Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/02/2026

Torino - Scarcerati i tre arrestati per gli scontri di sabato, il governo va in testacoda

I tre manifestanti arrestati per gli scontri di sabato a Torino hanno lasciato il carcere per essere posti a misure cautelari diversificate.

A decidere in tal senso è stata la giudice Irene Giani che, alla luce delle dichiarazioni rese durante gli interrogatori di garanzia, ha convalidato gli arresti, disponendo però misure cautelari alternative al carcere.

Per il più giovane dei tre, il 22enne Angelo Simionato sono stati disposti gli arresti domiciliari. Gli altri due arrestati, il 31enne Pietro Desideri e il 34enne Matteo Campaner, hanno l’obbligo di presentazione quotidiano alla polizia giudiziaria.

“La montagna repressiva partorisce topolini giudiziari” – commenta l’Osservatorio Repressione che da anni monitora l’escalation autoritaria nel nostro paese – “Dopo giorni di titoli urlati, accuse iperboliche e una campagna politica-mediatica costruita sul mito dell’“emergenza Torino”, arrivano le prime decisioni dei giudici. E raccontano una storia molto diversa da quella agitata dal governo”.

Sugli scontri risultano poi esserci altri 24 indagati sui quali le indagini proseguiranno le prossime settimane. Per ora sono denunce a piede libero per resistenza, violenza a pubblico ufficiale, travisamento, inosservanza ai provvedimenti delle autorità. Tra i reati che potrebbero essere contestati la Procura ipotizza anche quello di devastazione che prevede pene pesanti, ma per ora procedono contro ignoti.

Per i manifestanti scarcerati l’accusa è di resistenza e violenza contro pubblico ufficiale, in un caso vengono aggiunti la rapina in concorso e lesioni. Gli agenti della Digos di Torino hanno riconosciuto uno dei tre, incensurato, dal giaccone rosso che indossava. Viene individuato nel gruppo che colpisce l’agente di polizia ma piuttosto nitidamente si vede che è piuttosto distanziato.

Negli altri due casi non c’è alcuna prova che abbiano colpito i poliziotti. Per uno dei due imputati “Il livello di offensibilità della sua condotta risulta contenuto, visto che nessun agente è stato ferito dalla sua condotta. Serve un presidio cautelare, ma l’obbligo di presentazione quotidiano alla polizia giudiziario è maggiormente adeguato rispetto alla detenzione in carcere, idoneo a costituire un valido monito disincentivante alla reiterazione delittuosa” è scritto nel dispositivo che ha portato alla decisione della scarcerazione sostituita dall’obbligo quotidiano di firma.

“È la dimostrazione plastica dello scarto tra la narrazione repressiva e la tenuta giuridica delle accuse. Se davvero fossimo stati di fronte a un quadro di terrorismo, eversione, devastazione organizzata, le misure cautelari sarebbero state ben altre” – segnala l’Osservatorio – “Invece, mentre i tribunali ridimensionano, la politica rilancia. Perché l’obiettivo non è la giustizia, ma l’intimidazione”.

Contro la decisione della giudice torinese ha subito tuonato Salvini definendola una vergogna, mentre la Meloni domenica aveva addirittura chiesto ai magistrati di procedere per “tentato omicidio”, una accusa contraddetta dalle stesse telecamere e fotografie che ritraevano l’agente di polizia in ospedale coccolato dalla premier ma in ottime condizioni, tanto da essere rapidamente dimesso.

Una “invasione di campo”, quello della Meloni, finalizzato strumentalmente all’ennesimo attacco contro i magistrati e al referendum sulla riforma della giustizia del prossimo marzo.

In secondo luogo per commettere il reato di tentato omicidio, secondo il codice penale, bisogna infatti compiere “atti idonei, diretti in modo non equivoco, a commettere un delitto”. I magistrati torinesi, sulla base dei primi riscontri investigativi, non ipotizzano questo reato. Il servizio televisivo e fotografico apparecchiato dalla Meloni in ospedale con gli agenti “feriti” si è rivelato a tale scopo come un boomerang fattuale.

Di aver esagerato nelle speculazioni sugli scontri di Torino, sembra essersene accorto anche il ministro degli Interni Piantedosi, il quale nelle comunicazioni al Senato ha rettificato non poco il tiro contro chi partecipa alle manifestazioni rispetto al discorso fatto il giorno prima alla Camera. Le affermazioni di Piantedosi sui manifestanti con gli ombrelli come fiancheggiatori hanno suscitato una diffusa ironia, mentre le critiche arrivate al ministro anche da ambienti legati al mondo dell’ordine pubblico devono avergli suggerito maggiore cautela.

L’esecutivo comunque vorrebbe mantenere il suo ruolino di marcia sul nuovo, ennesimo, decreto sicurezza, una misura che – insieme ad altre come i ddl sull’antisemitismo – sembra avere come ossessione repressiva proprio le manifestazioni, ossia quello che rimane l’unico strumento di espressione politica pubblica per chi non dispone di visibilità nei mass media mainstream o nelle sedi istituzionali.

“Quando la repressione non regge nelle aule di giustizia, si sposta fuori: nelle misure preventive, nelle indagini a strascico, nei fogli di via, nei Daspo urbani, negli interrogatori ai minorenni, nella costruzione permanente di un clima di paura” – afferma l’Osservatorio Repressione – “Torino è diventata un laboratorio. Non di sicurezza, ma di governo autoritario del conflitto sociale”.

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19/01/2026

Il tribunale del Riesame di Genova ha scarcerato tre dei palestinesi arrestati a dicembre. Hanoun e altri tre restano in carcere

Comincia a perdere pezzi l’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas. Il tribunale del Riesame di Genova ha accolto la richiesta di scarcerazione di tre degli arrestati nell’inchiesta della Dda sui presunti finanziamenti ad Hamas.

A tornare in libertà sono Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, 52 anni, Raed Al Salahat, 48 anni e Khalil Abu Deiah, 62 anni, difesi dagli avvocati Nicola Canestrini, Samuele Zucchini, Emanuele Tambuscio e Sandro Clementi.

Restano in carcere il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia Mohammad Hannoun, 63 anni, Yaser Mohamed Rmdan Elasaly, 51 anni, Riyad Adbelrahim Jaber Albustanjı, 60 anni e Ra’Ed Hussny Mousa Dawoud, 52 anni.

