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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/02/2014

Thailandia, rischio paralisi

di Mario Lombardo

Il primo parziale esito delle elezioni anticipate andate in scena domenica scorsa in Thailandia ha registrato come previsto un’affluenza alle urne relativamente bassa in seguito al boicottaggio annunciato da tempo dal principale partito di opposizione. Ancor più dei numeri ancora lontani dall’essere definitivi, tuttavia, le cattive notizie per il governo della premier Yingluck Shinawatra sono legate ora alle dispute legali che si annunciano attorno al voto e ad una situazione economica in rapido deterioramento nel paese del sud-est asiatico.

La Commissione Elettorale thailandese ha finora diffuso solo alcuni dati provvisori per le 68 province (su 77) dove il voto si è effettivamente tenuto senza gli ostacoli posti dai manifestanti anti-governativi. Complessivamente, le operazioni sono state possibili nell’89% dei distretti elettorali, dove l’affluenza è stata del 46%, contro il 73% registrato nel 2011. Nella capitale, Bangkok, questo dato è stato appena del 26%, principalmente a causa della mancanza di schede elettorali in alcuni seggi dopo che i gruppi di protesta avevano impedito la distribuzione del materiale necessario.

Decisamente superiore alla media è risultata invece l’affluenza nelle roccaforti del partito al potere - Pheu Thai - nel nord del paese, dove in molti casi ha superato il 72%. Come ha riportato il Bangkok Post, però, anche alcuni distretti considerati favorevoli al governo e dominati dalle cosiddette “camicie rosse” hanno fatto segnare dati di poco superiori al 50%. Ciò suggerirebbe un certo calo di popolarità del Pheu Thai, probabilmente a causa sia dei mancati pagamenti ai coltivatori nell’ambito del programma di acquisto di riso da parte del governo a prezzi gonfiati sia della abortita legge sull’amnistia che, oltre a riportare in patria l’ex premier Thaksin Shinawatra, avrebbe assolto i leader del precedente gabinetto dalle accuse di avere ordinato la repressione nel sangue delle proteste animate dalle “camicie rosse” nel 2010.

Lo stesso quotidiano in lingua inglese della capitale ha poi ipotizzato una proiezione sui seggi nella camera bassa. Qui il Pheu Thai potrebbe aggiudicarsene almeno 300, incrementando i 264 conquistati nel 2011, anche se in questa occasione era assente dalle schede elettorali il Partito Democratico che di seggi ne deteneva 159.

Per essere ritenuto valido, il voto in Thailandia deve in ogni caso eleggere almeno il 95% dei 500 deputati totali della camera bassa, così che l’assemblea possa essere convocata per scegliere un nuovo governo. A causa dei blocchi dei manifestanti nelle scorse settimane, in alcuni distretti elettorali non era stato possibile registrare alcun candidato e appare perciò tutt’altro che certo il raggiungimento della quota prevista dalla Costituzione.

Tale percentuale non sembra infatti essere stata raggiunta, come ha ammesso indirettamente il governo stesso, il quale ha già chiesto alla Commissione Elettorale di preparare una serie di elezioni speciali il prima possibile per assegnare i seggi mancanti. Queste operazioni potrebbero prolungarsi per alcuni mesi, lasciando la Thailandia senza un governo con pieni poteri, e oltretutto rischiano di incontrare nuovi ostacoli perché le elezioni speciali riguarderanno provincie del paese dove è forte la presenza degli oppositori del governo.

Ad aggiungere incertezza per l’esecutivo ci ha pensato poi il Partito Democratico di opposizione che, nella giornata di martedì, ha annunciato l’avvio di due cause legali di fronte alla Corte Costituzionale. La prima cercherà di rendere nulle le elezioni poiché il processo sarebbe stato incostituzionale per vari motivi, tra cui quello che esso non è stato completato in un solo giorno. Questa motivazione appare quanto meno assurda, visto che la necessità di ulteriori consultazioni è dovuta precisamente alle manifestazioni di protesta animate in buona parte dai sostenitori del Partito Democratico.

Con la seconda denuncia si chiede invece lo scioglimento del partito Pheu Thai, responsabile di avere dichiarato nel mese di gennaio lo stato di emergenza nel paese, impedendo di conseguenza lo svolgimento del voto in circostanze normali. Lo stato di emergenza era stato dichiarato dal governo a Bangkok e nelle aree limitrofe in seguito all’intensificarsi delle minacce alle operazioni elettorali da parte dell’opposizione ma, in realtà, non è stato praticamente implementato.

La Commissione Elettorale, da parte sua, ha fatto sapere anch’essa che mercoledì si riunirà per analizzare i problemi emersi domenica durante il voto e gli esposti presentati alla propria attenzione relativi a presunti abusi delle autorità governative.

Il prossimo pronunciamento del più alto tribunale thailandese è atteso con molte apprensioni dal partito della premier Yingluck, dal momento che esso fu già protagonista del golpe giudiziario del 2008 che rimosse due governi guidati dai sostenitori di Thaksin. In precedenza, quando nel 2006 furono i militari a deporre quest’ultimo, la stessa Corte Costituzionale aveva inoltre sciolto il suo partito - Thai Rak Thai - con l’accusa di avere violato le leggi elettorali. Una nuova prospettiva simile appare ora probabile a molti, alla luce anche della freddezza dimostrata finora dalle forze armate verso un possibile intervento diretto per risolvere la crisi.

In aggiunta ai procedimenti appena annunciati dal Partito Democratico, il governo e il principale partito che lo sostiene continuano ad essere minacciati anche da almeno altre due indagini in corso da alcune settimane. Una riguarda oltre 300 parlamentari del Pheu Thai, accusati di avere presentato un emendamento costituzionale per rendere il Senato interamente elettivo, e l’altra la stessa Yingluck per avere gestito contro l’interesse pubblico il già ricordato programma di sussidi destinati ai produttori di riso, in gran parte elettori del proprio partito.

Anche se fortemente volute dal governo in carica per dimostrare il seguito che esso manterrebbe in Thailandia, le elezioni di domenica hanno in realtà evidenziato soprattutto il controllo sempre più debole sul paese di Yingluck e del suo partito dopo quasi tre mesi di proteste di piazza organizzate da gruppi vicini ai tradizionali centri di potere (esercito, burocrazia statale, monarchia) per chiedere le dimissioni immediate dell’esecutivo e lo sradicamento dell’influenza della famiglia Shinawatra sul sistema politico.

Un ulteriore grattacapo per il governo è giunto poi martedì, quando la Cina ha cancellato un acquisto da 1,2 milioni di tonnellate di riso thailandese a causa della già citata indagine sul programma di sussidi condotta dalla Commissione Nazionale Anti-Corruzione.
La decisione del vicino settentrionale metterà ancora più in difficoltà la premier, già penalizzata dalle accese critiche dell’opposizione ad un programma che ha fatto segnare perdite per le casse pubbliche pari a 6 miliardi di dollari e costretta a far fronte ai malumori dei coltivatori che hanno venduto il riso allo stato senza ottenere ancora alcun pagamento.

Più in generale, le tensioni nel paese potrebbero essere inasprite dal peggioramento dell’economia, come conferma il recente aggiustamento al ribasso delle previsioni di crescita per il 2014 dal 5,1% al 3,1% e le perdite della Borsa salite oltre il 10% dall’inizio delle proteste nel novembre scorso.
La fuga dei capitali stranieri dovuta agli scontri, infine, minaccia di essere aggravata dalla nuova tendenza globale in atto legata al cosiddetto “tapering” della Federal Reserve americana, in seguito al quale gli investitori stanno lasciando i paesi emergenti come la Thailandia per tornare negli Stati Uniti, dove è previsto un aumento dei tassi di interesse, e quindi dei rendimenti, in seguito al parziale ritiro delle politiche di “stimolo” perseguite in questi ultimi anni.

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30/09/2013

Game over Italia

Le tensioni Mediaset spengono il funzionamento istituzionale del paese

Chissà se James Rosenau, autore di uno dei testi pilota sul concetto di governance nella globalizzazione, aveva pensato qualcosa di simile all’attuale caso italiano. Detto in modo sintetico, Rosenau aveva infatti concepito un processo, magari non del tutto ordinato ma sicuramente indirizzato, di passaggio di competenze dal governo alla governance. Passaggio che si giocava tutto nel trasferimento di potere dalla sfera delle decisioni prese sotto l’influenza formale ed informale della volontà popolare a quelle prese, in modo formale e con discrezione informale, dai portatori di interesse specie se rappresentati nelle corporation economiche e nei grandi attori finanziari. Il caso italiano invece è quello di una sfera della volontà popolare paralizzata e di una della governance barocca quanto incapace di innovare. E qui ancora nei livelli di governance, da quella amministrativa alla bancaria e alla corporate governance, si fabbricano decisioni, anche se spesso più per riproduzione di sofisticati dispositivi di potere che per reale efficacia, legandosi a soggetti transnazionali (istituzionali come di mercato). Mentre nella dimensione italiana del governo complessità e paralisi sono pienamente sinonimi. Uno degli attori protagonisti di questa paralisi è sicuramente quell’incrocio tra soggetto mediale oligopolista di mercato che è Mediaset e soggetto politico di rendita di quote di potere elettorale che è Forza Italia (al netto della situazione caotica del centrodestra). L’attuale paralisi della dimensione italiana del governo è provocata, per fermarsi agli ultimi frame di una paralisi di sistema, da questo soggetto ed ha alcune cause evidenti. La prima è legata al problema della successione Mediaset, in una struttura interna di tipo monarchico, che non esprime una catena di comando chiara per il dopo Berlusconi. Giocoforza, i problemi di successione, intuibili dall’apparizione pubblica sfuggente ed incoerente dei vari eredi, fino ad adesso sono stati rovesciati sul governo. L’allargamento delle transizione, sotto forma di caos politico-istituzionale, nella soluzione al caso Berlusconi serve infatti anche a dare tempo ad una lotta per la successione che non esprime per adesso un vincitore certo. Non a caso chi si è appoggiato, vedi La Stampa, sulla vecchia guardia Mediaset e Mediolanum (Confalonieri, Doris) per declamare un processo di “pacificazione” c’è rimasto scottato. Perché mentre il vecchio comando di Mediaset sta declinando non è ancora chiaro il nuovo. Mediaset, insomma, per sopravvivere in questa fase sposta i propri conflitti interni sul governo. Complimenti agli strateghi delle larghe intese.

Seconda causa della paralisi politico-istituzionale attuale è la situazione del titolo Mediaset. Hanno prevalso le interpretazioni che vogliono che Forza Italia, comunque vadano le cose al governo italiano, sia un attore indispensabile a livello istituzionale. Cosi’ alzare il livello della conflittualità politica, come visto durante tutto il 2013 dove il titolo Mediaset ha raggiunto punte di apprezzamento del 130% rispetto al 2012, paga sul piano del dividendo azionario. Si pagano quindi i 2-3 per cento persi in qualche sessione di mercato ma si tiene la barra dritta della conflittualità politica, da parte di Mediaset-Forza Italia, nella convinzione che sostanzialmente paghi sul piano finanziario e, last but not least, su quello del posizionamento politico dell’azienda. Che deve navigare su un mercato mediale comunque difficile e deve combattere contro la magistratura su sentenze legate a fondi neri e pesanti, mezzo miliardo di euro, sanzioni da pagare. Terza causa della paralisi è, infine, squisitamente legata ai problemi di vero declino politico-elettorale. Il centrodestra rappresentava, fino a pochi anni fa, circa metà dell’elettorato oggi ne rappresenta circa un terzo. Lo scontro interno tra chi vuol far fruttare questo ancora considerevole patrimonio elettorale, entro una dimensione di negoziazione conflittuale sulla revisione costituzionale ed altro, e chi vuol rilanciare l’azione politica alzando il tiro del conflitto è un classico dei partiti in declino. E’ possibile che le posizioni presenti in Forza Italia riflettano anche quelle aziendali. E qui il livello del conflitto in corso, che non è solo rumor speculativo per alzare il valore delle azioni Mediaset, si rispecchia nella profonda crisi e nelle inquietudini legate al futuro del mercato mediale e pubblicitario.

In questo senso lo schema delle larghe intese pensato sul modello del compromesso storico del ’76, parole testuali di Napolitano la scorsa primavera, si rivela completamente sballato. Mentre al Pd infatti non è mancato il senso di sacrificio, di sé stesso oltre che del proprio elettorato, in nome della santa accumulazione capitalistica, come già accadde al Pci, il Pdl ora Forza Italia è totalmente altra cosa rispetto alla Dc. Partito quest’ultimo che, in una situazione di unità nazionale che richiedeva governo dell’economia oltre che della politica, poteva controllare aziende, finanza e, quando necessario, influenzare la Banca d’Italia. Forza Italia è, al contrario, espressione di una sola azienda che deve cambiare anche velocemente il riflesso politico di decisioni e strategie prese in un mercato globale, e mediale, che richiede flessibilità di comportamento. E nel mezzo di boom azionario ma anche di un travaglio legato a processi di successione e di prospettive insicure del core business televisivo. E qui di sicuro, più delle pastorali di Napolitano (un velenoso relitto politico fuori dal tempo e dallo spazio che solo un partito da operetta degradata come il Pd poteva votare di nuovo come presidente) per Mediaset contano i pareri degli investitori internazionali che hanno contribuito a alzare anche del 130 per cento il valore delle azioni della azienda-cassaforte di famiglia.

