Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/08/2026

La Rai smetta di essere la “scorta mediatica” di Israele

Il nodo italiano di Palestine Action ha lanciato una petizione alla Commissione Vigilanza sulla Rai, al consiglio di amministrazione della Rai, all’Ordine dei Giornalisti e all’Usigrai nella quale chiede che cessi la “scorta mediatica” della Rai agli abusi israeliani contro i palestinesi.

La Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sul Territorio Palestinese Occupato e Israele ha pubblicato il 23 giugno 2026 un nuovo rapporto, intitolato “L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”, in cui conferma – dopo un primo rapporto del settembre 2025 – che le autorità e le forze di sicurezza israeliane continuano a commettere il crimine di genocidio, oltre a crimini contro l’umanità e crimini di guerra, a Gaza e in Cisgiordania.

Il documento denuncia in particolare l’uccisione mirata di migliaia di bambini palestinesi e la distruzione sistematica delle condizioni di vita necessarie alla sopravvivenza della popolazione.

A fronte di queste conclusioni, ufficiali e documentate da un organismo delle Nazioni Unite, riteniamo che parte dell’informazione del servizio pubblico non stia raccontando la realtà con il rigore che la gravità dei fatti richiede.

Il 24 luglio 2026, durante l’edizione delle 20:00 del Tg1, è andato in onda un servizio del corrispondente Rai per il Medio Oriente Giovan Battista Brunori sull’assalto di coloni israeliani a un villaggio in Cisgiordania. Secondo quanto denunciato da diversi osservatori, il servizio ha ricostruito l’episodio presentandolo come un attacco da parte palestinese nei confronti di un gruppo di “escursionisti” – un termine che, se riferito ai coloni responsabili dell’aggressione, capovolge il rapporto tra aggressori e vittime e restituisce agli utenti Rai un quadro dei fatti non corrispondente a quanto documentato da fonti internazionali indipendenti.

Non è un caso isolato: nelle ultime settimane più programmi e telegiornali Rai, incluso il giornalista di Rai3 Antonino Monteleone, sono stati oggetto di critiche simili per il modo vergognoso e distorto in cui raccontano il genocidio in corso.

Cosa chiediamo

Come cittadini che finanziano il servizio pubblico con il canone, chiediamo:

  •  Che la Commissione di vigilanza Rai apra una verifica formale e prende provvedimenti concreti sul servizio del Tg1 del 24 luglio 2026 e su altri casi analoghi segnalati, valutando la conformità ai criteri di correttezza, completezza e imparzialità dell’informazione previsti dal contratto di servizio Rai-Stato.
  • Che Usigrai prenda provvedimenti concreti, nell’ambito delle proprie competenze sindacali e deontologiche, per fare in modo che le scelte lessicali usate per descrivere aggressori e vittime in questi servizi rispettino il codice deontologico dei giornalisti.
  • Che la Rai fornisca trasparenza sui criteri editoriali adottati nella copertura del genocidio perpetrato dallo stato sionista, alla luce delle conclusioni delle Nazioni Unite.
  • Che in futuro la terminologia usata nei notiziari distingua chiaramente, sulla base dei fatti riportati dalle fonti sul campo, tra chi compie un’aggressione e chi la subisce.

Il servizio pubblico ha il dovere di raccontare la realtà – anche quando è scomoda – con precisione e senza distorsioni lessicali che alterano la percezione dei fatti da parte del pubblico. BASTA PROPAGANDA!

Chiediamo che questo principio venga rispettato.

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Con un comunicato l’Usb – Coordinamento Rai si è unita alla petizione contro il clima sempre più pressante di censura all’interno dell’Azienda.

“Come USB sosteniamo tutti gli sforzi per contrastare la propaganda sionista che permea la produzione tv e la produzione news, che denunciamo con forza; il pluralismo dovrebbe essere la base del Servizio Pubblico, e riteniamo che la Rai venga meno al compito per cui tutte le cittadine e i cittadini pagano il canone. Le più recenti affermazioni di Brunori e Monteleone ne sono l’esempio maggiormente rappresentativo, ma osserviamo con forte preoccupazione che la linea governativa manipola tutta l’informazione, la cultura e l’intrattenimento delle tre reti generaliste, ormai quasi totalmente occupate e ridotte a megafono della propaganda. Questo atteggiamento censorio si riflette inevitabilmente anche sulle lavoratrici e sui lavoratori, che negli ultimi mesi hanno partecipato con forza e convinzione alle battaglie a sostegno del popolo Palestinese, rivendicando il diritto a lavorare davvero per portare avanti una televisione diversa, che dia voce alla Palestina, che chiami con i giusti termini il genocidio tutt’ora in atto, e che prenda drastiche contromisure contro la trasformazione del Servizio Pubblico in un servizio di propaganda”.

Fonte

16/07/2026

Quando i Pink Floyd trasformarono Venezia nel più grande palco della storia del rock

Esattamente 37 anni fa, il 15 luglio 1989, i Pink Floyd riuscirono in un’impresa che fino a quel momento sembrava impensabile: trasformare il Bacino di San Marco in un gigantesco teatro a cielo aperto, con un palco galleggiante davanti alla città più fragile e spettacolare del mondo. Quello che doveva essere il momento culminante della Festa del Redentore si trasformò in uno degli eventi musicali più discussi e memorabili mai organizzati in Italia, capace di dividere l’opinione pubblica ma anche di entrare definitivamente nella storia del rock.
A distanza di 37 anni, quel concerto potrebbe tornare al cinema. Sul canale YouTube ufficiale della band qualche tempo fa è infatti comparso un misterioso trailer intitolato “Pink Floyd: Live In Venice”. Nessun annuncio ufficiale è ancora arrivato, ma molti fan ipotizzano che, dopo il successo del restauro cinematografico di “Pink Floyd At Pompeii – MCMLXXII“, anche lo storico live veneziano possa essere al centro di una nuova produzione cinematografica.

La scommessa di Venezia

L’idea di un concerto a Venezia nacque nel pieno del tour di “A Momentary Lapse Of Reason”, il primo album realizzato dai Pink Floyd senza Roger Waters, che aveva lasciato il gruppo dopo la pubblicazione di “The Final Cut”. I superstiti David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright erano tornati ai vertici del rock mondiale e si cercava un evento capace di superare qualsiasi concerto tradizionale. La scelta cadde su Venezia, in occasione della Festa del Redentore. L’iniziativa era sostenuta dalla Rai, che investì circa un miliardo di lire per un evento destinato alla mondovisione, e avrebbe dovuto rappresentare anche una grande vetrina internazionale per la città, allora impegnata nella candidatura a Expo 2000.
L’idea del palco galleggiante non era casuale: riprendeva l’antica tradizione veneziana delle orchestre che durante il Redentore si esibivano sulle imbarcazioni della laguna. Per ospitare la band venne costruita una piattaforma di 24 metri, collocata su una chiatta di 90 per 30 metri, ancorata di fronte a Piazza San Marco.

Lo show per duecentomila persone

Il concerto era gratuito e attirò circa 200mila persone, distribuite tra le rive, le piazze, le barche e le imbarcazioni che affollarono il Bacino di San Marco. A seguire l’evento da casa furono invece circa 100 milioni di telespettatori grazie alla diretta Rai trasmessa in numerosi paesi.
L’organizzazione, però, si rivelò insufficiente per gestire un’affluenza di quelle dimensioni. Per proteggere i mosaici della Basilica di San Marco fu imposto un limite di 60 decibel, scelta che penalizzò inevitabilmente la resa sonora e suscitò le proteste di parte del pubblico.
Le polemiche esplosero soprattutto dopo lo spettacolo. Venezia si risvegliò sommersa dai rifiuti: circa trecento tonnellate di spazzatura e cinquecento metri cubi di lattine e bottiglie abbandonate, oltre a diversi episodi di vandalismo, alimentarono un durissimo dibattito politico e istituzionale. Ancora oggi il concerto resta ricordato tanto per la sua straordinaria portata artistica quanto per i problemi organizzativi che ne seguirono.

Lo show: 90 minuti tra luci, quadrifonia e grandi classici

Dal punto di vista musicale, il concerto condensò in circa novanta minuti tutto ciò che aveva reso i Pink Floyd uno dei più grandi spettacoli live del pianeta. La band inglese, affiancata dalla pattuglia di musicisti che la accompagnava in tour – Jon Carin, Guy Pratt, Tim Renwick, Scott Page, Gary Wallis, Rachel Fury, Durga McBroom e Lorelei McBroom – costruì uno show dominato da giochi di luce, laser, effetti scenografici e dal caratteristico impianto sonoro in quadrifonia, tecnologia che il gruppo aveva contribuito a sviluppare già negli anni Settanta.
Per rispettare i tempi televisivi la scaletta venne ridotta rispetto agli altri concerti del tour e alcuni brani, come “Sorrow” e “Money”, furono eseguiti in versione abbreviata. Nonostante ciò, il repertorio offrì molti dei momenti più celebri della carriera della band: dall’apertura affidata a “Shine On You Crazy Diamond (Part I)” fino al gran finale con “Comfortably Numb” e “Run Like Hell”, passando per “Learning To Fly”, “Time”, “Wish You Were Here” e “Another Brick In The Wall (Part 2)“.
Fu uno show inevitabilmente diverso dall’atmosfera sospesa di Pompei: qui i Pink Floyd non suonavano nel silenzio di un anfiteatro vuoto, ma davanti a una città trasformata in un’immensa platea galleggiante.
Ecco qui sotto il video integrale del concerto dei Pink Floyd a Venezia.

