Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/02/2026

Lo sciopero dei portuali colpisce diversi scali europei

Le prime conseguenze dello sciopero internazionale dei portuali del 6 febbraio 2026 si misurano già in mare. La portacontainer Zim Virginia è rimasta ferma al largo delle coste di Livorno senza poter attraccare a causa dell’adesione allo sciopero dei lavoratori portuali aderenti all’Unione Sindacale di Base. Situazione analoga per la Zim New Zealand, attesa in mattinata nel porto di Genova, e per la Zim Australia, che avrebbe dovuto scalare Venezia nella giornata odierna e Ravenna il giorno successivo. Anche la Msc Eagle III, diretta in Israele, ha rinviato l’arrivo previsto ieri a Ravenna e oggi a Venezia, modificando la propria rotazione.

Si tratta degli effetti immediati dello sciopero internazionale coordinato che ha coinvolto i portuali di numerosi Paesi contro il traffico di armamenti, la privatizzazione delle banchine e la progressiva militarizzazione degli scali civili. La mobilitazione, inizialmente annunciata in 21 porti del Mediterraneo e del Nord Europa, si è estesa ad altri scali e ha ricevuto manifestazioni di solidarietà anche fuori del continente europeo, secondo quanto emerge dalle comunicazioni sindacali e dalle analisi di settore diffuse nella giornata del 6 febbraio.

In Italia lo sciopero di 24 ore ha interessato l’intera filiera portuale. A Genova il blocco si è concentrato nell’area del varco di San Benigno, punto di accesso cruciale per i terminal container e ro-ro. Il porto ligure ha registrato una paralisi che ha inciso sulla continuità dei flussi ferroviari e stradali verso il Nord Italia e i mercati del Nord Europa. La presenza in rada di navi costrette a rinviare l’attracco ha aggravato una situazione già complessa per la concomitanza di cantieri infrastrutturali e per l’elevata saturazione dei piazzali nei porti limitrofi del sistema ligure, come La Spezia e Vado Gateway.

Alla Spezia l’elevata densità dei piazzali, stimata intorno al 78%, ha ridotto ulteriormente i margini di gestione dei traffici residui, rendendo difficoltoso il riassorbimento dei ritardi accumulati durante il fermo. Anche Vado Gateway di Savona, già interessato da agitazioni nei mesi precedenti, ha risentito dell’interruzione delle operazioni, con effetti sui servizi di trasbordo e sulle coincidenze feeder.

Sul versante adriatico, Trieste ha visto la protesta concentrarsi presso la sede dell’Autorità di Sistema Portuale. Il fermo delle attività ha avuto un impatto diretto sui corridoi ferroviari verso Austria e Germania, già rallentati da condizioni meteorologiche avverse. I ritardi maturati nello scalo giuliano si sono riflessi sull’intera catena intermodale dell’Adriatico orientale, penalizzando in particolare i traffici industriali diretti verso l’Europa centrale.

A Venezia e Ravenna lo sciopero ha prodotto effetti visibili soprattutto nella riprogrammazione degli arrivi navali. Il rinvio delle toccate da parte di unità come la Msc Eagle III e la Zim Australia ha generato un disallineamento delle finestre operative, con ripercussioni sulle banchine dedicate alle merci varie e sui traffici industriali. A Ravenna il fermo ha inciso anche sulla logistica di fertilizzanti e cereali, comparti sensibili ai ritardi per la rigidità delle catene di approvvigionamento.

Sul Tirreno, Livorno ha registrato uno dei casi più evidenti di nave bloccata in rada, con la Zim Virginia impossibilitata ad attraccare. Lo scalo toscano, specializzato nella movimentazione automotive e forestale, ha subito un rallentamento delle operazioni che ha coinvolto direttamente le catene di distribuzione dei veicoli finiti e dei prodotti destinati all’export. A Civitavecchia, invece, l’adesione allo sciopero ha creato criticità nei collegamenti ro-pax con la Sardegna, con ritardi nelle operazioni di imbarco e congestione nelle aree esterne al porto.

Nel Mezzogiorno lo sciopero ha colpito anche Gioia Tauro. In un porto caratterizzato da tempi di rotazione molto serrati, l’interruzione delle operazioni di scarico e ricarico per 24 ore ha generato un accumulo di navi in attesa che richiederà diversi giorni per essere smaltito. Mobilitazioni e rallentamenti si sono registrati anche a Salerno, Bari, Cagliari e Palermo, con effetti sulle filiere agroalimentari, sui traffici verso i Balcani e sulla movimentazione delle merci varie.

La dimensione internazionale della protesta ha ampliato l’impatto logistico oltre i confini nazionali. In Grecia il porto del Pireo è rimasto sostanzialmente fermo per l’intera giornata, bloccando uno dei principali terminal container europei in una fase già segnata da congestione e saturazione dei piazzali. Nei Paesi Baschi spagnoli le azioni nei porti di Bilbao e Pasaia hanno interrotto flussi verso il Nord Atlantico, mentre in Turchia i rallentamenti a Mersin e Antalya hanno inciso sulle esportazioni agricole e tessili. Anche scali come Tanger Med, Amburgo e Brema hanno risentito della giornata di mobilitazione, inserendosi in un quadro già critico per il maltempo invernale e per i picchi stagionali di traffico.

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27/09/2025

I sindacati baschi convocano lo sciopero generale per Gaza

La maggior parte dei sindacati dei Paesi Baschi spagnoli ha annunciato oggi l’indizione per il prossimo 15 ottobre di uno sciopero generale di solidarietà con il popolo palestinese che si svolgerà nelle tre province della Comunità Autonoma Basca – Araba, Gipuzkoa e Bizkaia – e nella Navarra.

I promotori dell’iniziativa sono la sezione basca delle Comisiones Obreras, il sindacato della sinistra indipendentista LAB, l’Unione dei lavoratori dell’istruzione dei Paesi Baschi STEE-EILAS, il sindacato degli agricoltori Etxalde, il sindacato dei trasportatori HIRU e Solidari.

Per ora non ha aderito ELA, il maggiore sindacato basco, che però potrebbe farlo nei prossimi giorni insieme ad altre sigle di settore o indipendenti. Tra le principali richieste del blocco figurano l’appello alle istituzioni, alle associazioni dei datori di lavoro e alle autorità pubbliche affinché sospendano le relazioni commerciali con lo Stato di Israele e l’interruzione dell’accordo di associazione tra l’Unione Europea e Israele.

Gli organizzatori hanno dichiarato che forniranno maggiori dettagli nei prossimi giorni, ma hanno comunque spiegato che i luoghi di lavoro saranno utilizzati come spazi di mobilitazione – con scioperi parziali o totali – accompagnati da manifestazioni o assemblee.

Nel resto dello stato spagnolo CCOO e UGT e altre sigle hanno promosso una giornata di mobilitazione e protesta senza però indire una fermata generale, sollecitata dai movimenti e dalle associazioni di solidarietà con il popolo palestinese che premono affinché uno sciopero generale di 24 ore mandi un segnale chiaro al governo Sanchez affinché contro Israele passi dalle parole ai fatti, varando misure realmente in grado di bloccare il commercio di armi e decidendo la rottura diplomatica con lo stato genocida.

I promotori dello sciopero generale basco e delle mobilitazioni sindacali in Spagna spiegano di aver deciso di mobilitare il mondo del lavoro dopo il successo dell’iniziativa italiana del 22 settembre scorso, promossa dall’USB, dalla CUB e da altri sindacati di base. Già nei prossimi giorni alcune organizzazioni di lavoratori daranno vita a degli scioperi e a delle manifestazioni. In Catalogna, la CGT (sindacato di tendenza libertaria) ha convocato uno sciopero in tutti i settori dell’istruzione , dalle scuole elementari alle università, il giorno dopo un possibile attacco alla Global Sumud Flotilla. Nella Comunità di Madrid, tutti i sindacati dell’istruzione convocano scioperi di tre ore il prossimo giovedì 3 ottobre mentre in Aragona la CGT convoca uno sciopero di due ore. Negli stessi giorni scenderanno in piazza anche le organizzazioni studentesche.

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04/09/2025

La Vuelta inciampa: la Palestina vince la tappa in Euskal Herria

Dopo le proteste contro Israele che hanno accompagnato la Vuelta nel suo passaggio in Catalunya (nella quinta e sesta tappa di Figueres e Olot), in molti si erano illusi che la corsa sarebbe continuata senza ulteriori imprevisti.

Del resto i ciclisti, incluso i corridori della israeliana Israel Premier Tech, hanno attraversato l’Aragona senza intoppi. Ma appena arrivati a Euskal Herria si sono imbattuti in centinaia di manifestanti che, rispondendo all’appello dei gruppi territoriali BDS, della piattaforma Gernika-Palestina e di EH Bildu tra gli altri, hanno riempito i bordi delle strade della bandiera palestinese e dell’Ikurriña (la bandiera basca), costringendo la direzione della Vuelta a prendere una decisione straordinaria.

Nel pomeriggio di ieri, quando il gruppo è transitato ai 20 chilometri dall’arrivo, l’organizzazione ha deciso di concludere la corsa in anticipo, sospendendola tre chilometri prima del traguardo previsto e lasciandola senza un vincitore della tappa.

Fin dalla partenza ci sono state delle contestazioni ed anche un’invasione della strada da parte di alcuni manifestanti che ha costretto il gruppo a fermarsi per alcuni minuti e ha indotto il direttore tecnico della Vuelta Kiko García a improvvisare una riunione con i rappresentanti delle differenti squadre.

Nel corso di questa breve discussione, il direttore tecnico ha sottolineato l’impegno dell’organizzazione per proteggere i ciclisti della Israel Premier Tech, che hanno fin qui goduto di una protezione speciale durante tutta la competizione.

La tappa è momentaneamente proseguita, mentre gruppi sempre più numerosi di manifestanti si sono via via concentrati all’arrivo a Bilbao, dove i corridori avrebbero dovuto passare due volte sotto il traguardo.

Durante il primo passaggio le forze dell’ordine sono riuscite a impedire che i manifestanti irrompessero in strada. Ma la tensione è cresciuta e dopo aver constatato che la situazione era ormai divenuta incontrollabile, l’organizzazione si è decisa finalmente a interrompere la tappa.

I 587 agenti che, secondo una fonte del sindacato della polizia basca SIPE, sono stati impiegati per garantire il normale svolgimento della competizione, non sono stati sufficienti a neutralizzare il boicottaggio dei manifestanti. Il bilancio della protesta parla di alcune scaramucce con la polizia, tre arresti, alcune persone identificate e quattro feriti tra le forze dell’ordine.

Secondo Gernika-Palestina, la protesta scongiura la normalizzazione della presenza di Israele alle competizioni internazionali. Per la piattaforma “l’obbiettivo è e continua ad essere uno soltanto: escludere Israel Premier Tech dalla Vuelta ed escludere da tutte le competizioni sportive tutte le squadre israeliane, ambasciatrici dell’apartheid e del genocidio”.

Secondo Gernika-Palestina è ormai evidente l’operazione propagandistica di Israel Premier Tech: “i ciclisti con le riunioni precedenti alla tappa, gli appassionati con le loro bandiere ovunque, i rappresentanti istituzionali con le loro dichiarazioni… sono coscienti che la squadra israeliana non è benvenuta e che ciò che è accaduto nella tappa di oggi dimostra chiaramente che lo sportwashing non è il cammino. Perciò, anche se possiamo affermare che la Palestina ha vinto questa tappa, dobbiamo moltiplicare l’impegno contro il genocidio”.

E venerdì 5 settembre è già annunciata una cacerolada davanti a tutti i municipi di Euskal Herria. Per Gernika-Palestina non si può normalizzare la partecipazione di Israel Premier Tech alla Vuelta: “sono loro, non noi, ad affermare che si tratta di un gruppo sportivo di Israele che si definisce ambasciatore dello stato d’Israele. E se lo stato d’Israele sta commettendo un genocidio possiamo dire che il gruppo sportivo è un ambasciatore di uno stato genocida. I dirigenti e i leader di quel gruppo fanno apologia dei loro legami e della loro fedeltà a Netanyahu, un governante genocida”.

