Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/09/2025

[Contributo al dibattito] - Il settantismo malattia senile del reducismo

Una decina di anni fa affrontavamo la questione della «generazione scomparsa», composta da quei militanti «di movimento» nati negli anni Settanta. Da quel decennio, più ancora che indiscutibili ricchezze, tali militanti hanno ereditato innanzitutto un complesso: «quello dell’essere arrivati tardi». La fonte di ispirazione è diventata mitologia, i rapporti intergenerazionali si sono non di rado trasformati in accettata subalternità pedagogica, la venerazione di una memoria iconica è sfociata nel torcicollo politico, cioè nell’incapacità di guardare alle complessità del presente per fuggire in un passato spesso caricaturale. D’altro canto, molti di coloro che hanno vissuto politicamente quel decennio, con il passare del tempo, sono stati vittime della nostalgia canaglia, in primo luogo quella per la trascorsa gioventù: così, anziché mettere al servizio dell’oggi i limiti della loro esperienza, l’hanno trasfigurata in metro di misura della verità, in memorialistica picaresca, o in uno spaghetti western. Come se bastasse lo spirito d’avventura o l’eroismo combattentistico individuale a cambiare le sorti di un mondo senza tempo, indipendentemente dal contesto storico e dalle composizioni sociali. Questo articolo spiega come la necessità di lottare contro la dominante rimozione degli anni Settanta sia stata sublimata nell’ideologia del «settantismo». E in alcuni ambienti la toppa è stata forse peggiore del buco.

Oggi il problema del settantismo riguarda bolle sempre più residuali e anagraficamente connotate, orfane di quello che fu il Movimento (con la maiuscola, portato dell’anomalia italiana) e nello sfarinamento del «noi», che di epoca in epoca esiste solo come prodotto di un processo collettivo. Tuttavia, tale problema interroga più complessivamente la produzione editoriale e politica di conoscenza sul passato, la necessità di liberarsi dalla memoria per agire nel presente, le possibilità di riallacciare i fili di una storia lunga senza farsi schiacciare dal peso di ciò che non tornerà mai più. O per dirla ancora con Mahler, lasciando l’adorazione delle ceneri a chi non ha più alcun fuoco da custodire. (G.R.)

*****

Una dozzina di anni fa uscì un formidabile libro di Sergio Luzzatto, Partigia. Lo storico, a partire da un fugace riferimento contenuto in un suo romanzo, indaga la breve esperienza partigiana di Primo Levi in Valle d’Aosta e il «segreto brutto» a cui fa cenno in quelle pagine. Si tratta dell’esecuzione di alcuni partigiani da parte della loro banda, perché colpevoli di aver rubato della farina a contadini del luogo. Il punto di vista di Luzzatto è chiaro, dall’inizio alla fine: è un punto di vista partigiano, che guida il suo rigore di storico, e proprio perciò non accetta una visione del mondo ispirata ai cartoni animati di Walt Disney. In Partigia l’autore ci vuole restituire la tragica grandiosità dell’esperienza partigiana, fino alla necessità di prendere decisioni spietate in fasi in cui il tempo per farlo è poco e gli sbagli possono costare la sconfitta, la cattura, la vita di tante persone. Ancor di più, vuole reincarnare la storia, cioè demitizzarla. Perché, ci dice, proprio la costruzione del mito della Resistenza è servita alla sua depoliticizzazione, ad archiviarla, a porvi fine, a recidere i possibili legami di continuità con quello che è venuto dopo: la pacificazione democratica.

A sinistra, apriti cielo. Il libro è stato condannato, da alcuni addirittura – affermavano tronfi – senza bisogno di leggerlo. Pesante come un macigno è così istantaneamente arrivata la più grande e inappellabile delle scomuniche: revisionismo storico. Come se la conoscenza storica non fosse, in sé, una continua revisione, ovvero un’interminabile ricerca volta a fare nuova luce non solo sul passato ma innanzitutto sul presente. Tuttavia, si sa, quando si rifiuta la discussione nel nome della scomunica, la politica cede il passo alla teologia. In questo campo, dunque, non possono che esistere categorie morali ed edificanti parabole in cui i buoni sono senza peccato, preda di cattivi assetati di sangue. Il punto di vista si riduce a pura ideologia, cioè a vescica gonfia d'aria.

Perché abbiamo perso?

Una sorte analoga è toccata agli anni Settanta. Forse ancora peggiore. Perché quel decennio è stato sottratto al processo storico e stritolato in una tenaglia: dalla parte dei vincitori la condanna, dalla parte dei vinti la mitologia. In entrambi i casi, la rimozione di ciò che è materialmente stato. Icona del male o icona del bene, da maledire o da venerare, gli anni Settanta sono tumulati in una rappresentazione disincarnata e, perciò, politicamente inservibile. Soffermiamoci sulla nostra, di parte, perché quello che fa l’altra possiamo darlo per scontato.

Sia chiaro, a scanso di equivoci. C’è stata una fase in cui probabilmente era importante raccontare gli anni Settanta, sottrarli alla narrazione dominante. Quel racconto, però, è diventato prima discutibile apologia, poi stucchevole nostalgia. Salvo rare eccezioni, ci sono libri scritti da compagni che, dopo averli letti, ti sembra di capire meno di prima. Era tutto bello ed entusiasmante, le cose andavano a gonfie vele, ci si divertiva un sacco ed eravamo fortissimi. E allora, perché abbiamo perso? Di fronte alla complessa durezza della sconfitta, molti hanno preferito imboccare la scorciatoia dell’auto giustificazione: perché il nemico è cattivo, questa resta l’unica risposta. Risposta ancora una volta morale, non politica. Risposta ipocrita, perché l’obiezione è ovvia: perché il nemico avrebbe dovuto essere buono con chi lo voleva distruggere? È come voler vincere la Champions League e lamentarsi se gli avversari te lo impediscono.

Gli anni Settanta della sovversione, come altri periodi storici, dovrebbero essere ripercorsi con un metodo simile a quello di Luzzatto. Reincarnandoli in composizioni di forza storicamente determinate, cioè facendone emergere punti di forza e di contraddizione, ricchezze e limiti, avanzamenti e buchi neri, grandezza e tragedia. Domandandosi il perché delle insorgenze e il perché dei «segreti brutti». Partendo dal fatto che si tratta di una fase conclusa e perciò non ripetibile. È quello che abbiamo provato a fare, ormai un quarto di secolo fa, con Futuro anteriore, il cui sottotitolo non a caso recitava Dai «Quaderni rossi» al movimento globale: ricchezze e limiti dell’operaismo italiano. Non sta a noi giudicarne i risultati, certamente possiamo dire che è stata un’esperienza fondamentale, almeno per chi l’ha fatta: si è trattato di un incontro di generazioni militanti e non di subalterna ammirazione, di analisi critica del passato e non di mera trasmissione di memoria, di riflessione comune sulle discontinuità e non di un grottesco tentativo di riesumare un cadavere.

Restituire Peckinpah al cinema

Nel frattempo dai mitologici Settanta è passato ormai mezzo secolo, lo stesso lasso di tempo che intercorreva dal ’17 al ’68. Se allora la riproposizione del modello di organizzazione bolscevica fu un catastrofico errore, altrettanto possiamo dire oggi di ogni tentativo di riproporre modelli organizzativi che, tra l’altro, al palazzo d’inverno neanche si sono avvicinati. Nel frattempo, soprattutto a partire dagli anni Novanta e con un incremento esponenziale negli ultimi dieci-quindici anni, la letteratura sul leggendario decennio si è moltiplicata. Dal desiderio politico di ripensare e comprendere, si è via via passati alla memorialistica individuale, fino a raccontini grottescamente eroici e picareschi. Insomma, Il mucchio selvaggio è un film straordinario, ma averlo trasformato in un programma politico è stato prima tragico e poi farsesco. E quando la radicalità politica è diventata il folclore del gesto, e la critica delle armi ha cancellato le armi della critica, lì dobbiamo trovare una parte delle ragioni se non della sconfitta, certo del naufragio.

Ecco, tra i limiti di quelle esperienze ci interessano prioritariamente quelli della soggettività. Analizzando, ad esempio, le parabole biografiche dei militanti: da dove vengono e dove sono andati, prima e dopo che quelle parabole si incrociassero in una storia collettiva. Anche in questo caso, è piuttosto inutile cavarsela con giudizi morali, tesi a esaltare la coerenza di chi ha tenuto botta contro il tradimento di chi si è ritirato a vita privata, o ha fatto carriera, oppure – bestemmia delle bestemmie – di coloro che si sono pentiti. Già, perché come è possibile che chi fino a un certo punto veniva ritenuto un affidabile militante di organizzazione, subito dopo sia stato semplicemente liquidato come un debole o un infame, come se nulla avessimo noi a che fare con quella produzione di soggettività? Anche in questo caso vi è all’opera una rimozione, con lo scopo di giustificare le scelte dell’organizzazione, cioè le nostre.

Non vogliamo qui scadere in un becero determinismo, né ripescare sic et simpliciter quel vecchio arnese marxista per cui l’essere determina la coscienza. Però dovremmo partire da una banale constatazione: l’ambiente sociale ha fatto del movimento un polo di attrazione e immaginario. Per consistenti minoranze farne parte è stato come oggi cantare la trap: una cosa figa. Ambiente sociale significa storia, conflitto, processi produttivi e resistenza, dominio e sabotaggio. Allora da questa angolazione sì, sono stati gli anni Settanta a fare i militanti. O meglio, parafrasando qui il Marx del 18 brumaio, i militanti hanno fatto gli anni Settanta, ma non li hanno fatti in modo arbitrario, in condizioni scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi si sono trovati immediatamente davanti. In assenza di tale consapevolezza, quel periodo storico diventa una caricaturale epopea di individui coraggiosi e sprezzanti del pericolo. Ma per i rivoluzionari il coraggio è innanzitutto quello della decisione politica dentro le possibilità di una composizione sociale specifica, non è mai il coraggio dei muscoli, delle armi e delle avventure solitarie. Quando ci si dimentica queste cose, anche chi allora non ne ha fatto parte, o peggio ne ha subito le conseguenze, finisce retrospettivamente per esaltare le funeste gesta dei gruppetti combattenti.

Per farla breve: non è un merito aver vissuto gli anni Settanta, non è un demerito non averlo fatto. È pura casualità. E, detto per inciso, ci vuole molto più fegato a essere militanti oggi che allora. Perché è molto più semplice rischiare la galera in tanti che rischiare il ridicolo da soli.

Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia

Chissà perché molte storie dei reduci su com’era verde la loro valle sono costantemente circondate da aloni di esaltazione adrenalinica, trench di riconoscimento, fumo e alcol, come se la rivoluzione fosse un’eterna gita adolescenziale. Euforia dell’ora, a cui inevitabilmente segue la depressione del poi. E questo poi depresso significa reducismo. Attenzione. Ci riferiamo al reduce come condizione soggettiva e non oggettiva. Non si è reduci, lo si diventa. E quando si diventa reduci, si cessa di essere militanti; più in generale, si smette di pensare e di vivere nel presente. Del resto, quella sindrome si tramanda di generazione in generazione. Il cringe dei discorsi che cominciano con «ai miei tempi» è sempre in agguato: è il rimpianto per la giovinezza perduta, è il livore per chi rivendica la libertà di vivere la propria. Tanto che, negli ultimi anni, la sindrome del centrosocialismo è la piccola continuazione del settantismo con gli stessi mezzi. Non c’è più la nostalgia di una volta, sentenziava Simone Signoret.

La patologia reducista è stata amplificata dai social network. Se un tempo era il bar del paese la sede deputata alle spacconerie dei pescatori sulle dimensioni delle prede, adesso ai settantisti non pare vero di poter combattere la solitudine trasformando facebook in una permanente associazione autogestita combattenti e reduci. Sembra di assistere, quotidianamente, alla piccola riproposizione di un altro gran bel film: Goodbye Lenin. Se lì il protagonista ricostruiva il socialismo in una stanza, qui gli attempati reduci ricostruiscono gli anni Settanta in una bacheca: e avanti di slogan, volantini, foto, ricordi, litigi, polemiche, rotture. Come se nulla fosse cambiato. Come se il tempo si fosse congelato. Anche quando apparentemente parlano o più spesso litigano su ciò che li circonda, altro non è che una proiezione dei fantasmi che abitano le loro menti. E se la realtà se ne infischia, tanto peggio per la realtà. Nel capitalismo delle piattaforme c’è spazio per i terrapiattisti, vuoi che non trovi cittadinanza la bolla dei settantisti?

