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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/01/2024

[Contributo al dibattito] - La Destra politica italiana e la Costituzione del 1948

di Pietro Garbarino

Ci fu un tempo in cui l’Italia visse sotto l’incubo di attentati sanguinosi a banche, ferrovie e luoghi pubblici in generale.

Li possiamo ricordare ancora tutti: Piazza Fontana (1969), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), Questura di Milano (1973), Piazza della Loggia a Brescia e Italicus (1974), e altri episodi, precedenti e successivi, che non sono rimasti nella memoria storica, ma sono purtroppo avvenuti.

Ma in quegli anni avvenne anche altro; la bomba di Milano aveva lo scopo di fare proclamare la legge marziale, o comunque leggi di emergenza che avrebbero limitato le libertà democratiche e neutralizzato il Parlamento, come supremo organo elettivo e democratico dello Stato. Cosa che non avvenne perché le istituzioni reagirono e perché i cittadini avevano capito cosa stava bollendo in certe pentole.

Ma nel Dicembre 1970 ci si riprovò, con un colpo di stato tentato dal nostalgico fascista Junio Valerio Borghese, che fece male i conti delle proprie forze, ma che si diede poi alla fuga senza pentirsene mai.
Nel 1973 ci riprovarono, assieme, esponenti delle forze armate, politici provenienti anche da partiti dell’arco costituzionale (antifascista) ma schierati a destra in nome dell’anticomunismo, ex partigiani bianchi sempre rimasti ferocemente anticomunisti e, come sempre, insieme a loro, fascisti e neofascisti, in parte contrapposti al MSI-D.N., ma anche appartenenti a gruppi oltranzisti come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.

Anche quella volta andò per loro male, ma il seme era ormai gettato.

Cosa volevano costoro?
1) Togliere ogni potere a partiti (quelli veramente antifascisti) e sindacati.
2) Ridimensionare il ruolo del Parlamento come principale espressione dell’ordinamento democratico e della rappresentatività popolare.
3) Imbavagliare la stampa libera.
4) Ridimensionare il potere della magistratura, assoggettandola al potere politico.
5) Far modificare la natura dello stato da parlamentare a presidenziale.
6) Affidare il potere esecutivo (cioè quello politico) al Presidente della Repubblica. Cioè, ad un uomo solo al comando.

In pratica, pur con qualche diversa forma e modalità, si trattava di ripristinare i tratti salienti dello stato fascista.

Ma proprio per evitare ciò i Padri Costituenti avevano pensato, e realizzato, una Costituzione che negava, e nega, ogni carattere dello stato fascista; e proprio per tale motivo i nostalgici, reazionari e neofascisti volevano e tutt’ora vogliono abbattere quei principi e quegli istituti, che impediscono loro di restaurare lo stato autoritario di Mussolini e Co.

Non a caso, il fascista Almirante definì la Repubblica risorta dalla Resistenza alle dittature come “repubblica bastarda”, avendo egli in testa solo i principi demagogici, autoritari e servili della Repubblica di Salò, stato fantoccio al servizio della Germania hitleriana e nazista.

Ma le lotte operaio e studentesche di quegli anni, in primo luogo ispirate dall’antifascismo e tendenti all’allargamento degli spazi della democrazia, condizionarono un ceto politico, già tentennante e in declino culturale e ideale, e fecero sì che lo stato democratico reggesse.

Tutto ciò peraltro non scoraggiò alcuni potenti sostenitori della trasformazione in senso autoritario dello Stato, tanto è vero che il massone eversore Licio Gelli ebbe modo di riformulare in modo organico il programma dei bombaroli e golpisti degli anni ’70 dello scorso secolo, inserendolo nel “programma di rinascita democratica”.

I temi fondamentali di tale programma eversivo vennero poi fatti in parte propri non solo dalle potenti cosche mafiose di Calabria e Sicilia (molti membri delle cupole di comando di quelle organizzazioni criminali erano anche adepti di logge massoniche), ma vennero recepite nei programmi di governo delle forze della nuova destra, che furono riunite, unificate, legittimate e perfino foraggiate, dall’entrata in politica di Silvio Berlusconi.

Questi, sfruttando la notorietà che gli fruttavano inopportune e fuorvianti compagnie stampa sulla sua vita privata, fece passare ad uno ad uno quasi tutti gli obiettivi del “programma di rinascita democratica” formulato dalla massoneria capitanata da Gelli, e tentò perfino la carta della modificazione costituzionale in senso antiparlamentare e per il rafforzamento dell’esecutivo (leggi, Governo), senza però riuscirvi perché ancora una volta prevalse tra i cittadini il punto di vista democratico e costituzionale.

Ma dopo il tramonto politico di Berlusconi, il paese non fu più comunque quello che aveva, negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo, sconfitto le bombe fasciste, i tentativi di golpe e il terrorismo di ogni specie e provenienza.

E ciò perché Berlusconi legittimò la destra di origine fascista e minò l’unità antifascista dei partiti che avevano partecipato alla Resistenza, rompendo il cosiddetto “arco costituzionale”.

E da allora, sulla scena politica nazionale, ebbero ingresso quelle proposte e pulsioni che l’Assemblea Costituzionale aveva isolato, negato e definitivamente archiviato, nella consapevolezza che lo stato democratico si dovesse fondare sulla ripartizione di poteri uguali fra loro, sulla sovranità del parlamento, e sul diritto.

Ma la rottura della residuale unità antifascista dei partiti dell’ex arco costituzionale, che significava essenzialmente osservanza rigorosa e rispetto della Costituzione del 1948, ha fatto venire meno proprio quel livello di valori per cui, specialmente a destra, ma anche nello schieramento opposto, si sono fatte strada idee e proposte di modifica della carta costituzionale, in nome di un malinteso efficientismo dell’azione politica e di una altrettanto inutilizzata e ideologizzata “governabilità” che nulla ha a che vedere con la carta fondante del nostro Stato.

Entrambi gli opposti schieramenti (si è infatti tentato di passare, senza successo alcuno ad un sistema politico di stampo anglo-sassone, e cioè bipartitico, e ad un sistema elettorale di tipo maggioritario) hanno infatti inteso il governare come affermazione esclusiva del proprio punto di vista, in funzione di negazione e sopraffazione dell’opposizione, nonostante che la Carta Costituzionale indichi chiaramente che si governa nell’interesse generale del paese, che il sistema politico è e deve essere pluralista, e che tutte le forze politiche presenti in parlamento devono contribuire al miglior governo possibile della cosa pubblica.

In altri termini la buona ed efficiente governabilità del paese si ha quando si verificano quelle circostanze e non quando uno schieramento politico riesce a soverchiare quello opposto.

E così avviene che il secondo governo presieduto da Berlusconi (era il 2007) tentò di modificare la Costituzione attribuendo al Governo e al Presidente del Consiglio poteri maggiori e più estesi di quanto sono oggi.

Ma anche alcuni importanti forze del centro sinistra, nel 2016, tentarono un’operazione analoga.

Fortunatamente entrambe fallirono, ma la tendenza diffusa trasversalmente tra i vari partiti, di imporre la maggioranza politica uscita dalle urne elettorali in modo prevaricante, non si rassegnò affatto e ha ripreso fiato e forza, in particolare dopo le ultime elezioni politiche, che hanno visto prevalere la destra più estrema; quella che non ha mai digerito i capisaldi costituzionali che sino ad oggi hanno garantito la natura democratica della Repubblica Italiana.

Così si è verificato che il partito vincitore delle elezioni del 2022 avesse inserito nel proprio programma politico proprio quella repubblica presidenziale che era stata l’obiettivo dei fautori delle stragi degli anni ’60 e ’70 del ‘900, ma anche del programma massonico di “rinascita democratica”.

È vero che successivamente, nelle concrete circostanze e nello spirito autoritario del programma politico della destra attualmente al governo, tale proposta di modifica sostanziale della Costituzione del 1948, si è tradotta in una proposta di “premierato forte”, ma non si può negare che il principio ispiratore di fondo di entrambe le soluzioni prospettate, sia quella di superare il principio della tripartizione dei poteri, di eliminare e neutralizzare il Parlamento, imponendo in modo autoritario e unilaterale la legge del più forte.

Proprio quello che l’Assemblea Costituente evitò e condannò in modo chiaro e inequivoco.

La proposta di premierato, oggi avviata verso l’approvazione (che tuttavia prevede un iter parlamentare abbastanza lungo e complesso) si fonda sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio, quale leader dello schieramento politico risultato vincente alle elezioni, che fruisce automaticamente della maggioranza assoluta dei membri delle Camere, in forza di un abnorme premio di maggioranza, e potrà così governare indisturbato per 5 anni, di fatto detenendo il potere di impulso delle leggi che potrà dettare alle Camere, sotto il ricatto che, se cade il governo, si sciolgono anche le assemblee parlamentari.

Ciò comporterà che il Governo potrà contare su un massiccio (e subalterno) consenso nelle aule, che gli permetterà anche di eleggere parte dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura e perfino della Corte Costituzionale (il Giudice delle leggi) e perfino, alla terza votazione, il Presidente della Repubblica.

Questi, invece, verrà limitato nei suoi poteri di scioglimento delle Camere e nella formazione del Governo, e perderà la sua funzione di garante dell’equilibrio dei poteri dello Stato.

In definitiva, premesso che una simile proposta di nuovo assetto costituzionale non sarebbe stata neppure concepibile allorché vigeva l’unità antifascista dell’arco costituzionale, lo scopo della modifica istituzionale, che il governo di destra propone, mira proprio a sbilanciare i poteri dello Stato, oggi basati sulla centralità del Parlamento, come organo democratico rappresentativo dei cittadini, e la funzione di garanzia del Presidente della Repubblica; e ciò a tutto vantaggio del “Premier” che avrebbe non solo il potere di formare il governo, indicando al Capo dello Stato i ministri, ma avrebbe in pugno il Parlamento e influirebbe in modo notevole sul potere giudiziario, e perfino sull’organo massimo di garanzia della corretta applicazione,delle leggi approvate, nonché dei principi e diritti costituzionali.

Come si vede, si tratta del ritorno del principio di “un uomo solo al comando” già così caro al cavaliere Berlusconi, ma che rimanda chiaramente ai prodromi storici dell’ascesa al potere del fascismo.
Dunque, in conclusione, possiamo ritenere, e i fatti storici ce lo confermano, che c’è un filo continuo (non certamente rosso) tra le stragi fasciste degli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo e che il certosino lavoro di erosione delle istituzioni democratiche da parte non solo della destra politica, ma anche di neo-fascisti, gerarchie militari, comandi atlantici e servizi segreti, sta purtroppo dando i suoi nefasti e mefitici frutti.

L’opinione pubblica democratica è avvertita e deve esserne cosciente.
Saprà reagire?

Fonte

11/05/2023

Il virus nelle riforme costituzionali

Il governo della destra torna alla carica con la vecchia ambizione delle “riforme istituzionali”.

La cifra di questa ambizione è la stessa con cui la destra da decenni cerca di rimettere in discussione un assetto costituzionale che non ha mai digerito.

Questo obiettivo era ben esplicitato (e in gran parte realizzato) dentro il Piano di Rinascita Nazionale della rete di potere facente riferimento alla P2 di Licio Gelli.

I fatti si sono però incaricati di dimostrare che tale ambizione non era una esclusiva dei neofascisti o della destra. Gli interessi delle classi dominanti non hanno mai nascosto di ritenere le garanzie costituzionali dei “lacci e lacciuoli” che ostacolavano il dispiegare del loro pieno controllo sulla società.

Lo stesso PD, in modo particolarmente evidente durante la segreteria di Matteo Renzi, ha fatto storicamente di tutto per soddisfare questi interessi, verniciandoli con un po’ di “riformismo” sedicente “progressista”.

Hanno così tutti lavorato per un trentennio a svuotare la Costituzione dall’interno, depotenziandone tutte le garanzie sociali e democratiche e sostituendole con le leggi che venivano via via imposte dalla modifica dei rapporti di forza nella società.

