Recenti inchieste trasmesse dall’emittente pubblica israeliana Kan 11 hanno rivelato una crisi profonda del settore agricolo nazionale. Anche quello che è spesso considerato un ambito forte delle coltivazioni fatte sulle terre strappate ai palestinesi, ovvero gli agrumi, si trova in profonda difficoltà.
All’origine di questa crisi c’è una combinazione di boicottaggi internazionali e il blocco logistico nel Mar Rosso, dovuto al sostegno di Ansar Allah alla resistenza palestinese, nonostante i cosiddetti “Houthi” abbiano stretto un accordo con gli USA da maggio scorso, per fermare gli attacchi alle navi in transito vicino alle loro coste.
Secondo le testimonianze trasmesse da Kan 11, molti ordini e accordi sono stati cancellati, e gli importatori europei trattano sempre più le merci israeliane come ultima risorsa, in assenza di qualsiasi alternativa. Sul lato asiatico, invece, le rotte delle navi-container non toccano più il porto di Eilat, snodo fondamentale dell’economia sionista sul Mar Rosso.
Anzi, lo scorso 12 gennaio vari media israeliani hanno riportato che i suoi moli sono in pratica paralizzati. Stando al giornale Yediot Ahronoth, i ricavi sono passati da 74 milioni di dollari l’anno a quasi zero: un vero e proprio collasso, che ora mette a rischio la tenuta del terminale fondamentale di Tel Aviv sulla sua sponda meridionale.
L’amministratore delegato del porto, Gideon Golber, aveva detto al Times of Israel lo scorso luglio che “la chiusura di un porto strategico in Israele rappresenterebbe un enorme successo internazionale per gli Houthi, che nessuno dei nostri nemici ha mai ottenuto”. Non si tratta, dunque, solo di crisi economica: “l’Asse della Resistenza” ha effettivamente inferto colpi duraturi ai sionisti.
Tornado alle esportazioni di prodotti agricoli, a lasciare pesanti ferite sull’occupazione israeliana è anche il boicottaggio. Il Segretario Generale dell’Organizzazione Israeliana degli Agrumicoltori, Daniel Klusky, ha notato un arresto totale delle richieste da alcune aree del mondo, come ad esempio dalla Scandinavia, dopo l’avvio dell’escalation genocidia nel settembre 2023.
Eppure, almeno una delle testimonianze riportate dall’emittente è quella di un agricoltore che preferisce perdere il raccolto piuttosto che vendere i propri prodotti ai palestinesi. La foga suprematista e razzista sionista arriva a uno sclerotismo tale da condannare persino il proprio stesso settore agricolo.
Ad ogni modo, è lo stesso brand di Israele che sta subendo una trasformazione sulla scena globale. Le informazioni raccolte collegano direttamente il collasso del comparto alle operazioni militari contro i palestinesi. Uno dei pochi mercati principali ancora disposti a trattare con l’agricoltura israeliana è quello russo.
Questa situazione ha portato alla nascita di quella che un giornalista di Kan 11 ha definito “l’alleanza dei boicottati”. Eppure, senza volontà (né necessità) di difendere Mosca, Israele non ha subito sanzioni, ma anzi finanziamenti e sostegno diplomatico. A condannare il sionismo è la sua stessa politica genocida.
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15/09/2025
La Vuelta costretta a fermarsi per la Palestina
Le proteste contro il genocidio in corso nei territori occupati e contro la partecipazione della squadra Israel Premier Tech alla Vuelta, iniziate in Catalunya e via via cresciute d’intensità durante il passaggio della corsa nei Paesi Baschi e in Galizia, sono culminate ieri a Madrid, scenario di una straordinaria mobilitazione popolare.
Per giorni il movimento BDS e la Red Solidaria Contra la Ocupación en Palestina (Rescop) si sono preparati a ricevere la corsa con un’accoglienza degna delle proteste che l’hanno accompagnata praticamente durante tutto il suo percorso.
Il risultato è stato evidente fin dall’inizio della tappa, quando centinaia di persone si sono concentrate in vari punti del circuito cittadino che i ciclisti avrebbero dovuto percorrere più volte prima di tagliare definitivamente il traguardo. Con il passare dei minuti, il numero dei manifestanti è rapidamente cresciuto fino a raggiungere alcune migliaia, mettendo in crisi il pur imponente dispositivo delle forze dell’ordine.
Il Ministero dell’Interno ha schierato sul campo 1.100 uomini della Policia Nacional (con le unità antisommossa), 400 della Guardia Civil e 800 della polizia municipale: nel complesso uno schieramento superiore a quello organizzato in occasione del vertice NATO svoltosi a Madrid nel 2022.
Ciononostante la grande presenza poliziesca non è riuscita a contenere i manifestanti, che in più punti hanno ostruito il percorso con le transenne destinate a contenerli e hanno invaso in massa la strada. Tra gli slogan più ascoltati “esta Vuelta la gana Palestina” e “Israel asesina, Europa patrocina”.
In serata il Delegato del Governo a Madrid ha parlato di 100.000 persone in piazza. L’organizzazione della corsa ha cercato di schivare le proteste cambiando per ben due volte l’itinerario previsto, senza successo. I dirigenti della Vuelta hanno seguito fino all’ultimo minuto la linea di condotta sulla quale si sono attestati a partire dalle prime contestazioni: dichiaratisi non in grado di cacciare la squadra israeliana, si sono adoperati per silenziare la protesta, cercando di ritirare le bandiere palestinesi durante tutte le tappe.
Una misura inedita, definita in un comunicato del gruppo dei Giuristi per la Palestina come contraria alla libertà d’espressione e all’esercizio legittimo della protesta.
Ma né gli stratagemmi dell’organizzazione, né la repressione poliziesca sono riusciti a contenere i manifestanti: quando i ciclisti sono transitati a circa 60 chilometri dall’arrivo, la situazione sul circuito cittadino è sembrata fuori controllo e la tappa è stata cancellata.
Fin qui la cronaca. Resta da spiegare perché durante la mattina Pedro Sánchez si è dichiarato orgoglioso dei manifestanti filopalestinesi, mentre solo poche ore dopo il dispositivo di sicurezza, concordato con il ministro dell’interno, si è dispiegato in piazza all’insegna della pura e semplice repressione.
Intorno alle 18 e per circa un’ora, le forze dell’ordine hanno effettuato numerose cariche, ricorrendo ai lacrimogeni e, secondo quanto riportato dai cronisti di Público, perfino ai proiettili di gomma (quest’ultimi autorizzati dalla cosiddetta legge mordaza, la famigerata legge sull’ordine pubblico approvata nel 2015 dal Partido Popular e mantenuta finora in vigore dal governo del PSOE. In seguito alla pressione dei movimenti e dei partiti alla loro sinistra, i socialisti ne hanno annunciato nello scorso ottobre la deroga, almeno per gli aspetti più controversi, ma per il momento la proposta di legge con le relative modifiche si trova impantanata al Congresso). La polizia ha anche protetto e scortato uno sparuto gruppo sceso in piazza con le bandiere israeliane e spagnole, costretto ad allontanarsi dai manifestanti. Il bilancio della protesta si è chiuso con due arresti.
Per i movimenti solidali con il popolo palestinese si è trattato di una vittoria, sia pur effimera se contestualizzata nella cornice del genocidio. La ministra del Lavoro e leader di Sumar, Yolanda Díaz, ha dichiarato che “la società spagnola non tollera che si normalizzi il genocidio a Gaza nel corso di eventi sportivi o culturali. Israele non può partecipare in nessuno di questi eventi. Tutto il nostro appoggio alle mobilitazioni per il popolo palestinese. La nostra cittadinanza è un esempio di dignità”.
In una dichiarazione rilasciata al Salto Diario, l’avvocata e attivista per la difesa dei diritti umani Patuca Fernández Vicens, ha fatto un bilancio positivo delle proteste: “la presenza della società civile durante tutte queste settimane, gridando in ogni strada, in ogni piazza, in ogni paese contro il genocidio, ci dice che siamo evidentemente di fronte a un movimento inarrestabile, che la società civile è più forte di quello che crediamo, che abbiamo la capacità di condizionare l’agenda politica, di mettere sul tavolo e rendere visibile quello che per molto tempo i governi, le imprese, le istituzioni pubbliche non hanno voluto vedere”.
Rallegrandosi per la sospensione della tappa, Ione Belarra, segretaria generale di Podemos, ha affermato che “oggi la mobilitazione sociale è tornata a fare quello che avrebbe dovuto fare il governo già da tempo”.
Dal canto suo, il movimento BDS è deciso a continuare il boicottaggio e a seguire con speciale attenzione il decreto del governo riguardo l’embargo sulle armi a Israele: la misura, annunciata con enfasi lunedì scorso, per il momento non è stata approvata e non ha dissolto l’amaro scetticismo che da più parti l’ha accolta.
Fonte
Per giorni il movimento BDS e la Red Solidaria Contra la Ocupación en Palestina (Rescop) si sono preparati a ricevere la corsa con un’accoglienza degna delle proteste che l’hanno accompagnata praticamente durante tutto il suo percorso.
Il risultato è stato evidente fin dall’inizio della tappa, quando centinaia di persone si sono concentrate in vari punti del circuito cittadino che i ciclisti avrebbero dovuto percorrere più volte prima di tagliare definitivamente il traguardo. Con il passare dei minuti, il numero dei manifestanti è rapidamente cresciuto fino a raggiungere alcune migliaia, mettendo in crisi il pur imponente dispositivo delle forze dell’ordine.
Il Ministero dell’Interno ha schierato sul campo 1.100 uomini della Policia Nacional (con le unità antisommossa), 400 della Guardia Civil e 800 della polizia municipale: nel complesso uno schieramento superiore a quello organizzato in occasione del vertice NATO svoltosi a Madrid nel 2022.
Ciononostante la grande presenza poliziesca non è riuscita a contenere i manifestanti, che in più punti hanno ostruito il percorso con le transenne destinate a contenerli e hanno invaso in massa la strada. Tra gli slogan più ascoltati “esta Vuelta la gana Palestina” e “Israel asesina, Europa patrocina”.
In serata il Delegato del Governo a Madrid ha parlato di 100.000 persone in piazza. L’organizzazione della corsa ha cercato di schivare le proteste cambiando per ben due volte l’itinerario previsto, senza successo. I dirigenti della Vuelta hanno seguito fino all’ultimo minuto la linea di condotta sulla quale si sono attestati a partire dalle prime contestazioni: dichiaratisi non in grado di cacciare la squadra israeliana, si sono adoperati per silenziare la protesta, cercando di ritirare le bandiere palestinesi durante tutte le tappe.
Una misura inedita, definita in un comunicato del gruppo dei Giuristi per la Palestina come contraria alla libertà d’espressione e all’esercizio legittimo della protesta.
Ma né gli stratagemmi dell’organizzazione, né la repressione poliziesca sono riusciti a contenere i manifestanti: quando i ciclisti sono transitati a circa 60 chilometri dall’arrivo, la situazione sul circuito cittadino è sembrata fuori controllo e la tappa è stata cancellata.
Fin qui la cronaca. Resta da spiegare perché durante la mattina Pedro Sánchez si è dichiarato orgoglioso dei manifestanti filopalestinesi, mentre solo poche ore dopo il dispositivo di sicurezza, concordato con il ministro dell’interno, si è dispiegato in piazza all’insegna della pura e semplice repressione.
Intorno alle 18 e per circa un’ora, le forze dell’ordine hanno effettuato numerose cariche, ricorrendo ai lacrimogeni e, secondo quanto riportato dai cronisti di Público, perfino ai proiettili di gomma (quest’ultimi autorizzati dalla cosiddetta legge mordaza, la famigerata legge sull’ordine pubblico approvata nel 2015 dal Partido Popular e mantenuta finora in vigore dal governo del PSOE. In seguito alla pressione dei movimenti e dei partiti alla loro sinistra, i socialisti ne hanno annunciato nello scorso ottobre la deroga, almeno per gli aspetti più controversi, ma per il momento la proposta di legge con le relative modifiche si trova impantanata al Congresso). La polizia ha anche protetto e scortato uno sparuto gruppo sceso in piazza con le bandiere israeliane e spagnole, costretto ad allontanarsi dai manifestanti. Il bilancio della protesta si è chiuso con due arresti.
Per i movimenti solidali con il popolo palestinese si è trattato di una vittoria, sia pur effimera se contestualizzata nella cornice del genocidio. La ministra del Lavoro e leader di Sumar, Yolanda Díaz, ha dichiarato che “la società spagnola non tollera che si normalizzi il genocidio a Gaza nel corso di eventi sportivi o culturali. Israele non può partecipare in nessuno di questi eventi. Tutto il nostro appoggio alle mobilitazioni per il popolo palestinese. La nostra cittadinanza è un esempio di dignità”.
In una dichiarazione rilasciata al Salto Diario, l’avvocata e attivista per la difesa dei diritti umani Patuca Fernández Vicens, ha fatto un bilancio positivo delle proteste: “la presenza della società civile durante tutte queste settimane, gridando in ogni strada, in ogni piazza, in ogni paese contro il genocidio, ci dice che siamo evidentemente di fronte a un movimento inarrestabile, che la società civile è più forte di quello che crediamo, che abbiamo la capacità di condizionare l’agenda politica, di mettere sul tavolo e rendere visibile quello che per molto tempo i governi, le imprese, le istituzioni pubbliche non hanno voluto vedere”.
Rallegrandosi per la sospensione della tappa, Ione Belarra, segretaria generale di Podemos, ha affermato che “oggi la mobilitazione sociale è tornata a fare quello che avrebbe dovuto fare il governo già da tempo”.
Dal canto suo, il movimento BDS è deciso a continuare il boicottaggio e a seguire con speciale attenzione il decreto del governo riguardo l’embargo sulle armi a Israele: la misura, annunciata con enfasi lunedì scorso, per il momento non è stata approvata e non ha dissolto l’amaro scetticismo che da più parti l’ha accolta.
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30/07/2025
L’impegno dei giornali USA nel sostenere la causa sionista
Traduciamo e riportiamo un articolo apparso su Mondoweiss con la firma collettiva di Writers against the war on Gaza, una sigla sotto la quale si riunisce una lunga lista di scrittori, accademici, artisti, giornalisti e anche associazioni. In esso, vengono esposti i legami di 20 tra dirigenti e giornalisti del New York Times con il mondo sionista.
Si tratta di una denuncia degli interessi materiali che si trovano dietro il silenzio o persino il sostegno al genocidio e all’escalation bellica mediorientale promossi da Israele. Un comportamento che abbiamo visto un po’ ovunque: per l’Italia basta pensare agli scomposti attacchi di Molinari a Francesca Albanese.
Ma oltre Atlantico il livello di connivenza raggiunge vette preoccupanti. Un recente articolo pubblicato da The Cradle fa presente che il Wall Street Journal ha pubblicato l’auto-candidatura di un mercenario al soldo di Tel Aviv, coinvolto in traffici di droga e armi con l’ISIS, a governare Gaza una volta completata la pulizia etnica.
Jeffrey Goldberg, caporedattore di The Atlantic, ha servito nelle IDF, come guardia carceraria durante la prima Intifada. Giusto per citare un altro caso. Poi parlano di informazione libera...
Buona lettura.
*****
Stiamo mettendo in guardia il New York Times. Da quando il genocidio sionista a Gaza è iniziato oltre 20 mesi fa, il “paper of record” (formula per indicare un giornale autorevole, ndr) ha coperto i crimini di guerra israeliani. Abbiamo visto l’entità sionista sganciare bombe da 2.000 libbre sui palestinesi sfollati costretti a sopravvivere nelle tende, massacrare palestinesi affamati nei siti di soccorso, arrestare e torturare palestinesi accusati di aver reagito o di aver somministrato cure, distruggere l’intero sistema sanitario di Gaza, distruggere quasi tutte le sue scuole e università, danneggiare oltre il 90% degli edifici residenziali e impedire l’ingresso di cibo e rifornimenti nella Striscia assediata. Ma i giornalisti del New York Times hanno scelto di ignorare, insabbiare, distorcere o giustificare ciascuno di questi crimini. Come qualsiasi produttore di armi, il New York Times è parte della macchina bellica, producendo, nell’opinione pubblica, l’impunità che consente e sostiene il genocidio in corso da parte di Israele.
Quando occupammo per la prima volta la hall del New York Times nel novembre 2023, denunciammo il rifiuto del giornale di storicizzare l‘Alluvione di Al Aqsa’ (nome dell’operazione di Hamas nell’ottobre 2023, ndr) nel contesto dell’occupazione israeliana della Palestina, durata oltre sette decenni, e la sua scelta di inquadrare il bombardamento militare israeliano di Gaza come una guerra mirata contro Hamas. Chiedemmo al Times di dire la verità. Pubblicammo un nostro giornale, The New York War Crimes, che conteneva i nomi dei martiri palestinesi registrati all’epoca. Ci volle più di un’ora solo per leggere i nomi dei martiri di età inferiore a un anno. Invitammo il nostro pubblico a boicottare il Times; a privarlo del proprio tempo, della propria fiducia e della propria attenzione; e a disdire l’abbonamento alle sue notizie, ai suoi giochi e alle sue ricette.
Non siamo i primi a sottolineare l’impegno del Times nei confronti del sionismo. Il dossier che abbiamo pubblicato questo mese si basa sul lavoro investigativo di testate e organizzazioni, tra cui The Electronic Intifada, Mondoweiss, The Intercept, Fairness and Accuracy in Reporting e di scrittori palestinesi che hanno denunciato per decenni le frodi del “paper of record”. Dal 7 ottobre, tali critiche hanno acquisito un nuovo pubblico e una nuova urgenza. I dati che tracciano le scelte linguistiche in redazione, così come le fughe di notizie sulle direttive editoriali del Times, evidenziano un pregiudizio anti-palestinese. Le correzioni dei titoli del Times sono diventate uno degli strumenti preferiti nei discorsi del movimento di solidarietà con la Palestina – per rivelare il revisionismo, per mettere le cose in chiaro, per dire la verità. Il nostro dossier arricchisce questo corpus di conoscenze: smaschera 20 redattori, dirigenti e giornalisti di alto rango che si occupano della guerra a Gaza e hanno legami con lo Stato sionista, minando ulteriormente il prestigio immeritato del Times.
