Pillole di storia recente. Tratto da “La Storia anomala” (terzo volume) di imminente uscita.
“A luglio 2006 la missione italiana in Afghanistan deve essere rinnovata con il voto del Parlamento. Una pattuglia di senatori e deputati del Prc e del PdCI, più collegati con i movimenti contro la guerra che si erano attivati nel paese dal 2003 in poi, annunciano la disponibilità a votare contro il rinnovo della missione militare in Afghanistan, una scelta che indubbiamente avrebbe messo in minoranza il governo Prodi intenzionato invece a mantenere gli impegni militari con la Nato e gli Usa.
La pressione contro questa pattuglia di parlamentari diventa fortissima. I compagni della RdC, non da soli ovviamente, capiscono che intorno a questi senatori e deputati occorre costruire un forte cordone di protezione e consenso politico che ne sostenga la scelta antiguerra.
In pieno luglio viene organizzata una grande e partecipatissima assemblea al centro congresso Frentani a Roma. Sala gremita, attestati di solidarietà giungono da personalità di ambiti assai diversi (da Gino Strada a Beppe Grillo). Vengono create tutte le condizioni affinché chi in Parlamento si schiererà contro il proseguimento dell’impegno militare italiano sarà tutt’altro che isolato.
Ma al momento delle scelte prevale però l’opportunismo e con mille giravolte tutti i membri dei gruppi parlamentari del Prc e del PdCI alla fine voteranno a favore del rinnovo della missione militare in Afghanistan. Si consuma così una prima rottura tra movimenti e partiti di sinistra presenti in Parlamento. Nelle piazze volano parole grosse e nelle relazioni si incrinano amicizie e attestati di stima costruiti negli anni.
A marzo del 2007 le cose anche in Parlamento diventano più chiare. In una mozione sulla politica estera del governo Prodi, un deputato del Prc (Franco Turigliatto) e un senatore del PdCI (Ferdinando Rossi) rompono le righe e votano contro le indicazioni dei loro gruppi parlamentari, mandando sotto il governo e provocando un terremoto politico. Entrambi verranno espulsi dai rispettivi partiti. Altri deputati e senatori dei due partiti, sollecitati a fare altrettanto, invece tradiranno le aspettative di tante compagne e compagni e si allineeranno alle indicazioni dei gruppi parlamentari di Prc e PdCI a supporto del governo Prodi.
Si consuma così una seconda e forse più profonda rottura politica tra gli esponenti dei partiti della sinistra in Parlamento e il loro popolo.
Gli esiti di questa rottura diventeranno clamorosi l’anno successivo (il 2008) con il fallimento elettorale della Lista Arcobaleno (costituita da Prc, PdCI e Verdi) e l’esclusione di questi partiti dalla presenza parlamentare, una assenza che perdura tuttora.
Eppure la manifestazione più clamorosa di questa rottura si rivelerà il 9 giugno 2007 in occasione della visita del presidente Usa Bush in Italia.
I movimenti sociali e antiguerra insieme ai sindacati di base convocano una manifestazione nazionale a Roma da Piazza della Repubblica a Piazza Navona contro la visita di Bush. I partiti della sinistra parlamentare (Prc e PdCI), per non entrare in contraddizione con il loro sostegno al governo Prodi, non partecipano alla manifestazione ma convocano a Piazza del Popolo una piazza alternativa al corteo.
Prima del 9 giugno, come è consuetudine, parte un appello dei soliti “pontieri” per ricongiungere le due manifestazioni. La Rete dei Comunisti in un comunicato risponde così a questi appelli: “Vogliamo dire che non possiamo condividere il loro appello perché è ormai dal luglio del 2006 che con molti dei firmatari le strade si sono divise e che il movimento No War (o parte di esso) è stato costretto da solo in tutti questi mesi a dare continuità agli obiettivi e alle battaglie condivise fino... al luglio 2006.
Lo ha fatto a luglio mentre in Parlamento si votava a favore del mantenimento della missione militare in Afghanistan e poi mentre Israele bombardava il Libano, lo ha fatto a settembre segnalando perplessità e contrarietà sulla nuova missione militare italiana in Libano, lo ha fatto a Novembre sulla Palestina (anche lì dividendosi sui contenuti in due piazze diverse e distinte), lo ha fatto a febbraio a Vicenza, lo ha fatto a marzo con la manifestazione del 19 e con i presidi sotto il Senato mentre nelle aule parlamentari si votava nuovamente a favore della missione militare in Afghanistan. Lo farà anche a giugno perché gli elicotteri Mangusta, i carri armati e nuovi soldati vengono inviati in Afghanistan nonostante ad aprile molti avessero dichiarato che non avrebbero mai accettato l’invio dei Mangusta, di altri soldati e armamenti nel mattatoio afgano.
Il 9 giugno a Roma ci saranno due manifestazioni perché questa realtà è il risultato dei fatti concreti sopraelencati. Ci sarà un corteo che attraverserà la capitale numeroso, partecipato, pacifico e animato da quelli che in questi dieci mesi non hanno rinunciato a contenuti e iniziative contro la guerra e ci sarà una piazza tematica animata dai partiti e dalle associazioni che tuttora sostengono e collaborano con il governo Prodi e le sue scelte concrete (….) Oggi non si può chiedere ai movimenti No War né a nessun altro di “non disturbare il manovratore”, è tempo che si abbia finalmente rispetto dell’autonomia dei movimenti dalle contingenze della “politica”.
La rottura è totale e produce una onda lunga che si riverbererà nel tempo. Il 9 giugno un enorme corteo contro la visita di Bush, la guerra e il governo Prodi, sfila per le strade di Roma cogliendo il sentimento diffuso nella sinistra e nei movimenti sociali del paese. I partiti della sinistra parlamentare si ritrovano isolati in una Piazza del Popolo semi deserta ma soprattutto disertata. Contropiano esce con un titolo significativo: “Una sinistra senza popolo”.
Da “La Storia anomala” (terzo volume) di prossima uscita
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/06/2025
22/03/2019
Quelle frattaglie lanciate su via delle Botteghe Oscure contro la guerra alla Jugoslavia
Ricadono in questi giorni i venti anni dall’aggressione della Nato alla Federazione Jugoslava nel marzo del 1999. Le bombe su Belgrado segnarono con una guerra alle porte dell’Europa la fine dello scorso secolo e prepararono il terreno a quelle sull’Afghanistan e l’Iraq come inizio del XXI Secolo.
E’ importante, venti anni dopo, non lasciare niente all’oblìo di quella vergognosa aggressione della Nato costruita, sostenuta e realizzata, senza alcuna risoluzione dell’Onu, da una alleanza di governi liberali e progressisti. Negli Usa al governo c’era Clinton, dunque nè Bush né Trump; in Gran Bretagna c’era il laburista Toni Blair; in Francia il socialista Jospin; in Germania il socialdemocratico Schroeder con il verde sessantottino Joska Fisher come ministro degli esteri.
E in Italia? In Italia D’Alema aveva sostituito Romano Prodi al suo primo governo dell’epoca di Berlusconi e dell’antiberlusconismo. Un governo sostenuto da un partito comunista con propri ministri – il PdCI – guidato da dirigenti come Cossutta, Diliberto, Rizzo e prodotto di una scissione dal Prc.
Questi governi “progressisti”, misero a disposizione della Nato non solo bombardieri, forze armate, basi militari ma anche apparati di consenso.
Fu un “progressista francese”, Bernard Kouchner, a elaborare tramite l’organizzazione di cui era presidente – Msf – la dottrina della “guerra umanitaria”. E questa dottrina nel caso della Jugoslavia venne diffusa come dolorosa necessità da giornali, telegiornali, ong, associazioni, sindacati collaterali ai governi di sinistra o centro-sinistra in Europa.
Un primo esperimento era stato già fatto nel 1995, quando gli aerei della Nato bombardarono la zona serba della Bosnia, con il plauso anche di Rossana Rossanda.
Mentre si andava preparando l’aggressione alla Federazione Jugoslava, il governo D’Alema si era reso responsabile, durante le feste natalizie tra il 1998 e il 1999, di un altro episodio vergognoso. Il leader del Pkk Abdullah Ocalan, si era rifugiato in Italia ed aveva chiesto asilo politico al governo italiano. Dopo settimane di indugi, il governo italiano imbarcò Ocalan su un aereo della flotta aziendale dell’Eni e lo consegnò agli apparati repressivi della Turchia che gli davano la caccia.
