Piano piano, senza fretta, strani discorsi si fanno largo in luoghi inattesi.
Abbiamo sentito, per esempio, dopo decenni di encomi a prescindere, qualche timida critica politica all’operato della polizia in piazza. È accaduto dopo la serie di cariche e manganellate distribuite sugli studenti, un po’ in tutta Italia, cosa che rimanda evidentemente ad un ordine dall’alto. “Politico”, insomma, proveniente dal governo o almeno dal Ministro dell’Interno.
Viene il sospetto che quando persino Letta e altri lamentano le “manganellate sui nostri ragazzi” stiano effettivamente preoccupandosi solo dei propri figli e/o nipoti, in senso familiare. Visto che la sbirraglia in piazza sembra prendersela con chiunque, compresi i cortei promossi da quella parte studentesca che vegetava tranquilla sotto l’ala della Cgil.
Meglio tardi che mai, comunque. Se l’omertà a favore delle polizie comincia ad incrinarsi, è in fondo solo un bene.
Qualcosa di simile avviene anche sul fronte del lavoro. Pochi giorni fa un Pierluigi Bersani come al solito prodigo di metafore, addirittura parlando nel salottino esclusivo di Lilli Gruber, ha lamentato che “il 70% dei nuovi lavori è precario, mentre prima era solo (solo!?) il 13%”.
Sui giornali si allarga lo spazio per gli articoli che parlano dei working poor, quegli “strani” lavoratori che sgobbano anche più di otto ore al giorno e ricevono un salario che non basta per vivere. E neanche per sopravvivere alla meno peggio.
Un terzo dei lavoratori dipendenti italiani è ormai in queste condizioni: il 32,4% percepisce una “salario” al di sotto del livello di povertà (il 60% della retribuzione media nazionale).
Fioccano le “storie” di persone di ogni età, alle prese con la tragedia quotidiana di dover cercare “aiuto” in associazioni e organizzazioni “caricatevoli”, che ti regalano un pacco di pasta e qualche genere di prima necessità. Perché dopo aver pagato affitto e bollette non resta nulla dello stipendio.
Qualcuno, più audace, scopre un po’ in ritardo che in Italia il salario medio – negli ultimi 30 anni – è diminuito del 2,9%. Ed è l’unico paese europeo con un dato negativo (vedi la tabella sopra).
E teniamo presente che si tratta di salari in termini monetari, senza calcolare l’incidenza dell’inflazione reale (il famoso “carrello della spesa”) e l’innumerevole quantità di servizi pubblici nel frattempo privatizzati e quindi molto più costosi (la sanità, in primo luogo, con la sua orgia di ticket e prestazioni esigibili solo pagando). Tutte cose che abbattono il potere d’acquisto di quella cifra comunque ridotta.
E allora si devono chiamare ricercatori che da anni insistono sul disastro combinato dai vari “pacchetti Treu”, “legge Biagi”, ecc., che hanno legalizzato oltre 40 forme di “contratti atipici”. Tutta roba approvata da governi di centrosinistra e centrodestra, indifferentemente, fino al colpo di maglio finale, il Jobs Act di Renzi & Co., che ha cancellato l’articolo 18 (divieto di licenziamento senza giusta causa), rendendo ogni lavoratore italiano un precario a tutti gli effetti. Debole, ricattabile e ricattato.
Cose che Bersani, per esempio, conosce benissimo, essendo state approvate – insieme alle privatizzazioni – mentre lui era ministro e/o parlamentare.
Fioccano anche i consigli per “curare” questa situazione, che ha pessimi effetti non solo sui lavoratori e le loro famiglie, ma anche sull’economia in generale e sui profitti delle imprese. È una banalità che però sfugge ai neoliberisti: se i “tuoi” lavoratori non possono comprare quello che produci, poi guadagni meno.
La furbata “ordoliberista” (alla tedesca, insomma) si concretizzava nella produzione orientata alle esportazioni. In cui i clienti finali sono in altri paesi o in altri continenti. E dunque i bassi salari servono per competere con altre imprese, battendole sul prezzo.
Solo che – con la “globalizzazione” e le delocalizzazioni – questo meccanismo si è generalizzato. Tutti fanno così e all’improvviso (con la crisi iniziata nel 2008, mai finita e poi aggravata dalla pandemia) chi non ha una “domanda interna” si trova improvvisamente più in difficoltà di altri. Succede alla Germania, che è il capofiliera europeo, succederà presto anche a tutti gli altri (piano piano, un po’ alla volta).
E, non a caso, proprio in Germania il nuovo governo medita di alzare il salario minimo (da 8,50 a 12 euro l’ora, però lordi) per rivitalizzare i consumi interni e dare un po’ di “mercato” in più alle proprie aziende. Lo capiscono persino gli imprenditori, che infatti prima erano contrari, adesso molto meno. Anzi...
Qualcuno lo spieghi al “governo dei migliori”, che continua ad andare avanti sulla vecchia strada, ignaro di tutto, tra gli applausi di imprenditori idioti e sempre pronti a scappare.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/02/2022
20/08/2018
Caro Di Maio, sulle autostrade faccia due domande anche alla Lega
Un documento interessante, questa lettera aperta al ministro Di Maio. Non tanto per l’autore o le intenzioni (sminuire il più possibile le responsabilità del Pd nel permettere il mostruoso “business autostrade”), quanto per la “chiamata di correo” a carico della Lega, che aveva allora già come leader in ascesa il manesco Matteo Salvini.
Sia chiaro: il Pd è indifendibile, perché ha avviato in prima persona la “lenzuolata di privatizzazioni e liberalizzazioni” che ha consegnato tutto o quasi il patrimonio pubblico nelle mani di alcuni “prenditori” privati che, col tempo, si sono dimostrati anche dei criminali.
Però chiunque può inveire contro il Pd per questo particolare motivo, legittimamente, tranne la Lega. E chiunque può allearsi con chiunque per cambiare questo paese, meno che con la Lega, Forza Italia, il Pd, Fratelli d’Italia, Leu (Bersani e D’Alema stanno lì...) e frattaglie varie fatte di cambiacasacca. Insomma: il Parlamento al completo, in questo momento è un complice. I grillini sono arrivati ultimi, è vero; non hanno preso soldi da Benetton, è vero... Ma se pensano di poter combinare qualcosa insieme a quella compagnia, sono da tso...
“Caro Di Maio, leggo che lei ed il suo Ministro Toninelli siete rimasti perplessi dalle aperture della Lega a Società Autostrade. Se ha un minuto provo a spiegarle come stanno le cose.
Se invece di continuare a gridare proclami vi foste presi la briga di approfondire la materia riguardante le concessioni autostradali, vi sareste accorti di una serie di cose interessanti.
Prima di tutto il contratto capestro. Non le pare che invece di lanciare le solite accuse a destra e a manca vi sareste dovuti chiedere chi c’era dietro la stipula di condizioni così svantaggiose per lo Stato? È evidente che sia lei che Toninelli non ne sapete nulla.
Partiamo dal principio: nella sua breve vita il tanto bistrattato secondo governo Prodi si accorge di alcune anomalie e decide di intervenire per sanarle.
L’intervento più importante che viene fatto è del 2006, praticamente si obbligano i gestori privati a legare gli aumenti dei pedaggi a sostanziosi interventi di ammodernamento e manutenzione. Detta in parole povere, se vuoi soldi devi prima metterci soldi.
Solo che il governo Prodi cade e, mi ascolti bene caro Di Maio, nel 2008 arrivano Berlusconi e la Lega, già proprio quella Lega con cui oggi governa e nella quale Salvini era già uno degli elementi di spicco.
Nel giugno dello stesso anno il centro destra elimina tutti i vincoli, cambia le condizioni della concessione dando vita all’attuale contratto capestro con il quale si affidano le autostrade ai privati.
Vuole sapere il perché caro Di Maio? Perché alcuni imprenditori veneti interessati al business della viabilità, fecero molte “pressioni” proprio sulla Lega.
Comincia a capire Ministro Di Maio? Vede, alla lunga è difficile occupare un dicastero importante come il suo raccontando tutto ed il contrario di tutto. Capisco che in questi anni giornalisti ed elettori le abbiano fatto credere che nessuno l’avrebbe mai contraddetta, ma questo non è più il tempo in cui inventarsi balle per giustificare ai genitori il fatto di non riuscire a passare gli esami all’Università, questo è il tempo in cui lei ha in mano il futuro di milioni di persone. Spero di esserle stato utile.”
Prof Carlo Maria Bellei dell’Università degli Studi di Urbino
Fonte
Sia chiaro: il Pd è indifendibile, perché ha avviato in prima persona la “lenzuolata di privatizzazioni e liberalizzazioni” che ha consegnato tutto o quasi il patrimonio pubblico nelle mani di alcuni “prenditori” privati che, col tempo, si sono dimostrati anche dei criminali.
Però chiunque può inveire contro il Pd per questo particolare motivo, legittimamente, tranne la Lega. E chiunque può allearsi con chiunque per cambiare questo paese, meno che con la Lega, Forza Italia, il Pd, Fratelli d’Italia, Leu (Bersani e D’Alema stanno lì...) e frattaglie varie fatte di cambiacasacca. Insomma: il Parlamento al completo, in questo momento è un complice. I grillini sono arrivati ultimi, è vero; non hanno preso soldi da Benetton, è vero... Ma se pensano di poter combinare qualcosa insieme a quella compagnia, sono da tso...
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“Caro Di Maio, leggo che lei ed il suo Ministro Toninelli siete rimasti perplessi dalle aperture della Lega a Società Autostrade. Se ha un minuto provo a spiegarle come stanno le cose.
Se invece di continuare a gridare proclami vi foste presi la briga di approfondire la materia riguardante le concessioni autostradali, vi sareste accorti di una serie di cose interessanti.
Prima di tutto il contratto capestro. Non le pare che invece di lanciare le solite accuse a destra e a manca vi sareste dovuti chiedere chi c’era dietro la stipula di condizioni così svantaggiose per lo Stato? È evidente che sia lei che Toninelli non ne sapete nulla.
Partiamo dal principio: nella sua breve vita il tanto bistrattato secondo governo Prodi si accorge di alcune anomalie e decide di intervenire per sanarle.
L’intervento più importante che viene fatto è del 2006, praticamente si obbligano i gestori privati a legare gli aumenti dei pedaggi a sostanziosi interventi di ammodernamento e manutenzione. Detta in parole povere, se vuoi soldi devi prima metterci soldi.
Solo che il governo Prodi cade e, mi ascolti bene caro Di Maio, nel 2008 arrivano Berlusconi e la Lega, già proprio quella Lega con cui oggi governa e nella quale Salvini era già uno degli elementi di spicco.
Nel giugno dello stesso anno il centro destra elimina tutti i vincoli, cambia le condizioni della concessione dando vita all’attuale contratto capestro con il quale si affidano le autostrade ai privati.
Vuole sapere il perché caro Di Maio? Perché alcuni imprenditori veneti interessati al business della viabilità, fecero molte “pressioni” proprio sulla Lega.
Comincia a capire Ministro Di Maio? Vede, alla lunga è difficile occupare un dicastero importante come il suo raccontando tutto ed il contrario di tutto. Capisco che in questi anni giornalisti ed elettori le abbiano fatto credere che nessuno l’avrebbe mai contraddetta, ma questo non è più il tempo in cui inventarsi balle per giustificare ai genitori il fatto di non riuscire a passare gli esami all’Università, questo è il tempo in cui lei ha in mano il futuro di milioni di persone. Spero di esserle stato utile.”
Prof Carlo Maria Bellei dell’Università degli Studi di Urbino
Fonte
19/04/2018
La “sinistra” sull’uscio delle consultazioni per il nuovo governo
L’incarico affidato dal presidente Mattarella alla presidente del Senato Casellati, sembra essere una missione esplorativa con un solo scopo: verificare se esistono i presupposti per una maggioranza tra la coalizione di centrodestra e Movimento 5 Stelle, entrambi non autosufficienti per formare un governo.
Domani la presidente del Senato dovrà ripresentarsi al Quirinale per riferire i risultati dei suoi colloqui. Se la missione della Casellati si chiuderà con un fallimento, il capo dello Stato si prenderà altre 48 ore di riflessione. Poi avrà a disposizione come alternativa, quella di affidare un ulteriore mandato esplorativo alla terza carica dello Stato, Roberto Fico, ma l’opzione non è automatica.
Nel Pd continua a prevalere l’opzione di Renzi che si è arroccato su un Pd come “partito di opposizione”. Per prendere in esame altre opzioni, inclusa quella di un governo con il M5S, i dirigenti del Partito Democratico hanno sempre preteso che Di Maio rinunci alla premiership, il che non esclude che potrebbe essere disponibile ad un incarico affidato a Fico.
Nei residui della “sinistra residuale”, la situazione appare ancora più depressa. Dentro Liberi e Uguali si confrontano a distanza due opzioni.
La prima, sostenuta da Bersani e da Roberto Speranza, pensa di andare avanti con LeU, trasformandola in una sorta di federazione costruendo un quarto polo insieme a Sinistra Italiana e Possibile.
La seconda, invece, è esplicitata in un documento firmato da Pietro Folena e Simone Oggionni e sostenuto dal presidente della regione Toscana Enrico Rossi confida invece su un Pd “derenzizzato” per fondare “Un nuovo soggetto laburista, europeo, moderno, popolare, radicale, con una vocazione naturale al governo”. Oppure lavorare alla costruzione di un nuovo partito socialista comunque alleato di volta in volta al Pd.
Il quotidiano La Repubblica riferisce di una riunione a porte chiuse promossa da D’Alema con Andrea Orlando, Nicola Zingaretti, Gianni Cuperlo, Luigi Zanda, nella quale D’Alema punterebbe all’avvio di un governo tra M5S, Pd e LeU.
Sempre secondo La Repubblica, Sinistra Italiana prosegue il suo percorso interno a LeU ma tra mille malumori, “perché una componente interna guarda invece a Potere al popolo”, dove spera di trovare attenzione nella parte residua del partito degli assessori (il “morto che cerca di afferrare il vivo”), ma incontra una palpabile ostilità da parte degli attivisti che hanno dato vita a Potere al Popolo come esperienza politica e sociale alternativa e antagonista in rottura con questo passato.
Fonte
Domani la presidente del Senato dovrà ripresentarsi al Quirinale per riferire i risultati dei suoi colloqui. Se la missione della Casellati si chiuderà con un fallimento, il capo dello Stato si prenderà altre 48 ore di riflessione. Poi avrà a disposizione come alternativa, quella di affidare un ulteriore mandato esplorativo alla terza carica dello Stato, Roberto Fico, ma l’opzione non è automatica.
Nel Pd continua a prevalere l’opzione di Renzi che si è arroccato su un Pd come “partito di opposizione”. Per prendere in esame altre opzioni, inclusa quella di un governo con il M5S, i dirigenti del Partito Democratico hanno sempre preteso che Di Maio rinunci alla premiership, il che non esclude che potrebbe essere disponibile ad un incarico affidato a Fico.
Nei residui della “sinistra residuale”, la situazione appare ancora più depressa. Dentro Liberi e Uguali si confrontano a distanza due opzioni.
La prima, sostenuta da Bersani e da Roberto Speranza, pensa di andare avanti con LeU, trasformandola in una sorta di federazione costruendo un quarto polo insieme a Sinistra Italiana e Possibile.
La seconda, invece, è esplicitata in un documento firmato da Pietro Folena e Simone Oggionni e sostenuto dal presidente della regione Toscana Enrico Rossi confida invece su un Pd “derenzizzato” per fondare “Un nuovo soggetto laburista, europeo, moderno, popolare, radicale, con una vocazione naturale al governo”. Oppure lavorare alla costruzione di un nuovo partito socialista comunque alleato di volta in volta al Pd.
Il quotidiano La Repubblica riferisce di una riunione a porte chiuse promossa da D’Alema con Andrea Orlando, Nicola Zingaretti, Gianni Cuperlo, Luigi Zanda, nella quale D’Alema punterebbe all’avvio di un governo tra M5S, Pd e LeU.
Sempre secondo La Repubblica, Sinistra Italiana prosegue il suo percorso interno a LeU ma tra mille malumori, “perché una componente interna guarda invece a Potere al popolo”, dove spera di trovare attenzione nella parte residua del partito degli assessori (il “morto che cerca di afferrare il vivo”), ma incontra una palpabile ostilità da parte degli attivisti che hanno dato vita a Potere al Popolo come esperienza politica e sociale alternativa e antagonista in rottura con questo passato.
Fonte
19/12/2017
Liberi e disuguali: il modello sociale di Grasso, Bersani, D’Alema & co.
A sinistra è sempre tutto un coro “contro il populismo”. Ma poi vedi “Ricchi e poveri” di Gad Lerner – in onda ogni domenica in seconda serata su Rai3 – e ti ricordi che c’è un populismo tradizionalmente cattolico che, periodicamente, si riaffaccia e che è tutto incentrato su carità, pietismo e solidarietà compassionevole.
Lerner, si sa, tempo fa ha lasciato il PD e si è messo subito a fare il narratore della nuova ditta Bersani, D’Alema, Grasso & co. #LiberiedUguali, anche per guadagnarsi lo stipendio Rai. E così ci racconta di un mondo in cui ti salveranno dei facoltosi benefattori, dei ricchi buonissimi che dispensano, senza sosta, elargizioni caritatevoli e generosa beneficenza. E’ un classico che funziona sempre e che ora viene contrapposto al rude solipsismo ultraliberista berlusconian-renziano di questi anni da parte chi si candida a ”ricostruire la sinistra”, finita in frantumi proprio sotto i colpi del nemico giurato Matteo Renzi.
E con cosa? Ma con il solito vecchio rassicurante “popolarismo cattolico” traslato, però, nella nuova fase: quella in cui la crisi di un capitalismo messo in ginocchio da una serie infinita di bolle finanziarie e dall’anarchia del mercato globale, ha polverizzato i vecchi margini redistributivi. Se a ciò aggiungi che, in ambito europeo, la scelta letale di stare dentro i rigidi vincoli di bilancio dettati dalla #UE impedisce di approntare qualsiasi cura – ovvero, qualsiasi intervento degli Stati in grado di rilanciare ciò che resta dello stato sociale e di attenuare, in qualche modo ed in una qualche misura, la cronica disoccupazione a due cifre – ecco che anche qualsiasi ipotesi vagamente neokeynesiana va bellamente a farsi benedire.
I nostri lo sanno bene e, tuttavia, gli tocca continuare a vagheggiare quell’immaginario onde mantener vivo, in qualche modo, almeno un qualche ancoraggio alla tradizione delle “grandi socialdemocrazie europee”. Il tutto opportunamente depurato dalla novecentesca lotta di classe e senza alcun riferimento ai meccanismi che stanno concentrando immense ricchezze nelle mani di pochissimi mentre si allarga, a dismisura, l’area della povertà.
