Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/02/2017

Il Rebus dell’elezioni politiche genovesi nella crisi della politica italiana

Le prossime elezioni comunali a Genova, come nel resto d’Italia saranno un banco di prova interessante per saggiare lo stato dell’arte del processo di delegittimazione delle élites di potere e dei loro attori politici anche a livello locale, così come della capacità di articolare una risposta adeguata all’emergente bisogno di rappresentanza politica, anche in chiave elettorale, delle classi popolari.

Questo contributo, è il primo di una serie che vuole fornire il quadro, non solo delle mutate condizioni della situazione politica locale (e dei suoi intrecci con quello nazionale), ma dei cambiamenti profondi della Superba nel suo complesso: la governace dei processi che la sta attraversando è la vera posta in gioco delle prossime elezioni.

Il suo futuro è incerto e non è ancora scritto.

La competizione elettorale saggerà il prodotto dell’attuale fase di “decomposizione/ricomposizione” delle formazioni politiche emerse con la “Seconda Repubblica” e del loro gradimento da parte dei ceti popolari: seppure hanno apertamente manifestato il loro interesse a governare anche con una scarsa base di consenso – dovuta a quella che sembrava essere una crescente e inarrestabile tendenza all’astensione al voto – devono comunque passare per le forche caudine della prova elettorale che le ha punite quando una parte consistente della popolazione ha visto il voto come uno strumento utile per mettere in discussione il loro operato, come è avvenuto nel recente referendum costituzionale anche sul territorio genovese.

La scissione del PD nazionale e la frammentazione delle correnti interne al PD a livello locale, polarizzate attorno ai “Renzi-Renzi” (come vengono definiti i referenti locali dell’ex Presidente del Consiglio) e i “Bersaniani”, tra cui l’attuale vice-sindaco Bernini – vero deus ex machina della giunta Doria – hanno portato (insieme ad un complicato rapporto con chi ha appoggiato da “sinistra” Doria) ad una notevole empasse nella scelta di un possibile candidato sindaco, questione su cui non sembrano aver trovato la quadra. L’unica sicurezza è la mancata ricandidatura di Doria, e la probabile apertura delle temute “primarie”, osteggiate fino all’ultimo.

Il PD locale non può più attingere da quella cassa continua e apparentemente “senza fondo” che era Banca Carige, a causa degli scandali giudiziari che hanno fortemente depotenziato quella “bolla” di liquidità da cui aveva attinto per i propri progetti e su cui si strutturava la base economica del co-governo regionale Burlando-Scajola, sostanziato in una logica spartitoria di pax con la destra, assieme alla quale formava il trasversale “partito del mattone”.

Giova ricordare che le ultime primarie avevano portato alla bocciatura di due “pezzi da novanta” del PD locale: la sindaca Marta Vincenzi, e nientedimeno che l’ex pacifista Roberta Pinotti, a cui è stato dato poi uno dei ruoli più importanti nel governo nazionale.

L’affermazione di Doria alle primarie aveva reso meno appetibile l’ipotesi del Movimento Cinque Stelle e meno travolgente il suo successo elettorale. Il suo candidato sindaco era l’ora fuoriuscito Paolo Putti, storico militante dei pentastellati, figura più rilevante del movimento “No Gronda” (una bretella autostradale classificabile nel novero delle Grandi Opere Inutili devastatrici del territorio). L’affermazione di Doria alle primarie aveva di fatto azzerato ogni ipotesi di intervento “alla sua sinistra” con una presenza alternativa che non fosse mera rappresentazione delle organizzazioni che l’esprimevano. Naturalmente i comitati che l’avevano sostenuto, una volta eletti sono stati di fatto sciolti, e le politiche intraprese, in particolare sulle privatizzazioni delle partecipate, ne hanno stravolto il programma elettorale. Rendendo così la Giunta, guidata dal professore proveniente dall’“aristocrazia rossa” genovese, la disillusione più celere delle tre esperienze delle giunte arancioni, che avevano conquistato in precedenza i comuni di Milano e di Cagliari.

Con il suo operato Doria ha lasciato la maggioranza saldamente nelle mani del PD – con un SEL assolutamente appiattito sulle politiche di fondo – facendo fare ben presto marcia indietro alla parte “migliore” che aveva sostenuto l’emulo di Pisapia.

Le prossime elezioni contribuiranno a comprendere la capacità di tenuta della “narrazione” del M5S, che finora ha incarnato in larghi strati delle classi subalterne quell’alternativa possibile all’attuale quadro politico, anche se le difficoltà della giunta capitolina e le emorragie interne al “movimento”, come a Genova, sembrano metterla seriamente in discussione almeno all’interno della cerchia dei suoi simpatizzanti.

Nel caso genovese l’uscita di tre consiglieri eletti tra le file del movimento (tra cui il capo-gruppo Paolo Putti con una maggiore sensibilità politica per le questioni sociali reali e una opposizione netta ai grandi progetti speculativi), divenuti poi quattro; le aspre polemiche tra il nuovo “gruppo dirigente” (rappresentato per lo più da militanti dell’ultima ora del Movimento, più inclini a concentrarsi sul marketing della comunicazione politica che sulle istanze politico-sociali) e i “fuori-usciti”, o comunque le frizioni tra chi, pur non seguendo il percorso di Putti, ha giudicato eccessivi i toni usati contro di lui (tacciato dallo stesso Grillo di essere un “traditore”), hanno avvelenato il clima.

A questo ha contribuito le discussioni relative alle nuovissime modalità di selezione dei candidati sindaco e consiglieri, il cosiddetto “Metodo Genova”, che forse avvia una nuova fase nella modalità di selezione “blindata” del personale politico pentastellato che si candida a governare una città. Il candidato sindaco sarà chi – nella rosa dei candidati consiglieri – riceve più voti, e i candidati consiglieri saranno scelti a loro volto sola tra coloro che hanno espresso la preferenza per il candidato sindaco che risulta vincitore, blindandone così l’ipotetica giunta. Questi fattori potrebbero “indebolire” l’ipotesi dei 5 Stelle come alfiere degli interessi popolari.

Certamente si sta assistendo ad un riposizionamento complessivo del Movimento, più incline ad accreditarsi complessivamente come opzione di governo affidabile per parti importanti del blocco di potere; un ceto politico “neo-borghese” pronto a raddrizzare le storture del sistema – caratterizzato anche a Genova da un sistema di clientele, corruzione e intrecci con la criminalità organizzata – ma dentro l’orizzonte di una "governabilità" che non solo non mette in discussione, ma rischia di non scalfire nemmeno i pilastri dell’attuale assetto politico-sociale a livello locale, né i profondi processi peggiorativi che sta conoscendo la Superba.

La “sinistra” e i corpi sociali intermedi che ad essa afferiscono (dirigenza di Camera del Lavoro, Arci, Comunità di S.Benedetto, “terzo settore”, associazionismo, tra gli altri) rinnova per lo più quel ruolo di subalternità all’asse di potere del PD che, se non si trasformeranno in accordi elettorali veri e propri, non ne mette in discussione le linee guida. Concependo il più delle volte solo “frizioni” che non hanno portato ad una convergenza con la Giunta (espressesi parzialmente, e solo a fine mandato) a semplici “incidenti di percorso”; come del resto sembrano confermare le vicende legate al tentativo di privatizzazione dell’azienda pubblica che gestiste il ciclo dei rifiuti, conferendola a Iren, una multi-utility che già gestisce le risorse idriche genovesi attraverso una sua controllata.

Lo spettro delle Regionali, dove la mancata alleanza con il PD (il cui corpo elettorale non ha metabolizzato positivamente la scelta di candidare la Paita da parte del suo grande sponsor Burlando) ha fatto perdere la Regione al centro sinistra “regalandola” alla destra, e lo spauracchio di “un anti-Berlusconismo senza Berlusconi” sembra essere l’idea-forza della narrazione di quella “sinistra” incline ad una alleanza con il PD.

Questa “sinistra” ha sempre sostenuto la giunta arancione nelle sue scelte peggiori di fondo: la fine dell’ipotesi del centro-sinistra ha prodotto perciò un effetto “si salvi chi può”, in cui il toto-candidato assomiglia più ad un immagine caricaturale delle fantasie del calcio mercato che ad una sfida elettorale; auto-candidature di personaggi screditati dal loro pervicace carrierismo e vere e proprie invenzioni giornalistiche. Anche quando hanno tirato fuori dal cappello il “meno peggio” – il presidente della Fondazione Ducale, Luca Borzani – tutta l’operazione cosmetica non si discostava da una copia in sedicesimi della fallimentare "rivoluzione arancione", nonostante l’indubbio valore e “il capitale simbolico” del candidato.

La destra cittadina è storicamente debole e frammentata, ma “ringaluzzita” dalla recente conquista della Regione e del vicino comune di Savona. Al suo interno la componente leghista non si è mai radicata nel capoluogo Ligure, mentre la mancanza di una “destra sociale” vicina alla galassia dei gruppi neo-fascisti – comunque presenti ed in cerca di visibilità – non conta nei giochi politici della Superba. Questo non vuol dire che la destra non punti su Genova; anzi sembra essere anche per lei un banco di prova per una possibile candidatura unitaria, in una sorta di “destra plurale”. Questo non tanto per un calcolo sulle sue forze, ma per le debolezze dell’avversario. Di fatto la destra non ha mai visto i propri interessi intralciati dal centro-sinistra, se non nelle sue più oltranziste ed episodiche crociate che hanno tratto forza più dalla cattiva gestione del centro-sinistra su alcuni temi delicati che da una vera e propria capacità politica.