La scaletta del concerto

Shine On You Crazy Diamond (Part I)
Learning To Fly
Yet Another Movie
Round And Around
Sorrow
The Dogs Of War
On The Turning Away
Time
The Great Gig In The Sky
Wish You Were Here
Money
Another Brick In The Wall (Part 2)
Comfortably Numb
Run Like Hell

Dopo Pompei, anche Venezia sul grande schermo?

Le immagini del concerto dei Pink Floyd a Venezia non sono inedite. Già nel 1989 la televisione olandese realizzò uno speciale diretto da Wayne Isham ed Egbert van Hees, successivamente trasmesso anche nel Regno Unito. Inoltre, nel 2019, il live è stato incluso nel cofanetto “Pink Floyd: The Later Years” in Dvd e Blu-ray. Il trailer pubblicato oggi lascia però pensare a qualcosa di diverso: una nuova edizione cinematografica, probabilmente restaurata, che riporterebbe sul grande schermo uno degli eventi più spettacolari dell’ultima fase della storia dei Pink Floyd.
Per il momento la band mantiene il massimo riserbo e non ha diffuso ulteriori dettagli. Ma dopo aver riportato nelle sale il mito di Pompei, anche Venezia potrebbe presto avere il riconoscimento che molti fan aspettano da decenni: quello di un concerto entrato nella leggenda, finalmente raccontato come un vero film.

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04/02/2026

“Guerra ai civili”. Per farla bene ci vuole una Tv obbediente...

A quanto pare la Tv è sotto un controllo ferreo. Di regime (senza) quasi... 
Una denuncia dei giornalisti RAI.

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Sul racconto delle violenze a Torino la TGR Piemonte non valorizza il lavoro giornalistico.

Le immagini del poliziotto preso a calci e martellate da incappucciati a #Torino hanno colpito e indignato tutta l’Italia che crede nelle Istituzioni e nella democrazia.

Non ci può essere nessuna giustificazione o relativismo di fronte alla violenza.

Detto questo, il ruolo del servizio pubblico è quello di informare. Con equilibrio, imparzialità, obiettività e completezza, come previsto dal contratto di servizio.

Nel racconto della #TgrPiemonte, nonostante l’impegno e il lavoro profuso da colleghe e colleghi per la copertura di un evento così complesso, è mancata in parte la completezza.

Un collega aveva raccolto il giorno successivo alla manifestazione l’intervista a una componente del centro sociale Askatasuna.

Il collega aveva fatto domande: dure, dirette e senza fronzoli, mettendola di fronte alla violenza degli incappucciati contro un poliziotto.

Quell’intervista i telespettatori non l’hanno mai potuta vedere. Nemmeno in piccola parte.

La motivazione addotta dal direttore della Tgr al Comitato di Redazione di Torino è totalmente non condivisibile: la persona intervistata – che ha risposto alle domande guardando la telecamera – non ha fornito nome e cognome.

Decine di volte abbiamo mandato in onda portavoce di associazioni che, legittimamente, non hanno voluto il proprio nome nella grafica sottopancia.

Decine e decine di volte abbiamo trasmesso interviste di persone di spalle per tutelare l’anonimato loro o dei familiari.

È il lavoro del giornalista: valutare l’attendibilità dell’intervistato, verificare le fonti e fare domande.

Intermediazione giornalistica che, invece, non c’è stata nella pubblicazione del video arrivato preconfezionato con l’intervista al poliziotto ferito. In questo caso nessuno ha potuto porre domande.

Non parliamo né di par condicio, né di censura, ma di svilimento del lavoro giornalistico.

E questo fa male alla Tgr e a tutta la Rai servizio pubblico.

Usigrai Coordinamento Cdr Tgr

Cdr Tgr Piemonte


Fonte

28/01/2026

Lo spettro di Israele e del genocidio sui festival musicali

Lo scorso dicembre, durante la votazione sulla proposta di modifica del regolamento dell’Eurovision Song Contest, l’Unione europea di Radiodiffusione (Ebu) ha deciso che Israele potrà partecipare all’edizione 2026 in programma a maggio a Vienna. A favore della partecipazione di Israele alla 70esima edizione di Eurovision avevano votato in 738, mentre 265 avevano votato contro e 120 si sono astenuti. Inutile rammentare che un altro paese, la Russia, è stato invece escluso senza troppi complimenti.

Tra i più zelanti sdoganatori di Israele all’Eurovision c’è ovviamente la RAI italiana. “Abbiamo confermato l’assoluta volontà che Israele partecipi all’Eurovision” ha detto l’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi ai giornalisti a margine di un convegno. “Questa è la posizione della Rai che è assolutamente favorevole che Israele ci sia. Le polemiche che possono fare eventuali artisti riguardano gli artisti”.

La classifica finale di Sanremo resterà il criterio principale per la scelta degli artisti che dovranno rappresentare l’Italia, posto che spetta al vincitore, a patto che abbia dato il suo consenso. In caso di rinuncia, si procederà come di consueto a scorrere la classifica tra gli artisti che si sono detti disponibili.

Tra gli artisti che hanno già declinato la eventuale partecipazione all’Eurovision – motivandola proprio con la presenza di Israele – c’è Levante: “Non parteciperei all’Eurovision. È una manifestazione molto più politicizzata di quanto si pensi e, siccome di mezzo c’è un Paese che negli ultimi tempi ha creato drammi giganteschi e un genocidio in atto, non si può fare finta di niente” – ha affermato l’artista – “Non l’ho mai fatto. Non ce la faccio ad andare a “casa del ladro””.

Nel tentativo di metterci una pezza, tre consiglieri di amministrazione della Rai (Alessandro di Majo, Davide Di Pietro, Roberto Natale) hanno preso posizione avanzando la proposta di far partecipare all’Eurovisione anche una artista palestinese: “La Palestina deve trovare ospitalità sul palco dell’Eurovision, se non si vogliono sfregiare i valori di inclusione e di fratellanza che la musica porta con sé”.

È partito intanto il killeraggio politico contro il cantante Ghali che lo scorso anno a Sanremo aveva denunciato il genocidio a Gaza. Prima ha cominciato, come di consueto, l’ambasciatore israeliano in Italia. A ruota è arrivata subito la Lega che ha sparato a palle incatenate contro la sua partecipazione alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina il 6 febbraio a San Siro.

“Ghali alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi è una notizia sconcertante, resa ancora più disgustosa pensando che domani è il Giorno della Memoria, una umiliazione per l’Italia” – dicono quelli della Lega – “È davvero incredibile ritrovarsi alla cerimonia di apertura un odiatore di Israele e del centrodestra, già protagonista di scene imbarazzanti e volgari. L’Italia e i Giochi meritano un artista, non un fanatico proPal”, starnazzano gli esponenti della Lega contro l’artista di origini tunisine, che in più occasione ha condannato pubblicamente il genocidio a Gaza, esprimendo supporto alla causa palestinese, con severe critiche verso Israele.

Ghali, giustamente, ha mandato a benedire l’ambasciatore israeliano: “Mi dispiace che abbia risposto in questo modo, c’erano tante cose da dire ma per cosa altro avrei dovuto usare questo palco? Io sono un musicista prima di salire su questo palco. Ho sempre parlato di questo fin da quando sono bambino” – ma ha aggiunto anche un commento che spiega bene il contesto nel quale gli apparati sionisti cercano di mettere sotto pressione anche gli ambienti artistici: “Stiamo vivendo un momento in cui le persone sentono che vanno a perdere qualcosa se dicono viva la pace”.

È curioso che siano in molti a gridare che lo spettacolo e lo sport non debbano essere condizionati dalla politica, ma in gran parte sono gli stessi che questo criterio lo applicano solo a favore Israele e, per esempio, non alla Russia. In questo secondo caso l’esclusione dalle competizioni artistiche e sportive non ha mai visto la loro opposizione o il richiamo alla “neutralità” rispetto alla politica. Un doppio standard sempre più inaccettabile e sempre meno sopportato.

È fin troppo evidente il tentativo di zittire ogni aspetto che richiami all’attenzione pubblica la gravità del genocidio commesso a Gaza. Un modo come un altro per cercare di silenziare, insabbiare e rimuovere dalla coscienza collettiva un orrore e spianare la strada all’impunità dei suoi artefici.

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22/12/2025

La RAI sempre più “servizio bellico”

Prima invocavano compulsivamente il “contradditorio” su ogni cosa. Ora sono passati direttamente al monologo a più voci. Quello per la guerra, naturalmente... 

Persino il fin troppo mite Lucio Caracciolo, direttore della edizione italiana della Komsomol’skaja Pravda (in italiano “Limes”) è ormai considerato un reietto da questa #Rai con l’elmetto.

A #inmezzora, discettano amabilmente di guerra con ospite fisso Marco Minniti passato, qualche anno fa, dalle posizioni apicali del Partito Democratico direttamente alla presidenza della fondazione Med-Or di #Leonardo S.p.A., primo produttore di armi nell’Unione Europea e tra i principali fornitori di sistemi d’arma, inclusi elicotteri e cannoni navali ad Israele. Come chiamare Dracula a spiegarci quanto è importante diventare donatori di sangue.