In questo modo una fase tesa e controversa della storia aziendale di Mediaset è la causa del game over della politica istituzionale italiana. E il gioco, a causa della profondità di una crisi politica italiana cominciata ben prima delle caduta del muro di Berlino, non sarà riacceso tanto presto. Siamo quindi ad un prossimo futuro italiano di governance senza governo. Curiosamente a causa di ben altri processi, di dissoluzione critica del potere piuttosto che di esternalizzazione, rispetto a quanto teorizzato dalle teorie estreme della governance. Ma qui la questione non è solo teorica, in fondo il capitalismo oggi è o governance estrema quindi dissoluzione della democrazia o incontra serie difficoltà di funzionamento, ma di immediato destino di questo paese. Probabilmente, nei prossimi mesi, differenti istituti di governance (multilivello Ue, bancaria, finanziaria, corporate governance) e differenti cartelli di interesse occuperanno lo spazio lasciato vuoto dalla paralisi del governo italiano. Ma senza un centro, un livello di governo che tiene coesa o in qualche modo condiziona la società questa occupazione di spazi può risultare effimera. Si pensi alla legge di stabilità, la ex finanziaria: per quanto dettata dai livelli della governance di Bruxelles, nei passaggi definiti dall’accordo Two Pack, ha bisogno di essere ratificata da un governo. La crisi italiana, che è quella di un governo minimo per non dire sottile, è quindi sia una crisi delle istituzioni della volontà popolare che una immissione di forte complessità in quelle dei portatori di interesse, sui quali si struttura la governance, legati all’Italia. L’Ue ha già fatto capire, nel laboratorio greco, di non gradire affatto soluzioni fasciste per il piano legato alla volontà popolare in questo genere di crisi. I recenti arresti ai vertici di Alba dorata ce lo fanno capire. Si cercheranno quindi soluzioni mediatico-plebiscitarie, rivestite di forma democratica, in modo da assemblare decisionismo, consenso e simulacro di democrazia. In questa disciplina però in Italia Mediaset e Berlusconi sono maestri e si dovrà comunque fare i conti con loro. E anche un loro eventuale ridimensionamento non sarà un processo né facile né breve né comunque privo di conseguenze.

Per Senza Soste, nique la police

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22/04/2013

"Napolitano? Era tutto studiato"

Non siamo mai in sintonia con Antonio Padellaro, antico "giustizialista" impastato di dietrologie. Ma stavolta la sua ricostruzione del "golpino bianco" che ha confermato Napolitano sul Colle ha qualcosa di plausibile.

Naturalmente manca - ai dietrologi non si può chiedere una visione complessiva del quadro europeo, o della "politica" come realizzazione di progetti complessi - qualsiasi riferimento all'evidente operare del "pilota automatico" impostato dalla Troika (Bce, Ue, Fmi). Quel meccanismo che, tra trattati europei-fiscal compact-pareggio di bilancio, fa sì che qualsiasi governo venga formato dovrà esser allineato e coperto con le indicazioni di Bruxelles e dintorni.
Per Padellaro tutto si riduce a un "dai e vai", di tradimenti e complottini, tra politici di basso e medio rango. Diciamo che, limitatamente alla "tattica" vista all'opera in questi giorni, qualcosa di vero c'è (del resto è giornalista con una lunga carriera e contatti alle spalle). E anche di ben poco gradevole. Diciamo dunque che - su questa base interpretativa - ogni altra sconfitta (della "sinistra" o del grillismo) - è assolutamente prevedibile.

*****

Napolitano, era tutto studiato

C’è un filo rosso che porta allo sconcertante bis di Giorgio Napolitano, parte da lontano e si chiama governo delle larghe intese con Berlusconi. È una lampante verità che sul Colle delle bugie e dei nastri cancellati nessuno può negare, scolpita sui moniti che d’ora in poi saranno legge. Quel filo del Quirinale, nel dicembre 2011 dopo la disastrosa caduta del governo B., impedisce le elezioni anticipate. Come mai? Forse era chiaro che, con il crollo annunciato della destra, il Pd vincitore avrebbe potuto imporre senza problemi il proprio capo dello Stato?

E perché quando, nel dicembre scorso, Monti si dimette, non viene rispedito alle Camere per verificare la fiducia? Forse perché il timing, perfetto, consentiva alla presidenza di gestire non solo le elezioni, ma anche il dopo? Il pareggio auspicato e raggiunto, il mezzo incarico a Bersani, lo stop a M5S che chiede un premier fuori dai partiti, la melina dei “saggi”. Tutto per arrivare paralizzati all’elezione del Presidente e quindi all’inevitabile rielezione?

Forse il piano non era così diabolico
, forse l’encefalogramma piatto dei partiti ha permesso a Napolitano di orchestrare la crisi come meglio voleva. Ma è difficile credere che, dopo aver respinto fino alla noia ogni offerta per restare, il navigato politico abbia ceduto in un paio d’ore alle suppliche di alcuni presunti leader alla canna del gas. Si è fatto rieleggere,vogliamo credere, non per sete di potere (a 88 anni!), ma per governare l’inciucio che nella sua testa è l’unico strumento per controllare un Paese allo sfascio. E per tenere lontano quell’eversore di Grillo che crede addirittura nella democrazia dei cittadini. Non s’illuda, però: davanti ai problemi giganteschi degli italiani (e alle piazze in fermento), questa monarchia decrepita e grottesca è solo uno scudo di paglia. D’ora in poi questi politici inetti e disperati il conto lo faranno pagare a lui.


da Il Fatto Quotidiano


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21/04/2013

Napolitano accetta il bis

E' la scelta più disperatamente conservatrice che ci potesse essere. E appare anche del tutto inutile a sciogliere i nodi istituzionali e politici. Il ritorno dell'ottantotenne è la fotografia di una classe dirigente incapace di cambiare.

''Mi muove in questo momento il sentimento di non potermi sottrarre a un'assunzione di responsabilità verso la nazione, confidando che vi corrisponda una analoga collettiva assunzione di responsabilità''. La retorica è sempre la stessa, ma anche la sostanza: impedire che un quadro disastrato finisca di collassare sotto una spinta - deviata quanto si vuole - al "cambiamento".
In pratica Napolitano attende di sapere se i partiti, oltre a votarlo sicuramente, sono poi anche disposti a fare un "governissimo" come da lui proposto fin dall'inizio. Se n'è accorto persino l'acutissimo Vendola: "E in corso la tessitura delle larghe intese. Vince l'ipotesi restauratrice rispetto al cambiamento. Ha vinto Berlusconi".
Del resto è la prima volta nella storia che un presidente della Repubblica "rischia" di fare il bis. E già questo definisce il punto limite cui è giunta l'impossibilità di trovare una mediazione tra interessi in campo. Paradossalmente, ma non troppo, è proprio la debolezza della risposta "di massa" ad aver lasciato campo libero all'espressione delle divisioni all'interno del potere; un'opposizione forte avrebbe "compattato" il fronte, o almeno costretto a fare valutazioni più serie e meno egoistico-correntizie.
Appare chiaro che si tratta di una scelta-tampone, buona per varare nel tempo più rapido un governo purchessia e poi andare alle urne, anche se Napoitano sarebbe personalmente contrario. Ma questa configurazione parlamentare non può decidere unitariamente nemmeno l'ora in cui prendere il caffè.

p.s. Vale la pena di riportare la frase con cui Napolitano, solo un mese fa (14 marzo 2013), aveva scartato l'ipotesi di rielezione:

"Non mi convinceranno a restare. Mia elezione non è soluzione e sarebbe ai limiti del ridicolo". Anche gli orlogi torri segnano due volte al giorno l'ora giusta. Quindi anche noi, per una volta, possiamo considerare sensate queste parole. Certo, sarebbe stato il caso che il senso del ridicolo restasse vivo alemno per un altro po'...

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Il grassetto è la traslitterazione del nodo politico che ha soffocato la società italiana da un trentennio. La mancanza d'opposizione che prese vita con i governi d'unità nazionale negli anni di piombo e venne codificata da quella dirigenza PCI che traghettò la sinistra italiana nell'era del social liberismo.
Il risultato peggiore di questa mutazione indotta è l'estrema difficoltà se non l'incapacità totale delle classi sociali subalterne di prendere coscienza della propria condizione, organizzandosi e agendo di conseguenza.


20/04/2013

Ecco perché il Pd non voterà mai Rodotà

Il professore è una persona interna al Partito Democratico, ma ha il brutto vizio di non essere ricattabile. Gli altri nomi che circolano, invece, sì. [di Cinzia Gubbini]

Che il presidente della Repubblica rappresenti una garanzia, può essere una cosa bella o una cosa brutta: dipende chi, e cosa, garantisce. Come queste ore febbrili stanno dimostrando, nonostante quella italiana non sia una Repubblica presidenziale, l'elezione del Capo dello Stato è una operazione molto più impastata di politica e strategie (spesso inconfessabili) della formazione di un governo: un ministro si può sempre cambiare, il presidente della Repubblica siede al Quirinale per sette, lunghi, anni.

Inconfessabile: parola chiave in questa particolare partita di giro in parlamento. Lo dimostra il fatto che nessuno, né Bersani, né D'Alema - che dalle seconde file sta prepotentemente ritornando nelle prime - né Angela Finocchiaro - che è un po' come dire D'Alema - né Rosy Bindi, né i margheritini, hanno trovato due minuti di tempo per spiegare una cosa ai propri elettori: ma perché il Pd non può votare Stefano Rodotà? Qual è il problema di quest'uomo, fine intellettuale, presidente del Pds, da sempre fedele elettore del centrosinistra, uno che per le elezioni romane in arrivo a fine maggio - altra arena sanguinosa per il Pd - ha addirittura dato l'indicazione a votare Ignazio Marino, sostenuto dalle anime grigie del Pd come Gianfranco Bettini. Che cos'ha Rodotà che non va? Una cosa: Stefano Rodotà non è una persona ricattabile. E questo è un problema. Paradossalmente, se qualcuno può mettere una buona parola sul professore, saranno i potentati internazionali, spaventati da quale potrebbe essere la reazione del paese a una nomina incomprensibile di un presidente delle Repubblica.

Per ora il nome si cerca. Pd e Pdl danno indicazione di votare scheda bianca. Un segnale in più della sicurezza che hanno sul fatto che Stefano Rodotà ha possibilità minime di raggiungere il quorum, nonostante ormai sia a 508 voti. In questo caso, nonostante interessi contrastanti in campo, sono sicuri che nessuno tradirà.

Nelle ultimissime ore sembra che Pd e Pdl abbiano deciso di andare proprio sul sicuro: puntare, almeno per un altro anno, su Giorgio Napolitano, ovvero il garante per due anni della "pax" tra destra e sinistra. Alla fin fine, la carta istituzionale è quella che conviene a tutti, nessuno "strappo", nessuna "forzatura" da dare in pasto alla piazza. Meglio il sonnifero. E Giorgio Napolitano sotto il profilo della affidabilità è una garanzia totale: un uomo che è una tomba, anche perché di segreti inconfessabili ne ha parecchi anche lui. Il lettore interessato non li troverà mai nelle sue autobiografie. Per esempio il suo ruolo e le sue relazioni con il Kgb. D'altronde quale sia la sua interpretazione della garanzia istituzionale l'ha dimostrato ampiamente in tutta la storia della trattativa Stato-mafia.

Ma ci sono, e tutto si sta decidendo in queste ore, ancora dei possibili altri scenari.
Si fa, insistentemente, anche se per adesso nessuno la "brucia", il nome di Annamaria Cancellieri
(ieri 78 voti) . Un nome che, secondo questa logica, sarebbe perfetto: donna, profilo istituzionale, tutto sommato nessuno protesterebbe. Ma Cancellieri è una sicurezza. Intanto ha sempre dato prova di essere una "fedele", anche quando era commissario a Bologna, nella terra rossa ma anche "noir" per quanto riguarda le trame del Pd. In molti si chiedono come mai decise, lei che è un prefetto, rappresenta lo Stato, è fuori dalla politica (ufficialmente) di non mettere il naso in quel fattaccio di Hera Comm Mediterranea, la compartecipata di Hera, la potente società che fornisce energia elettrica e che è di salda matrice emiliana, e che rischia di essere una mina per il Pd. Infatti: da quattro-cinque anni si dice che la Hera Comm Mediterranea - che gestisce l'elettricità prodotta dalla centrale di Sparanise, in quel di Caserta - sia in affari niente meno che con la famiglia Cosentino. Nicola Cosentino dalla patrie galere tace. Per ora. Cancellieri ha anche problemi in famiglia, oltretutto. Si sa che il figlio, il giovane e brillante Piergiorgio Peluso, è finito su tutti i giornali per quella buonuscita da 3,6 milioni di euro da Fonsai dopo soli 14 mesi di lavoro (della serie: perché?). E ora è stato nominato direttore finanziario della Telecom, per carità, sarà uno che ha studiato, però...

Altro nome che circola sin dall'inizio e che pare essere (incredibilmente) ancora in lizza: Giuliano Amato. Del dottor Sottile molto si sa, ma molto anche si dimentica. Un altro piccolo problema del Pd è, come tutti sanno, la questione del Monte dei Paschi di Siena. Una mina, dalle potenzialità di una bomba. Giuliano Amato è da sempre uno degli uomini forti che organizzano le cordate dentro alla "banca rossa", in un ruolo che a volte lo ha visto opposto a D'Alema, ma, insomma, in ogni caso si gioca in casa (leggi qui).

