Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/02/2023

Pfizergate - In Italia che fine ha fatto l’esposto depositato da mesi in 20 procure?

Scrivevamo proprio ieri sul nostro giornale della citazione in giudizio nei confronti della Commissione Europea da parte del New York Times per irregolarità nei contratti stipulati con Pfizer/Biontech, in particolare per il ruolo avuto da Ursula von der Leyen su di un acquisto del maggio 2021 portato avanti a suon di SMS e messaggi WhatsApp.

Eppure in Italia 20 procure, quasi tutti uffici distrettuali, hanno già un esposto analogo depositato da novembre scorso che chiede di fare chiarezza sul tema, e non solo su quello.

L’’Unione Sindacale di Base, tramite l’avv. Perticaro, aveva infatti già proceduto ad un’azione legale affinché la giustizia italiana acquisisse tutta la documentazione necessaria a fare luce su questo contratto che presenta irregolarità.

L’esposto si sostanzia sulla base di alcune dichiarazioni critiche di europarlamentari nei confronti della segretezza tenuta dalla Commissione su prezzi e clausole dei contratti, sul Pfizergate, ovvero sugli errori procedurali nei trials clinici dell’azienda sollevati dal British Medical Journal, e infine sulla vicenda del marito della von der Leyen.

La questione aveva già adombrato pesanti conflitti di interessi della Presidente della Commissione nella gestione della campagna vaccinale.

Il coniuge Heiko von der Leyen era – dato che alla fine si è dimesso – nel comitato di sorveglianza di una fondazione dell’Università di Padova, che doveva condurre ricerche in cui erano coinvolte anche le grandi firme del Big Pharma, finanziata da 320 milioni del PNRR.

Questo ruolo era stato distrattamente dimenticato dalla politica tedesca, e dalle nostre parti sappiamo bene che quando tanti miliardi sono sul piatto, la tentazione di trarne qualche vantaggio è forte nelle nostri classe dirigenti.

Inoltre occorre ricordare che Pfizer  dal 2018 collabora attivamente nel campo della ricerca e produzione di vaccini con BioNTech, azienda biotecnologica e farmaceutica tedesca.

Nell’esposto è allegato anche uno studio del Prof. Marco Cosentino, docente di farmacologia all’Università dell’Insubria (fortemente specializzata nelle discipline mediche).

In esso si criticano le strategie vaccinali e la poca attenzione data al monitoraggio dopo l’acquisto delle dosi, che ricordiamo sono in scadenza a milioni, proprio in virtù di acquisti fatti in numero di gran lunga superiore alle necessità. È lo stesso Perticaro che ha dichiarato a Il Fatto Quotidiano: “non siamo contro i vaccini, ma contro chi può aver speculato sugli stessi. Non siamo contro la farmacologia o la medicina, ma contro chi ne fa un uso distorto”.

Insomma, su ipotesi di reati quali corruzione, truffa aggravata e frode in pubbliche forniture, varie procure della Repubblica avrebbero potuto già sequestrare documenti ancora largamente segreti della Commissione UE, per fare luce su possibili danni procurati a chi vive nel nostro paese. Nulla si è mosso per mesi, e anzi quasi nessuna risonanza è stata data al caso nel nostro paese.

Abbiamo dovuto aspettare il Qatargate e ora la denuncia del New York Times perché si tornasse a parlare di queste irregolarità, magari approfittando pure del fatto che si possano far passare questi «attacchi» come provenienti da fuori dall’Europa.

Ora che però non si può più ridurre al silenzio l’intera vicenda, e le procure hanno tutti gli strumenti per procedere nel loro lavoro di indagine, si attiveranno per dare seguito agli esposti che giacciono nei loro faldoni? Ce lo auguriamo per il bene della salute di tutte e di tutti, e per il bene anche della nostra democrazia.

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26/10/2020

Marx e la centralità del conflitto. Un libro di Gennaro Imbriano

di Vladimiro Giacché

Un libro può essere classificato in molti modi. Un modo è provare a rispondere alla domanda: questo libro mantiene ciò che promette? Il libro di cui vorrei parlare appartiene alla rara categoria dei libri che non soltanto mantengono ciò che promettono, ma offrono di più. Marx e il conflitto. Critica della politica e pensiero della rivoluzione (Derive/Approdi, 2020) di Gennaro Imbriano potrebbe essere in effetti una semplice disamina dei concetti di conflitto sociale, lotta di classe e rivoluzione nell’opera di Marx. Non sarebbe poco, in effetti. Ma questo libro – come già il sottotitolo lascia in parte presagire – è molto di più. Si tratta infatti di una ricostruzione complessiva dell’itinerario teorico e politico di Karl Marx – dagli scritti giovanili al Capitale e oltre – felicemente condensata in un libretto di 150 pagine, per di più scritto in un linguaggio rigoroso ma chiaro e accessibile.

In effetti, il tema del conflitto si presta molto bene a una sintesi del pensiero di Marx, come prova l’andamento stesso del libro di Imbriano, molto lineare e consequenziale. Nel testo si muove dal giovane Marx, che “imputa al pensiero critico (o presunto tale) del suo tempo, al dunque, l’incapacità di produrre, rispetto all’esistente che si pretende di criticare, un conflitto decisivo con le strutture che presiedono alla sua riproduzione” (p. 13). Alla base di questa incapacità, osserva opportunamente l’autore, non vi è un limite di carattere morale, ma un cruciale “difetto analitico: l’incapacità di cogliere che il mondo storico è di per sé segnato e pervaso dal conflitto materiale per la riproduzione della specie”, conflitto che si svolge in un contesto segnato dalla “divisione sociale del lavoro” e dalla “gerarchizzazione dei rapporti sociali”, nonché – aspetto fondamentale – dalla “lotta delle classi” (ibidem). Già in questa fase, osserva Imbriano, Marx rifiuta la strada di “edulcorare le contraddizioni nel teatro dello spirito”, come pure quella di “annacquarle nelle forme della mediazione politica”, e sceglie per contro di “interpretarle, strutturarle e incanalarle nelle forme di un conflitto organizzato” (p. 14). Un conflitto rivolto a mettere in discussione “l’odierna organizzazione dei meccanismi dì produzione”, imperniati sulla proprietà privata dei mezzi di produzione (p. 22).

Entro questa trama, molto solida ed efficace anche da un punto di vista espositivo, Imbriano inserisce con maestria, e dando prova di un’eccellente conoscenza dei testi marxiani, l’itinerario intellettuale e politico di Marx. In primo luogo gli studi, gli anni berlinesi, la critica della centralità della politica – che caratterizza i giovani hegeliani – e la contrapposizione a essa della centralità della trasformazione sociale. A questo riguardo Imbriano osserva, a ragione, come “le rinnovate versioni novecentesche della teologia politica e dell’autonomia del politico” siano “il coerente rovesciamento politico della concezione materialistica della storia, anche quando esse si autorappresentano come interne o coerenti con la prospettiva di Marx” (p. 43).

In secondo luogo la critica della filosofia quale luogo del superamento della scissione, ossia quale strada maestra dell’emancipazione: “tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo – leggiamo nelle Tesi su Feuerbach di Marx – trovano la loro soluzione razionale nell’attività pratica umana e nella comprensione di questa prassi” (p. 58). Si tratta di una critica rivolta non soltanto alla speculazione idealistica, ma anche al materialismo di Feuerbach, che “non comprende l’importanza dell’attività ‘rivoluzionaria’, dell’attività pratico-critica” (p. 59). Anzi, l’idealismo hegeliano è per Marx in ultima analisi superiore al materialismo di Feuerbach, poiché “quantomeno ha concepito l’attività umana come prassi (anche se solo astrattamente, cioè come pensiero produttore e non ancora come lavoro)” (p. 62).

Il terzo passaggio è la critica del socialismo dell’epoca, quale emerge in particolare dal Manifesto del partito comunista (scritto assieme a Friedrich Engels) e dalla critica a Proudhon contenuta in particolare nella Miseria della filosofia; in quest’opera è espressa tra l’altro la convinzione che il conflitto sia il motore della storia, che “senza antagonismo non vi progresso” (p. 86). “Organizzare politicamente la rivoluzione sociale”: questo diventa l’obiettivo di Marx, il quale, osserva Imbriano, “dedicherà la sua vita a questo scopo” (p. 87).

Il quarto passaggio è la critica dell’economia politica. Tra i momenti essenziali di questa critica vi è la “priorità assegnata al momento della produzione su quello dello scambio” (p. 89). Marx inoltre ricostruisce la genesi storica del capitalismo, fa giustizia di tutte le ricostruzioni apologetiche dell’“accumulazione originaria” fondate sull’astinenza e la virtù dell’imprenditore, e individua nello sfruttamento della forza-lavoro, ossia nel fatto che “l’operaio produce un pluslavoro, ovvero un lavoro non pagato” (p. 100) eccedente la parte del lavoro prestato retribuita (necessaria al mantenimento in vita e in attività del lavoratore stesso), il meccanismo fondamentale di riproduzione del capitalismo.

Molto opportunamente Imbriano nel suo libro si sofferma sull’attività più strettamente politico-organizzativa di Marx, che si svolse – per quanto consentito dalle circostanze (Marx fu successivamente cacciato da Germania, Francia e Belgio, per approdare infine in Inghilterra) – in parallelo con l’attività teorica. È, questo, un aspetto ingiustamente – ma non casualmente – trascurato da molte odierne “riletture” e “recuperi” dell’opera di Marx che in realtà la scarnificano, riducendo il suo autore a un ‘geniale analista’ della società capitalistica. Quello che va perduto in queste riletture asettiche è proprio la centralità del conflitto nel pensiero di Marx; ma così facendo l’opera di Marx viene amputata di una sua componente essenziale.

Giustamente, quindi, Imbriano attribuisce grande importanza a scritti politici quali ad esempio l’Indirizzo inaugurale del 1864, scritto per la fondazione dell’Associazione internazionale dei lavoratori (meglio nota come Prima Internazionale), testo in cui si afferma tra l’altro che “la conquista del potere politico è diventato il grande dovere della classe operaia” (cit. a p. 119). Anni dopo, con riferimento all’esperienza eroica e tragica della Comune di Parigi, Marx per un verso criticherà le rovinose indecisioni dei comunardi circa la conquista del potere, dall’altro affermerà che la presa del potere da parte della classe operaia non può consistere “nel trasferire da una mano all’altra la macchina militare e burocratica, ma nello spezzarla” (cit. a p. 126): in altre parole, secondo Marx la rivoluzione proletaria dovrà marcare una netta discontinuità non soltanto nella titolarità del potere politico, ma nella sua stessa configurazione. Nella successiva Critica al programma di Gotha la posizione di Marx conoscerà un’ulteriore evoluzione, e il rivoluzionario tedesco espliciterà in esso la previsione di un periodo di transizione e di dittatura rivoluzionaria al termine del quale lo Stato sarà destinato a perdere progressivamente la propria funzione e la propria stessa storica ragion d’essere. L’interpretazione che Imbriano offre di questo snodo delicato del pensiero marxiano è così sintetizzabile: la (ineliminabile) conquista del potere politico da parte della classe operaia è destinata a innescare un cambiamento sociale progressivo, che non può per definizione esaurirsi e ritenersi compiuto con la presa del potere. In tal modo, al termine del percorso teorico di Marx, torna a riproporsi quella centralità della trasformazione sociale rispetto all’emancipazione semplicemente politica dal quale il giovane Marx aveva preso le mosse.

Ho provato in queste righe a sintetizzare il contenuto di un libro che, a dispetto della sua brevità, è davvero molto ricco di contenuti dal punto di vista dell’esegesi del discorso marxiano, e tutt’altro che privo di spunti di riflessione per l’oggi.

