Giovedì 16 luglio 1992, dall’agenda grigia – quella rossa dov’è? – di Paolo Borsellino: ore 9:00 Roma, riunione presso la DIA; ore 13:30 incontro con di De Gennaro.
Intanto, a Milano, all’insaputa di Borsellino, un confidente dei carabinieri stava rivelando che ci sarebbero stati due attentati dinamitardi: al PM di Milano Antonio Di Pietro e a Paolo Borsellino. La fonte era ritenuta tanto attendibile che i Carabinieri del raggruppamento ROS di Milano inviava un rapporto alla Procura di Milano ed a quella di Palermo.
Ma com’è stato possibile che questo rapporto sia stato inviato per posta ordinaria? Il rapporto dei ROS, infatti, è arrivato a Palermo dopo la strage di Via D’Amelio. In seguito a questa notizia veniva rafforzata la scorta a Di Pietro ed alla sua famiglia, il PM milanese non dormirà a casa sua.
Il maresciallo Cava del ROS di Milano, invece, aveva tentato di mettersi in contatto diretto con la Procura di Palermo. Tentativo rimasto invano.
Lo stesso 16 luglio, Borsellino interrogava il mafioso pentito Gaspare Mutolo. Il pentito accettava di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ma, si era fatto tardi, e Paolo Borsellino non ha fatto in tempo a verbalizzare le dichiarazioni. Tutto rimandato a lunedì 20 luglio. Fuori tempo massimo.
Domenica 19 luglio a Palermo, in via D’Amelio, il secondo botto di luglio, dopo quello di Capaci. Tutto si era compiuto, esattamente come era stato annunciato giovedì 16 luglio. E se la missiva dei ROS di Milano non fosse stata inviata per posta? E se Cava fosse riuscito a contattare la Procura di Palermo?
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/03/2013
Di Pietro riparte con l’Idv e molla Ingroia. “Congresso a giugno, via il mio nome”
Antonio Di Pietro ci riprova. Nonostante la sconfitta elettorale con Rivoluzione civile, l’ex pm non abbandona la politica, ma anzi rilancia il progetto dell’Italia dei valori annunciando di considerare definitivamente chiusa l’esperienza con Antonio Ingroia che, proprio per oggi aveva annunciato la decisione sul suo ritorno in magistratura. Di Pietro chiede
nuovamente l’alleanza con il centrosinistra abbandonato durante
l’esperienza del governo tecnico di Mario Monti e convoca il congresso straordinario dell’Idv per togliere il suo nome dal simbolo del partito ed eleggere un nuovo segretario dopo le dimissioni “irrevocabili”
da lui presentate il 26 febbraio scorso, al termine di una giornata
elettorale che aveva visto fermarsi Rivoluzione civile al 2,2% dei voti
alla Camera e all’1,8% al Senato.
Nella sua prima apparizione alla Camera dopo le elezioni politiche, Di Pietro ha annunciato: “Ho detto al mio amico Ingroia, che abbraccio, che l’esperienza di Rivoluzione civile non è ripetibile, noi la dichiariamo conclusa e riprendiamo il cammino”. Al tempo stesso viene “proposto al centrosinistra un cammino comune, un percorso politico a partire dalle prossime amministrative di maggio, che si terranno in 800 comuni”. Sarà una “alleanza di coalizione a partire dal Comune di Roma, con l’obiettivo di arrivare insieme alla prossima tornata elettorale” nazionale, ha proseguito Di Pietro.
“Anche al nostro interno ci deve essere un segno di discontinuità – ha proseguito – un segno netto e profondo come un congresso straordinario“. Questo si terrà “dal 28 al 30 giugno attraverso un preventivo tesseramento, che avrà luogo fino al 25 maggio”. Soprattutto bisogna passare “attraverso il superamento della personalizzazione del partito”. Ragione per cui “il mio nome verrà rimosso dal simbolo dell’Italia dei valori, mentre resterà il gabbiano“. Dal congresso verrà fuori il nome di un “segretario politico”, mentre lo stesso Di Pietro, che si presenterà come presidente dimissionario, fa sapere che non intende concorrere alla carica di vertice, “pur restando il mio impegno”.
Fonte
Nelle intenzioni questo sarebbe dovuto essere il prodotto migliore partorito dalla rivoluzione civile nata dal post Tangentopoli 20 anni fa, c'è di che mettersi le mani nei capelli.
Nella sua prima apparizione alla Camera dopo le elezioni politiche, Di Pietro ha annunciato: “Ho detto al mio amico Ingroia, che abbraccio, che l’esperienza di Rivoluzione civile non è ripetibile, noi la dichiariamo conclusa e riprendiamo il cammino”. Al tempo stesso viene “proposto al centrosinistra un cammino comune, un percorso politico a partire dalle prossime amministrative di maggio, che si terranno in 800 comuni”. Sarà una “alleanza di coalizione a partire dal Comune di Roma, con l’obiettivo di arrivare insieme alla prossima tornata elettorale” nazionale, ha proseguito Di Pietro.
“Anche al nostro interno ci deve essere un segno di discontinuità – ha proseguito – un segno netto e profondo come un congresso straordinario“. Questo si terrà “dal 28 al 30 giugno attraverso un preventivo tesseramento, che avrà luogo fino al 25 maggio”. Soprattutto bisogna passare “attraverso il superamento della personalizzazione del partito”. Ragione per cui “il mio nome verrà rimosso dal simbolo dell’Italia dei valori, mentre resterà il gabbiano“. Dal congresso verrà fuori il nome di un “segretario politico”, mentre lo stesso Di Pietro, che si presenterà come presidente dimissionario, fa sapere che non intende concorrere alla carica di vertice, “pur restando il mio impegno”.
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Nelle intenzioni questo sarebbe dovuto essere il prodotto migliore partorito dalla rivoluzione civile nata dal post Tangentopoli 20 anni fa, c'è di che mettersi le mani nei capelli.
28/02/2013
Rivoluzione Civile: un suicidio in 8 mosse
Rivoluzione Civile ha fatto flop, in
maniera forse inattesa visto che i sondaggi pre-elettorali davano
pronostici diversi che parlavano di percentuali basse ma comunque
sufficienti per entrare almeno in Parlamento. L'apparato politico che
componeva il cartello elettorale a sostegno di Ingroia cercherà colpe
ovunque al di fuori delle proprie stanze (proprio l'ex magistrato ha già
dichiarato che "è colpa di Bersani che non si è voluto alleare con
noi"...), ma la sostanza è che le responsabilità sono tutte da
addebitare proprio alla proposta politica messa in campo da Rivoluzione
Civile. Un'offerta elettorale pessima per tanti motivi, racchiudibili in
8 punti principali. Vediamoli.
1 - Progetto di emergenza elettorale calato dall'alto
Dopo
il fallimento dell'Arcobaleno nel 2008, la sinistra aveva una sola cosa
da fare: iniziare a lavorare alla creazione di un nuovo soggetto
politico, con facce diverse, parole d'ordine diverse, progettualità e
prospettive diverse. Doveva farlo subito, il giorno dopo le elezioni
(visto che fra l'altro non aveva neanche impegni istituzionali). Invece
non solo non l'ha fatto subito, ma si è ritrovata a ridosso delle
elezioni di cinque anni dopo a mettere in piedi un progetto che è
apparso a tutti solo come un cartello elettorale di raccattati messi
insieme per entrare in Parlamento. Progetto che poteva anche essere
sensato nella sua idea di fondo (offrire una alternativa a chi voleva
dare un voto di rottura mantenendo un'identità di sinistra che Grillo
non dava) ma appunto se costruito nel tempo e dal basso. Invece, anziché
nel tempo e dal basso, è stato messo in piedi ad appena un mese dalle
elezioni e calato dall'alto dalle segreterie di 4 partitini, risultando
incomprensibile e quasi sconosciuto all'elettorato.
2 - Disponibilità alla sottomissione
Quando
i giornalisti ponevano ad Ingroia la fatidica domanda "ma così non
portate via i voti al Pd?", lui rispondeva che era il contrario, perché
Rivoluzione Civile avrebbe portato in Parlamento i voti necessari
affinché, quando Bersani avesse avuto bisogno dei numeri per governare,
anziché guardare a Monti avrebbe guardato a sinistra. Un autogol
strategico e comunicativo pazzesco: perché io elettore di sinistra
anti-Pd dovrei votare per una lista che si dichiara già in partenza
disponibile alla sottomissione? Magari in cambio di qualche puzzolente
poltrona fra l'altro. Se voto per una lista alternativa al Pd, è chiaro
che NON voglio che governi il Pd. E Grillo in questo senso dava maggiori
garanzie (se saranno certezze lo vedremo già dai prossimi giorni). In
quella scienza impietosa che è la politica, la disponibilità alla
sottomissione emana debolezza e allontana l'elettore.
3 - Impronta fortemente legalitaria
Magistrati
e poliziotti. Questo l'impatto, secco, tranciante, che ha avuto
Rivoluzione Civile sull'elettorato. Ci vuole poco a capire che sono
categorie che a sinistra piacciono a pochi. Che poi effettivamente non
c'erano solo loro, ma chi studia comunicazione politica sa bene che il
gossip amplifica la portata di cose che da marginali diventano
caratterizzanti: in Rivoluzione Civile c'è un poliziotto che è contrario
ai numeri identificativi sui caschi e sulle divise, quindi per
l'impatto complessivo sulla gente, Rivoluzione Civile è il movimento
che è per la repressione poliziesca. Non è così in verità, ma è così per
i media e la rete che trasmettono il concetto in maniera virale.
Quindi, anche se non è verità, lo diventa. L'impronta legalitaria era
stata pensata per sfondare almeno nelle regioni del sud tipo Campania e
Sicilia, ma alla prova dei numeri è stato un fallimento anche lì.
4 - Assenza di idee nuove e mancanza di parole contro la Casta
L'approssimazione
dal punto di vista della comunicazione politica si è vista anche
dall'assenza di proposte nuove, d'impatto, rivoluzionarie ma per
davvero. Berlusconi si è inventato la restituzione dell'Imu, ben sapendo
che in campagna elettorale vale tutto e che tanto gli italiani hanno la
memoria corta. Ad Ingroia bastava anche una sola proposta rumorosa, ma
non l'ha trovata. Paradossalmente sarebbe bastato copiarne alcune di
Grillo sull'antipolitica, magari personalizzandole con un vestito di
sinistra, invece niente. Bastava dire che anche Rivoluzione Civile è per
la restituzione dei rimborsi elettorali e per il limite a due mandati
in Parlamento, magari aggiungendoci idee sulla partecipazione diretta e
non solo virtuale della gente alle decisioni da prendere nel corso della
legislatura. Invece nulla, tabula rasa.
5 - Nome debole
Rivoluzione
Civile è un ossimoro. Puntigliosità linguistica dei rivoluzionari duri e
puri? No, verità assoluta che a livello di comunicazione politica ha un
effetto latente, inconscio, penetrante nelle menti delle persone. La
Rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva Mao. Ingroia e compagni
hanno dato invece l'idea che volevano andare al buffet di Montecitorio a
farsi una bella mangiata. L'impatto del brand "Rivoluzione Civile" è
praticamente lo stesso del "metteremo dei fiori nei vostri cannoni", il
proseguimento del noioso filone arcobalenista. Perdente.
6 - Candidature di dinosauri impresentabili
Diliberto,
Di Pietro, Ferrero, Bonelli. Pensavano forse che gli elettori non si
sarebbero accorti che dietro ad Ingroia c'erano comunque loro? Diliberto
è quello della scissione cossuttiana voluta perché i
"comunisti-italiani" ci tenevano un sacco a fare le guerre in giro per
il mondo insieme al governo D'Alema. Ma è anche quello del sostegno
ufficiale a Bersani nella campagna per le primarie (!), che poi quando
lui non li ha ringraziati dopo la vittoria si è anche offeso
(incredibile, ma vero). Come può un elettore pensare che appena seduto
sul seggiolone parlamentare Diliberto non avrebbe iniziato subito ad
elemosinare un posto da alleato di Bersani? Di Pietro, dopo la famosa
inchiesta di Report, è diventato il simbolo dei privilegi della Casta. E
in quanto tale destinato ad essere polverizzato in un momento come
questo in cui la congiuntura politica parla il linguaggio di Grillo.
7 - Assenza di carisma e di una rappresentazione della rabbia sociale
Ingroia
è Crozza che fa Ingroia. Giusto? Sbagliato? Non importa, è così. In una
campagna elettorale contano (molto più di quanto si pensi) anche le
caricature, la satira, le prese in giro. Crozza ha fatto l'imitazione di
tutti i leader tranne Grillo (perché lui è già la caricatura di sé
stesso, o forse più semplicemente perché non lo sappiamo ma Crozza
parteggia per Grillo). Berlusconi era lo strafottente, Monti era il
robot, Bersani era l'uomo delle metafore di provincia. E Ingroia? Era lo
svogliato. Sì, lo svogliato. Cioè, il leader della parte politica che
doveva rappresentare la rabbia sociale, la rivoluzione, il grido di
opposizione, non ne aveva voglia. Parodia ingenerosa quella di Crozza?
Forse un po' sì, ma è innegabile che il carisma Ingroia o non ce l'ha o
l'ha lasciato a casa durante tutta la campagna elettorale. Ci voleva un
leader che parla alla pancia della gente, che fa sussultare il cuore e
fa vibrare le emozioni. Una mente appassionata e che appassiona. Invece
no, candidano l'addormentato.
