La storia si muove anche nei Balcani, nonostante sui media le notizie rimangono più in sordina. Sarà forse anche il fatto che quello che si muove sembra determinato da Washington e Mosca, e indebolisce ulteriormente il ruolo di indirizzo che Bruxelles può esercitare sulla regione.
Partiamo dalla cronaca. In una mossa che intreccia religione, identità nazionale e politica, l’ex Gran Muftì della Bosnia-Erzegovina, Mustafa Cerić, ha lanciato l’idea della creazione di una Chiesa ortodossa bosniaca autocefala, staccata cioè dal patriarcato di Belgrado. La proposta si richiama alla Chiesa bosniaca medievale, e difatti viene giustificata come una “espressione naturale della continuità storica”.
Il Gran Muftì, però, mette subito in chiaro che qui la storia diventa uno strumento della politica contemporanea. Il religioso afferma che tale Chiesa deve esprimere “una chiara lealtà allo Stato bosniaco”, per liberarsi dalle “narrazioni altrui” (ovvero quella serba). Allo stesso tempo, afferma che ciò non sarebbe un atto di divisione, ma di responsabilità... e allo stesso tempo propone il 9 gennaio, giorno della proclamazione della Republika Srpska, anche come data di proclamazione della Chiesa ortodossa bosniaca.
L’idea è quella di tentare di riunificare la Bosnia sotto l’identità ortodossa, in linea con la difesa dei cristiani propugnata da Trump. Mentre la sua amministrazione sospende i visti per l’immigrazione dei cittadini della Bosnia-Erzegovina, Dodik viene parzialmente riabilitato come linea di difesa dall’Islam “radicale”. E si dà un assist ai suoi sostenitori, in particolare Belgrado.
Parallelamente, Rod Blagojevich, ex governatore dell’Illinois e stretto collaboratore del presidente statunitense, ha affermato che le attività dei “Fratelli Musulmani” in Bosnia saranno una priorità d’indagine per la nuova amministrazione, minacciando di mettere nel mirino anche esponenti del principale partito bosgnacco, il SDA. Washington ha già classificato i rami egiziano, giordano e libanese dei Fratelli Musulmani come terroristici.
Nel frattempo, un elemento pesante di crisi per la Serbia sembra andare a risoluzione. Dopo le sanzioni USA di ottobre alla compagnia petrolifera NIS, di cui la maggioranza appartiene a Gazprom Neft (filiale di Gazprom), si è giunti a un accordo che coinvolge anche altri paesi dell’Europa centrale.
Il gruppo ungherese MOL acquisterà la quota di controllo del 56,15% da Gazprom Neft, con la possibilità di ingresso dell’emiratina ADNOC come azionista di minoranza, mossa chiave per ottenere il via libera dalle autorità americane (OFAC). Le autorità serbe hanno negoziato un aumento della loro quota in NIS al 34,9%.
Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha definito l’accordo vantaggioso per Mosca. “Se l’accordo annunciato ieri su NIS fosse stato svantaggioso per la Federazione Russa – ha detto Lavrov – non sarebbe stato concluso. Questo è assolutamente evidente a tutti. Siamo aperti alla collaborazione con tutti”.
L’opportunità di una collaborazione verso un mercato energetico integrato si apre soprattutto per Ungheria, Serbia e Slovacchia. In questo modo, l’amministrazione Trump sembra aver dato via libera a una soluzione sul dossier serbo, e allo stesso tempo aver fatto un’offerta importante per cementare il rapporto con Viktor Orbán e Robert Fico, considerati dalla UE come più vicini sia a Mosca sia a Washington che a Bruxelles.
Blagojevich, inoltre, ha definito l’Alto Rappresentante per Bosnia-Erzegovina, il tedesco Christian Schmidt, un dittatore. Ha poi parlato della prossima abolizione del suo ufficio (OHR), di cui le condizioni per la soppressione sono state definite nel 2008. L’OHR è strumento cruciale di pressione per Sarajevo sui serbi, ma è soprattutto cruciale per la UE: l’incarico è da sempre ricoperto da politici provenienti dai suoi paesi.
Tirando le somme, si potrebbe dire che è la rinegoziazione delle relazioni tra USA e Russia che sta determinando il muoversi degli ingranaggi nei due paesi della ex Jugoslavia. E la UE sta a guardare. Il fronte balcanico è caldo e il suo accendersi, stavolta, non segna la nascita della UE come soggetto che vuole affermarsi nel gioco degli imperialismi, ma piuttosto la sua profonda crisi.
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