Naturalmente una sinistra “sex and the city” che ha saputo condurre battaglie solo sui diritti civili individuali, mentre era protagonista, o nel migliore dei casi spettatrice, del taglio delle garanzie sociali delle classi subalterne; una "sinistra" espressione di quel ceto medio-alto, cui è spesso debitrice per la propria condizione sociale, risulta un facile bersaglio per gli attacchi della destra.

Altro cavallo di battaglia è il sovranismo di destra, specie se il “sovranismo” del Movimento 5 Stelle venisse ulteriormente diluito; un argomento che, se ben dosato, potrebbe populisticamente intercettare il risentimento delle classi subalterne in chiave anti-europeista, attraverso la narrazione del ritorno dell’Italietta della Lira.

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23/01/2013

Il metodo è sostanza

di Livio Pepino tratto da il manifesto del 20 gennaio

Siamo arrivati alla chiusura delle liste elettorali la cui messa a punto è stata, come sempre, assai laboriosa. Per tutti, anche per Rivoluzione civile, intorno alla quale si è aperto su queste pagine un dibattito interessante sul presente e il futuro della sinistra.
Da ultimo con un intervento di Alberto Burgio che invita rudemente i critici (tra cui mi annovero) a smetterla di fare gli schizzinosi e a prendere atto che questa è la zattera di salvataggio per la sinistra italiana, da cinque lunghi anni «in attesa di uscire dalle catacombe». Sorprende che Burgio non ricordi che è stato proprio un progetto simile a questo (la Sinistra Arcobaleno) a relegare la sinistra in quelle catacombe. Dimenticarlo non aiuta a riportarla alla luce, neppure in caso di superamento del quorum.

Il programma di Rivoluzione civile – si dice – è l’unico autenticamente antiliberista. È vero ed è cosa di grande rilievo. Aggiungo che esso non si limita alla critica ma contiene, almeno in nuce, un progetto alternativo per uscire dalla crisi. Lo dico con convinzione anche perché vi si è arrivati grazie all’influenza del progetto elaborato da «Cambiare si può» (come si può agevolmente constatare confrontando i due programmi). Perché, allora, criticare la nuova lista? Perché le indicazioni programmatiche, se non sorrette da un reale radicamento sociale e da adeguate garanzie personali, rischiano di restare dei «pezzi di carta», come usava dire Bettino Craxi che della materia si intendeva… Segnalarlo non è un preziosismo perché le scottature bruciano ancora (chi ha dimenticato i ripetuti voti in favore di operazioni belliche da parte di una sinistra programmaticamente pacifista?) e perché – sarebbe bene ricordarlo – la Sinistra Arcobaleno non fu certo sconfitta, politicamente prima ancora che elettoralmente, per carenze o ambiguità programmatiche! Il fatto è che un reale cambiamento deve passare attraverso una profonda discontinuità di prassi e comportamenti.

È questo il nodo irrisolto (e decisivo): chi fa la politica? i cittadini, singoli e organizzati nella rete di movimenti, associazioni, comitati (e, con essi, i partiti) che animano il quotidiano e i territori? o un ceto politico professionale, investito di una ampia delega, che trae la sua legittimazione da una sperimentata capacità tecnica (sic!)? Questo è il tema vero: un tema strutturale, che prescinde da inadeguatezze e scandali (pur intollerabilmente diffusi) e che sopravanza le questioni (strumentalmente e demagogicamente agitate) dell’età dei candidati o della esistenza di precedenti mandati. Non solo i partiti tradizionali ma la stessa forma partito, così come la conosciamo, è superata, finita, travolta dagli eventi (pur essendo stata – meritoriamente – l’asse portante dello sviluppo della democrazia del dopoguerra). E quel che è finito non si può resuscitare.

Occorrono forme diverse, nuovi modi di partecipazione, una revisione dal basso dei sistemi della rappresentanza. Senza una rifondazione profonda – inutile illudersi e illudere – è finita anche la sinistra. Ed è proprio il punto che Rivoluzione civile elude riproponendo metodi logori e perdenti.
C’è in essa, anzitutto, una perversa accentuazione del personalismo e del leaderismo, che non si può accantonare con sufficienza all’insegna del «così fan tutti…». Il candidato premier sovrasta con il proprio nome, scritto a caratteri cubitali, il simbolo e compare come capolista in tutte le circoscrizioni, relegando gli altri in posizione ostentatamente subalterna: a riprova che l’elezione è determinata non da una investitura dei cittadini ma dalla benevolenza del leader e dalla sua scelta, dopo il voto, del dove dimettersi (indicando così i sommersi e i salvati). Ma in questo modo non si fa che incentivare il processo di trasformazione del leader in capo e unico titolare del rapporto con l’elettorato (da gestire a distanza, al di fuori di un contatto diretto, attraverso gli schermi televisivi della «democrazia del tinello»).

Ciò, inoltre, non riguarda solo il leader: pressoché ovunque i candidati che lo seguono sono estranei alle realtà virtuose dei territori e catapultati, con una designazione dall’alto, in una pluralità di collegi in modo da consentire poi, attraverso il gioco delle rinunce, la costruzione della rappresentanza come un puzzle studiato a tavolino e con logiche spartitorie. Tutto questo mortifica le energie migliori e aumenta il senso di estraneità alla politica, con conseguenti disaffezione e astensionismo. Né vale a porvi rimedio l’inserimento nelle liste di personaggi provenienti dalla cosiddetta «società civile». Espediente per certi versi ancor più grave, in quanto cumula la continuità burocratica con un rapporto solo proclamato con il tessuto sociale: mentre questo rapporto ha un senso se significa immissione nella scena politica di metodi diversi (per portare nel palazzo non solo persone ma rapporti con il territorio e processi alternativi di rappresentanza e di decisione), non anche se si limita alla cooptazione dall’alto di alcuni esponenti (pur personalmente apprezzabili).

Di questo sarebbe stato – e sarebbe – utile parlare senza stracciarsi le vesti per le critiche. Non per esibire antichi vizi intellettualistici ma per evitare che la sinistra continui ad essere condannata alle catacombe: anche se, come mi auguro, riuscirà a mandare in Parlamento un pugno di rappresentanti (inevitabilmente isolati e tra loro divisi).

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22/01/2013

Piero Ricca su Rivoluzione Civile

Ho guardato le liste, studiato un po' l'operazione e devo dire che "Rivoluzione civile" non mi convince. La stima per il magistrato Ingroia è fuori discussione, come pure il fatto che molti punti del suo manifesto sono condivisibili.

Quel che mi lascia perplesso sono i seguenti elementi.

1 Il leaderismo. Si punta tutto sul nome di Ingroia, messo a caratteri cubitali nel simbolo, candidato in tutte le circoscrizioni, specchietto per le allodole, come Berlusconi.

2 L'ambiguità magistratura-politica. Quando sei così esposto per le indagini che hai condotto, da ultima quella su Stato e Mafia, dovresti riflettere un po' di più prima di andartene in Guatemala e poi entrare in politica, dopo settimane di traccheggiamenti e senza prima prendere la decisione, non obbligatoria ma in questo caso opportuna, di dimetterti dalla magistratura. Altrimenti contribuisci ad alimentare la critica, non sempre in malafede, di politicizzazione della giustizia. E rendi ancora più difficile la vita ai colleghi magistrati che lasci in prima linea a Palermo.

3 Il maquillage. Dietro il nome di Ingroia e la facciata riverniciata di arancione, ci sono tre o quattro piccoli partiti destinati all'estinzione parlamentare: Idv, Pdci, Rifondazione Comunista, Verdi. Se l'operazione 4 per cento va in porto, questi piccoli partiti già di fatto estinti piazzeranno alla Camera i loro dirigenti, candidati tutti in pole position. Più che di rivoluzione civile si tratta di riciclaggio politico.

4 L'unione artificiale fra diversi. Quanto ci metteranno questi signori a dividersi? Il tempo di poche sedute parlamentari, prevedo. Troppo diversi, troppi galletti di inconcilibile estrazione in un medesimo pollaio. Comunisti di varia scuola con ex fascisti, garantisti terzomonidsti con manettari e sbirri. Suvvia.

5 Il rapporto con il Pd. Se decidi di entrare in campo, come dici, contro il Montismo e per una piattaforma di laicità e riforma radicale, non puoi continuare a proporti al Pd, che ha la sua storia, ben nota, i provvedimenti di Monti li ha tutti votati in parlamento e non ha mai fatto mistero di volersi alleare con il centro dopo le elezioni. Ancora sperano di essere alternativi a Monti nelle grazie di Bersani e soci? Si può proporre la rivoluzione civile insieme a coloro che hanno contribuito a portarci così in basso?