Natan Odenheimer ha prestato servizio nell’unità commando Maglan delle forze speciali di occupazione israeliane. Ora che è corrispondente da Gerusalemme per il Times, scrive dei suoi ex compagni d’armi e si relaziona con loro. Come possiamo aspettarci che qualcuno scriva correttamente sull’occupazione quando ha indossato l’uniforme dell’occupante per quattro anni? Isabel Kershner è madre di due ex soldati delle IOF e moglie di un altro. Dopo il suo incarico, il marito di Kershner ha diretto il Programma di Strategia dell’Informazione di un think tank israeliano, un dipartimento incaricato di plasmare un’immagine positiva di Israele nei media. Non c’è bisogno di chiedersi come questo rapporto influenzi la sua copertura mediatica: Kershner ha citato il think tank del marito oltre 100 volte da quando ha iniziato a scrivere per il Times nel 2007. Il nostro dossier, che mette a nudo i legami materiali e le alleanze storiche di redattori, dirigenti e scrittori influenti con il sionismo, dimostra chiaramente che il Times è compromesso. L’intera istituzione è sistematicamente organizzata per proteggere Israele dalle responsabilità internazionali.
Il sostegno del Times al sionismo e alla missione coloniale dello Stato colonizzatore nella regione è profondamente radicato nella storia del giornale. AM Rosenthal, a capo della redazione del Times per quasi vent’anni, è stato elogiato al suo funerale per aver dimostrato che era possibile amare Israele “tanto quanto amare il nostro Paese”. Max Frankel, direttore esecutivo del Times per oltre dieci anni, ha ammesso di aver scritto “da una prospettiva filo-israeliana” e ha affermato che ci si aspettava che difendesse Israele “che avesse ragione o torto”.
Il Times ha condannato la nostra ricerca definendola “una campagna vile” sulla stampa, ma si rifiuta di accettare che l’uccisione di oltre 200 giornalisti palestinesi da parte di Israele sia stata un’operazione mirata. Ci rammarichiamo di aver definito il martire Hossam Shabat “collega” di giornalisti d’élite che scrivono la loro propaganda da case rubate nella Gerusalemme occupata. Coloro che prestano servizio nelle IOF, pagati dalla lobby israeliana per diffondere la sua hasbara (propaganda per un’immagine positiva di Israele, ndr), non sono colleghi dei più coraggiosi palestinesi: sono i loro nemici.
La risposta del giornale al nostro dossier impiega la stessa logica contorta presente nella sua copertura: come possono i contenuti della nostra ricerca essere allo stesso tempo “di dominio pubblico” e “inesatti”? Sappiamo perché il Times è rimasto in silenzio sull’uccisione di operatori dei media: i giornalisti palestinesi rivelano la stessa verità che il giornale cerca di oscurare. Vengono costantemente accusati di essere di parte e incapaci di riferire in modo obiettivo perché palestinesi. La loro identità è l’accusa definitiva. Sul Times, l’equità sfugge per i palestinesi e la loro lotta per vivere liberi è illegale, ingiusta e degna di condanna.
“Il New York Times non riconosce la Palestina”, disse una volta un redattore del Times all’intellettuale palestinese Ibrahim Abu-Lughod. Abu-Lughod rispose: “Beh, nemmeno la Palestina riconosce il New York Times”. Il suo rifiuto di riconoscere il Times 37 anni fa è un invito a minarne il prestigio. Tutti dovrebbero ascoltare il suo appello e boicottare, disinvestire e disiscriversi dal “paper of record”.
Per immaginare una Palestina libera nel corso della nostra vita, è utile immaginare un mondo senza il New York Times.
Fonte
30/06/2025
«Mamdani è una ribellione: basta sostegno Usa a Israele»
La natura coloniale del progetto sionista, il rapporto tra Israele e Stati Uniti, le mobilitazioni globali e le voci dei palestinesi: il nuovo libro di Chris Hedges, storico corrispondente del New York Times in Medio Oriente e premio Pulitzer, è un viaggio nel passato e nel presente. “Un genocidio annunciato. Storie di sopravvivenza e resistenza nella Palestina occupata” è uscito due settimane fa per Fazi (18 euro, 240 pagine).
Lo abbiamo raggiunto a New York.
Quanto accede da 20 mesi non è una sorpresa e lei ne ricostruisce le ragioni: il colonialismo d’insediamento è il cuore della questione palestinese. Perché, dopo 77 anni, si fatica ancora a chiamarlo così?
A causa della propaganda senza sosta e degli attacchi subiti da chi descrive Israele come andrebbe descritto, un progetto di colonialismo d’insediamento e uno stato di apartheid. Si viene censurati, si rischia di perdere il posto di lavoro. Le persone pagano un prezzo alto se tentano di descrivere la realtà della Palestina storica.
Io stesso sono un target: sono stato bandito dai campus, le mie iniziative sono cancellate, sono soggetto da decenni a campagne mediatiche per quello che scrivo. È una macchina ben oliata.
Nel libro spiega il ruolo che Israele gioca nelle dinamiche di potere interne agli Stati Uniti. Esiste una percezione di tale influenza tra le persone?
Da quando il genocidio è iniziato, sempre più persone sono consapevoli del potere della lobby israeliana e del fatto che il sistema politico Usa sia definito da una corruzione legalizzata. Hanno molti soldi e li investono sia per far eleggere persone sia per distruggere i concorrenti. E così arriviamo a vedere Netanyahu, un criminale di guerra su cui pesa un mandato d’arresto, ricevere una standing ovation al Congresso.
Anche per questo le primarie Dem a New York sono interessanti: la vittoria di Zohran Mamdani è una ribellione vera, è la prova che le persone sono stanche di questo sistema di potere. I giovani ebrei si sono allontanati da Israele, sono una parte importante delle mobilitazioni nei campus. A Israele restano i cristiani fascisti. Dopo 20 mesi di genocidio la sua immagine è irrevocabilmente danneggiata.
Lei però sostiene che gli interessi strategici di Stati Uniti e Israele non coincidono.
La lobby israeliana è costruita sull’alleanza con i neoconservatori, soggetti che credono che al di fuori del perimetro Usa esistano barbari che comprendono solo il linguaggio della forza. Coprivo l’Iraq negli anni di Saddam Hussein: era brutale ma odiava al-Qaeda e non aveva a che fare con l’11 settembre. Ma Israele voleva distruggere quel paese, sostenitore di lungo corso dei palestinesi, e ci è riuscito.
Lo stesso vale per l’Iran e, prima, per Assad in Siria. Dico che gli interessi Usa però non coincidono, anzi che Israele ha provocato molti danni agli Stati Uniti, perché i fiaschi militari pesantemente incoraggiati da Israele hanno accelerato il declino dell’impero americano.
Mobilitazioni nei campus e nelle piazze, campagna Bds... possono essere davvero efficaci a fronte del sostegno morale, politico e logistico che i governi occidentali garantiscono a Israele?
La campagna Bds può non aver ottenuto ancora tantissimo sul fronte dei disinvestimenti, ma ha educato un’intera generazione sul colonialismo d’insediamento israeliano e sugli effetti sui palestinesi. Guardiamo al boicottaggio del Sudafrica dell’apartheid: questo tipo di azioni richiedono un enorme lasso di tempo, ma funzionano. È per questo che il governo israeliano ne è così spaventato.
Lei scrive che se Israele riuscirà nell’intento di distruggere Gaza, segnerà anche la propria fine: i palestinesi diverranno il sinonimo di Israele, come i turchi lo sono degli armeni e i tedeschi di namibiani e di ebrei.
Israele è diventato uno stato paria. Data l’aggressività in Medio Oriente, senza il sostegno statunitense, sarebbe impossibile per Israele sostenersi anche nel breve periodo. Sta perdendo amici nel mondo e diverrà sempre più vulnerabile, anche a causa delle fratture interne.
Succede a tutti gli imperi: i meccanismi usati per il controllo esterno, i centri di interrogatorio, la polizia militarizzata, le torture, tutte queste forme di controllo brutale tornano indietro, in patria. Sta già accadendo negli Stati Uniti. Israele è divenuto un paese dispotico, teocratico e corrotto e sta subendo una fuga di cervelli, centinaia di migliaia di israeliani laici e istruiti se ne sono andati. La vittoria di Israele è una vittoria di Pirro.
Fonte
Lo abbiamo raggiunto a New York.
Quanto accede da 20 mesi non è una sorpresa e lei ne ricostruisce le ragioni: il colonialismo d’insediamento è il cuore della questione palestinese. Perché, dopo 77 anni, si fatica ancora a chiamarlo così?
A causa della propaganda senza sosta e degli attacchi subiti da chi descrive Israele come andrebbe descritto, un progetto di colonialismo d’insediamento e uno stato di apartheid. Si viene censurati, si rischia di perdere il posto di lavoro. Le persone pagano un prezzo alto se tentano di descrivere la realtà della Palestina storica.
Io stesso sono un target: sono stato bandito dai campus, le mie iniziative sono cancellate, sono soggetto da decenni a campagne mediatiche per quello che scrivo. È una macchina ben oliata.
Nel libro spiega il ruolo che Israele gioca nelle dinamiche di potere interne agli Stati Uniti. Esiste una percezione di tale influenza tra le persone?
Da quando il genocidio è iniziato, sempre più persone sono consapevoli del potere della lobby israeliana e del fatto che il sistema politico Usa sia definito da una corruzione legalizzata. Hanno molti soldi e li investono sia per far eleggere persone sia per distruggere i concorrenti. E così arriviamo a vedere Netanyahu, un criminale di guerra su cui pesa un mandato d’arresto, ricevere una standing ovation al Congresso.
Anche per questo le primarie Dem a New York sono interessanti: la vittoria di Zohran Mamdani è una ribellione vera, è la prova che le persone sono stanche di questo sistema di potere. I giovani ebrei si sono allontanati da Israele, sono una parte importante delle mobilitazioni nei campus. A Israele restano i cristiani fascisti. Dopo 20 mesi di genocidio la sua immagine è irrevocabilmente danneggiata.
Lei però sostiene che gli interessi strategici di Stati Uniti e Israele non coincidono.
La lobby israeliana è costruita sull’alleanza con i neoconservatori, soggetti che credono che al di fuori del perimetro Usa esistano barbari che comprendono solo il linguaggio della forza. Coprivo l’Iraq negli anni di Saddam Hussein: era brutale ma odiava al-Qaeda e non aveva a che fare con l’11 settembre. Ma Israele voleva distruggere quel paese, sostenitore di lungo corso dei palestinesi, e ci è riuscito.
Lo stesso vale per l’Iran e, prima, per Assad in Siria. Dico che gli interessi Usa però non coincidono, anzi che Israele ha provocato molti danni agli Stati Uniti, perché i fiaschi militari pesantemente incoraggiati da Israele hanno accelerato il declino dell’impero americano.
Mobilitazioni nei campus e nelle piazze, campagna Bds... possono essere davvero efficaci a fronte del sostegno morale, politico e logistico che i governi occidentali garantiscono a Israele?
La campagna Bds può non aver ottenuto ancora tantissimo sul fronte dei disinvestimenti, ma ha educato un’intera generazione sul colonialismo d’insediamento israeliano e sugli effetti sui palestinesi. Guardiamo al boicottaggio del Sudafrica dell’apartheid: questo tipo di azioni richiedono un enorme lasso di tempo, ma funzionano. È per questo che il governo israeliano ne è così spaventato.
Lei scrive che se Israele riuscirà nell’intento di distruggere Gaza, segnerà anche la propria fine: i palestinesi diverranno il sinonimo di Israele, come i turchi lo sono degli armeni e i tedeschi di namibiani e di ebrei.
Israele è diventato uno stato paria. Data l’aggressività in Medio Oriente, senza il sostegno statunitense, sarebbe impossibile per Israele sostenersi anche nel breve periodo. Sta perdendo amici nel mondo e diverrà sempre più vulnerabile, anche a causa delle fratture interne.
Succede a tutti gli imperi: i meccanismi usati per il controllo esterno, i centri di interrogatorio, la polizia militarizzata, le torture, tutte queste forme di controllo brutale tornano indietro, in patria. Sta già accadendo negli Stati Uniti. Israele è divenuto un paese dispotico, teocratico e corrotto e sta subendo una fuga di cervelli, centinaia di migliaia di israeliani laici e istruiti se ne sono andati. La vittoria di Israele è una vittoria di Pirro.
Fonte
15/02/2025
La propaganda israeliana e il festival di Sanremo
Quella che è andata in scena durante il festival di Sanremo in euro visione è una vera e propria falsificazione della realtà, per di più con la scusa della “pace”.
Durante la prima serata del festival, Noa e Mira Awad, entrambre cantanti israeliane (quest’ultima di etnia palestinese), hanno duettato interpretando Imagine di John Lennon.
È una scelta “obbligata” per la RAI, alla luce dell’escalation provocata da Israele in tutto il Medio Oriente e soprattutto del precedente dell’anno scorso, in cui Ghali, in maniera totalmente inaspettata per i vertici politici e televisivi, ha condannato in diretta il Genocidio contro il popolo palestinese, venendo successivamente osteggiato e censurato in ogni modo.
Naturalmente, essendo insostenibile una reale condanna verso Israele, la dirigenza RAI ha optato per una mistificazione della realtà omettendo di dire che entrambe le concorrenti hanno più volte rappresentato il proprio paese (che si fonda sulla Nakba e dunque sullo sfollamento dei palestinesi dalle proprie terre natie), in particolare Mira Awad che sebbene sia di origine arabo-palestinese ha rappresentato Israele all’Eurovision del 2009.
Il tentativo è quello non solo di equiparare vittima e carnefice ma anche quello di portare il dibattito verso una retorica che prova ad edulcorare un fatto molto semplice e che è stato esplicitato limpidamente da Trump e Netanyahu: Israele da sempre si fonda sulla negazione del riconoscimento di uno stato e persino del popolo palestinese.
Contrastare oggi il sionismo e la guerra generalizzata che sta tentando di portare avanti Israele significa anche smontare una falsa retorica che il nostro governo e le nostre TV contribuiscono a propagandare, combattendola dalle piazze ai luoghi della cultura, retorica che ha infettato anche la manifestazione canora più importante d’Europa facendo leva su un sentimento di Pace che chiunque di noi vorrebbe, ma non c’è Pace sotto occupazione.
Come abbiamo ribadito con un post precedente, proietteremo la finale del festival con in mente le parole di Ghali e Ricciolino per costruire insieme un momento di socialità e soprattutto per discutere e fischiare tutti insieme le eventuali altre menzogne che andranno in scena.
Ma la realtà trova sempre il modo per bucare la bolla della menzogna. Il maestro Fabio Barnaba, chiamato a dirigere l’orchestra per una delle cover nella serata di ieri, ha indossato una maglietta con la scritta Bds – acronimo della campagna internazionale di boicottaggio contro Israele – “sconvolgendo” i sionisti e i loro complici.
Fonte
Durante la prima serata del festival, Noa e Mira Awad, entrambre cantanti israeliane (quest’ultima di etnia palestinese), hanno duettato interpretando Imagine di John Lennon.
È una scelta “obbligata” per la RAI, alla luce dell’escalation provocata da Israele in tutto il Medio Oriente e soprattutto del precedente dell’anno scorso, in cui Ghali, in maniera totalmente inaspettata per i vertici politici e televisivi, ha condannato in diretta il Genocidio contro il popolo palestinese, venendo successivamente osteggiato e censurato in ogni modo.
Naturalmente, essendo insostenibile una reale condanna verso Israele, la dirigenza RAI ha optato per una mistificazione della realtà omettendo di dire che entrambe le concorrenti hanno più volte rappresentato il proprio paese (che si fonda sulla Nakba e dunque sullo sfollamento dei palestinesi dalle proprie terre natie), in particolare Mira Awad che sebbene sia di origine arabo-palestinese ha rappresentato Israele all’Eurovision del 2009.
Il tentativo è quello non solo di equiparare vittima e carnefice ma anche quello di portare il dibattito verso una retorica che prova ad edulcorare un fatto molto semplice e che è stato esplicitato limpidamente da Trump e Netanyahu: Israele da sempre si fonda sulla negazione del riconoscimento di uno stato e persino del popolo palestinese.
Contrastare oggi il sionismo e la guerra generalizzata che sta tentando di portare avanti Israele significa anche smontare una falsa retorica che il nostro governo e le nostre TV contribuiscono a propagandare, combattendola dalle piazze ai luoghi della cultura, retorica che ha infettato anche la manifestazione canora più importante d’Europa facendo leva su un sentimento di Pace che chiunque di noi vorrebbe, ma non c’è Pace sotto occupazione.
Come abbiamo ribadito con un post precedente, proietteremo la finale del festival con in mente le parole di Ghali e Ricciolino per costruire insieme un momento di socialità e soprattutto per discutere e fischiare tutti insieme le eventuali altre menzogne che andranno in scena.
Ma la realtà trova sempre il modo per bucare la bolla della menzogna. Il maestro Fabio Barnaba, chiamato a dirigere l’orchestra per una delle cover nella serata di ieri, ha indossato una maglietta con la scritta Bds – acronimo della campagna internazionale di boicottaggio contro Israele – “sconvolgendo” i sionisti e i loro complici.
Fonte
01/11/2024
La MV Kathrin arriva in Egitto: dove sono gli esplosivi israeliani nella stiva?
A fine agosto avevamo riportato la notizia del rifiuto, da parte della Namibia, di accordare i permessi di attracco al porto di Walvis Bay richiesti dalla MV Kathrin, una nave partita dal Vietnam.
Diverse organizzazioni per i diritti umani avevano sollevati dubbi sul carico dell’imbarcazione, che sembrava annoverare anche armamenti diretti a Tel Aviv: 150 tonnellate di RDX, un composto utilizzato negli esplosivi.