8 - Mancanza di un rapporto diretto con i movimenti e col mondo del lavoro
E
questo è il punto che viene per ultimo ma probabilmente è il più
importante. Da una proposta politica di sinistra vorremmo aspettarci
tutto ciò che il Pd non offre. In primis una riforma strutturale,
organica, nuova, coraggiosa, del diritto del lavoro e del welfare. Una
prospettiva per i giovani disoccupati, per i licenziati che non trovano
più lavoro, per i precari, gli atipici, i sottopagati. Ma una proposta
vera, credibile, concreta, con cui identificarsi per anni fino al suo
ottenimento. Possibile che non siano riusciti a partorire niente in
questo senso? A pensarci bene è incredibile. Non basta parlare in
termini generici su quell'argomento, ti devi differenziare con proposte
che non produce nessun altro. Deve essere quello il cambio di passo,
altrimenti perché la gente ti dovrebbe votare? E andando al di là del
lavoro, su tutti gli altri temi fondamentali come l'ambiente, le
battaglie contro le grandi opere inutili tipo la Tav, contro le
privatizzazioni dei beni comuni (acqua, scuola, sanità, trasporti),
contro le guerre, contro l'emergenza abitativa, perché non è stata
percepita la vicinanza da parte dei movimenti? Non era difficile fra
l'altro, perché la piattaforma politica era già scritta da chi ogni
giorno combatte nelle trincee dei luoghi di lavoro e dei territori.
Da domani avranno cinque anni di tempo per costruire tutto questo. Scommettiamo che non lo faranno?
redazione
26 febbraio 2013
04/01/2013
Quarto polo in sofferenza
Un sondaggio alimenta le aspettative intorno alla lista con Ingroia, ma dentro Cambiare si può aumentano le divaricazioni. La consultazione via web smentisce le indicazioni della maggioranza dei promotori dell’appello e chiede di procedere rapidamente alla formazione delle liste, con i leader di partito inclusi.
L'ultimo sondaggio, quello di Piepoli, lascia intravedere un 5% di intenzioni di voto per la lista Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia che sembra rosicchiare consensi a Grillo. Si palesa così la luce tanto cercata dopo anni di quorum mancati per i partiti della sinistra ex-parlamentare. Ma il prezzo politico da pagare potrebbe, alla fine, rivelarsi più pesante di un eventuale risultato. Gli arancioni di Ingroia e De Magistris fanno infatti l'andatura e dentro Cambiare si può si acutizzano le contraddizioni interne e le aspettative disattese.
Tra i 70 promotori iniziali dell'appello “Cambiare si può” la stragrande maggioranza si era infatti espressa contro il proseguimento del percorso per la costruzione della lista "Rivoluzione civile" insieme a Ingroia. Solo in 7 si erano pronunciati per la prosecuzione dell'esperienza, ma il voto tramite il web ha clamorosamente ribaltato la situazione". Hanno votato SI 4.468 pari al 64,7% dei votanti; hanno votato NO 2.088 pari al 30,2% dei votanti Si sono astenuti 352 pari al 5,1%. Ma i voti validi sono stati 6.908 su circa 13.200 aderenti all'Appello (in pratica il 54% di coloro che avevano aderito all’appello “Cambiare si può” e meno delle 10mila persone che, veniva dichiarato, hanno partecipato alle assemblee locali).
All’interno di Cambiare si può si segnala una polemica verso i tre portavoce Livio Pepino, Chiara Sasso e Marco Revelli, i quali erano stati incaricati di “chiudere” l’accordo con Ingroia come premier pur essendo non del tutto d’accordo con questa scelta. I tre (Pepino, Sasso, Revelli) hanno poi scritto di voler rimettere il mandato ricevuto dall’assemblea del 22 dicembre scorso “proprio perché rispettosi della volontà maggioritaria che si è manifestata nel voto, ritenevamo che le persone che con maggior efficacia avrebbero potuto portare avanti il discorso in questa fase delicata del percorso fossero quelle che più condividono la soluzione indicata dai votanti”, ha scritto in una polemica replica lo stesso Marco Revelli, il quale respinge l’accusa di non voler accettare un responso – per quanto parziale – del referendum elettronico che ha deciso di procedere nella coalizione con gli arancioni e Ingroia. “Nessuno si porta via il pallone durante la partita solo perché non vince, al contrario: il pallone è lì, sul campo, a disposizione di tutti, e in cabina di regia ci va chi può fare più goals” scrive Revelli. “Nessuno crede che Cambiare si può abbia esaurito il proprio senso, al contrario, riteniamo che oggi ne abbia più che mai”.
Un appello ai tre a rimanere è stato rivolto dal segretario del Prc torinese Locatelli con una lettera aperta nella quale scrive che “In particolare mi rivolgo a Voi che in occasione dell’ultimo incontro avete espresso valutazioni molto critiche sulla fattibilità di una convergenza tra percorsi diversi. Vero di percorsi non sempre caratterizzati da una linearità e coerenza di posizioni politiche, ma come non vedere che il risultato fondamentale oggi è rappresentato dalla nascita di una coalizione antimontiana e antiliberista, risultato fino a non molto tempo fa tutt’altro che scontato?” dice Locatelli.
Si comprende che il percorso messo in moto per il quarto polo appaia tutt’altro che semplice. Da un lato Ingroia incassa candidature come quella di Flavio Lotti della Tavola della pace, dall’altro i tempi ristretti e le esigenze divergenti alimentano una rissosità interna che si alimenta di aspettative disattese e frenesia dettata dall’avvicinarsi delle scadenze previste per la presentazione delle liste. Tra l’altro il nodo della candidatura dei leader di partito ai quali era stato richiesto un passo indietro (solo Ferrero aveva accettato mentre Di Pietro, Di liberto e Bonelli non sembrano intenzionati al beau geste) si ripresenta tale e quale. Il resoconto dell’incontro del 30 dicembre tra Ingroia e i tre portavoce di Cambiare si può (Pepino, Sasso e Revelli) riferisce testualmente: “Ogni approfondimento ulteriore è stato interrotto dalla mancata soluzione della questione relativa alla candidabilità dei segretari dei partiti potenzialmente coinvolti nell’impresa (Di Pietro, Diliberto, Ferrero e Bonelli), da noi esclusa in quanto ambigua (per alcuni degli interessati) quanto alla coerenza con il programma (pur a parole accettato) e, in ogni caso, indice di un progetto tutto interno al quadro politico attuale (e alla sua salvaguardia) anziché finalizzato a nuove modalità di partecipazione e di rappresentanza. A fronte di ciò Ingroia ha dichiarato di non essere in grado di assumere impegni, riservandosi un confronto con gli interessati (tutti, peraltro, indisponibili al passo indietro, all’infuori di Ferrero) con successiva ripresa del dialogo con noi e sono state avanzate alcune bizzarre proposte di mediazione come la candidatura dei segretari al secondo posto della lista dopo lo stesso Ingroia, capolista in tutte le circoscrizioni (sic!) chiunque sia il secondo candidato e la sua provenienza.
Questa mattina, Ingroia, esplicitamente interpellato, ha confermato di non poter escludere quelle candidature (e, con esse, quelle delle burocrazie dei partiti)” scrivono Pepino, Sasso e Revelli. Un esplicito sostegno alla coalizione “Rivoluzione civile” e al ruolo decisivo dei partiti al suo interno, arriva dallo storico torinese Angelo D'Orsi, non certo tenero verso gli altri professori dell'appello Cambiare si può. Secondo D'Orsi “Non possiamo rinfacciare scelte sbagliate, errori di valutazione, decisioni politiche improvvide, di cinque, dieci, quindici o vent’anni fa: occorre guardare al futuro, che è già qui, e dobbiamo decidere se vogliamo provare a incidere su di esso, o lasciarlo tutto nelle mani di Bersani e Monti, probabili alleati di domani”.
Lo scenario dunque è tutt’altro che lineare. Alla fine a qualche conclusione si arriverà, ma sarà una acconciatura gracile, troppo gracile per reggere al peso del conflitto e delle contraddizioni con cui occorrerà fare i conti subito dopo le elezioni. L’eventuale e tutt’ora incerto risultato di una pattuglia di deputati in Parlamento, appare tutt’altro che salvifico, sia sul piano politico che su quello di una strategia di resistenza e iniziativa dentro la crisi. Il rischio per i partiti della sinistra ex-parlamentare appare assai peggiore di quello dei "gattini ciechi" dovuti alla gatta presciolosa.
Fonte
L'ultimo sondaggio, quello di Piepoli, lascia intravedere un 5% di intenzioni di voto per la lista Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia che sembra rosicchiare consensi a Grillo. Si palesa così la luce tanto cercata dopo anni di quorum mancati per i partiti della sinistra ex-parlamentare. Ma il prezzo politico da pagare potrebbe, alla fine, rivelarsi più pesante di un eventuale risultato. Gli arancioni di Ingroia e De Magistris fanno infatti l'andatura e dentro Cambiare si può si acutizzano le contraddizioni interne e le aspettative disattese.
Tra i 70 promotori iniziali dell'appello “Cambiare si può” la stragrande maggioranza si era infatti espressa contro il proseguimento del percorso per la costruzione della lista "Rivoluzione civile" insieme a Ingroia. Solo in 7 si erano pronunciati per la prosecuzione dell'esperienza, ma il voto tramite il web ha clamorosamente ribaltato la situazione". Hanno votato SI 4.468 pari al 64,7% dei votanti; hanno votato NO 2.088 pari al 30,2% dei votanti Si sono astenuti 352 pari al 5,1%. Ma i voti validi sono stati 6.908 su circa 13.200 aderenti all'Appello (in pratica il 54% di coloro che avevano aderito all’appello “Cambiare si può” e meno delle 10mila persone che, veniva dichiarato, hanno partecipato alle assemblee locali).
All’interno di Cambiare si può si segnala una polemica verso i tre portavoce Livio Pepino, Chiara Sasso e Marco Revelli, i quali erano stati incaricati di “chiudere” l’accordo con Ingroia come premier pur essendo non del tutto d’accordo con questa scelta. I tre (Pepino, Sasso, Revelli) hanno poi scritto di voler rimettere il mandato ricevuto dall’assemblea del 22 dicembre scorso “proprio perché rispettosi della volontà maggioritaria che si è manifestata nel voto, ritenevamo che le persone che con maggior efficacia avrebbero potuto portare avanti il discorso in questa fase delicata del percorso fossero quelle che più condividono la soluzione indicata dai votanti”, ha scritto in una polemica replica lo stesso Marco Revelli, il quale respinge l’accusa di non voler accettare un responso – per quanto parziale – del referendum elettronico che ha deciso di procedere nella coalizione con gli arancioni e Ingroia. “Nessuno si porta via il pallone durante la partita solo perché non vince, al contrario: il pallone è lì, sul campo, a disposizione di tutti, e in cabina di regia ci va chi può fare più goals” scrive Revelli. “Nessuno crede che Cambiare si può abbia esaurito il proprio senso, al contrario, riteniamo che oggi ne abbia più che mai”.
Un appello ai tre a rimanere è stato rivolto dal segretario del Prc torinese Locatelli con una lettera aperta nella quale scrive che “In particolare mi rivolgo a Voi che in occasione dell’ultimo incontro avete espresso valutazioni molto critiche sulla fattibilità di una convergenza tra percorsi diversi. Vero di percorsi non sempre caratterizzati da una linearità e coerenza di posizioni politiche, ma come non vedere che il risultato fondamentale oggi è rappresentato dalla nascita di una coalizione antimontiana e antiliberista, risultato fino a non molto tempo fa tutt’altro che scontato?” dice Locatelli.
Si comprende che il percorso messo in moto per il quarto polo appaia tutt’altro che semplice. Da un lato Ingroia incassa candidature come quella di Flavio Lotti della Tavola della pace, dall’altro i tempi ristretti e le esigenze divergenti alimentano una rissosità interna che si alimenta di aspettative disattese e frenesia dettata dall’avvicinarsi delle scadenze previste per la presentazione delle liste. Tra l’altro il nodo della candidatura dei leader di partito ai quali era stato richiesto un passo indietro (solo Ferrero aveva accettato mentre Di Pietro, Di liberto e Bonelli non sembrano intenzionati al beau geste) si ripresenta tale e quale. Il resoconto dell’incontro del 30 dicembre tra Ingroia e i tre portavoce di Cambiare si può (Pepino, Sasso e Revelli) riferisce testualmente: “Ogni approfondimento ulteriore è stato interrotto dalla mancata soluzione della questione relativa alla candidabilità dei segretari dei partiti potenzialmente coinvolti nell’impresa (Di Pietro, Diliberto, Ferrero e Bonelli), da noi esclusa in quanto ambigua (per alcuni degli interessati) quanto alla coerenza con il programma (pur a parole accettato) e, in ogni caso, indice di un progetto tutto interno al quadro politico attuale (e alla sua salvaguardia) anziché finalizzato a nuove modalità di partecipazione e di rappresentanza. A fronte di ciò Ingroia ha dichiarato di non essere in grado di assumere impegni, riservandosi un confronto con gli interessati (tutti, peraltro, indisponibili al passo indietro, all’infuori di Ferrero) con successiva ripresa del dialogo con noi e sono state avanzate alcune bizzarre proposte di mediazione come la candidatura dei segretari al secondo posto della lista dopo lo stesso Ingroia, capolista in tutte le circoscrizioni (sic!) chiunque sia il secondo candidato e la sua provenienza.