Il “nuovo welfare” che ci viene presentato e propinato, è un deciso ritorno al passato: aiuti caritatevoli ai vecchi e nuovi “poveri” come propagandistica faccia soft di un modello molto più hard che stanno perseguendo, da parecchi anni, sotto la spinta di enormi interessi privati. Questa pelosa ed assai interessata narrazione serve, nella migliore delle tradizioni missionarie, quale copertura ideologica della vera operazione che stanno facendo alle spalle di milioni di lavoratori e cittadini: tutti coloro che non saranno riconosciuti come “poveri”, se va in porto l’attuale processo di destrutturazione e privatizzazione del welfare, dovranno ricorrere alle assicurazioni obbligatorie di fascistissima memoria.
Non è un caso, infatti, se da qualche tempo, i grandi gruppi assicurativi, stanno sgomitando tra loro per offire comodi e costosissimi pacchetti tutto compreso(previdenza, sanità e tanto altro) attraverso una frenetica attività di lobbyng su partiti e sindacati nonchè mediante delle mirate e martellanti campagne publicitarie.
Il “nuovo welfare” a cui stanno lavorando alacremente politici, sindacalisti ed accademici in quota ai principali partiti, è un modello in cui diritti e tutele dipenderanno, in un prossimo futuro ed in misura assai variabile, dal lavoro che fai e dai contributi che avrai versato. E’ un modello previdenziale neocorporativo basato sull’idea di affidare, prima o poi, unicamente ai gestori privati servizi quali pensioni (attraverso i fondi pensione privati) e sanità (attraverso i fondi sanitari integrativi), ribattezzata per l’occasione “white economy”.
Ma è un modello destinato ad allargare, ulteriormente e drammaticamente, le attuali già enormi disuguaglianze ed iniquità e che non avrà più nulla in comune, né con il Welfare universale e solidaristico che abbiamo fin qui conosciuto, né, tanto meno, con quel “Welfare dei beni comuni” auspicato da alcuni economisti e che prevede reddito minimo garantito, salario minimo e condivisione dei beni comuni.
Una lavoratrice e delegata di base, proprio l’altro ieri, mi segnalava l’ennesimo di una lunga serie di episodi che vedono sindacalisti offrire sempre più insistentemente e, per giunta, in orario di lavoro, “vantaggiosissime” polizze assicurative. Ecco come le organizzazioni sindacali “ concertative”, in crisi di ruolo, d’identità e di consenso, si sono, da tempo, riposizionate: tirando la volata alle assicurazioni mediante il nuovo “welfare aziendale” basato sulla decurtazione di quote di salario in cambio di servizi offerti proprio dalle assicurazioni private. Trump, in questo senso, ci appare come un novellino.
“Sirio, Espero, Perseo”, sono questi i nomi scelti per dar vita ai fondi pensionistici integrativi dei dipendenti pubblici. Dietro i nomi di stelle e costellazioni che evocano immagini celestiali, si nasconde l’affaire del secolo ordito e messo in atto sulla pelle dei lavoratori, con la complicità esplicita di CGIL, CISL, UIL . Oppure c’è il misterioso “Metasalute” laddove “meta“ non si capisce se stia per un “oltre” metafisico, oppure, per un immaginario punto d’arrivo. E’ il fondo sanitario integrativo chiuso che, con l’avallo anche della FIOM, è già stato inserito nel contratto del settore metalmeccanico.
I “sindacalisti” della previdenza pubblica saranno stati sicuramente in prima fila nella recente manifestazione nazionale del 2 dicembre scorso “in difesa dei pensionati” organizzata dalla CGIL di Susanna Camusso e tuttavia sono gli stessi che stanno spianando la strada, da parecchi anni, alla previdenza integrativa e privata sedendo molto comodamente e con buone retribuzioni, nei Consigli d’Amministrazione dei fondi previdenziali chiusi. Eppure il tentativo di scippare il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) dei dipendenti del settore privato e pubblico per costituire i fondi integrativi e dare così vita alla seconda gamba della previdenza non gli è riuscito del tutto, anche e sopratutto per merito della opposizione e della buona informazione sul tema prodotti dai militanti del sindacalismo conflittuale.
Ed è così che i sindacalisti “concertativi” si sono direttamente trasformati in brokers assicurativi ferocemente determinati a piazzare polizze pensionistiche e sanitarie per conto dei grandi gruppi assicurativi molto probabilmente intascando percentuali sulle vendite.
Ecco qual è il modello sociale di Grasso, Bersani, D’Alema e soci, che altro non sono che l’espressione politica di questi interessi. Un incessante gioco di sponda tra partiti, sindacati banche ed assicurazioni che va avanti da almeno due decenni e che ha sacrificato al profitto ed ai grandi interessi finanziari, i bisogni ed i diritti di ciò che fu un tempo il blocco sociale di riferimento delle ex sinistre politiche e sindacali. In fondo, ci basta ricordare che sono sempre quelli di “abbiamo una banca”, solo che stavolta, le banche, si sono presi loro.
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30/10/2017
Grasso, Bersani, Pisapia: ma perchè la sinistra non impara mai?
Devo dire che si può parlare di Mdp solo a prezzo di un enorme
imbarazzo: è un gruppo di distinti signori, tutti parlamentari, che non
ne hanno azzeccata una in tutta la vita e che non imparano mai.
Hanno sfasciato il Pci, poi hanno portato il Pds-Ds ad una fallimentare unificazione con i democristiani della Margherita, poi hanno perso le elezioni del 2001, 2008 e 2013 (quelle le hanno “non vinte”, quanto a quelle del 2006, le vinsero di strettissima misura per poi dare vita ad un governo che era un circo equestre, poi si sono fatti scalzare dal più democristiano dei margheritini, mugugnando hanno votato le peggiori riforme di Renzi: job act, buona scuola, riforma istituzionale...), poi, dopo aver coscienziosamente perso tutta la loro base, ridottisi a tre gatti e mezzo, hanno deciso di fare una scissione con i rimanenti parlamentari che non hanno saltato il fosso per arruolarsi fra i renziani.
L’unica cosa buona che hanno fatto è stata schierarsi per il No nel referendum del 4 dicembre, ma solo perché D’Alema (unico che capisca la politica in quell’infelice gruppo) li ha costretti a calci negli stinchi.
Dopo la scissione, non hanno fatto assolutamente nulla, né per elaborare una linea politica degna di questo nome, né per organizzare la loro base, né per promuovere una qualsivoglia campagna politica (visto che fra poco si vota): zero, più zero, più zero. Hanno cincischiato per sette mesi appresso a Pisapia (del quale si parlava come di in possibile segretario e, incredibilmente, nessuno rideva), poi Pisapia ha scelto il Pd (che forse lo compenserà con uno scranno alla Corte Costituzionale) e, dall’alto del suo seguito di massa, ha fatto i suoi auguri a Speranza ed “al suo partitino del tre per cento” (sic!).
C’era da sperare che, tramontata l’infatuazione per Pisapia, iniziassero finalmente a fare politica e, invece no, adesso è il turno di Grasso del quale si parla come di un possibile segretario. Si, perché da quelle parti, prima si decide chi è il segretario, poi chi è il gruppo dirigente, poi chi deve rientrare in Parlamento e, alla fine e se avanza il tempo, si organizza la base che, ovviamente, trova il piatto pronto (che democrazia!).
Io non dico che si debba realmente far votare alla base i dirigenti ed i parlamentari (troppa democrazia fa male!) ma almeno far finta che sia così. Insomma, almeno non facciamola così spudorata. Ed allora, una volta per tutte, convinciamoci che le case non si costruiscono dal tetto, ma dalle fondamenta.
Quanto poi alla scelta di merito, Grasso, se possibile, è anche peggio di Pisapia. Diventato Presidente del Senato per caso e con i voti dei 5 stelle che, nel loro immaginario, lo credevano un campione della lotta antimafia, è stato poi un ligio esecutore delle indicazioni del Pd, dando il meglio di sé nel dibattito sulla riforma istituzionale, quando combinò cose da pazzi (se è il caso posso ricordare un po’ di episodi) per battere l’ostruzionismo dei 5 stelle e di Sel (oggi, con SI, possibile alleata di Mdp). Poi, all’improvviso, realizzato che non c’è speranza di essere rieletto Presidente del Senato, scopre che il Pd ha fatto violenza al Parlamento con la fiducia e si dimette... dal Pd, non dalla Presidenza del senato (le dimissioni da un posto importante? Non sia mai! Potrebbe venire la sinusite).
E con gran faccia di corno, dice che si è dimesso ora dal Pd e non prima, per rispetto delle istituzioni! Lui come Presidente del Senato aveva l’obbligo morale e politico di difendere il Parlamento (ed il ramo che lui presiede) cercando di non ammettere la richiesta di fiducia del governo. Ad esempio sostenendo che essa è inopponibile in caso di leggi elettorali o che non è ammissibile una richiesta che obbliga un ramo del parlamento ad accettare una legge senza possibilità di nessun emendamento. E , magari avrebbe potuto utilizzare l’argomento della contraddizione contenuta nella legge, già segnalata da D’Attorre, sostenendo la necessità di emendare almeno quello sconcio. Magari avrebbe potuto invocare un intervento arbitrale del Capo dello Stato.
Forse non sarebbe servito a nulla, ed al quel punto, se davvero riteneva che si stesse facendo una violenza al Parlamento, gli restava il gesto estremo delle dimissioni dalla Presidenza. La cosa avrebbe avuto ben altro rilievo politico, creando non poco imbarazzo a Mattarella per la firma. In fondo, il Presidente del Senato è il suo vice e se se ne va sbattendo la porta perché la legge è incostituzionale, non è che si possa far finta di niente. Invece, l’eroico Presidente ha lasciato che la violenza si compisse e, diciamolo, con la sua complicità e dopo, solo dopo, si è dimesso dal partito (non dalla Presidenza di Palazzo Madama, insisto) per prepararsi a sedere sulla sedia di segretario del Mdp. E voi ci proponete un segretario del genere?
Infine: Mdp non scioglie una ambiguità che si porta appresso dalla fondazione, la domanda è questa: cosa vuol fare da grande Mdp? Le scelte possibili sono due: o il gruppo di pressione esterno, che punta a rovesciare la segreteria Renzi per poi rientrare, o l’alternativa di sinistra al Pd. Entrambe scelte lecitissime, per cui, se si tratta della prima, è possibile una alleanza elettorale con il Pd, ma se si tratta della seconda, l’alleanza è esclusa in via di principio, perché non puoi allearti con uno a cui vuoi fare le scarpe. E’ così difficile da capire?
Fonte
Hanno sfasciato il Pci, poi hanno portato il Pds-Ds ad una fallimentare unificazione con i democristiani della Margherita, poi hanno perso le elezioni del 2001, 2008 e 2013 (quelle le hanno “non vinte”, quanto a quelle del 2006, le vinsero di strettissima misura per poi dare vita ad un governo che era un circo equestre, poi si sono fatti scalzare dal più democristiano dei margheritini, mugugnando hanno votato le peggiori riforme di Renzi: job act, buona scuola, riforma istituzionale...), poi, dopo aver coscienziosamente perso tutta la loro base, ridottisi a tre gatti e mezzo, hanno deciso di fare una scissione con i rimanenti parlamentari che non hanno saltato il fosso per arruolarsi fra i renziani.
L’unica cosa buona che hanno fatto è stata schierarsi per il No nel referendum del 4 dicembre, ma solo perché D’Alema (unico che capisca la politica in quell’infelice gruppo) li ha costretti a calci negli stinchi.
Dopo la scissione, non hanno fatto assolutamente nulla, né per elaborare una linea politica degna di questo nome, né per organizzare la loro base, né per promuovere una qualsivoglia campagna politica (visto che fra poco si vota): zero, più zero, più zero. Hanno cincischiato per sette mesi appresso a Pisapia (del quale si parlava come di in possibile segretario e, incredibilmente, nessuno rideva), poi Pisapia ha scelto il Pd (che forse lo compenserà con uno scranno alla Corte Costituzionale) e, dall’alto del suo seguito di massa, ha fatto i suoi auguri a Speranza ed “al suo partitino del tre per cento” (sic!).
C’era da sperare che, tramontata l’infatuazione per Pisapia, iniziassero finalmente a fare politica e, invece no, adesso è il turno di Grasso del quale si parla come di un possibile segretario. Si, perché da quelle parti, prima si decide chi è il segretario, poi chi è il gruppo dirigente, poi chi deve rientrare in Parlamento e, alla fine e se avanza il tempo, si organizza la base che, ovviamente, trova il piatto pronto (che democrazia!).
Io non dico che si debba realmente far votare alla base i dirigenti ed i parlamentari (troppa democrazia fa male!) ma almeno far finta che sia così. Insomma, almeno non facciamola così spudorata. Ed allora, una volta per tutte, convinciamoci che le case non si costruiscono dal tetto, ma dalle fondamenta.
Quanto poi alla scelta di merito, Grasso, se possibile, è anche peggio di Pisapia. Diventato Presidente del Senato per caso e con i voti dei 5 stelle che, nel loro immaginario, lo credevano un campione della lotta antimafia, è stato poi un ligio esecutore delle indicazioni del Pd, dando il meglio di sé nel dibattito sulla riforma istituzionale, quando combinò cose da pazzi (se è il caso posso ricordare un po’ di episodi) per battere l’ostruzionismo dei 5 stelle e di Sel (oggi, con SI, possibile alleata di Mdp). Poi, all’improvviso, realizzato che non c’è speranza di essere rieletto Presidente del Senato, scopre che il Pd ha fatto violenza al Parlamento con la fiducia e si dimette... dal Pd, non dalla Presidenza del senato (le dimissioni da un posto importante? Non sia mai! Potrebbe venire la sinusite).
E con gran faccia di corno, dice che si è dimesso ora dal Pd e non prima, per rispetto delle istituzioni! Lui come Presidente del Senato aveva l’obbligo morale e politico di difendere il Parlamento (ed il ramo che lui presiede) cercando di non ammettere la richiesta di fiducia del governo. Ad esempio sostenendo che essa è inopponibile in caso di leggi elettorali o che non è ammissibile una richiesta che obbliga un ramo del parlamento ad accettare una legge senza possibilità di nessun emendamento. E , magari avrebbe potuto utilizzare l’argomento della contraddizione contenuta nella legge, già segnalata da D’Attorre, sostenendo la necessità di emendare almeno quello sconcio. Magari avrebbe potuto invocare un intervento arbitrale del Capo dello Stato.
Forse non sarebbe servito a nulla, ed al quel punto, se davvero riteneva che si stesse facendo una violenza al Parlamento, gli restava il gesto estremo delle dimissioni dalla Presidenza. La cosa avrebbe avuto ben altro rilievo politico, creando non poco imbarazzo a Mattarella per la firma. In fondo, il Presidente del Senato è il suo vice e se se ne va sbattendo la porta perché la legge è incostituzionale, non è che si possa far finta di niente. Invece, l’eroico Presidente ha lasciato che la violenza si compisse e, diciamolo, con la sua complicità e dopo, solo dopo, si è dimesso dal partito (non dalla Presidenza di Palazzo Madama, insisto) per prepararsi a sedere sulla sedia di segretario del Mdp. E voi ci proponete un segretario del genere?
Infine: Mdp non scioglie una ambiguità che si porta appresso dalla fondazione, la domanda è questa: cosa vuol fare da grande Mdp? Le scelte possibili sono due: o il gruppo di pressione esterno, che punta a rovesciare la segreteria Renzi per poi rientrare, o l’alternativa di sinistra al Pd. Entrambe scelte lecitissime, per cui, se si tratta della prima, è possibile una alleanza elettorale con il Pd, ma se si tratta della seconda, l’alleanza è esclusa in via di principio, perché non puoi allearti con uno a cui vuoi fare le scarpe. E’ così difficile da capire?
Fonte
22/10/2017
I bersaniani tornano a casa e chiedono pietà
Ce lo aspettavamo un po’ più in là, ma evidentemente la paura di restare senza poltrona è troppo forte. Mdp, ossia gli “scissionisti di sinistra” del Pd, torna all’ovile.
Dopo averci tormentato per mesi con lunghe e fuffose dissertazioni sul “programma”, sul “leader” (Pisapia o qualcun altro?), sul “progetto alternativo a Renzi”, stamattina l’organo ufficiale del Pd – Repubblica – ha potuto annunciare trionfante che ora “la sfida” si tramuta in una “richiesta di incontro”. E non certo di pugilato...
Basta leggere le affermazioni principali, che immaginiamo pronunciate con voce rotta dalla paura della disoccupazione: “Sono pronto a incontrare Renzi”, anzi “Possiamo vederci già domani, tu sei disponibile?”. Appena scende dal treno gli risponde, oppure gli dà un appuntamento per un caffè in stazione. Roba per palati fini, per cronisti d’assalto col microfono teso e zero domande per non disturbare il manovratore…
Non che manchino, come si usa dire, i “paletti” che dovrebbero guidare l’eventuale incontro: legge elettorale e legge di bilancio. Ma c’è assai poco di ultimativo nella richiesta di “Abbandonare la strada della fiducia al Rosatellum e modifichiamo la legge con le preferenze, oppure aumentando i collegi uninominali. E prevediamo il voto disgiunto”.
Ancor più vaga la base di discussione sulla politica economica (cambiare radicalmente “le politiche sbagliate” degli ultimi anni, come quelle sul Jobs act e sulla scuola). Bisogna ricordare che si tratta di “riforme” tutte votate da Speranza, Bersani e soci, stando sia dentro che fuori il Pd, senza soluzione di continuità.
Anche la motivazione ufficiale della “svolta” dei bersaniani era ampiamente scontata: il pericolo della destra. Funziona così da quando Berlusconi “è sceso in campo”, e continua imperterrita anche quando – come oggi – è assolutamente certo che dalle urne uscirà un governo Renzi-Berlusconi-Alfano, con dentro forse anche Salvini e Meloni (a meno che non ci sia spazio per una “opposizione di comodo”). Come strategia per “battere le destre” sembra davvero geniale...
Ma Speranza non ha altre carte da giocare. “La destra, ovunque, è fortissima. E nessuno di noi può fare finta di niente. Io di certo non voglio”.
Naturalmente si pronunciano frasi fatte che dovrebbero suonare come un’autocritica (“La rottura nel Pd è arrivata dopo una frattura nella società italiana. Se si ha il coraggio di ricomporre questa frattura, e di ragionare di una politica di radicale discontinuità, allora anche noi dobbiamo avere il coraggio di confrontarci”), ma nessuna analisi sul perché siano state adottate quelle “politiche sbagliate” che hanno portato la “società di sinistra” ad abbandonare il Pd e i suoi tardivi critici.