“Il Tribunale del Riesame di Genova – si legge in una nota diffusa dall’avvocato Nicola Canestrini – ha depositato oggi il dispositivo del provvedimento relativo all’indagine che coinvolge materiale fornito dalle autorità israeliane. Le motivazioni saranno depositate nelle prossime settimane. Dal dispositivo emerge una chiara vittoria sul piano dei principi: per alcuni indagati è stata disposta la scarcerazione, per altri la misura cautelare è stata confermata. In attesa delle motivazioni, pare tuttavia che il Tribunale abbia escluso l’utilizzabilità della cosiddetta ‘battlefield evidence’ di provenienza israeliana, segnando una netta presa di distanza dalla strumentalizzazione giudiziaria di materiali di intelligence militare. Per i profili residui, il Tribunale avrebbe ritenuto di poter valutare separatamente la sussistenza di indizi sulla base di fonti diverse”.

“È un risultato importante: viene affermato che la giustizia non può essere usata come strumento di guerra – commenta Canestrini –. La lotta al terrorismo va combattuta con le regole, non con scorciatoie. Sul resto attendiamo le motivazioni, ricordando che vale per tutti la presunzione di innocenza. La difesa continuerà a vigilare con rigorosa attenzione critica su ogni tentativo di piegare il diritto a logiche militari, riservandosi ogni ulteriore valutazione dopo il deposito delle motivazioni”.

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16/11/2024

Francia - Accolta la domanda di liberazione per Georges Abdallah

Venerdì 15 novembre, il Tribunale per l’esecuzione delle sentenze ha accolto l’undicesima domanda di liberazione condizionata presentata lo scorso giugno dall’avvocato di Georges Ibrahim Abdallah, comunista libanese e combattente della resistenza palestinese. “È una grande vittoria politica e legale ”, ha dichiarato il suo avvocato Jean-Louis Chalanset.

Tra i fondatori delle Fazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi (FARL) dopo l’invasione da parte di Israele del Libano nel 1982, Georges Abdallah fu arrestato nel 1984 a Lione. Fu condannato all’ergastolo nel 1987 per complicità nell’omicidio del colonnello Charles Ray, collaboratore militare presso l’ambasciata statunitense a Parigi, e di Yacov Barsimentov, consigliere dell’ambasciata israeliana, a seguito di un processo politico pieno di irregolarità.

Infatti, un mese dopo la sentenza, nel libro “L’agent noir. Une taupe dans l’affaire Abdallah” (“L’agente oscuro. Una talpa nell’affare Abdallah”), il suo primo avvocato, Jean-Paul Mazurier, rivelava al giornalista Laurent Gally di aver agito per conto dei servizi segreti francesi.

Liberabile dal 1999, da allora il governo francese ha sistematicamente impedito la sua scarcerazione.

Nel 2003, il Tribunale regionale per la libertà vigilata di Pau aveva autorizzato il suo rilascio. Tuttavia, su ordine dell’allora ministro della Giustizia, Dominique Perben, il procuratore di Pau presentò ricorso contro questa decisione facendo pressione affinché Georges Abdallah rimanesse in carcere.

Nel 2013, una richiesta di liberazione condizionale fu approvata dal Tribunale per l’esecuzione delle sentenze; tuttavia, questa era subordinata ad un ordine di espulsione verso il Libano – favorevole ad accogliere Georges Abdallah – che l’allora ministro “socialista” degli Interni, Manuel Valls, rifiutò di firmare.

Nel 2020, qualche giorno dopo l’esplosione nel porto di Beirut, il Presidente francese Macron, precipitatosi in Libano, tentò di ribaltare la situazione, dichiarando che la decisione di firmare spettava solo a Georges Abdallah. Ma cosa avrebbe dovuto firmare? Secondo i desiderata dell’Eliseo, una rinuncia dei suoi ideali politici e della sua militanza portata avanti in questi 40 anni di detenzione.

In virtù della mancata – e impossibile – abiura del suo impegno politico, gli Stati Uniti e Israele hanno sempre fatto pressione sulle autorità francesi affinché impedissero in qualsiasi maniera la liberazione di Georges Abdallah.

Questo venerdì, “il tribunale di esecuzione delle sentenze ha concesso a Georges Ibrahim Abdallah la liberazione condizionale a partire dal 6 dicembre, a condizione che lasci il territorio francese e non vi compaia più”, ha spiegato la Procura nazionale antiterrorismo (Pnat). Questa volta, la decisione del tribunale non è subordinata all’emanazione di un decreto di espulsione da parte del governo.

Tuttavia, il pubblico ministero ha dichiarato di voler già presentare ricorso, ennesima espressione dell’accanimento nei confronti del prigioniero politico da più tempo detenuto in Europa. Una nuova udienza dovrebbe quindi tenersi entro i prossimi mesi.

A poche settimane dalla manifestazione annuale per la liberazione di Georges Abdallah a Lannemezan, fino alle mura del carcere dove è detenuto, e a seguito di un intenso mese di mobilitazione internazionale in occasione dei 40 anni di detenzione, la Campagna unitaria per la liberazione di Georges Abdallah – a cui la Rete dei Comunisti partecipa attivamente – fa appello ad intensificare la mobilitazione e ad ampliare il fronte della solidarietà.

Una lotta strettamente legata a quella contro il genocidio del governo israeliano di Benjamin Netanyahu in Palestina e la criminalizzazione della solidarietà con il popolo palestinese, che nel corso di questo anno ha dimostrato costanza e determinazione, dalle piazze alle numerose prese di posizione de La France insoumise all’Assemblée Nationale.

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10/09/2024

Scarcerati Ali e Mansour, ma Anan Yaesh è ancora in carcere. La montatura contro i palestinesi in Italia perde pezzi

Nell’udienza di ieri, 9 settembre, il tribunale del Riesame dell’Aquila ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare ed ha ordinato l’immediata scarcerazione per Ali Irar e Mansour Doghmosh, due dei tre palestinesi arrestati a marzo all’Aquila insieme ad Anaan Yanesh con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale.

