Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/01/2026

Quando il welfare è nelle mani delle aziende

Il 2026 doveva essere l’anno del PNRR, per raccogliere i frutti di quel Piano nazionale di ripresa e resilienza pensato per ridisegnare il Paese e non per restituirci la “normalità” che ci ha portato alla pandemia. Tra gli obiettivi iniziali del Piano (Missione 4, componente 1) c’era la creazione di 264.480 nuovi posti in asili nido e scuole per l’infanzia entro fine 2025, con 4,6 miliardi di euro a bilancio. Poi l’attuale governo ha tagliato la previsione a 150.480 posti e spostato la scadenza a giugno 2026, al fotofinish, riducendo le risorse a 3,24 miliardi. La copertura prevista a fine progetto passerebbe perciò da 46 a 39 posti ogni 100 bambini di 0-2 anni. Ma siamo nel campo della fantasia.

Per l’Ufficio parlamentare di bilancio già un anno fa erano evidenti le “incertezze sul conseguimento dell’obiettivo sia in termini quantitativi sia temporali”. Nel maggio 2025 l’Istat ci ha ricordato in quale Paese viviamo. Secondo l’ultimo “Report sui servizi educativi per l’infanzia in Italia” nell’anno educativo 2022/2023, le unità di offerta censite sul territorio nazionale hanno per la prima volta superato quota 14mila: anche se l’incremento dei posti complessivi (pubblici e privati) è del 4,5% rispetto all’anno prima, non riesce comunque a soddisfare la domanda che pure continua a crescere nonostante il tracollo delle nascite. Quasi sei strutture su dieci riportano di avere bambini in lista d’attesa, dato in aumento. “Le difficoltà a soddisfare tutte le richieste risultano più marcate nei servizi del settore pubblico – ricorda l’Istat –: il 68,9% dichiara di avere domande inevase, quota che sale al 73,3% per le unità di offerta pubbliche del Nord. Anche nel settore privato si registrano liste d’attesa, sebbene con minore frequenza: 54% per i servizi privati tout court e 53,7% per quelli convenzionati”.

L’accesso ai servizi educativi è fortemente diseguale. Alcune aree del Paese sono infatti ancora molto distanti dal Livello essenziale delle prestazioni (Lep) fissato al 33% (33 posti ogni 100 bambini) entro il 2027: Campania 13,2%, Sicilia 13,9%, Calabria 15,7%. Dati imbarazzanti se confrontati al recente obiettivo europeo del 45% di copertura entro il 2030. Incidono tantissimo le disuguaglianze sociali: “I bambini che vivono in famiglie a rischio di povertà ed esclusione sociale, con cittadinanza straniera o con la madre non lavoratrice, registrano livelli di frequenza significativamente inferiori rispetto ai coetanei”. Perché non è “solo” una questione di conciliare vita-lavoro ma di equità e promozione dei diritti dell’infanzia. Così come non è “solo” una questione di posti ma di personale educativo qualificato e ben retribuito. L’Istat infatti riporta che il pieno raggiungimento dell’obiettivo PNRR relativo ai posti autorizzati comporterebbe “un incremento stimato tra le 23.700 e le 24.900 unità di personale aggiuntivo a tempo pieno equivalente, da inserire in un comparto oggi costituito da circa 63.400-68.400 educatrici ed educatori”.

E mentre i bandi sugli asili nido del PNRR promossi dal ministero dell’Istruzione continuano a fermarsi al di sotto degli obiettivi, spuntano iniziative che dovrebbero far discutere di più.

È il caso della neonata Fondazione “Cresciamo il futuro”, iscritta al Registro unico nazionale del Terzo settore il primo dicembre 2025. L’hanno istituita nove giganti dell’economia italiana: A2A, Engineering, Eni, FiberCop, Fincantieri, Intesa Sanpaolo, Ita Airways, Leonardo, Open Fiber. “Un progetto innovativo e inclusivo per contrastare la denatalità e favorire il work life balance”, dicono i promotori, che punterebbe alla “creazione e sviluppo della più grande rete nazionale di asili nido diffusi a cui possono accedere tutte le lavoratrici e i lavoratori dipendenti delle aziende aderenti”. Dovrebbe occuparsi della “gestione diretta o indiretta di asili e scuole per l’infanzia”, della “creazione e il coordinamento di una rete di istituti per rendere quanto più fruibile il servizio”, della “gestione diretta e indiretta di una piattaforma digitale essenziale per lo scambio delle informazioni circa l’accesso alle strutture scolastiche e ricettive per l’infanzia”. L’ossessione è “l’abbandono del posto di lavoro a fronte della nascita dei figli”. È il welfare nelle mani delle aziende. Molto poco resiliente.

Fonte

26/11/2023

La riforma previdenziale del Governo Meloni

La strategia del Governo sembra puntare a rendere difficile e meno conveniente il pensionamento anticipato. Con il passare degli anni, essendo sempre più residuale la componente di spesa associabile al calcolo retributivo degli importi pensionistici (sistema misto)[1], il risparmio per le casse dello Stato è divenuto via via meno consistente.

Tutte le forme di pensionamento anticipato, difatti, comportano una riduzione della pensione in cambio della sua erogazione anticipata per alcuni anni. Se questa, con la scomparsa del calcolo retributivo degli importi, si va riducendo di per sé, la convenienza per lo Stato del pensionamento anticipato viene gradualmente meno.

E così il Governo ha deciso di renderlo meno oneroso per le casse pubbliche, modificandone i parametri d’accesso, calcolando l’importo degli anni di pensione anticipata interamente col sistema contributivo e abbassando, per di più, il limite di importo massimo consentito dell’assegno mensile (sì, perché non si può andare anticipatamente in pensione con importi troppo elevati).

I lavoratori iscritti alla Cassa pensione dipendenti enti locali, alla Cassa pensione sanitari, alla Cassa pensione insegnanti e alla Cassa pensione ufficiali giudiziari, invece, subiranno una modifica peggiorativa delle aliquote di calcolo della componente retributiva della pensione.

A perderci saranno principalmente le pensioni dei dirigenti, ma anche uno stipendio medio-basso come quello dell’impiegato degli enti locali lascerebbe sul campo oltre il 3%, che per redditi di questo tipo non è poco.

Politiche sul pensionamento anticipato

La prima e più diffusa forma di pensionamento anticipato è la Quota. Il D.L. 4/2019 introdusse la famosa “Quota 100”, che permetteva l’uscita dal lavoro al raggiungimento del totale di 100 (62 anni anagrafici e 38 di contributi). Con la Legge di Bilancio per il 2022 (L. 234/2021, art. 1, c. 87) Quota 100 diventò Quota 102 (64 anni e 38 di contributi).

Questa revisione consentì di eliminare il Fondo per il pensionamento anticipato (che aveva in dotazione oltre 8 miliardi di € per il 2022), al posto del quale ne venne creato uno per il sostegno ai pensionamenti anticipati dei dipendenti delle piccole e medie imprese in crisi (ma si trattava di soli 150 milioni di € per il 2022) (art. 1, cc. 88-89).

La Legge di Bilancio per il 2023 (L. 197/2022) ha istituito Quota 103 (62 anni e 41 di contributi). Per la prima volta è stato introdotto un tetto massimo sul valore nominale della pensione percepita (per i soli anni di anticipo, ovviamente), che non poteva essere superiore alle cinque volte l’assegno sociale [2] (art. 1, c. 283).

Per accedere al pensionamento anticipato, dunque, i percettori di pensioni lorde superiori ai 2.500 € dovrebbero accettare un’ulteriore decurtazione dell’importo.

“Ulteriore” perché, innalzando il limite ordinario per il pensionamento (Riforma Fornero) e poi stabilendo delle deroghe per riabbassarlo, quale ad esempio il meccanismo delle Quote, si ottiene già una riduzione degli importi pensionistici sulla base delle minori entrate contributive rispetto a quelle previste: se si va in pensione anticipata, infatti, si smette di versare i contributi.

Il risultato è che poi si matura una pensione ridotta quando fino a pochi anni prima, pensionandocisi con le stesse identiche annualità di lavoro, la si avrebbe avuta intera.

L’assegno pensionistico, infatti, si calcola moltiplicando il totale dei contributi versati (montante contributivo) per il numero di anni lavorati, e poi moltiplicando il risultato per un numero chiamato coefficiente di trasformazione [3].

Il totale sarà la pensione annua in €, che a quel punto andrà semplicemente divisa per le tredici mensilità (considerando la tredicesima) e ci darà la pensione mensile. Dunque, il meccanismo delle Quote si basa su di una vera e propria truffa ai danni del cittadino lavoratore.

Ma cosa cambierà d’ora in avanti? Gli importi subiranno ulteriori tagli. Innanzitutto, come detto si passerà all’eliminazione del sistema misto in favore di un calcolo interamente contributivo (prima riduzione dell’importo). Con la nuova norma in preparazione, inoltre, il Governo “concederà” la possibilità di accedere a Quota 103 continuando a lavorare. In tal caso il lavoratore potrà optare per il versamento in busta paga dei contributi previdenziali a proprio carico.

Ciò, però, comporterà un’altra decurtazione della pensione spettante al raggiungimento dell’età ordinaria prevista per il pensionamento (quando cioè si smette di usufruire del meccanismo della Quota) in ragione del minor montante contributivo maturato (seconda riduzione).

Uno sciacallaggio ai danni di quelle famiglie che, pur sapendo di andare incontro a pensioni più basse, scelgono di “pensionarsi anticipatamente” rimanendo a lavorare per quei pochi spicci in più, necessari per sbarcare il lunario e provare a venir fuori da uno stato di estrema necessità e disagio socio-economico.

Verrà poi abbassato il limite per i pensionamenti con Quota 103, ora di quattro volte l’assegno sociale. Il massimo percepibile, quindi, sarà di circa 1.750 € al mese (terza riduzione). Le finestre per il pensionamento diverranno più strette, passando dai 3 ai 7 mesi (settore privato) o dai 6 ai 9 (per il pubblico impiego). Dal 2024, infine, sarà istituita Quota 104 (63 anni di età + 41 anni di anzianità contributiva).

Un’altra forma di pensionamento anticipato è l’Anticipo Pensionistico (APE), che prevede l’erogazione di dodici mensilità (ma non la tredicesima) pari a una percentuale che varia dal 75 al 90% della pensione a cui si avrebbe diritto al momento dell’interruzione della carriera lavorativa.

Istituita dalla Legge di Bilancio per il 2017 (L. 232/2016), consiste in un prestito statale che viene poi restituito, nell’arco di 20 anni, tramite detrazioni sui futuri importi pensionistici erogati dall’età “ufficialmente” prevista per il pensionamento dell’interessato.

In parole povere, la pensione cui il lavoratore potrà avere diritto viene spalmata anticipatamente su alcuni anni, consentendo di smettere di lavorare fino a 3 anni e 7 mesi prima (a patto che si abbia un’età minima di 63 anni, almeno 20 annualità di lavoro e il diritto a una pensione equivalente ad almeno 1,4 volte l’assegno sociale), e poi recuperata dopo.

È prevista obbligatoriamente la stipula di un’assicurazione per morte prematura (art. 1, cc. 166 e 167), in relazione alla quale, oltre ai premi assicurativi, il lavoratore paga anche gli interessi sul finanziamento. Questi si calcolano dal momento di ricezione del primo assegno APE a quello in cui l’INPS se lo riprende a rate prelevandolo dalla pensione ordinaria.

In funzione di parziale recupero di tali spese extra viene prevista una riduzione massima del 50% della tassazione relativa a 1/20 dei premi assicurativi e degli interessi, ma è poca cosa.

Questa tipologia di APE è chiamata APE volontaria e non è più possibile accedervi, per quanto vi siano ancora molti che ne usufruiscono. Esiste una seconda forma di APE, tuttora in vigore, prevista per alcune categorie svantaggiate: l’APE sociale. Destinata a disoccupati con una lunga carriera lavorativa alle spalle, a persone che assistono familiari disabili, agli invalidi civili e a chi svolge da anni lavori particolarmente gravosi, l’APE sociale prevede un assegno massimo di circa 1.200 €, non rivalutabili sull’inflazione.

Non funziona come l’APE volontaria: si tratta di un semplice quanto limitato sussidio economico erogato direttamente dallo Stato (fino al raggiungimento di un tetto massimo di spesa) al lavoratore in stato di particolare difficoltà. Come tutte le forme di pensionamento anticipato comporta una riduzione del futuro assegno ordinario di pensione, in virtù dell’interruzione dei versamenti contributivi.

Il Governo ha deciso di innalzare il requisito minimo di età, portandolo dai 63 anni ai 63 e 5 mesi, e ha reso il sussidio cumulabile con altri redditi da lavoro, consapevole del fatto che, nonostante l’importo basso, spesso i destinatari della misura non riusciranno ad accedere a lavori stabili e a tempo pieno, per via dell’età e delle particolari criticità socio-economiche, ma solo arrotondare con qualche lavoretto.

Non è un caso che il tetto di guadagno extra sia stato previsto solamente per il lavoro autonomo (nella misura di 5.000 € l’anno).

La terza forma di pensionamento anticipato è la cosiddetta “Opzione Donna”, riservata chiaramente alle lavoratrici. Nel 2004 (L. 243/2004) si stabilì che i 40 anni di contributi necessari per il pensionamento sarebbero stati richiesti a partire dal 2008, anziché dal 2004 come precedentemente previsto. Lo slittamento era stato giudicato doveroso in quanto prima di allora si richiedevano solo 35 anni (L. 449/1997).