6 Il criterio di selezione dei candidati. Chi ha deciso la posizione in lista dei candidati? Il ruolo delle assemblee locali, a quanto risulta, non è stato tenuto in alcun conto, per esempio a Milano. La mobilitazione dal basso, sbandierata a parole, non c'è stata. Si sono battute altre strade: oltre alla lottizzazione partitica, il marketing. Vedi la candidatura in posizione sicura del giornalista Ruotolo o del pentito del grillismo Favia, fatta apposta per portar via voti al M5S.

7 C'è poi un'altra cosa che preliminarmente giudico negativa. L'ispiratore dell'operazione è stato Lugi De Magistris, che pure non è in lista ma ha anch'egli piazzato qualche suo uomo in pole per la Camera. Anziché programmare rivoluzioni nazionali, sarebbe meglio che si dedicasse ai seri problemi della città di cui è sindaco. Come metodo, vale per tutti. Chi è stato eletto a una carica, prima di dedicarsi ad altro, dovrebbe prima onorare il proprio mandato.
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12/01/2013

L'imbroglio della "società civile"

Ogni stagione ha il suo tormentone. Una volta era “vamos a la playa”, ora è il turno di “società civile”.


Tutti i concorrenti a una poltrona di premier giurano di voler portare in Parlamento esponenti della “società civile”, in modo da “rinnovare la politica”, ripulire le stalle dagli arraffoni, ecc. Lo dice Monti e ovviamente Grillo, lo spiega Bersani e naturalmente Berlusconi, già venti anni fa capace di beneficiare dell'ondata “antipolitica” che aveva travolto – sarà un caso – “i politici” seduti alla sua greppia (Craxi e Forlani, in primis). Anche Ingroia ha accettato lo stesso stile, intitolando alla “società civile” il suo cartello elettorale e chiedendo – pro forma – “un passo indietro” ai partiti che lo porteranno a Montecitorio.

Il luogo comune, o il tormentone, è sempre un compromesso fetido tra una necessità vera (trovare una nuova legittimità sociale e sistemica per “l'attività politica”) e una soluzione usa-e-getta, che non servirà a niente. Esprime infatti il bisogno di “nominare” in qualche modo l'esigenza di cambiamento generale e al tempo stesso sotterra questa esigenza dentro un impasto di cemento e melma. Il cemento dell'abitudine alla frustrazione e la melma dei mestatori di professione (Berlusconi, Maroni, Grillo), spesso a fatica distinguibili dai moralisti autentici, ma improvvisati.

Fissata una retorica, insomma, ovvero un campo di categorie semantiche dal significato variabile, chiunque cerchi di muoversi in quel cerchio finisce per parlare una lingua altrui.

Che significa “società civile”? In astratto, come categoria, è il recinto delle figure sociali e professionali che non hanno un ruolo istituzionale, vivono rispettando le regole dello Stato, procurandosi un reddito in modo legale, costruendo con la propria azione quotidiana un'etica del vivere civile – appunto – che ha lasciato alle sue spalle le modalità dell'homo hominis lupus. Ne fanno parte gli avvocati (non tutti) così come gli operai, gli imprenditori (non tutti) quanto i precari, i commercianti (non tutti) quanto le commesse. Insomma, gli sfruttatori quanto gli sfruttati.

Ma il difetto principale, in questa fase politica, non è neppure l'”interclassismo” di questa categoria. È il fatto di conferire “positività preventiva” a qualunque persona “scenda in politica” non avendo mai fatto parte della “classe politica”.

In effetti, questa pretesa “verginità morale” può in qualche caso essere persino una caratteristica reale. In molti altri sarebbe difficile riconoscerla. Luca Cordero di Montezemolo, signori miei, può essere considerato uno che non ha mai fatto politica? Uno super partes? Un “vergine”? Non si è mai seduto sui banchi del Parlamento, non ha mai avuto incarichi da ministro – è vero – ma come presidente della Fiat e di Confindustria non è di certo estraneo alle scelte fatte dai governi italiani negli ultimi venti anni. Anzi.

E un mafioso ancora non individuato dalle indagini, può esser considerato “società civile”? E un capo della curva e spacciatore?

Come si vede, la “categoria sociologica” non regge la critica, ma soprattutto non garantisce un “personale migliore”, ovvero capace di affrontare l'amministrazione della “cosa pubblica nazionale” (o locale) senza subire l'influenza o il ricatto di interessi privati, personali, clientelari. Anzi, se ce lo consentite, proprio questa presunta “verginità” - se effettiva – li espone indifesi alle peggiori pressioni, perché non possiedono l'esperienza necessaria a districarsi nei meandri istituzionali e amministrativi. La folla di amministratori pubblici provenienti dalla “società civile” arrestati negli ultimi venti anni può riempire uno stadio.

I partiti, al contrario, erano a loro volta “istituzioni” costruite per trasmettere questa esperienza, maturata nello sforzo di realizzare un governo della società orientato da princìpi generali. Sappiamo tutti – e noi per primi, non avendone mai voluto far parte – che i partiti italiani degli ultimi venti anni sono una parodia triste e “magnereccia” della grandi organizzazioni che incarnavano i diversi filoni del pensiero politico (liberali, socialisti, democristiani, socialdemocratici, comunisti, ecc).

Ma “la politica senza ideali” che passa oggi per la migliore delle politiche possibili, ben trincerata dietro la formuletta fangosa e ipocrita della “società civile”, è semplice amministrazione dell'esistente per conto degli interessi più potenti, in grado di condizionare al meglio un “nuovo ceto politico” presuntamente o realmente implume.

Politica è scontro di interessi sociali particolari per indirizzare l'insieme della società in generale. Questa azione può essere “pulita” solo dichiarando apertamente i propri scopi generali, il senso progettuale del proprio agire (socialista, liberale, cristiano, ecc). Altrimenti è gioco di parole per nascondere la disponibilità a farsi interprete di breve periodo di poteri che sono invece strutturati, “sapienti” nella gestione del proprio particulare come interesse generale, lungimiranti e capaci di orientare i flussi sociali come mandriani dall'alto di una collina.

Il “caso Ingroia” costituisce il migliore esempio dei limiti costitutivi di questa “idologia della società civile”, proprio perché non appare per nulla artefatto. Le sue interviste si alzano di livello solo quando può parlare di lotta alle mafie. E' giusto, naturale, che sia così. Questa la sua esperienza e il suo valore come persona. Se dirigere un paese fosse soltanto un problema di azzeramento delle mafie non si potrebbe sperare di meglio.

Ma su tutto il resto dello scibile necessario a dirigere un paese – politica economica, mercato del lavoro, strutture del welfare, diplomazia internazionale, ecc – è evidente che si affida, per limiti propri o per compromesso di coalizione, ai “suggerimenti” elaborati da una pattuglia di consiglieri forniti o dai piccoli partiti che lo sostengono, o da “esperti” reclutati tra i professori più critici del montismo. Non c'è niente di male, ovviamente. Ma è il segno che “far politica” non è un gioco che s'improvvisa in assenza di visione “globale” o di organizzazione.

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Favia si candida con Ingroia: trasformismo a 5 stelle

“Sì, il programma di Ingroia è in linea con quello che ho sempre sostenuto e sotto il profilo politico mi è stata garantita massima indipendenza“. Con queste parole Giovanni Favia accetta la candidatura a capolista del movimento arancione dell’ex magistrato per l’Emilia Romagna, dopo una settimana di smentite e controsmentite. Favia va così ad aggiungere il suo nome tra i possibili candidati dei partiti che sono confluiti nella lista Ingroia come Idv, Verdi e Rifondazione Comunista.

Una conferenza stampa affollata, tenutasi nella sala stampa dell’Assemblea della Regione Emilia Romagna dove Favia rimane tutt’ora consigliere per il Movimento 5 Stelle: “Per ora non mi dimetto da consigliere regionale, ma rimarrò a far parte del gruppo e non sarò operativo. Ad ogni modo se non verrò eletto in Parlamento presenterò le mie dimissione irrevocabili di fronte all’assemblea semestrale del Movimento”.

“Ho subito offese per il ‘fuorionda’ e avevo deciso comunque di rimanere nei 5 Stelle, ma per decisione non mia” – ha continuato – “sono stato sbattuto fuori. Ho preferito quindi candidarmi con Ingroia anche se rimango un cittadino prestato alla politica. Sotto il profilo politico mi è stata garantita massima indipendenza e nessun bisogno di tesserarmi a partiti o movimenti, cosa che non farò”.

“Sono certo e contento del fatto che il prossimo parlamento avrà una nutrita delegazione del M5s, come spero che al suo fianco ci possa essere Rivoluzione Civile per rappresentare insieme quell’opposizione sociale e quella tutela di cui i cittadini italiani, schiacciati da lobby o da partiti che sono diventati comitati d’affari, hanno bisogno. Io farò la mia parte. Cambiano mio malgrado i percorsi, non gli obiettivi, e soprattutto non i principi”.

Un incontro con la stampa che ha avuto una coda polemica. Lorenzo Alberghini, rappresentante di Cambiare si può, la lista che ha sostenuto la candidatura di Ingroia formalmente fino a pochi giorni fa attraverso assemblee di cittadini e percorsi partecipati è intervenuto contestando Favia: “Tu sei sempre stato contro i partiti e ora ti candidi con loro?”

