Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/06/2024

Cinquant’anni dopo la strage di Brescia le istituzioni si assolvono

La strage di piazza della Loggia avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974 durante un comizio del Comitato antifascista locale (8 morti e 102 feriti) si distinse immediatamente dagli episodi stragisti degli anni precedenti (piazza Fontana, Peteano, Gioia Tauro, Questura di Milano) perché l’obiettivo colpito rivelava fin da subito la matrice politica neofascista degli esecutori.

Dopo un lungo e travagliato iter giudiziario la Cassazione ha confermato la condanna finale di due ordinovisti: Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, quest’ultimo confidente del Sid di Padova col nome in codice «Tritone».

Sono tuttora in corso altri due procedimenti contro gli ordinovisti veronesi Marco Toffaloni, all’epoca minorenne e che avrebbe materialmente deposto l’ordigno, e Roberto Zorzi.



Nel novembre del 1973 il movimento politico Ordine Nuovo era stato sciolto dal ministro dell’Interno Taviani sulla base della condanna emessa dal tribunale di Roma per ricostituzione del disciolto Partito nazionale fascista.

A causa di questo fatto, nel luglio del 1976 Pierluigi Concutelli, capo militare della struttura clandestina di Ordine Nuovo, uccise a Roma Vittorio Occorsio, il pubblico ministero che aveva sostenuto l’accusa contro i dirigenti del gruppo neofascista.


L’attentato di Brescia come quello successivo sul treno Italicus, nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 all’interno del tunnel Valdisambro (18 morti e 48 feriti), rivendicato da «Ordine Nero» in un volantino che parlava di vendetta per la morte di Giancarlo Esposti, un fascista sanbabilino ucciso dai carabinieri sugli altipiani reatini il 30 maggio precedente, erano una chiara rappresaglia contro la messa al bando di Ordine Nuovo.

Creato nei primi mesi del 1974, Ordine Nero aveva raccolto transfughi del disciolto Ordine Nuovo, di Avanguardia nazionale e del Fronte nazionale rivoluzionario, struttura prevalentemente toscana. Fu protagonista dell’ultima stagione stragista caratterizzata da un’aperta dichiarazione di guerra contro lo Stato accusato di tradimento verso una esperienza politica, eversiva e golpista, che gli apparati avevano lungamente sostenuto, foraggiato, ispirato e manipolato.

Strategia che si distingueva dai precedenti episodi che miravano ad attribuire alla sinistra la paternità degli eccidi con l’obiettivo di scatenare una risposta autoritaria dello Stato.

Le bombe del 1974

, la vendetta di Ordine Nero contro chi li aveva utilizzati e illusi con la strategia della tensione

Lungi dall’essere una ulteriore puntata della strategia della tensione questi due sanguinosi attentati, parte di una campagna più ampia avviata nel gennaio del 1974 a Silvi Marina, vicino a Pescara, dove una bomba fallì nel colpire l’ennesimo treno, appaiono piuttosto il segno sanguinoso della sua fine, la conseguenza dell’abbandono precipitoso e rovinoso da parte degli apparati statali che l’avevano utilizzata.

Il 9 febbraio un altro ordigno venne ritrovato inesploso su un treno merci diretto da Taranto a Siracusa. A marzo un’esplosione fece saltare una rotaia nei pressi di Vaiano, vicino Prato, dove avrebbe dovuto passare il treno Palatino. La strage mancata fu rivendicata con un volantino di Ordine Nero ritrovato a Lucca.

Ad aprile fu colpita la casa del popolo di Moiano, in provincia di Perugia. Nel complesso furono fatti esplodere tra Milano, la Toscana e Savona, oltre una decina di ordigni, culminati nell’attentato compiuto sulla linea ferroviaria di Terontola, il 6 gennaio 1975, a cui segui lo smantellamento del Fronte nazionale rivoluzionario di cui facevano parte Luciano Franci, Mario Tuti, Marco Affatigato, Andrea Brogi e Augusto Cauchi.

Gruppo che ebbe contatti anche con Licio Gelli, al quale secondo testimonianze di alcuni pentiti, Cauchi aveva chiesto un finanziamento per la sua attività politica.


La magistratura indaga sui progetti di golpe


Tra il 1973 e il 1974 vengono a galla, grazie a diverse inchieste condotte dalla magistratura, una serie di progetti di golpe di segno politico diverso anche se tutti caratterizzati dalla tentativo di scongiurare il «pericolo comunista».

Dall’indagine sulla «Rosa dei venti», portata avanti dal giudice istruttore Tamburino, emergeva traccia della presenza di strutture «parallele» interne agli apparati statali coinvolte nelle attività golpiste e stragiste. Testimone centrale nella ricostruzione di questa rete, sia pur tra contraddizioni e reticenze, sarà il generale dell’esercito Amos Spiazzi.

In anni più recenti la ricerca storica ha focalizzato meglio quanto avvenuto: accanto alla struttura Nato europea Stay behind, che in Italia aveva preso il nome di Gladio, apparato di difesa «non ortodosso» gerarchicamente dipendente dai comandi Nato, approntato per fare fronte ad una eventuale invasione militare delle truppe del patto di Varsavia e composto essenzialmente da membri della ex brigata Osoppo, partigiani bianchi antifascisti e anticomunisti, di cui si scoprì l’esistenza nella estate del 1990, dopo la vicenda del «piano Solo» venne messa in piedi una seconda struttura che dipendeva gerarchicamente dal ministero della Difesa.

Si trattava dei Nuclei per la difesa dello Stato, apparato misto composto da membri selezionati degli uffici informativi dell’esercito, dei Servizi, dei carabinieri e di civili di dichiarata fede neofascista. Tra i membri di questa struttura disciolta nel 1973 vi erano molti ordinovisti.



Un’altra inchiesta riguarda il Movimento armato rivoluzionario di Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando. Fumagalli era un ex partigiano bianco legato ai Servizi inglesi. Ferocemente anticomunista organizzò una struttura clandestina armata con un forte insediamento in Valtellina, dove realizzò una serie di attentati dinamitardi contro tralicci dell’altra tensione che alimentavano le città e le industrie del Nord Italia.

L’intenzione era quella di fronteggiare una eventuale offensiva di piazza o una vittoria elettorale dei comunisti.

Nonostante il suo iniziale posizionamento antifascista, Fumagalli non disdegnò l’alleanza con i gruppi ordinovisti in vista di un colpo di stato.



L’esperienza più interessante appare tuttavia quella che venne definita il «golpe bianco», portato avanti da Edgardo Sogno, un altro ex partigiano della brigata Franchi, badogliana, liberale e anticomunista.

Sogno aveva progettato in pieno agosto 1974 un «golpe liberale», un colpo di mano istituzionale di stampo presidenzialista, sul modello gollista della quinta repubblica francese che forte dell’appoggio dei vertici militari e istituzionali avrebbe dovuto sciogliere il parlamento, liberarsi del ventre molle democristiano ritenuto corrotto e irriformabile, creare un sindacato unico, internare le opposizioni di sinistra e di estrema destra, abolire l’immunità parlamentare e istituire un Tribunale speciale.

