Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/04/2024

La strage degli operatori umanitari prova l’intento genocida di Israele

Quando ti convinci che puoi fare qualsiasi cosa, tanto il tuo “protettore” si limiterà a una ramanzina benevola, allora finisce che la tua anima nera viene fuori senza più ritegno. Né maschere.

La strage dei sette operatori umanitari di una associazione statunitense è quel “troppo” che neanche lo scendiletto Biden può accettare mostrando pubblica indifferenza. Sia chiaro: “pubblica”, perché non può esistere nessun dubbio che per la Casa Bianca si tratta solo di uno “spiacevole incidente” che non cambia di una virgola l’atteggiamento verso Israele. Però costringe a mostrarsi almeno “afflitti” (questa è la parola che i ghostwritter del rimbambito sono riusciti a cavar fuori dal loro catafalco etico).

Parliamo di strage in senso tecnico, non solo o non tanto per il numero di morti (a Gaza ogni giorno avviene di molto peggio). Anche secondo il codice penale italiano, infatti, si dà “strage” quando si usa intenzionalmente esplosivo.

Non c’è stato infatti alcun “errore”. La ricostruzione dell’accaduto – compiuta dal quotidiano israeliano Haaretz sulla base di fonti interne all’esercito israeliano – è priva di incertezze.

I sette operatori (quattro occidentali, tre palestinesi) viaggiavano a bordo di tre vetture chiaramente contrassegnate, anche sul tetto. E, soprattutto, erano in frequente contatto con l’esercito israeliano proprio per evitare di essere comunque scambiati per dei “normali paestinesi”.

Le tre macchine, due delle quali blindate, secondo la sala operativa dell’Idf, ad un certo punto sarebbero state seguite a breve distanza da un camion con a bordo “un uomo armato”.

Nessuno sa se sia vero o meno (l’Idf ha ammesso che molte delle sue procedure di identificazione del “nemico” sono ormai compiute con il ricorso all’intelligenza artificiale, non più con informazioni dirette). Ma comunque il convoglio “misto” si ferma per una sosta in un magazzino e il camion non riparte insieme alle tre macchine.

Anche secondo gli osservatori militari israeliani “l’uomo armato” resta sul camion. Dunque non è a bordo di nessuna delle tre macchine. Che avanzano tranquille lungo il percorso concordato e approvato dall’esercito occupante.

La sala operativa del quale, ad un certo punto, ordina ad un drone di entrare in azione e attaccare il convoglio, sparando un missile Hermes 450.

Una delle auto viene colpita ma miracolosamente le persone a bordo restano vive (non sappiamo se ferite, probabilmente sì). Le altre due si fermano, ovviamente, e li raccolgono.

Altrettanto naturalmente chiamano subito sia i responsabili della loro Ong che i propri contatti all’interno dell’Idf, per comunicare che si trovano sotto attacco.

Implacabile, la sala operativa ordina al drone di sganciare un secondo missile che colpisce una delle due auto rimaste.

La terza ed ultima si ferma ancora una volta per raccogliere i colleghi. E mentre sono fermi vengono tutti raggiunti da un terzo missile che “completa l’operazione”, per la soddisfazione professionale dei killer in poltrona da qualche parte.

La geolocalizzazione delle carcasse mostra che le tre auto sono state colpite nel raggio di due chilometri e mezzo, lungo la strada che costeggia il mare. La terza, l’unica completamente distrutta, è probabilmente quella non blindata.

Tutte e tre a una decina di chilometri dal “molo” improvvisato – costruito dalla stessa Ong su autorizzazione statunitense e israeliana – per far arrivare gli aiuti umanitari via mare (visto che Tel Aviv continua ad impedire che i tir attraversino il valico di Rafah via terra).

«Il convoglio è stato colpito mentre lasciava il magazzino di Deir Al Balah, dove la squadra aveva scaricato più di 100 tonnellate di aiuti portati a Gaza lungo la rotta marittima», spiega un portavoce della World Central Kitchen, cui appartenevano i sette caduti.

Non era la prima volta che la stessa Ong veniva presa di mira. Sabato un cecchino israeliano aveva sparato contro un’altra auto, nei pressi di un magazzino autorizzato, a Khan Younis, senza però riuscire a colpire il guidatore.

Se qualcuno dubitava delle intenzioni genocide di Israele ora è servito.

Fonte

17/10/2023

L’orrore rivendicato con i video. Da Israele

In guerra la prima vittima è la verità. La constatazione fatta un secolo fa dal senatore Usa Hiram Johnson viene dimostrata in questi giorni con particolare serialità.

Indifferenti anche al ridicolo tutti i media italiani di un certo “peso” hanno abbandonato qualsiasi pretesa di “obiettività” o almeno di scrupolo deontologico. E si limitano a ripetere all’infinito le versioni del governo israeliano, magari supportate con interviste ad israeliani che parlano italiano.

Del resto erano già ben allenati con la “copertura” della guerra in Ucraina, quando Zelenskij straripava in qualsiasi trasmissione e nessuno osava fargli alcuna domanda.

Sappiamo di dire cose ovvie, ma forse è bene tenere sotto osservazione alcune tecniche, ed anche diversi scivoloni, che potrebbero aiutare anche telespettatori o lettori meno “critici” ad orizzontarsi nella marea di notizie deformate.

Una tecnica semplicissima è quella di usare parole diverse, apparentemente sinonimi, per indicare fatti uguali. Avviene anche sui media anglosassoni, certamente, ma qualche volta – da quelle parti – lo ammettono e si scusano. Qui mai.

Per esempio.

Gli israeliani che cadono in questo conflitto, sia civili che militari, sono sempre definiti “uccisi”. Ed è giusto, perché di certo non sono morti per cause naturali.

Però i palestinesi che rimangono sul terreno sono semplicemente “morti”. Per cause ignote, forse un raffreddore...

Vi diamo qui due esempi da media anglosassoni, decisamente chiarificatori, più una vignetta indubbiamente meritata.



Ma questo è nulla...

Attribuire al nemico ogni orrore, soprattutto se contro i bambini, è una tecnica eterna, che si ripete sempre uguale, cambiando soltanto il nemico di turno.

Ricordiamo che “i comunisti mangiano i bambini”, secondo la propaganda democristiana anni ‘50 (poi ripresa da Berlusconi e mai del tutto abbandonata dai governi successivi).

Saddam Hussein è stato accusato di tutto pur di giustificare più volte l’invasione dell’Iraq. Nel settembre del 1990, fu portata davanti al Congresso una bambina, Nayirah, per testimoniare che “effettivamente” i soldati di Saddam avevano rovesciato delle incubatrici con all’interno i neonati nell’ospedale di Kuwait City. Orrore!

Peccato che Nariya fosse la figlia dell’ambasciatore del Kuwait negli Usa, e che non avesse mai messo piede nel suo paese d’origine.

Sempre Saddam possedeva “armi di distruzione di massa”, parola del ministro della difesa Usa, Colin Powell, che agitava una boccetta con polvere bianca asserendo fosse antrace. Durante e dopo l’invasione non ne venne trovata neanche una...

L’esercito statunitense usò invece effettivamente armi di distruzione di massa, massacrando la popolazione irachena, ma questo non sconvolse più di tanto l’allora segretaria del Dipartimento di Stato (il ministero degli esteri), Madeleine Albright.

La quale – rispondendo alla domanda di Lesley Stahl, della Cbs, “Abbiamo sentito che sono morti mezzo milione di bambini iracheni, più che a Hiroshima. Ne è valso il prezzo?” – non mostrò neanche un attimo di compassione rispondendo “Penso che sia stata una scelta molto difficile, ma il prezzo ne vale la pena”.

Si potrebbe andare avanti a lungo, sorvolando sugli scenari di guerra degli ultimi 30 anni in Europa e altrove, ma lo schema non cambierebbe.

Fino a Netanyahu e le presunte foto, mostrate a Blinken, sui “40 bambini decapitati da Hamas a Kafr Azza”. Notizia ripresa in tutto il mondo e mai, se non altro, “ridimensionata” da nessun media italiano.

Nonostante l’autocritica della Cnn, che pure aveva dato il via alla “conferma”, scusandosene poi con i telespettatori, dopo aver verificato che funzionari del governo israeliano “non avevano potuto confermare” quell’orrore.

Usare le violenze presunte sui bambini è un’ottima tecnica per alzare il livello dell’orrore attribuibile al nemico e quindi giustificare le terribili violenze, anche contro i bambini, che verranno portate contro “il nemico”.

Ricordiamo che la popolazione di Gaza è composta al 51% da minori di 15 anni, e che il 40% è al di sotto dei 12 anni. Quindi, quando leggete, “tremila morti [non “uccisi”, per carità…] a Gaza“, finora, dovete calcolare 1.200 bambini e 300 giovanissimi adolescenti.

Ma se sono palestinesi non si fa troppo caso, vero?

Dev’essere per questo che in queste ore tutte le televisioni ci bombardano (è il caso di usare questo termine) con i video dei bombardamenti su anonimi palazzi di Gaza. Video girati e forniti direttamente dall’esercito israeliano, probabilmente per mostrare al mondo la propria infallibile potenza a supporto della sete di vendetta.

Non è neanche questa una tecnica di propaganda particolarmente nuova. Iniziarono gli States, proprio nella guerra contro l’Iraq, abituandoci così a vedere l’orrore trasformato in videogioco.

Anche nei programmi “spara-spara” del gaming compulsivo si vedono scene del genere. Ed è il segreto di ogni videogioco: non si muore e non si uccide davvero, poi si può ricominciare da capo e fare meglio, arrivare a “un livello” più elevato.

Mitridatizzati così, per decenni, i telespettatori occidentali assistono senza fare una piega all’esplosione di un palazzo di diversi piani sotto bombe da 500 chili o più. Sembra una scena di “demolizioni fulminee”, senza sangue, senza dolore, senza esseri umani. Disumana, appunto.

Là sotto c’era gente di ogni età. Di sicuro da quando Israele ha smesso di “avvertire” – come faceva prima dell’assedio di questi giorni – dando pochi minuti per evacuare gli obiettivi indicati.

Perciò. Se un macellaio e bugiardo matricolato (parola di Obama!) dice che sono stati “decapitati 40 bambini israeliani” gli dobbiamo credere sulla parola, commuoverci fino al pianto, solidarizzare e ignorare le smentite successive (poi ci pensano i “fact checker” di regime...).

Se invece vediamo in diretta la “spianatura” di interi quartieri, ma senza poterne osservare gli effetti sugli esseri umani che li abitavano, allora possiamo tranquillamente “goderci lo spettacolo” senza sollevare neanche una domanda.

Diciamola semplice. Quei video sono assolutamente uguali a quelli con cui Al Qaeda o l’Isis rivendicavano l’uccisione dei loro prigionieri. Un po’ più primitivi e splatter, certo. Ma la logica è la stessa.

Fonte

04/01/2022

Per il Pil sono disposti a qualsiasi strage


Troppo tardi, troppo poco, troppo confuso, troppe differenziazioni. Nella gestione della pandemia il governo Draghi è in piena continuità con il Conte II. Entrambi hanno infatti messo al posto di comando la “difesa del Pil” e in fondo alla scala delle priorità la salute pubblica, usando il “tasso di saturazione degli ospedali” come termometro empirico per decretare il minimo di chiusure possibili.

Così facendo, neanche l’arrivo dei vaccini poteva cambiare seriamente la situazione. Certo, è diminuito di molto il numero dei morti, ma non certo la circolazione del virus, la sua replicazione, l’incontrollabilità delle sue varianti.

Il fatto che questo fallimento sia condiviso con tutto l’Occidente neoliberista, che ha seguito grosso modo la stessa “strategia”, non cambia di una virgola il giudizio finale. È stata una scelta criminale a favore del profitto, che però ha messo e sta mettendo in crisi proprio quello che voleva proteggere: la crescita economica.