Questa mattina, Ingroia, esplicitamente interpellato, ha confermato di non poter escludere quelle candidature (e, con esse, quelle delle burocrazie dei partiti)” scrivono Pepino, Sasso e Revelli. Un esplicito sostegno alla coalizione “Rivoluzione civile” e al ruolo decisivo dei partiti al suo interno, arriva dallo storico torinese Angelo D'Orsi, non certo tenero verso gli altri professori dell'appello Cambiare si può. Secondo D'Orsi “Non possiamo rinfacciare scelte sbagliate, errori di valutazione, decisioni politiche improvvide, di cinque, dieci, quindici o vent’anni fa: occorre guardare al futuro, che è già qui, e dobbiamo decidere se vogliamo provare a incidere su di esso, o lasciarlo tutto nelle mani di Bersani e Monti, probabili alleati di domani”.
Lo scenario dunque è tutt’altro che lineare. Alla fine a qualche conclusione si arriverà, ma sarà una acconciatura gracile, troppo gracile per reggere al peso del conflitto e delle contraddizioni con cui occorrerà fare i conti subito dopo le elezioni. L’eventuale e tutt’ora incerto risultato di una pattuglia di deputati in Parlamento, appare tutt’altro che salvifico, sia sul piano politico che su quello di una strategia di resistenza e iniziativa dentro la crisi. Il rischio per i partiti della sinistra ex-parlamentare appare assai peggiore di quello dei "gattini ciechi" dovuti alla gatta presciolosa.
Fonte
03/11/2012
Rauti, Grillo, Di Pietro, Ikea Piacenza. La tv che si scatena
Ore 19,00 di venerdì. Prima edizione serale di Sky Tg 24. Ospite principale: Francesco Storace. Oggetto principale della conversazione con la giornalista in studio: il profilo umano (sic) e politico di Pino Rauti. La domanda più critica e impegnativa della giornalista: “Quanto è stato importante Rauti nella storia della destra italiana?”. Storace risponde bonariamente come se si parlasse di un sereno pensatore lontano dalle vicende mondane. E si che Rauti uscito dal Msi, perchè considerato un partito morbido, per fondare Ordine Nuovo non è stato un politico qualsiasi. E’ stato interno alla guerriglia scatenata dai neofascisti in Italia subito dopo la seconda guerra mondiale, all’internazionale nera per almeno un trentennio e stratega dichiarato della guerriglia anticomunista nel paese (relatore al famoso convegno sulla guerriglia nera in Italia, organizzato da fascisti e militari, del maggio 1965 considerato la madre di tutte le trame di destra del decennio successivo). Inquisito inoltre per le stragi di Piazza Fontana e piazza della Loggia. Ma tra lo studiato, pacioso conversare nazionalpopolare di Storace e le pillole di notizie di Sky, tutto questo o viene diluito fino ad essere incomprensibile o addirittura scompare. Nessuno protesterà. Tanto per il centrosinistra i fascisti sono quelli che contestano la Fornero, i “black bloc”, chiunque stia a sinistra. Quando si fa propaganda per i fascisti veri, e su un canale molto seguito, tutto tace.
Cambio di canale: ore 19,30, rete All News della Rai. Oggetto: Grillo candida Di Pietro a presidente della repubblica. Notizia data a questo modo: i grillini sono spaccati sull’argomento, l’Idv è sull’orlo della scissione. Si suggerisce: la mossa di Grillo o è strumentale o disperata. Per commentare la notizia si intervista un editorialista del Corriere, Massimo Franco, che non manca di considerare per mezzo servizio quanto sia becero Di Pietro. A questo punto viene data notizia della dichiarazione di Bersani sull’argomento “Di Pietro candidato non fa bene al paese”. Siamo alla propaganda piena e nemmeno di quella fine. Per farlo capire facciamo l’esercizio contrario: immaginiamo che Bersani candidi Montezemolo presidente della Repubblica. E magari che il servizio pubblico All News della Rai rappresenti un Pd lacerato e l’Udc pronta alla scissione sul nome. Poi viene magari intervistato un giornalista del Manifesto che dice “Bersani è sempre stato un servo della Bce”. Infine montato commento di Ferrero: “Montezemolo candidato non fa bene al paese”. A quel punto Rainews farebbe servizio pubblico o propaganda? Ci siamo già capiti.
Ore 20,00. Tg7. Servizio sulle cariche ai lavoratori dell’Ikea di Piacenza. Le immagini, rispetto a foto e filmati che circolano su youtube sono abbastanza, diciamo, contenute. Nel servizio appare il sindaco piddino di Piacenza che cerca di mediare le ragioni degli scioperanti con quelle dei crumiri. E’ evidente che nel servizio de La7 il sindaco piddino appare come l’unico soggetto ragionevole. Il solito modo di prendere le parti dei crumiri e dell’azienda facendo finta di fare mediazione. E’ questo il modo di rappresentare uno sciopero? Ovviamente no. Anzi immaginiamo La7 che parla di questa vicenda come una vergogna inaccettabile proprio nella patria di Bersani, e alla vigilia delle primarie. Ma sono cose da immaginare e basta.
Ultimo frammento di una tv da tempo immemore unificata per temi e linguaggi. Ore 20.30 Tg1: intervista ad un reduce di El Alamein. In un'intervista ben pilotata, interrotta di volta in volta da immagini con voce fuori campo che narra gli episodi storici, la battaglia di El Alamein si trasforma da guerra coloniale in guerra per difendere l'onore della patria (da chi?) e i combattenti dell'esercito fascista diventano i futuri partigiani antifascisti. Avete sentito bene. Nessun accenno al fatto che esercito fascista e nazista erano in nordafrica a combattere una guerra contro gli inglesi in un contesto coloniale, cioè di aggressione a popoli terzi. Anzi, mentre scorrono le immagini la voce fuori campo racconta quasi di una guerra difensiva per difendere l'onore italiano. Torna l'ex combattente che respinge ogni accusa rispetto al fatto che stesse combattendo una guerra al fianco dei nazisti voluta dal regime fascista. E rilancia dicendo che molti di quei combattenti avrebbero partecipato poi alla caduta del fascismo una volta rientrati in Italia. I famosi partigiani di El Alamein. Ma il finale è ancora più bello. Dopo un lungo sospiro l'ex combattente ammette: "Combattavamo per valori come patria e famiglia che purtroppo oggi non sono sentiti come li sentivamo noi". Grazie di tutto, compagno partigiano di El Alamein.
La tv è, dunque, scatenata contro la memoria storica, contro i lavoratori e a favore di un modo di costruire notizie che salvaguardi quei 2-3 partiti che provano a spogliare il paese del poco che è rimasto. Il bello è che questo modo, indisturbato, di produrre propaganda, pure di bassa qualità, viene chiamato libertà di informazione. Non a caso infatti, tutti questi media hanno adottato Sallusti nella battaglia a favore della libertà di espressione. Ognuno, del resto, ha i campioni che si sceglie. E che si merita.
Fonte
Cambio di canale: ore 19,30, rete All News della Rai. Oggetto: Grillo candida Di Pietro a presidente della repubblica. Notizia data a questo modo: i grillini sono spaccati sull’argomento, l’Idv è sull’orlo della scissione. Si suggerisce: la mossa di Grillo o è strumentale o disperata. Per commentare la notizia si intervista un editorialista del Corriere, Massimo Franco, che non manca di considerare per mezzo servizio quanto sia becero Di Pietro. A questo punto viene data notizia della dichiarazione di Bersani sull’argomento “Di Pietro candidato non fa bene al paese”. Siamo alla propaganda piena e nemmeno di quella fine. Per farlo capire facciamo l’esercizio contrario: immaginiamo che Bersani candidi Montezemolo presidente della Repubblica. E magari che il servizio pubblico All News della Rai rappresenti un Pd lacerato e l’Udc pronta alla scissione sul nome. Poi viene magari intervistato un giornalista del Manifesto che dice “Bersani è sempre stato un servo della Bce”. Infine montato commento di Ferrero: “Montezemolo candidato non fa bene al paese”. A quel punto Rainews farebbe servizio pubblico o propaganda? Ci siamo già capiti.
Ore 20,00. Tg7. Servizio sulle cariche ai lavoratori dell’Ikea di Piacenza. Le immagini, rispetto a foto e filmati che circolano su youtube sono abbastanza, diciamo, contenute. Nel servizio appare il sindaco piddino di Piacenza che cerca di mediare le ragioni degli scioperanti con quelle dei crumiri. E’ evidente che nel servizio de La7 il sindaco piddino appare come l’unico soggetto ragionevole. Il solito modo di prendere le parti dei crumiri e dell’azienda facendo finta di fare mediazione. E’ questo il modo di rappresentare uno sciopero? Ovviamente no. Anzi immaginiamo La7 che parla di questa vicenda come una vergogna inaccettabile proprio nella patria di Bersani, e alla vigilia delle primarie. Ma sono cose da immaginare e basta.
Ultimo frammento di una tv da tempo immemore unificata per temi e linguaggi. Ore 20.30 Tg1: intervista ad un reduce di El Alamein. In un'intervista ben pilotata, interrotta di volta in volta da immagini con voce fuori campo che narra gli episodi storici, la battaglia di El Alamein si trasforma da guerra coloniale in guerra per difendere l'onore della patria (da chi?) e i combattenti dell'esercito fascista diventano i futuri partigiani antifascisti. Avete sentito bene. Nessun accenno al fatto che esercito fascista e nazista erano in nordafrica a combattere una guerra contro gli inglesi in un contesto coloniale, cioè di aggressione a popoli terzi. Anzi, mentre scorrono le immagini la voce fuori campo racconta quasi di una guerra difensiva per difendere l'onore italiano. Torna l'ex combattente che respinge ogni accusa rispetto al fatto che stesse combattendo una guerra al fianco dei nazisti voluta dal regime fascista. E rilancia dicendo che molti di quei combattenti avrebbero partecipato poi alla caduta del fascismo una volta rientrati in Italia. I famosi partigiani di El Alamein. Ma il finale è ancora più bello. Dopo un lungo sospiro l'ex combattente ammette: "Combattavamo per valori come patria e famiglia che purtroppo oggi non sono sentiti come li sentivamo noi". Grazie di tutto, compagno partigiano di El Alamein.
La tv è, dunque, scatenata contro la memoria storica, contro i lavoratori e a favore di un modo di costruire notizie che salvaguardi quei 2-3 partiti che provano a spogliare il paese del poco che è rimasto. Il bello è che questo modo, indisturbato, di produrre propaganda, pure di bassa qualità, viene chiamato libertà di informazione. Non a caso infatti, tutti questi media hanno adottato Sallusti nella battaglia a favore della libertà di espressione. Ognuno, del resto, ha i campioni che si sceglie. E che si merita.
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02/11/2012
Antonio Di Pietro presidente della Repubblica
Antonio Di Pietro ha commesso degli errori, ha inserito nel suo partito
persone impresentabili come De Gregorio e Scilipoti, ha evitato, per
scelte forse tattiche, prese di posizioni nette sulla
Tav e sul G8, ma lui soltanto in Parlamento ha combattuto il
berlusconismo. Lo ha fatto con armi spuntate, con una truppa
abborracciata tenuta insieme unicamente dalla sua testardaggine e
caparbietà. E' sempre stato un isolato, mal sopportato
dai pdmenoellini e odiato da tutti gli altri. Ha confuso talvolta la
politica con la realpolitik e cercato un compromesso impossibile con
partiti corrotti e in via di estinzione. Si è fidato troppo di persone a
lui vicine, di signor nessuno che ne hanno sfruttato la popolarità
assecondando in modo acritico ogni sua richiesta. Ha allevato, forse
consapevolmente, piranha e squali che pensava di tenere a bada e che ora
mostrano le loro fauci. Però, in questi lunghi anni di inciucio tra il
Pdl e il Pdmenoelle, senza di lui, in Parlamento si sarebbe spenta anche
l'unica flebile luce rimasta accesa. La Camera non
sarebbe stata differente dall'aula sorda e grigia evocata da Benito
Mussolini o dall'attuale obitorio della democrazia di Rigor Montis. Il
suo "Caro presidente che non c'è" rivolto allo psiconano e gli
attacchi ai servi del berlusconismo sono gli unici lampi di luce che
meritano di essere ricordati nel peggior Parlamento dell'Unità d'Italia,
un luogo immondo popolato da pregiudicati e piduisti, da nemici
dichiarati della democrazia. Può essere che Tonino abbia lanciato dei
referendum pro domo sua, ma se abbiamo potuto votare
contro il nucleare di Casini, Bossi, Fini e Berlusconi lo dobbiamo a lui
che ha raccolto e validato le firme necessarie. Solo per questo
dovremmo dirgli grazie. Il Lodo Alfano, che anche un bambino avrebbe
dichiarato incostituzionale, ma non il presidente della Repubblica, fu
criticato e osteggiato in solitudine da Di Pietro nel silenzio dei
Bersani, dei D'Alema e con il plauso dei Cicchitto e dei Gasparri.
L'uomo ha un caratteraccio, non ascolta nessuno, ma è onesto.
Quando ha dovuto affrontare il giudizio di un tribunale lo ha fatto
senza esitazioni e ne è sempre uscito prosciolto. Quanti in Parlamento
possono dire altrettanto? Chi può scagliare la prima pietra? Nessuno.
Nel 2013 Napolitano decadrà, per ora è l'unica buona notizia certa. Il
mio auspicio è che il prossimo presidente della Repubblica sia Antonio Di Pietro, l'unico che ha tenuto la schiena dritta in un Parlamento di pigmei. Chapeau!
Fonte
Dati i recenti trascorsi dei due, non avrei scommesso una lira su un'attestazione pubblica di stima e fiducia di Grillo nei confronti Di Pietro. Non mi stupisce più di tanto, invece, che anche lo stesso Di Pietro sia finito nel tritacarne che da un anno a questa parte ha fatto poltiglia di tutta la classe politica, fatta eccezione, guarda caso, per quelli che hanno sostenuto Monti alla bersagliera fin dal primo secondo, ovvero UDC e in misura minore PD. Sono loro i predestinati a sopravvivere alla seconda repubblica, il resto è già storia.
