Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/09/2023

Bertolucci, Bresson, Mann e Favino

Per temperare in qualche modo la polemica scaturita in questi giorni dalle dichiarazioni di PIERFRANCESCO FAVINO, peraltro riciclate da una retorica protezionistica tanto miserabile quanto vetusta (quante volte abbiamo ascoltato rivendicazioni simili!), forse conviene rifarsi alla filosofia dell’autore (e che autore!) finito nel mirino del j’accuse: MICHAEL MANN.

Nel suo cinema denso e tellurico, MANN si è trovato altre volte, prima di questo suo FERRARI, ad avere a che fare con personaggi ispirati a persone reali. Accade in INSIDER, ispirato alla vicenda di un biochimico che sfida l’industria del tabacco per svelarne i letali segreti.

Per quel film del 1999 MANN dichiarò esplicitamente di non aver affatto cercato i suoi protagonisti basandosi sulle somiglianze fisiche, culturali o tantomeno anagrafiche dei personaggi che voleva raccontare. In quel caso, puramente e semplicemente, MANN cercò attori che rispondessero allo “spirito del ruolo”.

Ed è proprio questo che deve fare un regista quando si mette a ricercare l’unica realtà che dovrebbe interessarlo, ossia la realtà del proprio film.

È questo che dovrebbe fare perché la realtà, a cinema, non è mai il reale (non lo è mai stato, nemmeno nelle paradigmatiche opere del neorealismo). Perché in un film l’impressione di verità è più importante di qualunque verosimiglianza (e per ribadirlo non c’è bisogno di scomodare le teorie di BAZIN o, per altri versi, di DELEUZE).

Per questa polemica relativa all’utilizzo di un attore straniero per un personaggio italiano basterebbe un esempio illuminante: quello di NOVECENTO, film del 1976 per il quale il regista BERTOLUCCI chiamò STERLING HAYDEN e GERARD DEPARDIEU a interpretare contadini emiliani e BURT LANCASTER con ROBERT DE NIRO e DONALD SUTHERLAND per i borghesi durante l’autunno e l’inverno del fascismo.

Chi ha il coraggio di sostenere che quella di BERTOLUCCI sia stata solo una paraculata fatta per ragioni commerciali, o magari una soluzione imposta dai produttori associati o dalla 20th Century Fox che distribuì il film?

Grazie a quella scelta (a suo tempo contestatissima e con motivazioni simili a quelle favinesche), NOVECENTO ha acquistato un valore aggiunto, quello di essere un film che del suo autore esprime l’amore forsennato e divorante per la storia (la sua concezione materialistica) come per il cinema.

Grazie a questa scelta poetica che non tiene conto di veridicità etniche e culturali, BERTOLUCCI ci dice che la storia e il cinema hanno bisogno l’uno dell’altro. E questo perché entrambe hanno bisogno del mito per essere decifrate e comprese.

E al fine di smentire l’essenza stessa di questa polemica protezionistica di FAVINO sull’usurpazione degli stranieri basta recuperare la filosofia di un altro maestro che non smette d’ispirarci, ROBERT BRESSON (un cineasta che puntava al mistero del vero più che all’evidenza di ogni naturalismo), il quale raccomandava ai suoi attori di vivere nel film che stavano interpretando come se si ritrovassero “in un paese straniero”.

Le migliori performance dei film della nostra vita sono state quelle di interpreti che, in un modo o nell’altro (presi dalla strada o meno) ci appaiono smarriti, ospiti inquieti del film nel quale sono stati chiamati a rappresentare niente di più che qualche traccia di realtà.

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01/09/2023

L’aria che tira

La Rai ha prodotto “Il comandante”, film di apertura della 80ª Mostra del cinema di Venezia, che celebra un “eroe” della X Mas, Salvatore Todaro (interpretato da Pierfrancesco Favino) il quale, nel 1940, al comando del sommergibile “Cappellini”, salvò i nemici dal naufragio. Poi, nel novembre del 1941, Todaro passò nella “X flottiglia mas”.

La X Mas fu una formazione militare inquadrata nell’esercito ma agli ordini diretti prima di Benito Mussolini, poi solo del suo comandante, Junio Valerio Borghese, conosciuto come il “principe nero”.

La X Mas si schierò, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, al fianco delle truppe naziste in Italia e fu responsabile di torture, fucilazioni, rastrellamenti, furti e saccheggi.