Il diritto al lavoro, alla casa, all’istruzione è così diventato una subordinata rispetto alla competitività, al libero mercato, alla primazìa del diritto individuale di proprietà rispetto a quelli collettivi e costituzionali, all’attivismo militare all’estero in spregio all’art.11. La stessa distruzione della sanità pubblica e i grandi affari di quella privata sono forse l’esempio più evidente degli obiettivi sociali di questo procedere golpista.

Emblematicamente la banca d’affari JPMorgan nel 2013 aveva chiesto esplicitamente l’abolizione in Europa di Costituzioni ritenute troppo piene di garanzie sociali, definendole addirittura “socialiste”.

Un anno prima, nel 2012, era stato il governo Monti a picconare la Costituzione su diktat dell’Unione Europea, imponendo la modifica dell’art.81 e introducendo l’obbligo di pareggio nel bilancio. In pratica per impedire che qualsiasi futuro governo, indipendentemente dal “colore”, potesse agire diversamente da quanto stabilito a Bruxelles.

Ma prima ancora, nel 2001, a picconare la Costituzione era stato l’avventurismo dei governi di centrosinistra che, nel tentativo di inseguire-contenere la Lega sul terreno del federalismo, imposero la modifica del Titolo V relativo ai poteri delle Regioni.

Buon ultimo è stato l’avventurismo del M5S di Di Maio a imporre la riduzione della rappresentanza attraverso una inutile e demagogica riduzione del numero dei parlamentari.

Insomma non è stata solo la destra neofascista a voler rimettere mano all’assetto Costituzionale del paese. In questo si trova in ottima compagnia con i poteri forti finanziari, la gerarchizzazione di comando nell’Unione Europea e la complicità dei “liberali” del PD.

Tale premessa era necessaria per inquadrare la nuova incursione della destra al governo per mettere mano alle riforme istituzionali e costituzionali.

In questo caso il combinato disposto è tra l’introduzione del presidenzialismo (o in subordine del “premierato forte”, con maggiori poteri al Presidente del Consiglio) e l’Autonomia Differenziata che disloca consistenti poteri dal centro verso le regioni.

Dunque un rafforzamento del potere decisionale al centro e la decentralizzazione alle Regioni di funzioni relative al mantenimento della coesione sociale, prima competenti allo Stato.

Ma proprio la coesione sociale e l’uguaglianza delle norme in tutto il paese da tempo hanno cessato di essere dei fondamenti costituzionali. Anzi le disuguaglianze sociali e territoriali vengono incensate come “stimoli alla competitività”.

Il progetto della destra ha una sua perversa coerenza. Massima centralizzazione strategica e decentramento di poteri amministrativi ai governi regionali non sono affatto in contraddizione.

In tal senso il meccanismo decisionale dell’Unione Europea ne è la dimostrazione. Nel Trattato di Maastricht la competitività tra le economie degli stati membri è uno dei punti fondativi insieme alla moneta unica. L’esecutivo europeo (la Commissione) decide e i governi nazionali attuano localmente quelle direttive, cercando di salvaguardare i margini di autonomia necessari a non screditarli del tutto agli occhi delle proprie opinioni pubbliche.

Quindi il virus che la destra vorrebbe inoculare nel sistema è da decenni già ben presente. Limitare la discussione e le divergenze al solo presidenzialismo è una mistificazione o, nel migliore dei casi, un falso bersaglio.

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13/08/2022

Perchè il presidenzialismo è una farsa

L’incapacità del Parlamento di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica ha dato il via alla più semplicistica delle soluzioni. Ora l’Italia è piena di commentatori che ripetono la battuta più facile: se i parlamentari non riescono a eleggere il Presidente la prossima volta facciamolo eleggere direttamente dai cittadini.

Da come l’argomento viene presentato sembra che qualcuno (non si sa chi) o qualche organo costituzionale (non si sa quale) ponga all’attenzione del popolo una rosa di nomi (individuata non si sa da chi) al cui interno il popolo possa scegliere il candidato preferito. Come al Premio Strega o in qualche gioco televisivo. Questo avviene solo nel mondo dei sogni.

L’elezione diretta del Presidente esige una campagna elettorale in cui entrino in gara vari candidati. Tralasciamo qui per ora tutte le complicazioni relative a come avvengano selezione delle candidature e voto. Comunque sia il candidato eletto alla fine sarà il rappresentante di una parte, quella che l’avrà eletto prevalendo sulle altre candidature. Non potrà essere in alcun modo la figura di garanzia disegnata dalla Costituzione. E sarà invece, a quadro istituzionale immutato, il soggetto di un conflitto di potere con il Presidente del Consiglio. La Repubblica Presidenziale non è uno scherzo. E si dovrà chiedersi e scegliere quale tipo di Repubblica Presidenziale.

Chi oggi parla a vanvera dovrebbe farsi carico anche di spiegare ai cittadini che passare dalla Repubblica Parlamentare a quella Presidenziale significa cambiare la forma di Stato. Significa decidere che il governo non è formato nel e dal Parlamento ma è emanazione diretta o indiretta del Presidente. Significa stabilire criteri di bilanciamento dei poteri in grado di limitare il superpotere del Presidente. A meno che nello sbracamento generale non si voglia rinunciare anche a questa elementare garanzia.

È vero che il Parlamento ha dato pessima prova di sé. Ma le difficoltà che l’hanno portato a questa impotenza non sono istituzionali o costituzionali. Sono solo brutalmente politiche. Nascono dalla mancanza di qualità dei parlamentari, dai modi sbagliati con cui vengono selezionati, dallo loro disponibilità a obbedire ciecamente al leader di turno che li ha fatti eleggere, dalle leggi elettorali che fanno eleggere solo gli obbedienti, da leggi che, col premio di maggioranza, attribuiscono seggi a chi non li ha conquistati col voto e quindi falsano la rappresentanza politica, e infine dalla rappresentanza politica falsificata che svuota la sovranità popolare.

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28/01/2022

Il caos a Montecitorio prepara l’avvento del Drago

La quinta Luna fece paura a tutti. Era la testa di un signore che con la morte vicino giocava a biliardino...

Neanche la “quinta chiama” per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica partorirà – molto probabilmente – il risultato atteso. I giochi si sono complicati oltre ogni possibile risoluzione, mostrando al mondo intero la peggiore classe politica che abbia mai calcato questo palcoscenico.

È evidente che a nessuno di questi signori interessa minimamente dare una risposta allo spaventoso numero di problemi che stravolge il paese – dalla pandemia al lavoro precario, dalle delocalizzazioni alla quotidiana mattanza sul lavoro che oramai coinvolge sempre più spesso anche gli studenti che dovrebbero stare al sicuro, dentro una scuola.

Ed è altrettanto evidente che SuperMario è tutt’altro che il mago risolutore lecchinamente dipinto da un anno a questa parte dalla stampa padronale.

I mercati e le istituzioni sovranazionali – dall’Unione Europea alla Nato, dalla presidenza Usa al Fmi – hanno da tempo indicato proprio nel loro uomo l’unico presidente possibile, per tenere sotto controllo il processo di ristrutturazione previsto dal Recovery Fund.

Ma l’hanno fatto in modo così sfacciato da mettere in primo piano quel che, per decenza, andava lasciato sullo sfondo: l’Italia è un paese commissariato, in cui tutti – dalla classe politica all’ultimo dei cittadini – devono obbedire e tacere.

Facile a farsi, fin qui, con lavoratori senza più un sindacato vero e una rappresentanza politica qualsiasi. Facile a farsi con pensionati preoccupati e altrettanto privi di difensori efficaci. Facile a farsi anche con la piccolissima imprenditoria dell’”intrattenimento turistico”, da due anni alle prese con un drastico calo degli introiti ma senza alternative e prospettive (a parte qualche sguaiata, e presto ritirata, discesa in piazza).

Più difficile, incredibilmente, con la peggiore classe politica di sempre. Non per “merito” di quest’ultima, ovviamente, ma per la persistenza di un impianto costituzionale che – nonostante i pesanti stravolgimenti apportati fin qui (riforma del Titolo V, obbligo al pareggio di bilancio, ecc.) – mantiene l’assetto di una repubblica parlamentare. In cui, dunque, una classe politica ha un ruolo importante almeno nella scelta del Capo dello Stato.

Impossibile bypassarla, come invece era stato fatto con la formazione del governo Draghi, quando era bastato che Mattarella facesse il nome per vedere tutte le teste annuire sopraffatte. Ma i governi durano poco, pensavano in cuor loro.

Mai occasione fu più sprecata, però.

Lo spettacolo che stanno dando i Salvini, le Meloni, i Letta, i Conte e commensali vari, è uno spot per accelerare il funerale della democrazia parlamentare e spalanca le porte al presidenzialismo più autoritario possibile. Quello in cui non solo si deve accettare un conducator dai poteri molto estesi, ma si deve anche subire che sia scelto da poteri superiori e incontrollabili.

Una prova? Beh, che in una democrazia parlamentare si ipotizzi di eleggere alla suprema carica nientepopodimeno che il capo dei servizi segreti – Elisabetta Belloni – è qualcosa che avrebbe fatto accapponare la pelle a qualunque statista del secolo scorso.

Soprattutto se parliamo dei servizi segreti italiani, con la loro storia da fogna eversiva agli ordini della Cia, autori di stragi, depistaggi, accenni di golpe mai punito. Anzi...

Tutto, insomma, va verso la dissoluzione del quadro istituzionale nato nel 1945. La decomposizione della classe politica, la sua incompetenza, gioca a favore della centralizzazione autoritaria ed eterodiretta. E le “ideuzze” che partorisce per contrastarla spingono anche inconsapevolmente proprio in questa direzione.

Del resto, se per trenta anni il ruolo della politica è stato quello di “lasciar decidere al mercato” e “attirare capitali”, perché stupirsi se “la politica” è incapace di sfornare idee e popolata di corrotti?

Alla fine, come già detto, verrà eletto Mario Draghi o un suo avatar. E il cerchio sarà chiuso.

Poi, certo, verrà proposto il presidenzialismo anche sul piano formale e costituzionale. I grandi cambiamenti avvengono sempre tramite i fatti. Le regole vengono dopo, per riconoscere i nuovi poteri.

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13/12/2021

Giorgia Meloni, il “sovranismo” pronto a ogni compromesso

Tutta la classetta politica italiana ha definitivamente sdoganato gli eredi del Movimento Sociale e del fascismo italiano. Il “successo” di Giorgia Meloni è tutto qui: nel reciproco riconoscimento di internità allo stesso recinto del potere, con sfumature inessenziali che corrono però lungo la faglia di differenti settori sociali, rappresentati in modo sempre più chiaro da due “campi politici”: i “nazionalisti moderati” e gli “europeisti tutti d’un pezzo”.

La centralità dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica è motivata da uno scontro non strategico ma di una certa rilevanza, e misura la scomparsa del quadro costituzionale che era nato dalla Resistenza.

È un fatto, insomma, che la Costituzione materiale non corrisponda più, in assoluto, a quella formale scritta sulla Carta, a sua volta ampiamente emendata fino allo stravolgimento.

Non solo il “pareggio di bilancio” sancito nel “nuovo” articolo 81, ma anche la “riforma del Titolo V” che ha dato il via alla balcanizzazione regionalista del Paese e che l’”autonomia differenziata” vuole ora portare a termine, ripristinando la polverizzazione pre-unità d’Italia. Non più con il rischio di conflitti armati, ma sulla base di disuguaglianze abissali in materia di sanità, istruzione, welfare, trasporti, salari, diritti esigibili, livelli di benessere, ecc.

I settori di classe di cui Giorgia Meloni si fa interprete, contendendo l’egemonia a Matteo Salvini e la Lega, è come sempre la piccola e media borghesia. Quella “nazionalista” e sedicente “sovranista” perché di dimensioni patrimoniali tali da non poter ambire al livello superiore, quello della finanza e dell’impresa multinazionale.

Che al contrario è “europeista” perché il suo ambito di business si giova della struttura dei Trattati che costituiscono la base legale – la Costituzione reale – dell’Unione Europea.