Come risposta ci fu una manifestazione a Roma che assaltò con estrema determinazione la sede delle linee aeree turche. Un atto di forza che esprimeva una voglia di riscatto da parte dei movimenti contro la vergogna verso un governo che aveva tradito il diritto d’asilo e consegnato un leader politico di un popolo in lotta ai suoi carnefici. Ancora oggi Ocalan è sepolto vivo nel carcere sull’isola di Imrali.
A Ottobre del 1998, poco prima di essere destituito dal “fuoco amico” di D’Alema, Romano Prodi aveva già attivato l’ordine di attivazione nelle basi Nato presenti in Italia nell'ipotesi di intervento militare nella ex Jugoslavia. Quando nella notte del 23 marzo 1999 gli aerei partiti dalle basi militari di Aviano, Gioia del Colle e dalle portaerei nell’Adriatico cominciarono a bombardare Belgrado, i suoi ponti, le fabbriche, le strade, tra molte compagne e compagni si disse che la misura era colma.
Giornali e telegiornali martellavano a sostegno dei bombardamenti, diffondendo notizie che si riveleranno clamorosamente false e alimentando un odio anti-serbo che richiamava per molti aspetti la slavofobia dello storico espansionismo aggressivo tedesco verso l’est. E mentre i mass media legittimavano la guerra umanitaria, il mondo dell’associazionismo, i sindacati confederali, le ong collaterali al governo di centro-sinistra si incaricavano di veicolare questi contenuti nella sinistra e nei movimenti. Poche settimane dopo lo stessa filiera si predisponeva a incassare i miliardi degli aiuti umanitari della Missione Arcobaleno in Kosovo.
LA CONTESTAZIONE IN VIA DELLE BOTTEGHE OSCURE: “RISCATTARE LA VERGOGNA DELL’AGGRESSIONE NATO CONTRO LA JUGOSLAVIA”
In questo contesto una manifestazione convocata a Roma contro la guerra e i bombardamenti su Belgrado, si diresse verso il centro della città. Arrivati a Piazza Venezia, un gruppo di compagni si sganciò dal corteo e lanciò alcuni chili di frattaglie sull’ingresso della storica sede di via delle Botteghe Oscure diventata la direzione dei Ds (Democratici di Sinistra) allora partito di governo. Un esplicito richiamo alla macelleria a cui il governo italiano si stava prestando partecipando attivamente ai bombardamenti sulla Federazione Jugoslava. Il corteo invece di proseguire deviò in massa proprio verso via delle Botteghe Oscure per sostenere la clamorosa contestazione. La polizia colta alla sprovvista fu costretta a sparare i lacrimogeni per cercare di sciogliere la manifestazione, al termine della quale tre compagni vennero arrestati.
La sera stessa, quando l’allora segretario dei Ds, Walter Veltroni, venne intervistato dal Tg1 proprio sulla contestazione avvenuta su un luogo storico come la sede di via delle Botteghe Oscure, tutti capirono il segno e il peso politico di quell’azione.
Quella guerra e la contestazione a via delle Botteghe Oscure furono uno spartiacque nella lotta contro la guerra ma anche tra chi aveva maturato consapevolezza sulla funzione del centro-sinistra una volta al governo e chi ha continuato a illudersi di poterne essere il paracarro “a sinistra”. L’illusione si è prolungata fino al 2008 con il secondo governo Prodi.
Nel primo caso, la contestazione del marzo 1999 è stato una sorta di battesimo in piazza della Rete dei Comunisti (registrata perfino da La Repubblica), nel secondo caso (2008 e la dissoluzione della sinistra filo centro-sinistra affondatasi con la lista Arcobaleno), fu la scelta di mettere in campo una ipotesi politica a tutto campo per chi non intende più campare di illusioni e logorarsi ancora con la logica del meno peggio.
Rete dei Comunisti, marzo 2019
Fonte
E’ importante, venti anni dopo, non lasciare niente all’oblìo di quella vergognosa aggressione della Nato costruita, sostenuta e realizzata, senza alcuna risoluzione dell’Onu, da una alleanza di governi liberali e progressisti. Negli Usa al governo c’era Clinton, dunque nè Bush né Trump; in Gran Bretagna c’era il laburista Toni Blair; in Francia il socialista Jospin; in Germania il socialdemocratico Schroeder con il verde sessantottino Joska Fisher come ministro degli esteri.
E in Italia? In Italia D’Alema aveva sostituito Romano Prodi al suo primo governo dell’epoca di Berlusconi e dell’antiberlusconismo. Un governo sostenuto da un partito comunista con propri ministri – il PdCI – guidato da dirigenti come Cossutta, Diliberto, Rizzo e prodotto di una scissione dal Prc.
Questi governi “progressisti”, misero a disposizione della Nato non solo bombardieri, forze armate, basi militari ma anche apparati di consenso.
Fu un “progressista francese”, Bernard Kouchner, a elaborare tramite l’organizzazione di cui era presidente – Msf – la dottrina della “guerra umanitaria”. E questa dottrina nel caso della Jugoslavia venne diffusa come dolorosa necessità da giornali, telegiornali, ong, associazioni, sindacati collaterali ai governi di sinistra o centro-sinistra in Europa.
Un primo esperimento era stato già fatto nel 1995, quando gli aerei della Nato bombardarono la zona serba della Bosnia, con il plauso anche di Rossana Rossanda.
Mentre si andava preparando l’aggressione alla Federazione Jugoslava, il governo D’Alema si era reso responsabile, durante le feste natalizie tra il 1998 e il 1999, di un altro episodio vergognoso. Il leader del Pkk Abdullah Ocalan, si era rifugiato in Italia ed aveva chiesto asilo politico al governo italiano. Dopo settimane di indugi, il governo italiano imbarcò Ocalan su un aereo della flotta aziendale dell’Eni e lo consegnò agli apparati repressivi della Turchia che gli davano la caccia.
Come risposta ci fu una manifestazione a Roma che assaltò con estrema determinazione la sede delle linee aeree turche. Un atto di forza che esprimeva una voglia di riscatto da parte dei movimenti contro la vergogna verso un governo che aveva tradito il diritto d’asilo e consegnato un leader politico di un popolo in lotta ai suoi carnefici. Ancora oggi Ocalan è sepolto vivo nel carcere sull’isola di Imrali.
A Ottobre del 1998, poco prima di essere destituito dal “fuoco amico” di D’Alema, Romano Prodi aveva già attivato l’ordine di attivazione nelle basi Nato presenti in Italia nell'ipotesi di intervento militare nella ex Jugoslavia. Quando nella notte del 23 marzo 1999 gli aerei partiti dalle basi militari di Aviano, Gioia del Colle e dalle portaerei nell’Adriatico cominciarono a bombardare Belgrado, i suoi ponti, le fabbriche, le strade, tra molte compagne e compagni si disse che la misura era colma.
Giornali e telegiornali martellavano a sostegno dei bombardamenti, diffondendo notizie che si riveleranno clamorosamente false e alimentando un odio anti-serbo che richiamava per molti aspetti la slavofobia dello storico espansionismo aggressivo tedesco verso l’est. E mentre i mass media legittimavano la guerra umanitaria, il mondo dell’associazionismo, i sindacati confederali, le ong collaterali al governo di centro-sinistra si incaricavano di veicolare questi contenuti nella sinistra e nei movimenti. Poche settimane dopo lo stessa filiera si predisponeva a incassare i miliardi degli aiuti umanitari della Missione Arcobaleno in Kosovo.
LA CONTESTAZIONE IN VIA DELLE BOTTEGHE OSCURE: “RISCATTARE LA VERGOGNA DELL’AGGRESSIONE NATO CONTRO LA JUGOSLAVIA”
In questo contesto una manifestazione convocata a Roma contro la guerra e i bombardamenti su Belgrado, si diresse verso il centro della città. Arrivati a Piazza Venezia, un gruppo di compagni si sganciò dal corteo e lanciò alcuni chili di frattaglie sull’ingresso della storica sede di via delle Botteghe Oscure diventata la direzione dei Ds (Democratici di Sinistra) allora partito di governo. Un esplicito richiamo alla macelleria a cui il governo italiano si stava prestando partecipando attivamente ai bombardamenti sulla Federazione Jugoslava. Il corteo invece di proseguire deviò in massa proprio verso via delle Botteghe Oscure per sostenere la clamorosa contestazione. La polizia colta alla sprovvista fu costretta a sparare i lacrimogeni per cercare di sciogliere la manifestazione, al termine della quale tre compagni vennero arrestati.