Fonte
Dati i recenti trascorsi dei due, non avrei scommesso una lira su un'attestazione pubblica di stima e fiducia di Grillo nei confronti Di Pietro. Non mi stupisce più di tanto, invece, che anche lo stesso Di Pietro sia finito nel tritacarne che da un anno a questa parte ha fatto poltiglia di tutta la classe politica, fatta eccezione, guarda caso, per quelli che hanno sostenuto Monti alla bersagliera fin dal primo secondo, ovvero UDC e in misura minore PD. Sono loro i predestinati a sopravvivere alla seconda repubblica, il resto è già storia.
03/09/2012
L'affare Napolitano
Di seguito propongo due corposi articoli utili a sviscerare almeno superficialmente i movimenti e gli interessi che hanno dato forma e stanno animando l'estate del presidente della Repubblica.
Mi auguro ci sia qualcuno in grado di trarne qualche conclusione certamente parziale ma costruttiva.
Napolitano e le intercettazioni: che sta succedendo?
di Aldo Giannuli
Con la pubblicazione su “Panorama” di alcune indiscrezioni sulle telefonate fra Napolitano e Mancino, la polemica sulle intercettazioni è diventata incandescente e si torna a parlare di trame, di piani di destabilizzazione, di complotti ecc. Per inciso: è strano come tante persone prontissime a gridare alla complottomania al grido di “dagli al dietrologo!” poi gridano al complotto ed al piano destabilizzante appena qualcosa le riguarda personalmente… La gente è strana! Ed allora, c’è un complotto o no? Come spesso ho avuto modo di dire, complotto è una parola che ormai non significa più niente e serve solo a confondere le idee. Parliamo in termini più appropriati: c’è o no una manovra politica o forse finanziaria dietro questa faccenda? Per rispondere alla domanda non possiamo fare a meno di notare diversi segnali di un crescente nervosismo negli ambienti altolocati di questo paese anche su sollecitazione esterna. Un ex rappresentate diplomatico americano a Roma tira fuori all’improvviso la storia dei suoi incontri con Di Pietro ai tempi di “Mani Pulite”, lasciando intendere che loro erano i burattinai. Perché lo dice proprio ora?
Mi auguro ci sia qualcuno in grado di trarne qualche conclusione certamente parziale ma costruttiva.
Napolitano e le intercettazioni: che sta succedendo?
di Aldo Giannuli
Con la pubblicazione su “Panorama” di alcune indiscrezioni sulle telefonate fra Napolitano e Mancino, la polemica sulle intercettazioni è diventata incandescente e si torna a parlare di trame, di piani di destabilizzazione, di complotti ecc. Per inciso: è strano come tante persone prontissime a gridare alla complottomania al grido di “dagli al dietrologo!” poi gridano al complotto ed al piano destabilizzante appena qualcosa le riguarda personalmente… La gente è strana! Ed allora, c’è un complotto o no? Come spesso ho avuto modo di dire, complotto è una parola che ormai non significa più niente e serve solo a confondere le idee. Parliamo in termini più appropriati: c’è o no una manovra politica o forse finanziaria dietro questa faccenda? Per rispondere alla domanda non possiamo fare a meno di notare diversi segnali di un crescente nervosismo negli ambienti altolocati di questo paese anche su sollecitazione esterna. Un ex rappresentate diplomatico americano a Roma tira fuori all’improvviso la storia dei suoi incontri con Di Pietro ai tempi di “Mani Pulite”, lasciando intendere che loro erano i burattinai. Perché lo dice proprio ora?
La Merkel incontra Monti e gli chiede
chi sarà il suo successore: una uscita quantomeno inconsueta. Ve lo
immaginate cosa sarebbe successo se Monti le avesse chiesto se le
elezioni di primavera le vincerà lei o la Spd? Magari aggiungendo:
“Perché, sai, non vorremmo che vincessero quelli della Linke che sono
dei populisti con cui non si può ragionare!” A parte il fatto che un
certo far play vorrebbe che un capo di Stato o di Governo eviti cose che
possono sembrare indebite interferenze nelle questioni interne di un
altro paese (ma la Merkel già si era esibita in ben altro show in
occasione delle elezioni francesi), di solito a stabilire chi guiderà un
governo sono le elezioni, per caso la Merkel vuole che le comunichiamo i
risultati prima di farle?
Poi Bersani, sollecitato non si capisce
da cosa, si precipita a dire che “i mercati” (i mitici “mercati
finanziari”) non hanno paura della loro vittoria perché “la sinistra ha
già governato e si è visto come”. E su questo ha ragione, lo
riconosciamo lealmente: il capitale finanziario non avrebbe potuto
trovare esecutori più diligenti di quei governi.
Berlusconi è improvvisamente tornato a
parlare di elezioni in autunno. E via di questo passo. In questo quadro
va inserita anche la vicenda delle intercettazioni a Napolitano e
Mancino che, evidentemente, non hanno un senso da sole, ma in un quadro
più generale che potrebbe essere quello di un attacco al Quirinale e,
attraverso esso, a Monti. In questo senso, lo scontro con la Procura
palermitana e le violentissime polemiche seguite alla reazione
decisamente sopra le righe del Quirinale, che ha promosso il conflitto
di attribuzioni davanti alla Corte Costituzionale, lasciano intendere
che sia in pieno svolgimento una “battaglia intorno al Colle”.
Il clima generale è molto torbido e la
politica e l’economia hanno raggiunto livelli di opacità insostenibile,
per cui orientarsi è molto complicato perché mancano troppe
informazioni, ma qualcosa possiamo tentare di comprendere facendo qualche ipotesi che
poi verificheremo man mano che i fatti renderanno più intellegibili
giochi e tendenze.
Il principale indiziato è certamente
Berlusconi. Il giornale appartiene al suo gruppo (ed è difficile
immaginare che il direttore si sia preso una gatta così difficile da
pelare senza avvisare la proprietà di qualcosa). Per di più il Cavaliere
ha interesse immediato e chiarissimo a fare pressioni sul Colle per
avere subito le elezioni, a far approvare in men che non si dica la
legge sulle intercettazioni ed a spaccare la convergenza fra
magistratura e Pd: questo incidente si presta magnificamente per tutte e
tre le cose. Peraltro, sulla stessa lunghezza d’onda troviamo tanto “il
Giornale” quanto “Libero” e soprattutto “Il Foglio”, che sta lavorando
di ricamo sulla spaccatura di “Repubblica” fra amici del Colle e amici
delle Procure. Per di più, Berlusconi ha detto di non saperne nulla e
questa è la migliore conferma che è proprio questa la pista giusta.
Dunque, la cosa calzerebbe perfettamente, ma ci sono altre
considerazioni che lasciano perplessi.
Una manovra del genere, oltre che
mettere in braghe di tela Napolitano, comporta anche il tagliare le
gambe a Monti, esattamente come dicevamo all’inizio. Ma Berlusconi sa che
molto difficilmente vincerà le elezioni e quello che può sperare è che
non le vinca nemmeno il Pd (battuto al Senato) e si torni ad un nuovo
governo Monti o simile, quel che gli consentirebbe di non essere
estromesso dai giochi. Una mossa così può rivelarsi controproducente,
anche perché, di fronte ad una evoluzione di questo tipo, Napolitano -sempre che possa permettersi questo lusso- potrebbe anche decidere di
rendere pubbliche le famose telefonate, tanto per rompere il giocattolo
in mano ai suoi avversari e non siamo affatto sicuri che dentro non ci
siano cose molto scomode anche per il Cavaliere che, esattamente in
quella stagione di “trattativa”, muoveva i primi passi della sua
avventura politica. Quello dei rapporti fra mafia e politica, in quella
particolarissima stagione, non è un vaso nel quale al Cavaliere convenga
che si rimesti.
Ma, soprattutto, la pubblicazione di
queste indiscrezioni (forse presunte) si iscrive nel generale clima di
manovre coperte, ma non esaurisce il problema e questa, proprio per le
ragioni esposte prima, sarebbe una mossa troppo scoperta, tanto da
potersi ritorcere come un boomerang sul suo promotore. Insomma,
Berlusconi può avere interesse a fare pressioni su Napolitano e Monti,
ma non alla loro sconfitta e tantomeno ad esserne indicato come il
responsabile.
La cosa più probabile è che Berlusconi
sia un “avventore occasionale” che bagna il pane in una zuppa preparata
da altri. E’ credibile che lui ne sapesse qualcosa di quanto stava
bollendo nella pentola di “Panorama” ed abbia pensato di trarne qualche
beneficio, ma la “battaglia intorno al Colle” è cosa più ampia che
coinvolge molta altra gente.
In questo senso l’indagine palermitana
può essere stata un ottimo spunto per aprire le ostilità che la reazione
sbagliata del Quirinale ha favorito enormemente. Non entriamo nel
merito giuridico-costituzionale della faccenda che ci porterebbe troppo
lontano (lo faremo prossimamente), ma ci limitiamo ad osservarne il lato
schiettamente politico: quali che siano le immunità
presidenziali, è accettabile che possano esserci dubbi sull’imparzialità
e la correttezza del Capo dello Stato in una materia come i rapporto
politica-Mafia? Probabilmente nella trattativa fra stato e Mafia di cui
abbiamo diversi indizi che ci sia stata davvero, non c’è un rilievo
propriamente penale, però c’è di mezzo l’assassinio di Paolo Borsellino
sul quale aleggia un deciso odore di Sisde, quantomeno in termini di
“volontà permissiva” e questa è materia penale. Ma anche non ci fosse il
caso Borsellino, è accettabile sul piano politico che possa esserci
stata una trattativa del genere e che, per di più, non se ne sappia
nulla neanche dopo? Sono questioni che mettono in discussione la
legittimazione delle istituzioni repubblicane, ed in materia di questa
gravità, il segreto di Stato non è ammissibile -se non giuridicamente-
politicamente. Il Presidente, non per obbligo giuridico, ma per un senso
di sostanziale lealtà nei confronti della Repubblica, deve (sottolineo:
deve) impedire che sia messa in pericolo la credibilità delle
istituzioni e, quindi, dovrebbe essere il primo a chiedere di rendere
pubblico il contenuto delle telefonate. Invece, non solo non fa questo,
ma addirittura solleva un conflitto costituzionale con la magistratura, il che autorizza a pensare che chissà cosa c’è di così grave in
quelle comunicazioni e non deve trattarsi di materia che riguarda la
sicurezza dello Stato (perché, in quel caso, la Presidenza del Consiglio
dovrebbe eccepire il Segreto di Stato). Con questo sono autorizzati i
peggiori sospetti.
Insomma, Napolitano è andato da solo sulle sabbie mobili e più si agita e più sprofonda.
Ma quali sono i possibili interessi di una eventuale regia occulta di questi attacchi? Non credo che la risposta stia nei confini nazionali e non credo che tutto vada ridotto all’azione dei giudici palermitani come longa manus della “sinistra manettara” contro il governo sostenuto da Berlusconi e presieduto da Monti (il “governo Berlusmonti” come è stato detto da Travaglio). Conosco personalmente Antonio Ingroia (di cui sono stato consulente tecnico) e non mi convince l’idea che usi il potere giudiziario per giochi politici in proprio e ancor meno conto terzi. Ma naturalmente, questo genere di assicurazioni valgono quel che valgono e chi mi legge può benissimo non tenerne alcun conto. Resta il fatto che ci sarebbe una sproporzione evidente fra gli attori dello scontro: la Presidenza della Repubblica ed il governo da una parte, ed una singola Procura della Repubblica appoggiata da pochissimi giornali (e nessuna televisione) dall’altra. Se le cose stessero in questi termini, la cosa avrebbe avuto un ventesimo dell’eco che ha avuto.
Ma quali sono i possibili interessi di una eventuale regia occulta di questi attacchi? Non credo che la risposta stia nei confini nazionali e non credo che tutto vada ridotto all’azione dei giudici palermitani come longa manus della “sinistra manettara” contro il governo sostenuto da Berlusconi e presieduto da Monti (il “governo Berlusmonti” come è stato detto da Travaglio). Conosco personalmente Antonio Ingroia (di cui sono stato consulente tecnico) e non mi convince l’idea che usi il potere giudiziario per giochi politici in proprio e ancor meno conto terzi. Ma naturalmente, questo genere di assicurazioni valgono quel che valgono e chi mi legge può benissimo non tenerne alcun conto. Resta il fatto che ci sarebbe una sproporzione evidente fra gli attori dello scontro: la Presidenza della Repubblica ed il governo da una parte, ed una singola Procura della Repubblica appoggiata da pochissimi giornali (e nessuna televisione) dall’altra. Se le cose stessero in questi termini, la cosa avrebbe avuto un ventesimo dell’eco che ha avuto.
E a chi vedesse in questo una riedizione
dello scontro magistratura-politica del 1992-93, ricordiamo che
all’epoca l’attacco veniva dalla magistratura inquirente di tutta
Italia, con l’appoggio quasi unanime della stampa e delle televisioni
berlusconiane. Non mi pare ci siano paragoni.
Di fatto, dell’attacco contro il
Quirinale abbiamo avuto avvisaglie a gennaio (quando per un attimo si
tornò a parlare del ruolo di una società nella quale era interessato il
figlio del Presidente nella questione della raccolta dei rifiuti a
Napoli). La cosa durò meno di 24 ore, ma subito dopo iniziò la serie di
attacchi ad esponenti del governo Monti, non proprio scandali ma
rivelazioni di incompatibilità o semplici figuracce che misero nei guai
qualche ministro e diversi sottosegretari poi costretti alle dimissioni.
