Il 20 dicembre 1973 era un giovedì. Verso le 930 del mattino il reverendo padre Turpin stava leggendo come suo solito il breviario nel convento dei gesuiti situato sulla calle Claudio Coello a Madrid, quando improvvisamente dalla sua finestra, collocata in uno dei piani alti del palazzo, vide salire verso il cielo una macchina nera. Era la Dodge Dart blindata dell’ammiraglio Louis Carrero Blanco, capo del governo e fedelissimo del dittatore Francisco Franco. Una esplosione di circa ottanta chili di Goma 2 (miscela gelatinosa largamente impiegata nelle miniere spagnole) collocato da un commando dell’Eta in un tunnel scavato sotto la strada l’avevano proiettato con la sua automobile e le due guardie del corpo verso il cielo, a 35 metri di altezza oltre il tetto del convento, facendolo atterrare su una terrazza posta sul lato opposto del palazzo. Inizialmente Carrero Blanco doveva essere rapito per chiedere uno scambio di prigionieri ma un incidente mise in pericolo la sicurezza della casa dove doveva essere nascosto. I proprietari dell’appartamento si accorsero che l’affittuario era basco, circostanza che spinse il commando a rinunciare al progetto (qui potete leggere il racconto dell’azione).
Quella mattina si apriva il processo (passato alla storia come Processo 1001) contro nove sindacalisti delle Comisiones obreras (il sindacato d’ispirazione comunista), accusati di «attività sovversive». L’udienza venne subito interrotta appena giunse la notizia.
Carrero Blanco, soprannominato “Ogro”, per il suo aspetto, era una figura chiave della dittatura franchista, come scrisse l’Eta nel comunicato ufficiale di rivendicazione diffuso verso le 21 dello stesso giorno: «Luis Carrero Blanco (…) era una figura chiave del sistema franchista, il garante della sua continuità e della sua stabilità; con la sua scomparsa le tensioni che opponevano le diverse tendenze del regime fascista di Franco si accentueranno mettendo a rischio il potere». L’Eta aveva ragione, l’assunzione in cielo di Carrero Blanco fu un colpo durissimo per il regime franchista che ne accelerò il declino.
Le tesi cospirazioniste
Molti nella destra spagnola tramortita dal colpo al cuore ricevuto, ma anche – come vedremo più avanti – nella sinistra italiana, non si arresero all’idea che gli indipendentisti della sinistra basca dell’Eta avessero potuto portare a termine un colpo del genere. Cominciarono così a proliferare diverse teorie dietrologiche che chiamavano in causa il ruolo della Cia o del Kgb per la realizzazione di un attentato ritenuto troppo sofisticato per i mezzi impiegati e gli obiettivi politici ricercati. Secondo l’estrema destra spagnola l’eliminazione di Carrero Blanco conduceva ad una responsabilità diretta degli Stati Uniti che in questo modo contavano di riportare la Spagna nell’alveo della Nato. Anche la presenza dell’ambasciata Usa sul tragitto compiuto ogni mattina da Carrero Blanco per raggiungere il palazzo del governo divenne per i complottisti una circostanza che provava il coinvolgimento statunitense. Tuttavia – come ha riportato Le journal du Pays Basque in un articolo che prendeva in esame le narrazioni cospirazioniste sulla morte dell’ammiraglio[1] – i documenti apparsi su Wikileaks hanno dimostrato la sorpresa delle autorità Usa davanti alla notizia dell’attentato. Non solo, secondo l’Eta era proprio Carrero Blanco che «stava giocando un ruolo essenziale nella realizzazione di accordi per l’istallazione di basi militari Usa sul territorio iberico», circostanza che esclude alla radice il movente agitato dai cospirazionisti.
Lo stesso giornale basco citava anche l’intervista di un ex responsabile dei servizi segreti spagnoli, Ángel Ugarte, apparsa su El Pais il 15 dicembre 2013, secondo il quale «l’attentato contro Carrero Blanco fu realizzato dall’Eta con il supporto logistico di comunisti spagnoli»[2]. In effetti ad aiutare il commando Eta giunto a Madrid fu Eva Forest, militante del partito comunista spagnolo che fornì ad Argala, nome di battaglia di José Miguel Beñarán, il ventiquattrenne capo del commando dell’Eta, le informazioni necessarie per individuare Carrero Blanco. Eva Forest giocò un ruolo prezioso anche nei movimenti del commando basco a Madrid, fece da staffetta e favorì la loro fuga dopo l’azione. Nel 1974, sotto lo pseudonimo di Julien Agirre, la Forest scrisse Operación Ogro: Cómo y por qué ejecutamos a Carrero Blanco, edito in clandestinità in Francia e pubblicato in Italiano nel 1975 (Operazione Ogro. Come e perché abbiamo giustiziato Carrero Blanco, Alfani, Firenze 1975 [1974]). Successivamente il governo spagnolo tentò di ottenere l’estradizione dei militanti baschi coinvolti nell’attentato e della stessa Forest, ma la Francia dove erano riparati non rispose. Le autorità spagnole non ebbero mai alcun dubbio sulla paternità dell’attentato, tanto che durante la cosiddetta (sic) «transizione democratica», diedero vita a degli “squadroni della morte”, composti da ex membri delle forze speciali spagnole e membri dell’estrema destra, che operavano in territorio francese per eliminare i rifugiati dell’Eta. Il 21 dicembre 1978 una di queste squadre, il «Battaglione basco-spagnolo», uccise Argala facendo esplodere la vettura dove era appena salito.
«Operazione Ogro», il film politicamente scorretto di Gillo Pontecorvo
L’attentato a Carrero Blanco ha sempre avuto vita difficile in Italia. Un esempio di tirannicidio la cui vicinanza geografica e temporale lo sovrapponeva pericolosamente con le vicende italiane di quegli anni. Il film girato nelle settimane del rapimento Moro anche se narrava un episodio di lotta armata contro un regime dittatoriale evocava l’ombra lunga degli avvenimenti italiani col rischio di legittimarli. Almeno questo era il timore dell’intellighenzia di sinistra, e non solo, con la quale Pontecorvo dovette fare i conti nel tentativo di portare a termine, dopo La Battaglia di Algeri del 1966 e Queimada del 1969, la sua trilogia sulle lotte di liberazione anticoloniali e antiautoritarie. Per rendere il film politicamente corretto, Pontecorvo dovette allontanarsi dal libro della Forest che narrava la vicenda introducendo una discontinuità pedagogica: un prima che racconta la dittatura e l’attentato e un dopo, la “transizione democratica”, i cui limiti e complessità nel film nemmeno vengono sfiorati, dove i protagonisti si dividono sul proseguimento della lotta armata e la clandestinità, ritenuta non più giustificata e dunque un grave errore politico. Questa «cattiva coscienza», come la definirà lo stesso autore, minò alla radice il film trasformandolo in un confronto tra tesi avverse che gli tolse la forza dei due film precedenti, anch’essi realizzati quando i fatti narrati erano conclusi ma senza il ricatto di un presente che non doveva più legittimare forme di lotta ritenute non più giustificate. Ed anche se alla fine Pontecorvo realizzò un film che narrando l’attentato a Carrero Blanco in realtà stava condannando il rapimento di Moro, la sorte dell’opera cinematografica risultò comunque segnata. La forza evocatrice delle immagini del grande salto di Carrero Blanco erano troppo forti, valga in questo caso un ricordo personale, quando il film proiettato nella sala romana dell’Augustus vide il cinema deflagrare al momento dell’ascensione della vettura di Carrero Blanco: applausi, slogan, cori di consenso, urla liberatorie interruppero la proiezione per alcuni minuti, tanto che si accesero le luci. Alla spicciolata mezzo movimento romano si era radunato in quel cinema senza essersi dato appuntamento. Nel’Italia del 1979, Operazione Ogro era un film troppo scorretto, e se ai dirigenti del Pci metteva inquietudine preoccupati erano anche i carabinieri.
I timori per il «cinema sovversivo»
In un appunto del secondo reparto, stato maggiore, ufficio operazione del comando generale dell’arma dei carabinieri, datato 2 dicembre 1981, dedicato a «Terrorismo, cinema e televisione», si affermava che l’esame dei documenti prodotti dalle formazioni eversive aveva consentito di delineare con «sufficiente chiarezza» l’importanza «da esse attribuite ai mezzi di informazione». Questi non erano visti come veicoli di notizie, ma come vero «palcoscenico sul quale recitare il tragico spettacolo del terrorismo rivoluzionario». Concetti come la propaganda armata erano divenuti di comune accezione, ma più di recente si registrava il fatto che il terrorismo si era trasformato anche in «soggetto cinematografico e televisivo di crescente peso e diffusione». La prima pellicola girata era ritenuta il film “Ogro” sull’attentato a Carrero Blanco, fino a giungere a “Maledetti vi amerò” e “La caduta degli angeli ribelli”. Pellicole che non avevano registrato grande afflusso di pubblico ma destato una certa curiosità, così come il lungometraggio della regista tedesca Margareth Von Trotta “Anni di Piombo” sulla storia di Gudrun Eslin. Si citava anche il film “La festa perduta”, che tendeva a dimostrare che una delle cause del terrorismo era la repressione dello Stato. Tra i registi che in un futuro avrebbero potuto continuare il soggetto del terrorismo nei loro film erano citati Renzo Rossellini e Petri: «il rischio è che l’informazione-violenza del terrorismo e sul terrorismo, specie se trasmessa in televisione, rappresenti una funzione di incitamento e di potenziale contagio». Si chiedeva attenzione da parte della Commissione parlamentare di vigilanza sulle trasmissioni radiotelevisive e del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti.[3]
Carrero Blanco come Moro, la tesi dei dietrologi italiani
L’ex senatore del Pci Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro 1 e in più legislature della Commissione stragi, nel volume La tela del ragno (p. 165) scrive che l’attentato dinamitardo contro Louis Carrero Blanco «causò una strage» (sic!) oltre all’uccisione del generale nel centro di Madrid. Come è noto non ci fu alcuna strage, ma solo la morte dell’ammiraglio, del suo autista e dell’uomo di scorta, membri della guardia civil. Tecnicamente si trattò di un omicidio plurimo, non di una strage. Secondo Flamigni, in base al piano iniziale che prevedeva il sequestro di Carrero Blanco, poi abbandonato come abbiamo visto sopra, «la prigione destinata all’ostaggio era stata approntata nel centro della città all’interno di un “insospettabile” edificio appartenente a un generale della “Falange” al potere». Insomma sulla base di un copione ampiamente abusato per le vicende italiane, anche l’attentato contro Carrero Blanco era sospetto, inquinato, frutto di una congiura interna al potere più che risultato di un’azione di guerriglia armata.
