero vedere il successo del partito di ultradestra, che proprio a Madrid ha ricevuto l’appoggio da Santiago Abascal, presidente di Vox, e seppur in maniera più velata anche da Salvini. Anche se per ora fanno parte di schieramenti differenti a Strasburgo, poco conta.

Quel che conta è che c’è un evidente spinta reazionaria in Europa, e ad aprire la strada sono stati i ‘moderati’ e ‘democratici’ della UE. Ricordiamo che l’ex presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, diceva che “con l’estrema destra è possibile collaborare”. Ora però l’estrema destra vorrebbe governare da sola.

Fonte

07/07/2024

Fratelli coltelli nella destra di Strasburgo

In Europa alla Meloni non ne va proprio bene una. Prima l’hanno tagliata fuori dalle decisioni che contano sulla nuova Commissione Europea, adesso anche il partito della destra spagnola Vox abbandona il gruppo parlamentare della Meloni per unirsi al nuovo gruppo di estrema destra “Patrioti per l’Europa” al Parlamento europeo invece che al gruppo dei Conservatori e Riformisti messo su da Fratelli d’Italia.

“Questa nuova piattaforma aspira a formare un nuovo gruppo parlamentare al Parlamento europeo, la cui costituzione e composizione dovrebbero essere annunciate nei prossimi giorni”, ha dichiarato Vox, il partito ultras guidato da Santiago Abascal, in una dichiarazione di venerdì.

Unendosi all’alleanza tra il partito ungherese Fidesz, all’austriaco FPÖ e il ceco ANO, l’obiettivo del gruppo parlamentare della destra europea nella nuova legislatura di Strasburgo è quello di “contrastare il consenso di conservatori e socialisti, che ha causato così tanti danni all’Europa negli ultimi anni”, si legge nella nota del leader neofascista spagnolo.

Fino ad ora, Vox aveva fatto parte del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR) al Parlamento Europeo con il partito di governo italiano Fratelli d’Italia.

Fino a questo ennesimo caso di “fratelli coltelli”, molti – e soprattutto la Meloni – ritenevano che il presidente del Consiglio italiano avrebbe “continuato ad essere un partner, un amico e un alleato di Vox”.

“Abbiamo un rapporto molto stretto con il partito Fratelli d’Italia della Meloni e, ad esempio, con il PiS polacco”, ha sottolineato il leader di Vox Santiago Abascal in un’intervista al quotidiano La Gaceta. Nelle elezioni di giugno, Vox è arrivato terzo in Spagna con circa il 9,5% dei voti. Il partito ha così conquistato sei seggi al Parlamento europeo, due in più rispetto al passato.

La mossa di Vox è stata accolta con grande soddisfazione dalla Lega, secondo cui l’adesione a Patrioti per l’Europa “è un segnale importantissimo“.

Al nuovo gruppo di destra al Parlamento europeo, hanno annunciato l’intenzione di unirsi anche gli olandesi di Wilders e quelli di Chega!, il partito portoghese di estrema destra. La destra ha bisogno di almeno 23 eurodeputati di sette nazionalità diverse per costituirsi in un gruppo parlamentare, ma con questi arrivi rischia di diventare il terzo gruppo parlamentare a Strasburgo.

Il gruppo parlamentare europeo della Meloni – Conservatori e Riformisti Europei – si è così ulteriormente ridotto, smontando clamorosamente – pezzo dopo pezzo – le rodomontate di Giorgia in Europa e sull’Europa. Torna così a incombere come una maledizione quella ipoteca che da Berlusconi in poi frustra la destra al governo: “essere gli ultimi tra i primi in Europa o i primi tra gli ultimi?”. Questa divaricazione strategica ha lacerato ogni tentativo della destra di mostrare i muscoli – per poi calare le braghe – a Bruxelles e la consapevolezza che le asimmetrie di potere nell’Unione Europea non hanno mai concesso nulla di troppo ai paesi euromediterranei. In fondo la destra è sempre stato il “sovranismo di sua maestà”.

Fonte

25/07/2023

Spagna - Le elezioni consegnando un quadro ambiguo

Le elezioni politiche anticipate in Spagna non hanno dato un esito che permetta di definire quale sarà l’esecutivo che guiderà il Paese, né se l’impasse prodotta dai risultati scaturiti delle urne costringerà a ripetere le elezioni a breve.

Un’ipotesi, questa, che i leader delle due maggiori formazioni – Sánchez del PSOE e Feijó del PP – vogliono evitare ad ogni costo.

A entrambi i poli del quadro politico iberico, da un lato quello “progressista” con il PSOE e Sumar e dall’altro quello reazionario del Partido Popular e di Vox, mancano i numeri sufficienti per governare, non avendo raggiunto la soglia dei 176 deputati eletti necessari per formare una maggioranza.

Come faceva supporre l’alto numero di voti per corrispondenza, vi è stata una partecipazione relativamente elevata al voto, con il 70,40% degli aventi diritto che si è recato alle urne od è ricorso al voto postale.

La prima formazione politica è il PP che conquista voti, sottraendoli anche a Vox, aumentando il consenso rispetto alle elezioni politiche del 2019 e confermando il dato positivo delle amministrative. Ma non ha realizzato quel risultato nelle aspettative dei leader “popolari” ed indicato da una parte consistente dei sondaggi.

Le alleanze che il Partito guidato da Feijó ha stabilito per governare in tre regioni insieme ai neo-falangisti di Vox, non li hanno premiati sul piano nazionale, così come non hanno affatto premiato i neofalangisti di Vox.

I popolari sono nuovamente la prima formazione politica, con 136 deputati contro gli 89 del 2019, ma sommati ai “soli” 33 voti di Vox possono arrivare solo a 169; cioè 8 in meno di quelli necessari, senza che ci siano state aperture di altre forze con una rappresentanza parlamentare, cioè le formazioni regionali CCa, UPN, e EAJ-PNV che comunque contano complessivamente 7 deputati.

Il PNV basco si rifiuta di “sbiancare e legittimare” Vox, ha detto il leader della formazione regionalista basca di Bizkaia, Itxaso Atutxa.

D’altro canto è la stessa Vox, secondo quanto riferisce il suo segretario generale che «non può unire il voto patriottico con un partito separatista: è impossibile».

Nel tardo pomeriggio il Presidente del PP ha affermato: «da questa mattina ho mantenuto contatti con distinte forze politiche con l’obiettivo di dare al paese un governo stabile», citando UPN, Coalición Canaria, PNV e Vox.

Feijó ha aggiunto «non possiamo permettere che gli spagnoli siano intrappolati en bloqueos, né permettere che il nostro Paese si balcanizzi».

Questa è una delle strade praticate dal Feijó, per non andare nuovamente alle elezioni.

Il “piano B” del leader del PP è fare un governo monocolore contando sull’astensione del PSOE durante la sua investitura, stabilendo 4 o 5 punti comuni: non si tratterebbe di una vera e propria coalizione, ma di una specie di ‘patto di legislatura’ dal destino piuttosto incerto.

Sarebbe un’autentica “inversione a U” per una formazione che alle politiche e alle precedenti amministrative aveva giocato la carta della “derogación del sanchismo”.

Il sanchismo è un brutto neologismo usato “a destra” per indicare l’alleanza dei socialisti con la sinistra di Unidas-Podemos ed il sostegno di alcune formazioni della “sinistra indipendentista”, soprattutto per ciò che riguarda l’implementazione di politiche sociali e diritti individuali.

Appare chiaro che un fallimento di queste ipotesi, che porterebbe ad un governo avente come asse PSOE-Sumar o al ripetersi delle elezioni, aprirebbe anche un processo di crisi all’interno del PP che potrebbe, in tendenza, costare il posto a Feijó a tutto vantaggio dell’astro nascente, Isabel Díaz Ayuso, presidenta di Madrid, o del presidente dell’Andalucía, Manuel Moreno Bonilla, l’altro “barone” di maggior peso nel Partito.

In ogni caso è un fatto che l’ipotesi politica su cui aveva scommesso la destra moderata ed estrema non si è realizzata, tra l’altro con una imprevista ma netta perdita di voti per Vox.

Per ora la tanto invocata “stabilità” sembra non passare, almeno in Spagna, attraverso il consolidamento dell’asse tra conservatori ed estrema destra.

Una destra che comunque avanza sia in percentuale di voti che di preferenze effettive: 11,2 milioni di voti, cioè 45,6%, contro 10,4 milioni del 2019, cioè il 43,1%.

Non un consenso “risicato”, quindi.

Il PSOE, nonostante tutto, avanza elettoralmente passando da 120 a 122 deputati, che sommati ai 31 di Sumar, fanno 153; comunque poco meno di quelli che avevano permesso la formazione della coalizione che ha governato fin qui il Paese.

Da notare che la coalizione Unidas-Podemos, composta dalla storica formazione della sinistra spagnola (IU) e dall’organizzazione allora guidata da Pablo Iglesias, raccolse 4 deputati in più dell’attuale Sumar, formata da ben 15 soggetti politici “a sinistra” del PSOE.

Nelle 10 Tesi scritte dall’ex leader di Podemos per il voto del 23 luglio – Diez tesi sopra el 23J – Pablo Iglesias al punto 7 è impietoso con il risultato ed il metodo di costruzione di Sumar che «perde più di 700.000 voti e perde inoltre sette deputati rispetto ai risultati dei partiti della sua coalizione nel 2019».

In effetti, vi è stato uno iato netto tra aspettative e realtà rispetto al risultato, che vede tra le tre formazioni più premiate al suo interno – con 5 deputati Podemos, Comunes catalani, e IU, – oltre a due di Más Madrid, due della valenziana Compromís e uno della Chunta aragonesista.

In caso di ripetizione delle elezioni, secondo Iglesias, Sumar non avrebbe scuse per non convocare le primarie e non potrà essere posto il veto su nessuno, come è stato fatto con alcune figure di spicco di Podemos, ad esempio Irene Montero.

In caso di formazione di un governo con un “fronte amplio” i 5 deputati di Podemos avrebbero un peso nei delicati equilibri dell’esecutivo.

L’operazione di marginalizzazione di Podemos dentro Sumar, per rendere maggiormente compatibile la creatura politica della Díaz, non ha dato i suoi risultati in termini elettorali, e sembra forte il “revanscismo” nei suoi confronti da parte dei dirigenti della formazione.

La segretaria generale della formazione, Ione Belarra, in un video-messaggio per la stampa, si è dimostrata molto critica dicendo esplicitamente che: «la strategia di rinunciare al femminismo e invisibilizzare Podemos non ha funzionato».

La Belarra ha voluto ricordare che se oggi la marea nera è stata fermata e si dà la possibilità di insediare nuovamente un governo progressista «è grazie alla gente che si mobilitò nel decennio passato. Nelle maree e nelle lotte sindacali […] e a Podemos, che operò con enorme responsabilità e generosità», rivendicando il proprio ruolo nel precedente accordo governativo.

Il ripetersi della coalizione che fino a qui ha governato la Spagna ha però bisogno ora dell’astensione di Junts durante la prima votazione parlamentare sull’esecutivo, cosa che alza non di poco l’asticella della trattativa, considerato che la formazione catalana – come contropartita – vuole espressamente l’amnistia e l’autodeterminazione.

Una linea rossa difficilmente attraversabile da parte dei socialisti, specie di quelli catalani del PSC che sono tornati ad essere la prima formazione in regione dopo 15 anni con 19 deputati su 48, creando un “cortocircuito” non da poco.

Una equazione politica, insomma, difficilmente gestibile dal leader dei socialisti catalani, Salvador Illa.

