Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/08/2019

La danza immobile della crisi d’agosto

“Amo fatto n’assemblea pe’ decide de fa n’assemblea”. Così, negli anni ‘70, si sfottevano certe discussioni “di movimento” caratterizzate dall’assoluta inconcludenza.

La cosa viene in mente vedendo l’esito della riunione dei capigruppo del Senato, ieri, che non ha trovato un accordo sulla data in cui fissare la discussione sulla mozione di sfiducia presentata dalla Lega contro il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Perciò questa aurea discussione sulla data verrà affrontata oggi pomeriggio da tutta l’assemblea di Palazzo Madama, tra senatori strappati all’ozio ferragostano e strizzati tra le ambizioni di voto immediato sbandierato da Salvini e il terrore di concludere dopo poco più di un anno questa legislatura (con tutte le conseguenze su stipendio, benefit, contributi pensionistici, ecc).

La situazione è insomma grave, ma non seria. E il giornale del “salotto buono” della fu borghesia italiana è costretto a sperare – vendendolo come il solito “retroscena” – che almeno la Lega annunci oggi di ritirare la propria squadra di governo, ufficializzando così la crisi.

Già, perché dopo quasi una settimana di proclami, accuse, indignazione, comizi in mutande sulla spiaggia e inseguimenti del Truce in fuga con la scorta (a Catania), di fatto il governo esiste ancora, i ministri continuano a esser chiamati così, anche se ben pochi mettono piede negli uffici.

Abbiamo detto subito che l’atteggiamento della Lega era più “posa” che altro. Se davvero voleva far cadere immediatamente il governo e costringere Mattarella ad aprire le consultazioni per verificare l’esistenza o meno di altre maggioranza parlamentari, bastava compiere questo atto “normale”: dimettersi dalle cariche. Ma questo – lo ripetiamo da giorni – toglierebbe a Salvini non solo una buona parte del megafono mediatico, ma anche la possibilità di continuare a dettare l’agenda politica.

Un esempio? Non potrebbe più firmare divieti di sbarco per le sole navi Ong che attualmente raccolgono naufraghi in mezzo al Mediterraneo ma non possono sbarcarli nel “porto sicuro più vicino”. Naturalmente, non può fare nulla per i barchini carichi di migranti che nel frattempo riescono ad arrivare sulle nostre coste, e infatti di quelli non parla.

Ma, se non ci si dimette, i tempi per affrontare la crisi diventano quelli soliti del Parlamento, nel bene (correttezza procedurale e istituzionale) e nel male (tempi lunghi).

Quindi, come sempre, Salvini mente; anche quando dice di volere il “voto subito”.

Non che gli altri protagonisti – si fa per dire – siano molto più sinceri. Tutti sono così presi dalle proprie paure ed interessi, in una situazione internazionale che diventa ogni giorno più nervosa, da far riemergere dalle catacombe della vergogna un guitto senza onore, come quello di Rignano. Che, come sempre, catalizza il peggio della politichetta italica, l’inciucio come scopo di vita.

Se si guarda questa crisi con occhio statunitense o europeo, invece, appare abbastanza chiaro che si vanno concretizzando pressioni perché questo governo sia più chiaramente “atlantico ed europeista”, mettendo da parte l’implementazione pratica del Memorandum con la Cina e, quanto prima, disponga l’invio di navi da guerra del Golfo Persico, assecondando (con entusiasmo molto relativo, anche a Bruxelles) la prova di forza contro l’Iran che Trump vorrebbe sceneggiare tra qualche settimana.

Da questa angolazione, le “grandi tempeste” della politica italica appaiono modeste perturbazioni in un bicchiere d’acqua. E le vie di risoluzione abbastanza obbligate, chiunque “vinca” lo scontro tra totani parlamentari.

Aspettiamoci dunque di tutto, perché tanto non c’è molto che possa succedere. Può cambiare qualche volto di primo piano, può arrivare il classico “governo istituzionale” (o balneare, tecnico, del Presidente, di “garanzia elettorale”). O persino potrebbe essere riesumato quel “rimpasto” di cui si parlava solo qualche giorno prima della “botta da matto” del leghista-dj.

Intanto godiamoci questa danza immobile, con senatori col trolley pieno di pinne e maschera che sudano nell’afa romana per “fà n’assemblea pe’ decide de fa n’assemblea”. Ma non subito...

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Quando anche questa indecente querelle sarà archiviata, si potrà a buon conto coniare il termine di "stallo all'italiana" da porre come alterego del più famoso "stallo alla messicana".
Fosse ancora in attività qualche cineasta degno di tale titolo in questo squallido paese, potrebbe ravvisare nella cronaca dell'oggi tutti gli elementi per un capolavoro socio-politico alla Monicelli.

15/01/2019

Salvini e Renzi, due brutte facce della stessa medaglia

Se uno segue la politica italiana stando dietro alle dichiarazioni dei vari “protagonisti”... non capisce mai nulla. Se invece si sta dietro ai movimenti “strutturali” – quali politiche economiche, quali interessi sono gioco, quali i poteri più forti, ecc. – qualcosa si riesce a comprendere prima che accada.

“Il governo è saldissimo! C’è grande unità di vedute!”, strillano ogni giorno Conte, Salvini e Di Maio. Ma solo l’estradizione di Cesare Battisti sembra metterli d’accordo. Sul resto è ormai chiaro che le strade di Cinque Stelle e Lega sono destinate a dividersi il giorno dopo le elezioni europee (fine maggio). Non perché possiedano visioni del mondo davvero differenti – fanno schifo tutte e due le formazioni – ma per un motivo molto più rilevante: i loro elettorati attuali e potenziali hanno interessi materiali, economici, reddituali diversi.

Non si tratta soltanto del Nord della piccola-media impresa contrapposto al “mezzogiorno assistenzialista”, ma di figure sociali che pretendono una risposta in tempi rapidi. Completamente diversa le une dalle altre. Se al Nord vogliono soldi per le imprese e svecchiare i dipendenti sostituendoli con giovani pagati la metà (“quota 100” per soli tre anni, con perdite pesanti, serve solo a questo), al Sud servono soprattutto investimenti che creino occupazione, o almeno reddito spendibile per evitare l’emigrazione di massa e il tracollo sociale. Secondo le “regole europee” la prima cosa è possibile (con fortissime penalizzazioni per i pensionandi...), la seconda neanche morti.

Come se ne esce? Nel modo tradizionale della fogna politica italiana: un bel salto della quaglia “responsabile”, per garantire in Parlamento i numeri necessari a tener su una nuova maggioranza.

I Cinque Stelle sono però il primo partito, come pattuglia di parlamentari. Perché le maggioranze non si fanno con i sondaggi. Quindi la loro sostituzione richiede la complicità di numerose schiere teoricamente contrapposte. Berlusconiani e meloniani, infatti, non bastano (sennò era già stato fatto un governo così nell’aprile scorso). I Cinque Stelle che stanno scendendo dalla barca, in genere, vanno in direzione opposta, criticando Di Maio per tradimento dell’impostazione del movimento. Qualcuno sarà anche comprabile sul mercato di riparazione, ma difficile trovarne così tanti...

E allora il Pd?

Entra nella nuova maggioranza, ovvio! Per la precisione, non tutto il Pd. Solo i parlamentari di provatissima fede renziana (“i soldi innanzitutto”) e quelli che pensano di non poter essere rieletti se diventa segretario Zingaretti. Non sono pochi, ma l’80% del gruppo parlamentare...

Qualcuno aveva storto il naso quando abbiamo inquadrato le due manifestazioni “SiTav” di Torino come “prove generali di nuova maggioranza”. Ma come potevamo pensare una cosa del genere – ci veniva detto – mentre tutti i giorni persino Renzi tuonava contro Salvini e soci per il trattamento riservato ai 49 naufraghi ripescati dalla Sea Watch poi bloccata a Malta...

Se uno segue la politica italiana stando dietro alle dichiarazioni dei vari “protagonisti” non capisce mai nulla...

Tra il dire e il fare c’è di mezzo un po’ di potere, con quello che garantisce. E il potere tira sempre dalla stessa parte.

Quindi è toccato a Repubblica dar conto della prova provata del magheggio in corso d’opera, a partire dal “comun sentire” rispetto al partito degli affari facili (altrimenti detto “partito della Tav”, ma senza per nulla schifare gli altri appalti, ad ogni livello).

Ieri sera Matteo Salvini ha partecipato a una cena organizzata dall’associazione ‘Fino a prova contraria’ dove siedono molti rappresentanti del Partito Democratico (o perlomeno di una certa “ala”): da Marco Carrai, imprenditore così vicino a Matteo Renzi da ospitarlo per anni in una casa di sua proprietà, fino al presidente della Fondazione Open Alberto Bianchi, passando per il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi. Ma una cena tra soli uomini è sempre un po’ noiosa, quindi tra le donne presenti spicca di luce quasi propria Maria Elena Boschi.

Sono stati notati anche due ministri leghisti come Giulia Bongiorno e Lorenzo Fontana (sì, quello della “famiglia”, che tornerebbe volentieri all’Italietta anni ‘50). L’associazione ‘Fino a prova contraria’ è presieduta dalla giornalista Annalisa Chirico, che viene descritta come “molto vicina ai due Mattei”.

E allora il Pd? E’ così “antifascista” da non lasciare che il fascismo sia rappresentato dal solo Salvini...

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14/12/2017

Tutti pazzi per un Gentiloni-bis. Nell’establishment...


Queste elezioni sono di fatto già decise, almeno per quel che riguarda l’establishment. Del resto la legge elettorale chiamata rosatellum era stata pensata apposta per produrre un esito “polverizzato”, senza partiti dominanti, in modo da facilitare un “governo del presidente” (versione appena più politicizzata del “governo tecnico”).

I sondaggi, per quanto “addomesticati”, sono per molti versi inequivocabili: Cinque Stelle inchiodati al di sotto del 30% (nonostante o grazie alla svolta “normalizzatrice” di Di Maio) e tutti gli altri ad arrancare abbondantemente sotto il 20% (compreso il Pd di Renzi, ormai molto vicino al dimezzamento rispetto alle europee del 2014). Per salvare la faccia e i consensi, centrodestra e Pd non potrebbero volontariamente fare un governo insieme. Toccherebbe dunque a Mattarella “convincerli”, proponendo un profilo – come si dice – “non divisivo” in nome della stabilità e della salvezza nazionale.

E’ stato come sempre Berlusconi a metterla giù chiaramente: «La soluzione più corretta sarebbe quella di continuare con questo governo e di consentire un’altra campagna elettorale non brevissima, di almeno tre mesi, che possa permettere ai partiti di far conoscere agli elettori i loro programmi».

Il Corriere della Sera appoggia senza riserve questa soluzione (glissando alla grande sul rivotare in autunno, comunque) e fa scendere in campo anche Luciano Violante, uomo sicuro per qualsiasi inciucio purché immondo con la destra. Repubblica prova ancora a far finta che ci sia una competizione elettorale tra destra e Pd, titolando “La destra si spacca su Gentiloni”. Ma il senso generale è chiarissimo: Gentiloni sarà riconfermato perché così vuole l’Unione Europea (come racconta anche Il Fatto), visto che è riuscito là dove Renzi aveva fallito, ossia fa passare le “riforme” più impopolari senza sollevare risentimenti e opposizione netta.

