Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/04/2018

Giornalista condannato. “I fatti te li deve raccontare solo la polizia”

Un paese che scivola verso il fascismo lo si può monitorare in molti modi. Ci si può soffermare sulle sparate propagandistiche di un Salvini-Meloni-LaRussa, ai diktat di un ministro come Minniti e alle lamentele del capo della polizia perché un magistrato chiama “torturatori” gli agenti condannati per questo (con sentenza passata in giudicato e confermata dalla Corte Europea!); oppure guardare agli slittamenti progressivi della legislazione e della prassi giudiziaria.

Dovunque si guardi, però, la situazione appare disperata.

Prendiamo il caso, recentissimo, del giornalista e collega Davide Falcioni, condannato dal tribunale di Torino a quattro mesi per “violazione di domicilio”. Falcioni lavora ora con Fanpage, ma l’episodio per cui è stato condannato risale al 2012, quando – per AgoraVox – seguiva le iniziative del movimento No Tav.

Il 24 agosto di quell’anno seguì un gruppo di attivisti che entrarono nella sede della società Geovalsusa, a Torino, scrivendone per il portale. Fin qui tutto normale, nessuna contestazione. Il suo status giudiziario cambia quando viene chiamato a testimoniare nel processo contro i No Tav, in cui ripete quel che aveva visto (“nessuna tensione particolare, né episodi violenti”).

A questo punto viene fatto diventare imputato per lo stesso reato dei manifestanti (l’ingresso in una proprietà privata, ossia lo studio della società Geovalsusa). Già questo farebbe sussultare parecchi dei cronisti più navigati e l’Ordine professionale. In fondo, se fai il giornalista, vedi che gente entra in un posto, la porta è aperta, li segui per vedere e raccontare...

Ma quello che dà la misura della straordinarietà di questa condanna (rivedibile in appello, per fortuna) sono le domande che gli sono state rivolte dal pubblico ministero e soprattutto la pretesa che un giornalista debba riportare solo quanto riferisce la polizia. Che fra l’altro non era nemmeno presente.

Elenchiamo:

“Falcioni, perché è entrato? Non poteva farsi raccontare quello che era successo dalle Forze dell’Ordine?”

“Scusi, ma lei è marchigiano, cose le interessava della Tav?”

La prima domanda rivela una visione gerarchica precisa: la polizia ha il monopolio della verità, dunque i giornalisti non debbono andare a curiosare nei fatti, ma limitarsi a ricamare sulle veline che le questure emettono – quando le emettono – sui diversi fatti cronaca. In pratica, ogni giornalista dovrebbe trasformarsi in appendice dell’ufficio stampa della questura (o del ministero dell’Interno, a seconda della fonte gerarchica che parla).

Se ciò diventasse la regola – come il pm torinese sembra auspicare – nessun abuso di polizia potrebbe più essere svelato, raccontato, messo sotto i riflettori. Il “quarto potere”, teoricamente controllore degli altri tre (esecutivo, legislativo, giudiziario), verrebbe subordinato al più esecutivo degli organi del potere esecutivo: la polizia.

In Italia, secondo questo schema, non avremmo avuto inchieste sulla strage di Piazza Fontana, i depistaggi, il coinvolgimento dei servizi segreti italiani e statunitensi, ecc. E su mille altre terribili tragedie che hanno avuto le varie polizie nazionali nell’osceno ruolo di “depistatori” o peggio.

La seconda domanda, invece, nega alla radice la possibilità di fare giornalismo oltre il cortile della propria casa. Se sei italiano – si fa per dire – che ci vai a fare in Turchia, Iraq, Somalia, America Latina, ecc? Stattene a casa tua, non rompere i coglioni in giro, accontentati dei report che arrivano dai governi o dai “servizi”... Razzi-Crozza sintetizzerebbe alla grande: “Amico caro, fatte li cazzi toi...”.

Questa condanna – ripetiamo: rivedibile in altri due gradi di giudizio – è di una gravità tale che anche la Federazione nazionale della Stampa italiana e l’Associazione Stampa Subalpina si sono sentite in dovere di intervenire al fianco di Falcioni.

Resta però il fatto che ci sono pezzi della magistratura che non ritengono più utile l’indipendenza dell’informazione. E’ un eterna tentazione del potere, quella di secretare ogni informazione. Sia per “difendersi” da scandali che ne compromettono l’autorevolezza, sia per meglio reprimere qualsiasi resistenza. E la Tav, di scandali, ne nasconde certo a bizzeffe (a cominciare dal perché e per conto di chi sia stata decisa...)

Ma bisogna aver chiaro che, se si afferma questa “cultura giuridica”, non ha più senso definire il sistema attuale come una “democrazia”.

Diciamo che l’avevamo sospettato, ma se lo affermano loro stessi così apertamente...

Fonti:

http://www.fnsi.it/racconto-irruzione-no-tav-condannato-il-giornalista-davide-falcioni-fnsi-e-subalpina-schiaffo-al-diritto-di-cronaca

https://www.fanpage.it/giornalista-condannato-per-aver-raccontato-le-proteste-dei-no-tav/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/09/no-tav-racconto-irruzione-di-manifestanti-nella-sede-di-una-societa-giornalista-condannato-per-violazione-di-domicilio/4281251/

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19/02/2018

Le vite sospese nella Turchia incatenata

La sospensione della vita per gli avversari di Erdoğan passa anche attraverso la trafila di processi kafkiani messi in atto dal nuovo Atatürk anatolico che i politologi definiscono sultano. Non solo per la fede islamica irregimentata a sistema politico, ma per la personalizzazione con cui incarna una nazione e il suo popolo cui chiede anima e corpo. Questa sospensione può toccare tutti. Un destino giuridicamente guidato l’ha rivolto anche a casi d’omonimia come quello di Asli, scrittrice libera e perciò pericolosa per Erdoğan, pure se lei si chiama Erdoğan. Non c’è celia nelle sentenze vomitate dal tribunale turco alla fine della scorsa settimana: condanne all’ergastolo per scrittori, intellettuali, giornalisti finiti nella rete repressiva dello Stato con l’accusa di appartenere al movimento gülenista. Quello accusato dal presidente turco di star dietro il tentato golpe di metà luglio 2016. Le recenti pene colpiscono alcuni elementi: il manager Yakup Simsek e l’art-director Fevzi Yazici, del quotidiano Zaman, da sempre indicato come voce dell’imam Fethullah Gülen, l’imprenditore un tempo amico e da anni odiato nemico del partito e dell’uomo di potere in Turchia. Colpiscono anche una famosa opinionista, Nazli Ilicak, che s’era permessa di affermare come il movimento Hizmet non sia un’organizzazione terrorista. Ma c’è ergastolo per tutti, anche per gli altrettanto noti fratelli Altan, lo scrittore e giornalista Ahmet e l’economista Mehmet che avrebbero lanciato all’opinione pubblica “messaggi subliminali” per un’adesione al colpo di mano militare.

Sub limen, sotto la soglia dell’inconscio avrebbero lavorato i due cervelli Altan per condurre alla disobbedienza una popolazione che, ascoltandoli in programmi televisivi, leggendone le note editoriali, sarebbe stata influenzata dai loro orientamenti non conformi alle direttive del regime. Neppure la pubblicità è così sicura che questi input passino attraverso il messaggio diretto o quello destinato all’inconscio; lo stesso dicasi per la propaganda politica e ideologica. Insomma studi scientifici hanno ribaltato le teorie di Vance Packard, in voga a inizio anni Sessanta. Ma quello Stato inquisitorio che è diventato la Turchia erdoğaniana cerca appigli per la sua caccia al nemico che va assai oltre le vicende accadute. Il tentato putsch di alcuni reparti di esercito, aviazione e marina più alcune fazioni della Jandarma (la polizia militare) è apparso sotto gli occhi di tutti. Realtà, finzione? Ne è seguito un balletto accusatorio fra Gülen, additato quale ispiratore e organizzatore, e la risposta al presidente turco a suo dire regista d’una messa in scena per poter scatenare una pesantissima repressione funzionale a un repulisti securitario: 50mila arrestati (quasi 9000 poliziotti, 7000 fra ufficiali e soldati, 2600 magistrati) con 170mila procedimenti giudiziari aperti e 150mila soggetti epurati dai pubblici servizi. Lo stato d’emergenza scattato e protratto per mesi s’è accompagnato alla crescita d’una caccia a qualsivoglia avversario, dai parlamentari repubblicani e dell’opposizione kurda, ai militanti del Pkk, considerati direttamente terroristi.

In questo clima ogni voce fuori dal coro risulta sgradita e passibile non solo di censura, ma di sospensione d’ogni diritto, quello della libertà innanzitutto. Così un sistema che costruisce consenso creando mostri adotta la mano pesante come unica forma d’identitaria, trovare nemici e capri espiatori è diventato in Turchia l’unico percorso politico ammissibile, che usa le stesse Istituzioni, governativa e parlamentare, per intimidire e assoggettare. Gli apparati di controllo della politica, come quello giudiziario sono stati ripuliti e predisposti alle direttive presidenziali, che poi sono quelle dell’uomo solo al comando, vista la controriforma costituzionale non a caso approvata grazie all’appoggio del partito nazionalista e fascista dei Lupi grigi. In questa Turchia uno dei massimi esponenti dell’intellighenzia, il citato Ahmet Altan, finisce in galera addirittura a vita e non sa, come denuncia la scrittrice Erdoğan se questa gogna potrà finire o sarà destinato a marcire in galera alla stregua del leader kurdo Öcalan, ormai vicino al ventennio di detenzione. L’uso che l’Erdoğan sultano fa di questi “prigionieri”, definiti in tal modo dai fedelissimi magistrati, è eminentemente politico. Di quella personalizzazione della politica con cui riesce a praticare con indifferenza qualunque svolta a 360°, attuando e azzerando ogni patto, come ha mostrato in questi anni con le minoranze interne e in Siria. Padrone del tempo e dello spazio, carceriere dei pensieri e degli uomini che vogliono vivere liberi.

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08/07/2017

I curiosi parametri di accettazione di Israele, la “più grande democrazia” del Medio Oriente

Quali sono i parametri per definire il livello di democraticità di un paese? Si potrebbe parlare di inclusione delle minoranze, di tolleranza del dissenso, di scelte di politica estera, del livello di repressione interna... L’elenco potrebbe essere lunghissimo, ma volendo utilizzare anche solo le voci appena citate per stilare una sorta di “pagella”, sono ben poche le nazioni al mondo talmente democratiche da potersi meritare la “promozione”.

Uno dei paesi che godono di una ottima narrazione mainstream rispetto al proprio “tasso di democrazia” è Israele.

La realtà è un po’ diversa: le politiche nei confronti del popolo palestinese, piuttosto che la repressione nei confronti degli obbiettori di coscienza sono due esempi abbastanza evidenti dell’interpretazione del concetto di democrazia che i governi israeliani propongono al mondo.

L’ultimo strumento interpretativo, utile a chi volesse farsi una propria idea del livello di democrazia della “più grande democrazia del Medio oriente”, è arrivato ieri: il quotidiano Haaretz ha infatti pubblicato ieri una lista contenente “ventotto linee guida per vietare l’ingresso a cittadini stranieri”. L’elenco è a cura dell’“Autorità Israeliana per la Popolazione, l’Immigrazione ed i Confini”. Tra i motivi di divieto troviamo “il rischio di attività criminali, bugie nell’indicare le ragioni del viaggio, sospetto di voler restare illegalmente in Israele, mancanza di collaborazione con il personale di sicurezza, intento sospetto di voler lavorare illegalmente in Israele, comportamento violento, intento sospetto di portare avanti attività missionarie, sospetto di voler diventare un peso per Israele (concetto non meglio identificato, ma legato probabilmente alla mancanza di mezzi finanziari sufficienti)”.

Sempre secondo queste linee guida, il cittadino straniero che “si sospetti” voglia visitare i Territori Occupati, dovrà essere sottoposto a interrogatorio da funzionari dell’esercito israeliano. Ma la novità è l’esplicito divieto di ingresso per gli attivisti della campagna Bds (Boicittaggio, Disinvestimento e Sanzioni): chi è ritenuto membro, attivista o sostenitore della campagna, non può entrare.

La lista contenente le ventotto linee guida arriva dopo un altro passaggio che già aveva mostrato in modo molto chiaro quali fossero le intenzioni israeliane: il 6 marzo la Knesset ha infatti approvato una legge in cui si prescrivono esplicitamente delle limitazioni all’ingresso in Israele per chi partecipa a campagne di boicottaggio.

Non sorprende l’arrivo di questa stretta ulteriore: il 2016 ha segnato un aumento di ben nove volte del numero di persone a cui è stato rifiutato l’ingresso. Parliamo di 16.534 rifiuti, tra cui un paio “illustri”: il direttore di Human Rights Watch in Palestina ed Israele, Omar Shakir, ed Isabel Piri, membro del Consiglio Mondiale delle Chiese.

Un modo curioso di declinare il concetto di democrazia, da parte dei “più democratici del Medio Oriente”. Ci vengono in mente le parole del giornalista Gideon Levy, che in una intervista di qualche anno fa dichiarò che “Israele è una democrazia, ma solo per chi è ebreo”.