I giudici della Corte d’Appello de L’Aquila a marzo avevano rigettato la richiesta di estradizione avanzata da Israele per Aanan Yaesh per «la concreta possibilità che nelle carceri israeliane venga sottoposto a tortura» ma, il giorno prima dell’udienza, e con macroscopiche forzature procedurali, era scattato un ulteriore mandato di arresto nei confronti di Anan e dei suoi coinquilini, Ali Irar e Mansour Doghmosh, che, per presunte azioni di resistenza nei Territori Occupati, si trovavano da marzo scorso nelle carceri italiane con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale (art. 270-bis c.p.).

A luglio, la Cassazione aveva deciso di annullare la richiesta del mandato di cattura, pur rimandando l’ultima decisione per la loro scarcerazione allo stesso Tribunale del Riesame de L’Aquila che si è pronunciato ieri pomeriggio.

Soddisfazione da parte degli attivisti solidali con i palestinesi avevano manifestato davanti al tribunale dell’Aquila, a sostegno dei tre palestinesi.

A fine udienza, l’avvocato Flavio Rossi Albertini ha commentato che: “Il pubblico ministero ha tentato di integrare le lacune individuate a luglio dalla Cassazione che hanno determinato l’annullamento. Lacune che a nostro giudizio restano tali”.

“D’altra parte il pronunciamento della Cassazione su Ali e Mansour è piuttosto chiaro – ha aggiunto – l’accusa avrebbe dovuto dimostrare una partecipazione attiva in attentati di matrice terroristica, attività che non rientrino nella legittima difesa o nel diritto all’autodeterminazione dei popoli”.

“Tutto quello che possono dire sui miei assistiti – ha concluso – è che ‘forse’ hanno qualche ruolo nella resistenza in Cisgiordania ma questo non è reato in Italia. Diventa reato solo se è configurato come terrorismo, così come definito dalla convenzione di New York nel 1999. O riescono a dimostrare che hanno travalicato quei limiti posti dal diritto internazionale, oppure, in assenza di altre prove, non possono trattenerli”.

Gli attivisti solidali con i palestinesi chiedono ora la scarcerazione anche per Anan Yaeesh. Quest’ultimo è l’unico per il quale, fin da questa estate con l’udienza in Corte di Cassazione, era stata confermata la misura della detenzione in carcere.

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25/06/2024

Julian Assange è uscito dal carcere

Julian Assange fondatore di WikiLeaks è stato scarcerato ieri dalle autorità britanniche. Assange ha lasciato il penitenziario britannico di Belmarsh, ma – tramite il meccanismo del patteggiamento – dovrà proclamarsi colpevole del reato di cospirazione ai fini di ottenere e distribuire illegalmente materiali classificati relativi alla difesa nazionale. I termini dell’accordo di patteggiamento sono contenuti negli atti giudiziari depositati presso un tribunale distrettuale delle Isole Marianne Settentrionali.

Il giornalista infatti non si recherà direttamente in Australia, come inizialmente riferito dai media internazionali, ma dovrà prima comparire di fronte a un tribunale delle Isole Marianne Settentrionali – un territorio incorporato degli Stati Uniti nel Pacifico – per formalizzare l’accordo di patteggiamento con le autorità statunitensi che gli ha consentito di tornare in libertà.

Julian Assange era in attesa di una sentenza dopo più di 13 anni di battaglie legali contro le autorità Usa e britanniche, prima da recluso nell’ambasciata ecuadoriana, e poi da detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh.

Le autorità statunitensi intendevano processare il giornalista ai sensi dell’Espionage Act per la pubblicazione da parte di WikiLeaks di numerosi documenti riservati, i cui contenuti hanno rivelato i crimini di guerra Usa in Iraq e Afghanistan, le attività di spionaggio Usa ai danni dei Paesi alleati e le irregolarità delle primarie del Partito democratico Usa nel 2016. Assange diventato un simbolo della libertà di stampa e di espressione a causa della sua persecuzione per aver denunciato i crimini di guerra statunitensi.

La battaglia legale di Assange è iniziata nel 2010, quando il fondatore di WikiLeaks venne arrestato nel Regno Unito per presunte violenze sessuali in Svezia – rivelatesi infondate – sulla base di un mandato d’arresto spiccato da un tribunale di Stoccolma. Ottenuta la libertà provvisoria e per timore di essere arrestato, il dicembre di quell’anno, Assange si rifugiò nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, sostenendo che le accuse a suo carico fossero un pretesto per estradarlo negli Stati Uniti. Le accuse di stupro infatti vennero presto ritirate, ma Assange trascorse all’interno dell’ambasciata i sette anni successivi, prima di essere arrestato dalle autorità britanniche con l’accusa d’aver violato le condizioni della libertà vigilata che gli era stata concessa nel 2010.

Da allora Assange è rimasto recluso nel famigerato carcere di massima sicurezza britannico di Belmarsh. Durante la detenzione ha sposato la sua ex avvocata Stella Moris.

Nel 2022 le autorità britanniche avevano approvato l’estradizione di Assange negli Usa dopo il parere contrario inizialmente espresso da un giudice sulla base delle precarie condizioni di salute dell’uomo e del presunto rischio di suicidio. La battaglia legale era però proseguita fino alle scorse settimane per evitare l’estradizione negli Stati Uniti.

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15/06/2024

Ilaria Salis è libera. “L’antifascismo è anche una comunità resistente e solidale”

La polizia ungherese ha posto fine alla detenzione e Ilaria Salis ha lasciato gli arresti domiciliari a Budapest dopo che le è stato tolto il braccialetto elettronico.

La richiesta di scarcerazione era stata depositata dal suo avvocato ungherese Gyorgy Magyar subito dopo la sua elezione come eurodeputata con Alleanza Verdi Sinistra ed è stata scarcerata dalla detenzione domiciliare.

Quanto prima dovrebbe rientrare in Italia, da libera e nonostante il gran rodimento di culo della destra e dei fascisti italiani e ungheresi. In particolare la stampa di destra sta conducendo una campagna contro Ilaria Salis arrivando ad annunciare già adesso la richiesta di revoca dell’immunità parlamentare e il pignoramento dello stipendio da europarlamentare.

“In un quadro tendente al nero in mezzo continente – in Francia, Germania, Austria, ma anche Italia (solo che da noi c’eravamo arrivati prima) – queste elezioni europee ci restituiscono anche il motivo di un sorriso: l’elezione di Ilaria Salis!” – commenta il portavoce nazionale di Potere al Popolo Giuliano Granato – “Perché, come ha scritto Alessandro Robecchi, “un’antifascista che esce di galera è sempre una buona notizia”. Orgoglioso che la comunità di Potere al Popolo abbia contribuito al risultato!”.