A questo ultimo riguardo meritano di essere menzionati in particolare due passi del testo di Imbriano. Il primo si trova al termine del capitolo introduttivo dell’opera (non per caso intitolato “La differenza marxiana”): ciò che il pensiero di Marx tuttora ci insegna – afferma l’autore in queste pagine – “è la possibilità di non arrendersi all’idea che le uniche prospettive alle quali il pensiero critico debba consegnarsi oggi siano quelle che tutto mettono in discussione fuorché l’essenziale: l’odierna organizzazione dei meccanismi della produzione” (p. 22). Questo tema ritorna più oltre nel libro, e viene maggiormente specificato in un secondo passo, che merita di essere qui riproposto per intero: “se l’opposizione al dominio del capitale diventa mera politica della cittadinanza (inconsapevole della centralità della sfera sociale), lotta redistributiva (affascinata dall’idea che il momento dello scambio sia costituente e che produttive siano le sue figure sociali di riferimento), battaglia culturale per l’affermazione delle idee che si atteggia in superiore distacco dalla massa (presunta) inconsapevole, pratica del dialogo tra interessi inconciliabili (che elimina l’organizzazione del conflitto dal suo orizzonte), esso si pone definitivamente al di fuori del riferimento marxiano, e dunque si rende incapace di diventare vera alternativa” (p. 70).

In queste righe non soltanto viene rivendicata la centralità della prassi nel discorso teorico di Marx, ma è ribadita anche la centralità del conflitto capitale-lavoro per ogni prassi che intenda davvero costruire un’alternativa all’esistente. Questo non esclude la legittimità e l’importanza di altre forme e obiettivi del conflitto, ma fissa, più ancora che una gerarchia tra obiettivi, l’obiettivo del rivoluzionamento dei meccanismi di produzione quale conditio sine qua non di una vera trasformazione: quale obiettivo, cioè, in assenza del quale ogni prassi trasformatrice sarà nel migliore dei casi inane, nel peggiore un’operazione cosmetica e gattopardesca funzionale al mantenimento degli attuali assetti di potere, incentrati sul potere economico esercitato attraverso la proprietà privata (sempre più concentrata) dei mezzi di produzione.

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05/11/2018

Potere al popolo sotto attacco? Vuol dire che agiremo con ancora più efficacia

Due punti fanno una linea... La geometria euclidea è bella perché traccia i fondamenti della logica attraverso figure mai ingannevoli, e quindi aiuta a pensare, riflettere, interrogarsi.

Due attacchi in pochissimi giorni contro Viola, portavoce di Potere al Popolo!, provenienti dalla stessa fonte o giù di lì (“la Bestia” – macchina di propaganda social della Lega – o correligionari di Casapound, che è poi una dependance-scorta della prima), ci dicono appunto che c’è una “linea”. Ossia una volontà politica, una strategia, un “centro” che emana direttive generali e organi-apparati che la traducono in azione, fatti, fake news e quant’altro possa essere utile allo sviluppo del partito-potere che paga il servizio.

Non c’è nulla di sorprendente. Anzi, è l’abc della politica, ovvero della “guerra con altri mezzi1” tra parti nemiche. E solo chi aveva davvero creduto che con la caduta del Muro fosse “finita la storia” può ora sorprendersi – o non capire affatto – che il conflitto tra le classi continua, diventa feroce man mano che la crisi avanza (e non si risolve...), indipendentemente dalla resistenza organizzata o meno della/e classe/i nemiche.

Potere al Popolo! è – lo sappiamo bene – un movimento ancora piccolo, poco organizzato, presente non dappertutto, equivocato da qualche componente organizzata, in via di definizione. Ma si è fatto apprezzare, in questo primo anno di vita, per un prerogativa che lo rende unico: fa quello che dice.

In un contesto politico popolato di disinvolti voltagabbana senza princìpi, che promettono la luna in campagna elettorale e fanno l’opposto una volta in Parlamento o a Palazzo Chigi (tutti i giorni segnaliamo questi testacoda su Fornero, Tav, Tap, reddito di cittadinanza, nazionalizzazioni, ecc), è una prerogativa che esercita un certo potere di attrazione in una popolazione stravolta da messaggi incomprensibili, ripetuti, menzogneri, ma alla fine vincenti per il solo fatto di “fare massa” nel cervello degli individui, senza quasi contrappunto. C’è da lavorare tanto, ma se sei “vero”, sincero, fai corrispondere parole e fatti, hai la base per diventare credibile; alla lunga, autorevole.

Il nemico lo sa. E sa che deve bastonarti quando sei ancora piccolo, fragile, indeterminato agli occhi dell’“opinione pubblica”, e dunque esposto agli umori ondivaghi di quest’ultima.

E il nemico agisce, non perde tempo in lunghe riunioni dove “ognuno dice la sua” e quindi l’insieme dei presenti non ha nulla da dire, senza concludere un tubo.

Agisce a livello comunicativo per minare la tua credibilità, ti attribuisce cose che non hai detto o le deforma in modo ridicolo (in questo caso su Desirée e la Ferragni), usando tutti gli strumenti peggiori della “costruzione del falso”: estrapolazioni dal contesto, titoli ad effetti senza riscontro nel testo, falsi veri e propri, “sondaggi” nazistoidi come quello di Libero.

Agisce a livello legislativo per rendere illegali la maggior parte delle forme di protesta pacifiche (è tornato persino il reato di “blocco stradale”, nel nuovo decreto sicurezza!), in modo da desertificare i luoghi del potenziale conflitto sociale e intimidire le nuove generazioni di attivisti.

Agisce a livello poliziesco ufficiale, con sgomberi a ripetizione di ogni spazio abitativo, sociale, studentesco (quello del Virgilio, domenica mattina, è particolarmente grave); con elargizione di daspo urbi et orbi; con denunce e intimidazioni fisiche a piè sospinto.

Agisce a livello non ufficiale dando via libera a fascisti di vario ordine, grado e violenza, proteggendone le magrissime “manifestazioni di piazza”, favorendo o spalleggiando le loro aggressioni. Oppure infiltrando “agenti di influenza” per seminare zizzanie, false notizie, contrasti, fino a far implodere collettivi, gruppi, movimenti, partiti, ecc.

Qui ci stiamo occupando soltanto del livello comunicativo. Ma ci sembra chiaro che questo sia una dimensione del conflitto politico, che richiede analisi, riflessione e soprattutto strutturazione di una autonoma capacità di azione su questo terreno.

Non è infatti pensabile di “rispondere colpo su colpo”, smentendo e decostruendo ogni singola fake news elaborata contro il movimento, sue parti o singoli esponenti. Alla lunga verremmo battuti per stanchezza, ripetitività, impossibilità di far fronte – con le forze attualmente disponibili – ad una macchina in grado di sfornare decine di stronzate ogni settimana... Alla lunga, oltretutto, “il pubblico” non darebbe più neppure uno sguardo distratto all’ennesima “smentita”.

Dobbiamo affermare un’identità collettiva e una pratica sociale molteplice, unendo interventi micro e una presenza politica macro.

Non abbiamo soldi, non possiamo pagare un tot di social media manager, web designer e cacciatori di notizie per lavorare otto ore a giorno. Ma abbiamo conoscenza, fantasia, energie militanti, entusiasmo e determinazione. Siamo nati per unire le forze nel fare qualcosa di importante, al limite dell’impensabile, come cambiare tutto e dare potere a chi non ne ha mai avuto. Faremo anche questo, in modo organizzato e dunque efficace.

E’ finita l’epoca in cui davanti a un attacco si rispondeva annacquando la propria diversità politica. C’è un conflitto da sostenere, lo sosterremo.

Note:
1 La citazione esatta di von Clausewitz, resa famosa da Lenin, recita: “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. Il che significa che entrambe sono la stessa cosa – conflitto tra nemici – mentre differiscono soltanto i mezzi usati in una determinata fase, che si caratterizza in base a quei mezzi come pace o come guerra.

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20/07/2018

La “vecchia talpa” nella Silicon Valley


In questi tempi, dopo oltre venti anni “senza ideologie” – perché ne è rimasta una sola, il pensiero unico liberista – il bisogno di dare un senso alle cose che ci accadono e a quelle che facciamo ogni giorno si presenta prepotente dai luoghi più inaspettati.

Come un fiore nel deserto, basta un angolo d’ombra e una goccia d’acqua trattenuta dalla sabbia, perché sbocci.

Sintomi, certo. Piccoli, indubbiamente. Ma continui, inattesi, illuminanti. Non possiamo vivere nel cono di luce artificiale segnato dal profitto come unico fine e dall’arricchimento come scopo della vita. Anche perché quelli che si arricchiscono sono proporzionalmente sempre meno e “i perdenti” sempre di più. E anche quelli partiti con le migliori intenzioni di “competere duramente” si accorgono – sempre più spesso – di non trovare soddisfazione in questa lotta belluina senza senso.

Il bisogno di una visione, di una lettura organica del mondo (di una weltanschauung, o “concezione del mondo”), emerge con forza là dove si incontrano una massa senza futuro, diritti, reddito dignitoso, e una intellettualità anche solo minimamente critica. Nasce insomma dall’incontro tra chi ha bisogno di cambiare urgentemente la propria esistenza quotidiana, e quindi ha bisogno anche di capire come farlo, e quanti – per motivi professionali, cultura, studi, letture, riflessioni – sono in grado di fornire anche solo brandelli di informazione strutturata che ricostruiscono i legami tra fenomeni apparentemente sconnessi e quindi conferiscono un senso alla realtà, non più vista come singoli frammenti.

Quello che sorprende sempre i micro-intellettuali del potere costituito – gli analisti ed editorialisti dei media mainstream – è che questo incontro ripropone sempre elementi di visione, contenuti politici, forme organizzative, programmi e rivendicazioni tipiche del movimento operaio storico. In termini e forme adeguate ai tempi, naturalmente, ma contenutisticamente identiche. La talpa continua a scavare, insomma, anche quando la “soggettività organizzata” – come negli Stati Uniti – è stata più volte spianata, sconfitta, dissolta in mille rivoli litigiosi e inconcludenti.

Questo articolo di Massimo Gaggi, che vorrebbe essere ironico ma non ci riesce, mostrando al contrario una forte preoccupazione, “si stupisce” per la nascita di organizzazioni sindacali chiaramente di orientamento “socialista” addirittura nel tempio della cosiddetta new economy. La mitica Silicon Valley dei Bill Gates, dei “ragazzi di Cupertino” (Apple), dei fantastici inventori di algoritmi per Google, Facebook, Instagran, Twitter, mostra da qualche tempo un fervore conflittuale certo non stradaiolo, ma acutamente critico.

Il presunto paradosso è che queste “imprese altamente innovative” (ed è vero, se si guarda ai prodotti) sono dirette da manager magari giovanissimi, ma con la mentalità degli antichi padroni delle ferriere. Non è “colpa” loro, è il funzionamento del capitale che li ha fatti così, selezionandoli tra i più vivaci quanto a intelligenza e i più morti quanto a rigore morale, rispetto delle persone, capacità autocritiche. Se uno ha presente la faccia di Zuckerberg durante una delle sue cento audizioni in cui è chiamato a render conto delle infamie commesse dalla sua azienda (per il caso Cambridge Analytica, per esempio) non fa fatica a capire di che stiamo parlando.

Si può anche definire – come fa Gaggi – “scarsa sensibilità sociale dei capi delle imprese di big tech”, ma la sostanza non cambia: la crescita delle disuguaglianze reddituali e sociali innescata da un quarto di secolo di liberismo senza freni, lavoro senza diritti, compressione salariale, sta generando la sua conseguenza logica. Chiamatela come volete – Gaggi si ferma a “polarizzazione politica” – ma sempre di conflitto si tratta.