A dire l’ultima parola, con ogni probabilità, sarà l’ex presidente catalano in esilio, Carles Puigdemont.

Il portavoce di Junts – Josep Rius – ha smentito la voce di un contatto ufficiale di Sumar, attraverso l’ex deputato di En Comú Podem, Jaume Asens.

In mattinata il leader di Junts per Catalunya ha affermato senza mezzi termini che “non facilitare la riedizione del governo di coalizione di Sánchez non è lo stesso che permettere il governo di Feijó“.

Nell’equazione politica della formazione, la stabilità politica della Spagna è insomma subordinata all’indipendenza della Catalogna.

È un paradosso politico evidente il fatto che nonostante i 140 mila voti in meno, Junts e soprattutto le istanze indipendentiste più “intransigenti” siano il vero ago della bilancia della politica iberica, insieme al più scontato appoggio della sinistra repubblicana di ERC, in netto rinculo rispetto al 2019 che passa da 13 deputati a 7, gli stessi di Junts.

Un ultima considerazione riguarda l’ottima performance della sinistra abertzale di EH Bildu, che ha subito chiarito che non è equidistante tra l’ipotesi di un governo dell’estrema destra ed il ripetersi della coalizione che ha fin qui governato la Spagna.

Ormai è un testa a testa nei Paesi Baschi tra il PNV e la formazione per molti versi erede di Batasuna.

Il coordinatore generale, Arnaldo Otegi, ha ripetuto che la priorità della propria formazione – visti i risultati delle urne – è «impedire che governino le destre».

Bildu ha ottenuto 333.362 voti, e sarà rappresentato da 6 deputati (5 nel Paese Basco ed uno in Navarra) e 5 senatori. La migliore performance elettorale alle politiche, con 52 mila voti in più rispetto al 2019.

Bildu è la terza forza politica basca, con appena 1.100 voti in meno del PNV, che è seconda dietro i socialisti del PSE-EE.

Si conferma quindi uno spazio politico in cui la formazione, come afferma Otegi, «è utile per migliorare e conquistare diritti nazionali e sociali per i suoi cittadini». Ed un argine imprescindibile allo sbocco reazionario della crisi politica spagnola.

La mancata vittoria di una delle due polarità principali trasforma la creazione di un governo in un rompicapo, dove il tentativo di evitare nuove elezioni non avrà certo vita facile, vista la frammentazione della rappresentanza ed il riemergere di nodi politici ancora irrisolti ma importanti, come il rifiuto del neo-falangismo come forza di governo, i processi di auto-determinazione popolari in Catalogna, nei Paesi Baschi ed in Galizia, la necessità – “a sinistra” – di non sacrificare la propria autonomia rispetto ad una strategia “governista” che non sia subordinata alle istanze social-democratiche.

L’impasse politico a cui assistiamo è frutto della mancanza di una adeguata risoluzione delle storture del Regno di Spagna post-franchista e delle contraddizioni sociali che l’hanno attraversata dalla crisi sistemica dal 2008 in poi.

Fonte

23/07/2023

Spagna - La posta in gioco nelle elezioni

Più di 37 milioni di elettori sono chiamati a votare questa domenica in Spagna per le elezioni politiche anticipate nel Paese iberico.

Già 2,47 milioni di votanti sono ricorsi alla modalità del voto per corrispondenza, stando ai dati ufficiali riferiti alle due del pomeriggio di sabato; circa il 94,2% del totale di coloro che potevano ricorrere a tale possibilità.

Si tratta di una cifra record da quando, nel 2008, è stato introdotto questo strumento, segno di una partecipazione elettorale già elevata prima ancora che aprano le urne.

Stando agli ultimi sondaggi pubblicati (e pubblicabili) di questo lunedì, la forza che dovrebbe uscire vincitrice è il Partido Popular, con il 34% di votanti contro il 28% ai socialisti del PSOE.

In un sostanziale “testa a testa” l’estrema destra di Vox e la coalizione della ‘sinistra radicale’ Sumar, entrambe al 13%.

La sommatoria dei voti delle altre formazioni – alcune delle quali con un peso importante a livello regionale, in particolare nei Paesi Baschi, in Catalogna ed in Galizia – raggiunge l’11%.

Stando a queste proiezioni – se ci fosse un accordo tra i popolari ed i neo-falangisti, riproducendo su scala nazionale ciò cui, a cominciare dall’anno scorso, abbiamo assistito su scala regionale in differenti località, tra cui tre regioni – si vedrebbe un quadro inedito per la storia democratica del Regno dopo la transizione dal franchismo a fine anni Settanta.

Sempre stando ai sondaggi, nessuna delle due formazioni che hanno dominato lo scenario politico nazionale post-franchista riuscirebbero a raggiungere quella maggioranza che permetterebbe di governare in solitaria.

È chiaro che “gli indecisi” e la percentuale di errore di questo tipo di inchieste di opinione, rendono le previsioni aleatorie.

Proviamo comunque a ragionare per scenari.

Il più improbabile, ma che non può essere scartato a priori, è quello simile al 2019, con un governo che avrebbe come asse principale PSOE e Sumar, con un investitura di Pedro Sánchez che dovrebbe però contare sull’appoggio della sinistra “indipendentista” galiziana del BNG, degli attori regionali baschi – sia il PNV che EH Bildu – oltre che della sinistra repubblicana catalana, ERC.

Una maggioranza, stando alle proiezioni di voto, da prendere con le pinze, visto che dovrebbe essere assicurata con un margine più ampio oltre ai 176 seggi necessari, e questo richiederebbe il sostegno della sinistra indipendentista catalana della CUP e dall’altra formazione indipendentista Junts.

Secondo i calcoli fatti dal quotidiano El País la possibilità che si realizzi un errore di previsione tale da permettere questo scenario sono circa di uno a sei.

Un secondo scenario di sostanziale “testa a testa” porterebbe ad un impasse in cui PP e VOX vincono con un margine più risicato di quello dei sondaggi, essendo perciò impossibilitati a governare, non raggiungendo i 176 voti necessari, e non riuscendo neanche a convincere – come è verosimile – il PNV o la Coalición Canaria a far parte della propria coalizione.

D’altro canto, per un governo del PSOE e di Sumar, in una situazione risicata sarebbero fondamentali i voti della CUP e di JUNTS che diverrebbero “aghi della bilancia” con tutto ciò che questo significa rispetto alla questione catalana e al lascito repressivo successivo al Procés.

Il terzo scenario è un governo di PP e di Vox con rapporti di forza diversi a seconda dei rispettivi risultati elettorali, con due polarità: da un lato un “voto utile” al PP in grado di riassorbire il voto “di protesta” per i neo-falangisti, in direzione di una più oliata macchina politica governativa; dall’altro la possibile “esondazione” dei neo-falangisti, capaci di cannibalizzare il consenso che a destra era riservato alla tradizionale forza conservatrice.

Altamente improbabile, ma non impossibile, una maggioranza assoluta per la formazione dei popolari con un governo “monocolore”.

Lo scenario più probabile, in caso di un margine di errore nullo o quasi da parte dei sondaggi, è una maggioranza “di misura” del PP e di VOX, con 177 deputati rispetto ai 176 necessari, in un contesto in cui il livello di “centralizzazione” delle decisioni politiche nazionali di entrambi i partiti non permetterebbero defezioni.

I popolari sono un partito in cui i notabili locali hanno un potere effettivo nelle scelte locali, ma non in quelle nazionali, mentre tra i neo-falangisti le decisioni derivano soprattutto dal centro.

Non è esclusa la rimonta del fronte progressista, grazie ad una performance positiva nel secondo dibattito televisivo decisivo, con la “complicità” dei due leader (Sanchez e Díaz) contro Abascal, e con Feijóo assente per scelta, dopo aver incassato un risultato positivo nel primo confronto televisivo con Sanchez.

Come ha detto il leader socialista nel comizio conclusivo, incitando al rush finale, di fronte ai suoi sostenitori a Getafe: «fino all’ultima pedalata, fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo voto».

Uno dei temi più scottanti per il PP, usati abbondantemente da Sumar a fine campagna elettorale, è l’imbarazzante amicizia del leader popolare con il narcotrafficante galiziano Marcial Dorado, immortalata in uno scatto d’epoca, L’ultima giustificazione del probabile capo dell’esecutivo è stata che ai tempi della foto Dorado «era un contrabbandiere, non un narcotrafficante».

Non proprio un’uscita felice.

Sumar ha concluso la campagna elettorale a Madrid con un comizio della Díaz, con l’attrice Marisa Paredes a presentare l’evento, cercando di smontare la rappresentazione di una facile vittoria della destra e di convincere gli indecisi.

Sul palco si sono alternate le varie anime della coalizione della sinistra radicale, che raggruppa una quindicina di formazioni, tra l’altro: la segretaria generale di Podemos Ione Belarra, succeduta a Paolo Iglesias; quella di Más Madrid all’assemblea regionale, Mónica García; la dirigente di Catalunya en Comú, nonché ex-sindaca di Barcellona Ada Colau; e la numero due di Izquierda Unida, Sira Rego.

Sumar ha rivendicato il ruolo di autrice della “bancarotta del PP” (tutta da verificare), e vero fattore mobilitante della campagna.

Podemos, che dopo la batosta delle amministrative a maggio è entrato in Sumar, con una posizione piuttosto marginale, ha tenuto ha ribadire la sua distanza dal PSOE e ha rivendicato il suo ruolo nella formazione del governo uscente.

A relativo merito di Podemos va ribadito che nel serrato processo di contrattazione che ha portato alla genesi dell’ultimo esecutivo, ha cercato di tenere il punto politico su alcuni temi pertinenti, sulle garanzie sociali e l’estensione dei diritti individuali, che hanno caratterizzato positivamente l’operato del governo uscente.

L’atteggiamento della Díaz, a parte i suoi meriti come vice di Sanchez e Ministra del Lavoro, è sembrato essere sin da subito più subordinato e collaborativo nei confronti dei socialisti, nonostante alcuni temi importanti esposti nel programma.

Le elezioni di anticipate, annunciate a fine maggio, hanno approfondito questa caratteristica che potremmo chiamare un po’ “codista”.

Le urne ci diranno quale sarà il futuro della Spagna in uno scenario comunque polarizzato, ma con una sostanziale collocazione euro-atlantica ed una adesione all’Unione Europea che non verrà comunque né criticata, né tanto meno messa in discussione.

Se vince il fronte reazionario ci troveremo di fronte ad un Paese governato dai conservatori e dall’estrema destra, seguendo il solco di un neo-liberismo autoritario e “tradizionalista” dai toni fortemente razzisti e sciovinisti, dove le istanze di autodeterminazione vengano annichilite da uno “spagnolismo di ritorno”, e che serva da bastione per l’estrema destra latino-americana.

Questo scenario potrebbe “per reazione” riattivare un processo di mobilitazione in grado di rompere la sostanziale passivizzazione realizzatasi negli anni del governo “più a sinistra d’Europa”.

Se vince il ‘fronte progressista’ si tratterebbe di una sostanziale continuità con ciò che è stato fatto fino ad ora, ma in un contesto di tendenza alla guerra generata da una crisi sistemica, a cui le politiche “riformiste” della social-democrazia iberica (moderata o radicale che sia) stenta a dare risposte adeguate, in un vuoto di proposte e prospettive che coinvolge il cosiddetto “socialismo europeo”.

Fonte

20/07/2023

Spagna al voto

Domenica 23 luglio si terranno le elezioni politiche in Spagna.

Si tratta di elezioni anticipate dovute alla decisione dell’attuale presidente del consiglio, Pedro Sanchez, di sciogliere il Parlamento.

