Il Giudice dell'Udienza Preliminare del Tribunale di Piacenza affossa il teorema questurino della Procura della Repubblica che nel 2022 aveva mandato agli arresti domiciliari un nutrito gruppo di sindacalisti di USB e Sicobas accusati di organizzare scioperi nella logistica con l'unico scopo di farsi propaganda per accrescere il numero degli iscritti.
Secondo questa interpretazione le multinazionali del trasporto merci divenivano quindi le vittime indifese di una vera e propria associazione a delinquere che agiva scioperi inutili e ingiustificati solo per farsi pubblicità e tessere.
Già il Tribunale del riesame di Bologna aveva ridicolizzato l'opera dell'allora PM piacentino assolvendo i sindacalisti che però la Procura piacentina aveva pervicacemente inteso criminalizzare e rinviare nuovamente a giudizio.
Ora la vicenda si conclude con l'ennesima assoluzione.
Le motivazioni della sentenza verranno rese pubbliche tra una trentina di giorni, ma ciò che è chiaro da subito è che l'attività svolta dai sindacalisti dell'USB era ed è un'attività diretta a fini sindacali che sono non solo tutelati, ma garantiti dalla nostra Carta Costituzionale in applicazione degli articoli 39 e 40.
Questo proscioglimento è un colpo ferale a chi ha tentato di bloccare le lotte nella logistica, che con la loro ruvidità hanno contribuito ad affermare diritti e condizioni di lavoro dignitose, facendo emergere nel contempo il carattere criminogeno del sistema degli appalti, un sistema fortemente infiltrato da evasori fiscali, caporali del terzo millennio, malavita organizzata.
Il diritto di sciopero, così duramente messo in discussione dal governo amico delle multinazionali e dei padroni è inviolabile, la lotta per un futuro migliore non si arresta e non si ferma.
USB Logistica
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/06/2026
Il tribunale di Piacenza assolve tutti i sindacalisti della logistica. Affossato il vergognoso teorema dell'associazione a delinquere: le lotte non si ingabbiano
15/08/2022
Crolla il teorema della Procura di Piacenza, scarcerati i sindacalisti USB e Si Cobas
Cade di fatto il reato di Associazione per delinquere per tutti gli imputati. I sei dirigenti sindacali scarcerati oggi dovranno però sottoporsi all'obbligo della firma tre volte a settimana. Il giudice si è riservato il deposito del dispositivo entro 45 giorni e solo dopo questo atto sarà possibile ricorrere in Cassazione per chiedere la revoca anche dell'obbligo di firma.
USB esprime soddisfazione per l'esito favorevole del riesame ma mantiene inalterato il giudizio sul gravissimo operato della Procura di Piacenza e mantiene alta la mobilitazione per fermare questo attacco gravissimo al sindacalismo conflittuale e di classe.
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27/07/2022
Arrestati per quale reato? Essere un sindacato
Un corteo totalmente ignorato da grandi giornali e tv, troppo impegnati a seguire ogni micro-movimento della casta politica per interessarsi al paese reale.
Un corteo contro il gravissimo attacco alla democrazia che parte dalla Procura di Piacenza e dalle grandi imprese della logistica che hanno fatto di quella provincia un centro di attività, affari e sfruttamento.
Otto dirigenti della USB e del SiCobas sono stati sottoposti all’arresto e ad altre misure restrittive. Un centinaio sono gli inquisiti tra gli attivisti e i collaboratori dei due sindacati particolarmente attivi nella provincia tra i facchini delle multinazionali della logistica.
Tutti per un vero e proprio Reato di Sindacato.
Questo infatti è il vero capo d’accusa del mostruoso procedimento costruito dalla Procura, che assieme alla Digos dal 2015 indaga sulle lotte sindacali nella provincia emiliana. Ovviamente su ispirazione delle grandi imprese della distribuzione delle merci. Imprese che in pochi anni hanno visto una crescita enorme di attività e profitti, con la messa a lavoro di migliaia di operai.
Piacenza è diventa in breve la Mirafiori dei grandi magazzini di raccolta e distribuzione delle merci, con una massa enorme di persone che affluivano nella città per lavorare.
Questi operai in gran parte venivano da paesi lontani, non conoscevano né la lingua né i diritti sindacali del nostro paese e quindi all’inizio avevano accettato condizioni di sfruttamento terribili.
Poi grazie all’opera di proselitismo militante, simile a quella degli albori del movimento operaio, di attivisti prima del SiCobas, poi della USB, le cose sono cambiate. I lavoratori hanno maturato coscienza del loro diritti e cominciato a rivendicarli, ovviamente con il solo modo che da sempre hanno gli oppressi per cambiare la loro condizione: la lotta organizzata e lo sciopero.
Ebbene, per la Procura di Piacenza questo grande e giusto processo di emancipazione sociale è stato la manifestazione di una “associazione a delinquere a fini estorsivi”. I sindacati organizzavano scioperi per estorcere alle aziende soldi che poi sindacalisti intascavano per sé stessi. Questa la tesi di fondo, ridicola e falsa, della maxi-inchiesta dei magistrati piacentini.
Il sindacato che lotta non è una associazione a delinquere e chi sciopera per migliorare le proprie condizioni di lavoro non è un “estorsore”. È semplicemente pazzesco che lo si debba affermare non nell’Ottocento, ma oggi in un procedimento penale intentato da magistrati, per i quali dovrebbe valere la Costituzione della Repubblica.
Il teorema della Procura di Piacenza è semplicemente la scrittura giuridica del peggiore e antico punto di vista reazionario e padronale: il sindacato che fa il suo mestiere viola le leggi del mercato e fa violenza alle imprese.
Anni e anni di costosissime intercettazioni telefoniche e di spionaggio su militanti sindacali, ventiduemila pagine, centinaia di fogli di accusa. Il tutto per trovare nient’altro che la dubbia assenza di qualche scontrino: dalla quale però i magistrati di Piacenza hanno fatto derivare tutta la loro tesi preconcetta e precostituita.
I sindacalisti, i militanti, i lavoratori impegnati in durissime lotte per la libertà, sarebbero sostanzialmente “una mafia”.
I compagni di lavoro e di lotta di Abdel Salam e Adil, sindacalisti assassinati impunemente a picchetti di sciopero quando l’inchiesta della Procura già in corso, sarebbero dei mafiosi.
Forse per coprire l’enormità delle loro tesi i magistrati accusatori hanno poi fatto sapere che non avrebbero nulla contro il sindacato in quanto tale. Ma facciano il piacere... I sindacalisti sarebbero una associazione a delinquere ma il loro sindacato non sarebbe perseguitato? Questa è pura falsa coscienza.
In realtà a Piacenza è in gioco la democrazia, quella vera, non quella finta per cui il palazzo ci porta in guerra.
È in gioco la democrazia costituzionale, per la quale il conflitto e lo sciopero sono il mezzo lecito e giusto che i lavoratori hanno a disposizione contro il potere del padrone.
A Piacenza c’è una inchiesta giudiziaria di regime, che punta a far regredire il nostro sistema sindacale al 1791. Quando una legge in Francia vietò lo sciopero ed i sindacati perché contrastavano il “libero mercato del lavoro, la libera contrattazione tra padrone ed operai”.
Sono tanti oggi gli attacchi alla Costituzione antifascista, che nel 2013 la Banca JP Morgan definì troppo favorevole al lavoro, troppo “socialista”. Quello della Procura di Piacenza è uno dei più pericolosi.
Per questo in piazza a Piacenza non c’era solo il sindacato di classe, ma la difesa della democrazia.
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24/07/2022
Rivendicare diritti e dignità di chi lavora non è estorsione ma giustizia.
A Piacenza migliaia di lavoratrici, lavoratori e giovani hanno riempito ieri pomeriggio le strade per protestare contro gli arresti dei sindacalisti dell’Usb e del Sicobas arrestati all’inizio della settimana con l’accusa di “essersi associati per estorcere retribuzioni salariali superiori a quelle del contratto nazionale della logistica”. La manifestazione unitaria dei sindacati di base e conflittuali conferma ancora una volta che è la forza che fa l’unione.
Per la procura di Piacenza le lotte condotte nella logistica dal 2014 al 2021 sarebbero state attuate per motivazioni pretestuose e con intenti “estorsivi”, al fine di ottenere per i lavoratori condizioni di miglior favore rispetto a quanto previsto dal contratto nazionale.