La nuova conduttrice di #inmezzora, Monica Maggioni, catapultata alla presidenza RAI, alcuni anni or sono, ora tira la volata al Deep State statunitense ed ai nuovi stranamore europei che, con evidente sprezzo del ridicolo, da qualche tempo, amano farsi chiamare “i volenterosi”.

Fonte

07/12/2025

Ritirare l’Italia da Eurovision 2026: USB Rai lancia la raccolta firme

La “tregua” di Trump ha mostrato da tempo la sua vera natura: una trappola attraverso cui imbrigliare Gaza in uno stillicidio continuo di attacchi, mentre oltre la metà della Striscia torna sotto occupazione, con i palestinesi che non possono nemmeno reagire senza incappare nell’accusa di violazione del cessate il fuoco. Intanto, in Cisgiordania continuano gli omicidi extragiudiziali, la colonizzazione, la costruzione di barriere per rubare più territori, frammentare e annettere de facto la regione.

Eppure, tutta la classe dirigente sionista e filosionista a livello internazionale ha approfittato di questa parvenza di pace per organizzare un feroce contrattacco alle mobilitazioni in solidarietà con il popolo palestinese. Da una parte, il tentativo di cancellare ogni dissenso verso le politiche israeliane con l’equiparazione per legge tra antisionismo e antisemitismo. Dall’altra, l’ulteriore normalizzazione del genocidio attraverso la legittimazione di Israele in eventi sportivi e culturali internazionali.

I solidali con la Palestina hanno risposto con campagne come “Show Israel the Red Card” e con lettere aperte per l’esclusione di Israele dalla UEFA, ad esempio. Sul lato delle manifestazioni culturali, l’assemblea generale dello European Broadcasting Union ha deciso di non escludere Israele dall’Eurovision Song Contest. La Rai ha persino sostenuto la partecipazione dell’emittente pubblica israeliana KAN alla prossima edizione.

È evidente l’impegno del governo italiano nello zittire la voce di chi sostiene il popolo palestinese nella propria resistenza. Per questo, dopo le defezioni di alcuni paesi, il boicottaggio della partecipazione italiana fino all’esclusione della compagine israeliana sarebbe un duro colpo all’opera di mistificazione dei sionisti.

L’Unione Sindacale di Base – Coordinamento Rai ha lanciato una petizione online proprio con questo obiettivo. Riportiamo il testo di lancio qui sotto, insieme alla risposta di adesione all’appello scritta dal Circolo Gap di Roma. Qui la petizione.

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Spagna, Irlanda, Slovenia e Paesi Bassi hanno preso una decisione coraggiosa: non parteciperanno alla 70esima edizione del Eurovision Song Contest, che si terrà a Vienna a maggio 2026. Questi paesi, inoltre, hanno scelto di non trasmettere la finale sui loro canali televisivi nazionali: la loro decisione è stata presa in seguito alla conferma della partecipazione di Israele da parte dell’EBU.

È giunto il momento che anche l’Italia prenda una posizione forte e simbolica contro il genocidio ancora in corso in Palestina attraverso la RAI. Come USB – Coordinamento RAI riteniamo che ritirare l’Italia da Eurovision 2026 manderebbe un chiaro segnale di dissenso, unendo la nostra nazione al gruppo crescente di paesi che scelgono di dissociarsi pubblicamente dalle azioni del governo israeliano.

Israele è stato recentemente al centro di numerose critiche internazionali riguardanti le sue azioni genocide nei confronti della popolazione palestinese. In questo contesto, partecipare a un evento che continua a ospitare Israele equivarrebbe ad un tacito assenso a queste politiche.

Ritirando l’Italia da Eurovision e decidendo di non trasmettere la manifestazione, la RAI non solo prenderebbe una posizione eticamente ed empaticamente giustificabile, ma fornirebbe anche un esempio da leader morale sulla scena internazionale. Un gesto di questo tipo dimostrerebbe quanto l’Italia tenga ai valori di dignità umana, uguaglianza e giustizia per tutti i popoli. Faremmo risuonare la nostra voce a livello globale, dimostrando che non chiudiamo gli occhi di fronte alle ingiustizie.

Chiediamo pertanto alla RAI di ritirare l’Italia dal Eurovision Song Contest 2026 e di unirsi agli altri paesi che si sono già dissociati. Firma questa petizione e facciamo sentire la nostra voce per un cambiamento significativo ed etico.

USB – Coordinamento Rai

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Israele parteciperà all’Eurovision: RITIRARE L’ITALIA DAL FESTIVAL!
Parte il boicottaggio: Spagna, Irlanda, Paesi Bassi e Slovenia si ritirano dalla competizione musicale dopo l’ammissione di Israele.

Come circolo culturale GAP, non possiamo tacere. L’Eurovision si presenta da sempre come un grande rituale di inclusività, fratellanza e libertà, ma in realtà riproduce la logica dell’industria culturale: spettacolo senza conflitto, diversità estetizzata e depoliticizzata, musica trasformata in brand identity. Un evento che neutralizza ogni forma di dissenso e trasforma la cultura in un prodotto perfettamente compatibile con gli interessi economici e geopolitici dominanti.

In questo contesto, la partecipazione di Israele non è un semplice “dettaglio tecnico”: è la prova che la neutralità dell’Eurovision è una finzione. La stessa European Broadcasting Union che ha escluso altri paesi per motivi politici continua a fare eccezione per Israele, nonostante le violazioni documentate del diritto internazionale, il genocidio in Palestina e la repressione sistematica del popolo palestinese.

Anche in Italia la situazione è grave. L’assenza di segnali di dissenso da parte del governo Meloni e anzi appoggio tramite scelte politiche chiare come quelle dei continui tagli alla cultura per finanziare la guerra, il riarmo e il genocidio, la normalizzazione della presenza israeliana e la mozione del PD che equipara antisionismo ad antisemitismo, rendono il nostro paese complice dei crimini israeliani. Un esempio recente è il Festival di Sanremo, dove la partecipazione di cantanti israeliane — una di origini palestinesi — ha contribuito ad una mistificazione che in alcun modo condanna Israele e il suo regime di Apartheid e Genocidio.

Le mobilitazioni e gli scioperi iniziati il 22 settembre lo hanno dimostrato chiaramente: non vogliamo che l’Italia continui a legittimare questi crimini anche nei luoghi della cultura e dello spettacolo. Per questo, come circolo GAP, aderiamo e rilanciamo l’appello lanciato da USB RAI che chiede il ritiro del nostro paese dall’Eurovision finché Israele sarà presente come concorrente. Non un centimetro di spazio a chi porta sul palco la bandiera di un genocidio, anche dietro la retorica dell’intrattenimento “neutrale”.

Per noi, la cultura non è neutra. È responsabilità e scelta. Non può farsi complice di ingiustizie o di genocidi. La musica, il teatro, il cinema e tutti i luoghi di cultura devono essere spazi di consapevolezza, critica e denuncia.

Continueremo a farlo: dalla parte della Palestina, dalla parte di una cultura popolare, critica ed emancipatoria. Firmiamo e diffondiamo l’appello: ritirare l’Italia dall’Eurovision finché Israele sarà tra i concorrenti.

Circolo Gap

Fonte

27/10/2025

“No Other Land” proibito dalla Rai perché rischia “strumentalizzazioni”

Comincia a diventare un sintomo della grande difficoltà del governo la vicenda della messa in onda del film No Other Land. Il famoso documentario, vincitore del premio Oscar, è infatti stato rimandato per la seconda volta ed è stato riprogrammato per il 15 novembre. Ma non è ancora dato sapere orario e, dunque, la copertura che gli verrà fornita.

Ripercorriamo velocemente la vicenda. Il film doveva andare in onda il 7 ottobre, ma è stato poi spostato, secondo quello che riporta il Fatto Quotidiano, per le pressioni operate da un politico non ancora identificato. Non mancano i sionisti tra gli scranni parlamentari, da ambo le parti, e non è dunque difficile immaginare che qualcuno si sia messo di traverso: il 7 ottobre non bisognava rompere la narrazione del ‘diritto alla difesa’ di Israele.

Ma la cancellazione del 21 ottobre è un’evidente opera di censura, e le parole di Adriano De Maio mancano di qualsiasi senso della realtà. Il direttore della sezione Cinema e serie tv della Rai ha giustificato l’ennesimo rinvio della messa in onda di No Other Land perché “non era in sintonia con il clima di speranza per la pace che poi è stata firmata. I contenuti del film avrebbero rischiato strumentalizzazioni”.

Ci perdoneranno i nostri lettori per un paragone crudo come quello che segue, ma è un po’ come dire che alla fine della Seconda guerra mondiale non sarebbe stato il caso di far vedere Schindler’s List... perché sarebbe potuto essere oggetto di strumentalizzazioni. Andando più a fondo nella questione, è chiaro cosa De Maio voleva intendere.

No Other Land non è una storia di finzione. È un documentario che racconta l’opera di sequestro e distruzione del villaggio palestinese di Masafer Yatta, nella zona C della Cisgiordania (sotto il controllo civile e militare di Israele). Nonostante l’insediamento sia presente sulle carte geografiche sin dal XIX secolo, per i giudici israeliani non esiste, e dal 2019 è cominciata l’odissea dei suoi abitanti contro i bulldozer.