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12/12/2023

12 dicembre Strage di Stato. Le domande mai poste ai comandi della Nato

Come ci teniamo a ricordare ogni anno, il 12 Dicembre non sarà mai una data come le altre sul nostro calendario.

L’anniversario della Strage di Piazza Fontana nel dicembre del 1969, segnò il salto di qualità nella “guerra di bassa intensità” che gli apparati dello Stato, quelli statunitensi/atlantici e le organizzazioni neofasciste scatenarono contro il movimento operaio e la sinistra nel nostro paese.

Quella di Piazza Fontana continuiamo e continueremo a definirla come una Strage di Stato perché questo è quanto emerso dalla verità storica e politica ma non del tutto nitidamente da quella giudiziaria.

In questi tempi di guerra e di guerre, ci interessa riportare alla luce un aspetto che ha sempre faticato ad emergere, ma che soprattutto è stato sistematicamente rimosso dalla “politica”: le responsabilità degli apparati Usa e Nato nella concezione e nell’organizzazione delle stragi che hanno colpito il nostro paese tra il 1969 e il 1984.

Ben due inchieste sulle stragi, quella di Piazza Fontana a Milano nel 1969 e quella di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974, portano a indicare “i colpevoli di livello” negli ufficiali e negli agenti in servizio nel Comando Nato Ftase di Verona.

Sulla prima, le indagini del giudice Salvini sulla Strage di Piazza Fontana avevano portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi. E gli agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare Nato di Verona.

Nella strategia stragista, il giudice Salvini è arrivato a individuare il ruolo dei servizi segreti militari USA (non la Cia, si badi bene), e soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.

L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri utilizzati nella strategia delle stragi ha un nome e un cognome: Joseph Luongo. Il suo braccio destro era un altro ufficiale statunitense: Leo Joseph Pagnotta. Questi nomi sono stati consegnati dal giudice Salvini alla Commissione parlamentare sulle stragi.

Per la strage di Brescia, nelle 280mila pagine di atti dei processi sulla strage depositati in quel Tribunale, oltre ai fascisti e ai servizi segreti italiani, nell’incubazione della strage emerge anche l’indicazione di un terzo livello di responsabilità che porta anche in questo caso al Comando Ftase di Verona (Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa della Nato).

Il luogo dove sarebbe stata elaborata la strategia stragista era a Palazzo Carli, a Verona, sede del Comando Nato.

“Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all’epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista”, scriveva Carlo Bonini su La Repubblica riprendendo il dispositivo della sentenza sulla strage di Brescia.

Gli “uomini neri”, cioè gli autori delle stragi di Stato, secondo quanto dichiarato dal giudice Salvini in sede di Commissione Parlamentare di inchiesta sulle stragi, non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio a Verona, lì dove tutto è cominciato ed è ancora difficile dire oggi che tutto sia finito.

Lo Ftase di Verona è il comando delle forze terrestri Usa e Nato. In quella fase storica, Verona non era solo il “cuore nero” del paese, ma era il perno del comando degli operativi militari statunitensi e Nato nella frontiera del Nordest, quella di confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia.

Non risulta che i governi italiani abbiano mai chiesto conto in via bilaterale o in Parlamento ai comandi militari della Nato di quanto è emerso dalle inchieste sulle stragi. Neanche quando il giudice Salvini pose esplicitamente il problema ai parlamentari in sede di Commissione di inchiesta sulle stragi.

Quest’anno però sono arrivate le rivelazioni di Giuliano Amato sulla strage di Ustica, dichiarazioni che allungano, ma non scoperchiano, questa lunga linea di sangue che la Nato ha seminato nel nostro paese, e tale responsabilità non può essere affibbiata solo ad uno dei membri della Nato: la Francia.

Ma Amato segnala anche un altro problema con cui il nostro paese fa i conti da troppo tempo, chiarendo come tra i vertici militari ( e quelli dei servizi segreti) italiani “tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, è prevalsa la seconda”. E non solo nella strage di Ustica.

Adesso la morte biologica o l’età avanzata di molti protagonisti dell’epoca delle Stragi di Stato, non consente di mettere tutte le caselle al loro posto e ricavarne una verità giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese nel quindicennio che va dal 1969 al 1984, ma che almeno si consenta, a chi ha il coraggio di farlo, di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.

Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente il generale statunitense comandante del Comando militare Ftase di Verona: il generale Dozier. L’alto ufficiale venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei Nocs (corpi speciali della Polizia) e con la supervisione statunitense.

È bene sapere o ricordare che per raggiungere quell’obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle Br – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all’arresto di un giornalista de L’Espresso, Pier Vittorio Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura. Poi confermati tre decenni dopo da uno dei suoi autori.

Ma un comandante della base militare Ftase di Verona non poteva non sapere che cosa stavano combinando i suoi uomini da oltre un decennio. E forse nel 1981 avrebbe dovuto e potuto rispondere a domande che fino ad allora nessuno gli aveva posto, né la magistratura né le autorità italiane, sia sulle strage di Piazza Fontana che sulla strage di Brescia.

I brigatisti non hanno avuto il tempo, la conoscenza o l’esperienza per formulare le domande giuste al gen. Dozier . La pista sul comando Nato di Verona in effetti è venuta fuori a metà degli anni Novanta, quindici anni dopo.

Ma dopo l’emersione di questa pista sulla Strage di Piazza Fontana – confermata poi anche dal processo per la Strage di Brescia – sia la magistratura sia la politica hanno avuto tutto il tempo e le conoscenze per fare le domande che andavano fatte. Ma se ne sono ben guardati per anni, anzi decenni.

Appunto, tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, ha prevalso la seconda.

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28/05/2019

45 anni fa: la strage di Piazza della Loggia

Ricordare, a 45 anni di distanza, l’attentato di Piazza della Loggia deve rappresentare un impegno di grande importanza nell’attualità.

Lo scopo di mantenere la memoria deve essere quello di combattere il revanscismo fascista.

Il revanscismo fascista è tornato a presentarsi esponendo ancora una volta il proprio armamentario di morte e godendo di privilegi e coperture da parte di forze politiche che stanno al Governo e ne imitano modelli di comportamento, atteggiamenti, linguaggio instillando anche e soprattutto la mala pianta del razzismo.

Razzismo come fattore culturale e politico sul quale addirittura si fonda l’identità della Lega.

È questa dell’intolleranza e del razzismo la mala pianta che dobbiamo combattere oggi come allora, come avvenne negli anni ’70 quando lo stragismo rappresentò una pericolosissima presenza costante nelle vicende italiane: a partire dalla prima strage, quella fondamentale di vera e propria “svolta” rappresentata, il 12 dicembre 1969, dagli ordigni esplosi nella Banca dell’Agricoltura a Milano.

All’epoca era l’Italia che cercava una via faticosa e complessa di crescita della democrazia nell’attuazione ancora non compiuta (come del resto anche oggi) della Costituzione Repubblicana.

Un’Italia che aveva vissuto la stagione delle grandi lotte sindacali, di quelle studentesche, del dissenso cattolico, dei diritti civili, del femminismo.

Il 12 maggio di quello stesso anno 1974 il voto popolare aveva sancito il diritto al divorzio: una legge di civiltà verso la quale si erano scatenati i corifei del clerico–fascismo poi pesantemente sconfitti nelle urne.