A mettere in dubbio la paternità dell’Eta è intervenuto anche l’ex giudice istruttore Rosario Priore, magistrato che si è occupato di molte istruttorie su fatti di lotta armata. In una audizione tenutasi il 17 dicembre 2014, davanti alla commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, ha proposto un parallelo tra la morte di Carrero Blanco e quella di Moro: «Moltissimi Paesi erano interessati alla morte di Moro. Era un periodo in cui c’era una sorta – è brutto dirlo – di politica del far sparire tutti coloro che seguivano un certo orientamento. Ricordiamoci che il caso Moro avviene quasi in coincidenza con il l’uccisione del capo del governo spagnolo, l’ammiraglio Carrero Blanco, a Madrid. Fu un attentato clamorosissimo, in quanto erano riusciti a piazzare una carica di esplosivo eccezionale in un determinato tombino sopra il quale doveva passare l’auto di Carrero Blanco. Tutti dicevano sempre che erano stati soltanto quelli dell’ETA, ma io non ci ho mai creduto, poiché è stato un attentato raffinato, in un certo senso organizzato bene (anche se è brutto dire che un attentato è organizzato bene, potrebbe sembrare cinico). Quello che a me ha fatto impressione è che Carrero Blanco seguiva una politica che si avvicinava molto a quella di Moro. Era un filoarabo, forse come il suo superiore, il Caudillo: lo stesso Francisco Franco infatti aveva tendenze filoarabe».
Note:
1. «Il y a quarante ans, ETA faisait “voler” le franquisme», 20 dicembre 2013.
2. https://elpais.com/politica/2013/12/13/actualidad/1386951906_963822.html.
3. AISE 2-50-6 f.0213 c0004 d0040. Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, II Reparto, SM Ufficio Operazioni, protocollo 5/249-4 R, «Appunto; Terrorismo, cinema e televisione. 2 dicembre 1981»
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/12/2020
03/07/2020
Francia - Rilasciato il prigioniero basco Josu Urrutikoetxea
La Corte d’appello di Parigi ha autorizzato il 1° luglio il rilascio – ma “sotto controllo giudiziario” – del prigioniero politico basco Josu Urrutikoetxea, che potrà aspettare fuori dal carcere l’esito del processo in corso. Gli avvocati di colui che ha letto l’ultimo comunicato firmato dall’ETA, il 3 maggio 2018, hanno difeso la quarta richiesta di rilascio in attesa del processo, alla quale stavolta il procuratore non si è opposto.
Josu Urrutikoetxea, meglio conosciuto come Josu Ternera, è stato a lungo militante e membro della formazione basca ETA. Ricercato in Spagna dal 2002, Josu è stato condannato in contumacia a otto anni di carcere dal Tribunale penale di Parigi nel 2017 per “partecipazione ad associazione criminale terroristica”.
Il 16 maggio 2019, Josu Urrutikoetxea viene arrestato a Sallanches (Alta Savoia) in un ospedale pubblico mentre era in cura d’emergenza per una grave malattia. Incarcerato il giorno seguente al Centre Pénitentiaire de la Santé di Parigi, Josu potrebbe uscire definitivamente dal carcere al più tardi per la fine di luglio.
La famiglia di Josu ha confermato che il rilascio avrà luogo una volta confermato l’indirizzo dove risiederà e predisposto il dispositivo di controllo telematico. Il processo tecnico deve essere completato entro il 20 luglio ed entro il 29, se tutto va bene, il tribunale ratificherà la decisione di liberarlo. Josu Urrutikoetxea dovrà indossare un braccialetto elettronico: la sua libertà di movimento sarà limitata e potrà lasciare la casa dove alloggia in determinati orari.
Una richiesta di rilascio era stata rigettata ad aprile, nel pieno della pandemia, quando le autorità hanno rifiutato il suo rilascio data la sua età avanzata (70 anni) e diverse malattie croniche che lo hanno esposto pericolosamente al rischio di contagio da Covid-19.
Una decisione che ha rischiato di essere una potenziale condanna a morte, soprattutto per lo stato di salute aggravatosi dopo un intervento chirurgico effettuato con tre mesi di ritardo, e contro la quale si sono sollevate 125 personalità internazionali impegnate nel processo di pace nei Paesi Baschi e non solo.
La Procura, che ieri ha accettato il rilascio in libertà vigilata, in passato non solo aveva presentato ricorso contro tale decisione, ma anche, come denunciato a posteriori dalla difesa di Urrutikoetxea, aveva fatto appello alla Direzione Generale della Sicurezza Interna affinché, sotto le pressioni delle autorità spagnole, Josu fosse trattenuto in carcere, senza se e senza ma.
Nell’udienza che ha predisposto il rilascio, la Corte d’Appello ha chiarito che non consegnerà Josu alle autorità spagnole, le quali vorrebbero processarlo per “crimini contro l’umanità” in relazione all’attacco dell’ETA a Barajas nel 2006, nel quale hanno perso la vita due cittadini latinoamericani.
Fonte
Josu Urrutikoetxea, meglio conosciuto come Josu Ternera, è stato a lungo militante e membro della formazione basca ETA. Ricercato in Spagna dal 2002, Josu è stato condannato in contumacia a otto anni di carcere dal Tribunale penale di Parigi nel 2017 per “partecipazione ad associazione criminale terroristica”.
Il 16 maggio 2019, Josu Urrutikoetxea viene arrestato a Sallanches (Alta Savoia) in un ospedale pubblico mentre era in cura d’emergenza per una grave malattia. Incarcerato il giorno seguente al Centre Pénitentiaire de la Santé di Parigi, Josu potrebbe uscire definitivamente dal carcere al più tardi per la fine di luglio.
La famiglia di Josu ha confermato che il rilascio avrà luogo una volta confermato l’indirizzo dove risiederà e predisposto il dispositivo di controllo telematico. Il processo tecnico deve essere completato entro il 20 luglio ed entro il 29, se tutto va bene, il tribunale ratificherà la decisione di liberarlo. Josu Urrutikoetxea dovrà indossare un braccialetto elettronico: la sua libertà di movimento sarà limitata e potrà lasciare la casa dove alloggia in determinati orari.
Una richiesta di rilascio era stata rigettata ad aprile, nel pieno della pandemia, quando le autorità hanno rifiutato il suo rilascio data la sua età avanzata (70 anni) e diverse malattie croniche che lo hanno esposto pericolosamente al rischio di contagio da Covid-19.
Una decisione che ha rischiato di essere una potenziale condanna a morte, soprattutto per lo stato di salute aggravatosi dopo un intervento chirurgico effettuato con tre mesi di ritardo, e contro la quale si sono sollevate 125 personalità internazionali impegnate nel processo di pace nei Paesi Baschi e non solo.
La Procura, che ieri ha accettato il rilascio in libertà vigilata, in passato non solo aveva presentato ricorso contro tale decisione, ma anche, come denunciato a posteriori dalla difesa di Urrutikoetxea, aveva fatto appello alla Direzione Generale della Sicurezza Interna affinché, sotto le pressioni delle autorità spagnole, Josu fosse trattenuto in carcere, senza se e senza ma.
Nell’udienza che ha predisposto il rilascio, la Corte d’Appello ha chiarito che non consegnerà Josu alle autorità spagnole, le quali vorrebbero processarlo per “crimini contro l’umanità” in relazione all’attacco dell’ETA a Barajas nel 2006, nel quale hanno perso la vita due cittadini latinoamericani.
Fonte
22/12/2018
“Operazione Ogro”, ribellarsi è giusto
“La tirannia deve esistere
ma non per questo il tiranno merita scuse”
(John Milton “The lost paradise” XII vv 95 – 96)
20 dicembre 1973, quarantacinque anni fa, si compiva “l’Operazione Ogro”: un commando dell’ETA faceva saltare in aria l’automobile sulla quale viaggiava il primo ministro spagnolo Carrero Blanco, erede designato del dittatore Francisco Franco.
In questi giorni c’è stato chi, nel titolo di un intervento pubblicato sul blog “La bottega dei Barbieri”, a ricordo di quel fatto ha riscoperto la categoria del tirannicidio.
Una categoria ormai desueta questa del tirannicidio sostituita tout – court da quella di “terrorismo”, che pure rappresenta una modalità di lotta armata affatto diversa.
Il ritorno, pur casuale, all’utilizzo – appunto – della definizione di “tirannicidio” fa sovvenire alla memoria un antico dibattito: quando la forma di governo può essere giudicata come tirannica e, di conseguenza, quali possono essere le modalità “lecite” per abbatterla?
In pratica: può essere giustificato l’assassinio politico, quell’idea che nella storia ha mosso tanti epigoni della libertà e tanti fanatici assoluti del loro “credo”?
Andiamo per ordine.
La migliore definizione di tirannide, da ritenersi facilmente valida anche per l’attualità si trova nella “Repubblica” di Platone:
“La tirannide nasce da una trasformazione della democrazia. La transizione della democrazia in tirannide è dovuta, come nel caso dell’oligarchia, proprio al bene dominante che è perseguito in quel regime. L’oligarchia va in rovina per l’avidità di denaro, e la democrazia a causa dell’eccessiva libertà. La libertà democratica – e qui Socrate sta criticando l’Atene a lui contemporanea – è una libertà senza principii e senza autocontrollo: «alla fine non si danno più pensiero né delle leggi scritte né di quelle non scritte, affinché nessuno sia loro padrone in nessun modo»
Nella città democratica il gioco politico si svolge fra tre gruppi:
- i parassiti che cercano di arricchirsi con la politica;
- i ricchi;
- il demos, cioè la massa del popolo, composta di persone che lavorano per conto proprio, non si occupano di politica e non hanno grandi proprietà, ma che, quando si radunano, sono il gruppo più numeroso e potente.