Su questo punto, anche “a sinistra”, e persino in diversi ambiti di quella “radicale”, regna sovrana l’ideologia al posto della conoscenza, la discussione sull’interpretazione delle parole anziché l’analisi della realtà. Si parla di “borghesie nazionali” guardando al passaporto dei titolari di un’azienda, come se fossimo ancora ai tempi del “capitalismo familiare”, del “sciur padrun dali beli braghi bianchi”.

E non si sa come classificare la borghesia attuale, fatta – per esempio – da un titolare italiano che registra la sua impresa a Berlino, paga le tasse in Olanda, gestisce un paio di stabilimenti in Italia, dove si lavorano materie prime provenienti da Bulgaria o Romania, sfruttando le regole dei Trattati e le diverse legislazioni nazionali inventate – tutte – per “attirare capitali”.

La dimensione della piccola-media borghesia è insomma ancora esistente, non c’è dubbio, ma per l’appunto confinata all’ambito locale, con attività e prospettive che raramente vanno oltre l’ambito regionale. E questo, a suo tempo, sotto la pressione della Lega di Umberto Bossi, motivò il “federalismo” fatto poi proprio dal Pd o come si chiamava allora.

È questa la base sociale vera del “neofascismo ripulito” gestito ora furbescamente dalla Meloni e sempre meno rappresentato da Salvini (il tema dei migranti è meno centrale, adesso, viste le esigenze “imprenditoriali” di questo livello).

Ma non è questa la classe che può confrontarsi e contrastare davvero l’avanzare delle panzerdivisonen del capitalismo multinazionale (quello che arriva per “investire” se ci sono incentivi e defiscalizzazioni e “delocalizza” quando si esaurisce quel bonus).

Al massimo può contrattare spazi per sopravvivere, facendo leva sulla retorica della “patria” per cercare consensi anche in altri settori sociali, sicuramente più devastati dall’assalto del grande capitale (salari da fame, nessun diritto sul lavoro, ricatti, precarietà, ecc.).

Dato il nuovo quadro istituzionale europeo, veicolato dalla gestione continentale del Recovery Fund (tradotto localmente nel PNRR), e data per assodata l’irrilevanza futura del Parlamento (dunque anche di una classe politica old style), ecco che l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica diventa un momento costituente.

Questa funzione – solo “notarile” nello schema della repubblica parlamentare – è progressivamente diventata centrale. E nei prossimi anni dovrà garantire la “transizione” verso un presidenzialismo da “costituzionalizzare” anche sul piano formale. Tenendo in precarissimo equilibrio la centralità del grande capitale multinazionale (la “borghesia europea” propriamente detta) e gli interessi della piccola e media borghesia “nazionalista” per debolezza.

Se il primo ha la potenza del denaro (con portafogli gonfissimi, dopo 10 anni di quantitative easing), la seconda ha quella dei numeri e il ruolo di opinion maker di massa. Il negoziante o il professionista che spargono “senso comune”, traducendo i propri interessi in slogan, battute, modi di stare al mondo (non “pensiero”, ma un suo surrogato).

Quando Giorgia Meloni urla di voler “uscire dal pantano della Repubblica parlamentare ed entrare nella Repubblica presidenziale” mette in chiaro quel che l’establishment ha deciso da tempo: una drastica riduzione della dialettica politica, ossia una violenta eliminazione degli interessi sociali non rappresentati e che non dovranno più essere rappresentati. Quelli di lavoratori, studenti, pensionati, donne, precari, poveri in genere, ecc.

E quando rivendica che “il centrodestra ha i numeri per essere determinante per l’elezione del Capo dello Stato. Vogliamo un patriota e non accetteremo compromessi” sta dicendo che la piccola e media borghesia stracciona pretendono una “garanzia di equilibrio” tra i propri interessi e i grandi piani di ristrutturazione del Paese imposti a livello continentale.

Sa di non potersi opporre in alcun modo a questo “ridisegno reazionario”. Non ha dietro né idee, né interessi sociali, né progetti alternativi. Il suo ruolo – quello delle figure sociali che in lei si specchiano – è come sempre subordinato ma pretenzioso: “non potete farci fuori, vi serviamo; ma dovete garantirci uno spazio e un ruolo, senza di noi non potete governare”.

Nessuna opposizione, solo una contrattazione.

Lo si capisce quando deve pronunciarsi sui nomi. “Berlusconi è stato mandato a casa dalle consorterie europee perché non firmava trattati poi firmati da Mario Monti, quindi ha difeso l’interesse nazionale assolutamente“. Non che sia un candidato vero (la sua credibilità internazionale è sotto zero, dunque non può garantire nulla), ma basta per far capire di che si sta parlando.

E poi: “Non ho gli elementi per dire se Draghi è un patriota“. Affermazione quanto meno reticente, in senso processuale, perché l’”uomo del Britannia”, l’ex vicepresidente di Goldman Sachs, poi governatore della Banca d’Italia, quindi della Banca centrale europea, è certamente una figura di punta di quella Troika che ha sgovernato l’Europa negli ultimi venti anni (e distrutto la Grecia nello scorso decennio).

Meloni si tiene insomma una porta aperta per accettare anche questo, in cambio di adeguate “garanzie” per una classe miserabile come quella che rappresenta.

Fonte

06/12/2021

La Troika vuole il Quirinale

Una crisi costituzionale è il momento in cui le molte differenze – o aperte contraddizioni – tra la “costituzione reale” e quella “formale” di un Paese non sono più mediabili dal normale gioco politico.

In primo luogo perché poteri neanche previsti dall’impianto costituzionale originario sono diventati così forti e pervasivi da non tollerare più il vecchio abito “formale”, e premono senza più molti limiti per farsene cucire addosso uno nuovo, adatto alle proprie esigenze.

In secondo (e di conseguenza) perché i partiti politici non esistono di fatto più, liquefatti – nella propria funzione e ruolo – proprio da quei poteri che hanno scavato gallerie destabilizzanti nel vecchio edificio costituzionale, a forza di “ritocchi” che ne hanno compromesso la struttura.

Molti ricordano la “riforma del Titolo V” – responsabilità assoluta del Pd, o come si chiamava allora quella banda criminale – che ha “regionalizzato” molte competenze dello Stato centrale, a cominciare dalla sanità pubblica.

L’effetto promesso era una “maggiore vicinanza agli interessi dei cittadini”, il risultato concreto è stato l’opposto (con intere aree del territorio ormai prive di strutture ambulatoriali, ospedaliere, di medicina territoriale).

Un deserto voluto, in cui ha potuto svilupparsi la privatizzazione della sanità e della stessa “politica”, ridotta a complicità con interessi aziendali espliciti o anche innominabili.

Ma neanche quella riforma è stata fatale per la “Costituzione nata dalla resistenza”, per quanto privasse tutti noi di un diritto certo esigibile in egual misura in qualsiasi angolo del territorio nazionale.

Fatali sono state invece due altre “riforme” passate con l’approvazione pressoché unanime di tutte le bande presenti in Parlamento (464 sì, 0 no e 11 astenuti alla Camera, 255 sì, 0 no e 14 astenuti al Senato, in prima lettura).

Quella dell’articolo 81, che ora prevede: «Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte».

Si tratta dell’obbligo al pareggio di bilancio, che implica l’impossibilità di spendere in deficit per far fronte a situazioni di crisi e dunque vincola ogni possibile scelta politica – con qualsiasi maggioranza di governo – a rispettare un equilibrio ideale che nella realtà non esiste mai.

Ma ancor più decisiva e “distorcente” è la nuova versione dell’art. 119: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea.”

L’”autonomia” di ogni istituzione della Repubblica italiana, ad ogni livello, è quindi subordinata per Costituzione alle decisioni “superiori” della UE. Una subordinazione che fissa – come si vede con le 528 “condizionalità” del Recovery Fund – non soltanto i limiti di bilancio entro cui si possono prendere decisioni diverse, ma anche le priorità nelle decisioni di spesa e di entrate fiscali.

Con queste due norme “costituzionalizzate” l’autonomia del Paese è stata di fatto annullata. Possiamo mettere insieme una squadra per vincere i campionati europei in qualsiasi sport, ma non si può più scegliere quale destino, quali obiettivi, quali priorità sociali vogliamo soddisfare.

Sono vincoli politici imposti per via economica e con la forza dei trattati internazionali (non sottoponibili a referendum!), che inchiodano per sempre le scelte di qualsiasi governo futuro (anche “socialista”, in astratto) al ricettario classico del neoliberismo senza freni adottato come marchio di fabbrica nella UE.

Ma se la politica è vincolata, è chiaro che la presenza di partiti tra loro diversi è un lusso che non ci si può più permettere. Ognuno dovrà e potrà promettere in campagna elettorale solo quello che effettivamente può fare (nulla o quasi, sulle questioni economiche essenziali, decise preventivamente dalla UE) o qualcosa di abbastanza shoccante sulle questioni che costano poco (diritti civili sì o no, trattamento dei migranti, sia regolari che non, politiche securitarie... robetta così, insomma).

Poi, certo, si può promettere la luna in qualsiasi campo. Ma dopo dieci anni – tanti ne sono passati da quest’ultima riforma costituzionale, fatta su ordinazione durate il governo di Mario Monti – è chiaro anche per un terrapiattista che si tratta solo di chiacchiere.

Ma una classe politica che non ha più la possibilità di decidere nulla sulle questioni strategiche – politiche economiche e industriali, alleanze militari o diplomatiche, ecc. – inevitabilmente decade al livello dell’amministrazione di condominio. Con le “qualità”, la “lungimiranza”, l’”autonomia decisionale” e persino lo stile linguistico di un’assemblea di condominio.

È a questo punto che arriva l’investitura di Mario Draghi come monarca pro tempore del vicereame d’Italia. È stato un componente fondamentale della Troika che ha distrutto la Grecia con un “esperimento” che doveva valere come monito per tutti i 27 paesi della Ue. A lui non c’è necessità di spiegare pazientemente cosa va fatto e cosa va distrutto.

L’arco temporale da assicurare sono i sei anni di durata del Recovery Fund (con le misure racchiuse nel PNRR), con impegni che richiedono grande “stabilità” nella governance, altrimenti la “rivoluzione reazionaria neoliberista” prevista da quelle norme fissate in Trattati verrebbe messa a rischio.

Casualmente, questo arco temporale coincide quasi completamente con il nuovo settennato della Presidenza della Repubblica. Ed è meglio, molto meglio, per i poteri multinazionali ed “europeisti”, che il loro esponente Mario Draghi continui a guidare “la transizione” da quello scranno.

Non si può infatti rischiarlo in una normale competizione elettorale (nel 2023, a fine legislatura), perché la società spaventata e incazzosa potrebbe facilmente rovesciare anche su di lui il livore per un impoverimento crescente di cui non si vede il fondo né la fine. Potrebbe insomma fare la fine di Mario Monti, alle elezioni del 2013.

Dal Quirinale, invece, potrebbe continuare a formare governi – con chiunque e/o tutti dentro – per assicurare la continuità di una politica subordinata alle decisioni europee, ovvero del capitale multinazionale qui basato.

L’istituto della Presidenza ha del resto perso, nel corso degli anni, molte delle sue caratteristiche “notarili”, di puro rispetto formale delle decisioni politiche del Parlamento. Le antiche “esternazioni” di Francesco Cossiga furono probabilmente la prima manifestazione di questo mutamento di ruolo che è venuto consolidandosi negli anni. Ma sono nulla rispetto a quello che hanno poi fatto i suoi successori (Ciampi, Scalfaro, Napolitano, Mattarella), che hanno deciso quali governi potevano esser composti e quali invece stoppati, quali sostenuti e quali logorati.

Mario Draghi avrebbe insomma una lunga serie di precedenti cui appoggiarsi per mascherare quella che in ogni caso è una forzatura costituzionale verso il presidenzialismo di fatto.

Con due differenze importanti.