Peraltro, a novembre dell’anno scorso la Rai aveva cacciato Enrico Montesano perché, durante una trasmissione di intrattenimento, indossava una maglietta con il motto della X mas “Memento Audere Semper” (“Ricordati di osare sempre”), frase ideata da Gabriele D’Annunzio e che si rifaceva all’acronimo MAS – Motoscafo Armato Silurante, una piccola e veloce imbarcazione munita di siluri.

Certo, il paese, in questo momento, aveva un estremo bisogno che qualcuno gli rammentasse che “il fascismo ha fatto anche cose buone” e che gli italiani, in fondo, sono sempre stati “brava gente”, soprattutto se in divisa militare.

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18/02/2018

Koltes e la farfalla di Belen

Si sa, Sanremo è Sanremo. E la ribalta dell’Ariston è lo specchio fedele dell’italianità più deteriore, del nostro recondito luogo comune. Dalle canzonette agli ospiti, dai conduttori alle presenze femminili biondo/brune – la donna, su quel palco, è ormai acclarato, esiste solo in quanto accessorio maschile, corredata di trucco, parrucco e abito – tutto riecheggia la cultura qualunquista, moralista o finto trasgressiva a seconda del periodo, familistica, consociativista, clientelare, nazional-popolare nell’accezione più volgare – dunque mai gramsciana – di questo fantasmagorico paese.

Una cultura piccolo-borghese, sostanzialmente televisiva – Pasolini ci aveva visto lungo – fatta di lustrini e paillettes; coltivata, sapientemente e con cura, da oltre sessant’anni (cioè, dai tempi della restaurazione postbellica dello stato liberale, con sigillo vaticano e fideiussione firmata dal Pci), dalle classi dirigenti e ammannita, ogni anno, a milioni di italiani; che se ne cibano, per tutta la durata della kermesse, come smarriti in un atto di auto fagocitante depensamento collettivo.

Un rituale ancestrale, officiato da Totem sacrificabili sull’altare del dio/merce, tra livori ingiustificabili e altrettanto ingiustificabili tripudi, ai quali le italiche e devote genti, accomunate in un gioioso interclassismo emozionale – come solo sugli spalti di uno stadio – si lasciano andare, scivolando nella malia oppioide di uno spettacolo stanco, costruito su cliché rassicuranti, ma capace, inspiegabilmente, ad ogni edizione sanremese, di suscitare una forma di tifoseria parossistica. Odi et amo tracimanti. Un’orgia dionisiaca di sensazioni viscerali e insondabili, vissuta tra sarcasmi, indulgenze, condanne inappellabili, compassionevoli perfidie – in particolar modo indirizzate alle donne – furori e fremiti, che non possono giustificarsi se non con l’infantilismo di un popolo condotto, come un fanciullo bisognoso di distrazione, a Disneyland, dal proprio padre-padrone. Una condizione che però, a parziale discolpa degli italiani stessi, sembra accomunare gran parte del cosiddetto occidente progredito.

Anche quest’anno, com’era facile prevedere, il rituale ha perciò prodotto i suoi osanna e i suoi anatemi, elevando stavolta sull’altare maggiore dell’edizione condotta da Claudio Baglioni – non mi spiegavo perché piacesse alle mie coetanee undicenni, e per questo, forse, ascoltavo i Pink Floyd e sono, in seguito, diventato comunista – l’attore Pierfranceso Favino. Interprete tra i migliori, senza dubbio, del nostro panorama cinematografico, Favino ha compiuto una scelta che, a prima vista, apparirebbe controcorrente: portare, su quel palco che aveva visto trionfare, in pieno berlusconismo, la farfalla di Belen, un monologo tratto dal testo “La notte poco prima delle foreste”, del drammaturgo francese Bernard Maria Koltes. Testo che Favino, oltretutto, sta portando con successo anche a teatro.

A questo punto, però, urge una precisazione. Non guardo Sanremo dagli anni ’80. Mi annoia per tutte le ragioni esposte prima e perché non amo quel genere di musica. Credo di essermi fermato a “Vita Spericolata” di Vasco Rossi, nel 1983. Ne avverto però chiaramente gli echi. Ne ho letto, nel tempo, di sfuggita, le cronache. Mentre oggi, con i social, m’imbatto, irrimediabilmente, nei post di chi, in preda ad un drammatico viaggio lisergico, commenta le cinque serate di Sanremo.