In queste ore, davanti all’esplosione globale dei contagi, questa scelta viene ripetuta, senza più neanche provare a nasconderne i contorni. “Super Pass per lavorare, Lega e 5S alzano le barricate ma Draghi tira dritto: ‘Difendiamo il Pil che cresce’”, titola Repubblica nell’edizione online. E infatti nei giorni scorsi si è deciso di ridurre il periodo di quarantena – con annesso rischio di incrementare ulteriormente i contagi – invece che introdurre qualche forma di limitazione alla circolazione.

L’idea che si fa strada ora è un obbligo vaccinale parziale, ancora una volta mascherato da “green pass obbligatorio”, per i soli lavoratori. Ancora una volta troppo tardi, troppo poco, troppo confuso, troppe differenziazioni.

Un virus non distingue tra passaporti, colore di pelle, spessore del portafoglio o mansione produttiva. Non ha senso dunque prevedere un obbligo vaccinale limitato a categorie selezionate in base alla loro indispensabilità per “accrescere il Pil”.

La controprova sta nel fatto che per la scuola, invece, si vorrebbe far finta che il ritorno in presenza non presenti problemi di diffusione dei contagi (con l’ulteriore assurdo di prevedere l’obbligo vaccinale per il personale, docente e non, ma non per gli studenti). “La scuola non fa Pil”, sembrano dire a Palazzo Chigi, e dunque chissenefrega...

O si prevede l’obbligatorietà per tutti, o si continua all’infinito in questo saliscendi di aperture, chiusure, dad, differenziazioni tra attività vietate e permesse, babele di “indicazioni” che nessuno più riesce a seguire o ricordare.

O si liberalizzano i brevetti sui vaccini o si continua ad attendere che arrivi una variante imprevista per ricominciare da capo.

India e Sudafrica sono i paesi di “un altro mondo” che hanno la capacità industriale di produrre versioni free di tutti i vaccini in circolazione e che dunque avevano chiesto l’autorizzazione a produrli.

Il “no” statunitense ed europeo, in sede Wto, ha avuto un solo effetto pratico (oltre a proteggere i profitti-monstre di Moderna e Pfizer): quello di far maturare ed esplodere le due varianti che hanno azzoppato l’agognata “ripresa”: la delta (inizialmente detta “indiana”) e la omicron (originata nell’Africa australe).

Non basta. Ema ed Aifa – le autorità per il farmaco a livello europeo ed italiano – hanno scelto fin dall’inizio di esaminare ed approvare solo i vaccini “euro-atlantici” (statunitensi, come Pfizer e Moderna, o europei come AstraZeneca, poi scomparso dai radar).

Porte chiuse per quelli cubani, russi e cinesi, senza neanche lo sforzo di un esame. E dire che quelli cubani – Soberana ed Abdala – sono stati progettati apposta per essere somministrati a tutti i maggiori di due anni.

Con il risultato che a Cuba i contagi sono crollati e non si registrano più decessi, mentre qui e negli Usa (oltre un milione di contagi solo ieri) la situazione è fuori controllo a partire dalle fasce giovanili e infantili (cui proprio non si può chiedere l’ipocrita “senso di responsabilità” con cui i governi si sciacquano la bocca e la coscienza).

Per valutare quale strategia sia migliore, direbbero gli scienziati seri, “bisogna analizzare i dati”. E i risultati, ad oggi 4 gennaio 2022, sono questi:

Stati Uniti, 318 milioni di abitanti: 56.200.000 contagiati, 828.000 morti

Gran Bretagna, 67 milioni di abitanti, 13,5 milioni di contagiati, 150.000 morti.

Francia, 67,4 milioni di abitanti, 10,5 milioni di contagiati, 125.000 morti.

Spagna, 47,3 milioni di abitanti, 6,7 milioni di contagiati, 90.000 morti.

Italia, 59,5 milioni di abitanti, 6,4 milioni di contagiati, 138.000 morti.

Germania, 83 milioni di abitanti, 7,25 milioni di contagiati, 113.000 morti.

...

Cuba, 11,3 milioni di abitanti, 967.000 contagiati, 8.300 morti.

Cina, 1,4 miliardi di abitanti, 115.000 contagiati, 4.850 morti.

Le chiacchiere stanno a zero. Chi ha messo il Pil davanti alla vita della popolazione non riesce a difendere né la vita, né il Pil.

Si chiama capitalismo, ed è il virus più mortale di tutti. Fare strage è nel suo dna.

Fonte

14/09/2021

Il drone USA a Kabul ha ucciso un operatore umanitario, non l’ISIS

Bestie “umanitarie”, potremmo chiamarle. Una superpotenza allo sbando, che ha gestito gli ultimi 30 anni di guerre sempre come “ingerenza umanitaria”, per “portare la democrazia” o “liberare le donne” (stranamente, aiutando chi voleva riportarle allo stato di prigioniere degli uomini), mentre fuggiva dall’Afghanistan in modo così vergognoso da ricordare un’altra sconfitta storica, ha pensato bene di scaricare un po’ di bombe a casaccio su Kabul “garantendo” che stava solo eliminando una “minaccia terroristica”.

Il tutto dopo un attentato effettivamente riuscito all’aeroporto di Kabul, realizzato dall’Isis ma amplificato – con certezza, viste le innumerevoli testimonianze qualificate, tra cui molti giornalisti occidentali – dai fucili mitragliatori dei soldati Usa, che avevano preso a sparare sulla folla e persino sui propri commilitoni.

Avevamo come tanti sospettato che dietro la “brillante operazione” col drone ci fosse in realtà qualche pasticcio. Ma neanche noi eravamo arrivati a immaginare che la “cellula terroristica” fatta a pezzi con la “guerra a distanza” (che è arrivata molto prima della Dad) fosse in realtà un operatore umanitario vero di quelli senza divisa e senza armi.

Per non voler neanche apparire vendicativi, vi consegniamo direttamente il dispaccio di agenzia diramato dall’Agi – insospettabile di simpatie col comunismo o i talebani, visto che è di proprietà dell’Eni – che rende noto al mondo l’ultimo crimine delle bestie che governano da Washington e sparano dal Nevada.

L’ultimo per ora, purtroppo, perché un padrone in crisi non rinuncia mai spontaneamente al suo dominio.

Ah, dimenticavamo. Se per caso i “professionisti dell’informazione” (Rai, Mediaset, Repubblica, Corriere, Stampa, ecc.) dovessero evitare di dare questa notizia, capite da soli perché...

*****

Il drone su Kabul uccise la famiglia di un cooperante, non una cellula terroristica

“Minaccia imminente” od operatore umanitario: nel raid Usa del 29 agosto è stata uccisa la persona sbagliata? Il New York Times e il Washington Post, sulla base di immagini esclusive delle telecamere di sicurezza e testimonianze hanno dimostrato che gli Usa hanno sferrato l’attacco in cui sono rimaste uccise 10 persone, tra cui sette bambini, senza sapere veramente chi stessero colpendo.

L’auto presa di mira era parcheggiata nel cortile di una casa e tra le vittime c’era il 43enne operatore umanitario Zemari Ahmadi, secondo quanto denunciato dalla sua famiglia. Per il Pentagono invece l’obiettivo era una persone legata all’Isis, la sua auto era piena di esplosivo ed era una minaccia imminente per le truppe statunitensi coinvolte nelle evacuazioni all’aeroporto di Kabul.

Ma a quanto pare, sottolineano i due giornali americani, quello che i militari non sapevano era che Ahmadi era un operatore umanitario di lunga data, che secondo le testimonianze di colleghi e familiari ha trascorso le sue ultime ore a fare commissioni e ha concluso la giornata a casa sua.

Poco dopo, la sua Toyota è stata colpita da un missile. Il sospetto è che, quelle che sono state interpretate come le mosse sospette di un terrorista, potrebbero essere stati solo i movimenti di una giornata tipo di Ahmadi. E le “taniche” potrebbero essere solo dei rifornimenti d’acqua per le famiglie in difficoltà e non esplosivi destinati a un attentato.

Chi era Zemari Ahmadi

Secondo quanto emerge dai due articoli si tratta di un ingegnere elettrico che per 14 anni ha lavorato per l’ufficio di Kabul della Nutrition and Education International, Ong con sede in California che combatte la malnutrizione. Ad esempio ha dato vita a 11 impianti di lavorazione della soia in Afghanistan per sopperire alla mancanza di cibo in vaste aree del Paese causata soprattutto dalla guerriglia con i talebani.

Quasi tutti i giorni, l’uomo guidava una delle corolle bianche Toyota della compagnia, portando i suoi colleghi da e verso la sede di lavoro e distribuendo cibo agli afghani sfollati.

La ricostruzione dell’attacco

I filmati analizzati dai due quotidiani ricostruiscono i movimenti della giornata dell’ingegnere.

Alle 14:35, Ahmadi tira fuori un tubo e con l’aiuto di un collega riempie i contenitori vuoti di plastica che poi caricherà in macchina insieme ad alcuni pacchetti. Il motivo è semplice: nel quartiere c’era carenza d’acqua per cui l’uomo la portava regolarmente dall’ufficio per distribuirla a chi ne ha bisogno.

Intorno alle 15:38, un collega sposta l’auto di Ahmadi nel vialetto. Poco dopo i militari affermeranno di aver visto l’auto di Ahmadi entrare in un ‘complesso sconosciuto’ (probabilmente la sede della Ong) a 8-12 chilometri a sud-ovest dell’aeroporto. Qui le immagini finiscono perché la giornata di lavoro si conclude.

Non ci sono quindi filmati successivi ma lo scenario probabile è che nell’attacco con il drone l’auto dell’operatore umanitario sia stata vista come una potenziale minaccia, le taniche d’acqua siano state scambiate per esplosivo. A quel punto Ahmadi è tornato a casa.

Secondo il fratello, i suoi bambini hanno circondato la macchina accogliendolo dopo un’altra giornata faticosa di lavoro. Un funzionario americano ha detto che i militari temevano che l’auto sarebbe potuta ripartire e poi usata per un attentato in una strada ancora più affollata o all’aeroporto stesso.

Gli operatori del drone hanno rapidamente esaminato il cortile riportando di aver visto solo un altro maschio adulto che parlava con l’autista dell’auto e nessun bambino. E hanno deciso che era il momento di colpire. L’auto di Ahmadi è stata colpita da un drone MQ-9 Reaper che ha lanciato un singolo missile Hellfire con una testata da 9 chilogrammi.

Secondo il Washington Post il missile ha impiegato circa mezzo minuto per raggiungere la berlina bianca. Il quotidiano inoltre specifica che la casa “non era precedentemente nota agli analisti militari e di intelligence”.

La versione del Pentagono

Nei giorni successivi il Pentagono ha ripetutamente affermato che l’attacco missilistico ha provocato altre esplosioni, e che queste hanno probabilmente ucciso i civili nel cortile. “Significative esplosioni secondarie provenienti dal veicolo preso di mira hanno indicato la presenza di una notevole quantità di materiale esplosivo“, si legge.

“Poiché c’erano esplosioni secondarie, si può ragionevolmente concludere che c’erano esplosivi in quel veicolo“. Affermazioni che secondo il New York Times non sono il frutto di certezze, ma solo di ipotesi.

“Abbiamo raccolto foto e video della scena scattati da giornalisti arrivati sul posto e visitato il cortile più volte. Abbiamo condiviso le prove con tre esperti di armi che hanno detto che il danno era coerente solo con l’impatto di un missile Hellfire. Hanno indicato il piccolo cratere sotto l’auto di Ahmadi e i danni dei frammenti di metallo della testata. Tutti e tre gli esperti hanno anche sottolineato ciò che mancava: qualsiasi prova delle grandi esplosioni secondarie descritte dal Pentagono“.

A questo si aggiunge il ritrovamento di elementi che possono essere riconducibili ai contenitori in plastica che trasportavano i rifornimenti d’acqua. Il Pentagono, aggiunge ancora il New York Times, “non ha fornito le prove di esplosivi nel veicolo di Ahmadi o ha condiviso collegamenti dell’uomo allo Stato Islamico”.