Qui sotto il post con cui Ilaria Salis ringrazia chi si è mobilitato per la sua liberazione

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“Non riesco ancora a crederci né a descrivere la mia emozione. Non potrò mai ringraziare abbastanza tutte le persone che mi hanno sostenuto con il loro voto.

Il mio primo pensiero va a tutte le persone detenute in Italia e all’estero e ai loro diritti. A chiunque combatte per la libertà e l’uguaglianza e si trova a subire ingiustizie.

L’antifascismo, oltre che un valore umano e una prospettiva politica, è anche una comunità resistente e solidale.

Abbiamo dimostrato che la solidarietà non è uno slogan vuoto, ma qualcosa di concreto e tangibile. Una potenza che, se ci crediamo e se vogliamo, può davvero migliorare il mondo.

Mentre le destre radicali avanzano in tutta Europa è necessario battersi per cambiare radicalmente lo stato di cose presenti. Io sono pronta per fare la mia parte.

Questa forza collettiva e coraggiosa che si è manifestata nei miei confronti, dobbiamo essere capaci di rafforzarla e diffonderla ovunque, in Italia, in Europa e nel mondo intero!”

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15/05/2024

Ilaria Salis ai domiciliari, per ora

Accolto il ricorso, Ilaria Salis va ai domiciliari a Budapest. Il ricorso era stato presentato dai legali di Ilaria Salis contro la decisione del giudice Jozsef Sós che nell’ultima udienza del 28 marzo le aveva negato i domiciliari sia in Italia che in Ungheria. In appello, la richiesta è stata invece accolta e quindi la 39enne attivista milanese potrà lasciare il carcere a Budapest dove si trova da oltre 15 mesi con l’accusa di aver aggredito dei militanti di estrema destra.

Il provvedimento, che prevede il braccialetto elettronico, diventerà esecutivo non appena verrà pagata la cauzione prevista dal tribunale.

“Ilaria Salis avrà il braccialetto elettronico e prima della liberazione dovrà pagare una cauzione di 40mila euro al tribunale“. Lo dice all’AGI l’avvocato Mauro Straini che assieme al collega Eugenio Losco si occupa del caso della donna italiana detenuta a Budapest.

“Ilaria Salis andrà ai domiciliari in casa di una privata cittadina“, riferiscono fonti legali. Il prossimo appuntamento è per l’udienza del 24 maggio, dove il Cred (Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia) sarà presente con sei giuristi.

Tirano su l’orgoglio di lista quelli dell’Alleanza Verdi e Sinistra, il cui rappresentante nel gruppo Misto di Palazzo Madama, Peppe De Cristofaro, consegna a Facebook il messaggio: “Candidare Ilaria Salis nelle liste di Avs per le Europee è stata la scelta giusta. La dimostrazione che era necessario accendere i riflettori sulla vicenda perché si arrivasse a un esito conforme allo stato di diritto. Quello che si è rifiutato di fare il governo Meloni per mesi per non disturbare l’amico Orban, o più semplicemente perché la destra la sentenza sulla Salis l’aveva già emessa. Felice per la sua prossima scarcerazione, ennesima vergogna per il nostro esecutivo“.

“Questo risultato si deve innanzitutto alla tenacia e alla determinazione della famiglia – affermano Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni – e di tutti coloro che invece di stare in silenzio si sono battuti e continueranno a farlo per i diritti di Ilaria e di tutti noi. Siamo felici e ancora più convinti della nostra scelta di candidare Ilaria nelle nostre liste“.

“Ora dopo questa prima vittoria, così importante per lei e tutti noi, vogliamo riportarla in Italia e poi a Bruxelles come Parlamentare europea perché la questione del rispetto dei diritti in Europa diventi una questione pienamente politica“, concludono.

Ricordiamo che Potere al Popolo, assente alle elezioni europee per l’impossibilità di trovare un accordo politico serio con altre liste, ha deciso di riservare ad Ilaria i suoi voti, proprio per rendere possibile la sua liberazione totale, grazie all’immunità parlamentare.

C’è da dire che la “politicizzazione” della sua vicenda, al contrario di quanto blaterava Antonio Tajani, ha in definitiva favorito la sua scarcerazione, mostrando un paese intero al suo fianco, mentre il governo Meloni bofonchiava.

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21/12/2023

Liberato il diplomatico venezuelano Alex Saab

Il governo del Venezuela ha confermato mercoledì la liberazione del diplomatico Alex Saab, che è stato estradato negli Stati Uniti nell’ottobre 2021 da Capo Verde, dopo il suo arresto e un processo contro di lui, definito dalla sua difesa come illegale. Saab è già in territorio venezuelano.

In un comunicato, il Ministero degli Esteri di quella nazione ha festeggiato con gioia la liberazione e il ritorno in Patria del diplomatico, che era detenuto ingiustamente in una prigione negli Stati Uniti dopo essere stato incarcerato ingiustamente.

“La popolazione lo accoglie con orgoglio dopo aver sofferto tre anni e mezzo di detenzione illegale sotto trattamenti crudeli, inumani e degradanti, violando i suoi diritti umani e la Convenzione di Vienna che gli conferisce l’immunità diplomatica“, continua il testo.

Il Ministero degli Esteri ha definito Saab “vittima della rappresaglia del governo degli Stati Uniti per i suoi eccezionali sforzi internazionali nella protezione dei diritti sociali di tutti i venezuelani, di fronte all’inasprimento delle misure coercitive unilaterali“.

Ha qualificato la sua liberazione come “simbolo di vittoria della Diplomazia Bolivariana di Pace e delle migliaia di manifestazioni di solidarietà espresse da tutto il mondo da parte di movimenti sociali, intellettuali, artisti e altri combattenti per la giustizia“.

Tra le altre cose, la dichiarazione del Ministero degli Esteri ha espresso riconoscimento per “il coraggio e la dignità di sua moglie, dei suoi figli e dei familiari, che lo hanno accompagnato in ogni momento nella denuncia e nella speranza per la sua liberazione“.