Il film si conclude ricordando che le riprese si sono concluse prima del 7 ottobre 2023, e che da allora la situazione è persino peggiorata. Il timore di ‘strumentalizzazioni’ è tutto qui. La pellicola non parla di Gaza, non c’è una Hamas da condannare: c’è solo la pratica giornaliera dell’apartheid contro i palestinesi, che antecede di gran lunga gli ultimi due anni di genocidio, e che anzi si è inasprita.

Il problema di No Other Land è che mette in discussione tutta la narrazione sionista: sul fatto che la guerra sia cominciata il 7 ottobre, sul fatto che il pericolo sia Hamas. Ma alla fin fine, anche l’opposizione non ha alzato un polverone sulla questione, perché la propaganda che viene messa in crisi è anche quella per cui la questione palestinese si conclude con la ‘pace’ di Trump.

Israele è uno stato occupante, che porta avanti l’apartheid sistematica, e lo fa nei confronti di tutti i palestinesi, non solo di quelli di Gaza. È nella natura suprematista e razzista su cui si fonda il sionismo che procede la cancellazione dei palestinesi, la cui storia è ridotta a una questione umanitaria, e non a una lotta politica senza compromessi contro un sistema di origine coloniale.

L’opposizione si è astenuta sul piano Trump, avallandone il rinvio del nodo imprescindibile dell’autodeterminazione del popolo palestinese e della fine dei crimini sionisti. No Other Land mostrerebbe a un popolo già altamente sensibilizzato sul tema che per esprimere una concreta opposizione alla complicità col genocidio bisognerebbe mettere in discussione l’operato decennale di Israele.

Proprio per questo risulta importante anche l’ora della programmazione: politici e Rai stanno facendo tutto il possibile perché un pubblico generalista non guardi questo film, ed è perciò possibile che, alla fine, optino per una messa in onda che non favorisca gli ascolti, il 15 prossimo. Ad ogni modo, l’opera di censura è chiara.

Un ultimo appunto va fatto su altre giustificazioni dette da De Maio. Secondo lui, è stato giusto rimandare il film mentre “si alza il livello delle manifestazioni di piazza, anche violente”. Il 21 ottobre era a oltre due settimane dalla manifestazione nazionale del 4 ottobre, dopo settimane di mobilitazioni che hanno registrato radissimi incidenti (causati dalla mala gestione di piazza delle forze dell’ordine, come nel caso di Milano il 22 settembre).

Porre l’allarmismo su presunte ‘violenze di piazza’ significa preparare il terreno a una stretta repressiva. Le prove ci sono già state il 24 ottobre a Roma, quando i manifestanti che volevano sfilare in corteo sono stati accerchiati, caricati, colpiti con idranti, senza alcuna motivazione di ordine pubblico. Questa è l’unica violenza di piazza a cui abbiamo assistito.

La frattura politica che il movimento di solidarietà con la Palestina ha creato, rispetto al quadro politico e alla marcescente egemonia occidentale, preoccupa i difensori ‘dell’ordine costituito’, e allora, con la ‘pace di Trump’, tutti devono rientrare nei ranghi. Anche i film.

Fonte

15/02/2025

La propaganda israeliana e il festival di Sanremo

Quella che è andata in scena durante il festival di Sanremo in euro visione è una vera e propria falsificazione della realtà, per di più con la scusa della “pace”.

Durante la prima serata del festival, Noa e Mira Awad, entrambre cantanti israeliane (quest’ultima di etnia palestinese), hanno duettato interpretando Imagine di John Lennon.

È una scelta “obbligata” per la RAI, alla luce dell’escalation provocata da Israele in tutto il Medio Oriente e soprattutto del precedente dell’anno scorso, in cui Ghali, in maniera totalmente inaspettata per i vertici politici e televisivi, ha condannato in diretta il Genocidio contro il popolo palestinese, venendo successivamente osteggiato e censurato in ogni modo.

Naturalmente, essendo insostenibile una reale condanna verso Israele, la dirigenza RAI ha optato per una mistificazione della realtà omettendo di dire che entrambe le concorrenti hanno più volte rappresentato il proprio paese (che si fonda sulla Nakba e dunque sullo sfollamento dei palestinesi dalle proprie terre natie), in particolare Mira Awad che sebbene sia di origine arabo-palestinese ha rappresentato Israele all’Eurovision del 2009.

Il tentativo è quello non solo di equiparare vittima e carnefice ma anche quello di portare il dibattito verso una retorica che prova ad edulcorare un fatto molto semplice e che è stato esplicitato limpidamente da Trump e Netanyahu: Israele da sempre si fonda sulla negazione del riconoscimento di uno stato e persino del popolo palestinese.

Contrastare oggi il sionismo e la guerra generalizzata che sta tentando di portare avanti Israele significa anche smontare una falsa retorica che il nostro governo e le nostre TV contribuiscono a propagandare, combattendola dalle piazze ai luoghi della cultura, retorica che ha infettato anche la manifestazione canora più importante d’Europa facendo leva su un sentimento di Pace che chiunque di noi vorrebbe, ma non c’è Pace sotto occupazione.

Come abbiamo ribadito con un post precedente, proietteremo la finale del festival con in mente le parole di Ghali e Ricciolino per costruire insieme un momento di socialità e soprattutto per discutere e fischiare tutti insieme le eventuali altre menzogne che andranno in scena.

Ma la realtà trova sempre il modo per bucare la bolla della menzogna. Il maestro Fabio Barnaba, chiamato a dirigere l’orchestra per una delle cover nella serata di ieri, ha indossato una maglietta con la scritta Bds – acronimo della campagna internazionale di boicottaggio contro Israele – “sconvolgendo” i sionisti e i loro complici.

Fonte

18/07/2024

La tragica situazione dell’informazione italiana, secondo un rapporto UE

A metà giugno il giornale Politico aveva diffuso la notizia secondo la quale la von der Leyen aveva ritardato la pubblicazione di un rapporto sullo stato dell’informazione italiana. La motivazione era non irritare Giorgia Meloni in vista della prossima scelta del Presidente della Commissione Europea.

Questo studio è infine stato pubblicato, ed effettivamente il contenuto è tutto fuorché qualcosa che mette in buona luce il governo italiano. E dovrebbe mettere in allarme anche l’opinione pubblica dell’intero Paese.

Il rapporto dal titolo Monitoraggio del pluralismo dell’informazione nell’era digitale redatto dal Centre for media pluralism and media freedom, è arrivato in Vigilanza RAI, dove il rischio per la libertà di informazione è calcolato al 71%.

Nel testo si legge che “la maggioranza ha esplicitamente rivendicato una maggiore influenza sulla RAI e una sorta di diritto ad avere una televisione pubblica allineata con i vincitori delle elezioni”. Nulla a che vedere, dunque, con la dialettica democratica.

Viene denunciata “una vera e propria operazione di occupazione e spartizione, soprattutto da parte del principale partito di governo”, ovvero Fratelli d’Italia, con il risultato che “il pluralismo dell’informazione è fortemente peggiorato”.

Ma il rapporto non riguarda solo l’informazione in senso stretto. In esso si fa riferimento anche alla diffamazione, che ha portato più volte la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) a condannare il nostro paese rispetto al ruolo assunto da questa disciplina penale.

Dagli organi UE è stato fatto notare pure che la riforma Cartabia “ha imposto ai cronisti giudiziari restrizioni relative alla raccolta di informazioni” e che “si può quindi ritenere che il decreto sia uno strumento il cui scopo è proprio quello di limitare la comunicazione di informazioni alla comunità”.

Anche il cosiddetto Bavaglio Costa – ovvero il divieto di pubblicazione integrale o per estratto del testo dell’ordinanza di custodia cautelare fino alla conclusione delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare – è citato come un pericolo. Un’altra limitazione al diritto all’informazione.

Nel rapporto viene messo in risalto il problema del conflitto di interessi nei media privati. E non si parla solo di Mediaset, ma anche del gruppo Gedi, del Sole 24 Ore e di Mario Sechi, passato alla direzione di Libero poche settimane dopo essere stato capo ufficio stampa di Giorgia Meloni.

Nel documento si mette poi in guardia dal fatto che la valutazione presentata potrebbe peggiorare se il deputato leghista Antonio Angelucci, proprietario di numerosi quotidiani attraverso la holding Tosinvest, acquisisse l’agenzia di stampa AGI. Le trattative sono in corso.

Tra le raccomandazioni consigliate nel rapporto troviamo la modifica della legislazione riguardante gli organi apicali della RAI e l’adozione di misure per una maggiore trasparenza. Si inviata anche ad “approvare una riforma organica della legislazione penale in materia di diffamazione”.

Infine, viene chiesto anche di “evitare restrizioni ingiustificate all’accesso alle informazioni dei giornalisti”. Se questo è il consiglio da dare al governo di una delle maggiori potenze occidentali, si può capire come sia poco più che propaganda il vanto di essere un paese democratico.

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28/04/2024

Non date cibo ai cani da guardia di Marco Ferri

In Italia, da tempo, il “watchdog journalism” si è tradotto in cane da guardia del potere costituito, una prassi che ormai pervade la Rai nell’era di TeleMeloni, calco delle reti berlusconiane.

Entrambi i network ormai sono diventati il circolo ricreativo di redattori dei giornali di destra, di proprietà di Angelucci, ovviamente finanziati col denaro pubblico.

La loro missione è spostare il dibattito dalle cause agli effetti, e da questi alle conseguenze.

Decontestualizzare gli episodi dal quadro generale per piegarli alle necessità politiche contingenti è sempre stato il sestante della propaganda della destra.