L’operazione è insomma chiara e spudorata: una lista Mdp-Sinistra Italiana (Fratoianni la dà per già fatta), in coalizione con il Pd (come prevede il Rosatellum), per spuntare più seggi possibile per i transfughi che tornano all’ovile.
In un certo senso è una scelta di chiarezza, che dovrebbe costringere ciò che resta di “formazioni comuniste” (Rifondazione, in primo luogo) ad abbandonare la via suicida fin qui perseguita: un “listone” di centrosinistra.
In fondo non dovrebbe essere difficile comprendere che il “centrosinistra” non ha alcuna possibilità di risorgere. Le dinamiche politiche residue, per i prossimi anni, hanno infatti uno spazio di manovra estremamente ristretto: c’è da applicare il Fiscal Compact (che il Parlamento dovrà ratificare entro dicembre), smantellare quel che resta di “sistema sociale europeo” (sanità, pensioni, istruzione pubblici), ridurre a zero la partecipazione popolare alla politica.
Per far questo occorre mettere insieme la feccia, i servi dei servi dei servi, i bruti con otto palmi di pelo sullo stomaco, intorno a una ristretta pattuglia di tecnocrati capaci di tradurre le “indicazioni europee” in programma di governo. Clientele, interessi mafiosi e pattuglie di razzi-scilipotiani sono ben accolti. Del resto, sinceramente, il potere multinazionale non ha bisogno d'altro.
Fonte
Dopo averci tormentato per mesi con lunghe e fuffose dissertazioni sul “programma”, sul “leader” (Pisapia o qualcun altro?), sul “progetto alternativo a Renzi”, stamattina l’organo ufficiale del Pd – Repubblica – ha potuto annunciare trionfante che ora “la sfida” si tramuta in una “richiesta di incontro”. E non certo di pugilato...
Basta leggere le affermazioni principali, che immaginiamo pronunciate con voce rotta dalla paura della disoccupazione: “Sono pronto a incontrare Renzi”, anzi “Possiamo vederci già domani, tu sei disponibile?”. Appena scende dal treno gli risponde, oppure gli dà un appuntamento per un caffè in stazione. Roba per palati fini, per cronisti d’assalto col microfono teso e zero domande per non disturbare il manovratore…
Non che manchino, come si usa dire, i “paletti” che dovrebbero guidare l’eventuale incontro: legge elettorale e legge di bilancio. Ma c’è assai poco di ultimativo nella richiesta di “Abbandonare la strada della fiducia al Rosatellum e modifichiamo la legge con le preferenze, oppure aumentando i collegi uninominali. E prevediamo il voto disgiunto”.
Ancor più vaga la base di discussione sulla politica economica (cambiare radicalmente “le politiche sbagliate” degli ultimi anni, come quelle sul Jobs act e sulla scuola). Bisogna ricordare che si tratta di “riforme” tutte votate da Speranza, Bersani e soci, stando sia dentro che fuori il Pd, senza soluzione di continuità.
Anche la motivazione ufficiale della “svolta” dei bersaniani era ampiamente scontata: il pericolo della destra. Funziona così da quando Berlusconi “è sceso in campo”, e continua imperterrita anche quando – come oggi – è assolutamente certo che dalle urne uscirà un governo Renzi-Berlusconi-Alfano, con dentro forse anche Salvini e Meloni (a meno che non ci sia spazio per una “opposizione di comodo”). Come strategia per “battere le destre” sembra davvero geniale...
Ma Speranza non ha altre carte da giocare. “La destra, ovunque, è fortissima. E nessuno di noi può fare finta di niente. Io di certo non voglio”.
Naturalmente si pronunciano frasi fatte che dovrebbero suonare come un’autocritica (“La rottura nel Pd è arrivata dopo una frattura nella società italiana. Se si ha il coraggio di ricomporre questa frattura, e di ragionare di una politica di radicale discontinuità, allora anche noi dobbiamo avere il coraggio di confrontarci”), ma nessuna analisi sul perché siano state adottate quelle “politiche sbagliate” che hanno portato la “società di sinistra” ad abbandonare il Pd e i suoi tardivi critici.
L’operazione è insomma chiara e spudorata: una lista Mdp-Sinistra Italiana (Fratoianni la dà per già fatta), in coalizione con il Pd (come prevede il Rosatellum), per spuntare più seggi possibile per i transfughi che tornano all’ovile.
In un certo senso è una scelta di chiarezza, che dovrebbe costringere ciò che resta di “formazioni comuniste” (Rifondazione, in primo luogo) ad abbandonare la via suicida fin qui perseguita: un “listone” di centrosinistra.
In fondo non dovrebbe essere difficile comprendere che il “centrosinistra” non ha alcuna possibilità di risorgere. Le dinamiche politiche residue, per i prossimi anni, hanno infatti uno spazio di manovra estremamente ristretto: c’è da applicare il Fiscal Compact (che il Parlamento dovrà ratificare entro dicembre), smantellare quel che resta di “sistema sociale europeo” (sanità, pensioni, istruzione pubblici), ridurre a zero la partecipazione popolare alla politica.
Per far questo occorre mettere insieme la feccia, i servi dei servi dei servi, i bruti con otto palmi di pelo sullo stomaco, intorno a una ristretta pattuglia di tecnocrati capaci di tradurre le “indicazioni europee” in programma di governo. Clientele, interessi mafiosi e pattuglie di razzi-scilipotiani sono ben accolti. Del resto, sinceramente, il potere multinazionale non ha bisogno d'altro.
Fonte
19/10/2017
Renzi attacca Bankitalia mentre Bridgewater attacca Piazza Affari
Narra un vecchio aneddoto della storia
dei partiti politici che, in Francia il primissimo premier espressione
di un cartello delle sinistre, Édouard Herriot, fu ricevuto, una volta assolti gli obblighi per la presa in carica di primo ministro, dal presidente della Banca di Francia.
Herriot non era uno sprovveduto, era già stato ministro in governi di
coalizione, sarebbe stato presidente del consiglio altre due volte
assieme a numerosi incarichi fino all’ultimo anno di vita. Bene, con suo
stupore Herriot, ricevette dal presidente della Banca di Francia una
vera e propria lezione su cosa, nel bilancio dello stato francese di
allora, era di reale competenza della banca nazionale e cosa davvero del
resto delle istituzioni. Di fatto, narra sempre l’aneddoto, Herriot si accorse di non governare più del cinque per cento del bilancio dello stato.
Decine di anni di finanziarizzazione della vita pubblica francese, a
partire dai boom di borsa sotto Napoleone III, avevano ridotto
moltissimo il margine di manovra finanziario a disposizione delle
istituzioni della sovranità popolare. Come è andata a finire è qualcosa
di noto. Herriot, senza un reale bilancio dello stato a
disposizione, provò a mantenere il consenso con misure sia simboliche
che a costo zero per le casse pubbliche: il trasferimento al
Panthéon delle ceneri di Jean-Jaurés (eroe socialista-pacifista),
amnistia per gli scioperanti e per gli ammutinati della prima guerra
mondiale, diritto di sindacalizzazione esteso ovunque, creazione di un
consiglio nazionale dell’economia senza reali poteri.
Le ultime pagine del libro sono come ci
si può immaginare: guerra finanziaria contro le istituzioni francesi,
attacco al franco, impossibilità statuale di trovare le risorse per far
fronte a questo attacco e caduta del primo governo francese di sinistra.
Negli anni ‘20, come oggi, non c’era bisogno di un Pinochet per
abbattere un governo di sinistra. Era, ed è, affare, nel senso anche di
guadagno, delle piazze finanziarie. Perché abbattere i governi è un
affare finanziario, per chi scommette al momento giusto, non
dimentichiamolo.
Questo genere di lezione non è
mai stato assimilato dalle sinistre italiane, infatti sono allo stato
residuale, che hanno rimosso pure la vicenda Tsipras. Ma
è, in qualche modo, è stata fatta propria da Matteo Renzi che, alla
vigilia della scadenza del mandato di Visco a Bankitalia, ha fatto
votare alla camera una mozione, di fatto, di sfiducia del governo
proprio a Visco.
Ma cosa c’entra, nel quadro normativo odierno, una mozione di sfiducia del parlamento a Visco? Assolutamente niente. La legge 286 del 2005, quella attualmente in vigore, prevede una procedura di nomina del presidente di Bankitalia
che passa da una serie di istituzioni - Presidenza del Consiglio, della
Repubblica, Consiglio Superiore Banca d’Italia etc - ma non dal
Parlamento. Non entriamo nel merito delle polemiche tra casi umani che
traboccano sui media (Veltroni, Gentiloni, lo stesso Renzi) è evidente che quello che è accaduto, nel linguaggio istituzionale, è un atto forte. Di una istituzione, la Camera dei Deputati, che cerca di mettere i piedi nel piatto delle nomine che, formalmente, appartengono ad altre istituzioni dello Stato. Con un preciso mandante, Renzi, che dice una cosa chiara «di fronte a quanto sta accadendo nel mondo bancario le nomine non passano sulla testa mia e del gruppo dirigente del Pd».
E’ così altrettanto evidente che Renzi è debole entro l’attuale
procedura di nomina, altrimenti non si comporterebbe in questo modo.
Tra gli attuali osservatori del nesso banche-politica, ci riferiamo a quelli acuti e attendibili, ci sono quindi due filoni di interpretazione di questi fatti. Il primo sostiene che è solo propaganda elettorale, perché Renzi non avrebbe il tempo materiale e le sponde relazionali per preparare una propria candidatura; il secondo che l’atto
irrituale fatto votare in Parlamento finirà, visto lo spessore dei
poteri irritati da Renzi, per ritorcersi contro l’attuale segretario del
Pd.
Anche perché chi difende Visco non è poco importante: l’Associazione Bancaria Italiana,
miracolata dai venti miliardi messi a disposizione dal decreto
Gentiloni, e tutto l’establishment politico-istituzionale che conta (al
quale si è accodata la Cgil, parente ridotto sul lastrico, ma pur sempre
parente, di questo establishment).
Solo che Renzi ha capito la
lezione di Herriot, e lo ha fatto stando a Palazzo Chigi. Con un
presidente, come Visco, eletto nei mesi difficili della crisi del 2011
dopo che Draghi era andato alla Bce, parte integrante della filiera
Bankitalia-Bce un Presidente del Consiglio può fare poco. Se
non vantarsi della ripresa economica quando, seppur a cifre basse,
appare grazie alle (pericolose) politiche della Banca Centrale Europea.
Oppure difendersi dagli attacchi dei media quando le cose vanno male ma
senza attaccare la Bce. Un po’ poco per Renzi che ha bisogno di andare
in deficit a fondo per la sua politica di «redistribuzione» alle grandi ditte committenti di appalti pubblici di ogni genere. E tanto più con il 2018 che, per le banche italiane, può annunciarsi di nuovo difficile.
Per tutto questo ci vuole un presidente di Bankitalia che si allinei
con il governo non con la Bce. Istituzione che si avvia, per motivi
interni ed europei, a muoversi in modo diverso da quanto desiderato da
Renzi. Per non parlare della Ue.
Certo c’è da chiedersi cosa
controllerà il prossimo presidente della Banca d’Italia, con la prossima
tornata di competenze di vigilanza che passeranno alla Bce, ma un punto
per Renzi pare essenziale. C’è anche da chiedersi perché l’ABI difenda Visco e non Renzi. Ma sono, per quanto grossi, dettagli. Il punto è che Renzi, non più Presidente del Consiglio ma aspirante attore forte del prossimo governo, vuole una Bankitalia meno estranea alle proprie esigenze. Certo, i nemici che si è fatto stavolta sono seri, e pericolosi, non c’è da dubitarlo.
C’è anche da dire che Renzi, in questi
anni, si è mostrato vicino sia a una rete di potere bancario italiano,
territoriale (il caso Etruria non nasce sugli alberi...), che a settori
di capitalismo di ventura londinesi (vedi Serra di Albertis che ha fatto
bingo scommettendo al ribasso su MPS grazie a informazioni della
presidenza del consiglio) che a qualche grande banca d’affari. Vedi JP
Morgan che, comunque, nonostante gli sia stata offerta MPS si è vista
interessata all’Italia ma è rimasta lontana (dallo scottarsi). E, fatto
da non sottovalutare, è che il comunicato della sfiducia Pd alla
Camera sia, per i media, stato redatto prima in inglese, e consegnato
all’agenzia Reuters, e solo dopo tradotto in italiano. Segno,
voluto, che si guarda prima ai movimenti finanziari verso l’Italia e poi
a cosa accade nel nostro paese. E questi movimenti, al momento, sono
destabilizzanti. Ma quanto?
Il conto è semplice, il fondo
Bridgewater, il più grande del pianeta, gestisce asset per 160 miliardi
di dollari, sta scommettendo contro l’Italia e sul crollo di buona parte
di Piazza Affari. E su quali titoli ? Energia, tra cui l’Eni (che è un asset pubblico molto importante) e, guarda te il caso, titoli bancari.
Ecco una mappa delle scommesse che Bridgewater ha fatto sui titoli
italiani per guadagnare dal loro crolli, per puntate complessive di 1,4
miliardi di dollari. La ricostruzione è di Bloomberg. Ci troviamo la polpa
sia del sistema energetico che di quello bancario-assicurativo del
paese. Roba che se la scommessa andasse a buon fine il paese finirebbe a
gambe per aria. Un tema un po’ più serio di quello della data delle
elezioni, insomma.
Con
questo non vogliamo dire che Renzi e Bridgewater fanno parte dello
stesso complotto. Neanche che la scommessa andrà a buon fine, si chiama
scommessa e i mercati finanziari sono fenomeni ad alta complessità.
Oltretutto la massa di denaro investita, se confermata, è importante e
magari, in qualche modo, potrebbe rientrare senza portare la scommessa
fino in fondo. Solo che in Italia c’è una falla sistemica, nel
comparto bancario, frutto di fattori globali e locali, sulla quale tutti
si buttano. I segretari del partito di maggioranza e i fondi
speculativi. E finché questa falla non verrà sistemata l’Italia sarà alla mercé di scorribande di ogni tipo, nazionali e globali.
E per sistemare la falla il problema non è tanto, o solo, contabile. O
di regolazione della Bce. La rivoluzione Fintech, l’ibridazione tra
finanza e tecnologia che rende le banche sempre più obsolete, avanzerà
nei prossimi anni rendendo più difficoltosi gli equilibri raggiunti
dalle banche nella crisi. A seconda delle pieghe prese da questa
rivoluzione la sua portata può essere pari a quella dell’Mp3 verso
l’industria discografica. Bridgewater lo sa più di Renzi ma, per
entrambi, questa quiete prima di una possibile tempesta va sfruttata.
Finiamo con un po’ di divertimento.
Parliamo di quegli ascari in confusa ricerca di padrone, essendo senza
più negus ma senza nemmeno il comando del governatore del duce, chiamati
MDP. Il loro capo, in verità più capocomico che capobranco,
sostiene, per sostenere Visco, che delle banche non bisogna parlare
pubblicamente. A differenza di Renzi, duole dirlo, non ha afferrato la
lezione di Herriot. Più la politica è silenziosa nei
confronti delle banche più è facile che la sovranità popolare non abbia
un centesimo a disposizione. Certo, a Renzi il centesimo
servirebbe per le grandi ditte amiche, ma il fenomeno è qualcosa di
elementare. Forse non per Bersani che è rimasto visibilmente ad oltre
trenta anni fa. Quando la realtà, per lui, ha spiccato il volo fino a
diventare irraggiungibile.
Redazione, 19 ottobre 2017
La rabbia di Renzi e la sinistra Bankitalia
Matteo Renzi deve sicuramente la sua ascesa politica al sistema bancario. Ricordiamo fra tutte la sponsorizzazione della sua figura e poi della sua controriforma costituzionale fatta dalla Banca Morgan e le dichiarazioni sfacciate proriforma di Draghi alla vigilia del voto referendario.
Però Renzi deve alle banche anche una delle cause della sua discesa, con i risparmiatori traditi di Banca Etruria e delle altre banche fallite che inseguono lui ed i suoi fedelissimi ovunque li incontrino.
Ora la rabbia dell’ex presidente del consiglio si rivolge a Visco, con il PD che ne chiede la non riconferma alla guida della Banca d’Italia.
Che la posizione di Renzi e dei suoi sia ridicola e strumentale salta agli occhi di chiunque abbia ancora un minimo di discernimento. Però salta agli occhi anche la altrettanto penosa levata di scudi della intellettualità e della sinistra antirenziana, a difesa del governatore di Bankitalia. Che è sicuramente corresponsabile del disastro del sistema bancario italiano, ma che non ci sta a fare il capro espiatorio. Sopra di lui Draghi, la BCE e la UE, assieme naturalmente a tutto il sistema bancario italiano sono altrettanto responsabili. E con essi tutti i governi che si sono succeduti in questi venti anni, nessuno escluso.
Quindi chi volesse usare la rottura tra Renzi e Visco per far finalmente luce e pulizia nel disastro bancario del paese, che probabilmente è solo ad un nuovo inizio, come ci dice la Borsa, dovrebbe prendere la palla al balzo per chiedere chiarezza, giustizia, e cambiamento.
Invece, dopo le parole di Mattarella sull’interesse nazionale, ipocrite visto che tutto il nostro sistema bancario è sul mercato multinazionale e la Troika decide tutto; dopo quelle parole la sinistra antirenziana è insorta a difesa di Bankitalia.
I fieri repubblicani, nel senso del quotidiano La Repubblica, si son lanciati contro Renzi, anch’essi nel nome dell’interesse nazionale. Da Bersani, a Montanari leader del Brancaccio, al redivivo Veltroni, tutti a dire viva Visco. Si attende comunicato di Pisapia che evidentemente non si è connesso in tempo.
Che pena, che ridicolo e poi ci si chiede perché in Italia la parola “sinistra” abbia oramai un significato popolare sinistro.
Fonte
Però Renzi deve alle banche anche una delle cause della sua discesa, con i risparmiatori traditi di Banca Etruria e delle altre banche fallite che inseguono lui ed i suoi fedelissimi ovunque li incontrino.
Ora la rabbia dell’ex presidente del consiglio si rivolge a Visco, con il PD che ne chiede la non riconferma alla guida della Banca d’Italia.
Che la posizione di Renzi e dei suoi sia ridicola e strumentale salta agli occhi di chiunque abbia ancora un minimo di discernimento. Però salta agli occhi anche la altrettanto penosa levata di scudi della intellettualità e della sinistra antirenziana, a difesa del governatore di Bankitalia. Che è sicuramente corresponsabile del disastro del sistema bancario italiano, ma che non ci sta a fare il capro espiatorio. Sopra di lui Draghi, la BCE e la UE, assieme naturalmente a tutto il sistema bancario italiano sono altrettanto responsabili. E con essi tutti i governi che si sono succeduti in questi venti anni, nessuno escluso.