Il Washington Post, in più, riporta le parole di Steven Kwon, presidente di Nutrition and Education International (NEI), che ha confermato come la berlina bianca di Ahmadi appartenesse all’ente benefico americano: “Stiamo cercando di aiutare le persone. Perché dovremmo usare esplosivi per ucciderle?”. Il Pentagono ha aperto un’indagine per capire come siano andate realmente le cose ma il sospetto è che “la ragionevole certezza” con cui è stato condotto l’attacco possa essere stato il frutto di un tragico e grave errore di valutazione.

Fonte

21/08/2020

Teniamo in mente tutti quell’accaduto atroce

di Luca Baiada

Chi ricorda mette in imbarazzo, ma non quanto chi chiede giustizia.

Il 23 agosto 1944 i tedeschi, con la complicità di fascisti italiani, massacrano 174 persone nel Padule di Fucecchio. La più piccola ha quattro mesi; la più vecchia ha novantadue anni, è una contadina cieca e sorda: le mettono una bomba nella tasca del grembiule.

È uno dei tanti eccidi commessi dal 1943 al 1945. Nella sentenza di Norimberga si leggeva che le vittime in Italia erano almeno 7.500. Fino agli anni Novanta si parlava di quindicimila. Secondo i dati recenti sono più di trentamila.

Nel caso di Fucecchio si nota la collocazione del crimine in un’area appartata, cui la storia, quella che si studia a scuola, quella che conta, sembra aver sempre girato intorno. Forse proprio dai margini, certe cose si vedono meglio.

Il dolore, appena condiviso in cerimonie religiose trascurate dalle autorità e malviste dai benestanti, si è chiuso nel silenzio, nelle lacrime in famiglia, mai cessate, nei fiori deposti su piccole lapidi sparse per la campagna. Allo strazio affettivo si sono aggiunte conseguenze pratiche devastanti. La morte di componenti attivi, in una famiglia contadina, riduce tutti alla fame.

Subito dopo la guerra furono condannati tre tedeschi, ma negli anni Cinquanta non ce n’era più uno in carcere. Pochi anni fa ne sono stati condannati altri, ma la Germania non li ha consegnati e la sentenza è rimasta lettera morta.

Berlino non ha mai pagato il risarcimento economico alle famiglie colpite. Eppure il loro credito è fuori discussione, come per tutti i massacri.

L’anno scorso un gruppo di familiari viene a sapere che il monumento principale, quello di Castelmartini inaugurato da Carlo Azeglio Ciampi nel 2002, è stato restaurato con denaro della Germania. Protestano, la manutenzione doveva essere fatta dalla comunità, «quale tributo alle persone che sono morte e ai sopravvissuti che hanno sofferto tutta la vita». Prendono posizione anche più in generale:

«La corresponsione dei risarcimenti ha un gran significato morale e simbolico, perché rappresenta il riconoscimento del valore della vita delle persone al di sopra delle guerre e della ragion di Stato. […] La Germania sarà sicuramente presente all’inaugurazione e verranno espressi i migliori sentimenti di rifiuto della guerra, delle stragi e della violenza, ma tutto ciò contrasta con la realtà e i comportamenti che essa mette in pratica».

Agosto 2019, la commemorazione: clima da evento, musica, fotografie, tedeschi che fanno le vacanze intelligenti; fra gli oratori, un diplomatico che sbaglia la pronuncia delle località; distribuzione di un libro con l’Ambasciata già in copertina, tanto per essere chiari.

Però. A porre il problema della giustizia, alla stessa cerimonia, è il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, in pubblico e alla stampa:

«L’Armadio della vergogna c’è. E il nostro paese non si è mosso come avrebbe dovuto. Perché le sentenze, contro i mandanti di quelle stragi, non sono state portate a esecuzione. È una vergogna, questa, che ci portiamo dietro, come Italia. E come Regione Toscana siamo disposti a fare ancora di più per arrivare a una degna conclusione. Lo dobbiamo alle vittime, ai superstiti e ai loro familiari».

Gli interessati, sentito questo, gli chiedono un incontro, fatti concreti, aiuto per i risarcimenti. Vengono ricevuti dagli uffici di presidenza, ci sono promesse di attenzione.

Invocano che la Toscana, come ente pubblico, faccia causa alla Germania; hanno saputo che un Comune l’ha fatto, per un eccidio in Abruzzo. Vogliono anche che la Regione sostenga le spese delle cause fatte dai privati, informi i Comuni e la cittadinanza, valorizzi il tema. La vedono così:

«L’impegno che chiediamo è per la storia, non sulla storia. Nel 1786 la Toscana, prima nel mondo, abolì la pena di morte. Adesso bisogna schierarsi perché i crimini contro l’umanità siano risarciti. La Toscana chiamando in causa lo Stato tedesco può fare un gesto di grande statura: contrasto al nazifascismo, quindi difesa dei pilastri della civiltà, e dissuasione dalla commissione di nuove stragi, ovunque. […] Lei, presidente, che ricorda in pubblico con dignità la Sua famiglia di lavoratori, segua l’esempio di chi nel Secolo dei Lumi abolì la pena di morte: apra la stagione di una concreta responsabilità degli Stati».

Ne parla la stampa, ne parla la televisione. Riescono anche a intervenire alla Corte d’appello fiorentina: «Oggi, per la prima volta in settantacinque anni dalla Liberazione, un gruppo di vittime prende la parola all’inaugurazione di un anno giudiziario. Vogliamo che sia il segno di una svolta». A quel punto si esprimono a favore sindaci, associazioni, anche di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, e gruppi di familiari, come quelli dei caduti a Cefalonia. In Regione, a Firenze, c’è la mozione di un gruppo di consiglieri: «Fornire ogni supporto utile affinché venga soddisfatta la legittima e giusta richiesta di giustizia per le vittime e i loro familiari». La storia, quella che si studia a scuola, c’è chi prova a cambiarla.

Ma Enrico Rossi si ferma. Eppure, su Facebook, a dicembre 2019: «Metterò tutto il mio impegno per affiancare i familiari delle vittime delle stragi naziste nella loro richiesta di risarcimento alla Germania e verificare la possibilità di far costituire la Regione stessa. Ci incontreremo a breve per una risposta ufficiale».

Dichiarazioni come queste non si erano mai sentite. L’esito non s’è visto. Dare la colpa al Covid non avrebbe senso: c’è l’informatica, la Regione ha proseguito le attività e il differimento delle elezioni ha dato più tempo. Adesso la fine del mandato è vicina.

Se il presidente di una Regione si limita alle dichiarazioni, allora dice bene lui stesso: «L’Armadio della vergogna c’è». Sulle stragi, a partire dagli anni Novanta le sentenze sono state emesse ma non eseguite, e adesso si è prigionieri di un palcoscenico: le istituzioni commemorano, gli ambasciatori dichiarano, gli storici raccontano, i politici promettono. L’Armadio è diventato una passerella. Eppure, anni fa, proprio la Toscana si era costituita parte civile nei processi ai militari tedeschi; un deportato aretino ha combattuto la vertenza sino in Cassazione; la rimessione alla Corte costituzionale, che nel 2014 ha riaperto la strada alle cause contro la Germania, si deve al Tribunale di Firenze. Il peso della Toscana in questa storia è vistoso.

Effettivamente il Granducato abolì la pena di morte. Ma se la Firenze del Secolo dei Lumi abolì la forca, lo spettacolo del supplizio, invece la Firenze del secolo dei selfie è un supplizio di spettacoli. E sia chiaro: chi accetta l’ingiustizia sui crimini di ieri, non può condannare quelli successivi.

Di più. Per i superstiti delle stragi, privati nell’infanzia del padre, della madre, di figure protettive di riferimento, il rapporto con l’autorità spesso è una ferita aperta. Promettere proprio a loro, e non mantenere, su quella ferita mette il sale, riapre il lutto, aggrava l’abbandono. Ma le dichiarazioni del 2019 impegnano la Toscana, quindi dovrà tenerne conto anche l’amministrazione che uscirà dalle prossime elezioni.

Un personaggio, probabilmente un barrocciaio, di sicuro un poeta improvvisatore, in Valdinievole dopo la guerra ripeteva una ballata: «Popolo se mi ascolti / ti spiego la tragedia, / il 23 d’agosto / l’orribile commedia…». Finiva così: «Teniamo in mente tutti / quell’accaduto atroce / ci hanno pieno di lutti / spregiando anche la croce. / Questi vigliacchi non so’ a scorda’ / noi comunisti a vendica’».

Un poeta più famoso, secoli prima, conosceva i suoi concittadini e li mise a posto così: «Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca / per non venir sanza consiglio a l’arco; / ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca» (Purgatorio, VI).

C’è differenza, tra la giustizia e le commemorazioni. Somiglia alla differenza tra chi fa e chi promette.

Fonte

15/02/2020

Il misterioso affondamento del “Francesco Padre” nell’Adriatico, ancora senza risposte

La verità giace ancora sul fondo dell’Adriatico insieme ai resti del “Francesco Padre”, il motopeschereccio appartenente alla marineria molfettese che, a seguito di un’esplosione avvenuta il 4 novembre del 1994, si inabissò a largo delle coste montenegrine con tutto il suo carico umano.

Le varie inchieste susseguitesi negli anni non sono state sufficienti a rendere giustizia ai cinque marittimi pugliesi che si trovavano a bordo dell’imbarcazione.

Gli ultimi accertamenti eseguiti dalla magistratura inquirente scartarono l’ipotesi che il natante trasportasse illegalmente armi, lasciando conseguentemente aperti diversi scenari: quello più realistico riconducibile ad un tragico errore delle forze Nato all’epoca impegnate a fronteggiare la guerra civile nell’ex Jugoslavia; un tentativo di intimidazione a scopo estorsivo della criminalità della zona; la deflagrazione di un ordigno bellico incappato accidentalmente nelle reti.

Occorre ricordare che il recupero di alcuni residui del relitto, evidenziò sulla fiancata dell’imbarcazione, un foro compatibile con un proiettile denominato “PIT” (perforante-incendiario-tracciante) di chiara matrice militare.

Inoltre documenti Nato ormai desecretati escluderebbero la presenza in quell’area, quella notte, di unità navali montenegrine.

Tuttavia la totale assenza di risposte alle rogatorie internazionali e la scarsa collaborazione dei Paesi coinvolti (Stati Uniti, Serbia e Montenegro), aveva impedito, nei fatti, di fare piena luce sulle dinamiche dell’accaduto.

Nonostante siano trascorsi venticinque anni dalla tragedia, ribattezzata non a caso “l’Ustica del mare”, per i familiari delle vittime, oltre al silenzio assordante delle istituzioni, resta purtroppo anche il grande rimpianto di non aver potuto seppellire degnamente i corpi dei loro cari.

Sull’affondamento del Francesco Padre vedi anche:

Strage del Francesco Padre. Fu un atto di guerra

Quel peschereccio è stato affondato

L’Ustica del mare. 25 anni dalla tragedia del Francesco Padre

Fonte

29/11/2019

Iraq - Escalation della repressione, massacro di civili

di Roberto Prinzi

È stata l’ennesima giornata di sangue ieri in Iraq: le forze di sicurezza irachene hanno ucciso infatti almeno 45 manifestanti in varie aree del Paese. Il bilancio più grave (29 morti) si è registrato nella città meridionale di Nassiriya dove le truppe hanno aperto il fuoco sui dimostranti che bloccavano un ponte. Secondo fonti mediche, in città sarebbero decine i feriti. Migliaia di persone hanno poi sfidato il coprifuoco circondando il quartier generale dell’esercito.