Nello stesso periodo era possibile leggere articoli non proprio
cordiali verso Monti tanto sul “Corriere della Sera” quanto sul “Sole
24ore”. In particolare, si avvertivano diversi attriti sulla questione
delle Assicurazioni Generali, dove il partito di Bollorè non sembrava
soddisfatto dal comportamento del governo. E in un contesto che già
segnava le nuove fiammate dello spread, Monti si lasciò scappare una
frase molto interessante “Non ho più il sostegno dei poteri forti”.
Queste cose hanno un senso o no? O vogliamo ridurre sempre tutto al
solito “complotto delle toghe rosse”?
Nello stesso periodo sono iniziate
spallate vigorose contro i titoli italiani e spagnoli, al punto che
siamo tornati a parlare di possibile collasso e fine dell’Euro.
Ora, va detto che da una caduta del
governo Monti (che, in sé, non sarebbe affatto un disastro) molti
potrebbero pensare di trarre vantaggio. Ad esempio, il partito rigorista
europeo anti-Fed, quello che vede Draghi come il fumo negli occhi,
gioirebbe per la caduta di un governo molto (troppo) vicino al
governatore della Bce. Ma anche quei poteri finanziari che lavorano al
crack dell’Euro potrebbero pensare di giovarsi della situazione di vuoto
di potere che potrebbe determinarsi e senza neanche aspettare le
elezioni. E poi si prepara il banchetto delle alienazioni dei beni
pubblici (Ferrovie, Eni, Finmeccanica, immobili, ecc.) e gli appetiti
sono molti sia in Italia che fuori. Magari ci sono concorrenti ad uno
stesso piatto ed uno dei due pensa che si troverebbe meglio con un
governo diverso da questo.
Dunque, c’è un quadro nel quale c’è solo
l’imbarazzo della scelta e la cosa più probabile è che le mani che si
agitano sono molte. Questa delle intercettazioni può essere la pietra
di inciampo, ma la partita è molto più grande e complessa.
D’altra parte, quando il Capo dello
Stato si mette a fare il super-Presidente del Consiglio, non può
lamentarsi se poi finisce nel tritacarne. L’arbitro deve restare
arbitro, non può mettersi a fare il centrattacco di una delle due
squadre, vi pare?
Stato e mafia, la trattativa infinita. Cosa copre Napolitano?
per Senza Soste, Terry McDermott
Le polemiche sul servizio di Panorama dedicato alle telefonate tra il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e l'ex vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, rischiano di far perdere di vista il contesto politico in cui si svolge una vicenda come questa.
In un recente sondaggio su internet riportato su diversi siti, Napolitano è stato votato come il peggior presidente della repubblica italiana. Visti i campioni con i quali si è confrontato (Leone, Cossiga) sembrava un giudizio troppo schiacciato sul presente. Ma il tentativo di Napolitano di coprire la trattativa stato-mafia, simile alla storia del segreto di stato apposto da Moro sul tentativo di golpe di De Lorenzo, fa rivedere il giudizio. Anche perché Napolitano ha anche la responsabilità di aver favorito la liquidazione liberista del paese, e di parte della sovranità nazionale (con tanto di teorizzazione di questo in un discorso a Bruges), con la nascita del governo Monti.
D'altronde chi, da destra, serviva il Migliore, applaudendo ai carri armati in Ungheria e Cecoslovacchia (caso unico nei presidenti della repubblica di tutto l'occidente) non può che rivelarsi il peggiore. Ma questa è un'altra storia.
per Senza Soste, Terry McDermott
Le polemiche sul servizio di Panorama dedicato alle telefonate tra il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e l'ex vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, rischiano di far perdere di vista il contesto politico in cui si svolge una vicenda come questa.
Il contesto
riguarda la trattativa tra stato e mafia avvenuta nei primi anni '90 e
le inchieste su questa trattativa che hanno avuto un punto di svolta
alla fine degli anni duemila. Trattativa e inchieste marcano due
momenti storici di questo paese: la fine della prima repubblica, e
quindi dell'egemonia Dc, e quella della seconda, con l'esaurirsi dell'alternanza centrodestra-centrosinistra. C'è un altro tratto di
continuità tra trattativa e inchieste: entrambe attraversano un periodo
di profonda ristrutturazione dei poteri dello stato, di dismissione e
ricollocamento dei poteri pubblici.
Certo,
ci sarebbe da definire cosa sia effettivamente "mafia" e cosa "stato"
in questa vicenda, le articolazioni dell'una o dell'altro spesso
finiscono per confondersi. E non è un gioco di parole. Senza andare
nella storia del passato remoto basti vedere vicende e curriculum
dell'ex ministro Saverio Romano e dell'ex governatore della Sicilia Totò
Cuffaro, o dell'ex numero tre del Sismi Bruno Contrada, per capire in
quale modo i due fenomeni si intrecciano. Allo stesso tempo bisogna
evitare di darsi risposte semplificatorie per cui stato e mafia sono la
stessa cosa. Le bombe, le stragi, gli omicidi dei magistrati, la guerra
dei dossier avvengono quando ci sono conflitti reali in atto. Basta
capire quali.
In estrema sintesi,
tutto comincia dagli anni '80, quando, dopo decenni in cui le questioni
tra mafia e politica venivano regolate semplicemente entro la Dc
siciliana e nazionale (quelle che non finivano a colpi di lupara,
s'intende), i vertici di Cosa Nostra finiscono in un maxiprocesso. E'
l'epoca immediatamente successiva agli anni di piombo, quella nella
quale lo stato ristruttura la propria forza interna dandosi
articolazioni di potere, in Sicilia e a Roma, autonome dalla mafia. Nel
mondo che sta emergendo con la società postindustriale, ma anche con
la ristrutturazione della finanza e l'emergere di nuovi poteri
transnazionali, la mafia non può più essere semplicemente ignorata o
automaticamente alleata. Deve trovare un potere regolatore esterno alla
Dc siciliana e nazionale. E' la stagione di Giovanni Falcone e del
maxiprocesso a Palermo. La prima trattativa stato-mafia avviene in quel
periodo specie dopo la prima sentenza del maxiprocesso degli anni '80,
in modo da compensare la durezza delle pene al processo. Per prevenire
l'eventuale reazione della mafia e salvaguardare nuovi e vecchi assetti
di potere nei rapporti tra mafia e stato. L'uccisione di Salvo Lima,
plenipotenziario della Dc andreottiana in Sicilia, marca però uno
spartiacque. La mafia, cioè Cosa Nostra, fa capire che la Dc non è più
in grado di garantire i vecchi equilibri di potere e nemmeno di
prefigurarne dei nuovi. In quest'ottica, stabilire nuovi equilibri di
potere tra stato e mafia in Sicilia, comincia una strategia stragista:
Falcone, Borsellino, Georgofili. La seconda trattativa stato-mafia
avviene quindi nel contesto delle stragi degli anni '90 portandosi
dietro gli strascichi, in termini di richieste della mafia, della prima
trattativa degli anni '80.
Improvvisamente, come erano cominciate, le stragi cessano.
L'Italia politica non è più quella della Dc agonizzante, c'è un nuovo soggetto politico al governo, referente diretto dell'isola, che durerà tanto da fare cappotto (61 parlamentari su 61 per Forza Italia) nelle circoscrizioni siciliane alle politiche del 2001. Ma cosa è successo in queste due trattative? Chi ha trattato per chi e quali sono i responsabili?
Prima di tutto bisogna ricordare che nella sentenza sulla strage dei Georgofili del marzo 2012 si menziona esplicitamente l'esistenza di una trattativa stato-mafia. Anzi i due terzi della sentenza sono dedicati alla ricostruzione storica di questa trattativa. Non solo: nella sentenza si afferma che fu lo stato a cominciare la trattativa. E quando si producono le verità giuridiche su un fenomeno così complesso le indagini, i processi, e quindi gli scontri tra poteri dello stato, si moltiplicano. Infatti, nel giugno di quest'anno, l'ex presidente del Consiglio Superiore della magistratura, Nicola Mancino, viene indagato per falsa testimonianza nell'ambito dell'inchiesta su questa trattativa.
Tra i tanti nodi da sciogliere in questa vicenda due sono di particolare rilievo 1) stabilire per quale motivo le istituzioni scelsero di trattare con la mafia, con quali persone, e quale fu il livello di accordo raggiunto (compresi quelli eventualmente raggiunti da Marcello Dell'Utri) 2) stabilire se l'uccisione di Paolo Borsellino, nella strage di via d'Amelio, avvenne, con il concorso di settori dello stato, per favorire l'eliminazione di un avversario importante della trattativa stato-mafia. Già perché c'è il particolare del fratello di Borsellino che chiama in causa direttamente Nicola Mancino. Per chi non conoscesse la vicenda merita una lettura
http://it.ibtimes.com/ articles/32218/20120626/ salvatore-borsellino- trattativa-stato-mafia.htm
Come nel periodo del maxiprocesso, o delle stragi degli anni '90, tutto questo avviene nel contesto di un periodo di profonda ristrutturazione dei poteri e delle articolazioni dello stato. E di crisi del sistema politico. Ci sarebbe anche da capire come cambiano referenti e rapporti tra mafia e sistema finanziario ma fermarsi al livello politico già fa capire molte cose. Nello scontro attuale si giocano quindi i nuovi livelli di rapporto tra mafia e stato, quelli all'interno dello stato (nell'esecutivo come all'interno del potere giudiziario e anche tra i due poteri)e anche quelli di rappresentanza politica.
L'Italia politica non è più quella della Dc agonizzante, c'è un nuovo soggetto politico al governo, referente diretto dell'isola, che durerà tanto da fare cappotto (61 parlamentari su 61 per Forza Italia) nelle circoscrizioni siciliane alle politiche del 2001. Ma cosa è successo in queste due trattative? Chi ha trattato per chi e quali sono i responsabili?
Prima di tutto bisogna ricordare che nella sentenza sulla strage dei Georgofili del marzo 2012 si menziona esplicitamente l'esistenza di una trattativa stato-mafia. Anzi i due terzi della sentenza sono dedicati alla ricostruzione storica di questa trattativa. Non solo: nella sentenza si afferma che fu lo stato a cominciare la trattativa. E quando si producono le verità giuridiche su un fenomeno così complesso le indagini, i processi, e quindi gli scontri tra poteri dello stato, si moltiplicano. Infatti, nel giugno di quest'anno, l'ex presidente del Consiglio Superiore della magistratura, Nicola Mancino, viene indagato per falsa testimonianza nell'ambito dell'inchiesta su questa trattativa.
Tra i tanti nodi da sciogliere in questa vicenda due sono di particolare rilievo 1) stabilire per quale motivo le istituzioni scelsero di trattare con la mafia, con quali persone, e quale fu il livello di accordo raggiunto (compresi quelli eventualmente raggiunti da Marcello Dell'Utri) 2) stabilire se l'uccisione di Paolo Borsellino, nella strage di via d'Amelio, avvenne, con il concorso di settori dello stato, per favorire l'eliminazione di un avversario importante della trattativa stato-mafia. Già perché c'è il particolare del fratello di Borsellino che chiama in causa direttamente Nicola Mancino. Per chi non conoscesse la vicenda merita una lettura
http://it.ibtimes.com/
Come nel periodo del maxiprocesso, o delle stragi degli anni '90, tutto questo avviene nel contesto di un periodo di profonda ristrutturazione dei poteri e delle articolazioni dello stato. E di crisi del sistema politico. Ci sarebbe anche da capire come cambiano referenti e rapporti tra mafia e sistema finanziario ma fermarsi al livello politico già fa capire molte cose. Nello scontro attuale si giocano quindi i nuovi livelli di rapporto tra mafia e stato, quelli all'interno dello stato (nell'esecutivo come all'interno del potere giudiziario e anche tra i due poteri)e anche quelli di rappresentanza politica.
E cosa avviene nella primavera di quest'anno?
Che nell'ambito delle indagini sulla trattativa stato-mafia vengono intercettate una serie di telefonate di Nicola Mancino a Giorgio Napolitano, dopo che il presidente della repubblica aveva inviato un suo emissario in aiuto dell'ex presidente del Csm . Apriti cielo: Napolitano si muove, e con lui il Csm e tutte le istituzioni della repubblica (con l'appoggio dei maggiori media) per bloccare pubblicazione ed uso di quelle telefonate.
Ma cosa contengono di così scottante queste telefonate?
Che nell'ambito delle indagini sulla trattativa stato-mafia vengono intercettate una serie di telefonate di Nicola Mancino a Giorgio Napolitano, dopo che il presidente della repubblica aveva inviato un suo emissario in aiuto dell'ex presidente del Csm . Apriti cielo: Napolitano si muove, e con lui il Csm e tutte le istituzioni della repubblica (con l'appoggio dei maggiori media) per bloccare pubblicazione ed uso di quelle telefonate.
Ma cosa contengono di così scottante queste telefonate?
Visto
lo scenario che si è delineato qualsiasi parola contengano è destinata
ad alimentare gli scontri in atto. Eppure, è cronaca di questi giorni,
Panorama (del gruppo Berlusconi), pubblica una serie di ricostruzioni
sul contenuto di queste telefonate. Nonostante i media del
centrodestra, sulla vicenda delle telefonate Mancino-Napolitano, fino a
quel momento avessero attaccato esclusivamente la magistratura
palermitana (autrice delle intercettazioni). Segno che Berlusconi ha
mandato un avvertimento per far capire che vuol evitare di separare il
proprio destino da quello delle istituzioni (non solo la persona fisica
di Napolitano). Poi ci sono anche questioni di condizionamento
elettorale ma la sostanza è quella, che va ben oltre una elezione.