Questo teorema giudiziario è un evidente tentativo, questo sì criminale, di cercare di impedire che nei magazzini della logistica, nei luoghi della produzione e della commercializzazione delle merci cresca e si rafforzi il sindacato di classe, conflittuale, che non cede di un millimetro sui diritti dei lavoratori. Si vuole negare la legittimità del sindacalismo conflittuale e delle sue pratiche e si vuole dare una ulteriore spinta repressiva contro il diritto di sciopero in un settore strategico per le multinazionali e per il capitale.
Ma la lotta per “estorcere” salari migliori e maggiori diritti per chi lavora nelle zone grigie del neoschiavismo industriale, non riguarda solo i settori della circolazione delle merci. Anche lì dove si producono come nelle campagne, spesso in condizioni schiavistiche, cresce la rabbia e l’organizzazione.
Mentre sabato migliaia di persone hanno sfilato per le strade di Piacenza chiedendo la liberazione dei sindacalisti di Usb e Si Cobas arrestati, a centinaia di chilometri di distanza, a Ragusa, circa 500 persone, in stragrande maggioranza, lavoratori migranti, hanno manifestato venerdì per le strade della città siciliana, aderendo all’iniziativa promossa dalla Federazione USB locale per chiedere che si indaghi sulla scomparsa di Daouda Diane, di cui l’ultima foto mostra che stava lavorando nella pulizia di una betoniera.
La manifestazione si è conclusa davanti alla Prefettura, dove una delegazione di compagni di Daouda Diane, accompagnata dai delegati dell’USB e dalla deputata Simona Suriano di ManifestA, hanno incontrato Cettina Pennisi, viceprefetto di Ragusa, e il capo di gabinetto Ferdinando Trombadore. Assente invece la Regione Sicilia alla quale sin dal 13 luglio era stata inviata una richiesta di incontro senza ricevere ancora risposta.
I compagni di Daouda hanno esposto la grande preoccupazione per la sorte del loro amico, ribadendo che non aveva assolutamente alcun motivo per allontanarsi senza avvisare. I lavoratori hanno sottolineato di nuovo l’esistenza del video in cui si vede Daouda che lavora nel cementificio di Acate e denuncia le condizioni di lavoro insopportabili.
I dirigenti USB hanno riproposto la piattaforma di rivendicazione dei lavoratori migranti, come il diritto di cittadinanza e il rispetto delle condizioni contrattuali e di sicurezza sul lavoro.
Formali le risposte della Prefettura: massima attenzione nelle ricerche, le indagini sono di competenza della magistratura, interesse e ascolto alle rivendicazioni degli amici di Daouda.
Da Piacenza a Ragusa il sindacalismo combattivo e di classe manda un segnale decisivo: la schiavitù salariale sarà combattuta metro per metro, l’organizzazione sindacale e di classe dei lavoratori non verrà indebolito dalle persecuzioni giudiziarie della magistratura.
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23/07/2022
Fronte dell’interporto
di Giovanni Iozzoli
Sarà curioso leggere un po’ più approfonditamente le carte della Procura piacentina e del Gip Caravelli, relative all’inchiesta che ha portato all’arresto di sei sindacalisti, oltre che ad allungare a dismisura il già ricco carnet di perquisizioni, provvedimenti amministrativi e denunce che la magistratura di quel territorio ha collezionato negli anni, ai danni del movimento operaio della logistica. Perché se è vero che di solito durante le conferenze stampa si danno in pasto al pubblico le anticipazioni più succose, quello che è venuto fuori dalle dichiarazioni dei magistrati è davvero disarmante. Viene da chiedersi se certe figure siano davvero consapevoli della gravità del loro agire – una retata di sindacalisti nel 2022! – se siano in grado di valutare la sproporzione tra i loro provvedimenti e gli “episodi contestati”; se si rendano conto che una iniziativa come quella del 19 luglio va ad interferire pesantemente con l’interpretazione e l’applicazione di alcuni fondamentali diritti costituzionali.
La lettura politica di queste inchiesta, apre il giudizio a diverse opzioni: la piccola Procura di Piacenza si è ritrovata dentro una specie di delirio di onnipotenza, convincendosi di essere un organo di garanzia del buon ordine sociale; e quindi, come candidamente ammesso in alcuni stralci dell’ordinanza, ritiene suo preciso dovere “tutelare aziende e multinazionali (sic) che sono una ricchezza del territorio”? In questo caso la Procura, nel vuoto della politica, assumerebbe un ruolo di riequilibrio del rapporto di forze, in un comparto che nell’ultimo decennio ha visto l’insediamento di un sindacalismo, forse a volte caotico e litigioso, ma comunque conflittuale e classista. Oppure stanno arrivando ai magistrati input e segnali dall’alto, circa la necessità di irrigidire le maglie del controllo e della sanzione, in vista di un autunno che si presenta come uno dei più drammatici della storia italiana?
Difficile sbrigliare il nodo dei moventi che possono reggere un’inchiesta così strampalata, indubitabilmente destinata a morire prematura. Come si fa a contestare un’associazione a delinquere sulla base di episodi come la tinteggiatura dell’appartamento di un dirigente del Si Cobas da parte di un iscritto (traffico di influenze)? O il “differenziale” di buonuscita per un delegato licenziato (sì, lo confermiamo ai magistrati: liberarsi di un delegato rompicoglioni costa di più alle aziende, per una elementare legge di mercato). Oppure l’uso dei soldi delle tessere e delle percentuali sulle conciliazioni per gestire i quadri e le strutture sindacali (i Pm di cosa pensano campino gli altri sindacati? Magari hanno i bilanci certificati, ma la sostanza è quella).
La Gip nella sua ordinanza pare ossessionata dall’idea della lobby tentacolare costituita da questi sindacalisti rampanti ai danni delle aziende; ed è surreale pensare che nel paese delle lobbies – spesso occulte e criminali – i magistrati vadano a caccia di “lobby operaie” dentro i magazzini della logistica. Del resto, la vittimizzazione dell’impresa è uno degli elementi che ricorre più spesso nell’impianto accusatorio: nel mondo alla rovescia dei magistrati, non è il sistema dei sub appalti ad avvelenare le relazioni industriali e la concorrenza; sono piuttosto i lavoratori a vessare i grandi gruppi della logistica con richieste incongrue. Ed è anche comprensibile, tale visione, perché i magistrati sono sottoposti come tutti noi alle medesime narrazioni tossiche: l’imprenditore “chiagn’ e fotte” è ormai una figura onnipervadente del nostro immaginario.
Pm e Gip hanno più volte negato, con scrupolo peloso, che la loro possa essere interpretata come un’inchiesta contro il sindacalismo di base (no: e quando mai?). Si tratterebbe piuttosto di un’azione contro “due specifiche associazioni a delinquere costituitesi all’interno delle sigle sindacali in questione”. Tra l’altro il Gip si occupa, incredibilmente, anche di valutare e censurare le politiche sindacali delle due organizzazioni – Si Cobas e USB – che competerebbero sfacciatamente tra loro per mere ragioni di potere, invece di pensare all’interesse generale dei lavoratori. Magistrati decisamente a tutto campo.
Insomma, se quello che si è letto in questi giorni, è il “meglio” che il menu della casa può servire, l’inchiesta è destinata agli archivi meno nobili della triste storia giudiziaria italiana. Per quanto giuridicamente effimera, l’azione della magistratura piacentina produce però altra repressione, altra sofferenza, mandando segnali intimidatori a tutto un mondo conflittuale e ribadendo esplicitamente che le eccessive richieste economiche contro “le multinazionali” sono un’estorsione e che la contrattazione può diventare un reato.
Bisogna schierarsi esplicitamente dalla parte del sindacalismo di base (come correttamente hanno fatto anche le minoranze in CGIL e tutta la sinistra di classe) e alzare la soglia della mobilitazione tutte le volte che la violenza di Stato si scaglia sulle organizzazioni popolari. Inutili i distinguo e gli attendismi: queste iniziative repressive meritano una lettura e una risposta politica complessiva. E la società e l’opinione pubblica, vanno assolutamente coinvolte: non si può assistere all’indignazione a reti unificate dei nostri TG mentre arrestano gli oppositori a Mosca, e permettere loro di girare la testa dall’altra parte a Piacenza.
Quanto alle Procure, anche senza grandi dibattiti sulla divisione delle carriere, se si stabilisse una norma per cui i Pm sono economicamente responsabili delle spese di certe inchieste farlocche – ingentissime, immaginiamo: 5 anni di indagini, centinaia di ore di intercettazioni, schedature di massa, forze di polizia, interpreti e consulenti all’opera – certi magistrati, dicevo, smetterebbero di occuparsi della tinteggiatura di interni e comincerebbero a pensare di più alle infiltrazioni mafiose – quelle reali – dentro al “tessuto economico” che vorrebbero preservare dalle orde sindacalizzate.