Situazione molto tesa anche nella capitale Baghdad dove i manifestanti uccisi dalle pallottole vere e di gomma sparate dalla polizia sono stati 4. Bagno di sangue anche a Najaf dove 12 persone hanno perso la vita negli scontri con le forze dell’ordine. Nella città, importante meta di pellegrinaggio per gli sciiti e sede del potente clero sciita iracheno, la tensione è altissima da quando (mercoledì sera) i manifestanti hanno dato alle fiamme la rappresentanza diplomatica iraniana, situata non molto distante dall’abitazione della massima autorità sciita del Paese, l’Ayatollah al-Sistani. A gettare benzina sul fuoco è stato poi ieri Abu Mahdi al-Muhandis, il comandante delle Forze di Mobilitazione popolare (strettamente legate a Teheran), che ha minacciato che “taglierà le mani a chiunque proverà a toccare al-Sistani”.

L’assalto al consolato iraniano è di sicuro un dato politico molto significativo perché mostra in modo palese l’insofferenza di non pochi iracheni nei confronti dell’influenza di Teheran nell’Iraq post-Saddam, dono della “democrazia esportata” dagli occidentali (Usa in testa) nel 2003. Che la tensione sia alta è chiaro anche all’Iran che ieri sera ha deciso di chiudere il valico di confine di Mehran “per motivi di sicurezza”. A riferirlo è stata l’agenzia statale iraniana Mehr citando l’ufficiale di sicurezza Mojtaba Soleimani. “Con attenzione ai recenti eventi e ai tumulti avvenuti in Iraq, il valico di Mehran sarà chiuso a partire da stanotte” ha detto Soleimani che non ha chiarito quando sarà riaperto. L’ostilità montante anti-iraniana si tocca con mano a Najaf dove i manifestanti, per la stragrande maggioranza sciiti, hanno accusato le autorità locali di agire contro gli interessi del popolo iracheno pur di difendere gli interessi del potente vicino.

“Tutta la polizia antisommossa e le forze di sicurezza ci hanno sparato come se stessimo bruciando l’intero Iraq” ha sintetizzato un manifestante alla Reuters. Un altro di nome Alì ha descritto l’assalto al consolato come un “atto coraggioso”, “una reazione del popolo iracheno”. “Non vogliamo gli iraniani” ha chiosato. Da parte sua l’Iran, per bocca del suo ministro degli esteri, ha chiesto a Baghdad una “risposta ferma contro gli aggressori” del consolato. E la risposta è venuta subito ed è la stessa che si ripete dal 1 ottobre: pallottole vere, gas lacrimogeni sparati ad altezza uomo che hanno fatto schizzare il bilancio delle vittime delle proteste ad almeno 408 persone.

Di fronte alle istanze di migliaia di iracheni che da quasi due mesi scendono in strada chiedendo lo smantellamento dell’intero sistema di potere politico ed economico, fatto di corruzione, settarismo e liberismo selvaggio, la politica non sa offrire alcuna risposta se non quella basata sulla repressione. Il premier Abdel Mahdi si è finora rifiutato di dimettersi (lo ha ribadito in più incontri a cui ha preso parte anche Qassem Soleimani, il comandante delle Forze al-Quds delle Guardie Rivoluzionarie iraniane) e si è limitato ieri a convocare un comandante militare della provincia di Dhi Qar (dove è situata Nassiriya) per sapere quanto sta accadendo al sud. L’influente leader religioso Moqtada al-Sadr ha invece chiesto nuovamente al governo di dimettersi avvertendo però nello stesso tempo i manifestanti che la loro azione contro il consolato iraniano potrebbe portare a una violenta repressione delle proteste da parte di Baghdad. Sadr sta facendo astutamente l’equilibrista: pubblicamente si schiera con i manifestanti (“Non permettete di dare a loro [le autorità, ndr] un pretesto per porre fine alla vostra rivoluzione”) chiedendo con forza la fine del governo al-Mahdi perché se ciò non accade “è l’inizio della fine dell’Iraq”. Dall’altro, però, non arriva alla completa rottura con il governo e con le istituzioni (di cui fa parte) in questa fase dove gli esiti delle proteste appaiono ancora incerti.

Al di là del chiaro messaggio politico che porta con sé, quanto accaduto a Najaf con l’assalto al consolato iraniano potrebbe essere strumentalizzato dal governo per giustificare una maggiore repressione delle proteste. Se così si decidesse a Baghdad, potrebbe essere data luce verde al comandante del Forze di mobilitazione popolare Abu Mahdi al-Muhandis per chiudere la partita con i manifestanti. La scusa è giù pronta sul tavolo: è in gioco l’incolumità di al-Sistani. Eppure al-Sistani, massima figura sciita in Iraq, vestendo i panni del pompiere, sin dall’inizio ha ufficialmente sostenuto i manifestanti e ha invitato i politici ad ascoltare le loro richieste. Del resto il caos e l’incertezza non convengono al potente clero sciita locale, Sistani questo lo sa bene. Ma l’invito ad abbassare i toni dello scontro non è compreso a Baghdad: le autorità hanno infatti annunciato la creazione di “cellule di crisi” chiamati a gestire i servizi di sicurezza con l’obiettivo di fermare la protesta.

AGGIORNAMENTO

ore 16:50 Il premier iracheno Abdel Mahdi ha rassegnato le dimissioni

Il premier iracheno Adel Abdul Mahdi ha annunciato che presenterà le sue dimissioni al parlamento. Alcune ore prima, nel suo sermone settimanale, la massima autorità religiosa del Paese, lo sciita al-Sistani, aveva chiesto un cambiamento di leadership. Detto, fatto: nel suo comunicato Abdel Mahdi ha detto “di aver ascoltato con grande preoccupazione” le parole di al-Sistani e di aver preso questa decisione in risposta al suo appello così da “facilitare e sveltire il suo adempimento al più presto possibile”. La decisione giunge dopo la giornata di sangue di ieri durante la quale sono stati uccisi più di 50 dimostranti dalle forze di sicurezza irachene.

Le dimissioni di Abdul Mahdi sono state accolte a Baghdad con canti e gioia a Piazza Tahrir, centro delle proteste anti-governative. Tuttavia i manifestanti hanno subito ribadito che la loro lotta continuerà finché tutte le loro istanze non verranno implementate. “La condizione è che tutti i partiti se ne vadano. Non sono più accettabili. Tutti hanno preso parte agli omicidi criminali di dimostranti” ha detto uno di loro intervistato da al-Jazeera.

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23/09/2019

Afghanistan, le presidenziali impossibili

A cinque giorni dalla pluri rimandata scadenza elettorale per le presidenziali afghane c’è un candidato che sicuramente prega Allah perché si giunga al voto. È il presidente uscente Ashraf Ghani, il fantoccio statunitense osteggiato da taliban e dagli altri candidati, compreso l'amico-nemico di governo Abdullah. Gli attentati che fino a una settimana fa hanno cercato di riproporre un ennesimo rinvio per ragioni di sicurezza non ne hanno piegato la convinzione, ma più che saldezza democratica l’ostinazione con cui Ghani resta attaccato a quest’elezione riguarda il suo futuro. Infatti è da tempo il grande escluso dalla vita politica nazionale, un paradosso per chi riveste la carica più alta d’un Paese, pur disastrato com’è l’Afghanistan. Ma si tratta d’un Paese che non esiste. Continua soltanto a essere un luogo di morte per la guerra strisciante fra gli occupanti della Nato e i talebani che rivendicano il ruolo di resistenti all’invasore. Nell’anno in cui i contendenti statunitensi e i turbanti di Quetta si sono ripetutamente incontrati per discorrere del futuro prossimo, Ghani è rimasto fuori dalla porta, considerato indesiderato e indegno dalla delegazione della Shura, senza che gli americani obiettasse nulla. Per questo il ‘presidente senza potere’ si spende da tempo per il ritorno alle urne, senz’altro previsto come scadenza, ma in un sistema completamente svilito.

Allora l’uomo che si sente solo cerca l’unica sponda possibile, quella offerta dagli altri candidati che, non fosse altro perché desiderano prendere il suo posto, s’apprestano al confronto dell’urna pur denunciando quel che appare palese: il voto potrebbe essere inficiato dagli atavici brogli. Nessuno però evidenzia un’altra realtà: questo voto risulterà assolutamente parziale. Poiché i seggi elettorali sono presenti sulla metà del territorio (l’altra metà è impraticabile in quanto controllata dai talebani) e anche le urne aperte e vigilate militarmente potranno essere oggetto di agguati, com’è già accaduto in precedenti circostanze. Dunque, le presenze certe nel 28 settembre che s’approssima sono il terrore generalizzato e i taliban. Quest’ultimi estranei alla competizione elettorale, ma incombenti nel clima creato dalle loro stragi e, di sorpresa in sorpresa, non è detto che il trasformismo che comunque aleggia su quello scenario in futuro non possa accettarli anche nella veste di concorrenti. Finora gli studenti coranici l’hanno rifiutata. Essi conoscono la propria forza e la debolezza altrui e una parte celata dei colloqui, poi interrotti da Trump, riguardava un loro possibile ritorno legale al potere. Però i turbanti vogliono scegliersi i ‘compagni di merende’ e mostravano di non gradirne nessuno fra quelli all’orizzonte. Del resto basta ascoltare le dichiarazioni degli anti Ghani per intuirne, nonostante le critiche rivoltegli, un comune denominatore.

Wali Massoud, figlio d’un padre famoso quanto farabutto, si fa forte della Massoud Foundation, struttura a libro paga statunitense che sulla retorica delle gesta d’un “eroe” che è stato Signore della guerra cerca soluzioni alternative per conservare lo status quo che il Paese conosce da decenni. Massoud junior attacca: “Occorre muovere il popolo contro la mafia di governo, Ghani e Abdullah hanno garantito solo inefficienza”. Altrettanto critico è Rahmatullah Nabil che rincara: “Un governo che ha raccolto solo fallimenti”, la sua candidatura la sostiene Jamiat-e Islami, partito storico del jihad islamico, dove hanno militato Rabbani e Ahmad Massoud, con le conseguenze che tre generazioni di afghani conoscono bene. Se siete curiosi ascoltate anche Noorullah Jalili, sayyed della provincia di Nangarhar, un affarista che a suo tempo ha lavorato anche per i talebani: “La nazione accetterà perfino l’Emirato, ma gli attuali governanti non accettano compromessi sul destino del popolo”. Mentre l’ex parlamentare Latif Pedram, riempie i cuori di promesse: “Se vincerò porterò le riforme che servono al Paese”. Sic, evidentemente si sente atteso. Certo, c’è pure l’ipocrisia fatta persona, quella del premier Abdullah Abdullah, che giorni addietro, a corredo della sua terza candidatura, dichiarava: “Noi non vogliamo la continuazione della guerra per restare al potere”. Le bugie hanno le gambe corte, cortissime. Abdullah ha la faccia di bronzo.

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24/08/2019

Case e campagne bruciavan già, questo è il tedesco e la sua civiltà

di Luca Baiada

Il 23 agosto 1944, nel Padule di Fucecchio, i tedeschi con la complicità di fascisti italiani massacrano 174 persone.

C’è un personaggio tipico, in queste stragi: il tedesco buono. Si rifiuta di sparare, nasconde, protegge. Nelle narrazioni orali è frequente, in quelle scritte svanisce o si ridimensiona in proporzione alla loro serietà. È sorprendente che, a distanza di tanti anni, su di lui non esistano trattazioni approfondite, ma solo cenni o studi per singoli casi.

G.T. nel 1997: «Il ’mi babbo lo preseno i tedeschi e lo portarono laggiù in Padule dove ammazzaron tutti. Un tedesco gli disse: “Tu diventare piccolo”: lo fece butta’ in terra, gli sparò due colpi di pistola a fianco e poi urlò a quell’altri. Il mi’ babbo ’un seppe mi’a di’ quel che avevan detto». V.T. nel 2004: «Vennero fucilati anche due tedeschi, almeno io l’ho sempre sentita raccontare così, che quel giorno lì si rifiutarono di sparare, vennero fucilati dagli stessi tedeschi assieme a quell’altra gente nell’aia di casa Simoni, perché si rifiutarono di sparare perché avevano i figlioli piccini a casa». Altre persone, sin dalle prime indagini, ricordarono gesti pietosi.