N.B. Tre gruppi facilmente identificabili nella modernità anche rispetto alle vicende italiane degli ultimi decenni compresa l’analisi della radunanza del popolo.
Proseguendo con Platone:
“Il primo gruppo ottiene l’appoggio del demos contro i ricchi, per impossessarsi delle loro sostanze; i ricchi, a loro volta, cercando di difenderle, diventano oligarchici, se già non lo erano prima. Il popolo si farà proteggere da qualche prostates, cioè da un capo che riesce a imporsi all’attenzione collettiva. Il prostates è il germoglio da cui si sviluppa il tiranno. Il prostates cercherà di approfittare della sua posizione per arricchirsi a scapito degli altri e per schiacciare i propri avversari. Si farà dei nemici, che cercheranno di ucciderlo: e questo sarà il pretesto col quale chiederà al popolo una guardia del corpo personale. Il prostates non è più un cittadino come gli altri, perché dispone di una forza armata personale: questo è l’atto di origine della tirannide”.
Altro punto di estrema attualità come si può facilmente arguire.
Proseguendo:
Una volta divenuto tiranno, il prostates cercherà di mostrare un volto affabile verso i concittadini, e susciterà guerre, per legittimarsi come capo e impoverire o sopprimere i suoi nemici interni. Eliminerà i migliori, anche fra i suoi sostenitori, per non avere rivali, e si circonderà di mediocri, che staranno con lui per viltà o per sete di guadagno. Si varrà, inoltre, dei poeti per condizionare l’opinione pubblica. Infatti, i poeti, con le loro belle voci prezzolate, sono strumenti propagandistici essenziali nelle tirannidi e nelle democrazie, mentre la loro importanza decresce man mano che si progredisce nella scala delle costituzioni (568b ss). Tanto più, infatti, una costituzione è strutturata secondo una forma, tanto meno è utile la manipolazione delle emozioni operata dai poeti.
L’esito della democrazia è, per Platone, la violenza della tirannide, perché la democrazia stessa non si fonda su nessuna forma e idea comune, ma privatizza a un tempo la ragione pratica e la ragione teoretica, riconducendola interamente agli arbitrii individuali. In una simile prospettiva, la tesi platonica potrebbe essere resa più comprensibile al lettore contemporaneo in questi termini: la tirannide è l’esito di un processo di privatizzazione radicale che s’innesca quando i regimi democratici non sanno o non vogliono mantenere una regola pubblica e comune.
Ciò considerato si arriva a formulare la domanda di partenza: può essere giustificato davanti agli uomini e alla Storia l’atto esemplare della soppressione del tiranno?
E’ questo un dilemma etico/giuridico, che ci accompagna fin dall’antichità, col quale si sono cimentati filosofi e artisti, laici e religiosi, massoni e gesuiti, santi e peccatori, rivoluzionari e lacchè del potere.
Da Luciano di Samosata a Cicerone, da S. Tommaso d’Acquino a Lorenzino dei Medici, dalla rivoluzione inglese a quella francese, da Mazzini ai regicidi anarchici, da Tolstoj alle rivoluzioni del XX secolo, e fino ai giorni nostri, non si è mai smesso di ragionare sul tirannicidio, questo gesto di extrema ratio del “diritto di resistenza”.
Ma il tirannicidio è giustificato oppure no? E’ solo da comprendere o è anche da condividere? E’ sempre da condannare o dipende dai casi? Serve a qualcosa o è inutile, o addirittura controproducente? E’ sufficiente essere eletto dal popolo sovrano per non essere un tiranno o è sufficiente non essere eletto per non diventarlo?
La dottrina cattolica, ad esempio, distingue tra il “tiranno per usurpazione” (tyrannus in titula, cioè che ha preso il potere illegalmente) e il “tiranno per oppressione” (tyrannus in regimine, cioè che abusa del potere che ha ricevuto legalmente).
Uno dei riferimenti più datati attribuito a Cicerone che oltre ad affermare che “chi sfugge alla giustizia nei tribunali deve attendersi di trovarla nelle strade” dice anche che “Bellum est in eos qui Judiciis coerceri non possunt” ovvero “facciamo la guerra a coloro contro cui nulla può la legge”.
Ma il riferimento più esplicito sul vero significato del tirannicidio, uno dei testi che meglio spiega se sia lecito o meno uccidere un tiranno, o un dittatore, lo si trova nel Commento alle sentenze di San Tommaso d’Aquino.
Ed è opportuno citare qui uno dei passi più significativi del testo, riferito all’oggetto del nostro approfondimento: “Colui che allo scopo di liberare la patria uccide il tiranno viene lodato e premiato quando il tiranno stesso usurpa il potere con la forza contro il volere dei sudditi, oppure quando i sudditi sono costretti al consenso. E tutto ciò, quando non è possibile il ricorso a un’istanza superiore, costituisce una lode per colui che uccide il tiranno”.
Ancora, con un salto di diversi secoli e omettendo il richiamo ai molti autori che pure si sono cimentati via via sull’argomento, non si può non citare quanto scrive Maximilien Robespierre: “Quali sono le leggi che la sostituiscono allora? (ndr: la Costituzione) Quelle della natura, quella che è alla base della stessa società: la salvezza del popolo. Il diritto di punire il tiranno e quello di deporlo dal trono sono la stessa cosa... il processo al tiranno è l’insurrezione, il suo giudizio è la caduta della sua potenza, la sua pena quella che richiede la libertà del popolo”.
Ma è sorprendente ed inaspettato trovare, e leggere, quanto scritto in un documento relativamente recente, nella Gaudium et Spes (è la quarta costituzione apostolica conciliare promulgata da papa Paolo VI e uno dei principali documenti del Concilio Vaticano II e della Chiesa cattolica. Approvata da 2.111 voti favorevoli su 2.373, 251 contrari e 11 nulli, la Gaudium et Spes fu promulgata dal papa il 7 dicembre 1965, l’ultimo giorno del Concilio): “Dove i cittadini sono oppressi da un’autorità pubblica che va al di là delle sue competenze, essi non ricusino di fare quelle cose che sono oggettivamente richieste dal bene comune e sia perciò lecito difendere i propri diritti contro gli abusi dell’autorità”.
Per l’impero britannico George Washington era un terrorista, per l’impero austro-ungarico terroristi erano i carbonari e la Giovine Italia, per gli occupanti tedeschi erano terroristi i partigiani, negli anni 1930-1940 Yitzhak Shamir, uno dei padri della patria israeliana, era un terrorista responsabile di attentati anti-arabi e anti-britannici tra cui, nel novembre del 1944, l’omicidio del rappresentante inglese in Egitto Lord Walter Edward Guinness, barone Moyne.
Per buona parte della sua vita Nelson Mandela è stato definito “terrorista” anche da un leader di governo europeo come Margaret Thatcher.
Sferzante e pieno di tragico realismo è quanto scrive James Connolly, patriota irlandese in occasione della cannonate di Bava Beccaris tirate sul popolo milanese nel maggio 1898: “Per le vie di Milano cento donne della classe operaia vengono uccise con la baionetta o a colpi di arma da fuoco, stringendo al seno i loro bimbi affamati mentre la buona società riserva loro un trafiletto di giornale. Un’imperatrice è pugnalata in una strada di Ginevra e, apriti cielo, l’Umanità ne è sconvolta! Sarà forse l’impietosa mano della storia a rovesciare la procedura dedicando a quell’olocausto di lavoratrici un intero capitolo in quanto martiri dell’umanità e confinando l’assassinio dell’imperatrice in una nota a piè pagina?”
E oggi?
In una società complessa, di capitalismo avanzato, può esistere la figura del tiranno oppure il “potere” è spersonalizzato e ogni membro della classe dirigente può essere subito sostituito?
Qualche anno fa il dibattito si è riacceso a proposito della “guerra preventiva” contro l’Iraq e l’eliminazione di Saddam Hussein e successivamente con quella di Gheddafi in Libia, ma il paragone non è calzante perché il tirannicidio deve essere compiuto “dal basso”, da un suddito, dall’oppresso, comunque da una vittima del tiranno, da qualcuno che ha subito il suo potere. Nei due casi citati invece è stata la superpotenza a eliminare un avversario scomodo.
Allora si poteva pensare che non esistesse più il nuovo principe ma il nuovo despota collettivo, l’oligarchia del potere; l’attentato al tiranno di ieri era cosa molto meno complessa della lotta all’oligarchia di oggi, anche perché questa non disponeva di una sola testa, ma mille teste e come una piovra estendeva i suoi tentacoli in ogni strato della società.
Non poteva bastare il complotto o l’atto isolato, Ravaillac o Bresci, ci voleva una complessa opera collettiva, articolata e ben organizzata.
Oggi però il ritorno proprio alla guida delle grandi potenze a una spiccata dimensione del potere personale improntato a forme giudicabili come di vera e propria tirannia pur suffragate da più o meno regolari plebisciti, in un quadro generale di arretramento complessivo delle forme di democrazia liberale può giustificare un riaccendersi di questo dibattito?
L’anniversario di “Operazione Ogro” e l’importanza della sua riuscita, all’epoca, nell’avviare un diverso andamento della transizione spagnola con l’eliminazione del delfino rispetto a ciò che poteva essere prevedibile accadesse in vista della scomparsa per morte naturale del dittatore, può rappresentare un momento in cui la riflessione sotto quest’aspetto potrebbe anche ripartire.
Tutto però è nato, è bene ricordarlo, dal ritorno all’uso di un solo termine “tirannicidio”.
Senza dimenticare il titolo maoista “Ribellarsi è giusto”.