Il Ministero degli Esteri ha aggiunto: “Oggi si spezza il legame di questa ingiustizia che ci obbliga a riaffermare ancora una volta l’esigenza unanime di tutta la Venezuela affinché cessi in modo definitivo, immediato e incondizionato il blocco criminale che il governo degli Stati Uniti impone contro l’intero popolo venezuelano“.

L’estradizione di Saab negli Stati Uniti era stata denunciata dal governo venezuelano e da organizzazioni internazionali come un sequestro, con la complicità delle autorità di Capo Verde in quel momento. Il diplomatico si trovava in una missione umanitaria, agendo come inviato speciale del Venezuela, quando è stato arrestato il 12 giugno 2020 in quel paese africano, dopo una breve sosta per rifornirsi di carburante.

Oltre a gestire gli approvvigionamenti alimentari, Saab promuoveva iniziative per la spedizione di medicinali, un altro settore in cui le misure coercitive unilaterali hanno causato gravi danni, anche in mezzo alla pandemia di Covid-19, e faceva sforzi per superare le restrizioni illegali e portare carburanti in Venezuela.

Nell’analizzare il suo caso, esperti di varie organizzazioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite, hanno affermato che ci sono state flagranti violazioni dei principi del Diritto Internazionale vitali per lo svolgimento delle attività diplomatiche, come:

1) La figura dell’agente diplomatico, stabilita dalla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche.

2) Il diritto di comunicare con funzionari consolari e la debita consegna di informazioni alle autorità, stabilita dalla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Consolari.

3) Violazione dei diritti di una persona internationalmente protetta. Anche le autorità di Capo Verde all’epoca hanno ignorato la sentenza del Tribunale della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO), che ha ordinato a quel paese, in due occasioni, di liberarlo con effetto immediato, porre fine ai procedimenti per estradarlo negli Stati Uniti e risarcirlo per i gravi danni morali subiti durante la sua detenzione illegale. Nonostante l’attacco brutale a Saab fosse stato compiuto sapendo che era un agente diplomatico, gli Stati Uniti hanno supportato tali atti attraverso una dannosa campagna informativa.

Contemporaneamente dieci americani che erano detenuti in Venezuela sono stati liberati e stanno tornando a casa. Lo ha annunciato il presidente Joe Biden.

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01/10/2023

Scarcerato Khaled El Qaisi ma non può partire per l’Italia

Khaled El Qaisi è stato scarcerato. Lo hanno deciso i giudici israeliani della corte di Rishon Lezion. Lo studente italo-palestinese arrestato lo scorso 31 agosto al valico di Allenby, dovrà rimanere a Betlemme, pare presso uno zio che si è offerto come garante, e per almeno una settimana non potrà lasciare il Paese. Le indagini israeliane sul suo conto quindi non sono concluse e per la sua liberazione sarà pagata una cauzione, ha precisato la moglie Francesca Antinucci.

“Non si tratta di arresti domiciliari ma che fino all’8 ottobre c’è divieto di espatrio e obbligo di restare a disposizione delle autorità giudiziarie”, ha precisato Antinucci. I familiari ancora non riescono a contattare Khaled.

Il 31 agosto assieme alla moglie e al figlio Kamal di 4 anni, Khaled, al termine di un periodo di vacanza a Betlemme, stava attraversando il valico verso la Giordania diretto ad Amman da dove un paio di giorni dopo tutta la famiglia sarebbe rientrata a Roma. Al controllo bagagli fu improvvisamente ammanettato e portato via senza spiegazioni. Non si è mai saputo nulla sui motivi dell’arresto che restano oscuri.

“Accogliamo con ottimismo la decisione di scarcerare Khaled, che tuttavia resta per altri sette giorni a Betlemme, a disposizione delle autorità inquirenti israeliane. Speriamo che al termine di questi sette giorni, e dopo un mese di carcere senza sapere perché, questa storia finisca presto e bene. La mobilitazione di queste settimane è stata importante nel portare attenzione sulla storia di Khaled, ma dobbiamo continuare a fare pressioni, perché comunque le indagini andranno avanti. Ci auguriamo che presto Khaled possa tornare in Italia” scrive Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International.

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15/08/2022

Crolla il teorema della Procura di Piacenza, scarcerati i sindacalisti USB e Si Cobas

Il tribunale del riesame di Bologna ha ordinato questa mattina la scarcerazione dei sei compagni, due USB e quattro Si Cobas, posti agli arresti domiciliari in seguito all'inchiesta/teorema della Procura di Piacenza sull'attività sindacale nel settore della logistica.

Cade di fatto il reato di Associazione per delinquere per tutti gli imputati. I sei dirigenti sindacali scarcerati oggi dovranno però sottoporsi all'obbligo della firma tre volte a settimana. Il giudice si è riservato il deposito del dispositivo entro 45 giorni e solo dopo questo atto sarà possibile ricorrere in Cassazione per chiedere la revoca anche dell'obbligo di firma.

USB esprime soddisfazione per l'esito favorevole del riesame ma mantiene inalterato il giudizio sul gravissimo operato della Procura di Piacenza e mantiene alta la mobilitazione per fermare questo attacco gravissimo al sindacalismo conflittuale e di classe.

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03/07/2020

Francia - Rilasciato il prigioniero basco Josu Urrutikoetxea

La Corte d’appello di Parigi ha autorizzato il 1° luglio il rilascio – ma “sotto controllo giudiziario” – del prigioniero politico basco Josu Urrutikoetxea, che potrà aspettare fuori dal carcere l’esito del processo in corso. Gli avvocati di colui che ha letto l’ultimo comunicato firmato dall’ETA, il 3 maggio 2018, hanno difeso la quarta richiesta di rilascio in attesa del processo, alla quale stavolta il procuratore non si è opposto.

Josu Urrutikoetxea, meglio conosciuto come Josu Ternera, è stato a lungo militante e membro della formazione basca ETA. Ricercato in Spagna dal 2002, Josu è stato condannato in contumacia a otto anni di carcere dal Tribunale penale di Parigi nel 2017 per “partecipazione ad associazione criminale terroristica”.

Il 16 maggio 2019, Josu Urrutikoetxea viene arrestato a Sallanches (Alta Savoia) in un ospedale pubblico mentre era in cura d’emergenza per una grave malattia. Incarcerato il giorno seguente al Centre Pénitentiaire de la Santé di Parigi, Josu potrebbe uscire definitivamente dal carcere al più tardi per la fine di luglio.