Una scelta annunciata durante una conferenza stampa il 29 maggio, all’indomani delle elezioni municipali e regionali che avevano visto una netta affermazione del Partido Popular di Núnez Feijóo ed una netta sconfitta dei socialisti del PSOE.

Quest’ultima tornata elettorale aveva visto, a destra, la scomparsa di Ciudadanos – che non parteciperà alle politiche – il crollo di Unidas/Podemos (integrato in Sumar, in una pozione tutt’altro che di forza) – e la conferma dell’estrema destra di Vox, che potrebbe divenire il terzo partito della monarchia spagnola a poco più di una decina di anni dalla sua nascita.

L’attuale ciclo politico iberico si sta caratterizzando per un prepotente ritorno al bipolarismo, con una preponderante dinamica bipartitica ed una accentuata personalizzazione in favore delle figure di spicco delle varie formazioni: Sanchez e Feijóo soprattutto, insieme a Díaz e Abascal.

Le tendenze che abbiamo riscontrato negli ultimi mesi sono anche il prodotto di una crisi politica che si è innestata nel marzo del 2021 con la fine del ruolo di Ciudadanos come ago della bilancia a destra, e l’impasse politico della leadership di Podemos.

Lo scontro sarà tra un fronte progressista composto dal PSOE e da Sumar, guidata dalla 52enne galiziana Yolanda Díaz – vice-Premier del governo di coalizione uscente, nonché Ministra del Lavoro – e un fronte anti-Sanchez (vittorioso a maggio) che mette insieme il PP ed i neo-falangisti di Santiago Abascal, senza che tra i Popular e Vox ci sia stata una alleanza formale.

PP e Vox governano insieme in tre regioni: Castilla y León, Comunidad Valenciana e Estremadura, e potrebbero ora governare la Spagna.

A parte le frecciatine che i due leader si sono tirati in campagna elettorale, con il leader dei Popolari che ha tacciato Vox di non essere “affidabile” e Abascal che ha rivendicato di non essere la “ruota di scorta del PP”, i voti dei neo-falangisti sarebbero comunque indispensabili in caso di mancata maggioranza assoluta per il PP, mentre potrebbero completare il loro processo di sdoganamento entrando nel governo centrale.

Sarebbe un contesto inedito dalla fine del franchismo a oggi.

Vox ha vomitato la sua becera propaganda reazionaria su immigrazione, violenza di genere e cambiamento climatico, e Feijóo – che rappresenta una posizione più “centrista” rispetto a quella del precedente leader Casado – ha cercato di marcare la distanza rispetto alle castronerie più inascoltabili del leader di Vox e dei suoi colleghi di partito.

Ma il tutto sembra più che altro improntato al solito “gioco delle parti”.

Infatti, ai due maggiori partiti spagnoli (PSOE e PP), saranno indispensabili rispettivamente i voti della coalizione della sinistra radicale Sumar, che raggruppa una quindicina di formazioni – inclusa ciò che resta di Podemos – e di Vox.

Le formazioni esterne a questi due poli hanno un peso rilevante a livello “regionale” in particolare nei Paesi Baschi (PNV e EH Bildu, per certi versi erede della sinistra aberzale), in Catalogna (ERC,JUNTS e CUP) ed in Galizia (BNG) e su alcuni temi, che hanno ampliato i diritti sociali o le libertà di genere, il loro voto è stato determinante.

Se alla Moncloa governerà la coalizione tra PSOE e Sumar, la sinistra radicale promette di dare battaglia su alcuni temi che sono stati al centro di questa breve campagna elettorale: la settimana lavorativa di 32 ore a parità di salario, un vasto programma di costruzione e di manutenzione degli alloggi, il diritto ad una «eredità universale» di 20 mila euro per tutti coloro che abbiano compiuto i 18 anni, finanziata con una tassa sui grandi capitali.

A chi dubita del realismo politico della promesse della Díaz, la Ministra risponde con il bilancio dell’attività del suo Ministero dal 2020: un innalzamento del salario minimo del 47% – contro l’opinione dei socialisti – una legge per i lavoratori delle piattaforme digitali divenuta un riferimento in Europa, una riforma del mercato del lavoro che ha ridotto la precarietà.

Femminismo ed ecologismo sono altri due pilastri della coalizione della sinistra radicale, piuttosto moderata – per usare un eufemismo – su alcuni temi di politica internazionale riguardarti il ruolo della NATO e della UE, di cui chiede una utopistica “democratizzazione”.

I punti di forza meritevoli, dal nostro punto di vista, sono sull’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale, il riconoscimento dello Stato Palestinese, una “interlocuzione pacifica, autonoma e critica con la Cina”, un’apertura alle esperienze progressiste latino-americane.

Ma sulla questione centrale della guerra all’Ucraina la posizione è sostanzialmente subordinata a quella del PSOE, che è tout court per il sostegno politico e militare a Kiev.

Il modello politico della Ministra è quello sperimentato a Barcellona con la ex sindaca Ada Colau, di cui ha scelto una figura a lei molto vicina come l’eurodeputato ecologista Ernest Urtasun; e dentro Sumar sono presenti la scissione “moderata” del co-fondatore di Podemos, Errejón, Más País (divenuta prima forza politica di sinistra a Madrid) e Compromís, una coalizione di forze di sinistra della regione di Valenza.

La Díaz ha recuperato nella sua squadra altre figure di spicco di Podemos come Pablo Bustinduy, o ancora Nacho Álavarez, e puntato su figure come la sua portavoce per la questioni legate al femminismo, come Elizabeth Duval, o Tesh Siti, 29enne nata in un campo profughi sahraoui in Algeria.

Se alla Moncloa governeranno PP e Vox si aprirà uno scenario non dissimile a quello che si sta riproducendo in vari paesi della UE, con le tradizionali forze conservatrici a fianco dell’estrema destra.

Questo, per ciò che riguarda il contesto iberico, si caratterizza per una spiccata indole “anti-indipendentista” contro baschi, catalani e galiziani in particolare, e una volontà di centralizzare alcuni aspetti della gestione della cosa pubblica, togliendo margini d’azione alle varie autonomie.

L’ultima sortita di Abascal ha riguardato proprio la Catalogna, affermando che – in caso di un governo PP e VOX – di non avere dubbi che torneranno tensioni.

In un incontro organizzato martedì da Europa Press ha dichiarato: «Imporre la legge, restaurare gli strumenti di cui necessita lo Stato per difendere l’unità, che è la base della Costituzione».

In generale la destra spagnola – sia moderata che estrema – rimprovera il fatto che il governo di “minoranza” dei socialisti si sia dovuto appoggiare alle formazioni “autonomiste” per far passare alcune leggi progressiste.

Un altro tema per cui si caratterizza l’estrema destra spagnola è l’attività incessante contro l’ampio fronte progressista in America Latina e l’appoggio agli anti-castristri ed anti-chavisti, come a tutte le destre golpiste latino-americane, di cui il paese iberico è diventato un retroterra politico ideale, ed allo stesso tempo un trampolino di lancio per ciò che viene deciso a Bruxelles.

Bisogna ricordare che in Spagna vivono più 3 milioni di latino-americani – senza contare le “seconde generazioni” – e che alcuni importanti esponenti delle oligarchie latino-americane hanno scelto come propria capitale d’adozione proprio Madrid, che è divenuta una sorta di “nuova Miami”.

In generale, nella politica spagnola, al di là degli approcci – conservatori o progressisti – il rapporto con l’America Latina è centrale.

È difficile prevedere i risultati che usciranno dalle urne questa domenica, considerando la “variabilità” dei sondaggi ed il fatto che vengono poi puntualmente smentiti dal voto reale.

La Spagna, dopo Italia, Svezia e la Finlandia ed in ultimo Grecia – dove si tratta di una conferma – potrebbe “svoltare a destra” e celebrare l’ennesima convergenza all’interno dell’Unione Europea tra le forze moderate del liberismo conservatore e l’estrema-destra che puntano a diventare il nuovo asse politico a Bruxelles.

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02/06/2023

Catalogna - Uno scenario politico in movimento dopo la tornata elettorale

Le elezioni per il rinnovo dei sindaci svoltesi questa domenica in Catalunya ci consegnano uno scenario politico in movimento e di non facile lettura.

Nel corso della campagna elettorale il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) si era presentato come il partito dell’ordine e degli affari: il candidato socialista impegnato nella quantomai incerta corsa al Comune di Barcellona aveva dichiarato di essere disposto a scendere a patti solo con chi fosse “pienamente leale allo stato e alle istituzioni europee”.

Unidas Podemos giocava la carta della riconferma di Ada Colau, ancora una volta l’attivo catalano più convincente del partito che, impegnato a spostare a sinistra l’asse del governo spagnolo, non sembra finora essere riuscito nell’impresa.

La gestione dell’immigrazione, l’adesione incondizionata del governo Sánchez alla guerra in Ucraina e per ultimo i ritocchi alla politica sulla violenza di genere hanno rappresentato altrettanti rospi di difficile digestione per gli eredi del movimento degli indignati.

Su Esquerra Republicana de Catalunya e Junts per Catalunya aleggiava invece la possibile disaffezione dell’elettorato indipendentista, deluso sia dal ritorno alla gestione dell’autonomia regionale che dal dialogo con lo Stato, impersonati soprattutto dal presidente della Genearalitat, Pere Aragonès.

L’interrogativo sul comportamento dell’elettorato indipendentista gravava anche sulla Candidatura d’Unitat Popular (CUP), impegnata nella difficile sfida per rientrare al comune di Barcellona e per la tenuta di alcuni centri di piccola e media grandezza nei quali si era imposta negli anni scorsi.

Un particolare interesse suscitava anche l’esperimento di Girona, dove il partito aveva confermato il sostegno a una ampia coalizione (Guanyem) che, uscendo dal più stretto recinto dell’esquerra independentista e anticapitalista, aspirava a portare sulla poltrona del sindaco il proprio candidato, Lluc Salellas.

Il dato più interessante uscito dalle urne sembra essere il calo della partecipazione. Non solo: l’astensione è cresciuta maggiormente nelle zone dove più consolidato è il voto indipendentista, con cali spettacolari attorno al 10% come nel caso di Girona o di Vic.

Rispetto alle precedenti municipali, ERC ha perduto più di 300.000 voti, la CUP più di 50.000, mentre Junts riesce a fermare il passivo sulla soglia dei 5.000 voti.

L’elettorato indipendentista ha cioè castigato chiaramente la tattica del “dialogo”, abbracciata soprattutto da ERC, e ha punito anche la CUP, incapace di invertire questa tendenza. Resta da vedere nelle prossime settimane se la direzione repubblicana sarà in grado di fare autocritica e cambiare rotta o se stringerà ulteriormente la tacita alleanza con il PSOE.

Quanto al risultato della CUP, sembra aver pesato la disillusione diffusasi in alcune delle frange radicali dell’indipendentismo anticapitalista, per esempio nei Comitès de Defensa de la República (CDR).

In ogni modo, è interessante notare che l’elettorato indipendentista ha usato le elezioni municipali in chiave nazionale, sviando per una volta l’attenzione da Barcellona, che di solito monopolizza l’analisi elettorale delle comunali e costringendo ad aprire una riflessione sulla più ampia realtà catalana.

Chi beneficia di questa spettacolare astensione sono i socialisti che, alternando sapientemente la repressione poliziesca con l’indulto ai principali responsabili del referendum del primo ottobre, sono riusciti negli ultimi anni a rinnovare la propria immagine fino a scoprirsi sorprendentemente i più votati di questa tornata elettorale locale (nonostante anche il PSC registri una perdita di 55.000 voti).