Favia ha letto un breve comunicato, poi è ritornato nel suo ufficio di consigliere rilanciando una seconda conferenza stampa per i prossimi giorni.

“Gli amici non si giudicano. A volte non si capiscono. Sempre si comprendono”, questo il commento laconico di Andrea Defranceschi, oggi assente nei palazzi della Regione perchè in viaggio all’estero, consigliere regionale 5 Stelle che con Favia ha condiviso numerose battaglie in viale Aldo Moro.

“Non mi stupisce, lui ha sempre avuto grande passione per la politica” – spiega Federica Salsi, consigliere comunale a Bologna, anche lei espulsa dai 5 Stelle e data come vicina agli arancioni di Ingroia, “Per Giovanni si è presentata un’occasione e l’ha colta. Ci sono molti temi comuni tra chi non si riconosce più nel progetto politico dei 5 stelle e penso che questi possano avvicinarsi ad un contesto di questo genere, Rivoluzione Civile è un proseguo naturale del Movimento di Grillo”.

A non stupirsi della candidatura di Favia con gli arancioni, ma per altre ragioni rispetto alla Salsi, è Massimo Bugani, il capogruppo dei 5 stelle in Comune a Bologna: “Favia realizza un sogno che coltiva da mesi e per il quale ha lavorato a lungo. Aveva calcolato tutto dal giorno del famoso fuori onda, da quando disse a Beppe Grillo la frase ‘che fai mi cacci?’. Uno che ha fatto un errore non attacca, ma cerca di ricucire”.
La base arancione non ci sta. Non si è ancora attenuato l’eco della scelta definitiva di Favia che, dopo la protesta di Alberghini durante la conferenza stampa in Regione, sui social network si scatenano gli appartenenti a Cambiare si può di Bologna che non si trovano d’accordo sulla candidatura paracadutata dal leader Ingroia e imposta su altri nomi scelti dalla base con un voto democratico in assemblea pubblica. “La maggioranza aveva scelto un nome durante l’ultimo incontro”, spiega l’attore Ivano Marescotti tra i sostenitori di Ingroia, “una persona come Ivan Cicconi. Ora ritrovarsi con un capolista come Favia significherà per molti fare campagna elettorale per la sua elezione diretta e non per la una lista nata dalla società civile. Meglio sarebbe per Ingroia metterlo secondo in lista dopo una personalità scelta dalle Assemblee di Cambiare si può”.

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Le prossime elezioni politiche saranno una farsa solo per la gente che sì presenterà alle votazioni, roba che nemmeno al circo.
Che schifo.

08/01/2013

Elezioni: il punto di Aldo Giannuli

Elezioni: facciamo il punto

Ormai si avvicinano le scadenze in vista delle elezioni e, forzatamente, il quadro politico inizia a prender forma; pertanto, non è male fare il punto della situazione occupandoci per ora delle liste di sinistra.

RIVOLUZIONE CIVILE: le associazioni ed i movimenti riuniti in “Cambiare si può”, a cominciare da Alba,  si sono ritirate; dopo aver constatato che (come era prevedibilissimo dati anche i tempi stretti) le decisioni erano prese nel comitato ristretto composto da Ingroia e dai  leader di Rifondazione, Idv, Pdci. Contro quanto era stato fatto balenare, sia Di Pietro, sia Di Liberto, sia Ferrero saranno candidati; il simbolo è molto debole e gioca tutto sul nome di Ingroia che, dal canto suo, propone una serie di nomi rispettabilissimi, ma tutti espressione del movimento antimafia, il che sottolinea il carattere monotematico che la lista va assumendo. Ingroia –in una intervista al ”Corriere della sera” del 4 gennaio- propone una intesa sia a Grillo che al Pd, perché il primo “non va demonizzato come l’antipolitica” ed il secondo “non va demonizzato come la partitocrazia”. Ma di che stiamo parlando? Se si tratta di una intesa politica ma non elettorale, ci sarà tempo per discuterne dopo le elezioni e vedremo che margini di intesa ci saranno; ma se stiamo parlando di una intesa elettorale, che significa? Che Ingroia recede come candidato premier per confluire in una coalizione? O che si tratta solo di qualche regione al Senato? Lascia molto perplessi, in questo caso, la disponibilità ad allearsi tanto con Grillo quanto con il Pd, che non mi pare siano la stessa cosa. Pur essendo convinto dall’inizio (ed i lettori di questo blog lo sanno) che i tempi erano tali per cui non ci sarebbe mai stata una vera aggregazione di movimenti, associazioni ecc, con regole realmente democratiche, speravo, però, che fosse qualcosa di più del riciclaggio di Rifondazione, Idv, Pdci ecc.; ma se la lista è questa strana miscela di pm e di ceto politico residuale, auguri: votatevela voi. Tanto, Ingroia assicura che i sondaggio gli danno il 5% e quindi non c’è bisogno del mio voto.


SEL: schiacciata ai margini della coalizione, rischia di fare la fine del parente povero di cui ci si vergogna un po’, se non trova qualcosa che la differenzi nettamente –pur nei limiti della compatibilità di appartenenza alla coalizione- rischia di ridursi ad una appendice del Pd si e no sopra il 2%. Di suo ci ha messo l’incredibile vicenda toscana per cui i risultati delle primarie non contano nulla e le liste si fanno col solito bilancino partitico. Girava una battuta: SEL? SE Li scelgono loro. Auguri!


PD: Discreto l’effetto delle primarie per i candidati, che ha dimostrato una certa vitalità del partito, vento in poppa nei sondaggi e nella percezione del clima da parte della gente. Sembra quasi impossibile che perda, ma sino all’ultimo non si può dire. Anche perché definire ondivago il comportamento del Pd è come chiamare brezza lo tsunami: a destra ci sono i montiani puri legati a Renzi che, però, non vogliono uscire dal partito (anche perché fiutano odor di vittoria) a sinistra c’è Fassina che, sin da settembre ha esplicitamente proposto di “rottamare l’agenda Monti. In mezzo sta Bersani che dice che la candidatura Monti è inutile perché l’Agenda Monti è già nel programma del Pd che, però, vuole modificare con imprecisati correttivi in nome dell’equità e dello sviluppo. Intanto, va a pranzo con Renzi per blindare il partito sul fianco destro arginando emorragie filo montiane ed, allo stesso scopo, mette in lista il prof. Dell’Aringa, però, nello stesso tempo difende Fassina dalle intimazioni montiane (“Bersani faccia tacere Fassina”) sia perché i candidati della sinistra del partito sono stati quelli che sono andati meglio, sia perché cerca di coprirsi il fianco sulla sinistra per arginare fughe verso Grillo e –in misura ridottissima- verso gli arancioni. Insomma “Votateci per farci vincere: dopo scoprirete cosa avete votato”. Comunque, per ora sembra che perdere sia la “Missione impossibile” di Bersani. Ci riuscirà?


Il rischio serio è al Senato: se la coalizione perde, oltre che in Veneto, anche in Lombardia può scordarsi la maggioranza dei seggi. E lì inizierebbero i problemi. Certo, potrebbe esserci l’allargamento della coalizione a Monti, ma non è detto che Sel ci stia. Ed, allora, ad esempio, se mancano 7-8 seggi per la maggioranza, e la lista Monti ne porta 16, ma se ne va Vendola con i suoi 9-10 senatori, stiamo al punto di prima. Per cui, questo è il “tallone di Pier Luigi”.

Domani ci occuperemo di Monti, il vero nemico da battere in queste elezioni.



Verso le elezioni. Monti: il nemico da battere

Per quasi un ventennio, la sinistra ha avuto il suo nemico di elezione nel Cavalier Berlusconi, giungendo a forme di odio feroce ed irrazionale. Sicuramente, c’erano ottime ragioni per detestarlo: per la sua volgarità, il suo cinismo, la sua assenza del benché minimo scrupolo morale, per il suo malcelato odio per la cultura, per il suo debordante egocentrismo, per il suo autoritarismo e potremmo proseguire anche per tutta la pagina. Il punto è che l’odio è un pessimo consigliere, soprattutto in politica. Impedisce di valutare razionalmente le cose ed ha una serie di “effetti collaterali” del tutto indesiderabili.

Uno di essi è la “rivalutazione per riflesso” di altri soggetti, che non sono affatto migliori di quello odiato, ma che lo diventano perché li si vede come potenziali alleati. A beneficiare di questo irragionevole credito è stata spesso la Lega (in particolare dal suo “ribaltone” del 1995) a lungo vezzeggiata, corteggiata e mai seriamente combattuta per il suo ruolo eversivo e reazionario. Anzi, la sinistra ha finito con l’esserle subalterna, mutuandone interi pezzi di cultura politica, come dimostra la sorprendente conversione al “federalismo” che produsse la scellerata riforma del Titolo V della Costituzione, voluta dal governo Prodi.


In tempi più recenti, a beneficiare della “rivalutazione per riflesso” è stato Mario Monti ed il suo governo di commessi del Gran Capitale, impropriamente definiti “Tecnici”. Nei suoi tredici mesi di vita il governo Monti ha realizzato più contro-riforme di quante ne abbiano prodotte gli otto anni dei governi Berlusconi (dalle pensioni, all’articolo 18 della l. 300, per citare solo i casi più noti). Soprattutto, il governo dei bocconiani ha imposto una politica economica di brutale esazione fiscale e taglio della spesa sociale, che non ha precedenti nella storia dell’Italia repubblicana.