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18/04/2017

Erdoğan, i buchi neri del trono più grande

Fra il successo storico proclamato dal mentore della Turchia del Terzo Millennio, i festeggiamenti e le prime esuberanze dei propri fan, i complimenti che sanno di promozione dei grandi che contano (Trump e Putin), compaiono i buchi neri d’una vittoria dimezzata. In testa le accuse d'irregolarità su cui ha detto la sua la stessa Osce, che per bocca di osservatori locali afferma “talune procedure del voto sono risultate irregolari“. Il riferimento riguarda la conta avvenuta in parecchi seggi di schede non timbrate dagli addetti alle operazioni di voto, schede dunque che potrebbero essere contraffatte. I rappresentanti del fronte del no denunciano brogli e hanno presentato ricorso. La Commissione elettorale s’è presa una decina di giorni per esaminare dette schede e sancire il risultato definitivo. Per ora il successo del sì - che mostra un margine dell’1,4% pari a circa un milione e trecentomila voti su 58 milioni di votanti, oltre l’86% degli aventi diritto - è ufficioso ma gode già dell’ufficialità del governo, felice di un avvìo “democratico” del regime. Agli sconfitti che hanno ripreso il concerto di pentole e padelle, come all’epoca delle contestazioni di Gazi park, non resta che sperare nel miracolo di una decisione straniante della Commissione: l’annullamento del voto. Sembra fantascienza perché un passo simile potrebbe davvero condurre il Paese a uno scontro aperto, da quello delle risse per via, che già in qualche caso si sono verificate, a operazioni repressive dettate dalla difesa della “sicurezza nazionale”. Il referendum stesso, fortemente voluto dal presidente e dal suo staff ristretto (qualche nome noto dell’establishment dissentiva), si è svolto in pieno clima di emergenza, la cui legge speciale è stata di recente prorogata ancora una volta di tre mesi.

Dal fallito golpe del luglio 2016, grazie a tali normative decine di migliaia di dipendenti statali (impiegati, insegnati di scuole primarie, secondarie e università, militari, poliziotti, magistrati) sono stati licenziati o messi a riposo. Migliaia di attivisti kurdi e di sinistra arrestati, finanche parlamentari dell’opposizione (Hdp) accusati di terrorismo e prossimità al Pkk. E ancora, molte testate e tv sono state chiuse o riconvertite a posizioni filogovernative, centocinquanta giornalisti sono tuttora in galera. In una Turchia crudamente divisa, dove una metà accusa l’altra di sovversione e terrorismo mentre essa è detestata per servilismo verso un megalomane del potere che odia avversari e vede (o dice di vedere) complotti in ogni angolo, il rischio d’una caduta verso lo scontro aperto non è affatto escluso. Certo la stessa classe dirigente politica ed economica turca non dovrebbe spingere verso la conflittualità delle piazza. I nemici interni armati, che esistono e agiscono, e sono solo parzialmente colpiti dalla repressione che punta soprattutto ad azzerare voci e coscienze critiche dei cittadini, non possono che avvantaggiarsi da un’aperta conflittualità. Ma è egualmente vero che la repressione erdoğaniana, avviata con la coercizione dei contestatori di strada, giovani e studenti, ecologisti e femministe, antagonisti dell’Istanbul laica e cosmopolita, tuttora vivi e urticanti tramite il voto, ha raggiunto punte elevatissime nei mesi seguenti il tentativo di colpo di mano.

Dunque, per il potere il presidente assoluto, sembra disposto a tutto. Prendendo anche più delle cento e uno posizioni mostrate in politica estera sul versante mediorientale. Così in queste ore, come suo solito, ha alzato i toni. Ha smentito le insinuazioni dell’Osce, messe sullo stesso piano delle esternazioni di quei Paesi europei con cui si contrasta da settimane proprio sul tema referendum. Una battaglia che fra l’altro paga, visto come ha risposto l’elettorato tedesco in Olanda e in Germania: 70% e 60% a sostegno del sì. Perciò, nelle infuocate ore del dopo voto, Erdoğan da quel fine animale politico, da quel giocatore d’azzardo che è ha pensato: perché non accelerare? E sta già spiazzando tutti, dirigendo lo sguardo dalle schede non timbrate e irregolari, e dal tintinnìo delle padelle, altrove. Ora parla di pena di morte. Rivolta a chi? Certamente ai terroristi, che al suo sentire sono tutti gli oppositori. Ovviamente ne seguono sdegno interno e internazionale. Dall’opposizione di Chp e Hdp alle molte voci anche illustri dell’intellighenzia interna, fino ai membri Ue che già esprimono condanne: ”in questo modo il presidente esclude a priori ogni possibilità di dialogo e di entrata in Europa”. Ma lui francamente se ne infischia. La partita con l’Europa sembra averla già chiusa, per tenere saldo il potere sembra voler sacrificare ogni cosa. Oppure pratica il doppio-gioco di cui è maestro, sia perché non vuol perdere il tanto business che il vecchio continente procura (sebbene abbia in cantiere ulteriori piani con altri partner), sia perché sa che i tre milioni di profughi siriani costituiscono comunque un deterrente per il Parlamento di Bruxelles. Il braccio di ferro prosegue, a tutto campo con tutti.

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17/04/2017

Erdogan vince ma non convince, la Turchia entra nell’orbita mediorientale

Erdogan e l’Akp non avevano mai perso, in 15 anni di vittorie elettorali, nelle grandi città come Istanbul e Ankara: la Turchia dopo il voto appare divisa in due. «Il popolo turco non è tanto barbaro da meritare una costituzione del genere»: con questa frase il giornalista e scrittore Ahmet Altan commentava qualche anno fa la carta fatta approvare dai militari dopo il colpo di stato del 1980. Oggi Altan è in carcere e al processo contro di lui e altri 15 giornalisti il procuratore ha chiesto una condanna all’ergastolo. I tempi cambiano – i militari sono stati messi all’angolo dopo il colpo di Stato fallito – ma forse non così tanto: Erdogan si aggiudica in un testa a testa il referendum che assegna pieni poteri al presidente e trascina la Turchia verso un modello più vicino alle autocrazie orientali che all’Europa o all’Alleanza Atlantica.

Erdogan vince ma non convince: il Paese, già tormentato dal terrorismo dei jihadista e da quello curdo del Pkk, è spaccato e lui ha perso circa il 10% dei voti. Anche le contestazioni sono feroci: il partito repubblicano Chp afferma che sono state conteggiate milioni di schede che non avevano neppure e il timbro elettorale dello Stato.

Ma non c'è da farsi soverchie illusioni. Finora il Reis non ha mostrato inclinazioni verso il compromesso e quando nel 2015 ha concluso l’accordo con i curdi di Ocalan e del Pkk lo ha buttato all’aria quando non gli serviva più. A meno di qualche clamorosa sorpresa non rinuncerà a esercitare tutto il potere possibile, come del resto ha fatto all’indomani del fallito golpe del 15 luglio scorso quando in questo Paese è stata fatta tabula rasa della libertà di stampa, dell'opposizione e del dissenso.

Porta a casa un magro risultato in termini percentuali se si pensa che lui e il suo partito islamico Akp hanno occupato il 90% degli spazi tv e usato lo stato d’emergenza per ridurre al minimo i comizi e i raduni dei partiti schierati per il “no” alla riforma presidenziale.

Secondo le proiezioni perde le grandi città come Istanbul, Ankara e nell'analisi del voto si fa notare che la base del partito Mhp, la destra iper-nazionalista dei Lupi Grigi alleata dell’Akp, ha voltato le spalle alle direttive del capo del Devet Bahceli votando contro la riforma presidenziale. Il mix tra islamismo conservatore e nazionalismo, con il richiamo alle glorie ottomane, non ha funzionato come sperava il capo.

Quasi il 50% della Turchia dice “no”, Hayir, ma questo non basta a frenare la corsa del Reis che adesso può aspirare a rimanere in sella fino al 2034.

La Turchia con questo voto entra decisamente nell’orbita di quel Medio Oriente dove Erdogan, con le primavere arabe iniziate nel 2011, l’ha proiettata raccogliendo peraltro sonore sconfitte. Dal fallimento della guerra in Siria per abbattere Bashar Assad, all’appoggio ai Fratelli Musulmani in Egitto, sbalzati dal colpo di stato del generale al Sisi. Non solo: nell’Anatolia del Sud Est la maggioranza di curdi è contro di lui e guarda con interesse ai confratelli del Rojava, il Kurdistan siriano, che si stanno guadagnando la loro autonomia ai confini turchi. Per limitarne l’influenza Erdogan ha dovuto chinare la testa davanti a Mosca e Teheran, un vero ribaltone per un Paese membro della Nato da 70 anni.

Con questo referendum Erdogan concentra nelle mani del presidente pieni poteri. È abolita la figura del primo ministro e l’esecutivo viene affidato nelle mani del capo dello stato, il quale ha il potere di nominare e dimettere i ministri e di sciogliere il Parlamento. Al presidente viene anche trasferita buona parte del potere legislativo con la possibilità di emanare quando vuole i decreti legge senza mai passare dal Parlamento.

Vacilla anche l’autonomia del potere giudiziario perché al presidente o al suo partito è assegnata la nomina dei membri del Consiglio superiore della magistratura. Il presidente in pratica fa ciò che vuole: ogni azione giuridica nei confronti del capo dello stato deve avere l’approvazione di due terzi dei parlamentari.

In pratica il presidente viene blindato e la Turchia consegnata a una sorta di autocrazia. L’ispirazione viene dalla storia ottomana più che da Ataturk, il padre della patria. In uno dei kit dell’Akp è riabilitata la figura del sultano Abdulhamid II: dipinto nella tradizione islamica come un’incarnazione del dispotismo, viene celebrato da Erdogan come esempio di modernizzatore e difensore dell’identità islamica.

Eppure era stato proprio l’Akp, il partito islamico che dal 2002 vince in questo Paese tutte le elezioni, a mettersi alla testa di uno slancio riformatore con l’appoggio e la spinta dell’Europa sull’onda dell’apertura dei negoziati di adesione. Sull’ingresso in Europa allora i sondaggi davano un consenso generale: i turchi erano a larga maggioranza filo-europei. Erdogan in campagna elettorale ha evocato adesso la possibilità di convocare altri due referendum: uno per dire no all’Unione, l’altro per ristabilire la pena di morte.

Fu negli anni del boom economico che si cominciò a parlare di modello turco: un grande Paese musulmano che sembrava avere imboccato la strada della democrazia e dello sviluppo con un mix tra conservatorismo religioso, liberalismo e tradizione.

Quel modello è finito e ora si valutano le conseguenze. Erdogan non può mollare la presa interna e tenterà di cogliere qualche successo esterno per far capire che il capo non ha perso smalto nonostante questo successo risicato. L’Europa è diventata il suo bersaglio preferito e quasi certamente reclamerà i vantaggi promessi dall’accordo sui migranti, in primo luogo i visti per la libera circolazione dei turchi nell’Unione. Ma non basterà: il presidente con i superpoteri dovrà ancora dimostrare di essere un vero Reis e per la Turchia questa non è una buona notizia.

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Turchia, il presidenzialismo passa di strettissima misura

Evet vince ma non libera Erdoğan dall’incubo di un immenso hayır che diventa un muro di ventitre milioni e mezzo di contrari, il 48,67% del voto finale di un elettorato che ha raggiunto l’alta partecipazione dell’86%. Così il margine fra la Turchia che approva la riforma e quella che la voleva respingere s’assottiglia a un milione duecentocinquantamila elettori, pochissimi se si pensa alla prosopopea con cui il governo ha sostenuto il referendum e s’aspettava una maggioranza schiacciante. E’ stata invece confermata la proiezione che, nell’ultimo mese, dava il no in netta rimonta sul fronte del consenso, sia fra la base nazionalista ribellatasi agli inciuci di Bahçeli, sia in taluni settori dei fan dell’Akp. I kurdi poi hanno risposto all’unisono contro il presidente, perché l’altra faccia del quesito referendario riguardava l’autoritarismo, che nelle province del sud-est assume il contorno di spietata repressione, come mostra la carcerazione preventiva di centinaia di attivisti dell’Hdp con in testa i co-segretari Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, accusati di terrorismo. A questo punto il referendum che ha polarizzato il Paese, passa per una manciata di voti e già si parla di brogli, tema che renderà accesissima la fase non solo di commento ma di attuazione di una riforma così perentoria per la vita nazionale.

Il cede nelle città simbolo, a Istanbul e Ankara, dov’era in vantaggio e ha visto spegnersi il primato ed essere superato da chi rifiuta il presidente-padrone. Certo si tratta d’un divario dell’1% o poco più, ma è il medesimo che il vanta sul territorio nazionale per un progetto che cambia il modello della Repubblica e mette il Paese nelle mani di un solo uomo. Gli conferisce un potere assoluto, più di quanto ne avessero il padre della Turchia novecentesca Atatürk e più dello stesso sultano, che in fondo ammetteva la presenza del Gran visir. Invece la modifica costituzionale azzera la figura di primo ministro, introduce decreti presidenziali che possono scalzare leggi parlamentari, designa un buon numero di giudici della Corte Suprema, ponendo potere esecutivo, legislativo, giudiziario e ovviamente militare al super presidente. Erdoğan vorrebbe restare in carica sino al 2029, guidando i festeggiamenti del centenario della Turchia moderna (2023) e puntare a un ulteriore mandato, visto che il nuovo sistema glielo consente. Però il lasciapassare nel Paese che ha plasmato a tal punto da farlo tornare al passato, potrebbe annebbiarsi con questo successo appena accennato.

Nelle urne di Adana e Antalya il rifiuto è pesante: il no vice col 59% e 58% a Izmir addirittura col 68%, per tacere di Mardin, Dıyarbakır e altri centri refrattari a ogni mossa governativa. Prevedendo un ampio consenso fra i concittadini, alla vigilia del voto Erdoğan parlava di popolo che “cammina verso il futuro”. Nella smania d’innovazione accentratrice, che ha fatto dire anche a commentatori super partes come in Turchia i princìpi pluralisti e democratici siano ormai a rischio, il presidente dovrebbe prendere atto che il voto referendario ha rafforzato gli oppositori, molto più che lui stesso. Nell’aria c’è una reazione oltre che a un piano autoritario, anche contro la sua persona. Se la matematica non è un’opinione questa ha già organizzato una fronda fra gli islamisti considerati reprobi, che nelle settimane scorse avevano rifiutato di farsi vassalli del sultano. Non si tratta di gülenisti. Sono quegli uomini di primo piano della politica nazionale e internazionale (due nomi per tutti Gül e Davutoğlu) messisi da parte o estromessi dall’uomo che non vuole attorno né avversari né compagni d’ideali. L’unico ideale inseguito è personalistico, sebbene la platea e il consenso sembrano restringersi e gli applausi nei comizi che saluteranno la vittoria dell’evet non saranno così ottimistici.