Così i socialisti si sono affermati come il primo partito a Tarragona, Lleida e Girona, tre su quattro delle più grandi città catalane. Sebbene a Barcellona il partito più votato sia stato Junts per Catalunya, è tutt’altro che improbabile che un accordo tra PSC, ERC e i Comuns di Ada Colau finisca per imporre un sindaco espressione delle sinistre riformiste catalane e delle succursali statali. Il PSC potrebbe così portare a casa anche il Comune di Barcellona.

A Girona sono invece i socialisti a subire il gioco delle alleanze post-elettorali: l’ottimo risultato di Gunyem (la marca bianca della CUP) potrebbe rendere possibile un accordo con ERC e Junts e incoronare sindaco l’indipendentista e anticapitalista Salellas.

Nel complesso il risultato catalano dei socialisti è in netta controtendenza con i risultati deludenti ottenuti dal PSOE nelle altre regioni dello stato in cui si è votato (comunali in alcuni casi, regionali in altri). Bruciano in particolare le disfatte subite in Andalusia, al Païs Valencià, Balears, Aragona... che hanno indotto Pedro Sánchez a indire nuove elezioni politiche per il prossimo 23 luglio, una decisione tra l’audacia e la temerarietà che lascia quantomeno sorpresi.

Per quel che riguarda l’estrema destra, Vox riesce ad entrare in 19 dei 20 municipi catalani di più grandi dimensioni, segnando una crescita che lo porta ad essere presente in 75 consigli comunali, tra cui quello di Barcellona.

Dal canto suo, il PP si impone a Badalona e ottiene rappresentanza a Barcellona. Il voto catalano della destra è nel complesso positivo e in sintonia con le affermazioni ottenute nella Comunità Autonoma e al Comune di Madrid.

“Nei Països Catalans sale la destra, l’estrema destra e lo spagnolismo. Non è un bel panorama, né per le sinistre né per l’indipendentismo. È il momento di una analisi profonda“. È il primo e stringato commento della CUP, un grido d’allerta per i rischi insiti nello scenario politico catalano e spagnolo al quale l’annuncio di nuove elezioni sembra aver impresso un’accelerazione dagli effetti imprevedibili.

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30/05/2023

La Spagna va a destra e ad elezioni anticipate

Lunedì 29 maggio, Pedro Sanchez, primo ministro spagnolo, ha deciso lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di elezioni politiche anticipate per il 23 luglio.

La decisione è stata annunciata in una conferenza stampa all’indomani delle elezioni municipali e regionali che hanno visto l’affermazione del Partido Popular e la sconfitta dei socialisti del PSOE anche in alcuni dei suoi bastioni storici.

I popolari si affermano in 9 regioni (comunidades autónomas) e in 31 capoluoghi di provincia.

Mentre la destra neo-falangista di VOX raddoppia i suoi voti, le formazioni alla sinistra dei socialisti a parte le formazioni “autonomiste” – in particolare Unidas Podemos (UP) – scompaiono di fatto dal quadro politico.

UP marca una presenza solo “a macchia di leopardo” nella penisola iberica. Lì dove era “virtualmente” nata, a Madrid nel 2011, non supera il quorum del 5% e rimane fuori dalle istanze rappresentative locali.

Come ha dichiarato Sanchez nella citata conferenza stampa: “anche se le elezioni avevano una portata municipale e regionale, il senso del voto reca in sé un messaggio che va più lontano, e come Presidente del governo e segretario generale del Partito socialista mi prendo la responsabilità dei risultati”.

Si tratta di un atteggiamento coerente con il valore che il leader socialista aveva voluto dare a queste elezioni, impegnandosi particolarmente nella campagna, per farne una sorta di plebiscito a favore o contro l’attuale gestione del potere, che vede un governo di minoranza composto dal PSOE e Unidas Podemos.

Dal lato opposto dello scacchiere politico la destra tutta – dal PP di Alberto Núñez Feijóo a Vox di Santiago Abascal – ha fatto propria la battaglia contro il “sanchismo” e si appresta a trattative per governare insieme lì dove i popolari non hanno, nonostante il successo, i numeri per farlo (in sei regioni e differenti ayuntamientos), preparando il terreno per una possibile futura coalizione governativa, ma lasciando ai singoli notabili locali del PP le contrattazioni.

Vox è propenso a tale ipotesi e chiama il PP alla possibilità di costruire dalle istanze governative locali in alternativa ad un esecutivo di “socialisti, comunisti, separatisti e terroristi”, come detto da Abascal, che ha ricordato che la sua formazione è “un partito nazionale, per cui la sua posizione sarà nazionale e, per tanto, centralizzata”.

Il leader dei popolari aveva fino ad ora escluso un accordo a livello nazionale con l’estrema destra di Abascal, ma è chiaro che le elezioni anticipate in parte cambiano lo scenario.

Da canto suo Feijóo ha ribadito lunedì che “la Spagna ha compiuto ieri un primo passo per aprire un nuovo ciclo politico”.

Vediamo sommariamente i risultati.

Il PP ha riassorbito quasi totalmente i voti indirizzati ai populisti di destra di Ciudadanos, praticamente scomparsi dalla geografia politica spagnola.

Ha ottenuto il 31% complessivo dei suffragi, con un + 8,88% rispetto al 2019, crescendo di circa 2 milioni di voti, superando il PSOE di quasi 800mila voti.

Il Partito socialista perde certamente voti, ma la sua non è una vera e propria emorragia, anche se il suo declino nelle preferenze ha un peso rilevante a livello di effetti politici.

Il PSOE ha ottenuto in realtà il 28% dei voti (-1,27 punti percentuali), perdendo 400mila elettori, senza quindi che ci fosse un travaso di preferenze in questa direzione da parte degli ex elettori di UP.

Un’oscillazione che però gli fa perdere l’Estremadura, l’Aragona, la regione di Valencia, le Baleari e la Rioja, e ben 11 dei 22 capoluoghi di provincia che governava.

Il PP recupera Valencia e governerà in Andalusia (in 7 capoluoghi di provincia su 8), storica riserva di voti socialista.

Mentre la “sinistra radicale” di UP, perde, l’estrema destra di Vox, guadagna.

Unidas Podemos ottiene complessivamente il 3,2%, e non avrà rappresentanti nei parlamenti regionali di Madrid e di Valencia, ed in alcuni contesti – come alle Baleari e nella Regione di Valencia – i suoi scarsi risultati impediscono al PSOE di formare alleanze per governare a livello locale.

Vox ottiene invece il 7,18% dei votanti totali. Raccoglie il risentimento contro il “sanchismo” – accusato di appoggiarsi, per governare, alle formazioni autonomiste basche e catalane (EH Bildu ed ERC) – da quando, dopo le elezioni dell’autunno del 2019, ha iniziato a governare con UP, spostando a sinistra l’asse centrista dei precedenti esecutivi socialisti.

La vice-presidente del Parlamento è l’attuale ministra del lavoro, Yolanda Diaz, la creatrice di “Sumar”, succeduta nella carica di vice al co-fondatore di Podemos Pablo Iglesias, che si era dimesso a sorpresa per candidarsi senza successo alla carica di sindaco di Madrid.

Nonostante ci stesse lavorando da un anno, ed il 2 aprile avesse annunciato la sua candidatura accanto alla sindaca uscente Ada Colau (capofila del partito catalano En Comun Podem), insieme ad altre figure di spicco, la sua candidatura “ricompositiva” non ha visto però la presenza di Podemos.

I rapporti tra la Diaz e la segretaria generale di Podemos, nonché Ministra dei diritto sociali, Ione Bellara, così come la numero due del partito, Irene Montero, nonché ministra dell’uguaglianza, sono tesi.

Iglesias aveva avvertito del pericolo della direzione che stava prendendo la Diaz quando nel novembre del 2022, aveva avvisato che sarebbe stato “stupido” pensare che “una candidatura di sinistra possa avere un buon risultato alle elezioni legislative se Podemos ottiene un cattivo risultato alle municipali e alle regionali”.

Ed infatti sembrano piuttosto lontani i tempi in cui, alle legislative di 8 anni fa, nel 2015, Podemos ottenne il 20% delle preferenze con più di 5 milioni di consensi, tallonando il PSOE di Sanchez che pure aveva scartato la possibilità di formare una coalizione governativa insieme ad Iglesias.

La mossa di Sanchez ora costringe a trovare un accordo per formare una coalizione “a sinistra” in dieci giorni – questi sono i tempi legali – e lo spauracchio di un possibile governo PP-VOX sembra possa sedare la litigiosità finora dominante ed accelerare in tal senso, per continuare nell’opera intrapresa dall’esecutivo in 4 anni.

Dal suo canale televisivo su YouTube Canal Red è stato Iglesias a lanciare una proposta di coalizione con Sanchez come leader. “La destra andrà divisa tra PP e Vox e Pedro Sánchez potrà collocarsi come candidato di un amplio fronte popolar-progressista”, ha detto.

All’attuale esecutivo va senz’altro riconosciuta un’azione legislativa tesa ad alleviare la precarietà lavorativa e l’impoverimento crescente dei ceti subalterni, un’attenzione particolare all’allargamento della sfera dei diritti individuali ed un atteggiamento meno vendicativo nei confronti di alcuni leader “autonomisti” protagonisti della mobilitazione legata al referendum sull’indipendenza catalana.

Un esperimento che però non ha mai messo in discussione la collocazione euro-atlantica del Paese, il suo regime monarchico ed il suo assetto istituzionale.

E se il contenimento della destra era un obiettivo di questa “strategia” – alla luce delle elezioni di domenica, ma non solo – può considerarsi di fatto fallito.

Le elezioni anticipate di luglio vedranno probabilmente da una parte un ampio schieramento democratico e progressista che ha perso notevoli consensi e peso politico nella sua componente più “radical-riformista”, ed uno schieramento conservatore con un baricentro fortemente spostato a destra a causa del peso che stanno esercitando i neo-falangisti di Vox, prima imponendo le proprie tematiche nel dibattito politico, poi conquistando sempre più consensi fino a poter divenire l’ago della bilancia per far tornare il Partido Popular al governo.

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06/06/2021

Una nuova internazionale nera, dalla Spagna all’America Latina

L’attualità dell’America latina mette in primo piano le elezioni di domenica 6 giugno in Messico e in Perù, mentre continuano le proteste in Colombia, a cui il governo Duque risponde con massacri silenziati dai media occidentali.

Al riguardo, iniziamo col raccogliere l’invito del filosofo messicano Fernando Buen Abad che si occupa di semiotica radicale e combattiva e che, alle sue riflessioni sulle elezioni in Messico, ha premesso la vignetta di un cervello in gabbia come invito a non ottundere il pensiero critico seguendo le menzogne mediatiche. In Messico, che conta 129 milioni di abitanti, andrà alle urne un totale di 94 milioni di aventi diritto. Voteranno per il rinnovo della Camera dei Deputati, dove si eleggeranno 500 nuovi membri. A livello locale, si vota in 15 governatorati, 30 municipi e 30 congressi locali.

Morena, il partito del presidente Lopez Obrador, si presenta in una coalizione denominata Juntos Hacemos Historia, e composta anche dal Partido del Trabajo (PT), dal Partido Verde Ecologista de México. I due partiti di destra, il Pri e il Pan, vanno invece uniti nell’alleanza Va por Mexico. Un dato significativo per un paese nel quale le violenze patriarcali e omofobiche sono molto elevate, è il record di candidati alla Camera dei movimenti LGBTIQ+, e il fatto che quasi il 2% degli oltre 5.300 candidati ai diversi incarichi ha dichiarato in un’inchiesta di identificarsi come parte della comunità. In queste elezioni, vi sono candidati che si definiscono transgender, omosessuali e muxe, un terzo genere riconosciuto all’interno della cultura degli zapotechi di Oaxaca, nel Messico meridionale, che indica una persona alla quale è stato assegnato individualmente il sesso maschile, ma che si veste e si comporta con modalità femminili.

