di Michelangelo Cocco
La Cina ha registrato nel 2025 il più forte calo demografico dalla grande carestia del 1959-61. Secondo i dati diffusi oggi dall’Ufficio nazionale di statistica (NBS), la popolazione è scesa di 3,39 milioni di persone, passando da 1,4083 miliardi a 1,4049 miliardi. È il secondo anno consecutivo di contrazione, dopo che nel 2023 il paese aveva perso il primato di nazione più popolosa, a favore dell’India.
Il dato più negativo riguarda le nascite: soltanto 7,92 milioni di neonati nel 2025 (contro 11,31 milioni di morti), il livello più basso dalla fondazione della Repubblica popolare nel 1949. Rispetto al 2024 si tratta di un calo del 17 per cento, mentre il confronto con il picco del 2016 evidenzia un crollo di circa dieci milioni. Per il quarto anno consecutivo la curva della natalità continua a scendere, nonostante le campagne governative e gli incentivi economici.
Le ragioni sono molteplici: il costo della vita cresciuto vertiginosamente negli ultimi decenni, la crisi del modello tradizionale di famiglia, e un diffuso orientamento verso l’individualismo nell’era post-Covid. Anche il neoconfucianesimo socialista promosso da Xi Jinping non sembra in grado di invertire la tendenza. Non si mette più su famiglia e, dunque, non si fanno figli (in Cina i due momenti ancora coincidono).
Sociologi e demografi discutono di nuove politiche di welfare e sostegni alla fertilità, ma la fiducia dei cittadini resta bassa. Intanto la trasformazione sociale è già visibile: uomini e donne soli, e un numero crescente di anziani, stanno cambiando stili di vita e di consumo nella “fabbrica del mondo”. Per compensare l’invecchiamento della forza lavoro, Pechino ha avviato un massiccio programma di robotizzazione: quattro umanoidi su cinque installati nel mondo nel 2025 hanno preso servizio in Cina.
Sul fronte economico – sempre secondo i dati ufficiali diffusi oggi – il quarto trimestre ha segnato una crescita del PIL del 4,5 per cento, la più lenta degli ultimi tre anni. Il paese ha comunque centrato l’obiettivo annuale del +5 per cento, ma solo grazie soprattutto al boom delle esportazioni, che l’anno scorso hanno generato un surplus commerciale record di oltre 1.190 miliardi di dollari. La domanda interna, invece, rimane al di sotto delle aspettative.
Si accentua così la dipendenza dall’export, nonostante le politiche governative puntino in direzione opposta, ad aumentare cioè il peso della domanda interna: nel 2025 il 32,7 per cento del PIL è derivato dalle vendite all’estero, il livello più alto dal 1997. Una condizione che, da un lato, è un riflesso dell’accresciuta competitività delle compagnie cinesi nei mercati internazionali, dall’altro espone la Cina alle turbolenze dell’era Trump, dell’aumento del protezionismo e delle tensioni geopolitiche.
Il calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti, penalizzate dai dazi imposti da Donald Trump, è stato comunque più che compensato nel 2025 dall’aumento delle spedizioni verso Unione Europea, Sud-Est asiatico, Africa e America Latina.
Il governo è consapevole delle difficoltà. Kang Yi, direttore del NBS, ha sottolineato che l’economia ha resistito a molteplici pressioni mantenendo una crescita stabile, ma ha avvertito che le sfide esterne si stanno intensificando e che “problemi di lunga data e nuove criticità” pesano sullo sviluppo.
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