Fonte
03/05/2018
L’ETA si scioglie. La fine – mesta – di un ciclo storico
La lettera in cui la “organizzazione socialista rivoluzionaria basca di liberazione nazionale” annuncia il suo scioglimento definitivo è stata pubblicata ieri in anteprima dal quotidiano spagnolo progressista ElDiario, a poche ore dall’evento internazionale previsto a Kanbo, nel Paese Basco sotto amministrazione francese, che domani vedrà la partecipazione non solo di esponenti del mondo politico locale – Arnaldo Otegi, storico leader della sinistra indipendentista, e Andoni Ortuzar, dirigente del Partito Nazionalista Basco – ma anche del leader dello Sinn Fein irlandese Gerry Adams, di Jonathan Powell (ex capo di gabinetto del premier laburista britannico Tony Blair), dell’ex premier irlandese Bertie Ahern.
Accanto a loro – prima un importante media internazionale dovrebbe diffondere il video in cui ETA sintetizza i contenuti della lettera – dovrebbero esserci anche alcuni di quei mediatori internazionali che negli ultimi anni hanno supervisionato il processo di smantellamento degli arsenali dell’organizzazione (culminato con la consegna delle armi e degli esplosivi nell’aprile 2017) seguito alla dichiarazione in cui nel 2011 annunciava la fine delle azioni armate.
L’annuncio di queste ore mette la parola fine, in maniera netta ed inequivocabile, alla storia di un gruppo militare e politico formatosi quasi 60 anni fa, negli anni più bui della dittatura franchista, quando le attività e le teorizzazioni “eretiche” di un gruppo di giovani del Partito Nazionalista Basco clandestino portarono all’espulsione di quelli che poco dopo fondarono “Patria Basca e Libertà”. L’influenza delle rivoluzioni e dei movimenti di liberazione di Cuba, Algeria e Vietnam e poi l’adesione al marxismo hanno reso ETA il motore di un’opposizione al franchismo non solo militare, ma anche sociale, culturale e politica, oltre che il punto di riferimento di una vasta serie di organizzazioni di massa e di un intero pezzo di società che, per decenni, si è riconosciuta nella lotta frontale contro lo Stato e i suoi apparati. Anche quando, dopo la morte del dittatore nel suo letto, di vecchiaia, la controparte divenne la monarchia parlamentare nata dall’autoriforma del regime, legittimata invece dal resto delle ex opposizioni antifasciste.
Dentro ETA sono passati molti dei dirigenti storici dello schieramento politico indipendentista – e anche alcuni di quelli che, dopo il pentimento, hanno guidato le formazioni autonomiste o spagnoliste – ma anche leader sindacali, intellettuali, giornalisti. Protagonista negli anni ’70 e ’80 di numerose scissioni e ricomposizioni, ETA è stata una vera e propria fucina di militanti politici e di protagonisti della scena culturale basca, oltre che lo snodo del cosiddetto Movimento Basco di Liberazione Nazionale.
La lettera datata 16 aprile annuncia la “fine di un ciclo storico e della sua funzione, ponendo fine al suo percorso”. L’organizzazione conferma la dissoluzione di tutte le proprie strutture e la fine della propria iniziativa politica, “portando a termine il processo iniziato nel 2010 con l’intenzione di aprire un nuovo ciclo politico in Euskal Herria” a partire dalla Conferenza di Aiete del 2011. ETA rivendica lo sforzo di aver cercato una fine ordinata, razionale e costruttiva all’epoca dello scontro armato con lo Stato. “Disgraziatamente, la Dichiarazione di Aiete non ha potuto percorrere il cammino stabilito, nonostante concordasse con la volontà della maggioranza dei cittadini baschi”, perché “gli stati francese e spagnolo lo hanno reso impossibile fin dall’inizio. Nonostante tutto, ETA ha deciso di andare avanti. Al di là della Dichiarazione di Aiete e di un ipotetico processo negoziale, Euskal Herria è stato il punto di partenza e l’obiettivo di tutta l’attività” rivendica l’organizzazione, che per questo ha compiuto tutti i passi promessi.
“Nella sua azione più significativa, ETA ha consegnato al popolo le sue armi e ha ceduto nelle mani della società civile la responsabilità del suo disarmo. Il popolo è anche il protagonista fondamentale di questa ultima decisione: perché ETA si è formata dal popolo e torna al popolo. Perché si basa sulla fiducia nella forza del popolo. Soprattutto, perché vuole dare un contributo alla consecuzione della pace e della libertà nel Paese Basco. (…) Questa decisione chiude un ciclo storico di 60 anni di ETA. Non supera, invece, il conflitto che Euskal Herria mantiene con la Spagna e la Francia. Il conflitto non l’ha cominciato l’ETA e non termina con la fine del suo percorso. (…) La mancanza di volontà per dare una soluzione al conflitto, e le opportunità sprecate, hanno provocato un allungamento del conflitto e la moltiplicazione della sofferenza inflitta alle diverse parti. ETA riconosce la sofferenza provocata come conseguenza della sua lotta. Euskal Herria ha ora una nuova opportunità per chiudere definitivamente un ciclo di conflitto e costruire un futuro condiviso. (…) Anni di scontri hanno lasciato ferite profonde e occorre fornire le cure adeguate. Alcune ferite sanguinano ancora, perché la sofferenza non è una cosa del passato.
Attraverso questa lettera, e con tutta l’umiltà, ETA vuole trasmettervi una sua ultima opinione. La soluzione del conflitto e la ricostruzione di Euskal Herria ha bisogno di tutti voi, perché il futuro è responsabilità di tutti.
Noi che siamo stati militanti di ETA, da parte nostra, vogliamo confermare il nostro impegno in questo compito, ognuno dal luogo considerato più opportuno, con la responsabilità e l’onestà di sempre”.
Il messaggio adotta un linguaggio improntato alla riconciliazione e un tono mesto, affatto trionfalistico. Lo stesso utilizzato lo scorso 21 aprile, quando in un’altra missiva ETA ammetteva le sue responsabilità nell’aver causato sofferenze e lutti e chiedeva perdono alle vittime. Di più: ETA chiede scusa a tutti i baschi che hanno dovuto soffrire non solo in conseguenza delle specifiche azioni armate, ma a causa dell’esistenza stessa della lotta armata.
Le due missive – le ultime, quasi sicuramente, dell’organizzazione fondata nel 1959 – non costituiscono certo un’ammissione di sconfitta (che non c’è stata), ma sicuramente trasmettono una sensazione patente di impotenza, riconoscendo che la road map pensata contestualmente alla cessazione delle azioni armate – accordo con lo Stato, liberazione dei prigionieri politici, riconoscimento reciproco, riconoscimento da parte di Madrid del diritto all’autodeterminazione del popolo basco, trasformazione dell’organizzazione armata in soggetto politico – è stata completamente disattesa. ETA e la sinistra patriottica, al termine di un lunghissimo braccio di ferro che la lotta armata, nelle intenzioni degli indipendentisti, doveva servire a sbilanciare a favore dei baschi, non hanno portato a casa nessun risultato tangibile. Nessuna trattativa si è aperta e svolta, le uniche novità sono state il frutto di azioni unilaterali da parte dello schieramento basco.
Se poche settimane fa il governo francese ha deciso quantomeno di avviare un avvicinamento dei prigionieri politici baschi verso la loro terra, il governo di Madrid non ha nessuna intenzione di mettere fine alla vendicativa politica della dispersione carceraria. La classe politica spagnola rivendica anzi la “sconfitta del terrorismo” attraverso la mano pesante da sempre adoperata e accusa i militanti dell’organizzazione armata di voler, attraverso i messaggi di questi giorni, lavarsi la coscienza e le mani delle proprie responsabilità che lo scioglimento, avverte, non cancella.
D’altro canto non solo, come ricorda la stessa ETA, il conflitto nazionale non è superato, ma le cause che condussero alla costituzione del gruppo e alla scelta della lotta armata sono ancora tutte lì, per nulla rimosse.
La parabola dell’organizzazione armata basca non ha riprodotto nulla di lontanamente simile allo scenario irlandese, con il proliferare di organizzazioni armate contrarie al disarmo e di vari gruppi politici dissidenti rispetto allo Sinn Fein ma altrettanto litigiosi tra loro. ETA non ha subito scissioni significative anche se i media spagnoli in queste ore parlano di settori di “irriducibili” non meglio precisati che si sarebbero impossessati di una piccola parte degli arsenali prima della loro consegna ai mediatori internazionali da parte dell’organizzazione.
Non è sulla fine della lotta armata che verte la polemica interna al mondo indipendentista, a parte alcuni settori ultra minoritari. La fine della violenza politica è stata il risultato di un ampio dibattito che ha coinvolto non solo la militanza di ETA ma anche la base sociale e politica del movimento indipendentista. La lotta armata non solo era diventata da tempo inefficace se non materialmente impossibile da condurre (si pensi che gli ultimi commando erano costretti ad operare dal Portogallo e dal Belgio...) e fonte di sofferenze inutili per la stessa società basca, ma era stata trasformata in un argomento di auto-legittimazione da parte delle classi dirigenti del cosiddetto “regime del ‘78”, quello uscito dall’autoriforma del regime franchista.
La polemica dei consistenti settori dissidenti della sinistra abertzale (patriottica), compresi alcuni prigionieri ed ex prigionieri politici, provenienti e non dall’ETA, verte soprattutto sulla liquidazione “del bambino e dell’acqua sporca” da parte della direzione affermatasi dall’inizio dell’attuale decennio. Rimossa la lotta armata, è l’accusa, si è gettata a mare anche la capacità di conflitto, di mobilitazione e di organizzazione che avevano permesso alla sinistra patriottica di resistere a decenni di durissima repressione.
L’accusa è di aver puntato tutto su un impossibile processo di pace abbandonando così il conflitto sociale, sindacale, politico che aveva caratterizzato l’intero Movimento di Liberazione Nazionale. In nome di un processo di pace mai partito ed oggettivamente impossibile da condurre viste le caratteristiche materiali e ideologiche della controparte, la nuova forza politica della sinistra patriottica ha effettivamente virato verso una visione socialdemocratica e istituzionalista, non solo abbandonando ma spesso condannando forme di conflitto che prendevano piede autonomamente o all’interno della sua stessa base a partire da vicende specifiche. Al momento della sua fondazione, e dell’abbandono della lotta armata e della violenza politica, la Sinistra Indipendentista affermò di puntare la propria strategia sulla disobbedienza attiva di massa, in modo da rendere impossibile per lo Stato spagnolo gestire un territorio ribelle che si sarebbe dovuto avviare verso l’autodeterminazione e la costruzione di un quadro sociopolitico avverso al liberismo e alle compatibilità dettate da Madrid e dall’Unione Europea.