Non so chi abbia vinto il Festival, quest’anno, e non m’interessa. So, però, che Favino, col suo monologo da Koltes, si è conquistato la scena mediatica e social. Tuttavia, devo anche puntualizzare che, dopo la partita del Napoli, facendo zapping, ero giunto sul primo canale Rai, proprio mentre l’attore romano si cimentava nel suo monologo. Mi aveva sì colpito, sebbene non avessi ravvisato, in quell’interpretazione, nè le ragioni di un’immediata beatificazione – come sembrava dovesse accadere, scorrendo Facebook – né gli estremi per una riprovazione morale e ideologica, come quella espressa, su Twitter, da un uomo che da sempre mostra di non brillare per profondità di pensero: l’ex ministro, fascista e razzista, Maurizio Gasparri. Il quale, palesemente obnubilato dalla sua genetica tara, il fascismo appunto, e dalla sua atavica avversione alle razze inferiori – supponendo, non si sa come, di appartenere ad una razza superiore – ha apostrofato Favino come “penoso”, solo perché il pezzo teatrale da lui eseguito sarebbe risultato a favore dell’immigrazione.

Orbene, si può comprendere, da quanto accennato, quali reazioni, eccessive e contrastanti, abbia suscitato l’evento. Reazioni, dal mio punto di vista, sinceramente incomprensibili. Personalmente, difatti, Favino mi era mediamente piaciuto ma non consideravo certo la sua scelta “eroica”, né valutavo la sua interpretazione “straordinaria”, come invece in tanti hanno immediatamente voluto affermare. Anzi, per deformazione professionale, per naturale inclinazione alla critica esasperata ed esasperante, per vocazione politica al minoritarismo e per un certo egotismo esistenziale a sentirmi e definirmi borderline – tutto ciò che fa di me, insomma, un emerito rompiballe – ho colto, sin da subito, incongruenze, atmosfere dallo sfavillante color di retorica, un certo autocompiacimento nell’enfasi recitativa, e un chiaro indirizzo politico. Naturalmente concordato con i vertici dell’azienda, sostanzialmente in linea con il nuovo corso intrapreso dal Vaticano sotto la guida di Papa Francesco, di cui Rai 1, come da tradizione, è il megafono mediatico.

Insomma, a ben vedere, una scelta attentamente studiata, intelligente senza dubbio – considerando anche il periodo pre elettorale e quanto sta accadendo, nel paese, in termini di conflitto sociale a sfondo razziale – in discontinuità, forse, con l’irritante frivolezza sanremese, ma di sicuro non eccessivamente coraggiosa o addirittura eroica. Un pezzo teatrale da gettare così, senza alcuna premessa e senza alcun commento a posteriori – e, probabilmente, visto il clima, qualcosa si sarebbe potuto dire – nel frullatore dello show business, ad orologeria, e da servire sulla bella tavola imbandita di Sanremo per un pubblico che ne avrebbe dovuto godere, innanzitutto, per la suggestione interpretativa di Favino, per poi lasciarne svanire l’effetto come un profumo dall’aroma impalpabile.

Un complesso di fattori, che poco si accordano con Koltes, la sua drammaturgia, la sua vita. La mia critica a Favino, quindi, parte da qua. Ed è una critica che non fa sconti, a maggior ragione in considerazione del fatto che l’interprete del Libanese in Romanzo Criminale non solo è bravo, ma si è sempre dichiarato – come molti artisti ed intellettuali del resto – vicino a quella “sinistra” che sembra essere divenuta, oramai da anni, una categoria astratta, priva di quei contenuti sociali, politici, economici, etici e rivoluzionari che dovrebbero connotarne il senso. Una sinistra rosa pallido, insomma, più liberista degli stessi liberali. Più borghese degli stessi proprietari dei mezzi di produzione. Più genuflessa alle logiche padronali e statali degli stessi emissari dei padroni.

Inconciliabile, dunque, con Koltes. Il quale – mi piace pensarlo nel mio assurdo, lo ammetto, moto di stizza – si sarà incazzato non poco, bestemmiando, com’era probabilmente solito fare in vita, dal regno dei giusti.