L’esito elettorale dovrà comunque sciogliere alcune incertezze. Il crollo del Pd – che presumibilmente accelererà da qui al 4 marzo – priva l’establishment di un pilastro portante stabile. Forza Italia, per quanto rediviva, non può garantire insieme al Pd, da sola, una maggioranza (insieme, presumibilmente, non supereranno il 35-40%). A quel punto sarà indispensabile imbarcare qualcun altro. La destra-destra (Meloni e Salvini) ufficialmente recalcitra, ma non ha grandi chance alternative e sarebbe subito oggetto di una sontuosa “campagna acquisti”. Ma anche così potrebbe non bastare a mettere insieme l’agognato 51% dei parlamentari.

L’establishment, però, sa di poter contare sul “senso di responsabilità” dei fuoriusciti dal Pd, ora figurativamente capitanati da Pietro Grasso. Sempre il Corsera, vero palcoscenico mediatico dell’operazione Gentiloni-bis, si affretta a sottolineare che “Giuliano Pisapia lo stima. E Pietro Grasso vanta con il premier «ottimi rapporti». Prima di lasciare il gruppo del Pd, telefonò a Gentiloni per avvisarlo. Martedì il leader di Liberi e uguali ha presenziato in Aula durante le comunicazioni del premier in vista del Consiglio europeo. E se mai dopo il voto toccasse ancora a lui, Grasso è pronto a un dialogo con il Pd «senza preclusioni».

Gli argomenti sono già pronti: “non c’è più Renzi, quindi va bene”. Anche perché – con il Fiscal Compact inserito tra norme le europee (oggi, nel Consiglio Europeo, Gentiloni sta dando l’ok) – sparisce ogni margine di “flessibilità” sulle prossime leggi di stabilità. Tradotto in parole povere: dal 2019 l’Italia sarà sotto amministrazione controllata, costretta a tagliare il debito del 5% ogni anno per 20 anni (più o meno 50 miliardi tra tagli e nuove tasse) nel mentre raddoppia il budget per la spesa militare (dall’1 al 2% del Pil). Dunque, chiunque sia al governo, il “programma” è già scritto.

In più, per chi pensa che in fondo Grasso sia un leader affidabile, anche se non prorio “di sinistra”, ci sembra sufficiente ricordare – tra le tante – questa sua sortita del “lontano” 2013: “Darei un premio speciale a Silvio Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia”. Allora Berlusconi ringraziò tramite il leghista Roberto Maroni, suo ex ministro dell’Interno: «Mi ha fatto molto piacere sentire le parole di Grasso, soprattutto perchè le misure di aggressione ai patrimoni mafiosi le avevo introdotte io». Vanterie a parte (che comunque danno l’idea di un mondo leghista tutt’altro che “antagonista” alle ipotesi di governo future), resta il fatto che anche Mdp figura tra i sicuri sostegni del prossimo “governo del presidente”.

Si può fare qualcosa contro questo esercito ignobile? Certamente sì, e il tentativo in corso di creare un rassemblement antagonista, di rottura completa con quel mondo, intorno alla parola d’ordine-programma #poterealpopolo, ha le potenzialità per diventare una variabile imprevista, su cui costruire nel medio termine la rappresentanza politica del nostro “blocco sociale”. Basta lasciare dove merita – nel cimitero dei morti viventi – la vecchia logica che ha governato la “sinistra” negli ultimi 25 anni.

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08/06/2016

Ballottaggi. Si delinea l’asse Renzi-Berlusconi

Come può sopravvivere Renzi alla prima sconfitta seria della sua non lunga carriera? Salvando le poltrone di sindaco ai candidati Pd di Torino, Roma, Milano e Bologna. Non ha molte alternative, del resto. Perdere una qualsiasi di queste città sarebbe un danno serio, per motivi anche diversi, ma egualmente rilevanti. Perderne più d’una sarebbe forse fatale, in vista del referendum.

La Capitale è pur sempre la Capitale, anche se la mafia in Campidoglio (in combutta con i fascisti e Massimo Carminati) e la defestrazione di Ignazio Marino sono episodi troppo grossi e recenti per poter essere bypassati. L’impresa è disperata ma va tentata con qualsiasi mezzo. Una rimonta “alla Valentino Rossi” potrebbe rilanciarlo come vincente, anche se la sconfitta di misura sarebbe in fondo quasi accettabile (ci penserebbe poi il governo a impedire ai Cinque stelle di fare alcunché, tagliando brutalmente le risorse e/o scatenando le clientele più “di mano”, in stile camionisti cileni).

Milano è partita complicata perché se la deve vedere con una delle poche roccaforti berlusconiane ancora in piedi, dove l’unità con la Lega regge (a fatica, ma regge). Può provare a recuperare una “sinistra” che più friabile e inconsistente non ce n’è, ma anche quei pochi voti non sono trasportabili con certezza nella cassaforte di Sala.

Torino non può esser presa per tante ragioni, a partire dal fatto che è la città della Fiat e Marchionne non vedrebbe di buon occhio l’aver sponsorizzato un perdente. Poi c’è anche Fassino, vecchio surfer sopravvissuto a ogni rottamazione, che può ammiccare a sinistra e a destra.

Bologna è la trincea simbolica, il bis della sconfitta con Guazzaloca (1999) metterebbe Renzi al livello impietoso dell’allora premier (Massimo D’Alema) e del segretario del Pds (“Uòlter” Veltroni).

Quattro partite da giocare a livello nazionale, ma senza dare ragione a chi dice che il voto del 5 giugno ha un significato politico solare. Servono dunque alleanze sotterranee, come quelle che a Roma hanno portato Giachetti dal sottoscala (10% o poco più) al ballottaggio. I palazzinari alla Marchini e Caltagirone, passando per Parnasi e tanti altri, si giocano tutte le speranze – prima di essere scalzati da concorrenti più potenti provenienti dagli Usa (Pallotta), Cina, Russia e sceicchi vari – sull’assegnazione a Roma delle Olimpiadi. Per riuscirci serve che i berlusconiani si mobilitino come un sol uomo a favore dell’ex segretario di Rutelli (una garanzia di sciagura, per Roma). Ma vanno bene anche gli ex vendoliani che devono difendere le poltrone (e ce ne sono, tra circoscrizioni e Regione), qualche “meloniano” con radici nel cemento palazzinaro, oltre agli immortali amici di Bertone e della connection curiale.

Una conferma indiretta arriva da alcuni retroscena sui quotidiani mainstream, oltre che dai movimenti visibili in alcuni quartieri romani e dalle inviperite frecciate di Giorgi Meloni, che ha pagato il tributo dei “marchiniani” al depresso Giachetti. Il Corriere della Sera, per esempio, lo scrive quasi esplicitamente:
Renzi però in questi giorni fa il segretario del Pd, ci sono le Amministrative. E da segretario del Pd ha detto che «c’è sempre Berlusconi». Difficile pensare a una semplice carineria, difficile arrivare a una clamorosa rappacificazione: ma un tentativo di captatio verso l’elettorato forzista può servire. Ci sono le Amministrative.
Altre mosse sarebbero meno rilevanti. Denis Verdini e i suoi, fuori del Senato o di Montecitorio, valgono l’uno virgola...

Poi c’è sempre un giro di propaganda all’ultimo secondo, come il «no tax day» del 16 giugno, in cui
il Pd per festeggiare l’abolizione dell’Imu e della Tasi. Ed è ovvio che un’iniziativa simile, a ridosso dai ballottaggi del 19 giugno, verrà utilizzata dal Partito democratico anche in chiave elettorale. Tanto più se, come pare, il premier in quell’occasione delineerà gli ulteriori tagli delle tasse che dovrebbero essere contenuti nella prossima legge di Stabilità. Un antipasto della politica fiscale che il governo ufficializzerà poi a ottobre.
Ma più si avvicina il ballottaggio, meno certe scadenze sembrano decisive. I voti di Arcore, invece, sono più importanti. Chissà se basteranno. Ma che non si sappia in giro troppo presto...

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05/01/2015

Un favore a Silvio? Renzi smentisce confermando

L'odor di truffa è stato talmente forte che persino il suo giornale personale, Repubblica, ha dovuto gridare allo scandalo. Leggendo e compulsando il linguaggio involuto dei decreti legge, infatti, gli esperti hanno scoperto nel decreto attuativo della delega fiscale la presenza di un articolo (il 19 bis) che - in appena quattro righe - prevede l'esclusione della punibilità "quando l'importo delle imposte sui redditi evase non è superiore al 3% del reddito imponibile dichiarato".

Inevitabilmente ci si è dovuti chiedere quale fosse mai l'identikit dei destinatari di una simile concessione. Forse i pensionati che sbagliano i calcoli su detrazioni e deduzioni nel 730? No, perché un errore su piccole cifre come queste supera quasi sempre il 3%  "del reddito imponibile dichiarato" (peraltro non occultabile, come può capitare agli imprenditori). Forse ai lavoratori precari e ai "licenziandi" della pubblica amministrazione? Nemmeno, per lo stesso motivo. Chi ha un reddito basso e sbaglia la dichiarazione va oltre quel limite con molta facilità.

Quindi la norma è stata pensata per quanti hanno redditi elevati o elevatissimi. Ma chi sarà mai quel riccastro che evade - e viene pure beccato - per un importo al di sotto del 3%? In Italia un solo nome balza subito alla mente (anche se gli evasori sono certamente molti di più e per importi spesso inauditi): Silvio Berlusconi. Proprio lui, infatti, ha subito una condanna definitiva, con il processo Mediaset, per evasione fiscale. La cifra evasa e accertata è stata del 2% inferiore al dovuto. Quindi - in linea teorica, perché la stratificazione legislativa in materia è infinita - il Caimano avrebbe potuto avvalersi di questo codicillo facendo cancellare la condanna "detentiva" (ormai quasi scontata, anche se in modalità da ridere) dal proprio certificato penale. Risultato? Avrebbe potuto ritornare giudiziariamente "vergine" e quindi "candidabile" alle prossime elezioni, perché con la condanna sarebbe sparita anche l'incandidabilità per cinque anni comminata in sentenza tra le "pene accessorie".

Preso in flagrante, Renzi ha reagito mediaticamente con un'arrampicata sugli specchi degna di Dynamo. Ha negato di saperne niente, non ha indicato un responsabile per l'introduzione del codicillo "ad personam" (non dovrebbe essere difficile individuarlo: chi ha steso il testo e lo ha controfirmato, da qualche parte, c'è scritto), e si è precipitato a dire che il testo sarà ridiscusso in un altro consiglio dei ministri.

Tutto a posto? Niente affatto. Nell'intervista che le tv Mediaset (!) gli hanno immediatamente fatto non ha affatto detto che la norma verrà cancellata. Anzi, ha promesso che verrà ripresentata dopo l'elezione del presidente della Repubblica. Per la precisione citiamo dall'Ansa: "Ci fermiamo, non c'è inciucio. Se qualcuno immagina che in questo provvedimento ci sia non si sa quale scambio, non c'è problema: ci fermiamo. La norma la rimanderemo in Parlamento soltanto dopo l'elezione del Quirinale, dopo che Berlusconi avrà completato il suo periodo a Cesano Boscone".

E' chiaro? Prima si elegge il nuovo presidente, insieme a Berlusconi, come previsto dal "patto del Nazareno" (anche se Renzi nega ne faccia parte, mentre i berlusconiani dicono di sì), e poi si manderà di nuovo il testo all'esame dell'aula. Nessuna cancellazione. Solo un rinvio. Il risultato vero - l'eliminazione della condanna e dunque la candidabilità di Berlusconi prima dei quattro anni residui di pena accessoria - sarà raggiunto comunque. Perché, evidentemente, fa parte integrante dello scambio che viene negato.