Le stragi dovevano servire a fermare quel processo di avanzamento popolare e, in verità, alcuni di quegli scopi reconditi furono raggiunti: tanto è vero che in epigrafe di questo testo abbiamo già scritto del presentarsi, oggi, di forme di vero e proprio revanscismo fascista.

Torniamo però al ricordo di quella tragica giornata:

L’orologio segnava le 10:12 del 28 maggio 1974 quando un’esplosione scuoteva Brescia.

Una bomba era esplosa in pieno centro città, precisamente a piazza della Loggia mentre era in svolgimento una manifestazione sindacale contro il terrorismo fascista.

Strage di piazza della Loggia, l’attentato che ha scosso l’Italia 45 anni fa.

Il terrorismo neofascista in quel momento colpiva ancora una volta in Italia.

Questa volta nel mirino degli attentatori c’era la manifestazione antifascista indetta dai sindacati che era in programma a Brescia, precisamente in piazza della Loggia.

Una bomba era stata nascosta in un cestino dei rifiuti e fu fatta esplodere al passaggio del corteo. Otto le persone che persero la vita: tra di loro due operai, cinque insegnati e un pensionato che nella sua vita era stato anche partigiano.

Il processo per quanto riguardò quella strage fu molto lungo anche a causa di alcuni depistaggi come di consueto in casi del genere.

Al termine delle indagini, fu accertato che l’attentato era stato opera del gruppo neofascista dell’Ordine Nuovo.

Come esecutori materiali furono riconosciuti Ermanno Buzzi (poi ucciso in carcere) e Maurizio Tramonte insieme a Carlo Digilio e Marcello Soffiati. Il mandante dell’attentato fu riconosciuto nel dirigente ordinovista Carlo Maria Maggi. Furono assolti Delfo Zorzi, l’ex generale Francesco Delfino, e l’ex segretario del MSI, Pino Rauti a sua volta fondatore di Ordine Nuovo.

Ordine Nuovo era un gruppo politico di estrema destra extraparlamentare nato nel dicembre 1969 a seguito del rientro di Pino Rauti nei ranghi del Movimento Sociale Italiano e raccogliendo l’eredità del Centro Studi Ordine Nuovo.

A novembre 1973 il gruppo entrò in clandestinità a seguito del processo in cui i suoi dirigenti furono accusati di ricostituzione del disciolto Partito Nazionale Fascista, subendo pesanti condanne e lo scioglimento ufficiale a opera del ministro dell’interno Paolo Emilio Taviani (teorico degli “opposti estremismi")

Già prima della cessazione per decreto del movimento, comunque, i militanti erano attrezzati per la lotta clandestina. In seguito, con i leader più noti fuggiti all’estero per sottrarsi alla cattura per l’inchiesta su Ordine Nero, il neofascista siciliano Pierluigi Concutelli assunse il controllo militare del movimento.

Con l’arresto di Pierluigi Concutelli, nel febbraio 1977, la struttura militare del movimento fu sostanzialmente smantellata.

Per non dimenticare mai e per combattere sempre il fascismo in qualsiasi veste esso cerchi di mascherarsi.

Fonte

05/07/2017

Lo sapevamo già...


La notte del 20 giugno 2017 si è conclusa la vicenda giudiziaria della strage di Piazza della Loggia a Brescia. È stata l’ultima tappa dell’ultima inchiesta sulla strategia della tensione e sulla stagione delle stragi fasciste: termina simbolicamente un percorso costellato da assoluzioni, non ultima quella del 2014, depistaggi, rovesciamenti delle conclusioni, indagini errate e volutamente errate.

Ora la Cassazione ha confermato la sentenza con la quale il 22 luglio 2015 la Corte d’Assise di Appello di Milano ha condannato all’ergastolo Carlo Maria Maggi, il capo di Ordine nuovo nel Triveneto e Maurizio Tramonte, neofascista e uomo del Sid. La vicenda si è conclusa anche con una nota che oscilla tra i toni della commedia all’italiana e la spy story: la fuga di Tramonte in Portogallo giustificata, attraverso una nota data alla stampa, da un percorso spirituale coronato dal pellegrinaggio a Fatima.

In verità rimangono aperti ancora stralci importanti, sempre sul fronte degli esecutori e non dei mandanti, con l’inchiesta nei confronti del neofascista Marco Toffaloni e di un alto dirigente di Ordine nuovo che, nei prossimi mesi animeranno nuovamente la cronaca giudiziaria.

La sentenza sancisce la responsabilità penale di Tramonte e Maggi: certezza della partecipazione alla riunione preparatoria ad Abano Terme il 25 maggio 1974 in cui Maggi asserì la necessità di proseguire la strategia stragista iniziata con Piazza Fontana. I riscontri dei detenuti che avevano raccolto le confidenze di Tramonte e la controversa fotografia che lo ritraeva in piazza sono corposi elementi che si sommano ad altri ancor più rilevanti, già emersi nei processi precedenti. I servizi segreti furono informati dalla fonte “Tritone”, Maurizio Tramonte, ma non intervennero. Le coperture del Sid e il fatto di non aver operato per impedire la strage sono elementi che non vengono presi in considerazione da questa sentenza che lascia in ombra gli apparati dello stato e le coperture messe in atto. A fronte del «verminaio» (come lo definì Valerio Marchi) che generò e alimentò la pagina più buia della storia repubblicana, due ergastoli non rendono la complessità delle responsabilità politiche, internazionali e dei poteri economici, sebbene a confronto con l’esito dei processi precedenti si possono ravvisare elementi positivi, di conferma di quanto già emerso in sede di ricerca storica.

Parallelamente alla pluralità di memorie che in questi quarantatré anni si sono confrontate, dialetticamente e conflittualmente, emerge in questi giorni, a ridosso della sentenza, anche una gamma di valutazioni e interpretazioni che rispecchiano questa complessità. Convivono sulla stampa e sul web dichiarazioni di soddisfazione e esultanza da parte dei familiari, degli avvocati di parte civile, di Cgil Cisl e Uil e delle istituzioni della città e, invece, reazioni di disillusione e insoddisfazione da parte dei movimenti e una parte della cittadinanza per una sentenza vista come parziale ed estremamente tardiva. Il regista Silvano Agosti ha parlato addirittura di una conclusione offensiva verso le vittime, della necessità di svelare le responsabilità reali e politiche e dello stupore nel vedere tanta soddisfazione (leggi).

Vergognoso invece il tentativo, peraltro già in corso da anni, della ancor viva destra neofascista di riscrivere, nonostante verità ormai inappellabili, la matrice della strage: Cesare Ferri, per anni uno dei principali imputati della strage, scagionato e risarcito, tenta, in un’intervista – a sole ventiquattro ore dalla sentenza – di macchiare la memoria delle vittime e addossare la responsabilità addirittura a Euplo Natali, l’operaio in pensione morto in piazza.

Il terreno della ricerca storica e dell’onesta ricostruzione può sanare, almeno in parte, questa finta prova di democrazia e arginare i tentativi di strumentalizzazione e uso politico di una pagina della storia italiana, scritta ancora al presente.