I responsabili della Vuelta si nascondono dietro i regolamenti sportivi che non permetterebbero di escludere Israel Premier Tech dalla corsa. Secondo Kiko García “è il gruppo sportivo di Israele che dovrebbe rendersi conto che rimanendo qui non contribuisce a garantire la sicurezza di tutti gli altri ciclisti. Però noi non possiamo prendere questa decisione, la devono prendere loro”.

E ancora: “bisogna valutare se possiamo mettere in pericolo una corsa come la Vuelta o se continuiamo a proteggere un equipe che espone al rischio tutti gli altri”.

Sia come sia, i fatti di questi giorni sembrano indicare che in ampie fasce della società spagnola cresca la consapevolezza del genocidio in corso e un chiaro sentimento di rifiuto verso qualsiasi ambasciatore, sportivo o no, dello stato d’Israele.

Le parole di Arnaldo Otegi, dirigente di EH Bildu, fanno eco a questa consapevolezza: il leader abertzale ha dichiarato che “oggi Euskal Herria ha dimostrato ancora una volta di essere un punto di riferimento per il mondo intero per quel che riguarda la lotta per i diritti, la solidarietà e la libertà dei popoli”.

Una lotta che in questi giorni prosegue con la campagna BDS, la Global Sumud Flotilla e tutte le iniziative di boicottaggio allo stato di Israele.

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22/04/2024

Elezioni basche, Bildu avanza e ipoteca il futuro nella regione

Al di là di ogni criminalizzazione, al di là di ogni tentativo di restringere la dialettica politica ai soliti complici, nelle elezioni basche il partito EH Bildu – considerato l’erede diretto di Herri Batasuna “braccio politico” dell’ETA (Euskasi Ta Askatasuna) – ha moltiplicato i propri voti (+100.000) arrivando al 32,4%.

Appena lo 0,1 in meno del Partito Nazionalista Basco (Pnv), decisamente più centrista e moderato, che è sceso al 32,5%. Per il sistema elettorale dei Paesi Baschi, tuttavia, entrambe le formazioni si sono assicurate 27 seggi.

Per capire la differenza politica sostanziale tra il “nazionalismo progressista” di Bildu e quello “complice” del Pnv basta vedere che le due forze non formeranno un governo insieme (che avrebbe peraltro il 71% dei voti e dei deputati).

Lo scenario più probabile è che il Pnv possa ricostituire un accordo di coalizione con il Partito socialista basco (Pse) che con il 14,3 per cento si è assicurato 12 consiglieri regionali. Un seggio anche a Sumar (la formazione “riformista” che è nel governo centrale col Pse), mentre Podemos è rimasta sotto la soglia.

In questo modo, il Pnv ed i socialisti raggiungerebbero la maggioranza assoluta di 38 seggi (sui 75 dell’assemblea). Garantendosi così la continuità di una relazione “tranquilla” con il governo centrale spagnolo.

Nei Paesi Baschi, del resto, per la destra non c’è assolutamente spazio. Il Partito popolare (Pp) si è attestato all’8,4 per cento (sette seggi), mentre Vox mantiene un solo rappresentante nel Parlamento locale.

Confermata anche la tradizione differenza tra province e città della regione, con San Sebastian assolutamente in mano alla sinistra basca e Bilbao più accomodante, con il Pnv in maggioranza assoluta. Gaasteiz è invece, come al solito, il ridotto degli “spagnoli”.

Il risultato era atteso, e in campagna elettorale al capolista di Bildu – Pello Otxandiano – era stata fatta la solita pressione, tempestadolo ad ogni intervista con richieste di “condannare il terrorismo” dell’Eta (che aveva disarmato nel 2011, peraltro).

Il candidato della sinistra basca ha però sempre parlato di “lotta armata” e non terrorismo. Otxandiano ha sorpreso tutti anche perché, essendo molto giovane, i più lo credevano inesperto e poco “ferrato”. Hanno invece sbattuto contro una storia che ha radici popolari inestirpabili e una memoria senza spazi vuoti.

È chiaro che il governo “unitario” Pnv-Pse deluderà ancora una volta le aspettative dei ceti popolari baschi, e che dunque alle prossime elezioni la Storia di questo storico bastione antifascista potrebbe prendere una piega decisamente interessante.

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02/02/2021

Paesi Baschi - La repressione spagnola si accanisce su Nekane Txapartegi

“Mi chiamo Nekane Txapartegi: perseguitata, fuggitiva, rifugiata politica basca. E anche mamma e femminista”.

La storia di questa donna è la testimonianza viva di un’esistenza nel fervore dell’attivismo per l’indipendenza basca, destinata a dover fare i conti con la prigione e l’esilio. E, soprattutto, con la tortura.

Nel 1999 l’allora 26enne #NekaneTxapartegi, a quel tempo giornalista e consigliera comunale del paesino di Asteasu, viene arrestata dalla Guardia Civil, per sospetta partecipazione all’ETA e, come a tutti i prigionieri accusati di “terrorismo”, le fu applicato il regime di “Incomunicación”, cioè un periodo di 5 giorni in cui il detenuto sparisce a tutti gli effetti dalla società, vedendosi negato ogni contatto con l’esterno, anche con gli avvocati.

Nekane fu sottoposta sia a tortura fisica che psicologica: dai pestaggi fino all’applicazione di un sacchetto in testa, passando per le minacce di vendetta trasversale. E, soprattutto, la violenza sessuale da parte di 4 agenti della Guardia Civil. In queste condizioni, Nekane fu costretta a firmare una dichiarazione in cui ammetteva di aver fornito documenti falsi a due militanti di ETA nel quadro di una riunione tenutasi a Parigi.

Uscita da questa sua prima incarcerazione dopo 9 mesi dall’arresto previo pagamento di una cauzione, nel 2007 arrivò il Maxi Processo Sommario 18/98, in cui ad essere condannate furono 75 persone appartenenti a varie realtà indipendentiste.

«Sapevamo che era un processo politico e che avrebbe emesso delle sentenze politiche. Non si stavano perseguendo dei delitti, ma delle idee, dei progetti. Io sapevo che la mia difesa sarebbe stata la mia testimonianza sulle torture subite e i protocolli che lo attestavano. Fu molto duro, ma ne uscii rafforzata, perché portai la voce dei torturati e delle torturate proprio all’interno dell’Audiencia Nacional, quel tribunale di tradizione franchista che in quel momento stava processando il popolo basco. Riuscii a raccontare quello che avevo passato, e addirittura riconobbi alcuni degli agenti presenti».

Non venne creduta, Nekane, e nemmeno i protocolli che attestavano le torture furono presi in considerazione. La condanna, basata sulle stesse imputazioni che l’avevano portata all’arresto nel 1999 e che si costruivano su documenti firmati sotto tortura, fu un castigo anche per aver denunciato quanto le era successo: oltre 11 anni, poi ridotti a 6 anni e 9 mesi in un secondo momento.

Decise così di fuggire, scelse l’esilio per sottrarsi alla sorte di quelli che oggigiorno sono ancora più di 250 prigionieri baschi che si rivendicano “politici”.

Ma lo Stato spagnolo continuò a darle la caccia fino a quando, nell’aprile 2016, a Zurigo i servizi segreti spagnoli la localizzarono e ne ordinarono l’arresto.

Nella primavera del 2016 si aprirono così le porte della prigione in Svizzera per Nekane, nell’attesa che venisse soddisfatta la richiesta di estradizione dello Stato spagnolo.

Racconta che “nel processo di richiesta di asilo che avviai, mi trovai a dover raccontare di nuovo tutte le torture e le violazioni sessuali subite, sapendo che la persona che mi stava ascoltando non mi voleva credere e che stava soltanto cercando delle possibili contraddizioni".

Nekane uscì dal carcere nel settembre 2017, dopo un anno e mezzo nell’atroce attesa dell’estradizione. La motivazione fu che la sua condanna era caduta in prescrizione e che quindi non era più valida. Nel frattempo, le autorità elvetiche le negarono l’asilo politico – lasciandola così esposta a ulteriori accanimenti giudiziari – nonostante ad attestare la validità delle sue testimonianze vi era il Protocollo di Istanbul, mentre già in altre 8 occasioni il Tribunale di Strasburgo aveva condannato lo Stato spagnolo per tortura o per non aver indagato a sufficienza sulle accuse di tortura; l’ultima nel 2016.

Nel maggio 2019, lo Stato spagnolo ha formalizzato una nuova richiesta di collaborazione giudiziaria alle autorità svizzere per il caso Nekane Txapartegi, e in novembre 2019 ha emesso un mandato di arresto internazionale per l’attivista basca, con conseguente richiesta di estradizione.

È dunque molto alto il rischio che Nekane sia costretta a tornare in prigione e debba riaffrontare i fantasmi del passato: primo fra tutti la tortura.

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18/12/2020

Spagna - È persecuzione contro il leader basco Arnaldo Otegi


La persecuzione giudiziaria contro lo storico esponente indipendentista basco, Arnaldo Otegi, sembrava un caso chiuso da dieci anni, con tanto di anni di carcere già scontati. Ed invece rischia di diventare l’ennesimo episodio di accanimento a cui ci sta abituando la storia giudiziaria dello stato spagnolo.

Ha dell’assurdo infatti la decisione adottata all’unanimità dai 16 magistrati della Camera penale della Corte Suprema di Madrid di ripetere il processo per il caso Bateragune (cioè il tentativo di ricostruire la formazione politica indipendentista basca Herri Batasuna messa fuorilegge).

Il caso non ha precedenti, mai prima d’ora era successo che un processo già svolto, con condanne e sentenze eseguite dovesse essere ripetuto. Per ora questa anomalia giudiziaria non ha ottenuto l’appoggio dell’ente che deve ripetere il processo cioè il Tribunale Nazionale.

Eppure la II Sezione della Corte di Cassazione, che non ha ancora reso pubblico l’ordinanza che ordina la ripetizione del processo contro il coordinatore generale di EH-Bildu, Arnaldo Otegi, e altre quattro persone, assicura che è necessario rivedere i fatti e di essere “senza pregiudizi”. Non solo. Afferma che in questi casi, in cui si è verificato un “vizio procedurale”, è possibile una doppia azione penale.

Il giornale spagnolo Publico, scrive che la decisione arriva dopo che la stessa Corte ha annullato il processo e la sentenza la scorsa estate, in ottemperanza alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, con sede a Strasburgo (Francia), che ha concluso, nel 2018, che vi era una mancanza di imparzialità da parte di uno dei magistrati spagnoli.

Ma a far capire come il sistema giudiziario spagnolo sia ancora intriso profondamente dal franchismo, è il fatto che la richiesta di ripetere il processo nel caso Bateragune sia stata avanzata da partiti e organizzazioni fasciste come Vox e dall’Associazione Voices Against Terrorism.

Quest’ultima ha sede a Jaén e aveva fatto ricorso dinanzi all’Alta Corte nazionale, ma senza successo, poiché questa aveva stabilito che la ripetizione del processo “non ha copertura legale” in quanto gli unici che hanno il diritto di richiederlo sarebbero quelli colpiti, cioè i condannati, ma ai quali la Corte Europea di Strasburgo ha dato la ragione sul fatto che non hanno avuto un giusto processo.

Arnaldo Otegi, Rafa Díez, Miren Zabaleta, Sonia Jacinto e Arkaitz Rodríguez però non richiesto alcuna ripetizione del processo. In appello hanno chiesto l’annullamento della sentenza del 2012 che li ha condannati a pene comprese tra sei anni e sei anni e mezzo di carcere e che hanno già scontato completamente. La Corte Suprema ha proceduto all’annullamento il 31 luglio.

Era stata revocata anche l’interdizione che aveva impedito ad Arnaldo Otegi, attuale coordinatore generale di EH-Bildu, di candidarsi alle elezioni regionali del 2016 e che è rimasta in vigore fino a febbraio 2021.