Ma tranne che in qualche episodio – i muri popolari contro l’arresto di alcuni giovani militanti – la strategia della disobbedienza di massa non si è mai concretizzata lasciando il campo alla classica strategia elettoralista di una forza politica che, dopo il boom di voti seguito all’annuncio della fine dell’attività armata da parte di ETA, ha visto una consistente erosione ad opera della costola basca di Podemos. Finché non è scoppiata la rivolta catalana la formazione guidata da Pablo Iglesias ha giocato ambiguamente sul tema dell’autodeterminazione, oltre che sulla rivendicazione di un quadro sociale e di diritti più avanzato, una battaglia tradizionalmente appannaggio di una sinistra abertzale sempre più immobile e conformista. Alla concorrenza a sinistra di Podemos si è sommata la scarsa credibilità del proprio messaggio politico – non più antisistema – e l’impossibilità di prefigurare uno scenario catalano di fronte tra le forze progressiste e di sinistra dello schieramento indipendentista e quelle moderate o di centrodestra. Dopo la fine della lotta armata e la normalizzazione di Sortu, il Partito Nazionalista Basco di Urkullu – il partito autonomista/regionalista che dalla fine del franchismo rappresenta gli interessi della media e grande borghesia basca saldamente integrata in quella spagnola – ha rafforzato i suoi tratti liberisti e conservatori, abbandonando le rivendicazioni ambiguamente indipendentiste a lungo agitate proprio in virtù dell’esistenza di una forza sociale e politica di massa antisistema rappresentata da Herri Batasuna e poi da Batasuna.
Ma oltre alle responsabilità soggettive di un gruppo dirigente indipendentista giovane, scarsamente avvezzo al conflitto e in deficit di quelle capacità analitiche che hanno sempre contraddistinto la sinistra patriottica, non si possono non citare gli innegabili elementi oggettivi.
Dopo molti decenni – c’è chi dice secoli, iniziando a contare dalle guerre carliste del XIX secolo – di lotta frontale, guerre, morti, arresti, torture, esilio, rappresaglie, la fine della lotta armata ha determinato una rapida e profonda trasformazione della società basca. Basti vedere il boom turistico che in pochi anni ha completamente stravolto i centri storici delle città basche, a lungo protetti nel loro carattere popolare e conflittuale dall’esistenza di una contrapposizione frontale, di uno scenario di guerra rimosso il quale milioni di spagnoli hanno cominciato a considerare non più rischioso trascorrere le proprie vacanze sulle spiagge della bellissima Donosti o nei bar dell’altrettanto splendida Pamplona. Il boom turistico – con annessa speculazione – ha creato tante occasioni di lavoro e di guadagno; ma ha anche fatto esplodere una feroce gentrificazione con il suo portato di precarietà, ai quali alcuni settori della sinistra indipendentista – e non solo – hanno cominciato ad opporre la propria mobilitazione.
La privatizzazione della vita sociale che ha coinvolto migliaia di militanti e di simpatizzanti ha svuotato il corpo di una sinistra abertzale che ora deve fare i conti con un consistente fenomeno di spoliticizzazione e di riflusso all’interno della sua stessa base.
Questo non vuol dire che in Euskal Herria sia venuta meno la conflittualità politica e sociale, anzi. Esistono realtà molto combattive ed interessanti, a partire dal movimento femminista passando per alcune realtà giovanili e per l’organizzazione internazionalista Askapena, fino ad arrivare al movimento per l’Amnistia e a quello contro l’occupazione militare spagnola.
Come detto, le cause che portarono alla nascita dell’ETA negli anni più bui del regime franchista sono ancora lì: il Paese Basco è spezzettato (anche più che durante il franchismo) in tre diverse amministrazioni e tra due stati, l’autonomia conquistata dopo la fine del regime franchista è spesso lettera morta ed ostaggio dei nazionalisti spagnoli ulteriormente rafforzati dal sostegno dell’Unione Europea, le diseguaglianze sociali crescono invece di ridursi.
Inoltre, nelle carceri spagnole sono ancora rinchiusi quasi 300 prigionieri politici, molti dei quali condannati a pene tombali che solo un provvedimento di tipo politico – l’amnistia – che Madrid non adotterà mai, potrebbe riconsegnare alle loro famiglie e alle loro comunità.
“Si è chiuso un ciclo storico” ha scritto l’ETA annunciando il suo scioglimento. Da vedere quando e come se ne aprirà un altro e quali forme assumerà la storica lotta del popolo basco per l’autodeterminazione e il socialismo. Il bagaglio di lotte, analisi, progettualità e umanità rappresentato dalla storia della sinistra patriottica è ancora lì, disponibile ad essere ripreso e utilizzato.
Citando il marxista e dirigente di ETA José Miguel Beñaran Ordeñana, detto ‘Argala’, ucciso il 21 dicembre del 1978 da una bomba collocata nella sua auto dagli squadroni della morte al servizio del governo spagnolo, “né ETA né Herri Batasuna (…) né altre organizzazioni, per grandi che possano essere, possono risolvere i problemi della classe lavoratrice basca. Solo il popolo lavoratore basco può risolvere i suoi problemi. Per questo io credo che dobbiamo organizzarci. Solo un popolo organizzato può ottenere gli obiettivi ai quali aspira”.
Fonte
01/04/2016
Paese Basco: uno studio documenta 5000 casi di tortura
Uno dei pochi aspetti positivi della fase politica apertasi nel Paese Basco grazie alla fine della lotta armata da parte dell’ETA alla fine del 2011 è rappresentato dal forte calo dei casi di tortura. Se i governi spagnoli degli ultimi anni hanno lasciato praticamente intatto il loro armamentario emergenzialista e repressivo, nonostante la dichiarazione di non belligeranza da parte del movimento armato che ha dato filo da torcere a Madrid per molti decenni, la sistematica pratica della tortura inflitta dai membri delle forze di sicurezza ai militanti dell’organizzazione armata ma anche dei movimenti politici e popolari baschi ha subito, per fortuna, una forte riduzione. Anche se non è scomparsa del tutto.
Dell’uso della tortura contro il movimento di sinistra e indipendentista basco ci siamo occupati, su Contropiano, molte volte, trattando sia casi e denunce particolari sia i macabri bilanci del fenomeno tracciati da parte di associazioni locali per i diritti umani e di istituzioni internazionali come l’Onu o l’Unione Europea.
A tracciare un nuovo, più aggiornato e più tremendo bilancio dell’uso della tortura da parte dello Stato Spagnolo contro l’insorgenza politica e popolare basca è stata recentemente la Fondazione Euskal Memoria (‘Memoria Basca’, nata nel 2009 con l’obiettivo di ricostruire e recuperare la memoria storica nel Paese Basco) che con una certosina opera di ricostruzione e ricerca ha documentato ben 5022 casi ‘verificati’, cioè denunce di tortura depositate presso le varie istanze del sistema giudiziario spagnolo dal 1947 al 2014. Altri casi, numerosi, non sono stati denunciati, perché in epoca franchista – ma anche dopo la cosiddetta ‘transizione democratica’ alla fine degli anni ’70 – molte vittime temevano i tribunali di regime tanto quanto i suoi aguzzini in divisa, o perché non riponevano alcuna illusione sulla neutralità della magistratura. Oppure perché semplicemente sono morte, o scomparse prima di poter denunciare quanto era loro accaduto.
Analizzando lo studio di Euskal Memoria balza subito agli occhi che l’uso della tortura da parte delle forze di sicurezza di Madrid è andato avanti in perfetta continuità dopo la fine ufficiale del regime franchista. Guardia Civil, Policia Nacional, Ertzaintza (la polizia autonoma basca) hanno continuato ad utilizzare gli sperimentati metodi di sempre nonostante il cambio apparente di regime, fino praticamente ai giorni nostri. Spalleggiati e protetti dai loro comandi, dalla magistratura, dalla grande stampa, dal mondo politico trasversale che non ha visto o sentito nulla di particolarmente grave, da destra a sinistra. I più alti obiettivi della ‘lotta contro il terrorismo’, cioè contro le varie manifestazioni della lotta del movimento indipendentista basco, giustificavano ogni mezzo coercitivo, tortura inclusa. Per spezzare il morale e la dignità dei militanti arrestati, ma anche per obbligarli a firmare dichiarazioni di autoincriminazione e di denuncia di presunti complici, che il sistema giudiziario di Madrid continua nonostante tutto a considerare delle prove fondamentali sulla quale basare condanne detentive spesso tombali.
Negli anni, nei decenni, il manuale del torturatore si è arricchito di nuove e più crudeli, ma spesso più sofisticate, pratiche: dalle scariche elettriche ai genitali, al soffocamento con una busta di plastica – “la bolsa” – o con il waterboarding – da quelle parti conosciuto come ‘la bañera’ ben prima che la denuncia di quanto accadeva a Guantanamo rendesse la brutale pratica degna dell’attenzione dei media internazionali; e poi i colpi alla testa, ai genitali, alle piante dei piedi; gli stupri, i palpeggiamenti o gli stupri simulati; le esecuzioni simulate; la privazione del sonno; l’obbligo di rimanere in piedi in posizioni scomode per ore, fino allo sfinimento; falsi racconti sull’arresto e sulla morte di amici e parenti... La concessione alle forze di sicurezza di un periodo di ‘incomunicaciòn’, di isolamento, durante il quale i detenuti per reati di ‘terrorismo’ possono rimanere nelle mani degli aguzzini senza poter comunicare con la famiglia o con un avvocato o con un medico di fiducia, hanno reso molto comodo il lavoro dei torturatori attenti a non lasciare troppe tracce evidenti della loro opera sul corpo delle vittime. Anche se qualche volta il giocattolo è sfuggito di mano all’oliato sistema della violenza di stato e le foto dei volti gonfi per le botte hanno fatto il giro del mondo. Scontrandosi però sempre con la tolleranza, il disinteresse e l’omertà garantiti dal sistema politico, dalla magistratura e dalla stampa mainstream: di torturatori, sul banco degli imputati, se ne sono seduti assai pochi, e per la maggior parte sono stati assolti. Qualcuno di quelli, pochissimi, riconosciuti colpevoli e condannati, è stato poi addirittura graziato e rimandato a fare ‘il suo lavoro’.