Sempre con la legge del 2004 si volle prevedere un’ulteriore possibilità di pensionamento, disponibile dal 01/07/2009, che fosse alternativa al raggiungimento dei 40 anni lavorati: ci si poteva pensionare anche con 61 anni di età e 36 di contributi, oppure 62 e 35, e così via, purché la somma dei due numeri desse 974. Col senno di poi si può dire che in tale maniera si incominciò ad aumentare l’età anagrafica utile per l’accesso alla pensione, tentando di abituarvi la popolazione.

Cosa c’entra tutto questo? Sempre con la L. 243/2004 venne prevista una terza via, aperta alle sole lavoratrici, consistente nella possibilità di andare in pensione a 57 anni (come prevedeva la vecchia norma) ma al prezzo di un considerevole taglio sull’assegno, causato dall’integrale applicazione del calcolo contributivo (art. 1, c. 9). Nasceva, così, Opzione Donna.

Il Governo attuale aveva già limitato la platea delle beneficiarie durante lo scorso anno e questa volta ha deciso di innalzare l’età minima di accesso (da 60 a 61 anni, con 35 di contributi).

Rimane un’ultima forma di pensionamento anticipato: la pensione anticipata contributiva. Questa prevedeva un minimo di 64 anni di età e 20 di contributi, oltre a un livello minimo lordo di 2,8 volte l’assegno sociale, a patto che si andasse in pensione col sistema contributivo (non con quello misto).

Il limite sull’assegno imponeva ai lavoratori più poveri di rimanere a lavoro per più tempo, anche oltre i 64 anni + 20, per superare tale soglia, e consentiva allo Stato di ridurre la massa delle pensioni anticipate che, come detto, convengono sempre meno. Su tutto ciò, il Governo ha peggiorato sensibilmente la situazione:

– i 20 anni di contributi sono stati agganciati alla dinamica della speranza di vita, ancora in ripresa dopo il calo del Covid: «I livelli di sopravvivenza del 2022 risultano ancora sotto quelli del periodo pre-pandemico, registrando valori di 6 mesi inferiori nei confronti del 2019, sia tra gli uomini che tra le donne»[5]. La diminuzione della speranza di vita dovuta al Covid non aveva fatto calare né i 20 anni di contributi necessari per questa forma di pensionamento, né tantomeno l’età pensionabile in generale, in virtù di alcune disposizioni che bloccavano gli adeguamenti a una speranza di vita non più certamente in ascesa[6]. Meloni, dunque, ha pensato bene di considerare solo la fase di ripresa della speranza di vita, truffando così la popolazione per l’ennesima volta;

– il livello minimo lordo di 2,8 volte l’assegno sociale viene aumentato a 3, mentre rimane a 2,8 per le donne con un figlio e scende a 2,6 per quelle che ne hanno più di uno (sancendo comunque, complessivamente, un netto risparmio per le casse statali, dato che di pensionamenti a 63 anni con due figli a carico non ve ne sono certo molti...);

– viene istituito un limite massimo dell’importo pensionistico, pari a cinque volte l’assegno sociale;

– viene introdotta una finestra di tre mesi di attesa per l’accesso al trattamento.

Politiche sul lavoro giovanile

Lo diciamo subito: chi pensava che il governo di destra avrebbe favorito i lavoratori precoci (coloro che presentano contributi prima del diciannovesimo anno di età) dovrà ricredersi, poiché le norme in proposito restano invariate. Evidentemente la propaganda delle forze di Governo serviva più che altro a indirizzare l’intera manovra verso un generale contenimento dei costi.

L’altro fronte è quello del riscatto dei titoli di studio. Generalmente conseguiti da giovani, questi possono essere convertiti (“riscattati”) in anni di contribuzione lavorativa (fin dal lontano 1974, D. L. 30/1974), validi ai fini del calcolo dei requisiti pensionistici, in quanto l’impegno per la formazione viene riconosciuto come impegno a fini lavorativi a prescindere dalla professione effettivamente svolta negli anni a seguire.

Il riscatto di lauree e dottorati avviene diversamente in base alle date in cui sono stati conseguiti: se al conseguimento del titolo era vigente il sistema retributivo il costo del riscatto va calcolato mediante l’applicazione di alcuni coefficienti stabiliti per legge (rapportati a vari parametri, come l’età anagrafica); se già vigeva il contributivo, invece, si applica semplicemente l’aliquota di contribuzione complessiva (circa il 33% dello stipendio lordo) alla retribuzione salariale lorda dell’ultimo anno di lavoro, ottenendo il costo del riscatto di un anno di studi.

Anche qui, nell’ottica di rendere complessivamente meno onerosa l’esistenza di lavoratori prossimi ad andare in pensione col sistema misto (lo ricordiamo: retributivo per le annualità lavorate fino al 1995 e contributivo per le successive), il Governo ha deciso di aumentare i coefficienti per il riscatto dei titoli conseguiti quando era in vigore il retributivo.

Una norma decisamente iniqua, perché coloro che hanno riscattato la laurea 25 o 30 anni fa, subito dopo avere conseguito il titolo, si trovano ora in una situazione di maggior favore rispetto a chi (a parità di anni anagrafici e contributivi) non aveva operato questa scelta, non avendo magari i soldi per farlo.

Ma con questo Governo nessuno può dormire sonni tranquilli: quanti hanno riscattato il titolo di studio prima di una certa data, quando ancora vigeva il sistema retributivo, avranno un coefficiente di calcolo atto proprio a ridimensionare il peso economico di tale riscatto.

In parole povere, si darà vita a un procedimento di calcolo svantaggioso rispetto a oggi, cosicché gli anni già riscattati contribuiranno in minor misura ad accrescere l’importo della pensione cui si avrà diritto. È del tutto evidente, perciò, che se da una parte i nuovi coefficienti sono stati pensati per rendere oneroso il riscatto e così allungare gli anni lavorativi, dall’altra si aumenterà la cifra necessaria ai riscatti non ancora effettuati.

Argomento per certi versi simile è quello del riscatto dei vuoti contributivi. La possibilità di coprire a proprie spese i versamenti contributivi di periodi durante i quali non si stava lavorando era stata introdotta dal D. L. 4/2019, art. 20, a nostro parere nel tentativo di limitare il buco di bilancio causato dalla sempre maggior diffusione di contratti precari (a tempo parziale, a scadenza, saltuari e stagionali), che lasciano disoccupate per alcuni periodi centinaia di migliaia di persone.

Tale disposizione aveva validità fino al 2021 ed è stata “ripescata” dall’attuale Governo, con modifiche peggiorative.

Non sarà più possibile riscattare periodi di inattività lavorativa durante i quali era vigente il sistema retributivo; chi aveva già riscattato degli anni sulla base della legge del 2019, inoltre, si vedrà annullato il provvedimento e restituiti i contributi versati, generalmente al prezzo di grossi sacrifici.

Un’attitudine alla retroattività delle norme, questa del Governo, molto pericolosa per la tenuta del sistema democratico rappresentativo.

Non vorremmo che la guerra contro i lavoratori che hanno diritto al sistema misto diventi per un po’ un banco di prova per istituire nuove restrizioni democratiche nel prossimo futuro, mediante leggi che non annullano solamente le disposizioni precedenti, cosa che è nell’ordine naturale delle cose, ma anche i loro effetti.

Anche in questo caso il totale dei contributi da versare per ottenere il riscatto corrisponderà al 33% degli ultimi 12 mesi di stipendio, anziché a quelli immediatamente successivi agli anni di inattività (o a un loro parziale ricalcolo). Visto il costo piuttosto oneroso che ne consegue, il Governo prevede la possibilità di rateizzare l’importo (massimo 120 rate per minimo 30 € a rata).

Ulteriori modifiche peggiorative sono poste dal limite massimo di 5 anni riscattabili e dal fatto che il riscatto non sarà più deducibile al 50% ma solo detraibile, ossia: lo sconto fiscale sarà sul reddito da dichiarare, anziché sull’imposta.

Ciò costituirà un piccolo vantaggio per chi ha scelto di affidarsi ad assicurazioni e previdenza private, che già consentono detrazioni sul reddito, ovvero un incentivo, per tutti gli altri, a imboccare quella stessa via.

Un’ultima piccola nota: nel settore privato, sia per il riscatto dei titoli di studio che per quello dei vuoti contributivi è possibile far reperire la quota da versare attingendo da eventuali premi di produttività conseguiti dal dipendente, al fine di ottenere uno sconto fiscale (sia per l’azienda che per il dipendente). Ed è proprio degli incentivi (alias “ricatti”) alla produttività sul posto di lavoro che dobbiamo, ahinoi, ancora parlare.

Politiche sulla produttività del lavoratore

La manovra rinnoverà lo sconto del 5% sulla tassazione dei premi erogati dalle aziende private (e dalle cosiddette “pubbliche economiche”, ossia pubbliche ma non facenti parte in senso stretto dell’apparato amministrativo statale) in favore di dipendenti con reddito fino agli 80.000 €.

A essere agevolati non saranno indiscriminatamente tutti i premi aziendali ma solo quelli per la produttività (che presentino, cioè, «ammontare variabile e corresponsione legata a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza e innovazione»[7] e siano subordinati al raggiungimento di un obiettivo prefissato dall’azienda e misurabile tramite indicatori numerici).

Infine, sarà necessario che tali premi facciano parte di accordi stipulati con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative[8], determinando di fatto l’esclusione di tutti quelli ottenuti al prezzo di faticose vertenze condotte col sindacalismo di base o autonomo.

Tali accordi potranno prevedere la possibilità di erogare i premi sotto forma di pacchetti di welfare aziendale. In questo caso al lavoratore andrà l’equivalente dell’importo lordo del premio. Il guadagno, però, più che nelle tasche di questo finirà in quelle dell’azienda, che potrà risparmiare sui costi e, volendo, anche “mangiarsi” il lordo tramite contratti per la fornitura di welfare, stipulati con aziende esterne, appositamente gonfiati.

Ma come funziona il welfare aziendale?

Si tratta di un insieme di beni e servizi che l’azienda mette a disposizione dei propri dipendenti, stipulando accordi con soggetti terzi. In cambio riceve degli sgravi fiscali dallo Stato, che in questo modo partecipa ai costi con la finanza pubblica.

Le aziende ci guadagnano soprattutto a livello di produttività; innanzitutto perché un robusto welfare aziendale in alcuni settori lavorativi può contribuire a migliorare la percezione del benessere e ad aumentare, per conseguenza, il tasso di produttività, ma poi soprattutto perché è possibile corrispondere una parte dei benefit al raggiungimento di determinati livelli di produttività.

Fra i beni e i servizi erogabili troviamo: concessioni di sussidi; borse di studio; contributi per attività culturali, ricreative, con finalità sociali; agevolazioni per prestiti e mutui edilizi; polizze sanitarie integrative; stipula di convenzioni per asili nido e scuole per l’infanzia; polizze sanitarie e spese mediche; previdenza complementare; buoni-acquisto per viaggi, carburante, per fare la spesa e via dicendo...

Novità della manovra sarà la possibilità di includere il rimborso delle spese per l’affitto della prima casa, per gli interessi del mutuo sulla prima casa o per le utenze domestiche (in vigore dal 2022). La soglia massima di esenzione annua è di 1.000 €, 2.000 se con figli a carico.

A ben vedere, quella del welfare sul lavoro è una politica perversa, perché tende sempre di più a subordinare la soddisfazione dei principali bisogni di vita alla volontà dell’azienda. In questo modo lo Stato ottiene uno sgravio di responsabilità nei confronti del cittadino lavoratore e diventa più agevolmente in grado di depotenziare lo Stato sociale e la previdenza pubblica.

Per finire, la manovra intende mantenere il “bonus Maroni”, destinato a chi opta per la prosecuzione del lavoro pur avendo raggiunto i requisiti per il pensionamento. Si tratta di un versamento extra in busta paga da parte dello Stato, pari ai contributi da versare (9,19%).

Una misura che si appiglia alle difficoltà economiche e materiali dei lavoratori anziani o dei loro cari, per convincerli a rinunciare anche alla propria vecchiaia. Un beneficio che, in fondo, risulta conveniente solo per chi è dirigente, percepisce uno stipendio alto e vuole rimanere al lavoro.

Quest’anno, tra l’altro, risulterebbe vantaggioso «solo per i lavoratori che sono esclusi dalla applicazione del cuneo fiscale (oltre 35mila euro annui)»[9]. Dirigenti, per l’appunto.

Conclusioni

Il Governo sembra intenzionato a battere la strada della riduzione del costo delle pensioni, anziché quella della riduzione del numero di pensioni da erogare (raggiungibile tramite politiche che puntino decisamente sull’aumento dell’età pensionabile).

Per come si sono delineati, anche gli interventi sulle forme di pensionamento anticipato sembrano principalmente orientati alla riduzione dei costi di quelle pensioni, che al loro posticipo (per quanto ovviamente le due cose siano legate).

L’accento sulla produttività può avere invece un significato strategico ed essere legato agli investimenti produttivi previsti dal PNRR. Un aumento della produttività significa una riduzione del costo del lavoro e, pertanto, fa il paio con tali investimenti, rafforzandone gli effetti di implementazione economico-produttiva.