Il vecchio vizio di certi segmenti di magistratura è sempre lo stesso: pesca a strascico dentro un ambiente o un contesto, protratta per anni, con ogni mezzo di indagine possibile; e poi, su questa mole caotica di carte, l’edificazione di un teorema, solitamente debole o fantasioso. Perché il paradosso italiano, negli inferni della logistica, è sempre lo stesso: sono i rivoluzionari “associati a delinquere”, quelli che, in ultima analisi, difendono la legalità e aiutano lo Stato a recuperare enormi introiti facendo emergere il nero e il grigio delle elusioni fiscali e contributive; mentre la buona borghesia della provincia padana ha assistito in compiaciuto silenzio per un quarto di secolo al proliferare di ogni abuso, truffa e illegalità.
L’inchiesta indugia morbosamente sulle faccende di soldi e contabilità, insinuando il sospetto che tutte le lotte non siano altro che il paravento dei modestissimi introiti di cui vivono i sindacalisti (attività defatigante, in certi ambienti anche pericolosa). Nell’ottica del perbenismo piccolo borghese parlare di soldi è peccaminoso o improprio e suscita immediata diffidenza. In tal modo i magistrati, lisciano il pelo al comune sentire “anti-politico”, al qualunquismo passivizzante: sembrano dire all’opinione pubblica: non vi fidate, sono tutti ladri, non seguite certe bandiere, state a casa che è meglio. Quello che vi serve vi arriverà dall’alto, senza bisogno di agitarvi troppo. I lavoratori – quelli che in questi giorni stanno scioperando e manifestando contro gli arresti – sono raffigurati come bambini ingenui, raggirati da dirigenti marpioni che hanno usurpato la loro fiducia.
Ovviamente non è la vil moneta, al centro dell’attenzione dei magistrati: lo scandalo vero sono i picchetti, le agitazioni senza preavviso, il blocco delle merci, le vertenze aziendali per rinforzare una contrattazione nazionale esangue. La Procura ventila il reato di “sabotaggio” (tipico di un contesto di guerra), e in effetti queste migliaia di lavoratrici e lavoratori hanno rappresentato in questi anni un’efficace avanguardia di sabotatori: hanno sabotato il modello emiliano fondato sulle finte cooperative e il semischiavismo, hanno sabotato le complicità sindacali e il comparaggio politico, hanno sabotato il conformismo omertoso che aveva regnato in certi territori della ricca Padania peggio che in Aspromonte. Altro che i quattro soldi delle conciliazioni: al centro dell’azione della Procura c’è lo scandalo di proletari che si organizzano, che rovesciano le filiere etniche dello sfruttamento in forza operaia, che mettono i piedi nel piatto dell’organizzazione del lavoro, della prestazione, degli orari, della dignità. I “delinquenti associati” di Piacenza sono quelli che in questi anni, dentro ai cancelli degli stabilimenti, hanno paradossalmente soltanto difeso la Costituzione repubblicana – uno dei lavori che gli italiani non vogliono fare più.
Aldo Milani e Arafat sono già al secondo arresto. Abdel Salam Al Nanf, ammazzato a Piacenza nel 2016 nel corso di un picchetto “criminale”, aspetta ancora giustizia. La modifica dell’art. 1677 del codice civile per eliminare la responsabilità in solido del committente negli appalti, è l’ultimo regalo di Draghi ad Assologistica e Confindustria, un attimo prima di cadere. Il Pm Pradella ha subito dichiarato che le manifestazioni non autorizzate di questi giorni saranno oggetto di provvedimenti specifici. Cartoline italiane da Piacenza.
Dall’inchiesta di Piacenza un nuovo arretramento della Costituzione
Come diceva Calamandrei “la Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”.
La nostra Costituzione, che fonda la Repubblica sul Lavoro, favorisce l’organizzazione sindacale e riconosce il diritto di sciopero, considera il conflitto sociale come uno strumento per il progresso della collettività.
Del resto, la Corte Costituzionale con la sentenza 244/1996 ha affermato come ciò che connota e rende costituzionalmente legittima la normativa sulla rappresentanza del lavoro “comporta un’interpretazione rigorosa della fattispecie dell’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, tale da far coincidere il criterio con la capacità del sindacato di imporsi al datore di lavoro, direttamente o attraverso la sua associazione, come controparte contrattuale”.
Confondere i sindacati, che altro non sono che l’associazione per la conquista dei diritti – anche in maniera schietta e determinata – con l’associazione per delinquere, provoca un arretramento nell’inveramento del disegno costituzionale.
Inoltre, l’iscrizione nel registro degli indagati di un avvocato che collabora con USB e membro di Ce.In.G per avere sollecitato l’attuazione del diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro di cui all’art.18 s.l. di un gruppo di lavoratori, sancito dalla Corte d’Appello di Bologna (ed in seguito, anche del Tribunale di Piacenza) è un atto che mina il ruolo fondamentale della difesa legale.
Facciamo queste riflessioni anche perché, sempre nello spirito dell’attuazione della Costituzione, abbiamo a cuore che la Magistratura sia indipendente e attenta a distinguere attività delittuosa dal legittimo conflitto.
Pertanto, manifestiamo solidarietà e vicinanza alle organizzazioni sindacali coinvolte e daremo il nostro contributo con ogni azione necessaria per il corretto inveramento del messaggio costituzionale e la garanzia del democratico conflitto sindacale.
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19/07/2022
Misure cautelari e perquisizioni contro l’Unione Sindacale di Base e le lotte di classe: USB proclama lo sciopero generale della logistica. Giù le mani da USB!
La logistica è uno degli snodi centrali dell’economia capitalista di nuova generazione, la circolazione delle merci è un ganglio determinante della catena del valore ed è lì che la contraddizione si esprime a livello più alto: sfruttamento della manodopera, per lo più straniera e ricattabile, utilizzo senza freni degli appalti e subappalti a cooperative anche con infiltrazioni, nemmeno troppo sotterranee, della malavita organizzata, diritti sindacali inesistenti e sistematicamente violati e quindi è lì che le lotte, il conflitto sono più dure e determinate e lì colpisce la repressione.
La USB è nel mirino del Ministero degli Interni e delle Procure di mezz’Italia ormai da troppo tempo, dalle denunce a raffica nei confronti di chi si oppone alla guerra e all’invio di armi, alle condanne per chi manifestava contro l’assassinio del nostro delegato proprio della logistica Abd El Salam durante un picchetto proprio a Piacenza per cui nessuno ha pagato, al “ritrovamento” di una pistola in un bagno della Federazione nazionale USB che si prova ad accollare ad un dirigente sindacale proprio della logistica.
È quindi evidente il tentativo, questo sì criminale, di cercare di impedire che nei magazzini della logistica, nei luoghi della produzione e della commercializzazione delle merci cresca e si rafforzi il sindacato di classe, conflittuale, che non cede di un millimetro sui diritti dei lavoratori.
La USB proclama lo sciopero generale della logistica a partire dal turno di notte odierno e per 24 ore, lancia un appello a tutte le proprie federazioni perché attivino presidi di protesta in ogni città e sta valutando con i propri legali la controffensiva giudiziaria per smontare questo vero e proprio teorema antisindacale e le ulteriori iniziative di lotta.
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13/03/2021
Piacenza - Perquisizioni e arresti per gli operai della Fedex/Tnt
Ma anche, recentemente, la sera del 1° febbraio 2021 la Polizia aveva lanciato lacrimogeni sugli scioperanti per disperdere il picchetto con lo scopo di far uscire una quarantina di veicoli industriali.
Nelle prossime ore un comunicato darà maggiori informazioni sulla situazione e sulle iniziative che saranno messe in campo.
L’Unione Sindacale di Base esprime solidarietà nei confronti dei lavoratori della FedEx/Tnt, dei sindacalisti e dei compagni colpiti da pesanti misure repressive nella città di Piacenza.
Arresti domiciliari, divieti di dimora e revoca dei permessi di soggiorno rappresentano l’essenza di quei decreti “sicurezza” emanati da Salvini – e non ancora stracciati – che lungi dal tutelare la serenità delle comunità di cittadini hanno inteso ed intendono unicamente garantire la tranquillità dei padroni, dei palazzinari, degli sfruttatori.
La repressione delle lotte è la risposta che nella crisi si riserva a chi chiede il diritto al lavoro, i diritti nel lavoro, un salario decente, la possibilità di avere un tetto sulla testa, di sfuggire alla precarietà.