A Stabbia portano via otto persone da casa Pieri, per ucciderle poco lontano. Fra loro, il sedicenne Franco quando sente sparare si getta a terra; uno solo dei tedeschi si avvicina a finirli e lo colpisce in un punto non vitale. In realtà, se davvero avesse voluto risparmiarlo, avrebbe sparato in aria o nel terreno, e non ferendolo col rischio che gridasse richiamando l’attenzione degli altri. Franco Pieri si salva perché si finge morto.

Gino Simoni teme un rastrellamento di uomini e lascia il casolare. Ecco che lo fermano: no, gli dicono di andare a casa perché c’è pericolo, ma Gino va da un’altra parte. Quando tornerà a casa troverà ventitré corpi, anche quelli di sua moglie e sua figlia. Sono le premure del tedesco buono.

I racconti dei tedeschi agli italiani costretti ad alloggiarli sono stati letti come casi di umanità. A una donna un militare dice di essere stato nel Padule e di aver visto uomini, donne e bambini uccisi. A un’altra dicono di aver ucciso partigiani, uomini, donne, bambini. Non c’è nulla che non si sappia già, alcuni ammettono di aver partecipato, ma il bisogno di sentire nell’assassino un turbamento prevale sul senno. Si vedrà un soccorso persino in chi, dopo, dà una mano a raccogliere i cadaveri.

Le violenze nei poderi della fattoria Poggi Banchieri comprendono l’assassinio di cinquantaquattro contadini e il sequestro di molti altri, tenuti in sospeso fra la vita e la morte; gli scampati racconteranno storie con tedeschi commossi, fucili caduti di mano o lasciati sulla soglia, militari che mandano gli italiani da un colonnello, soli, perché chiedano a lui se devono morire, e altre versioni in cui la realtà sembra sospesa o stravolta.

Il racconto estremo per ribaltamento morale è a Massarella: Dante e Quinto Guidi sono uccisi, i loro occhi sono cavati e mostrati ai paesani. Ma corre una diceria: inizialmente due tedeschi ricevono l’ordine di uccidere, si rifiutano e sono fucilati (tutto falso); quindi l’incarico è affidato ad altri, che devono portare ai superiori gli occhi delle vittime, come prova. Aver cavato gli occhi diventa la base per congetturare bontà: due tedeschi così generosi da rimetterci la vita.

L’equivoco maggiore è su alcuni appunti, citati come diario. Il testo, che proviene dal tenente Leopold von Buch, della 26ª divisione corazzata della Wehrmacht, responsabile del massacro, il 23 agosto dice: «Ore 0 in marcia. Ore 5 approntamento. Ore 7 dispiegamento, niente partigiani. Donne e bambini. Compaiono in parte immagini schifose. Palude non praticabile, innumerevoli fossati profondi. Molte capanne con civili, evidenti profughi dai dintorni. Caldo pazzesco. Ore 14 fine». Scheussliche Bilder, immagini schifose, è stato tradotto come «immagini orrende», «episodi orripilanti» o «scene atroci», cioè come un turbamento morale. Il tenente, che da civile fa l’ingegnere, è irritato dall’afa ed è colpito nel senso estetico; non precisa se lo schifo che ha visto consistesse di vivi o morti, e tace sulla strage; ma i lettori vedranno un diario commosso. I malintesi linguistici fanno la loro parte. Nel film Kapò un internato nel Lager deve stare in piedi a un passo da una barriera elettrificata: se cade in avanti c’è la corrente, se indietreggia gli sparano. Un soldato si avvicina per spingerlo verso i fili, un altro lo ferma: «Nein, nicht so! Mal sehen wie es ausgeht!». Può sembrare umanità. Il soccorritore ha detto solo che vuole vedere come va a finire.

Un chiarimento che si è fatto attendere sino a quest’anno, riguarda un alsaziano costretto dai tedeschi ad arruolarsi, uno dei malgré-nous francesi che vissero la guerra su più fronti. Era in Padule con la 26ª divisione, negli anni successivi fu cheto coi familiari ma fece qualche confidenza al nipote. Proprio col nipote, coltivando una ricerca vibrante, è stata affrontata la narrazione bonaria in cui era avvolta quella giornata toscana di tanto tempo fa. La realtà l’ha scosso, ma sollevato dal dubbio.

Osservato meglio, il tedesco buono perde sostanza o svanisce, come se fosse destinato a essere visto solo con la coda dell’occhio.

C’è di mezzo la questione del gruppo e dello spaesamento: la casa del tedesco buono è sul confine. Pietro Clemente l’ha identificato col trickster tipico di tanta mitologia. Di certo c’è un fatto semplice e imbarazzante: lo stato d’animo dell’innocente, della vittima, del disarmato, messo di fronte a rapporti di forza mortali e mortificanti. Il tedesco buono dimostra la bontà di chi l’ha immaginato e la ferita nella sua autostima.

Poi, in certe generosità a scomparsa c’è il capriccio del violento, come nei Lager. Bruno Bettelheim nota l’imprevedibilità dell’ambiente e ipotizza nelle SS tecniche di annientamento degli internati: «Può essere questa la spiegazione del perché le SS oscillassero continuamente fra una durezza estrema e un allentamento della tensione. […] Era impressionante osservare con quale abilità le SS si servissero di questi meccanismi per distruggere la fiducia delle persone nella propria capacità di prevedere il futuro». Nathalie Zajde: «Se si intende fare impazzire qualcuno, renderlo completamente dipendente dal suo ambiente, se lo si vuole privare del proprio principio vitale, è sufficiente imporgli un vissuto di non-senso e di contraddizioni».

Ancora. Nel racconto Golia, di Beppe Fenoglio, ci si chiede cosa abbia fatto di male quel prigioniero simpatico: «A me niente, ma qualcosa avrà ben fatto a qualcun altro. Pensa un momento, Sandor, a tutto quello che hanno fatto i tedeschi in Italia. Ne hanno fatte tante, dico io, che per farle debbono essercisi messi tutti quanti sono, nessuno escluso, e quindi Fritz compreso». Marcello Venturi, Il nemico ritrovato, è rigoroso, però l’incontro col giovane tedesco, tanti anni dopo, lascia molte cose irrisolte. Nel Disperso di Marburg di Nuto Revelli il riferimento al tedesco buono è esplicito. Eppure parla di un militare, in Piemonte, soltanto tranquillo: non salva nessuno, accarezza i bambini e va a cavallo. Viene da pensare che anche la ricerca su di lui esprima un bisogno di bontà. Nel Basso Valdarno c’è una storia così simile al Disperso di Marburg che ho pensato a un plagio: la verifica mi ha messo di fronte a un cortocircuito sconcertante.

Hanno un peso l’inaccettabilità del sangue e la necessità di convivere col lutto; la bontà del carnefice serve a chi soffre per sopravvivere. Però.

Liliana Segre, nel convegno Stragi e deportazioni nazifasciste: per la giustizia e contro l’ambiguità: «E allora ti domandi: perché? È quel perché che non mi ha mai lasciato. È stato quello stupore per il male altrui, di cui parlo sempre quando parlo ai ragazzi». Lo stupore per il male altrui. La senatrice Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, non immagina bontà nei suoi aguzzini. In questo c’è la differenza fra serbare la morale e invece metterla a rischio, anche credendo di far bene. Chi non accetta il male deve restare col suo amaro stupore; chi immagina la bontà che non c’è, inventa un lieto fine. L’assuefazione al male o la sua confusione col bene sono un successo postumo della violenza. Ma gli scampati a un massacro non vanno accusati di debolezza etica; chi riflette con altri mezzi non deve considerare inadeguata la loro elaborazione.

Insomma, sia chiaro: nulla di ciò che è scritto qui corrisponde alla percezione dei contadini, dei pastori e degli sfollati uccisi nel 1944. Una decina erano benestanti, gli altri vivevano tra la frugalità e la più nera miseria. Avevano titoli di studio bassi, alcuni erano analfabeti, di parecchi non esiste una fotografia. La cultura di quelle comunità era fatta di legami familiari ampi e robusti, cristianesimo parrocchiale, riti e abitudini rurali che sanno di mondo pagano sopravvissuto fra le pieghe della storia. La loro versione di quanto accadde emerge faticosamente. Quando prende la parola è pura e gagliarda, come la ballata Popolo se m’ascolti, attribuita a un barrocciaio della Valdinievole e trasmessa a memoria; in un verso, senza l’uggia di bontà tedesche, fa: «Case e campagne bruciavan già, questo è il tedesco e la sua civiltà». Adesso, se quel mondo è sottoposto a ermeneutiche raffinate, subisce nuova violenza. Più l’interprete è sottile e più manovra una tecnologia sociale dominante, cioè assume la parte di un massacratore: sceglie cosa dire e tacere, seziona, distingue, sopprime e risparmia. Dunque il tedesco buono – è già stato scritto – è il più spietato dei nemici: uno specchio. Il tedesco buono sono io, e se catturo la tua attenzione, sei tu che leggi.

Ecco motivi in più per diffidare delle politiche riparazioniste. Nel 2008 la Cassazione ha ribadito che si può condannare la Germania a pagare risarcimenti per stragi e deportazioni, ma a Trieste c’è stato un vertice bilaterale con Berlusconi, Merkel, e i ministri degli esteri Frattini e Steinmeier. Da allora Berlino ha fatto ogni mossa legale per evitare il pagamento e ha preso a finanziare prodotti culturali, curando minuziosamente che nulla andasse alle famiglie colpite. La proporzione, fra la spesa che sostiene e il debito, per lo Stato tedesco è vantaggiosa, per gli italiani è una beffa. Ma il trucco funziona, alimenta la leggenda dei tedeschi che hanno fatto i conti col passato. La realtà è che la Germania ha investito bene una somma modesta per fabbricare una rispettabilità, facciata utile all’inadempimento di un debito enorme.

Come il tedesco buono lascia dietro di sé un’aura di salvezza, così la Germania buona, partecipando a incontri e prodotti culturali, miete consensi col sottinteso che chi fa obiezioni non ama la pace, la riconciliazione, l’Europa. Le parole dei diplomatici tedeschi e del notabilato italiano, alle commemorazioni, alle presentazioni di studi e alle inaugurazioni di monumenti, insistono su racconti, retoriche di esecrazione, propositi solenni per il futuro (il solito mai più), garanzie di amicizia; talora suggeriscono narrazioni revisioniste, spesso porgono ringraziamenti untuosi. In certi casi si tratta di iniziative che le amministrazioni hanno trascurato per anni, e che infine hanno chiesto a Berlino di pagare, ricevendo un’adesione zelante e furba. Un’industria della memoria muove il suo sottobosco affaristico, la società dello spettacolo trionfa, le famiglie restano a mani vuote. Solo a volte si accenna ai risarcimenti, per dire che sono materia prosaica o superata, velleità perdenti, azzardi, capricci.

È accaduto così anche per la strage del Padule, che ha visto una pubblicazione di un frate nel 1945, una di un giornalista nel 1974 e approfondimenti più precisi tanti anni dopo. Ancora adesso, di molte vittime si sa poco più che il nome. L’ultimo processo si è chiuso nel 2012 con due ergastoli e risarcimenti alle parti civili (solo per le provvisionali, quasi quindici milioni di euro). La Germania non ha consegnato i condannati, non ha pagato nulla e, forse agevolata dal fatto che il territorio è diviso fra cinque comuni, ha finanziato le iniziative più disparate. Varrebbe la pena – una pena, davvero – ricapitolarle, per capire cos’è il riparazionismo.