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11/04/2017

A scuola di sfruttamento

Tra le tante nefandezze contenute nei decreti licenziati dal ministero dell’istruzione in questi giorni, c’è anche l’ingresso dello sfruttamento istituzionalizzato dei futuri neoassunti, anche se sarebbe più appropriato definirli “assumibili”. Si tratta del cosiddetto percorso FIT (Formazione iniziale e tirocinio).

Sparisce, infatti, l’anno di prova e viene sostituito da varie prove concorsuali e da un tirocinio formativo di durata triennale al termine del quale una commissione, guidata da un dirigente, dovrà decidere se i tirocinanti, che nell’ultimo anno del percorso hanno insegnato, sono idonei alla professione.

Si tratta di un modello che appare come un ibrido tra Jobs act e formazione lavoro. È previsto un contratto d’ingresso a stipendio da fame (probabilmente meno della metà di quello ordinario), con una serie di obblighi “formativi” di vario genere che andranno a ingrassare le università e nessuna garanzia di assunzione a fine tirocinio: saranno la commissione e il dirigente scolastico di turno a decidere l’assunzione e il futuro lavorativo dei futuri docenti.

Una delle questioni più gravi del percorso FIT è quella relativa alla non ripetibilità del terzo anno, ovvero l’anno decisivo, che, se non superato, escluderebbe definitivamente il tirocinante dalla professione docente.

Da queste poche note è possibile comprendere facilmente il grado di sfruttamento e di ricattabilità permanente al quale saranno esposti i nuovi tirocinanti della scuola.

Non c’è bisogno di fare un eccessivo sforzo di fantasia nemmeno per capire come questi nuovi dispositivi di reclutamento consentano un’adeguata forma di selezione dei futuri insegnanti, in base a precise considerazioni di politica della produttività e di adeguamento ai valori della Buona scuola.

In tre anni di percorso di tirocinio, comprendenti un intero anno di permanenza in cattedra, sarà certamente molto semplice individuare i docenti più “collaborativi” e sarà altrettanto facile scartare quelli eccessivamente “contrastivi” o sindacalizzati.

Nel mondo della scuola lo sfruttamento potrà dunque procedere a cascata: si selezioneranno docenti esecutori, produttivi e inclini al servilismo, che finiranno col formare studenti congeneri e che veicoleranno i “valori” educativi tanto cari all’ideologia della grande impresa.

Un modello selettivo di questo tipo avrà però una conseguenza ancora più rilevante, la rimozione per selezione di ogni possibile pensiero educativo divergente o, più semplicemente, non conforme ai valori e ai principi della scuola – azienda.

Le dittature hanno sempre costruito il loro consenso a partire dalla scuola, e quella del neoliberismo non fa eccezione.

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03/04/2017

Il nemico interno

di Alexik

“Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di introdurre strumenti volti a rafforzare la sicurezza delle città e la vivibilità dei territori e di promuovere interventi volti al mantenimento del decoro urbano”...

È particolarmente istruttivo soffermarsi sul testo del Decreto Minniti in materia di ‘Sicurezza delle città’ mentre scorrono in sottofondo le immagini degli espianti degli uliveti di Melendugno, per l’avvio dei cantieri del “Trans Adriatic Pipeline”.

E’ illuminante come alcune centinaia di dipendenti del Ministero dell’Interno si siano fatti interpreti, con la semplicità e l’immediatezza propria della comunicazione non verbale dei manganelli, del contenuto profondo dei concetti enunciati dal Decreto, quali “sicurezza”, “vivibilità dei territori”, “decoro”, “benessere delle comunità territoriali”, e della loro articolazione pratica nell’ambito delle politiche di governo.

Le cariche sui sindaci, inoltre, raffigurano plasticamente cosa si intenda per ‘collaborazione interistituzionale per la promozione della sicurezza’, qualora i primi cittadini non vogliano ridurre il proprio ruolo a meri persecutori di mendicanti e poveracci in genere, ma pretendano (temerari!) di rappresentare i bisogni e i desideri della gente che li ha eletti.

Può sorgere il dubbio, invero, che il senso di tali concetti sia stato frainteso, ma io credo invece che i tutori dell’ordine ne abbiano dato una rappresentazione corretta, almeno nell’accezione più cara all’attuale ministro degli Interni (ed anche a tanti suoi predecessori), alla compagine politica che lo esprime ed agli interessi economici che essa rappresenta.

Comunque, il trattamento riservato ai manifestanti di Melendugno da parte della polizia in assetto antisommossa e la messa in stato d’assedio del paesino del leccese non è di per se una novità. Qualcuno ci è già passato prima che toccasse ai salentini.

La sperimentazione valsusina

A 1.200 km a nord ovest, la Val di Susa ha rappresentato, negli anni, un campo di sperimentazione delle strategie di contenimento delle lotte popolari. Un test per l’uso di strumenti repressivi di eccezione, un tempo rivolti contro i militanti di organizzazioni politiche ribelli, e poi estesi nella loro applicazione ad un’intera popolazione civile all’interno di una determinata area.

Strumenti che vanno dalla costante militarizzazione del territorio, all’uso di una particolare violenza contro i dimostranti, ad un eccezionale accanimento giudiziario.

Alla fine del 2015 si contavano circa 1000 imputati e 200 condanne nei procedimenti aperti contro il movimento valsusino, procedimenti che godono di una corsia preferenziale rispetto a quelli istruiti per reati ben più gravi.

Presso la Procura di Torino può infatti accadere che un processo per lo stupro di una bambina si concluda, dopo 20 anni, con la prescrizione, mentre per reati anche bagatellari commessi da militanti No Tav si proceda d’urgenza.

Sono di uso comune nei processi contro i No Tav “la dilatazione del concorso di persone nel reato, l’uso massiccio (e talora indiscriminato) delle misure cautelari, un insieme di forzature (grandi e piccole) in indagini e processi, il ricorso a fattispecie di reato (a dir poco) sovradimensionate con evocazione finanche della finalità di terrorismo, la particolare cura nella gestione dei processi sulla stampa (oltre che negli uffici giudiziari)”1.

La sproporzione fra i criteri di giudizio utilizzati emerge nella sua plateale nudità quando la stessa Procura sostiene l’accusa di terrorismo per i manifestanti colpevoli di aver danneggiato un compressore, mentre archivia sistematicamente le denunce per le gravi lesioni, anche permanenti e fortemente invalidanti, subite dai militanti No Tav nel corso di cariche e fermi2, stabilendo una singolare gerarchia di importanza fra ‘l’incolumità’ delle cose e quella delle persone.

Tutto questo, negli anni, è stato preceduto e accompagnato da un’intensa opera di denigrazione e criminalizzazione mediatica del movimento, finalizzata alla preparazione del terreno e della base di consenso necessaria all’esplicarsi dell’azione repressiva3.

In Val di Susa, in sintesi, si è andato sperimentando quanto il trattamento di una popolazione dissidente potesse avvicinarsi a quello riservato ad una popolazione ‘nemica’.

Non si tratta di un’esagerazione: nel 2011 l’ultimo colpo di coda del morente governo Berlusconi, fu quello di definire – sul modello delle disposizioni già in atto per le discariche napoletane – il cantiere della Lyon Turin Ferroviaire come ‘Area di interesse strategico nazionale’, cioè area ‘ove l’accesso è vietato nell’interesse militare dello Stato’.

L’applicazione cioè, di un diritto penale di eccezione a base territoriale, “un modello normativo eccezionale a cominciare dal requisito che legittima tutto il sistema in deroga: la proclamazione dello stato di emergenza, adottata con decreto del Consiglio dei Ministri, al di fuori di qualsiasi controllo parlamentare”.4

Una logica militare a tutti gli effetti scelta, non come si vuol in genere far credere, dai temibili black bloc ma dallo Stato, per contenere l’indisponibilità di intere popolazioni a subire politiche di devastazione ambientale.

Nel 2014, con l’art. 37 del Decreto ’Sblocca Italia’ , il modello viene esteso dal Governo Renzi anche ai cantieri di costruzione del “Trans Adriatic Pipeline”, a cui si attribuisce carattere di priorità nazionale e di interesse strategico ... nel senso ovviamente dell’interesse strategico della Snam, della British Petroleum, della azera Socar, della belga Fluxys, della spagnola Enagas, della svizzera Axpo, soci del consorzio T.A.P. (!!!)

Dunque, l’apparato normativo atto a reprimere i difensori degli ulivi salentini è già stato ampiamente predisposto, e questo ben prima dell’arrivo al dicastero degli Interni di Domenico ‘Marco’ Minniti.
Ma se l’obiettivo è la costruzione e persecuzione del ‘nemico interno’ e la gestione del dissenso con logiche di guerra, il neoministro presenta ottime referenze.

L’uomo giusto al posto giusto.

Figlio di un pilota dell’aeronautica militare e uomo di provata fede atlantica, Marco Minniti, dal governo D’Alema in poi, ha collezionato una lunga serie di incarichi governativi con deleghe ai servizi segreti, alla cooperazione con la Nato, al coordinamento di operazioni durante la guerra dei Balcani, alla promozione dell’industria bellica. Tutte attività a stretto contatto e in perfetta sinergia con ministri della difesa, capi delle forze armate, centri di intelligence, manager delle holding belliche5.

Di lui WikiLeaks ricorda come sia riuscito a rassicurare l’ambasciata USA sulla riconferma dell’acquisto da parte dell’Italia dei caccia F-35 (un pacco e un salasso), dopo l’elezione di Prodi nel 2006.

Ammiragli, generali, ex capi di Stato Maggiore, funzionari dei servizi e della NATO, ex prefetti, ex magistrati, ex comandanti delle teste di cuoio, consiglieri militari, analisti della CIA, hanno fatto parte delle sue frequentazioni nell’ambito della Fondazione ICSA, il centro studi sui temi d’intelligence e dell’analisi militare da lui fondato nel 2009 assieme a Francesco Cossiga.

E chissà se non sia stato proprio Cossiga il suo mentore in tema di ordine pubblico, a cui ispirare i suoi primi atti da neoministro. Atti come lo sgombero del Grande Ghetto di Rignano (FG), conclusosi con due lavoratori maliani – Mamadu Konate e Nouhou Dumbia – bruciati vivi.

Questa la ricostruzione dei fatti da parte di Campagne in lotta, ‘sin dalle prime ore, gli abitanti del Ghetto hanno raccontato la responsabilità delle forze dell’ordine in quell’incendio, considerando le fiamme che hanno distrutto le baracche come una strategia di sgombero.
 Quella accidentale, è la versione su cui invece concordano la stampa e le istituzioni coinvolte’.

Davanti a tanto orrore, passa anche in secondo piano la gestione delirante dell’ordine pubblico di sabato scorso, in occasione del corteo Eurostop, preceduto da fogli di via, da una intensa campagna di terrore sul presunto arrivo del terribile blocco nero, e dall’enunciazione (molto cossighiana) dell’intenzione di infiltrare agenti in borghese fra i dimostranti.

La prima manifestazione nazionale di movimento dell’era Minniti ha dovuto rinunciare a 120 compagne/i (tre pullman) sequestrati per tutto il giorno in un centro di identificazione – alla faccia del diritto costituzionale di manifestare – e sopportare l’accerchiamento di una parte del corteo, prima spezzato dalla polizia in due tronconi, e poi assediato senza via d’uscita nel tentativo di provocarne la reazione.

A tali ‘innovazioni’ nella gestione della piazza, se ne aggiungono altre, proprio oggi, in diretta dal presidio di Melendugno: “Praticamente stiamo cercando di fronteggiare un esercito. Sul posto c’è: polizia, carabinieri, finanza, addirittura i contractor, quelli che pagano per combattere in Iraq, e persino la marina militare”.

Come già succede da tempo nel cantiere TAV di Chiomonte, in tutti le ‘aree di interesse strategico nazionale, ove l’accesso è vietato nell’interesse militare dello Stato’ i militari vengono impiegati in funzione di ordine pubblico ... ma i paramilitari fino ad ora non li avevamo ancora visti!

Torniamo al Ministro. Il contenuto dei suoi raccapriccianti decreti in materia di Immigrazione e di Sicurezza urbana è stato in parte già analizzato da Antigone sulle pagine di Carmilla, sottolineando l’impatto nefasto che tali provvedimenti avranno sulle esistenze di chi vive faticosamente già ai margini.

Ma i decreti Minniti non colpiscono il povero solamente nell’esercizio del suo diritto al movimento, alla fruizione degli spazi della città e, in definitiva, nella sua capacità di sopravvivenza individuale (esercizio dell’accattonaggio, di piccoli commerci), ma anche nella sua possibilità di reazione ed organizzazione collettiva.

Per esempio un capitolo intero del Decreto sulla sicurezza delle città viene destinato all’ampliamento delle prerogative del prefetto di disporre il concorso della forza pubblica nello sgombero di occupazioni ‘arbitrarie’ di immobili.

Chi occupa una casa, chi si organizza per resistere ad uno sfratto dovrà subire d’ora in poi un maggior livello di violenza, e questo non riguarda solo i classici ceti ‘marginali’, ma ampie fasce di ex ceto medio proletarizzato dalla crisi che non riesce più a sostenere mutui o affitti.

Ovviamente, le disposizioni sugli sgomberi valgono anche per gli spazi occupati non abitativi.

Ulteriori disposizioni possono colpire direttamente chi lotta attuando, per esempio blocchi ferroviari o picchetti, in quanto ‘chiunque ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione delle infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, e delle relative pertinenze’ può essere soggetto a sanzione pecuniaria e ordine di allontanamento, fino al divieto di accesso per sei mesi dal luogo della lotta.

Ma più in generale, i patti sottoscritti da prefetto e sindaco possono rivolgersi contro fenomeni generici di ‘turbativa del libero utilizzo degli spazi pubblici‘, e in questa definizione può ricadere qualsiasi tipo di protesta.

Dulcis in fundo, un emendamento della Carfagna ha introdotto nel decreto la possibilità dell’arresto in flagranza in differita (entro 48 ore) per reati avvenuti in occasione di manifestazioni pubbliche ripresi da telecamere e in immagini fotografiche, estendendo ai presidi e cortei quanto già previsto per gli stadi.