Per cambiare modello sociale e modo di produzione, non solo i commi di qualche contratto di lavoro.

E’ una buona notizia. Anche per Potere al Popolo, non vi pare?


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Se Marx resuscita nella Silicon Valley

Favorita dalla scarsa sensibilità sociale dei capi delle imprese di big tech, la polarizzazione politica che scuote l’America rischia di raggiungere anche le sue aziende più preziose

di Massimo Gaggi (Corriere della Sera, 19/7/2018)

Sepolto in Europa, Karl Marx resuscita nella Silicon Valley? Ipotesi bizzarra, ma qualche indizio c’è e del resto, in America come in Europa, di cose bizzarre in politica ne stiamo vedendo parecchie, tra colpi di spugna sul concetto di Occidente e il riemergere di movimenti fascisti. Distratti dal ribellismo anti-establishment esploso nella destra americana, abbiamo prestato poca attenzione alle rivolte spuntate lungo la West Coast tra le imprese dell’alta tecnologia. Abbiamo registrato l’incredulità dei dipendenti dopo l’elezione di Trump e il malessere per la scoperta del ruolo involontariamente svolto dai social media. E abbiamo raccontato le tensioni sociali legate alla crescita delle diseguaglianze economiche che hanno scavato fossati profondi a San Francisco e in Silicon Valley tra vincitori e vinti della rivoluzione tecnologica.

Fino a una curiosa rinascita dei sindacati, tornati come organizzatori dei lavoratori più deboli: quelli che si occupano di manutenzione, trasporti, alimentazione e sicurezza del personale delle sedi dei giganti di big tech. Poi sono cominciate le crisi di coscienza e i pentimenti di ingegneri e altri dipendenti di queste imprese che hanno preso a interrogarsi sulle implicazioni etiche di quello che stavano facendo soprattutto riguardo al rispetto della privacy dei cittadini-utenti e le interferenze nei loro meccanismi decisionali. Davanti alla scarsa reattività delle imprese, dipendenti fin lì politicamente non impegnati, sono diventati attivisti pronti ad accusare le loro aziende di maschilismo o di connivenza coi militari e le polizie anti-immigrati ai quali cedono il loro software.

Questi movimenti, che hanno continuato a moltiplicarsi ovunque, da Google ad Amazon (ora le rivolte a Salesforce e a Microsoft contro la cessione di servizi all’Amministrazione delle frontiere e all’Ice, i cacciatori di clandestini), hanno ancora dimensioni limitate, ma si stanno consolidando sotto l’ombrello ideologico di due organizzazioni: la Tech Workers Coalition e la Dsa (Democratic Socialists of America), come racconta anche la rivista Fast Company.

Dentro c’è di tutto, anche la sinistra radicale che vuole eliminare le corporation private sostituendole con società statali o cooperative di dipendenti. Favorita dalla scarsa sensibilità sociale dei capi delle imprese di big tech, la polarizzazione politica che scuote l’America rischia di raggiungere anche le sue aziende più preziose.

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09/05/2018

Le elezioni RSU negli Enti Locali in Liguria, un successo “politico”

Il 17, 18 e 19 aprile si sono svolte anche il Liguria le elezioni per il rinnovo delle RSU, che nel pubblico impiego hanno cadenza triennale.

Si tratta di elezioni molto importanti perché, oltre ad eleggere i delegati nei luoghi di lavoro, stabiliscono quali OOSS vengono considerate “rappresentative” (con il raggiungimento del 5%) e si guadagnano il diritto di partecipare ai tavoli nazionali, locali e di usufruire di margini di agibilità sindacali fondamentali per USB.

I meccanismi di conteggio e verifica sono macchinosi e i dati ufficiali saranno noti solo all’inizio dell’estate, ma i risultati raggiunti negli Enti Locali in Liguria sono già ufficiosamente quantificabili.

USB, con i suoi delegati e militanti, non svolge una vera e propria “campagna elettorale” in quanto il suo impegno ed intervento è continuo e costante nel tempo. Il contatto quotidiano con i colleghi, le numerose vertenze, la immensa mole di materiale prodotto per informare i lavoratori richiedono un impegno di buona parte del tempo libero, perché i militanti di USB non sono “professionisti” del sindacalismo ma semplici militanti.

Durante il periodo elettorale, tuttavia, la mobilitazione è massima e si cerca di non lasciare nulla al caso. Si tratta di un modello complesso, praticamente a costo zero (in Liguria sono stati spesi circa 800 euro negli Enti Locali), reso possibile dall’impegno dei delegati.

CGIL, CISL e UIL mettono in pratica invece altre modalità: per tre anni coltivano clientelismo e siglano accordi peggiorativi sia nazionali che decentrati. Si mobilitano poi gli ultimi mesi prima delle elezioni, mettendo in campo le moltissime risorse che hanno a disposizione, con gadget di ogni tipo e promesse elettorali di massa. Ricevono inoltre ingenti aiuti dai governi di turno, grazie alla loro natura “concertativa”. Un esempio tipico è la previdenza e il welfare integrativo, specificatamente inseriti nel contratto.

Quest’anno i sindacati concertativi hanno estratto dal cilindro l’ipotesi di Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Il CCNL nel pubblico impiego era bloccato da circa 10 anni.

Questa manovra è stata molto utile a questi sindacati, soprattutto dove USB non riesce ad arrivare, ma gli si è ritorto contro dove invece USB è presente e attiva.

Il contratto.

Il paradosso è che, come delegati di USB, ci siamo trovati giocoforza da soli a dover illustrare puntualmente ai lavoratori un’ipotesi di contratto (il primo dopo 10 anni di blocco) che l’USB stessa non ha siglato, ha apertamente avversato e ha, al contrario, sostenuto una propria ipotesi di CCNL completamente differente, e decisamente equa. Sullo stesso argomento i sindacati confederali hanno impiegato poche stringate parole.

La campagna elettorale per le elezioni RSU negli Enti Locali in Liguria è stata pertanto incentrata in buona parte sull’analisi delle norme peggiorative a cui i lavoratori stanno andando incontro.

L’informazione che abbiamo assicurato ai lavoratori, laddove siamo presenti nei posti di lavoro, riteniamo che sia sempre stata informazione corretta, trasparente e precisa. Certo, di parte, ma non potrebbe essere altrimenti.

La parte economica contiene esigui aumenti salariali, una finta “perequazione” che scade a dicembre, che non favorisce affatto le categorie più basse, un colpo di spugna sugli arretrati... Insomma, pochi spiccioli in cambio di migliaia di euro persi pro-capite a causa del mancato rinnovo contrattuale dal 2009.

L’ipotesi di CCNL, bizzarramente ostacolato da una serie di “stop and go” tra Corte dei Conti e Ministero delle Finanze, contiene ancora meno democrazia sindacale, depotenziamento delle RSU, materie di contrattazione ridotte ai minimi termini, impoverimento del fondo di produttività, la cosiddetta “meritocrazia” (cioè discrezionalità delle Amministrazioni nel trattamento economico e progressioni di carriera dei lavoratori) ancora più spinta, un possibile aumento dei precari, le RSU chiamate a diventare complici delle decisioni sul welfare integrativo, sulla previdenza integrativa, sul peggioramento della qualità del lavoro, ecc...

Per una una migliore comprensione del testo, abbiamo suddiviso l’analisi in un certo numero di “pillole”, che abbiamo diffuso con cadenza periodica: qui.

L’USB si è presentata quindi alle elezioni RSU con questo strumento e soprattutto senza gadget.

Gli aspetti politici nella conquista della rappresentanza.

Il fatto di non aver firmato il contratto ha messo USB ancora di più nella condizione di poter agire il conflitto, che per Statuto è considerato da USB, “un mezzo di regolazione democratica degli interessi diversi presenti nella società”.

In Città Metropolitana di Genova il concetto di conflitto è stato da noi volutamente spiegato ai lavoratori, anche per sottolineare una questione identitaria. Abbiamo “politicizzato” la nostra militanza sindacale, spiegando che per noi “conflittuale” è un concetto importante e che “conflittuale” si oppone a “concertativo”. Abbiamo spiegato che anche questa ipotesi di CCNL è frutto di una concertazione e che nella “concertazione” appunto, le decisioni vengono prese in modo trilaterale da governi, imprese (Confindustria) e sindacati concertativi (detti anche “parti sociali”) e che nei decenni passati si sono in realtà resi complici delle peggiori scelte attuate, attraverso la sottoscrizione di accordi peggiorativi delle condizioni dei lavoratori, con il silenzio di fronte a evidenti ingiustizie, con la vanificazione delle forme di lotta.

Risultati importanti per USB negli Enti Locali in Liguria.

I risultati per la Federazione USB della Liguria sono stati tangibili e importanti.

Abbiamo più che triplicato le liste, presentandoci con successo in Comuni anche difficili e fortemente provati, come il Comune di Sanremo. Qui, con il racconto dei lavoratori, ci siamo convinti che la nota vicenda dei “furbetti del cartellino”, è stata in realtà una sorta di dimostrazione di forza da parte dello Stato.

Provvedimenti disciplinari e licenziamenti di massa non mettono nelle condizioni i lavoratori coinvolti di potersi difendere da accuse infamanti. Un vero e proprio “Teorema Sanremo”, esportabile ed esportato in molti altri settori degli Enti Locali e del pubblico impiego.

In Liguria i risultati hanno portato spesso USB ad essere il primo o il secondo sindacato con percentuali altissime. Nel Comune di Savona primi con il 40%, nella Provincia di Savona secondi con il 27%, nella città Metropolitana di Genova secondi con il 29%. Nel complesso, nella Regione, USB ha ottenuto risultati superiori al 5% nel settore.

Abbiamo notato che dove USB è presente i sindacati confederali subiscono un ridimensionamento, spesso anche forte. Inoltre, laddove USB è attiva, gli altri sindacati sono spesso costretti ad uscire dal silenzio, intraprendendo affannose e spesso inutili rincorse.

In Città metropolitana di Genova (dove sono stata eletta), USB si è affermata come secondo sindacato. Il maggior numero di voti si è registrato presso i Servizi Distaccati (Se.Di.) dove si trovano prevalentemente i servizi tecnici e presso la sede centrale (P.le Mazzini), sede della politica e dei servizi amministrativi. In questi due luoghi USB è il primo sindacato.

La soddisfazione è grande. Il lavoro da fare ancora tanto.

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03/05/2018

L’ETA si scioglie. La fine – mesta – di un ciclo storico


La lettera in cui la “organizzazione socialista rivoluzionaria basca di liberazione nazionale” annuncia il suo scioglimento definitivo è stata pubblicata ieri in anteprima dal quotidiano spagnolo progressista ElDiario, a poche ore dall’evento internazionale previsto a Kanbo, nel Paese Basco sotto amministrazione francese, che domani vedrà la partecipazione non solo di esponenti del mondo politico locale – Arnaldo Otegi, storico leader della sinistra indipendentista, e Andoni Ortuzar, dirigente del Partito Nazionalista Basco – ma anche del leader dello Sinn Fein irlandese Gerry Adams, di Jonathan Powell (ex capo di gabinetto del premier laburista britannico Tony Blair), dell’ex premier irlandese Bertie Ahern.

Accanto a loro – prima un importante media internazionale dovrebbe diffondere il video in cui ETA sintetizza i contenuti della lettera – dovrebbero esserci anche alcuni di quei mediatori internazionali che negli ultimi anni hanno supervisionato il processo di smantellamento degli arsenali dell’organizzazione (culminato con la consegna delle armi e degli esplosivi nell’aprile 2017) seguito alla dichiarazione in cui nel 2011 annunciava la fine delle azioni armate.