Rientra nelle attività riparazioniste, più in generale, anche il libro a cura di Gianluca Fulvetti e Paolo Pezzino, Zone di guerra, geografie di sangue, 2016, che fa parte dell’Atlante delle stragi, finanziato da Berlino, e che comprende Carlo Gentile, I tedeschi e la guerra ai civili in Italia. Gentile, che ha fatto parte della Commissione storica italo-tedesca voluta nel 2008 ed è nel comitato scientifico dell’Atlante, su Fucecchio sostiene che almeno qualche militare sembrerebbe essersi astenuto dalla partecipazione al crimine; lo dice citando se stesso, I crimini di guerra tedeschi in Italia. 1943-1945, 2015. Ma quel libro, a sua volta, si basa su dichiarazioni autoassolutorie dei militari e su memorialistica di parte, specialmente su uno scritto di Kurt Baden del 1985-1986 e su un altro di Georg Staiger del 1957; tutte fonti tedesche marginali, quasi introvabili e recepite senza critica. Di Staiger, si cita: «Sia concesso […] sperare che oggi l’accaduto sia perdonato e che ci sia permesso di inchinarci con rispetto insieme ai superstiti al cospetto delle vittime». Il perdono, l’inchino, il rispetto. Evidentemente già negli anni Cinquanta, in Germania, si ambiva a porsi dinanzi alle vittime sullo stesso piano dei superstiti, mentre la giustizia veniva insabbiata. Lo stesso Gentile, parlando della 26ª divisione, cede all’estetica del militarismo: «Raccoglieva le usanze di alcuni vecchi e prestigiosi reggimenti della guardia di Berlino e Potsdam e coltivava un’immagine di sé che si richiamava espressamente alla tradizione militare prussiana. Non a caso il suo contrassegno era una testa stilizzata di granatiere dell’epoca di Federico il Grande». Ancora: «L’omicidio intenzionale di donne e bambini mascherato da “lotta alle bande” non faceva parte del canone valoriale di tutti gli ufficiali della divisione». A lungo andare, la fabbricazione del tedesco buono ha preso posto in studi allineati sulle esigenze del mondo accademico, per poi mettersi comoda nella versione ufficiale finanziata dalla Germania. Il tedesco buono è tornato a casa e si è moltiplicato: la divisione buona, la Germania buona.

Un tempo, in Valdinievole si videro la bontà nell’ammissione dei fatti, un soccorso nella raccolta dei cadaveri, un salvatore in chi aveva sparato a un ragazzo; adesso sembra riparazione il finanziamento del ricordo.

Tutto questo somiglia ai meccanismi distruttivi della fiducia notati da Bettelheim e al vissuto di non-senso descritto dalla Zajde. La privazione del principio vitale può riguardare anche le comunità, non solo i singoli. Se è così, ripensandoci oggi, gli occhi cavati e mostrati all’osteria non dicono bontà tedesca pagata cara, ma cecità italiana comprata con poco. Questo, però, solo per gli osservatori ridotti a pubblico, perché la regia delle iniziative riparazioniste è più consapevole della realtà che vittima di suggestione. Il tedesco buono prova la bontà di chi l’ha immaginato. Invece la Germania buona può provare l’ingenuità di quelli che credono alle lacrime del coccodrillo, mentre lascia irrisolta la cattiva coscienza di chi il coccodrillo lo invita a cena, con le vittime nel menù.

Ma oggi è il momento di ricordare con affetto quei morti, quei diversamente vivi che ci chiedono di essere più vivi, anche per loro. Due nomi: Maria Malucchi e Carmela Arinci. Non apprezzarono il prestigio dei reggimenti di Potsdam. Neppure ammirarono la testa stilizzata dei granatieri di Federico il Grande: una, quattro mesi, era troppo piccola; l’altra, novantadue anni, era cieca. Sono da ricordare anche i loro parenti che attendono giustizia. La scelta su da che parte stare non è sul passato, riguarda noi.

In fondo, la condiscendenza nei confronti di chi ha massacrato gli italiani è come il fascismo: una prepotenza perdente, un’adunata euforica di depressione organizzata, con gli psicofarmaci offerti dai bulli festanti. La rassegnazione è afasia e va evitata, anche se il clima paludoso favorisce il demone meridiano dell’accidia.

Contro gli accidiosi, il più energico è un esule tosco; li ficca proprio in una palude, quella Stigia: «Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo / ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, / portando dentro accidïoso fummo: / or ci attristiam ne la belletta negra”. / Quest’inno si gorgoglian ne la strozza, / ché dir nol posson con parola integra».

Fonte

22/07/2019

16 luglio 1992, l’annuncio della strage di via D’Amelio

Giovedì 16 luglio 1992, dall’agenda grigia – quella rossa dov’è? – di Paolo Borsellino: ore 9:00 Roma, riunione presso la DIA; ore 13:30 incontro con di De Gennaro.

Intanto, a Milano, all’insaputa di Borsellino, un confidente dei carabinieri stava rivelando che ci sarebbero stati due attentati dinamitardi: al PM di Milano Antonio Di Pietro e a Paolo Borsellino. La fonte era ritenuta tanto attendibile che i Carabinieri del raggruppamento ROS di Milano inviava un rapporto alla Procura di Milano ed a quella di Palermo.

Ma com’è stato possibile che questo rapporto sia stato inviato per posta ordinaria? Il rapporto dei ROS, infatti, è arrivato a Palermo dopo la strage di Via D’Amelio. In seguito a questa notizia veniva rafforzata la scorta a Di Pietro ed alla sua famiglia, il PM milanese non dormirà a casa sua.

Il maresciallo Cava del ROS di Milano, invece, aveva tentato di mettersi in contatto diretto con la Procura di Palermo. Tentativo rimasto invano.

Lo stesso 16 luglio, Borsellino interrogava il mafioso pentito Gaspare Mutolo. Il pentito accettava di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ma, si era fatto tardi, e Paolo Borsellino non ha fatto in tempo a verbalizzare le dichiarazioni. Tutto rimandato a lunedì 20 luglio. Fuori tempo massimo.

Domenica 19 luglio a Palermo, in via D’Amelio, il secondo botto di luglio, dopo quello di Capaci. Tutto si era compiuto, esattamente come era stato annunciato giovedì 16 luglio. E se la missiva dei ROS di Milano non fosse stata inviata per posta? E se Cava fosse riuscito a contattare la Procura di Palermo?

Fonte

15/05/2019

Sui crimini nazisti, lo Stato che fa?

di Luca Baiada

Che un cittadino non sia permesso ucciderlo o deportarlo; se succede, che lo Stato si muova contro i colpevoli e non a loro favore. È il minimo sindacale della cittadinanza.

La prima volta che me l’hanno detto, non l’ho creduto. Familiari di italiani uccisi o deportati dai tedeschi dal 1943 al 1945, anche di partigiani, fanno cause civili contro la Germania davanti ai tribunali italiani. Si può, l’ha ristabilito la Corte costituzionale nel 2014, e si ottengono decisioni favorevoli, con condanne a risarcimenti in denaro, anche se poi è difficile eseguirle. Il punto è che l’Avvocatura dello Stato, giuristi specializzati, difensori e consulenti della Repubblica italiana, interviene nei processi. Intervento ad adiuvandum, in questi casi in favore di Berlino. Insomma, chiede ai tribunali di respingere le richieste.

Difficile da credere, perché la Germania si può permettere avvocati privati; in passato, anche chiamata come responsabile civile in processi penali ai suoi militari, si è rivolta a un noto studio legale. Poi ha preso a non comparire neanche e a mandare una lettera ai giudici, contro la procedura. Difficile da credere, perché in passato, proprio in processi penali, l’Avvocatura è comparsa per il governo italiano, ottenendo le condanne economiche degli imputati (che si sono guardati bene dal pagare). Difficile da credere, soprattutto, perché l’Avvocatura, finanziata dal contribuente, sembra assumere quasi la difesa d’ufficio civile della Germania; questo, per debiti che non sono conti d’osteria ma crimini: massacri per decine di migliaia di vittime, deportazioni di centinaia di migliaia di persone. Delitti che in quei due anni epocali furono l’ostacolo, il rovescio e la vendetta contro il faticoso riscatto dal fascismo, cioè contro l’edificazione della Repubblica di cui l’Avvocatura fa parte.

Difficile da credere ma vero. L’Avvocatura interviene, argomenta e i tribunali le danno torto, riconoscendo un risarcimento; il vincitore della causa ottiene un foglio di carta ma fatica a trovare un bene tedesco, in Italia, per eseguire cosa c’è scritto. Se invece provasse a portare il foglio in Germania, pur venendo da un paese europeo, farebbe un buco nell’acqua. A prescindere dagli esiti, resta il fatto che l’Avvocatura assume questa posizione. Non è così proprio in ogni causa: in qualche caso isolato è rimasta assente.

L’Avvocatura, che a differenza dei liberi professionisti non ha bisogno di dimostrare il mandato e difende l’amministrazione per legge, compare a volte in nome della Presidenza del consiglio, a volte del Ministero degli esteri. Dai dati disponibili, la sua attivazione sembrerebbe iniziare non prima dello stesso anno del vertice italo-tedesco di Trieste (Berlusconi-Merkel, novembre 2008); in quell’anno la Cassazione ribadisce che si può condannare lo Stato tedesco.

Ce n’è abbastanza per provare a capire di più, anche perché a comparire per gli uffici governativi è una struttura altamente qualificata, ci lavorano legali scelti con una selezione severissima, e schierare nella contesa un pezzo di quel calibro è una cosa grossa.

Nel 2016 il decreto legislativo 97, «decreto trasparenza», ha introdotto il FOIA, Freedom of Information Act. La normativa ha dei limiti ma va apprezzata: c’è un nuovo istituto, l’accesso civico generalizzato. Secondo la legge chiunque, non necessariamente giornalista o studioso, può chiedere atti e documenti «allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche e di promuovere la partecipazione al dibattito pubblico». Suona bene.

Il Dipartimento della funzione pubblica scrive: «Con la normativa FOIA, l’ordinamento italiano riconosce la libertà di accedere alle informazioni in possesso delle pubbliche amministrazioni come diritto fondamentale». Una bella novità, nell’Italia dei segreti, dei misteri, delle trame, delle trattative, degli omissis, dei sottintesi, del qui lo dico e qui lo nego. I silenzi hanno un brutto retrogusto. Liliana Segre, nel convegno al Senato Stragi e deportazioni nazifasciste: per la giustizia e contro l’ambiguità, accorata: «Rivedere che non solo l’Armadio della vergogna è rimasto lì, mezzo aperto e mezzo chiuso, ma che si riapre un’altra vergogna, del detto e non detto».

È stato chiesto l’accesso, all’Avvocatura dello Stato e alla Presidenza del consiglio, per sapere chi e come ha ordinato gli interventi nei processi civili. Le domande sono state rigettate. Allora, istanze di riesame e poi un ricorso al Tar del Lazio. Tutto seguendo la procedura.

L’accesso, il riesame e il ricorso non chiedono di posizionarsi diversamente, di tutelare i parenti dei massacrati e deportati, ma solo di chiarire quale governo, quale ministro, chi ha disposto quegli interventi davanti ai tribunali. Non si dice all’Avvocatura «smettete», ma «fate sapere chi l’ha chiesto e perché». Tutto qui. È democrazia, sapere chi ha preso una decisione e se ha offerto una motivazione, un perché, un per chi. Si può sapere chi ha voluto spostare un semaforo o chiudere un ospedale; si deve sapere chi ha deciso di chiedere ai tribunali di negare i risarcimenti.

Uno Stato attiva suoi abili giuristi in difesa degli interessi di uno Stato estero, debitore per eccidi e deportazioni dei suoi cittadini. Colpisce, quanto l’indifferenza delle forze politiche che si dichiarano antifasciste, o semplicemente democratiche, o anche solo populiste, forzute, sovraniste, fraterne, veritofore, familiofile, buone come il pane, generose come il vino.

Il silenzio degli storici, quello si spiega con la convinzione che la storia sia una cosa distante dalla giustizia, quasi un laboratorio a luce fredda. Che il diritto al risarcimento, per i crimini che studiano, sia ancora aperto, è una nozione con cui non fanno i conti: passato, per loro, vuol dire senza conseguenze. Merita un discorso a parte la circostanza che un gruppo, fra gli storici, abbia ricevuto finanziamenti da Berlino, proprio dopo il vertice di Trieste del 2008, per realizzare prodotti culturali, presentati come riparazione o lenimento o memoria attiva. Eppure, se si schierassero per i risarcimenti, la Germania non potrebbe chiedere indietro quel poco denaro. Al più direbbe che l’Italia fa sempre giri di valzer, ma avrebbe torto perché gli storici non sono i creditori. E poi, proprio l’approfondimento di quei fatti – devastazioni, eccidi, stupri, incendi, bambini massacrati, partigiani impiccati col filo spinato – gli storici dovrebbe averli scossi.