Quindi chi volesse usare la rottura tra Renzi e Visco per far finalmente luce e pulizia nel disastro bancario del paese, che probabilmente è solo ad un nuovo inizio, come ci dice la Borsa, dovrebbe prendere la palla al balzo per chiedere chiarezza, giustizia, e cambiamento.
Invece, dopo le parole di Mattarella sull’interesse nazionale, ipocrite visto che tutto il nostro sistema bancario è sul mercato multinazionale e la Troika decide tutto; dopo quelle parole la sinistra antirenziana è insorta a difesa di Bankitalia.
I fieri repubblicani, nel senso del quotidiano La Repubblica, si son lanciati contro Renzi, anch’essi nel nome dell’interesse nazionale. Da Bersani, a Montanari leader del Brancaccio, al redivivo Veltroni, tutti a dire viva Visco. Si attende comunicato di Pisapia che evidentemente non si è connesso in tempo.
Che pena, che ridicolo e poi ci si chiede perché in Italia la parola “sinistra” abbia oramai un significato popolare sinistro.
Fonte
13/05/2017
Il disastro delle privatizzazioni e del capitalismo italiano
Nell’ormai chiacchieratissimo libro di Ferruccio De Bortoli sui presunti poteri forti in Italia non c’è soltanto l’accenno alla vicendaccia riguardante Maria Elena Boschi e il suo presunto “familismo amorale”.
Vi sono altre storie e su una di queste val la pena sicuramente di soffermarci.
IL “Corriere della Sera” del 9 Maggio ha, infatti, ospitato, nelle pagine dedicate alla cultura, una anticipazione del libro edito dalla “Nave di Teseo” nel quale l’ex-direttore dello stesso Corriere della Sera e del Sole 24 ore racconta la sua esperienza di 40 anni di giornalismo.
L’interesse maggiore però sta nella lettura del brano che viene anticipato nelle pagine del quotidiano.
La scelta è caduta sul passaggio relativo alla privatizzazione di Telecom (avvenuta con la contrarietà di Gianni Agnelli) e il successivo passaggio, febbraio 1999 presidente del consiglio Massimo D’Alema, ministro del tesoro Carlo Azeglio Ciampi, ministro delle finanze Vincenzo Visco e ministro dell’industria Pierluigi Bersani, alla cordata dei cosiddetti “capitani coraggiosi” guidati da Roberto Colaninno che lanciò un’Opa da 100 mila miliardi di lire.
Per i dettagli della descrizione della vicenda svolta da De Bortoli si consiglia di leggere l’articolo (e naturalmente il libro) anche per ragioni di economia del discorso.
Vale la pena però, in questa occasione, sottolineare alcuni aspetti:
1) nel tunnel della privatizzazione Telecom entra con centomila dipendenti, nessun debito e il primato di aver introdotto in Italia la fibra ottica. L’operazione “capitani coraggiosi” si evolve caricando la società di debiti per il valore del 70% dell’OPA, la cessione di Omnnitel e Infostrada ai tedeschi di Mannesmann e con un aumento di capitale della Olivetti per 2,6, milioni di euro (aggiunta ndr: e la creazione della figura dell’esodato per decine di migliaia di lavoratori costretti ad uscire dal circuito produttivo). Nel 2001 poi la quota dei “capitani” (con un’ingente plusvalenza) fu rilevata da Tronchetti Provera e Benetton. Il debito al 30 settembre 2001 era di 22,6 miliardi di euro, mentre quello di Olivetti era di 17,8. Complessivamente sul gruppo gravava un debito di 40,4 miliardi. Questo fatto documenta il tragico andamento di uno dei più importanti processi di privatizzazione attuato in un settore strategico come quello delle telecomunicazioni;
2) dal resoconto di questa storia si evince (De Bortoli ne scrive esplicitamente) di un capitalismo italiano dal “braccino corto” (testuale) che reclama le privatizzazioni e poi non investe e non rischia. Si tratta di quel capitalismo sempre “in braccio alla mamma”, lo stesso che nel 1980 uscì dalla vertenza FIAT (quella della marcia dei 40 mila) con la mano libera. Nel frangente descritto da De Bortoli siamo ai vertici di questo capitalismo: si scrive, infatti, di Cuccia, Mediobanca, Agnelli. Una bella compagnia di salvatori della Patria in pericolo;
3) in questa vicenda, reso contata perché ritenuta del tutto emblematica, risalta il ruolo del governo di centrosinistra del tutto accondiscendente alle logiche dominanti del profitto per pochi e della creazione di debito per tutti nell’idea “ridisegnare il capitalismo italiano”.
Sono queste le storie attraverso il cui svolgimento concreto si è arrivati al disastro attuale perseguendo filosofie e scelte profondamente sbagliate e dannose.
Forse è il caso di ricordarle quelle storie prima di tutto quando si ripercorre quanto accaduto in quegli anni e si pensa al ruolo della cosiddetta “sinistra di governo” e alla totale insufficienza nella sua capacità d’analisi (altro che i convegni del Gramsci anni '60 sulle “Tendenze del capitalismo italiano”) e alla subalternità prima di tutto culturale agli interessi dei soliti “padroni del vapore”.
Subalternità prima di tutto culturale che oggi ci ha condotto ai piedi di Marchionne.
In secondo luogo rammentare quelle vicende dovrebbe aiutarci a riflettere sulle scelte politiche da adottare nell’attualità e nel prossimo futuro.
Fonte
Vi sono altre storie e su una di queste val la pena sicuramente di soffermarci.
IL “Corriere della Sera” del 9 Maggio ha, infatti, ospitato, nelle pagine dedicate alla cultura, una anticipazione del libro edito dalla “Nave di Teseo” nel quale l’ex-direttore dello stesso Corriere della Sera e del Sole 24 ore racconta la sua esperienza di 40 anni di giornalismo.
L’interesse maggiore però sta nella lettura del brano che viene anticipato nelle pagine del quotidiano.
La scelta è caduta sul passaggio relativo alla privatizzazione di Telecom (avvenuta con la contrarietà di Gianni Agnelli) e il successivo passaggio, febbraio 1999 presidente del consiglio Massimo D’Alema, ministro del tesoro Carlo Azeglio Ciampi, ministro delle finanze Vincenzo Visco e ministro dell’industria Pierluigi Bersani, alla cordata dei cosiddetti “capitani coraggiosi” guidati da Roberto Colaninno che lanciò un’Opa da 100 mila miliardi di lire.
Per i dettagli della descrizione della vicenda svolta da De Bortoli si consiglia di leggere l’articolo (e naturalmente il libro) anche per ragioni di economia del discorso.
Vale la pena però, in questa occasione, sottolineare alcuni aspetti:
1) nel tunnel della privatizzazione Telecom entra con centomila dipendenti, nessun debito e il primato di aver introdotto in Italia la fibra ottica. L’operazione “capitani coraggiosi” si evolve caricando la società di debiti per il valore del 70% dell’OPA, la cessione di Omnnitel e Infostrada ai tedeschi di Mannesmann e con un aumento di capitale della Olivetti per 2,6, milioni di euro (aggiunta ndr: e la creazione della figura dell’esodato per decine di migliaia di lavoratori costretti ad uscire dal circuito produttivo). Nel 2001 poi la quota dei “capitani” (con un’ingente plusvalenza) fu rilevata da Tronchetti Provera e Benetton. Il debito al 30 settembre 2001 era di 22,6 miliardi di euro, mentre quello di Olivetti era di 17,8. Complessivamente sul gruppo gravava un debito di 40,4 miliardi. Questo fatto documenta il tragico andamento di uno dei più importanti processi di privatizzazione attuato in un settore strategico come quello delle telecomunicazioni;
2) dal resoconto di questa storia si evince (De Bortoli ne scrive esplicitamente) di un capitalismo italiano dal “braccino corto” (testuale) che reclama le privatizzazioni e poi non investe e non rischia. Si tratta di quel capitalismo sempre “in braccio alla mamma”, lo stesso che nel 1980 uscì dalla vertenza FIAT (quella della marcia dei 40 mila) con la mano libera. Nel frangente descritto da De Bortoli siamo ai vertici di questo capitalismo: si scrive, infatti, di Cuccia, Mediobanca, Agnelli. Una bella compagnia di salvatori della Patria in pericolo;
3) in questa vicenda, reso contata perché ritenuta del tutto emblematica, risalta il ruolo del governo di centrosinistra del tutto accondiscendente alle logiche dominanti del profitto per pochi e della creazione di debito per tutti nell’idea “ridisegnare il capitalismo italiano”.
Sono queste le storie attraverso il cui svolgimento concreto si è arrivati al disastro attuale perseguendo filosofie e scelte profondamente sbagliate e dannose.
Forse è il caso di ricordarle quelle storie prima di tutto quando si ripercorre quanto accaduto in quegli anni e si pensa al ruolo della cosiddetta “sinistra di governo” e alla totale insufficienza nella sua capacità d’analisi (altro che i convegni del Gramsci anni '60 sulle “Tendenze del capitalismo italiano”) e alla subalternità prima di tutto culturale agli interessi dei soliti “padroni del vapore”.
Subalternità prima di tutto culturale che oggi ci ha condotto ai piedi di Marchionne.
In secondo luogo rammentare quelle vicende dovrebbe aiutarci a riflettere sulle scelte politiche da adottare nell’attualità e nel prossimo futuro.
Fonte
19/02/2017
Renzi spacca il Pd, si rompe l’ultimo partito di regime
Difficile dire per quale ragioni il Partito Democratico si avvii stancamente alla scissione. Difficile, vogliamo dire, individuare ragioni “programmatiche e ideali”, come si sente dire in questi giorni, che distinguano effettivamente il campo renziano (molto scosso anche al proprio interno) dai vecchi tromboni ulivisti. Ovvero da Bersani – che rivendica ancora oggi di esser stato “l’unico ad aver fatto liberalizzazioni” – D’Alema (che ha regalato Telecom alla cordata guidata da Colaninno), il governatore toscano Rossi (che privatizza l’acqua regionale violando il risultato e quindi il vincolo referendario) e via elencando.
Sul piano pratico, sulle cose fatte – che sono poi le uniche che si possano giudicare in politica – l’assemblea nazionale del Pd è composta da una folla indistinguibile di neoliberisti senza se e senza ma. Gente che ha votato la riforma Fornero sulle pensioni, il jobs act, la “buona scuola”, e ancor prima quel “pacchetto Treu” (1997!) che ha aperto le dighe alla precarietà di massa, legalizzata e perenne, in questo paese. E non basta davvero canticchiare qualche strofa di “bandiera rossa” (peraltro epurata della parola “comunismo”), o sbrodolare qualche frase contrita sulle “disuguaglianze intollerabili”, la “precarietà diffusa”, “i giovani”, “i lavoratori”.
Eppure stanno scindendosi. Matteo Renzi, come previsto, ha azzerato il finto lavoro dei finti “pontieri” che nelle ultime ore facevano mostra di preoccuparsi di “mantenere l’unità”, al puro scopo di conservare voti e iscritti in una comunità disossata che reagisce automaticamente e si affida ancora fideisticamente ai “comandi del partito” (non è un caso che le uniche regioni in cui è prevalso il “sì” al referendum siano proprio Toscana ed Emilia Romagna).
L’ex premier si è dimesso anche da segretario solo per poter aprire immediatamente la fase congressuale, nel disperato tentativo di concluderla in tempi rapidissimi e provocare quindi – subito dopo – la caduta del governo per potersi ripresentare come candidato premier. Stringe i tempi per ritagliarsi un partito indistinguibile dalla sua persona, nonostante gli sconquassi delle tre ultime tornate elettorali (regionali, amministrative e referendum).
Stupisce, in questa macchina da guerra apparentemente inarrestabile, l’assoluta indifferenza al fatto che la legge elettorale – dopo l’intervento della Corte Costituzionale – non sia affatto improntata al bipartitismo obbligato col sistema maggioritario (l’ossessione irrisolta di 25 anni di “seconda repubblica”), ma un proporzionale con sbarramento che non garantisce l’elezione di nessun premier la sera stessa del voto; rinviando dunque la formazione di un governo alle trattative tra coalizioni, come ai tempi della prima repubblica.
Evidente come il sole a mezzogiorno, le mosse renziane hanno senso solo in un caso: puntare esplicitamente a un governo Pd-Berlusconi (con l’apporto di qualche cortigiano comprato con qualche poltrona), dopo una campagna elettorale fatta di finte contrapposizioni tra “centrodestra” e “centrosinistra”.
Calcolo peraltro rischioso, nell’attuale panorama sociale dominato dal massiccio rifiuto popolare dell’establishment politico (anche i Cinque Stelle potrebbero pagare caro il mesto spettacolo della giunta capitolina), che potrebbe creare un futuro Parlamento di fatto senza una vera maggioranza (stante anche le grosse differenze tra i modi di eleggere le due Camere).
Eppure vanno alla scissione. Pur consapevoli che un Pd solo renziano varrà tra qualche mese assai meno del 25-27% oggi attribuito dai sondaggi (a maggior ragione se dovesse imbarcare esplicitamente gente come Alfano e Verdini). Pur scontando, la cosiddetta “vecchia guardia”, una ripartenza da zero che non è assolutamente nelle proprie corde e abitudini (è appena il caso di ricordare che tutti loro hanno scalato le posizioni in un partito costruito da altri, ma non ne hanno mai costruito uno). Le precedenti esperienze di “scissione a sinistra” (da Rifondazione in poi) lasciano sperare al massimo in percentuali intorno al 10%, che a noi sembrano decisamente ottimistiche.
In ogni caso, questa scissione – fatta con le movenze di un “lungo addio”, che concretizzerà le prime mosse con la formazione di gruppi parlamentari autonomi, nei prossimi giorni – pone le basi per la disgregazione dell’ultimo “partito” sopravvissuto alla grande moria del dopo-Tangentopoli. Da allora in poi, infatti, sono nate solo formazioni fortemente localizzate (la Lega, i post-democristiani di Mastella, Casini, Alfano, ecc.), oppure comitati elettorali più o meno larghi e fortunati (Forza Italia) se riuniti intorno a una figura per qualche ragione “carismatica”.
Il panorama prossimo venturo sarà popolato di nanerottoli politici incapaci – ognuno per contro proprio – di ergersi sopra gli altri e fare da punti di aggregazione convincente. Specie se la partecipazione popolare al voto dovesse accentuare la sua tendenza a diminuire.
Uno spappolamento del sistema politico destinato al massimo a fornire i mattoni per un qualsiasi governo di obbedienza assoluta alla Troika. Zero idee, zero ideali, zero programmi, pura comunicazione. Come si vede già ora nel Pd.
Non ci sfugge che questa scissione produrrà i suoi effetti più vistosi – nel suo piccolo, ovvio – sull’arcipelago di disperati che usa autodefinirsi “sinistra”. In questa area i “programmi” sono stati dimenticati da un pezzo (se ne parla a ridosso delle elezioni, ma solo per darsi un tono), la dinamica dei “contenitori” assemblati alla meno peggio ha sostituito da quasi 30 anni qualsiasi altra prospettiva razionale. Si può scommettere che il giorno in cui verrà formalizzata la “nuova formazione di sinistra” si metterà in moto una fibrillazione irrefrenabile per ”creare un contenitore più largo”, dai contorni ancora più vaghi, assolutamente indigeribile per il nostro “blocco sociale”, già da tempo sordo a ogni richiamo di questo tipo.
Non è il caso di farsi distrarre. Questa roba è morta prima di iniziare a vivere.
Fonte
Sul piano pratico, sulle cose fatte – che sono poi le uniche che si possano giudicare in politica – l’assemblea nazionale del Pd è composta da una folla indistinguibile di neoliberisti senza se e senza ma. Gente che ha votato la riforma Fornero sulle pensioni, il jobs act, la “buona scuola”, e ancor prima quel “pacchetto Treu” (1997!) che ha aperto le dighe alla precarietà di massa, legalizzata e perenne, in questo paese. E non basta davvero canticchiare qualche strofa di “bandiera rossa” (peraltro epurata della parola “comunismo”), o sbrodolare qualche frase contrita sulle “disuguaglianze intollerabili”, la “precarietà diffusa”, “i giovani”, “i lavoratori”.
Eppure stanno scindendosi. Matteo Renzi, come previsto, ha azzerato il finto lavoro dei finti “pontieri” che nelle ultime ore facevano mostra di preoccuparsi di “mantenere l’unità”, al puro scopo di conservare voti e iscritti in una comunità disossata che reagisce automaticamente e si affida ancora fideisticamente ai “comandi del partito” (non è un caso che le uniche regioni in cui è prevalso il “sì” al referendum siano proprio Toscana ed Emilia Romagna).
L’ex premier si è dimesso anche da segretario solo per poter aprire immediatamente la fase congressuale, nel disperato tentativo di concluderla in tempi rapidissimi e provocare quindi – subito dopo – la caduta del governo per potersi ripresentare come candidato premier. Stringe i tempi per ritagliarsi un partito indistinguibile dalla sua persona, nonostante gli sconquassi delle tre ultime tornate elettorali (regionali, amministrative e referendum).
Stupisce, in questa macchina da guerra apparentemente inarrestabile, l’assoluta indifferenza al fatto che la legge elettorale – dopo l’intervento della Corte Costituzionale – non sia affatto improntata al bipartitismo obbligato col sistema maggioritario (l’ossessione irrisolta di 25 anni di “seconda repubblica”), ma un proporzionale con sbarramento che non garantisce l’elezione di nessun premier la sera stessa del voto; rinviando dunque la formazione di un governo alle trattative tra coalizioni, come ai tempi della prima repubblica.
Evidente come il sole a mezzogiorno, le mosse renziane hanno senso solo in un caso: puntare esplicitamente a un governo Pd-Berlusconi (con l’apporto di qualche cortigiano comprato con qualche poltrona), dopo una campagna elettorale fatta di finte contrapposizioni tra “centrodestra” e “centrosinistra”.
Calcolo peraltro rischioso, nell’attuale panorama sociale dominato dal massiccio rifiuto popolare dell’establishment politico (anche i Cinque Stelle potrebbero pagare caro il mesto spettacolo della giunta capitolina), che potrebbe creare un futuro Parlamento di fatto senza una vera maggioranza (stante anche le grosse differenze tra i modi di eleggere le due Camere).
Eppure vanno alla scissione. Pur consapevoli che un Pd solo renziano varrà tra qualche mese assai meno del 25-27% oggi attribuito dai sondaggi (a maggior ragione se dovesse imbarcare esplicitamente gente come Alfano e Verdini). Pur scontando, la cosiddetta “vecchia guardia”, una ripartenza da zero che non è assolutamente nelle proprie corde e abitudini (è appena il caso di ricordare che tutti loro hanno scalato le posizioni in un partito costruito da altri, ma non ne hanno mai costruito uno). Le precedenti esperienze di “scissione a sinistra” (da Rifondazione in poi) lasciano sperare al massimo in percentuali intorno al 10%, che a noi sembrano decisamente ottimistiche.