I militanti indipendentisti baschi definiti come “i cinque della squadra Bateregune” erano stati arrestati nell’ottobre 2009 per ordine dell’ex giudice Baltasar Garzón, nonostante la sinistra indipendentista – allora fuorilegge – auspicasse la fine dell’attività dell’ETA. Otegi e i suoi compagni erano stati perseguiti per aver tentato di ricostruire Batasuna su indicazione dell’Eta.

La sentenza della Corte europea del 2018 ha rappresentato un duro colpo per il sistema giudiziario spagnolo, poiché ha rilevato manifesti pregiudizi del giudice Ángela Murillo sul leader indipendentista rilasciato dal carcere nel 2011 ma per un processo precedente al caso Bateregune.

Otegi ha rifiutato di rispondere al giudice se avesse condannato la violenza e il giudice ha risposto: “Sapevo già cosa mi avrebbe risposto”. Al che Otegi ha risposto: “Sapevo anche quello che stava per chiedere”.

Mesi dopo quella scena, nel processo per la rifondazione di Batasuna, l’impugnazione del giudice Murillo non fu ammessa. E questa è stata la base per l’accordo di Strasburgo con Otegi e gli altri militanti indipendentisti baschi.

Otto giorni dopo l’annullamento della Corte Suprema, del processo e della sentenza sul caso “Bateragune”, l’Associazione Voices Against Terrorism, ha chiesto di ripetere il processo dinanzi al tribunale nazionale, ma questo organo giudiziario ha stabilito che non ci sono le condizioni per la ripetizione del processo.

Ma la richiesta di ripetere il processo contro Arnaldo Otegi è venuta anche da Vox la formazione neofascista di Santiago Abascal, che lo scorso novembre ha sostenuto la richiesta presso l’Ufficio della Corte di Cassazione.

Il quotidiano spagnolo Publico riferisce che il magistrato Fernando De la Fuente Honrubia, portavoce dell’Associazione dei giudici e dei giudici per la democrazia (JJpD) ha assicurato che “in tutta la mia carriera non ho mai visto la ripetizione di un processo quando il condannato ha già scontato la pena. Dovremo aspettare per vedere le motivazioni della Corte di Cassazione. In caso di condanna, verrà calcolato il tempo già trascorso in carcere e se assolti potranno chiedere un risarcimento per il malfunzionamento del sistema giudiziario“.

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25/07/2020

Chi vince alle elezioni della Comunità Autonoma Basca?

Come Rete dei Comunisti abbiamo tradotto questa interessante presa di posizione dell’organizzazione marxista-leninista basca “Herri Gorri” sulle elezioni che si sono tenute il 12 luglio sia nei Paesi Baschi Spagnoli sia in Galizia.

Il documento restituisce un quadro dell’evoluzione elettorale recente in Euskadi caratterizzata dall’astensione – in particolare tra i ceti popolari – la conferma della storica classe dirigente politica della borghesia basca – il PNV – la scomparsa di Podemos e l’affermazione della sinistra indipendentista basca – il EHBildu – “erede” di Herri Batasuna sul fronte della rappresentanza politica.

Quasi metà dell’elettorato non si è recato alle urne, i “centristi” del PNV prendono il 39%, Euskal Herria Bildu il 27%, mentre Podemos quasi dimezza i propri rappresentanti passando da 11 a 6 seggi.

Il comunicato va oltre prendendo di petto la questione della progressiva de-politicizzazione degli strati più vulnerabili del proletariato e dei settori giovanili analizzando a fondo la questione dell’astensione, una scelta (quest’ultima) dettata per la maggior parte non da un rifiuto del sistema politico vigente né dai proclami astensionisti di una parte della sinistra indipendentista basca.

Questo è un nodo politico che ci tocca da vicino e pensiamo che sia un terreno di riflessione propedeutico all’agenda politica dei comunisti a livello continentale: come essere un punto di riferimento organizzativo per i settori del nostro blocco sociale? Come dare rappresentanza politica adeguata agli esclusi dal patto sociale nella crisi?

Appare chiaro anche dalle recenti affermazioni di Pablo Iglesias al quotidiano francese “Le Monde” – che da un giudizio positivo ai limiti dell’entusiasta sull’accordo dei 27 leader della UE questo lunedì – come la formazione che co-governa con i socialisti a livello statale – Sánchez ha definito l’accordo un “autentico piano Marshal” (!) – siano avviati a tappe forzate verso la loro trasformazione in forza compiutamente neo-socialdemocratica, assumendo le “compatibilità” del sistema politico sia in UE sia in Spagna come proprio unico orizzonte.

Appare chiaro come Podemos, nonostante l'annuncio di Iglesias all'indomani delle elezioni, non compirà alcuna autocritica; l'organizazione prende atto del suo mancato radicamento e della sue lotte intestine, ma non accenna al fatto che essere al governo con quello che si indicava come uno dei pilastri della “trama”, sia stato un elemento oltremodo penalizzante.

È chiaro che per le classi subalterne basche e ancora a maggior ragione per quelle galiziane il “populismo di sinistra” di Podemos abbia perso qualsiasi capacità attrattiva e che questo “oggetto politico” sia stato né più né meno che una “bolla elettorale” che sta uscendo con le ossa rotte tra lotte intestine, scissioni e defezioni.

I successi vantati da Iglesias, per cui l’azione di Podemos sarebbe stata indispensabile, per una parziale inversione di tendenza rispetto all’austerity nella politica spagnola, non sembrano essere stati percepiti come uno scarto significativo rispetto al passato.

Buona Lettura

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Questa è la classica domanda che i media si pongono il giorno dopo le elezioni. La risposta delle varie parti in genere tende ad essere decisamente simile: per la maggior parte di loro sembrerà che nessuno abbia perso. Vediamo persino il rappresentante del PP Iturgaiz affermare sin da domenica, una volta noti i risultati, di essere riuscito a “battere i sondaggi”.

Tra tutte le sciagure che sono accadute in questi mesi ai lavoratori dei Paesi Baschi, non è male oggi rallegrarsi per la sconfitta dello “spagnolismo”, che lo pone sempre più in una posizione assolutamente residuale. Facendo una prima analisi elettorale, partito per partito, possiamo sottolineare quanto segue:

– Il PNV [Partito Nazionalista Vasco], nonostante la notevole perdita di voti (circa 50.000), esce rafforzato da quest’ultima competizione elettorale. Si ottiene, come aveva previsto Ortuzar [presidente del PNV], un seggio in più per provincia, il che lo consolida maggiormente come prima forza nonostante siano ancora lontani dalla maggioranza assoluta, che nessuno ha mai raggiunto nel Parlamento di Gasteiz.

Il risultato più notevole è il consolidamento del blocco nel governo PNV+PSE, che è passato da 37 a 41 seggi, dando loro una maggioranza assoluta che non avevano nell’ultima legislatura. Questo significa che non dovranno ricorrere a terzi per portare avanti le proprie iniziative, come abbiamo visto negli ultimi anni, in cui erano sostenuti da Elkarrekin Podemos.

Ovviamente, questo consolida i Jeltzales [nome con cui si indica gli iscritti al partito], e permetterà loro di affrontare la cosiddetta “ricostruzione nei Paesi Baschi” senza contare né sulle forze progressiste della sinistra del PES (EH BIldu e Elkarrekin Podemos) né sullo spagnolismo.

Dal nostro punto di vista, questo significa un passo indietro quando si tratta di aspettarsi riforme di rilevanza sociale nei Paesi Baschi, poiché le forze progressiste non hanno più quella piccola scappatoia che permetteva loro di fare pressione sul PNV+PSE da posizioni in generale più trasformative. In generale, il blocco di potere che abbiamo visto caratterizzarsi è consolidato e rafforzato nella CAV [Comunità Autonoma Vasca].

– Il caso di EHBildu ha una doppia lettura.

Da un lato, è rafforzata come l’unica alternativa minimamente praticabile al PNV nel CAV (se qualcosa del genere esiste) ottenendo 22 seggi, che è il suo massimo storico. Si rafforza enormemente ad Araba (dove storicamente la sinistra abertzale aveva più problemi) e riesce a eguagliare nuovamente nel suo feudo storico, Gipuzkoa, il PNV.

Non si può trascurare il fatto che la somma di tutti i deputati dei partiti a livello statale in Parlamento (PSOE+PP+VOX+PS+CS) dà esattamente lo stesso numero di deputati di EHBildu, 22, un fatto che preoccupa Pablo Casado.

Non va dimenticato che l’alta astensione, che analizzeremo più avanti, ha giovato per alcuni versi all’estrema destra di Vox, ma anche alle due principali forze politiche in questo momento nella CAV, il PNV e EHBildu.

Tuttavia, come abbiamo sottolineato nel punto precedente, la nuova maggioranza assoluta ottenuta dal PNV+PSE fa perdere loro un grande meccanismo di pressione che avevano in mano durante l’ultima legislatura. Tutto questo si basa sull’idea che un ipotetico tripartito tra EHBildu + PSE + Elkarrekin Podemos sia oggi una chimera nella CAV.

Un altro fatto degno di nota che possiamo sottolineare nel caso di EHBildu è che non riesce a capitalizzare la perdita di voti che Elkarrekin Podemos ha subito, poiché migliora i risultati con 20.000 voti in più, ma siamo ben lontani dagli oltre 80.000 che la formazione viola ha perso in queste elezioni. Ci si chiede quindi se ci troviamo di fronte al tetto elettorale della coalizione abertzale.

L’ascesa strutturale che Otegi [segretario di EHBildu] ha sottolineato è vera, ma è accompagnata da un’alta astensione che aiuta le due forze politiche più consolidate e strutturate della CAV. La loro forza tra i giovani (a cui si contrappone una decisa debolezza tra i più anziani) è il dato principale che può far pensare che una maggiore ascesa sia ancora possibile, e tutto questo in particolare se si tiene conto che Elkarrekin Podemos è stato devastato, come vedremo più avanti.

Infine, è anche importante sottolineare che i risultati di EHBildu lasciano i settori critici della sinistra abertzale in una situazione decisamente complessa, così come la sua linea di ricostruzione di un “movimento socialista rivoluzionario di liberazione nazionale” appare tutta in salita: infatti gli appelli al boicottaggio e all’”astensione rivoluzionaria” non sono stati assunti dalla base di EHBildu in modo significativo.

Non c’è dubbio che i risultati del processo sovranista catalano, insieme a una posizione più pragmatica sulla questione nazionale e sull’indipendenza incondizionata e unilaterale, hanno portato EHBildu a un rafforzamento del suo profilo di “sinistra”, sia in vista del confronto con il PNV all’interno dello spazio nazionalista basco, sia per integrare settori non nazionalisti di sinistra ma con posizioni aperte all’autodeterminazione, che vengono dallo spazio di Podemos.

– I socialisti baschi rimangono praticamente gli stessi di quattro anni fa. Da quando sono entrati in coalizione con il PNV, stanno perdendo la forza che avevano in alcune zone del paese, come la riva sinistra, che è nelle mani dei Jeltzal ormai da otto anni. Gli oltre 20 seggi che avevano in passato ormai sono un lontano ricordo.

Come in tutte le coalizioni di governo (chiedete a Podemos), il secondo in comando è stato svantaggiato nella competizione elettorale. Né sono riusciti a ottenere alcun ritorno elettorale dall’affondamento di Elkarrekin Podemos attraverso quello che è stato chiamato “effetto Pedro Sánchez”, che ci mostra che le dinamiche e la logica di Madrid non funzionano nella CAV.

Il suo ruolo non cesserà di essere quello della stampella del PNV, legato agli accordi di questo con Madrid. La vicinanza del voto sul bilancio generale dello Stato non fa che rafforzare la posizione jeltzale, che probabilmente acquisterà più peso nel futuro governo basco a scapito del già scarso peso che avevano i socialisti. Anche se alcune voci mettono in dubbio l’alleanza con il PNV, questa non sembra essere in pericolo.