E’ per tentare di riportare l’attenzione su questo fenomeno che il Centro di Documentazione della fondazione Euskal Memoria qualche giorno fa ha presentato alla stampa i risultati di uno degli studi più completi che siano stati finora realizzati nello Stato Spagnolo. Uno studio che raccoglie, come detto, più di 5000 casi certificati e documentati. “Finora non era mai stata prodotta una raccolta sistematica delle testimonianze – scrive Euskal Memoria nella introduzione all’imponente documento – ma ora è stato possibile verificare caso per caso le denunce presentate e grazie alla disinteressata collaborazione delle persone coinvolte si è riusciti a conseguire questo importante risultato, che può essere considerato totalmente affidabile”.
Divisi per sesso, i denuncianti sono uomini in 4224 casi e donne nei restanti 798.
Il documento raccoglie inoltre 776 casi in cui i militanti arrestati non furono sottoposti ad alcuna forma di abuso fisico o psicologico particolare, smentendo così la vulgata ufficiale, diffusa dalle autorità per anni, che tutti i militanti baschi arrestati, su suggerimento dell’ETA, denunciavano abusi per mettere lo stato e le sue istituzioni in cattiva luce.
Secondo le statistiche il 46% dei casi di tortura vanno ascritti alla Policia Nacional, e il 42% alla Guardia Civil (la polizia militarizzata), mentre l’Ertzaintza è da ritenere responsabile di 350 casi, il 7% del totale. Nel conteggio sono finiti anche i ‘corpi di sicurezza di altri stati’, responsabili di 199 casi. Per quanto riguarda il contrasto del fenomeno, lo studio riporta che dalla morte del dittatore Francisco Franco, il 20 novembre del 1975, fino al 2014, solo 62 membri delle forze di sicurezza sono stati condannati per tortura dalla magistratura spagnola, e che i governi del PP – destra – e del Psoe – socialisti – hanno concesso l’indulto a 36 degli aguzzini condannati. Al momento, sottolinea Euskal Memoria, nessun membro delle forze di sicurezza condannato per aver utilizzato la tortura sta scontando la sua condanna in carcere.
Fonte
Dell’uso della tortura contro il movimento di sinistra e indipendentista basco ci siamo occupati, su Contropiano, molte volte, trattando sia casi e denunce particolari sia i macabri bilanci del fenomeno tracciati da parte di associazioni locali per i diritti umani e di istituzioni internazionali come l’Onu o l’Unione Europea.
A tracciare un nuovo, più aggiornato e più tremendo bilancio dell’uso della tortura da parte dello Stato Spagnolo contro l’insorgenza politica e popolare basca è stata recentemente la Fondazione Euskal Memoria (‘Memoria Basca’, nata nel 2009 con l’obiettivo di ricostruire e recuperare la memoria storica nel Paese Basco) che con una certosina opera di ricostruzione e ricerca ha documentato ben 5022 casi ‘verificati’, cioè denunce di tortura depositate presso le varie istanze del sistema giudiziario spagnolo dal 1947 al 2014. Altri casi, numerosi, non sono stati denunciati, perché in epoca franchista – ma anche dopo la cosiddetta ‘transizione democratica’ alla fine degli anni ’70 – molte vittime temevano i tribunali di regime tanto quanto i suoi aguzzini in divisa, o perché non riponevano alcuna illusione sulla neutralità della magistratura. Oppure perché semplicemente sono morte, o scomparse prima di poter denunciare quanto era loro accaduto.
Analizzando lo studio di Euskal Memoria balza subito agli occhi che l’uso della tortura da parte delle forze di sicurezza di Madrid è andato avanti in perfetta continuità dopo la fine ufficiale del regime franchista. Guardia Civil, Policia Nacional, Ertzaintza (la polizia autonoma basca) hanno continuato ad utilizzare gli sperimentati metodi di sempre nonostante il cambio apparente di regime, fino praticamente ai giorni nostri. Spalleggiati e protetti dai loro comandi, dalla magistratura, dalla grande stampa, dal mondo politico trasversale che non ha visto o sentito nulla di particolarmente grave, da destra a sinistra. I più alti obiettivi della ‘lotta contro il terrorismo’, cioè contro le varie manifestazioni della lotta del movimento indipendentista basco, giustificavano ogni mezzo coercitivo, tortura inclusa. Per spezzare il morale e la dignità dei militanti arrestati, ma anche per obbligarli a firmare dichiarazioni di autoincriminazione e di denuncia di presunti complici, che il sistema giudiziario di Madrid continua nonostante tutto a considerare delle prove fondamentali sulla quale basare condanne detentive spesso tombali.
Negli anni, nei decenni, il manuale del torturatore si è arricchito di nuove e più crudeli, ma spesso più sofisticate, pratiche: dalle scariche elettriche ai genitali, al soffocamento con una busta di plastica – “la bolsa” – o con il waterboarding – da quelle parti conosciuto come ‘la bañera’ ben prima che la denuncia di quanto accadeva a Guantanamo rendesse la brutale pratica degna dell’attenzione dei media internazionali; e poi i colpi alla testa, ai genitali, alle piante dei piedi; gli stupri, i palpeggiamenti o gli stupri simulati; le esecuzioni simulate; la privazione del sonno; l’obbligo di rimanere in piedi in posizioni scomode per ore, fino allo sfinimento; falsi racconti sull’arresto e sulla morte di amici e parenti... La concessione alle forze di sicurezza di un periodo di ‘incomunicaciòn’, di isolamento, durante il quale i detenuti per reati di ‘terrorismo’ possono rimanere nelle mani degli aguzzini senza poter comunicare con la famiglia o con un avvocato o con un medico di fiducia, hanno reso molto comodo il lavoro dei torturatori attenti a non lasciare troppe tracce evidenti della loro opera sul corpo delle vittime. Anche se qualche volta il giocattolo è sfuggito di mano all’oliato sistema della violenza di stato e le foto dei volti gonfi per le botte hanno fatto il giro del mondo. Scontrandosi però sempre con la tolleranza, il disinteresse e l’omertà garantiti dal sistema politico, dalla magistratura e dalla stampa mainstream: di torturatori, sul banco degli imputati, se ne sono seduti assai pochi, e per la maggior parte sono stati assolti. Qualcuno di quelli, pochissimi, riconosciuti colpevoli e condannati, è stato poi addirittura graziato e rimandato a fare ‘il suo lavoro’.
E’ per tentare di riportare l’attenzione su questo fenomeno che il Centro di Documentazione della fondazione Euskal Memoria qualche giorno fa ha presentato alla stampa i risultati di uno degli studi più completi che siano stati finora realizzati nello Stato Spagnolo. Uno studio che raccoglie, come detto, più di 5000 casi certificati e documentati. “Finora non era mai stata prodotta una raccolta sistematica delle testimonianze – scrive Euskal Memoria nella introduzione all’imponente documento – ma ora è stato possibile verificare caso per caso le denunce presentate e grazie alla disinteressata collaborazione delle persone coinvolte si è riusciti a conseguire questo importante risultato, che può essere considerato totalmente affidabile”.
Divisi per sesso, i denuncianti sono uomini in 4224 casi e donne nei restanti 798.
Il documento raccoglie inoltre 776 casi in cui i militanti arrestati non furono sottoposti ad alcuna forma di abuso fisico o psicologico particolare, smentendo così la vulgata ufficiale, diffusa dalle autorità per anni, che tutti i militanti baschi arrestati, su suggerimento dell’ETA, denunciavano abusi per mettere lo stato e le sue istituzioni in cattiva luce.
Secondo le statistiche il 46% dei casi di tortura vanno ascritti alla Policia Nacional, e il 42% alla Guardia Civil (la polizia militarizzata), mentre l’Ertzaintza è da ritenere responsabile di 350 casi, il 7% del totale. Nel conteggio sono finiti anche i ‘corpi di sicurezza di altri stati’, responsabili di 199 casi. Per quanto riguarda il contrasto del fenomeno, lo studio riporta che dalla morte del dittatore Francisco Franco, il 20 novembre del 1975, fino al 2014, solo 62 membri delle forze di sicurezza sono stati condannati per tortura dalla magistratura spagnola, e che i governi del PP – destra – e del Psoe – socialisti – hanno concesso l’indulto a 36 degli aguzzini condannati. Al momento, sottolinea Euskal Memoria, nessun membro delle forze di sicurezza condannato per aver utilizzato la tortura sta scontando la sua condanna in carcere.
Fonte
19/01/2015
Paese Basco: retata di avvocati, risposta popolare
Risposta popolare, ieri nella strade di Donostia, alla retata che lunedì scorso ha portato all’arresto di 12 avvocati e di 4 tesorieri e coordinatori delle associazioni dei legali che difendono i militanti della sinistra indipendentista basca e dell’Eta.
All’insegna di uno slogan – “Diritti umani, Pace, Soluzione”, in basco – che cozza duramente con la dura realtà, più di 30 mila persone hanno manifestato sul lungomare della città basca rispondendo all’appello dei sindacati Lab ed Ela, del partito Sortu, delle associazioni Lokarri ed Etxerat, delle organizzazioni giovanili Ernai e Gazte Abertzaleak e di numerose associazioni degli avvocati del Paese Basco. A Donostia anche delegazioni arrivate da altri territori dello stato, in particolare dalla Catalogna.
Durante la marcia alcuni attivisti dell’associazione di solidarietà con i prigionieri politici, Sare, hanno distribuito volantini che contenevano il numero di conto corrente su cui versare eventuali contributi economici per contribuire alle spese sostenute per organizzare la grande marcia di Bilbao, visto che durante la perquisizione della sede nazionale del sindacato Lab, la Guardia Civil ha sequestrato circa 90 mila euro di offerte.