Sottolineiamo il fatto perché ci sembra un esempio clamoroso della tecnica retorica renziana, tutta incentrata sul generare nel pubblico l'impressione del "cambiamento" quando invece si restaurano poteri centenari. E' stato così anche con il jobs act - accuratamente ricoperto di chiacchiere sul "dare diritti a chi non li ha" - che ha eliminato quaranta anni di riconoscimento dei diritti dei lavoratori. La frasetta con cui sia Renzi sia i suoi ministri occultano sistematicamente il merito dei provvedimenti che prendono è stata ripetuta ossessivamente anche in questa occasione: "Il nostro Governo non fa norme ad personam, non fa norme contra personam. Fa norme che rispondono all'interesse di tutti i cittadini". Purché stiano al di sotto del 3%...

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13/09/2013

Il MontePaschi della "larghe intese"

Come funziona il rapporto tra finanza e politica? Bene, grazie. Certo, ci possono essere degli spiacevoli incidenti, ma basta sapersi destreggiare e il gioco - per un po' - riesce. Se si esagera, però, si finisce col sedere per terra.

A leggere i brogliacci delle intercettazioni dell'inchiesta su MontePaschi di Siena - che a noi naturalmente non sono mai stati consegnati - sembra che venga una leggera vertigine. Tutta la gente che vediamo insultarsi sanguinosamente nei talk show si ritrova invece cordiale e conviviale nelle anticamere di un amministratore delegato di una banca prestigiosa. Per il pubblico, specie "di sinistra" (almeno quella parte di bocca decisamente buona), è inconcepibile che Bersani e Santanché possano avere un qualsiasi rapporto. Ma attraverso Giuseppe Mussari ogni commistione impensabile diventava possibile. Resta naturalmente la domanda: soltanto attraverso MontePaschi o anche in tante altra anticamere? Domanda retorica, sia chiaro: abbiamo avuto come ministri Corrado Passera e Elsa Fornero (IntesaSanPaolo) e tanta altra gente che fa dentro e fuori da decine di consigli di amministrazione, bancari e no (Grilli, Siniscalco, ecc).

A voi il giudizio finale. Noi chiediamo il massimo della pena....

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dall'Huffington Post, che riprende La Stampa

Favori ai politici, di destra e di sinistra, attraverso cene e finanziamenti. È questo, come riporta la Stampa, il quadro che viene alla luce dalle telefonate di Giuseppe Mussari, ex presidente del Monte dei Paschi di Siena, intercettate nel 2010 nell'ambito dell'inchiesta sull'ampliamento dell'aeroporto senese di Ampugnano. Intercettazioni acquisite ora dai pubblici ministeri di Siena, Antonio Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso che indagano sull'acquisizione di Antonveneta e sulle altre operazioni finanziarie collegate, a rivelare quali e quanti favori e negoziati siano stati condotti a Rocca Salimbeni.

Per non dimenticare nessuno, in questi brogliacci si citano: Matteo Renzi, Massimo D’Alema, Romano Prodi, Giuliano Amato,Enrico Letta, Nicola Latorre, Pierluigi Bersani, Piero Fassino. Nomi di una squadra politicamente nota, quella del Pd a vario titolo. Poi ci sono le sorprese del Pdl: Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Daniela Santanché, Guido Crosetto.

Il neo giudice della Corte Costituzionale, Giuliano Amato, il 14 febbraio del 2010 parla con Mussari e gli chiede «se è vera la voce circa la sua candidatura all’Abi, in modo tale da fare qualcosa per sostenerlo». Mussari conferma l’indiscrezione. C’è un’altra conversazione registrata con Amato, il primo aprile di quell’anno. «Mi vergogno a chiedertelo - esordisce il professore Amato - ma per il nostro torneo ad Orbetello. È importante perché noi siamo ormai sull’uso... Che rimanga immutata la cifra della sponsorizzazione. Ciullini ha fatto sapere che insomma il Monte vorrebbe scendere da 150 a 125». Risponde Mussari: «Va bene. Ma la compensiamo in un altro modo». Amato: «Guarda un po’ se ci riesci. Sennò io non saprei come fare. Trova un gruppo». Mussari lo tranquillizza concludendo: «Lo trovo. Contaci».

Il 24 febbraio Piero Fassino chiama Mussari per sapere quando lo potrà incontrare a Roma. Ma il presidente Mps è per una settimana in ferie. «Ricontattami quando rientri per fissare un incontro. Così facciamo un po’ il punto totale».

Ecco invece i contatti con gli esponenti di centrodestra:

Il 17 marzo arriva la telefonata del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta: «E’ possibile concedere al Teatro Biondo di Palermo un extrafido di 1.5 milioni di euro garantito da finanziamenti assicurati dalla Regione e dal Comune». Mussari risponde che se ne occuperà «immediatamente». Il 25 marzo Daniela Santanché gli chiede di fissare un appuntamento a Roma per il suo socio, Giampaolo Angelucci del gruppo Tosinvest (che è già cliente Mps). Il presidente Mussari le risponde che la ricontatterà il prossimo lunedì. Anche l’allora sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, vuole incontrare il presidente Mps, e gli dà appuntamento per il martedì successivo in ufficio, al ministro della Difesa.

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09/09/2013

Pdl, al via il corso di “alta formazione” rivolto ai giovani. Violante in cattedra

“Berlusconismo attraverso le generazioni”, “giovani e centrodestra” e “il futuro del federalismo“. Sono alcuni degli appuntamenti previsti al corso di “alta formazione politica” rivolto ai giovani del Pdl, che si terrà dall’8 al 12 settembre presso il Grand Hotel Villa Tuscolana di Frascati. All’evento, organizzato dalla Fondazione Magna Carta che ha scelto per l’ottava edizione lo slogan “Vogliamo un paese per giovani”, parteciperanno anche il premier Enrico Letta e il ministro degli Interni Angelino Alfano. Non solo. A guidare uno degli incontri sarà Luciano Violante, responsabile riforme per il Partito democratico, tra i “saggi” nominati da Giorgio Napolitano.

I lavori saranno inaugurati dal presidente della Fondazione Magna Carta, Gaetano Quagliariello, che lascerà spazio a Renato Brunetta, capogruppo Pdl alla Camera, e ad Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate, per il primo appuntamento “La politica nella Rete”. Martedì il ministro per gli Affari regionali Graziano Del Rio sarà invece impegnato nella discussione “Vedo, pago, voto: il futuro del federalismo si chiama responsabilità”. Seguirà l’appuntamento “I giovani e il centrodestra: quando il moderato è rock”, dove parteciperanno Mariastella Gelmini, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, e la coordinatrice dei giovani Pdl Grazia Calabria.

Martedì sera sarà poi il turno del presidente Letta, che insieme ad Alfano discuterà sul futuro del Paese con un incontro dal titolo: “L’Italia e la svolta: si decolla o si cade?”. Ma il clou della “summer school” sarà mercoledì, quando è all’ordine del giorno il dibattito “Il Berlusconismo attraverso le generazioni”, che vedrà partecipare Mara Carfagna, Fabrizio Cicchitto, presidente della commissione Affari esteri e comunitari e Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato.

Infine, dulcis in fundo, alle 20.30 sarà l’ora dello spettacolo teatrale “Operazione Quercia. Mussolini a Campo Imperatore“, scritto e diretto da Pier Francesco Pingitore. Tra i partecipanti all’evento di tre giorni ci sono anche Dario Franceschini, Renato Schifani, Nunzia De Girolamo, ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture e dei trasporti e Enzo Moavero Milanesi, ministro per gli Affari europei.

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L'articolo si commenta da se... va comunque detto che sta gente è imbarazzante e sopravvive soltanto grazie al fuoco di sbarramento dei media a senso unico.

21/08/2013

Capolinea

L'esecutivo delle “larghe intese” potrebbe essere agli sgoccioli. A quanto pare le divinazioni sulla ripresa economica alle porte o le apocalittiche giaculatorie sui disastri che si abbatterebbero su una Italia di nuovo senza governo, non sembrano essere più argomenti convincenti. Almeno non lo sono per Berlusconi e il suo entourage che ha ben compreso la reciproca connessione tra il suo capolinea e quello del governo e viceversa. Tra le due il Cavaliere sembra intenzionato a giocare il tutto per tutto, o almeno a bleffare fino all'ultimo sulla inscindibilità della sua sorte con quella dell'esecutivo imposto da Napolitano.

Stando così le cose non sembrano esserci alternative fruibili alla caduta del governo Letta e alla convocazione di elezioni anticipate. Le due scadenze ravvicinate – la decisione sull'IMU e la riunione della Giunta del Senato sulla decadenza di Berlusconi da senatore – segneranno in qualche modo la conclusione di questa fase della politica istituzionale. Roba da strapparsi i capelli? Certamente no. Gli allarmi di Letta, Napolitano e PD sul diluvio dopo fine delle larghe intese sono nati e si sono rivelati come una ipoteca irricevibile. Anzi hanno confermato lo scenario di un paese commissariato dai poteri forti europei.

Su questo quadro agiscono però due variabili. La prima è il sospetto che dentro il PD e lo stesso PdL non siano tutti disponibili ad allinearsi. Nel primo come nel secondo ci sono settori che vorrebbero mantenere in vita il governo, salvacondottando Berlusconi nel primo caso, facendo a meno di Berlusconi nel secondo. Il fatto che la situazione sia nitida e ingarbugliata allo stesso tempo non concede troppe chance a chi vorrebbe il mondo in bianco e nero. La legge sulla decadenza dal mandato per i condannati esiste ed è stata votata sia dal Pd che dal Pdl durante il governo Monti. I tre gradi di giudizio per la condanna di Berlusconi dovrebbero essere un criterio erga homnes rispetto al quale soluzioni ad personam sarebbero inaccettabili. Ma l'applicazione della legge butta per aria il castello governativo voluto e costruito da Napolitano sotto l'input dei poteri forti europei. Una alternativa del diavolo dunque.

La seconda variabile sta nelle parole preoccupate di Letta sul rischio di conflitti sociali nel paese. Per loro è un rischio, per noi è un auspicio e un impegno, a cominciare dallo sciopero generale del 18 ottobre e della mobilitazione sociale del 19 ottobre. Il cloroformio dell'antiberlusconismo come diversivo speriamo che stia esaurendo i suoi effetti. Si tratta di rimettere al centro le emergenze sociali, la loro priorità e l'emersione di alternative di medio periodo e strategiche contro il perdurare della subalternità ai tic tac dello spread, al ricatto del capitale finanziario e ai diktat della Troika europea. L'autunno si avvicina. Auguriamoci ed impegniamoci affinché sia il capolinea per le mistificazioni con cui ci hanno avviluppato in questi venti anni.

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19/08/2013

Operazione “Salva Silvio”

Come quadrare il cerchio? Il problema si presenta in questi termini:

1. Napolitano deve a tutti i costi mantenere in piedi Letta – e con lui la legislatura – perché deve portare a termine la “riforma” della Costituzione, salvare il semestre italiano a capo della Ue e si deve portare a buon fine la svendita di Eni, Finmeccanica ecc., tutte operazioni che chiedono un anno e mezzo di tempo ancora.

2. Per mantenere in piedi Letta, Napolitano ha bisogno dei voti di Berlusconi; se il Pdl si ritira, non c’è maggioranza possibile, stante l’indisponibilità del M5s e si va a votare di nuovo.