In ogni caso, questa scissione – fatta con le movenze di un “lungo addio”, che concretizzerà le prime mosse con la formazione di gruppi parlamentari autonomi, nei prossimi giorni – pone le basi per la disgregazione dell’ultimo “partito” sopravvissuto alla grande moria del dopo-Tangentopoli. Da allora in poi, infatti, sono nate solo formazioni fortemente localizzate (la Lega, i post-democristiani di Mastella, Casini, Alfano, ecc.), oppure comitati elettorali più o meno larghi e fortunati (Forza Italia) se riuniti intorno a una figura per qualche ragione “carismatica”.
Il panorama prossimo venturo sarà popolato di nanerottoli politici incapaci – ognuno per contro proprio – di ergersi sopra gli altri e fare da punti di aggregazione convincente. Specie se la partecipazione popolare al voto dovesse accentuare la sua tendenza a diminuire.
Uno spappolamento del sistema politico destinato al massimo a fornire i mattoni per un qualsiasi governo di obbedienza assoluta alla Troika. Zero idee, zero ideali, zero programmi, pura comunicazione. Come si vede già ora nel Pd.
Non ci sfugge che questa scissione produrrà i suoi effetti più vistosi – nel suo piccolo, ovvio – sull’arcipelago di disperati che usa autodefinirsi “sinistra”. In questa area i “programmi” sono stati dimenticati da un pezzo (se ne parla a ridosso delle elezioni, ma solo per darsi un tono), la dinamica dei “contenitori” assemblati alla meno peggio ha sostituito da quasi 30 anni qualsiasi altra prospettiva razionale. Si può scommettere che il giorno in cui verrà formalizzata la “nuova formazione di sinistra” si metterà in moto una fibrillazione irrefrenabile per ”creare un contenitore più largo”, dai contorni ancora più vaghi, assolutamente indigeribile per il nostro “blocco sociale”, già da tempo sordo a ogni richiamo di questo tipo.
Non è il caso di farsi distrarre. Questa roba è morta prima di iniziare a vivere.
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12/12/2016
Le tappe della disfatta (del Pd)
Un elenco di date, svolte, menzogne, tutte molto decisive. Dentro l'apparente mancanza di consapevolezza dell'abisso in cui un partito stava precipitando. A noi sembra che il Pd sia piuttosto un partito "scalato" dall'esterno, per ignavia e opportunismo dei suoi protagonisti storici, fino a farne l'unico contenitore adatto a contemperare le indicazioni di politica economica provenienti dalla Troika e interessi clientelari-mafiosi. Almeno per qualche tempo, ormai scaduto...
Un "partito" così, insomma, non ha più necessità di interrogarsi sulla strada intrapresa, le sconfitte subite, la delusione degli iscritti, il consenso popolare, le correzioni di rotta necessarie alla sopravvivenza. E' un puro strumento in mano a poteri che dispongono, ma non chiedono pareri.
Comunque, un elenco molto utile per chiunque non voglia camminare con gli occhi foderati di prosciutto.
Certe volte bisogna ritornare alla storia. Il partito democratico nasce nel 2007. Il suo manifesto ideologico è il discorso del Lingotto di Veltroni.”L'Europa è andata a destra, in questi anni, perché la sinistra è apparsa imprigionata, salvo eccezioni, in schemi che l'hanno fatta apparire vecchia e conservatrice, ideologica e chiusa. Ad una società in movimento, veloce, portatrice di domande e bisogni del tutto inediti, si è risposto con la logica dei "blocchi sociali" e della pura tutela di conquiste la cui difesa immobile finiva con il privare di diritti fondamentali altri pezzi di società”.
Puro Renzismo in anticipo. Contribuisce immediatamente al crollo del secondo governo Prodi, quando Veltroni proclama la dottrina della vocazione maggioritaria, scatenando le ire di Mastella. Poi i giornali diranno che fu colpa di Turigliatto.
Alle elezioni del 2008 il PD, pur avendo bruciato ogni spazio alla sua sinistra, viene distrutto da Berlusconi.
Nel 2009 il partito perde rovinosamente le regionali in Sardegna portando alle dimissioni di Veltroni.
Nel 2009 alle europee, segretario Franceschini, il PD perde sette punti rispetto alle politiche.
Nel 2011 il partito democratico perde le primarie per le candidature a sindaco a favore dei sindaci arancioni, che saranno eletti alla guida del centrosinistra a Genova, Milano, Napoli, Cagliari.
A novembre del 2011 subisce, senza reagire, il ricatto internazionale con la regia del Quirinale che impedisce al paese di andare al voto dopo la caduta di Berlusconi. Vota con il governo Monti le riforme Fornero e il pareggio di bilancio in Costituzione, dopo aver solennemente giurato, con il segretario Bersani, di non farlo. Prende atto della abolizione delle pratiche di concertazione con i sindacati.
Nei 4 anni successivi pur avendo sempre tenuto la poltrona di Palazzo Chigi non fa nulla per revocare queste misure del governo Monti.
Sconvolgendo ogni aspettativa il PD perde le elezioni del 2013 prendendo appena il 25,43% dei voti in Italia, sessantamila meno del movimento 5 stelle. Ottiene la maggioranza e quindi il premio solo grazie ai voti dall’estero e a quelli portati in dote, oltre un milione, dalla sinistra di SEL con cui rompe da subito sulla vicenda dell’elezione del nuovo capo dello stato.
Ottiene si il famoso 41% alle elezioni europee del 2014 ma perde poi, dopo otto anni, le regionali in Liguria. A Roma la giunta Marino viene travolta da scandali e lotte di fazione interne.
Alle amministrative del 2016 perde appunto Roma, Napoli e Torino, quest’ultima appannaggio del centrosinistra dal 1993.
Un brand di successo non c’è che dire. Ma nessuno, mai, che si fermi a riflettere se il problema di questa catena di fallimenti non sia l’innovazione di processo ma quella di prodotto.
Fonte
Un "partito" così, insomma, non ha più necessità di interrogarsi sulla strada intrapresa, le sconfitte subite, la delusione degli iscritti, il consenso popolare, le correzioni di rotta necessarie alla sopravvivenza. E' un puro strumento in mano a poteri che dispongono, ma non chiedono pareri.
Comunque, un elenco molto utile per chiunque non voglia camminare con gli occhi foderati di prosciutto.
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Certe volte bisogna ritornare alla storia. Il partito democratico nasce nel 2007. Il suo manifesto ideologico è il discorso del Lingotto di Veltroni.”L'Europa è andata a destra, in questi anni, perché la sinistra è apparsa imprigionata, salvo eccezioni, in schemi che l'hanno fatta apparire vecchia e conservatrice, ideologica e chiusa. Ad una società in movimento, veloce, portatrice di domande e bisogni del tutto inediti, si è risposto con la logica dei "blocchi sociali" e della pura tutela di conquiste la cui difesa immobile finiva con il privare di diritti fondamentali altri pezzi di società”.
Puro Renzismo in anticipo. Contribuisce immediatamente al crollo del secondo governo Prodi, quando Veltroni proclama la dottrina della vocazione maggioritaria, scatenando le ire di Mastella. Poi i giornali diranno che fu colpa di Turigliatto.
Alle elezioni del 2008 il PD, pur avendo bruciato ogni spazio alla sua sinistra, viene distrutto da Berlusconi.
Nel 2009 il partito perde rovinosamente le regionali in Sardegna portando alle dimissioni di Veltroni.
Nel 2009 alle europee, segretario Franceschini, il PD perde sette punti rispetto alle politiche.
Nel 2011 il partito democratico perde le primarie per le candidature a sindaco a favore dei sindaci arancioni, che saranno eletti alla guida del centrosinistra a Genova, Milano, Napoli, Cagliari.
A novembre del 2011 subisce, senza reagire, il ricatto internazionale con la regia del Quirinale che impedisce al paese di andare al voto dopo la caduta di Berlusconi. Vota con il governo Monti le riforme Fornero e il pareggio di bilancio in Costituzione, dopo aver solennemente giurato, con il segretario Bersani, di non farlo. Prende atto della abolizione delle pratiche di concertazione con i sindacati.
Nei 4 anni successivi pur avendo sempre tenuto la poltrona di Palazzo Chigi non fa nulla per revocare queste misure del governo Monti.
Sconvolgendo ogni aspettativa il PD perde le elezioni del 2013 prendendo appena il 25,43% dei voti in Italia, sessantamila meno del movimento 5 stelle. Ottiene la maggioranza e quindi il premio solo grazie ai voti dall’estero e a quelli portati in dote, oltre un milione, dalla sinistra di SEL con cui rompe da subito sulla vicenda dell’elezione del nuovo capo dello stato.
Ottiene si il famoso 41% alle elezioni europee del 2014 ma perde poi, dopo otto anni, le regionali in Liguria. A Roma la giunta Marino viene travolta da scandali e lotte di fazione interne.
Alle amministrative del 2016 perde appunto Roma, Napoli e Torino, quest’ultima appannaggio del centrosinistra dal 1993.
Un brand di successo non c’è che dire. Ma nessuno, mai, che si fermi a riflettere se il problema di questa catena di fallimenti non sia l’innovazione di processo ma quella di prodotto.
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14/03/2016
Renzi, D’Alema e Bersani alla resa dei conti
A quanto pare siamo allo scontro decisivo fra Renzi, D’Alema e la minoranza Pd. Non ci eravamo sbagliati quando, alle prime avvisaglie, avevamo detto che stava per scattare la grande offensiva antirenziana nel Pd (ma con mandanti esterni) e che il regista ne sarebbe stato D’Alema.
Ed avevamo anche capito che la prima tappa sarebbe stata quella di portare alla sconfitta il Pd alle prossime amministrative. Sin qui, le cose stanno andando proprio in questo senso.
Ma adesso è scattata la controffensiva del fiorentino che gioca d’anticipo. Procediamo con ordine, esaminando per primo il piano “A” di D’Alema: far nascere una serie di liste civiche di sinistra per portare il Pd ad una clamorosa sconfitta nelle comunali, quindi, distrutta l’immagine vincente del segretario, aprire una crisi nel partito, magari con la costituzione di una corrente di centro distaccatasi dalla maggioranza (personaggi come Zanda, Chiamparino, De Luca, qualche ex giovane turco) che confluisca sulla richiesta di un congresso straordinario nel quale mettere in minoranza il segretario (un congresso durissimo ma, soprattutto, molto costoso per entrambi i contendenti).
Possibilmente scansando in qualche modo il referendum o, comunque portandoci un Pd apertamente diviso fra Si e No. Ma, sin qui, D’Alema non sta trovando molte sponde al suo piano: a Milano la sinistra non è capace di trovare un candidato e Pippo Civati perde la sua grande occasione, a Bologna la lista di convergenza fra Sel e personaggi del mondo civico sta già perdendo pezzi, a Roma Bray ha dato forfait e non è neppure sicura la lista Bassolino a Napoli. Insomma le solite storie di questa sinistra inconcludente che, non a caso, si è ridotta al lumicino.
Ma il guaio più serio è che la sinistra bersaniana non ci sta a seguire il suo ex leader. Al solito, la sinistra Pd pensa ad un piano arzigogolatissimo e destinato al fallimento: prima indebolire (ma non troppo il partito alle comunali), poi un colpetto al referendum no Triv, poi un altro colpetto al referendum, quindi una campagna interna al partito in vista del congresso nel 2017 dove “avere un buon risultato” (cioè restare in minoranza ma con un 5 in più) per trattare un po’ di seggi sicuri nelle politiche, oppure minacciare poco prima del voto la scissione (votata all’insuccesso, perché per “piazzare” un simbolo in modo competitivo, ci vuole almeno un anno). Insomma, anche qui solite cronache della sinistra che sa far bene solo una cosa: perdere.
Il guaio è che questa inconcludenza dei molluschi bivalvi bersaniani ha scoperto il fianco consentendo a Renzi (che non è uomo da perdere tempo) di scatenare la controffensiva. Isolare D’Alema, far pressioni sugli incerti per scongiurare le liste civiche di sinistra o indebolirle, poi mettere l’asta alla gola alla sua opposizione interna e scegliere: “O con me o con D’Alema”. Non che voglia espellere Bersani, Cuperlo e compagnia tremante, più semplicemente vuole accompagnarli alla porta. Il suo calcolo è limpido: giocare d’anticipo. Sa che le amministrative, per bene che vada, saranno in fascia grigia, mentre c’è il rischio di un quasi cappotto e perciò punta ad impedire alla minoranza di usare l’argomento per un regolamento di conti interno. Soprattutto vuole scansare la nascita di una nuova corrente di centro. Poi arrivare al Referendum, dal quale spera di più (ne riparleremo), vinto il quale, sciogliere le Camere e votare un anno prima. Il congresso sarebbe ridotto ad una parata pre elettorale, e la sinistra sarebbe totalmente epurata dalle liste. E si conferma che la migliore qualità di Renzi (come era per il suo maestro, Berlusconi) è il tempismo.
In politica azzeccare i tempi è assolutamente determinante, mentre la sinistra Pd (ed anche l’area Sel, Rifondazione, Lista Tsipras) è incapace di decisioni tempestive, non ha coraggio, esita, si contraddice, perde tempo.
D’Alema non è uno sciocco ed ha in testa anche un piano “B”: qualora le acque del Pd restassero lo stagno limaccioso di sempre e non si concludesse nulla, lui punta comunque ad un reticolo di liste civiche più robusto possibile per promuovere con esse la scissione da cui far nascere un nuovo partito di sinistra. Il problema di D’Alema è che ha una immagine logorata, non è credibilissimo nelle vesti di leader di un polo di sinistra, ha troppi nemici nell’area Sel-Rifondazione e troppo pochi amici del Pd lo seguirebbero.
Ma anche Renzi non è detto che vinca, perché anche lui ha i suoi punti deboli (anche qui ne riparleremo a breve). Quindi, partita aperta anche alla possibilità che perdano sia Renzi che D’Alema.
Gli unici sul cui risultato possiamo essere sicuri sin d’ora sono quelli della “sinistra” Pd che sicuramente perderanno comunque vada. Ed il maggior merito dell’era renziana sarà quello di aver cancellato dalla scena politica questi ingombranti residui del passato.
Fonte
Ed avevamo anche capito che la prima tappa sarebbe stata quella di portare alla sconfitta il Pd alle prossime amministrative. Sin qui, le cose stanno andando proprio in questo senso.
Ma adesso è scattata la controffensiva del fiorentino che gioca d’anticipo. Procediamo con ordine, esaminando per primo il piano “A” di D’Alema: far nascere una serie di liste civiche di sinistra per portare il Pd ad una clamorosa sconfitta nelle comunali, quindi, distrutta l’immagine vincente del segretario, aprire una crisi nel partito, magari con la costituzione di una corrente di centro distaccatasi dalla maggioranza (personaggi come Zanda, Chiamparino, De Luca, qualche ex giovane turco) che confluisca sulla richiesta di un congresso straordinario nel quale mettere in minoranza il segretario (un congresso durissimo ma, soprattutto, molto costoso per entrambi i contendenti).
Possibilmente scansando in qualche modo il referendum o, comunque portandoci un Pd apertamente diviso fra Si e No. Ma, sin qui, D’Alema non sta trovando molte sponde al suo piano: a Milano la sinistra non è capace di trovare un candidato e Pippo Civati perde la sua grande occasione, a Bologna la lista di convergenza fra Sel e personaggi del mondo civico sta già perdendo pezzi, a Roma Bray ha dato forfait e non è neppure sicura la lista Bassolino a Napoli. Insomma le solite storie di questa sinistra inconcludente che, non a caso, si è ridotta al lumicino.
Ma il guaio più serio è che la sinistra bersaniana non ci sta a seguire il suo ex leader. Al solito, la sinistra Pd pensa ad un piano arzigogolatissimo e destinato al fallimento: prima indebolire (ma non troppo il partito alle comunali), poi un colpetto al referendum no Triv, poi un altro colpetto al referendum, quindi una campagna interna al partito in vista del congresso nel 2017 dove “avere un buon risultato” (cioè restare in minoranza ma con un 5 in più) per trattare un po’ di seggi sicuri nelle politiche, oppure minacciare poco prima del voto la scissione (votata all’insuccesso, perché per “piazzare” un simbolo in modo competitivo, ci vuole almeno un anno). Insomma, anche qui solite cronache della sinistra che sa far bene solo una cosa: perdere.
Il guaio è che questa inconcludenza dei molluschi bivalvi bersaniani ha scoperto il fianco consentendo a Renzi (che non è uomo da perdere tempo) di scatenare la controffensiva. Isolare D’Alema, far pressioni sugli incerti per scongiurare le liste civiche di sinistra o indebolirle, poi mettere l’asta alla gola alla sua opposizione interna e scegliere: “O con me o con D’Alema”. Non che voglia espellere Bersani, Cuperlo e compagnia tremante, più semplicemente vuole accompagnarli alla porta. Il suo calcolo è limpido: giocare d’anticipo. Sa che le amministrative, per bene che vada, saranno in fascia grigia, mentre c’è il rischio di un quasi cappotto e perciò punta ad impedire alla minoranza di usare l’argomento per un regolamento di conti interno. Soprattutto vuole scansare la nascita di una nuova corrente di centro. Poi arrivare al Referendum, dal quale spera di più (ne riparleremo), vinto il quale, sciogliere le Camere e votare un anno prima. Il congresso sarebbe ridotto ad una parata pre elettorale, e la sinistra sarebbe totalmente epurata dalle liste. E si conferma che la migliore qualità di Renzi (come era per il suo maestro, Berlusconi) è il tempismo.
In politica azzeccare i tempi è assolutamente determinante, mentre la sinistra Pd (ed anche l’area Sel, Rifondazione, Lista Tsipras) è incapace di decisioni tempestive, non ha coraggio, esita, si contraddice, perde tempo.
D’Alema non è uno sciocco ed ha in testa anche un piano “B”: qualora le acque del Pd restassero lo stagno limaccioso di sempre e non si concludesse nulla, lui punta comunque ad un reticolo di liste civiche più robusto possibile per promuovere con esse la scissione da cui far nascere un nuovo partito di sinistra. Il problema di D’Alema è che ha una immagine logorata, non è credibilissimo nelle vesti di leader di un polo di sinistra, ha troppi nemici nell’area Sel-Rifondazione e troppo pochi amici del Pd lo seguirebbero.
Ma anche Renzi non è detto che vinca, perché anche lui ha i suoi punti deboli (anche qui ne riparleremo a breve). Quindi, partita aperta anche alla possibilità che perdano sia Renzi che D’Alema.