L’annuncio di queste ore mette la parola fine, in maniera netta ed inequivocabile, alla storia di un gruppo militare e politico formatosi quasi 60 anni fa, negli anni più bui della dittatura franchista, quando le attività e le teorizzazioni “eretiche” di un gruppo di giovani del Partito Nazionalista Basco clandestino portarono all’espulsione di quelli che poco dopo fondarono “Patria Basca e Libertà”. L’influenza delle rivoluzioni e dei movimenti di liberazione di Cuba, Algeria e Vietnam e poi l’adesione al marxismo hanno reso ETA il motore di un’opposizione al franchismo non solo militare, ma anche sociale, culturale e politica, oltre che il punto di riferimento di una vasta serie di organizzazioni di massa e di un intero pezzo di società che, per decenni, si è riconosciuta nella lotta frontale contro lo Stato e i suoi apparati. Anche quando, dopo la morte del dittatore nel suo letto, di vecchiaia, la controparte divenne la monarchia parlamentare nata dall’autoriforma del regime, legittimata invece dal resto delle ex opposizioni antifasciste.

Dentro ETA sono passati molti dei dirigenti storici dello schieramento politico indipendentista – e anche alcuni di quelli che, dopo il pentimento, hanno guidato le formazioni autonomiste o spagnoliste – ma anche leader sindacali, intellettuali, giornalisti. Protagonista negli anni ’70 e ’80 di numerose scissioni e ricomposizioni, ETA è stata una vera e propria fucina di militanti politici e di protagonisti della scena culturale basca, oltre che lo snodo del cosiddetto Movimento Basco di Liberazione Nazionale.

La lettera datata 16 aprile annuncia la “fine di un ciclo storico e della sua funzione, ponendo fine al suo percorso”. L’organizzazione conferma la dissoluzione di tutte le proprie strutture e la fine della propria iniziativa politica, “portando a termine il processo iniziato nel 2010 con l’intenzione di aprire un nuovo ciclo politico in Euskal Herria” a partire dalla Conferenza di Aiete del 2011. ETA rivendica lo sforzo di aver cercato una fine ordinata, razionale e costruttiva all’epoca dello scontro armato con lo Stato. “Disgraziatamente, la Dichiarazione di Aiete non ha potuto percorrere il cammino stabilito, nonostante concordasse con la volontà della maggioranza dei cittadini baschi”, perché “gli stati francese e spagnolo lo hanno reso impossibile fin dall’inizio. Nonostante tutto, ETA ha deciso di andare avanti. Al di là della Dichiarazione di Aiete e di un ipotetico processo negoziale, Euskal Herria è stato il punto di partenza e l’obiettivo di tutta l’attività” rivendica l’organizzazione, che per questo ha compiuto tutti i passi promessi.

“Nella sua azione più significativa, ETA ha consegnato al popolo le sue armi e ha ceduto nelle mani della società civile la responsabilità del suo disarmo. Il popolo è anche il protagonista fondamentale di questa ultima decisione: perché ETA si è formata dal popolo e torna al popolo. Perché si basa sulla fiducia nella forza del popolo. Soprattutto, perché vuole dare un contributo alla consecuzione della pace e della libertà nel Paese Basco. (…) Questa decisione chiude un ciclo storico di 60 anni di ETA. Non supera, invece, il conflitto che Euskal Herria mantiene con la Spagna e la Francia. Il conflitto non l’ha cominciato l’ETA e non termina con la fine del suo percorso. (…) La mancanza di volontà per dare una soluzione al conflitto, e le opportunità sprecate, hanno provocato un allungamento del conflitto e la moltiplicazione della sofferenza inflitta alle diverse parti. ETA riconosce la sofferenza provocata come conseguenza della sua lotta. Euskal Herria ha ora una nuova opportunità per chiudere definitivamente un ciclo di conflitto e costruire un futuro condiviso. (…) Anni di scontri hanno lasciato ferite profonde e occorre fornire le cure adeguate. Alcune ferite sanguinano ancora, perché la sofferenza non è una cosa del passato.

Attraverso questa lettera, e con tutta l’umiltà, ETA vuole trasmettervi una sua ultima opinione. La soluzione del conflitto e la ricostruzione di Euskal Herria ha bisogno di tutti voi, perché il futuro è responsabilità di tutti.

Noi che siamo stati militanti di ETA, da parte nostra, vogliamo confermare il nostro impegno in questo compito, ognuno dal luogo considerato più opportuno, con la responsabilità e l’onestà di sempre”.

Il messaggio adotta un linguaggio improntato alla riconciliazione e un tono mesto, affatto trionfalistico. Lo stesso utilizzato lo scorso 21 aprile, quando in un’altra missiva ETA ammetteva le sue responsabilità nell’aver causato sofferenze e lutti e chiedeva perdono alle vittime. Di più: ETA chiede scusa a tutti i baschi che hanno dovuto soffrire non solo in conseguenza delle specifiche azioni armate, ma a causa dell’esistenza stessa della lotta armata.

Le due missive – le ultime, quasi sicuramente, dell’organizzazione fondata nel 1959 – non costituiscono certo un’ammissione di sconfitta (che non c’è stata), ma sicuramente trasmettono una sensazione patente di impotenza, riconoscendo che la road map pensata contestualmente alla cessazione delle azioni armate – accordo con lo Stato, liberazione dei prigionieri politici, riconoscimento reciproco, riconoscimento da parte di Madrid del diritto all’autodeterminazione del popolo basco, trasformazione dell’organizzazione armata in soggetto politico – è stata completamente disattesa. ETA e la sinistra patriottica, al termine di un lunghissimo braccio di ferro che la lotta armata, nelle intenzioni degli indipendentisti, doveva servire a sbilanciare a favore dei baschi, non hanno portato a casa nessun risultato tangibile. Nessuna trattativa si è aperta e svolta, le uniche novità sono state il frutto di azioni unilaterali da parte dello schieramento basco.

Se poche settimane fa il governo francese ha deciso quantomeno di avviare un avvicinamento dei prigionieri politici baschi verso la loro terra, il governo di Madrid non ha nessuna intenzione di mettere fine alla vendicativa politica della dispersione carceraria. La classe politica spagnola rivendica anzi la “sconfitta del terrorismo” attraverso la mano pesante da sempre adoperata e accusa i militanti dell’organizzazione armata di voler, attraverso i messaggi di questi giorni, lavarsi la coscienza e le mani delle proprie responsabilità che lo scioglimento, avverte, non cancella.

D’altro canto non solo, come ricorda la stessa ETA, il conflitto nazionale non è superato, ma le cause che condussero alla costituzione del gruppo e alla scelta della lotta armata sono ancora tutte lì, per nulla rimosse.

La parabola dell’organizzazione armata basca non ha riprodotto nulla di lontanamente simile allo scenario irlandese, con il proliferare di organizzazioni armate contrarie al disarmo e di vari gruppi politici dissidenti rispetto allo Sinn Fein ma altrettanto litigiosi tra loro. ETA non ha subito scissioni significative anche se i media spagnoli in queste ore parlano di settori di “irriducibili” non meglio precisati che si sarebbero impossessati di una piccola parte degli arsenali prima della loro consegna ai mediatori internazionali da parte dell’organizzazione.

Non è sulla fine della lotta armata che verte la polemica interna al mondo indipendentista, a parte alcuni settori ultra minoritari. La fine della violenza politica è stata il risultato di un ampio dibattito che ha coinvolto non solo la militanza di ETA ma anche la base sociale e politica del movimento indipendentista. La lotta armata non solo era diventata da tempo inefficace se non materialmente impossibile da condurre (si pensi che gli ultimi commando erano costretti ad operare dal Portogallo e dal Belgio...) e fonte di sofferenze inutili per la stessa società basca, ma era stata trasformata in un argomento di auto-legittimazione da parte delle classi dirigenti del cosiddetto “regime del ‘78”, quello uscito dall’autoriforma del regime franchista.

La polemica dei consistenti settori dissidenti della sinistra abertzale (patriottica), compresi alcuni prigionieri ed ex prigionieri politici, provenienti e non dall’ETA, verte soprattutto sulla liquidazione “del bambino e dell’acqua sporca” da parte della direzione affermatasi dall’inizio dell’attuale decennio. Rimossa la lotta armata, è l’accusa, si è gettata a mare anche la capacità di conflitto, di mobilitazione e di organizzazione che avevano permesso alla sinistra patriottica di resistere a decenni di durissima repressione.

L’accusa è di aver puntato tutto su un impossibile processo di pace abbandonando così il conflitto sociale, sindacale, politico che aveva caratterizzato l’intero Movimento di Liberazione Nazionale. In nome di un processo di pace mai partito ed oggettivamente impossibile da condurre viste le caratteristiche materiali e ideologiche della controparte, la nuova forza politica della sinistra patriottica ha effettivamente virato verso una visione socialdemocratica e istituzionalista, non solo abbandonando ma spesso condannando forme di conflitto che prendevano piede autonomamente o all’interno della sua stessa base a partire da vicende specifiche. Al momento della sua fondazione, e dell’abbandono della lotta armata e della violenza politica, la Sinistra Indipendentista affermò di puntare la propria strategia sulla disobbedienza attiva di massa, in modo da rendere impossibile per lo Stato spagnolo gestire un territorio ribelle che si sarebbe dovuto avviare verso l’autodeterminazione e la costruzione di un quadro sociopolitico avverso al liberismo e alle compatibilità dettate da Madrid e dall’Unione Europea.

Ma tranne che in qualche episodio – i muri popolari contro l’arresto di alcuni giovani militanti – la strategia della disobbedienza di massa non si è mai concretizzata lasciando il campo alla classica strategia elettoralista di una forza politica che, dopo il boom di voti seguito all’annuncio della fine dell’attività armata da parte di ETA, ha visto una consistente erosione ad opera della costola basca di Podemos. Finché non è scoppiata la rivolta catalana la formazione guidata da Pablo Iglesias ha giocato ambiguamente sul tema dell’autodeterminazione, oltre che sulla rivendicazione di un quadro sociale e di diritti più avanzato, una battaglia tradizionalmente appannaggio di una sinistra abertzale sempre più immobile e conformista. Alla concorrenza a sinistra di Podemos si è sommata la scarsa credibilità del proprio messaggio politico – non più antisistema – e l’impossibilità di prefigurare uno scenario catalano di fronte tra le forze progressiste e di sinistra dello schieramento indipendentista e quelle moderate o di centrodestra. Dopo la fine della lotta armata e la normalizzazione di Sortu, il Partito Nazionalista Basco di Urkullu – il partito autonomista/regionalista che dalla fine del franchismo rappresenta gli interessi della media e grande borghesia basca saldamente integrata in quella spagnola – ha rafforzato i suoi tratti liberisti e conservatori, abbandonando le rivendicazioni ambiguamente indipendentiste a lungo agitate proprio in virtù dell’esistenza di una forza sociale e politica di massa antisistema rappresentata da Herri Batasuna e poi da Batasuna.

Ma oltre alle responsabilità soggettive di un gruppo dirigente indipendentista giovane, scarsamente avvezzo al conflitto e in deficit di quelle capacità analitiche che hanno sempre contraddistinto la sinistra patriottica, non si possono non citare gli innegabili elementi oggettivi.