3. Il Cavaliere, a sua volta, non ha alcuna voglia di scontare alcuna pena e, tantomeno, di decadere dal Parlamento, perché ha paura di essere veramente arrestato, una volta persa l’immunità, per i processi che ha ancora in corso (Bari, Napoli, Milano) e, soprattutto, non accetta l’incandidabilità, dunque condiziona la sopravvivenza del governo ad un colpo di spugna che lo rimetta in circolazione.

4. Ma la grazia (o anche la commutazione della pena detentiva in pecuniaria) vanno incontro a un sacco di obiezioni: una grazia a così breve distanza dalla condanna definitiva, suonerebbe come un abuso ed una prevaricazione nei confronti della magistratura. Poi non è stata mai concessa la grazia a qualcuno in pendenza di altri processi e, infatti, la cosa rischierebbe di essere vanificata nel giro di un anno, quando con la sentenza Ruby si profilasse una nuova condanna definitiva. Per di più, una nuova condanna avrebbe l’effetto slavina, azzerando il condono di tre anni prodotto dall’indulto. Poi arriverebbero (o, quantomeno, potrebbero arrivare) i processi di Bari e Napoli. E l’istituto della grazia a ripetizione, come un blocchetto di biglietti di tram, ancora non esiste.

5. Il perdurare dell’immunità parlamentare dipende solo in minima parte da Napolititano, che, con la grazia, potrebbe (forse) far decadere anche la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, ma non può far nulla per gli effetti della legge Severino e della normativa del 1957, che sono materie di competenza parlamentare.

6. Dunque, servirebbe che il Pd votasse contro l’uno e l’altro motivo di decadenza. Per la verità, sull’ineleggibilità ex l. 1957, il Pd fa il pesce in barile, ma sulla Cancellieri pare che non ci siano margini. Non tanto per questioni di carattere giuridico (delle quali altissimamente ce ne impipiamo) quanto perché, salvando il Cavaliere, il Pd perderebbe 1/3 dei suoi voti in tre ore.

Dunque, a prima vista, non ci sarebbe via d’uscita e la strada è obbligata. Ma è proprio sicuro che non si possa far nulla?
Calma e gesso.

P R O B L E M A

“Come salvare la capra di Napolitano, il cavolo di Silvio e il somaro del Pd, stanti le suaccennate premesse?”

SVOLGIMENTO

“Occorre fare una doverosa premessa: una soluzione al problema postoci all’interno delle classiche ed anguste regole dello Stato di Diritto non c’è e, pertanto, occorre farla sporca. Ma, per soddisfare l’esigenza di salvare il somaro (nonché per legittimare la capra), è indispensabile che la soluzione si presenti come legale e rispettosa della Costituzione. Occorre, dunque, varare una “Operazione Salva Silvio” le cui sequenze operative possono essere così denominate:

1. “Nebbia di guerra”.
2. “Quinto Fabio Massimo”
3. “Spacchettamento e diversione”
4. “Binario morto”
5. “Battaglia campale”
6. “Grazia finale”

Nella prima fase (“nebbia di guerra”) occorre persuadere l’opinione pubblica che, con viva e vibrante indignazione, si sta andando nella direzione della più rigorosa applicazione delle leggi e delle sentenze della magistratura (e Robbespierre e Pol Pot ci fanno un baffo a noi!). Nello stesso tempo, occorre calmare il Cavaliere facendogli intendere che stiamo facendo esattamente il contrario.
Ottenuto l’effetto voluto, occorre temporeggiare (fase “Quinto Fabio Massimo”), perché abbiamo bisogno di raffreddare i bollori dell’opinione pubblica, stancandola con una melina di mesi e mesi, ed abbiamo bisogno di vedere come si mettono gli altri processi, anche perché non si può spendere l’arma della grazia al primo colpo. Nel caso di altre condanne, si fa una grazia cumulativa. Ma sarebbe preferibile evitare del tutto altre condanne o con assoluzioni dubitative o facendo arenare le inchieste (fase 4). Contestualmente alla fase di temporeggiamento, occorre procedere allo “spacchettamento e diversione” separando per quanto possibile le vertenze giudiziarie dalle grane parlamentari:

a. la decadenza ed incandidabilità ex Cancellieri si può rimandare di un bel po’, se la Commissione pone al Consiglio di Stato il quesito sull’interpretazione autentica della legge (e se non lo fa la Commissione può farlo il governo) e, in attesa della risposta, naturalmente, il giudizio resta sospeso. E’ anche possibile che il Parlamento sottoponga la questione alla Corte Costituzionale, dato che una legge che tocca l’elettorato passivo e lo stesso diritto d’Assemblea non può prescindere da un voto del Parlamento stesso.

b. La decadenza per conflitto di interesse si può accantonare con il pretesto che le altre procedure hanno la precedenza e la riassorbono (è una balla e le cose non c’entrano nulla, ma può essere spacciata credibilmente).

c. La decadenza per effetto dell’interdizione dei pubblici uffici può diventare operativa solo dopo che la corte d’Appello di Milano ne ricalcoli la durata dopo il verdetto della Cassazione che la obbliga a farlo. Il che, a far presto, significa febbraio, ma, con un po’ di buona volontà e qualche trucco, ce la tiriamo sino a giugno.
Nella denegata ipotesi che le manovre dilatorie non abbiano successo ed occorra andare in aula a votare per la decadenza, è opportuno fare due calcoli: il Senato è composto da 315 senatori eletti più due a vita (Monti e Ciampi), maggioranza a 159 voti; considerato che tutto il centro destra e Scelta Civica si pronuncerebbero contro, siamo a 137 contrari, per arrivare a 159 servono 18 voti. In primo luogo qualche assente per “sindrome non divisiva” (un morbo particolare manifestatosi di recente, che colpisce solo al centro sinistra) o per “missione “ (i sottosegretari spesso lo sono) rosicchia già i margini. Poi occorre ricordare che si vota a scrutinio segreto e qualche Razzi o Scilipoti si trova sempre (bisogna informarsi delle attuali quotazioni pro capite dei senatori) e, alla fin fine, anche Letta ed Epifani, (pur condannando sempre con viva e vibrante indignazione, l’insano gesto), potrebbero cooperare alla bisogna. Servirebbe anche a tenere a bagnomaria Renzi. Ce la si può fare.

Passiamo all’aspetto penale: l’unica grana per ora è l’esecutività della sentenza Mediaset: ma, il Cavaliere ha tempo sino al 15 ottobre per presentare domanda di affidamento in prova ai servizi sociali, nel qual caso l’Autorità giudiziaria deve decidere sull’accoglimento: se va bene sei mesi per l’iscrizione a ruolo, poi con qualche opportuno incidente procedurale (che si intende per “effetti penali”? Chiediamolo alla Cassazione…) ce la tiriamo sino a giugno senza troppo sforzo. Le altre inchieste possiamo cercare di portarle sul “binario morto” con la comparsa improvvisa di nuovi testimoni, video, foto, verbali e quel che serve a chiedere un supplemento istruttorio… Poi si vede cosa si può fare per screditare i magistrati che indagano, magari per farli trasferire approfittando di ogni minimo errore…

Poi a giugno viene la “battaglia campale” su sue fronti: candidatura del Cavaliere alle Europee (anche per questo è necessario preservargli la candidabilità sino all’epoca) e referendum radicali sulla giustizia (che, a questa luce, si capiscono meglio). Se “Silvio” è eletto, poniamo con 5 o 6 milioni di preferenze o anche più, ottiene due effetti: in primo luogo, investe il Parlamento europeo della sua questione (non è detto che quella assemblea gli sia più favorevole, ma la cosa è senza precedenti ed allunga il brodo di mesi e mesi ancora). In secondo luogo, si presenta come chi ha avuto il lavacro delle urne: milioni e milioni di cittadini lo “assolvono dall’iniqua condanna” ecc. ecc.

Se poi questo si combinasse con una vittoria radicale nei referendum, che sarebbero vissuti come la “battaglia finale” fra il Cavaliere e la torbida Magistratura, sarebbe tombola. E voi neghereste la doverosa grazia ad uno che vince in campo aperto due scontri del genere?

Post scriptum:
il piano può riuscire solo alle seguenti condizioni:
A- che il Cavaliere non faccia il matto e non provochi prima elezioni anticipate, magari non fidandosi delle promesse fattegli;
B- che gli Italiani ci abbocchino come hanno fatto altre volte.

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24/06/2013

Processo Ruby. Berlusconi condannato a sette anni e interdizione perpetua dai pubblici uffici

In diretta mondovisione, in pratica. La condanna era attesa persino dall'imputato, ma ora che c'è diventa un fatto politico di prima grandezza in un cortile politico che non deve più decidere autonomamente nulla.

Dei due reati contestatigli dal Tribunale di Milano, uno ha attirato fina dal primo momento le telecamere e la curiosità popolare: quello di "sfruttamento della prostituzione minorile", visto che all'epoca dei fatti Ruby (al secolo Karima el Mahroug)era minorenne. Il contorno scollacciato a suon di bunga bunga e olgettine ha fatto la fortuna dei media per un paio di anni, roba da creare una tossicodipendenza da cui sarà difficile riprendersi.
Quello più grave, sul piano istituzionale, è però quello di concussione, ossia l'aver esercitato pressione sui funzionari della questura di Milano affinché lasciassero andare Ruby "affidandola" a Nicole Minetti (all'epoca consigliere regionale...) anziché farla portare in una comunità di recupero
per minorenni. E' il reato che si trascina dietro la condanna all'interdizione perpetua dai pubblici uffici. E diventa ancora più esplosivo nel giorno in cui tutto il governo, ossia anche il Pdl di Berlusconi, invita Josefa Idem - ministro delle pari opportunità ed ex campionessa di canoa - alle dimissioni per non aver pagato l'Ici sulla sua casa palestra.
Come si fa a giustificare che chi non paga l'Ici (ora Imu) si deve dimettere mentre chi, fra l'altro, ha piegato il funzionamento di organi dello Stato - come la Questura - ai propri interessi personali più inconfessabili?

Da sottolineare come la condanna sia anche più alta (sette anni) rispetto alle richieste dell'accusa (è stata infatti riconosciuta anche una "concussione per costrizione", che è penalmente più rilevante rispetto alla concussione semplice). Decisiva, sul piano dello sviluppo giudiziario futuro (questo è solo il primo grado) anche il sequestro dei beni "regalati" da Berlusconi alla giovane ragazza, e che chiaramente non potevano risultare frutto del suo lavoro ma solo come "compenso" da parte dell'"utilizzatore finale" affinché desse una falsa testimonianza.

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Direi che posso chiudere qui la giornata di corrispondenze.
Ora non resta che attendere il conseguente terremoto istituzionale (e probabilmente economico-finanziario) che seguirà questa sentenza che è candidata a fare implodere il trasversalismo politico che ha infangato il Parlamento ma che tanto piace a Napolitano e alla classe dirigente di Bruxelles.