Un maledetto trucco col quale si sono giustificate le nefandezze della storia e dell’attualità politica: dal fascismo al colonialismo, dal revisionismo storico all’imperialismo, dallo sfruttamento alla repressione, dal razzismo al sessismo.

Il discorso pubblico viene forzato, eterodiretto e gestito dall’alto di specifici interessi lobbistici.

“Non è più il capitalismo, ma qualcosa di peggio – dice McKanzie Wark – La classe dominante del nostro tempo non governa più grazie al possesso dei mezzi di produzione, come facevano i capitalisti. Né attraverso il possesso della terra, come facevano i proprietari terrieri. La classe dominante del nostro tempo possiede e controlla l’informazione”. (“Il capitalismo è morto, il peggio deve ancora venire”, Mackenzie Wark, Nero 2021).

Questo spiega perché la politica oggi si fa sui social e sui mass media, invece che nelle istituzioni democratiche e nella realtà sociale.

È, dunque, una forte tentazione quella di ribattere colpo su colpo ai latrati di quella muta di giornalisti cani che fanno la guardia alle nefandezze del governo, della Ue, della Nato, di Israele.

Ma in questo groviglio di personalismo, narcisismo e servilismo, il dibattito è sceso a un livello talmente basso da rendere inutile ogni possibilità di dialogo.

Anche perché il metodo si è specializzato, ha mutuato dai social il famoso paradigma del “bene o male purché se ne parli”, metodo che consiste nell’ingaggiare la polemica, alimentarla con la contrapposizione in modo da tenere impegnata l’attenzione il più a lungo possibile sulla polemica stessa, invece che sulla realtà dei fatti.

I cani da guardia del potere sono affamati di polemica, che è la chiave del successo del talk show: odio e audience.

D’altronde, è lo stesso livello che esprime il committente, vale a dire la macchina propagandistica del governo. Livello ormai assunto come linea di condotta anche dall’opposizione parlamentare, nonché dai rappresentanti delle cosiddette parti sociali.

Tuttavia, ci sono urgenze politiche che non possono aspettare, segnali economici che vanno compresi, ricchezze sociali che vanno raccolte. I partiti hanno chiuso le sezioni, i loro dirigenti vanno in tv.

Se il sistema politico italiano avesse avuto in sé i tanto decantati anticorpi, gli eredi del Msi non sarebbero andati al governo, a braccetto con i reduci del berlusconismo e del leghismo.

Fuori dai polveroni, la situazione sociale, la condizione materiale, il lavoro povero, i livelli di strapotere corporativo, la neutralizzazione dei diritti per liquidare gli ultimi residui di stato sociale, devono mantenere saldo il loro posto in cima alla nostra agenda.

Non solo perché su questi terreni la propaganda del neo-regime è flaccida, gli specchi sono difficili da essere arrampicati, le bugie vengono presto a galla.

Soprattutto, perché sono essenziali a guardare avanti, a puntare l’attenzione sugli aspetti critici di un sistema che sta sbandando nel fango reazionario, diventando ogni giorno più ferocemente classista, corporativo, intollerante, bellicista.

“Meglio i tagli ai servizi pubblici che la vittoria di Putin”, si è sentito dire a Londra. “L’Europa deve diventare una potenza militare”, hanno fatto eco da Parigi. Il neoliberismo in affanno, si alimenta di bellicismo.

Siamo a un salto di qualità dei fattori che spingono alla famigerata “distruzione creativa”. Sul piano internazionale, il capitalismo finanziario occidentale in declino vuole sottomettere l’economia reale in ascesa in oriente, manu militari.

Contemporaneamente, il bellicismo spinge all’aggressione delle regole politiche, economiche e sociali, attacca le stesse consuetudini democratiche.

Le guerre in atto sono dunque la stessa guerra, la guerra è una ed è la pericolosa variabile dipendente dall’accumulazione che pretende il superamento delle attuali norme con cui si governano le contraddizioni interne ai paesi occidentali.

Abbiamo visto i manganelli nelle città italiane ed europee, li abbiamo visti nelle Università degli USA. È ormai un dato di fatto: la lenta fine dello Stato sociale equivale alla progressiva fine dello Stato di diritto.

Se è vero che i pericoli sono forti, tanto da essere già nei fatti, è altrettanto vero che essi non si combattono ponendosi come obiettivo il ritorno alla dialettica precedente.

Non basta prendere atto che il vento è cambiato, che è un vento atlantico, un’aria cattiva di sfruttamento, di repressione, di menzogna, di rivalsa revisionista, di guerra per procura, di sterminio, di sovranismo. Non è solo vento, è già tempesta.

La realtà che abbiamo conosciuto finora è stata nei fatti già superata da una nuova forma di rigidità del comando sul piano interno, di egemonia imperialista e neocolonialista sul piano internazionale.

Prenderne atto significa non perdere tempo in piccole tattiche difensive, ma ripensare, riorganizzare, riprogettare una nuova visione delle contraddizioni e di conseguenza una nuova pratica politica.

Ci sono compiti molto più importanti che stare appresso ai ditirambi nei talk show televisivi.

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22/04/2024

I nuovi 25 aprile sono tra noi

A partire dal 1994, anno della prima vittoria del centrodestra in Italia, il 25 aprile ha oscillato tra l’essere una ricorrenza calda e il tornare a essere un rito istituzionale piuttosto stanco come durante gli anni ’80 e ’90. Lo stesso Berlusconi ha rappresentato questa oscillazione sia come presidente del consiglio del 1994, ostile a un 25 aprile popolare e antifascista, sia come presidente conciliatore e “partigiano” per la ricorrenza della Liberazione del 2009.

Quest’anno, con il caso Scurati e il cortocircuito partigiani-Palestina, tipico degli ultimi anni, il 25 aprile è di fronte a tentativi di disgregazione o, meglio, di nuova normalizzazione. Il primo proviene dalla destra al governo, da ormai quasi due anni, la quale mentre sterilizza l’informazione pubblica tende a fare altrettanto anche con il 25 aprile cercando di svuotarlo di significato. Il caso Scurati è esemplare: allo scrittore è stato risolto il contratto in RAI per un monologo su caso Matteotti e Liberazione cercando di banalizzare il problema facendolo passare per una questione economica. In realtà, oltre ai noti tentativi del centrodestra di svuotare il significato del 25 aprile, c’è anche la questione dell’autonomia della RAI, nella quale l’esercizio della libertà di informazione è ormai al minimo secondo gli stessi sindacati dell’azienda.

Oggi, in sintesi, il caso Scurati finisce per rappresentare entrambe. Così mentre l’Usigrai parla di “asfissiante controllo sull’informazione in azienda” e lo scrittore premio Strega Scurati di provocazione nei confronti del 25 aprile, l’esecutivo nega ogni censura e sostiene che si tratta di una questione di costi dei contratti per negare l’esistenza del problema dell’informazione Rai e quello della festa della liberazione. Perché la nuova destra non attacca direttamente ma lo fa mettendo in causa il ragioniere della RAI censurando e, allo stesso tempo, cercando di ridurre tutto a un banale problema di soldi.

Altra questione è la consueta presenza della Brigata alle commemorazioni del 25 aprile. Nel 2017 Senza Soste, di cui ripubblichiamo l’intervento, si chiedeva come fosse possibile che alle commemorazioni della liberazione la Brigata ebraica “una brigata dell’esercito inglese, i cui membri dopo la guerra si sono trasferiti principalmente in Israele, provi a dettare platealmente la linea storiografica delle commemorazioni delle associazioni antifasciste italiane”. E invece era ed è possibile vista la vicinanza del mondo associazionistico legato ai partigiani con la causa palestinese e la politica estera di Israele, tesa a delegittimare come “antisemita” ogni manifestazione di solidarietà con la causa palestinese. E per fare questo Israele non esista a mettere bocca sulla storia istituzionale recente del nostro paese.

E così ecco due nuovi 25 aprile: uno dedicato alla sterilizzazione dell’informazione in RAI e dell’approfondimento dedicato a quale dittatura è stato il fascismo; uno invece dedicato al new normal del tentativo di far passare tanto antifascismo come un oscuro oggetto antisemita. Il primo serve a preparare “riforme” istituzionali che gerarchizzano le istituzioni del paese, con il cosiddetto premierato, il secondo a continuare a legittimare in Italia la logica di guerra permanente che Israele sta conducendo da decenni.

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18/02/2024

Si aprono crepe nel servilismo della Rai nell’informazione sulla Palestina

La Rai questa volta non se la caverà a buon mercato. Le manifestazioni e gli scontri sotto le sue sedi in molte città (con le manganellate della polizia a Napoli, Torino, Bologna) che erano state convocate per denunciarne il servilismo verso Israele e il negazionismo verso il genocidio dei palestinesi in corso a Gaza, alla fine hanno prodotto un sussulto anche da parte di una quota di giornalisti e di dipendenti dell'azienda.

“Siamo dipendenti della RAI. Le parole dell’Ad Roberto Sergio, pronunciate per mezzo di Mara Venier nell’edizione sanremese di Domenica IN, segnano un punto di svolta inquietante tanto nel metodo quanto nel merito”. Il Comitato di Redazione dei dipendenti RAI ha reso pubblico un comunicato contro l’Amministratore Delegato dell’azienda Roberto Sergio, il quale, in seguito agli appelli per il «cessate il fuoco» e lo «stop al genocidio» a Gaza lanciati rispettivamente dal cantante Dargen e dal rapper Ghali dal palco del Teatro Ariston e la conseguente presa di posizione contro il Festival da parte dell’ambasciatore israeliano Alon Bar, domenica scorsa aveva scritto e fatto leggere in diretta alla conduttrice Mara Venier una nota per esprimere una “sentita e convinta solidarietà al popolo di Israele ed alla comunità ebraica”. Una ingerenza e un servilismo di troppo per i lavoratori dell’azienda.