Dopo molti decenni – c’è chi dice secoli, iniziando a contare dalle guerre carliste del XIX secolo – di lotta frontale, guerre, morti, arresti, torture, esilio, rappresaglie, la fine della lotta armata ha determinato una rapida e profonda trasformazione della società basca. Basti vedere il boom turistico che in pochi anni ha completamente stravolto i centri storici delle città basche, a lungo protetti nel loro carattere popolare e conflittuale dall’esistenza di una contrapposizione frontale, di uno scenario di guerra rimosso il quale milioni di spagnoli hanno cominciato a considerare non più rischioso trascorrere le proprie vacanze sulle spiagge della bellissima Donosti o nei bar dell’altrettanto splendida Pamplona. Il boom turistico – con annessa speculazione – ha creato tante occasioni di lavoro e di guadagno; ma ha anche fatto esplodere una feroce gentrificazione con il suo portato di precarietà, ai quali alcuni settori della sinistra indipendentista – e non solo – hanno cominciato ad opporre la propria mobilitazione.

La privatizzazione della vita sociale che ha coinvolto migliaia di militanti e di simpatizzanti ha svuotato il corpo di una sinistra abertzale che ora deve fare i conti con un consistente fenomeno di spoliticizzazione e di riflusso all’interno della sua stessa base.

Questo non vuol dire che in Euskal Herria sia venuta meno la conflittualità politica e sociale, anzi. Esistono realtà molto combattive ed interessanti, a partire dal movimento femminista passando per alcune realtà giovanili e per l’organizzazione internazionalista Askapena, fino ad arrivare al movimento per l’Amnistia e a quello contro l’occupazione militare spagnola.

Come detto, le cause che portarono alla nascita dell’ETA negli anni più bui del regime franchista sono ancora lì: il Paese Basco è spezzettato (anche più che durante il franchismo) in tre diverse amministrazioni e tra due stati, l’autonomia conquistata dopo la fine del regime franchista è spesso lettera morta ed ostaggio dei nazionalisti spagnoli ulteriormente rafforzati dal sostegno dell’Unione Europea, le diseguaglianze sociali crescono invece di ridursi.

Inoltre, nelle carceri spagnole sono ancora rinchiusi quasi 300 prigionieri politici, molti dei quali condannati a pene tombali che solo un provvedimento di tipo politico – l’amnistia – che Madrid non adotterà mai, potrebbe riconsegnare alle loro famiglie e alle loro comunità.

“Si è chiuso un ciclo storico” ha scritto l’ETA annunciando il suo scioglimento. Da vedere quando e come se ne aprirà un altro e quali forme assumerà la storica lotta del popolo basco per l’autodeterminazione e il socialismo. Il bagaglio di lotte, analisi, progettualità e umanità rappresentato dalla storia della sinistra patriottica è ancora lì, disponibile ad essere ripreso e utilizzato.

Citando il marxista e dirigente di ETA José Miguel Beñaran Ordeñana, detto ‘Argala’, ucciso il 21 dicembre del 1978 da una bomba collocata nella sua auto dagli squadroni della morte al servizio del governo spagnolo, “né ETA né Herri Batasuna (…) né altre organizzazioni, per grandi che possano essere, possono risolvere i problemi della classe lavoratrice basca. Solo il popolo lavoratore basco può risolvere i suoi problemi. Per questo io credo che dobbiamo organizzarci. Solo un popolo organizzato può ottenere gli obiettivi ai quali aspira”.

Fonte

25/01/2017

Sedici tesi per l’assemblea nazionale della Piattaforma Sociale Eurostop

Appuntamento sabato 28 gennaio a Roma, ore 10.00 presso cso Intifada, via Casalbruciato 15 (zona Tiburtina)

1) La globalizzazione liberista ha distrutto diritti e conquiste sociali di decenni in Europa e ora minaccia la democrazia e le costituzioni antifasciste. Essa ha operato con precisi strumenti di potere, che sono diventati ancora più oppressivi con la crisi economica e con la politica di guerra permanente scatenata da trenta anni dagli USA e dai governi occidentali. Nonostante questo, la rottura con Euro, UE e NATO non è finora stata una discriminante della politica italiana. La destra populista si dichiara contro l'Euro e non contro la UE nè tantomeno contro la NATO. La sinistra radicale è contro la NATO, ma non contro l'euro e la UE. Il PD e Forza Italia sono a favore di tutto, il M5S con le sue ultime scelte di collocazione europea, poi saltate, non pare avere posizioni definite. Un No coerente e comune a Euro, UE, NATO continua ad essere assente dalla scena politica italiana come dimensione organizzata.

2) Le lotte ed i movimenti sociali non hanno mai assunto coerentemente sinora questi tre NO, Euro UE NATO, nella migliore delle ipotesi li hanno dati per scontati come premessa o come conseguenze dei conflitti, ma non li hanno mai assunti direttamente. Questo ha spesso reso più deboli i movimenti nella individuazione dell'avversario. Che invece ha sempre manovrato a tutto campo, usando tutta la filiera del potere per affermare i propri interessi e la propria egemonia. Il fatto che ogni lotta importante ad un certo punto si misuri con la rigidità di un sistema che non ammette mediazioni e che ogni volta si trincera dietro l'impossibilità delle alternative, finora ha permesso al sistema stesso di vincere i conflitti o di isolare le resistenze più tenaci e forti.

3) Il referendum costituzionale per la prima volta da molto tempo ha portato alla sconfitta l'establisment sul terreno sul quale in Italia finora aveva sempre vinto: quello delle riforme liberiste. La vittoria del No alla controriforma della costituzione mostra che anche in Italia ha acquisito forza la cosiddetta onda populista, cioè il rigetto della globalizzazione, dei suoi effetti sociali e il rifiuto delle elités che dalla globalizzazione traggono profitto e potere. Il No è stato una domanda di giustizia sociale che per ora non ha alcuna risposta, anzi alla quale le risposte finora date sono tutte fondate sulla riconferma delle politiche della globalizzazione liberista.

4) Per la prima volta da tempo esistono lo spazio oggettivo e le condizioni soggettive perché la rottura con Euro UE e NATO, intese come rotture con la forma specifica e immediata assunta dal dominio della globalizzazione sulle classi subalterne del nostro paese, possano acquisire un consenso di massa. Lo stesso schieramento di tutte le istituzioni europee ed occidentali per il Si al referendum, con il suo scarso peso nel voto, dimostra che questo spazio oggi esiste, anche se non è detto che duri per sempre. Sostanzialmente si può affermare che il blocco sociale, politico e culturale che sostiene la globalizzazione ed i suoi strumenti europei è oggi minoranza, o comunque in forte crisi di egemonia.

5) La gravità e la durata della crisi economica hanno indebolito tutte le risposte dirette ai suoi effetti. Siamo stati abituati alla coerenza tra modo di pensare delle classi subalterne e loro modo d'agire. Cioè quando queste classi non lottavano esprimevano anche un certo consenso al sistema, mentre quando contestavano direttamente la loro condizione assumevano anche un punto di vista critico più generale. Oggi non è così. La crisi costringe ad accettare condizioni di sfruttamento e di oppressione sociale, di perdita di libertà, senza che queste siano condivise sul piano generale. Anzi proprio la rabbia per la condizione materiale che si subisce alimenta il rifiuto, ma solo a livello politico generale, del sistema. Questo apre lo spazio anche a forze ambigue o apertamente reazionarie, che possono trarre vantaggio dalla passività sociale delle masse.

6) Siamo quindi di fronte ad un rifiuto distorto e contraddittorio del sistema da parte di classi subalterne che in gran parte ne subiscono ed accettano gli effetti sulla vita quotidiana, ma che allo stesso tempo investono appena possono nella speranza di un rovesciamento politico che cambi le cose. Questo è il terreno sul quale fanno presa le forze che propongono facili e brutali soluzioni, o affidando tutto ad un leader, o proclamando la lotta alla corruzione e alla casta politica come soluzione di tutti i mali, o dirottando la rabbia sociale verso i migranti e solo per questa via alle istituzioni europee e sovranazionali. E tuttavia questo dissenso politico di massa verso il sistema e le sue élites, per quanto contraddittorio, è oggi il primo punto da cui partite per qualsiasi progetto di cambiamento reale.

7) Si amplia così la contraddizione tra la domanda di massa di cambiamento economico e sociale e il fatto che tutte le risposte di cambiamento politicamente "utili", in realtà finiscano per adattarsi al sistema dominante. Questo produce il meccanismo della delusione di massa periodica e ricorrente, con il progressivo logorarsi delle stesse basi della democrazia liberale. Che viene sottoposta a un doppio stress: da un lato per la sua sottomissione alla governance dell'ordoliberismo, dall'altro per la contestazione da parte di forze apertamente reazionarie. Il rischio è quello di una continua regressione in senso autoritario, col continuo rafforzamento delle diseguaglianze sociali, contrastata da rivolte democratiche che la interrompono per un momento, ma poi non la fermano.

8) Di fronte a questa crescente critica e al rifiuto politico del sistema, le risposte delle sinistre e del mondo sindacale confederale sono inesistenti o negative. Le forze di centrosinistra di derivazione socialdemocratica si sono sottomesse alla globalizzazione, pensando di condizionarla, ed ora ne sono assorbite e non a caso vengono identificate come parte dell'establishment. Esse sono diventate semplicemente forze liberali, espressione dell'ideologia del capitalismo compassionevole. I grandi sindacati confederali europei, pur critici a parole della globalizzazione, ne sono complici con la totale adesione alla "governance" della UE e con la pratica concreta della propria azione, con la politica della collaborazione con le imprese e della riduzione del danno. Pratiche che alimentano la passività sociale e quindi, il dislocarsi del mondo del lavoro, degli operai in primo luogo, nel campo della protesta politica senza dimensione sociale.

9) Le tradizionali sinistre radicali in Europa non sono riuscite sinora a costruire un'alternativa a quelle socialdemocratiche e alla fine vengono coinvolte e travolte dal loro fallimento. La resa di Tsipras e di Syriza alla Troika ha distrutto una occasione storica della sinistra radicale di costruire un'alternativa alla socialdemocrazia in grado di competere con il populismo di destra. Ora le sinistre radicali europee nella loro maggioranza stanno rifluendo verso un sostegno critico alle socialdemocrazie, cioè marciano verso la propria ininfluenza nell'ambito di un fallimento. Altre forze invece rifiutano di accodarsi alle socialdemocrazie, ma fuggono dalla realtà della politica rifugiandosi nella predicazione della rivoluzione mondiale come unica soluzione. Questa fuga nella palingenesi totale a volte poi copre opportunismi molto concreti nella pratica quotidiana.

10) Tutte queste tendenze stanno maturando una condizione politica per cui in Europa, e negli Stati Uniti, il conflitto e l'alternanza di governo siano sempre di più tra due destre, quella tecnocratico finanziaria liberale e quella populista reazionaria. Gran parte del centrosinistra neoliberale è oramai assorbito nella dialettica e nel conflitto tra queste due destre, cioè non esiste più come forza realmente indipendente. Questo non è solo un danno per le forze e le persone che ancora alla sinistra si richiamano, ma per le stesse prospettive delle nostre società, dal cui confronto politico sono cancellate l'eguaglianza sociale ed il socialismo. Nella storia umana recente questa catastrofe della sinistra ha un solo precedente: la resa e l'appoggio delle socialdemocrazie europee alla prima guerra mondiale.

11) Contro la governance europea stanno oggi alcuni partiti comunisti, forze sindacali antagoniste in minoranza rispetto al sindacalismo confederale, organizzazioni e movimenti politici e sociali territoriali. Queste forze sono normalmente ignorate dal sistema mediatico e culturale dominante, che ha scelto di presentare come sola opposizione al sistema di potere europeo il populismo. Senonché sotto questo termine compaiono forze di segno ed orientamento diverso. Il partito lepenista in Francia, il M5S in Italia, Podemos in Spagna si collocano su diverse aree e orientamenti da destra a sinistra e non possono essere considerati come un unico fronte populista, come invece fa il palazzo della politica. Questi diversi movimenti mostrano anzi che la spinta critica verso il sistema di potere può volgersi in diverse direzioni e che questo dipende anche dalla capacità delle forze antagoniste e anticapitaliste, che assieme possono ancora pesare, di misurarsi e confrontarsi con la ribellione populista. Il che però richiede come premessa di rompere totalmente con il sistema di potere politico e sindacale e con le forze del centrosinistra neoliberale.