Perché Bernard Maria Koltes era un rinnegato, un emarginato, un violento, un tossico, un reietto, un “frocio”. Un cattivo soggetto, morto prima dei 40 anni a causa dell’Aids. I suoi testi parlavano di dolore, di lacerazioni insanabili, di soggetti allo sbando nelle metropoli contemporanee, dove la solitudine degli sconfitti mangia il cervello ed il cuore, nelle notti illuminate dalle luci giallognole e cirrotiche delle strade secondarie. Parlavano di emarginazione sociale, di omosessualità, di razzismo, di violenza, di immigrazione. Parlavano di Lotta di Classe vissuta e patita sulla propria pelle. La pelle nera delle banlieue. La pelle stracciata dai buchi di eroina. La pelle decomposta dalle piaghe dell’Hiv. La pelle martoriata degli operai sfruttati. La pelle livida di calci delle donne picchiate, massacrate dai maschi. La pelle masticata delle puttane sputate agli angoli dei marciapiedi.

Dedicò persino un testo – il primo che vidi a teatro – a quel Roberto Succo, pluriomicida e assassino dei genitori, detto Il Cherubino Nero. Un moderno antieroe degli anni ’80, devastato da una follia onirica e vittima di una società essa stessa schizofrenica ed incapace, già allora, di proporre sogni che non fossero il nulla dell’apparenza, del denaro e della fama. Anche a costo di uccidere e di uccidersi.

Questo era Koltes. Nulla a che vedere con Sanremo ed il suo caleidoscopico sfavillio surreale, tramato di grottesco come un ballo di debuttanti smaliziate. Lì, in quel contenitore di pappe precotte e indigeribili, il suo teatro si normalizza. Diventa rumore di fondo tra altri fastidiosi rumori di fondo. Un susseguirsi di parole decontestualizzate, il cui unico scopo è strappare l’applauso melenso, gratificando l’ego attoriale di Favino.

Con il sovrapprezzo del danno: l’accusa di buonismo. Laddove invece la drammaturgia di Koltes è disperante, il suo teatro, crudele. Non si è reso – pur tralasciando un “fine pensatore” come Gasparri – un servigio all’autore francese, gettandolo in pasto all’indistinguibile massa narcotizzata dalla Tv e alla bella borghesia riunita all’Ariston.

Sarò estremista, veteromarxista, fuori dal mondo e dal coro, ma non riesco più a digerire certi decostruttivismi poststrutturalisti e postmodernisti, oramai divenuti verità ontologiche essi stessi, al servizio del relativismo neoliberista e dello strapotere del mercato. Si abbia il coraggio di andare a recitare Koltes nelle fabbriche, tra gli invisibili, tra i diseredati, dove quelle parole sono vissute con lacerazione, dove quei pensieri scuotono i nervi e gelano quotidianamente il sangue. Troppo facile farlo prendendo compensi da capogiro e nell’ebbrezza appagante del proprio narcisismo.

E allora, se Gasparri si commenta da solo, come qualunque fasciorazzista, corre l’obbligo, come comunisti – anche attirandoci gli strali di coloro che ci accuseranno certamente di perversione ideologica – di chiarire che il pur bravo Favino contribuisce, con il suo demagogico recitare (mi si passi l’espressione) alla fine di quel concetto di “sinistra” che traeva la propria forza, la propria ragion d’essere, prima di tutto dalla sua differente matrice culturale.

Perciò – lo dico a titolo personale e assumendomi tutte le mie responsabilità – mi sono un po’ rotto le scatole di artisti ed intellettuali che fanno dell’incoerenza il loro modello esistenziale, nel nome dell’italianissimo “tengo famiglia” o della globalizzata sovraesposizione mediatica, con straripamento annesso dell’Ego e del portafoglio. Intendiamoci, non ne faccio qui una mera questione di compenso, che pure, di fronte a tanta e diffusa povertà, donne e uomini, artisti ed intellettuali di sinistra, dovrebbero porsi come problema. Ne faccio, in questo luogo, proprio una questione politica.

Non è che puoi recitare Koltes – con quello che la drammaturgia di Koltes significa, in quanto a tematiche e stile – strizzando l’occhio furbescamente ai “contenuti” della sinistra, e poi dichiararti vicino al Pd per convenienza e, caso mai, per affacciarti sulla ribalta infiorata di Sanremo. Quel Pd che è sinonimo di Minniti. Il ministro dell’ordine e del manganello. Che vieta le manifestazioni antifasciste, dopo i casi di Macerata e Bologna, e che farebbe probabilmente arrestare ben volentieri uno come Koltes, appioppandogli Daspo e ostracismo culturale.

Credo sia giunto il momento di dire basta a tali ipocrisie. E i primi dovrebbero essere proprio gli intellettuali e i creativi. Vado oltre: segnatamente, dovrebbero farlo le donne e gli uomini di teatro. Di quel teatro, cioè, che sta attraversando un momento drammatico della propria esistenza, piegato com’è, oramai, alle più bieche logiche del profitto.