“La RAI che sogniamo – spiega il comunicato – non risponde ai diktat dei governi, ne’ quello italiano ne’ tantomeno governi stranieri. Non è proprietà dei suoi alti dirigenti, ne’ di ministri o partiti politici”.

“La RAI che desideriamo non ha bisogno di essere difesa da un cordone di polizia in tenuta antisommossa. Apre invece le porte a tutte e tutti, ascolta, perchè è permeabile a ciò che si muove nella società. Davanti alle sedi della RAI non dovrebbero esserci scontri, ma solo incontri” – è scritto nel comunicato, il quale sottolinea che “L’informazione della RAI che vogliamo è fatta dai suoi giornalisti, professionisti liberi e indipendenti, che rispondono solo ai telespettatori. Non si fa dettare veline dalla politica e dal governo. Neppure dall’editore, che nelle aziende editoriali non può mai decidere sui contenuti. Non prende posizione, persegue il diritto alla verità, non nasconde ciò che il potere vorrebbe celare, stimola il dibattito fornendo strumenti di conoscenza della realtà”.

Chi ha detto che le manifestazioni non servono?

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14/02/2024

Proteste sotto le sedi Rai. Basta complicità con Israele

Ieri un blitz di protesta alla Rai di viale Mazzini a Roma da parte degli studenti di Osa e Cambiare Rotta, oggi sono volate le manganellate alla manifestazione davanti alla sede Rai di Napoli organizzata, secondo quanto hanno detto i promotori, “contro l’atteggiamento di censura della Rai sul genocidio in corso a Gaza e sugli episodi legati alle dichiarazioni di Ghali al festival di Sanremo ed al comunicato di scuse a Israele fatto leggere a Mara Venier durante Domenica In”.

Ieri gli studenti sono stati fermati e denunciati dalla polizia intervenuta davanti alla Rai di Roma, oggi a Napoli sono volate le manganellate e ci sono stati dei feriti quando i manifestanti hanno provato ad affiggere uno striscione sulla sede Rai.

La censura e la vergognosa complicità di tutte le reti Rai con i crimini di guerra israeliani è diventata insopportabile ai più. Nei giorni scorsi dopo il servilismo dimostrato dai vertici Rai verso l’ambasciata israeliana in Italia e con gli attacchi al cantante Ghali per le sue dichiarazioni contro il genocidio dei palestinesi, un tam tam di indignazione aveva cominciato a circolare sulla rete e sui social.

Manifestazioni sotto la Rai, oltre che a Roma e Napoli, sono previste per oggi a Torino, Milano, Bari, Firenze, Cosenza.

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De Magistris: ero presente dinanzi alla sede Rai di Napoli.

Manganellate e sangue per chi ha chiesto giustizia e cessate il fuoco. “Stamattina ero davanti alla RAI di Napoli per protestare contro l’uso politico della televisione pubblica da parte dell’amministratore delegato Roberto Sergio che schiera la radiotelevisione pubblica italiana a favore dello Stato d’Israele prendendo le distanze dal cantante Ghali che aveva osato parlare di genocidio“, lo scrive oggi sui social Luigi de Magistris.

“Il bilancio per chi ha chiesto giustizia per il popolo palestinese, la fine dell’occupazione israeliana, il cessate il fuoco, lo stop al genocidio e ai crimini di guerra dei sionisti israeliani, è di molte manganellate, con teste aperte e molto sangue. Tutti si devono schierare: o con gli oppressi o con gli oppressori. Io starò sempre dalla stessa parte della storia: per la Palestina libera fino alla vittoria“, conclude l’ex Sindaco di Napoli

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13/02/2024

RAI e politici si ergono a difesa del genocidio... contro Ghali

“Stop al genocidio”. Queste tre parole sono bastate a mettere in moto la macchina del servilismo sionista di questo paese contro il cantante Ghali. Il giovane rapper italo-tunisino, che nella serata conclusiva del Festival di Sanremo ha detto delle semplici parole di pace, ha ricevuto come risposta critiche e attacchi.

Per capire a pieno il disgusto che deve provocare questa situazione, bisogna fare una piccola premessa. Dal palco dell’Ariston Ghali non è stato l’unico a fare affermazioni legate agli attuali conflitti in giro per il mondo. Con grandi lodi sono stati presentati gli Antytila, uno dei più famosi gruppi pop-rock ucraini.

La loro canzone ha un titolo inequivocabile: Fortezza Bakhmut, la città presso cui si è svolta una delle principali battaglie tra le forze russe e della Repubblica Popolare di Donetsk e quelle ucraine. Giusto per ribadire l’evidente, al cantante è stato dato tutto lo spazio per ricordare che loro stanno combattendo una guerra che “non abbiamo iniziato noi”, per la “nostra libertà” e per i “nostri ideali in comune”.

Ovviamente non si è sentita una parola di sdegno per il fatto che davanti a milioni di italiani sia stata data l’opportunità a questo artista di sostenere la giunta paranazista di Kiev. Tra l’altro con parole mistificanti (la guerra, lì, è cominciata dopo il golpe di EuroMaidan e la strage nel Palazzo dei Sindacati di Odessa), e quindi non sorprende che si condividano gli stessi “ideali”: quelli della censura, del militarismo e dell’oppressione dei popoli.

Ma non c’è solamente questo aspetto così macroscopico, ce n’è un altro più sottile e “culturale”. Sanremo ha riacquisito una certa attrattività anche grazie ad elementi di contorno, come il Fantasanremo. Nel regolamento di quest’anno, per esempio, 10 punti erano attribuiti anche a chi avesse fatto dichiarazioni o gesti “per la pace”.

In questo modo la tragedia di intere popolazioni è diventata il terreno di un giochetto mediatico. La serietà della guerra è stata trasformata in una gara a punti per gli spettatori italiani, in uno di quei tipici esempi da manuale di disumanizzazione delle distruzioni, delle sofferenze e delle perdite che provocano i conflitti.

Sia chiaro: di per sé il Fantasanremo è un divertimento innocente e tutti hanno apprezzato i richiami a quel senso di umanità che i governanti della filiera euroatlantica, in realtà, non hanno mai avuto. E penso che nessuno voglia mettere in dubbio come i cantanti che li hanno fatti li condividano davvero, anche nel loro privato.

Prendiamo i casi di Dargen D’Amico e Fiorella Mannoia. Chi non la conosce, ascolti la canzone Il Presidente del primo, che parla dei crimini di Washington: Contras, sostegno a terroristi e golpisti antidemocratici. La Mannoia è da sempre dichiaratamente di sinistra, e l’aver usato le parole di Vittorio Arrigoni, seppur senza citarlo, è un riferimento preciso alla situazione palestinese.

Ma appunto, finché questi accenni sono rimasti tali, per i vertici della politica e della televisione si poteva pure chiudere un occhio. La colpa di Ghali è stata quella di aver usato la parola genocidio, che rimanda a una responsabilità politica precisa, sulla quale sta peraltro indagando la Corte de L’Aja, non un gruppetto “antisemita” o “filo-putiniano”.

E se probabilmente la maggior parte degli italiani non sa che “Restiamo umani” era la «firma» di Arrigoni, oggi parlare di genocidio fa pensare subito ai massacri perpetrati da Tel Aviv, oltre che per l’Olocausto.

Dunque, il giorno dopo la finale di Sanremo, tutto l’apparato sionista del paese si è mosso. Il primo a parlare è stato ovviamente l’ambasciatore israeliano a Roma, Alon Bar, che su X ha affermato come sia “vergognoso che il palco del Festival di Sanremo sia stato sfruttato per diffondere odio e provocazioni”. Un’intemerata che puzza lontano un chilometro di coda di paglia, visto che Ghali neanche aveva fatto riferimento esplicito a Israele.

Qualcuno dovrebbe forse ricordargli che chiedere la fine di un genocidio difficilmente può essere interpretato come un messaggio di odio, e che quella che ha chiamato “provocazione” è appunto oggetto di una prima sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja.

Con questa si è aperta una strada legale importante: la Corte d’Appello della stessa città, organo esclusivamente olandese, ha stabilito che Amsterdam deve cessare di esportare verso Israele parti per i caccia F-35.

A fare eco all’ambasciatore ci si è messa tutta la classe dirigente. Piero Fassino, che ne ha in pratica copiato e incollato le frasi in un suo tweet. La Russa, che ha difeso Fassino e ha parlato di un “cantante che pronuncia una frase a senso unico”... forse perché il genocidio è perpetrato solo da Tel Aviv (la stessa logica non valeva, tra l’altro, per il cantante ucraino).

Gasparri è arrivato a dire che Israele “il 7 ottobre ha subito un’aggressione paragonabile alle persecuzioni della Shoah” e che “i vertici dell’azienda [la RAI, ndr] si scusino con le autorità di Israele ed attuino interventi riparatori”. Non è passato un giorno e questo era già successo, con un comunicato dell’amministratore delegato Roberto Sergio.