Che si tratti dunque di gestione militare della piazza, o della creazione di una sorta di ‘diritto amministrativo del nemico’ (il potere di ordinanza dei sindaci contro determinati soggetti sociali) da affiancare a quello penale, l’obiettivo è sempre quello di colpire le figure conflittuali o potenzialmente tali in vista di un aggravamento della crisi.

Prevedono, evidentemente, che essa si evolverà in maniera particolarmente grave, se affinano strumenti così sproporzionati rispetto alla reale entità del conflitto e della capacità di organizzazione di chi si oppone.

Prevedono, evidentemente, che l’estendersi dell’esercito industriale di riserva non si incontrerà mai più con nessuna rivoluzione industriale in grado di assorbirlo, e si attrezzano per rispedirlo altrove.

Prevedono, evidentemente, che il capitale in crisi di valorizzazione, spingerà gradualmente l’espropriazione oltre i limiti posti dal minimo vitale di masse sempre più consistenti di persone (nel suo piccolo, l’esempio salentino significa questo: famiglie di olivicoltori rovinate, nuova carne da emigrazione), e si attrezzano per neutralizzarne la reazione.

Loro si attrezzano. E noi?

Note:

1) Livio Pepino, La Val Susa e il diritto penale del nemico, in ‘Quaderni del Controsservatorio Valsusa n. 1’, Intra Moenia Edizioni, 2014.

2) Sull’argomento si consiglia la visione del documentario ‘Archiviato. L’obbligatorietà dell’azione penale in Valsusa’. Qui il trailer.

3) Per i dettagli: Xenia Chiaramonte, Alessandro Senaldi, Criminalizzare i movimenti. I No Tav fra etichettamento e resistenza, in ‘Studi sulla questione criminale, X, n. 1, 2015, pp. 105-144.

4) Carlo Ruga Riva, Diritto penale, regioni e territorio. Tecniche funzioni e limiti, Giuffrè, 2012, p. 187.

5) Per il curriculum dettagliato: Antonio Mazzeo, Marco Minniti. Quest’uomo è una sicurezza, 20 gennaio 2017.

Fonte

30/03/2017

Dallo stato sociale allo stato penale di Minniti


Il “decreto Minniti” segna uno spartiacque nel rapporto tra conflitto sociale e governi di questo paese. Al di là dei dettagli tecnici – che pure è necessario chiarire, chiamando a ragionarne giuristi, avvocati democratici e quel tanto che ancora esiste di parlamentari affezionati alla democrazia – va intanto colto il dato politico essenziale: non esistono quasi più spazi di mediazione. Anche il “quasi” ha la sua importanza giuridica, naturalmente, ma la direzione di marcia già fissata da alcuni decenni viene ora percorsa premendo forte sull’acceleratore.

Si usa definire tutta questa sfera come ambito della “repressione”, ed è corretto; ma è solo una parte del ragionamento che occorre fare.

La chiusura degli spazi di mediazione è infatti fenomeno politico-sociale ben più ampio del solo schieramento di strumenti militari e legislativi a supporto della repressione. Sono quasi 40 anni che le vie della mediazione sociale vanno diventando viottoli tortuosi, abbandonati alle erbacce e al dissesto, fino all’impraticabilità. La mediazione sociale si nutre infatti di spesa pubblica, è incarnata da investimenti pubblici e istituti di welfare (pensioni, sanità, istruzione, edilizia popolare, strumenti di supporto al reddito, ecc), che danno concretezza all’esigibilità di diritti altrimenti enunciati come pura chiacchiera. Tagliare la spesa pubblica vuol dire esplicitamente – basta leggere i giornali economici, anziché la cronaca – tagliare i margini di mediazione sociale, approfondire le disuguaglianze, impoverire chi ha un lavoro, bloccare l’ascensore sociale, condannare porzioni crescenti di popolazione a restar per sempre fuori dal cerchio del (relativo) benessere.

Mediazione sociale e repressione “regolamentata” sono andate di pari passo in tutta la storia del dopoguerra. La conquista di diritti esigibili è stata pagata con centinaia di morti nelle piazze e non. La repressione del conflitto si è a sua volta evoluta da “generalizzata” (verso tutte le manifestazioni di dissenso) a “selettiva” (prendendo di mira soprattutto le avanguardie politiche, a cominciare ovviamente da quelle più radicali).

La democrazia reale non è stata per niente un paradiso, come sappiamo. Ma si era riusciti a costruire – sulla base di rapporti di forza politici e sociali ora perduti – un ambito, spesso ristretto ai minimi termini, in cui l’esercizio del conflitto veniva riconosciuto e possedeva una legittimità anche per la controparte; ed in cui la repressione – anche quella più estrema – doveva essere contenuta, se non altro per salvare la faccia con le forme esteriori della democrazia. Persino nelle carceri speciali, insomma, si poteva contrattare su alcuni spazi di vivibilità, potendo contare sull’esistenza di un’“opinione pubblica democratica” che aveva grande peso sociale e intellettuali di notevole spessore (vedi le campagne per la chiusura del carcere dell’Asinara). Persino il più impolitico dei casseur, una volta preso prigioniero, sapeva fino a che punto poteva essere maltrattato dalla polizia e dove si situava il limite.

Gli sforamenti di quei limiti – omicidi mirati e torture – sono stati numerosi, ma hanno sollevato scandalo pubblico e hanno costretto il potere prima alla negazione, poi alla minimizzazione, in alcuni casi addirittura alla tardiva condanna dei funzionari più feroci (il "dottor de Tormentis", per esempio). E le scene di Genova 2001 hanno creato più problemi che trionfi, alla classe politica d’allora.

Ora non più.

Quell’epoca è finita. Il “decreto Minniti” supera le colonne d’Ercole del diritto, attribuendo alle forze di polizia poteri senza contraltare e senza controllo. Perlomeno negli effetti immediati; e tutti sanno quanto possa essere estenuante la lentezza delle cause giudiziarie sgradite ai potenti, si tratti di tortura o di stragi per l’amianto. Ragion per cui intanto scattano i provvedimenti restrittivi, poi magari con il tempo – spesso troppo tempo – i ricorsi all’autorità giudiziaria possono a volte decretarne l’ingiustificabilità e ripristinare l’agibilità agli attivisti colpiti. Ma intanto l'"effetto freno" funziona...

La prima prova sul campo si è avuta con la manifestazione del 25 marzo. Non si è trattato solo di un’esibizione di forza, ma di una politica ad ampio spettro. Sono stati allertati direttori e capiredattori dei media più importanti, invitati a spargere come pioggia un allarmismo mai visto prima (Isis e black bloc negli stessi discorsi, come se tra una strage e una vetrina non ci fosse più distinzione). E’ stato allarmato un intero quartiere – l’unico attraversato dal corteo – e intimato ai commercianti di tirar giù le saracinesche. E’ stato mandato davanti alle telecamere un rappresentante delle associazioni di categoria a chiedere che in futuro si vietino le manifestazioni “per garantire il diritto di fare incassi”. Ogni governo “europeista” sarà ben felice di accontentarlo...

Sono stati bloccati diversi pullman di manifestanti provenienti da fuori Roma, “per verificare il loro orientamento ideologico” (come candidamente ammesso dal questore). Sono state identificate le persone, perquisite, trattenute per ore, impedendo quindi il diritto a manifestare anche dopo che le “verifiche” erano state tutte negative.

Sono stati emessi fogli di via stabilendo un nesso assolutamente arbitrario tra il ritrovamento di bastoni e sassi a Testaccio – il giorno prima! – e le persone che venivano da centinaia di chilometri di distanza, su mezzi peraltro pedinati da macchine della Digos.

E’ stata svuotata una capitale d’Europa vietando a tutti l’accesso alle zone attraversate dai 27 padroncini dell’Unione Europea; poi ci si è lamentati delle “manifestazioni che danneggiano il turismo”. Come se, in assenza di manifestazioni, sarebbe stata prevista piena libertà di movimento...

E’ stato spezzato in due un corteo, con mossa premeditata, alla ricerca di uno “scontro” che palesemente il corteo non voleva.

Sono scomparsi, proprio in quel momento, tutti i “responsabili di piazza”, lasciando sia gli uomini in assetto antisommossa che gli organizzatori della manifestazione senza un’interfaccia attendibile. Come se il potere, in questo paese, fosse in grado di mostrare enorme prepotenza ma ben poco autocontrollo.

Se nulla è accaduto, è merito di tutto il corteo, che si è poi ricomposto e abbracciato al Circo Massimo.

Quella del 25 marzo è stata dunque l’ultima manifestazione della vecchia fase e la prima della nuova. In mezzo c’è il “decreto Minniti”, contro cui andrà iniziata una battaglia politica ad ampio raggio, sia come mobilitazioni che come chiamata alle responsabilità di tutti davanti all'involuzione antidemocratica delle "istituzioni".

Vale anche per noi, ossia per tutte le componenti che hanno dato vita alla giornata del 25 marzo. Continuare a ragionare e comportarsi come prima sarebbe il più stupido degli errori. Qualsiasi sia il tipo di pratiche che si è soliti mettere in campo. C’è un passaggio qualitativo in corso che fa la differenza tra il “prima” e “l’adesso”. Se non vogliamo che il domani diventi sistematicamente quello che abbiamo vissuto sabato 25 marzo, prima ancora in Val di Susa o nelle lotte sociali metropolitane in varie città o quello che stiamo vedendo in Puglia, occorre cominciare a discutere ed agire in modo convergente e lungimirante per rompere questo clima ed evitare tale scenario.

Foto di Patrizia Cortellessa

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24/03/2017

Egitto - Mubarak è libero, in carcere ci sono i protagonisti di piazza Tharir


Nell’Egitto della repressione, delle violazioni dei diritti umani e del brutale assassinio di Giulio Regeni si consuma una terribile beffa. L’ex presidente Hosni Mubarak, costretto nel 2011 a dimettersi dalla rivoluzione di piazza Tahrir e accusato di aver ordinato il massacro di centinaia di persone, assolto nei giorni scorsi, questa mattina ha lasciato l’ospedale militare di Maadi, a sud del Cairo, dove era detenuto da anni e da uomo libero è tornato a casa nel quartiere di Heliopolis. Lo ha riferito il suo avvocato, Farid el Dib. “E’ uscito dall’ospedale di Maadi ed è tornato alla sua residenza di Heliopolis”, ha riferito ai giornalisti el Dib visibilmente soddisfatto. E’ la rivincita completa dell’ancien regime, tornato pienamente al potere in Egitto con il colpo di stato militare del 2013 e oggi incarnato dal presidente Abdel Fattah el Sisi.

Il 13 marzo, dopo l’assoluzione in cassazione nell’ultimo processo a suo carico, Mubarak, 88 anni, si è preparato a lasciare l’ospedale militare dove è stato agli arresti per quasi tutti i sei anni della sua detenzione. Liberazione non avvenuta subito per uno slittamento protrattosi a oggi con ogni probabilità a causa della riapertura di una vecchia inchiesta per corruzione (regali ricevuti da un gruppo editoriale). Poi questa mattina è stato eseguito l’ordine con cui la procura generale aveva disposto il rilascio.


Mubarak, rimasto per ben trent’anni al potere, dal 1981 al 2011, tanto da essere chiamato il “nuovo faraone”, è stato perseguito in giudizio fino al 2 marzo scorso, con varie accuse tra cui, la più grave, quella di essere stato il responsabile nella morte di centinaia di manifestanti durante la rivoluzione di sei anni fa. Quindi è arrivata l’assoluzione che con un colpo di spugna ha cancellato quell’accusa e con essa un capitolo di eccezionale importanza della storia recente dell’Egitto. E mentre Mubarak torna nella sua lussuosa residenza, tanti protagonisti di Piazza Tahrir, restano in carcere, a scontare condanne molto severe per aver semplicemente sfidato la legge contro le manifestazioni pubbliche introdotta dal regime di el Sisi.

“È molto triste tutto questo ma non è una sorpresa – aveva commentato qualche giorno fa la notizia della imminente liberazione di Mubarak, il famoso scrittore egiziano Alaa al Aswani, in una intervista al quotidiano Il Manifesto – il regime al potere oggi in Egitto è controrivoluzionario e uno dei suoi compiti è proprio quello di punire coloro che parteciparono alla rivoluzione. Le responsabilità di Mubarak sono state accertate – ha notato al Aswani – Alcuni di quelli che facevano parte del suo entourage hanno testimoniato che fu Mubarak in persona a dare l’ordine di sparare e uccidere i manifestanti durante la sollevazione popolare. Eppure siamo vicini alla sua liberazione e questo spiega bene la realtà in cui vivono gli egiziani”.

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24/01/2017

Egitto: omicidi e falsità di regime da Said a Regeni

Nel voler fare dell’omicidio Regeni l’ennesimo dramma ‘irrisolvibile’ ecco che indizi e prove spuntano e ricadono con una periodicità finalizzata a rimandare a infinite rivelazioni successive. Una trama perfetta in cui la tensione sale e scema senza giungere al cuore del mistero, che mistero poi non è, perché la vicenda rientra a pieno nella casistica globale degli omicidi di Stato. Bastava aver seguito quel che accade in Egitto da anni, e dopo la speranza di Thawra in occasione della scadenza del 25 gennaio. Nell’ultima messa in scena di queste ore la regia cairota decide di mostrare un altro tassello. Non parliamo della regia televisiva che manda in onda un filmato del ricercatore ripreso dal sindacalista-spione a servizio dell’Intelligence di Sisi tramite una microtelecamera nascosta. Il presunto scoop è solo uno strumento usato dalla cabina di regia del regime medesimo, dai suoi uomini di punta come il ministro dell’Interno Ghaffar da cui l’Agenzia di Sicurezza prende ordini. Con quelle immagini e quel colloquio rubati costoro vorrebbero rilanciare la tesi di un Regeni che, consapevolmente o meno, si fa tramite di raccolta d’informazioni che l’Università di Cambridge passerebbe all’Intelligence britannica. Un filone da spy story, gettato lì, come altre congetture (il decesso per incidente, l’intreccio di relazioni gay, il presunto rapimento da parte di una gang con tentativo d’estorsione e tragica fine) che gli apparati polizieschi hanno prodotto nelle settimane successive al ritrovamento del cadavere.