– L’affondamento di Elkarrekin Podemos è l’evento più importante di queste elezioni. Un partito che in 4 anni ha avuto 4 segretari generali e che è passato dalla vittoria alle elezioni generali alla posizione residua che Ezker Anitza aveva storicamente nella CAV. Il buco nero di cui parlavano alcuni ex leader dell’UI si sta ripresentando per la formazione viola.

Nella realtà pre 15M nella CAV c’erano 4 famiglie politiche solide (PNV, IA, PSE e PP) e una quinta che appariva e scompariva. Questo ruolo marginale, che Ezker Anitza ha avuto storicamente fino all’alleanza del 2016 con Elkarrekin Podemos, è oggi nuovamente realtà. Questo ci porta a pensare che questa formazione si trovi ora al suo minimo “garantito” elettorale, il che a sua volta può significare che EHBildu è al suo massimo, tenendo in considerazione il trasferimento di voti tra di loro dopo la nascita di Podemos.

Brutti tempi per una formazione che non è stata in grado di formare una solida struttura nella CAV ed è sempre stata enormemente condizionata da decisioni provenienti dalla leadership dello Stato, cosa che chiaramente non funziona nei casi non solo di Podemos ma anche del PP.

– Si noti che anche la coalizione spagnolista tra PP e Ciutadanos ha subito un calo significativo. Alla luce dei dati, è probabile che sia stata l’opzione elettorale più colpita dall’astensione, che ha avuto tanto peso nel suo feudo storico, Araba. La formula del raggruppamento con Ciutadanos non funziona, come è successo l’anno scorso a Nafarroa con il caso della coalizione Navarra Suma.

Se Feijoo può insegnare qualcosa alla destra spagnola, è che le strategie “autonome”, lontane dai progetti dei leader di Madrid, funzionano meglio. Le particolarità di questi luoghi hanno sempre un grande peso quando si tratta di decidere il voto, e le strategie che vengono viste come imposte dall’esterno raramente ottengono un grande risultato, ed è per questo che le strategie autonome si stanno rafforzando in alcuni luoghi, il che tra l’altro ci dà una buona indicazione dell’importanza per molti elettori dell’autonomia o della sovranità, a seconda della prospettiva che adottiamo.

– Vox entra per la prima volta nel Parlamento di Gasteiz nonostante un calo significativo dei voti rispetto alle elezioni generali. L’alta astensione di Araba (la più alta della CAV) gli permette di ottenere un seggio con circa 4000 voti, che gli permetterà di approfondire la sua strategia di tensione con lo sguardo rivolto al resto dello Stato.

La loro presenza può servire come riflesso dell’importanza che attribuiscono alla lotta antifascista, sempre da una prospettiva di classe che impedisce all’estrema destra di entrare nei quartieri popolari (cosa che ancora non riescono a fare).

Non cadete però nella trappola di dire che questa è la prima volta che l’estrema destra viene rappresentata nella CAV, visto che non molti anni fa avevamo Abascal che occupava una sedia accanto ad altri personaggi come Jaime Mayor Oreja, Maria San Gil o lo stesso Carlos Iturgaiz.

– L’astensione è senza dubbio un’altra delle grandi novità di questa tornata elettorale. È sempre stata alta nella CAV (vale la pena ricordare che era stata ancora più alta nella votazione sullo Statuto) ma questa volta ci da qualche lezione.

La prima cosa da notare è che c’è una correlazione molto significativa tra i livelli di reddito e l’astensione: i quartieri con livelli di reddito più bassi hanno tradizionalmente avuto livelli di astensione più alti rispetto a quelli con redditi più alti, cosa che viene confermata in diversi studi, ma non si può dire che questa maggiore astensione implichi un esercizio attivo, politicizzato e consapevole di rifiuto del sistema.

Tra alcuni settori del proletariato più precario, esiste il rischio che il loro astensionismo sia legato a un processo di “sottoproletarizzazione”, determinato da una distanza dalla politica e da quella che chiamiamo assenza di “capitale culturale” che, oltre alla depoliticizzazione nel suo senso più ampio, implica importanti difficoltà di integrazione in dinamiche di mobilitazione e di organizzazione intorno a un’alternativa al sistema.

L’autocritica diventa necessaria quando è evidente che non si riesce a lavorare in modo sostenuto con i settori più colpiti dalla logica capitalista. Faremmo quindi bene a dare centralità a ritornare per le strade ad ascoltare e imparare da questi settori del proletariato, se vogliamo evitare che il loro processo di “politicizzazione” passi unicamente per la partecipazione elettorale o che si continui a guardare al soddisfacimento dei propri bisogni materiali solo attraverso l’assistenza sociale.

Crediamo anche che i giovani della CAV siano sempre più apolitici. Come ha sottolineato l’Euskobarometro, anche se parte dell’astensione dei giovani è intesa come un rifiuto del sistema, la maggior parte proviene dall’essere stufi di esso e da un disinteresse per la politica. Ciò significa che sarà difficile articolare movimenti che possano affrontare misure che peggioreranno le condizioni di vita della classe operaia, riforme che – tra l’altro – saranno patite soprattutto da coloro che entreranno nel mercato del lavoro nei prossimi anni.

In nessun caso possiamo considerare un trionfo il fatto che più di 800.000 baschi si astengano (più del 47% dell’elettorato), poiché la maggior parte di loro non lo fa per dimostrare il proprio rifiuto verso il sistema, ma per mancanza di interesse, per paura legata al Covid, o per il fatto di essere stufi dopo anni di impoverimento, immersi nella mera sopravvivenza quotidiana.

La sfida che dobbiamo affrontare è enorme, e non possiamo cominciare a confondere i nostri desideri con la realtà. Sarebbe bello che fossimo quasi un milione di baschi consapevoli del proprio ruolo di proletariato, ma questo è qualcosa che riteniamo lontano dalla realtà, poiché, nei quartieri più poveri, l’astensione rispetto alla logica elettorale non è stata accompagnata da un aumento significativo dell’organizzazione dei movimenti sociali o da una maggiore ricettività alle proposte di trasformazione sociale.

Alla domanda che dà il titolo alla nostra analisi, possiamo rispondere che in nessun caso il proletariato basco è il vincitore. Come abbiamo fatto notare, il PNV è in questo momento il principale nemico della classe operaia basca. Queste elezioni rafforzano la sua posizione grazie alla maggioranza assoluta raggiunta dai Jeltzales con il PSE: il blocco al potere si rafforza, e continuerà a seguire i diktat dei padroni e della borghesia basca rappresentata nella Confebask.

La crescita dell’astensione può essere vista come un terreno fertile che può nutrire i movimenti popolari, ma in nessun caso come l’espressione materiale del successo delle tesi più di rottura. Abbiamo ancora molta strada da fare prima di poter contare qualcosa e fare dichiarazioni che contino qualcosa. Noi comunisti abbiamo una lunga strada da percorrere, che si illuminerà se sapremo dove camminare.

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13/11/2019

Dalle piazze alle urne. Lotte di classe in Spagna

I risultati delle elezioni generali spagnole del 10 novembre 2019, la quarta convocazione elettorale per elezioni politiche negli ultimi quattro anni, a solo sette mesi dalla precedente votazione, celebrata ad aprile, confermano un panorama politico-elettorale bloccato, in cui rimangono irrisolti tutti i principali nodi della crisi multilivello che sta interessando il Paese iberico nell’ultimo decennio.

Nella precedente, brevissima legislatura Pedro Sánchez, il segretario del Partito Socialista, ha rifiutato le proposte di formare un governo di coalizione provenienti da Unidas Podemos. Un accordo che avrebbe comportato sia la necessità di realizzare politiche sociali in controtendenza rispetto alle politiche di austerity portate avanti anche dai governi a guida socialista negli ultimi anni, sia un netto cambiamento di atteggiamento verso l’indipendentismo catalano da parte di Sánchez e dei socialisti, con l’apertura di un tavolo di negoziato sulla riforma delle autonomie e/o il riconoscimento del diritto di autodeterminazione, e la fine della criminalizzazione e giudiziarizzazione del conflitto politico catalano. Sánchez e la dirigenza socialista hanno deciso invece di convocare elezioni anticipate, puntando ad aumentare i consensi elettorali e i seggi in parlamento, per poter poi formare un governo, sebbene di minoranza, ma con basi più solide e negoziare accordi puntuali da una posizione di maggiore forza. Alla fine, però, a Sánchez, come si dice in lingua castigliana, le salió el tiro por la culata, cioè il colpo, invece di uscire dalla canna del fucile, gli è uscito dal calcio, rimanendone così vittima.

Le elezioni di ieri, infatti, delineano un panorama simile a quello emerso lo scorso aprile, senza la possibilità di formare un governo monocolore stabile, per quanto di minoranza, e con una situazione resa più complessa e incerta per la ridefinizione degli equilibri interni alle diverse componenti politiche presenti nel Congreso de los Diputados di Madrid.

I socialisti perdono poco più di 760.000 voti, traducendosi in un calo di soli tre seggi, da 123 a 120, anche grazie a una partecipazione elettorale più bassa del 6% rispetto ad aprile. Un numero di seggi molto distante dai 176 necessari per avere una maggioranza assoluta, e comunque non sufficienti per tentare la via di un governo monocolore di minoranza con l’appoggio esterno o l’astensione di alcune formazioni minori. A sinistra del PSOE Unidas Podemos, la coalizione ormai stabile tra Podemos a guida Pablo Iglesias, e Izquierda Unida, riesce a limitare i danni perdendo poco più di 500.000 voti, ma perde ben 7 seggi, passando da 42 a 35, per gli effetti del sistema elettorale e la concorrenza dell’ex compagno di partito Iñigo Errejón che, con la sua formazione Más País ha ottenuto solo 3 seggi (di cui 1 ottenuto grazie alla coalizione con la formazione valenziana Compromís), rimanendo molto al di sotto delle aspettative.

È a destra che la ridefinizione degli equilibri elettorali ha prodotto le trasformazioni più importanti. Nel complesso la somma delle diverse formazioni di destra rimane stabile, ma acquisisce un peso crescente la componente più estrema rappresentata da Vox. Il Partito Popolare, che fino a poco tempo fa sembrava destinato a ridimensionarsi per gli scandali di corruzione, ha riconquistato posizioni, guadagnando 600.000 voti e passando dai 66 seggi di aprile agli 88 attuali. La vera sorpresa, poi neanche tale visto che era nell’aria, è stato l’exploit di Vox, la formazione di estrema destra guidata da Santiago Abascal che si caratterizza per una ridefinizione del discorso della destra franchista spagnola, fino a poco tempo fa in gran parte contenuta politicamente nel Partito Popolare, in cui autonomie, migranti e femministe vengono individuati come i principali nemici della patria. Una forza che innesta il tradizionale discorso neofranchista nella nuova ondata di populismo (neo)fascista in diffusione in Europa, e non a caso Salvini e la Le Pen sono stati i primi a congratularsi con i neofranchisti spagnoli. Da aprile a novembre Vox ha conquistato quasi un milione di voti e ben 28 seggi, passando da 24 a 52 (un numero di seggi che, ad esempio, permetterà al gruppo Parlamentare di Vox di chiedere il giudizio del Tribunale Costituzionale sui progetti di legge approvati. Uno strumento molto potente per ostacolare possibili riforme genericamente progressiste in ambiti come la memoria storica, le politiche di genere, le politiche migratorie). Il successo di Vox e la tenuta del PP sono avvenuti soprattutto a spese di Ciudadanos, il partito guidato da Albert Rivera che agli osservatori internazionali appariva come formazione liberale, ma che in realtà per discorso e pratica politica si caratterizza per essere una formazione nazionalista spagnola, non a caso nata in Catalogna per contrastare la crescita dell’indipendentismo, e poi proiettata a livello statale come progetto di una destra moderna in grado di sostituire il PP corrotto. Ciudadanos è il principale sconfitto delle elezioni del 10 novembre, avendo perso 2 milioni e mezzo di voti, e ben 47 seggi, passando dai 57 di aprile ai 10 odierni. Una batosta che ha causato le dimissioni di Rivera e il suo addio alla vita politica.