La sera stessa, quando l’allora segretario dei Ds, Walter Veltroni, venne intervistato dal Tg1 proprio sulla contestazione avvenuta su un luogo storico come la sede di via delle Botteghe Oscure, tutti capirono il segno e il peso politico di quell’azione.
Quella guerra e la contestazione a via delle Botteghe Oscure furono uno spartiacque nella lotta contro la guerra ma anche tra chi aveva maturato consapevolezza sulla funzione del centro-sinistra una volta al governo e chi ha continuato a illudersi di poterne essere il paracarro “a sinistra”. L’illusione si è prolungata fino al 2008 con il secondo governo Prodi.
Nel primo caso, la contestazione del marzo 1999 è stato una sorta di battesimo in piazza della Rete dei Comunisti (registrata perfino da La Repubblica), nel secondo caso (2008 e la dissoluzione della sinistra filo centro-sinistra affondatasi con la lista Arcobaleno), fu la scelta di mettere in campo una ipotesi politica a tutto campo per chi non intende più campare di illusioni e logorarsi ancora con la logica del meno peggio.
Rete dei Comunisti, marzo 2019
Fonte
29/11/2017
Le “Fake News” e noi
Rifondazione, PdCI-PCI e Rete dei comunisti procedano a una fusione in tempi rapidi dei loro strumenti informativi.
La polemica sulle cosiddette fake news tra gli spacciatori tradizionali delle bufale di professione, cioè giornali, TV e grandi provider o portali, e gli outsider delle bufale artigianali (con tutti gli annessi sulle ingerenze di potenze straniere, come se gli americani non controllassero le elezioni nelle colonie dal termine della guerra ispano-americana...), è un pezzo della lotta interna alle classi dominanti e ai loro apparati ideologici.
Una lotta – dilagante in tutti i paesi capitalistici – per il controllo della manipolazione del consenso, in una fase nella quale le élites della produzione di informazioni, non garantendo più nessuna redistribuzione, hanno perduto l’antico monopolio, esattamente come le élites politiche stabilite, quelle economiche o quelle intellettuali (la casta). E sono anch’esse scavalcate dagli strumenti digitali di disintermediazione (cioè dell’immediatezza).
È una lotta cruciale perché, esaurita la democrazia moderna, il suffragio universale è stato abolito da una de-emancipazione de facto su vasta scala e in assenza di partiti politici veri, e cioè di partiti di massa, le competizioni elettorali riconoscono oggi solo i comitati capaci di influenzare e mobilitare minoranze contingenti e variabili ma compatte.
In questa lotta, la sinistra verrà stritolata. Priva di strumenti autonomi anche in questo campo, infatti, non può più elemosinare l’accesso ai media tradizionali come in passato (tanto più che la sua posizione sistemica è ora occupata dal partito di Bersani D’Alema e Vendola, mentre la Lista Anticapitalista avrà quello un tempo proprio dei gruppuscoli, cioè nessuno). Mentre la sua presenza nei media digitali è dilettantesca e frammentata ai limiti dell’invisibilità.
Abbiamo perso 10 anni per capire ciò che è sempre stato ovvio e cioè che non dobbiamo andare né col PD (quello di oggi o quello di ieri che sia, Renzi come Bersani), né con quelli che vogliono andare col PD, come Vendola.
Dobbiamo perderne altrettanti per capire che è di vitale importanza dotarsi di un portale nazionale di informazione e cultura?
Rifondazione, il PdCI-PCI, la Rete dei comunisti, cioè gli unici soggetti minimamente organizzati, mettano assieme le loro risorse e individuino le persone competenti in grado di realizzare il progetto. E facciano anche in fretta, o sarà troppo tardi e non potremo fare nemmeno la campagna elettorale. Il resto seguirà.
Anche così non sarà nemmeno la centesima parte di ciò di cui abbiamo bisogno.
Fonte
La polemica sulle cosiddette fake news tra gli spacciatori tradizionali delle bufale di professione, cioè giornali, TV e grandi provider o portali, e gli outsider delle bufale artigianali (con tutti gli annessi sulle ingerenze di potenze straniere, come se gli americani non controllassero le elezioni nelle colonie dal termine della guerra ispano-americana...), è un pezzo della lotta interna alle classi dominanti e ai loro apparati ideologici.
Una lotta – dilagante in tutti i paesi capitalistici – per il controllo della manipolazione del consenso, in una fase nella quale le élites della produzione di informazioni, non garantendo più nessuna redistribuzione, hanno perduto l’antico monopolio, esattamente come le élites politiche stabilite, quelle economiche o quelle intellettuali (la casta). E sono anch’esse scavalcate dagli strumenti digitali di disintermediazione (cioè dell’immediatezza).
È una lotta cruciale perché, esaurita la democrazia moderna, il suffragio universale è stato abolito da una de-emancipazione de facto su vasta scala e in assenza di partiti politici veri, e cioè di partiti di massa, le competizioni elettorali riconoscono oggi solo i comitati capaci di influenzare e mobilitare minoranze contingenti e variabili ma compatte.
In questa lotta, la sinistra verrà stritolata. Priva di strumenti autonomi anche in questo campo, infatti, non può più elemosinare l’accesso ai media tradizionali come in passato (tanto più che la sua posizione sistemica è ora occupata dal partito di Bersani D’Alema e Vendola, mentre la Lista Anticapitalista avrà quello un tempo proprio dei gruppuscoli, cioè nessuno). Mentre la sua presenza nei media digitali è dilettantesca e frammentata ai limiti dell’invisibilità.
Abbiamo perso 10 anni per capire ciò che è sempre stato ovvio e cioè che non dobbiamo andare né col PD (quello di oggi o quello di ieri che sia, Renzi come Bersani), né con quelli che vogliono andare col PD, come Vendola.
Dobbiamo perderne altrettanti per capire che è di vitale importanza dotarsi di un portale nazionale di informazione e cultura?
Rifondazione, il PdCI-PCI, la Rete dei comunisti, cioè gli unici soggetti minimamente organizzati, mettano assieme le loro risorse e individuino le persone competenti in grado di realizzare il progetto. E facciano anche in fretta, o sarà troppo tardi e non potremo fare nemmeno la campagna elettorale. Il resto seguirà.
Anche così non sarà nemmeno la centesima parte di ciò di cui abbiamo bisogno.
Fonte
04/11/2015
Rompere con l'euro e l'Unione Europea, un tema ormai ineludibile
Si è tenuto sabato scorso a Roma un interessante dibattito, organizzato dall’Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista, su “Euro ed Unione Europea. Liberiamo i popoli!”. Un’iniziativa di discussione e di approfondimento, quella svoltasi nei locali dell’Associazione “Esquilino Domani”, schierata apertamente all’interno del campo rappresentato da quel pezzo del movimento comunista e di sinistra che contesta l’Unione Europea e l’Euro, considerando l’architettura istituzionale continentale e la moneta unica come i responsabili principali, i mandanti dell’involuzione democratica e dell’abbattimento dei diritti e delle condizioni di vita dei lavoratori di tutta l’Europa, in particolare dei popoli dei paesi sottoposti ad anni di ‘pilota automatico’ da parte della Troika.
Una posizione frutto di un lungo dibattito all’interno del Partito Comunista d’Italia e di altre aree della sinistra comunista influenzata, a detta degli stessi promotori, dall’involuzione del contesto europeo a partire da quanto avvenuto in Grecia nell’ultimo anno, irrigidimento autoritario attualmente in atto anche in relazione alla vicenda portoghese che non lascia dubbi sulla possibilità di riformare l’Unione Europea e di creare quella ‘altra Europa’ che sembra invece continuare ad essere l’obiettivo della sinistra europeista.
“È a tutti chiaro che il processo di costruzione in atto dell’Unione Europea – con le sue politiche iper liberiste , anti operaie e antidemocratiche – sovraordina e segna la fase sociale e politica che viviamo. Ed è, dunque, di decisiva importanza approfondire l’analisi sull’Euro e sull’Unione Europea, al fine – soprattutto – di organizzare le risposte e le lotte necessarie” ha affermato Manuela Palermi nella sua introduzione che ha auspicato una discussione seria, non dogmatica.