Insistentemente si fa il nome proprio di Massimo D'Alema: senza dubbio è lui il principale fautore dello sfascio di ieri sul nome di Romano Prodi, che il presidente della Fondazione italiani europei non ha mai potuto vedere, per quella "visione" del professore di Bologna, modernista e popolare, per realizzare la quale sarebbe anche disposto a scoperchiare qualche pentolone, se necessario. Troppo inaffidabile, e oltretutto antipatico. Massimo D'Alema ha davvero qualche chance? Non si può mai dire, anche se sembra a tutti gli effetti un po' difficile. La piazza non starebbe a guardare. Tuttavia Gianni Letta, fedelissimo di Berlusconi, pare lavori proprio per Massimo D'Alema. L'ex segretario Ds comunque dispone di molti uomini e donne. Gente fidata, e questo è ciò che conta.


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13/04/2013

Vista corta, guasti perenni

La politica italiana è bloccata da un mese e mezzo e si fanno più forti le tentazioni di “semplificare” l'architettura istituzionale per assicurare – a qualsiasi prezzo – la “governabilità”.


Lo stallo prodotto dai risultati elettorali sta incubando esattamente questo mostriciattolo. Non si capisce granché seguendo la girandola di incontri e di “retroscena” sempre meno rivelatori. Bisogna concentrarsi su ciò che alcuni “opinionisti ben introdotti” cominciano a far balenare come possibili “soluzioni”.

Il mostro si chiama “presidenzialismo”. Ovvero la trasformazione costituzionale della forma e della distribuzione dei poteri. Il cuore pulsante di uno Stato.

Se è vero che di repubbliche presidenziali ne esistono molte, nel mondo, è altrettanto vero che ogni paese ha una storia differente. In Francia o negli Stati Uniti, per dirne solo due, il presidente della repubblica è in realtà l'equivalente del nostro presidente del consiglio, con qualche potere in più legittimato dall'investitura popolare diretta. Nessuno, in quei due paesi, ha mai avuto timore che la forza del potere presidenziale potesse alterare il gioco democratico – parlamentare.

In Italia questo rischio è sempre presente. Emerge dalle parole di Berlusconi come da quelle di Grillo, oltre che dai discorsetti fascistoidi della destra estrema. Questo paese non ha mai ben assimilato neppure la cultura democratico borghese. A destra per motivi ovvi, a sinistra per la convinzione suicida che i “rapporti di forza” – per natura instabili e temporanei – potessero più della codificazione delle regole; basti pensare alla non legiferazione sul sindacato – o i partiti politici – che ha permesso la “svolta di Marchionne” (o l'invenzione di “partiti personali”). In un paese così messo la tentazione della scorciatoia furbetta si presenta a ogni passo. Persino nei rapporti internazionali, come si è visto con la figuraccia globale dei “due marò”.

Proprio tenendo presente questo difetto “costituzionale”, la Costituente ha elaborato un'architettura di poteri tale per cui nessun potere potesse facilmente prevalere sugli altri, affidando alla figura del presidente della Repubblica il ruolo del “garante”. Sia dell'unità politica del paese che, quindi, della salvaguardia della Costituzione stessa.

La storia dei presidenti nella “seconda repubblica” ci consegna però una trasformazione progressiva, uno slittamento continuo verso l'assunzione diretta di responsabilità politiche da parte dell'inquilino del Colle. Cominciò Francesco Cossiga a “picconare”, ma le sue “esternazioni” – tanto bistrattate ai tempi – appaiono oggi ben poca cosa rispetto al protagonismo messo in campo da Napolitano (passando per quello di Ciampi e Scalfaro). Un “presidenzialismo di fatto”, esibito in modo plateale con l'incarico a Monti e la creazione di una “maggioranza coatta”, fino al diversivo dei dieci “saggi”, fuori da ogni procedura istituzionale.

La difficoltà perenne di dare una maggioranza chiara a sostegno di un governo “stabile” ha prodotto già diversi tentativi di “semplificare” il gioco politico – parlamentare. Lo sforzo di obbligare il paese a un “bipolarismo” estraneo alla realtà sociale è stato accompagnato da una lunga serie di forzature sulle regole, fino al “porcellum”, che conferisce una maggioranza certa a chiunque arrivi primo alle elezioni politiche, anche con un solo voto in più dei concorrenti. Ma soltanto alla Camera, mentre in Senato resta la normale “incomponibilità” delle differenze nonostante l'adozione – anche qui – di un “principio maggioritario”, ahiloro soltanto su base regionale (un altro capolavoro di quel centrosinistra che pensava di svuotare la Lega sposandone le istanze “federaliste”).

Forzature fallimentari che avvicinano ora quella estrema: ridisegnare la mappa dei poteri facendo del presidente della repubblica “eletto dal popolo” l'arbitro decisivo del gioco politico.

Difficile pensare che i modesti protagonisti dell'attuale scena politica abbiano riflettuto seriamente sula portata di una trasformazione del genere, che dovrebbe quantomeno portarsi dietro una valanga di contrappesi istituzionali.

Qui si gioca con le modifiche della Costituzione – ovvero con gli assetti di lunghissimo periodo – sulla base di puri calcoli di convenienza a breve termine. Abbiamo visto come è stato inserito il “pareggio di bilancio” nella Carta: senza una discussione, senza alcuna riflessione sulla portata storica del porre un vincolo tanto radicale all'elaborazione delle scelte di politica economica di qualsiasi governo a venire. Come se fosse indifferente o irrilevante affidare comunque la guida e le sorti di un paese ad “pilota automatico” sovranazionale.

Siamo in balìa di un branco impaurito e disposto a tutto. Sono pericolosi e vanno fermati il prima possibile. Serve un popolo che si scuote dal torpore, non una consultazione in rete.

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05/04/2013

Crisi politica. Tutti contro tutti, dentro e fuori i partiti

Lo spettacolo diventa più indecente col passare dei giorni. Grandi dichiarazioni sull'"interesse del paese" e risse da cortile per guadagnare visibilità...

Tre piccoli giganti con le gambe rotte. I partiti che dominano e bloccano la politica parlamentare in questo momento sono da un mese in surplace e cominciano a sentire la fatica. Come accade nelle aggregazioni di interessi spuri, senza alcun collante che non sia il puro esercizio del potere, cominciano a dividersi. Gli outsider cercano visibilità e ruolo, gli onesti soffrono e i disonesti vedono occasioni d'oro.

I berlusconiani, che pure hanno un padrone certo, sono i più discreti. Al massimo c'è una Mara Carfagna che propone Emma Bonino presidente della Repubblica, facendo tremare pensionati, lavoratori, precari, statali e anche le donne. E un Brunetta che la smentisce. Ma sotto la calma il pentolone del centrodestra sembra in ebollizione, con un Alemanno disposto a tutto per giocarsi la rielezione a sindaco, fino a organizzare marcette nere con la scusa dei “due marò”, flirtando con CasaPound che vorrebbe “incursioni militari” – sono rimasti ai tempi dei “sommergibili rapidi e invisibili”, come se l'India fosse l'Abissinia – in barba alla Soprintendenza. Berlusconi tace, aspetta che “i dieci saggi” alzino bandiera bianca, guarda alla raffica di udienze e sentenze che lo aspettano in tribunale, e fa fatica ormai a individuare persino il soggetto che dovrebbe garantirgli l'agognato “salvacondotto” giudiziario.

Soffrono i neoeletti grillini, le cui divisioni diventano ogni giorno più circostanziate, mentre Grillo ormai è costretto a strigliare anche chi lo ha votato (una settimana fa definiva “troll pagati” quanti sul suo sito criticavano la chiusura netta a una fiducia a Bersani; ha cambiato idea...), mostrando l'inconsistenza di una visione politica basata tutta su una pretesa “alterità” senza progetto e coerente visione del mondo. Strappi individuali, per ora, o a piccolissimi gruppi, ma che certificano quanto l'empasse vada logorando una macchina pensata per volare rasoterra e improvvisamente ridotta a fare i conti con le manovre in palude.

I più scombiccherati sono però i piddini (di Vendola, ormai, non parla più nessuno). Non appena lo smacchiatore di giaguari è sembrato marcare un punticino – con l'ipoteca messa sull'elezione del nuovo presidente della Repubblica – ecco che immediatamente Renzi lo mitraglia alle gambe chiedendo o un governo con Berlusconi oppure nuove elezioni. La chiacchiera a ruota libera del rottamatore suona sempre suadente a orecchie ignoranti, ma dimentica per strada “piccoli” dettagli decisivi. Per esempio, chi dovrebbe sciogliere le Camere e indire nuove elezioni? Napolitano non può farlo, perché è addirittura alla fine del semestre bianco, il nuovo presidente ancora non ci può essere (la prima votazione è prevista per il 18 aprile). Quindi, di cosa va cianciando? Semplicemente della sua candidatura a nuovo segretario del Pd e quindi a candidato premier quando – a breve, questa è l'unica cosa sicura – si tornerà alle urne. Un altro genio della politica da cortile, tutto preso da se stesso come terminale di poteri poco chiari, senza alcun disegno dicibile che vada al di là dei prossimi 60 giorni.

120 deputati del Pd (quelli che fanno riferimento a lui e Veltroni, a proposito di geni incompresi) si preparano anche a sbarrare la strada alla nomina di Romano Prodi al Quirinale, in modo da esser certi che la segreteria uscente (Bersani a volte fa persino tenerezza...) non possa esibire alcune “successo” al momento della resa dei conti interna.

Questa è tutta “la politica” italiana. Che questo personale allo sbando possa presentarsi in Europa per “ridiscutere” l'impianto dell'Unione europea, sotto stress per la crisi e la gestione egocentrica della Germania, sembra decisamente da escludere.

La domanda è: ci si mette in moto o si aspetta che qualcuno trovi una “quadra” per fotterci meglio, così ci si può sfogare a dirgli maleparole?

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Obtorto Colle

La tempesta perfetta continua a sballottare navigatori e relitti del quadro politico nel nostro paese.

A un mese e mezzo dalle ultime elezioni, le classi dominanti e i blocchi politici stentano ancora a trovare la quadra, né sembra delinearsi nel breve periodo un equilibrio sufficiente per mettere fine ad una ingovernabilità che però – è bene sottolinearlo – non è ancora instabilità a causa del “pilota automatico” costituito dalla troika Bce-Ue-Fmi.

Provare a sfoltire la ridda di ipotesi, congetture e operazioni “prenditempo” come i Saggi al Quirinale non è un lavoro semplicissimo. Non lo è sicuramente per gli attori in campo, non lo è neanche per chi non si accontenta dei “vaffanculo a tutti”, sintesi di una certa efficacia ma, come abbiamo visto, non adeguata a fornire alternative credibili.

In primo luogo possiamo affermare che la partita sulla formazione di un nuovo governo non è più quella principale. Da un lato il “pilota automatico” di Bruxelles e Francoforte consente di far gestire al governo Monti l'ordinaria amministrazione; dall'altro gli equilibri/squilibri in campo non consentono – per ora – soluzioni di una qualche solidità. La partita decisiva che ormai si è aperta riguarda la Presidenza della Repubblica.
Se questo è vero, siamo dentro un passaggio significativo. Grazie alle picconate impresse dalla presidenza di Napolitano, si è via via imposta una linea che vede il rafforzamento nella gestione del potere esecutivo da parte del Quirinale. Non siamo ancora ad una repubblica presidenziale (cosa non prevista dalla Costituzione) ma siamo ben dentro un presidenzialismo “de facto”. Dunque, anche se il governo può essere incerto, la Presidenza della Repubblica assicura quella stabilità richiesta dai mercati finanziari e la piena cooperazione con il pilota automatico europeo.
Ciò significa che il prossimo presidente della Repubblica dovrà corrispondere a questi parametri, magari mandando al Quirinale un ex presidente della Commissione europea come Romano Prodi, che offre garanzie ed è assai benvisto dai poteri forti di Bruxelles e Francoforte.

In secondo luogo, i principali partiti (o sarebbe meglio definirli blocchi elettorali vista la commistione degli interessi che vi convivono dentro) sono tutti e tre degli “anelli deboli”.
Berlusconi è ipotecato dal calendario giudiziario, Bersani è indebolito dalle serpi in seno rappresentate dai renziani/veltroniani, Grillo sta disattendendo molte delle aspettative create. A causa delle legge elettorale vigente, nessuno dei tre ha i numeri sufficienti per procedere da solo, nessuno dei tre può allearsi con un altro senza perdere credibilità e consensi, nessuno dei tre si sente sicuro di un risultato decisivo qualora si tornasse alle urne. L'empasse, al momento, è totale. Ragione per cui la partita si è spostata sull'elezione del Presidente della Repubblica e dal rimescolamento di carte che può innescare.