Gli unici sul cui risultato possiamo essere sicuri sin d’ora sono quelli della “sinistra” Pd che sicuramente perderanno comunque vada. Ed il maggior merito dell’era renziana sarà quello di aver cancellato dalla scena politica questi ingombranti residui del passato.
Fonte
27/07/2015
Svolta fiscale. Ha ragione Renzi e non Bersani. Però con Renzi bisogna scontrarsi...
Non ignoro affatto le capacità di piccolo truffatore del tamarro fiorentino, considero tranquillamente la possibilità che stia solo “facendo ammuina” per preparare la campagna elettorale. So perfettamente che è capace di abolire una tassa per sostituirla con altre tre e so che magari la Ue gli si metterà per traverso per cui cercherà di venirne fuori con uno dei suoi soliti imbrogli verbali. Tutto considerato e soppesato.
Però attenzione: può anche darsi che questa volta non abbiamo a che fare solo con il solito gioco delle tre carte, ma con qualcosa di decisamente più serio e articolato. E se così fosse, stiamo rischiando tutti di tirare la volata a Renzi facendoci trovare impreparati di fronte alla sua iniziativa.
Anche perché non è detto che sia tutta farina del suo sacco e che, magari, questa volta possa esserci qualche suggeritore da non sottovalutare.
Veniamo al centro della questione: in questo paese la pressione fiscale ha raggiunto livelli demenziali e va abbattuta velocemente, se non vogliamo far crollare del tutto il tessuto delle imprese e raggiungere livelli Weimariani di disoccupazione.
Dobbiamo avere il coraggio di dirci alcune cose:
1- Berlusconi è stato una sciagura per questo paese, non si discute, ma Monti ha peggiorato le cose. Con Monti abbiamo visto crescere la pressione fiscale come mai prima, l’occupazione è crollata ed il Pil è calato, di conseguenza il debito pubblico non è diminuito in assoluto ed è cresciuto in rapporto al Pil dal 119 al 133%.
2- In questa sciagurata politica economica, Monti ha avuto nel Pd di Bersani il suo massimo sostenitore e nei governi Pd di Letta e Renzi i suoi continuatori, in una sorta di Montismo-senza Monti. Dunque, Bersani, che sarebbe la “sinistra” del Pd, se si parla di politica economica, può aprire bocca solo per dire “Mi vergogno profondamente” e rimettersi a sedere.
3- Il Montismo senza Monti, per la verità, ha avuto buoni sostenitori in quella corrente di “giovani turchi” da cui proviene qualche giovanotto che oggi si appresta con Sel a dar vita ad un nuovo soggetto di sinistra, ma dal quale non abbiamo sentito una sola parola di critica al montismo con o senza Monti di questi anni.
4- La serie di Presidenti del Consiglio non eletti ma scelti per investitura napolitaniana, ha costituito una sorta di giunta commissariale per conto della Ue ed una sostanziale sospensione dei principi di democrazia in questo paese.
Tutto ciò premesso, Renzi ora prospetta una modifica di questo corso. E’ come Berlusconi? Evviva! Vuol dire che stiamo tornando dal peggio al male: è un passo avanti.
Ma, mi direte, Berlusconi di tagli alle tasse ha parlato molto ma ne ha fatti pochissimi, e quindi, lo stesso farà il suo allievo fiorentino. Ma la storia non si ripete mai uguale, ricordiamolo sempre.
Facciamo conto che questa volta dobbiamo confrontarci con qualcosa di più serio. In primo luogo occorre capire che tagli vuole operare Renzi. Quello sulla casa (di cui ci occuperemo nei prossimi giorni) è il più semplice, anche perché comporta un mancato introito che può essere sostituito con relativa facilità. Più serio è il discorso della seconda rata che toccherebbe Ires ed Irap nel 2017 e che credo sia il nervo più delicato, perché tocca le aziende ed è di lì che ci ripromettiamo una ripresa. Ed a questo proposito occorre confrontarsi prima di ogni altra cosa sul “quanto”. Se si trattasse di una limatina nell’ordine di si e no 1 punto percentuale o meno, gli effetti sarebbero modesti o nulli.
Quindi iniziamo a parlare di numeri. Poi c’è la grande bolla dell’Ipref che merita un discorso a sé, perché riguarda la fetta maggiore degli introiti fiscali.
Il secondo ordine di interrogativi che dobbiamo porci è come intende sostenere la sua manovra Renzi e qui le strade, se si fa sul serio, sono queste:
a. la crescita del Pil;
b. fare disavanzo da finanziare con nuovi debiti;
c. alienare beni pubblici e privatizzare pezzi di economia reale;
d. ridurre la spesa;
e. spostare una parte del carico fiscale da una fascia di contribuenti ad un’altra (ad esempio tassare la rendita).
Ovviamente il primo modo è il più auspicabile ed è anche l’obiettivo che vogliamo raggiungere con il taglio delle tasse, perché ad un maggiore Pil corrisponde un maggiore introito fiscale. Però è evidente che la crescita viene dopo e, magari un bel po’ di tempo dopo, mentre occorre sopperire subito al bisogno. E’ parte della manovra ma nella sua fase terminale, a medio-lungo periodo.
Secondo modo: fare disavanzo, è quello che suggerisce Rossi, il governatore della Toscana ed anche qui se ne può discutere. Bisogna vedere che ne pensano a Bruxelles, Francoforte e Berlino. Poi, nuovi debiti significa anche più interessi da pagare e il vantaggio potrebbe essere solo momentaneo, per complicare la vita in seguito. Infine non dobbiamo dimenticare la sciagurata riforma che ha introdotto il vincolo del pareggio di bilancio in Costituzione e che altri si preoccuperebbero di far rispettare. Insomma, non pare un’uscita granché praticabile.
Restano le altre strade che potrebbero essere la parte più realistica del progetto. Le privatizzazioni: stiamo iniziando con la Cdp, seguiranno pezzi di Finmeccanica ed Eni, beni demaniali ecc. E qui occorre stare molto attenti sia a cosa stiamo privatizzando sia a quali condizioni. E questo perché quando si privatizza in blocco, e sotto la pressione dei conti da far quadrare, non si vende ma si svende. E nella svendita poi, non solo si recupera poco, ma capita di fare qualche regalo agli amici. Le privatizzazioni possono anche diventare un modo per ridisegnare la mappa del potere di un paese. Qui occorre andare al di là delle solite sparate propagandistiche ed una forza politica seria (se ancora ce ne fosse qualcuna in questo povero paese) starebbe già dando mano ad un libro bianco sulle privatizzazioni con cui confrontarsi con il governo (figuriamoci!).
Ma la cosa più probabile è che il quarto punto sarà il vero cuore politico della manovra: la spending review. Che la spesa del nostro paese debba essere tagliata e riqualificata, mi sembra una questione di buon senso. Il punto è tagliare cosa? Da quasi 40 anni, quando si parla di tagli alla spesa pubblica il riferimento automatico che scatta è: pensioni, sanità e scuola. Cioè demolire pezzi di stato sociale.
Che ci sia da eliminare sprechi e diseconomie anche nella sanità e nella scuola è ragionevole e sarebbe saggio passare al pettine fine i bilanci periferici, ma, è realistico che da questa parte ci sia poca polpa da recuperare ed il taglio si traduce regolarmente in una riduzione delle prestazioni e nell’aumento di ticket, visite private, tasse scolastiche ecc. Col che abbiamo semplicemente spostato una parte del carico fiscale da una voce ad un’altra.
Ma è sicuro che questo sia l’unico modo di tagliare la spesa? Abbiamo fatto due conti su quanto frutterebbe all’erario un secco taglio alle retribuzioni più alte di manager, personale politico, vertici della Pa, consulenti vari ecc? Il taglio può avvenire in due modi: decurtando fortemente i compensi per i contratti a termine oppure usando la leva fiscale per i compensi che superino una certa soglia, ad esempio 150.000 euro all’anno. E piantiamola con il luogo comune per cui lo Stato, in questo modo, perderebbe i migliori: quelli che ci sono non mi sembrano affatto i migliori. Poi ci sono molte altre voci di bilancio da defalcare: dalle spese di rappresentanza alle spese militari (ad esempio le costosissime missioni all’estero) o alle eccessive spese di interessi per mutui non sempre necessari e non sempre trattati al meglio, soprattutto dagli enti locali che fanno pasticci con le banche, per non dire del costo coperto della corruzione politica e su questo c’è molto da fare. E poi, in prospettiva c’è la non più rinviabile riforma della Pubblica Amministrazione, con una decisa razionalizzazione del corpo dei dipendenti (e, soprattutto negli enti locali, c’è da fare) e non sto parlando di scuola e sanità. Come si vede ci sono margini per intervenire sulla spesa pubblica e non di lima, ma di scimitarra senza toccare, però, la spesa sociale.
Dunque, è probabile che il vero fronte su cui, probabilmente, dovremo fronteggiare Renzi è quello della spending review, orecchio al quale la sinistra sente molto male e... pour cause. Sul tema ci torneremo in un articolo apposito, per ora ci basta dire che ci sono altri modi di tagliare la spesa che non quelli “soliti” di scuola, pensioni e sanità.
Infine, il tema della redistribuzione del carico fiscale dalle fasce più basse e dalle imprese ai redditi più alti e, soprattutto alla rendita che non è colpita mai. Ma di questo riparleremo.
Come si vede, Renzi ha ragione a dire che bisogna abbattere la pressione fiscale ma c’è modo e modo di farlo e lo scontro va portato su questo terreno, non sul piano delle fesserie dette da Bersani e Fassina che, proprio, non vogliono sentir parlare di riduzione del peso del fisco e manderebbero il paese in fallimento.
Fonte
Però attenzione: può anche darsi che questa volta non abbiamo a che fare solo con il solito gioco delle tre carte, ma con qualcosa di decisamente più serio e articolato. E se così fosse, stiamo rischiando tutti di tirare la volata a Renzi facendoci trovare impreparati di fronte alla sua iniziativa.
Anche perché non è detto che sia tutta farina del suo sacco e che, magari, questa volta possa esserci qualche suggeritore da non sottovalutare.
Veniamo al centro della questione: in questo paese la pressione fiscale ha raggiunto livelli demenziali e va abbattuta velocemente, se non vogliamo far crollare del tutto il tessuto delle imprese e raggiungere livelli Weimariani di disoccupazione.
Dobbiamo avere il coraggio di dirci alcune cose:
1- Berlusconi è stato una sciagura per questo paese, non si discute, ma Monti ha peggiorato le cose. Con Monti abbiamo visto crescere la pressione fiscale come mai prima, l’occupazione è crollata ed il Pil è calato, di conseguenza il debito pubblico non è diminuito in assoluto ed è cresciuto in rapporto al Pil dal 119 al 133%.
2- In questa sciagurata politica economica, Monti ha avuto nel Pd di Bersani il suo massimo sostenitore e nei governi Pd di Letta e Renzi i suoi continuatori, in una sorta di Montismo-senza Monti. Dunque, Bersani, che sarebbe la “sinistra” del Pd, se si parla di politica economica, può aprire bocca solo per dire “Mi vergogno profondamente” e rimettersi a sedere.
3- Il Montismo senza Monti, per la verità, ha avuto buoni sostenitori in quella corrente di “giovani turchi” da cui proviene qualche giovanotto che oggi si appresta con Sel a dar vita ad un nuovo soggetto di sinistra, ma dal quale non abbiamo sentito una sola parola di critica al montismo con o senza Monti di questi anni.
4- La serie di Presidenti del Consiglio non eletti ma scelti per investitura napolitaniana, ha costituito una sorta di giunta commissariale per conto della Ue ed una sostanziale sospensione dei principi di democrazia in questo paese.
Tutto ciò premesso, Renzi ora prospetta una modifica di questo corso. E’ come Berlusconi? Evviva! Vuol dire che stiamo tornando dal peggio al male: è un passo avanti.
Ma, mi direte, Berlusconi di tagli alle tasse ha parlato molto ma ne ha fatti pochissimi, e quindi, lo stesso farà il suo allievo fiorentino. Ma la storia non si ripete mai uguale, ricordiamolo sempre.
Facciamo conto che questa volta dobbiamo confrontarci con qualcosa di più serio. In primo luogo occorre capire che tagli vuole operare Renzi. Quello sulla casa (di cui ci occuperemo nei prossimi giorni) è il più semplice, anche perché comporta un mancato introito che può essere sostituito con relativa facilità. Più serio è il discorso della seconda rata che toccherebbe Ires ed Irap nel 2017 e che credo sia il nervo più delicato, perché tocca le aziende ed è di lì che ci ripromettiamo una ripresa. Ed a questo proposito occorre confrontarsi prima di ogni altra cosa sul “quanto”. Se si trattasse di una limatina nell’ordine di si e no 1 punto percentuale o meno, gli effetti sarebbero modesti o nulli.
Quindi iniziamo a parlare di numeri. Poi c’è la grande bolla dell’Ipref che merita un discorso a sé, perché riguarda la fetta maggiore degli introiti fiscali.
Il secondo ordine di interrogativi che dobbiamo porci è come intende sostenere la sua manovra Renzi e qui le strade, se si fa sul serio, sono queste:
a. la crescita del Pil;
b. fare disavanzo da finanziare con nuovi debiti;
c. alienare beni pubblici e privatizzare pezzi di economia reale;
d. ridurre la spesa;
e. spostare una parte del carico fiscale da una fascia di contribuenti ad un’altra (ad esempio tassare la rendita).
Ovviamente il primo modo è il più auspicabile ed è anche l’obiettivo che vogliamo raggiungere con il taglio delle tasse, perché ad un maggiore Pil corrisponde un maggiore introito fiscale. Però è evidente che la crescita viene dopo e, magari un bel po’ di tempo dopo, mentre occorre sopperire subito al bisogno. E’ parte della manovra ma nella sua fase terminale, a medio-lungo periodo.
Secondo modo: fare disavanzo, è quello che suggerisce Rossi, il governatore della Toscana ed anche qui se ne può discutere. Bisogna vedere che ne pensano a Bruxelles, Francoforte e Berlino. Poi, nuovi debiti significa anche più interessi da pagare e il vantaggio potrebbe essere solo momentaneo, per complicare la vita in seguito. Infine non dobbiamo dimenticare la sciagurata riforma che ha introdotto il vincolo del pareggio di bilancio in Costituzione e che altri si preoccuperebbero di far rispettare. Insomma, non pare un’uscita granché praticabile.
Restano le altre strade che potrebbero essere la parte più realistica del progetto. Le privatizzazioni: stiamo iniziando con la Cdp, seguiranno pezzi di Finmeccanica ed Eni, beni demaniali ecc. E qui occorre stare molto attenti sia a cosa stiamo privatizzando sia a quali condizioni. E questo perché quando si privatizza in blocco, e sotto la pressione dei conti da far quadrare, non si vende ma si svende. E nella svendita poi, non solo si recupera poco, ma capita di fare qualche regalo agli amici. Le privatizzazioni possono anche diventare un modo per ridisegnare la mappa del potere di un paese. Qui occorre andare al di là delle solite sparate propagandistiche ed una forza politica seria (se ancora ce ne fosse qualcuna in questo povero paese) starebbe già dando mano ad un libro bianco sulle privatizzazioni con cui confrontarsi con il governo (figuriamoci!).
Ma la cosa più probabile è che il quarto punto sarà il vero cuore politico della manovra: la spending review. Che la spesa del nostro paese debba essere tagliata e riqualificata, mi sembra una questione di buon senso. Il punto è tagliare cosa? Da quasi 40 anni, quando si parla di tagli alla spesa pubblica il riferimento automatico che scatta è: pensioni, sanità e scuola. Cioè demolire pezzi di stato sociale.
Che ci sia da eliminare sprechi e diseconomie anche nella sanità e nella scuola è ragionevole e sarebbe saggio passare al pettine fine i bilanci periferici, ma, è realistico che da questa parte ci sia poca polpa da recuperare ed il taglio si traduce regolarmente in una riduzione delle prestazioni e nell’aumento di ticket, visite private, tasse scolastiche ecc. Col che abbiamo semplicemente spostato una parte del carico fiscale da una voce ad un’altra.
Ma è sicuro che questo sia l’unico modo di tagliare la spesa? Abbiamo fatto due conti su quanto frutterebbe all’erario un secco taglio alle retribuzioni più alte di manager, personale politico, vertici della Pa, consulenti vari ecc? Il taglio può avvenire in due modi: decurtando fortemente i compensi per i contratti a termine oppure usando la leva fiscale per i compensi che superino una certa soglia, ad esempio 150.000 euro all’anno. E piantiamola con il luogo comune per cui lo Stato, in questo modo, perderebbe i migliori: quelli che ci sono non mi sembrano affatto i migliori. Poi ci sono molte altre voci di bilancio da defalcare: dalle spese di rappresentanza alle spese militari (ad esempio le costosissime missioni all’estero) o alle eccessive spese di interessi per mutui non sempre necessari e non sempre trattati al meglio, soprattutto dagli enti locali che fanno pasticci con le banche, per non dire del costo coperto della corruzione politica e su questo c’è molto da fare. E poi, in prospettiva c’è la non più rinviabile riforma della Pubblica Amministrazione, con una decisa razionalizzazione del corpo dei dipendenti (e, soprattutto negli enti locali, c’è da fare) e non sto parlando di scuola e sanità. Come si vede ci sono margini per intervenire sulla spesa pubblica e non di lima, ma di scimitarra senza toccare, però, la spesa sociale.
Dunque, è probabile che il vero fronte su cui, probabilmente, dovremo fronteggiare Renzi è quello della spending review, orecchio al quale la sinistra sente molto male e... pour cause. Sul tema ci torneremo in un articolo apposito, per ora ci basta dire che ci sono altri modi di tagliare la spesa che non quelli “soliti” di scuola, pensioni e sanità.
Infine, il tema della redistribuzione del carico fiscale dalle fasce più basse e dalle imprese ai redditi più alti e, soprattutto alla rendita che non è colpita mai. Ma di questo riparleremo.
Come si vede, Renzi ha ragione a dire che bisogna abbattere la pressione fiscale ma c’è modo e modo di farlo e lo scontro va portato su questo terreno, non sul piano delle fesserie dette da Bersani e Fassina che, proprio, non vogliono sentir parlare di riduzione del peso del fisco e manderebbero il paese in fallimento.
Fonte
30/04/2015
Tormenti "dem", passeranno presto
Beh, c'è voluto qualche mese, ma la minacciata rottura interna al Pd si è infine verificata. 38 deputati non hanno risposto alla chiamata per votare la prima fiducia al governo sulla legge elettorale chiamata Italicum perché i piduisti giovani ci tengono a far capire che discendono da quelli vecchi... Se Gelli è ancora in grado di intendere e volere, starà certamente gustandosi un trionfo postumo, ma sempre trionfo è. Chi avrebbe scommesso che il "piano di rinascita democratica", marchiato a fuoco come golpista fino a qualche anno fa, sarebbe stato portato a termine proprio dal Pd?