Per farla finita, con l’articolo e soprattutto con questa sindrome

Nel secolo scorso in Italia c’è stata una grande anomalia, radicata nella forza delle lotte operaie e dei movimenti autonomi degli anni Sessanta e Settanta. È questa anomalia che ha portato, fino a tempi recenti, a parlare di Movimento con la lettera maiuscola. Non una mobilitazione temporalmente delimitata, single issue come si dice nel mondo anglosassone, bensì uno spazio permanente di organizzazione autonoma. Andavate fuori dai confini nazionali e non vi potevano capire. Quell’anomalia è finita, e con essa la lettera maiuscola. I movimenti a venire non avranno alcuna continuità con il Movimento. Ed è bene che sia così.

Il punto siamo noi, qualunque confine vogliate indicare con questa parola che è tornata a essere un generico pronome – perché categoria politica lo diviene solo dentro un processo collettivo. Quel noi è stato frantumato non dalle sconfitte, ma dall’incapacità di analizzarle. Il reducismo è proprio l’essenza del pensiero della sconfitta, perché traveste la solitudine nell’accettazione del presente da patetica agiografia dei bei tempi andati. Finché non ci libereremo della sindrome del settantismo, la nostra capacità di capire, e dunque di agire, sarà tumulata in una cappa di piombo. Sotto quella cappa di memoria stantia e ridicolmente nostalgica, giacciono anche le ricchezze di quei «maledetti» anni Settanta. Per liberare loro e noi stessi, dobbiamo allora liberarci dalla memoria settantista. Proprio quei Settanta, nella loro parte migliore, e l’operaismo ancor prima, hanno produttivamente praticato il nietzscheano elogio dell’assenza di quella memoria idolatrica di cui ci parla Luzzatto. Non c’è rottura possibile, dunque, se non si ha il coraggio di rompere con le sacre icone della nostra storia. Liberarci dalla memoria, infatti, significa aprirci allo stupore del presente. Perché ogni tempo ha i propri immaginari, linguaggi, desideri, pratiche, possibilità. E come dice il poeta, chi non sa dimenticare il suo primo amore non potrà mai conoscere l’ultimo.

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20/06/2025

Quando i movimenti contro la guerra e la “politica” si dividono

Pillole di storia recente. Tratto da “La Storia anomala” (terzo volume) di imminente uscita.

“A luglio 2006 la missione italiana in Afghanistan deve essere rinnovata con il voto del Parlamento. Una pattuglia di senatori e deputati del Prc e del PdCI, più collegati con i movimenti contro la guerra che si erano attivati nel paese dal 2003 in poi, annunciano la disponibilità a votare contro il rinnovo della missione militare in Afghanistan, una scelta che indubbiamente avrebbe messo in minoranza il governo Prodi intenzionato invece a mantenere gli impegni militari con la Nato e gli Usa.

La pressione contro questa pattuglia di parlamentari diventa fortissima. I compagni della RdC, non da soli ovviamente, capiscono che intorno a questi senatori e deputati occorre costruire un forte cordone di protezione e consenso politico che ne sostenga la scelta antiguerra.

In pieno luglio viene organizzata una grande e partecipatissima assemblea al centro congresso Frentani a Roma. Sala gremita, attestati di solidarietà giungono da personalità di ambiti assai diversi (da Gino Strada a Beppe Grillo). Vengono create tutte le condizioni affinché chi in Parlamento si schiererà contro il proseguimento dell’impegno militare italiano sarà tutt’altro che isolato.

Ma al momento delle scelte prevale però l’opportunismo e con mille giravolte tutti i membri dei gruppi parlamentari del Prc e del PdCI alla fine voteranno a favore del rinnovo della missione militare in Afghanistan. Si consuma così una prima rottura tra movimenti e partiti di sinistra presenti in Parlamento. Nelle piazze volano parole grosse e nelle relazioni si incrinano amicizie e attestati di stima costruiti negli anni.

A marzo del 2007 le cose anche in Parlamento diventano più chiare. In una mozione sulla politica estera del governo Prodi, un deputato del Prc (Franco Turigliatto) e un senatore del PdCI (Ferdinando Rossi) rompono le righe e votano contro le indicazioni dei loro gruppi parlamentari, mandando sotto il governo e provocando un terremoto politico. Entrambi verranno espulsi dai rispettivi partiti. Altri deputati e senatori dei due partiti, sollecitati a fare altrettanto, invece tradiranno le aspettative di tante compagne e compagni e si allineeranno alle indicazioni dei gruppi parlamentari di Prc e PdCI a supporto del governo Prodi.

Si consuma così una seconda e forse più profonda rottura politica tra gli esponenti dei partiti della sinistra in Parlamento e il loro popolo.

Gli esiti di questa rottura diventeranno clamorosi l’anno successivo (il 2008) con il fallimento elettorale della Lista Arcobaleno (costituita da Prc, PdCI e Verdi) e l’esclusione di questi partiti dalla presenza parlamentare, una assenza che perdura tuttora.

Eppure la manifestazione più clamorosa di questa rottura si rivelerà il 9 giugno 2007 in occasione della visita del presidente Usa Bush in Italia.

I movimenti sociali e antiguerra insieme ai sindacati di base convocano una manifestazione nazionale a Roma da Piazza della Repubblica a Piazza Navona contro la visita di Bush. I partiti della sinistra parlamentare (Prc e PdCI), per non entrare in contraddizione con il loro sostegno al governo Prodi, non partecipano alla manifestazione ma convocano a Piazza del Popolo una piazza alternativa al corteo.

Prima del 9 giugno, come è consuetudine, parte un appello dei soliti “pontieri” per ricongiungere le due manifestazioni. La Rete dei Comunisti in un comunicato risponde così a questi appelli: “Vogliamo dire che non possiamo condividere il loro appello perché è ormai dal luglio del 2006 che con molti dei firmatari le strade si sono divise e che il movimento No War (o parte di esso) è stato costretto da solo in tutti questi mesi a dare continuità agli obiettivi e alle battaglie condivise fino... al luglio 2006.

Lo ha fatto a luglio mentre in Parlamento si votava a favore del mantenimento della missione militare in Afghanistan e poi mentre Israele bombardava il Libano, lo ha fatto a settembre segnalando perplessità e contrarietà sulla nuova missione militare italiana in Libano, lo ha fatto a Novembre sulla Palestina (anche lì dividendosi sui contenuti in due piazze diverse e distinte), lo ha fatto a febbraio a Vicenza, lo ha fatto a marzo con la manifestazione del 19 e con i presidi sotto il Senato mentre nelle aule parlamentari si votava nuovamente a favore della missione militare in Afghanistan. Lo farà anche a giugno perché gli elicotteri Mangusta, i carri armati e nuovi soldati vengono inviati in Afghanistan nonostante ad aprile molti avessero dichiarato che non avrebbero mai accettato l’invio dei Mangusta, di altri soldati e armamenti nel mattatoio afgano.

Il 9 giugno a Roma ci saranno due manifestazioni perché questa realtà è il risultato dei fatti concreti sopraelencati. Ci sarà un corteo che attraverserà la capitale numeroso, partecipato, pacifico e animato da quelli che in questi dieci mesi non hanno rinunciato a contenuti e iniziative contro la guerra e ci sarà una piazza tematica animata dai partiti e dalle associazioni che tuttora sostengono e collaborano con il governo Prodi e le sue scelte concrete (….) Oggi non si può chiedere ai movimenti No War né a nessun altro di “non disturbare il manovratore”, è tempo che si abbia finalmente rispetto dell’autonomia dei movimenti dalle contingenze della “politica”.

La rottura è totale e produce una onda lunga che si riverbererà nel tempo. Il 9 giugno un enorme corteo contro la visita di Bush, la guerra e il governo Prodi, sfila per le strade di Roma cogliendo il sentimento diffuso nella sinistra e nei movimenti sociali del paese. I partiti della sinistra parlamentare si ritrovano isolati in una Piazza del Popolo semi deserta ma soprattutto disertata. Contropiano esce con un titolo significativo: “Una sinistra senza popolo”.

Da “La Storia anomala” (terzo volume) di prossima uscita

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10/07/2024

Cile - Il governo di Boric attacca i movimenti popolari

Alle 6 della mattina di sabato 6 luglio, i Carabineros militarizzati della polizia hanno fatto irruzione in massa nella mensa popolare “Luisa Toledo” e nella stazione radio dentro il quartiere popolare di Villa Francia nel Municipio Estación Central di Santiago del Cile. Truppe con armi da combattimento militare procedevano nell’incursione come se la sala da pranzo fosse un campo di battaglia. L’aggressione subita dalla comunità, senza giustificazione né ordine del tribunale, è stata ordinata dal Ministero degli Interni dell’amministrazione Boric.

Villa Francia, nata nel 1960 dal lavoro di circa 1500 famiglie che precedentemente vivevano nelle “poblaciones callampa”, le baraccopoli create dal governo del Presidente Carlos Ibáñez del Campo, è stata migliorata durante il governo di Salvador Allende ed è diventata uno storico bastione icona della resistenza popolare alla dittatura di Pinochet. Ha una consistente e agguerrita storia di barricate e autogestione. Lì ha vissuto e operato il famoso prete operaio Mariano Puga, morto nel 2020 accompagnato e compianto da tutta la popolazione. Questo quartiere ha mantenuto la sua combattività e capacità di resistenza anche contro la transizione neoliberista che si è impadronita del Cile dalla Concertacion ad oggi.

Quella strana democrazia, che si è sviluppata in una forma molto protetta e ristretta, ha trovato in Villa Francia un antagonismo con una capacità di costruzione positiva che neanche la repressione violenta di Pinochet era riuscita a piegare. Al suo interno sono state create strutture di base popolari solidali come la mensa popolare per i non abbienti, locali di gioco per i bambini, centri culturali, luoghi di riunione per i cittadini, una radio popolare che fornisce le notizie non falsate dai media ufficiali, un sistema di avvocati di supporto nelle materie giudiziarie, terreni coltivati a orto, piantumazione di alberi nativi, ecc.

Questa sua combattività e capacità di resistenza l’ha resa oggetto di politiche repressive da parte dei vari governi da Pinochet in poi. La repressione di questa “poblacion” è stata costantemente denunciata dall’emblematica leader rivoluzionaria Luisa Toledo (morta nel 2021) insieme al suo compagno Manuel Vergara, genitori dei combattenti sociali del MIR, Rafael, Eduardo e Pablo Vergara Toledo, tutti e tre assassinati durante la dittatura. E proprio questo 6 luglio la comunità stava preparando un evento culturale per commemorare un altro anniversario dalla loro morte.

Le incursioni militarizzate di sabato non si sono limitate a Villa Francia, ma hanno colpito cinque comuni della regione metropolitana: Santiago, Estación Central, La Granja, Macul e Maipú. Le procedure sono state eseguite “nell’ambito di casi riguardanti attacchi con ordigni esplosivi e la legge sulle armi”. Nuove leggi del governo “femminista” e “progressista” del Presidente Boric, che conta la presenza del Partito Comunista al suo interno, o almeno di una parte di quel Partito che si è accomodata sulle poltrone, mentre un’altra parte, alla luce della realtà dei fatti concreti portati avanti da questo governo, ne sta cominciando a prendere le distanze.

L’ultimo rapporto della polizia indica che durante la giornata sono state arrestate 13 persone. Tuttavia, l’avvocato del Difensore civico popolare, María Rivera, ha precisato che “nell'udienza di controllo della detenzione delle incursioni a Villa Francia, siamo riusciti a far decretare illegale la detenzione di coloro che erano a Radio Villa Francia”, cioè 9 di questi 13 si mostrano come evidenti casi di montaggi polizieschi.

Queste azioni repressive rientrano nella cosiddetta “repressione dovuta al sospetto”, tipica degli Stati autoritari e delle “democrazie” neoliberiste rappresentanti dei poteri forti più che della popolazione. Un po’ come il “terrorismo della parola” del Disegno di Legge n.1660 di recente conio in Italia. In Cile, come anche alle nostre latitudini, tutto è mirato alla repressione del dissenso.

In Cile l’estrema destra segnala e il governo esegue... (In Italia il governo fa tutte e due le parti...) sperando di prevenire così una nuova esplosione sociale (come quella dell’ottobre del 2019) che potrebbe derivare questa volta dall’aumento delle bollette elettriche, dal calo reale dei salari, dall’intensificarsi delle disuguaglianze sociali e dal peggioramento della vita della stragrande maggioranza della popolazione.

Ma la formula della repressione violenta e di massa nei quartieri popolari “ribelli” non è l’unica modalità messa in atto dal governo Boric per non disturbare il manovratore (grandi capitali nazionali e multinazionali, latifondi e imprese forestali), si serve anche della modalità più raffinata e moderna, ma non meno distruttiva, del lawfare per screditare e, soprattutto carcerare (come Lula e Dilma…) e mettere quindi fuori gioco i personaggi scomodi che con ruoli anche istituzionali creano situazioni non apprezzate e potenzialmente distruttive per i padroni delle ferriere, che tirano i fili dentro e fuori del governo.