La Procura di Piacenza non è nuova all’accanimento contro i lavoratori della logistica.
Era il 23 gennaio del 2019 quando 12 lavoratori dell’hub piacentino di Tnt, in gran parte iscritti all’USB, vennero prelevati dalle loro abitazioni con un provvedimento di “divieto di dimora” nel comune di Piacenza, provvedimenti direttamente legati alle lotte contro l’artificioso licenziamento del lavoratore Saad Mansour e gli atti repressivi esercitati con centinaia di lettere di contestazione disciplinari.
Questa sorprendente ordinanza si basava su accuse risibili avanzate da parte di responsabili della coop che fornisce forza lavoro alla FedEx/Tnt i quali lamentavano minacce e insulti dei lavoratori colpiti da questi provvedimenti.
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30/07/2020
Prevenzione e repressione della criminalità... ma nelle polizie
La vicenda della caserma dei Carabinieri di Piacenza sicuramente resterà come uno dei casi più scioccanti di questi ultimi anni. I numerosi reati gravissimi praticati da anni dai militari di questa caserma fanno pensare a una vera e propria associazione a delinquere che riusciva a beneficiare della copertura di essere anche unità dell’Arma dei Carabinieri.
Ancora più grave è che per anni questa caserma sia stata considerata un’eccellenza e ricevesse premi per la sua alta “produttività”. Come ha scritto qualche osservatore, appare allora palese il sospetto che questa unità abbia goduto di una benevole se non complice indifferenza o tolleranza da parte dei superiori (forse non solo a livello locale) ma anche di un meccanismo perverso.
Questo meccanismo perverso è quello che sta sempre dietro tutte le vicende simili che come tutti sanno sono decine e decine in tutta Italia (così come nei ranghi delle polizie di altri Paesi detti democratici). Se si sfogliano i media nazionali e locali degli ultimi anni si trovano facilmente casi alquanto simili a quello della caserma dei CC di Piacenza.
Cioè operatori delle polizie che si coprono facendo tanti arresti grazie ai loro confidenti, i quali sono anche complici nel giro di spaccio di droga o di merci da ricettazione.
La logica dominante è premiare questo genere di produttività che non a caso finisce per coprire chi pratica abusi e persino crimini gravi da associazione a delinquere. Non si premia invece chi – poche persone – combatte la schiavizzazione di italiani e immigrati e chi è responsabile di disastri sanitari e ambientali (**).
Queste sono le insicurezze ignorate dalla maggioranza di tutte le polizie nazionali e locali che invece perseguono persino le vittime anziché i carnefici, cioè le “prede facili” perché prive di tutela e quindi alla mercé di ogni sorta di criminale aggressione tanto più se viene da operatori delle polizie.
Cosa permette la riproduzione di questi fatti? Questa è la domanda assai semplice che i vertici delle polizie dovrebbero porsi e che sembra non vogliano porsi.
Se ci si pone questa domanda appare chiaro che la questione riguarda l’assenza di prevenzione.
Ma questa prevenzione come potrebbe essere praticata con efficacia ed efficienza? Solo con:
a) il monitoraggio continuo dei casi di devianza e criminalità nei ranghi delle polizie;
b) l’analisi dei casi;
c) l’adozione delle misure appropriate per intervenire prima incentivando e proteggendo la vigilanza da parte di tutti gli operatori e anche dei cittadini (quelli che si chiamano whistleblowing o “denunciatori di comportamenti illeciti”);
d) la giusta sanzione di questi reati e quindi il netto e chiaro messaggio che le polizie non garantiscono più l’impunità e la tolleranza di comportamenti e atti criminali.
La riproduzione della devianza e della criminalità nei ranghi delle polizie c’è sempre stata e sempre ci sarà: come in tutti i settori dello Stato, di tutti i Paesi. Ma siamo in un contesto economico, sociale, culturale e politico che rischia di far proliferare questi casi. L’impunità di questi casi è certamente la prima causa della loro riproduzione.
Sin quando i vertici delle polizie non adotteranno questo metodo di prevenzione e repressione dei comportamenti devianti o criminali nei loro ranghi ci sarà sempre un alto rischio di riproduzione e grave discredito dello stato di diritto democratico che appare come un’ipocrisia – se non addirittura l’eterogenesi delle democrazia – quando lascia libero campo agli illegalismi dei forti, dei dominanti, di chi gode dell’impunità.
(**) come quelli che hanno fatto l’inchiesta su Fincantieri oppure Roberto Mancini che scopri “la teŕra dei fuochi” e ne morì di cancro.
Fonte
27/07/2020
Polizie, militari e fascisti. Un amore senza fine...
L’inchiesta ha portato a diversi arresti e nelle prossime ore potrebbero anche aumentare. Le accuse, com’è noto, sono per traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio e falso ideologico.
Nell’ordinanza cautelare, un particolareggiato documento di 326 pagine suddiviso in capitoli, si parla di arresti completamente falsati e di perquisizioni arbitrarie.
Tra le migliaia di intercettazioni, c’è anche una registrazione audio – carpita grazie a un malware trojan installato nel telefono di uno degli aguzzini – che fa emergere il modus operandi di questi “eroi in divisa”: si sentono chiaramente le percosse date a un presunto spacciatore, che si lamenta e chiede pietà, in preda al pianto e a continui colpi di tosse, probabilmente dovuti a una forzata ingestione d’acqua.
Durante una conferenza, il procuratore capo di Piacenza, Grazia Pradella, ha affermato “Siamo di fronte a reati impressionanti, se si pensa che sono stati commessi da militari dell’Arma dei carabinieri. Si tratta di aspetti molto gravi e incomprensibili agli stessi inquirenti che hanno indagato. Una serie tale di atteggiamenti criminali che ci ha convinto a procedere anche al sequestro della caserma dei Carabinieri per futuri accertamenti”.
Che tutto questo sia estremamente grave, siamo d’accordo, sulla presunta incomprensibilità molto meno.
Quanto accaduto ci è chiarissimo, ed è la quasi “normale amministrazione” dei corpi armati in molte, troppe, caserme. Non siamo stupiti e non crediamo, come qualcuno cerca di farci pensare, che quello di Piacenza sia semplicemente “un caso isolato” e quei carabinieri delle “mele marce”.
Ad esempio, appena è stata pubblicata la notizia, Roberto Saviano ha scritto un breve post in cui afferma “Voi non siete carabinieri”. No, Robè. Quelli invece sono proprio carabinieri.
Lo scoop è infatti venuto fuori a ridosso del triste anniversario dei fatti del G8 di Genova del 2001, una delle più gravi pagine della storia di questo Paese, che ricordiamo per la morte di Carlo Giuliani, ucciso da un collega degli audaci “leoni di Piacenza”.
Per la “notte cilena” della scuola Diaz, una feroce violazione dei diritti umani, di cui fu protagonista un grande e imprecisato numero di forze dell’ordine, degna del regime di Pinochet, dittatore inneggiato in un coro cantato dai manganellatori, tra le urla e il rumore di ossa rotte dei manifestanti.
Per le torture alla caserma di Bolzaneto, operate addirittura con la collaborazione di alcuni medici della “penitenziaria”.
C’è anche un particolare di questo avvenimento che non ci è per niente nuovo: l’appuntato Giuseppe Montella, ritenuto il vertice della banda, ha scelto come suo avvocato Emanuele Solari, esponente locale del partito neonazista “Forza Nuova”, già candidato sindaco per la suddetta organizzazione in occasione delle elezioni amministrative in città, nel 2017 .
Nelle ultime ore, è stato diffuso lo screenshot di un post Facebook dell’avocato Solari in compagnia di una sua collega, entrambi con il basco e un manganello in mano, e con un celebre motto mussoliniano sgrammaticato in didascalia che incornicia il quadretto già ridicolo: “Obbedire, credere,combattere!”
Tra i vari commenti degli amici camerati, c’è anche quello del carabiniere Montella: “Sei il numero uno”.
Probabilmente, il nostro eroe in divisa, oltre a torturare e spacciare droga, ben nascosto dentro la divisa, è anche un fascista. Non proprio una novità, anzi...
Il connubio stabile tra forze dell’ordine e neofascismo è un fatto assodato, non solo a Piacenza, ma in tutto il Paese.
D’altronde, il Direttore tecnico delle scuole di polizia nel dopoguerra fu Guido Leto, ex fondatore e capo assoluto dell’Ovra (il servizio segreto interno del fascismo), che ebbe anche il ruolo, nel 1948, di riattivare i servizi segreti fascisti, mai del tutto smantellati in quanto ritenuti utili per scongiurare il “pericolo comunista” e i prevedibili conflitti sociali e politici relativi alla guerra fredda.