Yvonne Dausab, ministra della Giustizia namibiana, aveva affermato che il divieto derivava dall’obbligo dato dalle norme internazionali di non essere partecipi di un genocidio e di crimini di guerra.
Da allora è continuata una vera e propria campagna di monitoraggio dei movimenti della Kathrin, che ha portato a una serie di divieti di attracco anche da parte di altri porti.
La nave ha quindi dovuto vagare più a lungo del previsto, avvicinandosi lentamente verso il Medio Oriente, passando per il Mediterraneo. Sembra che l’imbarcazione sia stata avvistata a Porto Romano, in Albania, per poi scomparire di nuovo.
Il 28 ottobre la Kathrin è ricomparsa ad Alessandria d’Egitto, dove ha posto gli ormeggi presso la zona con funzioni militari. Lì ha scaricato il suo carico, ma non si sa nulla degli esplosivi diretti a Israele.
Sul sito del porto della città egiziana si legge che responsabile dello scarico delle merci militari è stato l’Egyptian Maritime Consultant Office (EMCO).
Lo stesso giorno, la società di servizi portuali ha gestito la partenza di un’altra nave, questa volta diretta ad Ashdod, uno dei principali porti dello stato sionista.
Vari soggetti e movimenti, e in particolare la campagna globale Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele, hanno chiesto alle autorità egiziane di indagare sul ruolo che potrebbe aver assunto l’EMCO nel trasferimento dei materiali bellici.
Non solo un’azione del genere contrasta con le dichiarazioni ufficiali dei vertici del Cairo, ma può essere inquadrata come complicità nel genocidio dei palestinesi, seguendo il diritto internazionale.
Fonte
Diverse organizzazioni per i diritti umani avevano sollevati dubbi sul carico dell’imbarcazione, che sembrava annoverare anche armamenti diretti a Tel Aviv: 150 tonnellate di RDX, un composto utilizzato negli esplosivi.
Yvonne Dausab, ministra della Giustizia namibiana, aveva affermato che il divieto derivava dall’obbligo dato dalle norme internazionali di non essere partecipi di un genocidio e di crimini di guerra.
Da allora è continuata una vera e propria campagna di monitoraggio dei movimenti della Kathrin, che ha portato a una serie di divieti di attracco anche da parte di altri porti.
La nave ha quindi dovuto vagare più a lungo del previsto, avvicinandosi lentamente verso il Medio Oriente, passando per il Mediterraneo. Sembra che l’imbarcazione sia stata avvistata a Porto Romano, in Albania, per poi scomparire di nuovo.
Il 28 ottobre la Kathrin è ricomparsa ad Alessandria d’Egitto, dove ha posto gli ormeggi presso la zona con funzioni militari. Lì ha scaricato il suo carico, ma non si sa nulla degli esplosivi diretti a Israele.
Sul sito del porto della città egiziana si legge che responsabile dello scarico delle merci militari è stato l’Egyptian Maritime Consultant Office (EMCO).
Lo stesso giorno, la società di servizi portuali ha gestito la partenza di un’altra nave, questa volta diretta ad Ashdod, uno dei principali porti dello stato sionista.
Vari soggetti e movimenti, e in particolare la campagna globale Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele, hanno chiesto alle autorità egiziane di indagare sul ruolo che potrebbe aver assunto l’EMCO nel trasferimento dei materiali bellici.
Non solo un’azione del genere contrasta con le dichiarazioni ufficiali dei vertici del Cairo, ma può essere inquadrata come complicità nel genocidio dei palestinesi, seguendo il diritto internazionale.
Fonte
13/08/2024
Per fermare il genocidio secolare in Palestina, è necessario sradicare la fonte della violenza
Quella fonte è il sionismo, che è l’ideologia e la prassi dello stato coloniale israeliano, non la lotta esistenziale del popolo palestinese colonizzato.
«Quando ci ribelliamo non è a causa di una cultura specifica. Ci ribelliamo semplicemente perché, per tanti motivi, non riusciamo più a respirare »
Franz Fanon.
Franz Fanon.
Era dai tempi della Nakba del 1948, e forse prima, che la Palestina non aveva visto livelli di violenza così elevati come quelli sperimentati dal 7 ottobre 2023. Ma è necessario affrontare il modo in cui questa violenza viene situata, trattata e giudicata.
In effetti, i media mainstream spesso descrivono la violenza palestinese come terrorismo, mentre descrivono la violenza del regime israeliano come autodifesa. La violenza israeliana è raramente descritta come eccessiva. Nel frattempo, le istituzioni giuridiche internazionali considerano entrambe le parti ugualmente responsabili di queste violenze, che classificano come crimini di guerra.
Entrambe le prospettive sono sbagliate. La prima prospettiva distingue erroneamente tra la violenza “immorale” e “ingiustificata” dei palestinesi e il “diritto a difendersi” di Israele.
La seconda prospettiva, che attribuisce la colpa a entrambe le parti, fornisce un quadro errato e in definitiva dannoso per comprendere la situazione attuale, probabilmente il capitolo più violento della storia palestinese moderna.
E tutte queste prospettive non riescono a cogliere il contesto cruciale necessario per comprendere la violenza scoppiata il 7 ottobre.
Non si tratta semplicemente di un conflitto tra due soggetti violenti, né di uno scontro tra un’organizzazione terroristica e uno Stato che si difende. Piuttosto, rappresenta un capitolo nella decolonizzazione in corso della Palestina storica, iniziata nel 1929 e che continua ancora oggi. Solo in futuro sapremo se il 7 ottobre ha segnato una fase iniziale di questo processo di decolonizzazione oppure una delle sue fasi finali.
Nel corso della storia, la decolonizzazione è stata un processo violento e la violenza della decolonizzazione non è stata limitata a un lato. A parte alcune eccezioni in cui isole colonizzate molto piccole sono state “volontariamente” sfrattate dagli imperi coloniali, la decolonizzazione non è stato un piacevole affare consensuale in cui i colonizzatori hanno posto fine a decenni, se non secoli, di oppressione.
Ma affinché questo sia il nostro punto di partenza per discutere di Hamas, di Israele e delle varie posizioni tenute nei loro confronti nel mondo, dobbiamo riconoscere la natura colonialista del sionismo e, quindi, riconoscere la resistenza palestinese come una lotta anticoloniale, un quadro totalmente negato dalle amministrazioni americane e da altri paesi occidentali fin dalla nascita del sionismo.
Inquadrare il conflitto come una lotta tra colonizzatori e colonizzati aiuta a individuare l’origine della violenza e dimostra che non esiste un modo efficace per fermarla senza affrontarne le origini. La radice della violenza in Palestina è l’evoluzione del sionismo alla fine del XIX secolo in un progetto coloniale di insediamento.
Come i precedenti progetti coloniali, il principale impulso violento del movimento – e successivamente dello Stato che venne istituito – era ed è quello di eliminare la popolazione nativa. Quando l’eliminazione non si ottiene attraverso la violenza, la soluzione è sempre quella di usare una violenza ancora più straordinaria.
Pertanto, l’unico scenario in cui un progetto coloniale di insediamento pone fine al trattamento violento della popolazione indigena è quando finisce o crolla. La sua incapacità di raggiungere l’eliminazione assoluta della popolazione nativa non gli impedirà di tentare costantemente di farlo attraverso una politica sempre crescente di eliminazione o di genocidio.
L’impulso, o propensione anticoloniale, a usare la violenza è esistenziale, a meno che non crediamo che gli esseri umani preferiscano vivere come occupati o colonizzati.
I colonizzatori hanno la possibilità di non colonizzare ed eliminare, ma raramente smettono di farlo senza esserne costretti dalla violenza dei colonizzati o dalla pressione esterna di potenze straniere.
Infatti, come nel caso di Israele e Palestina, il modo migliore per evitare la violenza e la controviolenza è forzare la fine del progetto coloniale dei coloni attraverso pressioni esterne.
Vale la pena ricordare il contesto storico per dare credito alla nostra affermazione secondo cui la violenza di Israele deve essere giudicata diversamente – in termini morali e politici – da quella dei palestinesi.
Ciò, tuttavia, non significa che la condanna per violazione del diritto internazionale possa essere diretta solo contro il colonizzatore; ovviamente no. È un’analisi della storia della violenza nella Palestina storica che contestualizza gli eventi del 7 ottobre e il genocidio di Gaza e indica una via per porvi fine.
La storia della violenza nella Palestina moderna: 1882-2000
L’arrivo del primo gruppo di coloni sionisti in Palestina nel 1882 non fu di per sé il primo atto di violenza. La violenza dei coloni era epistemica, nel senso che lo sgombero violento dei palestinesi da parte dei coloni era già stato programmato, immaginato e desiderato prima del loro arrivo in Palestina, sfatando il famigerato mito della “terra senza popolo”.
Per trasformare in realtà il trasferimento immaginato, il movimento sionista dovette attendere l’occupazione della Palestina da parte della Gran Bretagna nel 1918.
Pochi anni dopo, a metà degli anni ’20, con l’aiuto del governo del Mandato britannico, undici villaggi furono sottoposti a pulizia etnica in seguito all’acquisto delle regioni di Marj Ibn Amer e Wadi Hawareth da parte del movimento sionista da proprietari terrieri assenti a Beirut e da un proprietario terriero da Jaffa.
Questo non era mai successo prima in Palestina. I proprietari terrieri, chiunque fossero, non sfrattavano i villaggi che erano lì da secoli da quando la legge ottomana consentiva le transazioni fondiarie.
Questa fu l’origine e il primo atto di violenza sistemica nel tentativo di espropriare i palestinesi.
Un’altra forma di violenza è stata la strategia del “lavoro ebraico” volta a cacciare i palestinesi dal mercato del lavoro. Questa strategia, insieme alla pulizia etnica, impoverirono le campagne palestinesi e portarono all’emigrazione forzata verso città che non potevano fornire lavoro o alloggi adeguati.
Solo nel 1929, quando a queste azioni violente si aggiunse la proposta di costruire un terzo tempio al posto di Haram al-Sharif, i palestinesi risposero per la prima volta con la violenza.
Non fu una risposta coordinata, ma piuttosto spontanea e disperata contro gli amari frutti della colonizzazione sionista della Palestina.
Sette anni dopo, quando la Gran Bretagna permise l’arrivo di più coloni e sostenne la formazione di un nascente stato sionista con un proprio esercito, i palestinesi lanciarono una campagna più organizzata.
Fu la prima rivolta, durata tre anni (1936-1939), conosciuta come Rivolta Araba. Durante questo periodo l’élite palestinese finalmente riconobbe che il sionismo rappresentava una minaccia esistenziale per la Palestina e il suo popolo.
Il principale gruppo paramilitare sionista che collaborò con l’esercito britannico per sedare la rivolta era conosciuto come Haganah, che significa “La Difesa”, e da qui la narrazione israeliana che descrive qualsiasi atto di aggressione contro i palestinesi come autodifesa; un concetto che si riflette nel nome dell’esercito israeliano: Israel Defense Forces.
Dal periodo del mandato britannico fino ad oggi questa potenza militare è stata utilizzata per impadronirsi di terre e mercati. Fu schierata come forza di “difesa” contro gli attacchi del movimento anticoloniale e, come tale, non era diverso da qualsiasi altro colonizzatore del XIX e XX secolo.
La differenza è che nella maggior parte dei casi della storia moderna in cui il colonialismo è giunto al termine, le azioni dei colonizzatori sono ora viste retrospettivamente come atti di aggressione piuttosto che di autodifesa.
Il grande successo sionista è stato quello di vendere la propria aggressione come autodifesa e la lotta armata palestinese come terrorismo. Il governo britannico, almeno fino al 1948, considerò entrambi gli atti di violenza come terrorismo, ma permise che le peggiori violenze avessero luogo contro i palestinesi nel 1948, quando si assistette alla prima fase della pulizia etnica dei palestinesi.
Tra il dicembre 1947 e il maggio 1948, quando la Gran Bretagna era ancora responsabile della legge e dell’ordine, le forze sioniste urbicidarono, cioè rasero al suolo, le principali città della Palestina e i paesi circostanti. Questo era più che terrore; è stato un crimine contro l’umanità.
Dopo aver completato la seconda fase della pulizia etnica tra maggio e dicembre 1948, attraverso i mezzi più violenti che la Palestina abbia mai visto negli ultimi secoli, metà della popolazione palestinese fu espulsa con la forza, metà dei suoi villaggi furono distrutti, così come la maggior parte delle sue città.
Gli storici israeliani avrebbero poi affermato che “gli arabi” volevano gettare gli ebrei in mare. Gli unici che furono letteralmente gettati in mare – e annegati – furono quelli espulsi dalle forze sioniste a Yaffa e Haifa.
La violenza israeliana continuò dopo il 1948, ma venne contestata sporadicamente dai palestinesi nel tentativo di costruire un movimento di liberazione.
Tutto è iniziato con i rifugiati che cercavano di recuperare ciò che restava dei loro raccolti nei campi, poi accompagnati dai fedayn che hanno attaccato installazioni militari e siti civili. Non divenne un’impresa significativa fino al 1968, quando il movimento Fatah sostituì l’OLP alla Lega Araba.
Il modello pre-1967 è familiare: i diseredati usavano la violenza nella loro lotta, ma su scala limitata, mentre l’esercito israeliano contrattaccava con una violenza schiacciante e indiscriminata, come nel massacro del villaggio di Qibya nell’ottobre 1953, dove l’unità 101 di Ariel Sharon uccise 69 abitanti dei villaggi palestinesi, molti dei quali furono fatti saltare in aria nelle loro stesse case.
Nessun gruppo di palestinesi è stato risparmiato dalla violenza israeliana. Coloro che divennero cittadini israeliani furono soggetti, fino al 1966, alla forma di oppressione più violenta: il governo militare. Questo sistema impiegava abitualmente la violenza contro i suoi sudditi, inclusi abusi, demolizioni di case, arresti arbitrari, esili e omicidi. Tra queste atrocità vi fu il massacro di Kafr Qassem dell’ottobre 1956, in cui 49 abitanti palestinesi furono assassinati dalla polizia di frontiera israeliana.
Questo stesso sistema violento è stato applicato alla Cisgiordania occupata e alla Striscia di Gaza dopo la guerra del giugno 1967. Per 19 anni la violenza dell’occupazione è stata tollerata dagli occupati fino alla Prima Intifada, in gran parte non violenta, scoppiata nel dicembre 1987. Israele ha risposto con brutalità e violenza, provocando la morte di 1.200 palestinesi, di cui 300 bambini, 120.000 feriti e la demolizione di 1.800 case. 180 israeliani morirono.
Lo schema continuò così: un popolo occupato, disilluso dalla propria leadership e dall’indifferenza della regione e del mondo, insorse in una rivolta nonviolenta, solo per scontrarsi con tutta la forza brutale del colonizzatore e occupante.
Si osserva anche un altro modello. L’Intifada ha suscitato un rinnovato interesse in Palestina – così come l’attentato di Hamas del 7 ottobre – e ha dato origine ad un “processo di pace”, gli Accordi di Oslo, che hanno alimentato la speranza di porre fine all’occupazione e che, invece, hanno garantito l’immunità all’occupante di continuare la sua occupazione.
La frustrazione portò inevitabilmente a una rivolta più violenta nell’ottobre del 2000. Inoltre, spostò il sostegno popolare dai leader che continuavano a fare affidamento sui mezzi diplomatici per porre fine all’occupazione a coloro che erano disposti a continuare la lotta armata contro di essa: i gruppi politici islamici.
Violenza nella Palestina del 21° secolo
Hamas e la Jihad islamica godono di grande sostegno per la loro scelta di continuare a combattere l’occupazione, non per la loro visione teocratica di un futuro Califfato o per il loro particolare desiderio di rendere lo spazio pubblico più religioso.
L’orribile pendolo continuava. La Seconda Intifada fu accolta con una risposta israeliana più brutale.
Per la prima volta, Israele ha utilizzato bombardieri F-16 ed elicotteri Apache contro i civili, insieme a battaglioni di carri armati e di artiglieria, fino al massacro di Jenin del 2002.
La brutalità è stata diretta dall’alto per compensare l’umiliante ritiro dal sud del Libano a cui Hezbollah ha costretto l’esercito israeliano nell’estate del 2000: la Seconda Intifada era scoppiata nell’ottobre del 2000.
La violenza diretta contro la popolazione occupata dopo il 2000 ha preso anche la forma di un’intensa colonizzazione e giudaizzazione della Cisgiordania e dell’area della Grande Gerusalemme. Questa campagna ha portato all’esproprio della terra palestinese, ha circondato le aree palestinesi con muri dell’apartheid e ha dato carta bianca ai coloni per effettuare attacchi contro i palestinesi nei territori occupati e a Gerusalemme Est.
Nel 2005, la società civile palestinese ha tentato di offrire al mondo un altro tipo di lotta attraverso il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), una lotta non violenta basata su un appello alla comunità internazionale a porre fine alla violenza colonialista israeliana.
Al contrario, la brutalità israeliana sul terreno è aumentata e la resistenza di Gaza, in particolare, si è difesa strenuamente al punto da costringere Israele a sfrattare da lì i suoi coloni e soldati nel 2005.
Tuttavia, il ritiro non ha liberato la Striscia di Gaza, che da spazio colonizzato è diventata un campo di sterminio in cui Israele ha introdotto una nuova forma di violenza.
Il potere colonizzatore è passato dalla pulizia etnica al genocidio nel tentativo di affrontare il rifiuto palestinese, in particolare nella Striscia di Gaza, di vivere come un popolo colonizzato nel 21° secolo.
Dal 2006, Hamas e la Jihad islamica sono ricorsi alla violenza in risposta a quello che vedono come il continuo genocidio di Israele contro la popolazione della Striscia di Gaza. Questa violenza è stata diretta anche contro la popolazione civile israeliana.