Il panorama elettorale fornisce indicazioni interessanti anche andando ad analizzare quanto avvenuto nelle “nazionalità periferiche”. In primo luogo, in Catalogna. Il conflitto emerso in Catalogna nell’ultimo decennio rappresenta uno dei nervi scoperti della crisi politico-istituzionale spagnola. Una conflitto che si è acuito nelle ultime settimane, con la condanna dei leader indipendentisti per sedizione, resa pubblica dal Tribunal Supremo lo scorso 14 ottobre, e le conseguenti proteste di diverso tipo che hanno riempito le strade e le piazze catalane, proprio durante il periodo di campagna elettorale. Nel complesso l’indipendentismo catalano ottiene un risultato storico per delle elezioni generali spagnole, conquistando poco più di 1 milione e 600.000 voti, e ben 23 seggi: 2 per la Cup, la piattaforma della sinistra indipendentista e anticapitalista, 13 per Erc, la formazione socialdemocratica guidata da Oriol Junqueras, uno dei condannati lo scorso 14 ottobre, e 8 seggi per Junts per Catalunya, la formazione di centro-destra legata all’ex Presidente in esilio Puigdemont. L’indipendentismo, ottenendo circa il 43% dei voti, supera per la prima volta per numero di voti e seggi le formazioni apertamente unioniste, che si fermano poco di sotto del 40%. Anche i risultati del 10 novembre confermano così che il potenziale di mobilitazione dell’indipendentismo è ancora alto e che, come dicono gli osservatori “l’elefante è ancora nella stanza”. Un potenziale di mobilitazione che, è sì facilitato dalla repressione del governo spagnolo, ma che, analizzando con attenzione i risultati elettorali e gli eventi di questi giorni, deve fare i conti con la mancanza di una strategia comune tra le diverse formazioni indipendentiste, e le tensioni più o meno esplicite che stanno emergendo tra le diverse anime del variegato movimento dopo lo stallo dell’autunno 2017. Erc, che nella scorsa legislatura aveva di fatto abbandonato la linea unilaterale cercando di aprire a un possibile accordo con Sánchez, rimane ancora la formazione più votata dell’indipendentismo, ma rispetto ad aprile ha perso 150.000 voti, confermando un calo dei consensi che già era emerso nelle elezioni europee, mentre la Cup e JxC, che esprimono le posizioni più scettiche e inclini al rilancio di una prospettiva di rottura per esercitare il diritto di autodeterminazione, crescono in termini relativi. Uno scenario che dipenderà anche da come si svilupperà la dinamica tra “piazza” e partiti. La protesta riaccesa nelle ultime settimane ha fatto emergere posizione critiche rispetto alla leadership politica dell’indipendentismo. Durante questa settimana sono previste iniziative di disobbedienza a sorpresa convocate dalla piattaforma digitale Tsunami Democratic (nella giornata di oggi, lunedì 11 novembre, è stata bloccata la frontiera con la Francia alla Jonquera).

Anche nel Paese basco, seppur in un contesto attualmente meno conflittuale rispetto allo scenario catalano, si delinea un rafforzamento delle formazioni regionaliste e indipendentiste, con il moderato e centrista Pnv che consolida la sua presenza nel Congresso, passando da 6 a 7 seggi rispetto ad aprile, e la sinistra indipendentista di EH Bildu che dimostra di aver recuperato un certo protagonismo politico dopo la fase di ridefinizione successiva alla fine della fase armata, riuscendo a ottenere 5 seggi, 1 in più rispetto ad aprile.

È interessante notare come in Catalogna Vox abbia ottenuto risultati meno positivi rispetto al resto dello Stato (ottenendo solo 2 seggi in questo territorio), mentre in Euskadi né Vox né il PP ottengono seggi.

Nelle prossime settimane vedremo come evolverà il puzzle politico spagnolo. Al momento i diversi osservatori coincidono nell’individuare tre possibili scenari. Una prima possibilità è l’apertura del Partito socialista a un accordo con la sinistra di Unidas Podemos e Más Pais, con il sostegno esterno o l’astensione delle formazioni regionaliste e indipendentiste. Uno scenario che implica una inversione a U nella politica dei socialisti, che dovrebbero accettare di sviluppare politiche sociali nettamente progressiste in controtendenza con quanto fatto dallo stesso partito in materia sociale ed economica negli ultimi anni, sia aprire al dialogo con l’indipendentismo e accettare una riforma in senso federale dello Stato (rimangiandosi quanto detto e fatto nelle ultime settimane di campagna elettorale, in cui Sánchez ha fatto proprio il discorso della durezza e della repressione contro la minaccia “separatista”).

Un secondo scenario è quello della “grande coalizione” con il PP, tanto con la formazione di un governo di coalizione (cosa che sarebbe una novità assoluta per il sistema politico spagnolo), quanto con l’astensione dei popolari; uno scenario che sulla carta sembrerebbe meno problematico rispetto al precedente, basandosi su un accordo tra i due pilastri del bipartitismo in decomposizione, ma che, tenendo conto delle dinamiche interne alla destra, non è esente da ostacoli importanti: un accordo di governo con i socialisti renderebbe i popolari facile preda degli attacchi di Vox, all’opposizione e in crescita.

Un terzo possibile scenario è quello di una nuova convocazione di elezioni anticipate in primavera (la quinta in 4 anni, e la terza in un anno), con tutte le incognite che una scelta del genere porterebbe comportare.

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29/04/2019

Spagna - La “danza immobile”: nessuna maggioranza possibile



Siamo alle terze elezioni politiche in appena quattro anni, in Spagna, e neanche questa volta ci sarà una maggioranza politica chiara o almeno accettabilmente coesa.

La vittoria relativa va al Psoe (partito “socialista”) del premier uscente Pedro Sanchez, che cresce in misura notevole rispetto alla precedente legislatura, raggiungendo il 28,7% dei voti al momento e 123 seggi.

Seguono i “popolari” – destra ex franchista, guidata per anni dai corrotti Aznar e Rajoy – che subiscono un tracollo epocale, dimezzando i voti scendendo al 16,7%, che fruttano solo 66 seggi, nonostante si fossero affidati a un leader “ggiovane”, come Pablo Casado. Ne avevano 137, e questo dà la portata di quello che è comunque il peggior risultato di questo partito dalla fine della dittatura franchista: non era infatti mai sceso sotto i 100 deputati.

Segue la destra “movimentista” di Ciudadanos – un tentativo di mantenere il quadro “culturale” dei popolari, ma senza l’ingombrante presenza dei vecchi boss screditati – che ha raggiunto il 15,8% e 57 seggi. E sembra dunque, pur aumentando voti e seggi, aver perso la “spinta propulsiva” che l’aveva identificata come risposta moderata alla crisi della destra classica.

Al quarto posto c’è Podemos, anch’essa in crisi di credibilità (ha appoggiato dall’esterno il governo di Sanchez dopo le dimissioni di Rajoy), che raccoglie solo il 14,3% e 42 seggi.

Il vero vincitore sembra dunque il movimento di ultradestra Vox, che entra per la prima volta ne parlamento nazionale con poco più del 10% e 24 seggi.

Seguono poi le formazioni indipendentiste di Euskadi e Catalogna. Dai Paesi Baschi il moderato Pnv manda a Madri 6 deputati, mentre Eh Bildu – coalizione delle formazioni di sinistra – ne raccoglie quattro.

In Catalogna, Esquerra Repubblicana conquista 15 seggi, mentre JxCat (la formazione dell’ex presidente Puigdemont, ancora esule in Belgio) ne prende altri sette.

Proprio i partiti catalani avevano determinato la caduta del governo Sanchez, rifiutandosi di dare il consenso alla “legge di stabilità”, scritta – come per l’Italia e tutti i paesi dell’Unione Europea – sotto il rigido controllo di Bruxelles.

In realtà, però, il vero terreno di scontro è stata la questione dell’indipendenza catalana, cui il governo “socialista” non ha dato alcuna risposta, nemmeno sul piano della liberazione dei prigionieri politici. E stiamo parlando di parlamentari regolarmente eletti – Oriol Junqueras, Jordi Turull, Josep Rull e Jordi Sànchez – non di combattenti in clandestinità…

La questione dell’indipendenza catalana è, per contro, anche al centro della crescita della destra apertamente fascista, bigotta e vetero-cattolica di Vox, al cui leader Santiago Abascal ha dato il proprio entusiastico appoggio Matteo Salvini (che solo due anni fa fingeva di essere al fianco degli indipendentisti catalani!).

Comincia ora il solito rito alchemico delle possibili maggioranza per comporre un governo. Per raggiungere i 176 seggi indispensabili, infatti, nessuna delle combinazioni “logiche” (centrodestra e centrosinistra, per dirla con le parole della geografia parlamentare italiana) è infatti possibile. Né sul piano politico, né su quello numerico.

La destra, infatti, raggiunge al massimo i 143 imbarcando anche i fascisti di Vox (che però non hanno alcun interesse ad interrompere la propria ascesa accodandosi ai “moderati”). Mentre il “centrosinistra” si ferma a 165.

Determinanti, insomma, i voti “maledetti” delle diverse formazioni indipendentiste. Ma cosa possono offrire, in cambio, le vecchie concrezioni partitiche? Praticamente nulla.

La destra, infatti, riafferma insieme al re l’assoluta intangibilità della “patria”, ed esclude qualsiasi trattativa dopo essersi peraltro divisa sul grado di “fermezza” repressiva da contrapporre a baschi e catalani. Il centrismo “europeista” di Sanchez, al massimo, può proporre una mano più leggera da parte delle forze dell’ordine, ma non certo passi avanti verso una vera autonomia regionale. Perché questo farebbe al contrario crescere la destra nazionalista oltre che europeista.

Come si vede, le categorie usate dai media mainstream italiani non riescono neppure a cogliere la realtà dello scontro in Spagna. Ma non chiedetegli di fare ammenda. Non ne sono capaci.

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26/05/2018

Anche in Euskadi si discute dell’exit strategy dall’Unione Europea

A Bilbao e in altri centri dei Paesi Baschi, l’organizzazione Askapena, storica realtà internazionalista del movimento della sinistra indipendentista basca, ha organizzato alcune conferenze pubbliche sul tema della rottura con l’Unione Europea. A questo ciclo di conferenze partecipano anche due compagni della Piattaforma Eurostop italiana.

Ieri a Romo, un quartiere di Getxo, nella zona di Bilbao, in una sala del Centro di Cultura Basco sono accorse una cinquantina di persone, soprattutto giovani, per ascoltare e discutere di un’alternativa reale alla vita sotto l’UE. L’argomento centrale ruotava intorno al fascismo, le sue forme e il suo sviluppo in Europa. C’è stato il racconto della guerra in Donbass da un compagno che l’ha vissuta direttamente, presente nella casa dei sindacati a Odessa il 2 maggio di 4 anni fa quando venne bruciata dai fascisti e morirono decine di persone. Sono intervenute una compagna dei movimenti femministi e una compagna tedesca della rete di Blockoccupy e i compagni di Eurostop. C’è stato confronto rispetto all’impianto strategico che i popoli in lotta e le organizzazioni popolari devono assumere: l’Europa come spazio politico transnazionale dei movimenti e delle città solidali o rottura della gabbia UE con la prospettiva di creare un’area di solidarietà che si opponga all’imperialismo dei blocchi in competizione? Sia i compagni di Askapena quanto il pubblico hanno potuto notare la differenza qualitativa delle proposte in campo. La proposta della rottura della Ue e dell’area alternativa euromediterranea avanzata da Eurostop ha riscosso indubbiamente molto interesse.

Il giro di conferenze avviene in preparazione di una festa popolare del movimento indipendentista basco il prossimo 2 giugno nel contesto del lancio da parte di Askapena della campagna per l’uscita di Euskal Herria dall’Unione Europea.