Questo può in parte essere una spiegazione del perché, ancora oggi, nonostante la palese violazione del reato di apologia di fascismo e della Legge Mancino che l’esistenza e i programmi di tali organizzazioni comportano, le forze dell’ordine li difendono, caricano i manifestanti per proteggerli, li scortano durante le loro parate, e addirittura rimproverano e allontanano i giornalisti colpevoli di “averli provocati”.
Questo legame è dimostrabile dallo stillicidio di eventi che stranamente si verificano ogni volta che i neofascisti posano piede in piazza, e che abbiamo più volte riportato anche su questo giornale.
Come se tutto questo non bastasse, appena due giorni fa sono state pubblicate delle foto che ritraggono una bandiera di Casapound esposta in una stanza del Commissariato Esquilino a Roma.
E così, Elena Ricci, curatrice dell’ufficio stampa del Sindacato Autonomo di Polizia e già nota alla cronaca per aver messo in dubbio la correlazione tra le percosse e la morte di Stefano Cucchi, scrive un post sulla sua pagina Facebook, avanzando la sua strampalata spiegazione di quanto è accaduto.
Si legge: “In merito a questa bandiera che si intravedeva dalla finestra di una stanza del commissariato Esquilino, la Questura di Roma, oltre a comunicarne la rimozione, ha precisato che si tratta di un oggetto sequestrato durante i cortei e posto in quella stanza che, appunto, è adibita a deposito di ogni oggetto e mezzo sequestrato durante le manifestazioni o sgomberi.”
Ah, adesso è tutto chiaro! Non era una bandiera loro. Era stata sequestrata, e magari è stata appesa per farla asciugare.
Alla giornalista faremmo allora una domanda: ma se i poliziotti, quando sequestrano una bandiera, usano appenderla in bella vista, com’è che non si è mai vista – chessò – una bandiera di Potere al Popolo o similari sventolare in una questura?
Noi ci auguriamo che, dopo la rivelazione di questa brutta storia di violenza, venga fatta luce sulle tante storie che sono state occultate e che sono ancora nascoste dentro le altre “caserme degli orrori”.
Ci auguriamo, inoltre, che all’avvocato dal cuore nero sia data la possibilità di andare a trovare il suo amico appuntato quando quest’ultimo sarà in galera, perché ci dispiacerebbe che possa terminare quello che nel nostro Paese è un amore senza fine.
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26/07/2020
Le mele marce e la loro cesta
Mentre si attende con trepidazione diciannovista la virile solidarietà di Salvini e Meloni con gli uniformati, è bene ricordare che l’avvocato difensore di Montella, che sarebbe il capo della banda criminale di Piacenza, è l’ex candidato sindaco a Piacenza di Forza Nuova. Il che, ovviamente, non comporta un giudizio: ogni imputato, quale che sia la specie dei reati, ha diritto ad una difesa e ad un processo equo: ma il fatto che l’avvocato difensore scelto sia di Forza Nuova racconta, direttamente ed indirettamente, chi sono i carabinieri/spacciatori/torturatori. Non che vi fossero dubbi, ascoltate le intercettazioni, ma la scelta del legale e l’impianto ideologico ne confermano il profilo criminale.
Diversamente da quanto fanno i minimizzatori di professione, che urlano l’ovvio e tacciono il grave, esiste un problema di identità culturale e politica delle nostre istituzioni repressive. Il tanfo di fascismo e intolleranza, infatti, non sta solo nelle intercettazioni telefoniche degli arrestati di Piacenza: in diverse circostanze l’inneggiare di agenti a modelli vergognosi e i relativi comportamenti sono stati colpevolmente sottovalutati. Diversamente da come sarebbe lecito attendersi, in tutta Italia ci sono stanze dei commissariati con simboli e bandiere inneggianti al fascismo e al nazismo, e non ci sono interventi dei vertici per rimuovere questi e chi le ha appese o anche solo tollerate. Nelle stanze dove si organizza il rispetto della legalità si viola la legge Scelba, dove sul muro appare la foto di Mattarella mentre si viola lo spirito e la lettera della Costituzione.
Perché questa identificazione delle forze dell’ordine con il fascismo? Perché, al fondo, si sente una empatia istintiva con chi inneggia al culto della forza e della sopraffazione, con chi rivendica l’impunità per le divise, ponendo lo spirito di corpo su un piedistallo superiore rispetto alle leggi; con chi loda l’abuso quando è commesso da chi la legge dovrebbe farla rispettare. Ci si sente portati alla naturale condivisione verso chi predica la forza contro i più deboli quando si vive calpestandoli. L’ignoranza abissale che circola sotto le uniformi, non riuscendo a immagazzinare concetti, ha bisogno di iniettare odio. Allora si passa dall’interpretazione sgangherata e comoda del machiavellico “fine che giustifica i mezzi”, all’autocompacimento da b-movie di chi si sente ultimo baluardo di una società indisciplinata. Tolleranza zero per gli altri, non per loro, le regole sono quelle che pongono loro ed a loro esclusiva convenienza. A volte la distanza tra impotenza e onnipotenza si copre con un'uniforme.
Sembrano lontani anni luce i processi di democratizzazione dell’apparato repressivo, che con la sindacalizzazione e smilitarizzazione della Polizia prima, e con i Cocer dei Carabinieri poi, che aprirono alla fine degli anni ‘70 un cammino di maggiore integrazione tra la società nel suo complesso e i corpi militari. Non ha affatto aiutato la nomina dei Carabinieri come quarta forza armata ma, in fondo, questa decisione politica non è, di per se stessa, la ragione di tanta devianza.
Il nodo da sciogliere è la sponda politica che in un incastro di reciproci ricatti viene offerta ad ogni impulso autoritario da parte delle forze di Polizia, tentate proprio dall’assenza di controlli e dall’appoggio politico a forzare limiti ed ambiti del proprio operare. Che poi questo sostegno all’insostenibile che viene dalla destra non sia contrastato dal centrosinistra non deve stupire: è divenuta prassi consolidata nel Paese, frutto dell’ormai quasi impercettibile differenza che passa tra due schieramenti che dovrebbero essere invece alternativi. Troppo? E allora provateci a scorgere la differenza tra Minniti e Salvini quando si parla d’immigrazione, o tra Fassino e Meloni in politica estera.
D’altra parte non è un caso che l’Italia sia il Paese dove non esiste il reato di tortura benché gli episodi dove questa si è configurata ai danni di soggetti fermati siano ormai diversi. Come dimostrano i tanti casi simili a Cucchi o Aldrovandi o alla macelleria cilena di Genova alla Diaz, le torture vengono effettuate su casi singoli e collettivi. Il reato non esiste non perché non viene commesso ma perché non identificato: non riconoscerlo riduce la portata del reato ad abuso e ne impedisce la formulazione dell’ipotesi accusatoria più dura, inibendone, in radice, la possibilità di comminare pene dure, che vadano ben oltre la sanzione amministrativa o disciplinare.
E non è un caso se in Italia non si vuole stabilire legislativamente l’obbligo di identificativo degli agenti in servizio di ordine pubblico. Nell’anonimato di una uniforme e di un casco, oltre che di altri strumenti destinati ad occultare l’identità di chi agisce, risiede la prima garanzia di impunità per i trasgressori delle leggi e delle norme che sarebbero obbligati a rispettare, oltre che a far rispettare. Tantomeno è un caso che i responsabili degli abusi e delle torture vengano non solo tenuti liberi ma addirittura promossi a ruoli superiori o a incarichi di prestigio all’esterno, valga per tutti il caso di De Gennaro.
Non ha dunque senso discutere di mele marce, visto che i delinquenti, per fortuna, non sono né totalità, né maggioranza, in qualunque professione o mestiere. Inutile fare sfoggio di retorica imbecille ricordando che i sei carabinieri di Piacenza e i loro complici non debbono offuscare il lavoro dei restanti centomila carabinieri, perché la questione non è quale sia la percentuale di criminali in un corpo che combatte la criminalità, ci mancherebbe pure: si pone invece in termini di controllo legislativo sull’operato di corpi che, per ragioni di servizio (a volte) hanno una ridotta trasparenza sul loro operato e che, per loro natura, tendono ad abusare del proprio potere. Per questo – ma non solo per questo – vanno controllati e disciplinati e non lasciati all’autogoverno.