Per tutto il pomeriggio si sono alternati gli interventi degli esponenti politici e degli economisti invitati a partecipare, iniziando dalla relazione introduttiva di Vladimiro Giacché che a partire da una lucida ricostruzione sulla genesi dell’Unione Europea e sui principali cardini sulla quale si fonda quello che aspira ad essere un attore attrezzato della ‘competizione internazionale’ ha fornito ai presenti una utile traccia di discussione.
Dopo Giacché sono intervenuti Marco Santopadre (Rete dei Comunisti), l’economista Emiliano Brancaccio, l’economista Alberto Bagnai (che ha rimproverato alla sinistra di aver finora in gran parte ignorato gli evidenti segnali sul carattere antipopolare dell’Ue e dell’Euro). l’esponente di Rifondazione Comunista Ugo Boghetta, l’economista Antonella Stirati ed altri ancora.
Giorgio Cremaschi (Ross@) ha puntato il dito contro la paura che impedirebbe alla sinistra di portare avanti con determinazione una irrimandabile battaglia contro non solo l’Euro, ma anche contro i trattati e la volontà politica delle classi dominanti che usano la moneta unica come una clava contro i diritti sociali e il welfare state. A detta di Cremaschi occorre smettere di considerare l’Unione Europea come l’ambito naturale della battaglia politica, visione assai in voga nella cosiddetta sinistra radicale, ma bisogna cominciare a pensare all’Ue come al nostro principale avversario politico, senza mai dimenticare il ruolo che la Nato svolge sul fronte militare.
In attesa – speriamo – della pubblicazione di almeno alcuni degli interventi della giornata, segnaliamo anche la chiusura affidata a Bruno Steri, che per stessa ammissione del membro del Comitato Politico del Prc ha modificato il proprio giudizio sulla vicenda europea a partire dall’esplicitarsi del carattere irriformabile del blocco capitalista continentale manifestatosi nella sua pienezza attraverso i brutali diktat opposti da Bruxelles e Francoforte alle richieste del governo greco che pretendeva di modificare alcuni parametri della governance dell’Ue dopo la vittoria elettorale di Syriza. Steri ha invitato i presenti anche a tener conto della novità rappresentata dalla lettera indirizzata alla sinistra europea dall’ex esponente socialdemocratico tedesco Oscar Lafontaine che, insieme al francese Melenchon, all’italiano Fassina e al greco Varoufakis, propone l’irrinunciabilità di un ‘piano b’ di fronte all’impossibilità di determinare una svolta democratica nell’Ue a partire dal negoziato tra governo continentale e governi nazionali.
Segnaliamo anche l’intervento dell’ex senatore del PdCI Luigi Marino, che ha invece difeso quella che è stata la linea del suo partito fino ad un certo punto, basata sul fatto che l’uscita dall’Ue e dall’Eurozona comporterebbe per l’Italia e per la classe lavoratrice in particolare più danni che risultati positivi. Il compito dei comunisti, fin quando l’Unione Europea resterà in piedi, ha affermato l’ex senatore, è quello di lottare dall’interno per ottenere migliori condizioni per le classi popolari, evitando quello che è stato descritto come un “salto nel buio” (la rottura con Bruxelles) le cui conseguenze sarebbero assai gravi.
Fonte
Una posizione frutto di un lungo dibattito all’interno del Partito Comunista d’Italia e di altre aree della sinistra comunista influenzata, a detta degli stessi promotori, dall’involuzione del contesto europeo a partire da quanto avvenuto in Grecia nell’ultimo anno, irrigidimento autoritario attualmente in atto anche in relazione alla vicenda portoghese che non lascia dubbi sulla possibilità di riformare l’Unione Europea e di creare quella ‘altra Europa’ che sembra invece continuare ad essere l’obiettivo della sinistra europeista.
“È a tutti chiaro che il processo di costruzione in atto dell’Unione Europea – con le sue politiche iper liberiste , anti operaie e antidemocratiche – sovraordina e segna la fase sociale e politica che viviamo. Ed è, dunque, di decisiva importanza approfondire l’analisi sull’Euro e sull’Unione Europea, al fine – soprattutto – di organizzare le risposte e le lotte necessarie” ha affermato Manuela Palermi nella sua introduzione che ha auspicato una discussione seria, non dogmatica.
Per tutto il pomeriggio si sono alternati gli interventi degli esponenti politici e degli economisti invitati a partecipare, iniziando dalla relazione introduttiva di Vladimiro Giacché che a partire da una lucida ricostruzione sulla genesi dell’Unione Europea e sui principali cardini sulla quale si fonda quello che aspira ad essere un attore attrezzato della ‘competizione internazionale’ ha fornito ai presenti una utile traccia di discussione.
Dopo Giacché sono intervenuti Marco Santopadre (Rete dei Comunisti), l’economista Emiliano Brancaccio, l’economista Alberto Bagnai (che ha rimproverato alla sinistra di aver finora in gran parte ignorato gli evidenti segnali sul carattere antipopolare dell’Ue e dell’Euro). l’esponente di Rifondazione Comunista Ugo Boghetta, l’economista Antonella Stirati ed altri ancora.
Giorgio Cremaschi (Ross@) ha puntato il dito contro la paura che impedirebbe alla sinistra di portare avanti con determinazione una irrimandabile battaglia contro non solo l’Euro, ma anche contro i trattati e la volontà politica delle classi dominanti che usano la moneta unica come una clava contro i diritti sociali e il welfare state. A detta di Cremaschi occorre smettere di considerare l’Unione Europea come l’ambito naturale della battaglia politica, visione assai in voga nella cosiddetta sinistra radicale, ma bisogna cominciare a pensare all’Ue come al nostro principale avversario politico, senza mai dimenticare il ruolo che la Nato svolge sul fronte militare.
In attesa – speriamo – della pubblicazione di almeno alcuni degli interventi della giornata, segnaliamo anche la chiusura affidata a Bruno Steri, che per stessa ammissione del membro del Comitato Politico del Prc ha modificato il proprio giudizio sulla vicenda europea a partire dall’esplicitarsi del carattere irriformabile del blocco capitalista continentale manifestatosi nella sua pienezza attraverso i brutali diktat opposti da Bruxelles e Francoforte alle richieste del governo greco che pretendeva di modificare alcuni parametri della governance dell’Ue dopo la vittoria elettorale di Syriza. Steri ha invitato i presenti anche a tener conto della novità rappresentata dalla lettera indirizzata alla sinistra europea dall’ex esponente socialdemocratico tedesco Oscar Lafontaine che, insieme al francese Melenchon, all’italiano Fassina e al greco Varoufakis, propone l’irrinunciabilità di un ‘piano b’ di fronte all’impossibilità di determinare una svolta democratica nell’Ue a partire dal negoziato tra governo continentale e governi nazionali.
Segnaliamo anche l’intervento dell’ex senatore del PdCI Luigi Marino, che ha invece difeso quella che è stata la linea del suo partito fino ad un certo punto, basata sul fatto che l’uscita dall’Ue e dall’Eurozona comporterebbe per l’Italia e per la classe lavoratrice in particolare più danni che risultati positivi. Il compito dei comunisti, fin quando l’Unione Europea resterà in piedi, ha affermato l’ex senatore, è quello di lottare dall’interno per ottenere migliori condizioni per le classi popolari, evitando quello che è stato descritto come un “salto nel buio” (la rottura con Bruxelles) le cui conseguenze sarebbero assai gravi.
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Vladimiro Giacché
30/10/2013
Rossobrunismo, il Pdci di Terni abbocca
Ieri mattina un articolo comparso sul blog del Collettivo Militant ha svelato che a Terni, il prossimo 16 novembre, la locale federazione del Partito dei Comunisti Italiani avrebbe organizzato una iniziativa di ‘solidarietà con la Siria’ insieme ad una organizzazione che, pur definendosi euroasiatista (!) appartiene a quella galassia di gruppuscoli di estrema destra che in nome della “comune lotta contro il nemico imperialista” cercano collaborazioni con ciò che rimane della sinistra marxista e internazionalista.