12) Il riformismo storico del movimento operaio, il gradualismo nei miglioramenti è morto. Oggi riformismo è solo adattamento al peggioramento. Oggi in Europa il riformismo è diventato l'ideologia del liberismo e la cultura politica delle elites e dei mass media da esse guidati. Il cambiamento progressista non può essere politicamente riformista, ma può avvenire solo con la rottura con il e del sistema di potere. Costruire questa rottura e la conseguente alternativa è il solo compito che giustifichi e dia senso ad una rinnovata sinistra anticapitalista sociale e politica. Ogni altra scelta significa condannarsi o ad un ruolo da Testimoni di Geova del socialismo, o all'annullamento nel riformismo complice delle destre.

13) La rottura deve avere obiettivi politici determinati, come sempre è stato per ogni cambiamento e processo rivoluzionario. Quindi la rottura con Euro, UE, NATO non è solo costituente di una posizione politica, ma un obiettivo reale che bisogna avere il coraggio di dichiarare non solo necessario, ma possibile. Occorre cioè pensare alla rottura come obiettivo di transizione, come passaggio verso un nuovo sistema economico e politico, che non è ancora socialista, ma che non è più quello ordoliberista. La rottura ha il compito di mettere in connessione le lotte con un obiettivo politico generale unificante. La rottura punta alla regressione della globalizzaione, per far avanzare di nuovo una democrazia fondata sulla eguaglianza sociale. Nel referendum costituzionale abbiamo misurato il contrasto strategico tra la Costituzione del 1948 e la governance europea e occidentale. Bisogna agire su questo contrasto e trasformarlo in rottura politica: o la Costituzione antifascista, o l'Euro, l'UE, la Nato.

14) Non bisogna aver paura di affermare che la rottura punta alla sovranità democratica e popolare del nostro paese. Non possiamo sincronizzare gli orologi con gli oppressi di tutta Europa ed aspettare l'ora nella quale si ribelleranno tutti assieme. Dobbiamo provare ad organizzare la rottura qui ed ora. All'obiezione sui rischi di nazionalismo bisogna rispondere che ogni comunità corre questo rischio, che va combattuto con l'ampliamento della democrazia e della eguaglianza. E soprattutto mantenendo una dimensione ed una prospettiva internazionale della liberazione dal capitalismo liberista. Bisogna avere fiducia nel fatto che ovunque si produca la rottura, essa si estenderà per contaminazione. Se un popolo rompe con Euro, UE, NATO, altri popoli imporranno scelte analoghe. La rottura è riconquista di democrazia, potere popolare, eguaglianza sociale, ovunque si avvii poi si diffonderà.

15) La scelta della rottura con Euro, UE, NATO e con tutte le forze che le sostengono è la premessa costituente di un programma progressista che riapra la via al socialismo. Essa quindi deve diventare il punto di partenza comune di tutte le forze che concorreranno a formate un fronte sociale e politico. Una volta assunta questa rottura, la costruzione e la pratica realizzazione del fronte e del programma sarà fondata sul confronto e sullo spirito unitario. Ogni settarismo tra forze che abbiano acquisito questo comune punto di partenza è dannoso e per questo andrà contrastato ovunque con la massima fermezza.

16) La scelta di fondo è coniugare ed incrociare il conflitto di classe con quello contro l'esclusione prodotta dall'ordoliberismo. Costruire il fronte sociale degli sfruttati e degli esclusi, un fronte potenzialmente maggioritario, deve essere l'obiettivo. Questo fronte è lo strumento per combattere la persecuzione e lo sfruttamento schiavistico dei migranti. Per costruire la solidarietà di tutti gli oppressi, nativi e migranti, contro la guerra tra poveri alimentata dal potere e usata per i propri fini dal fascismo xenofobo.

La rottura con Euro, UE, NATO finora ha vissuto solo nel confronto e nel dibattito politico di una parte dei militanti della sinistra di classe e antagonista, ora deve entrare nella dimensione delle lotte reali, deve essere una campagna permanente e di massa che giunga a porre l'obiettivo della rottura all'ordine del giorno di tutti i conflitti.

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Un nuovo sindacalismo: la confederalità sociale

Il governo Renzi, ancor più di quelli guidati da Berlusconi, ha agito con l’intento di trasformare le istituzioni rappresentative in organi di democrazia maggioritaria nelle mani del Capo del Governo così da creare un regime di ‘premierato assoluto’, e ha sostenuto, con le politiche fiscali e di deregolamentazione del mercato del lavoro, la modernizzazione delle imprese sottoposte a una spietata competitività sui mercati globali. Un disegno di accentramento del potere politico e di innovazione dei processi produttivi, per la cui realizzazione Renzi aveva forgiato un’alleanza con una serie di esponenti del padronato piuttosto che con l’insieme della Confindustria e ha usato come instrumenta regni i rapporti con alcuni ‘organismi intermedi’ – la CISL e categorie quali gli artigiani e gli agricoltori. Il disegno però era di disintermediare i rapporti tra Capo del Governo e società. Per questo è entrato in rotta di collisione con tutti i sindacati di base, come l’USB, e con i movimenti che hanno alimentato in questi anni il conflitto sociale nei territori, così come con la FIOM, con il movimento della scuola e la FLC, e con la stessa CGIL, che della concertazione, cancellata da Renzi, ha fatto la sua stella polare e il fondamento della sua forza contrattuale. Per difendere il suo potere, politico prima ancora che contrattuale, la CGIL ha sfidato Renzi sulla riforma del lavoro raccogliendo le firme per lo svolgimento di referendum su tre quesiti relativi al Jobs Act.

1. Il Patto per la Fabbrica

Si è creata una situazione paradossale: il 4 dicembre 2016, la schiacciante vittoria del NO al referendum sulla controriforma costituzionale ha decretato la fine del governo Renzi, grazie alla mobilitazione di centinaia di Comitati, e allo schieramento di sindacati, associazioni, movimenti territoriali; il 7 dicembre CGIL-CISL-UIL hanno siglato con la Confindustria il Patto per la Fabbrica, mentre il 26 novembre la FIOM aveva apposto la sua firma all’ipotesi di contratto nazionale dei metalmeccanici, e a loro volta i sindacati del pubblico impiego, a due giorni dal voto referendario, raggiungevano un accordo-quadro con il ministero della Funzione pubblica. Il senso del paradosso: la CGIL, che negli ultimi anni ha subito l’attacco di governo e Confindustria volto a depotenziare la concertazione e la contrattazione nazionale, e che ha partecipato al referendum per sconfiggere il progetto di controriforma costituzionale, al tempo stesso, nonostante la mancata firma di taluni accordi interconfederali, non ha mai abbandonato una strategia di ‘intesa sociale’ sfociata nel Patto per la Fabbrica. La FIOM, che per anni ha sostenuto un duro scontro con FIAT-FCA e in rotta con FIM e UILM non aveva firmato due contratti nazionali per difendere ruolo e autonomia del sindacato, ha siglato nel 2016 un non contratto, visto che non si prevedono aumenti salariali sostituiti da benefit. A un paese che soffre di bassi salari, disoccupazione, precariato le cosiddette forze sociali, con gli accordi con Confindustria e Federmeccanica, hanno steso una rete di sicurezza per il sistema politico, che può contare su di esse per tessere nuove trame, siano esse per un governo di unità nazionale siano esse per un centrosinistra sempre a trazione PD.

La strategia di CGIL-CISL-UIL e della Confindustria si evince chiaramente dalle prime righe del comunicato di annuncio del Patto per la Fabbrica laddove, sottolineando il momento di crisi politica e istituzionale, chiedono misure “per rimettere in moto la crescita, gli investimenti, l’occupazione” per dare forza “alla competitività delle imprese e impulso alla crescita occupazionale”. Si elencano poi le misure di natura più strettamente sindacali quali il welfare aziendale, la bilateralità, il riordino della rappresentanza e dei perimetri contrattuali. Balzano evidenti due punti. Il primo: l’occupazione, secondo il Patto, discenderà dal recupero della competitività delle imprese, quindi si sancisce la subordinazione dei livelli occupazionali all’aumento della produttività che nei settori dove in questi anni si è realizzato non ne ha comportato l’ampliamento; il secondo è la cancellazione della centralità del salario nella contrattazione, che si dovrà invece occupare di welfare e bilateralità. Non a caso sono queste le materie su cui è fondato il contratto dei metalmeccanici, e, pur nella genericità di un accordo-quadro, quello del pubblico impiego.

Le ‘parti sociali’ si candidano a contenere e ad assorbire la crisi della maggioranza parlamentare e a offrire il supporto per un’evoluzione nella prossima legislatura del quadro governativo entro il perimetro delimitato dalle forze politiche di centro e dal PD, con programmi legittimati dall’Unione Europea e sostenuti dalla Confindustria: il salario si contratta nelle aziende e deve essere legato alla produttività; in primo piano sono i premi aziendali sostenuti dalla fiscalità di favore; mano libera agli imprenditori nell’organizzazione del lavoro e nelle ristrutturazioni delle imprese; introduzione di misure di welfare aziendali a sostituzione dei ‘beni pubblici’; erogazione di servizi a cui associare i sindacati. Negli anni dell’austerità, imposta durante la grande recessione, la CGIL si è divisa da CISL e UIL nei rapporti con i governi, ma non è stata in grado di promuovere conflitti capaci di contrastare la strategia di ‘svalutazione interna’ imposta dalla moneta unica e dalle politiche di flexisecurity. Solo con la raccolta di firme per il referendum contro il Jobs act la CGIL ha innescato un conflitto con il governo Renzi, senza però nessun mutamento di strategia per quanto riguarda le complessive politiche del lavoro e le ‘riforme di struttura’ volute dall’UE. Sono queste politiche ad aver causato una precarizzazione generalizzata, l’aumento della povertà che colpisce sempre più anche chi lavora, l’esplodere della disoccupazione, la destrutturazione dei contratti nazionali e il decentramento della contrattazione collettiva, di fatto la loro aziendalizzazione secondo il ‘modello Marchionne’.

L’UE è stata, ed è, la guida di questa strategia di flexisecurity che ha pressoché azzerato la specialità del diritto del lavoro, riconducendolo nell’alveo del diritto privato: le garanzie non sono più da attuare nelle aziende, ma sul mercato; non c’è più il diritto all’occupazione ma ‘politiche attive’ per l’occupabilità. Nell’epoca della delocalizzazione e del decentramento produttivo la manodopera deve adattarsi ai bisogni del mercato e dell’organizzazione dell’impresa. È il nuovo ordine sociale del workfare, teorizzato fin dal 2006 nel Libro Verde sulla modernizzazione del diritto del lavoro della Commissione UE, e legittimato dalle sentenze della Corte di Giustizia Europea, giunta con le sentenze Viking e Laval, del 2007, a subordinare gli scioperi e le altre forme di azione sindacale alla libertà di movimento e stabilimento delle imprese, così da piegare i diritti collettivi dei salariati alle libertà economiche delle imprese.

Ciò che sta a cuore a CGIL-CISL-UIL è il loro potere, che la disintermediazione di Renzi voleva limitare se non proprio cancellare, e la conservazione del monopolio della rappresentanza che si vuole perpetuare attraverso l’Accordo interconfederale del 10 gennaio 2014.