Daniel Jadue, il sindaco del Municipio di Recoleta, ad esempio è stato recentemente imprigionato con false accuse di corruzione e interesse privato. Non potevano fare diversamente per togliersi dai piedi un comunista che stava distruggendo gli ultraprofitti delle multinazionali farmaceutiche creando le Farmacie Popolari e facendo azioni concrete per risolvere i problemi dell’abitare nel suo Municipio, oltre ad altre cose molto apprezzate dalla popolazione, e molto meno dai grandi capitali.

Inutile ricordare che anche la lotta delle Organizzazioni Mapuche contro il furto delle loro terre è stato ed è costantemente oggetto della repressione militare e giudiziaria. Ne abbiamo parlato tante volte da questo giornale.

Qui di seguito alcuni link utili per inquadrare queste vicende:

https://www.resumenlatinoamericano.org/2024/07/06/chile-el-frente-amplio-infiltrados-del-progresismo-globalista-para-desarticular-el-movimiento-popular/

https://liberacion.cl/2024/07/07/chile-gobierno-de-boric-allana-violentamente-comunas-populares-y-ejecuta-detenciones-ilegales-un-nuevo-montaje/

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23/06/2024

“Rivendico di aver partecipato alle lotte per la casa e ne sostengo il movimento”

“Sì, lo confesso! Sono stata una militante del movimento di lotta per la casa che negli anni ha dato battaglia sul tema del diritto all’abitare, a Milano e in tutta Italia” scrive Ilaria Salis, per 13 mesi in carcere a Budapest per antifascismo ed ora eletta come europarlamentare.

In un post Ilaria Salis replica per le rime alla campagna diffamatoria della stampa di destra e dei parlamentari neofascisti. Cosa aggiungere? Ben detto e ben fatto Ilaria Salis!!

Riprendiamo e pubblichiamo qui di seguito il suo post:
“Se qualcuno pensava di fare chissà quale scoop scavando nel mio passato, è solo perché è sideralmente lontano dalla realtà sociale di tale movimento, che si compone di decine di migliaia di abitanti delle case popolari e attivisti, i quali, per aver affermato il semplice principio di avere un tetto sulla testa, sono incappati in qualche denuncia.

Sarebbe auspicabile che l’informazione, piuttosto che gettare fango sul mio conto, si dedicasse al contesto di grave povertà e precarietà abitativa nel quale si ritrovano ampie fasce di popolazione.

Le pratiche collettive dell’occupazione di case sfitte, il blocco degli sfratti, la resistenza agli sgomberi, gli sportelli di ascolto e la lotta per la sanatoria rappresentano un’alternativa reale e immediata all’isolamento sociale e alla guerra tra poveri, strumentalizzate tanto dalle forze politiche razziste quanto dal racket.

Dare una risposta concreta al bisogno dell’abitare significa non solo trovare qui e ora una soluzione, benché precaria e provvisoria, ad una questione lasciata irrisolta dalla politica istituzionale, ma anche indicare una prospettiva politica di trasformazione delle condizioni materiali di vita nel segno della giustizia sociale.

È con grande orgoglio, dunque, che rivendico di aver fatto parte di questo movimento e di continuare a sostenerlo!

Voglio anche fare chiarezza sulla mia situazione.

Come è stato ampiamente sbandierato sui media di destra, Aler reclama un credito di 90.000 euro nei miei confronti come “indennità” per la presunta occupazione di una casa in via Giosuè Borsi a Milano, basandosi esclusivamente sul fatto che nel 2008 sono stata trovata al suo interno. Sebbene nei successivi sedici anni (!) non siano mai stati svolti ulteriori controlli per verificare la mia permanenza, né sia mai stato avviato alcun procedimento civile o penale a mio carico rispetto a quella casa, Aler contabilizza tale credito e non si fa scrupolo a renderlo pubblico tramite la stampa il giorno prima delle elezioni.

Un gran numero di individui e famiglie, spesso prive dei mezzi necessari per reagire adeguatamente, sono tormentate da richieste infondate di questo genere. Il totale dei crediti contabilizzati da Aler ammonta infatti ad oltre 176 milioni di euro! La pratica di richiedere esose “indennità di occupazione” agli inquilini, basata su presupposti a dir poco incerti, è una strategia utilizzata sistematicamente per spaventare gli occupanti e tentare di fare cassa.

Mentre molte, troppe persone non vedono garantito il proprio diritto all’abitare e non hanno alternative dignitose se non occupare – in una della città con gli affitti più cari, ricordiamolo sempre -, l’ente che dovrebbe tutelare questo diritto sembra essere più interessato a criminalizzare il movimento di lotta per la casa e gli inquilini piuttosto che a trovare soluzioni concrete.

Nei prossimi giorni condividerò alcuni dati e spunti di riflessione sulla questione abitativa a Milano e in Italia.

Ringrazio Libero & co. per avermi servito questo assist per riportare l’attenzione mediatica su un tema che mi sta molto a cuore, perché così cruciale per le classi popolari e i giovani.

MAI PIÙ GENTE SENZA CASA, MAI PIÙ CASE SENZA GENTE!
Fonte

01/03/2023

L’occhio dei servizi sull’Italia e i movimenti sociali

È stata presentata, come ogni anno, la Relazione al Parlamento dei servizi di sicurezza.

La relazione annuale viene elaborata sia dai servizi segreti interni (Aisi) che da quelli esteri (Aise). Nel primo caso le elaborazioni dei servizi di sicurezza si fondano sui rapporti di polizia e carabinieri.

Ogni anno a febbraio viene resa pubblica la versione consegnata al Parlamento e in essa è riscontrabile come i servizi guardano al paese, alle minacce che incombono sulla sua sicurezza, ma anche ai soggetti politici e sociali che si muovono mettendo in discussione il sistema dominante.

Inevitabilmente un ampio spazio viene dedicato al conflitto russo-ucraino, analizzato sotto molti aspetti, e in un capitolo apposito si individuano le cosiddette “minacce ibride” da parte di Russia e Cina, soprattutto sul piano dell’informazione e dell’informatica.

C’è una intera parte dedicata alla situazione della sicurezza su vari teatri internazionali, con particolare attenzione al Medio Oriente, al Maghreb e più in generale all'Africa, ossia le aree di diretto interesse strategico dell’Italia.

Ma i capitoli che meritano un maggiore interesse sono quelli contro le cosiddette “minacce interne”.

Agli anarchici ovviamente, e come ormai ogni anno, vengono dedicate diverse pagine. “Sul fronte eversivo interno, le evidenze acquisite nel 2022, puntualmente condivise con le Forze di polizia, hanno nuovamente qualificato la minaccia anarcoinsurrezionalista come la più concreta e vitale, caratterizzata da componenti militanti determinate a promuovere, attraverso una propaganda di taglio fortemente istigatorio, progettualità di lotta incentrate sulla tipica “azione diretta distruttiva”.

Vale la pena ricordare che, da questo “mondo” considerato pericolosissimo, secondo la stessa relazione, è arrivata come massima espressione terroristica... un pacco inesploso inviato a Leonardo.

Relativamente a quelli che i servizi di sicurezza definiscono i “circuiti marxisti leninisti” vengono segnalate la partecipazione “alla mobilitazione anarchica a sostegno di Alfredo Cospito, con iniziative dirette a richiamare l’attenzione pure sui “prigionieri politici” delle BR-PCC, anch’essi sottoposti al c.d. “carcere duro”.

Altro tema evidenziato nelle relazione dei servizi è quello della mobilitazione contro la guerra. “Il conflitto russo-ucraino ha ravvivato pulsioni antimilitariste, caratterizzate, per tali settori, da marcate posizioni “internazionaliste” e anti-atlantiste e da una visione che denuncia la “tendenza alla guerra” come prosecuzione del “dominio capitalista”.
Nel medesimo ambito tematico, il tradizionale attivismo in solidarietà ai popoli “vittime dell’imperialismo” ha seguitato a evidenziare un significativo impegno nel sostegno alla “resistenza” palestinese e curda, anche in collaborazione con omologhe reti internazionali”
.

Una sottolineatura viene fatta anche alle iniziative congiunte tra operai e studenti sul versante del mondo del lavoro dove, secondo gli apparati statali “le tipiche interpretazioni in chiave di “contrapposizione di classe” delle dinamiche socio-economiche si sono nuovamente tradotte in tentativi d’inserimento, ricercando peraltro il supporto di altre compagini dell’antagonismo di sinistra e di collettivi studenteschi, in delicate vertenze occupazionali, al fine di favorire, sebbene con aspettative di lungo periodo, la trasposizione su un piano di militanza politico-ideologica delle specifiche rivendicazioni dei lavoratori”.

L’analisi dei servizi di sicurezza si allarga poi a quella definita come l’area antagonista dove, secondo la relazione, “Le molteplici ed eterogenee realtà del movimento antagonista hanno concentrato la propria attenzione sulla sensibile congiuntura socio-economica scaturente dagli effetti della guerra in Ucraina, tratteggiata, dalla propaganda d’area, innanzitutto come uno scontro tra due “blocchi imperialisti”.

Curioso poi che i servizi di sicurezza ritengano che il tema della guerra sia “strumentalizzato”. Curioso perché la guerra è contraddizione prioritaria da cui ne derivano, a cascata, molte altre. Nella relazione si ritiene che “Nella lettura antisistema, il tema della guerra è stato strumentalmente intrecciato ad altre, tradizionali campagne antagoniste, in una prospettiva strategica d’“intersezionalità delle lotte”.

I servizi di sicurezza acquisiscono dunque dal linguaggio dei movimenti il concetto di intersezionalità, ma lo declinano soprattutto come preoccupazione per una possibile ricomposizione dei vari fronti e dei settori del conflitto politico e sociale.

“Le acquisizioni informative hanno rilevato la diffusione di narrativa tesa a coniugare antimilitarismo, problematiche lavorative, carovita, sostegno ai migranti, questione ambientale e dossier energetico, con l’intento – apparso nei fatti, tuttavia, velleitario – di creare cartelli mobilitativi il più possibile unitari e coesi in grado di attribuire maggior peso e visibilità alle proteste.
Si sono evidenziati tentativi di avviare processi di convergenza anche tra diverse lotte territoriali, come, ad esempio, le mobilitazioni locali che si oppongono, in varie aree del Paese, alle linee ferroviarie ad alta velocità, rivisitate in chiave antimilitarista in relazione al presunto uso di tali infrastrutture per finalità di logistica militare”
.

Interessante quest’ultimo dossier per l’attenzione dei servizi di sicurezza verso i movimenti. Solo recentemente si è infatti aperta una analisi nel movimento No Tav sul nesso tra questa grande opera e le esigenze della mobilità militare in Europa da parte della Nato.

Altrettanto emblematica è l’attenzione verso – e contro – i movimenti degli studenti che, come visto prima, risultano “attenzionati” anche per i percorsi di convergenza con gli operai e le mobilitazioni sui temi ecologici.

Nella relazione viene infatti rilevato che: “Segnali di un significativo attivismo antagonista sono, poi, emersi tra le file dei collettivi studenteschi, mobilitatisi in opposizione al paradigma formativo di “alternanza scuola-lavoro”, e sul fronte dell’ecologismo militante, che, anche nel 2022, ha dimostrato una discreta capacità mobilitativa, sostenuta da appelli ad attivarsi contro i presunti legami tra “crisi ecologica, emergenza migratoria e guerra”, considerate tutte dirette conseguenze del “sistema capitalista globale”.

Infine, ma non certo per importanza, i servizi di sicurezza anche nella relazione di quest’anno appaiono preoccupati delle lotte ambientaliste.

Preoccupazioni per i giovani ecologisti di “Ultima generazione” ma anche per le mobilitazioni territoriali come quella contro il rigassificatore a Piombino.

Nella relazione dei servizi viene infatti segnalato che: “In linea con tali richiami, si è assistito a un incremento delle contestazioni ambientaliste, che, oltre a cortei e presidi, hanno fatto registrare, sulla falsariga di quanto già visto all’estero a opera di agguerriti circuiti ecologisti internazionali, iniziative ad alto impatto mediatico, tra cui azioni d’imbrattamento di opere d’arte, di sedi istituzionali e di aziende del comparto energetico, nonché, in alcuni casi, foriere di turbative all’ordine pubblico, come blocchi alla viabilità extraurbana.
Si è, infine, rilanciato il dibattito sulle scelte governative di allocazione dei fondi del PNRR e sulle politiche di transizione ecologica, nel cui ambito sono emerse evidenze circa l’intenzione d’intensificare l’impegno antagonista nelle campagne di protesta contro la realizzazione, in alcune zone del territorio nazionale, di sistemi di stoccaggio di gas naturale e di rigassificatori”
.

In conclusione, non avendo davanti “grandi minacce” da affrontare, i servizi “promuovono” a nemici terribili i normali movimenti di protesta che ogni politica neoliberista produce come conseguenza di scelte politiche ed economiche esplicitamente antipopolari.