Note

1) La Riforma Dini (L. 335/1995) sancì il passaggio a un nuovo modello di calcolo della pensione: anziché basarsi sul livello dei salari percepiti (metodo retributivo), il calcolo avrebbe dovuto essere fatto sull’ammontare dei contributi versati (metodo contributivo). Fra i due, il retributivo è nettamente il più favorevole per i lavoratori e consente pertanto una pensione più alta. Di conseguenza, a coloro che al ‘95 avessero già lavorato degli anni veniva concesso che tali specifiche annualità avrebbero contribuito a stabilire l’importo della pensione su base retributiva, pur passando anch’essi al contributivo per gli anni a venire (metodo misto). Il sistema contributivo venne fatto passare per una scelta obbligata dettata da condizioni economiche emergenziali, ma in realtà era già stato pensato e introdotto per gli autonomi anni addietro (L. 233/1990), prima ancora della Riforma Amato del ’92. Ciò è indice della profonda insincerità di un ceto politico che, senza dirlo, aveva già in testa la completa dismissione del saldo sistema di tutela sociale pensionistica ereditato dal ‘900.

2) Nel 2023 l’assegno sociale corrisponde a 503,27 €/mese.

3) I coefficienti variano in base all’età in cui ci si pensiona, aumentando progressivamente. Negli ultimi trent’anni c’è stata un’altalenante tendenza alla diminuzione dei coefficienti previsti per tutte le età fino ai 68, preservando a mo’ di premio i pensionamenti avvenuti nella piena anzianità. L’attuale Governo ha operato dei lievi incrementi, che per ordine di grandezza non si discostano da quelli di tutti gli altri esecutivi e che, pure, premiano le età di pensionamento estremamente elevate (v. Decreto Ministeriale del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 01/12/2022).

4) Per inciso, è qui che compare per la prima volta la nozione giuridica della “quota”. Salvini l’ha semplicemente “recuperata”, rimodulandola in senso peggiorativo (da “quota 97” a Quota 100). L’espressione “opzione donna”, invece, ha avuto origine nella propaganda mediatica e solo successivamente è entrata nei testi di legge. Alla luce di quanto esplicitato in questo documento sono palesi le differenze tra enunciazioni di principio e dichiarazioni rese dal Governo, da un lato, e la loro pratica realizzazione nella manovra di Bilancio, dall’altro. Al posto di un’opzione vantaggiosa per le donne e per i lavoratori anziani traspare una volontà politica in linea con le richieste dell’agenzie di rating e della BCE.

5) Società Italiana di Reumatologia: ISTAT: speranza di vita in crescita per gli uomini e stabile per le donne, 07/04/2023.

6) Forniamo i principali riferimenti normativi: D. L. 201/2011, art. 24, comma 1 (adeguamento biennale, anziché annuale, della speranza di vita); L. 205/2017, Art. 1, comma 146, lett. “b” (scelta degli anni di riferimento rispetto a cui considerare l’incremento della speranza di vita, individuati non in quelli immediatamente precedenti all’anno corrente); Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 27/10/2021 (annullamento della riduzione di tre mesi dell’età pensionabile).

7) Giampiero Falasca: Premi con tassazione al 5% estesa anche al 2024. In “ilSole24Ore”, Focus Norme&Tributi, p. 6, 10/11/2023.

8) Si tratta di una nozione giuridica, introdotta a partire dalla L. 549/1995, che determina l’esclusione di tutti i sindacati “minori”. La precedente nozione di sindacato “maggiormente rappresentativo” consentiva di includere tutte le organizzazioni che presentassero i requisiti minimi di estensione organizzativa sul territorio nazionale, partecipazione alle contrattazioni, diffusione sui posti di lavoro, ecc., indipendentemente dalla compresenza di sindacati più grandi. La modifica sembra adatta a scongiurare l’inclusione di accordi non funzionali ad accrescere utili aziendali e produttività.

9) Maria Carla De Cesari: Opzione donna c’è ancora ma l’età minima sale a 61 anni. In “ilSole24Ore”, Focus Norme&Tributi, p. 12, 10/11/2023.

Fonte

26/06/2019

«Caro Landini, il welfare ‘aziendale’ cancella la sanità pubblica»

Caro compagno Maurizio Landini,

Ti scrivo a nome e per conto di Medicina Democratica e delle Reti per la salute in cui Md è presente (Rete Sostenibilità e Salute, Campagnadico32, Rete europea contro la commercializzazione e la privatizzazione della salute) per esprimere una preoccupazione e fare una proposta in merito al cd welfare aziendale.

Sicuramente sei informato e a conoscenza del 13esimo Rapporto sullo stato sociale (2019), curato dal prof. Felice Roberto Pizzuti, docente di economia dell’Università La Sapienza di Roma, che esamina complessivamente i problemi dello stato sociale. In esso si approfondiscono anche i temi della sanità e dell’assistenza. Il rapporto sostiene che il welfare contrattuale è uno sconto fiscale per le imprese che oltretutto «fidelizzano» così il proprio dipendente. Aumenti contrattuali pagati tramite fondi defiscalizzati, destinati soprattutto alla sanità privata, tolgono risorse alla sanità pubblica per una stima di oltre due miliardi annui. Ciò si somma a quanto sta attuando il governo in modo chiaro od occulto. Il vantaggio per lavoratrici e lavoratori dalla sanità integrativa è solo apparente: evitano di fare code per visite ed esami ma questo comporta un aumento delle disuguaglianze (anche fra i lavoratori tutelati e coloro che non lo sono), un aumento di prestazioni sanitarie non giustificate e soprattutto ulteriore destrutturazione del Servizio Sanitario Nazionale. Chiediamo ai sindacati, in particolare alla Cgil, di ripensare il sostegno ‘pragmatico’ al welfare aziendale e – considerando che in una lettera si può dire anche meno dell’essenziale – di poterci confrontare direttamente.

Perché siamo in grado di dimostrare, sul piano sociale e scientifico, come la sanità integrativa (di fatto, privata) sia uno svantaggio per i lavoratori e per l’intera popolazione e che sarebbe meglio se la classe operaia, per sé e per tutti, difendesse quel Servizio Sanitario Nazionale, universale pubblico e partecipato, che anche i sindacati hanno voluto (Cgil-Cisl-Uil in un convegno promosso poco dopo la promulgazione della legge 23.12.1978 n. 833, ad Ariccia il 5/6/7 febbraio 1979).

Per fare ciò – lo ricordo come ex sindacalista ed ex metalmeccanico, presente a quel convegno – si rende necessaria, come fu allora detto e scritto, «una grande mobilitazione e una grande iniziativa popolare e di massa». Certo è passato del tempo e la riforma non è stata pienamente attuata, ma è meglio fondarsi sulle ragioni e sulle esperienze delle lotte contro la monetizzazione della salute, per la prevenzione e la partecipazione alla vita e al funzionamento del servizio sanitario nazionale, piuttosto che riproporre forme mutualistiche di sanità (come i fondi integrativi) che ci rimandano a un passato ancora più antico: alla legge 15 aprile 1886 n. 3818!

Nella speranza di essere ascoltato e convocato per una discussione, un seminario o altro, insieme alle associazioni nominate e agli esperti che le compongono, Ti invio i miei migliori saluti.

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25/06/2019

Ospedali senza medici, sanità al collasso. Una soluzione in tre mosse

La notizia sull’assenza di medici negli ospedali del Molise è solo l’ultima vergognosa conferma.

Vedere interviste sull’emergenza sanitaria ospedaliera fatte al Ministro della Difesa piuttosto che a quello della Sanità, ci dà il segno dei tempi.

La soluzione indicata infatti è quella di precettare i medici militari per assicurare la presenza di medici in ospedali dove non ce ne sono praticamente più. I feroci tagli agli organici, i medici che vanno in pensione, quelli che muoiono (capita anche a chi cura gli altri), il numero chiuso nelle facoltà di Medicina che ha ridotto al minimo la formazione di nuovi medici, ed ecco il risultato. Con un allarme che, oltre al Molise sembra riguardare anche Lazio, Toscana, Lombardia ed altre regioni.

Una emergenza annunciata. Perché?

Lo spiega la Fondazione Gimbe che ha presentato un rapporto al Senato secondo cui il sistematico definanziamento ha sottratto alla sanità pubblica circa 28 miliardi dal 2010 al 2019, con cure essenziali non garantite a tutti, sprechi e la progressiva crescita di fondi integrativi per ammortizzare la spesa privata per la salute.

Questo mix di 4 fattori sta “facendo cadere a pezzi il Servizio Sanitario Nazionale” afferma il quarto Rapporto della Fondazione Gimbe sulla Sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale, presentato oggi in Senato. “Nel periodo 2010-2019 sono stati sottratti al Ssn 37 miliardi – precisa il presidente Gimbe, Nino Cartabellotta – e, parallelamente, l’incremento del fabbisogno sanitario nazionale è cresciuto di quasi 9 miliardi”, con una differenza di 28 miliardi e “con una media annua di crescita dello 0,9%, insufficiente anche solo a pareggiare l’inflazione (+1,07%)”.

“Nessuna luce in fondo al tunnel”, visto che il DEF 2019 riduce il rapporto spesa sanitaria/PIL dal 6,6% nel 2019-2020 al 6,5% nel 2021 e 6,4% nel 2022, mentre per il 2019 è subordinato alle “ardite previsioni di crescita”.

In compenso su questo saccheggio della sanità pubblica è prosperato il comparto delle assicurazioni sanitarie private. Qui è tutta un’altra musica. Infatti secondo l’ultimo rapporto dell’Ania il giro d’affari nel settore delle assicurazioni private sulla sanità nel 2018 è arrivato ben 2,9 miliardi di euro, cioè il 45% in più rispetto ai 2 miliardi di premi raccolti nel 2013. L’incremento delle polizze per la sanità, ha compensato i gruppi assicurativi privati del progressivo calo dei ricavi dalle polizze per la Rc Auto.

Ma le assicurazioni private, le uniche che si stanno arricchendo sul disastro della sanità pubblica, oltre a contare i soldi pretendono anche di raccontare come devono andare le cose secondo i loro desideri. Infatti l’annuale rapporto del Censis sulla spesa delle famiglie per la salute e le cure (aumentata notevolmente), viene fatto in collaborazione con la Rbm, cioè una delle volpi messe a guardia del pollaio.

Secondo una inchiesta del Il Fatto Quotidiano, la Rbm, è nata nel 2011 (guarda un po’ che casualità questa coincidenza con l’anno orribilis del welfare nel nostro paese) dopo l’acquisizione da parte del gruppo trevigiano Rb Hold di Dkv Salute dalla tedesca Munich Re, in pochi anni è passata da outsider a leader del settore con oltre 514 milioni di premi, superando le big Generali, Unisalute e Allianz. Intorno a Rb Hold, controllato e guidato dall’ex dirigente di Generali Roberto Favaretto, ruota una galassia di società attive nella gestione di fondi sanitari e strutture sanitarie convenzionate, da Previnet a Previmedical, che – stando all’ultima Relazione sulla gestione del gruppo – “gestisce quasi un miliardo di euro di spesa sanitaria ogni anno il che ne fa anche il più importante “gruppo di acquisto” di prestazioni sanitarie private in Italia”.

Per capire che ruolo si sia ritagliata Rbm nel panorama italiano basta scorrere la lista dei fondi sanitari clienti: non solo ci sono quelli dei dipendenti Alitalia, Eni, Enel, Unicredit, Poste, Rai e Confindustria, ma si cura negli ambulatori e nelle cliniche convenzionate con Rbm anche il personale di Anac, Bankitalia, Agenzia delle Entrate, Equitalia, Consob e ministero della Difesa. In più ci sono i fondi sanitari dei rappresentanti di commercio, delle imprese artigiane venete, dell’università La Sapienza e di Roma Tre. Più ovviamente le polizze individuali, promosse con insistenti campagne pubblicitarie che promettevano coperture “a un euro al giorno“.

Ciliegina sulla torta, nel 2017 Rbm si è aggiudicata per il triennio 2018-2020 anche Metasalute, il fondo sanitario dei metalmeccanici: si tratta del più grande fondo sanitario integrativo in Europa con oltre 1.700.000 assistiti dipendenti di 30mila aziende. Dopo il passaggio di Metasalute sotto l’ombrello di Rbm, i metalmeccanici hanno segnalato disservizi nei tempi di risposta del call center e di autorizzazione delle pratiche, oltre che sulle nuove procedure per ottenere il rimborso delle cure dentarie.

Nel 2018 il segretario generale Fim Cisl Maurizio Bentivogli ha scritto al cda del Fondo per verificare le condizioni per una rescissione del contratto. Oggi, secondo il sindacato, “alcuni problemi iniziali sono stati in gran parte risolti. Permangono alcuni disagi e restano alcune inefficienze da ottimizzare”. Sul fronte delle prestazioni sanitarie, “da migliorare la polizza sanitaria del Fondo che per la struttura delle prestazioni ampie è molto flessibile. Questo, se da un lato ha rappresentato un’opportunità per gli assistiti, dall’altro in molti casi ha alimentato attese non sempre legittime o applicazioni restrittive da parte del gestore“.