Che tutto questo possa significare la mutazione del sindacato da agente contrattuale a erogatore di servizi, è accettato di fatto dalla CGIL, che si allinea alle teorizzazioni della CISL. Nel Patto per la Fabbrica non è casuale il riferimento alla bilateralità in quanto da anni CGIL-CISL-UIL sono attive, chi più che meno, nell’intermediazione del lavoro, nella formazione (spesso con l’uso clientelare delle risorse pubbliche), nella gestione degli istituti dell’integrazione del reddito, nella promozione del welfare aziendale.

La CGIL con il Patto per la Fabbrica accetta di porre come vincolo della dinamica salariale la produttività e il recupero ex post dell’inflazione conteggiata secondo i parametri IPCA, la cui contestazione l’aveva spinta a non sottoscrivere l’Accordo del 22 gennaio 2009. La CGIL, come è già successo altre volte nella sua storia, fa propria con qualche ritardo l’impostazione della CISL che in questi anni ha praticato l’azione sindacale come strumento per sostenere la competitività delle aziende. Guido Baglioni l’ha definita, approvandola, ‘modalità adattiva’1.

2. La coalizione sociale

Con la sigla del contratto nazionale dei metalmeccanici, pure la FIOM ha attuato questa pratica adattiva, seguendo la strategia negoziale della FIM di Bentivogli con cui per anni, soprattutto nella vicenda FIAT-FCA, si era scontrata. Ciò che più colpisce del contratto dei metalmeccanici non è solo la parte salariale – di fatto il mancato aumento con il solo recupero ex post dell’inflazione e i meccanismi di assorbimento –, quanto le misure di welfare. Queste sono un insieme di flexible benefits – così recita l’Accordo – a sostituzione degli aumenti salariali, e poi sussidi per l’assistenza sanitaria e la previdenza complementare, che surrogano i beni pubblici necessari per la fruizione dei diritti alla salute e alla previdenza. Ciò significa legittimare il ricorso al mercato per la produzione e l’acquisizione di questi beni, cancellando lotte decennali per ottenere che essi fossero prodotti in forme pubbliche, distribuiti universalmente a tutti i cittadini, e pagati attraverso la fiscalità generale. Vi è l’ulteriore conseguenza di legare le prestazioni di welfare, necessarie alla fruizione dei diritti universali, al lavoro: si può godere dei servizi sanitari, previdenziali e scolastici solo se si lavora e per quanto si lavora, visto che sono dei benefit; se precario o disoccupato ne sei privato, dovendo ricorrere ai servizi pubblici ormai ridotti all’osso, o erogati ‘a livello essenziale’ (come recitano le leggi in materia).

In testa all’Accordo dei metalmeccanici c’è poi l’impegno ad “allineare e armonizzare le prescrizioni contrattuali con quelle del Testo Unico del 10 gennaio 2014”, decidendo per questo di istituire una commissione ad hoc. Il Testo Unico sulla rappresentanza afferma una concezione proprietaria di CGIL-CISL-UIL, e delle loro Federazioni, nei confronti dei lavoratori dato che sono esse a selezionare i possibili soggetti della contrattazione collettiva. Chi non accetta le clausole del Testo unico è escluso dalla formazione della rappresentanza e dunque dai tavoli contrattuali, ed esse rendono ‘esigibili’ i contratti e stabiliscono sanzioni in modo da impedire il ricorso a qualsiasi forma di lotta, mettendo così in discussione la stessa libertà di sciopero. Il Testo Unico è un’espropriazione del diritto di tutti i lavoratori a eleggere la propria rappresentanza e uno strumento per rendere marginale il sindacalismo di base. La democrazia sindacale e il protagonismo dei lavoratori sono evidentemente buoni per i comizi, non rivendicazioni da far valere ai tavoli contrattuali.

Un altro aspetto, con risvolti più generali, della strategia della FIOM suscita stupore. Contro la FIAT-FCA essa ha perseguito la linea di ampliamento del ‘fronte di lotta’ per rafforzare la sua mobilitazione nelle fabbriche attraverso alleanze con associazioni, movimenti sociali e territoriali, giuristi. Per contrastare le politiche dei vari governi, anche di quelli sostenuti o emanati dal PD, apertamente schierati con Marchionne, la FIOM si è fatta antesignana di una coalizione sociale. Nel documento di convocazione dell’assemblea del settembre 2015, a cui parteciparono ben 70 associazioni, si proclamava “il diritto alla salute, all'istruzione, alla cultura, alla casa, alla pensione e all'assistenza” da assicurare a tutti attraverso “un sistema pubblico ed efficiente per costruire l'uguaglianza nella cittadinanza”, e si poneva l’accento sulla necessità di ridurre le disuguaglianze attraverso la garanzia di un reddito per mettere “le persone al riparo dalla povertà”. Proprio sulla questione dei diritti sociali universali il contratto dei metalmeccanici del 2016 contraddice la piattaforma della coalizione sociale. Anzi, il contratto dei metalmeccanici si confà all’ideologia di Tiziano Treu, perché talune voci salariali invece che in denaro sono in ‘moneta welfare’, che avrebbe a suo parere più valore in quanto defiscalizzata. Treu esalta la ‘moneta welfare’ perché avrebbe addirittura caratteristiche ‘comunitarie’, in quanto consente al lavoratore di ‘ricevere servizi di welfare’ da organizzazioni non statali, sia private sia del terzo settore, che li offrono al posto delle istituzioni pubbliche2. L’erogazione privata di prestazioni ‘sociali’, per meglio dire la distruzione del welfare pubblico, è stata legittimata dalla previsione della sussidiarietà orizzontale, introdotta con la revisione dell’articolo 118 della Costituzione approvata dal centrosinistra nel 2001.

La coalizione sociale, constatata la rotta dei partiti e partitini della sinistra, aveva l’ambizione di riunificare lavoro, nonlavoro, movimenti sui territori per dare nuovo vigore alla lotta per la cittadinanza politica e sociale, per i diritti individuali e la democrazia. Certamente coglieva l’esigenza di declinare in forme nuove la relazione tra sfera sociale e sfera politica, tra la società civile e le sue rappresentanza attraverso l’attivizzazione di una pluralità di soggetti sindacali e associativi. Di tutto ciò non si è sentito più parlare. Dopo l’assemblea del settembre 2015, la coalizione sociale si è dissolta nel nulla. Perché questa fine ingloriosa? Solo la lotta contrattuale in cui è stata impegnata la FIOM ne ha impedito lo sviluppo?

Penso che la costruzione di un ampio schieramento di alleanze da parte della FIOM nella lotta contro la FIAT-FCA sia stata una scelta efficace contribuendo, grazie anche alle pronunce giudiziarie e della stessa Corte costituzionale, al successo del ritorno della FIOM ai tavoli della trattativa da cui Marchionne l’aveva esclusa. La proiezione di quello schieramento nella coalizione sociale ha avuto, però, una debolezza di fondo – la mancanza di un progetto di un nuovo sindacalismo. La FIOM ha creduto che si potessero sommare le vecchie pratiche sindacali con quelle di altri attori della società civile, ruotanti grosso modo nell’area che sta tra il PD e la CGIL, con la conseguenza di agire più nelle lotte di potere interne alla CGIL e tra questa e il PD di Renzi. La coalizione sociale ha di fatto svolto un ruolo di stimolo per la rinascita del centrosinistra delle origini contro la deriva centrista del PD, senza rendersi conto che proprio sulle questioni sociali, e specificamente sulle politiche del lavoro, tra centrodestra e centrosinistra non ci sono differenze, perché ambedue sono guidati dal pilota automatico predisposto dall’UE. E questa è stata la seconda debolezza della coalizione sociale – la mancanza di un progetto alternativo al centrosinistra e al PD. La coalizione sociale è sparita dall’orizzonte quando hanno preso il sopravvento le dinamiche interne alla CGIL e al PD – la successione alla Camusso e lo scontro tra Bersani e Renzi. La coalizione sociale ci ha fatto assistere a una delle tante scene di democrazia recitativa, di cui parla Emilio Gentile: i richiami alla ‘società civile’ sono serviti per posizionarsi entro le organizzazioni politiche o sindacali, nel PD o nella CGIL, che sono tra gli artefici principali dello scadimento della politica a lotta per il governo e della riduzione delle forze sociali a movimenti di opinione. Gli elementi di ‘democrazia recitativa’ si possono riassumere nell’uso retorico delle parole d’ordine perché senza alcun effetto pratico: si declamano senza articolare proposte di conflitti e mobilitazioni. Non a caso l’assemblea del settembre 2015 si è rivolta solo ed esclusivamente ad associazioni, evitando di coinvolgere altri soggetti attivi, quando non protagonisti, delle mobilitazioni sindacali e sui territori. Non un esponente dei NO TAV, non un esponente delle lotte per la casa, non un esponente del sindacalismo di base era presente: la coalizione sociale è stata una pluralità senza differenze. Questo un altro motivo del suo fallimento.

3. Il sindacalismo sociale

La tematica dell’innovazione delle pratiche politiche attraverso il ‘sindacalismo sociale’ è portata avanti da varie formazioni, alcune delle quali avevano anche aderito alla coalizione promossa dalla FIOM. Sono le formazioni che hanno dato vita allo Strike Meeting nel settembre 2014 a Roma, rivoltosi a studenti, precari, lavoratori autonomi, disoccupati, ‘partite IVA’. Sulla sua onda fu organizzato uno ‘sciopero sociale’ il 14 novembre 2014 con la rivendicazione del salario minimo europeo, del reddito di base e del welfare universale. Seguì una manifestazione transnazionale, il 18 marzo 2015, contro la BCE a Francoforte a cui presero parte Ver.Di, IG Metall e FIOM, con il proposito di forgiare una coalizione a livello europeo per sperimentare una nuova forma di sciopero, chiamato sociale. Questo progetto si è vanificato, e, probabilmente le cause sono da rinvenirsi nell’impossibilità di individuare un percorso segnato da una strategia di conflitti con sindacati che in Germania, di fatto, hanno cogestito i provvedimenti Hartz e le riorganizzazioni produttive delle fabbriche, a cominciare dalla Volkswagen. Sindacati, inoltre, che fanno parte della CES, protagonista di primo piano nella costruzione dell’UE e nella gestione delle sue politiche. A questa pratica di relazioni con soggetti sindacali integrati nelle politiche dell’UE fanno da contraltare costruzioni ideologiche ardite derivate dall’analisi, ispirata dalle teoria della biopolitica, della riorganizzazione produttiva indotta dalla rivoluzione informatica. Alberto De Nicola e Biagio Quattrocchi, proprio sulla base dell’analisi del capitalismo cognitivo, della precarizzazione dilagante della forza lavoro metropolitana, delle povertà crescenti, avanzano la proposta di un ‘sindacalismo sociale’. Questo vuol nominare le esperienze di lotta che mirano a ‘forzare il blocco’ del conflitto sociale e la pacificazione ‘agita, per debolezza o per scelta, dalle forme sindacali tradizionali’, con cui comunque non disdegnano di collaborare. In concreto il sindacalismo sociale fa riferimento alle occupazioni degli spazi sociali e delle abitazioni, ai conflitti per la riappropriazione democratica delle istituzioni del welfare, al nuovo mutualismo e all’organizzazione del lavoro autonomo e precario. L’esigenza del sindacalismo sociale nasce dalla “crisi della forme della riproduzione sociale innescata dallo smantellamento delle istituzioni del welfare state e dalla destrutturazione della relazione salariale” 3. Si è fortemente critici verso le derive oligarchiche dell’UE, si è consapevoli dei guasti della flexisecurity ma si fa affidamento ad un ‘uso politico delle riforme’, ad un ‘uso non keynesiano del keynesismo’, con una proposta di lotta contro l’euro ma ‘dentro l’euro’, formulazioni che molto ricordano quelle di Tronti sull’uso operaio del PCI...