Tutti questi provvedimenti sono stati sostenuti dall’appoggio del Pd, molto più convinto ed acritico di quello del Pdl che, almeno, esibiva una calcolata ritrosia. Bersani non ha esitato neppure a mettersi contro la Cgil, ma questo non ha evitato il  paradosso per il quale la maggioranza degli italiani hanno percepito il governo Monti come un governo “di sinistra”. In questo rovesciamento del senso –colpevolmente assecondato dal gruppo dirigente del Pd- la sinistra moderatissima di Fassina e Vendola sarebbe conservatrice, mentre il “riformismo” sarebbe rappresentato dal verbo liberista della feroce disuguaglianza sociale. Anzi Monti si definisce non “moderato” ma un “riformista radicale”, ed ha qualche ragione, perché lui ed i suoi non sono moderati: sono i “talebani del Capitale”. Gli esponenti di questo governo di pretesi tecnocrati hanno ripetutamente offerto la prova della loro qualità umana con battute come quella sugli “sfigati che a 28 anni non sono laureati” o i “giovani troppo choosy”, che rivelano l’arroganza del privilegio contrabbandato per merito.


Colpisce che il gruppo dirigente del Pd non abbia colto tutto questo e non abbia provato nessuna ripugnanza per questi compagni di viaggio.


Oggi il maggiore partito della sinistra –candidato quasi sicuro alla vittoria- non esita a far sua l‘agenda Monti e promettere quelle stesse “riforme”.


Monti ha goduto di un eccezionale riflesso psicologico a suo favore: al suo comparire, è parso come il “liberatore” che ha cacciato Berlusconi da palazzo Chigi e tutta la tifoseria anti berlusconiana gli ha volentieri perdonato molte colpe. Ma, diciamocelo, per quanto fosse infima la qualità della corte berlusconiana, i “bocconiani” sono molto più spregevoli. E, lo sguaiato populismo berlusconiano è cento volte preferibile all’algido odio di classe di questi lacchè delle banche. Berlusconi non ha mai usato i toni sprezzanti di una Fornero o di un Martone, perché è uomo che viene dal nulla e si è fatto da solo –lasciamo stare come!-,  i montiani sono nati nella bambagia e sono convinti che questo sia un merito. Cosa ne sanno questi signorini di cosa significa studiare la notte perché di giorno bisogna fare tre mestieri precari, per mettere insieme qualche centinaio di euro? Hanno idea di che significa fare un concorso senza nessuna spinta e vedersi passare avanti fior di bestie blasonate? Hanno mai provato la durezza della fatica o il maltrattamento di un caporeparto isterico? Sanno cosa significa far le capriole per pagare un mutuo? E, allora, di che merito parlano?


Dunque, non ci fossero altre ragioni per individuare nella lista Monti il primo nemico da battere, basterebbero queste di natura antropologica. Ma ce ne sono anche di ordine più propriamente politico: il “montismo” (dedicheremo diversi pezzi all’analisi critica della sua “agenda”) è anche una linea di politica economica che ci porta dritti alla catastrofe. In 13 mesi di governo, abbiamo registrato una recessione di oltre due punti che, per riflesso, ha portato il debito al 126% del Pil dal 121% iniziale. Non sembrano dati di cui andar fieri e tutte le previsioni dicono che nel 2013 saremo ancora in caduta: nonostante la grandinata fiscale, la situazione non è migliorata ma peggiorata. Unico risultato “positivo”, ampiamente sbandierato con la compiacenza di tutta la stampa di regime, l’abbassamento dello spread dai vertici toccati ne novembre 2011. Un risultato tutto sommato modesto (il picco di quasi 600 era con ogni evidenza eccezionale mentre bisognerebbe avere come parametro un valore più “medio” di quel periodo che oscillava fra i 400 ed i 480) se si considera che ci si è attestati intorno ai 300 punti (cioè 100-150 in meno rispetto alla media dell’autunno precedente) e che questo è rimasto sensibilmente al di sopra dei valori del periodo precedente alla crisi di ottobre-novembre 2011.


Ma, soprattutto, un risultato solo in parte ascrivibile a merito di Monti, perché hanno inciso altri due fattori: la copiosa emissione di liquidità della Bce e la “tregua elettorale” dei mercati finanziati in attesa delle elezioni prima francesi e poi americane. Vedremo ora come evolverà la situazione. Nel frattempo osserviamo che il debito è tutto là, intatto, e la torchiatura fiscale è servita essenzialmente a pagare gli interessi.


Possiamo parlare di fallimento del governo Monti? Si e no. Certamente si se l’obbiettivo era quello dichiarato: risanare le finanze pubbliche italiane e rimettere in moto la crescita economica. Ma era davvero questo l’obiettivo o si trattava solo della copertura di ben altro fine? Se quello che si cercava era la garanzia dei creditori, la stabilizzazione dell’Euro, del sistema di potere attuale ed, in particolare, la salvaguardia degli interessi tedeschi, non si può dire che il governo Monti abbia fallito; anzi, per ora l’obbiettivo è raggiunto, anche se questo ha significato il massacro della nostra economia –ma cosa volete che gliene importi?-.


Ora la lista Monti punta a completare l’opera iniziata a garanzia dei poteri forti: loro sanno perfettamente di non avere alcuna speranza di vincere alla Camera e sarebbe già un clamoroso risultato (ad oggi molto distante dalla realtà) se arrivassero secondi e non terzi. Lo scopo è un altro: diventare determinanti al Senato, dove si spera che la coalizione di Bersani non conquisti la maggioranza. Il bersaglio ulteriore è quello di ottenere un numero di seggi che renda irrilevante Sel che, così potrebbe essere sbarcata, per consentire un pieno accordo Pd-Monti. E per questo secondo esito occorrerebbe conquistare una ventina di seggi a Palazzo Madama.


Considerato che:


a. nelle regioni minori (Val d’Aosta, Liguria, Trentino, Marche, Umbria, Abruzzo, Molise, Basilicata e Sardegna) occorrerebbe ottenere ben di più dell’8% e che si tratta di regioni di debole insediamento dei montiani


b. che salvo, una sorpresa siciliana, il centro-destra montiano non dovrebbe conquistare il premio di maggioranza in nessuna regione


questo significa che occorrerebbe prendere mediamente 1,75 senatori nelle restanti 12 regioni, cioè una media del 16-17% dei voti opportunamente distribuiti. Un risultato possibile ma non facilissimo, anzi… Però è evidente che la lista unica del centro ci proverà.


Dunque: la vittoria parziale sarebbe un Pd privo di maggioranza al Senato costretto ad allearsi, ed una vittoria piena rendere non determinante Sel. Vice versa, vediamo quali sarebbero i livelli al di sotto dei quali si potrebbe parlare di sconfitta o di disastro del centro.


Ovviamente, se Pd e Sel fossero autosufficienti anche al Senato, questo significherebbe che l’obiettivo principale è stato mancato –almeno per il momento-. Ma, se questo dipendesse da un crack della destra e ad una buona affermazione del centro (poniamo un 20-22% che rappresenta una raccolta all’80% dell’elettorato potenziale, un risultato altissimo) si tratterebbe pur sempre di una vittoria, perché questo significherebbe che il gruppo montiano si avvia a sorpassare la coalizione berlusconiana, candidandosi così alla guida della destra. Inoltre, il centro-destra montiano potrebbe sedersi sulla riva del fiume ad aspettare che passi il cadavere di Bersani: a consegnarglielo potrebbe essere una offensiva dei “mercati” paragonabile a quella dell’autunno 2011 o le fratture interne alla coalizione (non importa se sulla destra ad opera dei renzian-montiani o sulla sinistra ad opera di Vendola e Fassina).


Se, invece, il risultato dovesse attestarsi al di sotto del 15% sarebbe un insuccesso dichiarato, perché vorrebbe dire che o il Pd o il Pdl hanno avuto un risultato al di là delle previsioni e questo “cancellerebbe” politicamente l’area di Monti. Inoltre, inizierebbe ad esserci il rischio di arrivare non terzi ma quarti, alle spalle del M5s, il che sarebbe un segnale psicologico molto negativo.


Al di sotto del 12% sarebbe una Caporetto: considerato che l’Udc, negli anni scorsi, ha sfiorato il 7% e che ora c’è anche Fini (presumibilmente con un 1,5-2%), questo significherebbe che il ”valore aggiunto di Monti sarebbe intorno al 3%. Se, poi, “Verso la Terza Repubblica” di Montezemolo e Riccardi (il cuore del montismo) raccogliesse uno striminzito 5%, questo sarebbe la fine della coalizione. Casini e Fini (che già ora stanno maledicendo il momento in cui hanno deciso di mettersi sotto l’ombrello del Professore) sono considerati da Monti e dai suoi “terzo-repubblichini” come alleati che non si lavano e che è imbarazzante portare nei salotti buoni dei poteri tecnocratico-finanziari, sono dei politici, con decenza parlando! Se poi venisse fuori che questi professorini così pieni di sé, prendono più o meno quanto gli odiati “politici”, l’operazione sarebbe pienamente fallita e Udc e Fli sarebbero felici di rompere le righe alla ricerca di intese dirette con il Pd.