Una soluzione in tre mosse

Per ridare dignità e risorse al Servizio Sanitario Nazionale si possono fare delle cose, anche semplici ma in qualche modo impegnative:

- rifinanziare adeguatamente il SSN ripristinando le risorse necessarie, al di là di quello che ne pensano i tecnocrati della Commissione europea o il Patto di Stabilità europeo, nazionale, regionale,

- indicare con una certa energia alle assicurazioni private che dovranno arricchirsi su altro e non sulla salute pubblica;

- abolire il numero chiuso per l’accesso alla facoltà di medicina e formare i medici necessari al paese;

- infine la soluzione più impegnativa: un maxi processo con dentro le gabbie i seguenti imputati: i ministri della salute, dell’economia e dell’università degli ultimi venti anni; i governatori delle regioni degli ultimi venti anni; i dirigenti sindacali che hanno varato negli ultimi contratti il welfare aziendale.

Qualcuno dirà che il rapporto della Fondazione Gimbe parte solo dal 2011 e quindi perché allargare l’accusa agli ultimi venti anni? Perché in realtà questa operazione criminogena è iniziata negli anni '90 sotto la spinta dei tagli e delle privatizzazioni nella sanità per rientrare nei parametri del trattato di Maastricht e dal Patto di Stabilità.

Durante il processo, nei banchi del pubblico e in quelli dell’accusa, dovrebbero sedere tutte le vittime del crollo dei livelli di assistenza sanitaria dovuti ai tagli e alle scellerate scelte fatte; ed anche tutti coloro che hanno dovuto sborsare due volti i loro soldi (prima con le trattenute in busta paga e poi pagandosi direttamente prestazioni sanitarie che avrebbero dovute essergli garantite).

Fuori dall’aula dovremmo esserci tutti noi. Pronti ad intervenire nel caso di una condanna troppo lieve o l’assoluzione degli imputati. Un intervento popolare teso ad assicurare che la condanna venga scontata effettivamente “intramoenia”.

Nell’eventualità di un processo che facesse seriamente giustizia si partirà in corteo per recarsi all’ospedale San Giovanni di Roma onde abbattere una scritta vergognosa: “Azienda Ospedaliera San Giovanni”, e ripristinare l’insegna con su scritto solo “Ospedale”. Proprio perché hanno ridotto gli ospedali ad aziende oggi siamo di fronte agli orrori che stiamo vedendo.

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08/06/2019

La scure gialloverde sul servizio sanitario nazionale

Mentre i governanti giallo-verdi fanno le finte scaramucce sulla lettera di Bruxelles e contro l’Unione Europea, in realtà, stanno preparando il massacro sociale in linea con quanto richiesto dalla Commissione stessa, che pretende nuovi tagli alla spesa pubblica. E dove vuole cominciare a farli i tagli il “governo del popolo”? Ma certo, sempre lì: al Servizio Sanitario Nazionale!

Nella bozza di testo del nuovo Patto della Salute inviata dal Ministero della Salute non vi è certezza del livello di finanziamento. Anzi, contrariamente a quanto richiesto dalle Regioni, si subordina il finanziamento del prossimo anno alla variazione del quadro macroeconomico, ovvero, si sta preparando l’ennesimo sanguinoso taglio di ben 2 miliardi al Fondo Sanitario Nazionale.

Il Servizio Sanitario Nazionale, sempre più aggredito da tagli e privatizzazioni, è, ormai, al collasso. Gli ospedali non riescono a garantire più l’accesso alle cure; le liste d’attesa si allungano vertiginosamente; ci sono sempre meno medici mentre quelli che ci sono vengono sottopagati e gli infermieri sono costretti a turni di 16 ore. Cui prodest?

Appare sempre più evidente come, anche questo governo, come tutti gli altri, intenda continuare nell’opera di destrutturazione del sistema sanitario pubblico in favore di quello integrativo privato seguendo il modello americano, con al centro le assicurazioni e le strutture private.

Il Sistema Sanitario Nazionale viene, dunque, progressivamente svuotato ed impoverito in modo tale da indurre sempre più cittadini bisognosi di cure ed esami a rivolgersi alla sanità privata, anche a costo di investire i risparmi di una vita. Ed infatti sempre più gente rinuncia a curarsi.

Inoltre, il governo sa di potere contare sulla sponda benevola di CGIL, CISL, UIL che stanno tirando, da diversi anni, la volata alle grandi compagnie assicurative (Unipol in testa) con l’inserimento nei contratti collettivi nazionali dell’adesione obbligatoria, da parte dei lavoratori, ai fondi di sanità integrativa. D’altronde, c’è una relazione diretta tra questa forsennata spinta al “welfare aziendale” da parte di Confindustria e grandi sindacati, da un lato, ed il procedere inesorabile dei tagli che sono stati fatti e che si vogliono continuare a fare nei confronti del Servizio Sanitario Nazionale, dall’altro.

È quanto, del resto, afferma, con estrema chiarezza, il “Rapporto annuale sullo Stato Sociale” presentato a fine maggio scorso, presso l’Università “La Sapienza” di Roma da Felice Roberto Pizzuti, professore ordinario e direttore del master in Economia pubblica, quest’anno incentrato sul tema «Welfare pubblico e Welfare occupazionale».

È proprio illustrando i numeri – e le conseguenze – del sempre più esteso “welfare contrattuale” che Pizzuti dimostra la relazione diretta tra spinta al welfare aziendale e sottrazione di fondi al Servizio Sanitario Nazionale: “Lo scambio delle prestazioni del welfare occupazionale col salario monetario, mentre alle imprese (oltre a fidelizzare i dipendenti) frutta sgravi fiscali e contributivi che circa dimezzano il costo delle prestazioni, per i lavoratori implica una corrispondente riduzione della pensione pubblica e del trattamento di fine rapporto”.

Sempre secondo il rapporto del Prof. Pizzuti “L’utilizzo di aumenti contrattuali pagati tramite fondi defiscalizzati che i dipendenti utilizzano soprattutto per la sanità privata tolgono poi risorse alla sanità pubblica, stimati in oltre 2 miliardi(!)”.

Analogamente a quanto avvenuto per le pensioni, al di là delle divergenze di facciata, anche stavolta appaiono tutti uniti nel fare da sponda all’assalto finale della speculazione finanziaria ad un altro diritto che dovrebbe essere inalienabile ed universale e che secondo la nostra Costituzione è un diritto fondamentale dell’individuo (art. 32): il diritto alla salute.

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16/07/2018

Contratto nazionale metalmeccanici: aumenti ridicoli e solo virtuali

Molte grandi aziende, anche con elevati volumi produttivi e grandi profitti, in questi giorni hanno assorbito gli incrementi ridicoli contrattati da Fim-Fiom-Uilm e Ugl con Federmeccanica.

Ciò è reso possibile dallo scandaloso contratto nazionale sottoscritto sempre da Fim-Fiom-Uilm che per la prima volta nella storia dei metalmeccanici concede alle aziende la possibilità di assorbire gli aumenti del contratto nazionale nei superminimi individuali.

Le enormi risorse tolte al CCNL e quindi alla disponibilità di tutti verranno utilizzate dalle aziende per premiare e punire secondo criteri insindacabili e discriminatori.

Le organizzazioni sindacali dei metalmeccanici di CGIL CISL UIL hanno regalato alle aziende il blocco salariale, concedendo loro una libertà assoluta sui salari e sui rapporti in azienda.

Bloccano i salari ma crescono i fondi per gli enti bilaterali e le trattenute sindacali.

Per ironia della sorte, l’incremento dei minimi tabellari avrà come riflesso l’aumento della trattenuta sindacale per gli iscritti di questi sindacati che non portano un centesimo ai lavoratori, mentre trovano conferma i fondi destinati agli enti bilaterali condivisi tra Federmeccanica, Fim, Fiom, Uilm e Ugl.

A due anni di distanza il salario in natura (Welfare) e la previdenza integrativa si sono dimostrati un affare solo per le aziende e per le piattaforme e-commerce. I lavoratori vogliono salari reali, che pesino su contributi e TFR ed un sistema sanitario e previdenziale pubblico che funzioni.

USB non ha sottoscritto questo vergognoso contratto nazionale dei metalmeccanici ed è impegnata in tutte le aziende in cui è presente per contrastare l’applicazione delle parti più negative a partire da:

- fine del riassorbimento degli aumenti;
- aumenti salariali reali e in busta paga;
- l’eliminazione del Jobs Act.

TORNARE A LOTTARE PER UN FUTURO DI DIGNITÀ

Il CCNL scadrà nel 2019, dobbiamo costruire sin da ora le condizioni per un rinnovo che riconquisti aumenti di salario reali e diritti contro la precarietà e lo sfruttamento.

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01/03/2018

Cgil Cisl Uil e Confindustria: un patto per salvarsi a spese dei lavoratori. Concordato il blocco salariale

Nel 2009 Cisl e Uil sottoscrissero un accordo sul modello contrattuale con Confidustria senza la firma della Cgil. Un accordo separato che sancì, per la prima volta nella storia del nostro paese, la derogabilità in peggio dei contratti nazionali e la cancellazione dell’autonomia rivendicativa del sindacato sul salario attraverso l’indicatore Ipca, inferiore al dato Istat, costruito a tavolino allo scopo di ridurre le retribuzioni. Lo sciopero di due categorie della Cgil, Fiom e funzione pubblica, impedì a Guglielmo Epifani, all’epoca segretario generale Cgil, di sottoscrivere un accordo che in realtà aveva condiviso nella trattativa. Dal 2009 in poi la Cgil anziché contrapporsi lo applicò in tutti i rinnovi del contratti nazionali, ad eccezione della Fiom che per queste ragioni subì due accordi separati. Con la firma di ieri la Cgil rientra anche formalmente nel nuovo modello, contribuendo così a renderlo ancora più corporativo e autoritario.

Lo scopo principale di Cgil Cisl Uil in una trattativa carbonara e slegata da qualsiasi rapporto con i lavoratori era essenzialmente difendere le proprie organizzazioni dalla loro crisi, incrociando così anche la Confindustria, non meno desiderosa di porre un argine alla continua emorragia di adesioni ed alla perdita di ruolo sul piano generale.

L’impianto del nuovo accordo, almeno per quanto riguarda il ruolo del contratto nazionale sul salario, è lo stesso del 2009. Si consolida così la cancellazione dell’autonomia del sindacato sul terreno salariale, destinando il contratto nazionale esclusivamente al mero recupero parziale del potere d’acquisto.

Tuttavia si introduce una distinzione sul salario. Nasce il Trattamento Economico Minimo (TEM, cioè i vecchi minimi tabellari e il Trattamento Economico Complessivo (TEC) che oltre ai vecchi minimi conterrà altri elementi della retribuzione e anche il welfare). In sostanza i CCNL definiranno il TEC di ogni singola categoria allo scopo di svuotare ulteriormente il senso della contrattazione. Il TEC potrebbe infatti contenere le indennità, le maggiorazioni di paga oraria ecc con l’effetto che ciò che potenzialmente restava libero da vincoli verrà assoggettato al mero recupero del dato Ipca. Anche il cosiddetto welfare introdotto nel TEC è destinato a snaturare ulteriormente il ruolo del contratto nazionale e della contrattazione in generale.

Lo stesso concetto di salario muta radicalmente con l’ingresso prepotente del welfare, cioè di risorse che ai lavoratori arriveranno solo come servizi direttamente dal contratto nazionale. Ovviamente in alternativa agli aumenti salariali, a tutto vantaggio delle imprese che beneficeranno della totale detassazione. Si conferma e si rafforza il divieto a rivendicare e contrattare salario strutturale ad ogni livello, demandando alla contrattazione aziendale la definizione di salario legato a obbiettivi, cioè variabile e a termine.

In altre parole il solo spazio di contrattazione consentito è quello del ricatto sulla prestazione in riferimento ai risultati d’impresa. Nello spirito del Testo Unico del 10 gennaio 2014 si parla di certificazione della rappresentatività, anche per le associazioni padronali. L’obbiettivo, peraltro esplicito, è quello di impedire che il fortino degli accordi Cgil Cisl Uil Confindustria sia messo in discussione da soggetti senza adeguata rappresentatività considerato il proliferare di contratti nazionali in continuo dumping su salari e normative.

Tuttavia dietro il nobile obbiettivo si cela la difesa del proprio ruolo e degli interessi d’impresa considerato che in linea teorica potrebbero esserci accordi migliorativi di quelli sottoscritti dai sindacati più rappresentativi. Il tema dell’esigibilità dei contratti e delle sanzioni, tenuto nel cassetto in questi anni, tornerà di forza sui tavoli sindacali. In questo senso il patto firmato mette insieme due esigenze corporative. Da una parte Cgil Cisl Uil, considerata la scelta di praticare il sindacalismo della miseria, agiscono per impedire la concorrenza del sindacalismo conflittuale nel rapporto con i lavoratori. Dall’altra parte le imprese pretendono che le buone condizioni che gli garantiscono Cgil Cisl Uil siano immodificabili e non possano essere cambiate con il conflitto. Un altro attacco violento al diritto di sciopero quindi che bisognerà vedere come verrà concretamente agito.

Così come si rafforza lo spirito derogatorio del CCNL in funzione dei cosiddetti bisogni d’impresa. L’accordo in sostanza consegna alle imprese mano libera su salari e condizioni di lavoro. Siamo davanti ad un vero e proprio blocco salariale senza nessuna contropartita, se non appunto per le organizzazioni firmatarie. Un patto neocorporativo quindi, svincolato da qualsivoglia riflessione sulla situazione materiale attuale del lavoro. Cgil Cisl Uil Confindustria esprimono un unico punto di vista: quello delle imprese, a cui tutto è concesso e consentito. E’ finita definitivamente la stagione delle piattaforme rivendicative costruite sui bisogni dei lavoratori. La contrattazione è svuotata di senso e valore, indifferente e contraria agli interessi dei lavoratori. Il rinnovo dei contratti nazionali diventa così un puro atto notarile, in cui il salario è predeterminato dall’Ipca. Tante ragioni in più per organizzarsi fuori dal sindacalismo complice, entro il cui perimetro per i lavoratori non c’è alcuna risposta.