Se n’è scritto a lungo, si sono lanciate anche ipotesi a seguito di passaggi incongruenti: perché fare trovare il corpo seviziato del giovane e non farlo sparire nel nulla com’è drammaticamente accaduto per decine di attivisti scomparsi? C’è chi vuole screditare il governo? Chi gli rema contro? Potrebbe essere un’ipotesi, ma manca di conferme. Al contrario il regime dice altro e lo ribadisce da tempo. Attraverso un sistema di terrore diffuso, di delazione e di omertà l’attuale generale-presidente, la lobby militare da cui proviene, gli organi repressivi di cui si serve, i gruppi politici ed economici che lo sostengono hanno instaurato nel Paese dal luglio 2013 un odioso clima persecutorio lanciato contro gli oppositori. Quelli di sponda islamista, iniziati a massacrare per via (con la mattanza della moschea di Rabaa del 14 agosto 2013), e a seguire omicidi di attivisti laici, lavoratori e sindacalisti, cui norme sedicenti di sicurezza diventate legge marziale di fatto, impediscono di riunirsi in piazza. Sfidandole il 25 gennaio di due anni fa Shaimaa al-Sabbagh, un’insegnante, scesa in strada a manifestare insieme a dei colleghi, trovò la morte. Dell’assassinio nessuno rispose. Tutto è rimasto vagante, come i proiettili che le hanno fermato la vita. Questa vittima, una donna, una professionista, non uno scalmanato ragazzotto di Tahrir, serve a Sisi per tracciare il confine fra quel che è lecito (l’obbedienza e l’asservimento) e ciò che al potere risulta insopportabile (la contestazione). E naturalmente chi vuole narrare tutto ciò.

Il messaggio serve da monito, come le migliaia di arresti e sparizioni, le bocche cucite all’informazione, lo strazio del ricercatore trattato come un agente provocatore. Tutto condito col consenso dei concittadini, anche dei più sensibili a questioni sociali come gli iscritti a taluni sindacati inquinati da collaboratori della polizia, resi perversamente complici attraverso l’arma del ricatto oppure spinti nuovamente nel ghetto del silenzio, della paura, dell’impossibilità di cambiare, all’opposto delle speranze innescate il 25 gennaio di sei anni fa. Doveva accadere lo scempio di Giulio Regeni, che studiando il Paese scopriva i gangli d’una mai morta corruzione, per osservare da vicino la violenza istituzionalizzata che gli oppositori denunciavano dai tempi di Mubarak, epoca in cui la polizia faceva di Khaled Said un’angosciante maschera di morte anche più sinistra dello studioso friulano. La costante della violenza non ha conosciuto soste in Egitto, praticata da ogni apparato: i baltagheyah, picchiatori prezzolati che assaltavano le tende degli accampati a Tahrir durante il governo provvisorio del Consiglio Supremo delle Forze Armate, o quelli che bruciavano le sedi della Fratellanza Musulmana nei mesi della contestazione alla presidenza Morsi, sia la polizia che stuprava Samira Ibrahim oppure spogliava e picchiava per via le dimostranti. Col regime di Sisi, introdotto dallo sciagurato sostegno offerto ai militari dai liberali di El Baradei e dalla “sinistra” di Sabbahi, i mukhabarat, gli agenti segreti hanno mutato nome (National Security Agency) non la sostanza e i metodi, rimasti quelli di sempre.


Visto che in quel Paese quasi nulla si può muovere sono la politica e la società civile internazionali a dover lanciare segnali e opporsi alle sevizie d’un popolo. I vertici del nostro Stato, il ministro degli Esteri Gentiloni diventato premier, che dopo il ritrovamento del cadavere di Regeni prometteva fermezza e giustizia, non profferisce parola. Segue le scelte del suo predecessore che all’ipotesi di rotture diplomatiche con un regime di torturatori, ha pensato alle casse delle nostre imprese (una è l’Eni) dirigendo lo sguardo altrove. Verità e giustizia per Giulio Regeni, ma quando e grazie a chi?

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23/01/2017

Turchia - Approvata in parlamento la bozza di riforma costituzionale

Il parlamento turco ha dato l’ok alla controversa bozza costituzionale che, se approvata ora al referendum, trasformerà il Paese in una repubblica presidenziale. La costituzione emendata, avanzata dal partito di governo Akp, ha ricevuto nella tarda nottata di oggi 339 “sì” superando i 330 voti necessari per l’adozione delle modifiche. Hanno votato 488 parlamentari sui 550 complessivi (i 12 assenti sono i membri del partito di sinistra fino curda dell’Hdp arrestati due mesi fa).
 
Grande gioia per il passaggio della proposta costituzionale è stata espressa dal premier Binali Yildirim: “Non abbiate alcun dubbio che il popolo certamente farà la scelta migliore per la Turchia. Andrà ai seggi, voterà [sì] con il cuore e con la mente”. La palla passa infatti adesso ai cittadini turchi che saranno chiamati a breve a decidere se approvare o meno la nuova costituzione. Ancora non è stata stabilita la data referendaria: secondo i deputati dell’Akp, la consultazione popolare dovrebbe avvenire tra il 26 marzo e la metà d’aprile.

Se l’esecutivo ostenta sicurezza e sprizza comprensibile gioia, di tutt’altro stato d’animo è l’opposizione. Bulent Tezcan (Chp) ha infatti detto che il parlamento “sta creando un regime con un solo uomo a comando che porterà [la Turchia] dove il suo appetito desidera”. Il leader repubblicano Kemal Kilicdaroglu ha criticato la decisione parlamentare perché “consegna la sua autorità [ad Erdogan]” e “tradisce” la storia del Paese. Ha poi promesso di voler “combattere una battaglia per la democrazia” affinché queste riforme siano respinte al referendum.

Le discussioni e le votazioni in parlamento sulle modifiche ai 18 articoli della costituzione erano iniziate lo scorso 9 gennaio e hanno incluso sessioni terminate in tarda nottata. Le due settimane di dibattito sono state tesissime: in almeno due circostanze i politici degli opposti schieramenti sono venuti alle mani. Significativa è stata poi la protesta della parlamentare Aylin Nazliaka (Hdp) che l’altro giorno, alla ripresa del voto in seconda lettura, si è ammanetta al microfono del podio degli interventi in parlamento per protestare contro la riforma e la detenzione dei 12 membri del suo partito arrestati lo scorso novembre (tra questi, anche i co-presidenti dell’Hdp Selahattin Demirtas and Figen Yuksekdag).

La “maratona” parlamentare, come l’hanno definita molti commentatori locali e internazionali, è emblematica della fretta di Erdogan di piegare la costituzione a suo vantaggio per uscire dalla crisi politica in cui ha portato il Paese. Se approvati, i maggiori poteri richiesti dal capo dello stato – ufficialmente per poter difendere meglio la Turchia dalle “minacce” interne ed esterne – stroncherebbero definitivamente qualunque forma di opposizione al suo regime.

Tra le novità principali, il presidente avrà infatti il potere di incaricare e licenziare i ministri. La carica del premier sarà abolita mentre resterà quella del vice-presidente (o forse più di uno). Il capo dello stato potrà inoltre intervenire direttamente nel sistema giudiziario: un aspetto fondamentale per Erdogan che considera il mondo della magistratura controllato dall’amico diventato “nemico” Fethullah Gulen.

Il religioso, in esilio volontario in Pennsylvania (Usa), è accusato dal leader turco di essere il responsabile del fallito putsch del 15 luglio. Gli emendamenti, inoltre, aumentano i casi in cui il presidente potrà dichiarare lo stato di emergenza (in vigore nel Paese dopo il tentato golpe) e stabiliscono ogni cinque anni una data unica per le elezioni parlamentari e presidenziali. La proposta dell’Akp prevede un aumento dei seggi parlamentari (dai 550 attuali a 600) e abbassa da 25 a 18 anni l’età minima per diventare deputato del parlamento.

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12/01/2017

Turchia, il Parlamento inizia ad avallare il Partito-Stato

Primi ritocchi costituzionali votati dal Parlamento di Ankara. S’è iniziato con due riforme: la prima soft che aggiunge 50 deputati ai precedenti 550, ed è giustificata dall’aumento del numero degli elettori. L’altra risulta già più invasiva, entrando nel merito del lavoro dei magistrati. Così l’articolo 9 della Carta perde l’aggettivo “imparziale” e diventa: “Il potere giudiziario deve essere esercitato da Corti indipendenti (imparziali non c’è più) a nome della nazione turca”. Entrambe le modifiche sono state approvate con un margine superiore ai 330 voti necessari (347 favorevoli, 132 contrari, 2 bianche, 2 astenuti, 1 voto non valido). Erano assenti 66 onorevoli: tutti e 59 quelli del Partito democratico dei popoli, che protesta contro gli arresti considerati indebiti di suoi membri, compresi leader Demirtaş e Yüksekağ, più altri 7 deputati. Gli articoli che riformano la Costituzione sono ventuno, saranno al vaglio del Meclis durante il mese in corso. Qualora i voti favorevoli a un articolo dovessero superare i 367 consensi questo entrerebbe direttamente nella nuova Carta, senza bisogno della verifica referendaria. Ovviamente una bocciatura al di sotto delle 330 preferenze escluderebbe senza appello l’emendamento. Il grande sostegno che il partito di maggioranza, Akp, sta ricevendo per attuare il progetto presidenzialista che sta a cuore a Erdoğan giunge dai nazionalisti del Mhp, ma la somma dei deputati dell’una (316) e dell’altra sponda (39) non consente di toccare quel quorum che potrebbe essere raggiunto solo con un supporto proveniente dalle opposizioni, socialdemocratica e kurda. Entrambe fanno quadrato contro un disegno favorevole a una specie di Partito-Stato che mette nell’angolo il sistema parlamentare.

Alcuni opinionisti vicini al kemalismo socialdemocratico, contrari al regime erdoğaniano, stanno puntando il dito contro il leader nazionalista Bahçeli che ha compiuto un totale voltafaccia rispetto alle posizioni espresse sino al maggio scorso. Per tacere di quello che sosteneva nel 2015, peraltro consultabile su Youtube, dove sono presenti alcuni suoi interventi pubblici. Anche cinque deputati nazionalisti esprimono una ferma dissidenza sui ‘giri di valzer’ del vecchio leader e in sede istituzionale si stanno astenendo dal voto o dalla presenza in aula. Ricordano al capo quando scherniva il presidente sostenendo se per caso “volesse una corona” oppure quando dichiarava nell’emiciclo: “Un nuovo Putin sta crescendo e, passo dopo passo, agguanta la Turchia”. Ma le posizioni politiche corrono rapidissime, gli ultimi mesi vissuti in Anatolia valgono addirittura secoli. Qualcuno s’è preso la briga di aprire gli annali storici e verificare che dal 1364 il sistema turco conservava quella figura di primo ministro che la riforma cancella a vantaggio della super presidenza. Il Sadrazam ottomano, era un ministro superiore a ogni altro, la sua autorità seguiva solo quella del sultano e comandava l’esercito. Con le trasformazioni in corso il premier non esisterà più, il presidente avrà poteri ovviamente sulle Forze Armate, potrà nominare i giudici della Suprema Corte e risultare anche Capo di un partito. “Neppure Atatürk durante la guerra d’Indipendenza sommava tanti poteri nelle sue mani” ha denunciato nel dibattito parlamentare l’ex leader del Chp Baykal. Ma tant’è, le trasformazioni sono in opera e se approvate su quei banchi giungeranno a referendum.

Intanto inizia a girare qualche sondaggio sul rapporto che la cittadinanza turca, stordita dagli eventi e soggiogata dalla paura, ha con l’appuntamento referendario di primavera. Ne riferisce il quotidiano Hürriyet, fonte laica e antigovernativa fra le poche a resistere al repulisti erdoğaniano. Il 36% degli interpellati risponde di non conoscere nulla sul tema, il 28% di saperne pochissimo, il 14% pochino. Insomma circa l’80% di chi ha risposto al quesito sembra tutt’altro che ferrato sui vitali mutamenti dell’assetto costituzionale del Paese. Probabilmente si presta poca attenzione agli allarmi lanciati dall’opposizione contro un progetto che azzera le tutele garantite dalla separazione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario), questi per il futuro saranno appannaggio delle decisioni presidenziali. Si sottovaluta l’attacco alla natura democratica delle Istituzioni, nel momento in cui s’assisterà a una conservazione fittizia del Parlamento per il quale si voterà ogni cinque anni in contemporanea con rinnovo della carica del super presidente. Costui diventa un factotum su vari terreni e nella gestione di troppi poteri, quello dei decreti che diventano leggi già pende sulla testa dei concittadini. Eppure le emergenze, la sicurezza, gli attacchi di nemici esterni e interni – tutti argomenti reali e vivissimi nella quotidianità – sembrano tante distrazioni di massa che tengono lontana l’attenzione da ciò che sta accadendo nel cuore pulsante della nazione. Un cuore che verrà sostituito dall’uomo-Stato che dimora nelle stanze dell’Ak Sary.


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09/01/2017

Politica e antipolitica. Le “bufale” nel recinto del regime

Il Regime, ferito ma non abbattuto dal voto referendario, sta impostando la sua controffensiva muovendosi sul terreno delicato e fondamentale della cosiddetta “informazione”.

E’ nata così l’astiosa “querelle” da una parte attraverso la denuncia del veleno sparso dai nuovi untori del web e dall’altra la denuncia delle “bufale” inventate dai grandi giornali e dalle maggiori TV: “bufale”, in questo caso, facilmente documentabili ad esempio verificando il comportamento di questi soggetti proprio nel corso della campagna referendaria oppure al riguardo della vicenda delle banche e, ancora, nell’evitare accuratamente di affermare come la vicenda migranti sia drammatica per chi la vive ma assai redditizia per altri soggetti ben identificati.