Se le cose finissero così sarebbe un’ottima cosa. Quante probabilità ci sono? Consideriamo che lo slancio iniziale sembra già affievolito, che la Chiesta ha ridotto i suoi entusiasmi, che i sondaggi si fanno più sfavorevoli, segnando una crescita dei due poli maggiori ed il richiamo del “voto utile” non gioca a favore dei terzi e dei quarti, non è impossibile una Caporetto dei “tecnici dello strozzinaggio fiscale”.


E c’è anche da considerare che Monti si sta rivelando simpatico come il vomito dei gatti. E in politica la simpatia vuol dire molto…

Ingroia fa fuggire gli elettori o li attira?

Diciamolo chiaro: se l’operazione Ingroia aveva una razionalità politica basata sull’impatto televisivo del personaggio, qualcosa non sta funzionando. I sondaggi, ci riferiamo all’ultimo di Ipr-Marketing e di Tecnè (che cura le rilevazioni per Sky), riportano un inizio gennaio piuttosto difficile per il magistrato in aspettativa. Si passa da una media complessiva dei partiti che oggi appoggiano Rivoluzione Civile,  rilevata in autunno tra il 9 e il 10 per cento ad una, con la sola Lista Ingroia, che nei primi giorni di gennaio oscilla tra il 2,4 e il 3,5 per cento. Al di sotto della soglia di sbarramento elettorale come la sinistra arcobaleno del 2008. E se è vero che le rilevazioni di settembre-ottobre non tenevano conto del successivo tracollo Idv, dovuto alla caduta di credibilità del brand Di Pietro, è altrettanto vero che Ingroia era stato chiamato proprio per rigenerare l’immagine dei diversi partiti che lo appoggiano.

E qui qualche considerazione sull’operazione Ingroia già la si può fare: al netto di una lista che appare soprattutto una scialuppa di salvataggio per quattro partiti, siamo di fronte ad un’operazione debole nella collocazione elettorale e nel linguaggio. E se il primo brutto errore poteva essere tatticamente rimediabile, l’equilibrio tra partiti e movimenti interessa poco al grosso dell’elettorato (quello che porta milioni di voti), gli altri due sembrano essere più gravi.

Infatti una collocazione elettorale a sinistra del Pd, che non solo prenda nettamente distanza dal partito democratico, ma che non si dichiari naturalmente alternativa al centrosinistra non ha forza d’attrazione elettorale. Perché lascia spazio alle dinamiche di “voto utile”, e alle correlate mitologie del condizionamento a sinistra del Pd, senza proporre qualcosa di nuovo e concreto. Perché non ha una capacità magnetica propria, un modo che rende indistinguibili dagli altri partiti. Fa anche riflettere quanto abbia fallito, in queste poche settimane, il linguaggio unificante scelto da Ingroia. Quello dell’epica della lotta alla mafia, dell’agenda di Borsellino e delle stragi del ’92-’93. Qui qualcuno non deve aver capito bene la differenza tra temi, comunque importanti, che alzano la tiratura del Fatto Quotidiano o l’audience di Servizio Pubblico e la costruzione di un linguaggio unificante che attira, a sinistra, milioni di elettori. Si è davvero confusa l’informazione e la narrazione mediale della politica con i processi di comunicazione che attivano un elettorato.

E cosa dire della continua dissociazione da Ingroia? Movimenti per l’acqua pubblica, quelli che hanno portato a vincere un referendum nazionale, No tav, teatri autogestiti.  Si tratta dell’ossatura dei movimenti di questi ultimi anni non di soggetti residuali.  Perdere contatto da questi soggetti porta a perdere un radicamento reale in ciò che di nuovo si muove in politica. Come se non bastasse, la lista Rivoluzione civile non mostra un chiaro programma economico. Di fronte alla più grossa crisi economica dal dopoguerra, che impone di combattere con nettezza teorie e pratiche di un modello di sviluppo in esaurimento, si tratta forse del deficit più grave. Non a caso, per adesso, avvertito dall’elettorato: non bastano le petizioni di principio (sul fiscal compact o sulle energie alternative) qui c’è la necessità di trasmettere la praticabilità di un modello di sviluppo inclusivo e realistico. Con la consapevolezza, che Syriza ha comunque avuto, che questo significa entrare in rotta di collisione con l’eurozona. E quindi con una porzione significativa dei partiti e del mainstream mediale.

Questo per mantenersi aperti su una ipotesi d'evoluzione della lista Ingroia sull’ineludibile, senza il quale non sei un soggetto politico, nodo dell’economia. Ingroia infatti sostiene che la vera emergenza economica è quella criminale e che, una volta sanata questa, è possibile ridurre il debito.
Una concessione quest’ultima, quella del debito come causa dei mali economici e non come sintomo, più marcata a Monti e Bersani di qualsiasi altro genere di apertura. L’esplodere del debito pubblico, non sanabile nemmeno togliendo i soldi a Cosa Nostra, infatti, non è che il sintomo della presenza dell’Italia in un’area valutaria ottimale, l’euro, che porta i paesi centrali a vampirizzare quelli periferici. Vampirizzazione che i paesi sudamericani degli anni ’80 e ’90 hanno conosciuto benissimo. Paradossalmente se Ingroia togliesse i soldi alla mafia finirebbe così per farli circolare a disposizione dei paesi capitalisticamente più forti dell’eurozona nel giro di pochissimi anni. Più che una soluzione economica il programma Ingroia sembra quindi una boutade. Nella convinzione che il richiamo alla moralità e alla legalità di per sé faccia funzionare un modello economico-finanziario, quello neoliberista dell’eurozona, che è di fronte ad una crisi epocale. Ingroia si mostra quindi l’ennesimo prodotto di un minimalismo politico, vecchio di trent’anni e che a sinistra ha trovato adesioni, che pensa che su pochi qualificati punti si possa far ripartire un paese.

E’ evidente che con il 41 per cento degli elettori che, stando ai sondaggi, non ha ancora preso posizione i margini di recupero per Ingroia ci sono. Ma il punto vero non sta nel numero di parlamentari da portare a Montecitorio o, con minore probabilità, al senato. La questione è tutta nel progetto politico, in uno dei periodi più duri della storia di questo paese, che nel migliore dei casi al momento appare del tutto acerbo.

Fonte

07/01/2013

Ingroia, la Diaz e la memoria corta


Nuovi guai per Rivoluzione Civile e per il suo candidato premier, Antonio Ingroia. Le sue ambigue dichiarazioni all'indomani della condanna di alcuni dirigenti della Polizia per i fatti di Genova del 2001 potrebbero renderlo meno simpatico al 'popolo della sinistra'.


"Bravo Milan e forza Boateng! Le leggi sul razzismo ci sono, lo Stato deve applicarle". E' quanto Antonio Ingroia, candidato premier della lista di sinistra Rivoluzione Civile, ha scritto su Twitter a proposito della scelta del Milan di abbandonare l'amichevole con la Pro Patria, ieri pomeriggio, in segno di protesta contro i cori razzisti che offendevano il giocatore Kevin Prince Boateng.
Stamattina l’ex magistrato, in un’intervista concessa al quotidiano La Repubblica, aveva detto di non avere ''Nessuna paura dello sbarramento, vedo molto entusiasmo intorno a me'' e in ogni caso ''i sondaggi ci danno al 5 per cento ed esistiamo da appena una settimana''.
Inoltre Ingroia ha confermato di puntare e contare ancora sulla possibilità di dialogo sia con il Pd sia con Grillo. ''I nostri punti fermi - dice - sono l'alternativa al berlusconismo e al montismo. Non demonizziamo Grillo come antipolitica e non demonizziamo Bersani come partitocrazia. Vogliamo confrontarci sui contenuti''. A proposito del suo inserimento a caratteri cubitali nel simbolo della lista, che tante polemiche ha suscitato, l’ex magistrato si è giustificato affermando: ''io tenevo al nome 'Rivoluzione civile' ma gli esperti d'immagine ci hanno spiegato che c'è troppo poco tempo, che serviva qualcosa di immediatamente riconoscibile'' ma ''non ho alcuna intenzione di fare un partito personale''.
Ma durante la giornata altre polemiche sono state scatenate dalla ripubblicazione, da parte di alcuni siti web, di una dichiarazione dell’ex magistrato che potrebbe renderlo inviso a una parte del suo possibile elettorato. A metà dicembre, quando si cominciava a preventivare la scelta di Ingroia come candidato di punta dell’aggregazione tra i partiti a sinistra del PD, sul suo profilo Facebook “Avvocati liberi” il legale catanese Goffredo D’Antona aveva ricordato quanto il magistrato aveva affermato nel luglio scorso, all’indomani della pur mite sentenza di condanna di alcuni dirigenti delle forze dell’ordine ritenuti responsabili di alcuni reati durante la repressione delle manifestazioni del 2001 contro il G8 di Genova. Durante un’intervista rilasciata ai microfoni del programma La Zanzara condotto da Giuseppe Cruciani e David Parenzo, e riportate da Il Fatto quotidiano del 9 luglio 2012, Ingroia aveva detto:
«La legge va applicata anche nei confronti degli uomini migliori ma la solidarietà dell’ex capo della polizia (Gianni De Gennaro, ndr) nei confronti degli agenti condannati è normale, comprensibile. Non la trovo inopportuna. Gli uomini condannati sono persone valide, alcuni li ho conosciuti anch’io». Affermazioni gravissime secondo D’Antona – che insieme ad altri avvocati etnei dell’Osservatorio dei diritti, è stato promotore proprio di una petizione online in cui si chiedeva al premier Mario Monti di sollevare De Gennaro dal ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – che commentava: «Quindi i casi sono due: o mi date del mafioso, o mi dite che a Genova per strada c’erano fascisti, che quindi si potevano picchiare». E poi ancora, rivolto ai sostenitori del magistrato: «Cari compagni, state facendo un errore gravissimo. Per la speranza di superare lo sbarramento elettorale vi state unendo con difensori dei macellai della Diaz».