Sergio Bellavita - USB

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13/01/2018

Meno lavoro, più occupati: l’orizzonte della nuova “crescita economica”

All’inizio, più o meno un anno fa, la “crescita” era derisa dai più: “non c’è crescita, sono solo oscillazioni statistiche senza ricadute nella realtà”. Col passare dei mesi, la narrazione si faceva più performante: “c’è una crescita, ma è senza lavoro”. Oggi siamo allo step successivo: “mai così tanti occupati dal 1977”. Il coro mediatico ripete l’ultima buona notizia sul fronte economico: con 23.183.000 occupati, non abbiamo mai avuto tanti lavoratori in attività (qui). Siamo davvero usciti dalla grande recessione decennale? Le statistiche si stanno traducendo in condizioni materiali migliori per la popolazione? In realtà, ancora no. Anzi, la dinamica del mercato del lavoro, speculare tanto in Italia come in Germania e nel resto d’Europa, ci racconta di un impoverimento complessivo e progressivo dei lavoratori europei. In Italia sono aumentati gli occupati, ma sono diminuite le ore di lavoro (-1,1 miliardi dal 2008) (qui).

(qui)

Quello che prima veniva prodotto da un lavoratore, oggi viene prodotto da due o più lavoratori. Il tutto non solo a condizioni salariali minori, ma soprattutto a condizioni contrattuali drasticamente peggiorate. Ciò che veniva prodotto nel 2008 da un lavoratore stabilmente contrattualizzato, oggi viene prodotto da due lavoratori meno garantiti, precari, impoveriti: «se nel 2008 i dipendenti full time erano l’86 per cento del totale, 8 anni dopo si sono abbassati all’81 per cento. Quelli a tempo parziale, invece, sono saliti dal 14 al 19 per cento del totale». Di converso, ovviamente, è diminuita la produttività: «Con una produttività del lavoro che ha subito una contrazione molto importante sia nei servizi (-3,1 per cento) sia nelle costruzioni (-7,1 per cento) – settori, questi ultimi, che danno lavoro al 79 per cento del totale dei dipendenti presenti nel Paese – anche la retribuzione media per occupato ha registrato una forte contrazione: tra il 2008 e il 2016 è diminuita, al netto dell’inflazione, del 3,4 per cento». Quindi si, abbiamo più occupati del 2008, anzi: dal 1977. Ma questi sono più poveri e contrattualmente meno protetti.
E’ una tendenza generale, che non riguarda solo l’Italia. Ed è una tendenza che non riguarda solo i nuovi entrati nel mondo del lavoro, ma che travolge chiunque abbia una mansione dipendente. La crisi, dunque, sta volgendo al termine. Ma il panorama che ci hanno lasciato le politiche anticicliche è quello di un nuovo mercato del lavoro, assimilato al modello anglosassone fondato sullo scambio tra produttività, salari e diritti contrattuali. I salari sono ancora debolissimi, ma probabilmente cresceranno (molto lentamente), al prezzo però dello scardinamento definitivo di ogni garanzia contrattuale, prima fra le quali l’abolizione progressiva della contrattazione nazionale in funzione di quella aziendale o di secondo livello. Per non dire dei diritti sociali legati al salario indiretto e differito: pensioni, sanità, scuola e università, trasporti, diritti collegati alle garanzie contrattuali generali e in via di scomparsa perché – questo lo scambio diabolico – monetizzati nella busta paga, che ovviamente corrisponderà a una percentuale nettamente inferiore dell’insieme delle prestazioni sociali oggi (ancora) garantite dallo Stato. Teniamo dunque a mente l’orizzonte di senso entro cui verrà iscritta la probabile crescita dei salari, che sarà il prossimo gradino della narrazione edificante sull’economia: una crescita che nasconde un impoverimento sociale.

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19/12/2017

Liberi e disuguali: il modello sociale di Grasso, Bersani, D’Alema & co.


A sinistra è sempre tutto un coro “contro il populismo”. Ma poi vedi “Ricchi e poveri” di Gad Lerner – in onda ogni domenica in seconda serata su Rai3 – e ti ricordi che c’è un populismo tradizionalmente cattolico che, periodicamente, si riaffaccia e che è tutto incentrato su carità, pietismo e solidarietà compassionevole.

Lerner, si sa, tempo fa ha lasciato il PD e si è messo subito a fare il narratore della nuova ditta Bersani, D’Alema, Grasso & co. #LiberiedUguali, anche per guadagnarsi lo stipendio Rai. E così ci racconta di un mondo in cui ti salveranno dei facoltosi benefattori, dei ricchi buonissimi che dispensano, senza sosta, elargizioni caritatevoli e generosa beneficenza. E’ un classico che funziona sempre e che ora viene contrapposto al rude solipsismo ultraliberista berlusconian-renziano di questi anni da parte chi si candida a ”ricostruire la sinistra”, finita in frantumi proprio sotto i colpi del nemico giurato Matteo Renzi.

E con cosa? Ma con il solito vecchio rassicurante “popolarismo cattolico” traslato, però, nella nuova fase: quella in cui la crisi di un capitalismo messo in ginocchio da una serie infinita di bolle finanziarie e dall’anarchia del mercato globale, ha polverizzato i vecchi margini redistributivi. Se a ciò aggiungi che, in ambito europeo, la scelta letale di stare dentro i rigidi vincoli di bilancio dettati dalla #UE impedisce di approntare qualsiasi cura – ovvero, qualsiasi intervento degli Stati in grado di rilanciare ciò che resta dello stato sociale e di attenuare, in qualche modo ed in una qualche misura, la cronica disoccupazione a due cifre – ecco che anche qualsiasi ipotesi vagamente neokeynesiana va bellamente a farsi benedire.

I nostri lo sanno bene e, tuttavia, gli tocca continuare a vagheggiare quell’immaginario onde mantener vivo, in qualche modo, almeno un qualche ancoraggio alla tradizione delle “grandi socialdemocrazie europee”. Il tutto opportunamente depurato dalla novecentesca lotta di classe e senza alcun riferimento ai meccanismi che stanno concentrando immense ricchezze nelle mani di pochissimi mentre si allarga, a dismisura, l’area della povertà.

Il “nuovo welfare” che ci viene presentato e propinato, è un deciso ritorno al passato: aiuti caritatevoli ai vecchi e nuovi “poveri” come propagandistica faccia soft di un modello molto più hard che stanno perseguendo, da parecchi anni, sotto la spinta di enormi interessi privati. Questa pelosa ed assai interessata narrazione serve, nella migliore delle tradizioni missionarie, quale copertura ideologica della vera operazione che stanno facendo alle spalle di milioni di lavoratori e cittadini: tutti coloro che non saranno riconosciuti come “poveri”, se va in porto l’attuale processo di destrutturazione e privatizzazione del welfare, dovranno ricorrere alle assicurazioni obbligatorie di fascistissima memoria.

Non è un caso, infatti, se da qualche tempo, i grandi gruppi assicurativi, stanno sgomitando tra loro per offire comodi e costosissimi pacchetti tutto compreso(previdenza, sanità e tanto altro) attraverso una frenetica attività di lobbyng su partiti e sindacati nonchè mediante delle mirate e martellanti campagne publicitarie.

Il “nuovo welfare” a cui stanno lavorando alacremente politici, sindacalisti ed accademici in quota ai principali partiti, è un modello in cui diritti e tutele dipenderanno, in un prossimo futuro ed in misura assai variabile, dal lavoro che fai e dai contributi che avrai versato. E’ un modello previdenziale neocorporativo basato sull’idea di affidare, prima o poi, unicamente ai gestori privati servizi quali pensioni (attraverso i fondi pensione privati) e sanità (attraverso i fondi sanitari integrativi), ribattezzata per l’occasione “white economy”.

Ma è un modello destinato ad allargare, ulteriormente e drammaticamente, le attuali già enormi disuguaglianze ed iniquità e che non avrà più nulla in comune, né con il Welfare universale e solidaristico che abbiamo fin qui conosciuto, né, tanto meno, con quel “Welfare dei beni comuni” auspicato da alcuni economisti e che prevede reddito minimo garantito, salario minimo e condivisione dei beni comuni.

Una lavoratrice e delegata di base, proprio l’altro ieri, mi segnalava l’ennesimo di una lunga serie di episodi che vedono sindacalisti offrire sempre più insistentemente e, per giunta, in orario di lavoro, “vantaggiosissime” polizze assicurative. Ecco come le organizzazioni sindacali “ concertative”, in crisi di ruolo, d’identità e di consenso, si sono, da tempo, riposizionate: tirando la volata alle assicurazioni mediante il nuovo “welfare aziendale” basato sulla decurtazione di quote di salario in cambio di servizi offerti proprio dalle assicurazioni private. Trump, in questo senso, ci appare come un novellino.

“Sirio, Espero, Perseo”, sono questi i nomi scelti per dar vita ai fondi pensionistici integrativi dei dipendenti pubblici. Dietro i nomi di stelle e costellazioni che evocano immagini celestiali, si nasconde l’affaire del secolo ordito e messo in atto sulla pelle dei lavoratori, con la complicità esplicita di CGIL, CISL, UIL . Oppure c’è il misterioso “Metasalute” laddove “meta“ non si capisce se stia per un “oltre” metafisico, oppure, per un immaginario punto d’arrivo. E’ il fondo sanitario integrativo chiuso che, con l’avallo anche della FIOM, è già stato inserito nel contratto del settore metalmeccanico.

I “sindacalisti” della previdenza pubblica saranno stati sicuramente in prima fila nella recente manifestazione nazionale del 2 dicembre scorso “in difesa dei pensionati” organizzata dalla CGIL di Susanna Camusso e tuttavia sono gli stessi che stanno spianando la strada, da parecchi anni, alla previdenza integrativa e privata sedendo molto comodamente e con buone retribuzioni, nei Consigli d’Amministrazione dei fondi previdenziali chiusi. Eppure il tentativo di scippare il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) dei dipendenti del settore privato e pubblico per costituire i fondi integrativi e dare così vita alla seconda gamba della previdenza non gli è riuscito del tutto, anche e sopratutto per merito della opposizione e della buona informazione sul tema prodotti dai militanti del sindacalismo conflittuale.

Ed è così che i sindacalisti “concertativi” si sono direttamente trasformati in brokers assicurativi ferocemente determinati a piazzare polizze pensionistiche e sanitarie per conto dei grandi gruppi assicurativi molto probabilmente intascando percentuali sulle vendite.

Ecco qual è il modello sociale di Grasso, Bersani, D’Alema e soci, che altro non sono che l’espressione politica di questi interessi. Un incessante gioco di sponda tra partiti, sindacati banche ed assicurazioni che va avanti da almeno due decenni e che ha sacrificato al profitto ed ai grandi interessi finanziari, i bisogni ed i diritti di ciò che fu un tempo il blocco sociale di riferimento delle ex sinistre politiche e sindacali. In fondo, ci basta ricordare che sono sempre quelli di “abbiamo una banca”, solo che stavolta, le banche, si sono presi loro.

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23/11/2017

Amazon. Nel nodo di Piacenza i lavoratori scioperano per il Black Friday

I moderni schiavi del lavoro nel tempio della circolazione delle merci – Amazon – hanno convocato uno sciopero nello strategico giorno del Black friday, che tradizionalmente, da sempre negli Stati Uniti ed ora anche qui da noi, viene dedicato ai saldi fuoristagione, soprattutto per i prodotti tecnologici.

Lo sciopero riguarda il centro di Amazon a Piacenza, dove lavorano circa 4mila persone e i lavoratori chiedono un miglior trattamento economico. A conferma che nel settore strategico della logistica i lavoratori hanno potere contrattuale, per farsi sentire dalla multinazionale americana, hanno scelto il momento in cui questa ha lanciato, anche in Italia, forti promozioni per il Black friday.

Nel centro di Castel San Giovanni (Piacenza), aperto dieci anni fa con un centinaio di dipendenti, oggi lavorano duemila lavoratori con contratto a tempo indeterminato e altrettanti con contratti di lavoro somministrato per affrontare i picchi di lavoro. Lo sciopero comincerà con il turno mattutino di venerdì e terminerà con l’inizio dello stesso turno di sabato. “Non c’è stata da parte di Amazon Italia – denunciano i sindacati – alcuna apertura concreta sull’aumento delle retribuzioni o della contrattazione del premio aziendale, considerando anche la crescita enorme di questi anni. I ritmi lavorativi non conoscono discontinuità, le produttività richieste sono altissime e il sacrificio richiesto non trova incremento retributivo oltre i minimi contrattuali”.

La replica della multinazionale statunitense è stata che “I salari dei dipendenti di Amazon sono i più alti del settore della logistica e sono inclusi benefit come gli sconti per gli acquisti su Amazon.it, l’assicurazione sanitaria privata e assistenza medica privata”. Non solo. “Amazon offre inoltre opportunità innovative ai propri dipendenti – si legge ancora nella nota diffusa dall’azienda – come il programma Career Choice, che copre per quattro anni fino al 95% dei costi della retta e dei libri per corsi di formazione scelti dal personale”. In pratica si tratta di quel welfare aziendale che è una maledizione sia per i diritti sociali che il salario differito.