Silvia Boffellida Zapruder Storie in movimento

Foto dell’Archivio storico “Bigio Savoldi e Livia Bottardi Milani”, fondo Piazza Loggia, B12.1

Fonte

29/05/2016

28 Maggio. La scia di sangue lasciata dai fascisti a Brescia e Sezze

I rovescisti della storia contemporanea del nostro paese, da tempo operano per mettere sotto silenzio e depotenziare ogni memoria e coscienza antifascista. Liquidano il fascismo e le sue eredità come una questione lontana nel tempo, inutile per parametrare ancora oggi lo spirito del paese. Ripetono ad ogni piè sospinto che alimentare l’antifascismo è desueto e sbagliato, che il paese va modernizzato, le sue regole fondative riscritte, i suoi scheletri nell’armadio lasciati in sonno. Eppure è difficile non rammentare con la dovuta attualità ad esempio la data del 28 maggio. Nella stessa data in soli due anni – il 1974 e il 1976 – i fascisti segnarono di sangue le piazze di due città: Brescia con la strage in Piazza della Loggia e Sezze (provincia di Latina) con l’uccisione del giovane antifascista Luigi De Rosa.

Qui di seguito due documenti ricostruiscono le vicende del 28 maggio a Brescia e a Sezze. I fascisti e i loro complici rammentino che disponiamo di una memoria prodigiosa.

*****

Brescia. A 42 anni da quel piovoso martedì mattina, quando durante una manifestazione sindacale antifascista esplose una bomba collocata in un cestino di Piazza della Loggia provocando 8 morti ed oltre 100 feriti, ha ancora senso manifestare e riempire quella piazza?

Molti ci ricordano che il lungo iter processuale ha finalmente condannato gli esecutori della strage. Altri affermano che le verità storiche sono accertate. Altri ancora che non dovendo più chiedere verità e giustizia si deve cambiare il senso del 28 maggio trasformandolo in una giornata dei diritti civili. L’ennesima “giornata” dedicata a qualcosa o a qualcuno nel solco di quella pacificazione tanto cara all’antifascismo del “terzo millennio”, quella pratica che vede Brescia come una sorta di laboratorio. Palestra ove anziché favorire il dialogo tra tutte le realtà che quotidianamente combattono nuovi e vecchi fascismi si preferisce far sedere al tavolo del dialogo un terrorista nero indagato per strage (come fece Manlio Milani nel marzo del 2011).

Lo stesso fascista qualche anno dopo presenterà a Brescia, in un buco di fogna (unico posto che gli compete) un libro ove si afferma che la strage di piazza della Loggia è stata compiuta da una delle vittime: il partigiano Euplo Natali. Ma il modo più becero con cui si pratica l’antifascismo pacificatorio è rappresentato dal “memoriale delle formelle”, quel percorso che da Piazza Loggia sale fino al Castello e che ha la pretesa di ricordare con nomi e cognomi le vittime della violenza politica.

Peccato che tra pressapochismo, omertose omissioni e imbarazzanti inclusioni sia un minestrone capace solo di nascondere il sacrificio di molti antifascisti da un lato, e funzionale a riabilitare e/o legittimare diversi fascisti dall’altro. Il caso più clamoroso è quello di Sergio Ramelli che prima di essere vittima di violenza politica è stato un bombarolo che andava in piazza armato di bombe a mano.

Grazie a queste legittimazioni gli argini si infrangono e così organizzazioni fuorilegge si presentano addirittura alle elezioni e con parole d’ordine intrise di razzismo conquistano preoccupanti exploit come Casa Pound che prende il 7% alle comunali di Bolzano. E ancora una volta, tristemente, dobbiamo assistere a litri d’inchiostro usati per ‘cercare di capire’ cosa sia questo movimento di fascisti del terzo millennio.

La risposta è nella stessa autodefinizione: FASCISTI. Nonostante ciò colpevolmente ci si ferma e sofferma sull’immagine patinata che il movimento neofascista ci da e che gli viene data, ultima in ordine di tempo la ‘consacrazione’ arrivata direttamente dalla polizia sul tavolo del ministro Alfano che dipinge questi personaggi come ‘chierichetti’ che diventano violenti ‘solo se provocati’.

Ci rincresce essere ancora qui a svelare anche l’altra parte (la maggiore) di Casa Pound cioè aggressioni, pestaggi (di recente a Bolzano il responsabile di CPI è stato processato e condannato per un pestaggio ai danni di un diciassettenne), e omicidi come a Firenze nel 2011 quando un simpatizzante/militante di Casa Pound, Gianluca Casseri ha ucciso due senegalesi, Samb Modou e Diop Mor.

Cambiano i tempi, cambiano le sigle politiche ma la sostanza rimane sempre la stessa: fascisti al soldo dei padroni e dei poteri forti ed occulti quale manovalanza che semina odio, violenza e morte. E su tale solco proprio non si comprende la necessità di allestire una mostra “d’arte” sulla retorica mussoliniana come quella che verrà inaugurata il 29 maggio a Salò, una mostra intrisa di apologia che diverrà – a spese di tutti – luogo di pellegrinaggio della peggior feccia in camicia nera.

Dopo 42 anni siamo ancora qua a urlare che la strage di piazza della Loggia è stata compiuta dai fascisti e voluta da padroni, servizi segreti e NATO in una parola dallo Stato. 42 anni di inchieste giudiziarie hanno proclamato due condanne ma molte sono ancora le zone d’ombra, i depistaggi non chiariti, le domande senza risposta. Dopo 42 anni siamo ancora qua a dire che il fascismo va combattuto sempre e comunque, è successo con la Resistenza, è successo negli anni '70, deve essere ancora oggi il nostro quotidiano impegno.

Dopo 42 anni siamo ancora qua a ricordare i compagni morti per mano fascista e dello Stato, dopo Piazza Loggia la strage è proseguita fino ai giorni nostri: Dax, Renato Biagetti, Nicola Tommasoli, Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi, Cesare Uva e tutti quelli che per motivi di spazio non possiamo citare.

Rete Antifascista Brescia

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Il 28 maggio del 1976, a Sezze Romano, cittadina in provincia di Latina, è previsto il comizio di Sandro Saccucci, importante esponente del Movimento Sociale Italiano. Ex paracadutista e sospettato di aver partecipato al tentato golpe orchestrato nel dicembre del 1970 dal principe Junio Valerio Borghese con l’aiuto di settori «deviati» di istituzioni e servizi segreti, il Saccucci giunge nel centro pontino con un manipolo di fedelissimi. La scelta della città è quanto mai provocatoria: Sezze è un centro tradizionalmente antifascista.

L’adunata è prevista per il tardo pomeriggio e attorno alle 19:30 un corteo di sette o otto auto entra in paese. A bordo degli automezzi, tra gli altri, vi sono fascisti di dichiarata fede come: Pietro Allatta, suo figlio Benito e sua sorella Palma; Ida Veglianti, Mauro Camalieri, Sandro Grasselli, Massimo Gabrielli e un certo Russini, tutti provenienti da Aprilia; Filippo Alviti di Bassiano; Spagnolo e Mangani di Latina; il segretario locale della Cisnal Del Piano; Alessandro Petrianni, Virgilio Grassocci e Antonio Contento di Sezze; Calogero Aronica e Salvatore Trimarchi del Portuense; Gabliele Pirone, segretario della sezione missina della Magliana, Roma. Il manipolo si reca in piazza IV Novembre, luogo per il previsto raduno.