Non penso che Ingroia sia un difensore dei macellai di Genova, ma penso sia piuttosto lampante il fatto che la sua candidatura strida non poco con quelli che sono stati i principi fondanti del movimento Cambiare si può.

04/01/2013

Quarto polo in sofferenza

Un sondaggio alimenta le aspettative intorno alla lista con Ingroia, ma dentro Cambiare si può aumentano le divaricazioni. La consultazione via web smentisce le indicazioni della maggioranza dei promotori dell’appello e chiede di procedere rapidamente alla formazione delle liste, con i leader di partito inclusi.

L'ultimo sondaggio, quello di Piepoli, lascia intravedere un 5% di intenzioni di voto per la lista Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia che sembra rosicchiare consensi a Grillo. Si palesa così la luce tanto cercata dopo anni di quorum mancati per i partiti della sinistra ex-parlamentare. Ma il prezzo politico da pagare potrebbe, alla fine, rivelarsi più pesante di un eventuale risultato. Gli arancioni di Ingroia e De Magistris fanno infatti l'andatura e dentro Cambiare si può si acutizzano le contraddizioni interne e le aspettative disattese.

Tra i 70 promotori iniziali dell'appello “Cambiare si può” la stragrande maggioranza si era infatti espressa contro il proseguimento del percorso per la costruzione della lista "Rivoluzione civile" insieme a Ingroia. Solo in 7 si erano pronunciati per la prosecuzione dell'esperienza, ma il voto tramite il web ha clamorosamente ribaltato la situazione". Hanno votato SI 4.468 pari al 64,7% dei votanti; hanno votato NO 2.088 pari al 30,2% dei votanti Si sono astenuti 352 pari al 5,1%. Ma  i voti validi sono stati 6.908 su circa 13.200 aderenti all'Appello (in pratica il 54% di coloro che avevano aderito all’appello “Cambiare si può” e meno delle 10mila persone che, veniva dichiarato, hanno partecipato alle assemblee locali).

All’interno di Cambiare si può si segnala una polemica verso i tre portavoce Livio Pepino, Chiara Sasso e Marco Revelli, i quali erano stati incaricati di “chiudere” l’accordo con Ingroia come premier pur essendo non del tutto d’accordo con questa scelta. I tre (Pepino, Sasso, Revelli) hanno poi scritto di voler rimettere il mandato ricevuto dall’assemblea del 22 dicembre scorso “proprio perché rispettosi della volontà maggioritaria che si è manifestata nel voto, ritenevamo che le persone che con maggior efficacia avrebbero potuto portare avanti il discorso in questa fase delicata del percorso fossero quelle che più condividono la soluzione indicata dai votanti”, ha scritto in una polemica replica lo stesso Marco Revelli, il quale respinge l’accusa di non voler accettare un responso – per quanto parziale – del referendum elettronico che ha deciso di procedere nella coalizione con gli arancioni e Ingroia. “Nessuno si porta via il pallone durante la partita solo perché non vince, al contrario: il pallone è lì, sul campo, a disposizione di tutti, e in cabina di regia ci va chi può fare più goals” scrive Revelli. “Nessuno crede che Cambiare si può abbia esaurito il proprio senso, al contrario, riteniamo che oggi ne abbia più che mai”.

Un appello ai tre a rimanere è stato rivolto dal segretario del Prc torinese Locatelli con una lettera aperta  nella quale scrive che “In particolare mi rivolgo a Voi che in occasione dell’ultimo incontro avete espresso valutazioni molto critiche sulla fattibilità di una convergenza tra percorsi diversi. Vero di percorsi non sempre caratterizzati da una linearità e coerenza di posizioni politiche, ma come non vedere che il risultato fondamentale oggi è rappresentato dalla nascita di una coalizione antimontiana e antiliberista, risultato fino a non molto tempo fa tutt’altro che scontato?” dice Locatelli.

Si comprende che il percorso messo in moto per il quarto polo appaia tutt’altro che semplice. Da un lato Ingroia incassa candidature come quella di Flavio Lotti della Tavola della pace, dall’altro i tempi ristretti e le esigenze divergenti alimentano una rissosità interna che si alimenta di aspettative disattese e frenesia dettata dall’avvicinarsi delle scadenze previste per la presentazione delle liste. Tra l’altro il nodo della candidatura dei leader di partito ai quali era stato richiesto un passo indietro (solo Ferrero aveva accettato mentre Di Pietro, Di liberto e Bonelli non sembrano intenzionati al beau geste) si ripresenta tale e quale. Il resoconto dell’incontro del 30 dicembre tra Ingroia e i tre portavoce di Cambiare si può (Pepino, Sasso e Revelli) riferisce testualmente: “Ogni approfondimento ulteriore è stato interrotto dalla mancata soluzione della questione relativa alla candidabilità dei segretari dei partiti potenzialmente coinvolti nell’impresa (Di Pietro, Diliberto, Ferrero e Bonelli), da noi esclusa in quanto ambigua (per alcuni degli interessati) quanto alla coerenza con il programma (pur a parole accettato) e, in ogni caso, indice di un progetto tutto interno al quadro politico attuale (e alla sua salvaguardia) anziché finalizzato a nuove modalità di partecipazione e di rappresentanza. A fronte di ciò Ingroia ha dichiarato di non essere in grado di assumere impegni, riservandosi un confronto con gli interessati (tutti, peraltro, indisponibili al passo indietro, all’infuori di Ferrero) con successiva ripresa del dialogo con noi e sono state avanzate alcune bizzarre proposte di mediazione come la candidatura dei segretari al secondo posto della lista dopo lo stesso Ingroia, capolista in tutte le circoscrizioni (sic!) chiunque sia il secondo candidato e la sua provenienza.
Questa mattina, Ingroia, esplicitamente interpellato, ha confermato di non poter escludere quelle candidature (e, con esse, quelle delle burocrazie dei partiti)” scrivono Pepino, Sasso e Revelli. Un esplicito sostegno alla coalizione “Rivoluzione civile” e al ruolo decisivo dei partiti al suo interno, arriva dallo storico torinese Angelo D'Orsi, non certo tenero verso gli altri professori dell'appello Cambiare si può. Secondo D'Orsi “Non possiamo rinfacciare scelte sbagliate, errori di valutazione, decisioni politiche improvvide, di cinque, dieci, quindici o vent’anni fa: occorre guardare al futuro, che è già qui, e dobbiamo decidere se vogliamo provare a incidere su di esso, o lasciarlo tutto nelle mani di Bersani e Monti, probabili alleati di domani”.

Lo scenario dunque è tutt’altro che lineare. Alla fine a qualche conclusione si arriverà, ma sarà una acconciatura gracile, troppo gracile per reggere al peso del conflitto e delle contraddizioni con cui occorrerà fare i conti subito dopo le elezioni. L’eventuale e tutt’ora incerto risultato di una pattuglia di deputati in Parlamento, appare tutt’altro che salvifico, sia sul piano politico che su quello di una strategia di resistenza e iniziativa dentro la crisi. Il rischio per i partiti della sinistra ex-parlamentare appare assai peggiore di quello dei "gattini ciechi" dovuti alla gatta presciolosa.

Fonte

28/12/2012

Gli arancioni: che fare?