Il territorio è visto come sede di ricomposizione dei diversi soggetti sociali sfruttati o emarginati dal capitalismo cognitivo globalizzato, e i progetti di costruzione dal basso del mutualismo si accompagnano alla proposta del reddito di base universale e incondizionato. Le pratiche di mutualismo sono senza dubbio uno strumento di difesa dei livelli di esistenza minacciati dalla distruzione del welfare, ma l’esperienza storica dimostra che esso non può sostituire i diritti sociali universali garantiti da istituzioni pubbliche.

Nelle variegate teorizzazioni del ‘sindacalismo sociale’, il quadro di riferimento è l’UE. Di questa si mettono in luce le derive oligarchiche e il suo ruolo propulsivo nelle politiche attive del lavoro, cioè nella distruzione del diritto del lavoro e nella precarizzazione dilagante; nella BCE si individua uno strumento del dominio del capitalismo transnazionale. Nonostante queste giudizi demolitori, gli esponenti del sindacalismo sociale ritengono che si possano utilizzare le istituzioni dell’UE per combatterla come se essa costituisse uno spazio neutro, adatto a qualsiasi politica compresa quella per costruire welfare universale, reddito di cittadinanza e democrazia transnazionale. Se l’orizzonte strategico è l’UE, il disegno del sindacalismo sociale è destinato a rimanere imbrigliato in alleanze multiple di breve momento con soggetti che non hanno alcuna intenzione di usare l’UE contro l’UE e di abbandonare le vecchie pratiche concertative per nuovi approdi. La strategia di lotta del sindacalismo sociale è una versione europeizzata dell’uso politico del PCI contro il PCI.

4. La nuova confederalità

Il territorio è lo spazio sociale individuato dall’Unione Sindacale di Base per costruire esperienze di confederalità sociale sia attraverso organismi ad essa affiliati come l’Associazione Inquilini e Abitanti, ASIA, sia con la partecipazione a movimenti come la Carovana delle periferie di Roma. Questi movimenti hanno negli ultimi tempi accelerato la ricerca di modalità di coordinamento a livello nazionale, oggetto di dibattito nelle assemblee svoltesi a Napoli il 9 luglio e il 3 settembre, e in Val di Susa il 16 e 17 luglio 2016. L’organizzazione di una rete social-sindacale – comprensiva dei sindacati di base, centri sociali, movimenti territoriali – è il programma specifico della Carovana delle periferie che vi vede la via maestra per costruire un movimento anticapitalistico.

Già nel 2013, con le due giornate del 18-19 ottobre, un insieme di forze sindacali, di movimenti territoriali e di partiti intraprese il tentativo di dare una prospettiva politica ai conflitti sociali, che si arenò a causa della scelta di formare la Lista Tsipras per le elezioni europee del 2014.

Il 21 ottobre 2016, l’USB, l’UNICOBAS e altri sindacati di base hanno compiuto un atto di forte significato politico indicendo uno sciopero contro la legge di bilancio e contro la deforma costituzionale, partecipando nel pomeriggio alla acampada di Piazza San Giovanni a Roma e alla manifestazione del giorno successivo (promosse dalla Piattaforma NO sociale). Da decenni non si convocava uno sciopero con connotazioni immediatamente politico-istituzionali, e questa scelta ha consentito ai sindacati di base di entrare in rapporto con i Comitati del NO, contribuendo a quella vasta opera di alfabetizzazione costituzionale che ha diffuso i valori della Carta del 1948 tra milioni e milioni di persone trasmettendoli alle giovani generazioni.

La prospettiva in cui si muovono queste esperienze è quella della confederalità sociale. La ‘confederalità’ sta a significare, a mio avviso, che le relazioni tra i diversi soggetti sono alla pari così da improntarle a un criterio di democraticità. Relazioni alla pari significano, poi, che non si istituisce una gerarchizzazione tra i diversi conflitti sociali, tra quelli del mondo del lavoro e quelli in ambito territoriale, con l’intento di superare il concetto gramsciano di egemonia che pur sempre implicava l’instaurazione del primato degli interessi e dei valori della classe operaia e del suo partito nel blocco anticapitalistico.

Le esperienze di confederalità sociale sono caratterizzate da una posizione di netta contrapposizione all’UE e all’euro e, in sintonia con la piattaforma di Eurostop, optano per una scelta di rottura dell’UE e per la fuoriuscita dell’Italia dall’euro. L’UE è giudicata ‘irriformabile’ e l’euro è visto come uno strumento di lotta di classe dall’alto. Una seconda caratteristica è la costruzione di strette connessioni tra sindacalismo di base e movimenti che si battono nei territori contro le devastazioni ambientali e per il diritto all’abitare, o contro la privatizzazione dei servizi pubblici per la difesa dei diritti di cittadinanza.

Le giornate del 21 e del 22 ottobre 2016, avendo per obiettivi il NO alla controriforma costituzionale e la difesa del lavoro e dello Stato sociale, ha visto la partecipazione di una pluralità di forze – dai lavoratori della logistica, che, durante un picchetto pochi giorni prima, avevano vissuto l’assassinio del proprio compagno di lotta Abd Elsalam, ai lavoratori del pubblico impiego, del commercio e di significative fabbriche metalmeccaniche, ai migranti, agli occupanti delle case, ai NO TAV e ai NO Corridoio, ai Comitati del NO al referendum costituzionale.

Le forze capitalistiche hanno costruito, grazie al mercato unico europeo, ‘catene del valore’ transnazionali che, attraverso una nuova divisione del lavoro, hanno ridisegnato la geografia produttiva e sociale dei territori. Esse perseguono una complessiva strategia, i cui capisaldi sono l’innovazione produttiva con rinnovate filiere della subfornitura legate ai nuclei forti delle industrie tedesche, la flessibilizzazione del mercato del lavoro per mantenere bassi i salari, l’aziendalizzazione della contrattazione collettiva chiamata a sostenere i processi di riorganizzazione delle imprese, la privatizzazione dei servizi pubblici. Ciò richiede, a livello politico, lo slittamento del potere decisionale dalle istituzioni rappresentative verso i governi e organi tecnocratici, che hanno il mandato imperativo di far funzionare i mercati delle merci e dei servizi, dei capitali e del lavoro. La strategia delle forze capitalistiche europee tiene insieme fabbrica, società e istituzioni, mentre le classi subalterne e le loro organizzazioni hanno oscillato tra lotte di categorie e movimenti di opinione. La connessione tra conflitti sindacali e movimenti sui territori, nel quadro di una lotta per la rottura dell’UE consente di costruire una linea politica in grado di contrastare quella strategia e di sviluppare lotte per il superamento del capitalismo.

Il ‘territorio’ diviene lo spazio per dar vita a movimenti sociali in grado di affrontare l’insieme della condizione di lavoro e di nonlavoro, per mettere in relazione le lotte sul salario, sul reddito di cittadinanza, sui servizi universali e quelle contro le devastazioni del territorio e per politiche ambientaliste, le lotte per un nuovo welfare pubblico e quelle per i beni comuni e meritori. Legando le rivendicazioni nei luoghi di lavoro con i molteplici movimenti sociali si possono dar vita a progetti di come e cosa produrre in funzione delle persone, dei loro bisogni e delle loro scelte di vita. È questo il terreno di sfida con il capitalismo, perché questi movimenti mettono al centro i diritti delle persone al posto degli imperativi dei mercati, e si propongono di trasformare le istituzioni, in modo che queste operino per “ rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Franco Russo – Forum Diritti Lavoro e attivista di Eurorostop

NOTE
Guido Baglioni, La lunga marcia della Cisl, Bologna 2011, p. 291;
v. L’Impresa, maggio 2016, p. 9;
per i riferimenti v. Sindacalismo sociale, a cura di Alberto De Nicola e Biagio Quattrocchi, Milano 2016,pp. 20-21 e 27-28

Il presente saggio è pubblicato anche su Alternative per il socialismo, n. 43

Fonte

10/06/2016

Via dalla Cgil

I militanti che lasciano la Cgil e che si riuniscono in assemblea a Roma l’11 giugno hanno fatto tutto ciò che era possibile per restare nell’organizzazione. Ovviamente per restarci restando sé stessi. Ma i gruppi dirigenti della Cgil e della FIOM hanno posto a loro esemplarmente, cioè in modo che risultasse da esempio per tutti, l’aut aut. Se quei militanti sindacali avessero continuato nel loro impegno, sarebbero divenuti incompatibili con il loro sindacato, se invece si fossero piegati all’organizzazione, allora questa li avrebbe ancora benignamente compresi nelle sue fila.

A Termoli e Melfi un gruppo di delegati della FIOM aveva deciso di organizzarsi per resistere all'oppressione dei ritmi sempre più intensi e della flessibilità selvaggia.

Una lotta semplice e giusta per diritti elementari del lavoro, che era parte della storia più antica e forte della Cgil e della FIOM. Una storia che i gruppi dirigenti hanno evidentemente messo in archivio, perché proprio per questo impegno contro la Fiat di Marchionne, i delegati FIOM di Termoli e Melfi sono andati sotto processo nell'organizzazione. Il resto è venuto di conseguenza, Sergio Bellavita è stato destituito per aver espresso solidarietà e sostegno ai delegati, e chiunque abbia fatto lo stesso è stato posto in liste di proscrizione a scadenza più o meno ravvicinata.

Mentre in Francia i militanti della CGT vengono accolti in trionfo al loro congresso, dove esibiscono il contatore elettrico tolto dalla villa del presidente della Confindustria di quel paese, da noi gli scioperi degli straordinari in Fiat sono sotto accusa in FIOM e in Cgil. Mentre la Francia dimostra cosa potrebbe ancora fare un movimento sindacale non totalmente compromesso con le compatibilità, CGIL e FIOM condannano chi lotta.

Quando una organizzazione sindacale colpisce chi è più attivo e coraggioso tra le sue file, dice che non vuole più lottare davvero. Questa è la sostanza e sfido chiunque a dimostrare il contrario.

Qui non parliamo dei documenti, dei convegni, delle interviste o anche delle manifestazioni rituali fatte periodicamente, qui c’è il comportamento vero, quello che fa capire al padrone ed al potere cosa sia disposta a fare davvero la sua controparte. Dichiarando incompatibili coloro che scioperano in Fiat, i gruppi dirigenti della Cgil e della FIOM hanno dichiarato sé stessi indisponibili a riprendere a lottare davvero.

Chi cerca allora una via per la ripresa del conflitto fuori dalla Cgil, perché dentro non ne vede più  nessuna, ha ragione. Dentro CGIL CISL UIL oggi non c’è alcuna possibilità di organizzare qualcosa di diverso dall’amministrazione dell’esistente. Chi cerca di forzare è incompatibile.

Non è detto che fuori dai grandi sindacati confederali si riesca a costruire quella ripresa del conflitto che è indispensabile al mondo del lavoro, ma è sicuro che dentro è impossibile.

Oggi la Cgil non riesce neppure a schierarsi per il NO al referendum sulla controriforma costituzionale di Renzi. Con quale credibilità si raccolgono firme per i diritti del lavoro, quando non si ha il coraggio di difendere la Costituzione fondata sul lavoro?

Le compagne e i compagni che lasciano la Cgil per organizzarsi fuori da essa fanno la scelta giusta per continuare, le difficoltà saranno enormi, ma il futuro di costruisce solo così.

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