Saranno pure mele marce ma sarebbe bene non dimenticare le responsabilità del cestino che le contiene, ovvero del sistema. La politica, nel non disporre norme, strumenti e leggi che garantiscano il controllo democratico sull’operare delle forze dell’ordine, rinuncia al suo ruolo e rimanda all’autorità giudiziaria il compito di verificare la liceità dei comportamenti. Non vede, non sente, non parla. Perché così li vuole, perché di questo modello ha bisogno per mantenersi e perpetrarsi.
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Premiata caserma Levante...
Uno di questi aguzzini si pavoneggia con il figlio di undici anni per aver partecipato con i suoi compari al pestaggio di un ”negro”. Fanno orrore le parole del padre razzista, vile e violento, ma fa ancora più pena e dolore l’ammirazione festosa del bambino, anch’egli vittima di questa ferocia.
Un altro di questi delinquenti si vanta con la fidanzata di una notte di botte somministrate ad un ragazzo fermato. Anche qui la gioia è condivisa dalla coppia.
Leggendo queste infamie vengono in mente le foto dei linciaggi negli Stati Uniti, con intere famigliole sorridenti attorno ad un essere umano di pelle scura appeso ad un albero.
La miseria morale e civile di quanto avveniva nella caserma di Piacenza va oltre i reati specifici commessi dagli arrestati, è un liquame diffuso che contamina tutta l’Istituzione.
Quando si arriva alla normalità del male, quando questo male viene usato per accrescere il prestigio del padre e del fidanzato, quando i valori umani sono tranquillamente ribaltati, non si può credere che questo avvenga nel vuoto.
Io credo che in tanti sapessero, magari non degli affari, ma delle violenze ad essi connesse sì. Ma tanti chiudevano un occhio o due, intanto perché quei carabinieri erano efficienti, facevano tanti arresti. E nel moderno produttivismo delle forze di polizia, nel cottimo della galera con cui un potere sempre più feroce e ingiusto pensa di gestire la società, i tanti arresti sono diventati il metro di misura contabilmente più semplice e sicuro.
Così proprio i criminali della caserma Levante di Piacenza, nel 2018, furono premiati “per la lotta allo spaccio”, che invece esercitavano in proprio, e “per il sostegno ai più deboli”, che massacravano di botte.
La violenza e la cultura della violenza in questi anni sono dilagati nelle forze dell’ordine. I racconti soddisfatti delle botte somministrate girano per le caserme, come il razzismo, come il culto della sopraffazione. E poi la lunga catena dell’omertà e delle complicità, che abbiamo visto alla fine emergere solo nella lunga durissima lotta per Stefano Cucchi.
No, non ci si venga a parlate di mele marce, quando tutto l’ambiente è guasto. I carabinieri di Piacenza godevano di una impunità che evidentemente il sistema aveva loro lasciato intendere di possedere.
Forse è proprio questo che li ha perduti, si sono arrogantemente sempre più esposti, fino a scoprirsi.
Ma io credo che questa sia solo la punta di un iceberg. Quando tra i carabinieri, eroi integerrimi semplici e buoni negli sceneggiati televisivi, c’è chi educa i figli alla gloria sportiva del pestaggio degli africani, c’è un marcio profondo che l’Arma condivide con il peggio della nostra società.
Questo marcio va tutto portato alla luce, fino ai livelli più alti, considerando come suo complice e responsabile anche il sorriso del capo, quando sente la battuta che nel linguaggio fascista si definiva maschia, virile.
No, io non credo che i carabinieri di Piacenza fossero doppi, certo nascondevano i soldi, ma non i comportamenti. Che venivano accettati perché parte integrante di un sistema poliziesco che sta precipitando verso quello degli Stati Uniti. Con l’aggravante che una parte di questo sistema è gestita da un corpo militare separato, che avrebbe dovuto essere sciolto già con l’avvento della Costituzione.
Io credo che la premiata Caserma Levante di Piacenza sia un modello diffuso nel nostro sistema di polizia e che tutto di esso debba essere messo in discussione, dalle radici ai vertici.
È ora di fare giustizia per i crimini in divisa e, come chiedono milioni di manifestanti da mesi negli USA, di tagliare i finanziamenti alle nostre tante, troppe, polizie.
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I carabinieri di Piacenza adesso si accusano tra loro
L’interrogatorio dell’appuntato Montella era il più atteso, anche perché la sua posizione al momento risulta la più esposta tra quelle dei dieci carabinieri raggiunti da provvedimenti della procura di Piacenza che contesta loro reati molto pesanti tra cui traffico e spaccio di droga, estorsione, arresto illegale, abuso d’ufficio, lesioni personali aggravate e, il più grave di tutti, tortura.
Di cose da chiarire al Gip Luca Milani e al sostituto procuratore Antonio Colonna, l’appuntato Montella (detto Peppe) ne ha tante. Secondo i magistrati era convinto di poter tenere “qualunque tipo di comportamento, vivendo al di sopra della legge e di ogni regola di convivenza civile”, è scritto nell’ordinanza di oltre trecento pagine. È lo stesso carabiniere ad auto-considerarsi come il leader di una vera e propria “associazione a delinquere” di cui fanno parte in tutto sette uomini, tra militari e spacciatori: “Sono tutti sotto di me” si sente dire in una intercettazione telefonica finita agli atti.
Dalla Procura fanno sapere che le indagini proseguiranno. Il procuratore capo di Piacenza, Maria Grazia Pradella, ha detto che “si vuole scavare fino al 2017” e per questo la caserma in pieno centro storico è stata sigillata dagli agenti della Guardia di Finanza.
Ma gli interrogatori di venerdì e di sabato hanno cominciato a fornire contorni di quella che sarà l’azione di difesa degli altri carabinieri coinvolti (in carcere ci sono altri 4 militari, arresti domiciliari per un militare, altri 3 hanno l’obbligo di presentazione alla Polizia giudiziaria e uno ha l’obbligo di dimora), tra i quali, secondo i legali, c’è una corsa a scaricare le responsabilità. Anche i tre spacciatori sentiti a Cremona hanno cominciato a prendere le distanze da “Peppe” e hanno segnalato ulteriori episodi non contenuti fin qui nell’ordinanza che ha portato all’arresto dei carabinieri.
Il Fatto Quotidiano riferisce però che certi input a strafare per i carabinieri di Piacenza, venivano dall’alto: “A Rivergaro e a Bobbio gli devo fare un culo così, è una questione di orgoglio, mi gira il culo che gente che rispetto a voi non vale un cazzo fa i figurini con il colonnello, con il comandante della Legione”.
A parlare così sarebbe l’ex comandante della compagnia carabinieri di Piacenza, il maggiore Stefano Bezzeccheri, affermando che c’è in gioco la “dignità” di fronte ai colleghi in servizio nei paesi vicini nel numero di arresti eseguiti dalla sua caserma. Tanto che il carabiniere Peppe Montella, il leader appunto del gruppo di carabinieri di Piacenza, nella conversazione intercettata dagli inquirenti, accoglie subito la richiesta del comandante: “Adesso vediamo di farne il più possibile, anche settimana prossima, almeno di farne altri tre-quattro“.
Come sono stati fatti, e contro chi sono stati eseguiti quegli arresti è la materia oggi degli interrogatori dei magistrati, quelli che stanno “facendo spuntare le lacrime” ai carabinieri di Piacenza.
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16/03/2018
Non bastava la morte di Abd El Salam: avvisi di garanzia ai dirigenti USB per le proteste contro quell’assassinio
Sergio Bellavita e Maria Teresa Chiarello, due nostri dirigenti sindacali, hanno ricevuto due avvisi di garanzia in ordine a gravi reati quali interruzione di pubblico servizio, manifestazione non autorizzata e altri in relazione alle manifestazioni che il giorno seguente all’assassinio del nostro delegato hanno attraversato Piacenza.
Ma la solerzia della questura piacentina non si ferma qui: gli stessi due compagni sono indagati anche per un altro episodio legato alle proteste contro il licenziamento arbitrario di tre lavoratori, deciso dalla RG Servizi, un’azienda di verniciature industriali che lavora anche in appalti per la Difesa, sulla base di accuse pretestuose, tanto che uno dei tre lavoratori ha già ottenuto dalla magistratura il reintegro.
Anche in questo caso accuse pesanti di violenza privata e di concorso, per aver difeso le ragioni dei lavoratori ingiustamente accusati.
Ormai da tempo assistiamo al fatto che sempre più spesso si tenta di rimuovere il conflitto, di annullarlo, colpendo chi ancora non si sottomette alla logica dei ricatti, alle prepotenze e all’arroganza di chi, forte del suo potere, pensa di poter disporre della vita di lavoratori e delle lavoratrici a suo piacimento.