In testa alla manifestazione, accolti da applausi e da centinaia di abbracci, alcuni degli arrestati che hanno recuperato la libertà dopo aver pagato una sostanziosa cauzione ed esser stati denunciati per reati fiscali e “associazione sovversiva finalizzata al terrorismo”.
Al termine del corteo, nel Boulevard di Donostia gli organizzatori hanno denunciato che le operazioni di polizia come quelle di lunedì “aggrediscono un sistema politico e sociale che fa grandi sforzi per sviluppate la pace, la libertà e la democrazia” e si inseriscono in una situazione in cui la politica penitenziaria dello Stato Spagnolo “è messa fortemente in discussione da ambiti politici, giuridici e sociali sempre più vasti” e che “le misure d’eccezione” che si applicano ai prigionieri dell’ETA sottoposti alla dispersione carceraria sono sempre più delegittimate socialmente. Inoltre, negli interventi i portavoce degli organizzatori hanno denunciato che la retata soprannominata ‘Mate’ dai giudici dell’Audiencia Nacional era del tutto evitabile, visto che in manette sono finiti avvocati che lavoravano alla luce del sole e sempre perfettamente localizzabili da parte degli apparati repressivi.
Intanto l’associazione dei familiari dei prigionieri delle varie organizzazioni della sinistra basca – Etxerat – ha denunciato che attualmente sono almeno 10 i prigionieri politici gravemente malati che lo stato si rifiuta di scarcerare, violando così le stesse leggi spagnole e l’articolo 104.4 del Regolamento Penitenziario.
Tra il 2011 – anno in cui l’Eta ha annunciato la fine definitiva delle proprie attività armate, ferme in realtà già da altri due anni – e il 2014 solo due detenuti politici sono stati scarcerati a causa delle loro gravi condizioni di salute. Tra questi il militante dell’Eta Josu Uribetxabarria Bolinaga, morto venerdì scorso all’alba a causa di un tumore e salutato da centinaia di persone nel corso dei funerali celebrati ad Arrasate, dove un corteo ha poi sfilato in solidarietà con i prigionieri politici come d’altronde è avvenuto ieri anche nella città basca francese di Donibane Garazi.
Paradossalmente tra il 2008 e il 2011, quando l’Eta era ancora attiva, le scarcerazioni per motivi di salute erano state 12. In molti casi ai prigionieri politici viene negata parzialmente o del tutto la possibilità di curarsi visto che sono reclusi in carceri dove mancano infrastrutture mediche degne di questo nome o comunque strutture diagnostiche e di cura specialistiche.
Nel 2014 l’associazione medica Jaiki Hadi ha diffuso un documento nel quale chiede esplicitamente che i detenuti politici malati possano accedere in tempi brevi e certi alla cura in strutture sanitarie esterne al sistema carcerario e, quando necessario, previa scarcerazione. I medici hanno denunciato che in molti casi gli interventi degli psicologi vengono filmati e registrati dalle amministrazioni penitenziarie violando il diritto alla riservatezza o addirittura vengono permesse esclusivamente nei parlatori, alla presenza di un cristallo tra medico e paziente, o addirittura viene vietato l’uso della lingua basca.
Fonte
16/01/2015
Democrazia occidentale: retata di avvocati baschi, sedici arresti per terrorismo
Lo Stato Spagnolo non ha mai avuto bisogno di qualche “11 settembre” – anche se certo, le Torri Gemelle e poi la strage alla stazione di Atocha e ora il massacro di Charlie Hebdo hanno fornito un sostanziale aiuto – per portare avanti una “lotta contro il terrorismo” che in realtà è un giro di vite continuo e inesorabile, contro i più elementari diritti politici e civili dei propri cittadini.
Lotta armata o tregua, scontro frontale o negoziato non ha mai fatto alcuna differenza per le istituzioni ereditate dal franchismo. Che l’ETA sia da più di cinque anni inattiva e sul punto di consegnare le armi – manca un ok da parte di Madrid che evidentemente è il governo spagnolo a non voler dare per non perdere un succulente argomento, la “lotta al terrorismo” appunto – non sembra avere alcuna importanza per Mariano Rajoy e i suoi giudici.
Che stamattina, a poche ore dalla grande manifestazione che a Bilbao ha visto scendere in piazza circa 80 mila persone in una marcia che chiedeva, per l’ennesima volta, il rispetto dei diritti dei prigionieri politici – il rimpatrio, la scarcerazione di quelli gravemente malati e di quelli che hanno scontato i tre quarti della pena – hanno ordinato alla Guardia Civil di scatenare una maxioperazione che ha portato all’arresto di almeno sedici persone legate al movimento indipendentista e alle organizzazioni per i diritti umani.
Pericolosi terroristi? Macché, avvocati. Avvocati baschi però, e quindi per le istituzioni spagnole un po’ terroristi come in fondo in fondo lo sono tutti i loro concittadini. L’accusa nei confronti degli arrestati è proprio “appartenenza a organizzazione terrorista”. E poi i giudici hanno aggiunto anche le accuse di "riciclaggio di capitali" e altri reati di natura fiscale.
In certi contesti non serve neanche essere islamici per finire nel mirino di uno stato e dei suoi apparati repressivi.
Stamattina all’alba centinaia di poliziotti hanno letteralmente assaltato decine di abitazioni private e studi legali in diverse città basche (questi ultimi a Iruñea, Hernani e Bilbao) e si sono portati via sedici persone. Tra queste dodici avvocati attivi nella difesa dei militanti della sinistra indipendentista e quattro "tesorieri". Tra coloro che sono finiti in manette, secondo la stampa progressista basca, ci sono Arantxa Aparicio, Aiert Larrarte, Onintza Ostolaza, Ainhoa Baglieto, Atxarte Salvador, Kepa Manzisidor, Jaione Karrera, Ane Ituño, Amaia Izko, Haizea Ziluaga, Eukene Jauregi e Alfontso Zenon.
Tanto per capire dove va lo stato di diritto europeo, al quale quello spagnolo potrà offrire sicuramente utili suggerimenti “post Charlie Hebdo”, da notare che Izko (che è anche una delle portavoci del partito di sinistra Sortu), Jauregi e Ziluaga sono stati arrestati a Madrid dove si trovavano per difendere 35 militanti baschi che a partire da oggi dovevano essere processati dall’Audiencia Nacional. Il passaggio a fine anni '70 dalla dictadura alla dictablanda è stato così indolore che il Tribunal de Orden Publico inventato da Francisco Franco non ha dovuto neanche cambiato il suo indirizzo. I 35 sotto accusa – il processo è stato sospeso vista l'assurda situazione determinata dalla maxiretata – sono tutti dirigenti politici ed ex eletti di Batasuna, del Partito Comunista delle Terre Basche e di Azione Nazionalista Basca, anche loro naturalmente accusati di "appartenenza a organizzazione terrorista".
Mentre scriviamo è arrivata la notizia che gli agenti con i passamontagna hanno anche perquisito la sede di Bilbao del sindacato Lab e da fonti di stampa si apprende che nel mirino della maxioperazione c'è anche Iñaki Goioaga, che però gli agenti non hanno potuto – ancora – arrestare in virtù dell'immunità che gli concede la sua condizione di senatore del Regno.
Dura la denuncia del parlamentare della sinistra basca al parlamento regionale di Gasteiz, e avvocato, Julen Arzuaga, che su Twitter ha scritto: “è una risposta miserabile alle richieste di rispetto dei diritti umani e alle ansie di libertà del nostro popolo”.
Fonte
Lotta armata o tregua, scontro frontale o negoziato non ha mai fatto alcuna differenza per le istituzioni ereditate dal franchismo. Che l’ETA sia da più di cinque anni inattiva e sul punto di consegnare le armi – manca un ok da parte di Madrid che evidentemente è il governo spagnolo a non voler dare per non perdere un succulente argomento, la “lotta al terrorismo” appunto – non sembra avere alcuna importanza per Mariano Rajoy e i suoi giudici.
Che stamattina, a poche ore dalla grande manifestazione che a Bilbao ha visto scendere in piazza circa 80 mila persone in una marcia che chiedeva, per l’ennesima volta, il rispetto dei diritti dei prigionieri politici – il rimpatrio, la scarcerazione di quelli gravemente malati e di quelli che hanno scontato i tre quarti della pena – hanno ordinato alla Guardia Civil di scatenare una maxioperazione che ha portato all’arresto di almeno sedici persone legate al movimento indipendentista e alle organizzazioni per i diritti umani.
Pericolosi terroristi? Macché, avvocati. Avvocati baschi però, e quindi per le istituzioni spagnole un po’ terroristi come in fondo in fondo lo sono tutti i loro concittadini. L’accusa nei confronti degli arrestati è proprio “appartenenza a organizzazione terrorista”. E poi i giudici hanno aggiunto anche le accuse di "riciclaggio di capitali" e altri reati di natura fiscale.
In certi contesti non serve neanche essere islamici per finire nel mirino di uno stato e dei suoi apparati repressivi.
Stamattina all’alba centinaia di poliziotti hanno letteralmente assaltato decine di abitazioni private e studi legali in diverse città basche (questi ultimi a Iruñea, Hernani e Bilbao) e si sono portati via sedici persone. Tra queste dodici avvocati attivi nella difesa dei militanti della sinistra indipendentista e quattro "tesorieri". Tra coloro che sono finiti in manette, secondo la stampa progressista basca, ci sono Arantxa Aparicio, Aiert Larrarte, Onintza Ostolaza, Ainhoa Baglieto, Atxarte Salvador, Kepa Manzisidor, Jaione Karrera, Ane Ituño, Amaia Izko, Haizea Ziluaga, Eukene Jauregi e Alfontso Zenon.