Dal palco su cui sale Saccucci, vi sono molti camerati armati di bastoni e pistole. Le forze di polizia presenti non sembrano molto interessate e rimangono in disparte. La tensione è alta: i fascisti vogliono provocatoriamente portare avanti il comizio nonostante si trovino in netta minoranza. Ad un certo punto Saccucci dice: «Noi siamo un partito dalle mani pulite!» e quando la piazza risponde con bordate di fischi e canti inneggianti il comunismo, l’ex parà, innervosito, aggiunge: «Non volete sentirmi con le buone, mi sentirete con queste» ed inizia a sparare. Saccucci si sarebbe poi dato alla fuga dirigendosi con il corteo delle altre auto fuori dal paese esplodendo numerosi colpi.

Quando il seguito delle macchine giunge nella zona detta del «Ferro di cavallo», un proiettile, esploso da una «mano» che fuoriesce dall’auto di Saccucci, colpisce alla gamba sinistra il giovane Antonio Spirito, studente-lavoratore militante di Lotta continua. Un altro colpo centra quasi contemporaneamente Luigi Di Rosa. Il ragazzo morirà in ospedale dopo circa due ore di agonia. In realtà, come le indagini balistiche condotte dalla polizia scientifica dimostreranno, Luigi viene investito da due diverse pallottole: la prima, dello stesso calibro di quella che aveva colpito in precedenza Antonio Spirito, gli ferisce la mano; una seconda, di diverso calibro e quindi presumibilmente esplosa da una mano diversa, centrerà Luigi nella zona del basso ventre, causandone la ferita mortale. Di Rosa, padre muratore e madre casalinga, aveva ventuno anni e frequentava l’ultimo anno di un istituto tecnico di Latina. Era un militante, come suo padre, del Pci ed era iscritto alla Fgci.

L’iter giudiziario che ha tentato di fare luce sull’accaduto è stato lungo e tortuoso e a conclusione dei vari processi ha pagato solamente un «pesce piccolo»: Pietro Allatta, condannato in primo grado a tredici anni di cui otto effettivamente scontati in virtù di vari sconti di pena. L’Allatta è stato ritenuto colpevole di aver impugnato l’arma che ha colpito prima Spirito poi Di Rosa; non si è tuttavia tenuto conto delle prove balistiche e del referto medico secondo cui si afferma che Luigi era stato colpito da due pallottole di calibro diverso; ciò avvalora la tesi secondo la quale gli attentatori furono più di uno. Le indagini non hanno mai chiarito inoltre la presenza a Sezze di un ex maresciallo dei Carabinieri e agente del Sid, Francesco Troccia. Questi risulterà essere legato ad un altro personaggio avvistato quel giorno: Gabriele Pirone, segretario del Msi della Magliana, nonché proprietario dell’immobile in cui viveva lo steso Troccia.

Quest’ultimo, sospettato di essere presente al comizio in qualità di «agente provocatore», sarà arrestato per un breve periodo con l’accusa di favoreggiamento: avrebbe impedito l’arresto di Saccucci. Sulla figura del dirigente missino è invece sceso un fitto velo di ombra fatto di depistaggi, appoggi politici e interminabili processi dagli esiti contraddittori. Rieletto nel Parlamento della Repubblica con il doppio dei voti che aveva ottenuto nella precedente legislatura, il 27 luglio 1976 la Camera dei Deputati ne autorizza l’arresto con le pesanti accuse di: «omicidio di Luigi Di Rosa, cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata per il cosiddetto golpe Borghese». In altre parole l’onorevole Saccucci, non è mai stato «uno stinco di santo»; ma questi, informato anticipatamente da «ignoti» del suo imminente arresto, si rende «irreperibile» trovando rifugio nel Regno Unito dove rimarrà fino al 1980. Divenuto successivamente persona non più gradita alle autorità inglesi, trova riparo in Francia dove però subisce un primo breve arresto. La scarcerazione, si legge in una rogatoria, avviene in tempi brevissimi e grazie agli interventi di don Sixto di Borbone, del prefetto di Parigi e di un tale Jacques Susini, amico di Stefano Delle Chiaie, altro personaggio controverso già coinvolto nella stage di Piazza Fontana e «collega» ai tempi del golpe Borghese dello stesso Saccucci. Successivamente il fascista prosegue la sua fuga in Spagna, dove evita un nuovo arresto grazie ad un depistaggio organizzato con il sostegno di settori dei servizi segreti spagnoli: alle autorità italiane che lo ricercano, si fa credere che Saccucci non si trovi più in Spagna ma che sia fuggito in un paese sudamericano. Effettivamente, qualche tempo dopo, il ricercato ripara prima in Cile, poi in Argentina dove, attualmente, vivrebbe nella città di Córdoba. A livello penale, l’ex deputato missino è stato assolto in ultima istanza per i reati relativi alla vicenda Borghese e all’omicidio di Di Rosa. Rimane processabile solo per piccoli reati marginali legati delitto di Sezze.

La memoria di Luigi è stata infangata non solo dal fatto che nessuno abbia mai veramente pagato per la sua uccisione, ma anche per i ripetuti attentati al monumento posto, ad un anno dal suo omicidio, dall’Amministrazione Comunale in ricordo di tutte le vittime dell’antifascismo e culminato con la spregevole profanazione della sua tomba avvenuta nel 1978. Anche per quelle vicende, gli autori sono rimasti nell’oscurità.

Noi lo ricordiamo con quelle stesse parole che vennero pronunciate in un comizio antifascista all’indomani della sua morte: «Luigi era giovane, ma non troppo giovane per capire e battersi per la strada giusta. Non troppo giovane per cadere dalla parte giusta, come i partigiani di trent’anni fa, che erano poco più che ragazzi, come i nuovi partigiani di questi anni: Saltarelli e Mario Lupo, Serantini, Argada, Franceschi, Zibecchi e Varalli e Micciché e Brasili e Pietro Bruno e Mario Salvi».

Osservatorio contro la repressione

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11/10/2015

C'è la terza guerra mondiale. Non fatevi domande, obbedite...

Sabato sera, da Fabio Fazio, un attore intelligente e sincero  – Pierfrancesco Favino – si è posto, e rivolto a tutti quelli “al di qua del tavolo, noi che siamo guardati”, la semplice domanda: “che cosa io ho venduto di me, per arrivare dove sono?”. È la domanda che si fa, a scopo professionale, prima di affrontare l'interpretazione di un personaggio molto lontano da lui – un politico corrotto, in questo caso – per trovare in se stesso la misura necessaria a calarsi in quei panni.

È una domanda che è inutile rivolgere ai giornalisti italiani, specie quelli dei grandi media e dai grandi stipendi (Gramellini, in tv, era non per caso imbarazzatissimo), anche se le risposte sarebbero certamente rivelatrici. Ben più di un'inchiesta che peraltro non fanno.