La famiglia di Josu ha confermato che il rilascio avrà luogo una volta confermato l’indirizzo dove risiederà e predisposto il dispositivo di controllo telematico. Il processo tecnico deve essere completato entro il 20 luglio ed entro il 29, se tutto va bene, il tribunale ratificherà la decisione di liberarlo. Josu Urrutikoetxea dovrà indossare un braccialetto elettronico: la sua libertà di movimento sarà limitata e potrà lasciare la casa dove alloggia in determinati orari.

Una richiesta di rilascio era stata rigettata ad aprile, nel pieno della pandemia, quando le autorità hanno rifiutato il suo rilascio data la sua età avanzata (70 anni) e diverse malattie croniche che lo hanno esposto pericolosamente al rischio di contagio da Covid-19.

Una decisione che ha rischiato di essere una potenziale condanna a morte, soprattutto per lo stato di salute aggravatosi dopo un intervento chirurgico effettuato con tre mesi di ritardo, e contro la quale si sono sollevate 125 personalità internazionali impegnate nel processo di pace nei Paesi Baschi e non solo.

La Procura, che ieri ha accettato il rilascio in libertà vigilata, in passato non solo aveva presentato ricorso contro tale decisione, ma anche, come denunciato a posteriori dalla difesa di Urrutikoetxea, aveva fatto appello alla Direzione Generale della Sicurezza Interna affinché, sotto le pressioni delle autorità spagnole, Josu fosse trattenuto in carcere, senza se e senza ma.

Nell’udienza che ha predisposto il rilascio, la Corte d’Appello ha chiarito che non consegnerà Josu alle autorità spagnole, le quali vorrebbero processarlo per “crimini contro l’umanità” in relazione all’attacco dell’ETA a Barajas nel 2006, nel quale hanno perso la vita due cittadini latinoamericani.

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17/06/2020

Chi ha paura “dell’uomo nero”? Carminati esce dal carcere

Partiamo dalla cronaca. Massimo Carminati ha lasciato il carcere di massima sicurezza di Massama, a Oristano, ed è tornato libero. Dopo essere stata rigettata tre volte, da parte della Corte d’Appello, l’istanza di scarcerazione per scadenza dei termini di custodia cautelare, presentata dagli avvocati Cesare Placanica e Francesco Tagliaferri, è stata accolta dal Tribunale della Libertà. Carminati esce dal carcere dopo aver scontato 5 anni e 7 mesi di detenzione, gran parte dei quali in regime di 41 bis.

Carminati si trovava a Massama dal 2017, trasferito dal carcere di Parma.

“Deve ritenersi che in relazione ai due capi di imputazione (capo 2 e 23 del secondo decreto di giudizio immediato) il termine complessivo massimo di custodia cautelare è scaduto, con la conseguenza che va disposta la scarcerazione dell’appellante”, scrivono i giudici. “In definitiva – aggiungono – non può dirsi che nel procedimento in esame siano sospesi i termini di durata della misura cautelare, trattandosi dì procedimento rientrante tra quelli per i quali non opera la sospensione”.

Carminati è stato condannato dal tribunale di Roma come capo di una associazione a delinquere – l’aggravante mafiosa è caduta – che ha condizionato gare d’appalto a Roma tra il 2011 e il 2015, corrompendo imprenditori, funzionari pubblici, esponenti politici.

Passiamo alle considerazioni oggettive su questo caso.

Chi sia, cosa abbia fatto e cosa rappresenti Massimo Carminati non ha bisogno di troppe spiegazioni. La sua storia è nota.

Quante siano le ragioni per le quali non avremmo alcuna indulgenza verso Carminati sono scritte sulle pagine di questo giornale e nella storia del conflitto politico in questo paese da anni. L’antifascismo militante e lo squadrismo neofascista si sono reciprocamente combattuti in una stagione di scontro frontale che non rinunciamo a rivendicare ancora oggi. Per dirla semplice, Carminati e il suo mondo sono un nostro nemico storico.

Ma l’accanimento forcaiolo al quale stiamo assistendo in queste ore contro la scarcerazione di Carminati ci appare insopportabile quanto i fascisti, anzi per molti aspetti, anche se con soggetti diversi, hanno l’identica “cultura politica”.

Una cultura che non c’entra nulla neppure con la sbandierata “civiltà liberale” perché – in tema di giustizia ed espiazione della pena – non rispetta più neanche i fondamenti del diritto borghese.

Per esser chiari. Delle due l’una: o esistono codici e leggi validi erga homnes, oppure ogni individuo viene processato con un codice ad personam, indipendente dai reati effettivamente commessi e per cui si viene giudicati.

A voler essere onesti, occorre riconoscere che molte nuove e vecchie leggi di polizia non vanno lontano da questa logica aberrante, legando misure di restrizione delle libertà al soggetto e non ai reati commessi. Ma questo approccio “creativo” molto spesso, nei tribunali, ha dovuto fare i conti con le leggi ancora esistenti. E in tribunale si deve essere giudicati sulla base dei reati e delle prove che lo dimostrano.

Se le stessi leggi prevedono termini temporali per la custodia cautelare, proporzionati oltretutto alla pena prevista dal codice per i reati in discussione (tempi lunghissimi per i reati gravi, più brevi per quelli “intermedi” e minori), queste leggi non possono essere “sospese” in base alla notorietà mediatica dell’individuo cui si applicano.

Altrimenti si entra in un altro “universo giuridico”, in cui il “fine pena” viene determinato dall’essere “famoso” o meno.

I tre processi su “Mafia Capitale” hanno alla fine escluso la dimensione mafiosa dell’organizzazione certamente criminale di cui Carminati era il dominus riconosciuto (persino da lui!).

E come i nostri lettori ricorderanno, il nostro giornale sin dall’inizio ha sollevato parecchi dubbi sulla possibilità di attribuire il carattere “mafioso” a quella associazione a delinquere.

Non solo. Abbiamo anche denunciato fin da subito come dall’inchiesta su appalti e malaffare a Roma, ossia da “Mafia Capitale” fossero venute fuori solo “petecchie” (poca roba, minuzie…) rispetto a tutto quello su cui si sarebbe dovuto e potuto indagare. E dire che anche quelle minuzie sono state sufficienti a demolire buona parte del sistema politico romano (dal “clan Alemanno” al Partito Democratico), spianando la strada al successivo trionfo dei Cinque Stelle (su cui sarà bene stendere una pietosa lapide).

