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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

28/01/2026

Lo spettro di Israele e del genocidio sui festival musicali

Lo scorso dicembre, durante la votazione sulla proposta di modifica del regolamento dell’Eurovision Song Contest, l’Unione europea di Radiodiffusione (Ebu) ha deciso che Israele potrà partecipare all’edizione 2026 in programma a maggio a Vienna. A favore della partecipazione di Israele alla 70esima edizione di Eurovision avevano votato in 738, mentre 265 avevano votato contro e 120 si sono astenuti. Inutile rammentare che un altro paese, la Russia, è stato invece escluso senza troppi complimenti.

Tra i più zelanti sdoganatori di Israele all’Eurovision c’è ovviamente la RAI italiana. “Abbiamo confermato l’assoluta volontà che Israele partecipi all’Eurovision” ha detto l’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi ai giornalisti a margine di un convegno. “Questa è la posizione della Rai che è assolutamente favorevole che Israele ci sia. Le polemiche che possono fare eventuali artisti riguardano gli artisti”.

La classifica finale di Sanremo resterà il criterio principale per la scelta degli artisti che dovranno rappresentare l’Italia, posto che spetta al vincitore, a patto che abbia dato il suo consenso. In caso di rinuncia, si procederà come di consueto a scorrere la classifica tra gli artisti che si sono detti disponibili.

Tra gli artisti che hanno già declinato la eventuale partecipazione all’Eurovision – motivandola proprio con la presenza di Israele – c’è Levante: “Non parteciperei all’Eurovision. È una manifestazione molto più politicizzata di quanto si pensi e, siccome di mezzo c’è un Paese che negli ultimi tempi ha creato drammi giganteschi e un genocidio in atto, non si può fare finta di niente” – ha affermato l’artista – “Non l’ho mai fatto. Non ce la faccio ad andare a “casa del ladro””.

Nel tentativo di metterci una pezza, tre consiglieri di amministrazione della Rai (Alessandro di Majo, Davide Di Pietro, Roberto Natale) hanno preso posizione avanzando la proposta di far partecipare all’Eurovisione anche una artista palestinese: “La Palestina deve trovare ospitalità sul palco dell’Eurovision, se non si vogliono sfregiare i valori di inclusione e di fratellanza che la musica porta con sé”.

È partito intanto il killeraggio politico contro il cantante Ghali che lo scorso anno a Sanremo aveva denunciato il genocidio a Gaza. Prima ha cominciato, come di consueto, l’ambasciatore israeliano in Italia. A ruota è arrivata subito la Lega che ha sparato a palle incatenate contro la sua partecipazione alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina il 6 febbraio a San Siro.

“Ghali alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi è una notizia sconcertante, resa ancora più disgustosa pensando che domani è il Giorno della Memoria, una umiliazione per l’Italia” – dicono quelli della Lega – “È davvero incredibile ritrovarsi alla cerimonia di apertura un odiatore di Israele e del centrodestra, già protagonista di scene imbarazzanti e volgari. L’Italia e i Giochi meritano un artista, non un fanatico proPal”, starnazzano gli esponenti della Lega contro l’artista di origini tunisine, che in più occasione ha condannato pubblicamente il genocidio a Gaza, esprimendo supporto alla causa palestinese, con severe critiche verso Israele.

Ghali, giustamente, ha mandato a benedire l’ambasciatore israeliano: “Mi dispiace che abbia risposto in questo modo, c’erano tante cose da dire ma per cosa altro avrei dovuto usare questo palco? Io sono un musicista prima di salire su questo palco. Ho sempre parlato di questo fin da quando sono bambino” – ma ha aggiunto anche un commento che spiega bene il contesto nel quale gli apparati sionisti cercano di mettere sotto pressione anche gli ambienti artistici: “Stiamo vivendo un momento in cui le persone sentono che vanno a perdere qualcosa se dicono viva la pace”.

È curioso che siano in molti a gridare che lo spettacolo e lo sport non debbano essere condizionati dalla politica, ma in gran parte sono gli stessi che questo criterio lo applicano solo a favore Israele e, per esempio, non alla Russia. In questo secondo caso l’esclusione dalle competizioni artistiche e sportive non ha mai visto la loro opposizione o il richiamo alla “neutralità” rispetto alla politica. Un doppio standard sempre più inaccettabile e sempre meno sopportato.

È fin troppo evidente il tentativo di zittire ogni aspetto che richiami all’attenzione pubblica la gravità del genocidio commesso a Gaza. Un modo come un altro per cercare di silenziare, insabbiare e rimuovere dalla coscienza collettiva un orrore e spianare la strada all’impunità dei suoi artefici.

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