Per giudicare le ragioni degli uni o degli altri sono così sorti due Tribunali contrapposti: quello di chi (addirittura il garante per le Comunicazioni) vorrebbe imbavagliare le opinioni liberamente espresse attraverso la rete e quello di chi, invece, vorrebbe sottoporre al giudizio del Tribunale del Popolo il lavoro di giornali e TV.

In questo modo le inclinazioni fascistoidi presenti nella società e nel sistema politico italiano trovano anche una possibilità di rappresentazione e un canale di sfogo: ma non è questo il punto.

Lo scontro dichiarato è tra politica, il Regime nel suo insieme che per difendersi si sta assestando sulla grosse – koalition nelle veci del “Partito della Nazione”, e l’antipolitica quella che salta brutalmente il criterio della rappresentanza, si affida al web come libera palestra per poi tirare le fila di un vero e proprio accentramento personalistico della gestione non solo del potere, ma addirittura della morale (gli “iron man” e gli“incorruttibili” del ‘600 e del ‘700 impallidirebbero e forse si potrebbe fare anche qualche esempio ricercando nella storia del ‘900).

Nadia Urbinati, in un suo intervento, si mette alla ricerca della “terza via” affermando (questo almeno il titolo di un suo articolo): “La politica respira con opinioni opposte: gli elettori unici giudici”.

Un tentativo da valutare perché così si cerca di comprendere entrambe le sponde all’interno del recinto della “politica” depotenziando di fatto “l’anti”.

Un elemento, però, preoccupa nell’impostazione di Urbinati e ci fa pensare che il recinto non sia più quello della “politica” ma quello del “Regime”, un “Regime” che, nel disegno parzialmente e provvisoriamente sventato con il voto referendario, punta a saltare la mediazione, induce al dialogo diretto tra Capo e folla, affida al voto il compito quasi di un “redde rationem” e nella sostanza accoglie l’idea della fine della rappresentanza (“Ognuno si metta l’elmetto e inizi a rappresentare se stesso” ha scritto sulla famigerata pagina Facebook il futuro candidato alla Presidenza del Consiglio del M5S).

Perché sorge una preoccupazione molto forte e si può pensare che tutto questo circo Barnum possa essere ricondotto, di nuovo, all’interno del “Regime”?

Perché sembrano saltati completamente due elementi fondamentali nello sviluppo dell’azione politica collettiva: il primo riguarda la mediazione e il compromesso (non quello deleterio, ma quello “alto”, ad esempio di tipo costituzionale come fu all’interno dell’Assemblea Costituente in particolare dopo il superamento della formula di governo dell’unità antifascista); il secondo, ancora più importante, è perché – considerato l’elettorato come una massa indistinta che svolge la funzione di “giudice” – saltano tutti i riferimenti alla “struttura”, alla diversità nella collocazione sociale, alla valutazione complessive delle condizioni materiali e di conseguenza alla loro rappresentanza politica organizzata.

Salterebbe così, se non è già avvenuto, tutto l’impianto della costruzione dell’aggregazione politica e dell’espressione del consenso sulla base della materialità della condizione sociale ben oltre la stessa contraddizione di classe (pure fortemente operante nella realtà quotidiana).

Ci troveremmo di fronte a due schieramenti basati sul reclamare la propria verità e pronti a costruire menzogne per sostenerla, in una ridda di affermazioni e controaffermazioni non verificabili, né verificate dall’analisi di soggetti collettivi.

La sostanza è quello di un reciproco “storytelling”, quello della presunta “politica” e quello della sedicente “antipolitica” entrambi ben compresi nel recinto del “Regime” con l’impegno del reciproco sostegno, punto comune “l’audience”.

Siamo di fronte ad una impressionante facilità di “manipolazione pubblica”.

Un esempio in questo senso: su “Repubblica” compare un ampio sondaggio con molte domande condotto da Ilvo Diamanti.

Ne emergono i soliti tratti di confusione nella contraddittorietà dei pareri, in un Paese fortemente percorso da venature razziste in materia di migranti, emerge una vera e propria apparente venerazione per il Papa (il che, tra parentesi proprio, lascia perplessi sull’efficacia della predicazione portata avanti dal’attuale Pontefice: ma nessuno si interroga su questo naturalmente).

Il massimo però lo si raggiunge quando, alla fine, tal Fabio Bordignon se ne esce in uno dei commenti riassuntivi, affermando che la somma delle opinioni raccolte (naturalmente emerge una grande sfiducia nei partiti e un calo di consenso verso le istituzioni) consente di affermare (testualmente) che: “il referendum è stato una grande occasione mancata”.

Insomma nulla smuove questi “raccontatori ad usum delphini” in servizio permanente effettivo.

Il popolo soffre? In attesa del reddito di cittadinanza pianga sul latte versato e mangi brioches.

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02/12/2016

Referendum. Boom di voti degli italiani all’estero. Brogli certi?

I dati sulle percentuali di italiani all'estero che si sarebbero già pronunciati sul referendum del 4 dicembre, sollevano obiettivamente il sospetto di brogli. Gli elettori italiani negli altri paesi riconosciuti come tali sono 4.032.902. Secondo le stime del governo su questo referendum avrebbero votato circa 1,6 milioni, una percentuale del 40%, superiore di ben 8 punti al 32% delle elezioni politiche del 2013 o di 21 punti rispetto al 19% di quelli che hanno votato solo sette mesi fa al referendum sulle trivellazioni. Se non fosse che la percentuale è di molto superiore a quella stessa attesa dal governo e dai sostenitori del Si (era il 30%) e della mobilitazione senza esclusioni di colpi degli apparati di potere e dei mass media, ci si potrebbe rallegrare del senso civico degli emigrati italiani. Sappiamo tutti però che non si tratta di questo.

Secondo le rilevazioni fatte, due su tre dei voti degli italiani all'estero sarebbero a favore della controriforma costituzionale. Una differenza di 500mila in più al Si che potrebbe rivelarsi decisiva per far vincere il referendum a Renzi e alla sua corte.

La straordinaria mobilitazione di risorse economiche e mass media da parte del governo e del Pd renziano, presenta scenari inquietanti. Sembra di essere nella Russia di Eltsin dove oligarchi, ong straniere e governi della Nato avevano messo a disposizione finanziamenti enormi per mantenere al governo il “loro figlio di puttana”.

Si pone un problema di serissima emergenza democratica nel nostro paese. Qualora i voti dall'estero diventassero decisivi (magari scrutinandoli a tarda notte qualora le prime proiezioni indicassero una vittoria del No), lo scenario di brogli diventerebbe palese. Ma occorrerebbe trarne anche le dovute conclusioni e, purtroppo, il fronte del NO non sembra (o non vuole essere) in grado di affrontare la sfida a questo livello. Gridare al regime quando il regime ha vinto servirebbe a poco.

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28/11/2016

Promemoria. Il governo Renzi è già un “governo tecnico”

Nel seguire una linea di campagna elettorale che probabilmente non sta trovando, in realtà, un riscontro effettivo rispetto alla realtà complessa del Paese e fidandosi esclusivamente del suo istinto politicista Renzi ha tirato fuori, in caso di vittoria del “NO” (auspicabile) il 4 Dicembre, la prospettiva del “governo tecnico” considerata dal suo punto di vista un “pericolo”.

C’è da chiedersi allora che cosa si intende per “governo tecnico” (“il governo è sempre il comitato d’affari della borghesia” scrivevano Marx ed Engels nel Manifesto, ma quella era un’altra storia)?

Premesso che in una Monarchia Costituzionale oppure in una Repubblica Parlamentare (qual è ancor oggi, l’Italia almeno per questa settimana) ogni governo ha bisogno di raccogliere una maggioranza nelle aule parlamentari e ricevere un voto di fiducia si può intendere come “governo tecnico” un esecutivo presieduto da una personalità non eletta e quindi non facente parte di alcun ramo del Parlamento.

Nella recente storia d’Italia, quella dell’infinita transizione degli ultimi vent’anni, è capitato diverse volte: nel 1993 con Ciampi che sostituì Amato, nel 1995 con Dini che sostituì Berlusconi del quale era stato Ministro nell’esecutivo precedente, nel 2000 con Amato ripescato dall’Ulivo dopo le dimissioni di D’Alema in seguito al risultato delle elezioni regionali, nel 2011 con Monti che prese il posto di Berlusconi in conclusione della crisi dello “spread”, nel 2014 con Renzi che, per via di una classica imboscata di palazzo, prese il posto di Letta.

Se il criterio per stabilire come un governo possa essere definito “tecnico” (ed è l’unico criterio che ci pare praticabile) è quello dell’assenza di mandato parlamentare per il Presidente del Consiglio il governo Renzi rientra a pieno titolo nella categoria.

Renzi tende, nella grande confusione di questa campagna elettorale, a far dimenticare la sua assenza di legittimazione elettorale: l’unica prova elettorale cui lo stesso Renzi è stato sottoposto è stata quella interna alle cosiddette “primarie” del PD (un fatto esclusivamente di tipo privato, senza alcuna valenza istituzionale) laddove nel 2013 raccolse 1.895.322 voti pari al 3,7% dell’intero corpo elettorale: percentuale sicuramente bastante per fare il segretario del PD ma scarsina per auto considerarsi legittimato alla Presidenza del Consiglio in una situazione che si cerca di far passare al pubblico quasi come se si fosse trattato di una elezione diretta.

Le mistificazioni si sommano alle mistificazioni, insomma.

Quanto alle maggioranze dei governi tecnici non rimane da ricordare che il governo Ciampi fu appoggiato dalla DC e dalle altre forze del vecchio pentapartito oltre che dal PDS e dai Verdi; il governo Dini da una coalizione che accompagnò al centro sinistra la Lega Nord che, alle elezioni di 6 mesi prima (non 10 anni ma 6 mesi) si era presentata unita a Forza Italia nel “Polo del Buon governo”; il governo Amato fu appoggiato dall’Ulivo e dall’UDEUR operazione trasformistica orchestrata da Francesco Cossiga attraverso una scissione del centro destra, scissione attuata nel 1998 per consentire la formazione del governo D’Alema; il governo Monti ebbe l’opposizione soltanto di Lega Nord e Italia dei Valori; il governo Renzi appoggiato dal PD e da altri soggetti NCD, Scelta Civica, ALA, ecc, frutto di scissioni dal centro destra.

Da ricordare ancora che le maggioranze sostenitrici dei governi Monti e Renzi (oltre che del governo Letta, del governo Berlusconi 2008 – 2013 e del governo Prodi 2006 – 2008) sono state espresse da un Parlamento la cui composizione è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale con la sentenza 1/2014 che ha bocciato la Legge Elettorale varata nel 2005: lo stesso Parlamento illegittimo che ha eletto per te volte il Presidente della Repubblica, prima Napolitano in due occasioni e poi Mattarella.

Un sistema di vera e propria sospensione della democrazia repubblicana che dura ormai da oltre dieci anni.

Come si vede una storia di presunti governi “tecnici”, in realtà molto di risulta dalla “politica politicante” con storie di scissioni, rotture, clamorosi trasformismi dei quali il governo Renzi rappresenta un esempio fra i più evidenti.

Il “NO” nel referendum confermativo può così impedire l’ennesima legittimazione surrettizia e anti democratica di un governo illegittimo consentendo anche, in pratica, la caduta di una legge elettorale come l’Italikum attraverso la quale esiste la possibilità concreta di consegnare la maggioranza assoluta (nei due rami del Parlamento che rimangono) ad un solo partito, situazione che ratificherebbe per via elettorale la costruzione di un Regime.

Si sta tentando la via di un plebiscito, forma elettorale che l’Italia ha conosciuto nel 1929 e nel 1934 con il fascismo: soltanto il NO nel referendum può impedire l’attuarsi di questo pericolosissimo passaggio.

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Referendum, il rischio di portare indietro l’orologio della Storia

Non siamo notoriamente dei tifosi della magistratura (un magistrato, assolutamente di prima fascia, ha persino querelato uno dei nostri; molti altri, da sempre, perseguitano a tutti i livelli il "nostro mondo", a cominciare dal Movimento No Tav). Quindi pubblichiamo questo intervento di Roberto Scarpinato soprattutto per evidenziare con ricchezza di argomentazioni teoricamente "tecniche" l'abisso in cui la riforma Boschi-Renzi pecipita l'assetto costituzionale del paese.

Ci sembra particolarmente rilevante che a sollevare obiezioni decisive verso la concentrazione dei poteri sia oltretutto una magistratura "speciale" come quella antimafia. In astratto, infatti, si può pensare – e non è affatto sbagliato, vista l'esperienza fatta in Italia negli ultimi 40 anni – che le sezioni più "in battaglia" della magistratura siano anche quelle che dovrebbero essere più favorevoli a un potere statuale "forte" e senza grandi contrappesi. Più sensibili insomma alle necessità di "sbloccare", "semplificare", "accelerare", "rendere più snello", "velocizzare" i processi decisionali e dunque anche quelli operativi.

Evidentemente, però, questa torsione costituzionale disegnata dal governo Renzi risponde anche alle esigenze di un blocco sociale dominante per decenni e che nelle mafie trova una componente non secondaria degli assetti di potere. E ci sembra importante sottolineare quanto i "giovani rottamatori" a Palazzo Chigi siano in realtà copie rozze, appena "rinfrescate", del vecchio andreottismo novecentesco.

E' una discussione sui fondamenti della democrazia liberale e parlamentare, certamente, e sulla particolare struttura della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista. Ovvero sul tipo di regime in cui, come si suol dire, si esercita la dittatura della borghesia. Ma, come potrebbe agevolmente spiegare qualsiasi rivoluzionario abbia conosciuto il carcere, c'è una certa differenza tra il poter contare – anche nella condizione di prigioniero – su qualche diritto esigibile (difesa legale, rapporti con i familiari, diritto a restare in vita, ecc.) oppure nell'essere soltanto un corpo a disposizione del sadismo dei carcerieri.

Buona lettura.

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Con la riforma si introduce una Costituzione alternativa e antagonista.