Draghi al Quirinale significa mettere in pratica un trasferimento palese di poteri e prerogative dal Parlamento alla Presidenza della Repubblica. Rinviando alla prossima legislatura il compito di “formalizzare” questa trasformazione del Presidente in “super-capo del governo”, con una specifica “riforma costituzionale”.

I “precedenti” di protagonismo presidenziale sono stati in fondo tutti “necessitati” dall’impossibilità politica – in determinati momenti – di trovare soluzioni efficaci per tenere insieme interessi sociali in parte di dimensioni “nazionali” e vincoli europei.

L’insediamento di Re Draghi dovrà invece segnare una svolta decisa in direzione della prevalenza dell’”Europa”, come da art. 119.

Per far questo, però, bisognerà fare un’altra piccola serie di forzature costituzionali, alcune delle quali raccolte in un articolo dell’ultra-draghiana Repubblica, che vi riproponiamo. Ma, come detto all’inizio, se tra Costituzione Reale e Costituzione Formale si viene a creare una discrasia violenta, è sempre il potere della realtà a prevalere, scrivendo un “nuovo testamento” che gli stia a pennello.

È un golpe dei Palazzi, naturalmente. Una Restaurazione, contro ogni possibile – e necessaria – Rivoluzione. Che mette fuorilegge non tanto Keynes, quanto la Resistenza.

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Quirinale, se Draghi va al colle chi incarica il successore?

L’ipotesi doppia reggenza

Tommaso Ciriaco – La Repubblica

Allo studio degli uffici tecnici dei vertici istituzionali i complicati incastri in caso di elezione del premier come presidente della Repubblica

ROMA – È una specie di rebus costituzionale. E ruota attorno ad un gigantesco dilemma: che succede se il Parlamento sceglie Mario Draghi come Presidente della Repubblica, creando l’inedita condizione di un premier che deve dimettersi nelle mani del Capo dello Stato a cui deve succedere? E che, nello stesso tempo, ha tra le sue principali prerogative quella di gestire la partita del suo successore a Palazzo Chigi? Un rompicapo difficile anche solo a pronunciarsi. Non a caso, nelle ultime settimane anche gli uffici tecnici dei vertici istituzionali si sono consultati, in modo informale e ufficioso. Scambiandosi opinioni, in linea puramente teorica. E scandagliando le possibili tappe di un percorso ordinato.

È un affascinante garbuglio che non può che richiamare l’attenzione degli esperti del Quirinale e della Camera dei deputati, il ramo del Parlamento chiamato a gestire l’iter dell’elezione del nuovo Presidente. A conoscenza delle possibili soluzioni tecniche sono ovviamente anche gli uffici di Palazzo Chigi. Qualcosa sembra ormai pacifico. Qualcos’altro resta in sospeso, per il momento.

Tre, in particolare, i quesiti a cui provare a dare risposta. Il primo: fino a oggi il presidente del Consiglio dimissionario è sempre rimasto in carica in attesa del giuramento del successore, stavolta le dimissioni di un premier eletto Capo dello Stato diventerebbero immediatamente esecutive? Se così è – e così sembra essere – sarebbe allora il ministro più anziano a succedere immediatamente al premier dimissionario? E soprattutto: chi gestirebbe le consultazioni per il nuovo esecutivo?

Alcuni punti fermi sembrano emergere. E vanno esplorati, partendo da un possibile percorso. Primo passo: il Parlamento elegge Draghi Presidente della Repubblica. Secondo: l’ex banchiere si reca al Quirinale per formalizzare dimissioni immediate. La sua elezione al Colle, infatti, dovrebbe essere considerata tra i casi di “impedimento temporaneo” di un premier, previsto dall’articolo 8 della legge 400 del 1988. Se così fosse, dovrebbe subentrare il ministro più anziano. Si tratta di Renato Brunetta, che guiderebbe il governo come fosse un “reggente”.

A quel punto, si aprirebbe una fase del tutto nuova per individuare il nuovo capo dell’esecutivo. E siamo al secondo bivio: chi guiderà le consultazioni, Mattarella o Draghi? Il percorso più lineare – ma anche tecnicamente articolato – dice: l’ex banchiere. Per farlo, serve una condizione prevista dall’articolo 91 della Costituzione: che abbia prestato giuramento da Presidente della Repubblica. Questo passaggio non potrà però avvenire, stavolta, contestualmente alla sua elezione, perché prima c’è da completare la transizione con Brunetta.

Se inoltre l’elezione di Draghi avvenisse prima del 3 febbraio 2022 – data di scadenza del settenato di Mattarella – occorrerebbero le dimissioni del Presidente per accelerare l’insediamento del nuovo Capo dello Stato. Dimissioni a cui seguirebbe la convocazione delle Camere e il giuramento in Aula. Anche facendo molto in fretta, ci sarebbe probabilmente la necessità di una seconda “reggenza”, quella al Colle. Magari anche solo di poche ore, affidata alla presidente del Senato Casellati.

Un incastro complicatissimo, come detto. A meno che l’elezione di Draghi al Colle non avvenga dopo il 3 febbraio. L’attuale Presidente, infatti – come ha ricordato il costituzionalista Michele Ainis su Repubblica – resta in carica anche oltre la scadenza, fino al giuramento del suo successore. Questo scenario dovrebbe evitare almeno il passaggio delle dimissioni anticipate. Non è escluso, tra l’altro, che Roberto Fico decida di convocare le Camere attorno al 26 gennaio, favorendo questo schema. L’alternativa, già circolata, è che si parta molto prima, tra il 18 e il 20 gennaio. In questo caso, è possibile che si proceda con un solo scrutinio al giorno, anche in chiave anti-Covid. Esiste teoricamente anche un’altra possibilità. Non è però priva di problemi, secondo alcune fonti addirittura insormontabili. Parte da una precondizione: l’accordo politico per eleggere Draghi dovrebbe essere accompagnato da un patto altrettanto solido attorno al nuovo premier.

La maggioranza di unità nazionale, insomma, oltre a votare Draghi assumerebbe contestualmente un impegno politico sul nuovo presidente del Consiglio. Se così fosse, Draghi potrebbe salire al Quirinale per dimettersi. E potrebbe essere il Presidente della Repubblica uscente a convocare immediatamente dopo la personalità a cui conferire l’incarico per Palazzo Chigi. In poche ore, giurerebbe con i suoi ministri. Si eviterebbe la reggenza, che sulla carta potrebbe anche durare mesi. Con il governo in sicurezza, inoltre, si potrebbe attendere anche la scadenza naturale del settennato. Questa strada, però, presenta un ostacolo. Sarebbe il Capo dello Stato uscente – e non quello appena eletto – ad assumere la decisione più rilevante fra quelle che gli spettano: la scelta del premier.

Fonte

03/11/2021

Il Commissario Quirinalizio prossimo venturo

I giochi politici in questo paese non contano più nulla. Con grande dispiacere dei giornalisti di punta, abituati da almeno 30 anni a vivere di pettegolezzi e “retroscena”. Però non sanno far altro, e quindi insistono nel praticare l’unico sport che conoscono.

Il “pezzo forte” della settimana sono le parole di Giancarlo Giorgetti, ministro dello sviluppo economico e testa pensate della Lega “di governo”. Presentando l’annuale “libro di Bruno Vespa”, ha fulminato i presenti prospettando una soluzione per il rebus-Quirinale di cui ben pochi osano parlare apertamente: “Già nell’autunno del 2020 le dissi che la soluzione sarebbe stata confermare Mattarella ancora per un anno. Se questo non è possibile, va bene Draghi” che “potrebbe guidare il convoglio anche da fuori. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto”.

Lasciamo perdere le questioni personali, di cui nulla sappiamo, vista la nostra lontananza da certi giri. E vediamo cosa significherebbe istituzionalmente e soprattutto sul piano europeo e/o dei “mercati”.

Comunque la si giri, la formula di Giorgetti esplicita un bisogno della classe dominante (non solo italiana): non toccare nulla nell’attuale governance del Paese. Mattarella al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi garantiscono soprattutto l’Unione Europea e i mercati finanziari (hanno, come si dice, “grande credibilità internazionale”).

La Costituzione formale è un limite abbastanza superabile. Il “bis” temporaneo al Quirinale è già stato sperimentato con Giorgio Napolitano, per lo stesso motivo, dunque non sarebbe una forzatura istituzionale ma solo una scelta “poco opportuna”. E quindi chissenefrega.

Ma questa soluzione ha il difetto di valere soltanto per un anno, quello che separa l’elezione del nuovo Capo dello Stato dalle elezioni politiche del 2023.

Per “mettere in sicurezza” il PNRR, e le “riforme strutturali” imposte dall’Unione Europea come condizione vincolante per l’erogazione delle successive rate del Recovery Fund, serve sicuramente più tempo, visto che il relativo cronoprogramma arriva al 2026.

La classe dirigente non può insomma rischiare che tra un anno e mezzo ci sia un Parlamento inattendibile quanto quello attuale, senza alcun personaggio di statura internazionale, magari con una maggioranza – come quattro anni fa – poco in linea con gli standard richiesti dai “mercati”.

C’è da dire che neanche i cosiddetti “partiti” presenti nell’attuale Parlamento hanno alcun desiderio di ritrovarsi a dover decidere tra attuazione delle chiacchiere elettorali (prometteranno come sempre di tutto e il contrario di tutto), con l’unico effetto – sicuro come la morte – dello spread in volo verso vette ineguagliabili. Con le conseguenze che abbiamo imparato a conoscere e in assenza della “rate” su cui si sta facendo conto.

Dunque l’attuale governance di “garanzia europea” va mantenuta almeno per i prossimi cinque anni.

Per far questo Mario Draghi è al momento ancora insostituibile. Ma appare difficile che possa tornare ad essere, dopo le elezioni, di nuovo premier senza un’investitura popolare. La quale a sua volta appare davvero improbabile, viste le lacrime e il sangue che cominciano a far capolino tra le nebbie che circondano sia la “legge di stabilità” che, soprattutto, le “riforme”. Lacrime e sangue che tra un anno e mezzo sarebbero decisamente più evidenti di oggi.

Già dieci anni fa l’operazione fatta con un altro Mario, Monti in quel caso, fu un flop clamoroso che aprì le porte alla breve e scorbutica stagione del “populismo” (equamente diviso tra “vaffa” e razzismo).

Dunque servirebbe il bis dell’operazione che ha portato Draghi a Palazzo Chigi, come se le elezioni non fossero nel frattempo avvenute e con tutti i cosiddetti partiti che entrano nella compagine governativa solo per obbedire al “grande illuminato”.

I rischi sono evidenti. Quanti oggi strizzano l’occhio a questa ipotesi, a risultati elettorali definiti, potrebbero avere la tentazione di giocare diversamente (perché rafforzati o indeboliti dall’esito). Scombinando le attese internazionali e complicando il percorso delle “riforme” con altre “pensate” impreviste, come lo sono in parte state quota 100 e il reddito di cittadinanza.

Più semplice, invece, se Mario Draghi fosse stato nel frattempo “elevato” alla massima carica. Potrebbe esercitare il suo ruolo in modo molto forte – anche queste forzature sono già state fatte, da Cossiga in poi, e da Mattarella stesso quando diede l’incarico a Cottarelli, indicato da nessuno – assumendo di fatto anche la parte di primo ministro, magari figurativamente lasciata a Daniele Franco (attuale ministro dell’economia) o altra figura equivalente pescata nel vivaio della Banca d’Italia.

In effetti sarebbe un semipresidenzialismo di fatto. Un’anticipazione della riforma costituzionale che, a bocce ferme, non può essere neanche ipotizzata (tantomeno realizzata in soli 121 mesi).

Al di là dei piagnistei dei “difensori della Costituzione formale” – sono 100 anni quasi esatti dalla repubblica di Weimar, e si sa com’è finita – una simile forzatura risponde a un’esigenza per nulla “nazionale”.

La classe dirigente attuale – imprenditoriale e non – non ha infatti più alcun limite nei confini, vissuti alla pari di quelli regionali o provinciali (si bada alla differenza di regole locali, cercando quella più vantaggiosa per sé, ma senza alcun “disegno di sviluppo” particolare).