26/05/2013

Pd e Pdl, da Penati a Tarantini ecco il super inciucio di affari e favori

Sono i silenzi che colpiscono. Il 2013 si è aperto con una campagna elettorale preceduta e accompagnata da una raffica di scandali. Mentre più di un osservatore si spingeva a valutare la nuova stagione del malaffare ancora più grave di quella di Tangentopoli (1992-1994), l’argomento è stato cancellato dal dibattito politico tra le forze nominalmente contrapposte che si sono poi riunite sotto la cupola del governo Letta. E anche dopo le elezioni si è visto il Pd inchinarsi disciplinatamente all’elezione del pluriindagato Roberto Formigoni alla presidenza della commissione agricoltura del Senato. E del resto, se nei lunghi mesi di agonia della giunta regionale lombarda distrutta dagli scandali l’opposizione di centrosinistra non ha mai affondato il colpo, come dimenticare che da parte sua il centrodestra nordista ha sempre accompagnato con signorile distacco le disavventure giudiziarie dell’ex presidente della Provincia di Milano Filippo Penati? Distrazioni, afasie, minimizzazioni e garantismi pelosi trovano un comune punto di caduta. Nelle grandi storie (giudiziarie e non) all’incrocio tra politica e affari i big di Pd e Pdl si ritrovano sempre fianco a fianco. Che sia complicità o semplice buon vicinato, l’effetto non cambia: tutti sanno tutto di tutti e cane non morde cane.

I PATTI D’ACCIAIO SU TARANTO INQUINATA. Anche gli ultimi eclatanti sviluppi dell’inchiesta di Taranto sul gruppo Riva-Ilva sono caduti nel silenzio. Nessun esponente politico della larga maggioranza di governo sembra avere niente da dire. Guardiamo l’antefatto. Emilio Riva, 86 anni, è antico e buon amico di Silvio Berlusconi. Nel 1994 è il primo governo del centrodestra, nei suoi soli sette mesi di vita, a spianargli la strada verso la conquista dell’Ilva di Taranto, la più grande acciaieria europea svenduta dall’Iri per 1649 miliardi di lire, meno degli utili del primo anno di gestione Riva (oltre 1800 miliardi). Ai Riva piace Forza Italia, che finanziano negli anni 2003-2004 con 330 mila euro. Anche Pier Luigi Bersani piace ai siderurgici: nel 2004 la Federacciai (la Confindustria del settore) lo finanzia con 20mila euro, nel 2006, alla vigilia della sua seconda incoronazione a ministro dell’Industria, gli dà altri 50mila euro. Nel 2008 la Federacciai versa a Bersani altri 40mila euro. Nella campagna elettorale del 2006 sono scesi in campo anche i Riva: mano al portafoglio e 98mila euro per Bersani. Due anni dopo, quando Berlusconi invoca i “patrioti” per salvare l’Alitalia, Riva risponde prontamente, e investe 120 milioni nella nuova Cai di Roberto Colaninno. Dai loro luoghi di detenzione più o meno domicialiari Riva e i suoi figli si sono sbracciati in questi mesi a minacciare querele a chiunque insinuasse che in cambio della partecipazione al salvataggio dell’Alitalia “italiana” l’Ilva abbia ottenuto un occhio benevolo del ministero dell’Ambiente retto da Stefania Prestigiacomo (2008-2001) per l’Autorizzazione integrata ambientale che le ha permesso di inquinare spensieratamente fino all’estate del 2012.

Buoni rapporti a destra, buoni rapporti a sinistra, un modo tutto sommato classico di vivere bene in Italia. Quando l’emergenza ambientale comincia a farsi veramente calda, a luglio del 2012, Riva cede la presidenza dell’Ilva di Taranto al prefetto Bruno Ferrante, già candidato del centrosinistra a sindaco di Milano nel 2006. Quando il deputato ambientalista del Pd Roberto Della Seta dà fastidio con la sua attività parlamentare, Riva scrive una lettera a Bersani per chiedergli un intervento. Bersani non se ne dà per inteso, ma è un fatto che alle elezioni dello scorso febbraio nelle liste del Pd non si è trovato posto per Della Seta. Nel frattempo l’inchiesta giudiziaria rivela che il deputato Pd di Taranto Ludovico Vico discuteva al telefono con il capo delle relazioni esterne dell’Ilva, Girolamo Archinà, poi arrestato, come “far buttare il sangue” a Della Seta. In tanta armonia l’unico disturbo è la magistratura, che certe volte non rinuncia a fare il suo dovere. Toghe rosse? Il primo politico arrestato per il caso Ilva è stato, a novembre scorso, l’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva, del Pd. Il 15 maggio scorso è stato arrestato nuovamente insieme al presidente della Provincia di Taranto, un altro Pd, Gianni Florido. Quest’ultimo ha alle spalle una vita da dirigente sindacale della Cisl di Taranto, iniziata proprio dal settore metalmeccanico. Partiti di destra, di centro, di sinistra, sindacati. Tutti dentro fino al collo, per questo nessuno fiata.

DALLE COOP A PONZELLINI, TUTTI I TIFOSI DI SESTOGRAD. Luca Ronconi scelse Sesto San Giovanni per mettere in scena lo spettacolo “Il silenzio dei comunisti”. Mai location fu più azzeccata. Su quanto accaduto nell’ex Stalingrado d’Italia, travolta dallo scandalo del compagno Filippo Penati, non una voce s’è alzata. Da sinistra. Ma neanche da destra. Solo la classica “fiducia nella magistratura”. Le maglie dell’inchiesta ribattezzata “sistema Sesto”, del resto, hanno avvolto tutti. I filoni sono diversi. Come i livelli di coinvolgimento. Nel processo a carico dell’ex capo della segreteria politica di Bersani, oltre all’acquisto delle quote dell’autostrada Milano-Serravalle, ci sono le presunte tangenti per l’acquisto dell’area Falck e il finanziamento illecito attraverso la sua fondazione Fare Metropoli. Nella prima si va dalle coop rosse agli uomini di Berlusconi. Uno in particolare: Mario Resca, ex direttore generale del ministero dei Beni culturali ai tempi di Sandro Bondi, consigliere dell’Eni, designato dal governo guidato dall’amico Silvio, e della Mondadori del gruppo Fininvest. Resca compra anche una quota del 5 per cento della holding che possiede la Sesto Immobiliare, di cui è vicepresidente. La società guidata da Davide Bizzi nel 2010 compra i terreni al centro dell’inchiesta penale sulle mazzette a Penati, e affida a Massimo Cavrini i poteri per “la gestione di tutti i rapporti con l’amministrazione” comunale.

Cavrini è un manager coop. Lavora per il Consorzio cooperative costruttori di Bologna, una delle aziende più importanti della Legacoop. A sinistra dunque le coop, a destra la copertura è assicurata da Berlusconi. Quando nel luglio 2011 i giornali resero nota l’indagine a carico di Penati, l’ex sindaco di Sesto e presidente della Provincia di Milano era seduto comodo nel Consiglio regionale della Lombardia e furono pochi “ribelli” del Pd a chiederne le dimissioni. Il Pdl gli dimostrò piena solidarietà. Del resto, il “leghista di sinistra”, era simpatico a molti. Tanto da sfiorare la vittoria sul Celeste Formigoni, superandolo nei risultati a Milano. Pochi mesi dopo il Fatto rese nota l’esistenza della fondazione Fare Metropoli, creata da Penati per finanziare le sue campagne elettorali e foraggiata da amici noti di sinistra e altri, insospettabilmente interessati al successo politico di Penati, di destra. Come Massimo Ponzellini, indagato per finanziamento illecito.

L’ex presidente della Banca Popolare di Milano, poi arrestato, con una mano dava all’ex sindaco di Sesto e con l’altra aiutava, sempre attraverso la banca, gli amici del Pdl, da Ignazio La Russa a Daniela Santanchè, da Paolo Berlusconi a Michela Vittoria Brambilla. Oltre a Ponzellini, Fare Metropoli poteva contare su un altro banchiere: Enrico Corali, alla guida della Banca di Legnano e membro del cda di Expo 2015 come rappresentante della Provincia di Milano. Infine gli amici di sempre: Renato Sarno, Enrico Intini e Roberto De Santis. Il primo è l’architetto indicato da Piero Di Caterina come il “collettore e gestore degli affari di Penati” nonché potente funzionario in Serravalle. Intini, indagato a Bari per turbativa d’asta, è azionista di maggioranza della Milano Pace. Infine De Santis, anche lui nel mirino dei pm per gli appalti nella sanità pugliese. I tre investono a Sesto 100 milioni di euro in un progetto immobiliare. E non dimenticano di finanziare Fare Metropoli.

SPARTIZIONE ALLA SENESE DI UNA BANCA IN COMUNE. Un consigliere d’amministrazione in Monte dei Paschi a te e due a me. Ma ti garantisco anche la conferma della presidenza di Antonveneta e altri incarichi. Denis Verdini e Franco Ceccuzzi l’accordo di spartizione di poltrone e incarichi nella Siena che viveva attorno a Rocca Salimbeni lo hanno messo proprio per scritto. Due paginette dettagliatissime che illustrano con sconcertante precisione la divisione tra Pd e Pdl redatto il 12 novembre 2008. Tutto ciò che è scritto in quelle due pagine si è poi avverato nei mesi successivi con assoluta precisione. Il documento, pubblicato dal Fatto il 16 febbraio scorso, è stato smentito dai diretti interessati. Ceccuzzi, ex deputato e primo cittadino di Siena, ha vinto le primarie del centrosinistra, ma è stato costretto a rinunciare alla corsa a sindaco dalle polemiche che lo hanno travolto a seguito dell’inchiesta partita sull’acquisto di Antonveneta.

E per il papello che oltre a spartire poltrone con il Pdl sigla un “patto di non belligeranza” tra i due partiti. Quindi incarichi nella banca e nella fondazione Mps ma anche nei consorzi , nelle municipalizzate, nella società della gestione delle terme di Chianciano e l’accordo politico: “L’onorevole Verdini si impegna in vista delle elezioni amministrative 2009 a ricercare una candidatura del Pdl per la presidenza della provincia di Siena che non tenti di sconvolgere gli attuali equilibri e a presentare liste del Pdl nei Comuni rifuggendo da qualsiasi accordo destabilizzante con le liste civiche”. Non che nell’anno 2013, a pochi mesi dallo scandalo che ha travolto l’istituto di credito, la situazione cambi. Al voto di domani si presentano liste civiche che ospitano insieme esponenti sia del centrosinistra sia del centrodestra. In terra di Siena ha messo radici il romanissimo “volemose bene”.

Del resto basta guardare a chi la Fondazione, che controlla la banca e i cui vertici sono nominati dalla politica cittadina, ha elargito a piene mani milioni di euro nel corso degli anni. Dalla fondazione Ravello, oggi presieduta dall’attuale capogruppo del Pdl, Renato Brunetta, alla Giuseppe Di Vittorio della Cgil. Dai circoli Arci alla fondazione Craxi, fondata e presieduta da Stefania Craxi. Dai bonifici per l’ex senatore del Pdl, ora candidato sindaco a Pisa e storico braccio destro dell’ex ministro Altero Matteoli, Franco Mugnai (legale nel caso Ampugnano). Ma non solo Toscana e Roma. I fondi arrivano anche a Lecce: arcidiocesi (120 mila euro), varie onlus e 50 mila euro alla provincia. Guidata da Antonio Maria Gabellone, ex Dc oggi Pdl, legato a Vincenzo De Bustis e, in particolare a Lorenzo Gorgoni, membro del cda di Mps. Ma è anche terra politica di MassimoD’Alema e della Banca 121 acquistata da Rocca Salimbeni. I versamenti sono compresi tra i diecimila euro e i due milioni, che vanno alla fondazione Ravello, per un importo complessivo che sfiora il miliardo. Finita l’era di Giuseppe Mussari, scoperta la banda del 5% guidata da Gianluca Baldassarri e gli artifici compiuti sui bilanci, la pioggia di denaro è finita. L’ente che controlla la banca senese ha chiuso il 2012 con un disavanzo notevole: 193,7 milioni di euro. Mps? Ha chiuso il bilancio con 3,1 miliardi di perdite.