E
cosa dice il Pd? Semplice: "basta con gli attacchi populisti a
Napolitano". Con la cortina fumogena del "populismo" il Pd nasconde un
contesto, come abbiamo visto, particolarmente insidioso. Nella speranza
di poter tenere il gioco della ristrutturazione, quella vera, dei
poteri attorno a questa vicenda. Del resto un partito che ha subito
infiltrazioni (basta leggere le inchieste) da camorra, 'ndrangheta e
mafia pugliese, che ha espresso le vicende Enac, Penati (queste due
vicende chiamano in causa collaboratori strettissimi di Bersani) e Lusi
non può dire molto di diverso.In un recente sondaggio su internet riportato su diversi siti, Napolitano è stato votato come il peggior presidente della repubblica italiana. Visti i campioni con i quali si è confrontato (Leone, Cossiga) sembrava un giudizio troppo schiacciato sul presente. Ma il tentativo di Napolitano di coprire la trattativa stato-mafia, simile alla storia del segreto di stato apposto da Moro sul tentativo di golpe di De Lorenzo, fa rivedere il giudizio. Anche perché Napolitano ha anche la responsabilità di aver favorito la liquidazione liberista del paese, e di parte della sovranità nazionale (con tanto di teorizzazione di questo in un discorso a Bruges), con la nascita del governo Monti.
D'altronde chi, da destra, serviva il Migliore, applaudendo ai carri armati in Ungheria e Cecoslovacchia (caso unico nei presidenti della repubblica di tutto l'occidente) non può che rivelarsi il peggiore. Ma questa è un'altra storia.
01/09/2012
Bersani, l'antifascista
Pensare che le dichiarazioni di
Pierluigi Bersani sul fascismo di Grillo appartengano esclusivamente ad
un catalogo, oltretutto piuttosto ristretto, di banalità non significa
solo trascurare l’importanza che ha la produzione di parole sui media.
Anche se già qui sarebbe come pensare che Facebook è uno strumento
banale, e non una complessa infrastruttura di reti sociali, solo perchè
non è raro trovarci delle banalità. Bisogna piuttosto leggere le
dichiarazioni di Bersani come una modalità di funzionamento della
politica istituzionale. Un dispositivo da smontare piuttosto che
qualcosa da ignorare o da insultare.
In
questo senso l’accusa di “fascismo”, poi vedremo in che modo, lanciata
da Bersani sostanzialmente contro Grillo e Di Pietro è qualcosa che
merita un livello minimo di analisi. Facciamo un passo indietro: da
tempo circola un video, commentato da Grillo e Di Pietro, dove Bersani,
assieme ad altri protagonisti della politica istituzionale, è
raffigurato come uno zombie. E qui bisogna vincere la voglia di
affermare la verità, e cioè che Bersani e gli altri non sono solo dei
morti viventi ma ne rappresentano l’epifania, e guardare alle reazioni
del segretario del Pd. Bersani ha infatti accusato chi dà dello zombie
ai dirigenti del Pd di essere un “fascista”, anzi un “fascista del web”
che sta cercando di riproporre al paese una nuova stagione
diciannovista. Tutte la categorie usate meritano attenzione. Vediamo
come.
L’uso dell’accusa di fascismo
all’interno della sinistra, e poi del centrosinistra, è vecchio più o
meno quanto le camice nere. A lungo, entro modi e linguaggi molto
diversi, l’accusa di fascismo è servita per indicare un pericolo esterno
(il fascismo, appunto, in molteplici forme) ma anche quello di un forte
autoritarismo interno alla sinistra (ed è qui che l’accusa di fascismo è
stata scambiata, poi sostituita, con quella di stalinismo). La novità
storica, preceduta da significative censure contro singole lotte
all’epoca dell’occupazione delle terre in Sicilia, irrompe con il ’77
quando il Pci costruisce l’accusa di “diciannovismo” nei confronti del
movimento. E’ la prima volta in cui un movimento di sinistra viene
accusato, dal maggior partito della sinistra, di contribuire a generare
il fascismo. Accusa, quella di diciannovismo, che non è di poco conto
nella cultura antifascista ma, cosa spesso dimenticata, ricavata da un
concetto che nasce da un libro di Pietro Nenni (“Il diciannovismo”,
uscito nel quarantennale della marcia su Roma). Le tesi di Nenni sono
piuttosto chiare: l’ascesa del fascismo è stata favorita dall’estremismo
di destra e dal massimalismo di sinistra, e anche da ibridazioni tra
questi due estremi, che hanno delegittimato il parlamento, isolato la
sinistra riformista, spaccato in due la classe operaia. Nenni scrive
all’epoca dell’accordo storico tra Dc e Psi ed è evidente l’uso
politico, proprio perchè Nenni aveva anche la stoffa dello storico, di
queste concezioni: mentre il Psi va al governo con la Dc, chi lo critica
rischia di guardare oggettivamente al massimalismo genere 1919, facendo
il gioco delle destre. Un modo, all’epoca elegante, per pararsi a
sinistra mentre ci si alleava con la Dc, un partito che pochissimi anni
prima, proprio grazie all’intesa con le destre, aveva costituito il
governo Tambroni. L’accusa di diciannovismo rivolta dal Pci, all’epoca
nell’area di governo della Dc di Andreotti, nei confronti del movimento
del’77 non sarà però una polemica politica nascosta sotto le pieghe di
significato costruite dalla storiografia. Si tratterà di una accusa,
diretta, sul campo contro un’area politica ed una generazione. L’accusa
di preparare il fascismo, grazie alla quale il Pci si comportò di
conseguenza con una stagione di leggi speciali “a difesa della
democrazia”. E che il lessico e i riti di quella stagione siano ancora
celebrati oggi dalle istituzioni deve essere oggetto di riflessione.
Il
diciannovismo del ’77 marca però uno spartiacque storico: da quel
momento in poi l’accusa di fascismo, o di connivenza con le destre
pericolose per la democrazia, sarà rivolta in maniera quasi esclusiva
verso sinistra. Le polemiche sul rischio di fascismo saranno rivolte
contro quei soggetti di sinistra non riconducibili alle strategie della
sinistra istituzionale prima o del centrosinistra poi. Non è finita:
chi, da quel momento in poi e specie dagli anni ‘80, leggerà la storia
in modo diverso da quella del principale partito del centrosinistra sarà
accusato di revisionismo. Come per i Nolte o i Faurisson. Verso il
resto della società italiana, specie verso destra, dopo la fine del Pci
il centrosinistra non sarà così intransigente. Da Luciano Violante che,
aprendo la legislatura della bicamerale (quella delle “riforme” da fare
con Berlusconi) parlò apertamente e pubblicamente di comprensione delle
ragioni ideali dei “ragazzi di Salò” (usando praticamente le stesse
espressioni di uno scritto di Giovanni Gentile sulle ragioni
dell’adesione al fascismo repubblichino) alla istituzione della festa
della memoria sulle foibe (comunque la si veda, tema caro alla destra
italiana del dopoguerra) all’azzeramento della memoria delle stragi
coloniali italiane in Africa e Dalmazia, alla riduzione ai minimi
termini del ruolo dell’antifascismo nella vita pubblica etc.
Per
arrivare alla cronaca si capisce perché Bersani accusi di fascismo, e
di diciannovismo, Grillo e Di Pietro mentre esponenti nazionali del Pd
allegramente presentano (alle feste democratiche) i libri sulla
sessualità del Duce (scritto così come fanno a destra). E mentre si
tace, al livello politico nazionale che conta, sulla rete di camerati
messa in piedi dal sindaco Alemanno per governare Roma, sulle
aggressioni che i fascisti (quelli veri) non mancano mai di fare, sulle
recenti e gravi commemorazioni pubbliche al generale Graziani (fascista e
autore di gravissime stragi, anche con uso massiccio di gas, in Libia e
in Abissinia). La spiegazione di tutto questo non è certo difficile:
l’accusa di fascismo oggi va spesa solo verso chi si pensa essere
qualcuno che ti sottrae i consensi che hai all’interno. Serve quindi per
accumulare pressione politica nel processo di costruzione, o di
rigenerazione, della propria superiorità morale, delegittimare i propri
competitor politici di area, compattare il proprio elettorato ed
evitare, ammonendolo implicitamente, che si senta tentato da un nuovo
tipo di rappresentanza.
Allo stesso
tempo, verso l’esterno, la legittimazione di temi, fatti, argomenti e
concetti di destra (sulla naturalizzazione nel Pd del decisionismo, che è
una mistica politica della destra, traghettata in “democrazia” anche
qui dal Psi ci sarebbe molto da dire) serve non solo per mantenere un
livello diplomatico con l’avversario (non più nemico, anzi alleato vista
la composizione del governo di oggi) ma anche per attirarne gli
elettori. Secondo la logica del partito generalista, il catch-all-party
del marketing politico americano (del resto dalle primarie al nome, nel
Pd si è importato molto da oltreoceano, in passato anche qualche costoso
consulente) per cui per vincere (concetto ripetuto fino all’ossessione
dal Pd, rimuovendo il nome di chi nella politica italiana ha costruito
la propria fama sull’uso di quel concetto) bisogna saper pescare
elettori anche nello schieramento avversario. E se accusi gli elettori
di destra di essere fascisti, specie quando lo sono, si sentiranno
talmente stigmatizzati e disprezzati da non votarti mai. Perchè hai
delimitato nettamente il campo, provando ad emarginare gli altri,
mentre, per attirare voti dall’altra parte, devi confondere i confini.
Strategia consapevolmente diciannovista quella del Pd, confondere i
confini, ma guai ad ammetterlo. Bisogna, appunto, vincere e per questo
ci vogliono anche i voti della destra. I cui elettori saranno sempre
rappresentati come “moderati”, secondo la strana bussola della politica
italiana di oggi in cui gli estremisti pericolosi stanno a sinistra o in
chi critica il centrosinistra ma non è di destra. Già perchè in tutto
questo antifascismo del Pd, è impossibile trovare una campagna, ma neanche
una parola, sulle nuove destre quelle vere. Non a caso quindi, al
momento della stesura della carta dei valori fondativi del Pd,
l’antifascismo non trovò posto. Seguirono polemiche, aggiustamenti, ma
il dato parlava, e parla, da solo.
Il
Pd è quindi un partito sia “antifascista” che postdemocratico, sia
vigile nei confronti del diciannovismo che revisionista e silenzioso, a
livello nazionale, rispetto agli eccessi delle destre. Come devono
esserlo i cartelli elettorali, che prendono voti sapendo intercettare i
flussi di opinione pubblica usando le categorie in quel momento utili
per intercettarli. Con una regola aurea tutta italiana: usare la
categoria di fascismo all’interno del proprio campo elettorale
(centrosinistra, sinistre, elettori in uscita) e mai verso i fascisti.
Non è poi nemmeno da trascurare la categoria di “fascista del web” che,
per quanto assurda e usata per temperare l’accusa di fascismo a Di
Pietro e Grillo, svela quel sottofondo di cultura della fobia della rete
ormai preda del gruppo dirigente del Pd. Intendiamoci, dopo i primi
entusiasmi dell’epoca della fondazione del partito, i social network si
sono rivelati per il Pd un vero e proprio, continuo Vietnam. La rete in
Italia si esprime come una critica infinita ad ogni aspetto del Pd, le
stesse pagine Facebook del partito democratico servono più come critica
che come sostegno. Meglio allora accoppiare il sostantivo “web”
all’aggettivo “fascista” nel tentativo di far scattare, con il
meccanismo del sospetto, tattiche di controllo dell’elettorato. Dietro
Bersani, che parla in tv contro il pericoli di fascismo provenienti dal
web, c’è il tentativo di rilegittimare la credibilità di uno strumento oggi
regressivo della comunicazione politica, la televisione, perché è
l’unico che è in mano al ceto politico istituzionale.
Ma
sia il Pd che Di Pietro o Grillo sono i prodotti di una lunga stagione,
detta “della fine delle ideologie” (riprendendo, ben oltre il contesto
storico che le hanno prodotte, le teorie di Daniel Bell) che i confini
tra destra e sinistra li ha smontati quanto possibile. Ma si tratta, al
momento, di prodotti diversi. Quello Pd, che si esercita in nome del
“non ci sono alternative” cerca di produrre argomenti validi per creare
consenso attorno alla più cruda stagione di neoliberismo di questo
paese. Quello di Grillo e Di Pietro si esercita parlando a chi è
“effetto collaterale” di queste politiche, che ha persino possibilità di
diventare maggioritario. Si tratta, ogni modo, di differenti tipi di
catch-all-party, destinati a riprodurre stratificazione e
verticalizzazione sociale proprio perché sovrappongono tipi di
elettorato socialmente molto diversi tra di loro. Le accuse di
“corruzione” o di “populismo”, la prima rivolta da Grillo al Pd la
seconda a ruoli di accusa invertiti, sono quindi speculari perché
rivolte tra cartelli elettorali generalisti. Che si contendono non solo
fasce di elettorato ma anche un metodo: accumulare consenso
sovrapponendo strati di società diversi provenienti indifferentemente da
destra o da sinistra.