Il mio dissenso nei confronti della riforma costituzionale è dovuto a vari motivi che, per ragioni di tempo, potrò esplicare solo in piccola parte.

In primo luogo perché questa riforma non è affatto una revisione della Costituzione vigente, cioè un aggiustamento di alcuni meccanismi della macchina statale per renderla più funzionale, ma con i suoi 47 articoli su 139 introduce una diversa Costituzione, alternativa e antagonista nel suo disegno globale a quella vigente, mutando in profondità l'organizzazione dello Stato, i rapporti tra i poteri ed il rapporto tra il potere ed i cittadini.

Una diversa Costituzione che modificando il modo in cui il potere è organizzato, ha inevitabili e rilevanti ricadute sui diritti politici e sociali dei cittadini, garantiti nella prima parte della Costituzione.

Basti considerare che, ad esempio, la riforma abroga l'articolo 58 della Costituzione vigente che sancisce il diritto dei cittadini di eleggere i senatori, e con ciò stesso svuota di contenuto l'art. 1 della Costituzione, norma cardine del sistema democratico che stabilisce che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Nella diversa organizzazione del potere prevista dalla riforma, questo potere sovrano fondamentale per la vita democratica, viene tolto ai cittadini e attributo alle oligarchie di partito che controllano i consigli regionali.

Poiché, come diceva Hegel, il demonio si cela nel dettaglio, questo dettaglio – se così vogliamo impropriamente definirlo – racchiude in sè e disvela l'animus oligarchico e antipopolare che – a mio parere – attraversa sottotraccia tutta la riforma costituzionale, celandosi nei meandri di articoli la cui comprensione sfugge al cittadino medio, cioè a dire alla generalità dei cittadini che il 4 dicembre saranno chiamati a votare.

I fautori della riforma focalizzano l'attenzione e il dibattito pubblico sulla necessità di ridimensionare i poteri del Senato eliminando il bicameralismo paritario, questione sulla quale si può concordare in linea di principio, ma glissano su un punto essenziale: Perché pur riformando il Senato avete ritenuto indispensabile espropriare i cittadini del diritto-potere di eleggere i senatori?

Il bicameralismo così come lo volete riformare non poteva funzionare altrettanto bene lasciando intatto il diritto costituzionale dei cittadini di eleggere i senatori?

Perché questo specifico punto della riforma è stato ritenuto tanto essenziale da determinare addirittura l'epurazione dalla Commissione affari costituzionali dei senatori del Pd – Corradino Mineo e Vannino Chiti – che si battevano per mantenere in vita il diritto dei cittadini di eleggere i senatori?

Forse uno degli obiettivi che si volevano perseguire, ma che non possono essere esplicitati alla pubblica opinione, era proprio quello di restringere gli spazi di partecipazione democratica e di estromettere il popolo dalla macchina dello Stato?

Dunque secondo voi la ricetta migliore per curare la crisi della democrazia e della rappresentanza, è quella di restringere ancor di più gli spazi di democrazia e di rappresentanza?

Questo travaso di potere dai cittadini alle oligarchie di partito non riguarda solo il Senato, ma anche la Camera dei Deputati e viene realizzato mediante sofisticati meccanismi che sfuggono alla comprensione del cittadino medio.

La nuova legge elettorale nota come l'Italicum, che costituisce una delle chiavi di volta della riforma, attribuisce infatti ai capi partito e ai loro entourage il potere di nominare ben cento deputati della Camera, imponendoli dall'alto senza il voto popolare.

Questo risultato viene conseguito mediante il sistema dei capilista bloccati inseriti di autorità nelle liste elettorali presentate nei 100 collegi nei quali si suddivide il paese, e che vengono eletti automaticamente con i voti riportati dalla lista, senza che nessun elettore li abbia indicati. Gli elettori potranno esprimere un voto di preferenza per un altro candidato oltre il capo lista, ma i voti di preferenza così espressi saranno presi in considerazione solo se lista da loro votata avrà ottenuto più di cento deputati in campo nazionale, perché i primi cento posti sono bloccati per le persone "nominate" dai gruppi dirigenti del partito in base a particolari vincoli di fedeltà.

Così per formulare un esempio, se una lista ottiene un totale nazionale di voti pari a 100 deputati, nessuno dei candidati scelti dagli elettori dal 101 in poi con il voto di preferenza potrà essere eletto alla Camera, perché tutti i posti disponibili sono stati esauriti.

Ora poiché il premio di maggioranza previsto dall'Italicum attribuisce al partito vincitore delle elezioni 340 deputati su 630, tutti i partiti della minoranza potranno portare alla Camera nel loro insieme complessivamente 290 deputati, e, quindi, ciascuno solo una quota di deputati intorno a 100 o ad un sottomultiplo di cento.

Il che significa che entreranno alla Camera per le minoranze solo i capilista bloccati, nominati dai capi partiti. Nessuno o quasi dei candidati scelti dagli elettori oltre i cento con i voti di preferenza, farà ingresso in Parlamento.

Ne consegue che ben due terzi dei cittadini italiani votanti, tanti quanti sono rappresentati dalla somma dei partiti della minoranza nell'attuale panorama tripolare nazionale, saranno di fatto privati del diritto di scegliere i propri rappresentanti alla Camera.

Se questa è la sorte riservata ai cittadini elettori delle minoranze, è interessante notare come il congegno dei cento capilista bloccati, unito ad altri, consegua poi l'ulteriore risultato antidemocratico di determinare una distorsione della rappresentanza parlamentare anche nel partito di maggioranza, e di realizzare una sostanziale abolizione della separazione dei poteri tra legislativo ed esecutivo.

Per spiegare come ciò si verifichi, occorre comprendere come opera il combinato disposto della riforma e dell'Italicum.

L'articolo 2 comma 8 dell'Italicum stabilisce: "I partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e il cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica". In questo modo il voto per la forza politica "che si candida a governare" è anche il voto per il "capo della forza politica" che si candida a divenire il capo del governo, in contrasto con l'art. 92 della Costituzione, rimasto inalterato, che ne affida la nomina al Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi parlamentari. Come è stato osservato, sarà ben difficile non solo la nomina di una persona diversa, ma perfino la sfiducia, destinata inevitabilmente a provocare lo scioglimento della Camera.

Ciò posto, tenuto conto che, come accennato, 1'Italicum attribuisce alla medesima oligarchia di partito che esprime il leader della forza politica candidato a capo del governo, la possibilità di nominare cento deputati della Camera, è evidente che tale gruppo oligarchico nominerà capilista, e quindi deputati ipso facto, tutti i componenti del gruppo ed i fedelissimi del leader. Si tratta di un numero di deputati che già di per sé attribuisce al futuro capo del governo la Golden share per il controllo della maggioranza alla Camera dei deputati, perché equivale a circa un terzo dei deputati eleggibili dal partito. Qualunque studioso di diritto societario sa bene che l'amministratore delegato di una azienda che detiene un terzo della quota azionaria, è in grado di controllare l'intera azienda. Ma non finisce qui. Il leader futuro capo del governo ed il suo entourage dopo avere nominato 100 deputati, tanti quanti sono i collegi elettorali del paese, sono gli stessi che formano la lista degli altri candidati non bloccati, per i quali gli elettori hanno la possibilità di esprimere una preferenza o due a condizione che si votino candidati di sesso diverso.

La riforma costituzionale non prevede alcuna norma che imponga (così come, ad esempio, l'art. 21 della Costituzione tedesca) che l'ordinamento interno dei partiti debba essere conforme ai principi fondamentali della democrazia e che garantisca, di conseguenza, una selezione democratica dei candidati da inserire nelle liste elettorali. Dunque la stessa oligarchia partitica che elegge se stessa con il sistema dei 100 capilista bloccati, ha la possibilità di cooptare, inserendoli nella lista dei candidati votabili, solo personaggi ritenuti affidabili e obbedienti, escludendo dalla lista gli indipendenti e gli esponenti delle opposizioni interne, oppure relegandoli in posizioni marginali.

Ma non finisce qui. L'Italicum ha in serbo un altro congegno a disposizione delle oligarchie di partito per selezionare persone da cooptare nella maggioranza parlamentare del futuro capo del governo. Si tratta della possibilità di candidare la stessa persona in ben dieci diversi collegi contemporaneamente. Il candidato eletto in più collegi deve scegliere il collegio che preferisce. In quello in cui rinuncia, al suo posto viene eletto il candidato che ha ottenuto più voti di preferenza dopo di lui. Il gruppo oligarchico che esprime il leader futuro capo del governo ha in questo modo la possibilità di neutralizzare eventuali candidati espressi dai territori e ritenuti non affidabili, stabilendo che il candidato eletto in più circoscrizioni e fedele alla leadership, scelga la circoscrizione nella quale, altrimenti, al suo posto verrebbe eletto il candidato non gradito, che viene così escluso dalla Camera.

Grazie a questi congegni elettorali, lo stesso gruppo oligarchico che designa come capo del Governo il capo del partito di maggioranza, acquisisce la possibilità di controllare contemporaneamente sia il Governo che la Camera dei deputati.

Si realizza così un continuum tra Camera dei deputati e Governo espressione entrambi dello stesso gruppo oligarchico che abolisce di fatto la separazione dei poteri tra legislativo ed esecutivo, e la Camera si trasforma da organo espressione della sovranità popolare che controlla il governo dando e revocando la fiducia, in Camera di ratifica delle iniziative legislative promosse dal Capo del Governo, il quale è allo stesso tempo capo del partito di maggioranza.

Il capo del Governo/capo partito oltre ad avere una supremazia di fatto sulla Camera nei modi accennati, ha anche una supremazia istituzionale in quanto la riforma gli attribuisce il potere di dettare l'agenda dei lavori parlamentari con il meccanismo delle leggi dichiarate dal Governo di urgenza che devono essere approvate entro 70 giorni.

Interessante notare che la stessa corsia preferenziale non è prevista per le leggi di iniziativa parlamentare, così che il governo è in grado di colonizzare ancor di più l'attività legislativa del parlamento.

Alla sostanziale desovranizzazione del popolo, alla disattivazione della separazione tra potere esecutivo e potere legislativo e, quindi, del ruolo di controllo di quest'ultimo sul primo, si somma poi la disattivazione del ruolo delle minoranze che, sempre grazie all'Italicum, sono condannate per tutta la legislatura alla più totale impotenza, avendo a disposizione in totale solo 290 deputati rispetto ai 340 della maggioranza governativa.

E ciò nonostante che nell'attuale panorama politico multipolare, le minoranze siano in realtà la maggioranza reale nel paese, assommando i voti di due terzi dei votanti a fronte del residuo terzo circa, ottenuto dal partito del capo del governo.

Grazie alla lampada di Aladino del combinato disposto della riforma costituzionale e dell'Italicum, un ristretto gruppo oligarchico autoreferenziale in grado di auto cooptarsi prescindendo in buona misura nei modi accennati dai voti di preferenza espressi da una minoranza del paese, pari a circa un terzo dei votanti, che lo porta al potere, è in grado di divenire il gestore oligopolistico delle leve strategiche dello stato, cioè della Camera e del Governo.

Azionando sinergicamente tali leve, il gruppo nell'assenza di ogni valido contro bilanciamento è in grado di esercitare un potere politico-istituzionale di supremazia sugli apparati istituzionali nei quali si articola lo stato: dalla Rai, alle Partecipate pubbliche, agli enti pubblici economici, alle varie Authority, ai vertici delle Forze di Polizia, dei Servizi segreti, e via elencando. Si pongono così le premesse per realizzare uno spoil system generalizzato, finalizzato a garantire l'auto riproduzione del gruppo oligarchico mediante la nomina ai vertici degli apparati che contano solo di persone di provata consonanza politica e fedeltà.

Tramite questi e molti altri sofisticati meccanismi che per ragioni di tempo non posso spiegare, si pongono così a mio parere le premesse per una transizione occulta da un repubblica parlamentare imperniata sulla sovranità popolare, sulla centralità del Parlamento e sulla separazione dei poteri, ad un regime oligarchico nel quale il potere reale si concentra nelle mani di una oligarchia che occupa il cuore nevralgico dello stato.

Per giustificare la sostituzione della Costituzione vigente con una nuova Costituzione, i promotori della riforma si sono appellati ad argomenti che si rivelano non ancorati alla realtà e che, proprio per questo motivo, suscitano, a mio parere, serie perplessità, giacché se le ragioni della riforma dichiarate non sono radicate nella realtà, se ne deve dedurre che vi sono altre ragioni che non si ritiene politicamente pagante esplicitare.

Si sostiene infatti che questa riforma sarebbe finalizzata a tagliare i costi della politica e sarebbe necessaria ed urgente per risolvere i problemi del paese. Quanto all'inconsistenza del primo argomento – cioè lo scopo di tagliare i costi della politica – non ritengo di dovermi soffermare. La Ragioneria dello Stato in una relazione trasmessa al Ministro per le riforme in data 28 ottobre 2014 ha stimato il risparmio di spesa conseguente alla riforma del Senato pari a 57,7 milioni di curo, una cifra ridicola rispetto al bilancio statale, e che potrebbe essere risparmiata in mille altri modi con leggi ordinarie senza alcuna necessità di stravolgere la Costituzione. Per esempio tagliando i costi della corruzione, i costi della evasione fiscale, invece di tagliare la democrazia.

Il secondo argomento dei sostenitori del Sì è – come accennavo – che la riforma è necessaria ed urgente per risolvere i problemi del paese, in quanto il bicameralismo paritario determina un patologico rallentamento del processo legislativo, ed in quanto l'attuale assetto costituzionale impedisce una governabilità del paese agile, flessibile, necessaria per reggere le sfide della globalizzazione.

Se questo è lo scopo dichiarato, non risulta che siano stati indicati dai fautori del Sì i problemi del paese che sarebbero stati causati in passato dalla farraginosità dei meccanismi istituzionali previsti dalla Costituzione vigente e che, invece, troverebbero immediata soluzione con la riforma della Costituzione.