I 38 portano spesso nomi famosi, appartenenti all'ex gotha dell'ex-Pci-Pds-Ds-Pd. Ex segretari e candidati premier (Bersani), ex candidati alla segreteria (Cuperlo), ex viceministri non indimenticabili con Monti-Fornero (Fassina), altra nomenklatura ex Pci o Psi in via di liquidazione coatta.
Questa pattuglia di ex generali senza più truppe, che dovrà affrontare la prossima settimana altri due voti di fiducia senza alcuna speranza di rovesciare la partita, porta per intero la responsabilità della propria sconfitta. Ha infatti prima aperto le porte al nemico accettando candidature "centriste" nella solita, penosa, ricerca di più consensi elettorali. Poi ha fatto assumere a questi personaggi rigorosamente provenienti dalla "società civile" (Renzi, ex giovane demitiano, figlio del distributore del giornale di Denis Verdini, "dirigente" della stessa azienda paterna; o Boschi, figlia del vicepresidente di Banca Etruria, istituto dove i membri della P2 versavano le quote di iscrizione, certi dell'assoluta segretezza garantita dalla banca) ruoli decisivi nel "partito", fino a consegnare loro le chiavi della "ditta". Pensavano, in continuità con le movenze della prima e seconda Repubblica, di poter gestire un programma di destra (privatizzazioni, pensioni, mercato e diritti del lavoro, ecc) senza pagare mai dazio, o che avrebbero potuto esercitare un ruolo decisivo anche senza apparire in prima fila, contando su regole interne scritte e non di antica data.
Hanno sempre cercato il compromesso con gente (interessi) che non ne voleva fare nessuno. Con gente che visibilmente sapeva fingere disponibilità o lealtà ("Enrico stai sereno", è il vero stile politico renziano) solo nell'attesa del momento opportuno per sferrare la coltellata finale.
In questo, Bersani &co., ci ricordano molto il bertinottismo. Stesse movenze, stesso percorso di smantellamento della struttura organizzativa, del quadro ideale di riferimento ("nessun pregiudizio ideologico", è stata la parola d'ordine degli ultimi 30 anni); stessa facilitazione per "facce nuove" il cui unico obiettivo era spesso soltanto l'accasamento personale; stessa "rottamazione" quotidiana delle colonne portanti della propria stessa storia politica. Stesso destino: l'irrilevanza politica totale e definitiva.
Ora dicono di attendere - audaci! - le "prossime mosse di Renzi" per decidere cosa fare, ma intanto garantiscono di volere "restare nei democrat". Possiamo anticipargliele noi, quelle mosse: Renzi si farà dare altri due voti di fiducia da una Camera fatta soltanto di "nominati", pronti a vendere chiunque pur di restare a galla; poi, con calma, farà finta di non espellere nessuno (anche per non alimentare comunque difficili "rifondazioni" di un "nuovo ulivo"), lascerà frollare nel proprio brodo gelatinoso questa piccola truppa di "dissidenti", che si spaccherà ogni giorno nell'individuazione di "segnali di dialogo" dalla maggioranza renziana. Poi, con tutta calma, al momento di stilare le liste per le prossime elezioni col nuovo sistema (qualsiasi sia la data delle prossime elezioni), si garantirà che questi ex protagonisti di stagioni politiche comunque decadenti e parecchio inqualificabili non trovino un posto tra i "nominati" né - volendo "salvare le forme" - un collegio sicuro.
Addio, dunque. Nel nuovo regime politico non si fanno prigionieri, non ci sono parti che debbano essere rispettati se non conviene farlo, conta solo la forza. E quella te la danno i poteri che hanno sede altrove, tra Bruxelles e Francoforte o Washington.
Fonte
I 38 portano spesso nomi famosi, appartenenti all'ex gotha dell'ex-Pci-Pds-Ds-Pd. Ex segretari e candidati premier (Bersani), ex candidati alla segreteria (Cuperlo), ex viceministri non indimenticabili con Monti-Fornero (Fassina), altra nomenklatura ex Pci o Psi in via di liquidazione coatta.
Questa pattuglia di ex generali senza più truppe, che dovrà affrontare la prossima settimana altri due voti di fiducia senza alcuna speranza di rovesciare la partita, porta per intero la responsabilità della propria sconfitta. Ha infatti prima aperto le porte al nemico accettando candidature "centriste" nella solita, penosa, ricerca di più consensi elettorali. Poi ha fatto assumere a questi personaggi rigorosamente provenienti dalla "società civile" (Renzi, ex giovane demitiano, figlio del distributore del giornale di Denis Verdini, "dirigente" della stessa azienda paterna; o Boschi, figlia del vicepresidente di Banca Etruria, istituto dove i membri della P2 versavano le quote di iscrizione, certi dell'assoluta segretezza garantita dalla banca) ruoli decisivi nel "partito", fino a consegnare loro le chiavi della "ditta". Pensavano, in continuità con le movenze della prima e seconda Repubblica, di poter gestire un programma di destra (privatizzazioni, pensioni, mercato e diritti del lavoro, ecc) senza pagare mai dazio, o che avrebbero potuto esercitare un ruolo decisivo anche senza apparire in prima fila, contando su regole interne scritte e non di antica data.
Hanno sempre cercato il compromesso con gente (interessi) che non ne voleva fare nessuno. Con gente che visibilmente sapeva fingere disponibilità o lealtà ("Enrico stai sereno", è il vero stile politico renziano) solo nell'attesa del momento opportuno per sferrare la coltellata finale.
In questo, Bersani &co., ci ricordano molto il bertinottismo. Stesse movenze, stesso percorso di smantellamento della struttura organizzativa, del quadro ideale di riferimento ("nessun pregiudizio ideologico", è stata la parola d'ordine degli ultimi 30 anni); stessa facilitazione per "facce nuove" il cui unico obiettivo era spesso soltanto l'accasamento personale; stessa "rottamazione" quotidiana delle colonne portanti della propria stessa storia politica. Stesso destino: l'irrilevanza politica totale e definitiva.
Ora dicono di attendere - audaci! - le "prossime mosse di Renzi" per decidere cosa fare, ma intanto garantiscono di volere "restare nei democrat". Possiamo anticipargliele noi, quelle mosse: Renzi si farà dare altri due voti di fiducia da una Camera fatta soltanto di "nominati", pronti a vendere chiunque pur di restare a galla; poi, con calma, farà finta di non espellere nessuno (anche per non alimentare comunque difficili "rifondazioni" di un "nuovo ulivo"), lascerà frollare nel proprio brodo gelatinoso questa piccola truppa di "dissidenti", che si spaccherà ogni giorno nell'individuazione di "segnali di dialogo" dalla maggioranza renziana. Poi, con tutta calma, al momento di stilare le liste per le prossime elezioni col nuovo sistema (qualsiasi sia la data delle prossime elezioni), si garantirà che questi ex protagonisti di stagioni politiche comunque decadenti e parecchio inqualificabili non trovino un posto tra i "nominati" né - volendo "salvare le forme" - un collegio sicuro.
Addio, dunque. Nel nuovo regime politico non si fanno prigionieri, non ci sono parti che debbano essere rispettati se non conviene farlo, conta solo la forza. E quella te la danno i poteri che hanno sede altrove, tra Bruxelles e Francoforte o Washington.
Fonte
10/07/2014
Emilia Romagna, rottamato Vasco Errani
È arrivata ieri la notizia delle dimissioni di Vasco Errani, presidente della Regione Emilia Romagna negli ultimi 14 anni. Uno dei capisaldi del PD emiliano crolla così sotto l’accusa di falso ideologico nell’ambito dell'indagine Terremerse. In questo affaire l’ex presidente avrebbe infatti fornito informazioni fuorvianti al magistrato che indagava sui contributi "facili" concessi dalla regione alla cooperativa «Terremerse», presieduta da suo fratello, Giovanni Errani, indagato a sua volta per truffa aggravata.
Non si arresta quindi la valanga di indagini che da qualche mese sta sconquassando gli equilibri interni del Partito Democratico e non solo a Bologna (ricordiamo l’inchiesta su Manutencoop, su Consorzio Venezia Nuova, su Unipol, etc…).
Errani, che ha scelto la via dell’ “esilio” con un po di decenza (a volte basta questa per apparire dei 'signori' rispetto al resto della classe politica), riceve solo indirettamente la solidarietà di Renzi, che a spada tratta ha dichiarato “finché non c'è sentenza passata in giudicato un cittadino è innocente. Si chiama garantismo”. È evidente a questo punto che un operazione di “pulizia” interna al quadro dirigente del PD è in atto. A casa i vecchi bersaniani, largo ai giovani, direbbe qualcuno. Staremo quindi a vedere come evolverà la situazione all'interno della grande balena bianca che governa oggi il nostro Paese. Intanto i pronostici per le prossime elezioni regionali parlano della possibilità che tra i candidati, Renzi proporrà la poltrona a Graziano Delrio, attualmente sottosegretario del suo governo.
Il modello Errani è comunque in crisi. Per capire il personaggio basta dare adito alle voci di corridoio, che dicevano, già due anni fa all'inizio dell’inchiesta Terremerse, che se si fosse dimesso da presidente della Regione, sarebbe stato per volere suo e non certo del Partito.
Ma il fatto più indicativo è che già oggi sui giornali non si parla che del futuro. Corsa agli schieramenti, pronostici elettorali, interruzioni di consigli regionali. Nulla che riguardi la figura di Errani, il suo potere e la probabile fine della sua carriera politica. Come se la scelta di Errani di dimettersi fosse già cosa passata, dimenticata. La velocità con cui la classe dirigente PD sta cambiando pelle, a partire dalla carriera fulminea di Renzi e dei suoi, è abbastanza indicativa di quanto forte sia la necessità di ripristinare un nuovo ordine sociale forte e stabile di fedelissimi.
Fonte
11/06/2013
Tav bolognese: una partenza devastante
Primo viaggio sulla nuova linea TAV bolognese. Finito il cantiere, in arrivo nuove devastazioni del territorio.
Sabato l’inaugurazione della
nuova stazione sotterranea per l’Alta Velocità a Bologna, Bersani si è
accompagnato a Prodi durante la cerimonia di inaugurazione, con continue
dichiarazioni di simpatia tra i due pilastri del PD. Entrambi
dichiarano di aver perso i capelli nel sostegno e progettazione di
quest’opera, e di essere molto contenti di vedere finalmente i
risultati. Un opera, quella della TAV bolognese, iniziata 8 anni fa e
conclusasi con 4 anni di ritardo che consentirà il passaggio dei treni
Alta Velocità nei binari sotterranei. Il cantiere, a più livelli,
consiste in un primo livello a -7m per il “kiss and ride”, ossia il
traffico veicolare, e uno piu profondo, a -15m per i servizi
passeggeri. "Un punto di
riferimento non solo per Bologna, ma anche per Bologna. Un asset
fondamentale perchè possa competere con armi nuove nel mondo per il suo
benessere". Con queste parole l'amministratore delegato del gruppo Fs,
Mauro Moretti, ha inaugurato la nuova stazione che poi è servita a
Napolitano per raggiungere la città per una visita privata. Mentre Vasco
Errani inneggia alla “collaborazione istituzionale, che può essere
riferimento ed esempio di come si possono fare le cose”. Un cantiere
quello di Bologna, particolarmente monitorato a causa della vicinanza
della falda, ma soprattutto dell’elevata densità abitativa nei pressi
dei cantieri. Durante gli scavi sono emersi anche dei siti archeologici
importanti, che, grazie forse ai capelli caduti di Bersani, oggi sono
già stati ultimati.
Non si è persa l’occasione di parlare di People Mover sabato, così che Prodi potesse dire che la sua idea di People Mover oggi sarebbe già pronta. “Era un'opera realistica, veloce, modernissima e costava poco, poi l'hanno voluta più bella e costa troppo". Alla controbattuta “era meglio pensare a usare il servizio ferroviario metropolitano?” il professore replica in modo evasivo con un "non lo so, non sono un tecnico, ma so che già allora sapevo che i soldi erano pochi".
Almeno una tra le tante opere che queste ultime giunte volevano realizzate a Bologna ha visto il compimento: ora rimane da riempire la parte superficiale del cantiere, che verrà adibito a spazio commerciale. In progetto comunque ci sono altre opere che distruggeranno il territorio eventualmente risparmiato dalla TAV, come il progetto del Passante Nord e quello dell’Autostrada Cispadana, nuove ipotetiche vie di trasporto su gomma veloci, che dovrebbero smembrare il territorio emiliano della Pianura Padana.
Fonte
Tanto per rincarare la dose su un'opera per cui è difficile trovare una reale necessità, segnalo anche questo articolo.
Roba da fuori di testa i costi, ma tanto paga pantalone, mica l'amministratore delegato di turno.
Non si è persa l’occasione di parlare di People Mover sabato, così che Prodi potesse dire che la sua idea di People Mover oggi sarebbe già pronta. “Era un'opera realistica, veloce, modernissima e costava poco, poi l'hanno voluta più bella e costa troppo". Alla controbattuta “era meglio pensare a usare il servizio ferroviario metropolitano?” il professore replica in modo evasivo con un "non lo so, non sono un tecnico, ma so che già allora sapevo che i soldi erano pochi".
Almeno una tra le tante opere che queste ultime giunte volevano realizzate a Bologna ha visto il compimento: ora rimane da riempire la parte superficiale del cantiere, che verrà adibito a spazio commerciale. In progetto comunque ci sono altre opere che distruggeranno il territorio eventualmente risparmiato dalla TAV, come il progetto del Passante Nord e quello dell’Autostrada Cispadana, nuove ipotetiche vie di trasporto su gomma veloci, che dovrebbero smembrare il territorio emiliano della Pianura Padana.
Fonte
Tanto per rincarare la dose su un'opera per cui è difficile trovare una reale necessità, segnalo anche questo articolo.
Roba da fuori di testa i costi, ma tanto paga pantalone, mica l'amministratore delegato di turno.
22/04/2013
Napolitano bis, Funeral Party
La scena supera la più allucinata fantasia dei maestri dell’horror,
roba da far impallidire Stephen King e Dario Argento. Il cadavere
putrefatto e maleodorante di un sistema marcio e schiacciato dal peso di cricche e mafie,
tangenti e ricatti, si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio
dall’interno per non far uscire la puzza e i vermi. Tenta la mission
impossible di ricomporre la decomposizione. E sceglie un becchino a sua
immagine e somiglianza: un presidente coetaneo di Mugabe, voltagabbana
(fino all’altroieri giurava che mai si sarebbe ricandidato) e
potenzialmente ricattabile (le telefonate con Mancino, anche quando
verranno distrutte, saranno comunque note a poliziotti, magistrati,
tecnici e soprattutto a Mancino), che da sempre lavora per l’inciucio (prima con Craxi, poi con B.) e finalmente l’ha ottenuto.
E con una votazione dal sapore vagamente mafioso (ogni scheda rigorosamente segnata e firmata, nella miglior tradizione corleonese). Pur di non mandare al Quirinale un uomo onesto, progressista, libero, non ricattabile e non controllabile, il Pd che giurava agli elettori “mai al governo con B.” va al governo con B., ufficializzando l’inciucio che dura sottobanco da vent’anni. Per non darla vinta ai 5Stelle, s’infila nelle fauci del Caimano e si condanna all’estinzione, regalando proprio a Grillo l’esclusiva del cambiamento e la bandiera di quel che resta della sinistra (con tanti saluti ai “rottamatori” più decrepiti di chi volevano rottamare). La cosa potrebbe non essere un dramma, se non fosse che trasforma la Repubblica italiana in una monarchia assoluta e la consegna a un governo di mummie, con i dieci saggi promossi ministri e il loro programma Ancien Régime a completare la Restaurazione. Viene in mente il ritorno dei codini nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, con la differenza che qui non c’è stata rivoluzione né s’è visto un Napoleone.
Ma il richiamo storico più appropriato è Weimar, con i vecchi partiti di centrosinistra che nel 1932 riconfermano il vecchio e rincoglionito generale von Hindenburg, 85 anni, spianando la strada a Hitler. Qui per fortuna non c’è alcun Hitler all’orizzonte. Però c’è B., che fino all’altroieri tremava dinanzi al Parlamento più antiberlusconiano del ventennio e ora si prepara a stravincere le prossime elezioni e salire al Colle appena Re Giorgio abdicherà.
A meno che non resti abbarbicato al trono fino a 95 anni, imbalsamato e impagliato come certi autocrati, dagli iberici Salazar e Franco ai sovietici Andropov e Cernenko, tenuti in vita artificialmente con raffinate tecniche di ibernazione e ostesi in pubblico con marchingegni alle braccia per simulare un qualche stato motorio. Ieri, dall’unione dei necrofili di sinistra e del pedofilo di destra, è nato un regime ancor più plumbeo di quello berlusconiano e più blindato di quello montiano, perché è l’ultima trincea della banda larga che comanda e saccheggia l’Italia da decenni, prima della Caporetto finale. Prepariamoci al pensiero unico di stampa e tv, alla canzone mononota a reti ed edicole unificate. Ne abbiamo avuto i primi assaggi nelle dirette tv, con la staffetta dei signorini grandi firme che magnificavano l’estremo sacrificio dell’Uomo della Provvidenza e del Salvatore della Patria, con lavoretti di bocca e di lingua sulle prostate inerti e gli scroti inanimati delle solite cariatidi. Le famose pompe funebri.
Ps. Da oggi Grillo ha una responsabilità infinitamente superiore a quella di ieri. Non è più solo il leader del suo movimento, ma il punto di riferimento di quei milioni di cittadini (di centrosinistra, ma non solo) che non si rassegnano al ritorno dei morti morenti e rappresentano un quarto del Parlamento. A costo di far violenza a se stesso, dovrà parlare a tutti con un linguaggio nuovo. Senza rinunciare a chiamare le cose col loro nome. Ma senza prestare il fianco alle provocazioni di un regime fondato sulla disperazione, quindi capace di tutto.
Fonte
Non propongo l'articolo di Travaglio per aggiungere nuovi dettagli all'analisi sulla rielezione di Napolitano, ma per il piacere meramente edonista che il suo stile sa generare.