I politici e i giornalisti occidentali spesso trascurano gli effetti catastrofici indiretti e a lungo termine di queste politiche sulla popolazione di Gaza, come la distruzione delle infrastrutture sanitarie e il trauma subito dai 2,2 milioni di persone che vivono nel ghetto di Gaza.
Come nel 1948, Israele sostiene che tutte le sue azioni sono difensive e di ritorsione in risposta alla violenza palestinese. Tuttavia, in sostanza, le azioni israeliane dal 2006 non sono state ritorsioni.
Israele iniziò operazioni violente spinto dal desiderio di continuare la pulizia etnica incompleta del 1948 che lasciò metà dei palestinesi all’interno della Palestina storica e diversi milioni di altri ai confini della Palestina.
Le politiche di eliminazione, per quanto brutali, non hanno avuto successo in questo senso; gli scoppi disperati della resistenza palestinese sono stati invece usati come pretesto per completare il progetto di sradicamento.
E il ciclo continua. Quando Israele ha eletto un governo di estrema destra nel novembre 2022, la violenza israeliana non si è limitata a Gaza. È apparsa ovunque nella Palestina storica. In Cisgiordania, l’escalation della violenza da parte di soldati e coloni ha portato a una crescente pulizia etnica, soprattutto nelle montagne meridionali di Hebron e nella Valle del Giordano.
Il risultato è stato un aumento degli omicidi, compresi quelli di adolescenti, nonché delle detenzioni senza processo.
Dal novembre 2022, una diversa forma di violenza affligge la minoranza palestinese che vive in Israele. Questa comunità affronta il terrore quotidiano di bande criminali che combattono tra loro, provocando l’omicidio di uno o due membri della comunità ogni giorno.
La polizia spesso ignora questi problemi. Alcune di queste bande includono ex collaboratori dell’occupazione che sono stati trasferiti nelle aree palestinesi dopo gli accordi di Oslo e mantengono collegamenti con i servizi segreti israeliani.
Inoltre, il nuovo governo ha esacerbato le tensioni attorno al complesso della moschea di Al-Aqsa e ha consentito raid più frequenti e aggressivi nell’Haram al-Sharif da parte di politici, polizia e coloni.
È ancora troppo difficile sapere se ci fosse una strategia chiara dietro l’attacco di Hamas del 7 ottobre, o se sia andato come previsto oppure no, qualunque fosse quel piano. Tuttavia, 17 anni sotto il blocco israeliano e il governo israeliano particolarmente violento dal novembre 2022, hanno aumentato la loro determinazione a tentare una forma più drastica e audace di lotta di liberazione anticoloniale.
Qualunque cosa pensiamo del 7 ottobre, e non ne abbiamo ancora il quadro completo, è stato parte di una lotta di liberazione. Possiamo porre sia domande morali sulle azioni di Hamas sia questioni di efficacia. Le lotte di liberazione nel corso della storia hanno avuto i loro momenti in cui è stato possibile porre tali domande e persino criticarle.
Ma non possiamo dimenticare l’origine della violenza che ha costretto il pacifico popolo palestinese, dopo 120 anni di colonizzazione, ad adottare la lotta armata insieme a metodi non violenti.
Il 19 luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha emesso un’importante sentenza sullo status della Cisgiordania, che è passata praticamente inosservata.
La Corte ha affermato che la Striscia di Gaza è organicamente collegata alla Cisgiordania e quindi, secondo il diritto internazionale, Israele rimane la potenza occupante a Gaza. Ciò significa che le azioni contro Israele da parte del popolo di Gaza sono considerate parte del loro diritto a resistere all’occupazione.
Ancora una volta, sotto la maschera della ritorsione e della vendetta, la violenza israeliana dopo il 7 ottobre porta i segni del precedente sfruttamento di cicli di violenza.
Ciò include l’uso del genocidio come mezzo per affrontare la questione “demografica” di Israele: in sostanza, come controllare la terra della Palestina storica senza i suoi abitanti palestinesi. Nel 1967 Israele aveva conquistato tutta la Palestina storica, ma la realtà demografica vanificava l’obiettivo della completa espropriazione.
Per ironia della sorte, Israele ha istituito la Striscia di Gaza nel 1948 come destinazione di centinaia di migliaia di rifugiati, “disposto” a rinunciare al 2% della Palestina storica per eliminare un numero significativo di palestinesi espulsi dal suo esercito durante la Nakba.
Questo particolare campo profughi si è rivelato più impegnativo per i piani israeliani di de-arabizzazione della Palestina rispetto a qualsiasi altra area, a causa della resilienza della sua gente.
Qualsiasi tentativo di fermare il genocidio del regime israeliano a Gaza deve essere fatto in due modi. In primo luogo, è necessaria un’azione immediata per porre fine alla violenza attraverso un cessate il fuoco e, idealmente, sanzioni internazionali contro Israele. In secondo luogo, è fondamentale prevenire la prossima fase del genocidio, che potrebbe colpire la Cisgiordania.
Ciò richiede di continuare e intensificare la campagna del movimento di solidarietà globale per fare pressione sui governi e sui politici affinché costringano Israele a porre fine alle sue politiche genocide.
Dalla fine del XIX secolo e dall’arrivo del sionismo in Palestina, l’impulso dei palestinesi non è stato quello della violenza o della vendetta. La spinta rimane il ritorno alla vita normale e naturale, un diritto che è stato negato ai palestinesi per più di un secolo, non solo dal sionismo e da Israele, ma dalla potente alleanza che hanno consentito e immunizzato il progetto di espropriazione della Palestina.
Non si tratta di romanticizzare o idealizzare la società palestinese. Era, e sarebbe rimasta, una società tipica in una regione dove tradizione e modernità spesso coesistono in un rapporto complesso e dove le identità collettive possono talvolta dare origine a divisioni, soprattutto quando forze esterne cercano di sfruttare queste differenze.
Tuttavia, la Palestina pre sionista era un luogo in cui musulmani, cristiani ed ebrei convivevano pacificamente e dove la maggior parte delle persone subiva violenza solo in rare occasioni; probabilmente meno frequentemente che in molte parti del Nord del mondo.
La violenza come aspetto permanente e pervasivo della vita può essere eliminata solo quando viene eliminata la sua fonte. Nel caso della Palestina, si tratta dell’ideologia e della prassi dello Stato colonialista israeliano, non della lotta esistenziale del popolo palestinese colonizzato.
di Ilan Pappé storico e attivista socialista israeliano. È professore di Storia presso la Facoltà di Scienze Sociali e Studi Internazionali dell’Università di Exeter (Regno Unito), Direttore del Centro Europeo per gli Studi sulla Palestina e Condirettore dell’Exeter Center for Ethnopolitical Studies.
Fonte
18/05/2024
Di fronte alla Nakba, qual è lo stato dell’“eticità” della “finanza etica”?
Da più di sette mesi continua lo spargimento di sangue palestinese da parte dell’esercito israeliano a Gaza, affamata e privata di ospedali funzionanti, mentre sono attive risposte di resistenza tanto nella Striscia quanto in Cisgiordania e in Libano.
La natura dello Stato coloniale israeliano si sta manifestando in tutta la sua brutalità e neanche gli indulgenti media mainstream riescono più a fargli da paravento.
Le mobilitazioni studentesche in tutto il mondo segnalano una nuova e sorprendente vitalità giovanile e quanto la Palestina stia assumendo un ruolo di catalizzatore di consapevolezza e rifiuto del capitalismo neoliberista dominante, con le derive belliciste a cui sta conducendo.
Il 18 maggio a Napoli l’Assemblea nazionale di Banca Etica è chiamata a votare sul proprio Bilancio ed anche sulla relazione del suo Comitato etico, mentre l’Italia è coinvolta in due spaventosi bagni di sangue, Ucraina e Vicino Oriente: Palestina ed in particolare Gaza, a cui l’occupante israeliano impone quotidiani e notturni bombardamenti da sette mesi e blocco di aiuti e rifornimenti di viveri, con correlate atroci morti di fame e per conseguenze del deterioramento igienico e l’impossibilità di cure adeguate ai feriti, oltre che per le bombe, anche al fosforo.
Nel contempo sono sistematiche feroci incursioni dell’IDF in molte città ed aree della Cisgiordania, con confronti armati e morti palestinesi, “arresti” (talvolta anche dall’ANP), ferimenti anche mutilanti ed un generale aggravamento delle condizioni di vita.
In questo contesto, in cui dobbiamo costantemente confrontarci con la possibilità incombente di ulteriori tragici sviluppi della guerra, persino nucleare, le nostre Università – con le studentesse e gli studenti – fioriscono di nuova consapevolezza e lotta per sciogliere cultura e ricerche accademiche dalle pesanti ingerenze dell’industria bellica e della militarizzazione e dalle colpevoli connessioni con Università e progetti israeliani.
Nelle scuole il via è stato dato dai docenti, che hanno con tenacia ed organizzazione dato vita all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università, che il 10 maggio ha tenuto il suo primo Convegno nazionale e l’11 si è dato una struttura formale.
L’Osservatorio ha meritevolmente accolto e rilanciato la campagna di boicottaggio di HP, attiva dal 2016 per le diverse implicazioni dei due rami in cui si è scissa la compagnia nel novembre 2015 con il sistema di oppressione israeliano.
Particolarmente significativo, quindi, dovrebbe risultare l’appuntamento napoletano. Ma sull’istituto bancario che per sua natura e vocazione esplicita non investe in fabbriche di armi, escluderebbe i brand che violano i diritti umani ed è molto attivo in proposte ad altre banche ed al mondo politico, da un anno grava un interrogativo pubblico allarmante per aver scelto di infrangere una campagna internazionale di boicottaggio lanciata dalla leadership palestinese del BDS.
Banca Etica aveva, infatti, acquistato a ridosso delle chiusure pandemiche computer monitor e stampanti Hewlett Packard per le sue filiali, benché già da alcuni anni i due rami in cui la società si era divisa nel 2015 – HP Inc e HPE – fossero (e ancora sono) sotto boicottaggio per il fatto che provvedevano e provvedono a fornire la tecnologia utilizzata da Israele per mantenere il proprio regime di apartheid occupazione e colonizzazione d’insediamento.
“Abbiamo già avviato un’interlocuzione con questo fornitore per cercare di capire se sul mercato esista un’alternativa praticabile all’uso di PC HP (...) Abbiamo chiesto anche al nostro ufficio che si occupa di Valutazione di Impatto socio-ambientale di affiancare il fornitore nell’analisi dei profili di responsabilità sociale di possibili altri marchi.
Al termine di questo processo di analisi capiremo se sarà possibile avviare un piano di graduale sostituzione dei pc aziendali.”
Così rispondeva Banca Etica alla segnalazione apparsa a maggio dello scorso anno su PeaceLink dei suoi acquisti di prodotti HP nonostante la campagna di boicottaggio.
Aggiungeva poi: “Abbiamo chiesto alla nostra Fondazione Finanza Etica di confrontarsi con la rete europea di azionisti critici Shareholders for Change per valutare di avviare interventi di engagement e dialogo attivo con HP sui temi dei diritti umani.”
Come dire: sono tutti così terribili, benché su di essi non gravi alcuna campagna internazionale richiesta da un popolo oppresso, che tanto vale non ascoltare quel popolo oppresso, perché i nostri valori sono più alti...
Dalla segnalazione pubblica della discutibilissima scelta di Banca Etica e relativa sua pubblica risposta è passato un anno e, mentre non sono emersi segnali di resipiscenza di Banca Etica sulla vicenda di HP, la situazione in Palestina è enormemente peggiorata ed ormai diverse voci autorevoli denunciano esplicitamente il genocidio attuato da Israele a Gaza sotto gli occhi di tutti.
Quanto si è saputo circa il ruolo dell’IA nel massacro israeliano dovrebbe costituire un’ulteriore spinta assai seria per BE ad esaminare i propri parametri di scelta e ad avviare una severa autocritica.
Certamente una riflessione sulle tecnologie informatiche è obbligatoria, come su quanto conferma Who Profit, un centro di ricerca indipendente dedicato all’individuazione del coinvolgimento di Corporation internazionali con la perdurante occupazione israeliana, sul ruolo di HP.
Sorprende, o forse no, la superficialità con cui Banca Etica abbia potuto effettuare un simile acquisto e con cui Etica SGR, lo segnala la Relazione del Comitato Etico di BE, possa tenere nei propri Fondi “etici” d’investimento titoli HP, oltre che un enorme numero di titoli hi-tech. E pure, si sostiene che sia possibile una “finanza etica”!
“HPE fornisce servizi di manutenzione per i server della polizia israeliana consentendole di perpetrare violazioni dei diritti umani e crimini di guerra come demolizioni di case e sfollamenti forzati nella Cisgiordania occupata e in tutta la Palestina storica.”
La schedatura è alla base dei dati che alimentano l’IA e sui quali le si chiede di elaborare le risposte indicando i bersagli da colpire.
Dalla Relazione del Comitato Etico all’Assemblea annuale del 2024 si legge “presenza di titoli HP Inc nei fondi di Etica Sgr, e 2) gli investimenti di Etica SGR e delle banche socie della SGR in titoli di aziende con attività commerciali all’interno degli insediamenti israeliani in territorio palestinese che l’ONU ha riconosciuto come illegali.”
La situazione, quindi, è ben più grave di quanto si potesse supporre, dal momento che stiamo parlando della Banca Etica, che fa politiche di formazione ed indirizzo per altre sulla “finanza etica”.
La Relazione, corretta e coraggiosa, però conclude l’argomento così: “Il parere del Comitato chiede alla Banca di valutare la selezione di apparecchiature di altro fornitore, a cui si possa far ricorso quando i computer aziendali dovranno essere sostituiti; l’apposizione di stickers sui loghi dell’HP, come suggerito dalla campagna BDS; una rivalutazione ESG dell’HP Inc tesa ad escludere tale azienda dall’universo investibile; e infine, di ribadire pubblicamente il sostegno ai diritti umani e allo sviluppo economico auto-determinato nei Territori Palestinesi, anche annunciando il proprio distanziamento da imprese come HP.”
Cioè si indica di attendere che le apparecchiature HP svolgano tutta la propria vita produttiva in BE, anche se quest’ultima è, encomiabilmente ma con poca coerenza, invitata a distanziarsi dalla società di cui ha acquistato e continua ad utilizzare alcuni prodotti.
Lascia senza parole che Etica SGR, azienda etica di investimenti responsabili, che sul sito espone i criteri che adotta per selezionare i titoli che assume nei propri fondi comuni di investimento, molto più dettagliati quelli ambientali e meno quelli sociali da escludere: “le società coinvolte in episodi negativi nell’ambito del rispetto dei diritti umani e dei lavoratori, dello sviluppo economico e sociale, della corruzione e dell’ambiente (…) Escludiamo dai portafogli i titoli emessi da Stati che prevedono la pena di morte o non garantiscono le libertà civili, di stampa e i diritti politici.”
Non pubblica alcun elenco dei titoli inclusi nei pacchetti che propone agli investimenti eticamente responsabili dei risparmiatori, “istituisce e propone esclusivamente fondi comuni di investimento sostenibili e responsabili” risulta così una mera petizione di principio.
Tuttavia, negli asseriti criteri di esclusione, rientrano anche alcuni che avrebbero dovuto far escludere HP tra i titoli da acquistare e riproporre nei fondi a risparmiatori e investitori: “società coinvolte in episodi negativi nell’ambito del rispetto dei diritti umani”.
Infatti, il coinvolgimento in violazioni dei diritti umani da parte di HP è esplicitato dalla documentata motivazione della campagna di boicottaggio, ed assunto dal Comitato Etico di BE, che scrive nella propria Relazione non solo di aver sollecitato un riesame dei titoli da parte del Comitato Etico di Etica SGR, ma anche che tra questi permangono titoli sotto documentato e motivato boicottaggio per complicità delle aziende corrispondenti anche nell’attuale genocidio perpetrato a Gaza dall’esercito israeliano.
“Nell’universo investibile di Etica SGR di diverse aziende che traggono profitto dall’occupazione israeliana quali Carrefour, Cisco Systems, Motorola. Tali aziende sono presenti in diverse banche dati fra cui anche il Registro dell’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani sulle imprese commerciali che hanno, direttamente e indirettamente, permesso, facilitato e tratto profitto dalla costruzione e dalla crescita degli insediamenti israeliani illegali.
Nel suo parere, il Comitato ha chiesto alla Banca di sollecitare Etica Sgr a eseguire una ri-valutazione ESG delle imprese presenti nelle banche dati segnalate e di condividere queste informazioni con le banche socie di Etica Sgr. In seguito al parere del Comitato la Banca ha avviato un’istruttoria per chiarire il posizionamento della Banca su HP Inc e valutare altri potenziali fornitori di apparecchiature informatiche.
L’istruttoria conferma alcuni dei punti sollevati dal Comitato Etico, fra cui i rapporti diretti dell’azienda con il governo israeliano. In seguito all’istruttoria la Banca ha consegnato alle filiali degli adesivi da apporre sulle apparecchiature per coprire il marchio HP ed evitare di pubblicizzare il marchio nelle proprie sedi.
Il Comitato non è al corrente di altre misure prese dalla Banca rispetto a HP o alle aziende presenti nei portafogli di Etica Sgr, e continuerà a sollecitare il CdA su questo tema, ancor più importante alla luce della campagna militare israeliana in corso a Gaza e in altri territori palestinesi. Il Comitato ha inoltre aperto un dialogo diretto con il Comitato di Etica Sgr su questo tema”.
Sta all’Assemblea dare una decisiva indicazione alla finanza, affinché questa si renda conto che acquistare prodotti che contribuiscono all’apartheid non è etico e che, se non si fida dei palestinesi e delle loro decisioni, ha almeno l’obbligo di pervenire rapidamente a conclusione con le sue istruttorie per prendere decisioni efficaci in tempi utili.
O dall’alto della sua competenza finanziaria ritiene bastevole assegnare qualche fondo per progetti in Palestina?