Scusate il lungo giro di parole, ma leggendo l'editoriale di Franco Venturini, sul Corriere della Sera di oggi, quella domanda ci è riesplosa nella testa. Titolo promettente (Noi e la paura di una guerra mondiale), incipit farsesco, che rende pressoché inutile la lettura del lungo e incompleto elenco dei “pezzettini” di guerra che vanno componendosi in un mosaico complesso, articolato, a molte facce:
“La formula di papa Francesco sulla Terza guerra mondiale 'a pezzettini' si dimostra ogni giorno più tragicamente esatta.

L'ultimo pugno sullo stomaco ci viene da Ankara, in Turchia, con la strage di giovani che manifestavano per la pace. Molti di loro avevano l'età dei nostri figli.

Ma serve davvero a qualcosa domandarsi chi abbia indottrinato e armato chi ha causato la strage? I siriani che hanno interesse a destabilizzare la Turchia, gli iraniani per lo stesso motivo, la frazione più dura dei curdi in lotta con quella più moderata, gli agenti di Erdogan, che spera di strappare la maggioranza assoluta alle elezioni del primo novembre?”
Il mestiere del giornalista è – sarebbe, sul piano deontologico – cercare le risposte alle domande che la cronaca pone. Tra le “cinque w” (what, where, when, who, why) che campeggiano nella testa di ogni anche modesto cronista il “chi” è indissolubilmente connesso al “perché”. Di qualsiasi cosa accada, sapere chi ha fatto quella cosa restringe immediatamente la lista dei possibili perché, escludendo altri possibili protagonisti e altre possibili ragioni. Sapere chi è insomma il primo passo per individuare le responsabilità e decidere cosa fare.

E invece Venturini ci invita a lasciare perdere, sarebbe dunque inutile saper chi ha deciso di far esplodere due bombe in un corteo pacifista, indetto dai sindacati e dai partiti di sinistra, compreso l'Hdp, il partito curdo che Erdogan accusa d'essere solo la faccia politica del Pkk.

La stessa frettolosa lista di possibili responsabili è un insulto all'intelligenza dei lettori. In testa “i siriani”, presumibilmente quelli di Assad, che pure sembrano avere più problemi che forza (l'intervento russo può aiutarli a stare in piedi, non certo ad allargare il conflitto a paesi vicini). A seguire gli iraniani, forse solo per arricchire il numero delle ipotesi. Un'infamia – punto e basta – la trovata di nominare i curdi combattenti per contrapporli a quelli manifestanti. Restavano solo i colpevoli individuati da tutto il popolo turco e curdo che oggi sta affollando le strade del paese al grido di “Erdogan ladro e assassino”. Non poteva non citarli, ma li ha messi per ultimi. Quasi solo per dovere di cronaca...

E dire che anche Franco Venturini è un cittadino italiano informato, anziano abbastanza da aver visto in azione la strategia della tensione, e addirittura una strage del tutto simile a quella di ieri ad Ankara: piazza della Loggia, a Brescia. Dovrebbe altrettanto conoscere, come lettore degli anni '70, i manuali di counterinsurgency della Cia, con tanto di illustrazioni su come piazzare bombe nelle manifestazioni dell'opposizione democratica. Allora non c'erano i kamikaze, è vero, ma oggi abbondano nelle file dell'Isis, che Erdogan arma e finanzia – arrestando i giornalisti che pubblicano servizi documentati sulle forniture d'armi. Evoluzione nella continuità...

Insomma. Anche Venturini e tutto il Corsera possiedono informazioni ed esperienza sufficienti a individuare in Erdogan il mandante della strage (peraltro non la prima). E soprattutto hanno – dovrebbero avere – le competenze e l'orgoglio professionale per non scrivere mai, nemmeno sotto arresto o tortura, che non ha senso chiedersi chi è stato.

A meno che la risposta alla domanda posta da Favino non sia: tutto.

Il che, davanti a una terza guerra mondiale che va assommando pezzi fino a sfiorare la massa critica oltre cui non si torna indietro, equivale a dire ai propri lettori "c'è solo da obbedire a chi ci comanda, non chiedetevi il perché". Un classico, insomma, del giornalismo italico.

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26/05/2015

Brescia. "La Storia ce l'ha insegnato: le stragi fasciste sono stragi di Stato"

Martedì 28 maggio 1974 durante una manifestazione operaia antifascista una bomba scoppiava in Piazza della Loggia provocando 8 morti ed oltre 100 feriti. La manifestazione era stata indetta quale risposta alle continue provocazioni, intimidazioni, pestaggi ed attentati di matrice fascista.

Militanti delle organizzazioni di estrema destra anche a Brescia costituivano la manovalanza dei padroni nel tentativo di reprimere le lotte sociali ed operaie. Innumerevoli inchieste si sono intrecciate in questi anni subendo costanti depistaggi al punto che non vi è ancora una precisa verità giudiziaria, mentre la verità storica è chiara a tutti. La strage è figlia di un intreccio di interessi padronali, repressione poliziesca, trame dei servizi segreti, strategie politiche. In due parole la strage è fascista e di stato. Le classi dirigenti hanno attivamente lavorato per rimuovere la coscienza antifascista, con una costante azione di revisione della verità storica sino a confondere vittime e carnefici. Nel solco revisionista si colloca il Memoriale delle formelle di Brescia dedicate alle vittime del terrorismo: accanto alle vittime della bomba di Piazza della Loggia, trovano posto picchiatori in camicia nera, mentre compagni caduti per mano fascista o dello stato sono omessi, dimenticati, persi nell'oblio della pacificazione. Nel solco revisionista spicca anche la decisione di Manlio Milani Presidente della Casa della Memoria di confrontarsi pubblicamente con il terrorista nazista Gabriele Adinolfi. Un pericoloso lavoro di revisione che ha creato terreno fertile per quelli che descrivono l'antifascismo come inutile retaggio da abbandonare, in un fantomatico “'superamento delle ideologie” utile solo a riabilitare quelle idee e pratiche confinate ai margini della storia dopo la fine del regime. Un discorso più volte portato avanti da loschi individui come Matteo Salvini, che si è alleato con i fascisti di Casa Pound rilanciando una retorica xenofoba e razzista per concentrare la rabbia sociale contro i migranti e non contro le classi dirigenti che han creato e governano la crisi, millantando inoltre un ritorno alla “sovranità nazionale”, ben diversa dal concetto di “sovranità popolare” diritto di ogni popolo oppresso. È proprio facendo leva sul sentimento nazionalista che in Europa stanno risorgendo movimenti fascisti come il Front National della Le Pen in Francia, e Alba Dorata in Grecia, partiti che cavalcando il malcontento delle classi popolari colpite dalle misure di austerity imposte dall'Unione Europea, propongono vie d'uscita ultranazionaliste e autoritarie e fomentano la guerra tra poveri verso i migranti. Gli effetti già si vedono, sono di poche mesi fa le “rivolte anti-immigrati” nella periferia romana, o il recente corteo che nella nostra città marciava sotto lo slogan “Brescia ai Bresciani”, in opposizione ai migranti che reclamavano diritti negati, entrambi fomentati e organizzati da differenti organizzazioni neofasciste come Forza Nuova e Casa Pound. Una pericolosità dimostrata oltre che in queste vili azioni contro i migranti anche in innumerevoli aggressioni a compagni attivi nelle lotte. Tra le più gravi recentemente l'aggressione squadrista, organizzata da militanti di Casa Pound ai danni del C.S.A. Dordoni di Cremona, nella quale Emilio, compagno storico, è finito in ospedale in gravissime condizioni. Un episodio che fortunatamente ha visto una risposta unitaria e militante da parte di migliaia di antifascisti scesi in piazza per manifestare contro questo grave gesto e per pretendere la chiusura della sede dei fascisti locali. Tuttavia si è visto ancora come la repressione colpisca seguendo due pesi e due misure, a seguito del corteo infatti due compagni sono stati arrestati per un reato appartenente al Codice Rocco, “devastazione e saccheggio”, mentre gli aggressori di Emilio ancora girano a piede libero senza alcun tipo di restrizione, insomma vale più una vetrina rotta che l'incolumità di un essere umano.