TUTTI PAZZI PER GIANPI E PER LE SUE BELLE AMICHE. “Ricordati che io a vent’anni andavo in barca con D’Alema e a trenta dormivo da Berlusconi”. Così Gianpi Tarantini si vantava con il sodale Valter Lavitola. Millanterie che però mostrano l’importanza dei legami trasversali per il malaffare del terzo millennio. Certo è che alcune delle donne presentate a Berlusconi nell’estate 2009 per ingraziarsi l’allora premier furono poi presentata anche a un esponente del Pd, Sandro Frisullo, ex braccio destro di Nichi Vendola in Regione Puglia, condannato a due anni e otto mesi per reati vari. La “bicamerale del piacere” organizzata da Tarantini è poca cosa rispetto alla “bicamerale degli affari” che stava mettendo su, sfruttando da un lato il debole di Berlusconi per le donne, dall’altro il fiuto di alcuni dalemiani per il business. L’obiettivo: gli affari con la Protezione Civile. Si attornia di imprenditori in buoni rapporti con D’Alema, come Enrico Intini, e per raggiungere l’uomo decisivo per le sue mire – Guido Bertolaso, all’epoca capo della Protezione Civile – fa leva su Berlusconi.

Alle spalle di Tarantini c’era già una storia di affari trasversali nella sanità pugliese. Un sodalizio con l’assessore alla Sanità Alberto Tedesco (Pd) diventato poi rivalità acuta, mentre l’esponente dalemiano finirà nei guai per i suoi affari sanitari: prima salvato con un seggio al Senato, poi finito agli arresti. Gianpi si muove con scioltezza su tutto lo scacchiere politico. Celebre la cena organizzata nel 2007 a Bari da Gianpi in collaborazione con l’amico di D’Alema Roberto De Santis, con un scelto gruppo di medici e dirigenti sanitari. Ospite d’onore proprio D’Alema. Tedesco, già in rotta con l’amico di Berlusconi, si sfoga al telefono: “Sta cosa l’ha organizzata, mi ha richiamato adesso adesso il vice segretario regionale del Pd tale Michele Mazzarano, sta cosa l’ha organizzata De Santis con Tarantini (…) Allora voi volete avere i rapporti, che cazzo volete avere con i Tarantini, li abbiate, abbiateli pure a me non me ne fotte niente”. Racconterà poi il sindaco di Bari Michele Emiliano: “D’Alema arrivò verso le 11. Rimase 10 minuti, non di più, il tempo dei saluti. Poi scappammo via: non si poteva essere commensali di quel signore”.

E Tarantini insiste con Berlusconi. Vuole entrare nella partita grandi opere utilizzando la società di Intini, che pochi mesi prima lo premia con un contratto da promoter, per 150mila euro. Quando il premier si dimostra disponibile a presentargli Bertolaso, secondo la Guardia di finanza, Gianpi lo tempesta di telefonate per “coinvolgerlo in nuove serate, in compagnia di giovani e disponibili donne”: “Stasera è a Roma? Vogliamo organizzare una cena? Volevo presentarle, un’amica mulatta, fantastica”. I pm chiedono a Gianpi: “Ma prima di fargli questa proposta, con Intini aveva parlato?”. “Certo!”, risponde lui: “Intini sapeva che frequentavo Berlusconi”.

di Antonio Massari, Giorgio Meletti e Davide Vecchi

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15/05/2013

Le orge di Arcore dell'alleato del PD

Gradimir Smudja è un virtuoso del fumetto serbo, residente in Italia, che ci risulta essere anche un'ottima forchetta. E' autore di una serie di raccolte dedicate alle vicende di donne di bordello nella Parigi di Tolouse Lautrec. La prostituzione in Smudja è un pretesto per suggerire un passaggio d'epoca. Quello tra '800 e '900 in una metropoli, per quanto nell'ottocento già rappresentata come spavento e ignoto, leggibile ancora con categorie e figure romantiche ma preludio ad una in cui il concetto di città si faceva sempre più complesso, inquieto ed inafferrabile.

C'è oggi da chiedersi quale passaggio d'epoca sia rappresentato dalla prostituzione di Arcore, sfruttata persino in forma orgiastica, i cui effetti politici chiamano il Pd a sostegno dell'artefice ed utilizzatore finale di un simile commedia umana. Sicuramente quello in cui i due partiti principali, precedentemente alternativi ma funzionali al neoliberismo italiano dell'ultimo ventennio, sono costretti a trovare una più stretta convivenza politica. In nome di una governance europea che produce disastri e i cui effetti accompagneranno il paese ancora per diversi lustri.

Le orge di Arcore, che si sostiene essere frutto del tardo berlusconismo, accompagnano così storicamente il passaggio dalla sola responsabilità Pdl, nel sostegno alla governance europea, a quella in cui il Pd assume il pieno peso politico dell'alleanza con il centrodestra in questo genere di appoggio. Ruby, Nicole Minetti, Maristelle Polanco e la loro sistemazione giudiziaria, e nel dibattito politico, sono il carico di responsabilità, verso il paese, assunto dal Pd in nome della governabilità e del senso di responsabilità (verso la posizione processuale di Lele Mora, evidentemente).

In questo gravoso compito di governo sono scomparse velocemente le figuranti, le donne di centrosinistra che hanno inscenato, un paio di anni fa, la protesta più blanda possibile contro i comportamenti del reuccio di Arcore. Protesta blanda perché, con l'Olgettina, non ci si poteva giocare un alleato che sarebbe tornato utile in vista di possibili larghe intese. Sembrano le cronache del demenziale eppure è quanto è accaduto. Cesare Damiano, uno a cui sfugge il senso del patetico abbondantemente presente in sé stesso e nel suo partito, ha affermato che bisogna separare le vicende giudiziarie di Berlusconi da quelle del governo. Come se i reati di concussione, di corruzione, fondi neri e induzione alla prostituzione, da parte di uomo che aspira a mantenere il controllo del paese, fossero questioni personali quanto una multa per divieto di sosta o un conguaglio Iva. Del resto, come segretario aggiunto della Fiom, Cesare Damiano si è abituato a svendere lavoratori figuriamoci se oggi si impressione di fronte ad un affare di prostituzione di uno strategico alleato.

L'accordo tra Pd e Pdl, sul quale si regge instabilmente il governo Letta, non ha niente del profilo politico. Difficile, a parte l'esigenza di aspirare risorse da parte dell'Ue e delle banche, un qualche tentativo di legittimazione di questo governo che non affondi in un profondamente vertiginoso senso del ridicolo.
E per chiudere il cerchio della vergogna ecco scendere in campo uno dei principi delle svendite, di diritti e di salario, oggi segretario del Pd: Guglielmo Epifani.

Nel discorso informe di investitura, nel quale non è riuscito a nominare una sola volta la parola "Pdl" e quella "Berlusconi, retto solo con effetti orwelliani, Guglielmo Epifani in cerca di qualche consenso si è messo a parlare di femminicidio. Evidentemente pensa ad un elettorato in piena dissociazione mentale dove si ascoltano discorsi aulici sul femminicidio mentre si sta al governo con il più famoso organizzatore di ammucchiate, a quanto pare a pagamento e con minori, dell'intero pianeta.
E questo mentre la presidente della camera censura la contestazione "sessista" nei  confronti delle deputate Pdl a Brescia tacendo che, nelle stesse ore, di sessismo nel comportamento dell'ex presidente del consiglio vi si trova corposa e monumentale materia di studio e persino con inedite sfumature.

Ma che importa, l'accordo politico a protezione delle orge di Arcore veglia sul patto di stabilità, sull'Europa e sul rigore. In una maniera così sinistra che difficilmente un Tolouse Lautrec potrebbe addolcire questo passaggio storico nella sua rappresentazione.

redazione 13 maggio 2013

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09/05/2013

Sulla spartizione l'inciucio "tiene"

Mentre la polizia del neoministro dell'interno, il berlusconianissimo Angelino Alfano, carica gli studenti insieme a dei noti fascisti-camorristi, in Parlamento si spartiscono bonariamente le poltrone.


L'unico neo è la mancata elezione di Francesco Nitto Palma - ex ministro della giustizia con Berlusconi e uno dei meno brillanti pm "antiterrorismo" negli anno '80 - che alcuni piddini devono aver trovato più indigeribile di un Cicchitto; oppure, semplicemente, inadatto a ricoprire il ruolo di presidente della commissione giustizia.

Per tutte le altre commissioni - tranne le due bicamerali, Copasir e Comunicazioni, per cui si sta ancora discutendo - le "caselle" sono state tutte occupate. L'elenco è chiarificatore di per sé:

CAMERA
- commissione Affari costituzionali: Francesco Paolo Sisto (Pdl)
- commissione Giustizia: Donatella Ferranti (Pd)
- commissione Esteri: Fabrizio Cicchitto (Pdl)
- commissione Difesa: Elio Vito (Pdl)
- commissione Bilancio: Francesco Boccia (Pd)
- commissione Finanze: Daniele Capezzone (Pdl)
- commissione Cultura: Giancarlo Galan (Pdl)
- commissione Ambiente: Ermete Realacci (Pd)
- commissione Trasporti: Michele Meta (Pd)
- commissione Attività produttive: Guglielmo Epifani (Pd)
- commissione Lavoro: Cesare Damiano (Pd)
- commissione Affari sociali: Pier Paolo Vargiu (Scelta civica)
- commissione Agricoltura: Luca Sani (Pd)
- commissione Politiche Ue: Michele Bordo (Pd)
- giunta per le elezioni: Giuseppe D'Ambrosio (M5s)
- giunta per le autorizzazioni: Ignazio La Russa (Fdi)

SENATO
- commissione Affari costituzionali: Anna Finocchiaro (Pd)
- commissione Giustizia: ancora da eleggere
- commissione Esteri: Pier Ferdinando Casini (Sc)
- commissione Difesa: Nicola Latorre (Pd)
- commissione Bilancio: Antonio Azzollini (Pdl)
- commissione Finanze: Mauro Marino (Pd)
- commissione Cultura: Andrea Marcucci (Pd)
- commissione Lavori Pubblici: Altero Matteoli (Pdl)
- commissione Agricoltura: Roberto Formigoni (Pdl)
- commissione Industria: Massimo Mucchetti (Pd)
- commissione Lavoro: Maurizio Sacconi (Pdl)
- commissione Sanità: Emilia De Biasi (Pd)
- commissione Ambiente: Giuseppe Marinello (Pdl)
- commissione Politiche Ue: ancora da eleggere
- giunta per le elezioni e le autorizzazioni: ancora da eleggere

COPASIR: ancora da eleggere
VIGILANZA RAI: ancora da eleggere

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01/05/2013

Palazzo Chigi boom boom

Il vero boom boom di Palazzo Chigi di ieri non è rappresentato dagli spari che hanno ferito due carabinieri, di cui uno gravemente, nella mattinata di ieri. Ma dal fragore delle stupidaggini che sono state sparate dal mainstream televisivo e giornalistico a partire dal momento in cui si è sparsa la notizia sugli spari nel piazzale antistante Palazzo Chigi. E sì che lo squilibrio delle forze in campo era praticamente titanico: da una parte una persona che aveva perso il lavoro e la fiducia nella vita, dall'altra il coro dei media e degli eletti "responsabili e pervasi dal senso delle istituzioni".