Forse la completa assenza di una politica industriale che perdura da oltre un quarto di secolo e a causa della quale dal 2008 ad oggi sono passati al capitale straniero più di 500 marchi storici di tutti i settori strategici dell'industria nazionale?

Dall'elettronica, alle automobili, alle comunicazioni, agli elettrodomestici, alle ferrovie, all'aerospaziale, all'agroalimentare, alla moda, l'elenco dei marchi passati al capitale straniero dà la sensazione di una silenziosa Caporetto nazionale: Pirelli, Pininfarina, Indesit, Ansaldo Breda, Italcementi; Edison, Buitoni, Parmalat, Fendi, Bulgari, Gucci, Valentino, etc.

Forse la disoccupazione giovanile che raggiunge livelli record in ambito europeo e l'emigrazione all'estero di centinaia di migliaia di giovani laureati che nel nostro paese non hanno alcun futuro?

Forse la gigantesca evasione fiscale (la terza del mondo dopo Messico e Turchia) con un mancato introito per le casse dello stato che mette in ginocchio l'erogazione dei servizi sociali?

Ciascuno può allungare a piacimento la lista dei gravi problemi nei quali versa il paese e che lo stanno avvitando in una spirale di declino che sembra senza fine, e stilare dal suo punto di vista una diversa gerarchia della gravità di tali problemi.

Ma pur nella diversità delle opzioni, un fatto è certo: nessuno di questi problemi è addebitabile al bicameralismo paritario e alla Costituzione del 1948. Una classe dirigente che si è rivelata inadeguata a reggere le sfide della complessità e che si è resa responsabile del declassamento economico e sociale del paese, ora tenta di scaricare le proprie responsabilità sul capro espiatorio di una Costituzione del 1948 che nulla ha da spartire con le cause della crisi economica.

Non basta. Gli uffici studi del Parlamento hanno documentato quanto sia priva di fondamento nella realtà la narrazione dei sostenitori del Sì secondo cui il bicameralismo paritario avrebbe enormemente dilatato i tempi di approvazione delle leggi a causa della navetta tra la Camera dei Deputati ed il Senato, quando una delle due camere apporta modifiche ai progetti di legge approvati dall'altra.

In questa legislatura sono state sino ad oggi approvate 250 leggi di cui ben 200, pari all'80%, senza navetta parlamentare e solo 50 pari al 20% con rinvio da una Camera all'altra, a seguito di modifiche. I tempi medi d'approvazione delle leggi sono i seguenti: ogni legge ordinaria viene approvata in media fra Camera e Senato in 53 giorni; ogni decreto viene convertito in legge dalle due Camere in 46 giorni; e ogni legge finanziaria passa, con la “doppia conforme”, in 88 giorni.

Se una legge si incaglia in parlamento non è per colpa del pur discutibile bicameralismo paritario: ma dei dissensi politici dentro le coalizioni di maggioranza. E' pur vero che vi sono leggi che invece sono state approvate in tempi molto lunghi. Ma se si approfondisce l'analisi si comprende bene che le ragioni di questi tempi lunghi non sono attribuibili al bicameralismo paritario, ma a ben altre ragioni di ordine politico non sempre commendevoli. La legge sulla corruzione, per esempio, ha ottenuto il via libera dal Parlamento dopo ben 1546 giorni.

Dunque, ricapitolando, le ragioni addotte dai sostenitori del Sì per sostenere la necessità di questa riforma non trovano riscontro nella realtà.

Possiamo concludere che non è affatto vero che esiste una crisi di governabilità del paese che è una concausa importante della grave crisi economica nella quale ristagniamo?

Non possiamo affatto sostenerlo.

Anzi dobbiamo ammettere che esiste certamente una reale grave crisi di governabilità che ha causato ed aggrava la crisi. Quel che merita riflessione, dal mio punto di vista, è che si addebita la crisi di governabilità alla Costituzione vigente e si tacciono invece alla pubblica opinione le vere cause strutturali di tale crisi di governabilità, che possono essere ignote al cittadino comune, che possono essere sconosciute ai tanti giuristi in buona fede che non conoscono quale sia il reale funzionamento della macchina del potere oggi, ma che, invece, non possono essere ignote a coloro che hanno ideato questa riforma.

Quali sono dunque le reali cause che ostacolano la governabilità nel nuovo scenario macro politico e macro economico venutosi a creare nella seconda repubblica per fattori nazionali e internazionali verificatisi dalla seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso?

La risposta a questa domanda presuppone che si abbia ben chiaro quali siano gli strumenti indispensabili per governare la politica economica di un paese e che sono essenzialmente tre. La potestà monetaria, cioè il potere di emettere moneta e obbligazioni di Stato. La potestà valutaria, cioè il potere di svalutare la moneta nazionale in modo da fare recuperare margini di competitività all'economia nazionale nei periodi di crisi. La potestà di bilancio, cioè il potere di finanziare il rilancio dell'economia mediante spesa pubblica in deficit, senza attenersi alla regola del pareggio tra entrate ed uscite. In assenza di questa fondamentale cassetta degli attrezzi, non è possibile governare la politica economica di un paese.

L'esempio più evidente si trae dall'esperienza degli strumenti messi in campo dall'amministrazione americana per gestire e superare la crisi sistemica verificatasi dopo l'esplosione della bolla dei mutui subprime.

L'amministrazione statunitense ha contemporaneamente azionato la leva della potestà monetaria autorizzando la Fed ad iniettare ogni mese 80 miliardi di liquidità nell'economia reale, la leva della sovranità valutaria svalutando il dollaro rispetto ad altre monete, la leva infine della potestà di bilancio, finanziando con il deficit di bilancio statale politiche di spesa per il rilancio dell'economia. Solo grazie a tali manovre, l'economia statunitense è uscita dal guado. Veniamo ora al nostro paese. Perché il governo italiano nello stesso periodo non ha azionato le stesse leve felicemente azionate dall'amministrazione statunitense? Forse perché ha commesso un errore di diagnosi? Perché ha ritenuto di dovere seguire un'altra strategia? No, semplicemente perché non ha potuto.

Non ha potuto perché le tre potestà fondamentali per gestire il governo dell’economia del sistema Italia – potestà monetaria, potestà valutaria, potestà di bilancio – non sono più azionabili dal governo italiano essendo state cedute ad organi sovranazionali: la Commissione europea e la Bce, componenti insieme al Fondo monetario internazionale della c.d. Troika, santuario del pensiero unico neoliberista.

In altri termini il governo non ha potuto azionare quelle leve per un deficit di governabilità nazionale determinato non dalla Costituzione del 1948, come sostengono i fautori del Sì, ma dai trattati europei firmati dal 1992 in poi. Il deficit di governabilità così venutosi a determinare è a sua volta il frutto di un grave deficit di democrazia. Infatti le leve fondamentali per governare la politica economica nazionale, non sono state cedute al Parlamento europeo o ad altro organo espressione della sovranità popolare, ma sono state cedute agli organi prima menzionati – la Commissione europea, la Bce (e per certi versi il Fondo monetario internazionale) – privi di legittimazione e rappresentanza democratica, disconnessi dalla sovranità popolare ma fortemente connessi invece ai grandi centri del potere economico e finanziario.

Connessione questa dimostrata in modo inequivocabile dalla biografia di tanti soggetti che in tali organi hanno rivestito e rivestono ruoli decisionali strategici e che provengono dalle strutture apicali delle più grandi banche di affari internazionali, o che a fine del loro mandato vengono assunti da tali banche e da potenti multinazionali come consulenti o top manager.

Non risponde a realtà dunque, come affermano i sostenitori del Sì, che la politica ha perduto il controllo sull’economia a causa dell' inefficienza delle procedure decisionali previste dall’attuale Costituzione che, dunque, sarebbe bene riformare votando Sì al prossimo referendum del 4 dicembre.

La politica, o meglio la democrazia, ha abdicato al suo ruolo, quando ha consegnato gli strumenti della sovranità a ristrette oligarchie arroccate in centri decisionali impermeabili alla volontà popolare, ma fortemente permeabili ai diktat dei mercati, o meglio alle potenze economiche che governano i mercati.

Una esemplificazione concreta e recente dei risultati di questa abdicazione della politica al potere economico e dei modi nei quali oggi viene gestito il potere reale si ricava dall’esame della lettera strettamente riservata che in data 5 agosto 2011, il Presidente della Bce inviò al Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, dettandogli una analitica agenda politica delle riforme che il governo ed il Parlamento italiano dovevano approvare, specificando anche i tempi e gli strumenti legislativi da adottare.

Dalla riforma della legislazione sul lavoro, alla riforma della contrattazione collettiva, alla riforma delle pensioni sino alle privatizzazioni e alla riforma della Costituzione, è una summa del pensiero e delle strategie neoliberiste.

E’ impressionante verificare a posteriori come quell’agenda politica sia stata puntualmente realizzata – dalla riforma Fornero sino al Jobs Act – dai tre governi che si sono susseguiti dal 2011 ad oggi, e da maggioranze parlamentari composte in larga misura da persone nominate da ristretti vertici di partito.

Quel che appare ancor più significativo è che in quella stessa lettera del 5 agosto 2011, il Presidente della Bce sollecitava anche una riforma della seconda parte della Costituzione che è stata realizzata nel 2012 nella indifferenza e nella inconsapevolezza della sua reale portata, della Opinione pubblica e del mondo dei giuristi.

Mi riferisco a quell’art. 81 della Costituzione che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, norma di matrice culturale neoliberista.

Una norma che ha introdotto un vero e proprio cavallo di Troia all’interno della cittadella costituzionale, perché impedisce di finanziare in deficit politiche economiche espansive di tipo keynesiano per superare le fasi di crisi aumentando la spesa pubblica, ed impone quindi come unica soluzione alternativa obbligata il taglio della spesa pubblica ai servizi dello Stato sociale, determinando così l’impoverimento delle masse popolari, la riduzione della loro capacità di spesa, la caduta della domanda aggregata interna e l’avvitamento della spirale recessiva.

La vicenda in parola povere dimostra quanto siano infondate tutte le argomentazioni dei sostenitori del Sì secondo cui la Costituzione va riformata perché quella attuale rallenta l'iter legislativo e impedisce la governabilità.

Tutte le leggi indicate dalla BCE sono state approvate in tempi rapidissimi con un doppio passaggio parlamentare. La Salva-Italia di Monti e Fornero fu approvata in appena 16 giorni.

La legge costituzionale sul pareggio di bilancio obbligatorio fu approvata addirittura in cinque mesi (con quattro votazioni Camera-Senato-Camera-Senato).

La vicenda esposta costituisce una concreta esemplificazione del reale modo di essere del potere oggi e di come oligarchie partitiche insediate al governo e in grado di controllare il parlamento, possano divenire la cinghia di trasmissione della volontà politica di centri decisionali esterni ai luoghi della rappresentanza popolare, attraverso itinerari informali che si sottraggono alla visibilità democratica.

Quella che ho appena esposto non è solo una vicenda del passato ma è una simulazione di come sarà esercitato il potere in futuro se questa riforma costituzionale dovesse essere definitivamente approvata.

Non si tratta di un processo alle intenzioni, non si tratta di dietrologia.

Nella relazione che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale, si legge testualmente che questa riforma risolverà tutti i problemi del paese, rimediando: “l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea e alle relative stringenti regole di bilancio”, “le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale l’elevata conflittualità”.

In altri termini l’abrogazione del diritto dei cittadini di eleggere i senatori e, in buona misura, i deputati, nonché il travaso di potere dal Parlamento al Governo che costituiscono il cuore e il nerbo della riforma, vengono invocati per assicurare la migliore consonanza ai diktat della Commissione europea, della Bce e alle pretese dei mercati.

In nome della esigenza di una totale subordinazione della politica all’economia. Il migliore inequivocabile riscontro che questo sia il reale obiettivo della riforma costituzionale, viene dalla sua sponsorizzazione entusiastica da parte delle più potenti banche d'affari internazionali e delle altre cattedrali della finanza internazionale che in questi ultimi mesi sono scese in campo con tutta la loro forza di pressione per sostenere il fronte del sì, e per intimidire gli indecisi minacciando sfracelli economici se la riforma dovesse essere bocciata dai cittadini il 4 dicembre. E mi pare meritevole di riflessione che queste finalità della riforma benché siano state dichiarate nella relazione che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale, non siano mai state utilizzate per sostenere le ragioni del Sì nel corso di tutta questa campagna referendaria.

Evidentemente i promotori politici della riforma ritengono controproducente proclamare a reti unificate che la riforma costituzionale risolverà tutti i problemi del paese, grazie alla fedele esecuzione delle indicazioni provenienti dalla governance europea.

I Riformatori affermano di essere proiettati nel futuro, ma a me sembra che con questa riforma si rischi di riportare indietro l’orologio della Storia all’epoca del primo Novecento quando prima dell’avvento della Costituzione del 1948, il potere politico era concentrato nelle mani di ristrette oligarchie, le stesse che detenevano il potere economico.

Era il tempo in cui lo Stato non godeva di alcuna considerazione perché era considerato uninstrumentum regni nelle mani dei potenti e la legge, come insegnava Gaetano Salvemini, non godeva di alcun rispetto perché era percepita come la voce del padrone.

Quella triste stagione della storia è stata archiviata grazie alla Costituzione del 1948 che resta, oggi come ieri, l’ultima linea Maginot per la difesa della democrazia e dei diritti. Una Costituzione che nessuno ci ha regalato, che è costata lacrime e sangue, come ci ricorda Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione del 1948, le cui parole pronunciate durante i lavori della Costituente nella seduta del 7 marzo 1947, sono da tenere bene a mente in questo delicato frangente della storia nel quale dovremo decidere sul futuro del paese, e mi sembrano le migliori per concludere il mio intervento: “Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea costituente... credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia: e si immagineranno... che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione Repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri i cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti, che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani [...] Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno: di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini, alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono i nostri morti. Non dobbiamo tradirli”.

* Intervento al Seminario di studi sulla Riforma della Costituzione al Palazzo di Giustizia di Palermo il 22 novembre 2016

da antimafiaduemila.com

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