In un paese squassato da una violenza politica strutturale che ha già fatto registrare i suoi picchi di sequestri e scomparse, e che serve anche come arma di ricatto per favorire le politiche securitarie volute da Washington contro i tentativi di cambiamento operati da Amlo, pesano le tematiche internazionali. Se il campo progressista risulterà indebolito, anche la piccola breccia aperta dall’elezione di Obrador si restringerà, soprattutto per quel che riguarda la possibilità di un riavvio delle alleanze solidali sud-sud.

Il ministro degli Esteri ha dichiarato che, come parte dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), il Messico non proibirà la presenza di osservatori alle elezioni di domenica, a patto che rispettino le leggi e non agiscano come durante le elezioni in Bolivia, dove favorirono il golpe con annunci di presunte quanto inesistenti frodi da parte di Morales. Almagro – ha aggiunto il governo messicano per mettere in chiaro le cose – è stato il peggior segretario generale che abbia avuto l’Osa.

Quanto alle presidenziali in Perù, iniziamo col riprendere una frase di Lenin, non a caso riprodotta sul sito di Movadef, il Movimento per l’Amnistia e i diritti fondamentali. Creato in Perù nel 2009, Movadef è stato perseguito e criminalizzato con numerose montature giudiziarie per avere tra i suoi obiettivi anche la liberazione dei prigionieri e prigioniere politiche del passato conflitto armato. La frase di Lenin è questa: «Fino a quando gli uomini non avranno imparato a discernere, sotto qualunque frase, dichiarazione e promessa morale, religiosa, politica e sociale, gli interessi di queste o quelle classi, essi in politica saranno sempre, come sono sempre stati, vittime ingenue degli inganni e delle illusioni.» Ogni discorso ha una natura di classe, afferma il dirigente bolscevico.

Ma come – si dirà – inizi a parlare di elezioni in Perù partendo dall’argomento più spinoso che tutti i candidati di sinistra cercano di evitare come la peste?

Sì, assolutamente, perché l’arma del ricatto in merito al conflitto di classe del secolo scorso pesa come un macigno sul futuro. Perché mentre la borghesia ti costringe a usare il suo linguaggio, i suoi schemi, i suoi paradigmi, facendoti sentire inadeguato, antiquato, non adatto a sederti al tavolo con i “grandi” che guidano il sistema, ti ha già spento la scintilla del cambiamento, ti ha già messo nel recinto, obbligato a sentirti sotto tutela. Mentre tu sei impegnato a cercare la parolina giusta, possibilmente di marca Usa, ti hanno già piallato, cooptato, depotenziato, in nome, beninteso, di pace e democrazia: la pace del sepolcro per il proletariato, a cui viene tolta la dignità e il diritto a ribellarsi.

E se il vaccino dal virus del capitalismo non può essere né lo schematismo, né l’isolamento demagogico nella “torre d’avorio” delle posizioni giuste, che guardano passare tutti i treni senza mai prenderne uno, sicuramente individuare gli interessi di queste o quelle classi dietro i discorsi che egemonizzano la cosiddetta opinione pubblica internazionale, è un antidoto di provata efficacia.

Poter ricordare i propri morti sfidando la damnatio memoriae, contrasta la versione della storia imposta dai vincitori. Serve a non lasciarsi imporre “gli eroi borghesi”, che decantano la legalità di un sistema iniquo e feroce, un modello di “democrazia” che ti uccide con le mani pulite, togliendoti la dignità di una vita in cui il lavoro, la cultura la salute, siano diritti e non privilegi.

E per questo, iniziamo a parlare del Perù proprio a partire dai compagni e le compagne di Movadef, anche se le loro proposte non sono rappresentate dalla campagna elettorale. Si tratta di un movimento di avvocati, artisti, giovani, perseguito con retate inutili e costose, che servono per mantenere in piedi l’apparato emergenziale giustificato dal cosiddetto diritto penale del nemico: l’equivalente peruviano di quello esistente da noi, e oggi riattualizzato in Francia, in Spagna e nell’Unione europea dei banchieri e dei grandi evasori.

In Argentina, è morto in circostanze oscure un dirigente di Movadef, Rolando Echarri Pareja. Ex militante di Sendero Luminoso, sopravvissuto in carcere a torture e massacri oggi passati sotto silenzio, Rolando aveva ottenuto lo statuto di rifugiato politico. Di certo, però, non viveva nel lusso come fanno i cosiddetti perseguiti politici di presunte dittature come viene bollato il governo bolivariano di Maduro in Venezuela, ma in un ostello per gente senza fissa dimora. Aveva sessant’anni, gli hanno travato in mano dei fili elettrici, con i quali si sarebbe fulminato, ma i compagni in Argentina vogliono vederci chiaro, mentre ne ricordano il percorso di lotta con un commovente volantino.

Per cogliere gli interessi di classe dietro la propaganda, basta leggere un lungo articolo sulle elezioni peruviane, pubblicato da El Pais, l’organo che si incarica di elaborare e diffondere in Europa la linea di Washington. Si tratta di una gigantesca operazione di propaganda tesa a sbiancare la figura di Keiko Fujimori, per farne il baluardo delle destre unite contro il maestro Pedro Castillo, bersaglio di attacchi assolutamente degni del maccartismo nordamericano negli anni di Truman.

Per questo, quegli stessi apparati pronti a chiedere la gogna per i manifestanti o per gli avvocati del Movadef, considerano irrisorie le accuse di malversazione e associazione mafiosa che prevedono trent’anni di carcere per la signora Fujimori, la quale ha già scontato 13 mesi nel 2018. Stiamo parlando della figlia del dittatore Alberto Fujmori, condannato a 25 anni di prigione per crimini contro l’umanità e corruzione, che Keiko ha promesso di amnistiare. Amnistia per i potenti, non per i movimenti popolari. Chiaro, no?

L’articolo sarebbe da incorniciare per come riesce a non chiamare le cose con il loro nome, sfumando fatti e concetti che indicano senza ombra di dubbio la pertinenza di quanto i manifestanti hanno a diverse riprese gridato nelle piazze: chiedendo un’assemblea nazionale costituente contro la crisi conclamata della democrazia borghese. In un paese che ha cambiato 5 presidenti in 5 anni – dice en passant l’articolo – tutti quelli eletti dal 1985 sono stati coinvolti in casi di clientelismo e corruzione. Un’osservazione che però serve solo a minimizzare le accuse e il pedigree di Keiko Fujimori, e a mettere in rilievo che, dopo tutti quei presidenti uomini, è venuto il momento di far spazio a una donna.

Che poi questa donna rivendichi il piano di sterilizzazione forzata imposto dal padre come uno strumento di pianificazione famigliare, e sia l’equivalente di uno squalo femmina per le donne dei settori popolari, è evidentemente cosa di poco conto per la propaganda di guerra, che invece si appropria, da destra, di quello che è l’argomento del bilancio e della “conciliazione nazionale”. Si elogia, infatti, in modo sperticato, il mea culpa pubblico di Keiko nei confronti di altri suoi avversari di destra, che l’avrebbe fatta schizzare a un testa a testa con Castillo nei sondaggi. Si esalta il fatto che ad ascoltarla per il suo comizio conclusivo siano andati tutti, ma proprio tutti, gli esponenti del gigantesco apparato politico e mediatico che si è messo in moto per presentare la sua presunta straordinaria rimonta nei confronti del maestro Castillo.

Ovviamente, non manca nell’articolo una stucchevole descrizione familiare dei Fujimori, e la nota di colore per dirci che Keiko, quando ha chiesto perdono nell’Arequipa, indossava un completo beige. Sappiamo così che subito è corsa ad abbracciare il signor Vargas Llosa e il golpista venezuelano Leopoldo Lopez, accorso da Madrid per sostenerla. Alla fine dell’evento – racconta ancora l’articolo – una voce femminile dal pubblico ha gridato: “Viva la donna venezuelana”. Si riferiva, ovviamente, a Keiko, perché – dice il giornalista – in questo momento non esiste un’altra donna in Perù. Va da sé che quelle che lottano nei settori popolari, che le donne peruviane colpite dalla crisi e dal patriarcato, e che sono più della maggioranza della popolazione, non fanno notizia.

Il Nobel per la letteratura Vargas Llosa, che nella precedente elezione aveva invitato a votare contro Keiko Fujimori per sostenere un candidato considerato più presentabile, ha accompagnato la rappresentante di Forza Popolare nel comizio conclusivo dicendo: “A tutti quelli che oggi mi chiamano traditore chiedendomi perché sostengo Keiko, io rispondo tre volte: “Keiko presidenta”.

“Fujimori mai più!”, ha gridato invece la folla di sostenitori del rappresentante di Perù Libre, Castillo, che ha ottenuto il sostegno della candidata di centro-sinistra Veronica Mendoza. Un referendum di sfiducia per l’oligarchia da parte di una moltitudine di contadini, indigeni, donne e rappresentanti di quei settori popolari vittime delle politiche neoliberiste, rese più feroci in presenza della pandemia, che vede il Perù ai primi posti per numero di morti e contagiati. Castillo propone un cambio di marcia basato sulla riappropriazione delle risorse e sulla giustizia sociale, e questo risulta insopportabile ai poteri forti in un momento di alta conflittualità in America Latina per contrastare le politiche di resettaggio proposte dall’imperialismo nordamericano a livello globale.

Le inchieste provenienti da Cuba, dal Nicaragua, dal Venezuela, ma anche da giornalisti statunitensi come Ben Norton, che denunciano l’impiego del denaro tolto ai contribuenti per finanziare i media di guerra nei paesi invisi a Washington, mostrano come proprio da Madrid stia prendendo corpo una nuova internazionale conservatrice che ha nella mira l’America Latina.

In Nicaragua – ha denunciato Ben Norton – in 10 anni la Cia, mediante la Usaid, ha finanziato i media di opposizione con oltre 12 milioni di dollari, e ora cerca di pesare sulle elezioni di novembre. Contro Cuba e il Venezuela la destabilizzazione mediatica è costante. La presenza di Leopoldo Lopez, che fa base a Madrid, parla da sé, così com’è visibile l’influenza di personaggi come Vargas Llosa o l’ex presidente spagnolo José Aznar nei think tank occidentali destabilizzanti.

La loro collocazione a destra o all’estrema destra non è un mistero, però, come accadeva in Italia negli anni ’70, in America Latina esitano a definirsi tali, preferendo confondere le acque presentandosi come di “centro”: ossia come una destra moderna, antiautoritaria e democratica per far dimenticare l’epoca dei golpe civico-militari, che continuano comunque a orchestrare attraverso organismi artificiali come il gruppo di Lima o mediante quel vero e proprio ministero delle colonie che è l’Osa diretta da Almagro.