Fonte

18/02/2023

Chiedere agli oppressi di essere nonviolenti è uno standard impossibile che ignora la storia

Nel gennaio 2023, dopo l’uccisione di Tyre Nichols da parte di cinque agenti di polizia, il presidente Joe Biden ha prontamente rilasciato una dichiarazione in cui invitava i manifestanti a non essere violenti.

“Mentre gli americani sono in lutto, il Dipartimento di Giustizia conduce le sue indagini e le autorità statali continuano il loro lavoro, mi unisco alla famiglia di Tyre nel chiedere una protesta pacifica“, ha detto Biden. “L’indignazione è comprensibile, ma la violenza non è mai accettabile. La violenza è distruttiva e contraria alla legge. Non c’è posto per le proteste violente in cerca di giustizia“.

Nel giugno del 2022, quando la Corte Suprema annullò la sentenza Roe v. Wade, Biden fece lo stesso appello ai manifestanti. “Invito tutti, indipendentemente da quanto tengano a questa decisione, a mantenere pacifiche le proteste. Pacifiche, pacifiche, pacifiche“, ha detto Biden. “Niente intimidazioni. La violenza non è mai accettabile. Le minacce e le intimidazioni non sono discorsi. Dobbiamo opporci alla violenza in ogni sua forma, a prescindere dalle sue motivazioni“.

È uno spettacolo curioso che il capo di uno Stato, con tutte le leve del potere, non usi tale potere per risolvere un problema, ma offra invece consigli agli impotenti su come protestare contro di lui e contro il sistema governativo in crisi.

Biden, tuttavia, non ha mostrato alcuna riluttanza nell’usare quelle leve di potere contro i manifestanti. Durante le proteste di Black Lives Matter del 2020 dopo l’omicidio di George Floyd, quando Biden era candidato alla presidenza, ha chiarito cosa voleva che accadesse a chi non avesse ascoltato l’appello alla nonviolenza: “Non dovremmo mai lasciare che ciò che viene fatto in una marcia per l’uguaglianza dei diritti superi il motivo della marcia. Ed è quello che stanno facendo queste persone. E dovrebbero essere arrestati, trovati, arrestati e processati“.

Di fronte all’azione omicida della polizia, Biden ha invitato i manifestanti ad essere “pacifici, pacifici, pacifici“. Di fronte a manifestanti non violenti, Biden ha invitato la polizia ad assicurarsi che i manifestanti siano “trovati, arrestati e processati“.

I manifestanti negli Stati Uniti (e forse anche in altri Paesi dove la cultura della protesta statunitense è particolarmente forte, come il Canada) sono tenuti a uno standard impossibile?

In realtà, altri Paesi occidentali non sembrano fare queste richieste ai loro manifestanti: basti pensare a Christophe Dettinger, il pugile che ha preso a pugni un gruppo di poliziotti francesi in assetto antisommossa, con scudi e caschi, fino a farli desistere dal picchiare altri manifestanti durante le proteste dei gilet gialli nel 2019. Dettinger è finito in carcere, ma per alcuni è diventato un eroe nazionale.

Quale sarebbe stato il suo destino negli Stati Uniti? Molto probabilmente sarebbe stato picchiato sul posto, come suggeriscono i filmati del comportamento della polizia statunitense nei confronti di persone molto più piccole e deboli di Dettinger durante le proteste del 2020. Se fosse sopravvissuto all’incontro con la polizia statunitense, Dettinger avrebbe dovuto affrontare critiche dall’interno del movimento per non aver usato metodi pacifici.

C’è un paradosso. Gli Stati Uniti, il Paese con quasi 800 basi militari in tutto il mondo, il Paese che ha sganciato la bomba nucleare su città civili e il Paese che spende in armi più di tutti i suoi rivali militari messi insieme, si aspetta che i suoi cittadini aderiscano a standard più severi durante le proteste rispetto a qualsiasi altro Paese.

Staughton e Alice Lynd, nella seconda edizione del loro libro Nonviolence in America, pubblicato nel 1995, hanno scritto che “l’America è stata più spesso l’insegnante che l’allievo dell’ideale nonviolento“.

I Lynds sono citati con disapprovazione dallo scrittore anarchico Peter Gelderloos nel suo libro How Nonviolence Protects the State (Come la nonviolenza protegge lo Stato), un appello ai manifestanti nonviolenti dei primi anni 2000 che si ritrovavano in strada con anarchici che non condividevano il loro impegno per la nonviolenza.

Gelderloos chiedeva la solidarietà degli attivisti nonviolenti, pregandoli di non permettere allo Stato di dividere il movimento in “manifestanti buoni” e “manifestanti cattivi”. Il cosiddetto movimento “antiglobalizzazione” è svanito di fronte alla guerra al terrorismo del dopo 2001, per cui il dibattito non è mai stato veramente risolto.

Per gli Stati Uniti, il Regno Unito e molti dei loro alleati, il dibattito sulla violenza politica risale forse ai pacifisti bianchi che assicuravano ai loro fratelli bianchi, terrorizzati dalla Rivoluzione di Haiti, conclusasi nel 1804, che l’abolizionismo non significava incoraggiare gli schiavi a ribellarsi o a combattere.

Pur sognando un futuro senza schiavitù, i pacifisti abolizionisti del XIX secolo compresero, come i loro compatrioti schiavisti, che il ruolo delle persone ridotte in schiavitù era quello di soffrire come buoni cristiani e di attendere la liberazione di Dio piuttosto che ribellarsi.

Sebbene abbia gradualmente cambiato idea, l’abolizionista e pacifista del XIX secolo William Lloyd Garrison inizialmente insisteva sulla non violenza nei confronti degli schiavisti.

Qui Garrison è citato nel libro del defunto comunista italiano Domenico Losurdo Nonviolenza: A History Beyond the Myth: “Per quanto detesti l’oppressione esercitata dallo schiavista del Sud, egli è un uomo, sacro davanti a me. È un uomo, che non può essere danneggiato dalla mia mano né con il mio consenso“. Inoltre, aggiunse, “non credo che le armi della libertà siano mai state, o possano mai essere, le armi del dispotismo“.

Quando la crisi si aggravò con la legge sugli schiavi fuggitivi, sostiene Losurdo, i pacifisti come Garrison trovarono sempre più difficile invitare le persone ridotte in schiavitù a riconsegnarsi ai loro schiavisti senza opporre resistenza. Nel 1859, Garrison si trovò persino incapace di condannare l’incursione dell’abolizionista John Brown a Harpers Ferry.

La complessità morale della nonviolenza nel movimento contro la guerra è stata riconosciuta dal linguista, filosofo e attivista politico Noam Chomsky in un dibattito del 1967 con la filosofa politica Hannah Arendt e altri. Chomsky, pur essendo lui stesso un sostenitore della nonviolenza nel dibattito, concluse che la nonviolenza era in definitiva una questione di fede:

“La reazione più semplice è dire che tutta la violenza è ripugnante, che entrambe le parti sono colpevoli, e stare in disparte conservando la propria purezza morale e condannandole entrambe. Questa è la reazione più semplice e in questo caso credo sia anche giustificata. Ma, per ragioni piuttosto complesse, ci sono argomenti reali anche a favore del terrore dei Viet Cong, argomenti che non possono essere liquidati con leggerezza, anche se non credo siano corretti.
Un’argomentazione è che questo terrore selettivo – uccidere alcuni funzionari e spaventarne altri – tendeva a salvare la popolazione da un terrore governativo molto più estremo, il terrore continuo che esiste quando un funzionario corrotto può fare le cose che sono in suo potere nella provincia che controlla“
.

“Poi c’è anche il secondo tipo di argomentazione... che credo non possa essere abbandonata con leggerezza. Si tratta di capire se un tale atto di violenza libera il nativo dal suo complesso di inferiorità e gli permette di entrare nella vita politica. Io stesso vorrei credere che non sia così. O almeno, mi piacerebbe credere che la reazione non violenta possa ottenere lo stesso risultato. Ma non è molto facile presentare prove in tal senso; si può solo argomentare l’accettazione di questa visione su basi di fede“.

Diversi scritti hanno lanciato l’allarme sul fatto che la dottrina della nonviolenza ha causato danni agli oppressi. Tra questi, Pacifismo come patologia di Ward Churchill, Come la nonviolenza protegge lo Stato e Il fallimento della nonviolenza di Peter Gelderloos, Nonviolenza: A History Beyond the Myth di Domenico Losurdo e la serie in due parti “Change Agent: La nonviolenza neoliberale di Gene Sharp” di Marcie Smith.

Anche le vittorie storiche delle lotte nonviolente hanno avuto un elemento armato dietro le quinte. Recenti lavori accademici hanno rivisitato la storia della nonviolenza nella lotta per i diritti civili negli Stati Uniti. Tra i testi più importanti ricordiamo The Deacons for Defense di Lance Hill, We Will Shoot Back di Akinyele Omowale Umoja e This Nonviolent Stuff’ll Get You Killed di Charles E. Cobb Jr.

Queste storie rivelano una resistenza continua, compresa l’autodifesa armata, da parte dei neri negli Stati Uniti.

Prima ancora di queste storie recenti, abbiamo la notevole e breve autobiografia di Robert Williams scritta in esilio, Negroes With Guns. Williams fu espulso dalla NAACP per aver detto nel 1959: “Dobbiamo essere disposti a uccidere se necessario. Non possiamo portare in tribunale queste persone che ci fanno ingiustizia. ... In futuro dovremo provare a condannare queste persone sul posto“.

Egli notò amaramente che mentre “i lavoratori nonviolenti stanno sorgendo in tutte le comunità nere, non ne è sorto nemmeno uno nelle comunità bianche razziste per frenare la violenza del Ku Klux Klan“.

Quando si spostavano nel Sud rurale per le loro campagne di desegregazione, gli attivisti nonviolenti del movimento per i diritti civili scoprivano spesso di avere – senza che lo chiedessero – una protezione armata contro la polizia troppo zelante e i vigilantes razzisti: nonne che di notte stavano di guardia sui portici con i fucili in grembo mentre gli attivisti nonviolenti dormivano; Diaconi per la Difesa che minacciavano la polizia di combattere con le armi se avessero osato usare i tubi dell’acqua contro gli studenti nonviolenti che cercavano di desegregare una piscina.

Nel frattempo, le conquiste legislative ottenute dal movimento nonviolento spesso includevano la minaccia o la realtà di rivolte violente.

Nel maggio 1963 a Birmingham, in Alabama, ad esempio, dopo la repressione di una marcia nonviolenta, seguì una rivolta di 3.000 persone. Alla fine, il 10 maggio 1963, fu ottenuto un patto di desegregazione. Un osservatore ha sostenuto che “ogni giorno di sommosse valeva un anno di manifestazioni per i diritti civili“.

Come sostiene Lance Hill in The Deacons for Defense: “Alla fine, la segregazione ha ceduto alla forza tanto quanto alla moral suasion. La violenza, sotto forma di rivolte di strada e di autodifesa armata, ha giocato un ruolo fondamentale nello sradicare la segregazione e la discriminazione economica e politica dal 1963 al 1965. Solo dopo che è emersa la minaccia della violenza dei neri, la legislazione sui diritti civili è passata in primo piano nell’agenda nazionale“.

I continui appelli di Biden alla nonviolenza da parte dei manifestanti, mentre condona la violenza della polizia, sono una richiesta impossibile e antistorica. Nei momenti cruciali della storia degli Stati Uniti, la nonviolenza ha sempre ceduto alla violenza.

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04/12/2022

La storia perfida di Bellocchio

di Alessandro Barile

L’uscita, tra il 14 e il 17 novembre scorso, del film a puntate Esterno notte sulla Rai, ha fomentato nuovi dibattiti e conseguenti polemiche sull’interminabile rievocazione del rapimento Moro. Stavolta, però, i clamori sembrano giungere soprattutto da sinistra. Se la rilettura storica di Bellocchio, nella sua commistione onirica di realtà e immaginazione, ha messo d’accordo gli epigoni della «fermezza», chi da questa fermezza venne a suo tempo travolto si è trovato ancor più confuso di prima. Tra i protagonisti reali e gli eredi ideali degli anni Settanta molte cose sembrano fuoriuscire da una certa zona di comfort storico-politica. Ma prima di tutto bisogna riconoscere a Bellocchio, qualsivoglia lettura si abbia della vicenda storica e di come il film la racconta, di essersi opportunamente tenuto lontano dalle scorciatoie complottiste: «dietro le Brigate rosse ci sono solo le Brigate rosse» è la sentenza emessa dal funzionario americano in un colloquio con Cossiga. Tanto basta per accostarsi al film con maggiore serenità d’animo. Il banchetto dietrologico di CIA e KGB, palestinesi e piduisti avrà modo di riconvocarsi in altra sede. E con questo non vogliamo negare le interferenze interessate e i “poteri paralleli” che si attivarono durante il sequestro (nazionali e internazionali). Movimenti e interessi che si scatenarono però dopo e che, in ogni caso, non determinarono gli eventi ma tentarono, per quanto possibile, di non subirli passivamente. Il lungo Sessantotto italiano, il portato della sua violenza politica, è generato e rimane comprensibile storicamente e politicamente solo nella logica di scontro tra la mobilitazione politica e lo Stato, all’interno della quale i diversi attori chiamati ad interpretarne una parte agirono più o meno liberamente.