Tenere inchiodata l’attuale governance – centrata su Draghi – è un problema di efficienza nella realizzazione di una nuova divisione del lavoro tra paesi europei. Gli interessi della classi popolari, i bisogni, le speranze delle nuove generazioni, non possono trovare alcun posto (se non nella retorica, tipo quella “per i giovani” quando si parla di pensioni o debito pubblico).

La presidenza della Repubblica, da questa angolatura, diventa una carica che deve forzatamente essere assunta da un “commissario europeo”, con compiti anche operativi (che la Costituzione italiana non prevede, ma chissenefrega).

Un Commissario Quirinalizio. Che anche simbolicamente restituisce l’immagine di un paese commissariato e in vendita. Come la Grecia dopo la capitolazione di Tsipras.

Fonte

19/12/2017

22 dicembre 1947, settant’anni fa: l’Assemblea Costituente vota la Costituzione Repubblicana


22 dicembre 1947: l’Assemblea Costituente approva il testo della Costituzione Repubblicana con 453 voti favorevoli e 62 contrari, dopo 170 sedute di discussione. Il 27 dicembre la Costituzione sarà firmata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola che assumerà il titolo di Presidente della Repubblica, dal presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini, dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e dal Guardasigilli Giuseppe Grasso. Il testo entrerà in vigore il 1 gennaio 1948 al momento della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Una data da ricordare con grande evidenza in particolare in questa fase storica, dopo che il voto popolare – 4 dicembre 2016 – ha respinto un tentativo di modifica in senso autoritario di alcune norme fondamentali e – a distanza appunto di settant’anni – abbiamo ancora parti del dettato costituzionale non applicate oppure solo parzialmente attuate.

Non solo: abbiamo già verificato modifiche in senso negativo come quella riguardante l’articolo 81 con l’inserimento dell’obbligo del pareggio di bilancio o la pasticciata “deforma”, votata nel 2001, del titolo V riguardante il rapporto tra lo Stato e le Autonomie Locali.

Vale la pena allora ritornare sia pure schematicamente su alcuni punti di riflessione sviluppati attorno al testo della nostra Carta fondamentale.

La Costituzione democratica e la trasformazione dello Stato

La Costituzione Repubblicana è stata scritta, com’è noto, mentre andava rompendosi la solidarietà antifascista e i conflitti crescevano d’intensità su tutti i terreni, schierando le forze politiche e sociali in due campi contrapposti sul piano nazionale e internazionale.

In quel frangente verificatosi all’indomani di una delle più grandi tragedie della storia, le forze politiche rappresentative della società italiana presenti nell’Assemblea Costituente scelsero la strada di ricercare un intento comune definendo l’obiettivo del rinnovamento dello Stato, in linea con l’esito elettorale del 2 giugno 1946, allorché cittadine (ammesse per la prima volta al voto) e cittadini avevano scelto la Repubblica.

Il dato di novità più importante, registratosi subito all’avvio del lavoro del nuovo consesso ed espressosi anche nella composizione stessa della Commissione dei 75 incaricati di redigere materialmente il nuovo testo costituzionale che avrebbe sostituito lo Statuto Albertino, fu rappresentato dal ruolo dei partiti che si presentavano subito come protagonisti di una scena politica profondamente trasformata rispetto al passato.

Nella dialettica tra continuità e mutamento che ha segnato gli anni della formazione dell’Italia Democratica, la Costituzione repubblicana ha rappresentato un elemento essenziale attorno al quale si raccolsero gli altri due momenti fondanti del nuovo periodo della storia italiana: la lotta di resistenza antifascista e la battaglia per la repubblica.

La Carta Costituzionale, è bene precisarlo subito, è stata anzitutto il risultato politico dell’intesa tra i tre grandi partiti di massa, la DC, il Pci e il Psi, che su questo terreno riuscirono a intendersi meglio e procedere in un accordo ben maggiore di quanto non fosse riuscito loro a livello di governo e di confronto politico e ideologico.

Il punto d’incontro fu rappresentato, ed è bene rilevarlo proprio in quest’occasione, dalla concordanza sui principi fondamentali dello Stato repubblicano, ben più articolati e innovativi di quelli posti a fondamento dello Stato liberale.

Lo stato liberale era espressione di una società semplice, non ancora distinta per interessi e partiti organizzati, rappresentata da un ceto politico omogeneo di estrazione largamente proprietaria – borghese: ecco, al di là del proprietario – borghese, ma sotto l’aspetto di un “ceto politico omogeneo” questo è il punto di arretramento al quale intendono portarci adesso i fautori della personalizzazione (primarie e collegi uninominali, presidenzialismo) e della governabilità.

Torniamo però al modello di Costituzione scaturita dall’accordo tra i partiti di massa, nell’intento di superare – appunto – la concezione dello Stato liberale nella sostanza, come “Stato – amministrativo”, nell’avversione verso il principio politico di segno democratico della sovranità popolare.

Nella Costituzione repubblicana del ’48 si era affermata, invece, la funzione centrale dei partiti politici, come strumento per l’esercizio della sovranità del popolo, e non più solo dello Stato come amministratore.

La assegnazione ai partiti di un rango di livello costituzionale attraverso l’articolo 49 (mai completamente applicato, peraltro) ha significato, in sostanza, la scelta di una Repubblica parlamentare come forma di Stato.

Dal concetto di Repubblica parlamentare derivano: la centralità dei consessi elettivi, la limitazione del ruolo del governo, il rifiuto del presidenzialismo. Tutti elementi distintivi che è necessario difendere ancor oggi.

La modifica del sistema elettorale in senso maggioritario, avvenuta nel 1993, l’esasperazione del concetto di personalizzazione della politica hanno messo in discussione questi principi fondativi.

In particolare l’affermazione del concetto di personalizzazione della politica (fittiziamente contrabbandato anche nelle liste elettorali attraverso l’imposizione della designazione – con tanto di indicazione nella scheda – del “Capo della Coalizione” e adesso del “Capo della Forza Politica”).

A questo si è pericolosamente modificata la stessa natura della soggettività politica (già alterata dal mutamento profondo nei meccanismi di comunicazione) al punto da veder affermato il concetto di “partito Personale”.

In questo modo è venuta via via affermandosi una trasformazione nel senso di una sostanziale riduzione nei margini di agibilità democratica, in nome del primato del liberismo economico, del taglio di un presunto eccesso di domanda sociale, di sostanziale riduzione nel rapporto tra politica e società, di affermazione di una “autonomia del politico” fondata su di una separazione basata su veri e propri privilegi di casta.

Al momento della costruzione della Costituzione Repubblicana si era affermato invece il passaggio dallo Stato liberale – borghese (quello cui oggi si tende a voler definitivamente tornare), che non interveniva nella direzione dell’economia e nella regolazione della società e stentava a riconoscere l’organizzazione dei partiti, allo Stato pluriclasse, allo Stato sociale che trovava un momento di realizzazione per quanto parziale e contraddittoria proprio nella tutela costituzionale assicurata ai diritti politici e sociali dei cittadini, visti come persone dotate di autonomia di fronte allo Stato e unite da vincoli di socialità e solidarietà.

Su questo terreno dei principi fondamentali, del riconoscimento costituzionale dei diritti sociali, della funzione centrale dei partiti nella democrazia repubblicana si era determinata un sostanziale convergenza tra i grandi partiti di massa che erano stati protagonisti della Resistenza.

Le espressioni del solidarismo, nelle diverse accezioni cristiana e marxista, rappresentarono il cemento più forte che contribuì a saldare l’intesa costituzionale fra i maggiori partiti e ne rappresentò la base comune per l’inserimento nel testo della Carta fondamentale delle norme a carattere programmatico e dei diritti sociali.

Ma l’accordo tra i partiti di massa, realizzato appunto sui principi fondamentali e sulla centralità dei partiti nel nuovo sistema democratico, si rivelò molto più faticoso da conseguire quando si trattò di definire le forme di organizzazione dello Stato.

Calamandrei scrisse: “il problema dell’organizzazione dei poteri è quello delle forze che governano i meccanismi del potere non sono due problemi distinti: sono tutt’uno e solo un approccio che li affronti assieme appare storicamente corretto e utile”.

Questo approccio “corretto e utile” si affermò solo parzialmente e fu alla base dei ritardi, dei difetti, della sostanziale incompletezza nell’applicazione del dettato costituzionale, nel corso degli anni di tutto il dopoguerra fino alla crisi della “infinita transizione” di fine secolo che si protrae ancora oggi.

Una infinita transizione che pare proprio aver virato di bordo verso l’idea di un vero e proprio ritorno all’indietro, a rapporti politici e sociali di stampo ottocentesco, sia pure mascherati dalle esigenze dell’apparire imposte da novità tecnologiche incentrate quasi esclusivamente sull’indirizzo del formare una “società dell’immagine” le cui espressioni di dominio sarebbero ormai affidate soltanto all’economia e alla tecnica.

“Società dell’immagine” governabile quindi soltanto da una sorta di neo-notabilato, un ceto nel quale l’intreccio dovrebbe realizzarsi tra “autonomia del politico” e “autonomia del tecnologico”: intreccio posto al di fuori da qualsiasi possibilità di intervento e controllo sociale. Con le elezioni ridotte a ratifica della “governabilità”.

La discussione alla Costituente sul tema dell’organizzazione dello Stato era stata avviata nel Marzo del 1947, quando al governo c’era ancora la coalizione tripartitica, e si concluse alla fine di quell’anno quando appariva definito, dopo il Piano Marshall e il Cominform, un sistema mondiale di tipo bipolare.

La Costituzione Italiana, votata il 22 dicembre 1947 e promulgata il 1 gennaio 1948, vide la luce quando era già profondamente mutato il quadro politico e sociale su cui era stata fondata.

Si verificò così il fenomeno cui si è già accennato poc’anzi: lo Stato nuovo, che doveva nascere dall’attuazione di quell’innovativo dettato costituzionale, fu bloccato dal prevalere dello scontro politico e sociale tra le forze che si erano unite nel progetto di costruire una democrazia sociale avanzata dentro un’adeguata cornice istituzionale, che avrebbe dovuto segnare una rottura con il precedente ordinamento statale.

Così non avvenne, se non parzialmente e rimase la necessità di realizzare una effettiva corrispondenza tra le forme istituzionali del potere e forze e rapporti sociali: corrispondenza dalla quale realizzare un effettivo indirizzo politico.

Da quel varco sono passati, nel corso di questa lunga crisi politica e morale, i fautori di una sorta di “Grande Riforma” i cui termini negativi sono già stati ampiamente descritti.

“Grande riforma” di stampo presidenzialista che persiste nelle intenzioni di una sorta di “coalizione dominante” nonostante il risultato elettorale del referendum 2016 allorquando l’idea della verticalizzazione del potere si scontrò, perdendo, con l’orizzontalità della complessa dimensione sociale.

L’idea presidenzialista intesa come accentramento della gestione del potere sta ancora nelle aspirazioni e nei disegni di settori consistenti dell’establishment e delle lobbie tecnocratiche: l’idea, cioè, dello Stato esclusivamente “amministratore”.

Dobbiamo riprendere, quale insegna di una battaglia democratica, quanto i partiti della sinistra espressero nella fase Costituente: l’idea, cioè, di una repubblica fondata sulle Camere (e quindi sulla rappresentanza politica) intese come suprema espressione della volontà popolare e non certo su di un governo espressione di “lobbies” più o meno occulte come ci è capitato di subire nel corso degli ultimi anni, vissuti sempre, sotto questo aspetto, “border line” rispetto alla legalità repubblicana. Una situazione che ha dato spazio prima alla cosiddetta antipolitica, poi addirittura della “inpolitica” ossia assenza di politica testimoniata dal calo verticale della partecipazione, non soltanto elettorale.

A settant’anni di distanza è ancora necessario continuare a battersi per la Repubblica del “Parlamento come specchio del Paese” contro la torbida idea della “Rinascita Nazionale” portata avanti dagli epigoni della P2 di Licio Gelli.