A@ compagn@ colpiti dalla denunce la solidarietà e il pieno sostegno di tutta la nostra organizzazione.
USB sarà sempre al fianco di chi lotta per i diritti dei lavoratori e per la vera giustizia sociale.
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19/02/2018
Le scene immortalate a Napoli – decine di antifascisti faccia al muro, come nelle dittature latinoamericane di qualche decennio fa – obbligano tutti a fare i conti con la realtà: il vero fascismo moderno non sono quei quattro coglionazzi che stendono il braccio teso nel saluto romano, ma la “cultura di governo” che anima i governi europei degli ultimi anni. Per quanto riguarda l’Italia, dunque, soprattutto il Pd – esprime sia il presidente del consiglio sia il ministro dell’interno – che peraltro risulta ormai indistinguibile dai berlusconiani et similia.
E’ necessario ricordare che anche a Napoli la polizia (e i carabinieri, la guardia di finanza, ecc.) sono stati mobilitati per difendere un comizietto di Casapound, in un albergo di fianco alla stazione, come si conviene a chi in una città ci arriva per andarsene di corsa subito dopo.
Ce n’è insomma abbastanza per qualificare questa vicenda come una “vendetta” di Marco Minniti, che aveva dovuto mandar giù la grande manifestazione antifascista di Macerata. Avevamo avvertito subito sul pericolo di “copi di coda” da parte dell’ex membro della “banda dei Lothar” dalemiani. Il quale, infatti, aveva immediatamente provveduto a sostituire il questore della città – evidentemente considerato “troppo morbido” – con Antonio Pignataro, dirigente dell’antidroga, ma noto alle cronache soprattutto per aver diretto, il 29 ottobre del 2014, le cariche contro gli operai della Thyssen di Terni, compreso l’allora segretario della Fiom, Maurizio Landini.
Da quel giorno – appena nove giorni fa – è stato un susseguirsi di cariche di polizia in difesa spudorata dei fascisti.
A Piacenza, dove in centinaia contestavano l’apertura di una sede di Casapound, c’è stato anche l’unico episodio in cui un carabiniere si è fatto male, diventando così l’icona vittimista di un potere abituato a pestare senza incontrare resistenza (se volete, vi facciamo un elenco di morti e feriti per mano delle forze dell’ordine che spaventerebbe anche un boia...).
A Pavia, dove i video hanno immortalato una carica condotta fianco a fianco da poliziotti e fascisti, con tanto di bandiere della “guardia di ferro” guidata dal collaborazionista nazista Codreanu.
A Bologna, soltanto sabato scorso, migliaia di antifascisti sono stati attaccati per un’intera giornata dalle cosiddette “forze dell’ordine” per consentire a una decina di figuri di Forza Nuova di tenere un patetico “comizio” in piazza Galvani.
Domenica sera, infine, le scene che abbiamo visto a Napoli, mentre il ducetto di Casapound, tal Simone Di Stefano, intratteneva qualche sparuto fan e qualche giornalista servile definendosi “Fascista, certo. Siamo gli eredi della tradizione che dopo Rsi e Msi è stata interrotta da An”.
Cinque episodi in dieci giorni non sono delle casuali “coincidenze”, ma il frutto di una logica e di un ordine politico, proveniente dall’alto del Viminale e di Palazzo Chigi. Un ordine chiarissimo secondo cui i fascisti dichiarati devono avere diritto di parola e spazio fisico, manu militari se necessario; mentre gli antifascisti vanno silenziati, repressi, confinati.
Dalle piazze ai media è tutto lo stesso schema: fascisti e razzisti debbono pontificare ad ogni ora dagli schermi tv e dai quotidiani di regime, mentre agli antifascisti va riservato un trattamento demonizzante e/o l’esclusione. Con buona pace della “libertà di stampa” (del resto, se sei un cronista che gli rompe le scatole, anche ai convegni Pd volano schiaffi, mica solo ad Ostia!).
Sono fatti, non opinioni.
E’ dunque intollerabile che questo stesso potere servo dei poteri veri – dai “mercati” all’Unione Europea – cerchi di rifarsi il trucco in vista delle elezioni. Quel Matteo Renzi che dirige il partito di governo riesce, con invidiabile faccia tosta, a disquisire sui valori dell’antifascismo solo perché consapevole che nessuno – tra i tanti servi di redazione – gli farà mai notare l’abisso che separa le sue parole dai fatti messi in atto dal suo governo. «Essere antifascisti è il valore costitutivo della nostra comunità», dice.
Quanto sia vero, lo si giudica dai fatti. Se il governo del Pd volesse difendere i valori dell’antifascismo fissati nella Costituzione avrebbe una soluzione semplice: sciogliere gruppi, organizzazioni, società-paravento, che si rifanno più o meno esplicitamente al fascismo. Quindi in primo luogo Forza Nuova e Casapound.
Non lo fa, come non l’hanno fatto tutti i governi dal 1945 ad oggi. Ma il governo del Pd fa qualcosa di peggio: li difende. Come lo Scelba del 1960, come i democristiani al tempo delle stragi di Stato.
Il fascismo di chi si dichiara tale fa ridere. Quello del governo no. E’ ora di prenderne atto.
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15/02/2018
Potere al Popolo tra i lavoratori in nero della Gls di Piacenza
Sono i compagni di Abd El Salam, ucciso durante un picchetto mentre tentavano di bloccare le merci in uscita dal magazzino per protestare per il mancato riconoscimento dei loro diritti. Ucciso perché, in questa realtà ribaltata dove ci hanno catapultato, le merci valgono più delle persone, gli acquisti più dei diritti, i consumatori più dei lavoratori.
«Anche se ci hanno cacciati continueremo a fermare i camion con i nostri corpi fino a quando non ci metteranno in regola. Non abbiamo paura dei padroni ma non picchiamo i crumuri perché non sono loro i nostri nemici di classe, loro sono vittime del ricatto del padrone».
Hanno tra i 20 e i 25 anni, sono arrivati in Italia sui gommoni fuggendo dalla guerra, dalla fame e dalle torture e per questo sanno distinguere i perseguitati dai loro aguzzini.
Racconterò la loro battaglia facendo quel che vorrei fare ogni volta che racconto dei lavoratori in lotta: scrivere il loro nome e cognome. Non vogliono quasi mai, o non possono. Temono ritorsioni, o si vergognano di quello che hanno subito. Lenghane Adive, 24 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Souleymane 26 anni e Coulibaly Assamado, 23, dalla Costa D’Avorio. Bansé Ousmane, 27 anni, dal Burkina Faso. Kabore Ibrahim, 25 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Alassane 27 anni, dal Mali. Dialla Mamadou Hassimiou, 33 anni, dalla Guinea. Diakite Saydou, 22 anni, dal Mali. Loro sono orgogliosi del proprio nome e cognome scritto sul giornale italiano e lotteranno per vederlo scritto sul contratto che gli spetta.
Grazie a Usb che li affianca nella lotta, grazie a Potere al Popolo che mi ha accompagnato da loro. Che mi ha dato la possibilità di rispondere ai giornalisti che volevano sapere cosa ne pensassi della violenza, che la violenza è quella degli sfruttatori e quella sanguinaria di chi ha legalizzato lo sfruttamento e di questa violenza i giornalisti dovrebbero occuparsi e preoccuparsi invece che cercare i violenti tra gli antifascisti. Che i peggiori violenti, quelli che fanno più vittime anche se sembrano pacifici quando li vedi seduti in un salotto tv, sono quelli che fanno macelleria sociale e non si sentono responsabili della malattia, della miseria, della morte che seminano. Quelli che manipolano l’informazione per ribaltare la realtà e farci credere che i violenti siano quelli che si ribellano, quelli che fanno resistenza.
Niente di nuovo: per i fascisti i partigiani erano banditi e i grandi giornali – no: i giornali grandi – erano complici dei fascisti.
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23/11/2017
Amazon. Nel nodo di Piacenza i lavoratori scioperano per il Black Friday
Lo sciopero riguarda il centro di Amazon a Piacenza, dove lavorano circa 4mila persone e i lavoratori chiedono un miglior trattamento economico. A conferma che nel settore strategico della logistica i lavoratori hanno potere contrattuale, per farsi sentire dalla multinazionale americana, hanno scelto il momento in cui questa ha lanciato, anche in Italia, forti promozioni per il Black friday.