Denunciava Militant ieri mattina:
“(...) Ci è capitato di imbatterci in una “curiosa” iniziativa a sostegno della Siria che si dovrebbe tenere il prossimo 16 novembre a Terni e che sarà promossa dal Pdci e dall’Associazione “I primi della strada” insieme a… Stato e Potenza. Ora va bene (si fa per dire) la “distrazione” degli organizzatori, va bene pure (si fa sempre per dire) la non approfondita conoscenza del microcosmo fascista, ma quando si invita qualcuno in casa propria, in questo caso nei locali della propria federazione, sarebbe cosa buona e giusta almeno informarsi su chi è, su che cosa fa e da dove viene. Almeno per evitare colossali figure di merda come questa. Non sappiamo se la federazione ternana del Pdci abbia accesso alla rete, immaginiamo di si visto che possiedono un profilo facebook (qui), in tal caso ci sentiamo di poter dire che sarebbe bastato digitare nomi e sigle su un qualsiasi motore di ricerca per rendersi conto con chi si aveva a che fare. Su “Stato e Potenza” non ci dilunghiamo troppo, in rete si trova di tutto e di più (qui per esempio) ed anche noi alcuni mesi fa abbiamo provato ad analizzare il fenomeno del “rossobrunismo” (qui) e i rinnovati tentativi di infiltrazione nel campo dell’estrema sinistra. Quello che forse più ci lascia perplessi sono però i relatori, in questi casi infatti i curricula personali valgono più di mille grafiche o slogan “realsocialisti” piazzati sul proprio sito per confondere qualche visitatore distratto o nostalgico. Il primo che balza agli occhi e senza dubbio il signor Ramadan, che gli organizzatori descrivono come un “comunista italo-siriano”. Ouday Ramadan è impegnato da mesi insieme con quella compagnia di giro che risponde al nome di Fronte Europeo per la Siria in un tour che l’ha portato a visitare numerose sedi fasciste, non ultima Casapound. (...) Di Stefano Bonilauri poi che dire se non che fa parte di quel (minuscolo) cosmo di “euroasiatici” che fa riferimento a Claudio Mutti (leggi) per conto del quale dirige la collana “Gladio e martello” (vedi) della casa editrice “Edizioni all’insegna del veltro” capace di pubblicare indistintamente testi su Ceaușescu e Codreanu (...) Sappiamo bene che la lotta contro l’aggressione imperialista alla Siria è una battaglia sacrosanta e fondamentale. Sappiamo pure che il deficit di internazionalismo di una certa sinistra, sempre più irretita dalla campagne dirittoumaniste dell’informazione mainstream, sta lasciando un vuoto enorme. (...) Proprio per questo oggi più che mai occorre essere particolarmente attenti, e vigili. Ma si può essere, anzi si deve essere, antimperialisti senza diventare caricature di noi stessi. (...)” (qui l’intervento completo: Il Pdci e l’antifascismo ai tempi della rete)
Il dibattito e le polemiche in rete cominciano a rimbalzare ed a metà mattinata la notizia arriva al dipartimento Esteri del Pdci nazionale, che dopo qualche tempo emette una nota pubblica che smentisce la federazione ternana del partito.
“Siria, nessuna iniziativa con settori collusi con ambienti fascisti
Apprendiamo che a Terni il prossimo 16 novembre è prevista una iniziativa sulla Siria, organizzata, fra gli altri, da strutture che vedono il coinvolgimento di ambienti della destra neo-fascista.
Tale iniziativa vede, in modo del tutto improprio, la presenza anche di una nostra struttura locale di partito.
Vogliamo ribadire in modo inequivocabile che in più occasioni abbiamo manifestato la nostra assoluta indisponibilità a partecipare ad iniziative con ambienti direttamente o indirettamente collusi con la destra fascista, sottolineando come la nostra solidarietà al popolo siriano nasce da una collocazione antimperialista e internazionalista che in nessun modo può entrare in contraddizione con la nostra ispirazione antifascista.
Ci dissociamo pertanto da tale iniziativa, e deploriamo il fatto che - non rendendosi conto della gravità del problema e della caratteristiche di una delle componenti organizzatrici, ancorché motivati in buona fede da un atteggiamento di solidarietà con la causa del popolo siriano in lotta per la difesa della propria sovranità - alcuni nostri compagni si siano fatti coinvolgere in tale iniziativa, dalle quale si dissoceranno in modo formale nelle prossime ore”.
Investiti del problema, alcuni giovani dirigenti della Federazione di Terni del Pdci rispondono con stizza, rivendicando la giustezza della loro collaborazione con un’organizzazione in odore di estrema destra in nome del fatto che la comune opposizione all’imperialismo statunitense renderebbe necessario superare ‘vecchi steccati’ e confrontarsi anche con chi ‘non la pensa come noi’. Poi nel pomeriggio di ieri i vari post di questo tipo sono stati rimossi dagli amministratori del profilo della federazione locale del Pdci, che comunque conferma l’iniziativa e anzi annuncia la partecipazione del segretario provinciale di Terni, Gianni Pelini.
Allo stato, la federazione locale del Pdci non ha emesso nessun comunicato ufficiale per spiegare perché intende continuare a promuovere e addirittura ospitare un’iniziativa con Stato e Potenza, di cui evidentemente conosce identità politica e progetti (non si tratta quindi di ‘distrazioni’ o ‘ingenuita’). D’altronde non è la prima volta che pezzi di sinistra ‘ortodossa’ scambiano l’antiamericanismo dell’estrema destra con l’antimperialismo, contribuendo a creare confusione e accreditando la tesi che ‘destra’ e ‘sinistra’ non esistano più e che i vecchi steccati vadano rimossi in nome della comune lotta contro le mire di Washington. Ma in altri casi si era trattato di singoli attivisti dei partiti di sinistra, mentre questa volta è un’intera federazione del Pdci a sdoganare i fascisti assumendone in parte il discorso politico.
Suona davvero inquietante, ad esempio, un passaggio della breve nota attraverso la quale Pdci e Stato e Potenza chiamano a partecipare all’iniziativa del 16 novembre, che dimostra quanto sia facile per il veleno fascista contaminare gli altri ambienti politici che abbassano le loro difese: “Sostenere la Repubblica Araba di Siria è dunque un dovere di ogni cittadino che abbia a cuore la stabilità e la legalità nello scenario del Mediterraneo e dunque anche nella nostra Italia, dove risiedono diversi immigrati clandestini e regolari che da mesi sostengono apertamente queste bande terroriste”.
Che per difendere la Siria dall’aggressione imperialista e islamista (sacrosanto) si debba sdoganare la visione razzista del mondo tipica del fascismo segnalando al pubblico ludibrio gli ‘immigrati clandestini’ e addirittura quelli regolari perché potenziali terroristi è davvero inaccettabile e rende ancora più pericoloso il sodalizio di Terni tra Pdci e Stato e Potenza.
Se il Pdci locale per ora non si esprime attraverso note ufficiali, nelle ultime ore Stato e Potenza ha emesso un aggressivo comunicato (soprattutto nei confronti del responsabile esteri del Pdci, Maurizio Musolino), che riportiamo qui di seguito e che scimmiotta le analisi e le critiche che la sinistra antagonista ha espresso in questi anni contro la deriva governista di Pdci e Prc.