Il rischio, sempre più imminente, è, infatti, il caos, l’entropia globalizzata, il cui sbocco, purtroppo, non scorgo a sinistra. L’entropia è divenuta, in questo primo scorcio di XXI secolo, l’episteme della nostra epoca. Come pure la spettacolarizzazione di ogni aspetto delle nostre vite. Fluttuiamo, ormai, nell’oceano dell’indistinto. Il Postmoderno, come ho già detto altrove, è stato elevato a ideologia politica. La realtà come opzione variabile all’infinito. Per restare nei confini del Belpaese: i Cinque Stelle, Fusaro, e il terzoposizionismo rossobruno – fattori dell’ermeneutica politico-esistenziale, oramai à la page – ne rappresentano la semplificazione più eclatante. Tutto vale uno e Uno vale tutto. Ossia nulla vale qualcosa.

Si sta facendo, in poche parole, il gioco delle élite. Con tutti i pericoli che questo comporta. E allora, per tornare a Favino e al suo monologo, credo che si debba trovare il coraggio di dire che, considerando il contesto dell‘Ariston, più che un’operazione nazional-popolare – ah, povero Gramsci! – l’attore romano ha fatto un’operazione elitaria. Altro non è la cultura ridotta a puro spettacolo, apparecchiato da quelle stesse elite per la massa.

Dobbiamo riaffermare, ancora una volta, a costo di sembrar pedanti, che i contesti, e nello specifico i contesti linguistici, sono importanti. Sono importanti i passaggi storici. E non certo secondari sono anche i convincimenti di chi le parole recita, con la sua arte attoriale. Volonté docet!

È ciò che marca la differenza tra quello che Brecht definiva teatro gastronomico e autenticità, bisogno espressivo. Leo de Berardinis, alludendo a Dario Fo – dunque, non esattamente un reazionario – ebbe a dire: «Se vai in una fabbrica a dire ribellatevi, non vuol dire un cazzo. Se vai in fabbrica e reciti Rimbaud, compi un atto politico rivoluzionario». Certo, altre epoche e altre donne e uomini di teatro...

Franca Rame, ad esempio, subì uno stupro per la rappresentazione di Morte accidentale di un anarchico, dedicato a Pino Pinelli. Stupro ordinato dai vertici della Benemerita e compiuto dai fasci di San Babila. Oggi, in teatro, invece, si “riproduce tecnicamente” – la locuzione rimanda volutamente a Benjamin – la televisione: lo scambio, dunque, è reciproco.

E allora, anche se siamo disposti ad ammettere, seppur con una certa riluttanza, “ben venga che Koltes possa essere conosciuto al di là degli addetti ai lavori” – come si sta ripetendo da più parti – non possiamo e non vogliamo esimerci dal rimarcare il rischio che – con queste modalità, al di fuori del contesto culturale che gli apparterrebbe (popolare, rivoluzionario, di “classe”) – lo si trasformi in un banale post su Facebook, alla mercé del radical-chic massificato e omologante a sinistra.

Cosa che, d’altra parte, sta già avvenendo. Come il Che delle magliette, trasformato in icona di quel pacifismo borghese che a lui ripugnava. C’è da dire, inoltre – a riprova che il timore da me espresso non è proprio peregrino o frutto di paranoia idelogica – che proprio Favino, in un’intervista rilasciata a Teatro e Critica, a proposito dello spettacolo “La notte poco prima delle foreste”, sottolinea che la diversità, l’alterità di cui si parla non si connota immediatamente in senso politico e, pertanto, non è espressamente e immediatamente riferibile ad una condizione di “clandestinità” migratoria, ma assume un senso più ampio e, allo stesso tempo, più intimo, quindi esistenziale. Lecito, certo. Ma si comprenderà che così è Favino stesso a disinnescare l’esplosivo impatto sociale di quel testo.

Una nota, infine, va all’intepretazione stessa messa in gioco dal “Libanese”. Una prova attoriale innegabilmente forte, però costruita, tutta in virata sul pathos, sulla suggestione emotiva, di primo impatto, in linea, appunto, con quella che possiamo definire la cifra stilistica di Rai Uno.