Ma l’altissimo tasso di sfruttamento dei lavoratori di Amazon e salari non certo favolosi, hanno visto mettere fine ad una favoletta. Lo sciopero nel giorno del Balck Friday è un segnale interessantissimo del potere che i lavoratori della logistica possono mettere in campo contro i padroni.

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25/01/2017

Un nuovo sindacalismo: la confederalità sociale

Il governo Renzi, ancor più di quelli guidati da Berlusconi, ha agito con l’intento di trasformare le istituzioni rappresentative in organi di democrazia maggioritaria nelle mani del Capo del Governo così da creare un regime di ‘premierato assoluto’, e ha sostenuto, con le politiche fiscali e di deregolamentazione del mercato del lavoro, la modernizzazione delle imprese sottoposte a una spietata competitività sui mercati globali. Un disegno di accentramento del potere politico e di innovazione dei processi produttivi, per la cui realizzazione Renzi aveva forgiato un’alleanza con una serie di esponenti del padronato piuttosto che con l’insieme della Confindustria e ha usato come instrumenta regni i rapporti con alcuni ‘organismi intermedi’ – la CISL e categorie quali gli artigiani e gli agricoltori. Il disegno però era di disintermediare i rapporti tra Capo del Governo e società. Per questo è entrato in rotta di collisione con tutti i sindacati di base, come l’USB, e con i movimenti che hanno alimentato in questi anni il conflitto sociale nei territori, così come con la FIOM, con il movimento della scuola e la FLC, e con la stessa CGIL, che della concertazione, cancellata da Renzi, ha fatto la sua stella polare e il fondamento della sua forza contrattuale. Per difendere il suo potere, politico prima ancora che contrattuale, la CGIL ha sfidato Renzi sulla riforma del lavoro raccogliendo le firme per lo svolgimento di referendum su tre quesiti relativi al Jobs Act.

1. Il Patto per la Fabbrica

Si è creata una situazione paradossale: il 4 dicembre 2016, la schiacciante vittoria del NO al referendum sulla controriforma costituzionale ha decretato la fine del governo Renzi, grazie alla mobilitazione di centinaia di Comitati, e allo schieramento di sindacati, associazioni, movimenti territoriali; il 7 dicembre CGIL-CISL-UIL hanno siglato con la Confindustria il Patto per la Fabbrica, mentre il 26 novembre la FIOM aveva apposto la sua firma all’ipotesi di contratto nazionale dei metalmeccanici, e a loro volta i sindacati del pubblico impiego, a due giorni dal voto referendario, raggiungevano un accordo-quadro con il ministero della Funzione pubblica. Il senso del paradosso: la CGIL, che negli ultimi anni ha subito l’attacco di governo e Confindustria volto a depotenziare la concertazione e la contrattazione nazionale, e che ha partecipato al referendum per sconfiggere il progetto di controriforma costituzionale, al tempo stesso, nonostante la mancata firma di taluni accordi interconfederali, non ha mai abbandonato una strategia di ‘intesa sociale’ sfociata nel Patto per la Fabbrica. La FIOM, che per anni ha sostenuto un duro scontro con FIAT-FCA e in rotta con FIM e UILM non aveva firmato due contratti nazionali per difendere ruolo e autonomia del sindacato, ha siglato nel 2016 un non contratto, visto che non si prevedono aumenti salariali sostituiti da benefit. A un paese che soffre di bassi salari, disoccupazione, precariato le cosiddette forze sociali, con gli accordi con Confindustria e Federmeccanica, hanno steso una rete di sicurezza per il sistema politico, che può contare su di esse per tessere nuove trame, siano esse per un governo di unità nazionale siano esse per un centrosinistra sempre a trazione PD.

La strategia di CGIL-CISL-UIL e della Confindustria si evince chiaramente dalle prime righe del comunicato di annuncio del Patto per la Fabbrica laddove, sottolineando il momento di crisi politica e istituzionale, chiedono misure “per rimettere in moto la crescita, gli investimenti, l’occupazione” per dare forza “alla competitività delle imprese e impulso alla crescita occupazionale”. Si elencano poi le misure di natura più strettamente sindacali quali il welfare aziendale, la bilateralità, il riordino della rappresentanza e dei perimetri contrattuali. Balzano evidenti due punti. Il primo: l’occupazione, secondo il Patto, discenderà dal recupero della competitività delle imprese, quindi si sancisce la subordinazione dei livelli occupazionali all’aumento della produttività che nei settori dove in questi anni si è realizzato non ne ha comportato l’ampliamento; il secondo è la cancellazione della centralità del salario nella contrattazione, che si dovrà invece occupare di welfare e bilateralità. Non a caso sono queste le materie su cui è fondato il contratto dei metalmeccanici, e, pur nella genericità di un accordo-quadro, quello del pubblico impiego.

Le ‘parti sociali’ si candidano a contenere e ad assorbire la crisi della maggioranza parlamentare e a offrire il supporto per un’evoluzione nella prossima legislatura del quadro governativo entro il perimetro delimitato dalle forze politiche di centro e dal PD, con programmi legittimati dall’Unione Europea e sostenuti dalla Confindustria: il salario si contratta nelle aziende e deve essere legato alla produttività; in primo piano sono i premi aziendali sostenuti dalla fiscalità di favore; mano libera agli imprenditori nell’organizzazione del lavoro e nelle ristrutturazioni delle imprese; introduzione di misure di welfare aziendali a sostituzione dei ‘beni pubblici’; erogazione di servizi a cui associare i sindacati. Negli anni dell’austerità, imposta durante la grande recessione, la CGIL si è divisa da CISL e UIL nei rapporti con i governi, ma non è stata in grado di promuovere conflitti capaci di contrastare la strategia di ‘svalutazione interna’ imposta dalla moneta unica e dalle politiche di flexisecurity. Solo con la raccolta di firme per il referendum contro il Jobs act la CGIL ha innescato un conflitto con il governo Renzi, senza però nessun mutamento di strategia per quanto riguarda le complessive politiche del lavoro e le ‘riforme di struttura’ volute dall’UE. Sono queste politiche ad aver causato una precarizzazione generalizzata, l’aumento della povertà che colpisce sempre più anche chi lavora, l’esplodere della disoccupazione, la destrutturazione dei contratti nazionali e il decentramento della contrattazione collettiva, di fatto la loro aziendalizzazione secondo il ‘modello Marchionne’.

L’UE è stata, ed è, la guida di questa strategia di flexisecurity che ha pressoché azzerato la specialità del diritto del lavoro, riconducendolo nell’alveo del diritto privato: le garanzie non sono più da attuare nelle aziende, ma sul mercato; non c’è più il diritto all’occupazione ma ‘politiche attive’ per l’occupabilità. Nell’epoca della delocalizzazione e del decentramento produttivo la manodopera deve adattarsi ai bisogni del mercato e dell’organizzazione dell’impresa. È il nuovo ordine sociale del workfare, teorizzato fin dal 2006 nel Libro Verde sulla modernizzazione del diritto del lavoro della Commissione UE, e legittimato dalle sentenze della Corte di Giustizia Europea, giunta con le sentenze Viking e Laval, del 2007, a subordinare gli scioperi e le altre forme di azione sindacale alla libertà di movimento e stabilimento delle imprese, così da piegare i diritti collettivi dei salariati alle libertà economiche delle imprese.

Ciò che sta a cuore a CGIL-CISL-UIL è il loro potere, che la disintermediazione di Renzi voleva limitare se non proprio cancellare, e la conservazione del monopolio della rappresentanza che si vuole perpetuare attraverso l’Accordo interconfederale del 10 gennaio 2014.

Che tutto questo possa significare la mutazione del sindacato da agente contrattuale a erogatore di servizi, è accettato di fatto dalla CGIL, che si allinea alle teorizzazioni della CISL. Nel Patto per la Fabbrica non è casuale il riferimento alla bilateralità in quanto da anni CGIL-CISL-UIL sono attive, chi più che meno, nell’intermediazione del lavoro, nella formazione (spesso con l’uso clientelare delle risorse pubbliche), nella gestione degli istituti dell’integrazione del reddito, nella promozione del welfare aziendale.

La CGIL con il Patto per la Fabbrica accetta di porre come vincolo della dinamica salariale la produttività e il recupero ex post dell’inflazione conteggiata secondo i parametri IPCA, la cui contestazione l’aveva spinta a non sottoscrivere l’Accordo del 22 gennaio 2009. La CGIL, come è già successo altre volte nella sua storia, fa propria con qualche ritardo l’impostazione della CISL che in questi anni ha praticato l’azione sindacale come strumento per sostenere la competitività delle aziende. Guido Baglioni l’ha definita, approvandola, ‘modalità adattiva’1.

2. La coalizione sociale

Con la sigla del contratto nazionale dei metalmeccanici, pure la FIOM ha attuato questa pratica adattiva, seguendo la strategia negoziale della FIM di Bentivogli con cui per anni, soprattutto nella vicenda FIAT-FCA, si era scontrata. Ciò che più colpisce del contratto dei metalmeccanici non è solo la parte salariale – di fatto il mancato aumento con il solo recupero ex post dell’inflazione e i meccanismi di assorbimento –, quanto le misure di welfare. Queste sono un insieme di flexible benefits – così recita l’Accordo – a sostituzione degli aumenti salariali, e poi sussidi per l’assistenza sanitaria e la previdenza complementare, che surrogano i beni pubblici necessari per la fruizione dei diritti alla salute e alla previdenza. Ciò significa legittimare il ricorso al mercato per la produzione e l’acquisizione di questi beni, cancellando lotte decennali per ottenere che essi fossero prodotti in forme pubbliche, distribuiti universalmente a tutti i cittadini, e pagati attraverso la fiscalità generale. Vi è l’ulteriore conseguenza di legare le prestazioni di welfare, necessarie alla fruizione dei diritti universali, al lavoro: si può godere dei servizi sanitari, previdenziali e scolastici solo se si lavora e per quanto si lavora, visto che sono dei benefit; se precario o disoccupato ne sei privato, dovendo ricorrere ai servizi pubblici ormai ridotti all’osso, o erogati ‘a livello essenziale’ (come recitano le leggi in materia).

In testa all’Accordo dei metalmeccanici c’è poi l’impegno ad “allineare e armonizzare le prescrizioni contrattuali con quelle del Testo Unico del 10 gennaio 2014”, decidendo per questo di istituire una commissione ad hoc. Il Testo Unico sulla rappresentanza afferma una concezione proprietaria di CGIL-CISL-UIL, e delle loro Federazioni, nei confronti dei lavoratori dato che sono esse a selezionare i possibili soggetti della contrattazione collettiva. Chi non accetta le clausole del Testo unico è escluso dalla formazione della rappresentanza e dunque dai tavoli contrattuali, ed esse rendono ‘esigibili’ i contratti e stabiliscono sanzioni in modo da impedire il ricorso a qualsiasi forma di lotta, mettendo così in discussione la stessa libertà di sciopero. Il Testo Unico è un’espropriazione del diritto di tutti i lavoratori a eleggere la propria rappresentanza e uno strumento per rendere marginale il sindacalismo di base. La democrazia sindacale e il protagonismo dei lavoratori sono evidentemente buoni per i comizi, non rivendicazioni da far valere ai tavoli contrattuali.

Un altro aspetto, con risvolti più generali, della strategia della FIOM suscita stupore. Contro la FIAT-FCA essa ha perseguito la linea di ampliamento del ‘fronte di lotta’ per rafforzare la sua mobilitazione nelle fabbriche attraverso alleanze con associazioni, movimenti sociali e territoriali, giuristi. Per contrastare le politiche dei vari governi, anche di quelli sostenuti o emanati dal PD, apertamente schierati con Marchionne, la FIOM si è fatta antesignana di una coalizione sociale. Nel documento di convocazione dell’assemblea del settembre 2015, a cui parteciparono ben 70 associazioni, si proclamava “il diritto alla salute, all'istruzione, alla cultura, alla casa, alla pensione e all'assistenza” da assicurare a tutti attraverso “un sistema pubblico ed efficiente per costruire l'uguaglianza nella cittadinanza”, e si poneva l’accento sulla necessità di ridurre le disuguaglianze attraverso la garanzia di un reddito per mettere “le persone al riparo dalla povertà”. Proprio sulla questione dei diritti sociali universali il contratto dei metalmeccanici del 2016 contraddice la piattaforma della coalizione sociale. Anzi, il contratto dei metalmeccanici si confà all’ideologia di Tiziano Treu, perché talune voci salariali invece che in denaro sono in ‘moneta welfare’, che avrebbe a suo parere più valore in quanto defiscalizzata. Treu esalta la ‘moneta welfare’ perché avrebbe addirittura caratteristiche ‘comunitarie’, in quanto consente al lavoratore di ‘ricevere servizi di welfare’ da organizzazioni non statali, sia private sia del terzo settore, che li offrono al posto delle istituzioni pubbliche2. L’erogazione privata di prestazioni ‘sociali’, per meglio dire la distruzione del welfare pubblico, è stata legittimata dalla previsione della sussidiarietà orizzontale, introdotta con la revisione dell’articolo 118 della Costituzione approvata dal centrosinistra nel 2001.