Il testo è stato letto da Mara Venier a Domenica In, dove anche Ghali era invitato. Il rapper, che come tutti i membri dello showbusiness avrà le sue contraddizioni, ha però avuto l’integrità di rispondere a tono ad Alon Bar, rivendicando di aver usato il palco di Sanremo per un messaggio di pace e ricordando che è da ben prima del 7 ottobre che l’occupazione sionista provoca morte e affama il popolo palestinese.

Ghali ha poi detto: “continua questa politica del terrore [...] stiamo vivendo in un momento in cui le persone sentono che vanno a perdere qualcosa se dicono ‘viva la pace’”. È proprio vero, viviamo in una fase storica in cui la crisi e la guerra hanno portato i sistemi occidentali a una forte torsione autoritaria e a calpestare senza remore i più fondamentali diritti democratici.

Gli scioperi precettati, le denunce e la criminalizzazione degli attivisti solidali con il popolo palestinese e la proibizione delle manifestazioni internazionaliste a fianco della sua resistenza, il bombardamento mediatico bellicista e la censura di qualsiasi messaggio non si allinei alle volontà di UE e NATO è diventata l’abitudine. Persino le parole di Ghali erano state tagliate dalla registrazione di RaiPlay, e solo dopo sono state reintegrate.

La finta opposizione parlamentare ne ha ovviamente approfittato per fare affermazioni “democratiche” a costo zero. Una nota dei membri del PD della Commissione di Vigilanza ha difeso la “libertà di espressione sacrosanta”, e il responsabile informazione del partito, Sandro Ruotolo, ha invocato “un cessate il fuoco umanitario”.

Come sempre, però, gli esponenti del centrosinistra si sono dimenticati di prendere le distanze dai crimini israeliani, e soprattutto che a far saltare l’ipotesi del cessate il fuoco è stato Netanyahu. Delle due l’una, quindi: o si difendono i principi democratici o si difende un governo genocidario.

Intanto, gli eventi di Sanremo non hanno fatto altro che confermare il deterioramento irreversibile del nostro sistema politico, in cui la libertà di espressione e di manifestare è un’opzione sempre più scomoda per la classe dirigente.

Per questo le iniziative di dibattito, le piazze (come i presidi chiamati sotto le sedi RAI, con dei giovani compagni denunciati a Roma) e le attività di boicottaggio di chi è complice di Israele si fanno sempre più importanti, un tassello della lotta per la pace e la giustizia sociale che non si deve fare spaventare dalla repressione.

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01/09/2023

L’aria che tira

La Rai ha prodotto “Il comandante”, film di apertura della 80ª Mostra del cinema di Venezia, che celebra un “eroe” della X Mas, Salvatore Todaro (interpretato da Pierfrancesco Favino) il quale, nel 1940, al comando del sommergibile “Cappellini”, salvò i nemici dal naufragio. Poi, nel novembre del 1941, Todaro passò nella “X flottiglia mas”.

La X Mas fu una formazione militare inquadrata nell’esercito ma agli ordini diretti prima di Benito Mussolini, poi solo del suo comandante, Junio Valerio Borghese, conosciuto come il “principe nero”.

La X Mas si schierò, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, al fianco delle truppe naziste in Italia e fu responsabile di torture, fucilazioni, rastrellamenti, furti e saccheggi.

Peraltro, a novembre dell’anno scorso la Rai aveva cacciato Enrico Montesano perché, durante una trasmissione di intrattenimento, indossava una maglietta con il motto della X mas “Memento Audere Semper” (“Ricordati di osare sempre”), frase ideata da Gabriele D’Annunzio e che si rifaceva all’acronimo MAS – Motoscafo Armato Silurante, una piccola e veloce imbarcazione munita di siluri.

Certo, il paese, in questo momento, aveva un estremo bisogno che qualcuno gli rammentasse che “il fascismo ha fatto anche cose buone” e che gli italiani, in fondo, sono sempre stati “brava gente”, soprattutto se in divisa militare.

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05/06/2023

Fuori dalla Rai, non certo da vittime...

Abbiamo di proposito evitato di dare notizia o commentare le fuoriuscite di Fazio, Annunziata ed altre star dalla Rai verso altre emittenti. Non ci convinceva per nulla la narrazione corrente secondo cui fossero “vittime” dell’arrivo dei fascisti sulle poltrone di comando di viale Mazzini.

Certo, è sicuro che la desta-destra non li sopportasse (“Belli, ciao!” di Matteo Salvini chiarisce la cosa), ma l’immagine da anarchici in viaggio verso Lugano bella proprio non si attaglia a conduttori che hanno saputo per oltre 30 anni gestirsi serenamente tra governi di destra, centro, centrodestra, berlusconissimi, piddini, ecc.

Niente a che vede con i fratelli Guzzanti o Daniele Luttazzi, evidentemente con meno santi in paradiso o meno “flessibilità” individuale. E poi, in ogni caso, ci mancavano per ovvi motivi (non siamo “dentro” i palazzi del potere...) troppe informazioni su appartenenze, strutture, camarille, ecc., che sovrintendono a entrate, uscite, emolumenti, palinsesti.

Queste informazioni Michele Santoro le ha. E in questo post su Facebook ne esterna alcune. Che aiutano a inquadrare meglio la vicenda.

Poi, certo, anche Santoro ha navigato in quei mari per decenni, difficile farne un martire. Però, almeno stavolta, è utile.E persino divertente...

Buona lettura.

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Michele Santoro risponde all’articolo di Gramellini sul Corriere della Sera “Santoro non li sopporta”.

Aldo Grasso, da quando ha smesso di fare il critico televisivo per dedicarsi alla promozione dei programmi della Sette, ha parecchio tempo libero. Ma non sapevo lo dedicasse all’ambizioso tentativo di trasformare uno scrittore commovente come Massimo Gramellini in un editorialista politico commovente fino alle lacrime.

Il corso di recupero deve essere agli inizi considerato gli strafalcioni che presenta la prima composizione dell’allievo.

Già il titolo “Santoro non li sopporta” contiene un errore perché opera una grave manipolazione dei fatti. Più corretto sarebbe stato “Santoro non ci sopporta” visto che si parlava della banda di cui anche il Gramellini fa parte, che ha come capo Giuseppe Caschetto, meglio conosciuto come Beppe.

L’illustre agente sembra aver organizzato questo remake del famosissimo film “Fuga per la Vittoria”, con Fabio Fazio nella parte che fu di Pelé, Lucia Annunziata al posto di Silvester Stallone e Massimo Gramellini, riserva di quasi lusso, con cachet minore diretto alla “Sette”.

Anche questa volta si scappa dai Nazisti ma non dopo averli battuti in una partita di pallone, semplicemente portandogli via con destrezza il tesoro che forse, quegli stupidi, nemmeno sapevano di avere a portata di mano.

Gli americani di Discovery, specializzati in produzioni di qualità, nel ruolo dei salvatori, proteggeranno la cultura occidentale dai furori di Hitler-Meloni. La quale Giorgia però combatte con Hitler-Putin un derby con la banda costretta a fingere di tifare per lei.

L’articolo è un esercizio con richiami storici troppo approssimativi: fa risalire la mia attività addirittura alla fine dell’ottocento, con la lotta che allora infuriava nel Partito Socialista tra massimalisti e riformisti, che oltre a Filippo Turati sarebbero debitori a Fabio Fazio e Lucia Annunziata. Questo per dimostrare che il mio livore rivoluzionario sarebbe la vera causa della sconfitta della sinistra.

E qui casca l’asino Gramellini. Perché per età potrei aver ereditato le colpe dell’ascesa del fascismo o contribuito direttamente ad ostacolare la trasformazione del Partito Comunista o alla durata ventennale del berlusconismo.

Ma non si capisce come possa aver provocato la sconfitta della sinistra italiana negli ultimi dieci anni restando fuori dalla televisione con qualche sporadico intervento da Floris o Lilli Gruber per lo più avvenuto, come l’altra sera, a urne già chiuse.

Aldo Grasso dovrà lavorare ancora parecchio e con corsi di recupero. Ma mentre esprimo tutta la mia comprensione per il lettore del Corriere della Sera che ogni giorno deve sentirsi ripetere che “Cairo è il migliore tra gli imprenditori italiani”, “la Sette una Televisione magnifica” e ora, da un suo socio in affari, che Fazio ha rifondato il socialismo, sono costretto ad ammettere che l’articolo, maldestro sul piano storico e ridicolo su quello politico, contiene tuttavia un’ammissione di straordinaria importanza, che si può tradurre cosi:

“Il sottoscritto Massimo Gramellini, che con Annunziata e Fazio nei ruoli da protagonista, e con la regia di Beppe Caschetto, è impegnato nella produzione di ‘Fuga per la Vittoria’ si rammarica di aver tanto lavorato per il lieto fine vincente della sinistra che è stato purtroppo impedito dall’arrivo dei Nazisti e dal solito Santoro.

Proprio quando, avendo sviluppato un pensiero unico su Pandemia e Guerra in Ucraina, stavamo per far sorgere il sol dell’avvenire. Devo quindi ammettere che ciò che avevamo fatto prima non è servito a un cazzo”
.