Certo,
dall’accusa di diciannovismo rivolta al movimento dal Pci, mentre faceva
l’accordo con la Dc di Andreotti, e quella rivolta a Grillo, mentre il
Pd ha l’accordo di governo con l’Udc, siamo all’ennesima conferma
dell’analisi marxiana che vede la storia accadere come tragedia per
ripetersi poi come farsa. Del resto l’accumulazione della politica come
spettacolo, con un comico che va contro un segretario di partito che ha
fatto da spalla ad un altro comico (un successone su youtube), si
riproduce proprio in questi passaggi. Ma non va affatto sottovalutata la
concretezza che sta dietro questa continua accumulazione di spettacolo
propedeutica alla estrazione di consenso politico. Il Pd cerca la
vittoria elettorale per garantire la più pericolosa e letale, persino
rispetto alle precedenti, ristrutturazione liberista della società
italiana. Al netto della propaganda dove il partito democratico si è
smarcato dal linguaggio liberista, per raccogliere consensi in chi ha
subito le stesse politiche che il Pd ha votato, si tratta di un disegno
criminale che garantirebbe a questo paese di percorrere fino in fondo un
decennio perduto che lo stesso Fmi, guardiano del liberismo mondiale,
esplicitamente vede per le stesse politiche liberiste in Europa. Bersani
quindi non è tanto un fallito, come dice Grillo, ma quel genere di
disperato che, per mantenere gli assetti di potere di cui fa parte, è
disposto a cacciare un intero paese in un ulteriore decennio di
disgrazie già previste e analizzate come tali. Strepitoso che la
propaganda Pd chiami tutto questo “senso di responsabilità”. E che
diversi residui della sinistra sperino, in qualche modo, di allearsi con
questo genere di disperati.
Grillo rappresenta invece la malattia
di un sistema politico che, per quello che può accadere, può anche
candidarsi ad uccidere il malato. Soprattutto se si tratta di quel
genere di malattia che si riproduce velocemente senza che il malato che
la ospita possa efficacemente produrre anticorpi, magari grazie ad una
cura. Probabilmente, senza aderire a nessuna delle offerte politiche in
campo, c’è però da augurarsi che la malattia faccia velocemente,
soprattutto in modo virulento, il suo corso. In politica bisogna
affrontare un problema alla volta.
Ed
oggi la possibilità che il Pd trascini il paese nell’abisso,
possibilità concreta dietro la fraseologia banale di un partito senza
alcun spessore culturale e umano, è il primo vero problema da
affrontare. Di antifascisti come Bersani gli antifascisti reali non solo
non sanno che farsene. Ma soprattutto vedono il pericolo nero del
fascismo liberista delle procedure, dei protocolli, dei trattati di cui
il Pd è spontaneo portatore.
21/02/2012
Tangentopoli: vent'anni di menzogne
Sono passati vent’anni da Mani Pulite eppure la cronaca giudiziaria
riesce ad avere ancora la meglio sull’analisi storica dei fatti accaduti
e mai pienamente chiariti. Ma la storia raccontata dai giudici non è
tutta la storia di quel periodo caotico e devastante che spazzò via
un’intera classe dirigente, dall’oggi al domani. I protagonisti,
magistrati inquirenti e giudicanti di quella fase, tra lacrime finte e
ammiccamenti alla pubblica opinione, sono tutti intervenuti sui giornali
per proseguire nella mistificazione della realtà con i loro raccontini
moralistici su corruzione e ruberie che divennero intollerabili ed
esondarono dai confini della legalità soltanto in quel preciso momento
epocale, laddove quegli stessi togati avevano chiuso gli occhi per
decenni sugli abusi dei partiti essendo tutti legati a qualche santo
politico al quale dovevano la loro brillante carriera.
Il pool di Milano ed i suoi antichi membri cercano ancora di oscurare la verità di una operazione internazionale che si servì della magistratura, la cui insincerità e doppiezza morale diviene più intollerabile man mano che vengono a galla retroscena sconcertanti, per curvare il destino di una nazione che stava perdendo il suo status di bastione avanzato contro il comunismo dell’est.
Tangentopoli nasce proprio in questo clima di riassestamento geopolitico seguito alla caduta dell’URSS che imponeva una modifica degli assetti interni di quegli Stati, come l’Italia ma non solo, i quali, fino a quegli eventi, avevano fatto da cuscinetto e da piazzeforti collocate in prima linea a protezione dell’Occidente, per necessità degli Usa. L’unico non unitosi al coro delle esaltazioni alla caduta del Muro di Berlino fu Giulio Andreotti il quale, evidentemente, intuì subito che quella sarebbe stata la rovina della DC e degli equilibri europei e mondiali emersi dopo la 2 guerra mondiale, i quali contemplavano la DC al centro dell’arco costituzionale italiano in funzione anticomunista. Ma osserviamoli da vicino questi insigni uomini del pool di Milano, dal principale simbolo Antonio Di Pietro ai vari Davigo, D’Ambrosio, Colombo, Borrelli ecc. ecc.
Di Pietro ebbe una carriera in magistratura davvero folgorante, da ex poliziotto un po’ 007 (si cerca ancora di capire la natura dei suoi viaggi non autorizzati alle Seychelles alle calcagna del faccendiere Francesco Pazienza ricercato dall’intelligence di mezzo mondo ( www.ilgiornale.it ) alle frequentazioni, anche da PM, delle barbe finte come attesta la famosa foto che lo ritrae insieme a Bruno Contrada (il quale sarà arrestato qualche giorno dopo il banchetto di cui si parla) ed altri soggetti della CIA ( www.corriere.it ). Tonino da Montenero di Bisaccia prende la laurea “breve” in giurisprudenza in meno di tre anni ( www.ilgiornale.it), un fulmine del diritto che dà esami difficili a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro (1). Non ci sarebbe nulla di sospetto se non fosse che Tonino litiga con l’italiano come un ragazzo delle elementari. Poi riesce ad entrare in magistratura nonostante la Commissione esaminatrice inizialmente lo escluda.
Come racconta il Presidente della stessa, il giudice Carnevale, Di Pietro fu fatto passare per motivi diversi dalla preparazione richiesta ad un futuro magistrato: «Avevo letto il curriculum di Antonio Di Pietro: era stato emigrante, si era arrabattato molto, questo mi indusse a essere clemente. Se devo pentirmi di tutto, come pretendono molti, mi pento anche di aver fatto promuovere Di Pietro. Nei concorsi per magistrati non bisognerebbe tenere conto di considerazioni pietistiche. In base all’esame però non avrebbe meritato il voto minimo che gli abbiamo attribuito…». La verità è però un’altra, qualcuno di piuttosto influente suggerì a Carnevale e agli altri componenti della Commissione di essere buoni col contadino in cerca di fortuna e di farlo “come un favore che non si può rifiutare”. I verbali della pessima prova di Tonino furono pertanto stracciati e sostituiti con altri favorevoli al candidato (leggete le dichiarazioni dei chiamati in causa: qui ).
Dunque, Il Pubblico Ministero più giusto e irreprensibile d’Italia inizia la professione con una bella spintarella. Poi c’è Gerardo D’ambrosio il cui nome è tristemente legato alla storia dell’anarchico Giuseppe Pinelli, “suicidato” il 15 dicembre ’69, da una finestra della questura di Milano. Pinelli era stato accusato della strage di Piazza Fontana in seguito ad una montatura che aveva spinto la polizia a seguire la pista dei circoli sovversivi di estrema sinistra. Pinelli però da quella Questura, dove lo stavano interrogando, uscirà soltanto morto, dopo un salto dal 4° Piano. Successivamente vi fu una inchiesta ed un processo che terminò nel 1975. Il giudice asseverò la versione secondo cui Pinelli, sotto stress per gli interrogatori subiti, “si sarebbe sentito male e, invece di accasciarsi al suolo, avrebbe spiccato un “involontario balzo” fuori dalla finestra (???)” ( www.comedonchisciotte.org).
Il famigerato “malore attivo” attribuito all’anarchico milanese fu una bella trovata, indovinate di chi? Ma di Gerardo D’Ambrosio of course, il quale adesso sostiene che il pool non fece mai politica. Peccato che il succitato venga immediatamente smentito da un’altra sua collega all’interno dell’equipe milanese, Tiziana Parenti, presto allontanata dalla squadra dei vendicatori della legge per aver osato indagare sulle tangenti del PCI. Fu proprio D’Ambrosio a suggerirle di considerare un “vagone staccato” quello degli illeciti a sinistra, ma in sostanza non si voleva toccare quella parte politica per ragioni ancora tutte da sceverare. Infatti, dopo quella breve parentesi nessuno andò più a fondo in tale direzione ( rassegna.camera.it ). Ma D’Ambrosio non s’immischia di politica e difende il ruolo imparziale della magistratura, e poco vale se, con Saverio Borrelli, si ritrovò a firmare l’appello per la candidatura di Walter Veltroni alla guida del Partito Democratico.
Quanto a Gherardo Colombo forse è l’uomo che sapeva meglio degli altri le finalità di tangentopoli. Quest’ultimo dirà al suo omologo Misiani che la competenza di Milano sulle inchieste non era una questione giuridica. E se non era una questione giuridica di che natura era allora questa competenza? Forse politica?
Infine, Camillo Davigo che ora piange per una corruzione anche più vasta di prima e che sente sprecato il suo lavoro di ripulitura della società italiana dal ladrocinio pubblico e privato. E’ così risentito Davigo che ironizza su coloro i quali hanno in mano molti elementi per adombrare l’ipotesi del complotto internazionale che lui definisce pura stravaganza. Sarà, ma se un magistrato come lui sostiene che tali episodi di corruzione non erano risaputi dimostra esclusivamente due cose incontrovertibili: o che i giudici non sapevano fare il loro lavoro oppure, molto più semplicemente, che fingessero di non vedere così tanti reati per non inimicarsi una classe dirigente non ancora indebolita dagli avvenimenti mondiali. Ma non appena quest’ultima si è ritrovata nel vortice di una vertenzialità geopolitica che le voltava le spalle, costoro, irreprensibili tutori della legge quando conviene, le hanno dato il colpo di grazia. Non vorrà mica Davigo darci a bere la favoletta secondo cui “Né i miei colleghi né io, pur avendo la percezione che i reati di concussione, corruzione, finanziamento illecito dei partiti politici e false comunicazioni sociali fossero ben più numerosi di quanto risultava dalle statistiche giudiziarie, immaginavamo le dimensioni dell’illegalità, quali emersero dalle indagini” ( www.ilquotidianoweb.it ). E come mai Mani Pulite improvvisamente si arrestò sul più bello, proprio mentre era giunto il momento di fare chiarezza sulle compartecipazioni oscure del PCI al potere consociativo, cosa che gli permetteva di entrare a piene mani nelle logiche spartitorie di quei tempi.
Noi invece pensiamo che non si era voluto coinvolgere il Partito Comunista, ormai non più tale dopo la svolta della Bolognina, per non far saltare l’intero sistema e questo, probabilmente, su consiglio degli stessi soggetti o gruppi che avevano dato il via libera ai magistrati per sferrare l’attacco alle basi dello Stato italiano. Tutti gli elementi qui elencati rafforzano la nostra convinzione circa l’esistenza di un’altra versione dei fatti che condussero a Mani Pulite. La chiameremo la versione Formica, sia perché questa sta emergendo lentamente da dietro la cortina fumogena delle versione ufficiale, sia in quanto la esplicita senza tentennamenti uno degli attori principali di quella stagione, l’ex ministro socialista Rino Formica ( rassegna.camera.it).
Costui parla di un vero colpo di Stato organizzato dalla CIA e dall’FBI in Italia subito dopo “Berlino ’89". Dice Formica: “L’intreccio tra politica, affari e partiti durava da cinquant’anni ma la questione morale diventa questione politica quando cambia la storia: fino al 1989 Italia e Germania avevano presidiato la frontiera ma con la caduta del Muro si comincia a temere per la stabilità dell’Italia”. In questa situazione i servizi segreti americani decidono che è il momento di liberarsi di gente troppo compromessa con assetti di potere ormai superati dagli eventi. Dopo mezzo secolo di cecità assoluta la magistratura riacquista improvvisamente la vista, ma Davigo ed i suoi colleghi non erano a conoscenza di tutto ciò perché probabilmente lui e gli altri vivevano su un pianeta dorato dove regnavano da sempre ordine, disciplina e bendaggi gratis per tutti i togati.
La smetta dunque di prenderci in giro e di lamentarsi dell’attuale putrefazione nazionale, perché questo è il premio ricevuto dagli italiani per aver creduto alle frottole giudiziarie di chi, volendo mondare i peccati della politica, si è liberto della seconda lasciandoci in eredità i primi quadruplicati. Ora siamo messi molto peggio di allora. Ai tempi della DC e del PSI, seppur sporche, avevamo ancora le mani per maneggiare il nostro destino.
Mani pulite ci ha segato le braccia e le gambe riducendoci ad una provincia oscura dell’impero senza più speranze. E’ dagli anni novanta che privati degli organi prensili offriamo il sedere al mondo affinché tutti, ma proprio tutti, possano prenderci a pedate sul di dietro. Bella rivoluzione del piffero!
Fonte.
Un'interpretazione davvero interessate di quegli anni, se ne potrebbe dibattere per ore e a buon senso concludere che la narrazione ufficiale, come in molti altri casi, non torna.
Il pool di Milano ed i suoi antichi membri cercano ancora di oscurare la verità di una operazione internazionale che si servì della magistratura, la cui insincerità e doppiezza morale diviene più intollerabile man mano che vengono a galla retroscena sconcertanti, per curvare il destino di una nazione che stava perdendo il suo status di bastione avanzato contro il comunismo dell’est.