La coalizione sociale, constatata la rotta dei partiti e partitini della sinistra, aveva l’ambizione di riunificare lavoro, nonlavoro, movimenti sui territori per dare nuovo vigore alla lotta per la cittadinanza politica e sociale, per i diritti individuali e la democrazia. Certamente coglieva l’esigenza di declinare in forme nuove la relazione tra sfera sociale e sfera politica, tra la società civile e le sue rappresentanza attraverso l’attivizzazione di una pluralità di soggetti sindacali e associativi. Di tutto ciò non si è sentito più parlare. Dopo l’assemblea del settembre 2015, la coalizione sociale si è dissolta nel nulla. Perché questa fine ingloriosa? Solo la lotta contrattuale in cui è stata impegnata la FIOM ne ha impedito lo sviluppo?

Penso che la costruzione di un ampio schieramento di alleanze da parte della FIOM nella lotta contro la FIAT-FCA sia stata una scelta efficace contribuendo, grazie anche alle pronunce giudiziarie e della stessa Corte costituzionale, al successo del ritorno della FIOM ai tavoli della trattativa da cui Marchionne l’aveva esclusa. La proiezione di quello schieramento nella coalizione sociale ha avuto, però, una debolezza di fondo – la mancanza di un progetto di un nuovo sindacalismo. La FIOM ha creduto che si potessero sommare le vecchie pratiche sindacali con quelle di altri attori della società civile, ruotanti grosso modo nell’area che sta tra il PD e la CGIL, con la conseguenza di agire più nelle lotte di potere interne alla CGIL e tra questa e il PD di Renzi. La coalizione sociale ha di fatto svolto un ruolo di stimolo per la rinascita del centrosinistra delle origini contro la deriva centrista del PD, senza rendersi conto che proprio sulle questioni sociali, e specificamente sulle politiche del lavoro, tra centrodestra e centrosinistra non ci sono differenze, perché ambedue sono guidati dal pilota automatico predisposto dall’UE. E questa è stata la seconda debolezza della coalizione sociale – la mancanza di un progetto alternativo al centrosinistra e al PD. La coalizione sociale è sparita dall’orizzonte quando hanno preso il sopravvento le dinamiche interne alla CGIL e al PD – la successione alla Camusso e lo scontro tra Bersani e Renzi. La coalizione sociale ci ha fatto assistere a una delle tante scene di democrazia recitativa, di cui parla Emilio Gentile: i richiami alla ‘società civile’ sono serviti per posizionarsi entro le organizzazioni politiche o sindacali, nel PD o nella CGIL, che sono tra gli artefici principali dello scadimento della politica a lotta per il governo e della riduzione delle forze sociali a movimenti di opinione. Gli elementi di ‘democrazia recitativa’ si possono riassumere nell’uso retorico delle parole d’ordine perché senza alcun effetto pratico: si declamano senza articolare proposte di conflitti e mobilitazioni. Non a caso l’assemblea del settembre 2015 si è rivolta solo ed esclusivamente ad associazioni, evitando di coinvolgere altri soggetti attivi, quando non protagonisti, delle mobilitazioni sindacali e sui territori. Non un esponente dei NO TAV, non un esponente delle lotte per la casa, non un esponente del sindacalismo di base era presente: la coalizione sociale è stata una pluralità senza differenze. Questo un altro motivo del suo fallimento.

3. Il sindacalismo sociale

La tematica dell’innovazione delle pratiche politiche attraverso il ‘sindacalismo sociale’ è portata avanti da varie formazioni, alcune delle quali avevano anche aderito alla coalizione promossa dalla FIOM. Sono le formazioni che hanno dato vita allo Strike Meeting nel settembre 2014 a Roma, rivoltosi a studenti, precari, lavoratori autonomi, disoccupati, ‘partite IVA’. Sulla sua onda fu organizzato uno ‘sciopero sociale’ il 14 novembre 2014 con la rivendicazione del salario minimo europeo, del reddito di base e del welfare universale. Seguì una manifestazione transnazionale, il 18 marzo 2015, contro la BCE a Francoforte a cui presero parte Ver.Di, IG Metall e FIOM, con il proposito di forgiare una coalizione a livello europeo per sperimentare una nuova forma di sciopero, chiamato sociale. Questo progetto si è vanificato, e, probabilmente le cause sono da rinvenirsi nell’impossibilità di individuare un percorso segnato da una strategia di conflitti con sindacati che in Germania, di fatto, hanno cogestito i provvedimenti Hartz e le riorganizzazioni produttive delle fabbriche, a cominciare dalla Volkswagen. Sindacati, inoltre, che fanno parte della CES, protagonista di primo piano nella costruzione dell’UE e nella gestione delle sue politiche. A questa pratica di relazioni con soggetti sindacali integrati nelle politiche dell’UE fanno da contraltare costruzioni ideologiche ardite derivate dall’analisi, ispirata dalle teoria della biopolitica, della riorganizzazione produttiva indotta dalla rivoluzione informatica. Alberto De Nicola e Biagio Quattrocchi, proprio sulla base dell’analisi del capitalismo cognitivo, della precarizzazione dilagante della forza lavoro metropolitana, delle povertà crescenti, avanzano la proposta di un ‘sindacalismo sociale’. Questo vuol nominare le esperienze di lotta che mirano a ‘forzare il blocco’ del conflitto sociale e la pacificazione ‘agita, per debolezza o per scelta, dalle forme sindacali tradizionali’, con cui comunque non disdegnano di collaborare. In concreto il sindacalismo sociale fa riferimento alle occupazioni degli spazi sociali e delle abitazioni, ai conflitti per la riappropriazione democratica delle istituzioni del welfare, al nuovo mutualismo e all’organizzazione del lavoro autonomo e precario. L’esigenza del sindacalismo sociale nasce dalla “crisi della forme della riproduzione sociale innescata dallo smantellamento delle istituzioni del welfare state e dalla destrutturazione della relazione salariale” 3. Si è fortemente critici verso le derive oligarchiche dell’UE, si è consapevoli dei guasti della flexisecurity ma si fa affidamento ad un ‘uso politico delle riforme’, ad un ‘uso non keynesiano del keynesismo’, con una proposta di lotta contro l’euro ma ‘dentro l’euro’, formulazioni che molto ricordano quelle di Tronti sull’uso operaio del PCI...

Il territorio è visto come sede di ricomposizione dei diversi soggetti sociali sfruttati o emarginati dal capitalismo cognitivo globalizzato, e i progetti di costruzione dal basso del mutualismo si accompagnano alla proposta del reddito di base universale e incondizionato. Le pratiche di mutualismo sono senza dubbio uno strumento di difesa dei livelli di esistenza minacciati dalla distruzione del welfare, ma l’esperienza storica dimostra che esso non può sostituire i diritti sociali universali garantiti da istituzioni pubbliche.

Nelle variegate teorizzazioni del ‘sindacalismo sociale’, il quadro di riferimento è l’UE. Di questa si mettono in luce le derive oligarchiche e il suo ruolo propulsivo nelle politiche attive del lavoro, cioè nella distruzione del diritto del lavoro e nella precarizzazione dilagante; nella BCE si individua uno strumento del dominio del capitalismo transnazionale. Nonostante queste giudizi demolitori, gli esponenti del sindacalismo sociale ritengono che si possano utilizzare le istituzioni dell’UE per combatterla come se essa costituisse uno spazio neutro, adatto a qualsiasi politica compresa quella per costruire welfare universale, reddito di cittadinanza e democrazia transnazionale. Se l’orizzonte strategico è l’UE, il disegno del sindacalismo sociale è destinato a rimanere imbrigliato in alleanze multiple di breve momento con soggetti che non hanno alcuna intenzione di usare l’UE contro l’UE e di abbandonare le vecchie pratiche concertative per nuovi approdi. La strategia di lotta del sindacalismo sociale è una versione europeizzata dell’uso politico del PCI contro il PCI.

4. La nuova confederalità

Il territorio è lo spazio sociale individuato dall’Unione Sindacale di Base per costruire esperienze di confederalità sociale sia attraverso organismi ad essa affiliati come l’Associazione Inquilini e Abitanti, ASIA, sia con la partecipazione a movimenti come la Carovana delle periferie di Roma. Questi movimenti hanno negli ultimi tempi accelerato la ricerca di modalità di coordinamento a livello nazionale, oggetto di dibattito nelle assemblee svoltesi a Napoli il 9 luglio e il 3 settembre, e in Val di Susa il 16 e 17 luglio 2016. L’organizzazione di una rete social-sindacale – comprensiva dei sindacati di base, centri sociali, movimenti territoriali – è il programma specifico della Carovana delle periferie che vi vede la via maestra per costruire un movimento anticapitalistico.

Già nel 2013, con le due giornate del 18-19 ottobre, un insieme di forze sindacali, di movimenti territoriali e di partiti intraprese il tentativo di dare una prospettiva politica ai conflitti sociali, che si arenò a causa della scelta di formare la Lista Tsipras per le elezioni europee del 2014.

Il 21 ottobre 2016, l’USB, l’UNICOBAS e altri sindacati di base hanno compiuto un atto di forte significato politico indicendo uno sciopero contro la legge di bilancio e contro la deforma costituzionale, partecipando nel pomeriggio alla acampada di Piazza San Giovanni a Roma e alla manifestazione del giorno successivo (promosse dalla Piattaforma NO sociale). Da decenni non si convocava uno sciopero con connotazioni immediatamente politico-istituzionali, e questa scelta ha consentito ai sindacati di base di entrare in rapporto con i Comitati del NO, contribuendo a quella vasta opera di alfabetizzazione costituzionale che ha diffuso i valori della Carta del 1948 tra milioni e milioni di persone trasmettendoli alle giovani generazioni.

La prospettiva in cui si muovono queste esperienze è quella della confederalità sociale. La ‘confederalità’ sta a significare, a mio avviso, che le relazioni tra i diversi soggetti sono alla pari così da improntarle a un criterio di democraticità. Relazioni alla pari significano, poi, che non si istituisce una gerarchizzazione tra i diversi conflitti sociali, tra quelli del mondo del lavoro e quelli in ambito territoriale, con l’intento di superare il concetto gramsciano di egemonia che pur sempre implicava l’instaurazione del primato degli interessi e dei valori della classe operaia e del suo partito nel blocco anticapitalistico.

Le esperienze di confederalità sociale sono caratterizzate da una posizione di netta contrapposizione all’UE e all’euro e, in sintonia con la piattaforma di Eurostop, optano per una scelta di rottura dell’UE e per la fuoriuscita dell’Italia dall’euro. L’UE è giudicata ‘irriformabile’ e l’euro è visto come uno strumento di lotta di classe dall’alto. Una seconda caratteristica è la costruzione di strette connessioni tra sindacalismo di base e movimenti che si battono nei territori contro le devastazioni ambientali e per il diritto all’abitare, o contro la privatizzazione dei servizi pubblici per la difesa dei diritti di cittadinanza.

Le giornate del 21 e del 22 ottobre 2016, avendo per obiettivi il NO alla controriforma costituzionale e la difesa del lavoro e dello Stato sociale, ha visto la partecipazione di una pluralità di forze – dai lavoratori della logistica, che, durante un picchetto pochi giorni prima, avevano vissuto l’assassinio del proprio compagno di lotta Abd Elsalam, ai lavoratori del pubblico impiego, del commercio e di significative fabbriche metalmeccaniche, ai migranti, agli occupanti delle case, ai NO TAV e ai NO Corridoio, ai Comitati del NO al referendum costituzionale.

Le forze capitalistiche hanno costruito, grazie al mercato unico europeo, ‘catene del valore’ transnazionali che, attraverso una nuova divisione del lavoro, hanno ridisegnato la geografia produttiva e sociale dei territori. Esse perseguono una complessiva strategia, i cui capisaldi sono l’innovazione produttiva con rinnovate filiere della subfornitura legate ai nuclei forti delle industrie tedesche, la flessibilizzazione del mercato del lavoro per mantenere bassi i salari, l’aziendalizzazione della contrattazione collettiva chiamata a sostenere i processi di riorganizzazione delle imprese, la privatizzazione dei servizi pubblici. Ciò richiede, a livello politico, lo slittamento del potere decisionale dalle istituzioni rappresentative verso i governi e organi tecnocratici, che hanno il mandato imperativo di far funzionare i mercati delle merci e dei servizi, dei capitali e del lavoro. La strategia delle forze capitalistiche europee tiene insieme fabbrica, società e istituzioni, mentre le classi subalterne e le loro organizzazioni hanno oscillato tra lotte di categorie e movimenti di opinione. La connessione tra conflitti sindacali e movimenti sui territori, nel quadro di una lotta per la rottura dell’UE consente di costruire una linea politica in grado di contrastare quella strategia e di sviluppare lotte per il superamento del capitalismo.