Col ricorso alla giustizia amministrativa sarà deciso non cosa si deve fare, ma se si può sapere chi è stato, a scegliere di fare ciò che si sta facendo. Le questioni coinvolte sono complesse: leggi, una circolare, una delibera dell’Autorità nazionale anticorruzione e altro. La sostanza è chiara: quanto sono conoscibili le scelte dell’autorità e cosa vale un essere umano quando cozza contro il potere, magari mentre cerca libertà e castagne in un bosco a Monte Sole nel 1944, o verità fra dati contraddittori nel Ventunesimo secolo. Mentre i giuristi distinguono, il passato finge di essere passato, il futuro si fa attendere e il presente si dice orfano per la vergogna di non avere figli.

Chissà come proseguirà la battaglia per la giustizia su stragi e deportazioni. La cantavano bene, i Gufi, quella canzone partigiana: «Questa notte mi sono insognato che ero sceso giù in città: c’era mia mamma vestita di rosso che ballava col mio papà; c’era i tedeschi buttati in ginocchio che chiamavano pietà; c’era i fascisti vestiti da prete che scappavan di qua e di là. Se non ci ammazza i crucchi, se non ci ammazza i bricchi, quando saremo vecchi ne avrem da raccontar...».

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27/04/2019

Perché l’Italia non si è mai liberata davvero del fascismo

Podhum è una piccola località croata, 8 km a nord di Fiume. Intorno alle 7 del mattino del 12 luglio 1942 truppe regolari dell’esercito italiano entrarono nel villaggio, accompagnate dai Carabinieri e dalla milizia fascista. Avevano l’ordine di giustiziare tutti gli uomini tra i 16 e i 60 anni, e lo eseguirono con fucilazioni di gruppo.

Neanche cinque ore dopo gli italiani avevano bruciato quasi tutte le 320 case del villaggio, mentre il resto della popolazione, oltre 800 persone tra donne, vecchi e bambini, venne spedita nei campi di concentramento in Italia. Oggi a Podhum c’è un monumento che ricorda quell’eccidio, riporta 91 nomi di vittime.

L’eccidio di Podhum è uno degli episodi più tragici accaduti in Jugoslavia in quegli anni, e va inserito all’interno di un disegno generale, un’operazione preparata con cura dagli italiani, il cui scopo era lo sterminio delle popolazioni slave dei territori annessi della Slovenia e della Croazia. Gli ordini erano chiari.

Mario Roatta era il comandante della II Armata operante in quei territori, il suo soprannome era la “bestia nera”. Il primo marzo 1942 aveva diramato la Circolare (aggiornata e stampata il primo dicembre, in un opuscolo di circa 200 pagine distribuito a tutti gli ufficiali dell’esercito). Si trattava di un documento programmatico con il quale si dava il via alla cosiddetta Operazione Primavera.

Cardine di quella circolare era il principio di spopolamento attraverso la deportazione e il massacro. Bisognava attuare una pulizia etnica, bisognava colonizzare, e farlo usando i mezzi più brutali. In quella circolare venivano definiti da Roatta i dieci punti che i quadri dell’Armata dovevano tenere “costantemente presente”, due dei quali esemplari per comprendere la totale infondatezza del mito degli “italiani brava gente”.

Un mito che lo stesso Roatta cercava di allontanare il più possibile: al primo punto della Circolare, infatti, si esigeva il “ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono taliano”. Gli italiani non potevano e non dovevano essere buoni. Per questo, come si specificava al punto 6, “il trattamento da fare ai partigiani” non doveva essere sintetizzato “dalla formula ‘dente per dente’ ma bensì da quella ‘testa per dente’!”

“So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”. Così scriveva nel 1943 Benito Mussolini ai soldati della II Armata in Dalmazia. Per volere del duce – quello che, grazie al meccanismo di cancellazione della memoria, secondo troppi “a parte la guerra, ha fatto cose buone” – e guidate da generali come Roatta, Graziani, Badoglio, le nostre truppe hanno ucciso centinaia di migliaia di civili, usato gas tossici, deportato donne e bambini nei campi di concentramento, bombardato la Croce Rossa. Tutto per distruggere culture che ritenevamo inferiori, noi che eravamo “i discendenti dell’Impero romano”.

Se non bastasse, dopo aver commesso tali atrocità abbiamo fatto di tutto per cancellarle dalla memoria collettiva. Tutta la storia della giovane Repubblica italiana si fonda sull’inganno che ci ha permesso di considerarci vittime della guerra, anche quando eravamo carnefici. I crimini perpetrati durante e dopo la Seconda Guerra mondiale sono stati coperti, così come i responsabili.

Erano più di mille i presunti criminali di guerra, accusati dai Paesi dell’Africa e dei Balcani, ma nessuno di questi ha mai affrontato la giustizia, per due motivi: da una parte la volontà di creare un mito nazionale, quello degli “italiani brava gente”, che da decenni ormai ci permette di confrontarci moralmente – e autoproclamarci vincitori – con il “rigore” tedesco o lo snobismo inglese e francese. Perché alla fine “l’italiano ti aiuta sempre”. Dall’altra quella di scagionarci e assolverci per sempre, cancellando le atrocità compiute mentre si “onorava la patria”, passando alla storia come vittime della guerra e non carnefici. E in questo siamo stati aiutati dagli Alleati, in particolare da Stati Uniti e Gran Bretagna.

In seguito all’armistizio di Cassibile, con il quale il Regno d’Italia cessava le ostilità verso gli Alleati, dal 18 ottobre all’11 novembre 1943 si tenne la terza conferenza di Mosca: in quell’occasione i rappresentanti degli Alleati – il britannico Anthony Eden, lo statunitense Cordell Hull e il sovietico Vyacheslav Molotov – stipularono la Dichiarazione di Mosca. Gli Alleati dichiaravano di voler agire affinché “I capi fascisti e generali dell’esercito, noti o sospettati di essere criminali di guerra” venissero “arrestati e consegnati alla giustizia.”

Il 20 ottobre venne costituita presso le Nazioni unite la United Nations Crimes Commission, con la partecipazione di 17 Paesi alleati (Francia, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Australia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Belgio, Cina, India, Nuova Zelanda, Lussemburgo): il suo compito sarebbe stato quello di creare una lista dei criminali di guerra per facilitare l’azione dei governi in tutto il mondo.

Nei suoi Crowcass (Central register of war criminals and security sospects) entrarono così un migliaio di presunti criminali di guerra italiani, richiesti da Jugoslavia, Grecia, Francia, Inghilterra – l’Etiopia aveva tentato di partecipare ai lavori della Commissione per denunciare i numerosi delitti perpetrati sul suo territorio dalle forze di occupazione fasciste, ma non era stata ammessa in quanto la War Crime Commission si occupava solamente dei crimini commessi durante la seconda guerra mondiale.

Eppure, proprio quel generale Badoglio che il 13 ottobre aveva dichiarato guerra alla Germania ottenendo dagli alleati lo stato di “co-belligeranza”, aveva, per esempio, pianificato e messo in atto vari bombardamenti con gas tossici durante le guerre di annessione del ‘35 in Etiopia. Lo stesso Badoglio che poi fu a capo del governo che firmò l’armistizio del ’43; lo stesso in onore del quale Grazzano Monferrato, paese natale del generale, cambiò il nome in Grazzano Badoglio.

Una discussione fra gli Alleati sulla figura di Badoglio si aprì, ma il caso venne abbandonato grazie anche alla pressione del Foreign Office inglese: in un telegramma cifrato spedito all’ambasciatore inglese a Roma nel settembre 1945, si legge: “Dovrebbe cercare di portare all’attenzione dell’onorevole Parri [allora Presidente del Consiglio dei ministri] in maniera confidenziale e ufficiosa, il prezioso contributo che Badoglio ha fornito alla causa alleata, esprimere la speranza che questo contributo venga sottoposto alla attenzione della corte prima dell’udienza”.

È comprovato che gli anglo-americani fossero a conoscenza dei crimini italiani e della loro crudeltà, ma negli anni che seguirono l’armistizio li coprirono, ritenendo utili e affidabili per la lotta anticomunista molti dei nomi compresi in quelle liste. Paese nemico arresosi senza condizioni, l’Italia dopo l’8 settembre 1943 stava subendo l’occupazione tedesca, con numerose vittime fra la popolazione civile; per contro, negli anni di guerra combattuta a fianco della Germania le truppe italiane si erano macchiate di gravi crimini e molti loro ufficiali erano richiesti da Paesi che appartenevano alle Nazioni Unite. E così, pressati dalla necessità di decidere, si decise di prender tempo.

Viste le continue proteste per la mancata estradizione dei criminali di guerra italiani degli ex Paesi occupati, in particolare quelle della Jugoslavia, nel febbraio del 1946 il ministro della Guerra Manlio Brosio propose al presidente del Consiglio De Gasperi di istituire una “Commissione d’inchiesta” che indagasse sui “presunti” criminali di guerra italiani, col fine di “poter giudicare, con i propri normali organi giudiziari e secondo le proprie leggi, quelli che risultassero fondatamente accusati da altri Stati”, onde “eliminare la possibilità di arresti e di consegne di italiani agli Stati richiedenti, senza il concorso dello Stato Nazionale”. D’altronde, come si dice, i panni sporchi si lavano in casa.

È chiaro che Alleati e governo italiano volessero attuare una resistenza passiva alle richiesta dei Paesi esteri. Per questo, nel febbraio del 1948, con la Jugoslavia che continuava a chiedere l’estradizione dei crimini di guerra italiani, l’allora segretario generale del ministero degli Esteri Vittorio Zoppi propose alla Presidenza del Consiglio di “guadagnare tempo evitando di rispondere alle richieste jugoslave, mantenendo un atteggiamento temporeggiante”. La risposta a nome del Presidenza arrivò il 16 febbraio, firmata dal sottosegretario Giulio Andreotti: “Concordiamo con le vostre conclusioni”.

Anche la Commissione italiana non prese neanche in considerazione le azioni svolte dai militari italiani in Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia, dove anche contro i civili vennero usate bombe a gas, torture ed esecuzioni sommarie, o la deportazione in campi di concentramento.

Sono parecchi gli italiani che si sono resi tragicamente celebri nei Paesi del Nord Africa, come il generale Rodolfo Graziani, soprannominato il “macellaio di Libia”: era uno che attaccava vecchi e malati disarmati e che poi si faceva fotografare con in mano le teste dei “nemici”. Non fu mai processato per questi crimini, perché nessun processo nei confronti delle centinaia e centinaia di criminali di guerra fascisti è stato mai celebrato.

Come sottolineato da Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer in un saggio del 2001 su Contemporanea, “nessuno dei criminali di guerra italiani fu mai giudicato. Nei confronti di alcuni fu spiccato un mandato di cattura da parte della magistratura italiana, ma venne dato a tutti il tempo di mettersi al riparo.”

Questa vicenda è solo parte dell’insabbiamento dei crimini nazifascisti, che vede un ulteriore, assurdo quanto oscuro, capitolo in quello che è stato rinominato da Franco Giustolisi “l’armadio della vergogna”. Nel 1994 venne ritrovato in via degli Acquasparta a Roma, dentro palazzo Cesi-Gaddi, sede della Procura generale militare, un vecchio armadio. Aveva le ante rivolte verso il muro. Così, per quasi 50 anni erano stati tenuti al segreto 695 fascicoli d’inchiesta e un Registro con 2274 notizie di reato, relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante l’occupazione nazifascista.