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03/05/2018

L’ETA si scioglie. La fine – mesta – di un ciclo storico


La lettera in cui la “organizzazione socialista rivoluzionaria basca di liberazione nazionale” annuncia il suo scioglimento definitivo è stata pubblicata ieri in anteprima dal quotidiano spagnolo progressista ElDiario, a poche ore dall’evento internazionale previsto a Kanbo, nel Paese Basco sotto amministrazione francese, che domani vedrà la partecipazione non solo di esponenti del mondo politico locale – Arnaldo Otegi, storico leader della sinistra indipendentista, e Andoni Ortuzar, dirigente del Partito Nazionalista Basco – ma anche del leader dello Sinn Fein irlandese Gerry Adams, di Jonathan Powell (ex capo di gabinetto del premier laburista britannico Tony Blair), dell’ex premier irlandese Bertie Ahern.

Accanto a loro – prima un importante media internazionale dovrebbe diffondere il video in cui ETA sintetizza i contenuti della lettera – dovrebbero esserci anche alcuni di quei mediatori internazionali che negli ultimi anni hanno supervisionato il processo di smantellamento degli arsenali dell’organizzazione (culminato con la consegna delle armi e degli esplosivi nell’aprile 2017) seguito alla dichiarazione in cui nel 2011 annunciava la fine delle azioni armate.

L’annuncio di queste ore mette la parola fine, in maniera netta ed inequivocabile, alla storia di un gruppo militare e politico formatosi quasi 60 anni fa, negli anni più bui della dittatura franchista, quando le attività e le teorizzazioni “eretiche” di un gruppo di giovani del Partito Nazionalista Basco clandestino portarono all’espulsione di quelli che poco dopo fondarono “Patria Basca e Libertà”. L’influenza delle rivoluzioni e dei movimenti di liberazione di Cuba, Algeria e Vietnam e poi l’adesione al marxismo hanno reso ETA il motore di un’opposizione al franchismo non solo militare, ma anche sociale, culturale e politica, oltre che il punto di riferimento di una vasta serie di organizzazioni di massa e di un intero pezzo di società che, per decenni, si è riconosciuta nella lotta frontale contro lo Stato e i suoi apparati. Anche quando, dopo la morte del dittatore nel suo letto, di vecchiaia, la controparte divenne la monarchia parlamentare nata dall’autoriforma del regime, legittimata invece dal resto delle ex opposizioni antifasciste.

Dentro ETA sono passati molti dei dirigenti storici dello schieramento politico indipendentista – e anche alcuni di quelli che, dopo il pentimento, hanno guidato le formazioni autonomiste o spagnoliste – ma anche leader sindacali, intellettuali, giornalisti. Protagonista negli anni ’70 e ’80 di numerose scissioni e ricomposizioni, ETA è stata una vera e propria fucina di militanti politici e di protagonisti della scena culturale basca, oltre che lo snodo del cosiddetto Movimento Basco di Liberazione Nazionale.

La lettera datata 16 aprile annuncia la “fine di un ciclo storico e della sua funzione, ponendo fine al suo percorso”. L’organizzazione conferma la dissoluzione di tutte le proprie strutture e la fine della propria iniziativa politica, “portando a termine il processo iniziato nel 2010 con l’intenzione di aprire un nuovo ciclo politico in Euskal Herria” a partire dalla Conferenza di Aiete del 2011. ETA rivendica lo sforzo di aver cercato una fine ordinata, razionale e costruttiva all’epoca dello scontro armato con lo Stato. “Disgraziatamente, la Dichiarazione di Aiete non ha potuto percorrere il cammino stabilito, nonostante concordasse con la volontà della maggioranza dei cittadini baschi”, perché “gli stati francese e spagnolo lo hanno reso impossibile fin dall’inizio. Nonostante tutto, ETA ha deciso di andare avanti. Al di là della Dichiarazione di Aiete e di un ipotetico processo negoziale, Euskal Herria è stato il punto di partenza e l’obiettivo di tutta l’attività” rivendica l’organizzazione, che per questo ha compiuto tutti i passi promessi.

“Nella sua azione più significativa, ETA ha consegnato al popolo le sue armi e ha ceduto nelle mani della società civile la responsabilità del suo disarmo. Il popolo è anche il protagonista fondamentale di questa ultima decisione: perché ETA si è formata dal popolo e torna al popolo. Perché si basa sulla fiducia nella forza del popolo. Soprattutto, perché vuole dare un contributo alla consecuzione della pace e della libertà nel Paese Basco. (…) Questa decisione chiude un ciclo storico di 60 anni di ETA. Non supera, invece, il conflitto che Euskal Herria mantiene con la Spagna e la Francia. Il conflitto non l’ha cominciato l’ETA e non termina con la fine del suo percorso. (…) La mancanza di volontà per dare una soluzione al conflitto, e le opportunità sprecate, hanno provocato un allungamento del conflitto e la moltiplicazione della sofferenza inflitta alle diverse parti. ETA riconosce la sofferenza provocata come conseguenza della sua lotta. Euskal Herria ha ora una nuova opportunità per chiudere definitivamente un ciclo di conflitto e costruire un futuro condiviso. (…) Anni di scontri hanno lasciato ferite profonde e occorre fornire le cure adeguate. Alcune ferite sanguinano ancora, perché la sofferenza non è una cosa del passato.

Attraverso questa lettera, e con tutta l’umiltà, ETA vuole trasmettervi una sua ultima opinione. La soluzione del conflitto e la ricostruzione di Euskal Herria ha bisogno di tutti voi, perché il futuro è responsabilità di tutti.

Noi che siamo stati militanti di ETA, da parte nostra, vogliamo confermare il nostro impegno in questo compito, ognuno dal luogo considerato più opportuno, con la responsabilità e l’onestà di sempre”.

Il messaggio adotta un linguaggio improntato alla riconciliazione e un tono mesto, affatto trionfalistico. Lo stesso utilizzato lo scorso 21 aprile, quando in un’altra missiva ETA ammetteva le sue responsabilità nell’aver causato sofferenze e lutti e chiedeva perdono alle vittime. Di più: ETA chiede scusa a tutti i baschi che hanno dovuto soffrire non solo in conseguenza delle specifiche azioni armate, ma a causa dell’esistenza stessa della lotta armata.

Le due missive – le ultime, quasi sicuramente, dell’organizzazione fondata nel 1959 – non costituiscono certo un’ammissione di sconfitta (che non c’è stata), ma sicuramente trasmettono una sensazione patente di impotenza, riconoscendo che la road map pensata contestualmente alla cessazione delle azioni armate – accordo con lo Stato, liberazione dei prigionieri politici, riconoscimento reciproco, riconoscimento da parte di Madrid del diritto all’autodeterminazione del popolo basco, trasformazione dell’organizzazione armata in soggetto politico – è stata completamente disattesa. ETA e la sinistra patriottica, al termine di un lunghissimo braccio di ferro che la lotta armata, nelle intenzioni degli indipendentisti, doveva servire a sbilanciare a favore dei baschi, non hanno portato a casa nessun risultato tangibile. Nessuna trattativa si è aperta e svolta, le uniche novità sono state il frutto di azioni unilaterali da parte dello schieramento basco.

Se poche settimane fa il governo francese ha deciso quantomeno di avviare un avvicinamento dei prigionieri politici baschi verso la loro terra, il governo di Madrid non ha nessuna intenzione di mettere fine alla vendicativa politica della dispersione carceraria. La classe politica spagnola rivendica anzi la “sconfitta del terrorismo” attraverso la mano pesante da sempre adoperata e accusa i militanti dell’organizzazione armata di voler, attraverso i messaggi di questi giorni, lavarsi la coscienza e le mani delle proprie responsabilità che lo scioglimento, avverte, non cancella.

D’altro canto non solo, come ricorda la stessa ETA, il conflitto nazionale non è superato, ma le cause che condussero alla costituzione del gruppo e alla scelta della lotta armata sono ancora tutte lì, per nulla rimosse.

La parabola dell’organizzazione armata basca non ha riprodotto nulla di lontanamente simile allo scenario irlandese, con il proliferare di organizzazioni armate contrarie al disarmo e di vari gruppi politici dissidenti rispetto allo Sinn Fein ma altrettanto litigiosi tra loro. ETA non ha subito scissioni significative anche se i media spagnoli in queste ore parlano di settori di “irriducibili” non meglio precisati che si sarebbero impossessati di una piccola parte degli arsenali prima della loro consegna ai mediatori internazionali da parte dell’organizzazione.

Non è sulla fine della lotta armata che verte la polemica interna al mondo indipendentista, a parte alcuni settori ultra minoritari. La fine della violenza politica è stata il risultato di un ampio dibattito che ha coinvolto non solo la militanza di ETA ma anche la base sociale e politica del movimento indipendentista. La lotta armata non solo era diventata da tempo inefficace se non materialmente impossibile da condurre (si pensi che gli ultimi commando erano costretti ad operare dal Portogallo e dal Belgio...) e fonte di sofferenze inutili per la stessa società basca, ma era stata trasformata in un argomento di auto-legittimazione da parte delle classi dirigenti del cosiddetto “regime del ‘78”, quello uscito dall’autoriforma del regime franchista.

La polemica dei consistenti settori dissidenti della sinistra abertzale (patriottica), compresi alcuni prigionieri ed ex prigionieri politici, provenienti e non dall’ETA, verte soprattutto sulla liquidazione “del bambino e dell’acqua sporca” da parte della direzione affermatasi dall’inizio dell’attuale decennio. Rimossa la lotta armata, è l’accusa, si è gettata a mare anche la capacità di conflitto, di mobilitazione e di organizzazione che avevano permesso alla sinistra patriottica di resistere a decenni di durissima repressione.

L’accusa è di aver puntato tutto su un impossibile processo di pace abbandonando così il conflitto sociale, sindacale, politico che aveva caratterizzato l’intero Movimento di Liberazione Nazionale. In nome di un processo di pace mai partito ed oggettivamente impossibile da condurre viste le caratteristiche materiali e ideologiche della controparte, la nuova forza politica della sinistra patriottica ha effettivamente virato verso una visione socialdemocratica e istituzionalista, non solo abbandonando ma spesso condannando forme di conflitto che prendevano piede autonomamente o all’interno della sua stessa base a partire da vicende specifiche. Al momento della sua fondazione, e dell’abbandono della lotta armata e della violenza politica, la Sinistra Indipendentista affermò di puntare la propria strategia sulla disobbedienza attiva di massa, in modo da rendere impossibile per lo Stato spagnolo gestire un territorio ribelle che si sarebbe dovuto avviare verso l’autodeterminazione e la costruzione di un quadro sociopolitico avverso al liberismo e alle compatibilità dettate da Madrid e dall’Unione Europea.

Ma tranne che in qualche episodio – i muri popolari contro l’arresto di alcuni giovani militanti – la strategia della disobbedienza di massa non si è mai concretizzata lasciando il campo alla classica strategia elettoralista di una forza politica che, dopo il boom di voti seguito all’annuncio della fine dell’attività armata da parte di ETA, ha visto una consistente erosione ad opera della costola basca di Podemos. Finché non è scoppiata la rivolta catalana la formazione guidata da Pablo Iglesias ha giocato ambiguamente sul tema dell’autodeterminazione, oltre che sulla rivendicazione di un quadro sociale e di diritti più avanzato, una battaglia tradizionalmente appannaggio di una sinistra abertzale sempre più immobile e conformista. Alla concorrenza a sinistra di Podemos si è sommata la scarsa credibilità del proprio messaggio politico – non più antisistema – e l’impossibilità di prefigurare uno scenario catalano di fronte tra le forze progressiste e di sinistra dello schieramento indipendentista e quelle moderate o di centrodestra. Dopo la fine della lotta armata e la normalizzazione di Sortu, il Partito Nazionalista Basco di Urkullu – il partito autonomista/regionalista che dalla fine del franchismo rappresenta gli interessi della media e grande borghesia basca saldamente integrata in quella spagnola – ha rafforzato i suoi tratti liberisti e conservatori, abbandonando le rivendicazioni ambiguamente indipendentiste a lungo agitate proprio in virtù dell’esistenza di una forza sociale e politica di massa antisistema rappresentata da Herri Batasuna e poi da Batasuna.