A quanto pare la lista arancione ci sarà, ma le cose non sono affatto semplici. Conosco molti dei promotori della lista, a cominciare da Antonio Ingroia di cui sono stato consulente e con il quale ho sempre mantenuto un ottimo rapporto personale; per di più, nella lista confluiscono gruppi e forze politiche che sono una parte significativa della mia vita militante, la cultura politica di molte componenti è sicuramente quella più vicina a me, per cui  ho ottime ragioni per guardare con simpatia a questa aggregazione ed augurarle il miglior successo possibile. Sfortunatamente temo che i miei auguri siano destinati ad essere disattesi: spero che la lista riesca ad entrare in Parlamento ma temo fortemente  che la partita sia gravemente compromessa.
In primo luogo mi pare una sorta di adunata dei refrattari, che mette insieme genuini tentativi di rinnovamento politico con il riciclaggio di vecchi apparati, il tutto nel segno della massima disomogeneità politica, salvo l’atto di fede nel condottiero. Messa così, sembra che anche gli arancioni abbiamo trovato il loro Uomo della Provvidenza…

Capisco che quando si assembla una cosa così confusa ed affrettata ci voglia un nome di richiamo per attirare gli elettori, ma qui il rischio è che il nome faccia da foglia di fico alla nudità programmatica dell’operazione. Ingroia, peraltro, ci mette del suo. Proprio perché gli sono amico mi permetto di parlare in questo modo (che peraltro è l’unico che conosco, non essendo abituato a fare sconti a nessuno): sta esagerando a fare il prezioso. Ha già perso troppo tempo a dire “forse si forse no. Ora mi consulto”. A questo punto, peraltro, che altra scelta avrebbe? Tornare a fare il magistrato, come se niente fosse, dopo essere stato il quasi candidato alla Presidenza del Consiglio di uno schieramento politico? La vedo un po’ dura. Poi, personalmente non sono d’accordo con la sua tesi del diritto del magistrato a fare politica militante e candidarsi. Beninteso: Ingroia e De Magistris sono solo gli ultimi di una lunghissima serie diventata alluvione dopo il 1994 sia a sinistra sia a destra. So che la Costituzione non prevede nulla in proposito, ma a me non farebbe nessun piacere essere indagato da un Pm che è stato capolista di Forza Nuova o del partito di La Russa, ed allora perché  un cittadino con simpatie di destra dovrebbe gradire un pm che ha capeggiato una lista di sinistra? Non è una cosa contra legem ma un minimo di senso dell’opportunità suggerirebbe un comportamento diverso.

E meno che mai mi convince che un quasi candidato che ancora non sa se si o no, proponga un suo decalogo. Come dire “Se mi volete, questa è la vostra linea politica”, cos’è? L’Agenda Ingroia?!

Però è anche vero che questo melange di relitti di naufragio (Rifondazione, Pdci, Idv, forse Verdi ecc.), di micro movimenti ed associazioni di Lilliput, politicamente non esprime nulla. Che idea di società ha? Che analisi della crisi? Che proposte sull’economia e la finanza? Zero, più Zero, più Zero, nella speranza che la somma faccia qualcosa.

Insomma quando Fassina dice “non abbiamo capito che pesci siete”, non è che abbia tutti i torti. E così l’unica cosa che mette d’accordo tutti è la lotta alla Mafia. Non che il tema non sia importante (e non credo che nessuno possa accusarmi di essere poco sensibile alla questione), ma non è l’unico e nemmeno il primo in ordine di importanza, vogliamo dircelo?

Poi questa cosa così abborracciata, all’ultimo momento non promette bene: siamo a 59 giorni dal voto e non sappiamo né che nome avrà, né che simbolo, né quale è il programma, né chi saranno i candidati e tantomeno come saranno scelti o come funzionerà questo polpettone il giorno dopo le elezioni. Non sappiamo neppure se il polo sarà indipendente da quello del Pd per propria scelta o perché è il Pd a non volere arancioni fra i piedi.

Mi sembra una riedizione minoritaria e peggiorata dell’Arcobaleno anzi, per essere sincero, mi ricorda troppo da vicino l’infelicissima esperienza di Nuova Sinistra Unita (e chi ha vissuto quell'esperienza sa cosa sto dicendo). Per di più, con questo sistema elettorale, l’operazione è molto ardua: se gli arancioni si apparentano con la coalizione Pd, gli basterebbe il 2% per entrare in Parlamento, ma rischierebbero di perdersi per strada la metà dei già radi consensi, se stanno fuori, fanno il pieno, ma devono raggiungere il 4%.

Insomma: probabilmente li voterò, ma con molto scetticismo sulla riuscita.

Fonte

Non so chi legge, ma io con ste premesse scricchiolanti sotto i piedi (arancioni, Movimento 5 Stelle ecc.) mi sento sempre più attratto dall'astensione.
Perché la domanda, alla fine dei giochi, è una sola: a che pro votare sta gente? La risposta "per il voto utile" ovviamente non è contemplata.

26/12/2012

Io non ci sto

Credo che Antonio Ingroia abbia fatto un lavoro meticoloso sul fronte dell'antimafia e che in quella veste sia finito, ingiustamente, sotto gli attacchi di un establishment che si crede intoccabile. Come è già accaduto altre volte, se vuole davvero buttare a mare quello che ha costruito, nel tentativo, opinabile ma reale, di tenere viva la memoria della stagione antimafia, non ha che da svendere la sua carriera al protagonismo politico e parlamentare. Per questo non condividiamo affatto la scelta, ove questa fosse decisa venerdì, di candidarsi alla testa della lista “arancione”. Del resto, è la stessa opinione oggi espressa da interlocutori molto vicini allo stesso Ingroia, come Antonio Padellaro e Peter Gomez, direttori del Fatto quotidiano e della sua edizione online. Con argomenti largamente condivisibili.

Si potrebbe fare anche un bilancio dell'attività dei magistrati in politica per rendersi conto che è sostanzialmente fallimentare. Cosa è rimasto, dopo venti anni, di Antonio Di Pietro e cosa resterà di Luigi De Magistris? Non ha forse prodotto di più, sul piano della difesa dello stato di diritto e della legge, l'attività di un magistrato come Ilda Boccassini, quale che sia l'opinione che se ne abbia, che diversi anni di attività parlamentare di Di Pietro o dei tanti magistrati “democratici”?
I giudici, in realtà, in una democrazia fondata sulla divisione e sull'equilibrio dei poteri, dovrebbero fare i giudici e, semmai volessero dedicarsi alla politica, dovrebbero lasciare la loro carriera e ricominciare da capo. La commistione tra chi deve far rispettare le leggi e chi le deve formulare non è sana.


Nel caso specifico, poi, ci sono due altri problemi, squisitamente politici. Il primo attiene al programma. Leggendo l'appello “Io ci sto” con il quale Ingroia, assieme al sindaco di Palermo Leoluca Orlando, lancia di fatto la sua candidatura – ma vedremo se davvero sarà ufficializzata venerdì 21 al cinema Capranica – propone un programma improntato alla legalità come chiave per rispondere alla crisi. In controluce si legge la considerazione che a soffocare l'economia italiana ed europea sia una serie di lacci, burocratici, illegali, corruttivi, di cui il sistema sociale ed economico deve liberarsi per tornare a respirare. Tanto che si indica un punto, il 6, molto esaustivo su questa linea: “Vogliamo che gli imprenditori – si legge - possano sviluppare progetti, ricerca e prodotti senza essere soffocati dalla finanza, dalla burocrazia e dalle tasse”. Un orientamento liberal-democratico, legittimo quanto non condivisibile. In realtà vi si legge una curiosa contraddizione tra chi si è dedicato a contrastare, sul piano del diritto e della cultura giuridica, il pensiero berlusconiano e ora ne ripropone l'essenziale, l'idea, cioè, di un'impresa svincolata da “lacci e lacciuoli”. Che poi gli altri punti indicati mettano in risalto la laicità dello Stato, la scuola pubblica, l'ambiente o, addirittura, la democrazia nei luoghi di lavoro o il ripristino dell'articolo 18, conferma la contraddittorietà delle posizioni.

Ma c'è ancora un altro punto poco felice in questa storia, il metodo con cui si sta gestendo la formazione del “quarto polo” e la nascita di una lista “arancione”. Sabato e domenica scorsi, ne abbiamo scritto qui sul megafono, si sono svolte un centinaio di assemblee con diverse migliaia di partecipanti (circa 5-6000 a una stima approssimata). Sono state prese decisioni da riversare nell'assemblea nazionale di “Cambiare si può” del 22 dicembre al teatro Quirino. Il fatto che Ingroia si appoggi ai partiti organizzati per costruire l'evento clou del 21 dicembre, sempre a Roma (al cinema Capranica), non depone a favore di un processo democratico e includente. La democrazia è sempre un processo faticoso e ne andrebbero rispettate le logiche, i tempi e soprattutto le persone.
L'ipotesi del quarto polo e della lista arancione costituisce una buona idea proprio perchè permette di ricreare spazi comuni in cui ricostruire dialogo, discussione, confronto e magari azioni partecipate. Il cappello di un nuovo leaderismo, probabilmente decisivo per un risultato elettorale finale (comunque da dimostrare), non è il miglior viatico per far nascere un progetto destinato a durare nel tempo. L'esperienza passata dovrebbe offrire più di una lezione.


P.S. Se scrivo queste cose è perché privo di alcuna ambizione politica e, tanto meno, parlamentare. Resto convinto che, nella particolare fase politica italiana, chiunque abbia ricoperto ruoli istituzionali, sia pure marginali o in controtendenza, debba comunque fare dei passi a lato. Per quanto mi riguarda, poi, la cosa è molto più semplice sia perché ho scelto di svolgere totalmente l'attività giornalista ed editoriale sia perché convinto che, per diversi anni almeno, la rifondazione di una politica alternativa al pensiero unico si darà quasi esclusivamente nel vivo dei movimenti.

Fonte 

Anche questa lista arancione mi pare si prospetti come l'ennesima sola che finirà per marginalizzare nuovamente una fetta di società che meriterebbe ben di meglio.