Verrebbe da dire, con McLuhan, che, mai come in questo caso, il medium è il messaggio. Un testo come quello di Koltes, invece, avrebbe richiesto, a mio opinabilissimo parere, una recitazione più raffreddata, in sottrazione, capace di mirare all’intelligenza più che allo stomaco. Nel primo caso, infatti, s’illanguidisce lo spettatore, abbandonandolo alla compassione suscitata dalla bravura mimetica dell’attore. Nella seconda ipotesi, lo si colpisce al volto e lo si costringe a pensare dolorosamente, ponendolo di fronte ad un attore capace di farsi interprete critico.

In definitiva, quanto qui si vuol ribadire è che il Teatro non può perdere la sua valenza politica in nome della produttività dell’industria dello Spettacolo. Di questi tempi, poi, meno che mai. Perciò, oggi ancor più di ieri, mi sento di dire, parafrasando Antonio Neiwiller: il Teatro o è Clandestino o non è. All’Ariston lasciamo Sanremo, i fiori e le canzonette. Finché durano!

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03/11/2015

Suburra, ultimo sprazzo di girotondismo


I successi del momento sono sempre indicativi di quanto il “senso comune” di questo paese vada lentamente trasformandosi. Dunque ha un senso occuparsi di Suburra, film diretto da Stefano Sollima, tratto dall'omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, sceneggiato da Stefano Rulli e Sandro Petraglia.

Una “batteria” – per usare un termine da vecchia malavita che indica un gruppo coeso di amici, ancorché dediti a ramazzare reddito in modi altamente illegali – che ha metodicamente costruito il proprio successo saccheggiando la “cronaca nera” (banda della Magliana, guerriglia degli anni '70, strategia della tensione, vicende di mafia, ecc), inquadrandola in una narrazione moderatamente progressista, legalitaria a prescindere dal merito delle leggi, consolatoria e delegante (allo Stato, o almeno alla magistratura e alle infinite polizie italiane) il compito di restituire “ordine e onestà” a una classe dirigente sempre “deviante”.

Il film è compatto, ben fotografato, quasi perfetto nelle ricostruzioni degli ambienti. Ma si regge per intero sulla capacità di tenere alta l'attenzione dello spettatore grazie alla grande capacità espressiva dei tre protagonisti principali (Claudio Amendola, Pierfrancesco Favino, Elio Germano), circondati da una serie di più o meno bravi caratteristi che cercano di rendere credibili personaggi ridotti a semplici maschere. Splendidamente recitato, insomma, a dispetto di un filo narrativo elementare. Da cronaca nera, appunto, dove il giornalista ricostruisce sulle veline della questura una serie di fatti di cui ignora tutto (processi sociali, trasformazioni, legami, subculture).

Non ci vogliamo però qui addentrare nell'annosa e irrisolvibile discussione tra “realismo” e fiction, perché ci sembra assodato che un film sia per definizione fiction, ovvero una narrazione dai legami giustamente arbitrari con la realtà. Anche se questo film prende dalla realtà (dalla cronaca, ovvero da una riduzione unilaterale e ossificata del reale) tutto quel che serve a imbastire una trama appetibile.

È esistito davvero un deputato berlusconiano – Cosimo Mele, Udc – che si è esibito nudo sul balcone dell'albergo in cui si stava intrattenendo con due prostitute e dosi massicce di cocaina (per fortuna sono rimaste entrambe in buona salute, al contrario di quel che accade nel film). Esiste davvero una famiglia di “zingari cravattari” che prova da decenni a fare il salto di qualità (si chiamano Casamonica, com'è risaputo, e andavano a cena con Alemanno, l'attuale ministro Giuliano Poletti, Salvatore Buzzi, Panzironi, i piddini Marroni padre e figlio e compagnia bella). Esiste davvero un ex terrorista fascista legato alla banda della Magliana che provava a fare “il re di Roma”, conducendo affari a forza di “proposte che non si possono rifiutare”. Esistono davvero i ruffiani che procurano prostitute e droghe varie ai potenti (non solo politici) che vogliono passare una serata trasgressiva senza correre troppi rischi.

Ma la realtà agli autori serve solo come catalogo da cui attingere figure e scene madri, forzando spesso la mano oltre il limite del ridicolo. La Roma descritta nel film è un campo completamente libero, senza poliziotti, carabinieri o almeno un vigile urbano, in cui chiunque può scorazzare e sparacchiare per lunghi minuti senza che nessuno intervenga. Clamorosa la scena nel centro commerciale (Porte di Roma), da cui sono stati esclusi persino gli onnipresenti vigilantes per non interferire con una narrazione già zoppicante.