Ma oltre alle responsabilità soggettive di un gruppo dirigente indipendentista giovane, scarsamente avvezzo al conflitto e in deficit di quelle capacità analitiche che hanno sempre contraddistinto la sinistra patriottica, non si possono non citare gli innegabili elementi oggettivi.

Dopo molti decenni – c’è chi dice secoli, iniziando a contare dalle guerre carliste del XIX secolo – di lotta frontale, guerre, morti, arresti, torture, esilio, rappresaglie, la fine della lotta armata ha determinato una rapida e profonda trasformazione della società basca. Basti vedere il boom turistico che in pochi anni ha completamente stravolto i centri storici delle città basche, a lungo protetti nel loro carattere popolare e conflittuale dall’esistenza di una contrapposizione frontale, di uno scenario di guerra rimosso il quale milioni di spagnoli hanno cominciato a considerare non più rischioso trascorrere le proprie vacanze sulle spiagge della bellissima Donosti o nei bar dell’altrettanto splendida Pamplona. Il boom turistico – con annessa speculazione – ha creato tante occasioni di lavoro e di guadagno; ma ha anche fatto esplodere una feroce gentrificazione con il suo portato di precarietà, ai quali alcuni settori della sinistra indipendentista – e non solo – hanno cominciato ad opporre la propria mobilitazione.

La privatizzazione della vita sociale che ha coinvolto migliaia di militanti e di simpatizzanti ha svuotato il corpo di una sinistra abertzale che ora deve fare i conti con un consistente fenomeno di spoliticizzazione e di riflusso all’interno della sua stessa base.

Questo non vuol dire che in Euskal Herria sia venuta meno la conflittualità politica e sociale, anzi. Esistono realtà molto combattive ed interessanti, a partire dal movimento femminista passando per alcune realtà giovanili e per l’organizzazione internazionalista Askapena, fino ad arrivare al movimento per l’Amnistia e a quello contro l’occupazione militare spagnola.

Come detto, le cause che portarono alla nascita dell’ETA negli anni più bui del regime franchista sono ancora lì: il Paese Basco è spezzettato (anche più che durante il franchismo) in tre diverse amministrazioni e tra due stati, l’autonomia conquistata dopo la fine del regime franchista è spesso lettera morta ed ostaggio dei nazionalisti spagnoli ulteriormente rafforzati dal sostegno dell’Unione Europea, le diseguaglianze sociali crescono invece di ridursi.

Inoltre, nelle carceri spagnole sono ancora rinchiusi quasi 300 prigionieri politici, molti dei quali condannati a pene tombali che solo un provvedimento di tipo politico – l’amnistia – che Madrid non adotterà mai, potrebbe riconsegnare alle loro famiglie e alle loro comunità.

“Si è chiuso un ciclo storico” ha scritto l’ETA annunciando il suo scioglimento. Da vedere quando e come se ne aprirà un altro e quali forme assumerà la storica lotta del popolo basco per l’autodeterminazione e il socialismo. Il bagaglio di lotte, analisi, progettualità e umanità rappresentato dalla storia della sinistra patriottica è ancora lì, disponibile ad essere ripreso e utilizzato.

Citando il marxista e dirigente di ETA José Miguel Beñaran Ordeñana, detto ‘Argala’, ucciso il 21 dicembre del 1978 da una bomba collocata nella sua auto dagli squadroni della morte al servizio del governo spagnolo, “né ETA né Herri Batasuna (…) né altre organizzazioni, per grandi che possano essere, possono risolvere i problemi della classe lavoratrice basca. Solo il popolo lavoratore basco può risolvere i suoi problemi. Per questo io credo che dobbiamo organizzarci. Solo un popolo organizzato può ottenere gli obiettivi ai quali aspira”.

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12/01/2018

Si allarga il fronte contro l’Unione Europea. I baschi lanciano l’EHXIT

Si allarga in Europa il fronte delle forze politiche e sociali che, a partire da una posizione internazionalista, antifascista e anticapitalista, non solo contesta l’Unione Europea ma lotta per la sua rottura.

Dopo la Piattaforma Sociale Eurostop in Italia, France Insoumise, la Cup in Catalogna, alcuni settori – purtroppo minoritari – di Podemos e alcune realtà della sinistra radicale e comunista ellenica, anche i baschi lanciano la loro campagna per “rompere l’Europa del capitale”.

Con una conferenza stampa e un breve ma efficace video, l’organizzazione internazionalista basca Askapena – da decenni al fianco dei movimenti socialisti e di liberazione di tutto il pianeta e protagonista della lotta per l’autodeterminazione del popolo basco – ha lanciato nei giorni scorsi la campagna per l’EHXIT, cioè la rottura dell’Unione Europea e la fuoriuscita di Euskal Herria (Paese Basco, in euskera) dalla cosiddetta ‘Europa Unita’.

“Non è facile la situazione che viviamo in Europa – afferma la voce di una giovane attivista basca mentre nel video scorrono immagini eloquenti – Lo sfruttamento della classe lavoratrice normalizza la povertà nei nostri quartieri, e ci condanna alla subalternità. Il controllo e la repressione continuano ad aumentare, per evitare che le classi popolari si ribellino contro la strategia capitalista e per garantire che il sistema continui a funzionare come previsto. E’ per questo che crediamo sia giunta l’ora di prendere posizione contro l’Unione Europea. Non è più sufficiente criticare l’Unione Europea e rivendicare una sua riforma dall’interno. Occorre rompere l’Unione Europea a partire dalle sue radici! Occorre cominciare a praticare da subito un modello di relazioni che vogliamo costruire affinché nel futuro l’Europa sia un territorio socialista, femminista e internazionalista. Rompiamo l’Europa del capitale!”.

Già lo scorso anno l’organizzazione Askapena (Liberazione, in euskera) aveva stilato e diffuso un dettagliato documento dal titolo “Unione Europea. Non ne abbiamo bisogno, non la vogliamo” (http://askapena.org/sites/default/files/Europa_cas.pdf) nel quale analizzava e denunciava il carattere antipopolare, antidemocratico e tendenzialmente imperialista dell’Unione Europea, riattualizzando una riflessione e una presa di posizione che avevano a lungo caratterizzato prima Herri Batasuna e poi Batasuna nei decenni scorsi, prima che la nuova formazione politica della sinistra indipendentista basca – Sortu – si attestasse su posizioni tendenzialmente riformiste e pragmaticamente favore di un ‘nuovo stato basco nell’UE’.

Il lancio della versione basca di Eurostop rafforza ora la mobilitazione condotta in tutta Europa da forze che, a maggior ragione dopo il fallimento dell’ipotesi riformista in Grecia e dopo il sostegno di Bruxelles alla repressione spagnola in Catalogna, si battono apertamente per rompere l’Unione Europea, disobbedire e denunciare i trattati, uscire dall’Eurozona e dai patti militari, a partire dalla Nato e dall’Esercito Europeo.

Questo proprio mentre alcune forze di estrema destra o populiste europee rinunciano ad un euroscetticismo in molti casi frutto di una critica strumentale che è servita solo ad attirare i voti delle classi popolari e dei ceti medi attaccati da anni di austerità, tagli e legislazioni autoritarie imposte da Bruxelles.

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15/11/2017

Madrid. 8 ragazzi rischiano 375 anni di carcere. Per una rissa da bar

In questi mesi il popolo catalano sta provando sulla propria pelle la natura reazionaria delle istituzioni dello Stato Spagnolo: arresti, cariche, denunce, divieti. Ma per decenni il bersaglio preferito e principale delle forze di sicurezza di Madrid sono stati gli attivisti della sinistra indipendentista basca e i baschi in generale.

Una persecuzione repressiva che non ha ceduto di un millimetro neanche di fronte alla fine della lotta armata da parte dell’Eta e alla rinuncia alla guerriglia urbana, ormai molti anni fa, da parte dei movimenti giovanili baschi, per lo meno quelli che si richiamano alla sinistra indipendentista ufficiale.

Il caso degli otto giovani di Altsasua accusati di terrorismo per una ‘rissa da bar’ non ha smesso di mobilitare l’opinione pubblica basca da quella maledetta notte del 15 ottobre del 2016 quando in un bar della città navarra in festa due agenti della Guardia Civil, accompagnati dalle rispettive compagne, provocarono una rissa con alcune decine di presenti. I due poliziotti, in borghese e fuori servizio, ebbero ovviamente la peggio: uno subì la frattura di una caviglia e alcuni ematomi, l’altro nessuna conseguenza rilevante. Ma la vendetta della ‘Benemerita’ e di Madrid è stata rapida e brutale.

Tutti i testimoni giurano che furono i militari a provocare e minacciare i presenti con frasi come “Ti sparo in mezzo agli occhi” o “Ti uccido”. I poliziotti e le loro compagne assicurano invece di essere stati aggrediti a freddo e di essere stati prima insultati e poi pestati una volta usciti dal bar.

Nei primi giorni sembrava che tutto si risolvesse in una denuncia per lesioni e ‘attentato all’autorità’ – anche se gli agenti erano fuori servizio – reati che comportano una pena da 1 a 4 anni di carcere e un’ammenda. La notte dello scontro due ragazzi vennero arrestati ma furono scarcerati tre giorni dopo; nel frattempo era scattata una inchiesta per reati minori da parte sia della Guardia Civil che della Polizia Municipale. Ma il 18 ottobre intervenne il Comitato delle Vittime del Terrorismo (Covite), una potente lobby che in nome degli interessi delle vittime dell’ETA condiziona da destra governo e magistratura e rappresenta le pulsioni più reazionarie dell’estremismo nazionalista spagnolo. La denuncia del Covite e dei due agenti aggrediti, nel frattempo consultatisi con i sindacati della Guardia Civil, convinse la giudice dell’Audiencia Nacional Carmen Lamela – la stessa che il mese scorso ha ordinato l’arresto dei presidenti dell’Assemblea Nazionale Catalana e di Omnium, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart – a ingigantire le accuse, trasformando il tutto in un surreale processo per terrorismo.

Nei confronti di otto imputati, tutti ragazzi e ragazze molto giovani, la Procura Generale dello Stato chiede un totale di 375 anni di carcere. Uno di loro rischia addirittura 62 anni di carcere, sei potrebbero essere condannati a 50 anni di reclusione e una ragazza a 12.

Secondo la giudice Lamela e l’accusa, incarnata dal procuratore José Perals, quella contro i poliziotti sarebbe stata un’aggressione premeditata, realizzata da un gruppo di militanti politici integrati nell’Ospa Mugimendua, un’organizzazione locale che da tempo si batte per l’allontanamento delle forze di occupazione spagnole dalla località navarra attraverso le iniziative della campagna ‘Alde Hemendik’ – “via di qui” – tradizionale slogan della sinistra indipendentista. Secondo i giudici il movimento avrebbe creato nella cittadina un clima di odio e di ostilità nei confronti dei rappresentanti delle forze di sicurezza dello Stato; l’aggressione alla Guardia Civil sarebbe quindi da inquadrare in questa campagna politica e in questo clima d’odio. La verità è che se gli agenti della Guardia Civil (così come quelli dell’Ertzaintza, la polizia autonoma) da quelle parti non sono ben accetti è a causa dei loro comportamenti violenti, delle loro continue provocazioni, della persecuzione e degli innumerevoli casi di tortura contro i militanti della sinistra patriottica.

Secondo la magistratura politica ereditata dal franchismo, essendo stato “Alde Hemendik” uno slogan a lungo utilizzato sia dall’ETA che dalle organizzazioni del Movimento Basco di Liberazione Nazionale, i ragazzi accusati di aver pestato gli agenti sarebbero da considerare dei “terroristi”. E questo nonostante il fatto che il movimento in questione, Ospa, non sia mai stato oggetto di procedimenti giudiziari di alcun tipo.