Tanto per capire dove va lo stato di diritto europeo, al quale quello spagnolo potrà offrire sicuramente utili suggerimenti “post Charlie Hebdo”, da notare che Izko (che è anche una delle portavoci del partito di sinistra Sortu), Jauregi e Ziluaga sono stati arrestati a Madrid dove si trovavano per difendere 35 militanti baschi che a partire da oggi dovevano essere processati dall’Audiencia Nacional. Il passaggio a fine anni '70 dalla dictadura alla dictablanda è stato così indolore che il Tribunal de Orden Publico inventato da Francisco Franco non ha dovuto neanche cambiato il suo indirizzo. I 35 sotto accusa – il processo è stato sospeso vista l'assurda situazione determinata dalla maxiretata – sono tutti dirigenti politici ed ex eletti di Batasuna, del Partito Comunista delle Terre Basche e di Azione Nazionalista Basca, anche loro naturalmente accusati di "appartenenza a organizzazione terrorista".
Mentre scriviamo è arrivata la notizia che gli agenti con i passamontagna hanno anche perquisito la sede di Bilbao del sindacato Lab e da fonti di stampa si apprende che nel mirino della maxioperazione c'è anche Iñaki Goioaga, che però gli agenti non hanno potuto – ancora – arrestare in virtù dell'immunità che gli concede la sua condizione di senatore del Regno.
Dura la denuncia del parlamentare della sinistra basca al parlamento regionale di Gasteiz, e avvocato, Julen Arzuaga, che su Twitter ha scritto: “è una risposta miserabile alle richieste di rispetto dei diritti umani e alle ansie di libertà del nostro popolo”.
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01/08/2014
Guerra o pace, i baschi sono sempre un po’ terroristi
Lo Stato Spagnolo ha uno strano concetto di ‘pace’ e di ‘negoziato’. Proprio in questi giorni tutti i media iberici hanno dovuto notare che l’ETA, pronta ormai al disarmo e allo scioglimento, da ben cinque anni non compie più nessuna azione armata. Ma mentre la lotta armata è sepolta, gli apparati dello Stato continuano la loro repressione orizzontale come se nulla fosse, seguitando a mandare in galera militanti e dirigenti politici, giornalisti, attivisti.
L’altro ieri l’Audiencia Nacional – il tribunale politico franchista che ha cambiato solo il nome, neanche la sua sede – ha emesso condanne tra i 15 mesi e i 3 anni di reclusione per 20 dirigenti della sinistra indipendentista basca e il sequestro di ben 111 ‘herriko taberna’ nelle quattro province basche spagnole. Il filone era quello che accusava la sinistra indipendentista – Herri Batasuna e poi Batasuna – di utilizzare le sue sedi associative, sparse in tutto il territorio, per finanziare le attività terroristiche dell’ETA. E così ora i bar del movimento, da anni sottoposti ad amministrazione controllata da parte dei funzionari dello stato per controllare che i proventi di caffè e tortilla non andassero a finanziare l’acquisto di bombe e mitra (!) potrebbero essere chiusi del tutto, determinando un danno economico enorme non solo a Sortu e all’insieme della sinistra basca ma anche ai territori in cui le Herriko Taberna rappresentano da sempre un importante tessuto di socializzazione e di partecipazione culturale oltre che politica, oltre che una fonte di lavoro per alcune centinaia di giovani attivisti.
In molte città a centinaia sono già scesi in piazza contro l’ennesima sentenza punitiva giunta al termine del processo 35/02, e per domani pomeriggio manifestazioni sono state convocate dalla sinistra basca nei quattro capoluoghi di provincia. La tranche in questione dei procedimenti persecutori nei confronti della sinistra indipendentista fu aperta esattamente 12 anni fa dall’allora onnipotente giudice Baltasar Garzón, teorico del ‘tutto è ETA’ e della distruzione fisica, oltre che politica, della sinistra basca. Garzon nel frattempo è caduto in disgrazia vittima di quella Spagna nazionalista e intollerante che ha sempre servito, ma i giudici della sua ex corte hanno creduto – tranne uno, Clara Bayarri – alle accuse della polizia, stabilendo che non solo le coalizioni elettorali della sinistra indipendentista che negli ultimi 30 anni hanno fatto man bassa di voti erano in realtà strumenti dell’ETA per farsi propaganda, ma che i bar e le sedi associative di Batasuna altro non erano che una macchina per far soldi da destinare alle attività clandestine. Le prove non sono servite, e neanche i dubbi di alcuni periti chiamati a testimoniare dall’accusa sono bastati a smontare il teorema precostituito. Le condanne sono state solo un po’ più tenui di quanto sarebbero state qualche anno fa. Che senso ha, giuridicamente parlando, riconoscere che degli imputati – tra loro i massimi responsabili di Batasuna e prima ancora di Herri Batasuna come Joseba Permach, Joseba Alvarez e tanti altri – sono colpevoli di aver finanziato un’organizzazione terroristica e inventato dei partiti politici per servirne gli obiettivi e poi condannare tutti a pene di massimo 36 mesi, tra l’altro in buona parte già scontate in regime di carcerazione preventiva? E’ come ammettere che il processo è stato una farsa, che le accuse sono campate in aria e non hanno alcun fondamento, che si tratta di un’ennesima punizione collettiva che mira a bollare un’intera esperienza politica e sociale come ‘terroristica’ e quindi di natura criminale. Succedeva in tempo di guerra e continua a succedere ora che teoricamente è scoppiata la pace.
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06/10/2013
Euskal Herria disobbedisce, la solidarietà inonda Bilbao
Di cifre ancora non si parla, da quelle parti sono più seri che in Italia nel dare i numeri sulla partecipazione alle manifestazioni. Ma basta guardare le foto e i video che già circolano in rete sulla grande manifestazione che oggi ha inondato il centro di Bilbao per accorgersi che la mobilitazione è stata piena, determinata, capillare. E ha portato in piazza un’enorme folla contro l’ennesima provocazione di Madrid sulla pelle dei prigionieri politici baschi e dei loro familiari andata in scena lunedì quando centinaia di agenti incappucciati hanno assaltato le sedi del movimento popolare Herrira e arrestato 18 tra coordinatori e militanti.
Una grande ovazione e applausi scroscianti hanno accolto poco dopo le 17:30 la partenza del compatto corteo, aperto da un grande striscione che recitava “Tantaz tanta, euskal presoen eskubideen alde’ (“Goccia a goccia per i diritti dei prigionieri baschi”). In prima fila, ad aprire il corteo, volti noti della società basca: il surfista Axi Muniain, il cineasta Juanba Berasategi, gli scrittori Eider Rodríguez, Irati Jiménez, e Lutxo Egia; i musicisti Joseba Tapia, Inés Osinaga e Txerra Bolinaga; la scalatrice Irati Anda, il campione di pelota Oier Zearra, l’attrice Itziar Ituño e altri ancora. Con loro esponenti politici di tutti i partiti della sinistra indipendentista e anche della sinistra federalista, insieme ai dirigenti di tutte le sigle del sindacalismo di classe e ‘soberanista’ che ieri hanno scioperato e dato vita a manifestazioni capillari per denunciare l’ennesima operazione repressiva. Non c’erano dirigenti dei partiti regionalista Pnv e socialista PSE, che però hanno ribadito la loro contrarietà a quello che appare un atto di arbitrio destinato a rendere più difficile il cammino verso la soluzione definitiva del conflitto basco.
Una risposta patente e potente, quella di oggi, alla tesi dell’Audiencia Nacional di Madrid e del Ministro degli Interni spagnolo secondo i quali Herrira, l’associazione di solidarietà con i prigionieri, sarebbe “un tentacolo dell’ETA”. A dimostrare il legame organico, oltre le normali attività del movimento costituitosi circa due anni fa, anche gli 'ongi etorri', le celebrazioni festose di ricevimento popolare organizzate ogni qualvolta un prigioniero politico esce dal carcere e torna alla sua comunità.
Una tesi smentita non solo dal buon senso, dalla realtà e dall’enorme partecipazione alla mobilitazione di oggi, ma anche dallo stessa magistratura speciale ‘antiterrorismo’. Il giudice Eloy Velasco, quello che ha firmato gli ordini di cattura, tra giovedì e venerdì ha smentito sé stesso e la fondatezza delle accuse, visto che ha rimesso in libertà tutti gli arrestati, e solo quattro di loro dietro pagamento di una cauzione. Una vera e propria rivendicazione, data l’infondatezza giudiziaria, del teorema accusativo, e del carattere politico dell’organizzazione che in questi anni ha animato settori crescenti della società basca a mobilitarsi per il rispetto dei diritti minimi dei militanti dell’ex organizzazione armata, e non solo, rinchiusi nelle carceri di Madrid e Parigi. La Spagna sui prigionieri non può e non vuole negoziare: perché continua a utilizzare il tema del contrasto al terrorismo come arma di distrazione di massa nei confronti di una popolazione impaurita da crisi e disoccupazione. E perché una gran parte dell’opinione pubblica spagnola, avvelenata da un nazionalismo reazionario e aggressivo, e già messa in crisi dall’accelerazione del processo indipendentista catalano, potrebbe non sopportare eventuali passi del governo Rajoy (il più a destra che Madrid abbia avuto dalla fine del franchismo) in direzione di una risoluzione negoziale e giusta del tema dei prigionieri politici.
Alla marcia ‘azzurra’ di oggi – dal colore della campagna di solidarietà con i prigionieri ed ora con Herrira – hanno partecipato anche tutti gli arrestati, accolti da ali di folla che non hanno lesinato abbracci e slogan di incitamento. Finché la testa del corteo, dopo aver percorso chilometri di ampie strade del centro della più popolata città basca ancora occupate al grido di ‘Euskal Presoak Etxera’ (Prigionieri baschi a casa) e ‘Herrira Aurrera’ (Avanti Herrira), non è arrivata sulla scalinata del municipio, dove alcuni rappresentanti del movimento popolare hanno letto un breve messaggio che riassumeva le parole d’ordine della mobilitazione, manifestando innanzitutto un totale appoggio a Herrira e ai suoi obiettivi. E chiarendo che l’ordine da parte del tribunale di Madrid sulla sospensione per due anni delle attività di Herrira – i cui dirigenti sono accusati di incitamento al terrorismo, partecipazione e finanziamento di banda armata - rimarrà lettera morta. Ancora una volta, Euskal Herria ha dimostrato che non intende obbedire all’imposizione.
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