A sparare per primo, immancabile, è stato il sindaco di Roma Alemanno. Pronto a indicare il mandante nel movimento di Grillo. Stiamo parlando del M5S che, il giorno dopo l'elezione di Napolitano, ha frenato visibilmente un corteo trasformandolo in una passeggiata per il timore di essere indicato come "violento".  E' evidente che si cerca qualsiasi pretesto per delegittimare ogni tipo di opposizione frantumando ogni limite del ridicolo. Repubblica riporta solerte una dichiarazione corale dei neoministri sulla vicenda: "non ci faremo intimidire". Mostrare i muscoli contro un ex muratore disoccupato deve sembrare una cosa seria. Non mancano le ricerche dei cattivi maestri, lessico anni '70 ripescato istantaneamente: in assenza di qualche new entry della guerriglia si è indicato i soliti Grillo e Travaglio.

Nel coro media-istituzioni poco polifonico, a parte qualche eccezione fiduciosa nell'impossibile (che le istituzioni facciano qualcosa per la crisi), il dramma della società italiana si diluisce fino a scomparire velocemente. Tra lanci di agenzia sul "pazzo isolato" e dichiarazioni sui mandanti il collasso di gran parte della società italiana non c'è più. A noi viene da mettere in parallelo la stessa mattina di due persone molto differenti.
Quella di Luigi Preiti, lo sparatore e quella di Dario Franceschini, uno dei ministri che ha giurato a Palazzo Chigi. Il primo oltre a perdere lavoro e famiglia non ha mai nemmeno azzeccato la combinazione giusta al videopoker. Il secondo, dopo aver giurato sulla costituzione come segretario del Pd, rappresentando l'opposizione costituzionale a Berlusconi, ha azzeccato la combinazione politica giusta e si è infilato al governo con Alfano. Il primo la sera precedente si è infilato in un albergo a due stelle, presumibilmente tiratissimo, per arrivare a bersaglio in tempo. Il secondo alla vigilia si è tirato a lucido per una cerimonia dove passava all'incasso della liquidazione di una linea politica ("mai con Berlusconi") ribadita fino a pochissimi giorni prima.
Rimane solo da chiedersi chi, tra Preiti e un Franceschini, la spari più grossa e più pericolosa.

redazione

29 aprile 2012

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25/04/2013

Enrico Letta, Angela Merkel e il miracolo

All'interno della già corposa collezione di citazioni attribuite ad Enrico Letta, tutte rigorosamente inclini alla simpatia verso Berlusconi, si fa preferire quella di genere involontario. Ci riferiamo al pizzino il cui contenuto era stato identificato dallo zoom di un fotografo a Montecitorio durante il dibattito sulla fiducia al governo Monti. Il pizzino, composto con mano autografa del nipote di Enrico Letta, definiva la nascita del governo Monti “un miracolo” che andava saputo preservare dalle asprezze della battaglia parlamentare. Pochi giorni dopo, con la prima manovra Monti, abbiamo tutti potuto apprezzare la rivelazione contenuta nel miracolo: legge sui licenziamenti facili, centinaia di migliaia di persone senza né pensione né lavoro, l'Imu, l'aumento dell'Iva e tagli feroci a qualsiasi servizio sociale. Per tacere della voragine ambientale e umana rappresentata dalla vicenda Ilva.

Viene da sé che Enrico Letta, e quanto lui le potenti forze che gli stanno dietro, nel perpetuarsi degli effetti del miracolo Monti ci crede. Con coerenza personale e di rappresentazione di interessi. Resta da domandarsi a cosa creda l'elettorato di centrosinistra che lo ha votato, assieme all'intero gruppo dirigente Pd, per contrastare  il ritorno di Berlusconi. Letta ha due stelle polari nella sua ipotesi di governabilità, al netto dell'appoggio a Mediaset e a Berlusconi per sistemare una serie di questioni giudiziarie e di fatturato televisivo.

La prima si chiama lavoro e, non c'è da dubitarlo, è una stella polare che porta a leggi Ichino style già “consigliate” nei mesi precedenti da Bruxelles. Il lavoro, tema su cui l'anguillesco comportamento di Bersani non aveva certo contribuito a fare chiarezza, secondo questa visione non è altro che salario da comprimere per recuperare margini di competitività.

La seconda stella polare si chiama allentamento dei vincoli di bilancio per, secondo il pensiero prevalente, rilanciare l'economia. Su questo non si sa se Letta dà troppa fiducia alle dichiarazioni di Barroso, sulla necessità di allentamento dei vincoli, o sottovaluta quelle di Angela Merkel. Già, perché nel giorno del Napolitano pride sceneggiato a camere e media unificati Angela Merkel a Bruxelles non ha fatto dichiarazioni routinarie. Letteralmente fatta sparire dai media italiani tra cori sulla disponibilità al sacrificio di Napolitano, simili peraltro a quelli su Benedetto XVI, Angela Merkel ha chiamato i paesi dell'eurozona ad una ulteriore cessione di sovranità (teorizzata dallo stesso Napolitano in un sottovalutato discorso a Bruges).

Cosa significhi questo discorso lo ha detto chiaramente il Wall Street Journal: quando la Germania vuol affermare una nuova fase di egemonia sugli altri paesi del continente usa il pretesto della richiesta di cessione di sovranità di tutti i paesi dell'eurozona. E all'interno di questa richiesta, basta leggere i giornali tedeschi che contano, non è previsto alcun allentamento dei vincoli del patto di stabilità per i paesi mediterranei e tanto meno per l'Italia. D'altronde perché farlo? Dalla vigilia della crisi, anno 2006, il dispositivo  di governance dell'eurozona ha fatto scomparire dall'Italia oltre 450 miliardi di euro di capitali mentre la Germania ne ha attirati, sempre in eurozona, oltre 500. Si può anche credere che tutto questo sia dovuto all'inefficienza nazionale, alla corruzione etc. Ma sull'equità di una governance dei capitali che fa affluire le risorse dalla periferia al centro del continente è lecito nutrire più di un dubbio. Comunque sono cifre denunciate dal Sole 24 ore, questo per capire le difficoltà di Letta che vanno ben oltre le necessità di sopravvivenza del Pd e di Berlusconi: mediare tra le esigenze di Confindustria italiana e di quella tedesca, nonché delle banche della Rft, in un contesto dove quest'ultima vampirizza le risorse della prima.

Per far questo a Enrico Letta, anche dal punto di vista strettamente capitalistico, servirebbe un miracolo. Nonostante la prevedibile visita a papa Francesco I, in caso di formazione del governo, è evidente che stavolta la divina provvidenza non ci metterà le mani. La situazione dell'eurozona è tale per cui a Enrico Letta non resta che, per sopravvivere politicamente, affidarsi alle astuzie e alle sottigliezze della natura umana. Doti che, allo zio Gianni e dalle parti di palazzo Chigi, non mancano di certo.  Sempre se il governo Letta in qualche modo riesce a partire.

redazione

25 aprile 2013

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Napolitano dà l'incarico a Enrico Letta

Napolitano ha convocato al Quirinale Enrico Letta per conferirgli l'incarico di presidente del consiglio. Nasce il "monti-bis" con la stessa linea, qualche altra faccia e un ruolo rilevante per gli "amerikani" italiani.

Letta ha naturalmente accettato l'incarico "con riserva", l'espressione dovuta, visto che ora deve "esperire" la possibilità di fare davvero un governo. Una preoccupazione eccessiva, visto che dopo il "numero" di Napolitano alla Camera, nel discorso di insediamento come "nuovo" presidente della Repubblica, è chiaro che i giochi sono già fatti.
"Bene, benissimo", è stato il commento di commiato dell'ex segretario del Pd Pierluigi Bersani. Giuliano Amato, a quanto pare si è detto anche lui "soddisfatto". Probabile dunque che per lui ci sia un governo importante - per esempio quello dell'economia - da cui incombere sui redditi dei cittadini (potrebbe diventare il "ministero della rapina sui conti correnti", visti i suoi precedenti e il "modello Cipro" adottato di recente dalla Troika).

Il ballottaggio col "dottori Sottile" deve essere stato lacerante, per Napolitano, che era arrivato a proporlo anche come proprio successore e lo aveva dato come quasi certo nuovo premier. Poi devono aver prevalso valutazioni di "opportunità". Amato non è stato eletto in parlamento in questa legislatura e neppure nella precedente; dopo aver fatto la "mossa" con Monti - nominandolo nel giro di 24 ore prima senatore a vita e poi presidente del consiglio - gli devono aver consigliato di non ripeterla, per non rafforzare l'impressione universalmente avvertita di creare un esecutivo "proprio" anziché espressione del Parlamento.
Anche la questione dell'età deve aver giocato negativamente. Perché un presidente quasi novantenne che incarica un premier con 75 primavere sulle spalle non sarebbe potuto nemmeno sembrare un segnale di "rinnovamento".
Il 46enne Letta, invece, ha tutte le caratteristiche "positive" possibili. E' giovane, è stato eletto più volte, è democristiano di formazione (e quindi può apparire una "compensazione" per gli ex Dc immolati alle divisioni tra i democratici, Marini e Prodi, cui vanno aggiunte le dimissioni di Rosy Bindi). Una conferma di questa esigenza di "rinnovamento frugale" l'ha data lo stesso Letta, arrivando al Quirinale con la sua macchina privata, anziché con l'auto blu (la scorta era dietro...).
Inoltre è certamente più "amerikano" che europeo, come anche Amato e lo stesso Napolitano.
Una collocazione che assicura un margine di attivismo in più in direzione di un "ammorbidimento" degli obblighi previsti dai trattati Ue. E in questa azione potrebbe avere la fortuna congiunturale di trovarsi davanti una Commissione Ue, e quindi anche la maggioranza degli Stati (a cominciare dalla Francia), ormai  spaventata dalle conseguenze assolutamente negative del "rigore" tedesco. Dopo tre anni di massacri sociali in mezza Europa, infatti, l'austerità si è dimostrata una iattura senza fine. Nonostante le promesse della teoria (di Rogoff e Reinhart) non ha affatto prodotto neppure un accenno di "espansione"; ma il suo esatto contrario.
Naturalmente, ora il Pd può tranquillamente essere sciolto nell'acido della "feudalizzazione" interna.

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Questo dovrebbe essere il capitolo conclusivo della paralisi istituzionale, vedremo se la prossima scossa paralizzante saprà arrivare dalla società verso questa politica di merda.

Movimento 5 Stelle, rottura con Crocetta in Sicilia: “Anche qui c’è inciucio Pd-Pdl”

A deludere gli esponenti del M5S la bocciatura dei loro emendamenti al bilancio regionale, la votazione della legge per la doppia preferenza di genere e i sorrisi a Montecitorio tra il governatore e Berlusconi. Il presidente della Regione: "Il dialogo per me è sempre aperto"

Il giorno dopo le elezioni sembrava l’unica ricetta per dare un governo al Paese. Due mesi dopo è vero esattamente il contrario. Il tanto acclamato ‘modello Sicilia’ si è sfasciato definitivamente. Se a Roma Pd e Pdl, dopo la rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale, si uniscono in un governo formato inciucio, anche in Sicilia il futuro sembra essere quello delle grandi intese. E il Movimento Cinque Stelle, che fino ad oggi aveva dialogato su svariati punti con il governatore Rosario Crocetta, passa nettamente all’opposizione. “Anche in Sicilia il modello è ormai quello dell’inciucio Pd-Pdl. Il governo Crocetta ha preso una strada di rottura col Movimento. La rivoluzione di Crocetta è finita prima di cominciare”, dicono i deputati del movimento di Beppe Grillo all’Assemblea Regionale Siciliana.