Nel centro di Castel San Giovanni (Piacenza), aperto dieci anni fa con un centinaio di dipendenti, oggi lavorano duemila lavoratori con contratto a tempo indeterminato e altrettanti con contratti di lavoro somministrato per affrontare i picchi di lavoro. Lo sciopero comincerà con il turno mattutino di venerdì e terminerà con l’inizio dello stesso turno di sabato. “Non c’è stata da parte di Amazon Italia – denunciano i sindacati – alcuna apertura concreta sull’aumento delle retribuzioni o della contrattazione del premio aziendale, considerando anche la crescita enorme di questi anni. I ritmi lavorativi non conoscono discontinuità, le produttività richieste sono altissime e il sacrificio richiesto non trova incremento retributivo oltre i minimi contrattuali”.
La replica della multinazionale statunitense è stata che “I salari dei dipendenti di Amazon sono i più alti del settore della logistica e sono inclusi benefit come gli sconti per gli acquisti su Amazon.it, l’assicurazione sanitaria privata e assistenza medica privata”. Non solo. “Amazon offre inoltre opportunità innovative ai propri dipendenti – si legge ancora nella nota diffusa dall’azienda – come il programma Career Choice, che copre per quattro anni fino al 95% dei costi della retta e dei libri per corsi di formazione scelti dal personale”. In pratica si tratta di quel welfare aziendale che è una maledizione sia per i diritti sociali che il salario differito.
Ma l’altissimo tasso di sfruttamento dei lavoratori di Amazon e salari non certo favolosi, hanno visto mettere fine ad una favoletta. Lo sciopero nel giorno del Balck Friday è un segnale interessantissimo del potere che i lavoratori della logistica possono mettere in campo contro i padroni.
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08/11/2017
La criminalizzazione dei sindacalisti. Il conflitto sociale diventa estorsione
In questi giorni a Piacenza sono arrivate alcune denunce con l’accusa di “estorsione” a tre sindacalisti della Usb impegnati nelle lotte della logistica. La tesi della magistratura è che i blocchi dei cancelli e i picchetti durante una trattativa sindacale, siano una forma di coercizione verso l’azienda tesa a ottenere un risultato. “Noi ci opponiamo con fermezza a questo rovesciamento della realtà, ed è anche per questo che parteciperemo con determinazione allo sciopero generale e alla manifestazione nazionale che ha come tema “riportiamo in piazza la verità”, che nel nostro caso risulta un richiamo anche alla nostra specifica questione” afferma l’Usb in un comunicato.
E’ bene rammentare che l’accusa di estorsione è stata già utilizzata dalla magistratura contro i disoccupati organizzati di Napoli o gli occupanti di case a Roma. La incredibile tesi è che le azioni di lotta sull’obiettivo – il lavoro o un'abitazione per chi non ce l’ha – siano una coercizione contro chi le nega ossia istituzioni, aziende, proprietà immobiliare nel tentativo di “estorcere” il lavoro o la casa. Una visione tutta padronale dei rapporti sociali e di proprietà che però viene fatta propria dai magistrati e assai spesso anche dalla “politica”.
Quello è inaccettabile è un capo di accusa grave e assurdo: la tesi della Procura è che nelle lotte si voglia “conseguire un ingiusto profitto patrimoniale” mentre dovrebbe essere chiaro a tutti che sono le aziende che ricavano un “ingiusto profitto” sulla pelle dei lavoratori, cercando continuamente di eludere norme di legge e di contratto, dai salari alla sicurezza. “Questo non ci meraviglia perché sappiamo che nel nostro paese gli spazi di democrazia e di conflitto vengono sempre più ristretti” sostiene l’Usb “A Piacenza come nel resto dell’Italia il Governo, a partire dal Ministro Minniti, vuole eliminare il conflitto come stanno già eliminando da tempo i diritti dei lavoratori”. Nei mesi scorsi alla GLS, l’azienda in cui è stato ucciso Abd El Salam, i facchini si sono mobilitati perché senza alcun avviso, in modo assolutamente opaco, si procedeva ad un cambio di appalto della cooperativa che avrebbe dovuto gestire il magazzino della distribuzione.
La verità è che nei magazzini della logistica il lavoro sia completamente deregolamentato, sia per la alta percentuale di lavoratori immigrati, sia perché – come nel Meridione – anche se sono lavoratori “italiani” il settore è in mano a società e cooperative legate alla malavita. Accade così che molti lavoratori siano senza regolare contratto o con buste paga false; abbiano straordinari non pagati e inquadramenti professionali non a norma; siano privati della necessaria sicurezza, sino ad arrivare ad infiltrazioni malavitose.
In tale contesto, puntuali sono arrivate le denunce di GLS a tre sindacalisti della USB: Issa Abu Abed e Riadh Zaghdane dirigenti nazionali di USB Lavoro Privato e Roberto Montanari dell’esecutivo confederale provinciale USB di Piacenza, accusati di voler “conseguire un ingiusto profitto patrimoniale” e ancora “mettendo in atto azioni di sciopero” per “l’assunzione di personale precedentemente dipendente della cooperativa...” e “attraverso condotte di presidio e picchettaggio degli ingressi”.
A Piacenza, in particolare, ma ormai un po’ ovunque, i facchini sono soliti alzare testa e voce per gridare il proprio diritto ad un lavoro dignitoso, rivendicazione che avanzano scandendo lo slogan SCHIAVI MAI.
Nel 2017 c’è chi si sente legittimato a mettere in discussione il diritto di sciopero grazie ad uno scenario di raffreddamento delle lotte ad opera dei sindacati confederali e allo smantellamento della legislazione sul lavoro ad opera anche dei governi sostenuti e guidati dal PD.
Dovranno però fare i conti con la volontà di difendere la democrazia manifestata dal popolo italiano col referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, con la determinazione dei lavoratori a non chinare la testa nei confronti di chi li vorrebbe nuovamente schiavi e con la fermezza di U.S.B. ad avanzare in una pratica di sindacato di classe, coerentemente e radicalmente dalla parte di chi è sfruttato.
Su questo aspetto della criminalizzazione del conflitto politico e sociale nel paese, venerdì pomeriggio a Roma la Piattaforma Eurostop ha organizzato una assemblea pubblica (ore 16.00 sala di via Galilei 53) a cavallo tra la giornata di sciopero generale del 10 e la manifestazione nazionale di sabato.
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15/09/2017
Un anno fa Abd Elsalam. Usb dice no alla carità pelosa di GLS
Come risponde GLS alle manifestazioni in memoria di Abd Elsalam? Chiudendo il magazzino davanti al quale il nostro compagno è stato ucciso da un tir incitato a forzare il presidio al quale Abd Elsalam partecipava. Pare incredibile ma così è: GLS annuncia la chiusura notturna dell’hub di Piacenza proprio in coincidenza dell’anniversario.
Dicono nel loro comunicato che lo fanno in memoria del lavoratore. Se così fosse, il modo migliore per ricordare Abd Elsalam sarebbe invece aprire il centro di smistamento ai lavoratori, per ricordare il nostro compagno proprio nella ricorrenza della sua scomparsa. La morte di Abd Elsalam è la morte di un lavoratore che si è sempre battuto in difesa dei diritti che proprio GLS vuole negare. La carità pelosa non ci interessa. Ed è per questo che USB conferma tutte le iniziative in programma.
Il 14 settembre rimangono le 2 ore di sciopero proclamate in tutte le aziende della logistica, dalle ore 23.00 alle 01.00 del 15, fascia oraria in cui si è consumato quel tragico omicidio, con invito a tutti i lavoratori del settore ad aderire; davanti al magazzino della GLS a Piacenza ci sarà un fiaccolata.
Questo sciopero non ha solo un carattere commemorativo, che pure ha la sua valenza, ma vuole rappresentare un altro momento di denuncia rispetto alle condizioni di sfruttamento e di precarietà che vivono gli addetti nei magazzini della logistica: dalla mancata applicazione dei contratti, alla non osservanza delle norme di sicurezza.
La campagna Schiavi Mai non solo non è mai finita, ma diventa sempre più attuale.
La mobilitazione continuerà il 20 Settembre davanti al Tribunale di Piacenza in occasione dell’udienza preliminare relativa all’assassinio di Abd El Salam; domenica 24 inaugurazione della nuova sede USB di Piacenza (intitolata a Abd El Salam), seguita da un’assemblea pubblica sulle condizioni di lavoro nella logistica e sulla repressione delle lotte di chi ha scelto di alzare la testa.
TOCCA UNO TOCCA TUTTI
#SCHIAVIMAI
Unione Sindacale di Base
USB Lavoro Privato
Roma, 13 settembre 2017
Fonte