E con una votazione dal sapore vagamente mafioso (ogni scheda rigorosamente segnata e firmata, nella miglior tradizione corleonese). Pur di non mandare al Quirinale un uomo onesto, progressista, libero, non ricattabile e non controllabile, il Pd che giurava agli elettori “mai al governo con B.” va al governo con B., ufficializzando l’inciucio che dura sottobanco da vent’anni. Per non darla vinta ai 5Stelle, s’infila nelle fauci del Caimano e si condanna all’estinzione, regalando proprio a Grillo l’esclusiva del cambiamento e la bandiera di quel che resta della sinistra (con tanti saluti ai “rottamatori” più decrepiti di chi volevano rottamare). La cosa potrebbe non essere un dramma, se non fosse che trasforma la Repubblica italiana in una monarchia assoluta e la consegna a un governo di mummie, con i dieci saggi promossi ministri e il loro programma Ancien Régime a completare la Restaurazione. Viene in mente il ritorno dei codini nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, con la differenza che qui non c’è stata rivoluzione né s’è visto un Napoleone.
Ma il richiamo storico più appropriato è Weimar, con i vecchi partiti di centrosinistra che nel 1932 riconfermano il vecchio e rincoglionito generale von Hindenburg, 85 anni, spianando la strada a Hitler. Qui per fortuna non c’è alcun Hitler all’orizzonte. Però c’è B., che fino all’altroieri tremava dinanzi al Parlamento più antiberlusconiano del ventennio e ora si prepara a stravincere le prossime elezioni e salire al Colle appena Re Giorgio abdicherà.
A meno che non resti abbarbicato al trono fino a 95 anni, imbalsamato e impagliato come certi autocrati, dagli iberici Salazar e Franco ai sovietici Andropov e Cernenko, tenuti in vita artificialmente con raffinate tecniche di ibernazione e ostesi in pubblico con marchingegni alle braccia per simulare un qualche stato motorio. Ieri, dall’unione dei necrofili di sinistra e del pedofilo di destra, è nato un regime ancor più plumbeo di quello berlusconiano e più blindato di quello montiano, perché è l’ultima trincea della banda larga che comanda e saccheggia l’Italia da decenni, prima della Caporetto finale. Prepariamoci al pensiero unico di stampa e tv, alla canzone mononota a reti ed edicole unificate. Ne abbiamo avuto i primi assaggi nelle dirette tv, con la staffetta dei signorini grandi firme che magnificavano l’estremo sacrificio dell’Uomo della Provvidenza e del Salvatore della Patria, con lavoretti di bocca e di lingua sulle prostate inerti e gli scroti inanimati delle solite cariatidi. Le famose pompe funebri.
Ps. Da oggi Grillo ha una responsabilità infinitamente superiore a quella di ieri. Non è più solo il leader del suo movimento, ma il punto di riferimento di quei milioni di cittadini (di centrosinistra, ma non solo) che non si rassegnano al ritorno dei morti morenti e rappresentano un quarto del Parlamento. A costo di far violenza a se stesso, dovrà parlare a tutti con un linguaggio nuovo. Senza rinunciare a chiamare le cose col loro nome. Ma senza prestare il fianco alle provocazioni di un regime fondato sulla disperazione, quindi capace di tutto.
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Non propongo l'articolo di Travaglio per aggiungere nuovi dettagli all'analisi sulla rielezione di Napolitano, ma per il piacere meramente edonista che il suo stile sa generare.
20/04/2013
Quirinale: chi ha vinto, chi ha perso
Finalmente un segnale di novità, una ventata di aria fresca: Giorgio Napolitano! Con 740 voti il peggior Presidente della storia repubblicana è stato rieletto (unico, per ora) al Quirinale. Va bene, cerchiamo di vedere chi ha vinto. Ovviamente ha vinto Napolitano, ma non tanto per il fatto di essere rieletto, cosa che, onestamente, non pare avesse cercato, quanto per la piena affermazione della sua linea politica: governissimo di durata (con ogni probabilità presieduto da Amato), sterilizzazione del Pd ed isolamento del M5s e Sel. E’ quello che aveva tentato di fare con l’operazione “saggi”, poi finita nel ridicolo con Crozza, ma che ora tornano a galla. Magari vedremo anche la nomina di Berlusconi a senatore a vita…
Vince ovviamente Berlusconi, che ha completato il recupero stoppando l’odiato Prodi ed eleggendo un Presidente con cui può convivere. Ma soprattutto, ottenendo quel governo di “larghe intese” premessa alla soluzione dei suoi guai giudiziari. Per ora vince, ma corre un rischio: se le elezioni si allontanano troppo, perde il momento favorevole. Inoltre, se si imbraga con un governo tassaiolo come quello di Monti la cosa non gli porta bene e, già alle europee fra un anno, corre il rischio di un capitombolo. Deve gestire la cosa con molta accortezza perché poi l’ennesima rimonta non sarebbe facile.
Vince Vendola che, a buon diritto, può presentarsi come quello che non ha tradito le aspettative degli elettori del centro sinistra ed ha coraggiosamente rotto con il Pd, passando subito all’opposizione dell’inciucio. Inoltre, a quanto pare, mette definitivamente da parte le voglie di entrare nel Pd e si candida al ruolo di Tsipras o di Lafontaine italiano.
Spero ce la faccia e non si faccia fregare dalle solite esitazioni dell’ultimo momento. Ho spesso criticato Nichi (e chi mi legge lo sa), ma questa volta devo dire che si è comportato con grande linearità ed ha fatto quello che poteva e che doveva.
Ovviamente, vince Grillo, che dimostra che “Gargamella” non esisteva. Grillo si riscatta da quell’esordio di legislatura nel quale non aveva dato il meglio si sé. La scelta di Rodotà è stata perfetta perché ha dimostrato che sa essere flessibile, scegliere un candidato non suo e “pescare” consensi anche in campo avverso. Insomma, non è stato Bersani a fare scouting in casa 5stelle, ma al contrario, è stato Grillo a fare scouting in casa Pd: tanto di cappello! Per la stessa ragione per cui lo ho aspramente criticato nella prima fase, oggi devo riconoscergli di essere stato abile. Alle europee potrebbe avere un nuovo forte successo, anche se resta il problema dei gruppi parlamentari che sono un disastro (soprattutto, cari amici, fatevi passare questa mania di espellervi a vicenda e, poi, Grillo, parlare in Tv non è come baciare in bocca un lebbroso, se ne convinca e si rilassi un po’).
Monti ha una piccola vittoria perché aveva lavorato al maxi inciucio, ma, nello stesso tempo, incassa una sconfitta perché in questo grande accordo lui, con il suo 9% miserello miserello, scompare.
Veniamo agli sconfitti: di Bersani, Prodi e Marini non è neppure il caso di dire. Ne esce male tutto il Pd che ormai è solo la sigla di Psico Dramma. Non esiste più come soggetto politico, probabilmente si scinderà e forse neppure in due soli pezzi, ha dissipato un consenso che non rivedrà mai più neppure con il cannocchiale, ha la base in rivolta ed ha perso ogni contatto con il paese. Ma quello che è più singolare è che perdono tutte le sue correnti (o meglio, le sue tribù).
Ovviamente ne esce disintegrato il gruppo bersaniano che perde il suo punto di riferimento e che non sa a che santo votarsi. Ma perde anche D'Alema: è riuscito ad ammazzare la candidatura di Prodi, ma si è suicidato, perché questa è la premessa del suo vero pensionamento (finalmente!). Non è riuscito ad andare al colle, non è più parlamentare, il suo gruppo è individuato come quello dei “traditori” ed è odiatissimo da tutti. Può darsi che Napolitano possa ripescarlo come ministro, ma ci credo poco e, comunque, non ha più un partito nel quale avere un peso e non ha prospettive future.
E perde anche Renzi, che alla fine si trova con un pugno di mosche in mano: la sua operazione Quirinale (qualunque fosse) è fallita, può darsi che diventi segretario del Pd ma eredita solo un rudere, è poco probabile che possa essere il candidato alla Presidenza del Consiglio e, se anche fosse, le possibilità di vittoria elettorale sono pari allo 0,001%. Ma, soprattutto, perde irrimediabilmente la sua immagine di giovane e frizzante innovatore, venendo fuori per quel che effettivamente è: un piccolo intrigante democristiano, carrierista e sleale. Non credo che incanti più nessuno, anche se un suo gruppo continuerà ad averlo. Può darsi che passi con Monti nel tentativo di fare una nuova Dc, ma, stanti così le cose, non credo che andrà molto oltre lo striminzito risultato di Sc.
Perde anche Veltroni che si è rivelato ininfluente in ogni momento dello scontro. Perdono gli ex Ppi che incassano lo schiaffone su Marini e sono ridotti ai margini come gruppo di vecchi notabili un po’ suonati.
Ma, soprattutto, ne escono male i rampanti “giovani turchi” che non sono riusciti a fare nessuna proposta e si sono accucciati ai piedi di Bersani sino alla sconfitta finale. Non sono stati capaci di lanciare un loro candidato, non sono stati capaci di sponsorizzare Rodotà, su cui avrebbero probabilmente perso, ma avrebbero comunque fatto una battaglia dignitosa e che gli avrebbe dato grande visibilità. Hanno perso il rapporto con Sel e si accingono al ruolo di “reggimoccoli” del governo dell’inciucio. E questi sarebbero i “nuovi leader” della sinistra? Giovanotti in carriera privi di talento, di attributi e di iniziativa. Polli di batteria allevati nelle tristissime stanze delle sedi di partito.
Moderati che non si spendono su nulla, incapaci di rischiare, interessati solo ad accumulare posizioni che poi non sono capaci di spendere in nessun modo: “giovani tirchi” più che “giovani turchi”. Dimentichiamoli rapidamente.
Aldo Giannuli
Fonte
Personalmente non riesco a far mie le distinzioni nette tracciate da Giannuli in merito a vincitori e vinti.
Tolto Napolitano che è più il portatore della vittoria dell'attuale europeismo suicida, e Berlusconi che almeno nella difesa del proprio interesse sì sta dimostrando un quasi statista (va da se che sto forzando il concetto...), per come la vedo io l'unico "vincitore" - il Movimento 5 Stelle - è tale solo in funzione della caduta rovinosa oltre ogni aspettativa del soggetto - il PD - che avrebbe potuto vincere la partita se fosse stato capace di schierare un giocatore degno di questo nome. In meno di una settimana, invece, la dirigenza PD s'è dimostrata probabilmente come la più inetta e squallidamente arrivista di tutta la storia repubblicana, roba da far impallidire anche la DC dei momenti peggiori.
Restando in area di "sinistra" non capisco come si possa plaudere a Vendola, che nella sua ultima dichiarazione pre voto s'è dimostrato mellifluo come al solito, sponsorizzando Cancellieri e Rodotà allo stesso momento (e sbraitando di cambiamento ora che gli ormai ex amici del PD l'hanno portato in un parlamento in cui con le sue gambe non sarebbe mai entrato...).
Più che parlare di un possibile prossimo Tsipras io mi limiterei a registrare il guizzo d'un segretario d'un partito elettoralmente bollito (i silenzi di SEL sull'andazzo in Puglia, ILVA in testa, sono sempre più assordanti) che ha colto l'occasione per lasciare il cerino in mano a un ex alleato allo sfascio, di cui magari, nel breve-medio periodo, intercetterà parte dell'elettorato.
Insomma in questa conta tra vincitori e vinti io vedo più che altro le macerie dell'ennesima Caporetto da una parte e la piccineria di una vittoria di Pirro dall'altra.
Resto quindi in attesa segnali da tutta l'area dell'antagonismo italiano che almeno a livello teorico è l'unico ad aver tirato fuori qualche idea degna d'essere discussa.
Vince ovviamente Berlusconi, che ha completato il recupero stoppando l’odiato Prodi ed eleggendo un Presidente con cui può convivere. Ma soprattutto, ottenendo quel governo di “larghe intese” premessa alla soluzione dei suoi guai giudiziari. Per ora vince, ma corre un rischio: se le elezioni si allontanano troppo, perde il momento favorevole. Inoltre, se si imbraga con un governo tassaiolo come quello di Monti la cosa non gli porta bene e, già alle europee fra un anno, corre il rischio di un capitombolo. Deve gestire la cosa con molta accortezza perché poi l’ennesima rimonta non sarebbe facile.
Vince Vendola che, a buon diritto, può presentarsi come quello che non ha tradito le aspettative degli elettori del centro sinistra ed ha coraggiosamente rotto con il Pd, passando subito all’opposizione dell’inciucio. Inoltre, a quanto pare, mette definitivamente da parte le voglie di entrare nel Pd e si candida al ruolo di Tsipras o di Lafontaine italiano.
Spero ce la faccia e non si faccia fregare dalle solite esitazioni dell’ultimo momento. Ho spesso criticato Nichi (e chi mi legge lo sa), ma questa volta devo dire che si è comportato con grande linearità ed ha fatto quello che poteva e che doveva.
Ovviamente, vince Grillo, che dimostra che “Gargamella” non esisteva. Grillo si riscatta da quell’esordio di legislatura nel quale non aveva dato il meglio si sé. La scelta di Rodotà è stata perfetta perché ha dimostrato che sa essere flessibile, scegliere un candidato non suo e “pescare” consensi anche in campo avverso. Insomma, non è stato Bersani a fare scouting in casa 5stelle, ma al contrario, è stato Grillo a fare scouting in casa Pd: tanto di cappello! Per la stessa ragione per cui lo ho aspramente criticato nella prima fase, oggi devo riconoscergli di essere stato abile. Alle europee potrebbe avere un nuovo forte successo, anche se resta il problema dei gruppi parlamentari che sono un disastro (soprattutto, cari amici, fatevi passare questa mania di espellervi a vicenda e, poi, Grillo, parlare in Tv non è come baciare in bocca un lebbroso, se ne convinca e si rilassi un po’).
Monti ha una piccola vittoria perché aveva lavorato al maxi inciucio, ma, nello stesso tempo, incassa una sconfitta perché in questo grande accordo lui, con il suo 9% miserello miserello, scompare.
Veniamo agli sconfitti: di Bersani, Prodi e Marini non è neppure il caso di dire. Ne esce male tutto il Pd che ormai è solo la sigla di Psico Dramma. Non esiste più come soggetto politico, probabilmente si scinderà e forse neppure in due soli pezzi, ha dissipato un consenso che non rivedrà mai più neppure con il cannocchiale, ha la base in rivolta ed ha perso ogni contatto con il paese. Ma quello che è più singolare è che perdono tutte le sue correnti (o meglio, le sue tribù).
Ovviamente ne esce disintegrato il gruppo bersaniano che perde il suo punto di riferimento e che non sa a che santo votarsi. Ma perde anche D'Alema: è riuscito ad ammazzare la candidatura di Prodi, ma si è suicidato, perché questa è la premessa del suo vero pensionamento (finalmente!). Non è riuscito ad andare al colle, non è più parlamentare, il suo gruppo è individuato come quello dei “traditori” ed è odiatissimo da tutti. Può darsi che Napolitano possa ripescarlo come ministro, ma ci credo poco e, comunque, non ha più un partito nel quale avere un peso e non ha prospettive future.
E perde anche Renzi, che alla fine si trova con un pugno di mosche in mano: la sua operazione Quirinale (qualunque fosse) è fallita, può darsi che diventi segretario del Pd ma eredita solo un rudere, è poco probabile che possa essere il candidato alla Presidenza del Consiglio e, se anche fosse, le possibilità di vittoria elettorale sono pari allo 0,001%. Ma, soprattutto, perde irrimediabilmente la sua immagine di giovane e frizzante innovatore, venendo fuori per quel che effettivamente è: un piccolo intrigante democristiano, carrierista e sleale. Non credo che incanti più nessuno, anche se un suo gruppo continuerà ad averlo. Può darsi che passi con Monti nel tentativo di fare una nuova Dc, ma, stanti così le cose, non credo che andrà molto oltre lo striminzito risultato di Sc.
Perde anche Veltroni che si è rivelato ininfluente in ogni momento dello scontro. Perdono gli ex Ppi che incassano lo schiaffone su Marini e sono ridotti ai margini come gruppo di vecchi notabili un po’ suonati.
Ma, soprattutto, ne escono male i rampanti “giovani turchi” che non sono riusciti a fare nessuna proposta e si sono accucciati ai piedi di Bersani sino alla sconfitta finale. Non sono stati capaci di lanciare un loro candidato, non sono stati capaci di sponsorizzare Rodotà, su cui avrebbero probabilmente perso, ma avrebbero comunque fatto una battaglia dignitosa e che gli avrebbe dato grande visibilità. Hanno perso il rapporto con Sel e si accingono al ruolo di “reggimoccoli” del governo dell’inciucio. E questi sarebbero i “nuovi leader” della sinistra? Giovanotti in carriera privi di talento, di attributi e di iniziativa. Polli di batteria allevati nelle tristissime stanze delle sedi di partito.
Moderati che non si spendono su nulla, incapaci di rischiare, interessati solo ad accumulare posizioni che poi non sono capaci di spendere in nessun modo: “giovani tirchi” più che “giovani turchi”. Dimentichiamoli rapidamente.
Aldo Giannuli
Fonte
Personalmente non riesco a far mie le distinzioni nette tracciate da Giannuli in merito a vincitori e vinti.
Tolto Napolitano che è più il portatore della vittoria dell'attuale europeismo suicida, e Berlusconi che almeno nella difesa del proprio interesse sì sta dimostrando un quasi statista (va da se che sto forzando il concetto...), per come la vedo io l'unico "vincitore" - il Movimento 5 Stelle - è tale solo in funzione della caduta rovinosa oltre ogni aspettativa del soggetto - il PD - che avrebbe potuto vincere la partita se fosse stato capace di schierare un giocatore degno di questo nome. In meno di una settimana, invece, la dirigenza PD s'è dimostrata probabilmente come la più inetta e squallidamente arrivista di tutta la storia repubblicana, roba da far impallidire anche la DC dei momenti peggiori.
Restando in area di "sinistra" non capisco come si possa plaudere a Vendola, che nella sua ultima dichiarazione pre voto s'è dimostrato mellifluo come al solito, sponsorizzando Cancellieri e Rodotà allo stesso momento (e sbraitando di cambiamento ora che gli ormai ex amici del PD l'hanno portato in un parlamento in cui con le sue gambe non sarebbe mai entrato...).
Più che parlare di un possibile prossimo Tsipras io mi limiterei a registrare il guizzo d'un segretario d'un partito elettoralmente bollito (i silenzi di SEL sull'andazzo in Puglia, ILVA in testa, sono sempre più assordanti) che ha colto l'occasione per lasciare il cerino in mano a un ex alleato allo sfascio, di cui magari, nel breve-medio periodo, intercetterà parte dell'elettorato.
Insomma in questa conta tra vincitori e vinti io vedo più che altro le macerie dell'ennesima Caporetto da una parte e la piccineria di una vittoria di Pirro dall'altra.
Resto quindi in attesa segnali da tutta l'area dell'antagonismo italiano che almeno a livello teorico è l'unico ad aver tirato fuori qualche idea degna d'essere discussa.
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