Quello tra Crocetta e il M5S era un modello di dialogo che Pier Luigi Bersani aveva cercato di replicare anche a Roma, prima di schiantarsi sull’elezione del presidente della Repubblica. Oggi però, con il governissimo dell’inciucio che incombe su Roma, anche i partiti che sostengono il governatore siciliano auspicano un’intesa con il centrodestra. E i deputati del Movimento Cinque Stelle non sono stati a guardare.

Dopo un proficuo dialogo sul Muos e sull’abolizione delle province (che erano state depennate con il voto favorevole dei deputati Cinque Stelle) le prime frizioni tra Crocetta e i deputati di Grillo si erano registrate con la votazione della legge per la doppia preferenza di genere. Secondo i Cinque Stelle quella norma presentava un vulnus pericolosissimo: ovvero la possibilità di controllare le preferenze, agevolando quindi il voto clientelare. Il Movimento Cinque Stelle aveva dunque deciso di non votare quella norma, che invece era stata sostenuta alla fine anche dai deputati del centrodestra. Pochi giorni dopo la seconda frizione, quando il Parlamento siciliano non aveva eletto nessun deputato del Movimento Cinque Stelle tra i grandi elettori che avrebbero partecipato alle elezioni del nuovo presidente della Repubblica. “Guardando i numeri è chiaro che un pezzo di maggioranza ha votato per Francesco Cascio del Pdl”, aveva fatto notare Giancarlo Cancelleri.

La proverbiale goccia però è arrivata nelle ultime ore, quando la commissione finanze dell’Ars ha tagliato rapidamente tutti gli emendamenti del M5S al bilancio regionale. “La vecchia partitocrazia usurata dal clientelismo (Pd, Pdl, Udc e lo stesso governo di Rosario Crocetta) ha fatto quadrato sul bilancio. Gli unici che puntano sul vero cambiamento sono i deputati M5S. Ma per la vecchia partitocrazia siciliana gli emendamenti grillini sono fumo negli occhi. Così la Commissione Finanze taglia tutti gli emendamenti al bilancio targato M5S”, dicono i deputati del Movimento, che hanno annunciato la spaccatura definitiva col governatore.

“Mi dispiace per le parole dei grillini. Per me il dialogo è sempre aperto” ha replicato Crocetta. Adesso, però, all’orizzonte sembra esserci una maggioranza extra large anche in Sicilia. Almeno stando a sentire Giampiero D’Alia, segretario siciliano dell’Udc, che appoggia Crocetta. “Siamo in una fase politica dove c’è la necessità di un governo di larghe intese a Palermo come a Roma, è importante che le forze politiche siciliane trovino la più ampia convergenza, così da realizzare quei provvedimenti che possano tirarci fuori dal guado economico e sociale nel quale ci troviamo”.

C’è poi un’istantanea che sembra certificare la spaccatura definitiva tra Crocetta e il M5S e l’avvicinamento del centro sinistra siciliano al Pdl. Durante le elezioni del capo dello Stato il governatore era stato beccato mentre a Montecitorio rideva di gusto in compagnia di Silvio Berlusconi. “Dovevo evitarlo? È stato molto gentile – si è giustificato Crocetta -. Il Cavaliere si è lamentato, con il sorriso tra le labbra, perché io avrei messo in pista i grillini in Sicilia. Gli ho risposto che sono stati loro, quelli del Pdl, a mettermi nei guai, non appoggiando i miei provvedimenti”. Berlusconi deve aver capito l’antifona. E da domani ogni cosa andrà al proprio posto. A Palermo, come a Roma.

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S'inizia con un "c'eravamo tanto amati" e si finisce con un "perdiamoci di vista".

22/04/2013

Napolitano bis, Funeral Party

La scena supera la più allucinata fantasia dei maestri dell’horror, roba da far impallidire Stephen King e Dario Argento. Il cadavere putrefatto e maleodorante di un sistema marcio e schiacciato dal peso di cricche e mafie, tangenti e ricatti, si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall’interno per non far uscire la puzza e i vermi. Tenta la mission impossible di ricomporre la decomposizione. E sceglie un becchino a sua immagine e somiglianza: un presidente coetaneo di Mugabe, voltagabbana (fino all’altroieri giurava che mai si sarebbe ricandidato) e potenzialmente ricattabile (le telefonate con Mancino, anche quando verranno distrutte, saranno comunque note a poliziotti, magistrati, tecnici e soprattutto a Mancino), che da sempre lavora per l’inciucio (prima con Craxi, poi con B.) e finalmente l’ha ottenuto.

E con una votazione dal sapore vagamente mafioso (ogni scheda rigorosamente segnata e firmata, nella miglior tradizione corleonese). Pur di non mandare al Quirinale un uomo onesto, progressista, libero, non ricattabile e non controllabile, il Pd che giurava agli elettori “mai al governo con B.” va al governo con B., ufficializzando l’inciucio che dura sottobanco da vent’anni. Per non darla vinta ai 5Stelle, s’infila nelle fauci del Caimano e si condanna all’estinzione, regalando proprio a Grillo l’esclusiva del cambiamento e la bandiera di quel che resta della sinistra (con tanti saluti ai “rottamatori” più decrepiti di chi volevano rottamare). La cosa potrebbe non essere un dramma, se non fosse che trasforma la Repubblica italiana in una monarchia assoluta e la consegna a un governo di mummie, con i dieci saggi promossi ministri e il loro programma Ancien Régime a completare la Restaurazione. Viene in mente il ritorno dei codini nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, con la differenza che qui non c’è stata rivoluzione né s’è visto un Napoleone.

Ma il richiamo storico più appropriato è Weimar, con i vecchi partiti di centrosinistra che nel 1932 riconfermano il vecchio e rincoglionito generale von Hindenburg, 85 anni, spianando la strada a Hitler. Qui per fortuna non c’è alcun Hitler all’orizzonte. Però c’è B., che fino all’altroieri tremava dinanzi al Parlamento più antiberlusconiano del ventennio e ora si prepara a stravincere le prossime elezioni e salire al Colle appena Re Giorgio abdicherà.

A meno che non resti abbarbicato al trono fino a 95 anni, imbalsamato e impagliato come certi autocrati, dagli iberici Salazar e Franco ai sovietici Andropov e Cernenko, tenuti in vita artificialmente con raffinate tecniche di ibernazione e ostesi in pubblico con marchingegni alle braccia per simulare un qualche stato motorio. Ieri, dall’unione dei necrofili di sinistra e del pedofilo di destra, è nato un regime ancor più plumbeo di quello berlusconiano e più blindato di quello montiano, perché è l’ultima trincea della banda larga che comanda e saccheggia l’Italia da decenni, prima della Caporetto finale. Prepariamoci al pensiero unico di stampa e tv, alla canzone mononota a reti ed edicole unificate. Ne abbiamo avuto i primi assaggi nelle dirette tv, con la staffetta dei signorini grandi firme che magnificavano l’estremo sacrificio dell’Uomo della Provvidenza e del Salvatore della Patria, con lavoretti di bocca e di lingua sulle prostate inerti e gli scroti inanimati delle solite cariatidi. Le famose pompe funebri.

Ps. Da oggi Grillo ha una responsabilità infinitamente superiore a quella di ieri. Non è più solo il leader del suo movimento, ma il punto di riferimento di quei milioni di cittadini (di centrosinistra, ma non solo) che non si rassegnano al ritorno dei morti morenti e rappresentano un quarto del Parlamento. A costo di far violenza a se stesso, dovrà parlare a tutti con un linguaggio nuovo. Senza rinunciare a chiamare le cose col loro nome. Ma senza prestare il fianco alle provocazioni di un regime fondato sulla disperazione, quindi capace di tutto.

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Non propongo l'articolo di Travaglio per aggiungere nuovi dettagli all'analisi sulla rielezione di Napolitano, ma per il piacere meramente edonista che il suo stile sa generare.

"Napolitano? Era tutto studiato"

Non siamo mai in sintonia con Antonio Padellaro, antico "giustizialista" impastato di dietrologie. Ma stavolta la sua ricostruzione del "golpino bianco" che ha confermato Napolitano sul Colle ha qualcosa di plausibile.

Naturalmente manca - ai dietrologi non si può chiedere una visione complessiva del quadro europeo, o della "politica" come realizzazione di progetti complessi - qualsiasi riferimento all'evidente operare del "pilota automatico" impostato dalla Troika (Bce, Ue, Fmi). Quel meccanismo che, tra trattati europei-fiscal compact-pareggio di bilancio, fa sì che qualsiasi governo venga formato dovrà esser allineato e coperto con le indicazioni di Bruxelles e dintorni.
Per Padellaro tutto si riduce a un "dai e vai", di tradimenti e complottini, tra politici di basso e medio rango. Diciamo che, limitatamente alla "tattica" vista all'opera in questi giorni, qualcosa di vero c'è (del resto è giornalista con una lunga carriera e contatti alle spalle). E anche di ben poco gradevole. Diciamo dunque che - su questa base interpretativa - ogni altra sconfitta (della "sinistra" o del grillismo) - è assolutamente prevedibile.

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Napolitano, era tutto studiato

C’è un filo rosso che porta allo sconcertante bis di Giorgio Napolitano, parte da lontano e si chiama governo delle larghe intese con Berlusconi. È una lampante verità che sul Colle delle bugie e dei nastri cancellati nessuno può negare, scolpita sui moniti che d’ora in poi saranno legge. Quel filo del Quirinale, nel dicembre 2011 dopo la disastrosa caduta del governo B., impedisce le elezioni anticipate. Come mai? Forse era chiaro che, con il crollo annunciato della destra, il Pd vincitore avrebbe potuto imporre senza problemi il proprio capo dello Stato?

E perché quando, nel dicembre scorso, Monti si dimette, non viene rispedito alle Camere per verificare la fiducia? Forse perché il timing, perfetto, consentiva alla presidenza di gestire non solo le elezioni, ma anche il dopo? Il pareggio auspicato e raggiunto, il mezzo incarico a Bersani, lo stop a M5S che chiede un premier fuori dai partiti, la melina dei “saggi”. Tutto per arrivare paralizzati all’elezione del Presidente e quindi all’inevitabile rielezione?

Forse il piano non era così diabolico
, forse l’encefalogramma piatto dei partiti ha permesso a Napolitano di orchestrare la crisi come meglio voleva. Ma è difficile credere che, dopo aver respinto fino alla noia ogni offerta per restare, il navigato politico abbia ceduto in un paio d’ore alle suppliche di alcuni presunti leader alla canna del gas. Si è fatto rieleggere,vogliamo credere, non per sete di potere (a 88 anni!), ma per governare l’inciucio che nella sua testa è l’unico strumento per controllare un Paese allo sfascio. E per tenere lontano quell’eversore di Grillo che crede addirittura nella democrazia dei cittadini. Non s’illuda, però: davanti ai problemi giganteschi degli italiani (e alle piazze in fermento), questa monarchia decrepita e grottesca è solo uno scudo di paglia. D’ora in poi questi politici inetti e disperati il conto lo faranno pagare a lui.


da Il Fatto Quotidiano


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