Durante la presidenza Trump, uno dei suoi principali assessori, Steve Bannon, ha cercato di ricompattare i gruppi dell’estrema destra latinoamericana compiendo un viaggio apposito in diversi paesi. Ora, a riprendere l’iniziativa è il partito spagnolo Vox, razzista omofobo e di eredità franchista, che vuole impiantarsi in America Latina. Due delle sue figure più note, sono andate all’assunzione del banchiere Lasso come presidente in Ecuador per frenare – hanno detto – l’avanzata del comunismo in America Latina. Intendono riunire l’estrema destra latinoamericana a partire dalla carta di Madrid, promossa dalla loro fondazione Dissenso. Un documento sottoscritto da diversi partiti della destra latinomericana e anche europea. Tra i firmatari, l’ex capo di gabinetto della golpista boliviana Janine Anez, Arturo Murillo, arrestato negli Usa per numerosi delitti, il figlio di Jair Bolsonaro e la golpista venezuelana Maria Corina Machado. Personaggi che vedono come il fumo negli occhi anche i governi progressisti più moderati come quello argentino o messicano, e si adoperano affinché non si consolidino. Tutti, animano la lobby europea contro il Venezuela e Cuba, si adoperano per appoggiare apertamente il governo narco-paramilitare di Duque, e per silenziarne i massacri contro il popolo colombiano.

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14/02/2021

Catalogna - Il voto un punto di svolta per la politica in Spagna

Domenica 14 febbraio si vota nella Comunità Autonoma Catalana.

Un voto, che come abbiamo avuto modo di spiegare ha una valenza nazionale e che darà risposta – attraverso il responso delle urne – ad almeno tre questioni centrali.

La prima è quale sarà l’esito della spregiudicata scommessa politica dei socialisti – perno dell’“esecutivo di minoranza” a livello centrale – fatta allo scopo di affrontare i due anni senza elezioni che ha di fronte con in mano la gestione dei fondi UE, senza l’incognita della questione catalana.

Una sconfitta a Barcellona, avrebbe delle conseguenze pesanti a Madrid, costituendo un effetto boomerang per Pedro Sánchez e soci.

La seconda è la tenuta o meno della “maggioranza” indipendentista – e il peso delle formazioni maggiori che la compongono – e dunque il possibile rilancio dell’iniziativa di de-connessione da Madrid.

La terza, è quale sarà la configurazione della destra “costituzionalista”, e se verrà confermata l’ascesa di Vox a detrimento del PP e di Ciudadanos.

I socialisti del PSC, con l’ex ministro della salute Salvador Illa come capolista, voluto fortemente da Sánchez, si giocano una partita importante ed hanno puntato tutto sull’ipotesi di fare punto a capo rispetto a questi dieci anni politici caratterizzati dal procés, con un programma di rilancio economico della regione supportato dai fondi – in sovvenzioni e prestiti – che verranno elargiti alla Spagna all’interno del Next Generation EU.

Illa, in una recente intervista al The Guardian, rispetto al recente ciclo politico catalano non usa mezzi termini: “dieci anni persi di incrementata divisione” e dice chiaramente che non lavorerà mai per l’indipendenza catalana dal governo perché penso che “feriscono e dividono la Catalogna”.

L’agenda politica dei socialista metterebbe al centro il rafforzamento del sistema sanitario pubblico e il rilancio dell’economia.

Illa, promette di immettere ben 5 miliardi di euro nel sistema sanitario catalano nei prossimi 5 anni, con una riconfigurazione complessiva dei servizi, e la creazione di 140 mila posti di lavoro negli anni a venire.

L’ex ministro della salute vuole portare la regione – che dal 2018 ha ceduto il primo posto per la percentuale di PIL rispetto Madrid – al centro di un piano di sviluppo usando i fondi europei nell’industria automobilistica, nel turismo e nell’ingegneria chimica.

Le tre maggiori formazioni indipendentiste – ERC, JxC e la CUP – hanno recentemente firmato su impulso di Catalans por Independència una dichiarazione congiunta che li impegna a non andare al governo con la branca catalana dei socialisti (PSC), azzerando le illazioni su un possibile approccio più dialogante di ERC con i socialisti anche in ambito catalano. Ipotesi che la stessa formazione aveva negato con forza.

Chi sono i capi-lista delle tre formazioni?

Pere Aragonès per ERC, che ha “retto” fin qui il governo regionale dopo l’estromissione di Torra, a settembre, e l’avvio delle elezioni anticipate; Laura Barràs, che ha vinto le primarie di JxC – filologa catalana ed ex ministra della cultura, fino a correre vittoriosamente nelle elezioni legislative del 2019 – e Dolores Sabater per la CUP, ex sindaca di Badalona, eletta con una coalizione trasversale, in carica fino alla mozione di sfiducia portata avanti dai socialisti ed appoggiata dalla destra (PP e Ciudadanos).

Tutte e tre le formazioni hanno nel proprio programma politico due punti sostanziali: il raggiungimento dell’indipendenza repubblicana come orizzonte strategico e la realizzazione dell’amnistia per le 3.000 persone implicate a diverso modo nelle mobilitazioni dal 2017 ad oggi.

Differiscono invece rispetto all’approccio tenuto nei confronti dell’esecutivo PSOE-Podemos Unidos, al posizionamento rispetto alla UE e alle politiche sociali in genere.

Vediamo i capi-lista delle altre maggiori formazioni.

Nel composito quadro della destra iberica, Vox sembra guidare l’opposizione frontale all’indipendentismo ed è abbastanza certo che possa giungere in quarta posizione nella competizione elettorale, superando il Partido Popular di Casado, che attualmente ha quattro seggi e come capolista Alejandro Fernández.

Ciudadanos, che nelle ultime elezioni aveva conquistato 36 seggi – 11 in più della già importante affermazione del 2015 – senza però riuscire a diventare il perno di un possibile esecutivo, sembra relegato ad un ruolo marginale, e destinato ad un drastico calo. Attraverso il suo candidato Carlos Carrizosa – da sempre figura di spicco della formazione – ha offerto il suo appoggio ad Illa.

Ignacio Garriga, capolista di Vox e transfugo del PP, eletto nelle ultime elezioni legislative spagnole del 2019 nelle fila della formazione di estrema-destra, potrebbe passare alla storia come colui che fa entrare il partito di Santiago Abascal nel Parlament e superare i popolari, che comunque si confermano nuovo perno della mobilitazione reazionaria anti-indipendentista.

Jéssica Albiach è invece la candidata di En Comú Podem. Giornalista e fotografa, era una attivista del movimento M-15, poi candidatasi con Podemos, e dal 2019 coordinatrice insieme alla Colau e Lopéz di Catalunya En Comú.

Sotto lo slogan El Cambio que Catalunya merece, propone un cambiamento nel governo regionale. Ha reiterato la proposta di un governo “tripartito” con i socialisti ed ERC e criticato queste due formazioni per i loro veti incrociati. La formazione è una creazione della sindaca di Barcellona Ada Colau, riconfermata grazie ai voti di Manuel Valls, ed ha un radicamento limitato nella capitale catalana.

En Comú Podem, che sostiene l’attuale esecutivo nazionale, ha conosciuto varie defezioni negli anni, tra cui quella del suo leader Xavier Domènech, in generale per la sua posizione piuttosto timida – per usare un eufemismo – nei confronti della tematica indipendentista. Potrebbe confermare gli otto seggi conquistati precedentemente.

Nel contesto pandemico, la prima grande incognita è la partecipazione elettorale che si è storicamente attestata dentro una forbice che va dal minimo storico nel 1992 (54%) al picco di partecipazione del 79% nelle ultime elezioni.

È chiaro che l’esito delle urne, in una maniera o in un’altra, implicherà un cambio di passo per la politica iberica.

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13/11/2019

Dalle piazze alle urne. Lotte di classe in Spagna

I risultati delle elezioni generali spagnole del 10 novembre 2019, la quarta convocazione elettorale per elezioni politiche negli ultimi quattro anni, a solo sette mesi dalla precedente votazione, celebrata ad aprile, confermano un panorama politico-elettorale bloccato, in cui rimangono irrisolti tutti i principali nodi della crisi multilivello che sta interessando il Paese iberico nell’ultimo decennio.

Nella precedente, brevissima legislatura Pedro Sánchez, il segretario del Partito Socialista, ha rifiutato le proposte di formare un governo di coalizione provenienti da Unidas Podemos. Un accordo che avrebbe comportato sia la necessità di realizzare politiche sociali in controtendenza rispetto alle politiche di austerity portate avanti anche dai governi a guida socialista negli ultimi anni, sia un netto cambiamento di atteggiamento verso l’indipendentismo catalano da parte di Sánchez e dei socialisti, con l’apertura di un tavolo di negoziato sulla riforma delle autonomie e/o il riconoscimento del diritto di autodeterminazione, e la fine della criminalizzazione e giudiziarizzazione del conflitto politico catalano. Sánchez e la dirigenza socialista hanno deciso invece di convocare elezioni anticipate, puntando ad aumentare i consensi elettorali e i seggi in parlamento, per poter poi formare un governo, sebbene di minoranza, ma con basi più solide e negoziare accordi puntuali da una posizione di maggiore forza. Alla fine, però, a Sánchez, come si dice in lingua castigliana, le salió el tiro por la culata, cioè il colpo, invece di uscire dalla canna del fucile, gli è uscito dal calcio, rimanendone così vittima.

Le elezioni di ieri, infatti, delineano un panorama simile a quello emerso lo scorso aprile, senza la possibilità di formare un governo monocolore stabile, per quanto di minoranza, e con una situazione resa più complessa e incerta per la ridefinizione degli equilibri interni alle diverse componenti politiche presenti nel Congreso de los Diputados di Madrid.

I socialisti perdono poco più di 760.000 voti, traducendosi in un calo di soli tre seggi, da 123 a 120, anche grazie a una partecipazione elettorale più bassa del 6% rispetto ad aprile. Un numero di seggi molto distante dai 176 necessari per avere una maggioranza assoluta, e comunque non sufficienti per tentare la via di un governo monocolore di minoranza con l’appoggio esterno o l’astensione di alcune formazioni minori. A sinistra del PSOE Unidas Podemos, la coalizione ormai stabile tra Podemos a guida Pablo Iglesias, e Izquierda Unida, riesce a limitare i danni perdendo poco più di 500.000 voti, ma perde ben 7 seggi, passando da 42 a 35, per gli effetti del sistema elettorale e la concorrenza dell’ex compagno di partito Iñigo Errejón che, con la sua formazione Más País ha ottenuto solo 3 seggi (di cui 1 ottenuto grazie alla coalizione con la formazione valenziana Compromís), rimanendo molto al di sotto delle aspettative.

È a destra che la ridefinizione degli equilibri elettorali ha prodotto le trasformazioni più importanti. Nel complesso la somma delle diverse formazioni di destra rimane stabile, ma acquisisce un peso crescente la componente più estrema rappresentata da Vox. Il Partito Popolare, che fino a poco tempo fa sembrava destinato a ridimensionarsi per gli scandali di corruzione, ha riconquistato posizioni, guadagnando 600.000 voti e passando dai 66 seggi di aprile agli 88 attuali. La vera sorpresa, poi neanche tale visto che era nell’aria, è stato l’exploit di Vox, la formazione di estrema destra guidata da Santiago Abascal che si caratterizza per una ridefinizione del discorso della destra franchista spagnola, fino a poco tempo fa in gran parte contenuta politicamente nel Partito Popolare, in cui autonomie, migranti e femministe vengono individuati come i principali nemici della patria. Una forza che innesta il tradizionale discorso neofranchista nella nuova ondata di populismo (neo)fascista in diffusione in Europa, e non a caso Salvini e la Le Pen sono stati i primi a congratularsi con i neofranchisti spagnoli. Da aprile a novembre Vox ha conquistato quasi un milione di voti e ben 28 seggi, passando da 24 a 52 (un numero di seggi che, ad esempio, permetterà al gruppo Parlamentare di Vox di chiedere il giudizio del Tribunale Costituzionale sui progetti di legge approvati. Uno strumento molto potente per ostacolare possibili riforme genericamente progressiste in ambiti come la memoria storica, le politiche di genere, le politiche migratorie). Il successo di Vox e la tenuta del PP sono avvenuti soprattutto a spese di Ciudadanos, il partito guidato da Albert Rivera che agli osservatori internazionali appariva come formazione liberale, ma che in realtà per discorso e pratica politica si caratterizza per essere una formazione nazionalista spagnola, non a caso nata in Catalogna per contrastare la crescita dell’indipendentismo, e poi proiettata a livello statale come progetto di una destra moderna in grado di sostituire il PP corrotto. Ciudadanos è il principale sconfitto delle elezioni del 10 novembre, avendo perso 2 milioni e mezzo di voti, e ben 47 seggi, passando dai 57 di aprile ai 10 odierni. Una batosta che ha causato le dimissioni di Rivera e il suo addio alla vita politica.

