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24/01/2026

Accordo Italia-Qatar-Libia per ridisegnare il porto di Misurata e il “Mediterraneo allargato”

Domenica scorsa il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è recato in Libia per siglare un accordo con le autorità della Misurata Free Zone (MFZ), zona franca della città non molto lontana da Tripoli. Si tratta di un’operazione commerciale enorme, con importanti risvolti sulla geopolitica del Mediterraneo.

L’intesa vede come protagonisti il colosso italo-svizzero MSC (attraverso TIL, Terminal Investment Limited), il fondo qatariota Al Maha Capital Partners e l’autorità portuale libica. In campo c’è un investimento da 2,7 miliardi di dollari in tre anni per trasformare il porto di Misurata in un hub logistico di ultima generazione.

Il progetto mira a un salto della scala delle operazioni. Dalla capacità attuale di circa 650 mila TEU (un TEU è la capacità di un container di circa 6 metri), il terminal punta a raggiungerne 1,5 milioni nella prima fase, per poi salire fino a 4 milioni di TEU l’anno. Le ricadute occupazionali sono altrettanto significative: si stimano 70 mila posti di lavoro tra diretti e indiretti.

La Misurata Free Zone manterrà la supervisione e la proprietà degli asset, mentre i partner internazionali porteranno know-how e capitali. In prospettiva, l’obiettivo è rendere il porto della città un “porto in acque profonde”, che permetterebbe l’attracco di navi di maggiori dimensioni e il supporto a catene logistiche più complesse, cambiandone il peso strategico.

“Siamo felici e orgogliosi di sostenere lo sviluppo di questo territorio – ha detto Diego Aponte, presidente di MSC – contribuendo a fare di Misurata uno dei principali progetti di espansione di infrastrutture portuali in Nord Africa e di partecipare così alla concretizzazione della visione del Piano Mattei per l’Africa intrapresa dal Governo italiano”.

È lo stesso grande imprenditore a citare la commistione, in questo progetto, di interessi economici e mire geopolitiche, di espansione dell’area di influenza europea, con l’Italia in posizione privilegiata. E appunto, alla cerimonia di firma c’era anche Tajani, che ha detto: “l’Italia non guarda alla Libia solo con la lente della sicurezza e della migrazione, ma come partner economico e industriale”.

In sostanza, Tajani ha ribadito come la Libia non sia solo la frontiera esternalizzata della UE, dove Bruxelles e Roma pagano i trafficanti di esseri umani per trattenere in veri e propri campi di concentramento i migranti, e centellinarne le partenze in base alle esigenze di sfruttamento del mercato del lavoro europeo. Tutto il Nord-Africa può “aspirare” a consolidare la propria posizione di periferia dell’imperialismo europeo, per garantirgli le forze necessarie a tentare di stare al passo con la competizione globale.

Infatti, mentre la UE esporta il “modello Tripoli” sui migranti anche a Bengasi, sancendo lo smembramento di fatto del paese in potentati locali, ci sono anche altre compagnie strategiche come ENI che hanno promesso investimenti per il progetto di Misurata. È evidente che la contropartita è il rafforzamento della presa dell’azienda di idrocarburi sulle risorse libiche, fondamentali per l’autonomia energetica: sono state avviate, qualche giorno fa, nuove perforazioni esplorative nel Golfo della Sirte.

Inoltre, c’è una proiezione ulteriore che Roma cerca con questo porto. Esso potrebbe diventare non solo l’hub per filiere che si allungano nel continente africano, ma rafforza i propri legami nello scenario del Mediterraneo allargato. Ricordiamo che nell’accordo c’è il Qatar, mostrando la valenza strategica che quest’area ormai assume per gli interessi economici e di sicurezza dell’Italia dentro la cornice degli sforzi europei di conquistarsi un posto tra le grandi potenze.

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