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30/01/2023

La RAI dichiara guerra alla Russia

Non sappiamo quanto fondamento abbia la leggenda metropolitana secondo la quale Bruno Vespa sia figlio naturale di Benito Mussolini. Probabilmente nessuna, anche se fu avallata da una discendente conclamata del Duce come Alessandra. Quello che è certo è che Vespa rappresenta l’archetipo del giornalista cortigiano, pronto a tutto pur di servire con vera e propria libidine il Potere, quale che esso sia.

Se il giornalista è quel professionista la cui meritoria funzione dovrebbe consistere nel rendere edotto il pubblico della realtà, diffondendo l’informazione su quanto avviene nel modo più obiettivo e imparziale possibile, ben si può intendere come tutta la lunga e fortunata carriera di Vespa abbia ben poco a che vedere con tale funzione.

Ce lo ricordiamo ancora giovinetto, o quasi, quando appollaiato sugli scranni del Telegiornale, ancora monopolista esclusivo dell’informazione pubblica e privata, propinava all’Italia sotto shock per la strage di piazza Fontana la balla della responsabilità di Valpreda e di Pinelli, destinata a coprire le trame dei fascisti e dei servizi italiani e statunitensi che di quella strage furono i veri autori.

Sono passati ben più di cinquant’anni e il nostro Bruno è più che mai sulla cresta dell’onda e ben inserito nei circoli del Potere di cui è sempre stato il fedele portavoce, senza tralasciare pruriginose attenzioni ai delitti che, solleticando i lati peggiori dell’animo umano, fanno maggiormente audience, e ci restituiscono un quadro inquietante della nostra società malata.

Non ci si può quindi stupire troppo del fatto che Vespa, abbinando il suo indubbio fiuto giornalistico coll’altrettanto indubbia propensione a servire perinde ac cadaver il Potere dominante del momento, si sia gettato a corpo morto sulle vicende ucraine per sponsorizzare in tutti i modi possibili Zhelensky e il progetto della NATO e di settori finora maggioritari del governo statunitense decisi a portare avanti la guerra contro la Russia fino all’ultimo ucraino e, se necessario, fino all’ultimo cittadino europeo.

È il progetto alla Stranamore oggi impersonato non tanto dal malfermo e senile Presidente Biden o dall’amorfo burocrate NATO Stoltenberg, per non parlare dei servi sciocchi presenti in massa nelle burocrazie e nei governi europei, quanto dal Segretario di Stato Blinken, portavoce dei settori oltranzisti che, pur di evitare la saldatura tra Russia ed Europa, hanno scelto di accettare il rischio di ridurre il nostro continente a un ammasso di macerie radioattive.

È questo il progetto nefasto che Vespa ha deciso più o meno consapevolmente di sposare, intervistando Zhelensky e poi invitandolo al Festival di Sanremo, con la complicità di un altro “artista” sovvenzionato in modo principesco dall’erario italiano, quale Amadeus.

Cornuti e mazziati, gli italiani non solo pagano di tasca propria Crosetto e le sue spese militari, contribuendo così a porre le premesse della propria autodistruzione bellica, ma anche il codazzo spettacolarizzato di nani e ballerine guerrafondai cui viene assegnato il principale palcoscenico multimediale in cui da tempo si esibisce la nostra disastrata autocoscienza nazionale.

Zelensky quindi potrà riproporre in quella sede il suo ripetitivo appello alla guerra e agli armamenti, approfittando della generosa ospitalità di Vespa, Amadeus e vertici RAI per porre un altro tassello della guerra globale e nucleare che si sta delineando. E questo proprio nel momento in cui il suo regime scricchiola, è costretto a ricorrere alla repressione generalizzata del dissenso e alla fucilazione dei soldati sempre più stanchi di questa inutile strage, palesando sempre più i suoi tratti genetici di autentico fascismo.

Il dubbio figlio naturale del Duce e l’indubbio erede politico del nazifascista ucraino Bandera si sono quindi ritrovati per ammannirci un’intollerabile spettacolarizzazione del conflitto fratricida che dura ormai da quasi un anno e, mentre fa ogni giorno migliaia di vittime ucraine e russe, minaccia di travolgere tutta l’Europa e il pianeta intero nel fuoco della guerra. Direi che la misura è colma.

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11/01/2023

Un “presidende ti caranzìa” è per sempre

Quando chiudeva tutto si comportava da regime totalitario. Ora che ha aperto le attività “sta mettendo a grave rischio la salute mondiale”. Insomma, la Cina, come fa sbaglia, “a prescindere”, come direbbe Totò.

Al netto di qualsiasi altra considerazione sulla complessità di un paese enorme alle prese con la più grave pandemia da molti decenni a questa parte ed in cui vivono un miliardo e mezzo di persone, sono queste semplificazioni a rivelare una sinofobia senza limiti da parte di Lucia Annunziata, da almeno un ventennio fiera pasdaran ultra-atlantista dopo la breve iniziale parentesi al Manifesto.

Senza le lenti deformanti di un ostinato ed accecante occidentalismo andrebbe ricordato che con la “strategia covid zero” la Cina, in quasi tre anni, era riuscita a contenere le morti appena sopra i 5.000 casi (su un popolazione di 1,43 miliardi di persone) mentre nel nostro paese (59 milioni di abitanti) ad oggi, si contano 185.000 morti.

Con la Lombardia che detiene il triste record 44.922 dei decessi totali a causa delle gestione disastrosa e criminale del governo regionale guidato dalla Lega.

Una strage di massa in seguito alla quale è stato aperto soltanto procedimento civile (ancora in corso) contro la regione Lombardia e Governo, mentre il procedimento penale per una presunta truffa sulle mascherine si è concluso, qualche giorno fa, con l’assoluzione di tutti gli imputati.

Eh, ma l’Annunziata ora è tutta presa dal nuovo scontro di civiltà con i barbari russi e cinesi...

Ricordo con quale zelo e ferocia, circa 18 anni fa, la nostra paladina delle “superiori democrazie occidentali”, da presidente RAI, chiuse, dopo appena una puntata, “Raiot” su Rai 3 (che aveva avuto ottimi ascolti) e cacciò dalla RAI Sabina Guzzanti, rea di averne fatto una irresistibile quanto memorabile caricatura ma, soprattutto, di non avere avuto riguardi nei confronti del potere costituito.

Per avere osato tanto Sabina fu colpita da una fatwā a vita da parte dell’establishment e dai propri maggiordomi piazzati alla RAI ad imperitura “caranzìa” dei sistemi di potere che si spartiscono tutto in questo paese, ma che non tollerano di essere messi in mutande dalla buona satira, quella vera, che non fa sconti a nessuno.

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21/05/2022

La propaganda di guerra mette il bavaglio alla Rai, e non solo

Alla fine sia il Copasir che la Commissione di Vigilanza Rai sono riusciti a mettere il bavaglio al dibattito pubblico sulla guerra in Ucraina.

I risultati negativi nei sondaggi che ripetutamente bocciano nella società la linea guerrafondaia e avventurista del governo e manifestano contrarietà alla subalternità dell’Italia alla Nato e agli Usa, hanno reso isterici e feroci i sostenitori nel nostro paese della guerra a tutti i costi con la Russia.

Ci sarà infatti un “filtro” sulle presenze in tv e verrà istituito un organismo che ‘valuti’ gli ospiti e svolga un’azione preventiva per distinguere cosa è informazione e cosa non lo è. L’obiettivo dichiarato è quello di avere un meccanismo che possa agire da freno alle ingerenze nei media di esponenti accademici o giornalisti a sostegno delle tesi di Mosca. Insomma a “fare la verità” saranno solo i quotidiani rapporti dell’intelligence britannica diffusi religiosamente dalle agenzie e dai Tg e i corrispondenti italiani “embedded” con le forze armate ucraine.

Ad avanzare questa proposta che mette fine alla democrazia nella comunicazione sono il Copasir e Commissione di Vigilanza Rai.

Il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica ha dato infatti il via libera all’indagine conoscitiva, sulla base delle precedenti audizioni dei vertici delle due Agenzie, dell’amministratore delegato della Rai e dell’Agcom, ma allargherà il controllo dalle tv anche ai social network chiedendone ragione e verifiche di chi li guida, alla Polizia postale, al sottosegretario all’Editoria, al capo del Dis e all’Agenzia per la cybersicurezza.

I rappresentanti del Copasir, tanto per essere chiari, andranno a Washington il 12 giugno e poi a Bruxelles per coordinarsi con il lavoro del Parlamento europeo che ha già votato un provvedimento in quella che viene definita guerra contro la disinformazione.

Nei giorni scorsi il governo ha dato il via libera al contratto del servizio pubblico imponendo anche la necessità di garantire una informazione “obiettiva, veritiera, pluralista e completa”, anche attraverso il “contrasto alla disinformazione”.

Lo stesso ha fatto la Commissione di Vigilanza Rai che sta lavorando a delle regole per “contrastare la disinformazione garantire la veridicità delle notizie e delle fonti, puntando ad assicurare l’equilibrio corretto delle posizioni esposte”.

L’invito al servizio pubblico è quello di “attivare strumenti finalizzati a contrastare la diffusione di fake news e prevedere in proposito: l’istituzione di un osservatorio interno permanente; lo sviluppo di specifici prodotti di natura educativa e didattica; la realizzazione di iniziative di promozione riguardo ai rischi derivanti dalla diffusione di notizie false; nonché a sensibilizzare i conduttori dei programmi e i propri dipendenti e collaboratori, anche attraverso specifiche azioni formative, ad attenersi scrupolosamente nella loro attività ai principi del fact-checking”.

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