Superare l’atteggiamento colonialista è necessario anche per “benefattori” finanziari, soprattutto se si fregiano di essere “etici”. Invece di accogliere la richiesta dei Palestinesi e boicottare HP, BE ha deciso di dare loro aiuti economici ed insegnamenti.
Non li ha quindi riconosciuti come soggetto politico, ma come “bisognosi” ai quali decide che cosa dare, anziché accogliere una loro richiesta strategica. Sappiamo quanto il boicottaggio internazionale abbia contribuito all’abbattimento del regime sudafricano dell’apartheid.
Non si può chiedere né dare nulla di meno alla Palestina, contribuendo attivamente al riconoscimento effettivo del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese tutto.
Fonte
La natura dello Stato coloniale israeliano si sta manifestando in tutta la sua brutalità e neanche gli indulgenti media mainstream riescono più a fargli da paravento.
Le mobilitazioni studentesche in tutto il mondo segnalano una nuova e sorprendente vitalità giovanile e quanto la Palestina stia assumendo un ruolo di catalizzatore di consapevolezza e rifiuto del capitalismo neoliberista dominante, con le derive belliciste a cui sta conducendo.
Il 18 maggio a Napoli l’Assemblea nazionale di Banca Etica è chiamata a votare sul proprio Bilancio ed anche sulla relazione del suo Comitato etico, mentre l’Italia è coinvolta in due spaventosi bagni di sangue, Ucraina e Vicino Oriente: Palestina ed in particolare Gaza, a cui l’occupante israeliano impone quotidiani e notturni bombardamenti da sette mesi e blocco di aiuti e rifornimenti di viveri, con correlate atroci morti di fame e per conseguenze del deterioramento igienico e l’impossibilità di cure adeguate ai feriti, oltre che per le bombe, anche al fosforo.
Nel contempo sono sistematiche feroci incursioni dell’IDF in molte città ed aree della Cisgiordania, con confronti armati e morti palestinesi, “arresti” (talvolta anche dall’ANP), ferimenti anche mutilanti ed un generale aggravamento delle condizioni di vita.
In questo contesto, in cui dobbiamo costantemente confrontarci con la possibilità incombente di ulteriori tragici sviluppi della guerra, persino nucleare, le nostre Università – con le studentesse e gli studenti – fioriscono di nuova consapevolezza e lotta per sciogliere cultura e ricerche accademiche dalle pesanti ingerenze dell’industria bellica e della militarizzazione e dalle colpevoli connessioni con Università e progetti israeliani.
Nelle scuole il via è stato dato dai docenti, che hanno con tenacia ed organizzazione dato vita all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università, che il 10 maggio ha tenuto il suo primo Convegno nazionale e l’11 si è dato una struttura formale.
L’Osservatorio ha meritevolmente accolto e rilanciato la campagna di boicottaggio di HP, attiva dal 2016 per le diverse implicazioni dei due rami in cui si è scissa la compagnia nel novembre 2015 con il sistema di oppressione israeliano.
Particolarmente significativo, quindi, dovrebbe risultare l’appuntamento napoletano. Ma sull’istituto bancario che per sua natura e vocazione esplicita non investe in fabbriche di armi, escluderebbe i brand che violano i diritti umani ed è molto attivo in proposte ad altre banche ed al mondo politico, da un anno grava un interrogativo pubblico allarmante per aver scelto di infrangere una campagna internazionale di boicottaggio lanciata dalla leadership palestinese del BDS.
Banca Etica aveva, infatti, acquistato a ridosso delle chiusure pandemiche computer monitor e stampanti Hewlett Packard per le sue filiali, benché già da alcuni anni i due rami in cui la società si era divisa nel 2015 – HP Inc e HPE – fossero (e ancora sono) sotto boicottaggio per il fatto che provvedevano e provvedono a fornire la tecnologia utilizzata da Israele per mantenere il proprio regime di apartheid occupazione e colonizzazione d’insediamento.
“Abbiamo già avviato un’interlocuzione con questo fornitore per cercare di capire se sul mercato esista un’alternativa praticabile all’uso di PC HP (...) Abbiamo chiesto anche al nostro ufficio che si occupa di Valutazione di Impatto socio-ambientale di affiancare il fornitore nell’analisi dei profili di responsabilità sociale di possibili altri marchi.
Al termine di questo processo di analisi capiremo se sarà possibile avviare un piano di graduale sostituzione dei pc aziendali.”
Così rispondeva Banca Etica alla segnalazione apparsa a maggio dello scorso anno su PeaceLink dei suoi acquisti di prodotti HP nonostante la campagna di boicottaggio.
Aggiungeva poi: “Abbiamo chiesto alla nostra Fondazione Finanza Etica di confrontarsi con la rete europea di azionisti critici Shareholders for Change per valutare di avviare interventi di engagement e dialogo attivo con HP sui temi dei diritti umani.”
Come dire: sono tutti così terribili, benché su di essi non gravi alcuna campagna internazionale richiesta da un popolo oppresso, che tanto vale non ascoltare quel popolo oppresso, perché i nostri valori sono più alti...
Dalla segnalazione pubblica della discutibilissima scelta di Banca Etica e relativa sua pubblica risposta è passato un anno e, mentre non sono emersi segnali di resipiscenza di Banca Etica sulla vicenda di HP, la situazione in Palestina è enormemente peggiorata ed ormai diverse voci autorevoli denunciano esplicitamente il genocidio attuato da Israele a Gaza sotto gli occhi di tutti.
Quanto si è saputo circa il ruolo dell’IA nel massacro israeliano dovrebbe costituire un’ulteriore spinta assai seria per BE ad esaminare i propri parametri di scelta e ad avviare una severa autocritica.
Certamente una riflessione sulle tecnologie informatiche è obbligatoria, come su quanto conferma Who Profit, un centro di ricerca indipendente dedicato all’individuazione del coinvolgimento di Corporation internazionali con la perdurante occupazione israeliana, sul ruolo di HP.
Sorprende, o forse no, la superficialità con cui Banca Etica abbia potuto effettuare un simile acquisto e con cui Etica SGR, lo segnala la Relazione del Comitato Etico di BE, possa tenere nei propri Fondi “etici” d’investimento titoli HP, oltre che un enorme numero di titoli hi-tech. E pure, si sostiene che sia possibile una “finanza etica”!
“HPE fornisce servizi di manutenzione per i server della polizia israeliana consentendole di perpetrare violazioni dei diritti umani e crimini di guerra come demolizioni di case e sfollamenti forzati nella Cisgiordania occupata e in tutta la Palestina storica.”
La schedatura è alla base dei dati che alimentano l’IA e sui quali le si chiede di elaborare le risposte indicando i bersagli da colpire.
Dalla Relazione del Comitato Etico all’Assemblea annuale del 2024 si legge “presenza di titoli HP Inc nei fondi di Etica Sgr, e 2) gli investimenti di Etica SGR e delle banche socie della SGR in titoli di aziende con attività commerciali all’interno degli insediamenti israeliani in territorio palestinese che l’ONU ha riconosciuto come illegali.”
La situazione, quindi, è ben più grave di quanto si potesse supporre, dal momento che stiamo parlando della Banca Etica, che fa politiche di formazione ed indirizzo per altre sulla “finanza etica”.
La Relazione, corretta e coraggiosa, però conclude l’argomento così: “Il parere del Comitato chiede alla Banca di valutare la selezione di apparecchiature di altro fornitore, a cui si possa far ricorso quando i computer aziendali dovranno essere sostituiti; l’apposizione di stickers sui loghi dell’HP, come suggerito dalla campagna BDS; una rivalutazione ESG dell’HP Inc tesa ad escludere tale azienda dall’universo investibile; e infine, di ribadire pubblicamente il sostegno ai diritti umani e allo sviluppo economico auto-determinato nei Territori Palestinesi, anche annunciando il proprio distanziamento da imprese come HP.”
Cioè si indica di attendere che le apparecchiature HP svolgano tutta la propria vita produttiva in BE, anche se quest’ultima è, encomiabilmente ma con poca coerenza, invitata a distanziarsi dalla società di cui ha acquistato e continua ad utilizzare alcuni prodotti.
Lascia senza parole che Etica SGR, azienda etica di investimenti responsabili, che sul sito espone i criteri che adotta per selezionare i titoli che assume nei propri fondi comuni di investimento, molto più dettagliati quelli ambientali e meno quelli sociali da escludere: “le società coinvolte in episodi negativi nell’ambito del rispetto dei diritti umani e dei lavoratori, dello sviluppo economico e sociale, della corruzione e dell’ambiente (…) Escludiamo dai portafogli i titoli emessi da Stati che prevedono la pena di morte o non garantiscono le libertà civili, di stampa e i diritti politici.”
Non pubblica alcun elenco dei titoli inclusi nei pacchetti che propone agli investimenti eticamente responsabili dei risparmiatori, “istituisce e propone esclusivamente fondi comuni di investimento sostenibili e responsabili” risulta così una mera petizione di principio.
Tuttavia, negli asseriti criteri di esclusione, rientrano anche alcuni che avrebbero dovuto far escludere HP tra i titoli da acquistare e riproporre nei fondi a risparmiatori e investitori: “società coinvolte in episodi negativi nell’ambito del rispetto dei diritti umani”.
Infatti, il coinvolgimento in violazioni dei diritti umani da parte di HP è esplicitato dalla documentata motivazione della campagna di boicottaggio, ed assunto dal Comitato Etico di BE, che scrive nella propria Relazione non solo di aver sollecitato un riesame dei titoli da parte del Comitato Etico di Etica SGR, ma anche che tra questi permangono titoli sotto documentato e motivato boicottaggio per complicità delle aziende corrispondenti anche nell’attuale genocidio perpetrato a Gaza dall’esercito israeliano.
“Nell’universo investibile di Etica SGR di diverse aziende che traggono profitto dall’occupazione israeliana quali Carrefour, Cisco Systems, Motorola. Tali aziende sono presenti in diverse banche dati fra cui anche il Registro dell’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani sulle imprese commerciali che hanno, direttamente e indirettamente, permesso, facilitato e tratto profitto dalla costruzione e dalla crescita degli insediamenti israeliani illegali.
Nel suo parere, il Comitato ha chiesto alla Banca di sollecitare Etica Sgr a eseguire una ri-valutazione ESG delle imprese presenti nelle banche dati segnalate e di condividere queste informazioni con le banche socie di Etica Sgr. In seguito al parere del Comitato la Banca ha avviato un’istruttoria per chiarire il posizionamento della Banca su HP Inc e valutare altri potenziali fornitori di apparecchiature informatiche.
L’istruttoria conferma alcuni dei punti sollevati dal Comitato Etico, fra cui i rapporti diretti dell’azienda con il governo israeliano. In seguito all’istruttoria la Banca ha consegnato alle filiali degli adesivi da apporre sulle apparecchiature per coprire il marchio HP ed evitare di pubblicizzare il marchio nelle proprie sedi.
Il Comitato non è al corrente di altre misure prese dalla Banca rispetto a HP o alle aziende presenti nei portafogli di Etica Sgr, e continuerà a sollecitare il CdA su questo tema, ancor più importante alla luce della campagna militare israeliana in corso a Gaza e in altri territori palestinesi. Il Comitato ha inoltre aperto un dialogo diretto con il Comitato di Etica Sgr su questo tema”.
Sta all’Assemblea dare una decisiva indicazione alla finanza, affinché questa si renda conto che acquistare prodotti che contribuiscono all’apartheid non è etico e che, se non si fida dei palestinesi e delle loro decisioni, ha almeno l’obbligo di pervenire rapidamente a conclusione con le sue istruttorie per prendere decisioni efficaci in tempi utili.
O dall’alto della sua competenza finanziaria ritiene bastevole assegnare qualche fondo per progetti in Palestina?
Superare l’atteggiamento colonialista è necessario anche per “benefattori” finanziari, soprattutto se si fregiano di essere “etici”. Invece di accogliere la richiesta dei Palestinesi e boicottare HP, BE ha deciso di dare loro aiuti economici ed insegnamenti.
Non li ha quindi riconosciuti come soggetto politico, ma come “bisognosi” ai quali decide che cosa dare, anziché accogliere una loro richiesta strategica. Sappiamo quanto il boicottaggio internazionale abbia contribuito all’abbattimento del regime sudafricano dell’apartheid.
Non si può chiedere né dare nulla di meno alla Palestina, contribuendo attivamente al riconoscimento effettivo del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese tutto.
Fonte
21/02/2024
Iren non rinnova l’accordo con la israeliana Mekorot. Adesso tocca ad Acea ed A2A
La multiutility emiliana Iren non ha rinnovato l’accordo di cooperazione con la società israeliana Mekorot.
“Iren mi ha confermato che l’accordo con la società idrica israeliana Mekorot è scaduto a fine gennaio e non sarà rinnovato” ha fatto sapere il sindaco di Reggio Emilia. La Iren è infatti una società municipalizzata che aveva siglato negli anni scorsi un memorandum d’intesa con la società israeliana per “lo scambio di know-how e soluzioni tecnologiche”. Al momento di siglare l’accordo, i vertici aziendali avevano ignorato il fatto che la israeliana Mekorot è al centro di una campagna di boicottaggio internazionale a causa di quello che da più parti viene definito “l’apartheid dell’acqua” in Palestina.
In numerose occasioni gli attivisti solidali con il popolo palestinese e della campagna Bds (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) avevano manifestato sotto la sede della società chiedendo di revocare il memorandum.
Adesso l’accordo non sarà rinnovato. La Iren ha scelto di non commentare (né smentire) la notizia ma il segnale è partito.
Tocca ad altre società simili come la romana Acea e la milanese A2A fare altrettanto.
L’A2A, società multiutility italiana quotata in Borsa e presente a Milano, Brescia, Bergamo, ha firmato recentemente con il fondo di venture capital israeliano “Southern Israel Bridging Fund (SIBF)” un memorandum d’intesa per la valutazione delle reciproche opportunità di investimento in start-up, sia italiane che israeliane, in particolare nel settore della transizione ecologica.
Il 2 dicembre 2013 è stato invece siglato ufficialmente un accordo tra ACEA, la società di utilities controllata dal Comune di Roma, e la Mekorot, la società idrica nazionale di Israele.
L’agenzia Reuters rese noto che durante un vertice bilaterale tra Italia-Israele venne firmato un memorandum of understanding fra Acea e l’azienda idrica israeliana Mekorot per una collaborazione nel settore. In particolare, si legge in una nota della società romana, la collaborazione prevede scambi di know how nel trattamento delle acque reflue, nella distribuzione di acqua potabile e prevede anche un confronto nel settore dell’incenerimento dei rifiuti.
Nel 2014 la campagna BDS rilanciò una nuova petizione al Comune di Roma che raccolse 10.000 firme chiedendo nuovamente che l’Acea cessasse ogni collaborazione con la società israeliana Mekorot per lo sfruttamento dell’acqua nei Territori Palestinesi. Ma l’Acea e il Comune fecero ancora una volta orecchie da mercante.
È arrivato il momento di “sturare” le orecchie all’Acea e ad A2A e mettere fine ad ogni collaborazione con la società israeliana Mekorot.
Fonte
“Iren mi ha confermato che l’accordo con la società idrica israeliana Mekorot è scaduto a fine gennaio e non sarà rinnovato” ha fatto sapere il sindaco di Reggio Emilia. La Iren è infatti una società municipalizzata che aveva siglato negli anni scorsi un memorandum d’intesa con la società israeliana per “lo scambio di know-how e soluzioni tecnologiche”. Al momento di siglare l’accordo, i vertici aziendali avevano ignorato il fatto che la israeliana Mekorot è al centro di una campagna di boicottaggio internazionale a causa di quello che da più parti viene definito “l’apartheid dell’acqua” in Palestina.
In numerose occasioni gli attivisti solidali con il popolo palestinese e della campagna Bds (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) avevano manifestato sotto la sede della società chiedendo di revocare il memorandum.
Adesso l’accordo non sarà rinnovato. La Iren ha scelto di non commentare (né smentire) la notizia ma il segnale è partito.
Tocca ad altre società simili come la romana Acea e la milanese A2A fare altrettanto.
L’A2A, società multiutility italiana quotata in Borsa e presente a Milano, Brescia, Bergamo, ha firmato recentemente con il fondo di venture capital israeliano “Southern Israel Bridging Fund (SIBF)” un memorandum d’intesa per la valutazione delle reciproche opportunità di investimento in start-up, sia italiane che israeliane, in particolare nel settore della transizione ecologica.
Il 2 dicembre 2013 è stato invece siglato ufficialmente un accordo tra ACEA, la società di utilities controllata dal Comune di Roma, e la Mekorot, la società idrica nazionale di Israele.
L’agenzia Reuters rese noto che durante un vertice bilaterale tra Italia-Israele venne firmato un memorandum of understanding fra Acea e l’azienda idrica israeliana Mekorot per una collaborazione nel settore. In particolare, si legge in una nota della società romana, la collaborazione prevede scambi di know how nel trattamento delle acque reflue, nella distribuzione di acqua potabile e prevede anche un confronto nel settore dell’incenerimento dei rifiuti.
Nel 2014 la campagna BDS rilanciò una nuova petizione al Comune di Roma che raccolse 10.000 firme chiedendo nuovamente che l’Acea cessasse ogni collaborazione con la società israeliana Mekorot per lo sfruttamento dell’acqua nei Territori Palestinesi. Ma l’Acea e il Comune fecero ancora una volta orecchie da mercante.
È arrivato il momento di “sturare” le orecchie all’Acea e ad A2A e mettere fine ad ogni collaborazione con la società israeliana Mekorot.
Fonte
12/12/2023
Gaza - Bombardamenti su Jabaliya e Khan Younis. Le perdite israeliane a Gaza diventano un problema. Biden sfiduciato dai sondaggi
L’artiglieria israeliana sta continuando a bombardare le città di Jabaliya nel nord della Striscia di Gaza e di Khan Yunis nel sud della Striscia di Gaza.
Sono in corso duri combattimenti tra le organizzazioni della resistenza palestinese e le forze di occupazione israeliana nell’area di Al-Katiba a Khan Yunis, a sud della Striscia di Gaza.