Infine, non certo per importanza, preoccupa e deve preoccupare la disgregazione sociale che continua a macerare strati sempre più ampi di società.
Tre milioni di giovani certificati come “Neet” ossia senza scuola, lavoro o formazione; stagnazione economica; disoccupazione strutturale; crollo di salari, consumi, potere d'acquisto, determinano le condizioni materiali di una frammentazione sociale che diventa anche vuoto politico. E se in natura il vuoto non esiste, in politica i vuoti si riempiono sempre, anche quando sembrano evanescenti.
Il problema è con che cosa e da cosa vengono riempiti. Non possiamo nasconderci che, almeno nella storia europea, le forze più reazionarie sono quelle più rapide nell'occupare il vuoto. Quelle rivoluzionarie – ad eccezione della Rivoluzione d'ottobre nel lontanissimo 1917 – molto spesso hanno drammaticamente stentato a cogliere le opportunità offerte dalla crisi di egemonia delle classi dominanti. Su questo, magari più che sulle alchimie istituzionali dell'avversario, occorrerebbe concentrare la discussione e l'azione politica nei prossimi mesi.

Per quanto ci riguarda intendiamo cominciare a farlo con la conferenza annuale della Rete dei Comunisti del prossimo 21 aprile a Roma, contiamo di non essere né di farlo da soli, sappiamo di non essere sufficienti per avviare una controtendenza efficace.

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04/04/2013

Giochi, giochini, giochetti: ma qualcuno si ricorda dello stato di questo Paese?

La crisi prosegue in un delirio crescente, dove il primo problema è capire cosa vuole fare ciascun giocatore, al di là delle sue proclamazioni. La prima osservazione è che sono tutti furbi, ma nessuno è intelligente. Siamo di fronte ad una serie di trovate di piccolo cabotaggio, ma nessuno ha un vero disegno strategico. Facciamo una rassegna iniziando dal “giocatore capo”: Napolitano. La sua trovata dei saggi ha fatto infuriare sia Pd che Pdl, ha trovato freddo il M5s (che però converge sull’idea di lasciare Monti) e piace solo a Sc. Ma allora perché l’ha fatta? Il punto è che Napolitano ha segnato una svolta nella storia della Presidenza della Repubblica, che non è stata analizzata con l’attenzione sufficiente. Diciamocelo senza giri di parole: Napolitano è stato il Capo dello Stato costituzionalmente più scorretto e più “interventista” che ci sia mai stato. Roba da far impallidire i precedenti di Segni, Cossiga, Pertini che, quanto ad interventismo non scherzavano.

Non ha minimamente parteggiato per nessun partito (neppure il Pd che era quello da cui proveniva), ma non è mai stato un arbitro super partes, quanto, piuttosto, un giocatore in proprio, portatore di un autonomo disegno politico. Quale? Napolitano ha inteso il suo ruolo come garante, ma non della Costituzione ed, in primo luogo, della sovranità popolare nei confronti dei partiti (figuriamoci!), ma come garante dei patti internazionali –ed in particolare europei- dell’Italia, nei confronti di Parlamento, Governo ed elettorato. Al di sopra di ogni altra considerazione, Napolitano ha avuto la stabilità dell’Euro e la prona accettazione dei diktat che venivano dalla Ue e dalla Bce, anche se questo andava oltre il dettato costituzionale e contro la volontà popolare.

L’“audace” soluzione della crisi del novembre 2011 e poi la sorda opposizione a qualsiasi ragionevole ipotesi di elezioni anticipate nel 2012, erano del tutto funzionali al bisogno di controllare la crisi del debito sovrano europeo e, di conseguenza, dell’Euro. In questo momento la Ue e la Bce si trovano in una contingenza anche peggiore: l’Euro è al punto più basso sul dollaro da quattro mesi, la crisi greca continua a trascinarsi da una scadenza all’altra e, nel frattempo, è arrivata la crisi cipriota e si preannuncia quella slovena, mentre nubi nere si addensano sulla Francia.

Il bandolo della matassa, come sempre, è a Berlino, ma sino a settembre non c’è da sperare nella più piccola concessione della Merkel, che deve affrontare le sue elezioni e deve fare i conti con un’onda crescente anti euro: già si parla di un possibile nuovo partito che proporrebbe la vecchia idea dei due euro, quello "virtuoso" del nord e quello “vizioso” del sud.

In questo quadro, nuove elezioni anticipate in Italia, prima di settembre, significherebbero un più che probabile declassamento del rating dei titoli italiani, dunque un aumento del costo degli interessi e, di conseguenza, nuove turbolenze dell’Euro: tutto carburante per la propaganda degli anti Euro tedeschi.

Pertanto, prima delle elezioni tedesche non è desiderabile che ci siano  elezioni anticipate in Italia. E qui Napolitano ha la sua trovata. Il primo obiettivo è quello di rendere impossibili le elezioni a giugno, scopo raggiunto con l’annuncio di voler restare in carica “sino all’ultimo giorno”: cioè il 15 maggio, anche nel (probabile) caso in cui il Parlamento abbia già eletto da qualche settimana il nuovo capo dello Stato. Settimane preziose. Infatti, Napolitano non può sciogliere le Camere, il suo successore, se lui resta in carica sino alla fine (come gli ha esplicitamente chiesto Draghi) non potrebbe farlo prima del 20 maggio, il che significa che la prima data utile sarebbe il 7 luglio se non addirittura il 15: date impraticabili per diverse ragioni. Quindi, si va a dopo le elezioni tedesche.

Ma, nel frattempo, non si può dare la sensazione di un vuoto di potere che si protragga per mesi, il che potrebbe lo stesso provocare perturbazioni dell’area Euro. Ed allora, ecco la seconda trovata: intanto confermiamo che c’è Monti “pienamente operativo”, poi diamo la sensazione che la crisi sta evolvendo verso uno sbocco di tipo “Olandese”. Nei Paesi Bassi, si era profilata qualche mese fa una situazione di stallo simile che ha trovato lo sbocco in un governo dei due principali partiti rivali all’insegna del “pragmatismo”, cioè dopo un confronto, sotto gli auspici della Regina, sui punti su cui c’era convergenza. La commissione dei “saggi” doveva, appunto, dare la sensazione che si stesse andando in questa direzione e, infatti, a dimostrare che non si tratta di una missione astrattamente ricognitiva (come Napolitano dice ora), ma finalizzata ad un preciso disegno politico, lo dimostra il fatto che non ci sono rappresentanti né di Sel né del M5s che, infatti, non entrerebbero in un esecutivo di quel tipo.

Ora Napolitano, dopo la rivolta dei partiti, parla di “giorni”, ma va da sé che un confronto su temi di quello spessore, se fatto seriamente, richiederebbe ben più di una decina di giorni, così da avvicinarsi alla “tregua estiva”. Peraltro  potrebbe davvero funzionare e dar luogo ad un qualche “governo del Presidente” (se il successore volesse andare in questa direzione), magari con lo scopo di una nuova legge elettorale, e poi si vede… Napolitano a volte mi ricorda il titolo di una canzone della mia gioventù: “Ero l’attendente del Kaiser”. Sentitela: è una musichetta molto divertente.

Una furbata napoletana che, però, non è durata molto perché Pd e Pdl l’ hanno mandata a monte. Il gioco del Pdl è chiarissimo: ora ha il vento in poppa della rimonta di febbraio, può pensare di banchettare sulle spoglie di Scelta Civica, ha il Pd in panne, per cui ha buone possibilità di vittoria (quantomeno alla Camera), se si vota a giugno. Già settembre sarebbe una scadenza con più incognite, ma potrebbe anche andare, quello che deve evitare è di restare invischiato in una qualche soluzione transitoria (governi tecnici, di saggi, del Presidente o come li volete chiamare) che gli leghi le mani sino a giugno, quando ci sono le Europee dove, votandosi con il proporzionale, potrebbe esserci una ripresa della lista montiana. Comunque, il Pdl non ha alcun interesse a vedere Monti su quella sedia un giorno in più: andrebbe meglio persino Bersani perché così si potrebbe accusare il governo di tutte le nefandezze, mentre il governo Monti non serve neppure per fare opposizione.

Quanto al sistema elettorale, al Pdl va benissimo quello che c’è, che trasformerebbe il suo presumibile 35-40% di voti in un 54% di seggi.

Il Pd non ha motivi per guardare con particolare ottimismo a nuove elezioni, ma deve uscire dall’impasse per cui le elezioni sarebbero comunque preferibili ad una situazione di bagnomaria come potrebbe essere un governo del Presidente o simili. Peraltro, piuttosto che una grande coalizione, sarebbe preferibile persino una vittoria elettorale del Cavaliere: il Pd ha costruito la sua linea politica di questo decennio non tanto su una qualche precisa linea in positivo, quanto sull’opposizione a Berlusconi, cercando ogni volta di dar vita ad un sistema di alleanze costruito solo per batterlo. Pertanto, oggi una intesa anche solo indiretta, mediata o parziale, con il “nemico” per eccellenza, è vista con terrore, perché  provocherebbe una emorragia di consensi, presumibilmente a favore del M5s e, forse, di Sel. Per di più, su questo si riflette la partita interna: l’anima ex Pci (da Bersani alla sinistra di Fassina e Orlando) si è ricompattata ed, allo stato attuale, ha il controllo del partito che non intende assolutamente cedere a Renzi ed i suoi (mentre Dalema e Veltroni, ormai giocano ciascuno in proprio). Dunque, andare ad elezioni adesso troverebbe Renzi impreparato e dubbioso (nel caso vincesse il Pdl, si brucerebbe ed è ancora giovane). Per la stessa ragione Renzi e la destra del partito vorrebbero un anno di tempo e si acconcerebbero a qualche accordo anche con la destra magari camuffato in qualche modo. In ogni caso anche al Pd il sistema elettorale, per ora, va bene com'è, perché gli dà speranze di ripetere la vittoria alla Camera, anche se poi al Senato non si sa come fare: una riforma proporzionalista ridisegnerebbe la geografia politica italiana e questa è l’ultima cosa che il Pd vuole.

Di Scelta civica non c’è bisogno di dire: fosse per loro, dopo la scoppola presa, le elezioni le abolirebbero, comunque, più dura Monti meglio è. Anche perché, se dura sino al 15 aprile, può nominare il nuovo Cda di Finmeccanica che è sempre una bella occasione per piazzare amici (bel colpo eh Grillo?!).

Sarebbero gli unici ad avere qualche interesse ad una riforma della legge elettorale se non fossero terrorizzati da un innalzamento della soglia di sbarramento.

Il M5s è il soggetto più divertente. C’è chi dice che la preferenza per Monti dipende da umori liberisti e di destra che scorrerebbero sotterraneamente nel suo gruppo dirigente (e che, per la verità, a tratti vengono fuori). C’è chi pensa che questo dipenda da un astuto calcolo tattico per cui Monti è più debole (ma che significa più debole? Un governo senza maggioranza è sempre debole allo stesso modo, che lo presieda Monti, Bersani o Crimi.) Altri ci vedono un oscuro piano della Goldman Sachs. Deluderò gli appassionati di “cappuccino brioche ed intelligence”, ma temo che la verità sia molto più banale: Grillo ha preso il 25% ma non sa cosa farne e dove andare. La cosa più perfida che il Presidente della Repubblica potrebbe fargli sarebbe quella di dare l’incarico al M5s. Il primo problema sarebbe il nome del Presidente del Consiglio: Grillo no, per le stesse ragioni per cui non si è presentato alle elezioni (la condanna riportata anni fa) e allora chi? Crimi? Casaleggio? La Lombardi? La signora Maria di Voghera? Santa Rita da Cascia? Magari accetterebbero con la regola della rotazione ogni tre mesi e con il divieto di andare a trasmissioni televisive per Presidente del Consiglio e ministri. E non parliamo poi del programma…

Il fatto è che Grillo è preoccupato solo di preservare la sua “verginità” rispetto all’orrendo sistema dei partiti, per cui Monti sta là senza che lui debba fare niente, anzi non c’è nemmeno bisogno del dibattito di fiducia alla Camera: ve l’immaginate cosa direbbe Crimi intervenendo? Dopo uscirebbe dall’aula smentendo tutto. A proposito: oggi leggo che Crimi ha detto che l’ipotesi di un governo Bersani senza fiducia è una “ipotesi nuova sinora non valutata” che aprirebbe altri scenari (ma va! Non mi dire!). Manco a dirlo tre ore dopo Grillo lo ha bacchettato: Bersani e Monti sono la stessa cosa. Per cui meglio Monti.

Grillo sogna solo di arrivare alle elezioni (anticipate o europee) senza macchia di alleanze e di ripetere la denuncia dell’inciucio degli altri. E’ da notare che non ha affatto protestato per il fatto che il suo movimento (che, in fondo, è il terzo gruppo parlamentare ed ha più deputati di Lega e Scelta Civica) non fa parte della “commissione dei saggi”, magari anche solo per chiedere la diretta streaming delle riunioni delle due commissioni. A lui non interessa, anzi gli va bene perché così può sparare, come il Pannella d’altri tempi, contro l’ammucchiata dei partiti ecc. Nel frattempo sta studiando come surgelare i suoi parlamentari.

Magari, dopo un nuovo turno elettorale, con un altro successo, si vede cosa fare, per ora l’importante è cavalcare la tigre e non scendere da essa. Quanto poi alla legge elettorale devo ancora capire cosa vuole il M5s…

In mezzo a questo delirio di tutti i partiti (ed anche il M5s lo è, e ragiona da tale, anzi è anche un po’ più autoritario degli altri) c’è qualcuno che si ricorda di questo sciagurato paese e delle sue urgenze?