“Comunicato in merito alla conferenza di Terni sulla Siria
Nella giornata di oggi, martedì 29 ottobre, abbiamo appreso da segnalazioni di amici e conoscenti che due siti internet – quello del Partito dei Comunisti Italiani e quello dell’associazione Militant – hanno denunciato la conferenza programmata nelle ultime settimane per il 16 novembre p.v. a Terni e dedicata alla situazione siriana. Il problema che queste due organizzazioni pongono in essere, sarebbe la presenza, tra gli organizzatori, di una sigla gravitante nella galassia della “destra neofascista” o “collusa coi fascisti”. E’ chiaro ed esplicito il riferimento oltraggioso e diffamante al nostro movimento politico, fatto regolarmente oggetto di aggressioni verbali e intimidazioni multimediali da almeno due anni a questa parte. Nel respingere qualsiasi accusa di neofascismo ed invitando il pubblico interessato a leggere CON CURA E ATTENZIONE il nostro Manifesto Politico, chiediamo una massiccia partecipazione all’iniziativa, che RESTA IN CARTELLO IN OGNI CASO nella speranza che Giuseppe Mascio, segretario regionale del PdCI in Umbria, non si lasci intimidire e non venga meno all’impegno già preso da molto tempo. Invitiamo inoltre il pubblico ad ignorare le censure invocate da certi instancabili sessantenni nevrotici, sopravvissuti per anni grazie ai vitalizi, ai finanziamenti pubblici e alla classica “doppia morale” del compagno a parole e del benestante nei fatti. Sono individui ormai completamente falliti. Rappresentano progetti politici vecchi, anacronistici, sclerotizzati, fuori dalla storia e non a caso completamente ignorati dalle classi sociali meno abbienti al punto che, nonostante l’espansione della crisi e la proletarizzazione di buona parte del ceto medio, non solo non hanno mai ottenuto alcun riscontro elettorale significativo ma hanno addirittura perduto ulteriore consenso. I fatti hanno la testa dura, come diceva Lenin, e dimostrano con chiarezza che ci troviamo di fronte a personaggi totalmente incapaci di costruire un progetto politico socialista serio e coerente con le loro pretese radici ideologiche. Sono terrorizzati dal XXI secolo perché il profondo cambiamento geopolitico e storico verso cui stiamo andando sta mettendo a nudo tutta l’inconsistenza della loro carriera politica al carro di un PCI, quello berlingueriano-ingraiano, e di un centro-sinistra, quello occhettiano-dalemiano, che hanno distrutto (assieme al centro-destra) l’Italia, svuotandola definitivamente delle sue energie industriali, economiche e sociali, compromettendo non solo l’avvenire di milioni di connazionali lavoratori e lavoratrici ma addirittura la possibilità stessa di costruire sviluppo e benessere in questo Paese, prossimo a retrocedere nei più bassi ranghi delle classifiche economiche mondiali. Schiumano e continuano a terrorizzare i loro giovani, i loro militanti, con accuse al vetriolo, campate in aria, prive di fondamento ma soprattutto incorniciate in un inaccettabile senso di superiorità morale e politica, spaventati, come sono, dalla presenza di rottura di realtà giovanili finalmente autonome ed indipendenti dai partiti di massa, dai movimenti qualunquisti made in Usa (Occupy, Greenpeace ecc. …), da tutti quei centri (a)sociali dediti allo spaccio e al consumo di sostanze stupefacenti, dalle ipocrite tavole della pace catto-sindacaliste, dai circoli massonici del capitalismo italiano, sia esso “confindustriale” o “cooperativo”, e dai think-tank dell’atlantismo, nelle sue due versioni di “destra” e di “sinistra”.
Il Direttivo Politico di Stato e Potenza”
Contropiano si era già occupato in passato delle infiltrazioni fasciste all'interno dei movimenti contro la guerra e di solidarietà internazionalista. Di seguito quanto scrivevamo solo poche settimane fa:
Siria. Inquinanti di guerra
Fonte
Un articolo personalmente illuminante che mi ha aiutato a chiudere il cerchio su Stato e Potenza (incontrato qualche mese fa in rete) e su i rossobruni in generale, primo fra tutti Massimo Fini (ahimè divulgato in passato anche dal sottoscritto) che forse è un po' più sottile e meno identificabile rispetto a Stato e Potenza.
Denunciava Militant ieri mattina:
“(...) Ci è capitato di imbatterci in una “curiosa” iniziativa a sostegno della Siria che si dovrebbe tenere il prossimo 16 novembre a Terni e che sarà promossa dal Pdci e dall’Associazione “I primi della strada” insieme a… Stato e Potenza. Ora va bene (si fa per dire) la “distrazione” degli organizzatori, va bene pure (si fa sempre per dire) la non approfondita conoscenza del microcosmo fascista, ma quando si invita qualcuno in casa propria, in questo caso nei locali della propria federazione, sarebbe cosa buona e giusta almeno informarsi su chi è, su che cosa fa e da dove viene. Almeno per evitare colossali figure di merda come questa. Non sappiamo se la federazione ternana del Pdci abbia accesso alla rete, immaginiamo di si visto che possiedono un profilo facebook (qui), in tal caso ci sentiamo di poter dire che sarebbe bastato digitare nomi e sigle su un qualsiasi motore di ricerca per rendersi conto con chi si aveva a che fare. Su “Stato e Potenza” non ci dilunghiamo troppo, in rete si trova di tutto e di più (qui per esempio) ed anche noi alcuni mesi fa abbiamo provato ad analizzare il fenomeno del “rossobrunismo” (qui) e i rinnovati tentativi di infiltrazione nel campo dell’estrema sinistra. Quello che forse più ci lascia perplessi sono però i relatori, in questi casi infatti i curricula personali valgono più di mille grafiche o slogan “realsocialisti” piazzati sul proprio sito per confondere qualche visitatore distratto o nostalgico. Il primo che balza agli occhi e senza dubbio il signor Ramadan, che gli organizzatori descrivono come un “comunista italo-siriano”. Ouday Ramadan è impegnato da mesi insieme con quella compagnia di giro che risponde al nome di Fronte Europeo per la Siria in un tour che l’ha portato a visitare numerose sedi fasciste, non ultima Casapound. (...) Di Stefano Bonilauri poi che dire se non che fa parte di quel (minuscolo) cosmo di “euroasiatici” che fa riferimento a Claudio Mutti (leggi) per conto del quale dirige la collana “Gladio e martello” (vedi) della casa editrice “Edizioni all’insegna del veltro” capace di pubblicare indistintamente testi su Ceaușescu e Codreanu (...) Sappiamo bene che la lotta contro l’aggressione imperialista alla Siria è una battaglia sacrosanta e fondamentale. Sappiamo pure che il deficit di internazionalismo di una certa sinistra, sempre più irretita dalla campagne dirittoumaniste dell’informazione mainstream, sta lasciando un vuoto enorme. (...) Proprio per questo oggi più che mai occorre essere particolarmente attenti, e vigili. Ma si può essere, anzi si deve essere, antimperialisti senza diventare caricature di noi stessi. (...)” (qui l’intervento completo: Il Pdci e l’antifascismo ai tempi della rete)
Il dibattito e le polemiche in rete cominciano a rimbalzare ed a metà mattinata la notizia arriva al dipartimento Esteri del Pdci nazionale, che dopo qualche tempo emette una nota pubblica che smentisce la federazione ternana del partito.
“Siria, nessuna iniziativa con settori collusi con ambienti fascisti
Apprendiamo che a Terni il prossimo 16 novembre è prevista una iniziativa sulla Siria, organizzata, fra gli altri, da strutture che vedono il coinvolgimento di ambienti della destra neo-fascista.
Tale iniziativa vede, in modo del tutto improprio, la presenza anche di una nostra struttura locale di partito.
Vogliamo ribadire in modo inequivocabile che in più occasioni abbiamo manifestato la nostra assoluta indisponibilità a partecipare ad iniziative con ambienti direttamente o indirettamente collusi con la destra fascista, sottolineando come la nostra solidarietà al popolo siriano nasce da una collocazione antimperialista e internazionalista che in nessun modo può entrare in contraddizione con la nostra ispirazione antifascista.
Ci dissociamo pertanto da tale iniziativa, e deploriamo il fatto che - non rendendosi conto della gravità del problema e della caratteristiche di una delle componenti organizzatrici, ancorché motivati in buona fede da un atteggiamento di solidarietà con la causa del popolo siriano in lotta per la difesa della propria sovranità - alcuni nostri compagni si siano fatti coinvolgere in tale iniziativa, dalle quale si dissoceranno in modo formale nelle prossime ore”.
Investiti del problema, alcuni giovani dirigenti della Federazione di Terni del Pdci rispondono con stizza, rivendicando la giustezza della loro collaborazione con un’organizzazione in odore di estrema destra in nome del fatto che la comune opposizione all’imperialismo statunitense renderebbe necessario superare ‘vecchi steccati’ e confrontarsi anche con chi ‘non la pensa come noi’. Poi nel pomeriggio di ieri i vari post di questo tipo sono stati rimossi dagli amministratori del profilo della federazione locale del Pdci, che comunque conferma l’iniziativa e anzi annuncia la partecipazione del segretario provinciale di Terni, Gianni Pelini.
Allo stato, la federazione locale del Pdci non ha emesso nessun comunicato ufficiale per spiegare perché intende continuare a promuovere e addirittura ospitare un’iniziativa con Stato e Potenza, di cui evidentemente conosce identità politica e progetti (non si tratta quindi di ‘distrazioni’ o ‘ingenuita’). D’altronde non è la prima volta che pezzi di sinistra ‘ortodossa’ scambiano l’antiamericanismo dell’estrema destra con l’antimperialismo, contribuendo a creare confusione e accreditando la tesi che ‘destra’ e ‘sinistra’ non esistano più e che i vecchi steccati vadano rimossi in nome della comune lotta contro le mire di Washington. Ma in altri casi si era trattato di singoli attivisti dei partiti di sinistra, mentre questa volta è un’intera federazione del Pdci a sdoganare i fascisti assumendone in parte il discorso politico.