Il rapporto tra movimento e lotta armata è una delle maggiori controversie. Bellocchio, piegando in maniera disinvolta alcuni eventi simbolici (l’esproprio dell’armeria del 12 marzo 1977 in diretta connessione con il marzo 1978), edifica un collegamento chiaro: il lottarmatismo è il frutto, non storicamente inevitabile, ma politicamente logico, del livello di mobilitazione raggiunto dai movimenti della sinistra rivoluzionaria degli anni Settanta. Con ciò il regista non propone, semplicisticamente (e anche stupidamente), una giudiziaria chiamata in correo, men che meno un legame esplicito e cosciente tra “partito legale” (ma quale?) e organizzazione armata. Bellocchio non è Calogero. Quel che invece emerge è un rapporto di filiazione: da quel livello, già di per sé “esasperato”, di mobilitazione, di violenza politica diffusa, di “consequenzialità” di certe scelte, di militarizzazione delle strategie, poteva sorgere – e infatti è sorto – un piano di lotta ancor più esasperato: lo scontro armato tra una parte della sinistra e lo Stato. Esprimere tale concetto ci sembra dunque affrontare la realtà per quel che è stata, senza celarne i lati spiacevoli o in contrasto con analgesiche mitopoiesi. Le BR romane non vengono dal nulla. Sono, al contrario, il risultato di un processo storico-politico preciso, e composte da militanti riconosciuti e attivi nei gruppi della nuova sinistra. Dire ciò, raccontarlo in un libro di storia o in un film che gioca molto con la fantasia delle sliding doors, significa fare della cattiva storia? Significa, semmai, rigettare le versioni di comodo. E d’altronde, a parlare di «geometrica potenza» del 1978, da coniugare con la «terribile bellezza» del 12 marzo 1977, non era certo un ingenuo tifoso della lotta armata, ma un noto dirigente dei movimenti degli anni Settanta.

Il film (composto di sei “episodi”, o temi narrativi) affronta l’affaire Moro attraverso una specifica chiave autoriale: l’introspezione psicologica dei personaggi. Un motivo di lungo corso in Bellocchio, derivante dalla sua lunga frequentazione con Massimo Fagioli. La psicologia del potere democristiano è presentata nei suoi vari tipi antropologici e morali: Moro vittima degli eventi (e del potere), Cossiga corroso tra amicizia e ragion di Stato, Andreotti severo (e taciturno) guardiano degli equilibri di potere. La psicologia dei brigatisti è raccontata attraverso il rapporto-scontro tra Valerio Morucci e Adriana Faranda, ambedue dubbiosi ma sottomessi al duro “realismo della rivoluzione” impersonato da Mario Moretti. E vi sono poi ruoli di contorno: il Papa, Berlinguer e il PCI, la famiglia di Moro. Qui la narrazione di Bellocchio procede controversa. Funziona bene nel raccontare la DC e i suoi principali esponenti, perché i dilemmi, i tic e le perversioni dei protagonisti appaiono come il frutto velenoso dell’esercizio del potere. Dirigenti ben integrati “nel sistema” (culturale, professionale, universitario, economico) reagiscono al Beruf weberiano attraverso forme di inevitabile dilaniamento interiore. Inevitabile, forse, perché troppo recente, ancora – come dire – “piccolo borghese”, dipendente da voleri altrui (il Vaticano, la grande industria, gli Usa e la Nato). E se la santificazione di Moro è il pegno che sembra inevitabile pagare alla possibilità di raccontare la vicenda (vedasi Todo modo per capire com’era trattato Moro prima della sua morte), la ricostruzione dei meccanismi psicologici di potere risulta nonostante tutto efficace, beffarda, realistica.

Funziona meno bene, invece, quando ad essere psicologizzati sono i militanti delle BR. Qui non c’è professione, ma vocazione, e i suoi interpreti, lungi dall’essere integrati ingrati al “sistema”, ne rappresentano una possibile disintegrazione. Non esiste la violenza politica perché vi sono dei “terroristi malati” e preda di “astratti furori” nichilistici (una sorta di nečaevšina di matrice dostoevskiana); semmai, sono le scelte tragiche che ogni lotta palingenetica impone ad incidere anche sulla mente dei militanti, alterandola. La psicologizzazione del rivoluzionario è d’altronde un territorio assai frequentato, e da Dostoevskij a Conrad a Nabokov è sempre servita a sottrarre legittimità razionale alle scelte politiche radicali. Anche Bellocchio cede alla versione di comodo che fa della rivoluzione il risultato d’uno straniamento interiore, che tresca – peraltro – con esibiti rimandi alle tematiche vitaliste di matrice dannunziana (la “bella morte”, i riferimenti al Mucchio selvaggio ecc.). Pensare a Prospero Gallinari o Mario Moretti come esaltati nietzscheani, insomma, ce ne vuole. Ciò non toglie che qualcuno possa esserlo stato (ma bisognerebbe cercare altrove che nelle BR) ma, anche qui, non spiegherebbe nulla del processo storico che ha portato alla lotta armata in Italia. I Sàvinkov, in quegli anni, furono semmai altri. Quello che invece assolutamente non convince è il ruolo del PCI, e di Berlinguer in particolare. Un ruolo sottodimensionato, laterale, subalterno. Di fatto irrilevante. Eppure il PCI è stato il soggetto decisivo nel condurre in porto una «politica della fermezza» che aveva contro non solo i socialisti e il Vaticano, ma una parte importante della stessa Democrazia cristiana. Lo smarcamento comunista avrebbe lacerato irrimediabilmente la tenuta del potere democristiano, con tanti saluti alle pur invadenti pressioni americane.

La domanda decisiva è allora: perché in un paese così apparentemente debole si impose una ragion di Stato pronta a sacrificare uno dei suoi massimi esponenti? Le ragioni sono molteplici, nessuna delle quali conduce al rischio di un “riconoscimento politico” dei brigatisti. In gioco vi erano due interessi concorrenti e compartecipi nell’edificazione di una politica serrata alle preghiere del prigioniero Moro. Da un lato il posizionamento dell’Italia nello scenario internazionale. Cedere su Moro avrebbe comportato l’automatica retrocessione del paese a entità compiutamente dipendente dai voleri del campo euro-atlantico. Nonostante la sua indipendenza geo-politica sia stata, dal 1945 in avanti, relativa, questa stessa “relatività” era un fatto di non poco conto, che garantiva un certo margine d’azione e di proiezione internazionale che l’Italia della guerra fredda giocava con discreta originalità. Ma vi era anche la questione del “compromesso storico”. Un Moro liberato, e libero a quel punto di far valere la sua “ritorsione morale” sulla parte della Dc fautrice della fermezza (Andreotti in primis), avrebbe dapprima indebolito la Dc, poi probabilmente accelerato l’incontro coi comunisti, a quel punto dischiudendo loro le porte degli incarichi ministeriali (ricordiamo che nel governo Andreotti che si apprestava a ricevere la fiducia alla Camera il 16 marzo vi era l’appoggio, ma non la presenza diretta, di esponenti comunisti).

Vi era poi un interesse comunista. Il PCI espresse la più rigida fermezza (seppure nelle forme gesuitiche che Bellocchio mette perfidamente in scena nel confronto tra Berlinguer e gli altri leader politici: «fatela» – la trattativa (economica) coi brigatisti – «ma non ditelo») per due ordini di motivi. Il primo è stato più o meno rilevato da tutti: la sua trasformazione in “partito d’ordine”, pienamente fedele alla legalità costituzionale, era compiuta e non poteva darsi altra scelta realistica che non l’assoluta difesa delle istituzioni. Una difesa dell’ordine costituito che Berlinguer – e tutto il gruppo dirigente comunista – portarono alle ultime conseguenze persino di fronte alla possibile scomparsa della loro sponda politica in seno alla DC: Moro appunto. La morte di Moro era un problema politico per il partito comunista, e nonostante ciò non vi fu mai tentennamento. E questo anche perché – ed è il secondo ordine di motivi, che però nessuno evidenzia – una “vittoria” dei brigatisti avrebbe comportato un indebolimento del partito in quei settori operai che non stavano partecipando affranti al requiem della democrazia. Se sarebbe esorbitante parlare del rischio di “perdere le fabbriche”, nondimeno per il PCI si sarebbe aperta una fase di più complicata gestione nel proprio bacino sociale, militante ed elettorale. Non vogliamo con questo esagerare l’internità del brigatismo nelle fabbriche del nord Italia. Sarebbe però un errore negarla risolutamente. E questa “zona grigia” poteva ampliarsi, coprire con una certa “indifferenza” le azioni terroristiche in fabbrica, corrodere l’ideologia della legalità che il PCI aveva costruito in quarant’anni di lavoro culturale, sindacale e sociale nella classe operaia del paese. Con ciò occorre, però, un supplemento di interpretazione, onde evitare possibili fraintendimenti.

Nelle concitate giornate successive al sequestro, precisamente il 28 marzo (e poi ancora il 2 aprile), Rossana Rossanda scrisse due celebri articoli su «il manifesto» in cui si riferiva alle Brigate Rosse come parte «dell’album di famiglia comunista». Parte, dunque, di una storia comune, per linguaggi, temi, modo di articolare le posizioni politiche, conclusioni a cui si giungeva. La (ancora oggi geniale) uscita di Rossanda incontrò il più violento (e prevedibile) rifiuto del PCI. A seconda di come si interpreti il passaggio dell’album di famiglia, avevano però ragione sia Rossanda che Macaluso (che rispose a nome del PCI all’articolo de «il manifesto»). Aveva ragione Macaluso a rifiutare qualsiasi possibile contiguità: sin dall’origine del “partito nuovo” nella Resistenza, il PCI aveva di fatto abbandonato qualsiasi ipotesi di fuoriuscita dalla legalità. La difesa (e anzi la sostanziazione effettiva) dell’ordine costituzionale, col suo corredo istituzionale fondato sulla lotta parlamentare, costituiva l’orizzonte pressoché unico della sua strategia politica. La famigerata «doppiezza» di cui Togliatti sapientemente si serviva era funzionale proprio a tenere dentro al partito tutte le molteplici spinte provenienti dalla classe operaia, governandole in funzione di una tattica parlamentare che si sovrapponeva alla strategia di lungo periodo. Era insomma l’articolazione della guerra di posizione gramsciana (certo piegata, e forse un po’ travisata, dal Togliatti editore di Gramsci), che comportava il consolidamento delle proprie posizioni e l’accrescimento graduale della propria forza politica ed elettorale. L’unica “lotta armata” pensabile per il PCI sarebbe stata quella da attuarsi in caso di colpo di mano reazionario, fino almeno ai primi anni Settanta tra le possibili (ma non probabili) opzioni dei vari poteri in competizione nel paese. E però aveva ragione anche Rossanda: le BR non appartenevano all’album di famiglia del PCI, ma sicuramente facevano parte di una tradizione del movimento comunista che solo i corifei del togliattismo postumo potevano negare con tale vigore e sprezzo della storia del movimento operaio. Il blanquismo, il bolscevismo e il cominternismo degli anni Trenta, e poi gli innesti del maoismo e del castrismo, costituiscono elementi di una storia comune, anzi: di un’unica storia, a cui senza dubbio apparteneva anche il PCI, ma che non si esauriva epifanicamente nel PCI. Questo era la lotta armata in Italia, di cui si possono condannare le scelte politiche, le soluzioni estremistiche, le ipotesi irrealistiche di partenza e di arrivo, ma di cui non si può disconoscere una matrice interna alla storia e alle logiche di emancipazione della classi subalterne.

Il PCI fu dunque sicuramente vittima degli eventi, ma non spettatore inerme. Si mosse coscientemente in una direzione precisa, e non valutarne il ruolo di puntello strategico delle scelte di Andreotti e Cossiga significa, qui sì, fare una cattiva storia, una storia addomesticata. E d’altronde, la scena delle guardie del corpo di Moro e Berlinguer (il “popolo”) che fraternizzano mentre i due leader orchestrano l’incontro storico (in macchina, come sovversivi in clandestinità), un incontro avverso alle resistenze tanto degli “estremisti di sinistra” quanto a democristiani e americani, è la sintesi e la summa di una visione politica identificabile, che da Togliatti e De Gasperi arriva a Moro e Berlinguer passando per Scalfari e «Repubblica».

La conclusione del film lascia spazio a facili what if di limitata capacità euristica. La storia, per chi la vuole conoscere, è già tutta dispiegata. Una pagina sanguinante della storia d’Italia, che sarebbe ora di chiudere giuridicamente per continuare a valutarne politicamente tutta la portata.