Esattamente un anno fa, il 15 novembre del 2016, Adur Ramirez de Alda (attivista internazionalista che ha partecipato alla Carovana Antifascista della Banda Bassotti in Donbass insieme a centinaia di solidali baschi, catalani, italiani, spagnoli, greci, britannici, tedeschi, russi...), Jokin Unamuno e Oihan Arnanz sono stati arrestati e da allora scontano la carcerazione preventiva nei penitenziari di Aranjuez, Soto del Real e Navalcarnero, tutti intorno a Madrid. Altri quattro giovani arrestati lo stesso giorno sono stati rilasciati su cauzione dopo più di un mese di carcerazione preventiva, e aspettano ora con preoccupazione e ansia, insieme ai genitori e alla loro comunità, l’inizio del processo.

Se anche il procedimento giudiziario dovesse concludersi con un’assoluzione, nel frattempo tre degli accusati stanno comunque scontando una spropositata pena detentiva che potrebbe oltremodo prolungarsi. Infatti secondo la legge spagnola il carcere preventivo può durare due anni ed essere successivamente esteso di altri due... “Dovrebbe essere una misura eccezionale applicata in casi di gravi delitti e non per una caviglia rotta” denunciano i genitori dei ragazzi in carcere ormai da un anno.

Anche loro, le madri e i padri dei giovani accusati riuniti nell’associazione Altsasu Gurasoak, stanno scontando una dura condanna, come del resto tutti i familiari dei prigionieri politici baschi, in conseguenza della politica di dispersione inaugurata dai governi socialisti negli anni ’80 contro l’indipendentismo basco. Ogni fine settimana da 52 settimane i genitori, altri parenti e amici si sobbarcano circa 1000 chilometri di viaggio in macchina, con i rischi di incidenti e i costi che questi viaggi comportano, per partecipare ai colloqui di 40 minuti. Partono da casa alle tre di notte, per essere di fronte alle porte delle carceri alle nove in punto; dopo il breve colloquio di nuovo in macchina per tornare a casa, dopo una notte in bianco. “Non pretendiamo l’impunità per i nostri figli, ma pretendiamo un processo giusto, con tutte le garanzie processuali, e che si tenga a Pamplona e non a Madrid” dicono da mesi ai giornalisti che li intervistano, denunciando che le accuse si basano solo sulle testimonianze dei due Guardia Civil.

Testimonianze aggiustate alcuni giorni dopo i fatti, mentre nei primi verbali redatti sia dalla Guardia Civil sia dalla Policia Foral – il corpo di sicurezza autonomo della Navarra – non si faceva cenno ad accuse di terrorismo o di “incitamento all’odio”. Ma una settimana dopo la rissa e mentre entrava in scena il Covite, la Guardia Civil assegnava una decorazione con medaglia sia al Tenente che al Sergente “aggrediti”, che poi hanno ottenuto un’altra decorazione dal Ministero degli Interni. I due poliziotti sono stati trasformati in eroi, la questione è diventata di Stato e otto ragazzi rischiano ora di passare ingiustamente la loro vita in carcere condannati per terrorismo.

In loro difesa si sono schierate le comunità locali, istituzioni, intellettuali, esponenti politici, giornalisti, magistrati e addirittura 52 eurodeputati espressione di 15 diversi paesi che, nel luglio scorso, hanno chiesto al Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, un intervento urgente per mettere un freno a Madrid. Ovviamente non hanno ottenuto alcuna risposta.

Prima i muri di Euskal Herria si sono riempiti di striscioni, manifesti, scritte e murales. Poi le strade e le piazze si sono riempite di sit in, cortei, assemblee. E dall’estate scorsa circola anche una canzone – “Aurrera Altsasu” – scritta apposta per loro e cantata dai più noti e apprezzati artisti baschi, da Evaristo (ex Polla Records) fino a Enrique Villareal (Barricada) passando per Aiora Renteria (Zea Mays) e Eñaut Elorrieta (Ken Zazpi) fino ai bertsolari Amaia Amuriza e Julio Soto. Anche Fermin Muguruza, voce prima dei Kortatu e poi dei Negu Gorriak, non ha fatto mancare il proprio impegno.



Il 16 novembre, il giorno dopo l’arresto di sette degli accusati, il Comune di Altsasu ha chiesto ufficialmente che il processo sia istruito a Pamplona, capitale della Navarra, e non a Madrid, e che vengano eliminate le incredibili e ingiuste accuse di terrorismo. Una richiesta fatta propria con una dichiarazione del 21 novembre 2016 dal Parlamento regionale della Navarra, che contesta esplicitamente l’intervento dell’Audiencia Nacional. Il 26 novembre del 2016 più di 20 mila persone hanno manifestato contro gli arresti politici ad Altsasu, accompagnati da numerosi sindaci ed esponenti politici di vari partiti. Il 31 gennaio, dopo un incontro tra i genitori degli accusati ed esponenti di tutti i partiti tranne quelli nazionalisti spagnoli, 214 avvocati, giuristi e professori di diritto hanno presentato un appello a favore degli ‘otto di Altsasua’. E’ seguito il 2 febbraio un appello da parte di 130 personalità della cultura basca, e il 22 marzo quello di 90 tra deputati e senatori eletti a Madrid. Il 24 marzo è stata addirittura l’Audiencia Provincial della Navarra a smentire le accuse di terrorismo e a chiedere che il processo si tenga nella sua sede naturale, a Pamplona, invece che nella ostile capitale del Regno.

Ma il 1 giugno scorso il Tribunale Supremo ha dichiarato il tribunale speciale antiterrorismo – la Audiencia Nacional – competente e confermato le accuse di terrorismo previste nell’articolo 573.1 del Codice Penale. Mentre continuano le iniziative di solidarietà, gli imputati e le loro famiglie affermano di non riporre molte speranze nei giudici e nel sistema giudiziario spagnolo. Come dargli torto?

L’Unione Europea guarda dall’altra parte, e quando rivolge il suo sguardo a Occidente strizza l’occhio a Madrid.

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16/09/2017

Arnaldo Otegi: “la sinistra non può avere dubbi sul referendum catalano”

Lo scorso fine settimana Arnaldo Otegi, il lider di Euskal Herria Bildu, ha animato la conferenza organizzata dal centro culturale Euskal Etxea di Barcelona e ha rilasciato un’intervista a TV3, la televisione nazionale catalana, proponendo un’interessante analisi sia su Catalunya che sullo stato di salute delle sinistre europee.

Alla domanda sulla situazione attuale a Catalunya, Otegi ha risposto con una riflessione che prende le mosse dal referendum greco: “all’epoca vedevamo con un certo stupore come le sinistre in Europa guardavano a quella battaglia come se fosse lontana, una battaglia dei greci contro la troika. E dicevamo: quello che sta succedendo in Grecia si ripercuoterà sui diritti sociali del lavoratori europei, ma la sinistra sta a guardare come se fosse una battaglia che non la riguarda. Abbiamo l’impressione che quello che accade a Catalunya sia qualcosa di simile sul terreno delle libertà nazionali. E credo che questa battaglia non riguardi solo Catalunya bensì metta in discussione tutto il regime del ’78 e il modello territoriale dello stato”.

Qui entra in gioco il comportamento della sinistra: “è molto triste osservare il ruolo di certe sinistre dello stato spagnolo. Non capire che il processo catalano è una mozione di censura al regime del ’78 significa non capire niente”. Alludendo evidentemente a Podemos, Otegi prosegue: “questa nuova sinistra aveva detto che riconosceva il diritto a decidere però, ora che è arrivato il momento, se ne disinteressano. Quando la Guardia Civil perquisisce le tipografie, quando Mariano Rajoy e il Fiscal General minacciano il paese e tutta la baracca mediatica pubblica spropositi, quando la segreteria e il Presidente del Parlamento possono essere condannati alla prigione o interdetti dai pubblici uffici, dubitare se consentire o no il ricorso alle urne significa non sapere dove siamo o non volerlo dire. Qui la maggioranza vuole votare e lo stato non lo permette. Qui c’è una rivoluzione democratica nazionale che ha già una data, l’1 ottobre. Davanti a tutto ciò, devono scegliere. Chi si definisce marxista e repubblicano non può avere dubbi. Non si può tenere il piede su due staffe. E dopo che hai scelto, se il Partido Popular e Ciutadans ti applaudono vai verso il suicidio. Il dramma di questa sinistra è che sostiene i processi d’autodeterminazione in funzione della loro distanza da Madrid”.

Alludendo alla perquisizione che qualche giorno fa la polizia spagnola ha svolto in una tipografia, sospettata di stampare le schede elettorali del referendum, Otegi ha affermato che “cercano di spaventare la gente. E sanno come fare. Due secoli fa la chiesa perseguiva le tipografie perché mettevano in discussione il monopolio della verità e ora, nel 2017, la Guardia Civil si incarica di controllarle di nuovo”. L’ex prigioniero politico basco prosegue: “sabato ho visto i cittadini cantare e ballare davanti alla Guardia Civil che perquisiva una tipografia. State sicuri che se il popolo risponde, lo stato ha perduto. Questa è l’unica strategia. Le istituzioni hanno fatto un passo avanti, hanno approvato la legge del Referendum e quella di Transizione, ora è il momento della gente”.

E secondo Otegi, la gente si è ormai disconnessa emotivamente e politicamente dallo stato spagnolo. Per più di un secolo Catalunya ha cercato di riformare lo stato spagnolo per potersi sentire riconosciuta al suo interno, assieme alle altre nazioni della penisola. Ma questo progetto di riforma non ha avuto successo e dopo diversi naufragi è oggi completamente archiviato. A partire da una riflessione più ampia, il lider basco spiega perché il processo che porta all’autodeterminazione ha raccolto sempre maggiori consensi nella società catalana: “il capitalismo dei nostri giorni è un sistema che si basa sulla paura. In particolare le nuove generazioni, alle quali avevano detto che studiare significava avere un buon impiego, ora si trovano davanti a uno scenario del tutto differente. La crisi finanziaria ha aumentato la paura di perdere il lavoro, la casa, la possibilità di studiare... e il capitalismo ha imposto il suo potere con la paura e l’incertezza. Il progetto di costruzione della Repubblica catalana ha invece dato una certa sicurezza e per molta gente ha significato che la realtà può essere diversa, che le cose si possono fare in una maniera differente. Anche perciò la nuova Repubblica ha attratto così tanta gente”.

L’intervista integrale di Otegi a TV3 si può vedere alla pagina web http://www.ccma.cat/tv3/alacarta/preguntes-frequents/preguntes-frequents/video/5687373/ mentre una sintesi della conferenza al CCCB si può leggere alla pagina https://www.racocatala.cat/noticia/42475/otegi-si-poble-respon-lestat-espanyol-ho-te-perdut e a https://www.vilaweb.cat/noticies/1-o-otegi-lesquerra-no-es-pot-posar-de-perfil-davant-registres-policials/

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17/08/2017

Rafa Diez, segretario del sindacato basco Lab, sarà libero a giorni

Il compagno Rafa Diez sarà liberato dalle carceri dello stato Spagnolo fra pochi giorni. Rafa Diez è stato incarcerato nel 2009, mentre era Segretario Generale del Sindacato Basco LAB, con l’accusa di essere uno degli artefici della ricostruzione di Batasuna.

Rafa è stato detenuto lontano dai Paesi Baschi come avviene per la maggioranza dei compagni arrestati dallo stato spagnolo per allontanarli dai propri cari e dalla solidarietà militante.

Negli anni scorsi, i dirigenti della Federazione Sindacale Mondiale avevano più volte richiesto il permesso di visitarlo in carcere, ma ogni volta la richiesta era stata respinta. Ora verrà scarcerato perché è stata interamente scontata la pena.

La Fsm, nel dare la notizia, esprime tutta la sua gioia per la notizia della sua liberazione. “Un rivoluzionario torna alla militanza attiva tra la sua gente e i suoi compagni di lotta politica e sindacale!”

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