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La cosa che più mi fa girare i coglioni in tutto questo è che se quel pastone di Rivoluzione Civile non si fosse sputtanata rincorrendo il miraggio di un paio di seggi in Parlamento, ora potrebbe essere nelle strade a fare quello che il M5S ha fatto per mesi con la differenza di rivolgersi unicamente agli ambienti e soggetti prettamente di sinistra per fare zoccolo duro ma proponendo analisi e soluzioni condivisibili anche dall'elettorato più moderato.
S'è invece preferita la soluzione dell'armata Brancaleone e quel poco che restava della sinistra radicale s'è anche giocata la minima ossatura sul territorio di Rifondazione da cui si poteva partire per costruire qualcosa di realmente nuovo.
Andate a fare in culo cazzo, anche perché ora non si capisce proprio cosa si possa mettere insieme di davvero diverso e di sinistra.

03/04/2013

Sgomberiamo il campo in anticipo

A proposito di casta/e...

"Grande la confusione sotto il cielo, la situazione è dunque eccellente!". Abbiamo sentito così tante volte citare questa bella frase (a partire da noi stessi) che iniziamo a dubitare della sua giusta interpretazione. Pare a volte che la confusione alberghi nelle teste di tant* compagn* piuttosto che nelle condizioni oggettive della fase politica che stiamo attraversando. Capita che l'entusiasmo legittimo - e che condividiamo - per una situazione politica di difficile equilibrio quale quella che si è venuta a creare dopo l'ultima tornata elettorale, si tramuti in falsa coscienza.

Per farla breve, non capiamo certe esultanze in cui capita di incappare in Rete, magari per la nomina della Boldrini o di Grasso nei loro rispettivi ruoli istituzionali o certe iniziative, come si dice, "dal basso" per spingere il Movimento 5 Stelle a garantire una qualche forma di governabilità al claudicante sistema politico italiano (l'ingovernabilità è ben lontana da venire, dal momento che le classi superiori sono ben salde al potere e le articolazioni dell'apparato statale continuano a funzionare a pieno regime). Ripetiamo: se c'è un merito che va riconosciuto a quello strano e spurio fenomeno che è il grillismo (oltre Grillo e i militanti grillini) è che esso ha dato voce e forma ad un'insoddisfazione latente nel corpo sociale (avvicinando a qualcosa come un'attivazione tanti abitanti di questo paese) ma soprattutto - ed è questo che ci interessa, in tutta la parzialità di cui siamo capaci - ha complicato la governabilità del sistema-paese ai governanti di ieri e alla troika di oggi e domani (ed è ben singolare che un fenomeno tanto nazionale abbia effetti europei).

Quando facciamo queste osservazioni, non intendiamo farci portatori della retorica estremistica del "tanto peggio, tanto meglio". Non siamo insensibili alle preoccupazioni (per esempio) dei lavoratori della Bridgestone di Bari o alle grida di disperazione delle partire iva indebitate o a quei tanti uomini e donne della classe operaia e dei ceti medi che da un giorno all'altro affollano le assistenze sociali o i dormitori... Solo, non crediamo che la formazione di un governo di accordi "a sinistra" possa cambiare alcunché e che quindi tante lamentazioni in questa direzione, per quanto comprensibili, non porteranno a niente. Siamo invece certissim* che niente può cambiare in questo paese senza la previa distruzione politico-rappresentativa dei ceti politici che hanno governato e fatto opposizione in questo paese fino ad oggi.

Abbattere e disarticolare il Pd è, in questo senso, un obiettivo strategico per tutt*, per la funzione (questa sì) di tappo che ha svolto in questi anni, agendo come controllo della forza-lavoro attraverso i sindacati confederali, intorpidimento dell'intelligenza pubblica attraverso i propri media di riferimento e la costruzione di un obiettivo politico al ribasso (l'anti-berlusconismo), pregno di effetti nocivi per la comprensione delle poste in gioco e degli interessi in campo. Se il Pdl ha costruito una casta di arraffatori pantagruelici, il Pd (e i suoi precedenti) costruiscono e formano da anni una casta di "equilibratori" del sistema, responsabile del blocco di tante energie sociali che finalmente iniziano a scappargli di mano (specie tra i più giovani). Di fronte allo scompaginamento di queste settimane, le menti assopite di questo partito di tromboni stanno avendo un barlume di residua intelligenza (dettata dagli istinti di auto-conservazione e sopravvivenza) e cercano di navigare a vista nella burrasca utilizzando figure pubblicamente stimate nel vano tentativo di salvare la baracca in cui albergano. Ma non crediamo ci siano scorciatoie o tappabuchi che possano cambiare alcunché: Grasso non è meglio di Schifani né la Boldrini è meglio di Fini. Fanno parte di quel sistema che ha come primo obiettivo la preservazione e continuazione di sé stesso in quanto sistema.

Ma le caste sono tante in questo paese e non bisogna quindi pensare che esse alberghino solo nelle stanze di Montecitorio o Palazzo Madama. Stanno comode anche nelle redazioni dei principali media, nelle sedi dei sindacati confederali, nelle dirigenze medie e alte degli istituti preposti alla mediazione sociale, nella Magistratura e nell'Accademia. Non facciamoci quindi illusioni: un Rodotà alla Presidenza della Repubblica non cambierà proprio niente, né un qualche "illuminato" questore al posto di Manganelli. Nessun cambiamento promanerà da chi è impegnato nel difendere poltrone, posti di lavoro ben retribuiti, status sociali e privilegi assodati. Solo la messa in discussione di questi equilibri e questi ruoli è indice di un inizio di ribaltamento dei rapporti sociali. Ogni processo deve quindi essere giudicato non per quel che dice di essere o per come si rappresenta ma, molto più materialmente, per la paura che fa a questi signori lassù in alto.

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31/03/2013

Autoscacco a 5 Stelle

Fino a ieri mattina, checché se ne dicesse, il movimento 5 Stelle non aveva sbagliato una mossa. A parte le trascurabili defezioni sulla presidenza del Senato, aveva mantenuto compatti i suoi variopinti ed eterogenei gruppi parlamentari, sfuggendo a tutte le trappole che i partiti e i giornalisti al seguito avevano seminato sul suo cammino. Aveva messo all’angolo il Pdl con l’annuncio del sì all’ineleggibilità e a un’eventuale richiesta d’arresto di B. (spingendo il Pd ad allinearsi). Aveva costretto il Pd a rottamare i candidati di partito per le due Camere e a inventarsi in fretta e furia i nuovi arrivati Boldrini e Grasso, a loro volta obbligati a esordire col taglio degli emolumenti che, per quanto modesto, avrebbe innescato l’effetto valanga. Infine aveva cucinato a fuoco lento Bersani, fino alla figuraccia in diretta streaming e alla resa sul Colle camuffata da congelamento.

Intanto i dogmi pidini dei rimborsi elettorali e del Tav Torino-Lione venivano rimessi in discussione. Insomma, pur avendo vinto solo moralmente le elezioni, 5Stelle era diventato in pochi giorni il dominus della politica italiana. Se Grillo avesse chiesto a Bersani le chiavi di casa e della macchina, quello gliele avrebbe consegnate senza fiatare e con tante scuse per il ritardo. Insomma, da oggi un movimento nato appena tre anni fa avrebbe avuto l’ultima parola sul nuovo governo e sul nuovo presidente della Repubblica. Con notevoli benefici per gli italiani, visto che alcuni punti del programma pentastelluto, al netto delle follie e delle utopie, sono buoni e giusti e realizzabili in poco tempo. E visto che B. sarebbe rimasto irrimediabilmente all’angolo.

Sarebbe bastato che ieri i capigruppo fossero saliti al Quirinale con una proposta chiara e netta: un paio di nomi autorevoli per un governo politico guidato e composto da personalità estranee ai partiti (parrà strano, ma ne esistono parecchie, anche fuori dalla Bocconi, dalle gran logge, dai caveau delle banche e dalle sagrestie vaticane). Siccome Bersani, anche in versione findus, era rimasto fermo all’asse con M5S, secondo la volontà dei due terzi degli elettori, i grilli avrebbero dovuto sfidarlo ad appoggiare quel tipo governo. Che naturalmente non può essere né a guida Bersani, né tantomeno a guida M5S. Di qui la necessità di una rosa di personalità che potessero incarnare, per la loro storia e le loro idee, alcuni dei punti chiave del movimento. Sarebbe stato lo scacco matto al re. Invece lo scacco i grilli se lo son dato da soli. Col rischio di perdere un treno che potrebbe non ripassare più; di accreditare le peggiori leggende nere sul loro conto; e di gettare le basi per drammatiche spaccature.

Ieri infatti al Colle non hanno fatto nomi, ma solo allusioni, anche perché Napolitano non vuole sentir parlare di nomi extra-partiti. Poi hanno chiesto ciò che non potevano avere: l’incarico. Ha prevalso l’inesperienza, o la supponenza, o la paura di essere incastrati in giochi più grandi e inafferrabili. Paura infondata, visto che i partiti sono alla canna del gas e non sono più in grado di incastrare nessuno, se non se stessi. E in ogni caso la mossa era a rischio zero e a vantaggio mille (per loro e per il Paese). É vero, come sospettavano i complottisti (che spesso ci azzeccano) che Napolitano e parte del Pd sono già d’accordo col Pdl per l’inciucio: ma, a maggior ragione, la proposta di un governo Settis o Zagrebelsky li avrebbe messi tutti con le spalle al muro. E li avrebbe costretti alla ritirata, non foss’altro che per non assumersi la responsabilità di aver bocciato il miglior governo degli ultimi 15 anni (almeno sulla carta). Ora invece l’unica alternativa alle urne, che tutti invocano ma tutti temono, sarà un inciucissimo con B., più o meno mascherato. Che magari era nella testa di Napolitano e dei partiti fin dal primo giorno. Ma che ora ricadrà sulla testa dei 5 Stelle. E naturalmente degli italiani. Bel risultato, complimenti a tutti.

il Fatto Quotidiano, 30 Marzo 2013

Fonte

Un collega di Travaglio sempre sulle pagine del Fatto ha commentato la situazione scrivendo che lo stallo conviene a tutti , Grillo compreso che avrebbe conseguito "Una vittoria tattica, al prezzo di una sconfitta strategica".
A mio modo di vedere tirare in ballo il tatticismo in questa fase d'impasse istituzionale è fuori luogo in quanto l'unica tattica che s'è dipanata come tale raggiungendo dei risultati è quella che ha consentito a Berlusconi di rinascere politicamente. Tutto il resto, al netto della capitolazione di Monti che non ha mai creduto nel risultato che gli è stato imposto di rincorrere, sono stati maldestri tentativi d'evitare lo sputtanamento tanto da parte del PD (che ha fatto di tutto per mostrarsi in antitesi all'orco Berlusconi rinfocolando il più possibile quella polarizzazione - berlusconismo vs. anti-berlusconismo - che gli ha consentito di sopravvivere politicamente negli ultimi 20 anni) quanto del M5S che s'è trincerato dietro un muro di no nel tentativo solo parzialmente riuscito di nascondere un'impreparazione istituzionale e politica che ha del catastrofico.

Auguri Italia.

Qualche risposta a proposito delle scelte del M5S

Immaginavo molte delle obiezioni che mi sono state mosse a proposito delle scelte del M5s a proposito del governo, ma, ovviamente, non potevo rispondere preventivamente. Vengo al merito, sostanzialmente le obiezioni sono:

a- il M5s si  è presentato e si ritiene alternativo all’intero sistema politico, per cui, come potrebbe allearsi con una qualsiasi delle parti di questo sistema senza tradire le assicurazioni date e, quindi, perdere credibilità?

b- più in particolare, il Pd ha un orientamento di politica economica tutto interno alle compatibilità decise dalla Bce e dalla Ue, mentre il M5s ha un orientamento completamente diverso, per cui, su cosa potrebbero accordarsi?

c- La scelta di allearsi al Pd farebbe allontanare gli elettori di destra del M5s (e sono molti, mi si precisa)

d- forse la rappresentanza politica e consiliare grillina non è sufficientemente preparata, ma diamogli tempo e si formeranno e comunque questo abbiamo a disposizione

e- i sondaggi hanno così clamorosamente fallito che qualsiasi cosa dicano non sono più credibili, per cui, se prevedevano il 14% al M5s che poi ha preso il 25%, vedrete che anche la prossima volta il risultato sarà al di sopra delle previsioni.

Rispondo punto per punto:

A- Alleanze: effettivamente il M5s si è presentato ed è un movimento antisistema (che poi riesca realmente a rappresentare un’alternativa ad esso è altro paio di maniche di cui parleremo in altra occasione) per cui, comprensibilmente esclude alleanze con una qualsiasi delle parti di esso. Sin qui nulla da obiettare. Ma la politica è fatta di sfumature e c’è modo e modo e tempo e tempo. Personalmente non credo all’opportunità di un’ alleanza organica e di lungo periodo del M5s con il Pd, magari con una partecipazione al governo. Sarebbe un suicidio insensato del M5s. Ma ci sono molte altre soluzioni possibili, oltre quella della chiusura totale: ad esempio limitarsi a far formare il governo (con una astensione o uscendo dall’aula al momento del voto) con un solo punto da realizzare, la riforma elettorale, per poi andare a votare nel tempo strettamente necessario. Un accordo parziale e temporaneo che, se mi permettete, è cosa ben diversa da un’ alleanza. Il punto è questo: se votiamo con questa legge elettorale orrenda siamo punto e da capo, perché nessuno prende la maggioranza dei seggi al Senato. Ed allora  che facciamo, votiamo per la terza volta in un anno?

