Recenti inchieste trasmesse dall’emittente pubblica israeliana Kan 11 hanno rivelato una crisi profonda del settore agricolo nazionale. Anche quello che è spesso considerato un ambito forte delle coltivazioni fatte sulle terre strappate ai palestinesi, ovvero gli agrumi, si trova in profonda difficoltà.
All’origine di questa crisi c’è una combinazione di boicottaggi internazionali e il blocco logistico nel Mar Rosso, dovuto al sostegno di Ansar Allah alla resistenza palestinese, nonostante i cosiddetti “Houthi” abbiano stretto un accordo con gli USA da maggio scorso, per fermare gli attacchi alle navi in transito vicino alle loro coste.
Secondo le testimonianze trasmesse da Kan 11, molti ordini e accordi sono stati cancellati, e gli importatori europei trattano sempre più le merci israeliane come ultima risorsa, in assenza di qualsiasi alternativa. Sul lato asiatico, invece, le rotte delle navi-container non toccano più il porto di Eilat, snodo fondamentale dell’economia sionista sul Mar Rosso.
Anzi, lo scorso 12 gennaio vari media israeliani hanno riportato che i suoi moli sono in pratica paralizzati. Stando al giornale Yediot Ahronoth, i ricavi sono passati da 74 milioni di dollari l’anno a quasi zero: un vero e proprio collasso, che ora mette a rischio la tenuta del terminale fondamentale di Tel Aviv sulla sua sponda meridionale.
L’amministratore delegato del porto, Gideon Golber, aveva detto al Times of Israel lo scorso luglio che “la chiusura di un porto strategico in Israele rappresenterebbe un enorme successo internazionale per gli Houthi, che nessuno dei nostri nemici ha mai ottenuto”. Non si tratta, dunque, solo di crisi economica: “l’Asse della Resistenza” ha effettivamente inferto colpi duraturi ai sionisti.
Tornado alle esportazioni di prodotti agricoli, a lasciare pesanti ferite sull’occupazione israeliana è anche il boicottaggio. Il Segretario Generale dell’Organizzazione Israeliana degli Agrumicoltori, Daniel Klusky, ha notato un arresto totale delle richieste da alcune aree del mondo, come ad esempio dalla Scandinavia, dopo l’avvio dell’escalation genocidia nel settembre 2023.
Eppure, almeno una delle testimonianze riportate dall’emittente è quella di un agricoltore che preferisce perdere il raccolto piuttosto che vendere i propri prodotti ai palestinesi. La foga suprematista e razzista sionista arriva a uno sclerotismo tale da condannare persino il proprio stesso settore agricolo.
Ad ogni modo, è lo stesso brand di Israele che sta subendo una trasformazione sulla scena globale. Le informazioni raccolte collegano direttamente il collasso del comparto alle operazioni militari contro i palestinesi. Uno dei pochi mercati principali ancora disposti a trattare con l’agricoltura israeliana è quello russo.
Questa situazione ha portato alla nascita di quella che un giornalista di Kan 11 ha definito “l’alleanza dei boicottati”. Eppure, senza volontà (né necessità) di difendere Mosca, Israele non ha subito sanzioni, ma anzi finanziamenti e sostegno diplomatico. A condannare il sionismo è la sua stessa politica genocida.
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