Anche il dispotismo feroce con cui i boss trattano “i morti del mondo di sotto” (per usare la retorica di Carminati) è così esagerato da costringere gli stessi autori a un piccolo rovesciamento dialettico, quasi si sentissero costretti a rappresentare un briciolo – marcio – di speranza. “Il ruffiano” e “la tossica” alla fine ammazzano il loro nemico personale, ma solo per sopravvivere ancora un po' (sono soli, senza coperture e senza ambizioni, non andranno lontano).

Ma un film che prende personaggi e vicende centrali dalla realtà “del palazzo” ha l'ambizione di voler essere un film politico. Tutto si svolge nella settimana che precede le dimissioni di Berlusconi e Ratzinger, espressamente indicata come la data dell'”apocalisse” che travolge palazzo Chigi e il Vaticano. Peccato che tra i due fatti, di dimensioni davvero storiche e dunque anche politiche, corrano più di quindici mesi. Berlusconi si arrende l'11 novembre del 2011, mentre Ratzinger lascia il soglio di Pietro il 28 febbraio del 2013.

Non fa nulla, si dirà, in fondo è fiction... Sì, certo, ma allora perché hai voluto creare questo legame, giustificato peraltro soltanto da un solitario cardinale in affari immobiliari col “samurai”? A Roma, dove il Vaticano possiede il 25% degli immobili del centro storico entro le mura? Maddài...

Non è però neanche questo il punto politico vero. Suburra è un libro e poi un film scritto in un'epoca ormai sepolta: quella del berlusconismo trionfante e dell'antiberlusconismo unico collante di una “opposizione” che, come si è rapidamente visto dopo, era solo una banda diversa (almeno nei vertici politici). Non un'altra cultura della “cosa pubblica” (non diciamo “alternativa” per non soffocare dalle risa...). E ci viene il dubbio che magari potrebbe esser stato il grande Amendola a far inserire nel copione una delle sue ultime battute quando il grande affare Waterfront si arena sulla crisi di governo (“vabbè, ricominceremo da capo e ci compreremo qualcuno dall'altra parte”).

Per un film che vuole essere politico c'è comunque un buco che ha del clamoroso: non parla a nessuno. Quella piccola folla che va davanti a palazzo Chigi a maledire il Caimano che si dimette è a sua volta tratta dalla realtà delle cronaca. È una folla di telespettatori raggirati, non di cittadini portatori consapevoli di un'altra etica e di altri interessi. Non azzardano nessuna mossa che vada oltre il puro esser lì a gridare un'indignazione sterile, delegata, già risolta (le dimissioni imminenti erano state annunciate da tutte le tv). Neanche uno che insulti o provi a mettere una mano addosso al “noto deputato” che l'attraversa.

Niente. Pura rappresentazione, la finzione di un popolo. Senza ricambio, senza progetti e senza speranza.

Involontariamente, è questo il dato più realistico del film. Quella notte è stato sì eliminato dalla scena istituzionale un “impresario” collettore di malaffare, ma non c'è stata alcuna “liberazione”. Perché non sono stati quei telespettatori indignati a realizzare “il cambio”, ma una vera e propria “invasione” da parte della Troika. Un passaggio di consegne, non una rivolta.

Per questo, Suburra non è affatto un film politico sull'attualità (nonostante abbia avuto la fortuna di arrivare dopo Mafia Capitale), come pure avrebbe preteso la retorica girotondina degli autori. È un film modestamente storico, quasi in costume, su un mondo che non esiste più come filiere di comando, ma esiste ancora come parassiti e manovalanza al servizio di regnanti diversi. Regnanti di cui difficilmente quella “batteria” di autori si occuperà nei prossimi anni.

Naturalmente hanno la possibilità di smentirci, ma ne devono fare di riflessioni prima di riuscirci...

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11/10/2015

C'è la terza guerra mondiale. Non fatevi domande, obbedite...

Sabato sera, da Fabio Fazio, un attore intelligente e sincero  – Pierfrancesco Favino – si è posto, e rivolto a tutti quelli “al di qua del tavolo, noi che siamo guardati”, la semplice domanda: “che cosa io ho venduto di me, per arrivare dove sono?”. È la domanda che si fa, a scopo professionale, prima di affrontare l'interpretazione di un personaggio molto lontano da lui – un politico corrotto, in questo caso – per trovare in se stesso la misura necessaria a calarsi in quei panni.