E ancora. Abbiamo scritto e documentato ampiamente le responsabilità di Carminati nella sua lunga carriera di “uomo nero”, cioè di quella rete di fascisti strettamente connessi con il lavoro sporco del deep state e della criminalità. A partire da quella rapina notturna nella banca del Tribunale di Piazzale Clodio – uno dei palazzi più blindati della Capitale – che poteva essere portata a termine solo con complicità elevate nei vertici militari e per cui furono indagati solo alcuni “carabinieri semplici”.

Abbiamo però quasi l’impressione che il “mondo di sopra” abbia scelto di far concentrare l’attenzione pubblica – soltanto ora – sul solo Carminati, per meglio lasciar lavorare i suoi simili. Sacrificarne uno per salvarne altri cento, insomma.

In definitiva, ci sono tonnellate di motivi per considerare uno come Carminati come un nemico da sempre, a tutti i livelli e senza sconti. Ma, torniamo a ripetere, questa gazzarra forcaiola contro la sua scarcerazione avvenuta sulla base delle leggi esistenti, la troviamo francamente nauseante e irricevibile.

Se non altro perché la vediamo all’opera da decenni contro tanti compagni, ancora prigionieri o precariamente liberi. E non ci basta davvero vedere un fascista nelle stesse condizioni per sentirci “sollevati” o condividere il forcaiolismo di Stato.

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09/11/2019

Brasile - Lula è libero! Paese in festa

Lula Da Silva è libero! La corte Suprema accetta la linea della difesa e scarcera l’ex presidente del Brasile, arrestato con false accuse per impedirgli di vincere le elezioni poi finite nelle mani di Bolsonaro.

Che ora comincia a tremare...

La Corte Suprema aveva infatti annullato con 6 voti favorevoli e 5 contrari una precedente sentenza che richiede che i condannati vadano in prigione dopo aver perso il primo appello, aprendo la strada anche alla sua scarcerazione e di altri 5mila detenuti. In Brasile, come in Italia, una condanna diviene definitiva solo dopo la sentenza di Cassazione; anche se Rio de Janeeiro ha un grado di civiltà giuridica superiore a quella italiana, visto che non prevedere l’ergastolo (e tanto meno “ostativo”).

Il voto decisivo è stato quello del presidente del massimo tribunale brasiliano, Antonio Dias Toffoli, nominato peraltro dallo stesso Bolsonaro (evidentemente la legge non gli lasciava alternative).

Il permesso di rilascio è stato firmato dal giudice Danilo Pereira Junior, titolare del 12° Tribunale federale di Curitiba, ed è stato inviato venerdì alle 16:15. Una folla si è subito radunata fuori dal carcere, in attesa dell’uscita.

Lula è stato un prigioniero politico esattamente per 580 giorni, dal 7 aprile 2018, dopo la condanna del Porto Alegre nel processo triplex di Guarujá. Dopo una serie di persecuzione e “accelerazione” del suo processo, una decisione del Supremo alla fine ha portato alla sua libertà.
Direto de Curitiba: Lula Livre!

Pubblicato da Lula su Venerdì 8 novembre 2019
Secondo il giornalista Marcelo Auler, che si trova a Curitiba, la polizia federale era già stata informata da Pereira Junior che Lula avrebbe dovuto lasciare il PF oggi.

Il leader del PT raccomanda tranquillità. “Continuiamo con calma, come lo è il presidente, ed evitiamo le provocazioni che potrebbero derivare dal clima di odio ed estremismo di destra, per non rovinare questo momento di gioia, di una fase passata nella ricerca della difesa della democrazia e della giustizia per Lula. Continuiamo su questa strada per la piena libertà di Lula con l’annullamento di condanne ingiuste contro di lui“.

È uscito dalla prigione con il pugno alzato, promettendo di “continuare a lottare per il popolo brasiliano”, stringendo mani e abbracciando uno per uno i suoi sostenitori, alcuni in lacrime, che lo attendevano davanti alla Soprintendenza di Curitiba da 580 giorni.

L’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha varcato nel pomeriggio, accolto da un mare di folla, la soglia della prigione dove si trovava agli arresti dal 7 aprile 2018 con l’accusa di corruzione e riciclaggio di denaro nell’ambito dell’inchiesta Lava Jato, considerata la Mani Pulite verdeoro e guidata da un magistrato, Sergio Moro, addestrato negli Usa e premiato poi da Bolsonaro con la nomina a ministro della Giustizia.

L’ordine di scarcerazione è arrivato a tempo di record. L’ex presidente del Brasile ne era così sicuro che già in mattinata aveva annunciato “un grande discorso alla nazione” una volta fuori. Ha inoltre dichiarato che avrebbe lasciato la prigione “più a sinistra” di quando vi era entrato.

Ha accusato la giustizia, la polizia e lo Stato brasiliano di aver tentato di “criminalizzare” la sinistra per i 580 giorni in cui è stato imprigionato per una condanna per corruzione.

“Avevo bisogno di resistere per combattere contro il lato marcio dello Stato, della Polizia federale, della Procura della Repubblica, della Giustizia. Hanno lavorato per criminalizzare la sinistra, Lula e il Partito dei Lavoratori”.

Leader indiscusso del Partito dei lavoratori, da lui co-fondato, Lula conquista la presidenza con un programma di economia sociale che, secondo le stime ufficiali, ha sottratto 29 milioni di persone alla povertà.

Approfondimenti:

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/06/11/il-golpe-contro-lula-la-prove-documentali-sono-ora-pubbliche-011629177 http://contropiano.org/documenti/2019/06/12/complotto-contro-lula-il-dossier-de-the-interceptor-011633274

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/11/03/brasile-il-giudice-che-ha-incarcerato-lula-entra-nel-governo-bolsonaro-0109082

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/04/09/brasile-dietro-larresto-di-lula-lombra-delle-oligarchie-economiche-0102702

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/04/08/la-detenzione-di-lula-prosegue-il-golpe-del-2016-made-in-usa-0102660 http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/02/22/caos-nel-brasile-perche-condannato-lula-0101156

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2017/07/16/lattacco-al-pt-golpe-la-mia-condanna-intervista-lula-094001

Fonte

17/10/2018

Mimmo Lucano è libero, ma fuori da Riace

Una decisione attesa, ma col veleno nella coda. Il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria ha revocato poco fa gli arresti domiciliari a Mimmo Lucano, il sindaco di Riace arrestato lo scorso 2 ottobre per “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

I giudici del Riesame hanno infatti accolto solo parzialmente il ricorso degli avvocati di Mimmo, Antonio Mazzone e Andrea D’Aqua, che avevano chiesto l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare.