Il direttore dell’ospedale Al-Awda, Ahmed Muhanna, ha lanciato un appello alle organizzazioni umanitarie e agli organismi internazionali affinché intervengano urgentemente per evacuare in sicurezza i pazienti e il personale ospedaliero. L’ospedale si trova nella zona di Jabaliya ed è sotto assedio militare israeliano da sei giorni, senza cibo, acqua o medicine.
Il relatore delle Nazioni Unite sul diritto al cibo, Michael Faqhri, ha dichiarato ad Al-Jazeera che 2,3 milioni di persone a Gaza soffrono la fame e che ciò che sta accadendo nella Striscia è considerato un genocidio.
Più di 200 palestinesi sono stati uccisi nella Striscia di Gaza nelle ultime 24 ore.18.205 palestinesi sono stati uccisi e 49.645 feriti nel genocidio israeliano in corso a Gaza a partire dal 7 ottobre. Stime palestinesi e internazionali dicono che la maggior parte delle persone uccise e ferite sono donne e bambini.
Israele in difficoltà sulla gestione delle proprie perdite a Gaza
Mentre in Israele diverse inchieste giornalistiche stanno via via documentando l’alto numero di morti e feriti tra i soldati israeliani, rompendo la censura imposta dai militari, nei comandi dell’IDF comincia a fare capolino la versione più consolatoria sulle vittime (giù utilizzata ampiamente dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan): quella del “fuoco amico”
Il Times of Israel riferisce che secondo i nuovi dati diffusi dall’IDF, dei 105 soldati uccisi nella Striscia di Gaza durante l’offensiva di terra, 20 sono stati uccisi dal cosiddetto fuoco amico e da altri incidenti,
Tredici dei soldati sono stati uccisi dal fuoco amico a causa di un’identificazione errata, anche in attacchi aerei, fuoco di carri armati e colpi d’arma da fuoco. Gli altri in incidenti di varia natura. La versione del “fuoco amico” serve psicologicamente a rendere meno pesante la realtà dei propri uomini uccisi dal nemico, li consegna ad una sorta di fatalità che rende il bollettino delle perdite meno traumatico e più gestibile con i mass media e i familiari dei militari uccisi.
Cisgiordania. Quattro palestinesi uccisi a Jenin
Le forze militari israeliane hanno ucciso quattro palestinesi nella città di Jenin, in Cisgiordania, secondo quanto riferito dal ministero della Sanità palestinese. La Mezzaluna Rossa palestinese afferma che sono state uccise in un attacco di droni sulla Città Vecchia.
Yemen. I guerriglieri di Ansarallah colpiscono nave norvegese diretta in Israele
Un missile lanciato dai guerriglieri Houthi dello Yemen ha colpito lunedì una nave battente bandiera norvegese nello stretto di Bad el-Mandeb, diretta in Israele. Secondo i militari americani, la petroliera chimica Strinda è stata colpita da un missile da crociera lanciato da una zona dello Yemen controllata dagli houthi: a bordo è scoppiato un incendio e il cacciatorpediniere americano Uss Mason è arrivato in aiuto della nave. Al momento non si registrano vittime. Secondo fonti pervenute successivamente la nave sarebbe stata diretta in Italia e non in Israele.
Biden crolla nei sondaggi per le sue posizioni su Israele e Palestina
In un sondaggio commissionato dal Wall Street Journal sulla situazione a Gaza, il presidente statunitense Joe Biden ha ricevuto giudizi sostanzialmente negativi: solo il 37 per cento degli elettori interpellati dal “Wall Street Journal” hanno espresso approvazione per la gestione del conflitto da parte della Casa Bianca, mentre il 52 per cento si è detto insoddisfatto.
I giudizi negativi di questo sondaggio sono in linea con le valutazioni complessive sull’operato di Biden che hanno toccato i valori minimi dall’inizio del suo mandato.
Il sondaggio del Wall Street Journal riflette anche profonde divisioni generazionali e legate agli orientamenti politici degli intervistati: solo il 17 per cento degli elettori democratici sondati ha dichiarato di sostenere Israele, contro il 69 per cento dei repubblicani. Tra i giovani il sostegno a Israele è inferiore a quello dei senior. Sostiene infatti Israele il 31 per cento degli elettori di età compresa tra 18 e 34 anni, mentre tra gli elettori di età superiore a 65 anni la percentuale sale al 53 per cento.
Il 55 per cento degli intervistati – un totale di 1.500 elettori registrati, consultati tra il 29 novembre e il 4 dicembre scorsi – ha dichiarato di credere che Israele stia conducendo le azioni militari necessarie a difendersi e prevenire un altro attacco da parte di Hamas. Il 25 per cento, invece, ritiene che l’azione militare di Israele sia sproporzionata.
“Puma”. Una vittoria della campagna di boicottaggio e disinvestimento verso Israele
Il quotidiano economico Financial Times riferisce che l’azienda tedesca di abbigliamento sportivo Puma ha deciso di interrompere la sua sponsorizzazione della squadra nazionale di calcio israeliana.
Il “Financial Times”, citando un documento interno dell’azienda. Secondo il giornale, la decisione è stata presa un anno fa e non è legata alle proteste di alcuni gruppi di attivisti che chiedono di boicottare i prodotti dell’azienda tedesca a causa dell’operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza.
“Dal 2024, la terza azienda di abbigliamento sportivo al mondo (Puma) non fornirà più attrezzature alla nazionale dopo aver deciso di non rinnovare il contratto con la Federcalcio israeliana”, si legge sul quotidiano che cita un documento interno della società.
Boicottaggio di Israele. Sabato 16 dicembre seconda giornata nazionale di boicottaggio di Carrefour
Sabato 16 dicembre ci sarà la seconda giornata di mobilitazione nazionale di boicottaggio contro la catena di supermercati Carrefour e lo Stato sionista d’Israele, dopo la prima riuscita mobilitazione del 1° dicembre lungo tutto il paese.
Nel pieno delle festività natalizie, inceppare i meccanismi di relazione economica e commerciale tra l’occupante israeliano e una delle più grandi catene di supermercati d’Europa rappresenta uno dei modi possibili per sostenere la causa del popolo palestinese.
Boicottare Carrefour è importante perché commercia con le imprese che hanno sede nei territori occupati da Israele, invia pacchi di solidarietà all’esercito israeliano – mentre questo commette crimini di guerra in Palestina – e sostiene da sempre l’ideologia e le politiche di Israele.
In Italia, il governo non solo continua a non condannare il genocidio in corso a Gaza e nel resto dei territori occupati, ma scende in piazza assieme alle opposizioni parlamentari in sostegno del regime sionista e sottoscrive un documento con Francia e Germania per sanzionare, non Israele, ma Hamas!
Se Israele allora non viene sanzionato dai governi per i suoi crimini di guerra, devono essere i popoli a sanzionarlo con continue e capillari campagne di boicottaggio, soprattutto ora che la divaricazione tra i sentimenti popolari e la politica dei governi occidentali sul genocidio e la pulizia etnica contro i palestinesi è enorme, come dimostrano i numeri di tutte le piazze del mondo in sostegno della Palestina.
L’obiettivo della campagna resta quello di rompere ogni complicità tra l’Italia e lo Stato sionista d’Israele perché l’impunità di cui godono l’occupazione e i crimini di guerra israeliani tra i governi occidentali non è più tollerabile.
Fonte
Sono in corso duri combattimenti tra le organizzazioni della resistenza palestinese e le forze di occupazione israeliana nell’area di Al-Katiba a Khan Yunis, a sud della Striscia di Gaza.
Il direttore dell’ospedale Al-Awda, Ahmed Muhanna, ha lanciato un appello alle organizzazioni umanitarie e agli organismi internazionali affinché intervengano urgentemente per evacuare in sicurezza i pazienti e il personale ospedaliero. L’ospedale si trova nella zona di Jabaliya ed è sotto assedio militare israeliano da sei giorni, senza cibo, acqua o medicine.
Il relatore delle Nazioni Unite sul diritto al cibo, Michael Faqhri, ha dichiarato ad Al-Jazeera che 2,3 milioni di persone a Gaza soffrono la fame e che ciò che sta accadendo nella Striscia è considerato un genocidio.
Più di 200 palestinesi sono stati uccisi nella Striscia di Gaza nelle ultime 24 ore.18.205 palestinesi sono stati uccisi e 49.645 feriti nel genocidio israeliano in corso a Gaza a partire dal 7 ottobre. Stime palestinesi e internazionali dicono che la maggior parte delle persone uccise e ferite sono donne e bambini.
Israele in difficoltà sulla gestione delle proprie perdite a Gaza
Mentre in Israele diverse inchieste giornalistiche stanno via via documentando l’alto numero di morti e feriti tra i soldati israeliani, rompendo la censura imposta dai militari, nei comandi dell’IDF comincia a fare capolino la versione più consolatoria sulle vittime (giù utilizzata ampiamente dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan): quella del “fuoco amico”
Il Times of Israel riferisce che secondo i nuovi dati diffusi dall’IDF, dei 105 soldati uccisi nella Striscia di Gaza durante l’offensiva di terra, 20 sono stati uccisi dal cosiddetto fuoco amico e da altri incidenti,
Tredici dei soldati sono stati uccisi dal fuoco amico a causa di un’identificazione errata, anche in attacchi aerei, fuoco di carri armati e colpi d’arma da fuoco. Gli altri in incidenti di varia natura. La versione del “fuoco amico” serve psicologicamente a rendere meno pesante la realtà dei propri uomini uccisi dal nemico, li consegna ad una sorta di fatalità che rende il bollettino delle perdite meno traumatico e più gestibile con i mass media e i familiari dei militari uccisi.
Cisgiordania. Quattro palestinesi uccisi a Jenin
Le forze militari israeliane hanno ucciso quattro palestinesi nella città di Jenin, in Cisgiordania, secondo quanto riferito dal ministero della Sanità palestinese. La Mezzaluna Rossa palestinese afferma che sono state uccise in un attacco di droni sulla Città Vecchia.
Yemen. I guerriglieri di Ansarallah colpiscono nave norvegese diretta in Israele
Un missile lanciato dai guerriglieri Houthi dello Yemen ha colpito lunedì una nave battente bandiera norvegese nello stretto di Bad el-Mandeb, diretta in Israele. Secondo i militari americani, la petroliera chimica Strinda è stata colpita da un missile da crociera lanciato da una zona dello Yemen controllata dagli houthi: a bordo è scoppiato un incendio e il cacciatorpediniere americano Uss Mason è arrivato in aiuto della nave. Al momento non si registrano vittime. Secondo fonti pervenute successivamente la nave sarebbe stata diretta in Italia e non in Israele.
Biden crolla nei sondaggi per le sue posizioni su Israele e Palestina
In un sondaggio commissionato dal Wall Street Journal sulla situazione a Gaza, il presidente statunitense Joe Biden ha ricevuto giudizi sostanzialmente negativi: solo il 37 per cento degli elettori interpellati dal “Wall Street Journal” hanno espresso approvazione per la gestione del conflitto da parte della Casa Bianca, mentre il 52 per cento si è detto insoddisfatto.
I giudizi negativi di questo sondaggio sono in linea con le valutazioni complessive sull’operato di Biden che hanno toccato i valori minimi dall’inizio del suo mandato.
Il sondaggio del Wall Street Journal riflette anche profonde divisioni generazionali e legate agli orientamenti politici degli intervistati: solo il 17 per cento degli elettori democratici sondati ha dichiarato di sostenere Israele, contro il 69 per cento dei repubblicani. Tra i giovani il sostegno a Israele è inferiore a quello dei senior. Sostiene infatti Israele il 31 per cento degli elettori di età compresa tra 18 e 34 anni, mentre tra gli elettori di età superiore a 65 anni la percentuale sale al 53 per cento.
Il 55 per cento degli intervistati – un totale di 1.500 elettori registrati, consultati tra il 29 novembre e il 4 dicembre scorsi – ha dichiarato di credere che Israele stia conducendo le azioni militari necessarie a difendersi e prevenire un altro attacco da parte di Hamas. Il 25 per cento, invece, ritiene che l’azione militare di Israele sia sproporzionata.
“Puma”. Una vittoria della campagna di boicottaggio e disinvestimento verso Israele
Il quotidiano economico Financial Times riferisce che l’azienda tedesca di abbigliamento sportivo Puma ha deciso di interrompere la sua sponsorizzazione della squadra nazionale di calcio israeliana.
Il “Financial Times”, citando un documento interno dell’azienda. Secondo il giornale, la decisione è stata presa un anno fa e non è legata alle proteste di alcuni gruppi di attivisti che chiedono di boicottare i prodotti dell’azienda tedesca a causa dell’operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza.
“Dal 2024, la terza azienda di abbigliamento sportivo al mondo (Puma) non fornirà più attrezzature alla nazionale dopo aver deciso di non rinnovare il contratto con la Federcalcio israeliana”, si legge sul quotidiano che cita un documento interno della società.
Boicottaggio di Israele. Sabato 16 dicembre seconda giornata nazionale di boicottaggio di Carrefour
Sabato 16 dicembre ci sarà la seconda giornata di mobilitazione nazionale di boicottaggio contro la catena di supermercati Carrefour e lo Stato sionista d’Israele, dopo la prima riuscita mobilitazione del 1° dicembre lungo tutto il paese.
Nel pieno delle festività natalizie, inceppare i meccanismi di relazione economica e commerciale tra l’occupante israeliano e una delle più grandi catene di supermercati d’Europa rappresenta uno dei modi possibili per sostenere la causa del popolo palestinese.
Boicottare Carrefour è importante perché commercia con le imprese che hanno sede nei territori occupati da Israele, invia pacchi di solidarietà all’esercito israeliano – mentre questo commette crimini di guerra in Palestina – e sostiene da sempre l’ideologia e le politiche di Israele.
In Italia, il governo non solo continua a non condannare il genocidio in corso a Gaza e nel resto dei territori occupati, ma scende in piazza assieme alle opposizioni parlamentari in sostegno del regime sionista e sottoscrive un documento con Francia e Germania per sanzionare, non Israele, ma Hamas!
Se Israele allora non viene sanzionato dai governi per i suoi crimini di guerra, devono essere i popoli a sanzionarlo con continue e capillari campagne di boicottaggio, soprattutto ora che la divaricazione tra i sentimenti popolari e la politica dei governi occidentali sul genocidio e la pulizia etnica contro i palestinesi è enorme, come dimostrano i numeri di tutte le piazze del mondo in sostegno della Palestina.
L’obiettivo della campagna resta quello di rompere ogni complicità tra l’Italia e lo Stato sionista d’Israele perché l’impunità di cui godono l’occupazione e i crimini di guerra israeliani tra i governi occidentali non è più tollerabile.
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26/11/2023
La Corte di Giustizia Europea e i prodotti dagli insediamenti israeliani
La Corte di Giustizia dell‘Unione Europea ha dichiarato che gli alimenti originari dei territori occupati dallo Stato di Israele devono recare l’indicazione del loro territorio di origine, accompagnata, nel caso in cui provengano da una località o da un insieme di località che costituiscono un insediamento israeliano all’interno del suddetto territorio, dall’indicazione di tale provenienza.
Nella sentenza Organisation juive européenne e Vignoble Psagot (C-363/18), la Corte di Giustizia UE ha sancito l’obbligatorietà di indicare in etichetta l’origine dei prodotti provenienti dai territori occupati.
Un passo avanti all’insegna della trasparenza e un riconoscimento dell’importanza delle scelte dei consumatori.
Un elemento di trasparenza imprescindibile nei confronti dei cittadini / consumatori, che hanno il diritto di conoscere l’esatta provenienza del prodotto che stanno consumando.
La Corte ha dichiarato, in tal senso, che “l’indicazione del territorio di origine degli alimenti in questione è obbligatoria, al fine di evitare che i consumatori possano essere indotti in errore in merito al fatto che lo Stato di Israele è presente nei territori in quanto potenza occupante e non in quanto entità sovrana”.
Una decisione che reputiamo estremamente importante, in quanto non solo sancisce il dovere dei produttori di indicare correttamente ed in maniera trasparenze l’origine dei prodotti, ma soprattutto riconosce l’importanza del ruolo dei consumatori che, attraverso le loro consapevole scelte, mettono in atto azioni improntate alla propria coscienza e senso critico e di responsabilità etica e morale.
In tal modo si riconosce e si sottolinea la responsabilità che le aziende, i distributori e i cittadini stessi hanno il diritto nello scegliere prodotti che provengono, di fatto, da territori occupati militarmente e che violano i diritti umani e le più basilari norme di diritto internazionale.
Credo che sia urgente in questo contesto cosi difficile e drammatico in cui viviamo, da parte nostra in qualità di cittadini / consumatori pretendere ed esigere dalle Grandi Catene di distribuzione l‘applicazione di questa sentenza, perché abbiamo il diritto di decidere noi quale prodotto intendiamo comperare in modo responsabile e consapevole.
Fonte
Nella sentenza Organisation juive européenne e Vignoble Psagot (C-363/18), la Corte di Giustizia UE ha sancito l’obbligatorietà di indicare in etichetta l’origine dei prodotti provenienti dai territori occupati.
Un passo avanti all’insegna della trasparenza e un riconoscimento dell’importanza delle scelte dei consumatori.
Un elemento di trasparenza imprescindibile nei confronti dei cittadini / consumatori, che hanno il diritto di conoscere l’esatta provenienza del prodotto che stanno consumando.
La Corte ha dichiarato, in tal senso, che “l’indicazione del territorio di origine degli alimenti in questione è obbligatoria, al fine di evitare che i consumatori possano essere indotti in errore in merito al fatto che lo Stato di Israele è presente nei territori in quanto potenza occupante e non in quanto entità sovrana”.