È una domanda che è inutile rivolgere ai giornalisti italiani, specie quelli dei grandi media e dai grandi stipendi (Gramellini, in tv, era non per caso imbarazzatissimo), anche se le risposte sarebbero certamente rivelatrici. Ben più di un'inchiesta che peraltro non fanno.

Scusate il lungo giro di parole, ma leggendo l'editoriale di Franco Venturini, sul Corriere della Sera di oggi, quella domanda ci è riesplosa nella testa. Titolo promettente (Noi e la paura di una guerra mondiale), incipit farsesco, che rende pressoché inutile la lettura del lungo e incompleto elenco dei “pezzettini” di guerra che vanno componendosi in un mosaico complesso, articolato, a molte facce:
“La formula di papa Francesco sulla Terza guerra mondiale 'a pezzettini' si dimostra ogni giorno più tragicamente esatta.

L'ultimo pugno sullo stomaco ci viene da Ankara, in Turchia, con la strage di giovani che manifestavano per la pace. Molti di loro avevano l'età dei nostri figli.

Ma serve davvero a qualcosa domandarsi chi abbia indottrinato e armato chi ha causato la strage? I siriani che hanno interesse a destabilizzare la Turchia, gli iraniani per lo stesso motivo, la frazione più dura dei curdi in lotta con quella più moderata, gli agenti di Erdogan, che spera di strappare la maggioranza assoluta alle elezioni del primo novembre?”
Il mestiere del giornalista è – sarebbe, sul piano deontologico – cercare le risposte alle domande che la cronaca pone. Tra le “cinque w” (what, where, when, who, why) che campeggiano nella testa di ogni anche modesto cronista il “chi” è indissolubilmente connesso al “perché”. Di qualsiasi cosa accada, sapere chi ha fatto quella cosa restringe immediatamente la lista dei possibili perché, escludendo altri possibili protagonisti e altre possibili ragioni. Sapere chi è insomma il primo passo per individuare le responsabilità e decidere cosa fare.

E invece Venturini ci invita a lasciare perdere, sarebbe dunque inutile saper chi ha deciso di far esplodere due bombe in un corteo pacifista, indetto dai sindacati e dai partiti di sinistra, compreso l'Hdp, il partito curdo che Erdogan accusa d'essere solo la faccia politica del Pkk.

La stessa frettolosa lista di possibili responsabili è un insulto all'intelligenza dei lettori. In testa “i siriani”, presumibilmente quelli di Assad, che pure sembrano avere più problemi che forza (l'intervento russo può aiutarli a stare in piedi, non certo ad allargare il conflitto a paesi vicini). A seguire gli iraniani, forse solo per arricchire il numero delle ipotesi. Un'infamia – punto e basta – la trovata di nominare i curdi combattenti per contrapporli a quelli manifestanti. Restavano solo i colpevoli individuati da tutto il popolo turco e curdo che oggi sta affollando le strade del paese al grido di “Erdogan ladro e assassino”. Non poteva non citarli, ma li ha messi per ultimi. Quasi solo per dovere di cronaca...

E dire che anche Franco Venturini è un cittadino italiano informato, anziano abbastanza da aver visto in azione la strategia della tensione, e addirittura una strage del tutto simile a quella di ieri ad Ankara: piazza della Loggia, a Brescia. Dovrebbe altrettanto conoscere, come lettore degli anni '70, i manuali di counterinsurgency della Cia, con tanto di illustrazioni su come piazzare bombe nelle manifestazioni dell'opposizione democratica. Allora non c'erano i kamikaze, è vero, ma oggi abbondano nelle file dell'Isis, che Erdogan arma e finanzia – arrestando i giornalisti che pubblicano servizi documentati sulle forniture d'armi. Evoluzione nella continuità...

Insomma. Anche Venturini e tutto il Corsera possiedono informazioni ed esperienza sufficienti a individuare in Erdogan il mandante della strage (peraltro non la prima). E soprattutto hanno – dovrebbero avere – le competenze e l'orgoglio professionale per non scrivere mai, nemmeno sotto arresto o tortura, che non ha senso chiedersi chi è stato.

A meno che la risposta alla domanda posta da Favino non sia: tutto.

Il che, davanti a una terza guerra mondiale che va assommando pezzi fino a sfiorare la massa critica oltre cui non si torna indietro, equivale a dire ai propri lettori "c'è solo da obbedire a chi ci comanda, non chiedetevi il perché". Un classico, insomma, del giornalismo italico.

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