Fonte

22/08/2017

A volte ritornano... Maggioritari e presidenzialisti

Sta prendendo di nuovo forma e sostanza l’iniziativa politica raccolta attorno ai temi del sistema elettorale maggioritario e del presidenzialismo.

Mi rivolgo pertanto a coloro che nel corso di questi mesi non hanno sostenuto soltanto il “NO” nel referendum difendendo così i punti essenziali del dettato costituzionale ma, nello stesso tempo, hanno lavorato per favorire l’adozione di un sistema elettorale proporzionale: primi fra questi quanti hanno preso parte alla battaglia in Corte Costituzionale avverso il “Porcellum” e successivamente il famigerato “Italikum”.

Intendo lanciare un vero e proprio segnale d’allarme, in questo senso.

Oggi, 21 Agosto, infatti, compare sulle colonne del “Corriere della Sera” un articolo di Ernesto Galli della Loggia che pare preludere a una vera e propria controffensiva da parte delle forze sostenitrici insieme del sistema maggioritario e del presidenzialismo.

Sotto il titolo “Come risvegliare nelle urne un paese troppo indeciso” Galli della Loggia, prima di tutto, sottolinea la necessità di un rafforzamento del ruolo del Presidente del Consiglio collegando questa ipotesi con l’adozione di un sistema elettorale maggioritario (premio di maggioranza alla lista oppure collegio uninominale maggioritario) ma soprattutto attaccando direttamente la Costituzione, all’articolo 1, agli articoli 55, 56, 57 e all’articolo 92.

Un attacco diretto che si esplicita con le parole conclusive dell’articolo che qui si riportano: “In realtà bisognerebbe finalmente convincersi che le elezioni (e quindi anche le leggi elettorali) dovrebbero servire a far decidere agli elettori non già da chi vogliono essere rappresentati, bensì soprattutto da chi vogliono essere governati. E dunque dovrebbero servire soprattutto a eleggere e a mandare a casa i governi”.

Appare evidente l’attacco alla Costituzione, in dispregio anche allo stesso esito del referendum del 4 dicembre 2016.

E’ necessaria una risposta immediata che deve essere risposta politica.

Poco e probabilmente nulla, in materia di riforma elettorale, è accettabile se non fornisce con una qualche credibilità risposte a un obiettivo che deve essere ricordato: quello della centralità del Parlamento e la rappresentanza di tipo proporzionale da realizzarsi proprio in quella sede attraverso l’espressione delle sensibilità politiche attive e organizzate nella società.

Non si capirebbe d’altronde, perché si dovrebbe ingaggiare una battaglia politica su questo argomento se non per ampliare la democrazia dei cittadini, per migliorare il rendimento del sistema politico, per restituire la speranza di cambiamenti di fondo coerenti con le preferenze degli elettori, incisivamente espresse.

Questa deve essere la filosofia politica di qualsiasi riforma elettorale.

L’obiettivo di fondo dovrà essere quello della politica che recupera i criteri della legittimazione sociale, nell’idea di una rappresentanza quale fattore fondamentale dei processi d’inclusione.

Un cammino che siamo convinti valga la pena di percorrere, non certo in forma isolata, ma costruendo interesse collettivo, capacità di dibattito, costanza di un’iniziativa tale da produrre effettivi momenti di crescita nella conoscenza, nella consapevolezza, nella realtà di una proposta rivolta verso il futuro.

Per questi motivi l’obiettivo deve essere quello di una legge elettorale proporzionale in pieno rispetto con le idealità di fondo e i contenuti della Costituzione Repubblicana.

Occorrono iniziativa politica e, tanto per usare un linguaggio d’altri tempi, vigilanza democratica.

Fonte

19/04/2017

“Erdogan non ha vinto il referendum, ma l’Europa è ipocrita”

Nello spazio dedicato all’informazione parliamo del referendum in Turchia. Con noi al telefono Murat Cinar, giornalista free lance turco che lavora in Italia. Intervista realizzata da Radio Città Aperta.

Ciao Murat.

Buongiorno a tutte e tutti.

Partiamo dall’analisi di questo voto, e poi parliamo anche delle polemiche che stanno emergendo in maniera molto forte. Si può dire che il 51% con cui il Sì ha vinto sia molto inferiore rispetto a quanto si aspettava lo stesso Erdogan rispetto all’esito delle elezioni?

Tenendo in considerazione che non stiamo di fronte ad un referendum svolto legalmente e regolarmente, non possiamo dire che l’esito che ci è stato comunicato sia definitivo e quello ufficiale. Quindi, a mio parere, non siamo di fronte ad un risultato definitivo, ma siamo di fronte ad una vittoria dell’Akp o del governo o dei suoi alleati. I ricorsi sono in atto, ci vorranno ancora 10-12 giorni per ottenere l’esito definitivo, però ci sono già le relazioni degli osservatori internazionali che attirano l’attenzione sull’irregolarità nazionale che c’è stata. Probabilmente quasi 3 milioni di voto sono stati annullati ingiustamente. Questa è la prima cosa che dobbiamo tenere in mente, altrimenti daremo per vincitore il governo; e non credo che sia la conclusione giusta da fare in questo momento. E anche se non fosse stato così, possiamo dire che l’Akp teoricamente – almeno come idea resa pubblica – non si aspettava una vittoria con dei dati così poveri. Alcuni sondaggi parlavano del 60%. Il presidente della Repubblica negli ultimi interventi televisivi tranquillamente parlava di 55-60%. Diceva che una buona parte del suo elettorato, che non aveva un’idea precisa, si era convinta e avrebbe votato per il sì... Quindi si poteva tranquillamente arrivare al 60%. E non è assolutamente andata così; sia per chi ha fatto i sondaggi, sia per gli esponenti del governo.

Tu quindi ti soffermi sul fatto che stiamo parlando di un risultato che non può essere tenuto in considerazione, visto la quantità di brogli... Tu tendi a credere che tutto quello che arriva come informazione rispetto a quanto avvenuto – le schede elettorali non timbrate, le altre denunce, ecc – corrisponda tutto alla realtà?

Certo! Sin dai primi momenti della giornata referendaria abbiamo visto che numerosi volontari impiegati in diversi seggi hanno fotografato elettori che hanno esposto pubblicamente il loro voto, tra cui anche parlamentari nazionali del partito di governo. Hanno fotografato la loro scheda e hanno diffuso tutto su twitter e facebook. In certi casi si è visto che alcuni elettori si sono presentati ai seggi con le schede già timbrate. In alcuni video si vedono, evidentemente, i casi in cui i segretari dei seggi si mettono sulla sedia a timbrare uno per uno per il sì al posto dei cittadini che in quel seggio sarebbero andati a votare. Inoltre l’ente che si occupa delle elezioni ha fatto due dichiarazioni ufficiali davanti alle telecamere verso la conclusione del voto. Nella prima ha detto che in certi seggi il cittadino si è trovato ad utilizzare il timbro con la dicitura “SI”, invece come noi abbiamo fatto al consolato a Milano l’8 aprile, sul timbro doveva esserci scritto “scelta”. In un referendum dove il cittadino è chiamato a votare SI oppure NO, se si trova tra le sue mani il timbro che dice SI pensate a quanto possa essere democratico e giusto ed equilibrato lo svolgimento del voto. L’ente che si occupa dell’elezione ha detto che le schede con timbro sbagliato, errato, saranno prese come schede valide. La seconda decisione, ancora più scandalosa, contro proprio il regolamento che lo stesso ente ha creato, è una decisione senza precedenti che dice così: le schede che non hanno il timbro dietro, quindi non vidimate, quindi teoricamente non ufficiali, non legali, possono essere contate tranquillamente. La cosa più interessante è che lo stesso ente, a proposito delle schede non vidimate provenienti dai voti all’estero, le ha annullate! Ma quando si trattava delle stesse schede in Turchia, le ha accettate e il presidente dell’ente che si occupa delle elezioni ha detto che questa decisione è stata prese secondo la richiesta avanzata dai volontari, cioè gli osservatori che appartengono al partito di governo. Quindi qui siamo di fronte ad una sorta di golpe portato avanti con le mani di un ente appartenente allo stato, che ha lavorato apertamente per conto del partito al governo, perché all’ultimo momento, probabilmente, ha visto avanzare i voti del NO.

La prima considerazione che ci viene in mente, nonostante tutto, è che la vittoria è stata risicata; quindi a livello di risposta sociale ci viene da immaginare che la vera opinione del popolo turco rispetto a questa proposta referendaria fosse ampiamente No...

Assolutamente sì. Prima di tutto, anche con il pieno di brogli – nonostante i 78mila tentativi che hanno fatto, in buona parte riusciti – siamo davanti ad una situazione di grande spaccatura. Una situazione in cui il governo, ma in primis il Presidente della Repubblica, non ha un consenso popolare largo. Dobbiamo aggiungere il fatto che all’ultimo momento, nel mese di ottobre-novembre, loro abbiano dovuto invocare l’appoggio dei nazionalisti. Quindi avevano forse previsto che neanche tra i loro elettori avrebbero ottenuto abbastanza consenso. In più, bisogna specificare una cosa molto più importante di quanto abbiamo detto finora: in realtà non c’è stata una campagna elettorale democratica. La Turchia, tristemente, ora “vanta” più di 150 giornalisti in carcere, più di 120 mila persone sono sotto indagine, numerosi giudici, avvocati, professori, studenti e sindaci... e ovviamente ricordiamo che 12 parlamentari nazionali sono in carcere. La Turchia è entrata in questa fase elettorale con un periodo di stato di emergenza; quindi in diverse città le manifestazioni per il NO sono state annullate, sui canali televisivi statali il NO non ha trovato neanche mezz’ora di spazio. C’è un Presidente della Repubblica che ha utilizzato i mezzi dello stato per fare una campagna elettorale per conto suo e per conto del governo. Quindi nonostante tutta questa aggressività antidemocratica, e i metodi superviolenti, vediamo che la vittoria del governo non è così trionfale. Questo ci fa capire che l’appoggio nazionale non è così forte. Non è più come prima, per il partito Akp e per il presidente della Repubblica ora in Turchia.

Murat, una considerazione su quello che potrebbe avvenire... Tu hai detto: la spaccatura è forte, Erdogan stesso dovrebbe avere la consapevolezza di non avere un appoggio popolare così ampio da poter soddisfare le proprie ambizioni imperiali. La soluzione qual è? Quella di inasprire ancora di più la repressione, che ormai sta diventando la sua caratteristica nei confronti del suo stesso popolo? Abbiamo visto nell’ultimo anno, soprattutto, come il livello di repressione nei confronti di minoranze, opposizione, giornalisti, chiunque non si pieghi al suo progetto, sia a livelli estremi. Potrebbe addirittura peggiorare, a fronte appunto di un risultato così piccolo, così poco significativo dal punto di vista del consenso?

Le strade sono due: una, quella di continuare con la politica ufficiale del presidente della Repubblica e del suo partito, ossia aumentare la repressione, provare ad annullare a tutti i costi ogni tipo di opposizione, iniziando dalle forze democratiche nel paese fino alle voci più rivoluzionarie della nazione arrivando, ovviamente, fino agli ex alleati come il partito di Gulen. La prima scelta potrebbe essere questa. Ovviamente a me sembra che sia una sorta di suicidio, perché un paese si può tenere sotto stress fino ad un certo punto... Fin dove, non lo so, ogni paese ha le sue dinamiche interne. Ma non si potrebbe tenere sotto stress in eterno. Ora come dicevo prima, dal tentativo del colpo di stato del 15 luglio ad ora, 125 mila persone sono finite sotto indagine. Molte sono in carcere, molte non possono abbandonare il paese, altre hanno perso la cittadinanza perché non rientrano in patria, nonostante il richiamo. Alcune sono già state condannate. Per alcuni chiedono l’ergastolo; per esempio, alcuni parlamentari nazionali che rappresentano milioni di voti.