Suona davvero inquietante, ad esempio, un passaggio della breve nota attraverso la quale Pdci e Stato e Potenza chiamano a partecipare all’iniziativa del 16 novembre, che dimostra quanto sia facile per il veleno fascista contaminare gli altri ambienti politici che abbassano le loro difese: “Sostenere la Repubblica Araba di Siria è dunque un dovere di ogni cittadino che abbia a cuore la stabilità e la legalità nello scenario del Mediterraneo e dunque anche nella nostra Italia, dove risiedono diversi immigrati clandestini e regolari che da mesi sostengono apertamente queste bande terroriste”.
Che per difendere la Siria dall’aggressione imperialista e islamista (sacrosanto) si debba sdoganare la visione razzista del mondo tipica del fascismo segnalando al pubblico ludibrio gli ‘immigrati clandestini’ e addirittura quelli regolari perché potenziali terroristi è davvero inaccettabile e rende ancora più pericoloso il sodalizio di Terni tra Pdci e Stato e Potenza.
Se il Pdci locale per ora non si esprime attraverso note ufficiali, nelle ultime ore Stato e Potenza ha emesso un aggressivo comunicato (soprattutto nei confronti del responsabile esteri del Pdci, Maurizio Musolino), che riportiamo qui di seguito e che scimmiotta le analisi e le critiche che la sinistra antagonista ha espresso in questi anni contro la deriva governista di Pdci e Prc.
“Comunicato in merito alla conferenza di Terni sulla Siria
Nella giornata di oggi, martedì 29 ottobre, abbiamo appreso da segnalazioni di amici e conoscenti che due siti internet – quello del Partito dei Comunisti Italiani e quello dell’associazione Militant – hanno denunciato la conferenza programmata nelle ultime settimane per il 16 novembre p.v. a Terni e dedicata alla situazione siriana. Il problema che queste due organizzazioni pongono in essere, sarebbe la presenza, tra gli organizzatori, di una sigla gravitante nella galassia della “destra neofascista” o “collusa coi fascisti”. E’ chiaro ed esplicito il riferimento oltraggioso e diffamante al nostro movimento politico, fatto regolarmente oggetto di aggressioni verbali e intimidazioni multimediali da almeno due anni a questa parte. Nel respingere qualsiasi accusa di neofascismo ed invitando il pubblico interessato a leggere CON CURA E ATTENZIONE il nostro Manifesto Politico, chiediamo una massiccia partecipazione all’iniziativa, che RESTA IN CARTELLO IN OGNI CASO nella speranza che Giuseppe Mascio, segretario regionale del PdCI in Umbria, non si lasci intimidire e non venga meno all’impegno già preso da molto tempo. Invitiamo inoltre il pubblico ad ignorare le censure invocate da certi instancabili sessantenni nevrotici, sopravvissuti per anni grazie ai vitalizi, ai finanziamenti pubblici e alla classica “doppia morale” del compagno a parole e del benestante nei fatti. Sono individui ormai completamente falliti. Rappresentano progetti politici vecchi, anacronistici, sclerotizzati, fuori dalla storia e non a caso completamente ignorati dalle classi sociali meno abbienti al punto che, nonostante l’espansione della crisi e la proletarizzazione di buona parte del ceto medio, non solo non hanno mai ottenuto alcun riscontro elettorale significativo ma hanno addirittura perduto ulteriore consenso. I fatti hanno la testa dura, come diceva Lenin, e dimostrano con chiarezza che ci troviamo di fronte a personaggi totalmente incapaci di costruire un progetto politico socialista serio e coerente con le loro pretese radici ideologiche. Sono terrorizzati dal XXI secolo perché il profondo cambiamento geopolitico e storico verso cui stiamo andando sta mettendo a nudo tutta l’inconsistenza della loro carriera politica al carro di un PCI, quello berlingueriano-ingraiano, e di un centro-sinistra, quello occhettiano-dalemiano, che hanno distrutto (assieme al centro-destra) l’Italia, svuotandola definitivamente delle sue energie industriali, economiche e sociali, compromettendo non solo l’avvenire di milioni di connazionali lavoratori e lavoratrici ma addirittura la possibilità stessa di costruire sviluppo e benessere in questo Paese, prossimo a retrocedere nei più bassi ranghi delle classifiche economiche mondiali. Schiumano e continuano a terrorizzare i loro giovani, i loro militanti, con accuse al vetriolo, campate in aria, prive di fondamento ma soprattutto incorniciate in un inaccettabile senso di superiorità morale e politica, spaventati, come sono, dalla presenza di rottura di realtà giovanili finalmente autonome ed indipendenti dai partiti di massa, dai movimenti qualunquisti made in Usa (Occupy, Greenpeace ecc. …), da tutti quei centri (a)sociali dediti allo spaccio e al consumo di sostanze stupefacenti, dalle ipocrite tavole della pace catto-sindacaliste, dai circoli massonici del capitalismo italiano, sia esso “confindustriale” o “cooperativo”, e dai think-tank dell’atlantismo, nelle sue due versioni di “destra” e di “sinistra”.
Il Direttivo Politico di Stato e Potenza”
Contropiano si era già occupato in passato delle infiltrazioni fasciste all'interno dei movimenti contro la guerra e di solidarietà internazionalista. Di seguito quanto scrivevamo solo poche settimane fa:
Siria. Inquinanti di guerra
Fonte
Un articolo personalmente illuminante che mi ha aiutato a chiudere il cerchio su Stato e Potenza (incontrato qualche mese fa in rete) e su i rossobruni in generale, primo fra tutti Massimo Fini (ahimè divulgato in passato anche dal sottoscritto) che forse è un po' più sottile e meno identificabile rispetto a Stato e Potenza.
04/03/2013
Rivoluzione Civile: facciamo i conti
Mi dispiace molto per Antonio Ingroia, di cui ho stima, anche se non capisco quale medico gli abbia ordinato di mettersi alla testa di un esperimento così sconclusionato, rischiando un’ immagine costruita in decine di anni di lavoro. Mi spiace per ottime persone come Maurizio Torrealta o Ilaria Cucchi, che si sono fatte infinocchiare e sono andate a fare la copertura ad una operazione trasformistica come questa. Mi spiace soprattutto per le migliaia di compagni di base di Rifondazione Comunista (unica base realmente esistente di questo accrocco di sigle), che credono ancora in una battaglia contro il capitalismo e che si battono a mani nude nei loro posti di lavoro e nei loro circoli territoriali. Solo per rispetto di queste persone, ho evitato di dire in campagna elettorale quello che penso di Rivoluzione Civile: mi sarei sentito come uno che spara alle spalle di compagni ed amici. Ma ora la campagna è finita e possiamo fare i conti con calma.
Questa è stata una delle più indecenti operazioni opportunistiche cui abbia mai assistito: un’accozzaglia di politicanti da strapazzo (Ferrero in primo luogo, poi Di Pietro, poi Diliberto con il relativo seguito di Grassi, Zipponi, Mascia, Palermi, ecc ecc.) era alla disperata ricerca di una conferma parlamentare, ma sapeva di non avere alcuna speranza di farcela presentandosi con le proprie facce in prima fila. Allora hanno cercato di camuffarsi all’interno di qualcosa che sembrasse nuovo, all’ombra di un nome rispettabile e con una pattuglia di testimonial per bene, tanto poi, con il meccanismo delle liste preconfezionate, al riparo dal temutissimo voto di preferenza, riesce lo stesso di sistermarcisi.
Beninteso: prima si fanno fuori quelli di Alba, la parte vera di Cambiare si può ecc. (tutti pericolosi concorrenti: qui i posti, bene che vada, saranno solo una ventina…). Ingroia, che di suo dovrebbe fare il magistrato, perché la politica non è mestiere suo, si fa imbrogliare ed il Gatto la Volpe e la Faina, fanno le liste come più gli piace, mettendo insieme una porcheria mai vista: a Milano le primarie hanno scelto Agnoletto? “E chi se ne frega?! Levalo e mettici Di Pietro”. Poi un po’ di ex dell’Idv compresi 5 ex democristiani e un ex missino, più un paio di inquisiti, un sostenitore del condono edilizio e qualche valente uomo d’affari. Ci si mette anche Ingroia a rendere il pastone del tutto impresentabile e ci aggiunge Giardullo, il “sindacalista poliziotto” che si è opposto all’istituzione del reato di tortura ed al segno di riconoscimento personale per gli agenti della Celere.