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02/03/2022

I servizi segreti italiani preoccupati dai movimenti “ambientalisti”

A leggere la relazione annuale dei servizi di sicurezza al Parlamento, pare che le loro maggiori preoccupazioni nell’ambito della “sinistra alternativa” siano quelle sui movimenti sociali che hanno al centro l’ecologia e l'emergenza ambientale.

Certo nella relazione non mancano le solite tre pagine dedicate agli anarchici insurrezionalisti ritenuti, come nell’Ottocento, la minaccia eversiva principale per lo Stato. Per il resto rimane la categorizzazione di “circuiti marxisti-leninisti” e “movimento antagonista” per classificare i settori che vengono ritenuti sovversivi e una minaccia alla sicurezza.

Quasi ovvio sottolineare che anche quest’anno ai fascisti viene dedicata appena una paginetta striminzita. Evidentemente i fascisti, per i “nostri servizi”, non sono mai una minaccia.

Occorre ammettere che ci sono però delle novità: quest’anno la preoccupazione maggiore dell’intelligence oscilla tra le manifestazioni contro il green pass e i movimenti sulle tematiche ambientali. Non mancano i “monitoraggi” sulle manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese e quello curdo o le iniziative antimilitariste in Sardegna.

Ma dalle attenzioni dei servizi di intelligence si rileva il segno che il conflitto di classe, segnalato con molta maggiore enfasi negli anni scorsi, morde ancora poco nonostante una crisi economica, sociale e politica ormai crescente.

Pubblichiamo qui di seguito le sezioni e i capitoli della Relazione dei servizi segreti dedicati ai movimenti. In fondo c’è anche la scheda specifica che l’intelligence ha voluto dedicare proprio ai movimenti sociali sulla emergenza ambientale.
Nell’ambito della minaccia endogena relativa a eversione ed estremismi, l’intelligence si è impegnata a cogliere segnali e trend della conflittualità sociale in relazione sia al consueto attivismo dell’oltranzismo politico di diversa matrice, sia a quelle peculiari e composite espressioni del dissenso che, germinate essenzialmente sul web, hanno infiammato, all’insegna dell’opposizione alle misure governative di contenimento dei contagi, diverse piazze italiane.

A questo riguardo, si è assistito, al pari di altri Paesi europei, all’evolversi di una spirale mobilitativa che ha trovato linfa vitale in un ingente flusso virtuale di fake news e teorie cospirative sull’emergenza pandemica.

L’azione di intelligence, in stretto raccordo informativo con le Forze di polizia, ha continuato a evidenziare, nello scenario eversivo interno, la particolare pericolosità delle componenti anarco-insurrezionaliste.

Si è, infatti, nuovamente rilevata la propensione di tali realtà a mobilitarsi su un doppio livello, che prevede un attivismo tanto di caratura “movimentista” inteso a infiltrare le manifestazioni per promuovere più veementi pratiche di protesta, quanto di più marcata valenza terroristica con il compimento della tipica “azione diretta distruttiva” contro diversi target, correlati ad altrettante varie campagne di lotta.

Sul versante dell’estremismo di matrice marxista-leninista, si è mantenuta alta l’attenzione dell’intelligence soprattutto verso i consueti tentativi di rilancio dell’opzione rivoluzionaria, apparsi ancora tarati essenzialmente su un’opera di studio e divulgazione, non priva di richiami apologetici alla passata stagione della “lotta armata” da parte di storici militanti.

Per quanto attiene al movimento antagonista, pur mantenendo una presenza in parte marginale nelle proteste di piazza contro le misure governative di contenimento dei contagi, si è evidenziato un attivismo volto in via prioritaria a rivitalizzare i vari ambiti abituali di mobilitazione, a partire dall’ecologismo militante che si è confermato tra i principali cavalli di battaglia delle diverse componenti anti-sistema.

I circuiti marxisti-leninisti

Sul versante dell’estremismo di matrice marxista-leninista, si è mantenuta alta l’attenzione dell’intelligence soprattutto verso i consueti tentativi di rilancio dell’opzione rivoluzionaria, apparsi ancora tarati essenzialmente su un’opera di studio e divulgazione, non priva, tuttavia, di richiami apologetici alla passata stagione della “lotta armata” da parte di storici militanti.

La propaganda di settore ha stigmatizzato la gestione governativa dell’emergenza sanitaria, specie in merito all’introduzione della certificazione verde nei luoghi di lavoro, considerata, nell’ottica d’area, un ennesimo strumento divisivo e di “repressione” dei lavoratori.

D’altronde, il mondo del lavoro si è nuovamente evidenziato come il principale campo d’azione di tali circuiti, che, nell’ambito delle più sensibili vertenze occupazionali in atto sul territorio, hanno continuato a tentare, con esiti vani, di fomentare le tensioni secondo logiche conflittuali e “di classe”.

È proseguito l’impegno sul tema del “carcerario”, non solo con la tradizionale campagna contro l’applicazione del regime detentivo del 41 bis a ex brigatisti, ma anche mediante mirate iniziative tese a strumentalizzare le ricadute della pandemia sulle condizioni di vita all’interno degli istituti di pena.

Di rilievo, poi, l’attivismo marxista-leninista su altre tematiche di più ampio respiro, tra cui l’“antifascismo” e, soprattutto, il binomio “antimilitarismo/anti-imperialismo”.

A quest’ultimo riguardo, a seguito del riacuirsi, in maggio, del conflitto israelo-palestinese, si è registrata una significativa ripresa delle attività a sostegno della “resistenza palestinese”, con la partecipazione, accanto ad altre realtà dell’antagonismo di sinistra, a una mobilitazione “antisionista” che ha riguardato diverse città italiane.

Le componenti d’area, oltre a supportare omologhe realtà estere in iniziative di solidarietà ai “prigionieri politici” reclusi in altri Paesi, hanno, inoltre, seguitato a guardare con interesse a quei contesti di “prassi rivoluzionaria” emersi sullo scenario estero, come, a esempio, la “lotta del popolo curdo” nel Rojava e la “rivolta dei contadini” in India.

Il movimento antagonista

Il movimento antagonista, pur mantenendo una presenza in parte marginale nelle proteste di piazza contro le misure governative di contenimento dei contagi, in continua ricerca di spunti aggregativi non ha mancato di considerare come la sensibile congiuntura abbia aperto favorevoli spazi di “ricomposizione politica” all’eterogenee e tradizionalmente frammentate componenti del dissenso.

Sul piano informativo, si è infatti evidenziato un attivismo volto in via prioritaria a rivitalizzare i vari ambiti abituali di mobilitazione antagonista, a partire dall’“ecologismo militante” (vedi scheda più sotto, ndr), che, sostenuto da una propaganda tesa a riproporre l’idea della pandemia come danno collaterale del progresso tecnologico e dell’emergenza climatica e ambientale, si è confermato tra i principali cavalli di battaglia delle diverse componenti antisistema.

Rinnovata centralità nell’agenda antagonista ha mostrato anche la campagna a sostegno dei migranti, con iniziative in aree transfrontaliere e nei pressi di Centri di Permanenza per il Rimpatrio, nonché con cortei in alcuni centri cittadini, a cui hanno partecipato pure militanti stranieri. Sono emersi, tra l’altro, tentativi di coinvolgimento nella mobilitazione della stessa componente immigrata.

Il tradizionale impegno “contro la guerra” ha, intanto, continuato a rappresentare una tematica dall’elevata valenza aggregante per diversificati ambienti dell’antagonismo, come testimoniato dalla composita adesione alle citate manifestazioni di maggio contro l’“entità sionista” e dalla divulgazione trasversale di critiche all’industria degli armamenti e alla destinazione di denaro pubblico alla difesa.

Sul medesimo versante dell’“antimilitarismo”, si è assistito, in Sardegna, a una riattivazione della storica lotta contro l’asserita “occupazione militare dell’isola”, concretizzatasi in presidi presso le infrastrutture militari, in taluni casi culminati con il taglio delle recinzioni e con tentativi di accesso alle zone interdette.

Nelle principali aree metropolitane, specifici approfondimenti hanno riguardato l’esteso panorama dell’“emergenze sociali” relative alla casa, al reddito, alla sanità, all’istruzione e alla precarietà lavorativa. Ambiti, questi, che hanno fatto registrare i primi segnali d’interesse antagonista verso la gestione governativa dei fondi afferenti al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza
A quanto pare per l’intelligence italiana i movimenti ambientalisti sono da tenere “sott’occhio”. A questi è dedicata una scheda specifica.
Attivismo antagonista sul tema dell’ambiente

Accanto all’epidemia da Covid-19, il dossier ambientalista è stato uno degli argomenti che, nel corso del 2021, ha caratterizzato il dibattito pubblico e politico, soprattutto in relazione agli sviluppi delle politiche di transizione ecologica.

È in tale contesto che il movimento antagonista, in un’ottica di proselitismo, ha rinnovato il suo interesse sul tema, fortemente trasversale e attrattivo nei confronti di un uditorio prevalentemente giovanile.

Nel senso, si è rilevata un significativo incremento dell’attivismo propagandistico e mobilitativo, che ha visto come principali obiettivi della protesta le multinazionali del comparto energetico, in particolare di quello estrattivo, principali responsabili, secondo la narrativa d’area, della “devastazione ecologica” del pianeta, e quali temi maggiormente all’attenzione il nucleare, la presunta privatizzazione del settore idrico e i cambiamenti climatici.

Compagini antagoniste hanno partecipato ai cortei di protesta che hanno scandito, in diverse città italiane, le riunioni del G20 e gli incontri preparatori alla COP26 tenutasi a Glasgow in novembre. Contestazioni che, al pari di analoghe mobilitazioni internazionali, in alcuni casi hanno fatto registrare momenti di tensione.

Nel solco dell’“ambientalismo militante” si pone anche il fronte di opposizione alle cd. “grandi opere”, in cui confluiscono varie realtà, da comitati cittadini ai segmenti più ideologizzati dell’antagonismo, negli ultimi anni espressione di lotte dal forte carattere simbolico e dal peculiare radicamento sul territorio, come, a esempio, la campagna No TAV, che ancora una volta ha dato prova delle sue potenzialità offensive con diversi episodi di assalti ai cantieri e di scontri con le Forze dell’ordine.
Fonte

20/01/2022

Cile - Movimenti sociali e nuovo presidente. Che succederà?

Sergio Grez, dottore in Storia della Scuola Superiore di Scienze Sociali di Parigi, accademico dell’Universidad de Chile, esamina il trionfo di José Gabriel Boric e analizza alcune possibili conseguenze che avrà per il movimento popolare l’arrivo alla Moneda del rappresentante di Apruebo Dignidad.

D: In che situazione è il movimento popolare dopo il trionfo di Gabriel Boric? Come si posizioneranno i movimenti sociali nel nuovo scenario che avremo a partire da metà marzo?

R: L’alto numero di voti ottenuto da Gabriel Boric al ballottaggio del 19 dicembre – 55,87% dei voti – e il balzo del tasso di partecipazione elettorale, soprattutto dei settori popolari, al 55%, riflette che l’elezione di Boric alla Presidenza della Repubblica ha suscitato speranze di cambiamento in una parte significativa della popolazione. Sebbene tra i suoi elettori ci sia una percentuale importante di persone di sinistra che lo ha fatto – a malincuore – ritenendolo un “male minore” di fronte al pericolo rappresentato da Kast, non è meno vero che il presidente eletto incarna, fino a ora, un desiderio di cambiamento nella prospettiva del superamento del modello neoliberista. Ciò si è visto riflesso durante la campagna elettorale non solo in termini individuali, ma anche in numerose dichiarazioni di sostegno delle organizzazioni sociali.

Ciò fa supporre che per un certo tempo queste frange rimarranno in attesa, anche se non è ancora possibile sapere se ciò comporterà un’inibizione delle loro mobilitazioni o se, al contrario, le stimolerà come una forma di pressione nei confronti delle nuove autorità per un rapido e completo adempimento delle promesse elettorali. Effetti simili può avere il processo costituente avviato attraverso la Convenzione Costituzionale, che ha suscitato speranze in una parte importante del Paese.

Un fattore rilevante in questo senso sarà l’atteggiamento assunto da alcuni attori politici – come il Partito Comunista – che influenzano alcune organizzazioni sociali, in particolare sindacali. Come sappiamo, ogni volta che questo partito ha avuto piena partecipazione (ministri compresi) in un governo, ha oscillato tra il contenimento e il dosato incoraggiamento delle lotte sociali popolari, a seconda degli alti e bassi delle controversie politiche e più precisamente, a seconda delle contraddizioni all’interno della coalizione di governo. È stato così durante i governi di González Videla, Allende e Bachelet. È probabile che ora accada qualcosa di simile.