La seconda scelta potrebbe essere quella di fare dei passi indietro, cosa che in questi 17 anni il governo non ha mai fatto. Non l’ha fatto durante la rivolta del Parco Gezi, non l’ha fatto quando ha provato ad uccidere il suo vecchio alleato. Quindi... Potrebbe essere la mossa praticamente più furba rispetto alla prima, perché ormai questo presidente e questo partito hanno ottenuto la massima tutela. Ora, iniziando dalla Coste costituzionale fino alla composizione del nuovo governo, partendo dall’ente superiore dei giudici per arrivare fino al coordinamento dell’esercito, il presidente della Repubblica e il suo governo hanno potere assoluto sul sistema legislativo, amministrativo e giuridico del paese. Quindi potrebbero anche iniziare a fare passi indietro, per diminuire il livello di stress che c’è nel paese, ovviamente anche per abbassare i fari puntati, a livello internazionale, su questo progetto politico economico internazionale. Potrebbe essere una scelta leggermente più furba e a quel punto bisogna vedere quanto ci cascheranno i cittadini, perché non sarebbe comunque una mossa onesta, ma strategica.

Un’ultima domanda. E’ diverso tempo che vivi in Italia, avrai sicuramente letto come viene commentato l’esito del referendum in Turchia. Dopo oltre un anno di gravissime lesioni ad ogni principio di democrazia – arresti illegittimi, repressione, arresto di opposizione politica, arresti di giornalisti – ci si accorge che Erdogan non è esattamente un capo di stato democratico solo su questa storia del referendum. Perché? Il dubbio è: oddio, la Turchia si allontana dall’Europa. E’ ipocrisia questa, secondo te, oppure è proprio una sorta di ignoranza che tanti operatori dei mass-media purtroppo hanno nei confronti di quello che avviene a livello internazionale?

Ottima osservazione. Devo dire che in Italia, a livello giornalistico, quando si parla delle tematiche internazionali, c’è già un grande malessere. Sarà perché presso le redazioni dei grandi giornali non ci sono giornalisti stranieri? Questo è un punto interrogativo molto importante. Ora nel giornalismo italiano ci sono numerosi corrispondenti che vivono in Egitto, in Turchia oppure in altri paesi, scrivono per i media italiani ma non sanno parlare la lingua locale di quel paese. Leggono le notizie attraverso le edizioni inglese, tedesca, francese, con almeno due-tre ore di ritardo, con informazioni limitate. Questo è il problema numero uno. In secondo luogo, come nel caso palestinese, o come abbiamo visto nel caso nordafricano e quindi anche nel caso turco... purtroppo nelle redazioni quando si parla delle tematiche internazionali c’è tanta ideologia, c’è tanta espressione giornalistica mescolata con quella partitica. In effetti – e arrivo alla tua domanda – sul caso del Partito dello Sviluppo e della Giustizia (Akp), non soltanto fino al referendum, ma da 17-18 anni che si fa un errore enorme. Quando c’erano i maxiprocessi, qualcuno in Italia, anche nella stampa di sinistra, parlava tranquillamente di Erdogan come un “uomo che ha messo per la prima volta in discussione la forza e la presenza massiccia dell’esercito” nella vita della Turchia. Ora lo stesso presidente definisce quei processi come una messa in scena, guidata e realizzata dal suo ex alleato (Gulen, ndr). Quindi in Italia non è stata quasi mai fatta un’analisi corretta nei confronti della Turchia e nei confronti di questa avventura. La soluzione potrebbe passare dall’aumento dell’attenzione nei confronti delle tematiche internazionali; più si sta fermi con l’analisi sbagliata in queste tematiche, più si scopre – dopo 10-15 anni – che l’acqua bolle a 60 gradi. In più bisogna aggiungere un altro tema, ossia la percezione che abbiano noi, qua in Europa, nei confronti della Turchia o nei confronti dei nostri vicini, nel Mediterraneo. Come abbiamo visto nel caso libico, con la Turchia si cerca di costruire lo stesso rapporto, passando dalla questione degli immigrati arrivando fino alle grandi opere. La Turchia viene percepita soltanto quasi sempre un partner economico, non come un paese; e i suoi cittadini vengono percepiti come dei potenziali consumatori, ma non come dei cittadini, degli esseri umani. Questo è il problemone. Io nel mio ultimo articolo avevo scritto che il Tap, il progetto gasdotto che riguarda teoricamente solo Lecce, fa parte di un grande progetto in cui quasi il 70 % del territorio occupato appartiene alla repubblica di Turchia, quindi... L’Italia e anche altri paesi non possono pensare che Erdogan o altri sono stati catapultati dalla luna sulla Terra e quindi si possono fare tutti i danni a casa loro. I problemi della Turchia sono i problemi del Medio Oriente, del Mediterraneo e anche dell’Europa. Gli approcci politici, come “vi diamo 3 miliardi, tenetevi i rifugiati”, non sono approcci democratici. Sono approcci a base di ricatto e danno delle carte molto pericolose nelle mani di certi personaggi che un domani possono combinare dei casini senza vie di ritorno.

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18/04/2017

Erdoğan, i buchi neri del trono più grande

Fra il successo storico proclamato dal mentore della Turchia del Terzo Millennio, i festeggiamenti e le prime esuberanze dei propri fan, i complimenti che sanno di promozione dei grandi che contano (Trump e Putin), compaiono i buchi neri d’una vittoria dimezzata. In testa le accuse d'irregolarità su cui ha detto la sua la stessa Osce, che per bocca di osservatori locali afferma “talune procedure del voto sono risultate irregolari“. Il riferimento riguarda la conta avvenuta in parecchi seggi di schede non timbrate dagli addetti alle operazioni di voto, schede dunque che potrebbero essere contraffatte. I rappresentanti del fronte del no denunciano brogli e hanno presentato ricorso. La Commissione elettorale s’è presa una decina di giorni per esaminare dette schede e sancire il risultato definitivo. Per ora il successo del sì - che mostra un margine dell’1,4% pari a circa un milione e trecentomila voti su 58 milioni di votanti, oltre l’86% degli aventi diritto - è ufficioso ma gode già dell’ufficialità del governo, felice di un avvìo “democratico” del regime. Agli sconfitti che hanno ripreso il concerto di pentole e padelle, come all’epoca delle contestazioni di Gazi park, non resta che sperare nel miracolo di una decisione straniante della Commissione: l’annullamento del voto. Sembra fantascienza perché un passo simile potrebbe davvero condurre il Paese a uno scontro aperto, da quello delle risse per via, che già in qualche caso si sono verificate, a operazioni repressive dettate dalla difesa della “sicurezza nazionale”. Il referendum stesso, fortemente voluto dal presidente e dal suo staff ristretto (qualche nome noto dell’establishment dissentiva), si è svolto in pieno clima di emergenza, la cui legge speciale è stata di recente prorogata ancora una volta di tre mesi.

Dal fallito golpe del luglio 2016, grazie a tali normative decine di migliaia di dipendenti statali (impiegati, insegnati di scuole primarie, secondarie e università, militari, poliziotti, magistrati) sono stati licenziati o messi a riposo. Migliaia di attivisti kurdi e di sinistra arrestati, finanche parlamentari dell’opposizione (Hdp) accusati di terrorismo e prossimità al Pkk. E ancora, molte testate e tv sono state chiuse o riconvertite a posizioni filogovernative, centocinquanta giornalisti sono tuttora in galera. In una Turchia crudamente divisa, dove una metà accusa l’altra di sovversione e terrorismo mentre essa è detestata per servilismo verso un megalomane del potere che odia avversari e vede (o dice di vedere) complotti in ogni angolo, il rischio d’una caduta verso lo scontro aperto non è affatto escluso. Certo la stessa classe dirigente politica ed economica turca non dovrebbe spingere verso la conflittualità delle piazza. I nemici interni armati, che esistono e agiscono, e sono solo parzialmente colpiti dalla repressione che punta soprattutto ad azzerare voci e coscienze critiche dei cittadini, non possono che avvantaggiarsi da un’aperta conflittualità. Ma è egualmente vero che la repressione erdoğaniana, avviata con la coercizione dei contestatori di strada, giovani e studenti, ecologisti e femministe, antagonisti dell’Istanbul laica e cosmopolita, tuttora vivi e urticanti tramite il voto, ha raggiunto punte elevatissime nei mesi seguenti il tentativo di colpo di mano.

Dunque, per il potere il presidente assoluto, sembra disposto a tutto. Prendendo anche più delle cento e uno posizioni mostrate in politica estera sul versante mediorientale. Così in queste ore, come suo solito, ha alzato i toni. Ha smentito le insinuazioni dell’Osce, messe sullo stesso piano delle esternazioni di quei Paesi europei con cui si contrasta da settimane proprio sul tema referendum. Una battaglia che fra l’altro paga, visto come ha risposto l’elettorato tedesco in Olanda e in Germania: 70% e 60% a sostegno del sì. Perciò, nelle infuocate ore del dopo voto, Erdoğan da quel fine animale politico, da quel giocatore d’azzardo che è ha pensato: perché non accelerare? E sta già spiazzando tutti, dirigendo lo sguardo dalle schede non timbrate e irregolari, e dal tintinnìo delle padelle, altrove. Ora parla di pena di morte. Rivolta a chi? Certamente ai terroristi, che al suo sentire sono tutti gli oppositori. Ovviamente ne seguono sdegno interno e internazionale. Dall’opposizione di Chp e Hdp alle molte voci anche illustri dell’intellighenzia interna, fino ai membri Ue che già esprimono condanne: ”in questo modo il presidente esclude a priori ogni possibilità di dialogo e di entrata in Europa”. Ma lui francamente se ne infischia. La partita con l’Europa sembra averla già chiusa, per tenere saldo il potere sembra voler sacrificare ogni cosa. Oppure pratica il doppio-gioco di cui è maestro, sia perché non vuol perdere il tanto business che il vecchio continente procura (sebbene abbia in cantiere ulteriori piani con altri partner), sia perché sa che i tre milioni di profughi siriani costituiscono comunque un deterrente per il Parlamento di Bruxelles. Il braccio di ferro prosegue, a tutto campo con tutti.

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17/04/2017

Erdogan vince ma non convince, la Turchia entra nell’orbita mediorientale

Erdogan e l’Akp non avevano mai perso, in 15 anni di vittorie elettorali, nelle grandi città come Istanbul e Ankara: la Turchia dopo il voto appare divisa in due. «Il popolo turco non è tanto barbaro da meritare una costituzione del genere»: con questa frase il giornalista e scrittore Ahmet Altan commentava qualche anno fa la carta fatta approvare dai militari dopo il colpo di stato del 1980. Oggi Altan è in carcere e al processo contro di lui e altri 15 giornalisti il procuratore ha chiesto una condanna all’ergastolo. I tempi cambiano – i militari sono stati messi all’angolo dopo il colpo di Stato fallito – ma forse non così tanto: Erdogan si aggiudica in un testa a testa il referendum che assegna pieni poteri al presidente e trascina la Turchia verso un modello più vicino alle autocrazie orientali che all’Europa o all’Alleanza Atlantica.

Erdogan vince ma non convince: il Paese, già tormentato dal terrorismo dei jihadista e da quello curdo del Pkk, è spaccato e lui ha perso circa il 10% dei voti. Anche le contestazioni sono feroci: il partito repubblicano Chp afferma che sono state conteggiate milioni di schede che non avevano neppure e il timbro elettorale dello Stato.

Ma non c'è da farsi soverchie illusioni. Finora il Reis non ha mostrato inclinazioni verso il compromesso e quando nel 2015 ha concluso l’accordo con i curdi di Ocalan e del Pkk lo ha buttato all’aria quando non gli serviva più. A meno di qualche clamorosa sorpresa non rinuncerà a esercitare tutto il potere possibile, come del resto ha fatto all’indomani del fallito golpe del 15 luglio scorso quando in questo Paese è stata fatta tabula rasa della libertà di stampa, dell'opposizione e del dissenso.

Porta a casa un magro risultato in termini percentuali se si pensa che lui e il suo partito islamico Akp hanno occupato il 90% degli spazi tv e usato lo stato d’emergenza per ridurre al minimo i comizi e i raduni dei partiti schierati per il “no” alla riforma presidenziale.