Gli arresti domiciliari sono stati sostituiti dal divieto di dimora nel Comune. Il provvedimento è stato subito notificato a Mimmo Lucano e alla sua compagna Tesfahum Lemlem. Un sindaco col Daspo non si era ancora visto, ma con questo governo – che parte della magistratura mostra di temere – tutto è possibile. Si attendono con ansia gli asini che volano...

Mimmo Lucano è insomma di nuovo un uomo completamente libero, ma l’unica cosa che gli viene vietata è esercitare la funzione per cui è stato eletto (lo farà per telefono, ma non si fermerà...). Che è poi l’unico obbiettivo che Minniti e Salvini volevano da sempre.

Non a caso negli ultimi giorni, oltre all’arresto, è arrivato anche lo stop ai contributi pubblici previsti dal piano Sprar, sempre ad opera del “ministero dell’Interno” (ossia Salvini), senza i quali la sopravvivenza del “modello Riace” diventa molto più difficile.

Anche dopo questo attacco Mimmo non ha fatto marcia indietro. “Non voglio avere a che fare con chi non ha fiducia e con questo governo che spesso non rispetta i diritti umani. Sono fiducioso nella scarcerazione, se esiste il diritto. E’ talmente distante quello che ha detto l’avvocato, che ha sviluppato come si è svolta la vicenda Riace arrivando poi agli argomenti alla base di queste misure fatte a me, e quello che ha detto il pm. C’è un abisso. Riace rappresenta un’idea che va contro la civiltà della barbarie. Anche senza contributi pubblici andiamo avanti lo stesso, da soli, perché negli anni abbiamo costruito dei supporti all’integrazione che oggi fanno la differenza. Faremo, non uno Sprar, ma un’accoglienza spontanea così com’era cominciata, senza soldi pubblici”.

“Quando si parla di uno degli argomenti che mi sono contestati dal Viminale, quello degli affidamenti diretti, il prefetto Morcone non si doveva dimenticare di quando, nel 2008, voleva portare 400 persone a Riace. Al prefetto dissi che Riace aveva 500 abitanti nella parte alta. In ogni caso ho avuto un rapporto cordiale con il Capo dipartimento Morcone. Però il 26 agosto 2008, quando ha telefonato a Riace, mentre altri comuni come Milano davano la disponibilità per 20 posti, noi ci siamo riuniti in vari comuni ed abbiamo dato la disponibilità di 300 posti. Il 26 agosto ci hanno telefonato ed il 28 agosto sono arrivati i pullman. Come facevamo a non fare gli affidamenti diretti alle coop o agli enti gestori. E adesso me lo contestano”.

Le motivazioni della sentenza arriveranno tra qualche settimana, ma è evidente che i giudici del riesame hanno condiviso la valutazione fatta a suo tempo dal Gip, che aveva annullato 14 capi di imputazione su 15: “Vaghezza e genericità del capo d’imputazione”.

Ma non hanno voluto prendersi la responsabilità di demolire completamente il castello accusatorio – e soprattutto il “fumus” del sospetto sulla testa di Mimmo – messo in piedi contro un sindaco che (caso abbastanza raro) le stesse carte dell’accusa ritengono “uno che non si è messo in tasca un centesimo”.

Forse per questo l’hanno arrestato.

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06/10/2017

Torino. Manifestare in piazza non è ancora un reato

In un crescente e isterico clima da stato di polizia, in cui anche le regioni amministrate dalla destra concorrono a voler colpire le libertà politiche, colpiscono invece le motivazioni del giudice di Torino che ha portato alla scarcerazione di due compagni arrestati la sera della manifestazione contro il vertice del G7 a Torino, arrestati a corteo concluso da tempo e sulla base della “flagranza differita”.

“La semplice presenza alla manifestazione anche durante gli scontri, essendo espressione del libro esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, non integra gli estremi di alcun reato”. E’ sulla base di questa valutazione che il gip Irene Gallesio, del tribunale di Torino, ha scagionato Andrea Bonadonna, noto attivista del centro sociale Askatasuna, dall’accusa di violenza a pubblico ufficiale durante gli scontri di Venaria reale in occasione del G7.

Andrea Bonadonna è stato scarcerato e sottoposto all’obbligo di dimora solo per essersi avvicinato agli agenti che stavano bloccando un dimostrante. E’ accusato di resistenza di lesioni a due poliziotti, la cui prognosi è di 7 e di 8 giorni. Andrea Bonadonna, arrestato la sera di sabato, ha fornito la sua versione sull’accaduto (voleva difendere un dimostrante bloccato a terra da due sconosciuti in borghese, e non ha picchiato nessuno), ha negato di avere preso parte agli scontri o al lancio di petardi contro le forze dell’ordine e il giudice gli ha dato ragione.

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04/10/2017

Scarcerati Andrea e Anthony, arrestati sabato a Torino


Ore 13.45 Giunge ora una bellissima notizia. I due compagni arrestati sabato a Torino, durate e dopo la manifestazione contro il G7 “sul lavoro”, sono stati appena scarcerati.

Entrambi i compagni, Andrea e Antony, sono stati liberati con obbligo di dimora, rispettivamente a Bussoleno e Pesaro.

“Crolla miseramente il castello costruito da Digos e giornali”, commenta il centro sociale Askatasuna ieri, 3 ottobre, quando il primo dei due compagni, Andrea, è stato scarcerato.

Oggi giunge anche la seconda scarcerazione. “Ancora una volta la solidarietà” scrive lo spazio popolare MalArlèvet di Pesaro, “la lotta e i legami che vi si intrecciano non hanno lasciato indietro nessuno. Agli sciacalli da tastiera, alle guardie e ai pennivendoli da questura dedichiamo una fragorosa risata... resta intatta la rabbia e la determinazione a ribaltare lo stato di cose presenti... Nessuna paura, uniti si vince! Bentornato ragazzo!”

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