Una decisione che reputiamo estremamente importante, in quanto non solo sancisce il dovere dei produttori di indicare correttamente ed in maniera trasparenze l’origine dei prodotti, ma soprattutto riconosce l’importanza del ruolo dei consumatori che, attraverso le loro consapevole scelte, mettono in atto azioni improntate alla propria coscienza e senso critico e di responsabilità etica e morale.
In tal modo si riconosce e si sottolinea la responsabilità che le aziende, i distributori e i cittadini stessi hanno il diritto nello scegliere prodotti che provengono, di fatto, da territori occupati militarmente e che violano i diritti umani e le più basilari norme di diritto internazionale.
Credo che sia urgente in questo contesto cosi difficile e drammatico in cui viviamo, da parte nostra in qualità di cittadini / consumatori pretendere ed esigere dalle Grandi Catene di distribuzione l‘applicazione di questa sentenza, perché abbiamo il diritto di decidere noi quale prodotto intendiamo comperare in modo responsabile e consapevole.
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08/11/2023
Contro l’invio di armi a Israele bloccati i porti in diversi paesi
L’appello lanciato lo scorso 16 ottobre dai sindacati palestinesi per “smettere di armare Israele” è stato raccolto dai sindacati in diversi paesi.
In Italia sono i portuali genovesi ad aver rilanciato per venerdi 10 novembre la mobilitazione al porto rifiutandosi di gestire l’imbarco di carichi di armi diretti in Israele (negli anni scorsi il target era stata invece l’Arabia Saudita). L’appuntamento è alle ore 6.00 al molo S. Benigno.
Anche i lavoratori del porto australiano di Sidney, stanno protestando contro l’attracco di una nave della compagnia israeliana Zim. All’appello dei sindacati palestinesi hanno aderito ieri anche i portuali dello scalo di Barcellona, annunciando che impediranno “le attività delle navi che portano materiale bellico”.
In Belgio già da alcune settimane a rifiutarsi di caricare armi sono i lavoratori aeroportuali che nel comunicato spiegano “caricare e scaricare ordigni bellici contribuisce all’uccisione di innocenti“. Solidarietà con i lavoratori palestinesi è arrivata inoltre dal sindacato francese Cgt, così come dal sindacato greco Pame che il 2 novembre ha bloccato l’aeroporto di Atene per protesta contro i bombardamenti israeliani.
Negli Stati Uniti un centinaio di attivisti hanno bloccato il porto di Tacoma (nel nord ovest del paese), temendo che la nave statunitense Cape Orlando, ferma in porto trasportasse munizioni ed armamenti per Israele. La nave era già stata bloccata alcuni giorni prima nello scalo di Oakland, nella baia di San Francisco.
Ma le proteste contro l’invio di armi e la collaborazione militare con Israele non si limitano ai porti. In Gran Bretagna lo scorso 26 ottobre un centinaio di persone avevano bloccato l’accesso alla filiale britannica dell’azienda di armi israeliana Elbit Systems.
Negli Stati Uniti nei giorni scorsi gli attivisti avevano bloccato alcune entrate di un impianto della statunitense Boeing destinato alla fabbricazione di armamenti nei pressi di St Louis. Manifestazioni si sono svolte alla sede londinese di Leonardo, gruppo italiano che ad Israele fornisce gli elicotteri Apache.
Di fronte al genocidio dei palestinesi in corso a Gaza, in tutto il mondo sta montando un’ondata di indignazione che chiede il boicottaggio degli apparati militari ed economici di Israele, con un movimento che somiglia molto a quello che portò alla fine del regime di apartheid in Sudafrica.
A livello internazionale da anni è attiva in tal senso la campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) verso Israele che le autorità di Tel Aviv temono moltissimo e contro cui hanno creato un apposito dipartimento, lanciando una contro campagna di criminalizzazione del Bds in vari paesi europei e negli USA. Un tentativo evidentemente destinato a fallire.
Fonte
In Italia sono i portuali genovesi ad aver rilanciato per venerdi 10 novembre la mobilitazione al porto rifiutandosi di gestire l’imbarco di carichi di armi diretti in Israele (negli anni scorsi il target era stata invece l’Arabia Saudita). L’appuntamento è alle ore 6.00 al molo S. Benigno.
Anche i lavoratori del porto australiano di Sidney, stanno protestando contro l’attracco di una nave della compagnia israeliana Zim. All’appello dei sindacati palestinesi hanno aderito ieri anche i portuali dello scalo di Barcellona, annunciando che impediranno “le attività delle navi che portano materiale bellico”.
In Belgio già da alcune settimane a rifiutarsi di caricare armi sono i lavoratori aeroportuali che nel comunicato spiegano “caricare e scaricare ordigni bellici contribuisce all’uccisione di innocenti“. Solidarietà con i lavoratori palestinesi è arrivata inoltre dal sindacato francese Cgt, così come dal sindacato greco Pame che il 2 novembre ha bloccato l’aeroporto di Atene per protesta contro i bombardamenti israeliani.
Negli Stati Uniti un centinaio di attivisti hanno bloccato il porto di Tacoma (nel nord ovest del paese), temendo che la nave statunitense Cape Orlando, ferma in porto trasportasse munizioni ed armamenti per Israele. La nave era già stata bloccata alcuni giorni prima nello scalo di Oakland, nella baia di San Francisco.
Ma le proteste contro l’invio di armi e la collaborazione militare con Israele non si limitano ai porti. In Gran Bretagna lo scorso 26 ottobre un centinaio di persone avevano bloccato l’accesso alla filiale britannica dell’azienda di armi israeliana Elbit Systems.
Negli Stati Uniti nei giorni scorsi gli attivisti avevano bloccato alcune entrate di un impianto della statunitense Boeing destinato alla fabbricazione di armamenti nei pressi di St Louis. Manifestazioni si sono svolte alla sede londinese di Leonardo, gruppo italiano che ad Israele fornisce gli elicotteri Apache.
Di fronte al genocidio dei palestinesi in corso a Gaza, in tutto il mondo sta montando un’ondata di indignazione che chiede il boicottaggio degli apparati militari ed economici di Israele, con un movimento che somiglia molto a quello che portò alla fine del regime di apartheid in Sudafrica.
A livello internazionale da anni è attiva in tal senso la campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) verso Israele che le autorità di Tel Aviv temono moltissimo e contro cui hanno creato un apposito dipartimento, lanciando una contro campagna di criminalizzazione del Bds in vari paesi europei e negli USA. Un tentativo evidentemente destinato a fallire.
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26/10/2023
I palestinesi sfruttati in Cisgiordania e i permessi di lavoro: un sistema che non può avere futuro
Sicuramente avrete visto nei supermercati quegli enormi datteri che hanno scacciato dagli scaffali quelli più piccoli che c’erano prima. Quei datteri vengono da Israele, quasi sicuramente da territori palestinesi illegalmente invasi dai coloni israeliani, che rubano la terra migliore e l’acqua.
Ma oltre che essere il frutto di un crimine di guerra, quei datteri spesso sono anche il prodotto dello sfruttamento schiavista di coloro che quel crimine subiscono.
Oggi le truppe di Israele hanno chiuso i varchi nei muri che circondano i ghetti della Cisgiordania e di Gaza, ma quando non ci sono azioni di guerra, da quei check point ogni giorno da 150.000 a 200.000 palestinesi transitano per andare a lavorare per aziende israeliane.
Una o un palestinese che voglia lavorare per vivere, visto che gran parte della terra, delle risorse e delle attività sono rapinate dall’occupazione israeliana, deve innanzitutto alzarsi alle tre del mattino. Da casa sua dovrà raggiungere uno dei varchi e mettersi in una lunga fila per sottoporsi ai controlli della polizia di frontiera israeliana, nota per la sua brutalità ed il suo razzismo.
Se, dopo alcune ore, avrà evitato violenze e molestie sessuali, la lavoratrice o il lavoratore dovrà prendere un mezzo pubblico, abbastanza costoso, per raggiungere con un lungo viaggio il luogo di lavoro, dove comunque sarà un operaio senza diritti.
I palestinesi lavorano soprattutto nell’edilizia, in agricoltura e nei servizi e sono sottoposti tutti ad una sorta di caporalato di Stato, perché prima di tutto devono pagare il costosissimo permesso di lavoro, che teoricamente sarebbe a carico del padrone, ma che in realtà viene tolto dalla paga.
Gli stessi padroni israeliani fanno affari con i permessi di lavoro, di cui sono titolari in una versione più feroce della nostra Bossi-Fini. I permessi hanno trovato un loro mercato autonomo, sempre ufficialmente condannato ma mai eliminato dalle autorità, e così finiscono in mano a “intermediari”, caporali diremmo noi, che li vendono ai palestinesi, che si indebitano con il padrone per pagarli.
Tutto questo per coloro che riescono ad ottenere un contratto regolare, per gli altri c’è il lavoro nero e clandestino, che il sistema stesso alimenta e che fa fare enormi profitti a veri e propri schiavisti, che minacciano di denunciare alla polizia militare chi non accetti condizioni e paghe disumane.
I lavoratori palestinesi subiscono tutti un trattamento discriminatorio sulle paghe e sulle condizioni di lavoro, per cui alla fine sono pagati circa la metà dei loro colleghi israeliani e muoiono il doppio per infortuni e avvelenamenti sul lavoro. Perché sono spesso donne e anche bambini della Cisgiordania che maneggiano i pesticidi ed i diserbanti con cui si fa gonfiare la frutta che arriva sulle nostre tavole.
Secondo quanto documenta l’International Trade Union Confederation (ITUC), i palestinesi non hanno diritto alle cure per malattia riservate agli israeliani, possono solo andare in un pronto soccorso, anche se da anni lavorano per la stessa azienda. Se si ammalano devono tornare a casa e perdere la retribuzione, non hanno ferie o permessi pagati, o meglio alcuni li hanno anche, ma non ne possono usufruire sennò perdono il lavoro.
I lavoratori regolarmente assunti pagano tasse, contributi sanitari e previdenziali che falcidiano la busta paga. Questi fondi per legge e diritto internazionale dovrebbero in gran parte andare all’autorità palestinese, ma il ministero delle Finanze israeliano li sequestra come rimborso delle spese di Stato per il “controllo e la sicurezza”. Una rapina che si aggiunge ai furti.
Formalmente un lavoratore palestinese avrebbe diritto di ricorrere ai tribunali del lavoro israeliani per difendere i propri diritti, ma se lo facesse finirebbe in tutti i guai possibili prima ancora che il tribunale possa dargli torto.
In sintesi, un lavoratore palestinese ha una giornata reale di lavoro di circa 16 ore per 6 giorni alla settimana, per una paga di 1500/1700 dollari al mese, poco più della metà di quella di un lavoratore israeliano. Tolte le trattenute e i furti legalizzati, alla fine di un mese di lavoro di oltre 350 ore reali il lavoratore palestinese porta a casa 1000/1200 euro, un po’ meno di 3 euro all’ora.
Con questi soldi devono vivere famiglie di 6/8 persone almeno. Solo la miseria e la fame estreme possono spingere le persone ad accettare simili condizioni di sfruttamento. E fame e miseria sono il prodotto diretto dell’occupazione militare e della colonizzazione illegale israeliana, che impediscono ogni sviluppo economico palestinese e costringono un esercito di disoccupati e poveri a farsi schiavo per mangiare.
Alla fine ci sono i soldi, i miliardi di dollari che ogni anno Israele raccoglie da terre non sue e da lavoratori sottoposti ad uno sfruttamento coloniale.
Nelson Mandela accusò Israele di praticare l’apartheid verso la popolazione palestinese, perché così è quando un intero popolo viene soggiogato e privato delle fondamentali libertà. Ma nel tempo il regime che ha fatto dei palestinesi persone di grado inferiore, è diventato un colossale affare.
L’apartheid verso tutta la popolazione è diventato uno specifico apartheid verso i lavoratori palestinesi, costretti ad accettare condizioni e paghe che se fossero liberi rifiuterebbero o lotterebbero per cambiare. Il disumano regime e controllo militare trasforma i lavoratori in schiavi coloniali.
Come si fa a pensare che questo sistema di sfruttamento abbia un futuro? E soprattutto come si fa a credere che chi vi è sottoposto prima o poi non si ribelli, con tutta la rabbia accumulata nei decenni?
Non comprate quei datteri.
Fonte
Ma oltre che essere il frutto di un crimine di guerra, quei datteri spesso sono anche il prodotto dello sfruttamento schiavista di coloro che quel crimine subiscono.
Oggi le truppe di Israele hanno chiuso i varchi nei muri che circondano i ghetti della Cisgiordania e di Gaza, ma quando non ci sono azioni di guerra, da quei check point ogni giorno da 150.000 a 200.000 palestinesi transitano per andare a lavorare per aziende israeliane.
Una o un palestinese che voglia lavorare per vivere, visto che gran parte della terra, delle risorse e delle attività sono rapinate dall’occupazione israeliana, deve innanzitutto alzarsi alle tre del mattino. Da casa sua dovrà raggiungere uno dei varchi e mettersi in una lunga fila per sottoporsi ai controlli della polizia di frontiera israeliana, nota per la sua brutalità ed il suo razzismo.
Se, dopo alcune ore, avrà evitato violenze e molestie sessuali, la lavoratrice o il lavoratore dovrà prendere un mezzo pubblico, abbastanza costoso, per raggiungere con un lungo viaggio il luogo di lavoro, dove comunque sarà un operaio senza diritti.
I palestinesi lavorano soprattutto nell’edilizia, in agricoltura e nei servizi e sono sottoposti tutti ad una sorta di caporalato di Stato, perché prima di tutto devono pagare il costosissimo permesso di lavoro, che teoricamente sarebbe a carico del padrone, ma che in realtà viene tolto dalla paga.
Gli stessi padroni israeliani fanno affari con i permessi di lavoro, di cui sono titolari in una versione più feroce della nostra Bossi-Fini. I permessi hanno trovato un loro mercato autonomo, sempre ufficialmente condannato ma mai eliminato dalle autorità, e così finiscono in mano a “intermediari”, caporali diremmo noi, che li vendono ai palestinesi, che si indebitano con il padrone per pagarli.
Tutto questo per coloro che riescono ad ottenere un contratto regolare, per gli altri c’è il lavoro nero e clandestino, che il sistema stesso alimenta e che fa fare enormi profitti a veri e propri schiavisti, che minacciano di denunciare alla polizia militare chi non accetti condizioni e paghe disumane.
I lavoratori palestinesi subiscono tutti un trattamento discriminatorio sulle paghe e sulle condizioni di lavoro, per cui alla fine sono pagati circa la metà dei loro colleghi israeliani e muoiono il doppio per infortuni e avvelenamenti sul lavoro. Perché sono spesso donne e anche bambini della Cisgiordania che maneggiano i pesticidi ed i diserbanti con cui si fa gonfiare la frutta che arriva sulle nostre tavole.
Secondo quanto documenta l’International Trade Union Confederation (ITUC), i palestinesi non hanno diritto alle cure per malattia riservate agli israeliani, possono solo andare in un pronto soccorso, anche se da anni lavorano per la stessa azienda. Se si ammalano devono tornare a casa e perdere la retribuzione, non hanno ferie o permessi pagati, o meglio alcuni li hanno anche, ma non ne possono usufruire sennò perdono il lavoro.
I lavoratori regolarmente assunti pagano tasse, contributi sanitari e previdenziali che falcidiano la busta paga. Questi fondi per legge e diritto internazionale dovrebbero in gran parte andare all’autorità palestinese, ma il ministero delle Finanze israeliano li sequestra come rimborso delle spese di Stato per il “controllo e la sicurezza”. Una rapina che si aggiunge ai furti.
Formalmente un lavoratore palestinese avrebbe diritto di ricorrere ai tribunali del lavoro israeliani per difendere i propri diritti, ma se lo facesse finirebbe in tutti i guai possibili prima ancora che il tribunale possa dargli torto.
In sintesi, un lavoratore palestinese ha una giornata reale di lavoro di circa 16 ore per 6 giorni alla settimana, per una paga di 1500/1700 dollari al mese, poco più della metà di quella di un lavoratore israeliano. Tolte le trattenute e i furti legalizzati, alla fine di un mese di lavoro di oltre 350 ore reali il lavoratore palestinese porta a casa 1000/1200 euro, un po’ meno di 3 euro all’ora.
Con questi soldi devono vivere famiglie di 6/8 persone almeno. Solo la miseria e la fame estreme possono spingere le persone ad accettare simili condizioni di sfruttamento. E fame e miseria sono il prodotto diretto dell’occupazione militare e della colonizzazione illegale israeliana, che impediscono ogni sviluppo economico palestinese e costringono un esercito di disoccupati e poveri a farsi schiavo per mangiare.
Alla fine ci sono i soldi, i miliardi di dollari che ogni anno Israele raccoglie da terre non sue e da lavoratori sottoposti ad uno sfruttamento coloniale.
Nelson Mandela accusò Israele di praticare l’apartheid verso la popolazione palestinese, perché così è quando un intero popolo viene soggiogato e privato delle fondamentali libertà. Ma nel tempo il regime che ha fatto dei palestinesi persone di grado inferiore, è diventato un colossale affare.
L’apartheid verso tutta la popolazione è diventato uno specifico apartheid verso i lavoratori palestinesi, costretti ad accettare condizioni e paghe che se fossero liberi rifiuterebbero o lotterebbero per cambiare. Il disumano regime e controllo militare trasforma i lavoratori in schiavi coloniali.
Come si fa a pensare che questo sistema di sfruttamento abbia un futuro? E soprattutto come si fa a credere che chi vi è sottoposto prima o poi non si ribelli, con tutta la rabbia accumulata nei decenni?
Non comprate quei datteri.
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17/06/2021
Italia e Israele. Esercitazioni e collaborazioni. Militari...
C’è una via di uscita
Era il 2011 quando per la prima volta il BNC, la direzione palestinese del movimento internazionale di Boicottaggio Disinvestimenti e Sanzioni contro Israele, lanciò la campagna internazionale per l’embargo militare verso Israele.