Una differenza di trattamento motivata da una sempre più frequente connivenza tra il “mondo di mezzo” dei fascisti, definito così da Massimo Carminati, ex Nar protagonista della vicenda “Mafia Capitale”, e le classi dirigenti, per fare il lavoro sporco e canalizzare la rabbia sociale verso obbiettivi che non mettono in pericolo la stabilità del potere. I fascisti da sempre si sono prestati a fare la manovalanza del potere, negli anni '70 sono passati dai manganelli alle bombe per intimidire e cercare di arginare le crescenti lotte sociali. Oggi non sono cambiati, a parole nei propri deliri populisti stanno con le vittime della crisi, nella pratica vanno in giro a sprangare chi non la pensa come loro, a fare ronde anti-immigrati, a seminare odio e razzismo. Istituzioni, forze politiche, magistratura e polizia sono latitanti, indifferenti e conniventi altrimenti non si spiega come organizzazioni vietate per legge possano liberamente ottenere spazi di agibilità politica, aprire sedi, ottenere piazze. Ogni amministrazione locale che accetta una sede fascista sul proprio territorio diviene funzionale al tentativo di radicamento di una ideologia cancellata dalla storia. Anche l'amministrazione Del Bono deve svegliarsi dal letargo altrimenti si lascia spazio agli stessi che lo scorso 28 marzo hanno tentato più volte, nonostante la militarizzazione del centro storico, di entrare in contatto con il corteo dei migranti. Lo stesso giorno sotto gli occhi dei solerti questurini bresciani militanti fascisti sono giunti sino in Piazza Loggia esibendo saluti romani e lanciando bottiglie contro alcuni compagni. Inutile dire che nessuno è stato fermato o identificato.

L'antifascismo deve tornare ad essere l'anticorpo contro il populismo reazionario, solo ricomponendo un blocco sociale antifascista di opposizione dal basso al pesante attacco contro le classi popolari da parte della Troika e dell'Unione Europea si riuscirà ad attualizzare i valori della Resistenza ed a liberare la nostra società da ogni nuovo rigurgito fascista.

IL FASCISMO NON SI DISCUTE

SI ABBATTE!

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16/04/2014

Strage di Brescia - La Cassazione annulla l'assoluzione di Maggi e Tramonte

La Corte Cassazione, il 21 febbraio scorso aveva annullato le assoluzioni del neofascista Carlo Maria Maggi e “dell'uomo dei servizi” Maurizio Tramonte per la Strage di Brescia del 28 maggio del 1974. Secondo la sentenza, le cui motivazioni sono state rese note ieri, adesso dovrà essere celebrato un nuovo processo d’appello a carico di due fascisti assolti in appello per la strage di piazza della Loggia. Con questa sentenza la Cassazione ha quindi accolto il ricorso della Procura generale di Brescia contro le due assoluzioni. Nel nuovo processo non ci sarà però Delfo Zorzi, il fascista teorico del misticismo dei samurai che da anni vive in Giappone, del quale è diventato cittadino, dove fa l'uomo d'affari. Nel suo caso la Cassazione ha respinto il ricorso della Procura generale di Brescia e delle parti civili contro la sua assoluzione, che è diventata quindi definitiva. Assolto dalle accuse anche il generale dei Carabinieri Francesco Delfino.

La decisione della Cassazione di non chiudere il sipario sulla strage di piazza della Loggia ma anzi di annullare due assoluzioni mostra che “dopo 40 anni i fatti vengono storicamente accertati” – ha dichiarato Manlio Milani presidente dell'Associazione delle Vittime che nella strage del 1974 ha perso la moglie – “La Cassazione è andata ben oltre le nostre richieste, annullando anche l’assoluzione di Maurizio Tramonte. Questo certifica che nella strage ci sono stati i depistaggi e, a nostro modo di vedere, è importante perché la Cassazione ha voluto dire che Tramonte non aveva solo un ruolo di informatore ma il suo ruolo era ben più pregnante”. La Corte di Cassazione denuncia anche come siano state sottovalutate le dichiarazioni del collaboratore Carlo Digilio (deceduto e teste chiave dell'inchiesta del giudice Salvini sulla Strage di Piazza Fontana, NdR) e “liquidata troppo frettolosamente la ritrattazione di Tramonte”.

E' importante sottolineare che con questa decisione la Cassazione ha annullato anche la sentenza della Corte d’assise d’appello di Brescia nella parte in cui condannava le vittime, costituitesi parti civili, al pagamento delle spese processuali in ragione dell’assoluzione degli imputati. Il nuovo processo in appello che dovrà essere celebrato dovrà anche pronunciarsi su questo punto.

Interessanti alcuni passaggi della sentenza della Corte di Cassazione sulla strage del 18 maggio 1974 dove vengono criticate le conclusioni “assolutamente illogiche e apodittiche” raggiunge dai giudici della Corte di Assise di Appello di Brescia nel verdetto assolutorio del 14 aprile 2012, Tramonte era un soggetto troppo “intraneo” alla destra eversiva per essere un semplice informatore, che peraltro “non raccontava al maresciallo Felli tutto ciò che sapeva o aveva fatto”.

Quanto a Maggi, sono stati “sviliti” numerosi indizi, come il sostegno allo stragismo eversivo di destra del quale era un “propugnatore”. Ad esempio, sulla circostanza – “un dato di fatto importantissimo che muta notevolmente il quadro indiziario rispetto al giudizio di primo grado” – che “l’ordigno esplosivo sia stato confezionato utilizzando la gelignite di proprietà di Maggi e Digilio, conservata presso lo Scalinetto”, la Corte di Appello “non ha tratto da questa diversa ricostruzione in fatto le necessarie implicazioni sul piano probatorio”. L’”erronea applicazione della legge processuale” è – scrive il relatore Paolo Giovanni Demarchi Albengo – “un vizio ricorrente nel processo per la strage di Piazza della Loggia se si pensa che anche nel procedimento cautelare sulla misura irrogata a Tramonte, Zorzi e Maggi, la Cassazione ebbe a osservare l’esasperata opera di segmentazione del quadro complessivo” che “rifuggiva dalle regole di coerenza e completezza”.