Questa è una legge elettorale che ha un doppio handicap: da un lato è follemente disrappresentativa perché dà il 54% dei seggi ad uno schieramento che rappresenta anche meno del 20% del corpo elettorale, dall’altro è costitutivamente portatrice di instabilità, perché produce numeri diversi nei due rami del Parlamento.

Dunque, quantomeno, un accordo di pochi mesi per fare la legge elettorale sarebbe una misura di buon senso. Ma si può fare anche di più, ad esempio, se ci fossero le condizioni, si potrebbe concordare un pacchetto di provvedimenti (ad esempio legge sul conflitto di interessi, sulla corruzione, sul sostegno alle imprese in crisi, su forme temporanee di reddito di cittadinanza, o quello che vi pare) per poi votare entro un anno, insieme alle europee. Occorrerebbe vedere cosa offre la controparte e, per il resto, giudicare caso per caso sulle misure del governo, riservandosi, quando il disaccordo fosse troppo forte, di passare alla sfiducia facendo cadere il governo.

Questa soluzione –ove possibile, cosa da verificare- offrirebbe due vantaggi: permettere al M5s di “portare a casa” dei risultati, dimostrando come, pur senza andare al governo, esso ottiene misure sin qui rifiutate dal sistema (e, quindi, rafforzare il suo consenso) e, in secondo luogo, fare passi avanti nella preparazione di una classe di governo idonea al compito. Un anno sarebbe pochissimo, siamo d’accordo, ma meglio di nulla.

E questo non significa “sposarsi” ma solo sospendere temporaneamente le ostilità. In fondo, anche in guerra, non ci sono solo il momento del combattimento o il “cessate il fuoco”, ma c’è tutta una graduazione: l’armistizio, la tregua, la sospensione momentanea, magari per raccogliere i feriti sul campo ecc.

B- Le differenze programmatiche.
Anche qui sono d’accordo: la linea del Pd è compatibilista ed il M5s non lo è. Bersani al primo degli otto punti ha parlato di abbandono della linea del rigore a tutti i costi, d’accordo, ma è ancora poco per capire cosa significhi in concreto. Su questo però vorrei capire meglio anche quali sono le proposte del M5s al di là del generico rifiuto dell’Euro e delle sue compatibilità. Personalmente mi sono espresso contro l’Euro, sin dalla sua nascita, e penso da tempo che occorra uscirne, ma c’è modo e modo. Una uscita improvvisa e non guidata è possibile ma le conseguenze quali sarebbero? Anche dichiarare default potrebbe essere inevitabile, ma anche qui c’è modo e modo, ad esempio si potrebbe valutare l’ipotesi di un haircut concordato, oppure una discriminazione fra creditori interni ed esterni. Insomma, non è che si possa dire ai creditori “Non ti pago” e pensare che tutto finisca là. Ci sono conseguenze su cui occorre riflettere. Quindi, va bene che ci sono differenze programmatiche però entriamo nel merito per scoprire se non ci sia una fettina, magari piccola, di proposte condivise, ma, soprattutto, teniamo presente che non è una partita a due. Ci sono anche gli altri fuori e, soprattutto, il tetto può cascare in testa a tutti.

C- La fuga degli elettori di destra.
Verissimo: è un rischio che il M5s corre, ma, se è per questo, corre anche quello di un distacco degli elettori di sinistra, che sono anche di più. Ma questo è un rischio connaturale a un movimento come il M5s è: un momento di raccolta della protesta che mette insieme il leghista deluso che ha imparato ad apprezzare Grillo per le sue sparate anti immigrati, lo studente precario che, invece, vuole il reddito di cittadinanza, l’ex di Rifondazione che pensa che finalmente questo è il partito antisistema che cercava, il pensionato che vuole lo stato sociale, il commerciante brianzolo che odia lo stato sociale perché è stufo di pagare troppe tasse, la signora Maria di Voghera e il signor Alfio di Filicudi. Per quanto tempo pensate di tenere insieme questo minestrone? Il problema non è solo la fiducia al governo, perché divisioni del genere verranno fuori ogni giorno, che si tratti della legge sull’immigrazione o dei marò detenuti in India, della posizione da prendere sulla Siria o della nuova riforma degli studi universitari. Ogni movimento di protesta, prima o poi, si è trovato ad un bivio: trasformarsi in una forza politica con precisi connotati –e quindi amalgamare dei pezzi e perderne altri- o esplodere in mille schegge. Per ora questo caravanserraglio del M5s sta in piedi su due cose legate fra loro: la figura carismatica di Grillo e la protesta contro un sistema politico indecente.

A proposito: l’espressione di Battiato sul Parlamento era sgradevole perché si lasciava interpretare in senso misogino, quel che non era nelle sue intenzioni, ma, nel merito, vogliamo negare che questa classe politica ha una bella fetta di mercenari pronti a passare da una parte all’altra? La prossima volta, magari Battiato anzicchè dire troie dica lanzichenecchi, che fa più fino; però il vilipendio del Parlamento, il vero vilipendio, è quello di chi ci manda certa gentaglia.

Tornando al discorso principale: che si tratti della fiducia o di altro, il M5s deve mettere in conto che ha un elettorato vasto quanto disomogeneo e messo insieme in pochissimo tempo. Anche per questo, immaginare altre ondate plebiscitarie è poco realistico e, comunque, comporterebbero ulteriori problemi di gestione di un seguito sempre più disomogeneo.

D- i parlamentari grillini matureranno: speriamolo e se possibile facciamo qualcosa per aiutarli in questo senso, però diciamoci che la presentazione è un disastro, sia per la manifesta incompetenza, sia –consentitemelo- per alcuni tratti di rozzezza umana prima che politica. Sono rimasto trasecolato dall’uscita di Gessica Rostellato che ha rifiutato di stringere la mano a Rosy Bindi, dichiarando che “non è un piacere” e che lei è una persona “sincera”. A parte il fatto che la sincerità sta diventando l’alibi di una legione di selvaggi che si sentono autorizzati ai comportamenti più inurbani, il punto più grave non è il gesto in sé ma quello che sottintende. L’idea è quella di una superiorità morale in nome della quale  si rifiuta di riconoscere l’altro come pari: “Io sono una persona per bene e tu sei una merda alla quale non do nemmeno la mano”. In vita mia, a causa dei miei incarichi peritali o in commissione parlamentare o per delle interviste, mi è capitato di incontrare mafiosi, probabili stragisti ed accertati golpisti, truffatori dichiarati, ignobili depistatori, assassini acclarati,  tangentisti ed ogni altro genere di gentiluomini, ed ho sempre stretto la mano a tutti guardandoli negli occhi. Non “facendo finta di nulla” per un vuoto atto di cortesia formale, ma perché non mi sono mai sentito superiore moralmente a nessuno e non mi sono mai sentito il custode di alcuna virtù. E non ho mai pensato che l’ultimo delinquente, per il solo fatto di esser stato tale sino a cinque minuti prima, fosse predestinato a restarlo per il resto della sua vita. Nessuno è indegno di una stretta di mano. Tanto più se poi, questo rifiuto si basa non su qualche particolare comportamento personale, ma solo sulla appartenenza ad un partito. E’ questo che mi fa temere che dietro a questo rifiuto pregiudiziale di ascoltare l’altro ed aprire una qualche interlocuzione parlamentare ci sia, più che un giudizio politico, una qualità antropologica che non mi piace affatto. Sono sincero anche io: va bene?

Prendiamola per una dimostrazione di infantilismo e non facciamola troppo lunga, però non fateci più vedere cose di questo tipo. Dopo vedremo se e come riuscirete a fare il mestiere di parlamentari che, lo dice la parola stessa, presuppone il fatto che si parli con gli altri, non che li si copra di insulti. Le piazze sono le piazze ma il Parlamento non è una piazza, cerchiamo di ricordarlo.

5- I sondaggi non sono credibili: figuriamoci! Con me sfondate una porta aperta, anzi, una porta che non c’è. Però, attenzione: il sondaggio può truccare ma sino ad un certo punto. Poi c’è un’altra cosa: il sentire comune, per il quale l’opinione pubblica certe tendenze le coglie. Che Berlusconi fosse in caduta libera sino a dicembre, non c’era bisogno dei sondaggi per saperlo. Che poi abbia iniziato una rimonta preoccupante abbiamo iniziato a pensarlo tutti dopo la serata da Santoro e  bastava parlare con la gente al bar per percepirlo: il vecchio elettore del Pdl, che da un po’ di tempo stava muto e defilato, tornava ringalluzzito, vice versa, il vecchio pensionato militante del Pci, che sino a quel punto era certissimo della vittoria iniziava a mostrare qualche preoccupazione. E così si percepiva che la lista di Monti non stava affatto decollando, che la campagna elettorale del Pd era fiacca e che il M5s, invece, stava per avere un clamoroso successo. Ovviamente, nessuno era in grado di fare cifre, di dire di quanto il M5s sarebbe avanzato e di quanto Monti sarebbe affondato, ma le tendenze generali erano quelle.

Per capire dove soffia il vento mi basta parlare con la gente: al bar con i vecchi pensionati, in facoltà con gli studenti, dal barbiere o magari in taxi (i taxisti sono meglio della doxa, credetemi, perché parlano con un mare di gente ogni giorno). E la sensazione che sto ricevendo è che lo stato d’animo prevalente sia quello della preoccupazione per l’instabilità. La gente vuole un governo, comunque sia. Non dico che abbia ragione e che sia la cosa migliore da fare, registro solo un umore ogni giorno più forte. Mentre trovo pochissime persone disposte a prendere sul serio l’idea di un incarico per formare il governo ad un esponente del M5s. Persino fra elettori cinque stelle spesso sento dire che è una trovata propagandistica, magari per presentarsi alle elezioni, ma non ci si crede. Ci sono poi segnali di malumore di tutti i principali testimonial di Grillo: da Fo a Battiato, da Celentano alla Mannoia, tutti invitano Grillo a “non esagerare”. E non è poco.

Ma su tutto dovremo tornare ancora a lungo.

Aldo Giannuli

Fonte

Il pragmatismo, quando si parla di vicende politico-elettorali, scorre sempre vigoroso nelle vene di Giannuli, questa ne è l'ennesima prova.
Tuttavia, a mio parere sì può affermare che le sue considerazioni erano ampiamente prevedibili se non scontate a partire dal momento in cui il M5S decise di gettarsi nella disputa elettorale.
Una disputa che il movimento ha vissuto sulla cresta dell'onda ma che ha consegnato al Parlamento una forza esageratamente gonfiata nei consensi rispetto al risibilissimo spessore politico ed umano dei suoi appartenenti.
Senza nulla togliere all'abnegazione della militanza a 5 stelle, lo spessore politico che il movimento ha espresso sino a questo momento è stato totalmente deficitario e il presumì da "noi siamo meglio del resto dell'universo" che è fondamentale per esaltare il proprio morale in campagna elettorale, diventa tremendamente squalificante quando si entra nella stanza dei bottoni, anche perché tutti quelli che hanno votato Grillo a questa tornata e quelli che mediante il movimento sono finiti a rappresentare i cittadini in Parlamento, cinque anni fa s'abbeveravano alla stesse fonti che ora tanto disprezzano.
Personalmente mi auguro d'assistere a un colpo di coda, quasi certamente calato dall'alto, che sia in grado di sorprendere e sorprendermi, tuttavia ascoltando i recenti deliri di Grillo - che sembra sempre più un nerd scollato dalla realtà - sto maturando la convinzione che dietro tanta incazzatura e voglia di fare, non ci sia alcuna idea in merito al cosa fare.
Parafrasando i Sex Pistols il M5S sa cosa vuole (ma anche su questo frangente ho qualche dubbio) ma non ha la minima idea di come ottenerlo.

29/03/2013

Il punto zero della politica italiana

Il "laboratorio degli orrori" italiano sta partorendo un nuovo mostro. Ancora non ha un nome, ma molti padri a madri. La paralisi prima del collasso della "seconda repubblica", nata storta e cresciuta gobba.
L'editoriale di Michele Ainis, ieri, sul Corriere della Sera, è un fermo immagine perfetto del cul de sac in cui è infilata da decenni "la politica" in Italia. Manca l'analisi dei processi - storici, economici, culturali e dunque anche politici - che hanno portato a questo punto. Ma il fatto è colto.