Tuttavia, va tenuto presente che gli attori politici dei partiti non sono in grado di esercitare un grande controllo, molte volte non sono nemmeno in grado di incidere su vasti settori del mondo popolare. Ciò è particolarmente evidente tra coloro che subiscono più gravemente le conseguenze del modello liberista: lavoratori precari e informali, lavoratori autonomi, settori popolari in povertà estrema, mapuche residenti nel Wallmapu, migranti, tra gli altri.

Non vi è alcuna garanzia che gli elementi di contenimento che il nuovo governo metterà in campo saranno in grado di fermare o annullare in maniera duratura le mobilitazioni di questi settori, mobilitazioni che possono assumere forme radicalizzate ed extraistituzionali. Infatti, alcune comunità e organizzazioni mapuche “in resistenza” hanno già annunciato che non ci sarà alcuna “tregua” con il governo di Boric. E questo permette di prevedere il persistere di un clima belligerante nel territorio ancestrale di quel popolo, denominato eufemisticamente ” macro zona sud” dagli strateghi dello Stato nazione.

Un altro fattore che nel medio termine può stimolare l’organizzazione popolare – anche se più regolamentata e controllata – è la promessa riforma che permetterebbe scioperi e negoziati per settori produttivi. Questi e altri fattori – che possono agire in una direzione o nell’altra – indicano l’esistenza di uno scenario complesso e imprevedibile, soprattutto nel contesto del permanere di gravi problemi sociali. Come spesso accade, l’azione politica degli attori del dramma nazionale sarà l’elemento decisivo per inclinare la bilancia a favore del rafforzamento e dell’autonomia o della frammentazione e dell’annullamento dei movimenti sociali in nome della governabilità.

Di fronte alla posizione di sostenere Boric e “non creargli problemi”, questi movimenti sapranno che il problema non è come il popolo sosterrà Boric, ma come Boric sosterrà le lotte del popolo e soddisferà le sue richieste.

Credo che, tra qualche mese, quando si sarà dissipato lo “stato di grazia” che accompagna spesso i governanti che stanno iniziando la loro amministrazione, le lotte sociali riprenderanno il loro corso abituale e inevitabilmente emergeranno le contraddizioni irrisolte. Non è possibile anticipare la forma e le prospettive che acquisiranno queste lotte, poiché ancora non sappiamo quale sarà la loro capacità di manovra o fino a che punto il governo Boric (che non sarà solo di Approva Dignità) utilizzerà la repressione per contenere le richieste sociali. Per questo il movimento popolare, se vuole rafforzarsi, deve – come sempre dovrebbe fare – mantenere la propria autonomia e rafforzarsi a tutti i livelli. I tempi difficili a venire lo richiedono.

D: Come caratterizza il momento politico e sociale che sta vivendo il Paese dopo la ribellione popolare del 18 ottobre? Ritiene che questo processo proseguirà anche dopo il plebiscito di uscita che dovrebbe aver luogo nella seconda metà del 2022?

R: Da ottobre 2019 molta acqua è passata sotto i ponti. Dopo l’”esplosione sociale”, la casta parlamentare ha reagito, aggiungendo alla spietata repressione statale, la manovra politica cristallizzata nell'”Accordo per la Pace Sociale e la nuova Costituzione” del 15 novembre, finalizzata a deviare la potenza della ribellione popolare verso una via innocua, quella di un processo costituente regolamentato dal Parlamento, evitando un’Assemblea Costituente libera e sovrana che avrebbe messo in pericolo i grandi interessi legati al mantenimento del modello attuale.

Una prima fase della ribellione si è protratta fino a quel momento. In linea di massima, si deve constatare che il suddetto Accordo ha dato i risultati che i suoi promotori si aspettavano, poiché è riuscito a smobilitare molte persone che hanno creduto che il processo costituente loro offerto sarebbe stato all’altezza delle loro aspirazioni, ma non è bastato a tornare alla “normalità” agognata dal governo, dalla casta politica e dall’opinione conservatrice.

Tuttavia, nonostante l’accordo e la pausa estiva, le proteste e le mobilitazioni sono continuate durante l’estate 2020, raggiungendo grande intensità l’8 marzo in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Tuttavia, l’arrivo in Cile della pandemia globale di Covid-19, è servito al governo per decretare lo stato di emergenza accompagnato da quarantene, coprifuoco su tutto il territorio e altre misure che hanno contribuito alla smobilitazione. A metà marzo si è conclusa la suddetta fase iniziata quattro mesi prima.

Nonostante ciò, durante l’autunno e l’inverno di quell’anno si sono mantenute sacche di protesta focalizzate in alcuni quartieri e zone di varie città, soprattutto come reazione dei settori popolari all’aggravarsi della crisi economica, all’aumento della disoccupazione e della fame, in un contesto di insufficiente aiuto statale ai gruppi più colpiti da questa nuova disgrazia. All’inizio della primavera, quando la pandemia stava parzialmente retrocedendo e con la prospettiva più vicina al plebiscito del 25 ottobre che avrebbe messo a punto l’itinerario costituente, le mobilitazioni sociali si sono un po’ riprese, soprattutto in chiave politica, vista l’imminenza di questa consultazione.

Il 25 ottobre è stato, allo stesso tempo, un’esplosione di gioia popolare per la schiacciante vittoria delle opzioni Approvo e Convenzione Costituzionale (la meno restrittiva delle due in gioco), una tappa importante sulla strada dell’istituzionalizzazione del conflitto e del processo costituente, come previsto nell’Accordo del 15 novembre.

Gli sforzi, le energie e le risorse di tanti attivisti, assemblee, consigli e organizzazioni sociali, riattivate grazie al nuovo contesto, si sono concentrate principalmente sulla campagna per l’elezione dei delegati alla Convenzione Costituzionale. Vista con la prospettiva del tempo trascorso da allora, possiamo notare che, in quell’anno, dalla metà di marzo, la ribellione popolare si è andata estinguendo a seguito dell’Accordo del 15 novembre, per le conseguenze della pandemia, la sua stessa frammentazione e i limiti politici la cui controparte è stata l’implementazione del processo costituente regolato e controllato dai poteri costituiti.

D: Come descriverebbe la situazione attuale all’interno del movimento popolare?

R: A quanto affermato nella mia prima risposta, bisognerebbe aggiungere che il momento attuale potrebbe essere considerato una fase di post-ribellione, con tutte le ambiguità e le incertezze che una definizione di questo tipo comporta. Post-ribellione, perché sebbene la ribellione sia finita da abbastanza tempo, molti dei suoi elementi soggettivi – l’ottobrismo – continuano ad essere presenti nell’immaginario, nei desideri e nelle forme di espressione politica di importanti settori della popolazione.

Sebbene vi siano proteste e mobilitazioni per questioni specifiche – libertà per i prigionieri della rivolta, rivendicazioni economiche e sociali di vario genere – queste non fanno parte di una ribellione popolare. A dire il vero, lo scenario attuale in termini di mobilitazioni sociali è più simile a quello esistente prima di ottobre 2019 che a quello sviluppatosi da quel mese fino a marzo 2020.

Ai fattori suddetti si aggiungono le numerose elezioni dell’ultimo anno (consiglieri convenzionali, governatori, comunali, primarie, parlamentari, regionali e presidenziali) che hanno contribuito alla “normalizzazione” e istituzionalizzazione dei conflitti. In questo senso, nonostante la drammaticità acquisita, l’elezione presidenziale del 2021 non ha apportato elementi che alterassero di molto questa caratterizzazione perché la ribellione popolare non ha avuto la capacità di esprimere una propria alternativa, che le avrebbe consentito di essere presente autonomamente in questa tornata elettorale.

A livello di proiezione verso le istituzioni statali, sul conto dell’ottobrismo si può annotare solo il notevole risultato ottenuto da Fabiola Campillai al senato di Santiago. Sebbene non sia possibile prevedere il corso delle mobilitazioni popolari, è certo che quelle che si svolgano nei tempi che stanno arrivando non possono essere considerate come parte della ribellione di ottobre, ma piuttosto come parte di un nuovo contesto che, intuisco, proseguirà oltre il plebiscito di uscita del processo costituente in corso controllato dalle forze politiche dell’Accordo per la Pace Sociale e della nuova Costituzione.

D: Quali sono i vantaggi e gli svantaggi della mancanza di strutture formali e di leader della ribellione popolare?

R: È evidente che in un primo momento – tra il 18 ottobre e i primi giorni di novembre 2019 – la mancanza di strutture formali e di leader nazionali è stato un fattore che ha impedito allo Stato di porre fine al movimento, poiché nessun intervento repressivo era in grado di smantellare i numerosi e sparsi la focolai di ribellione. Non c’era uno “stato maggiore” il cui annientamento potesse fermare le mobilitazioni.

Tuttavia, dopo due o tre settimane, le sue debolezze sono emerse perché, nonostante l’effimero tentativo di creare una direzione o un coordinamento centralizzato – Unità Sociale – la ribellione non è riuscita a dotarsi di un’unità politica di base e non ha avuto la capacità di rispondere alle astuta manovra dell’Accordo del 15 novembre. Da allora, la mancanza di una solida articolazione tra le componenti principali di un movimento molto eterogeneo e disperso si è fatta sentita crudelmente.

Coloro che affermavano di rappresentare politicamente la ribellione popolare, erano divisi su cosa fare nei confronti del processo costituente regolamentato dal Parlamento; alcuni hanno scelto di partecipare, altri di boicottarlo o di astenersi. Inoltre, chi ha deciso di partecipare per travolgerlo, lo ha fatto in maniera dispersa, formando liste e presentando candidature in competizione tra loro.

Fonte originale

Di Sergio Grez su Contropiano abbiamo già pubblicato:

Una vittoria di Boric sarà solo un sollievo momentaneo

Cile. Elezioni presidenziali e processo costituente

Fonte

02/12/2021

Tre anni dopo cosa resta dei “gilet gialli”

Francia, perché l’impennata dei prezzi non porta a un’esplosione sociale? Non c’è un legame meccanico tra un contesto e una mobilitazione. Inchiesta di Mediapart

La primavera sarà calda, l’autunno sarà turbolento, l’inverno sarà incessante… Così come la retorica militante ha spesso cercato di mobilitare le sue truppe annunciando in anticipo movimenti che non sempre si sono verificati, sembra difficile spiegare l’assenza di mobilitazione quando il contesto sembra prestarsi ad essa.

La coincidenza tra i prezzi della benzina più alti che mai e il terzo anniversario della rivolta dei “gilet gialli” solleva domande sulle ragioni dell’attuale apatia sociale: la prospettiva delle elezioni presidenziali e il confronto elettorale? Specificità della mobilitazione delle rotonde troppo inedite? La portata della repressione è stata realizzata? Assenza strutturale di correlazione tra mobilitazioni sociali e condizioni socio-economiche? Effetti di coda lunga dell’epidemia di coronavirus?

Quando, il 17 novembre 2018, il movimento dei Gilet Gialli è emerso, ha colto di sorpresa gli osservatori e le autorità. Questi ultimi riuscirono a spegnerlo solo dopo molti mesi, ricorrendo contemporaneamente a un’intensa repressione e a varie procedure pseudo-deliberative. All’epoca, l’annuncio di un aumento della tassazione sul carburante ha fornito la scintilla per la mobilitazione, che è stata originale nella sua forma, nella sua sociologia e nei suoi metodi di azione. Più in generale, la questione dei vincoli di spesa è stata al centro della conversazione nazionale.

Quest’autunno, tuttavia, lo spettro del “costo della vita elevato” è riapparso. Alla pompa, il prezzo del diesel o della benzina senza piombo ha superato i livelli raggiunti alla vigilia dei primi blocchi delle rotonde del 17 novembre 2018. Anche il costo del gas e dell’elettricità è alle stelle. Il fenomeno, di portata globale, sta già scatenando proteste popolari vicino a casa, come in Spagna, dove i sindacati del trasporto stradale minacciano di scioperare prima di Natale. Ma in Francia prevale la calma. In questa fase, non emerge alcun risveglio dei gilet gialli, né alcuna dinamica di un movimento che riprenda gli stessi temi.

Come si può spiegare questa apparente apatia, quando le giustificazioni materiali per una nuova rivolta esistono e si sono già verificate? Il governo teme il ripetersi di un movimento di protesta, dal momento che si è sentito obbligato a disegnare una “indennità di inflazione” di 100 euro per i francesi che guadagnano meno di 2.000 euro, che però è mal calibrata per rispondere a tutte le potenziali difficoltà generate dall’attuale aumento dei prezzi.

Il primo elemento di risposta, avanzato dalla maggior parte dei ricercatori intervistati da Mediapart, consiste nel sottolineare l’assenza di un legame meccanico tra un certo tipo di “condizioni oggettive” e l’avvento di una mobilitazione. “Anche quando passi parte del tuo tempo ad analizzare i movimenti sociali, sei preso alla sprovvista da ciò che accade e ti chiedi perché certe cose non accadono”, ride Erik Neveu, professore a Sciences-Po Rennes.