“Ingiustificabili e superficiali” sono, per la Cassazione, le conclusioni assolutorie tratte per Maggi, nonostante la “gravità indiziaria” delle dichiarazioni di Battiston che unite ad altri elementi finiscono per fornire una “visione complessiva” di “straordinaria capacità dimostrativa” delle accuse. E ancora: la presenza di Tramonte nella piazza, poco dopo l’esplosione, è “certamente un elemento di grande rilievo, sia al fine di stabilire il suo ruolo nella vicenda, sia ai fini di valutazione di attendibilità delle dichiarazioni relative alla organizzazione ed esecuzione della strage”. Eppure non sono stati fatti approfondimenti. Comunque, sottolinea la Cassazione, il giudice del rinvio potrà anche stabilire che Tramonte era un “infiltrato non punibile” ma deve tenere conto che solo dal 2006 esiste una normativa che lo scriminerebbe mentre per gli anni Settanta non esisteva nulla del genere, anzi si era “restii” a riconoscere la “collaborazione dei soggetti privati, estranei agli organismi di polizia giudiziaria, e soprattutto in assenza di formali autorizzazioni e di rigida regolamentazione dei limiti di operatività”.

Una sentenza, quella della Corte di Cassazione, decisamente importante ma drammaticamente tardiva. 

Qui di seguito la ricostruzione cronologica dei processi per la Strage di Brescia 

2 giugno 1979 – I giudici della Corte d’assise di Brescia condannano all’ergastolo Ermanno Buzzi e a dieci anni Angelino Papa mentre assolvono gran parte delle 16 persone incriminate dal pm Francesco Trovato e dal giudice istruttore Domenico Vino o li condannano a pene inferiori ma per detenzione di esplosivi o per altri attentati.

18 aprile 1981 – Buzzi, personaggio in bilico tra criminalità comune e neofascismo, è strangolato dai ‘camerati’ Mario Tuti e Pierluigi Concutelli nel supercarcere di Novara. I due motivarono l’omicidio con il fatto che Buzzi fosse “pederasta” e confidente dei carabinieri, ma il sospetto è che temessero fosse intenzionato a fare dichiarazioni nell’imminente processo d’appello.

2 marzo 1982 – I giudici della Corte d’assise d’appello di Brescia assolvono tutti gli imputati, compreso Angelino Papa; nelle motivazioni definiranno Buzzi “un cadavere da assolvere”.

30 novembre 1984 – La Cassazione annulla la sentenza di appello e dispone un nuovo processo per Nando Ferrari, Angelino e Raffaele Papa e Marco De Amici.

23 marzo 1984 – Il pm Michele Besson e il giudice istruttore Gian Paolo Zorzi aprono la cosiddetta ‘inchiesta bis’. Imputati i neofascisti Cesare Ferri, il fotomodello Alessandro Stepanoff e Sergio Latini. La nuova pista è aperta dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti tra cui Angelo Izzo.

20 aprile 1985 - La Corte d’assise d’appello di Venezia, davanti alla quale è celebrato il nuovo processo di secondo grado, assolve tutti gli imputati del primo processo bresciano.

23 maggio 1987 – I giudici di Brescia assolvono per insufficienza di prove Ferri, Latini e Stepanoff. Ferri e Latini sono assolti anche dall’omicidio di Buzzi che, secondo i pentiti, avrebbero fatto uccidere perche non parlasse.

25 settembre 1987 - La Cassazione conferma la sentenza di assoluzione dei giudici della Corte d’appello di Venezia e pone fine alla prima inchiesta sulla strage.

10 marzo 1989 – La Corte d’assise d’appello di Brescia assolve, questa volta con formula piena, Ferri, Stepanoff e Latini.

13 novembre 1989 - La prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, conferma e rende definitive le assoluzioni di Ferri, Stepanoff e Latini. I primi due saranno anche risarciti per la carcerazione subita.

23 maggio 1993 - Il giudice istruttore Gian Paolo Zorzi proscioglie gli ultimi imputati dell’inchiesta bis. Quello stesso anno sarebbe cominciata la terza inchiesta.

16 novembre 2010 - I giudici della Corte d’assise di Brescia assolvono tutti i cinque imputati, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Francesco Delfino e Pino Rauti. L’assoluzione interviene in base all’articolo 530 comma 2 assimilabile alla vecchia insufficienza di prove. Revocata la misura cautelare nei confronti dell’ex ordinovista Delfo Zorzi che vive in Giappone.

14 aprile 2012 - La Corte d’appello di Brescia conferma la sentenza di primo grado mandando assolti i quattro imputati, Zorzi, Maggi, Tramonte e Delfino, per i quali era stato proposto ricorso dalla procura. Dai pm una dichiarazione che, dopo 38 anni, sembra una resa: “Abbiamo fatto tutto il possibile. È una vicenda che va affidata alla storia”.

20 febbraio 2014 – La vicenda approda in Cassazione, dopo il ricorso del pg di Brescia (per tutti, tranne che per Delfino). Il sostituto pg della Cassazione Vito D’Ambrosio chiede di annullare le assoluzioni disposte in secondo grado per Zorzi, Maggi e Tramonte e di celebrare nuovamente il processo. Carlo Maria Maggi, in particolare, sarebbe “l’esecutore e il mandante” della strage.

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17/11/2010

Justice for all.




A fronte di quanto verificatosi ieri a Brescia (link) penso che la totale assenza di giustizia che ammorba questo Paese andrebbe ufficialmente registrata nel folklore tradizionale italiano, con annessa regolare tutela da parte dell'UNESCO.
Per chi non lo sapesse (sicuramente la maggioranza di chi non ci legge -ndr-) ieri si è chiuso il processo per la strage di Piazza della Loggia, dove il 28 maggio 1974 una bomba uccise 8 persone e ne ferì altre 104 durante lo svolgimento di una manifestazione contro l'eversione nera, indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista nazionale.
Per l'ennesima volta, un processo penale volto a dipanare ed identificare esecutori e mandati di una delle tante stragi che ha insanguinato il secondo dopo guerra italiano, è finito con un buco nell'acqua.
La Corte d'assise di Brescia ha, infatti, assolto i 5 imputati per la strage, confermando che gli anni di piombo continuano ad essere interpretati in due modi marcatamente differenti a seconda del colore politico in causa. Se, infatti, il terrorismo rosso ha avuto la peggio nei confronti della società civile (sconfitta che sì è purtroppo portata dietro anche la morte della coscienza civica della cittadinanza, ma questo è un altro paio di maniche...), non si può fare la medesima affermazione nei confronti del terrorismo nero.
La mancata identificazione dei responsabili, quanto meno materiali, di 20 anni di stragismo, diventa ancora più asfissiante quando l'unica verità giuridica emersa dopo decenni d'indagini è il diretto coinvolgimento di alcuni tra gli organi più nevralgici dello Stato nelle stragi stesse.
Piazza Fontana, Piazza della Loggia, l'Italicus, Bologna, Ustica e via discorrendo sono la prova del fallimento della democrazia in questo Paese.
Una Nazione incapace di giudicare se stessa, di chiedere giustizia per la propria base fondante (la popolazione) è una Nazione marcia fino al midollo.
Dovremmo vergognarci, tutti.

"Justice is lost
Justice is raped

Justice is gone

Pulling your strings

Justice is done!
"