A noi conviene invece ripensare al prima e cercare di individuare "il dopo", perché solo degli stupidi cresciuti beatamente dentro l'eterno presente possono pensare di "governare il cambiamento" senza alcuna cognizione dei processi, ovvero quella semplice considerazione per cui quello che farai domani dipende da cosa hai fatto ieri e da come lo stai preparando oggi.
La fine della Seconda Repubblica è decisamente simile alla sua nascita: paralisi della vecchia classe politica, travolta dagli scandali e dalla "fine delle ideologie", discesa in campo della "società civile" (con nuove migliaia di affamati di potere e prebende al posto di quelli vecchi, ma almeno "professionali"), retorica del "merito" e della "tecnica" come sostituti dei progetti e delle concezioni del mondo, retorica del "paese" senza differenze sociali in luogo del conflitto sociale riconosciuto e regolato anche sul piano istituzionale.
Da questo punto di vista siamo fermi a venti anni fa. Stessi discorsi e stesse parole d'ordine, con un pizzico di novità solo per quanto riguarda le "tecniche" - appunto, visto che si sono evolute - per cui un imbecille qualsiasi può dire che si può mandare avanti un paese senza governo, tanto basta fare sondaggi su internet per approvare questo o quel provvedimento. Se pensate che la definizione di "un imbecille qualsiasi" sia troppo forte, chiedetevi semplicemente "chi" presenta i provvedimenti da mettere ai voti? "Chi" li elabora? Entro quale disegno generale, dentro quale strategia di sviluppo, ogni provvedimento è stato scritto?
Dire "i parlamentari" ovviamente non basta, perché in questo modo scompaiono del tutto i processi reali in base a cui determinate "esigenze" si trasformano in progetti di legge. E non serve neppure pensare alle potenti lobby che stazionano dentro e fuori le aule parlamentari per capire che nessun provvedimento di governo è mai neutrale, semplicemente "tecnico".
Tanto più in una situazione in cui gli unici vincoli ferrei posti all'azione del governo italiano - o greco, spagnolo, cipriota, ecc - sono quelli esterni. I trattati che sottraggono di fatto il controllo del bilancio pubblico al parlamento nazionale hanno anche svuotato "la politica" della sua funzione principale. Non a caso il trattato di Maastricht, che pone i primi vincoli che porteranno poi all'euro, coincide anche temporalmente con la dissoluzione dei partiti politici della Prima Repubblica.

E ora? La dissoluzione interna è evidente. Così tanto che persino chi, come il Corriere della Sera, l'aveva in vario modo caldeggiata e accompagnata (da qui vengono i primi e più famosi libellisti contro "la casta", poi sorpassati dai grillismi) ora ne è spaventato.
Solo i "vincoli esterni" tengono, solo le indicazioni della Troika sono "programma di governo". E, in effetti, per eseguire piattamente un compito assegnato altrove, non c'è un gran bisogno di avere un classe politica autorevole, esperta, progettante e lungimirante. Bastano degli schiaccia bottoni.

O almeno questa è la tentazione. E qualcuno infatti propone di abolire anche i sindacati, in nome di un'idea di "cittadino" senza connotazioni sociali. Ovviamente è tutto molto più complicato, perché il conflitto sociale – fin qui tenuto a freno soltanto da una triade sindacale che aveva costruito se stessa come “cinghia di trasmissione” dei partiti di riferimento (Pci, Dc, Psi-Psdi, nella Prima Repubblica) – va gestito, sedato con misure attive, deviato anche sul piano ideologico, altrimenti sfugge di mano. E non bastano telecamere e droni... né consultazioni in rete.


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Il bersaglio immobile
Michele Ainis – Corriere.it

Ho fatto un sogno. Bersani torna al Colle (meglio tardi che mai) e ci torna a mani vuote. Senza un «sostegno parlamentare certo» al proprio tentativo, come gli aveva invece chiesto il presidente. Sicché quest’ultimo lo accompagna alla porta, sia pure con rammarico; e si prepara a sparare un secondo colpo di fucile. Subito, perché di gran consulti ne abbiamo visti troppi, e perché di tempo non ce n’è. Dunque Napolitano individua un nuovo vate, ma nel mio sogno pure lui incespica sui veti, pure lui torna al Quirinale senza voti.

Perciò arriviamo più o meno al 5 aprile, quando mancano quaranta giorni all’insediamento del prossimo capo dello Stato. Ma intanto il vecchio presidente non ha più cartucce da sparare, né tantomeno può usare l’arma atomica, lo scioglimento anticipato delle Camere. Non può perché è in semestre bianco; il colpo di grazia, semmai, spetterà al suo successore. E nel frattempo? Stallo totale, blocco senza vie di sblocco. I partiti si danno addosso l’uno all’altro, mentre i mercati infuriano, le cancellerie s’allertano, le imprese fuggono, i disoccupati crescono, le piazze rumoreggiano. L’Italia si trasforma in un bersaglio mobile (anzi no, immobile). Il mio sogno si trasforma in incubo.

No, quaranta giorni così non li possiamo proprio vivere. Sarebbe da pazzi, un suicidio nazionale. Ma sta di fatto che il seme della follia ha ormai attecchito nella nostra vita pubblica. Il Pdl accetta patti col Pd se quest’ultimo patteggia il Quirinale: lo scambio dei presidenti. A sua volta, Bersani inaugura una singolare forma di consultazioni: le consultazioni al singolare. Ossia con singoli individui (Saviano, Ciotti, De Rita), oltre che con il Club alpino e il Wwf. Nel frattempo il suo partito discetta sull’ineleggibilità di un uomo politico (Silvio Berlusconi) già eletto per sei volte. La minuscola pattuglia di Monti viene dilaniata da lotte intestine: la scissione dell’atomo. Il Movimento 5 Stelle disdegna tutti i partiti rappresentati in Parlamento: l’onanismo democratico. E per sovrapprezzo il ministro dimissionario d’un governo dimissionario (Terzi) si dimette in diretta tv: le dimissioni al cubo.

Come ci siamo ridotti in questa condizione? Quale dottor Stranamore ha brevettato il virus che ci sta contagiando? Perché il guaio non è più tanto d’essere un Paese acefalo, senza un governo sulla testa. No, la nostra disgrazia è d’aver perso la testa, letteralmente. Stiamo in guardia: come diceva Euripide, «quelli che Dio vuole distruggere, prima li fa impazzire». Eppure in Italia non mancano intelligenze né eccellenze. C’è un sentimento d’appartenenza nazionale che non vibra unicamente quando gioca la Nazionale. C’è una domanda di governo che sale da tutti i cittadini. E a leggere i programmi dei partiti, i punti di consenso superano di gran lunga quelli di dissenso, come la legge sul conflitto d’interessi: sicché basterebbe lasciarla in quarantena per un altro po’ di tempo, in fondo la aspettiamo da vent’anni.

Una cosa, però, dovrebbe essere chiara. Se fallisce il governo dei partiti (quello incarnato da Bersani), c’è spazio solo per un governo del presidente, votato in Parlamento ma sostenuto dall’autorità di Giorgio Napolitano. Anche se quest’ultimo a breve lascerà il suo incarico, anche a costo di sperimentare l’ennesima anomalia istituzionale: il governo dell’ex presidente.

Fonte

14/03/2013

Un passo nel vuoto

Nel paese da operetta non c'è proprio più da ridere. Non è la prima volta che la maionese del potere impazzisce, ma è la prima volta che il movimento operaio è del tutto fuori gioco mentre il gioco diventa pericoloso.

La “marcia” dei parlamentari berlusconiani all'interno del Palazzo di Giustizia a Milano ha molto, nelle intenzioni, della squadraccia fascista. E che sia stata diretta contro i magistrati anziché contro le Camere del Lavoro dice parecchio sulla situazione attuale.
L'aspetto “ridicolo” è palese: in quanto parlamentari non erano “caricabili” dalle forze di sicurezza, quindi non rischiavano personalmente nulla (al contrario delle presenze solidali ai processi contro i movimenti). Quello eversivo anche: che una parte rilevante del potere legislativo metta in atto un'intimidazione fisica del potere giudiziario, presentandosi in massa sulla porta dell'aula, è qualcosa di più di un “eccesso”. Che lo faccia intonando l'inno nazionale è la misura della liquefazione di un linguaggio comune, che proprio quell'inno – nelle intenzioni della retorica istituzionale – dovrebbe riassumere al più alto livello. Un prova da guerra civile, extraistituzionale, raccattando alla bell'e meglio simboli e pavesi.

La crisi macina anche la classe  dirigente e il ceto politico, vecchio e nuovo. Abbiamo davanti soltanto leader in grave difficoltà. Facciamo due conti.
Berlusconi è ridotto a recitare la parte del carcerando che cerca di sfuggire al triste destino rifugiandosi tra le braccia di medici dal certificato facile. Già solo il tira-e-molla coi medici fiscali è una diminutivo feroce, dalla premiership al malore salvifico. Arrivi o no una richiesta d'arresto da parte di una delle tante Procure che lo stanno azzannando, ora che non ha più “legittimi impedimenti”, è in ogni caso un “impresentabile” in Europa e nel mondo. Fuori dai giochi importanti. Può esplodere in qualsiasi modo, e la “marcia” dei suoi seguaci è solo un avvertimento. Da quest'area vengono pericoli veri, visti i poteri che si sono visti rappresentati fin qui all'interno del Pdl. L'incendio della Città della Scienza di Napoli, probabilmente realizzato anche per “criticare dall'interno” l'arrendevolezza al senso comune “legalitario” (che ha portato all'esclusione dalle liste di Nicola Cosentino), sembra anche qui soltanto un primo “segnale”.
Monti è stato seppellito dal voto popolare. Resta utilizzabile ancora in molti ruoli, ma la sua leadership non esiste più e non è resuscitabile, se non in situazioni così drammatiche – sul piano economico – da non essere davvero auspicabili.
Bersani è già sostituito da Renzi. L'ipotesi di creare un equilibrio parlamentare che possa durare cinque anni non viene nemmeno quotata dai bookmakers. Quando si tornerà alle urne sarà il contafavole fiorentino a giocare da front runner. Bersani si agita ancora per un po' sulla scena, perché è suo dovere farlo, ma deve cominciare a pensare a cosa farà da pensionato.
Ingroia è rimasto solo, dopo un disastro elettorale memorabile. Mollato da De Magistris e Di Pietro, quindi da buona parte degli apparati dello Stato (l'antimafia, sostanzialmente), non ha trovato di meglio da dire che “andiamo avanti ma senza i partiti”, intesi come Rifondazione e Pdci, o ciò che ne resta. Quindi proprio da solo, ripetiamo.
Persino Grillo è un neo-leader con i problemi di quelli vecchi. Alla prima riunione dei suoi neo-parlamentari è già costretto – insieme a Casaleggio – a minacciare il proprio ritiro se la maggioranza dei gruppi dovesse cedere alle sirene che chiamano dagli scogli della “fiducia”.
Napolitano, infine, è in marcia verso la panchina se non altro per limiti di età (senza però dimenticare gli sbreghi da lui apportati alla “Costituzione materiale”, dall'alto del Colle).

Un vuoto di credibilità, figure, immaginario, soluzioni, istituzioni. Ma non un'assenza di poteri dalle idee chiare. Il principale resta quello della Troika (Bce, Ue, Fmi), ovvero la pressione internazionale per mantenere l'Italia nell'alveo delle decisioni già prese. Ma appare disperatamente privo di un “terminale” locale decente. L'ipotizzato asse Pd-Sel-Monti non è in grado di far nulla, per ora. E soluzioni di ricambio non ce ne sono.
Gli altri poteri sono ancora più immondi, collosi e collusi. Pronti a far degenerare in scontro militar-terroristico la partita per chi e come (con quali compromessi) deve comandare.

Il vuoto non dura mai a lungo. I nuovi assetti, le nuove configurazioni, saranno disegnati da chi avrà più forza e strumenti. Le forze che hanno fin qui rappresentato aspetti del movimento operaio in vario modo, devono provare a conquistare e riempire uno spazio, fatto di mobilitazione e consensi di massa intorno alle priorità sociali e all'emergenza democratica. Prima che la saracinesca cali e il vuoto venga riempito da liquami inquietanti.


Fonte

10/03/2013

Don't panic: fermare l'isteria, sfruttare il contesto

Viviamo giorni di isteria collettiva. La crisi sempre più pesante, come emerge dagli ultimi dati Istat sull'occupazione, l'avanzata del Movimento 5 Stelle e l'incertezza politica sul futuro governo stanno  agendo da collettori di ansia e panico.

Chi in questi anni si è dedicato alla politica, quella fatta nella quotidianità che non è altro che occuparsi dei problemi concreti e delle analisi per trovare soluzioni, dovrebbe abbandonare i sentimenti di rivalsa o invidia, di compatimento o paura verso il Movimento 5 Stelle, ma dovrebbe coltivare una sola pratica: quella della lucidità.

Invece si assiste a una rincorsa costante ad analisi e comportamenti degni di quel coacervo di disinformazione e difesa dei poteri forti chiamato Gruppo l'Espresso. Ma proviamo a fare un atto di lucidità (ci proviamo e basta) e guardare cosa sta succedendo nel concreto.

Il voto

Chi si sorprende del voto espresso a questa tornata elettorale probabilmente in questi anni ha vissuto in una campana di vetro o con un ciuffo di capelli sugli occhi.

A fronte di una situazione precipitata a livello economico e sociale dal 2008, in 5 anni non ci sono state novità rilevanti dal punto di vista politico, sia nelle pratiche che nelle strutture organizzative, da quelle organizzazioni provenienti dall'esperienza di Genova 2001 e dal movimento No Global. Non se la passa meglio la sinistra parlamentare, basti vedere il sostanziale immobilismo della ex sinistra arcobaleno, già bocciata nel 2008 perché accusata di essere solo un cartello elettorale di ceto politico unitosi per superare gli sbarramenti previsti dalla legge elettorale, ripresentatosi nel 2013 con un'allenaza accozzaglia priva di storia, di contenuti e improvvisata in un paio di mesi.

L'unica vera novità elettorale a livello di pratiche, di contenuti e di mobilitazione di soggetti fino ad oggi dormienti è stato il Movimento 5 Stelle. Si tratta di un giudizio oggettivo che tratta solo l'aspetto della novità e non delle bontà o meno di tali pratiche o contenuti.