In questi giorni l’Italia è coinvolta doppiamente con questo Stato in un addestramento di guerra che si svolge in cielo e mare italiani e che impegna piloti e velivoli di entrambi, che si stanno esercitando insieme nei pomeriggi, gli italiani con il ruolo dei “nemici”.
La notizia parte da The Times of Israel il 6 giugno: una nuova esercitazione militare in Italia congiunta con Israele. Piloti d’Italia, USA, Gran Bretagna, Israele, obiettivo l’Iran.
Rimbalza nei giorni seguenti su alcune testate più attente. Antonio Mazzeo su il manifesto, solleva anche il grave problema dell’uso distraente e distorsivo dei media in Italia. Sergio Cararo su Contropiano valuta questo addestramento congiunto “Vergognoso “. Peace Link ha già pubblicato, durante gli ultimi bombardamenti di Gaza, un articolo-appello per la revoca del Memorandum di cooperazione militare Italia-Israele.
La RAI? Il suo silenzio, un altro capitolo.
I primi giorni di giugno sono atterrati su suolo italiano sei dei ventisette F-35 israeliani, aerei da guerra reduci dal bombardamento della popolazione civile a Gaza, un’esercitazione che si protrae fino al 15 giugno. Lo scopo generale è ottimizzare l’integrazione tra aerei di quarta e di quinta generazione ed aumentare il livello di cooperazione nei settori logistico e di spedizione degli F-35, rafforzare l’interoperabilità delle forze aeree alleate e partner durante le operazioni congiunte.
“Falcon Strike 21 (ndr: il nome dell’operazione) offre ai partecipanti l’opportunità di sviluppare capacità nella pianificazione e conduzione di operazioni aeree complesse, portando ad un livello avanzato di addestramento.”
Il partecipante israeliano dichiara pubblicamente di finalizzare l’operazione di addestramento alla preparazione per attaccare l’Iran.
È palese che queste esercitazioni violano l’Art. 11 della Costituzione. Non sono le prime, neanche con un attaccante seriale [*] come Israele, ma questa volta non solo si svolgono al rientro da una delle sue missioni di morte, ma addirittura questo ha come obiettivo esplicito il prepararsi ad aggredire un altro Stato, che non ha assalito l’Italia né la NATO, né ha comunicato intenzioni di farlo.
Di esercitazione in esercitazione e di collaborazione in collaborazione militare con uno Stato in guerra, quale è Israele, l’Italia scivola sempre più vistosamente fuori della legalità, sicuramente della propria e, collaborando con un Paese richiamato più volte per l’illegalità dei suoi comportamenti, anche fuori della legalità internazionale.
Le aggressioni ed i comportamenti messi in atto da Israele a Gerusalemme Est e nel resto della Cisgiordania, a Gaza e nei confini dello Stato stesso, tra la seconda metà di aprile e il 21 maggio, sono sotto indagine internazionale.
Come siamo arrivati ad invischiarci così con Israele?
Nota Cararo: “l’Italia formalmente si dice impegnata nel ripristinare l’accordo 5+2 sul nucleare iraniano e quindi alla distensione. Ma come si fa ad essere credibili come negoziatori quando si fanno addestrare sul proprio territorio gli aerei che dovrebbero attaccare l’Iran?”
L’osservazione sembra ricalcare quella del senatore Marino (Comunisti italiani) al dibattito per la ratifica del Memorandum d’intesa Italia-Israele per la cooperazione militare del 2003, poi approvato con la legge 94 del 17 maggio 2005. “Se il nostro Paese intende svolgere un ruolo di mediazione (considerato che l’Italia che si affaccia sul Mediterraneo cerca di mantenere una politica di buon vicinato con tutti questi Paesi), la ratifica di questo Memorandum rende squilibrata quella che da sempre è stata la nostra politica estera, che anzi viene purtroppo messa in forse da scelte dell’attuale Governo che noi ci sentiamo di respingere.”
Lettura interessante quella dei Resoconti stenografi delle assemblee di ratifica degli Accordi militari con Israele al Senato e alla Camera. Sembra che almeno alcuni parlamentari riuscissero a prevedere e temere quanto è poi successo e sta accadendo.
Interessante (ri)scoprire il voto contrario dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con Valdo Spini ed altri 137 deputati su 317 (4 gli astenuti).
Allora, il presidente del Consiglio era Berlusconi, XIV Legislatura, il Parlamento era chiamato a ratificare il berlusconiano Memorandum d’intesa con il Governo dello Stato d’Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa del 16 giugno 2003.
Quanto in quel dibattito ricordò la deputata Silvana Pisa, dev’essere richiamato anche oggi: il “codice di condotta europeo del 1998 sull’esportazione di armamenti (...) tra i criteri generali contenuti in premessa, richiama l’impegno di tutti i paesi, anche dell’Italia, a non commerciare in armamenti con paesi che non rispettino il diritto internazionale (vedi sentenza della Corte internazionale di giustizia, confermata dall’ONU), che presentino una situazione di tensione o di conflitto armato e che siano caratterizzati da situazioni di insicurezza e instabilità regionale.”
Oggi, inoltre, si vanno accumulando esplicite ed autorevoli accuse a Israele di aver instaurato un regime di apartheid e di aver praticato violazioni di diritti umani.
B’Tselem, nota OnG israeliana per l’informazione sui diritti umani nei Territori Occupati, titola il suo ultimo rapporto, pubblicato il 12 gennaio di questo anno, “Un regime di supremazia ebraica dal Giordano al Mediterraneo. Questa è apartheid”.
Ancora, lo “scorso venerdì 5 febbraio 2021 la Corte penale internazionale, con sede all’Aia, ha emesso una importante decisione in relazione alla situazione della Palestina, sotto ‘esame preliminare'” da 5 anni.
Incalza Human Right Watch, che il 27 aprile pubblica la propria relazione: “Una soglia oltrepassata. Le autorità israeliane e i crimini di apartheid e persecuzione”.
L’appello all’embargo, che nel tempo si è articolato in una campagna complessa, con sotto-campagne particolari: verso Elbit che produce droni impiegati dall’Unione Europea anche contro i migranti, e Axa che investe in quattro banche israeliane finanziatrici di insediamenti coloniali, conserva anche la richiesta di intraprendere iniziative verso i rispettivi governi perché cessino le loro cooperazioni militari e il commercio di armi con Israele.
L’industria militare israeliana, quella che “testa sul campo”, leggi “sui palestinesi”, i suoi raffinati prodotti militari e di sicurezza, dipende dalla cooperazione internazionale, scambi tra Governi e collaborazioni nelle ricerche.
L’appello palestinese può essere la molla per arginare il vorticoso precipizio di militarizzazione crescente in cui sono stati risucchiati tutti i Governi da Berlusconi a seguire ed a cui il Presidente statunitense ancora una volta c’invita dall’incontro del G7.
Note:
[*] Nel 2008-9, 22 giorni di attacco (27 dicembre 2008 – 17 gennaio 2009) indiscriminato con morti vittime sono più di 1200 di cui 410 bambini, i feriti invece 5300 ; israeliani 13 vittime israeliane, di cui tre civili e quasi 200 i feriti; nel 2012 (14 -22 novembre) i palestinesi uccisi furono >150 Nel 2014 dall’8 luglio 2014 al 26 agosto sono 2.220 i morti tra cui 1.492 civili di cui 551 bambini Nel 2018 contro la marcia pacifica più di 230 nel 2021 dal 10 al 20 maggio (11 giorni) 256 morti (OCHA) di cui 66 bambini (12 israeliani); ma ci sono anche uccisioni in Cisgiordania.
Fonte
Era il 2011 quando per la prima volta il BNC, la direzione palestinese del movimento internazionale di Boicottaggio Disinvestimenti e Sanzioni contro Israele, lanciò la campagna internazionale per l’embargo militare verso Israele.
In questi giorni l’Italia è coinvolta doppiamente con questo Stato in un addestramento di guerra che si svolge in cielo e mare italiani e che impegna piloti e velivoli di entrambi, che si stanno esercitando insieme nei pomeriggi, gli italiani con il ruolo dei “nemici”.
La notizia parte da The Times of Israel il 6 giugno: una nuova esercitazione militare in Italia congiunta con Israele. Piloti d’Italia, USA, Gran Bretagna, Israele, obiettivo l’Iran.
Rimbalza nei giorni seguenti su alcune testate più attente. Antonio Mazzeo su il manifesto, solleva anche il grave problema dell’uso distraente e distorsivo dei media in Italia. Sergio Cararo su Contropiano valuta questo addestramento congiunto “Vergognoso “. Peace Link ha già pubblicato, durante gli ultimi bombardamenti di Gaza, un articolo-appello per la revoca del Memorandum di cooperazione militare Italia-Israele.
La RAI? Il suo silenzio, un altro capitolo.
I primi giorni di giugno sono atterrati su suolo italiano sei dei ventisette F-35 israeliani, aerei da guerra reduci dal bombardamento della popolazione civile a Gaza, un’esercitazione che si protrae fino al 15 giugno. Lo scopo generale è ottimizzare l’integrazione tra aerei di quarta e di quinta generazione ed aumentare il livello di cooperazione nei settori logistico e di spedizione degli F-35, rafforzare l’interoperabilità delle forze aeree alleate e partner durante le operazioni congiunte.
“Falcon Strike 21 (ndr: il nome dell’operazione) offre ai partecipanti l’opportunità di sviluppare capacità nella pianificazione e conduzione di operazioni aeree complesse, portando ad un livello avanzato di addestramento.”
Il partecipante israeliano dichiara pubblicamente di finalizzare l’operazione di addestramento alla preparazione per attaccare l’Iran.
È palese che queste esercitazioni violano l’Art. 11 della Costituzione. Non sono le prime, neanche con un attaccante seriale [*] come Israele, ma questa volta non solo si svolgono al rientro da una delle sue missioni di morte, ma addirittura questo ha come obiettivo esplicito il prepararsi ad aggredire un altro Stato, che non ha assalito l’Italia né la NATO, né ha comunicato intenzioni di farlo.
Di esercitazione in esercitazione e di collaborazione in collaborazione militare con uno Stato in guerra, quale è Israele, l’Italia scivola sempre più vistosamente fuori della legalità, sicuramente della propria e, collaborando con un Paese richiamato più volte per l’illegalità dei suoi comportamenti, anche fuori della legalità internazionale.
Le aggressioni ed i comportamenti messi in atto da Israele a Gerusalemme Est e nel resto della Cisgiordania, a Gaza e nei confini dello Stato stesso, tra la seconda metà di aprile e il 21 maggio, sono sotto indagine internazionale.
Come siamo arrivati ad invischiarci così con Israele?
Nota Cararo: “l’Italia formalmente si dice impegnata nel ripristinare l’accordo 5+2 sul nucleare iraniano e quindi alla distensione. Ma come si fa ad essere credibili come negoziatori quando si fanno addestrare sul proprio territorio gli aerei che dovrebbero attaccare l’Iran?”
L’osservazione sembra ricalcare quella del senatore Marino (Comunisti italiani) al dibattito per la ratifica del Memorandum d’intesa Italia-Israele per la cooperazione militare del 2003, poi approvato con la legge 94 del 17 maggio 2005. “Se il nostro Paese intende svolgere un ruolo di mediazione (considerato che l’Italia che si affaccia sul Mediterraneo cerca di mantenere una politica di buon vicinato con tutti questi Paesi), la ratifica di questo Memorandum rende squilibrata quella che da sempre è stata la nostra politica estera, che anzi viene purtroppo messa in forse da scelte dell’attuale Governo che noi ci sentiamo di respingere.”
Lettura interessante quella dei Resoconti stenografi delle assemblee di ratifica degli Accordi militari con Israele al Senato e alla Camera. Sembra che almeno alcuni parlamentari riuscissero a prevedere e temere quanto è poi successo e sta accadendo.
Interessante (ri)scoprire il voto contrario dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con Valdo Spini ed altri 137 deputati su 317 (4 gli astenuti).
Allora, il presidente del Consiglio era Berlusconi, XIV Legislatura, il Parlamento era chiamato a ratificare il berlusconiano Memorandum d’intesa con il Governo dello Stato d’Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa del 16 giugno 2003.
Quanto in quel dibattito ricordò la deputata Silvana Pisa, dev’essere richiamato anche oggi: il “codice di condotta europeo del 1998 sull’esportazione di armamenti (...) tra i criteri generali contenuti in premessa, richiama l’impegno di tutti i paesi, anche dell’Italia, a non commerciare in armamenti con paesi che non rispettino il diritto internazionale (vedi sentenza della Corte internazionale di giustizia, confermata dall’ONU), che presentino una situazione di tensione o di conflitto armato e che siano caratterizzati da situazioni di insicurezza e instabilità regionale.”
Oggi, inoltre, si vanno accumulando esplicite ed autorevoli accuse a Israele di aver instaurato un regime di apartheid e di aver praticato violazioni di diritti umani.
B’Tselem, nota OnG israeliana per l’informazione sui diritti umani nei Territori Occupati, titola il suo ultimo rapporto, pubblicato il 12 gennaio di questo anno, “Un regime di supremazia ebraica dal Giordano al Mediterraneo. Questa è apartheid”.
Ancora, lo “scorso venerdì 5 febbraio 2021 la Corte penale internazionale, con sede all’Aia, ha emesso una importante decisione in relazione alla situazione della Palestina, sotto ‘esame preliminare'” da 5 anni.
Incalza Human Right Watch, che il 27 aprile pubblica la propria relazione: “Una soglia oltrepassata. Le autorità israeliane e i crimini di apartheid e persecuzione”.
L’appello all’embargo, che nel tempo si è articolato in una campagna complessa, con sotto-campagne particolari: verso Elbit che produce droni impiegati dall’Unione Europea anche contro i migranti, e Axa che investe in quattro banche israeliane finanziatrici di insediamenti coloniali, conserva anche la richiesta di intraprendere iniziative verso i rispettivi governi perché cessino le loro cooperazioni militari e il commercio di armi con Israele.
L’industria militare israeliana, quella che “testa sul campo”, leggi “sui palestinesi”, i suoi raffinati prodotti militari e di sicurezza, dipende dalla cooperazione internazionale, scambi tra Governi e collaborazioni nelle ricerche.
L’appello palestinese può essere la molla per arginare il vorticoso precipizio di militarizzazione crescente in cui sono stati risucchiati tutti i Governi da Berlusconi a seguire ed a cui il Presidente statunitense ancora una volta c’invita dall’incontro del G7.
Note:
[*] Nel 2008-9, 22 giorni di attacco (27 dicembre 2008 – 17 gennaio 2009) indiscriminato con morti vittime sono più di 1200 di cui 410 bambini, i feriti invece 5300 ; israeliani 13 vittime israeliane, di cui tre civili e quasi 200 i feriti; nel 2012 (14 -22 novembre) i palestinesi uccisi furono >150 Nel 2014 dall’8 luglio 2014 al 26 agosto sono 2.220 i morti tra cui 1.492 civili di cui 551 bambini Nel 2018 contro la marcia pacifica più di 230 nel 2021 dal 10 al 20 maggio (11 giorni) 256 morti (OCHA) di cui 66 bambini (12 israeliani); ma ci sono anche uccisioni in Cisgiordania.
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14/03/2021
Angela Davis: “L’apartheid va sconfitto, oggi in Israele come ieri in Sudafrica”
Dal 14 al 21 marzo è la International Antiapartheid Week. In questo messaggio video, la storica attivista statunitense Angela Davis chiama alla mobilitazione per mettere fine al razzismo e all’apartheid, negli Usa verso i neri come in Israele verso i palestinesi, così come è stato sconfitto in Sudafrica.
Il regime israeliano di apartheid, colonialismo e occupazione militare continua impunito da decenni, assoggettando l’intero popolo palestinese a un sistema di oppressione razziale istituzionalizzata che nega i diritti fondamentali.
Non rimanere in silenzio di fronte all’impunità!
Agisci e partecipa alla protesta globale virtuale della #IsraeliApartheidWeek 2021. Qui tutti i dettagli
Uniti contro il razzismo! #UnitedAgainstRacism
Dossier per l’embargo militare a Israele
Nell’ambito della Settimana contro l’apartheid israeliana 2021, il 18 marzo alle ore 17.00 ci sarà la presentazione del dossier sull’embargo militare a Israele curato dalla Campagna Bds Italia.
Diretta Facebook su BDS Italia
Intervengono:
– Moni Ovadia (artista),
– Wasim Dahmash (ricecatore e saggista),
– Antonio Mazzeo (ricercatore e giornalista),
– Cinzia Della Porta (USB),
– Fausto Gianelli (Giuristi Democratici),
– Giorgio Beretta (OPAL),
– Samed Ismail (A Foras),
– Rossana De Simone (PeaceLink),
– Majed Abusalama (BDS Gaza e Berlino).
Firmate la petizione contro i droni militari israeliani all’Unione Europea
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Il regime israeliano di apartheid, colonialismo e occupazione militare continua impunito da decenni, assoggettando l’intero popolo palestinese a un sistema di oppressione razziale istituzionalizzata che nega i diritti fondamentali.
Non rimanere in silenzio di fronte all’impunità!
Agisci e partecipa alla protesta globale virtuale della #IsraeliApartheidWeek 2021. Qui tutti i dettagli
Uniti contro il razzismo! #UnitedAgainstRacism
Dossier per l’embargo militare a Israele
Nell’ambito della Settimana contro l’apartheid israeliana 2021, il 18 marzo alle ore 17.00 ci sarà la presentazione del dossier sull’embargo militare a Israele curato dalla Campagna Bds Italia.
Diretta Facebook su BDS Italia
Intervengono:
– Moni Ovadia (artista),
– Wasim Dahmash (ricecatore e saggista),
– Antonio Mazzeo (ricercatore e giornalista),
– Cinzia Della Porta (USB),
– Fausto Gianelli (Giuristi Democratici),
– Giorgio Beretta (OPAL),
– Samed Ismail (A Foras),
– Rossana De Simone (PeaceLink),
– Majed Abusalama (BDS Gaza e Berlino).
Firmate la petizione contro i droni militari israeliani all’Unione Europea
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