Il panorama elettorale fornisce indicazioni interessanti anche andando ad analizzare quanto avvenuto nelle “nazionalità periferiche”. In primo luogo, in Catalogna. Il conflitto emerso in Catalogna nell’ultimo decennio rappresenta uno dei nervi scoperti della crisi politico-istituzionale spagnola. Una conflitto che si è acuito nelle ultime settimane, con la condanna dei leader indipendentisti per sedizione, resa pubblica dal Tribunal Supremo lo scorso 14 ottobre, e le conseguenti proteste di diverso tipo che hanno riempito le strade e le piazze catalane, proprio durante il periodo di campagna elettorale. Nel complesso l’indipendentismo catalano ottiene un risultato storico per delle elezioni generali spagnole, conquistando poco più di 1 milione e 600.000 voti, e ben 23 seggi: 2 per la Cup, la piattaforma della sinistra indipendentista e anticapitalista, 13 per Erc, la formazione socialdemocratica guidata da Oriol Junqueras, uno dei condannati lo scorso 14 ottobre, e 8 seggi per Junts per Catalunya, la formazione di centro-destra legata all’ex Presidente in esilio Puigdemont. L’indipendentismo, ottenendo circa il 43% dei voti, supera per la prima volta per numero di voti e seggi le formazioni apertamente unioniste, che si fermano poco di sotto del 40%. Anche i risultati del 10 novembre confermano così che il potenziale di mobilitazione dell’indipendentismo è ancora alto e che, come dicono gli osservatori “l’elefante è ancora nella stanza”. Un potenziale di mobilitazione che, è sì facilitato dalla repressione del governo spagnolo, ma che, analizzando con attenzione i risultati elettorali e gli eventi di questi giorni, deve fare i conti con la mancanza di una strategia comune tra le diverse formazioni indipendentiste, e le tensioni più o meno esplicite che stanno emergendo tra le diverse anime del variegato movimento dopo lo stallo dell’autunno 2017. Erc, che nella scorsa legislatura aveva di fatto abbandonato la linea unilaterale cercando di aprire a un possibile accordo con Sánchez, rimane ancora la formazione più votata dell’indipendentismo, ma rispetto ad aprile ha perso 150.000 voti, confermando un calo dei consensi che già era emerso nelle elezioni europee, mentre la Cup e JxC, che esprimono le posizioni più scettiche e inclini al rilancio di una prospettiva di rottura per esercitare il diritto di autodeterminazione, crescono in termini relativi. Uno scenario che dipenderà anche da come si svilupperà la dinamica tra “piazza” e partiti. La protesta riaccesa nelle ultime settimane ha fatto emergere posizione critiche rispetto alla leadership politica dell’indipendentismo. Durante questa settimana sono previste iniziative di disobbedienza a sorpresa convocate dalla piattaforma digitale Tsunami Democratic (nella giornata di oggi, lunedì 11 novembre, è stata bloccata la frontiera con la Francia alla Jonquera).

Anche nel Paese basco, seppur in un contesto attualmente meno conflittuale rispetto allo scenario catalano, si delinea un rafforzamento delle formazioni regionaliste e indipendentiste, con il moderato e centrista Pnv che consolida la sua presenza nel Congresso, passando da 6 a 7 seggi rispetto ad aprile, e la sinistra indipendentista di EH Bildu che dimostra di aver recuperato un certo protagonismo politico dopo la fase di ridefinizione successiva alla fine della fase armata, riuscendo a ottenere 5 seggi, 1 in più rispetto ad aprile.

È interessante notare come in Catalogna Vox abbia ottenuto risultati meno positivi rispetto al resto dello Stato (ottenendo solo 2 seggi in questo territorio), mentre in Euskadi né Vox né il PP ottengono seggi.

Nelle prossime settimane vedremo come evolverà il puzzle politico spagnolo. Al momento i diversi osservatori coincidono nell’individuare tre possibili scenari. Una prima possibilità è l’apertura del Partito socialista a un accordo con la sinistra di Unidas Podemos e Más Pais, con il sostegno esterno o l’astensione delle formazioni regionaliste e indipendentiste. Uno scenario che implica una inversione a U nella politica dei socialisti, che dovrebbero accettare di sviluppare politiche sociali nettamente progressiste in controtendenza con quanto fatto dallo stesso partito in materia sociale ed economica negli ultimi anni, sia aprire al dialogo con l’indipendentismo e accettare una riforma in senso federale dello Stato (rimangiandosi quanto detto e fatto nelle ultime settimane di campagna elettorale, in cui Sánchez ha fatto proprio il discorso della durezza e della repressione contro la minaccia “separatista”).

Un secondo scenario è quello della “grande coalizione” con il PP, tanto con la formazione di un governo di coalizione (cosa che sarebbe una novità assoluta per il sistema politico spagnolo), quanto con l’astensione dei popolari; uno scenario che sulla carta sembrerebbe meno problematico rispetto al precedente, basandosi su un accordo tra i due pilastri del bipartitismo in decomposizione, ma che, tenendo conto delle dinamiche interne alla destra, non è esente da ostacoli importanti: un accordo di governo con i socialisti renderebbe i popolari facile preda degli attacchi di Vox, all’opposizione e in crescita.

Un terzo possibile scenario è quello di una nuova convocazione di elezioni anticipate in primavera (la quinta in 4 anni, e la terza in un anno), con tutte le incognite che una scelta del genere porterebbe comportare.

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12/11/2019

Salvini, comprereste un’auto usata da costui?

La politica Usa è un orrore capace di selezionare addirittura un Donald Trump come presidente. Quindi non è certamente uno stile che ci piaccia (e tocca persino ripeterlo per i meno avveduti!).

Però, c’è un modo molto popolare di inquadrare i candidati, di soppesare la loro attendibilità o serietà, che meriterebbe di essere sperimentato per qualche tempo anche da noi. Alla lunga non funziona – lo dimostrano gli stessi yankee – però permetterebbe di ridurre a più miti pretese alcuni “fenomeni” che quando mandano giù un mojito di troppo chiedono i “pieni poteri”.

E’ una frase semplicissima, che può spostare anche i sondaggi più negativi:

COMPRERESTE UN’AUTO USATA DA QUEST’UOMO?

Naturalmente, in un elettorato che ha la memoria di un pesce rosso (un paio di secondi), sarebbe necessario fornire un “aiutino” per sollecitare la capacità di discernere dell’elettore medio.

Magari può bastare questa foto... E quel tanto di informazione che faccia sapere che, secondo i fascisti spagnoli di Vox, gli indipendentisti catalani andrebbero come minimo fucilati...


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11/11/2019

Spagna - Resta lo stallo, ma avanza l’estrema destra


Ore 21:20. Con un quarto delle schede scrutinate, il quadro sembra confermare le indicazioni dei sondaggi all’uscita dei seggi. IL Psoe è proiettato verso i 121 seggi, i popolari verso gli 81, mentre i neofascisti di Vox sembrano per ora meno “travolgenti” di quanto previsto (46 seggi, invece che quasi 60). Podemos sembra limitare le perdite, con 32 seggi (sui 34 precedenti), mentre appare buona la prestazione delle forze indipendentiste catalane, con l’Erc a 13, JxCat a 8 e la Cup a 3. I baschi del Pnv viaggiano verso i 7 seggi, mentre Euskal Herria Bildu verso i 5.

Ore 20:30. Non c’è soluzione alla crisi politica spagnola, pare. Le quarte elezioni politiche in appena due anni non avrebbero individuato neanche stavolta una maggioranza parlamentare.

I primi exit poll – da prendere come sempre con le molle – assegnano ai “socialisti” del Psoe una maggioranza relativa che li lascia primo partito, ma con un numero di deputati oscillante (secondo le stime) tra i 114 e i 119 (ne aveva 123).

Al secondo posto restano i “popolari”, ossia la destra ex franchista che nell’arco di oltre 30 anni è voluta apparire “moderata”. L’affossamento dell’ex premier Marano Rajoy le ha fatto bene, pare, visto che recupera credibilità e conquista tra gli 85 e i 90 seggi (ne aveva 66).

Ma si conferma anche la prepotente avanzata dell’ultradestra parafascista di Vox, che dovrebbe avere tra i 55 e i 59 seggi (era a 24).

Tracollano i centristi di Ciudadanos, che dovrebbero mantenere solo 14-15 dei 57 seggi fino ad oggi controllati.

In caduta secca Unidos Podemos, che l’incertezza (“ci alleiamo con i socialisti oppure tiriamo un po’ la corda?”) ha allontanato definitivamente dalle pretese anti-sistema dei tempi in cui aveva raccolto politicamente la domanda di cambiamento degli indignados. Forse avranno tra i 30 e i 34 seggi, invece dei 42 attuali.

I catalani di Esquerra republicana (Erc) dovrebbero avere 13 o 14 parlamentari; quelli di JxCat (Junts per Catalunya) 6 o 7, la sinistra radicale della Cup 3 o 4. I baschi moderati del Pnv 6-7, mentre la sinistra di EH Bildu 3-4. Il CC-Pnc (delle Isole Canarie) 1 o 2.

Stabili gli “altri”, ovvero i partiti che rappresentano le varie nazionalità etnolinguistiche della Spagna.

Se il quadro verrà confermato dallo scrutinio concreto delle schede, la Spagna resta anche stavolta senza maggioranza parlamentare certa. Neanche una di estrema destra (unendo popolari, Ciudadanos e Vox). E da quelle parti, almeno, ancora non conoscono le trasmigrazioni bibliche dei “responsabili” pronti a cambiar casacca, come da noi.

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29/04/2019

Spagna - La “danza immobile”: nessuna maggioranza possibile



Siamo alle terze elezioni politiche in appena quattro anni, in Spagna, e neanche questa volta ci sarà una maggioranza politica chiara o almeno accettabilmente coesa.

La vittoria relativa va al Psoe (partito “socialista”) del premier uscente Pedro Sanchez, che cresce in misura notevole rispetto alla precedente legislatura, raggiungendo il 28,7% dei voti al momento e 123 seggi.

Seguono i “popolari” – destra ex franchista, guidata per anni dai corrotti Aznar e Rajoy – che subiscono un tracollo epocale, dimezzando i voti scendendo al 16,7%, che fruttano solo 66 seggi, nonostante si fossero affidati a un leader “ggiovane”, come Pablo Casado. Ne avevano 137, e questo dà la portata di quello che è comunque il peggior risultato di questo partito dalla fine della dittatura franchista: non era infatti mai sceso sotto i 100 deputati.

Segue la destra “movimentista” di Ciudadanos – un tentativo di mantenere il quadro “culturale” dei popolari, ma senza l’ingombrante presenza dei vecchi boss screditati – che ha raggiunto il 15,8% e 57 seggi. E sembra dunque, pur aumentando voti e seggi, aver perso la “spinta propulsiva” che l’aveva identificata come risposta moderata alla crisi della destra classica.