L’idea che si possano tracciare correlazioni tra la situazione socio-economica e le rivolte politiche è ereditata dall’analisi dello storico Ernest Labrousse (1895-1988), che riteneva che la rivoluzione francese fosse legata all’aumento del prezzo del pane: una dimensione riassunta dalla citazione apocrifa attribuita alla regina Maria Antonietta: “Se non hanno pane, che mangino brioche.

Tuttavia, anche se la Rivoluzione francese fu effettivamente scatenata in un periodo di alti prezzi del grano, essa seguì altri periodi di alti prezzi del grano che non scatenarono alcuna rivolta. L’analisi labroussiana è stata ampiamente contestata dalla storiografia più recente, in particolare dal ricercatore britannico E. P. Thompson, il quale ha dimostrato che, sebbene le questioni di bilancio e le condizioni di vita potessero essere alla base delle mobilitazioni, non c’era alcun determinismo al riguardo: “economie morali” e situazioni politiche potevano altrettanto facilmente innescare una rivolta quanto un aumento dei prezzi.

Analizziamo sempre a posteriori il modo in cui nascono le rivoluzioni e le esplosioni sociali”, conferma la storica Danielle Tartakowsky, autrice di Pouvoir est dans la rue – Crises politiques et manifestations en France XIXe-XXe siècles (Flammarion). Non c’è un legame obbligatorio tra questi e una determinata situazione economica. Sappiamo molto bene, contrariamente a quanto credeva il movimento comunista negli anni ’20, che la miseria non porta con sé la protesta o la rivoluzione”.

“Nel 2007 e nel 2011”, nota da parte sua il sociologo Pierre Blavier, che ha appena pubblicato Gilets jaunes, la révolte des budgets contraints (PUF), “il prezzo della benzina aveva già raggiunto i livelli del 2018, e questo senza che ne derivasse alcuna esplosione sociale. Ora, la benzina è ancora più cara, e l’elettricità e il gas si aggiungono, senza che il movimento prenda per il momento slancio.

Per Olivier Fillieule, professore di sociologia politica all’Università di Losanna, co-direttore del Dizionario dei movimenti sociali (Presses de Sciences-Po), che ha studiato il movimento dei Gilet Gialli nel Sud-Est, questa rivolta non si spiega meccanicamente con l’aumento del prezzo della benzina. “La rabbia è esplosa il 17 novembre 2018, ma stava fermentando dall’inizio dell’anno. I gruppi di Facebook esistono da mesi. Le frustrazioni legate agli autovelox o al limite di velocità di 80 km/h sono precedenti alla scintilla”.

Le persone che sono uscite sulle rotonde”, aggiunge, “sono molto raramente dei militanti, nel senso di persone per le quali le associazioni militanti e l’impegno in cause talvolta multiple strutturano la loro esistenza; e che per questo stesso fatto sanno che possono perdere una volta e vincere un’altra volta. Al contrario, i Gilet Gialli della prima ora si sono mobilitati con una logica rivoluzionaria, pensando che sarebbero tornati a casa solo quando avessero ottenuto la soluzione ai loro problemi, spronati da un senso di urgenza e necessità. Per molti di loro, questo impegno improvviso e totale ha sconvolto la loro vita, hanno litigato con parenti e amici, e sono usciti da questo momento cresciuti ed esausti. Tenendo conto di tutto questo, è facile capire perché il recente aumento dei costi dell’energia non può bastare da solo a ravvivare una dinamica di mobilitazione. C’è bisogno di qualcos’altro per galvanizzare il morale piuttosto basso delle truppe.

Il fatto stesso che il movimento dei Gilet Gialli sia nato tre anni fa sulla base di rivendicazioni legate all’alto costo della vita non fornisce una ragione sufficiente per pensare che possa ripetersi allo stesso modo. In primo luogo, perché, a parte le modalità di azione più routinarie, è raro che le eruzioni popolari si ripetano nello stesso modo: il maggio 68 ha prodotto effetti, ma non si è mai ripetuto così. In secondo luogo, perché il modo in cui le autorità hanno risposto ai gilet gialli può aver minato le condizioni per un tale replay.

Come documentato da Mediapart, e in particolare da David Dufresne, il livello di coercizione esercitato dallo Stato contro i gilet gialli è stato molto alto, tanto che si dovrebbe tornare indietro di diversi decenni per osservare un uso così massiccio della forza. Danielle Tartakowsky giudica che la repressione dei gilet gialli “ha rotto la volontà di alcuni manifestanti, sia per quelli che hanno marciato a Parigi che per quelli che hanno visto le immagini”. È sorprendente, a questo proposito, vedere la differenza, in termini di polizia, tra il trattamento dei gilet gialli e quello degli anti-vax e degli anti-pass”.

Olivier Fillieule, coautore con Fabien Jobard, di Politiques du désordre – Police et manifestation en France (Le Seuil), tuttavia, offre uno sguardo sfumato sulla questione. “Nell’ultimo anno, abbiamo sentito molti intervistati dire che a causa della violenza, della repressione legale e finanziaria, era meglio per loro non presentarsi alle manifestazioni. Questo è particolarmente vero per le persone con responsabilità familiari che non possono scaricare. Ma al contrario, altri intervistati sono stati radicalizzati dall’insolita violenza del trattamento poliziesco delle manifestazioni, dalla pioggia di multe, dalla ferocia della comparsa immediata e, più in generale, dall’ingiusto trattamento giudiziario, per non parlare dell’esperienza del carcere.

Qualunque sia la coercizione esercitata contro di loro, la mancata ricomparsa dei gilet gialli deve anche essere legata alle caratteristiche stesse del movimento. Nata fuori dai sindacati e coltivando un’ignoranza, persino una diffidenza nei loro confronti, si è dimostrata resistente a qualsiasi forma di centralizzazione e gerarchizzazione.

“I movimenti mal organizzati, da membri con poco capitale militante, sono una rarità storica e sono più fragili di altri”, osserva Laurent Jeanpierre, professore di scienze politiche all’Università di Parigi I e autore di In Girum – Les Leçons politiques des ronds-points (La Découverte, 2019).

“I leader dei gilet gialli erano per lo più locali”, ricorda Erik Neveu, che crede anche che il loro indebolimento nel tempo derivi in parte da una mancanza di strutture di coordinamento. “Non tutto può essere organizzato attraverso le reti sociali, senza un sistema di portavoce o un minimo di istituzionalizzazione”. Un argomento che si può trovare, sviluppato da altri contesti, dalla sociologa americano-turca Zeynep Tüfekçi. Nel suo studio Twitter et les gaz lacrymogènes (C&F éditions, 2019), mostra che la “protesta connessa” può permettere una mobilitazione massiccia a una velocità senza precedenti, ma ottiene l’efficacia della decisione collettiva, e quindi la reattività e la durata del movimento interessato.

Se non c’è mai un legame meccanico tra condizioni socio-economiche oggettive e mobilitazione sociale, e se le caratteristiche dei gilet gialli e la repressione a cui furono sottoposti non depongono a favore della ripetizione di un movimento simile, altri due elementi cruciali spiegano perché non è ancora emersa una forte mobilitazione contro il caro vita.

Le elezioni e la pandemia

Da un lato, il contesto pre-elettorale, con le elezioni presidenziali a soli cinque mesi, non è molto favorevole. La prospettiva della “grande spiegazione” attraverso il voto potrebbe essere qualcosa a cui aggrapparsi? L’idea che la battaglia sarà combattuta alle urne è già stata prevalente in passato”, nota Danielle Tartakowsky. Questo è stato il caso del 1981, che ha portato a un crollo della mobilitazione sociale prima dell’elezione di François Mitterrand. Fu così anche nel 1936: le mobilitazioni su base antifascista o anti-crisi erano state forti nei due anni precedenti, ma da marzo in poi, le organizzazioni che componevano il raggruppamento popolare si preoccuparono di evitare qualsiasi cosa che potesse dare luogo a provocazioni, suscettibili di avere un effetto negativo sul voto di aprile.

Per alcuni ricercatori, l’argomento non è decisivo. Erik Neveu ci ricorda che i tratti socio-demografici dei gilet gialli li dispongono soprattutto a “un debole interesse per la politica istituzionale”. Per coloro che hanno occupato le rotonde, aggiunge Pierre Blavier, “il sistema partitico ed elettorale è completamente vuoto”.

Olivier Fillieule sottolinea anche che le tre elezioni precedenti (europee, comunali e regionali) hanno fornito la loro parte di fallimenti e di amara disillusione per coloro che avevano cercato di investire nel campo istituzionale. “Durante le elezioni europee, sulle rotonde, tutti erano convinti che Macron avrebbe ricevuto uno schiaffo e la delusione è stata immensa. Solo il Rassemblement National e France Insoumis hanno cercato di radunarli durante il movimento. In realtà, il voto dei gilet gialli non è una questione elettorale, dato il loro piccolo numero e la loro persistenza nel rimanere lontani dalle urne. Questo spiega in parte la facilità con cui una parte del movimento, qua e là, è passata al movimento anti-pass, poiché il movimento può incarnarsi, per molti, solo nella presenza fisica nello spazio pubblico, nelle occupazioni e nelle manifestazioni”.

Tuttavia, se guardiamo oltre gli stessi gilet gialli e guardiamo ad altri attivisti che potrebbero alimentare un movimento sociale, la vicinanza delle elezioni presidenziali mantiene la sua importanza. “In Francia, gli attivisti più esperti sono molto pochi e spesso mobilitati in diverse cause”, spiega Laurent Jeanpierre. Con la campagna elettorale, la loro energia è incanalata, non hanno più abbastanza tempo per indirizzarla altrove. Da parte dei cittadini, può prevalere una forma di atteggiamento di attesa, anche senza grandi speranze di cambiamento. Se dovessimo cercare di identificare una tendenza a lungo termine”, conferma Danielle Tartakowsky, “sarebbe una diminuzione della mobilitazione nel periodo pre-elettorale piuttosto che un aumento.

Anche se questo non costituisce una legge storica, possiamo osservare che le eruzioni sociali più significative in Francia sono state post-elettorali. Gli scioperi del 1936 seguirono la vittoria dei partiti del Fronte Popolare; il maggio 68 avvenne un anno dopo le elezioni legislative e tre anni dopo le prime elezioni presidenziali a suffragio universale della Quinta Repubblica; il grande movimento sociale del 1995 seguì poco dopo l’elezione di Jacques Chirac; e la stessa cosa è successa con i gilet gialli.

Inoltre, e questo è forse il fattore di handicap più grave, la pandemia di coronavirus è passata nel frattempo. Su scala globale, come ha mostrato il ricercatore Alain Bertho, le mobilitazioni strettamente sociali si sono ritirate rispetto al 2019, che era stato segnato da una dinamica di lotte emancipatorie senza precedenti. I confinamenti successivi, le limitazioni imposte ai raggruppamenti, ma anche l’esaurimento personale causato dalla crisi sanitaria, hanno pesato sulla capacità di mobilitazione.

“I vincoli alla costruzione pratica di un collettivo sono più forti di due anni fa, mentre erano già più forti di dieci anni fa”, dice Laurent Jeanpierre, che invita anche a “non minimizzare la stanchezza”, che è difficile da oggettivare, ma che è stata osservata in ambienti molto diversi, e in particolare nei settori tradizionalmente più mobilitati della società.

Possiamo allora ancora immaginare, in questo contesto di crescente quotidianità, una nuova mobilitazione su larga scala, anche se sarebbe necessariamente diversa da quella dei gilet gialli di tre anni fa? “Affinché un movimento sociale riunisca diversi settori e realizzi il suo potenziale rivoluzionario, è necessario raggiungere una de-settorializzazione che, fino ad ora, è stata solo molto parziale”, giudica Pierre Blavier.

Secondo lui, ci sono potenziali “ponti” tra le categorie di popolazione che hanno strutturato la mobilitazione del 2018 e altre frazioni della popolazione. In questa fase, tuttavia, il loro verificarsi rimane improbabile. “Almeno quattro settori potrebbero collegarsi con i gilet gialli in una logica di classe”, crede. Il settore sanitario, che era regolarmente presente nel movimento. Quella dei piccoli pensionati, che hanno fornito diversi battaglioni di gilet gialli. Ma anche gli insegnanti, la cui paga è molto bassa, che si trovano anche di fronte a tensioni di bilancio, per esempio per l’alloggio, ma non hanno aderito affatto al movimento. E i movimenti in difesa dei servizi pubblici, per i quali non si è verificato nemmeno lo snodo.

Per la storica Danielle Tartakowsky, “data la situazione, dovremmo teoricamente avere un movimento, ma non possiamo dirlo perché è impossibile identificare delle costanti basate su condizioni “oggettive”. Questo non significa che non si possa essere sorpresi. E la sorpresa raramente prende le forme previste...

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