Che queste fossero le elezioni della punizione verso il ceto politico della Seconda Repubblica era scritto nella storia e a questo appuntamento il M5S ci è arrivato puntuale.

Il Movimento 5 Stelle

Per analizzare questo movimento bisogna abbandonare le categorie del lettore medio di Repubblica. Bisogna innanzitutto guardare alla genesi di tale movimento, che viene da lontano. Non è un accozzaglia di esperienze con finalità elettorali o un'operazione di marketing politico, ma un movimento che ha delle radici in fatti e pratiche che hanno avuto una loro storia. Nasce dalla sovrapposizione di 3 differenti epoche e 3 differenti piattaforme comunicative ed organizzative.

La prima è quella degli spettacoli di Beppe Grillo negli anni '90 quando, una volta espulso dalla televisione pubblica, ha iniziato a portare i suoi spettacoli in giro attraverso la Tv svizzera e la PayTv (il suo fu il primo caso di spettacolo in chiaro su Telepiù anche per i non abbonati) con un impianto incentrato su ecologismo, riduzione di rifiuti e sprechi, denuncia dei vertici di società pachiderma come Rai, Telecom, Trenitalia, del sistema finanziario internazionale, delle multinazionali fino al grande exploit con la previsione del crollo Parmalat.

La seconda piattaforma è quella nata all'inizio degli anni 2000 con il blog e i meet up sparsi su tutto il territorio nazionale. Una fase embrionale durata almeno un quinquennio da cui poi è nata l'esperienza 5 stelle, prima alle elezioni amministrative e poi alle politiche.

La terza e ultima è quella dei Vday e dello Tsunami tour, che altro non è che la forma spettacolare e pubblica di un movimento che ha interpretato i linguaggi e gli strumenti di comunicazione contemporanei, cercando un metodo di relazione e comunicazione del tutto nuovo verso una popolazione delusa ma anche profondamente condizionata e abituata a leggere realtà attraverso un approccio televisivo-spettacolare della politica come praticata per 20 anni dal binomio Berlusconi-Mediaset.

Questi sono i fatti che vanno momentaneamente isolati dai contenuti e dalle contraddizioni perché sennò si rischia di partire da fatti oggettivi del tutto staccati dalla cronologia storica della genesi del movimento.

Quali prospettive?

Da qui deve partire un'analisi lucida da parte di tutti coloro che in questo movimento non si riconoscono. Anche perché è chiaro che  il tanto auspicato cambiamento non passa certo da un parlamento sempre più esautorato da dinamiche che fanno dei mercati internazionali e delle istituzioni sovranazionali i veri mattatori delle politiche economiche e sociali europee (da qui il detto che i mercati votano tutti i giorni, i cittadini ogni 5 anni).

Il parlamento italiano, fra fiscal compact e veti europei sulle finanziarie, avrà margini di manovra molto stretti e il Movimento 5 Stelle potrà espletare al massimo il ruolo di moralizzatore e condizionare alcune decisioni in ambito ambientale e di innovazione tecnologica. Ma il canovaccio economico, e in particolare macroeconomico è sempre quello. E si tratta di quella  dimensione sovranazionale che poi alimenta la vulgata del ne' destra ne' sinistra che non è altro che l'interpretazione popolare di una dittatura dell'ideologia di mercato che rende tutto ricattabile e utilitaristicamente e pragmaticamente uguale.

E' chiaro che un partito, per quanto innovativo possa essere, non potrà mai esprimere nelle istituzioni un rapporto di forza che nella società italiana oggi non esiste. I rapporti fra capitale e lavoro, fra aziende e lavoratori, fra privato e pubblico, fra interessi privati e collettivi è un rapporto all'insegna del ricatto e si stenta a vedere situazioni concrete che riescono a cambiare questo rapporto di subalternità dei popoli e delle istanze collettive agli interessi privati di un'elite sempre più ricca.

Lucidità

Lucidità presuppone guardare al concreto, cioè valutare come la situazione politica nazionale che si è venuta a creare possa favorire o sfavorire tutti quei movimenti, comitati e organizzazioni che in questi anni hanno portato avanti battaglie nell'ambito del lavoro, dei beni comuni, della casa o dell'ambiente. Perché è comprensibile l'amarezza di tanti militanti comunisti, anarchici, di sinistra, autonomi che da anni portano avanti battaglie, spesso riprese anche da slogan del M5S, che vedono il boom politico di un movimento che alla fine su tanti territori è rimasto a margine di tutte le lotte dal basso in atto. Livorno può esserne un esempio, ma non è certo con l'astio o con i tormentoni destra/sinistra o fascista/antifascista che si risolve una situazione che sta diventando pesante a livello occupazionale e con conseguenze sociali che ancora non vediamo nella loro più dura drammaticità. Proprio i compagni che queste cose  le masticano quotidianamente nei comitati di lotta per la casa o nei sindacati di base dovrebbero saperlo.

Lasciamo, dunque, le questioni su destra/sinistra o il voyeurismo di chi si riscopre antifascista e di sinistra solo in funzione antigrillina (ci riferiamo a Repubblica e al Pd), e analizziamo se questo contesto può essere favorevole o sfavorevole a chi vuole cercare di cambiare questa società e questo sistema veramente da sinistra, cioè ribaltando intanto le politiche di austerità e di disuguaglianza che aumentano quotidianamente la forbice fra poveri e ricchi e che toglie alle classi subalterne opportunità e diritti in settori chiave come l'istruzione e la sanità oltre che la possibilità di avere un reddito.

E' chiaro che da Genova 2001 la capacità di intervento e consenso di buona parte di quel movimento No Global sia andata scemando, fra contraddizioni istituzionali e dinamiche movimentiste spesso impopolari. E non può certo essere esente da autocritica una pratica politica nei movimenti che spesso non è riuscita a concretizzarsi in una visone a 360 gradi della società ma che spesso è rimasta confinata a singole battaglie o campagne di corto respiro. Così come non si può non fare autocritica su dinamiche organizzative, anche nella sinistra extraparlamentare, spesso legate a leadership e dinamiche trentennali più riconducibili a fenomeni di carisma e impegno militante che di reale democrazia interna. E il Movimento 5 Stelle, almeno a parole e come immagine, ha giocato molto proprio sul concetto di democrazia diretta che, in mezzo alle figure di Grillo e Casaleggio e tante contraddizioni, potrebbe significare il loro trionfo o il loro declassamento a meteora della politica.

Che nel Movimento 5 Stelle ci sia una parte di aderenti che si rifanno a vaghe teorie meritocratiche, privatistiche e di distruzione di parti di welfare in nome dell'efficienza è ben noto, così è noto come ci siano persone impreparate (a Livorno si dice “venute giù con la piena”) o persone che potranno fare continue gaffes (più o meno volute) su storia, foibe, fascismi o partigiani. Così come ci saranno molti altri militanti o deputati che invece potranno portare una ventata di novità su temi spesso rimasti nel dibattito di nicchia e  poco comunicativo di certi ambienti di sinistra (il reddito di cittadinanza, ad esempio).

Lucidità impone di andare oltre, ripartendo dagli errori ma anche da quello spirito che ha reso protagonisti di mille battaglie in questi anni i movimenti per i beni comuni o per la riappropriazione degli spazi e dei diritti, e valutando quali vittorie strategicamente importanti si possono conquistare in questo contesto. Perché se spesso uno non porta a casa il risultato, anche di breve respiro, è dura ingrossare le fila e far valere i numeri. La crisi in questo momento sta acuendo le tendenze individualiste e per arrivare a fine mese ci sono sempre più persone disposte a tutto, anche a svendere diritti o innescare guerre fra poveri.

Un contesto favorevole

Sembra strano spesso vedere in tanti compagni scoramento o insofferenza a quello che sta accadendo. Prendendo ad esempio la lotta che più incarna l'impegno vincente di molti compagni politicamente impegnati e il coraggio di una comunità a difesa del proprio territorio, il movimento NO TAV si trova oggi in una posizione interessante. Non tanto perché dalla valle è uscito un plebiscito per Grillo, probabilmente individuato come un referente più sincero e affidabile di molti altri che hanno ricevuto il voto in passate campagne elettorali (chi dovevano votare, Di Pietro che era ministro delle infrastrutture del governo Prodi?), ma perché lo stallo di governo e l'avanzata del M5S sta creando un contesto per cui coloro che difendono i poteri forti sono pervasi da timori di perdita di consenso e quindi non possono più fare come prima i vassalli spudorati di tali poteri anche di fronte a scelte irrazionali e che penalizzano palesemente la collettività.

Lo stesso vale per tutti quei comitati che lottano contro gli inceneritori, per la salute e l'ambiente,  e per quelli che lottano contro infrastrutture inutili per noi e utili solo per dare qualche commessa agli amici. Vale anche per coloro che lottano contro la folle spesa degli F-35 o contro le costose missioni militari, o per il ripristino dell'articolo 18.

Sia chiaro, si sta parlando solo di contesto favorevole. E' sottinteso che queste battaglie potranno essere vinte solo se coinvolgeranno migliaia e migliaia di persone e sapranno sprigionare forze e saperi da opporre a queste politiche.

Bisogna anche considerare che in molti territori, le forze politiche che amministrano da decenni in modo clientelare, iniziano ad avere paura di perdere i sindaci. Di cosa dovremmo preoccuparci?

Molti mettono in guardia da analisi come le nostre sventolando il pericolo fascista e populista che un movimento come quello di Grillo potrebbe incarnare. Il pericolo ci potrà anche essere  visto che il M5S non è certo ciò che sognavamo in questi anni per far preoccupare chi comanda, ma la situazione è questa e invece di star a rincorrere Repubblica nell'opera di vivisezione del M5S e dei suoi deputati (prima a mala pena i suoi lettori conoscevano una trentina fra deputati e senatori, gli altri 900 erano sconosciuti...), sarebbe bene iniziare a pensare a mobilitazioni, forme organizzative e soprattutto un idea di economia, macroeconomia e società che possano sostituire quella attuale.

Intanto nel breve e medio periodo c'è da portare a casa qualche vittoria su lavoro, reddito, casa, ambiente e salute. La crisi oltre che i popoli, azzera anche i discorsi in tal senso.

Classi e generazioni

Dalle urne è uscito un voto generazionale. Il M5S ha ottenuto percentuali bulgare fra i giovani fra i 18 e 25 anni e ottime percentuali fra gli under40. Lo scontro generazionale invocato da grillo negli ultimi comizi ha sfondato culturalmente. Partiamo dal presupposto che questa è una visione semplicistica e pericolosa che non ha nulla a che vedere con quei concetti di classe, democrazia e sovranità che dovrebbero essere al centro del dibattito. Ma di fatto questa tendenza esiste e rimane il fatto in se', cioè che molti giovani e giovanissimi questo scontro lo sentono e probabilmente lo stanno vivendo in prima persona.

Fa impressione vedere il video che il giornalista Sortino ha confezionato a Livorno per la trasmissione Piazza Pulita. Accanto a una visione sempre abbastanza folkloristica quando si parla di questa città, dal servizio emergono però chiaramente due tendenze chiare: il voto al M5S per punire il Pd e il voto giovanile indirizzato verso Grillo.

Perché? Avremo tempo per focalizzare l'attenzione sulla nostra città ma è chiaro che qui la crisi abbia picchiato più che da altre parti, specialmente per un territorio che ha sempre fatto del lavoro, nel settore portuale e manifatturiero, la propria ricchezza diffusa. Oggi siamo appesi invece a tassi di disoccupazione stellari e alle pensioni che reggono un intero sistema. Il tutto con l'impressione che la classe dirigente al potere in modo ininterrotto da decenni non si sappia innovare e continui ad operare per una nicchia di interessi ormai palesemente in contrasto con il bene collettivo.

Ma non c'è solo quello. Dal pacchetto Treu e dalla legge Biagi in poi, il mondo del lavoro giovanile è stato destrutturato a colpi di machete rendendolo precario e malpagato. Con il collegato lavoro poi, si è dato anche l'ultimo colpo di grazia sulle possibilità di fare causa alle aziende che utilizzano contratti atipici in modo non consono (è stato diminuito da 5 anni a 60 giorni il tempo per chiamare in causa l'azienda rendendo ancora più difficile l'esercizio di un diritto sacrosanto).

Ma non ci sono solo le leggi, molti giovani lavoratori si sono sentiti in questi anni merce di scambio. Durante il boom dell'utilizzo di contratti interinali in molte aziende, spesso i sindacalisti hanno strappato buoni contratti integrativi per i dipendenti aziendali (i cosiddetti garantiti e iscritti ai sindacati) in cambio della chiusura di un occhio sul limite massimo di interinali presenti in azienda in deroga al contratto nazionale. Spesso molti interinali si sono sentiti abbandonati anche dai sindacati oltre che dalle aziende, specialmente quando è sopraggiunta la crisi.

Sono solo piccoli esempi di come si sia creata, anche nel mondo del lavoro, questa cultura dello scontro generazionale. Una visione che non porta a niente e che è smentita anche dai fatti visto che con la riforma Fornero di pensioni e articolo 18 è stato tutto il mondo del lavoro a subire un attacco frontale epocale, senza distinzione di generazione.

Ma è chiaro che un intervento politico vincente non possa che passare dal coinvolgimento di chi ha votato in massa Beppe Grillo perché si è sentito spesso meno garantito e abbandonato nella precarietà.

per Senza Soste, Franco Marino

6 marzo 2013


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