Tangentopoli nasce proprio in questo clima di riassestamento geopolitico seguito alla caduta dell’URSS che imponeva una modifica degli assetti interni di quegli Stati, come l’Italia ma non solo, i quali, fino a quegli eventi, avevano fatto da cuscinetto e da piazzeforti collocate in prima linea a protezione dell’Occidente, per necessità degli Usa. L’unico non unitosi al coro delle esaltazioni alla caduta del Muro di Berlino fu Giulio Andreotti il quale, evidentemente, intuì subito che quella sarebbe stata la rovina della DC e degli equilibri europei e mondiali emersi dopo la 2 guerra mondiale, i quali contemplavano la DC al centro dell’arco costituzionale italiano in funzione anticomunista. Ma osserviamoli da vicino questi insigni uomini del pool di Milano, dal principale simbolo Antonio Di Pietro ai vari Davigo, D’Ambrosio, Colombo, Borrelli ecc. ecc.
Di Pietro ebbe una carriera in magistratura davvero folgorante, da ex poliziotto un po’ 007 (si cerca ancora di capire la natura dei suoi viaggi non autorizzati alle Seychelles alle calcagna del faccendiere Francesco Pazienza ricercato dall’intelligence di mezzo mondo ( www.ilgiornale.it ) alle frequentazioni, anche da PM, delle barbe finte come attesta la famosa foto che lo ritrae insieme a Bruno Contrada (il quale sarà arrestato qualche giorno dopo il banchetto di cui si parla) ed altri soggetti della CIA ( www.corriere.it ). Tonino da Montenero di Bisaccia prende la laurea “breve” in giurisprudenza in meno di tre anni ( www.ilgiornale.it), un fulmine del diritto che dà esami difficili a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro (1). Non ci sarebbe nulla di sospetto se non fosse che Tonino litiga con l’italiano come un ragazzo delle elementari. Poi riesce ad entrare in magistratura nonostante la Commissione esaminatrice inizialmente lo escluda.
Come racconta il Presidente della stessa, il giudice Carnevale, Di Pietro fu fatto passare per motivi diversi dalla preparazione richiesta ad un futuro magistrato: «Avevo letto il curriculum di Antonio Di Pietro: era stato emigrante, si era arrabattato molto, questo mi indusse a essere clemente. Se devo pentirmi di tutto, come pretendono molti, mi pento anche di aver fatto promuovere Di Pietro. Nei concorsi per magistrati non bisognerebbe tenere conto di considerazioni pietistiche. In base all’esame però non avrebbe meritato il voto minimo che gli abbiamo attribuito…». La verità è però un’altra, qualcuno di piuttosto influente suggerì a Carnevale e agli altri componenti della Commissione di essere buoni col contadino in cerca di fortuna e di farlo “come un favore che non si può rifiutare”. I verbali della pessima prova di Tonino furono pertanto stracciati e sostituiti con altri favorevoli al candidato (leggete le dichiarazioni dei chiamati in causa: qui ).
Dunque, Il Pubblico Ministero più giusto e irreprensibile d’Italia inizia la professione con una bella spintarella. Poi c’è Gerardo D’ambrosio il cui nome è tristemente legato alla storia dell’anarchico Giuseppe Pinelli, “suicidato” il 15 dicembre ’69, da una finestra della questura di Milano. Pinelli era stato accusato della strage di Piazza Fontana in seguito ad una montatura che aveva spinto la polizia a seguire la pista dei circoli sovversivi di estrema sinistra. Pinelli però da quella Questura, dove lo stavano interrogando, uscirà soltanto morto, dopo un salto dal 4° Piano. Successivamente vi fu una inchiesta ed un processo che terminò nel 1975. Il giudice asseverò la versione secondo cui Pinelli, sotto stress per gli interrogatori subiti, “si sarebbe sentito male e, invece di accasciarsi al suolo, avrebbe spiccato un “involontario balzo” fuori dalla finestra (???)” ( www.comedonchisciotte.org).
Il famigerato “malore attivo” attribuito all’anarchico milanese fu una bella trovata, indovinate di chi? Ma di Gerardo D’Ambrosio of course, il quale adesso sostiene che il pool non fece mai politica. Peccato che il succitato venga immediatamente smentito da un’altra sua collega all’interno dell’equipe milanese, Tiziana Parenti, presto allontanata dalla squadra dei vendicatori della legge per aver osato indagare sulle tangenti del PCI. Fu proprio D’Ambrosio a suggerirle di considerare un “vagone staccato” quello degli illeciti a sinistra, ma in sostanza non si voleva toccare quella parte politica per ragioni ancora tutte da sceverare. Infatti, dopo quella breve parentesi nessuno andò più a fondo in tale direzione ( rassegna.camera.it ). Ma D’Ambrosio non s’immischia di politica e difende il ruolo imparziale della magistratura, e poco vale se, con Saverio Borrelli, si ritrovò a firmare l’appello per la candidatura di Walter Veltroni alla guida del Partito Democratico.
Quanto a Gherardo Colombo forse è l’uomo che sapeva meglio degli altri le finalità di tangentopoli. Quest’ultimo dirà al suo omologo Misiani che la competenza di Milano sulle inchieste non era una questione giuridica. E se non era una questione giuridica di che natura era allora questa competenza? Forse politica?
Infine, Camillo Davigo che ora piange per una corruzione anche più vasta di prima e che sente sprecato il suo lavoro di ripulitura della società italiana dal ladrocinio pubblico e privato. E’ così risentito Davigo che ironizza su coloro i quali hanno in mano molti elementi per adombrare l’ipotesi del complotto internazionale che lui definisce pura stravaganza. Sarà, ma se un magistrato come lui sostiene che tali episodi di corruzione non erano risaputi dimostra esclusivamente due cose incontrovertibili: o che i giudici non sapevano fare il loro lavoro oppure, molto più semplicemente, che fingessero di non vedere così tanti reati per non inimicarsi una classe dirigente non ancora indebolita dagli avvenimenti mondiali. Ma non appena quest’ultima si è ritrovata nel vortice di una vertenzialità geopolitica che le voltava le spalle, costoro, irreprensibili tutori della legge quando conviene, le hanno dato il colpo di grazia. Non vorrà mica Davigo darci a bere la favoletta secondo cui “Né i miei colleghi né io, pur avendo la percezione che i reati di concussione, corruzione, finanziamento illecito dei partiti politici e false comunicazioni sociali fossero ben più numerosi di quanto risultava dalle statistiche giudiziarie, immaginavamo le dimensioni dell’illegalità, quali emersero dalle indagini” ( www.ilquotidianoweb.it ). E come mai Mani Pulite improvvisamente si arrestò sul più bello, proprio mentre era giunto il momento di fare chiarezza sulle compartecipazioni oscure del PCI al potere consociativo, cosa che gli permetteva di entrare a piene mani nelle logiche spartitorie di quei tempi.
Noi invece pensiamo che non si era voluto coinvolgere il Partito Comunista, ormai non più tale dopo la svolta della Bolognina, per non far saltare l’intero sistema e questo, probabilmente, su consiglio degli stessi soggetti o gruppi che avevano dato il via libera ai magistrati per sferrare l’attacco alle basi dello Stato italiano. Tutti gli elementi qui elencati rafforzano la nostra convinzione circa l’esistenza di un’altra versione dei fatti che condussero a Mani Pulite. La chiameremo la versione Formica, sia perché questa sta emergendo lentamente da dietro la cortina fumogena delle versione ufficiale, sia in quanto la esplicita senza tentennamenti uno degli attori principali di quella stagione, l’ex ministro socialista Rino Formica ( rassegna.camera.it).
Costui parla di un vero colpo di Stato organizzato dalla CIA e dall’FBI in Italia subito dopo “Berlino ’89". Dice Formica: “L’intreccio tra politica, affari e partiti durava da cinquant’anni ma la questione morale diventa questione politica quando cambia la storia: fino al 1989 Italia e Germania avevano presidiato la frontiera ma con la caduta del Muro si comincia a temere per la stabilità dell’Italia”. In questa situazione i servizi segreti americani decidono che è il momento di liberarsi di gente troppo compromessa con assetti di potere ormai superati dagli eventi. Dopo mezzo secolo di cecità assoluta la magistratura riacquista improvvisamente la vista, ma Davigo ed i suoi colleghi non erano a conoscenza di tutto ciò perché probabilmente lui e gli altri vivevano su un pianeta dorato dove regnavano da sempre ordine, disciplina e bendaggi gratis per tutti i togati.
La smetta dunque di prenderci in giro e di lamentarsi dell’attuale putrefazione nazionale, perché questo è il premio ricevuto dagli italiani per aver creduto alle frottole giudiziarie di chi, volendo mondare i peccati della politica, si è liberto della seconda lasciandoci in eredità i primi quadruplicati. Ora siamo messi molto peggio di allora. Ai tempi della DC e del PSI, seppur sporche, avevamo ancora le mani per maneggiare il nostro destino.
Mani pulite ci ha segato le braccia e le gambe riducendoci ad una provincia oscura dell’impero senza più speranze. E’ dagli anni novanta che privati degli organi prensili offriamo il sedere al mondo affinché tutti, ma proprio tutti, possano prenderci a pedate sul di dietro. Bella rivoluzione del piffero!
Fonte.
Un'interpretazione davvero interessate di quegli anni, se ne potrebbe dibattere per ore e a buon senso concludere che la narrazione ufficiale, come in molti altri casi, non torna.
22/09/2011
La polemica.
Quando mancano le capacità di replica due sono le strade percorribili: il silenzio e la polemica.
La classe dirigente italiana è egualmente abile in entrambe le discipline, in buona sostanza perché non ha mai un cazzo di valido e produttivo da dire alla gente.
Viste le condizioni generali (manca giusto che ci frani la terra sotto i piedi poi il quadro sarà completo) quella del silenzio è una strategia non più produttiva per soffocare le voci del dissenso proveniente dal basso, domina quindi la polemica più o meno chiassosa che sia.
E' il caso di questi ultimi giorni, in cui, nella bolgia delle ennesime intercettazioni indecorose con protagonista Berlusconi, è tornata a far parlare di se la TAV della Val di Susa, a seguito dell'incontro che Fazio ha tenuto nella sua trasmissione con Luca Mercalli. Il meteorologo, dissertando di clima e riscaldamento globale parla per 60 secondi di TAV e il giorno dopo parte la caciara politica, PD in prima fila, che deve avere le mani ben in pasta in quest'affare da 20 miliardi di euro per brandire nei confronti di Fazio le medesime invettive che fino alla scorsa stagione il PDL scaricava sui Santoro o Floris di turno.
Ennesima dimostrazione che la sinistra, in Italia, non è più tale da almeno 20 anni.
Chetatasi la questione TAV, lo scontro verbale s'è inasprito con l'approssimarsi del voto sull'autorizzazione a procedere nei confronti di Milanese, il pupillo di Tremonti indagato nell'ennesima inchiesta di corruzione. Il più "estremo" sulla faccenda è stato Di Pietro che in un video messaggio ha esortato il Presidente del Consiglio a dimettersi al fine di sfrondare le tensioni sociali che montano nel Paese "prima che ci scappi il morto". L'aspra condanna in merito all'infausto presagio evocato dal segretario dell'IDV non sì è fatta attendere, anche questa volta prima di tutti è arrivato il PD.
Personalmente non credo che la moderazione dei toni sia stata invocata e imposta solo per salvaguardare la coesione nazionale, ma anche e soprattutto perché la classe dirigente (Di Pietro compreso) ha sentore che il morto potrebbe scappare proprio tra le sue fila piuttosto che tra quelle dei "soliti" pezzenti.
Della serie "paura eh?"
La classe dirigente italiana è egualmente abile in entrambe le discipline, in buona sostanza perché non ha mai un cazzo di valido e produttivo da dire alla gente.
Viste le condizioni generali (manca giusto che ci frani la terra sotto i piedi poi il quadro sarà completo) quella del silenzio è una strategia non più produttiva per soffocare le voci del dissenso proveniente dal basso, domina quindi la polemica più o meno chiassosa che sia.
E' il caso di questi ultimi giorni, in cui, nella bolgia delle ennesime intercettazioni indecorose con protagonista Berlusconi, è tornata a far parlare di se la TAV della Val di Susa, a seguito dell'incontro che Fazio ha tenuto nella sua trasmissione con Luca Mercalli. Il meteorologo, dissertando di clima e riscaldamento globale parla per 60 secondi di TAV e il giorno dopo parte la caciara politica, PD in prima fila, che deve avere le mani ben in pasta in quest'affare da 20 miliardi di euro per brandire nei confronti di Fazio le medesime invettive che fino alla scorsa stagione il PDL scaricava sui Santoro o Floris di turno.
Ennesima dimostrazione che la sinistra, in Italia, non è più tale da almeno 20 anni.
Chetatasi la questione TAV, lo scontro verbale s'è inasprito con l'approssimarsi del voto sull'autorizzazione a procedere nei confronti di Milanese, il pupillo di Tremonti indagato nell'ennesima inchiesta di corruzione. Il più "estremo" sulla faccenda è stato Di Pietro che in un video messaggio ha esortato il Presidente del Consiglio a dimettersi al fine di sfrondare le tensioni sociali che montano nel Paese "prima che ci scappi il morto". L'aspra condanna in merito all'infausto presagio evocato dal segretario dell'IDV non sì è fatta attendere, anche questa volta prima di tutti è arrivato il PD.
Personalmente non credo che la moderazione dei toni sia stata invocata e imposta solo per salvaguardare la coesione nazionale, ma anche e soprattutto perché la classe dirigente (Di Pietro compreso) ha sentore che il morto potrebbe scappare proprio tra le sue fila piuttosto che tra quelle dei "soliti" pezzenti.
Della serie "paura eh?"
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