Quell’armadio era la manifestazione in legno, carta e inchiostro dell’occultamento degli orrori perpetrati dai nazifascisti, in Italia e fuori. E oggi più che mai dovrebbe far riflettere la motivazione che si addusse: quella di Stato. Stava infatti iniziando la Guerra fredda, vi era la necessità di evitare problemi alla Germania federale, che in quel periodo stava ricostituendo il proprio esercito e si sarebbe dovuta inserire in maniera forte nell’Alleanza Atlantica, e il governo italiano, così come gli alleati, aveva bisogno di ripulire il più possibile il passato fascista italiano, per utilizzare il Paese nella lotta al blocco sovietico.

Per questo hanno operato insieme per evitare sia di consegnare, ma anche di giudicare, i presunti colpevoli delle stragi.

L’Italia ha così consapevolmente rinunciato al diritto di richiedere la consegna e di perseguire i militari tedeschi accusati di strage in Italia: come sottolineato anche dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, “il governo italiano si trovava nell’imbarazzante situazione da un lato di negare l’estradizione di presunti criminali italiani, richiesta da altri Paesi, e dall’altro di procedere alla richiesta, proveniente dalla magistratura militare italiana, per l’estradizione di militari e criminali di guerra tedeschi”. Così si decise di non fare né l’una né l’altra cosa.

A prevalere fu quindi una particolare convergenza di intenti tra l’Italia e gli Alleati. Da una parte, infatti, questi comprendevano l’importanza della pedina italiana nella spartizione in blocchi del mondo. Da parte nostra invece c’era la necessità di difendere i presunti criminali di guerra italiani richiesti da altri Stati. Secondo la relazione della Commissione, la difesa a oltranza dei presunti criminali italiani attuata dal nostro Paese fino al 1948 “è responsabilità dei governi dell’epoca, che condivisero la difesa ad oltranza dei presunti criminali italiani, e sacrificarono sull’altare dell’onore dell’esercito italiano la punizione dei gravi crimini commessi dai nazifascisti in Italia.” Dal ’48 in poi a questo si aggiunse una necessità di carattere internazionale, “non mettere in imbarazzo la Repubblica Federale tedesca, tassello essenziale del blocco occidentale. Con la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, così, anche per l’Italia la stagione dei processi per crimini di guerra poteva dirsi conclusa.”

Ecco su cosa si fonda il mito dell’Italiano brava gente, quello del simpatico colonizzatore, del docile conquistatore. Un mito che ha la necessità però di essere costantemente alimentato. E così negli anni il nostro Paese ha continuato a rifiutarsi di analizzare con serietà, con il dovuto distacco, gli orrori commessi in nome e per la gloria della Patria.

Uno degli esempi più grotteschi, quasi ridicoli, è datato 1991. Quell’anno nelle sale italiane veniva presentato Mediterraneo, di Gabriele Salvatores. Il film è uno spaccato di un’ipotetica occupazione italiana su un’isola greca: il contingente italiano, goffo e impreparato, familiarizza con gli abitanti dell’isola, fino ad affezionarcisi e decidendo, in alcuni casi, di abbandonare l’Italia stessa. Mediterraneo vincerà anche il premio Oscar, consacrando in patria e all’estero il mito del buon italiano. Quello che va a prostitute ma poi se ne innamora e torna le rende “donne per bene”. Quello che sì, magari è un po’ nazionalista, ma alla fine, se gli dai da fumare un po’ d’hashish diventa un compagnone, e poi si fa pure fregare i vestiti dai turchi. Quello che “una fazza una razza”, insomma.

Proprio nel 1991 la Rai decise di acquistare dalla Bbc un documentario. Lo comprò, ma non per mandarlo in onda, anzi per il motivo opposto. Una decisione incomprensibile, almeno fino a quando non si legge il titolo di quel documentario: Fascist Legacy.

Era andato in onda due anni prima in Inghilterra, e raccontava degli ottocento criminali di guerra italiani responsabili della morte di circa un milione di civili e di come fossero sfuggiti a qualsiasi processo perché inglesi e americani avevano bisogno di loro per mantenere i comunisti fuori dal governo. Raccontava gli orrori dell’occupazione italiana in Jugoslavia, Albania, Grecia, Libia ed Etiopia. Narrava in che modo questi erano venuti finalmente a galla grazie a un’indagine compiuta negli archivi diplomatici americani e inglesi e in quelli della Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra.

Già nell’89 il documentario aveva suscitato accese polemiche: l’allora ambasciatore italiano a Londra Boris Biancheri inviò addirittura una lettera di protesta al presidente della Bbc Marmaduke Hussey, accusando il programma di prendere di mira l’Italia su un tema che ha in realtà dimensioni ben più ampie; quando poi il consulente storico del programma, Michael Palumbo, chiese di discutere la sua trasmissione con l’ambasciatore italiano, questo si rifiutò sostenendo che i giudizi globali devono essere lasciati agli storici. Per questo era meglio che nessuno in Italia vedesse quel documentario. Solo nel 2004 La7 ne trasmise degli stralci durante il programma Altra Storia.

Come per le discariche sommerse di cui è pieno il nostro territorio, anche la storia dell’occultamento dei crimini nazifascisti ogni tanto torna a galla, attraverso episodi che sembrano marginali. Come quando, ancora nel 2001, l’Etiopia accusava l’Italia di non rispettare gli accordi internazionali rifiutandosi di comunicare la posizione dei suoi depositi segreti di armi chimiche risalenti al periodo dell’occupazione. Qualche settimana prima durante alcuni lavori in una scuola nella regione settentrionale del Tigray, i muratori avevano trovato un deposito nascosto con munizioni e granate. Avevano dovuto sospendere i lavori per paura che si trattasse delle armi con gas tossico.

È anche grazie a questa enorme operazione di insabbiamento che oggi un ministro può permettersi di dire che a lui “interessa poco il derby fascisti-comunisti”. Per questo può permettersi di non celebrare la Liberazione dell’Italia. Perché del fascismo in realtà l’Italia non si è mai liberata.

Per ulteriori approfondimenti, Contropiano consiglia la lettura di Criminali di guerra italiani, di Davide Conti e Il caso Roatta, di Laura Bordoni, entrambi editi da Odradek.

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17/03/2019

Rwanda: come è stato finanziato il genocidio del 1994


I genocidi Hutu hanno pianificato i loro crimini almeno due anni prima, approfittando della complicità delle banche francesi.

Dal 6 aprile al 16 luglio 1994 si compie in Rwanda, piccolo stato dell’Africa centrale, nella regione dei Grandi Laghi, il genocidio dei Tutsi e degli Hutu moderati per mano degli ultrà dell’Hutu Power e dei membri dell’Akazu. Su una popolazione di 7.300.000, di cui l’84% Hutu, il 15% Tutsi e l’1% Twa, le cifre ufficiali diffuse dal governo ruandese parlano di 1.174.000 persone uccise in soli 100 giorni (10.000 morti al giorno, 400 ogni ora, 7 al minuto). I sopravvissuti Tutsi al genocidio sono stimati in 300.000. Migliaia le vedove, molte stuprate e oggi sieropositive. 400.000 i bambini rimasti orfani, 85.000 dei quali sono diventati capifamiglia.

Autore del progetto di genocidio fu l’Akazu, la “casetta”, il clan familiare del presidente Habyarimana, che mobilitò gli estremisti Hutu del nord. Questi affiancarono all’esercito regolare dei gruppi d’attacco, gli Interahamwe (“quelli che lavorano insieme”), presi dalla popolazione civile, i quali furono armati ed incitati al genocidio. Ma venticinque anni dopo, le condizioni che hanno reso possibili questo immane, gigantesco, inaudito massacro rimangono poco chiare.

Inizialmente quel genocidio venne raccontato dai principali media di tutto il mondo come lo scoppio di una violenza improvvisa e imprevedibile. Poi, nel novembre del 1995, il quotidiano belga De Morgen pubblicò estratti di un fax che Romeo Dallaire, capo dei caschi blu a Kigali, aveva mandato ai suoi capi all’Onu, la notte dell’11 gennaio 1994. Da quel documento risultava chiaro che si stava preparando un massacro. Ma Dallaire, che si apprestava a requisire un deposito di armi, ricevette l’ordine di non fare nulla. Fu la prima di una lunga serie di decisioni vergognose. Dopo l’omicidio del presidente ruandese – l’Hutu Juvénal Habyarimana, ucciso il 6 aprile 1994 – e le violenze che ne seguirono, Dallaire chiese rinforzi, ma il Consiglio di sicurezza rispose riducendo il contingente a sua disposizione da 2.500 a 270 caschi blu.

Ancora oggi si continua a raccontare il genocidio del Rwanda come un regolamenti di conti a colpi di machete tra etnie contrapposte: è il solito cliché utile per occultare le enormi responsabilità occidentali in ordine a quel gigantesco massacro di povera gente inerme in fuga.

Nei tre anni precedenti il 1994, sotto gli occhi della Banca mondiale, il Rwanda – che è poco più grande della Sicilia – era stato, in termini assoluti, il terzo importatore d’armi di tutta l’Africa. E ancora oggi i paesi più potenti del mondo continuano a vendere armi a paesi poveri in cui sono in atto conflitti e guerre civili, e a paesi aggressori, mentre le somme destinate allo sviluppo di questi stessi paesi sono ridicole.

Nel 2003, quando ormai la mole di documenti che testimoniavano la premeditazione e l’evitabilità del massacro era già enorme, l’allora Segretario di Stato degli Stati Uniti durante il secondo mandato presidenziale di Bill Clinton, Madeleine Albright, ribadì che non si era potuto fare nulla, che tutto era stato improvviso e inaspettato. Tuttavia, fu la Francia ad avere le responsabilità più grandi, tra le potenze occidentali perché fu sempre a fianco del regime di Habyarimana e successivamente del governo in mano agli estremisti genocidi. Parigi fornì armi, addestrò milizie e successivamente al massacro protesse la fuga dei principali responsabili del genocidio.

E fu sempre la Francia a diffondere una verità di comodo sul genocidio della popolazione Tutsi. Il presidente francese François Mitterrand, a novembre del 1994, rispondendo a un giornalista che lo intervistava sul genocidio, rispose: “Di quale genocidio parla? Di quello degli hutu contro i tutsi o di quello dei tutsi contro gli hutu?”. In altre parole, Mitterand volle dire al mondo che si interrogava sulle cause di quel genocidio: sono solo guerre tribali ed in Ruanda si sono massacrati fra loro, cosa c’entriamo noi?

Ma Francois Mitterrand era già ampiamente noto per la sua collaborazione, soprattutto commerciale ed economica, con i vertici regime degli Hutu in Ruanda, segregazionista nei confronti dei Tutsi, prima della guerra civile ruandese che portò al loro genocidio. La famiglia di Mitterrand coltivava enormi interessi d’affari non solo in Rwanda ma anche nel resto dell’Africa (il figlio di Francois Mitterand venne arrestato nel 2000 per traffico d’armi con l’Angola). Il giornalista Philippe Gourevcitch nel suo libro The Reversals of War [1] attribuì a Mitterrand l’infelice frase «In questi Paesi un genocidio non è troppo importante». Non a caso Francois Mitterand era noto ai più come “Francois l’africano”.

Nel tentativo di far luce su questo tragico episodio, il giornalista David Servenay ha tracciato i flussi finanziari che hanno alimentato il genocidio della popolazione Tutsi.

L’inchiesta di David Servenay, che Le Monde pubblica in tre parti, mostra come i massacri furono organizzati almeno due anni prima del loro scoppio. Inoltre, per comprare le armi, gli estremisti Hutu hanno approfittato della complicità delle banche francesi come BNP [2] ma anche la cecità delle istituzioni internazionali come il Fondo Monterario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale (Word Bank).

Note:
[1] Philippe Gourevcitch, The Reversals of War, edizioni The New Yorker, 26 aprile 1999;
[2] BNP Paribas è uno dei leader europei nei servizi finanziari di portata mondiale e una delle 6 banche più solide al mondo secondo la valutazione della società di rating Standard & Poor’s;

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