Al quarto posto c’è Podemos, anch’essa in crisi di credibilità (ha appoggiato dall’esterno il governo di Sanchez dopo le dimissioni di Rajoy), che raccoglie solo il 14,3% e 42 seggi.

Il vero vincitore sembra dunque il movimento di ultradestra Vox, che entra per la prima volta ne parlamento nazionale con poco più del 10% e 24 seggi.

Seguono poi le formazioni indipendentiste di Euskadi e Catalogna. Dai Paesi Baschi il moderato Pnv manda a Madri 6 deputati, mentre Eh Bildu – coalizione delle formazioni di sinistra – ne raccoglie quattro.

In Catalogna, Esquerra Repubblicana conquista 15 seggi, mentre JxCat (la formazione dell’ex presidente Puigdemont, ancora esule in Belgio) ne prende altri sette.

Proprio i partiti catalani avevano determinato la caduta del governo Sanchez, rifiutandosi di dare il consenso alla “legge di stabilità”, scritta – come per l’Italia e tutti i paesi dell’Unione Europea – sotto il rigido controllo di Bruxelles.

In realtà, però, il vero terreno di scontro è stata la questione dell’indipendenza catalana, cui il governo “socialista” non ha dato alcuna risposta, nemmeno sul piano della liberazione dei prigionieri politici. E stiamo parlando di parlamentari regolarmente eletti – Oriol Junqueras, Jordi Turull, Josep Rull e Jordi Sànchez – non di combattenti in clandestinità…

La questione dell’indipendenza catalana è, per contro, anche al centro della crescita della destra apertamente fascista, bigotta e vetero-cattolica di Vox, al cui leader Santiago Abascal ha dato il proprio entusiastico appoggio Matteo Salvini (che solo due anni fa fingeva di essere al fianco degli indipendentisti catalani!).

Comincia ora il solito rito alchemico delle possibili maggioranza per comporre un governo. Per raggiungere i 176 seggi indispensabili, infatti, nessuna delle combinazioni “logiche” (centrodestra e centrosinistra, per dirla con le parole della geografia parlamentare italiana) è infatti possibile. Né sul piano politico, né su quello numerico.

La destra, infatti, raggiunge al massimo i 143 imbarcando anche i fascisti di Vox (che però non hanno alcun interesse ad interrompere la propria ascesa accodandosi ai “moderati”). Mentre il “centrosinistra” si ferma a 165.

Determinanti, insomma, i voti “maledetti” delle diverse formazioni indipendentiste. Ma cosa possono offrire, in cambio, le vecchie concrezioni partitiche? Praticamente nulla.

La destra, infatti, riafferma insieme al re l’assoluta intangibilità della “patria”, ed esclude qualsiasi trattativa dopo essersi peraltro divisa sul grado di “fermezza” repressiva da contrapporre a baschi e catalani. Il centrismo “europeista” di Sanchez, al massimo, può proporre una mano più leggera da parte delle forze dell’ordine, ma non certo passi avanti verso una vera autonomia regionale. Perché questo farebbe al contrario crescere la destra nazionalista oltre che europeista.

Come si vede, le categorie usate dai media mainstream italiani non riescono neppure a cogliere la realtà dello scontro in Spagna. Ma non chiedetegli di fare ammenda. Non ne sono capaci.

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25/01/2019

Iran - Gli strani finanziamenti dell'opposizione all'estrema destra spagnola

di Marco Santopadre



La scorsa settimana il quotidiano spagnolo El Pais ha pubblicato una notizia che si è rivelata una vera e propria “bomba”: il partito di estrema destra Vox, reduce da un inaspettato exploit elettorale alle elezioni regionali dell’Andalusia, ha ricevuto ingenti finanziamenti da un’organizzazione dell’opposizione iraniana. 
Il quotidiano di Madrid aveva scritto che un gruppo in esilio aveva donato ben 800.000 euro alla formazione neofranchista in occasione delle elezioni europee del 2014. Le donazioni degli oppositori iraniani riempirono le casse del movimento appena costituitosi a partire da una scissione ultranazionalista e nostalgica del Partito Popolare. A foraggiare i neofascisti spagnoli sarebbero stati centinaia di simpatizzanti del Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran (CNRI), sigla di copertura dei Mojahedin del Popolo.

La circostanza è stata confermata da alcuni dirigenti ed ex dirigenti di Vox che pure si sono difesi affermando di aver adeguatamente denunciato i finanziamenti.
 In realtà, stando al registro delle donazioni di cui El Pais afferma di essere venuto in possesso, i fondi provenienti dal CNRI sono stati più consistenti di quanto scritto finora, permettendo a VOX di prendere in affitto e arredare la sede centrale di Madrid, pagare gli stipendi ai dipendenti nonché a Santiago Abascal, l’attuale presidente del partito. 
Il fondatore e primo presidente di VOX, Alejo Vidal-Quadras, ha ammesso che i soldi sono cominciati ad arrivare fin da quando, il 17 dicembre 2013, il nuovo partito si è iscritto nell’apposito registro del Ministero degli Interni.

Tra il dicembre del 2013 e l’aprile del 2014 arrivarono in totale un milione di euro, fondamentali per finanziare la strutturazione statale dell’estrema destra. 
Formalmente si trattò di donazioni effettuate da centinaia di privati cittadini simpatizzanti del CNRI sparsi in 15 diversi paesi, e in apparenza tutto si svolse in segreto ma senza violare la Legge sul Finanziamento ai Partiti del 2012 che fissa un tetto di 100.000 euro annui all’importo delle donazioni e che proibisce aiuti economici diretti da parte di partiti e organizzazioni straniere. Stando a quanto racconta Vidal-Quadras, il flusso di denaro si interruppe nel 2015 quando, in seguito al flop elettorale della formazione, l’ex europarlamentare del PP e vicepresidente dell’Eurocamera decise di abbandonare VOX e la politica attiva.

D’altronde era stato Vidal-Quadras a contribuire a sdoganare il CNRI presso le istituzioni europee. Quando l’ex dirigente del Partito Popolare era vicepresidente dell’assemblea di Strasburgo il movimento iraniano fu infatti rimosso dall’elenco delle organizzazioni di natura terroristica redatto dall’Unione Europea (2009), così come anche dall’equivalente lista nera di Washington (2012). Londra era stata la prima a compiere questo passo nel 2008. 
Già nel 2002 il gruppo aveva conquistato notorietà e simpatie in Occidente dopo aver rivelato l’esistenza di installazioni nucleari segrete gestite dal governo iraniano ad Arak e Natanz, e prima partecipando alla guerra contro l’Iran insieme all’esercito iracheno, o sostenendo la successiva invasione statunitense dell’Iraq.



La relazione tra le potenze occidentali e i Mojahedin del Popolo Iraniano (in persiano Mojahedin-e Khalq, MEK) sono sempre state ambigue e altalenanti. 

Nata nel 1965 come formazione islamista sciita di vaga ispirazione socialista, alcuni mesi dopo l’instaurazione del regime di Khomeini nel 1979 passò all’opposizione e alla clandestinità, subendo una durissima repressione da parte di Teheran. 
A quel punto le potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, cominciarono a utilizzare il MEK come propria pedina contro gli ayatollah.

Lo stato maggiore del movimento – che nel 1981 aveva dato vita al Consiglio Nazionale della Resistenza nel tentativo di dare l’impressione di operare all’interno di una variegata coalizione con altri gruppi – si stabilì dapprima a Parigi e poi in Iraq, ricevendo ingenti finanziamenti da Saddam Hussein – acerrimo nemico di Teheran – e da Washington e potendo utilizzare una grande base di addestramento per i propri miliziani, vicino alla frontiera con l’Iran. La base continuò ad addestrare i miliziani almeno fino al 2003, e il MEK poté contare su ingenti aiuti militari e logistici da parte degli Stati Uniti finché gli sciiti iracheni non ottennero da Washington l’espulsione dell’organizzazione. In realtà, migliaia di miliziani del MEK avrebbero continuato ad addestrarsi non solo in una base in Albania, ma anche in territorio iracheno, all’interno di una “ex” base statunitense a circa cento km da Baghdad.

Benché sia il governo statunitense sia l’UE abbiano considerato a lungo il MEK un’organizzazione terroristica, di fatto i suoi dirigenti ed emissari hanno continuato a circolare indisturbati e a intessere proficue relazioni con alcuni tra i più influenti uomini politici continentali e d’oltreoceano. 
Alla Conferenza che il MEK celebra periodicamente a Parigi partecipano ogni anno migliaia di persone, tra le quali dirigenti di governi e formazioni politiche di mezzo mondo. Ad esempio, alla tribuna di Parigi si sono alternati da Rudolph Giuliani – ex sindaco di New York – a John Bolton, attuale Consigliere alla Sicurezza Nazionale di Donald Trump, passando per il senatore John McCain e vari direttori della CIA e dell’FBI, compresi quelli che teoricamente avrebbero dovuto contrastare l’organizzazione inserita nella lista nera fino al 2012. 
Lo stesso vale per l’Unione Europea, che pure ha considerato di natura terroristica il MEK dal 2002 al 2009 in seguito ad una campagna di attentati contro 13 diverse rappresentanze diplomatiche di Teheran all’estero.

Ai congressi della cosiddetta “opposizione democratica iraniana” hanno partecipato sia il primo ministro di destra spagnolo José Maria Aznar sia il suo oppositore, il socialista José Luis Rodríguez Zapatero, non è dato sapere se per convinzione o in nome dei lauti emolumenti destinati dal CNRI agli ospiti più prestigiosi. 

Per accrescere la propria influenza il MEK non esita infatti a investire decine di milioni di dollari in cachet destinati ad alcuni dei partecipanti alle proprie conferenze o a finanziamenti a coloro che nei parlamenti, nei governi, nelle fondazioni di decine di paesi ne perorano la causa.

Dove trova, questa organizzazione, i fondi che servono a sostentarne l’attività e che con tanta generosità distribuisce ad amici e lobbisti, compresi quelli inviati al partito neofranchista spagnolo VOX? Nonostante la propria notorietà all’estero, i sanguinosi attentati anche contro la popolazione civile iraniana e la lunga collaborazione con l’Iraq durante la guerra del 1980-1988 hanno alienato al movimento le simpatie della maggior parte degli oppositori al regime di Teheran.

Nonostante ciò, l’amministrazione Trump sembra orientata a ipotizzare un ruolo centrale per i Mojahedin del Popolo nel governo dell’Iran dopo un eventuale regime change forzato da un intervento militare contro il paese. 

L’unica spiegazione plausibile è che il CNRI (cioè il MEK) abbia a disposizione ingenti fondi provenienti dai paesi che ne sponsorizzano le attività in funzione anti-iraniana, in particolare Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna ma anche vari paesi europei e le petromonarchie del Golfo.

I fondi destinati dal CNRI a VOX sarebbero quindi da considerare un contributo ad un personaggio, Alejo Vidal-Quadras, che tanto si era speso in qualità di Vicepresidente dell’Europarlamento per perorare la riabilitazione del movimento, e non uno specifico aiuto all’estrema destra spagnola. Da tempo il MEK ha abbandonato ogni riferimento al socialismo e oggi abbraccia una visione politica apparentemente di tipo nazionalista e liberaldemocratico, anche se i dossier di molte intelligence e di varie organizzazioni per i diritti umani descrivono l’organizzazione come una setta gestita in maniera maniacale e autoritaria dai ristretti vertici, rappresentati dagli esponenti della famiglia Rajavi.

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