Il ‘territorio’ diviene lo spazio per dar vita a movimenti sociali in grado di affrontare l’insieme della condizione di lavoro e di nonlavoro, per mettere in relazione le lotte sul salario, sul reddito di cittadinanza, sui servizi universali e quelle contro le devastazioni del territorio e per politiche ambientaliste, le lotte per un nuovo welfare pubblico e quelle per i beni comuni e meritori. Legando le rivendicazioni nei luoghi di lavoro con i molteplici movimenti sociali si possono dar vita a progetti di come e cosa produrre in funzione delle persone, dei loro bisogni e delle loro scelte di vita. È questo il terreno di sfida con il capitalismo, perché questi movimenti mettono al centro i diritti delle persone al posto degli imperativi dei mercati, e si propongono di trasformare le istituzioni, in modo che queste operino per “ rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Franco Russo – Forum Diritti Lavoro e attivista di Eurorostop

NOTE
Guido Baglioni, La lunga marcia della Cisl, Bologna 2011, p. 291;
v. L’Impresa, maggio 2016, p. 9;
per i riferimenti v. Sindacalismo sociale, a cura di Alberto De Nicola e Biagio Quattrocchi, Milano 2016,pp. 20-21 e 27-28

Il presente saggio è pubblicato anche su Alternative per il socialismo, n. 43

Fonte

18/01/2017

Welfare aziendale – La fine dello “Stato sociale” a danno del tuo salario !

(le immagini presenti nel post sono quelle “tipiche” utilizzate dalle aziende per promuovere questa ennesima truffa a danno di chi lavora) QUI si può scaricare e leggere il Pdf dell’opuscolo.

Improvvisamente, nel bel mezzo della crisi, Governo, direzioni sindacali e aziende sembrano aver trovato la pentola magica: un modo per dare a tutti senza scontentare nessuno. E’ il welfare aziendale. Il Governo defiscalizza, il lavoratore incassa, l’azienda concede. E’ veramente così? Tutto il contrario. Il welfare aziendale è una tappa ulteriore nello smantellamento dello stato sociale. Non solo, è anche un attacco al tuo salario. Lentamente, ma inesorabilmente, le quote di welfare aziendale saranno considerate sostitutive degli aumenti salariali. Invece di soldi, riceverai fondi in “benefits”. Non solo si torna al pagamento in natura degli anni ’50, ma vieni legato a doppio filo all’azienda: se perdi il lavoro, perdi quote di servizi e assistenza.

Il welfare aziendale è un vero e proprio mercato dove operano grandi aziende, assicurazioni, una serie di soggetti che riescono a guadagnare da servizi come sanità, scuola, assistenza agli anziani. Com’è possibile che forme di stato sociale diventino improvvisamente così profittevoli? La risposta è semplice. Se c’è qualcuno che riesce a lucrare su queste voci, c’è qualcuno che ci perde. Questo qualcuno sei tu.

La legge di stabilità 2016 del Governo Renzi ha dato ulteriore spinta a questo sistema: “la Legge ha potenziato le agevolazioni fiscali per le aziende che concedono servizi (…); permette l’erogazione di premi di risultato in forma di servizi e welfare (..). Le aziende inoltre hanno compreso che il welfare sussidiario (…) è fonte di numerose opportunità (…) contiene i costi (…) fidelizza i dipendenti” (Il Sole 24 Ore 26 ottobre 2016).

Poco importa che oggi il welfare venga contrattato con sindacati o Rsu e Rsa. A lungo andare questo sistema mina la sindacalizzazione stessa. Il lavoratore può accedere a forme di welfare solo in un rapporto di collaborazione con l’azienda e tale collaborazione presuppone l’abbandono di ogni forma di conflittualità. In ultima analisi prevede l’abbandono del sindacato come strumento di organizzazione delle rivendicazioni dei lavoratori a favore di un rapporto corporativo con il proprio datore di lavoro.

1.Cos’è il welfare aziendale? 

Per welfare aziendale si intende tutto quel pacchetto di servizi e agevolazioni che un’azienda offre ai propri dipendenti teoricamente “in aggiunta” o a volte in sostituzione del pagamento monetario di stipendio o premi di produzione. Si tratta di misure come la copertura sanitaria o le spese d’istruzione, che negli ultimi anni hanno vissuto una vera e propria espansione, sia nel settore pubblico ma in special modo in quello privato. Non solo, il welfare aziendale si è già evoluto abbracciando nuovi settori di impiego, come shopping, cultura e benessere, trasformandosi in un vero e proprio investimento delle aziende nella fidelizzazione del dipendente.

2.Come si è evoluto?

Siamo passati dal buono pasto per la pausa pranzo, al buono spesa per il supermercato, fino ad arrivare al voucher per pagare rette scolastiche, libri di testo o servizi di baby sitting. Nelle aziende dove il welfare aziendale è una realtà consolidata, vengono istituiti nidi aziendali, campus estivi per i figli dei dipendenti e figure come il maggiordomo, che svolge commissioni in posta o lavanderia al posto dell’interessato. L’ultima novità del settore è il flexible benefit, un pacchetto retributivo “in natura” nel quale ogni singolo lavoratore può scegliere l’agevolazione che più gli è congeniale fino al raggiungimento del plafond stabilito.

3.Quali sono i settori in cui è più sviluppato?

Nell’ambito sanitario, il welfare aziendale ha addirittura superato se stesso diventando un vero e proprio obbligo: le convenzioni con cliniche e ambulatori privati ad opera della singola impresa sono state scavalcate in favore di una gestione nazionale da parte degli enti bilaterali, composti pariteticamente da associazioni padronali e sindacati confederali. In questo modo il welfare aziendale ha guadagnato un posto fisso nella contrattazione collettiva, come nel caso della copertura sanitaria Fondo Est/Unisalute, pagato dai dipendenti del settore del Commercio direttamente in busta paga. Ad integrazione dei fondi di categoria, poi, esistono anche coperture assicurative che vanno a colmare le prestazioni non rimborsate: un vero e proprio business costruito sulla malattia.

4.Il welfare aziendale è un’opportunità per i lavoratori?

Ad una prima occhiata sembrerebbe così. Le cose stanno diversamente: se analizziamo da dove provengono i fondi che defiscalizzano il welfare aziendale e ne immaginiamo le conseguenze, capiamo che non è tutto oro quel che luccica. La scorsa finanziaria del governo Renzi, infatti, ha eliminato tutte le tasse previste sui fondi destinati a questo tipo di benefit, rinunciando ad un notevole introito fiscale. Stiamo parlando di un risparmio che per il dipendente si aggira intorno al 10%, ma per il datore di lavoro oltrepassa il 40%.

5.Quindi ci guadagnano tutti?

E’ vero che il lavoratore risparmia il 10% di trattenute se decide di destinare il proprio premio al welfare aziendale, ma si tratta solo di una partita di giro. Lo Stato, avendo meno entrate fiscali, a sua volta destinerà meno fondi a sanità, istruzione e pensioni pubbliche, perché integrate privatamente dai dipendenti che hanno accesso al welfare aziendale. Nei fatti è un falso regalo: invece di destinare i nostri soldi alla fiscalità generale ci stanno incentivando a indirizzarli verso strutture private per poter smantellare lo stato sociale pubblico. In realtà stiamo pagando due volte per lo stesso servizio. Il welfare aziendale è funzionale al disfacimento dei servizi pubblici fondamentali, un apripista alla loro privatizzazione mascherata da riforma progressista.

6.Chi ci guadagna realmente?

A spartirsi la torta del welfare aziendale sono in tanti. Innanzitutto lo Stato, che rinunciando ad una parte degli introiti fiscali può giustificare la riduzione dello stato sociale. In secondo luogo ci sono le aziende che vendono reti welfare, società in espansione che vivono dei fondi regalati dallo Stato alle imprese. A fianco di queste aziende ci sono anche fondi pensionistici integrativi, casse assicurative, scuole private: tutte realtà che come parassiti si nutrono sulla distruzione dello stato sociale, accaparrandosi parte delle nostre trattenute.

7.In cosa consiste la fidelizzazione?

Studi recenti mostrano come le aziende dove il welfare è più sviluppato presentano tassi inferiori di assenteismo, maggiore produttività e una combattività inferiore. Non è che nelle aziende dove c’è il welfare aziendale non ci si ammala, ma è che si viene portati verso il “presenzialismo”. L’azienda le pensa tutte pur di farti lavorare di più, quindi se tuo figlio sta male ti paga la baby sitter, se devi ritirare una raccomandata manda il maggiordomo, se vuoi lamentarti ci pensi due volte perché il datore di lavoro è lo stesso soggetto che ti consente di avere questi servizi. Il prezzo che paghiamo non sono solo le tasse, ma è il nostro tempo, un pezzo in più della nostra vita che trascorreremo al lavoro.

8.Quali sono i rischi a breve termine?

A breve assisteremo ad una pressione da parte delle aziende per tramutare quote sempre maggiori dello stipendio in fondi destinati al welfare aziendale. Non solo: gli aumenti contrattuali verranno vincolati sempre di più all’accesso al welfare aziendale. Se non accedi ai fondi integrativi, perdi anche gli aumenti contrattuali. Fiat (Fca) sta già spianando la strada. Si tratta di un risparmio notevole per le aziende, perché di fatto abbassano gli stipendi integrandoli con benefit pagati dagli stessi lavoratori con la fiscalità generale. Alla pressione delle imprese si somma anche quella del sindacato, che gestendo quote di welfare attraverso gli enti bilaterali, possiede veri e propri interessi economici nella sua diffusione. Non è un caso che il welfare aziendale sia ormai il protagonista di molti rinnovi contrattuali.

9.Quali sono i rischi nel lungo periodo? 

Con l’espansione del welfare aziendale, il nostro modello sociale somiglierà sempre di più a quello degli Usa. Senza copertura assicurativa non potremo accedere alle cure sanitarie, senza pensione integrativa non avremo redditi durante la vecchiaia. Tutto questo ci sarà consentito solo se avremo un posto di lavoro, quindi faremo di tutto per non essere licenziati: orari e turni massacranti per uno stipendio ridotto, perché l’esclusione dal ciclo produttivo diventerà l’esclusione da ogni tipo di assistenza. Il welfare aziendale può sostituire lo stato sociale? Può sostituire ad esempio la sanità pubblica?

Per quanto si possa estendere il welfare aziendale, questo non riguarderà mai la totalità dei lavoratori in misura eguale.

Le aziende e gli istituti privati che si sostituiscono al welfare non hanno alcuna intenzione di soddisfare “un diritto”, hanno semplicemente intenzione di guadagnarci. Appena una voce risulterà in perdita verrà scansata dal welfare aziendale, facendola ricadere sulla spesa pubblica. Il risultato? Pagherai la sanità integrativa, ma dovrai comunque pagarti le prestazioni sanitarie più onerose, preparando uno scenario da incubo per milioni di persone che scopriranno di non poter accedere alle cure mediche.

10.Qual è l’effetto sui sindacati?

Il modo migliore per contrastare enti bilaterali e welfare aziendale è lottare per aumenti salariali e per uno stato sociale universale. Questa lotta spetterebbe a un sindacato degno di questo nome, ma come può avvenire se lo stesso sindacato inizia a trarre convenienza dalla bilateralità? Non abbiamo cifre chiare a riguardo, ma quelle poche che ci sono dimostrano come gli enti bilaterali e la cogestione del welfare aziendale costituiscano una fetta importante dei bilanci sindacali.

Nel 2013 è uscito un rapporto su previdenza integrativa e Enti Biliaterali: già allora si contavano 536 fondi previdenziali con un giro di 104 miliardi di Euro (6% del Pil) e 260 fondi di sanità integrativa. Si tratti di fondi “aperti” o di categoria, si parla comunque di enti privati, difficilmente controllabili. Sempre nel 2013, 10mila persone risultavano impiegate da questo settore. Tra questi molti sono sindacalisti o ex sindacalisti. Il sindacato incassa i gettoni di presenza per la partecipazione ai Consigli D’Amministrazione o di Gestione. Grossa parte dei contributi versati dagli stessi lavoratori finisce proprio nelle spese di gestione.

Guardando i dati del 2013, si nota che le spese per l’erogazione dei servizi difficilmente superano il 50% del bilancio di un fondo. Il resto sono costi gestionali. Fonchim (Fondo previdenziale dei Chimici) ha ­destinato nel 2013 588mila Euro annui agli organi statutari e 1,2 milioni di Euro ai costi di gestione. Il Fondo Cometa ha speso per i suoi “organi” 250mila Euro annui più 1,1 milioni per il personale. La defiscalizzazione del welfare aziendale, quindi, contribuisce anche al “mantenimento” dei sindacati e non solo delle aziende.

Che fare quindi?

Se ti stai domandando se destinare il tuo premio di produttività al welfare aziendale o riceverlo in busta paga, ti avvisiamo che in entrambi i casi a pagare sarai sempre tu. Dal nostro punto di vista boicottare il sistema partendo dall’ultimo anello della catena, ovvero la somma percepita dal dipendente, non servirà a far retrocedere il governo sulla privatizzazione dello stato sociale. Gli strumenti che dobbiamo mettere in campo sono ben altri.

Il punto è comprendere che questa impostazione va contestata in tutti i rinnovi contrattuali e fare pressioni sul nostro sindacato perché il welfare aziendale non venga fatto passare come una misura progressista, perché così non è.

Non possiamo accettare la logica del baratto dei nostri aumenti salariali in cambio di fondi da destinare al welfare, così come non vogliamo rinunciare a ore di ROL o Ferie in cambio di servizi che riducano l’assenteismo, soprattutto se questi riguardano il tempo libero che impieghiamo con la nostra famiglia.
Va preteso che le organizzazioni dei lavoratori tornino a lottare per uno stato sociale universale, a cui possano accedere tutti, lavoratori e disoccupati, pensionati e studenti. Uno stato sociale che garantisca a tutti servizi fondamentali di qualità e in larga quantità, a partire dall’offerta sanitaria e da quella scolastica, basato su tasse dirette fortemente progressive dove chi meno ha, meno paga.