Secondo le proiezioni perde le grandi città come Istanbul, Ankara e nell'analisi del voto si fa notare che la base del partito Mhp, la destra iper-nazionalista dei Lupi Grigi alleata dell’Akp, ha voltato le spalle alle direttive del capo del Devet Bahceli votando contro la riforma presidenziale. Il mix tra islamismo conservatore e nazionalismo, con il richiamo alle glorie ottomane, non ha funzionato come sperava il capo.

Quasi il 50% della Turchia dice “no”, Hayir, ma questo non basta a frenare la corsa del Reis che adesso può aspirare a rimanere in sella fino al 2034.

La Turchia con questo voto entra decisamente nell’orbita di quel Medio Oriente dove Erdogan, con le primavere arabe iniziate nel 2011, l’ha proiettata raccogliendo peraltro sonore sconfitte. Dal fallimento della guerra in Siria per abbattere Bashar Assad, all’appoggio ai Fratelli Musulmani in Egitto, sbalzati dal colpo di stato del generale al Sisi. Non solo: nell’Anatolia del Sud Est la maggioranza di curdi è contro di lui e guarda con interesse ai confratelli del Rojava, il Kurdistan siriano, che si stanno guadagnando la loro autonomia ai confini turchi. Per limitarne l’influenza Erdogan ha dovuto chinare la testa davanti a Mosca e Teheran, un vero ribaltone per un Paese membro della Nato da 70 anni.

Con questo referendum Erdogan concentra nelle mani del presidente pieni poteri. È abolita la figura del primo ministro e l’esecutivo viene affidato nelle mani del capo dello stato, il quale ha il potere di nominare e dimettere i ministri e di sciogliere il Parlamento. Al presidente viene anche trasferita buona parte del potere legislativo con la possibilità di emanare quando vuole i decreti legge senza mai passare dal Parlamento.

Vacilla anche l’autonomia del potere giudiziario perché al presidente o al suo partito è assegnata la nomina dei membri del Consiglio superiore della magistratura. Il presidente in pratica fa ciò che vuole: ogni azione giuridica nei confronti del capo dello stato deve avere l’approvazione di due terzi dei parlamentari.

In pratica il presidente viene blindato e la Turchia consegnata a una sorta di autocrazia. L’ispirazione viene dalla storia ottomana più che da Ataturk, il padre della patria. In uno dei kit dell’Akp è riabilitata la figura del sultano Abdulhamid II: dipinto nella tradizione islamica come un’incarnazione del dispotismo, viene celebrato da Erdogan come esempio di modernizzatore e difensore dell’identità islamica.

Eppure era stato proprio l’Akp, il partito islamico che dal 2002 vince in questo Paese tutte le elezioni, a mettersi alla testa di uno slancio riformatore con l’appoggio e la spinta dell’Europa sull’onda dell’apertura dei negoziati di adesione. Sull’ingresso in Europa allora i sondaggi davano un consenso generale: i turchi erano a larga maggioranza filo-europei. Erdogan in campagna elettorale ha evocato adesso la possibilità di convocare altri due referendum: uno per dire no all’Unione, l’altro per ristabilire la pena di morte.

Fu negli anni del boom economico che si cominciò a parlare di modello turco: un grande Paese musulmano che sembrava avere imboccato la strada della democrazia e dello sviluppo con un mix tra conservatorismo religioso, liberalismo e tradizione.

Quel modello è finito e ora si valutano le conseguenze. Erdogan non può mollare la presa interna e tenterà di cogliere qualche successo esterno per far capire che il capo non ha perso smalto nonostante questo successo risicato. L’Europa è diventata il suo bersaglio preferito e quasi certamente reclamerà i vantaggi promessi dall’accordo sui migranti, in primo luogo i visti per la libera circolazione dei turchi nell’Unione. Ma non basterà: il presidente con i superpoteri dovrà ancora dimostrare di essere un vero Reis e per la Turchia questa non è una buona notizia.

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Turchia, il presidenzialismo passa di strettissima misura

Evet vince ma non libera Erdoğan dall’incubo di un immenso hayır che diventa un muro di ventitre milioni e mezzo di contrari, il 48,67% del voto finale di un elettorato che ha raggiunto l’alta partecipazione dell’86%. Così il margine fra la Turchia che approva la riforma e quella che la voleva respingere s’assottiglia a un milione duecentocinquantamila elettori, pochissimi se si pensa alla prosopopea con cui il governo ha sostenuto il referendum e s’aspettava una maggioranza schiacciante. E’ stata invece confermata la proiezione che, nell’ultimo mese, dava il no in netta rimonta sul fronte del consenso, sia fra la base nazionalista ribellatasi agli inciuci di Bahçeli, sia in taluni settori dei fan dell’Akp. I kurdi poi hanno risposto all’unisono contro il presidente, perché l’altra faccia del quesito referendario riguardava l’autoritarismo, che nelle province del sud-est assume il contorno di spietata repressione, come mostra la carcerazione preventiva di centinaia di attivisti dell’Hdp con in testa i co-segretari Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, accusati di terrorismo. A questo punto il referendum che ha polarizzato il Paese, passa per una manciata di voti e già si parla di brogli, tema che renderà accesissima la fase non solo di commento ma di attuazione di una riforma così perentoria per la vita nazionale.

Il sì cede nelle città simbolo, a Istanbul e Ankara, dov’era in vantaggio e ha visto spegnersi il primato ed essere superato da chi rifiuta il presidente-padrone. Certo si tratta d’un divario dell’1% o poco più, ma è il medesimo che il sì vanta sul territorio nazionale per un progetto che cambia il modello della Repubblica e mette il Paese nelle mani di un solo uomo. Gli conferisce un potere assoluto, più di quanto ne avessero il padre della Turchia novecentesca Atatürk e più dello stesso sultano, che in fondo ammetteva la presenza del Gran visir. Invece la modifica costituzionale azzera la figura di primo ministro, introduce decreti presidenziali che possono scalzare leggi parlamentari, designa un buon numero di giudici della Corte Suprema, ponendo potere esecutivo, legislativo, giudiziario e ovviamente militare al super presidente. Erdoğan vorrebbe restare in carica sino al 2029, guidando i festeggiamenti del centenario della Turchia moderna (2023) e puntare a un ulteriore mandato, visto che il nuovo sistema glielo consente. Però il lasciapassare nel Paese che ha plasmato a tal punto da farlo tornare al passato, potrebbe annebbiarsi con questo successo appena accennato.

Nelle urne di Adana e Antalya il rifiuto è pesante: il no vice col 59% e 58% a Izmir addirittura col 68%, per tacere di Mardin, Dıyarbakır e altri centri refrattari a ogni mossa governativa. Prevedendo un ampio consenso fra i concittadini, alla vigilia del voto Erdoğan parlava di popolo che “cammina verso il futuro”. Nella smania d’innovazione accentratrice, che ha fatto dire anche a commentatori super partes come in Turchia i princìpi pluralisti e democratici siano ormai a rischio, il presidente dovrebbe prendere atto che il voto referendario ha rafforzato gli oppositori, molto più che lui stesso. Nell’aria c’è una reazione oltre che a un piano autoritario, anche contro la sua persona. Se la matematica non è un’opinione questa ha già organizzato una fronda fra gli islamisti considerati reprobi, che nelle settimane scorse avevano rifiutato di farsi vassalli del sultano. Non si tratta di gülenisti. Sono quegli uomini di primo piano della politica nazionale e internazionale (due nomi per tutti Gül e Davutoğlu) messisi da parte o estromessi dall’uomo che non vuole attorno né avversari né compagni d’ideali. L’unico ideale inseguito è personalistico, sebbene la platea e il consenso sembrano restringersi e gli applausi nei comizi che saluteranno la vittoria dell’evet non saranno così ottimistici.

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12/04/2017

Turchia davanti al referendum di Erdoğan


S’approssima il voto popolare sul presidenzialismo turco. Nel fine settimana Erdoğan s’è recato nella tana del lupo: l’Istanbul riottosa, laica, ribelle, colei che con la rivolta del Gezi park ha segnato l’avvìo della terza fase politica del percorso del premier e ora presidente, caratterizzata dallo scontro e dal dominio. Incondizionati. Quella, comunque, è anche la sua tana. Lì ha iniziato l’ascesa al potere, vestendo i panni di sindaco e negli anni una grossa fetta della metropoli cosmopolita s’è fortemente islamizzata. Gli istanbulioti e le tantissime giovani istanbuliote che hanno partecipato alla manifestazione per il sì hanno dato energia alla prova di forza voluta lì predisposta. Ragazze orgogliosamente velate agitavano cartelli con l’immagine del presidente, per nulla preoccupate del soffocamento democratico che lamentano i sostenitori del no. Sul Bosforo i repubblicani, la gioventù laica di sinistra, la comunità kurda, oppositori storici dell’autoritarismo militare o islamista, secondo i sondaggi opporranno una resistenza in ogni urna, ma rovesciare i pronostici che danno vincente il sì risulterebbe un miracolo. Il padre-oratore ha infiammato i sostenitori dicendo che col voto occorre “Far tremare i cuori di coloro che hanno contaminato quella città 99 anni fa”. Il riferimento è parzialmente criptico. Andando al primo conflitto mondiale l’oggetto è straniero: quella Germania e Olanda che, di recente hanno impedito ai ministri di Ankara d’incontrare i connazionali che sono elettori al referendum di domenica prossima. L’immensa platea ha risposto a tono: “Erdoğan è il nostro eroe, ha risollevato la nazione e il popolo”. “Le trasformazioni in corso rendono il Paese più forte”. “Con un governo forte saremo più tutelati e sicuri contro il terrorismo”. Per il sultano una magnifica conferma che la linea securitaria trova conforto e sostegno fra la gente. E visto che l’offensiva paga, e forse anche le offese, il presidente ha lanciato un rush finale scoppiettante. Ieri ha rivolto un’esplicita accusa a Kılıçdaroğlu, affermando che nella notte del golpe fallito il leader repubblicano avesse patteggiato coi gülenisti una fuga per abbandonare Istanbul sotto attacco del manipolo putschista.

Dal quartier generale del Chp non sono giunte reazioni esasperate. Avranno pensato che di fronte a sondaggi che vedono in ripresa il fronte del no, è meglio non cedere alle provocazioni per non interrompere il trend con una rissa anche solo verbale. L’entourage erdoğaniano non aspetta altro. Oggi risponde con un’intervista esclusiva ad Al Jazeera uno degli esponenti del no, Sezgin Tanrikulu. Sostiene che il processo riformatore è nato male: “Le costituzioni devono avere la condivisione di cittadini e forze politiche, noi andiamo al referendum in un clima di polarizzazione, non di compromesso”. “Anche il Chp vede certi difetti del sistema parlamentare, ma le proposte dell’Akp riescono ad acuire i problemi anziché risolverli. Mentre si abolisce il sistema parlamentare, si va a introdurre un modello maniacale senza precedenti. Il sistema parlamentare non è qualcosa d’intoccabile e sacro, però le questioni che la Turchia attraversa non dipendono da esso, ma dal percorso politico che il Paese ha intrapreso. Ad esempio c’è un problema di rappresentanza con una soglia elettorale al 10% che entrò in vigore dopo il golpe del 1980. Questo difetto è stato ampiamente utilizzato dal partito di governo a discapito di rappresentanze minori”. E aggiunge: “Nella scadenza elettorale l’Akp sta riversando la ricerca del consenso per la propria linea senza affrontare alcune contraddizioni della fase attuale. Punta a un sì incondizionato, nonostante il conflitto coi kurdi sia tornato a infiammare il Paese; nonostante siano riapparsi palesi orientamenti antidemocratici degli apparati statali. Anche i contrasti con Germania e Olanda appartengono a polemiche fra destre politiche che si alimentano a vicenda, sperando di ottenerne vantaggi nell’urna”. Intanto s’è avviata la consultazioni dei turchi all’estero. Su tre milioni ha votato meno della metà, i dati ufficiosi ne contano poco più di 1,2 milioni.

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