Al posto della Cucchi, più che andarci in lista insieme, gli avrei cavato gli occhi.
L’esperimento è last minute, con un simbolo ed una sigla nuova che, come insegnano le precedenti esperienze di Nuova Sinistra Unita e della Sinistra Arcobaleno, di solito falliscono sempre. “Pazienza, questo passa il convento. Se va, va altrimenti pace”.
E il programma? “Programma? Quale programma? Qui l’unico programma è svoltare la pagnotta”. D’altra parte un accrocco del genere, con ex democristiani e fascisti, con sbirri ed imputati, messo su in fretta e furia, che linea politica poteva trovare? Giusto tre fregnacce in croce con l’esilarante trovata di sostituire l’Imu con il recupero dei capitali di Mafia (e, se non è chiaro perché si tratti di una cazzata col botto, ditemelo che vi spiego il perché).
Ingroia si è lamentato di essere stato “oscurato” dai mass media, ma dovrebbe ringraziare Iddio, perché se avesse avuto più spazio in Tv e sui giornali si sarebbe visto in pieno che Rc non aveva nulla da dire. Perché, diciamolo chiaro, non solo i promotori di Rc non si sono preoccupati di elaborare una proposta politica anche minima, ma non hanno neppure fatto finta di avercela. E, soprattutto, era evidente che, in caso di successo, ognuno sarebbe andato per la sua strada alla ricerca di posizionamenti più confortevoli.
Ma, insomma, signori, veramente credevate che il 4% degli italiani avrebbe abboccato ad un imbroglio così scoperto e malfatto? Questo fallimento viene da 5 anni di ozi di Capua, durante i quali Rifondazione e i Comunisti Italiani hanno macinato decine di milioni di euro per mantenere un’armata di parassiti-funzionari, il cui lavoro era ciondolare per le rispettive sedi e fare qualche telefonata in attesa dell’ora del pranzo. Non si è visto un grammo di iniziativa politica, i circoli sono stati abbandonati a sé stessi, non c’è stato un minimo di analisi della crisi ed una conseguente proposta per quanto elementare. In compenso fiumi di soldi sono stati spesi per un giornale illeggibile al cui confronto “Novella 2000” è il “New York Times”. Ora si lamentano di Grillo, ma Grillo è uno che da 7 anni sta lavorando come un rullo compressore: chi impediva a Rifondazione o alla Federazione della Sinistra di fare un blog come si deve come strumento di penetrazione? Avete mai visto il blog di Rifondazione? No? Andate a vederlo e ditemi se non sembra una via di mezzo fra il bollettino parrocchiale di Sant’Antonio e il “Courier de Pyongyang”, organo del Partito del Lavoro della Nord Corea, con tanto di culto del Segretario del Partito.
Ferrero si è dimostrato un totale zero politico, Diliberto si è prodotto in una andata e ritorno verso e dal Pd da lasciare tutti senza fiato, Salvi è solo andato. Quanto a Di Pietro le critiche sono altre – a parte quelle di ordine sintattico grammaticale che lo accomunano a Ferrero – e sono storie di figli, di appartamenti e di finanziamenti di partito. Meglio stendere un velo pietoso.
Ora è arrivato il conto: una batosta meritatissima che, speriamo, ci tolga definitivamente dai piedi Ferrero, Grassi, Diliberto, Di Pietro, Mascia, Palermi ecc. Che spariscano e, nel caso interrogati, rispondano solo per dire “Mi vergogno di esistere”.
Io, però, me la prendo con i militanti di base, soprattutto di Rifondazione, che nel 2008, anziché occupare la sede nazionale e ruzzolare dalle scale tutti i dirigenti a portata di mano (e, possibilmente, dopo avergli gonfiato la faccia a schiaffoni) hanno accettato di rieleggere tutti al massimo vertice (salvo poi dividersi). Quando un gruppo dirigente incassa una sconfitta di quelle proporzioni e la base non insorge con la massima violenza possibile, vuol dire che quel partito è morto. E infatti..
Ma adesso cosa possono fare i militanti di Rifondazione che ancora ci sono e che proprio pochi non sono? In primo luogo cacciare dal partito tutti i dirigenti per indegnità politica: quando un dirigente si rende conto di non farcela e non sente il dovere di farsi da parte, ma resta, per tentare sino all’ultimo di rimediare un posto in Parlamento e risolvere i suoi personalissimi problemi di reddito, vuol dire che è una persona molto più disonesta del peggiore tangentista. E, come tale, va espulsa per indegnità politica. Solo dopo aver fatto questo doveroso atto di pulizia, credo che si possa prendere in considerazione una confluenza in Sel (che è quello che, più male che bene, resta ancora in piedi della sinistra) per dar vita ad un minimo di aggregazione da cui ripartire.
In margine ad una polemica di questi giorni: il candidato cancelliere della socialdemocrazia tedesca Steinbrueck ha detto che le elezioni italiane hanno fatto vincere due clown. Può darsi, quello che è sicuro è che i socialdemocratici tedeschi hanno scelto come proprio candidato un cretino. Fossi in loro ci ripenserei: si comincia così e si finisce come la sinistra italiana.
Aldo Giannuli
Fonte
Questa è stata una delle più indecenti operazioni opportunistiche cui abbia mai assistito: un’accozzaglia di politicanti da strapazzo (Ferrero in primo luogo, poi Di Pietro, poi Diliberto con il relativo seguito di Grassi, Zipponi, Mascia, Palermi, ecc ecc.) era alla disperata ricerca di una conferma parlamentare, ma sapeva di non avere alcuna speranza di farcela presentandosi con le proprie facce in prima fila. Allora hanno cercato di camuffarsi all’interno di qualcosa che sembrasse nuovo, all’ombra di un nome rispettabile e con una pattuglia di testimonial per bene, tanto poi, con il meccanismo delle liste preconfezionate, al riparo dal temutissimo voto di preferenza, riesce lo stesso di sistermarcisi.
Beninteso: prima si fanno fuori quelli di Alba, la parte vera di Cambiare si può ecc. (tutti pericolosi concorrenti: qui i posti, bene che vada, saranno solo una ventina…). Ingroia, che di suo dovrebbe fare il magistrato, perché la politica non è mestiere suo, si fa imbrogliare ed il Gatto la Volpe e la Faina, fanno le liste come più gli piace, mettendo insieme una porcheria mai vista: a Milano le primarie hanno scelto Agnoletto? “E chi se ne frega?! Levalo e mettici Di Pietro”. Poi un po’ di ex dell’Idv compresi 5 ex democristiani e un ex missino, più un paio di inquisiti, un sostenitore del condono edilizio e qualche valente uomo d’affari. Ci si mette anche Ingroia a rendere il pastone del tutto impresentabile e ci aggiunge Giardullo, il “sindacalista poliziotto” che si è opposto all’istituzione del reato di tortura ed al segno di riconoscimento personale per gli agenti della Celere.
Al posto della Cucchi, più che andarci in lista insieme, gli avrei cavato gli occhi.
L’esperimento è last minute, con un simbolo ed una sigla nuova che, come insegnano le precedenti esperienze di Nuova Sinistra Unita e della Sinistra Arcobaleno, di solito falliscono sempre. “Pazienza, questo passa il convento. Se va, va altrimenti pace”.
E il programma? “Programma? Quale programma? Qui l’unico programma è svoltare la pagnotta”. D’altra parte un accrocco del genere, con ex democristiani e fascisti, con sbirri ed imputati, messo su in fretta e furia, che linea politica poteva trovare? Giusto tre fregnacce in croce con l’esilarante trovata di sostituire l’Imu con il recupero dei capitali di Mafia (e, se non è chiaro perché si tratti di una cazzata col botto, ditemelo che vi spiego il perché).
Ingroia si è lamentato di essere stato “oscurato” dai mass media, ma dovrebbe ringraziare Iddio, perché se avesse avuto più spazio in Tv e sui giornali si sarebbe visto in pieno che Rc non aveva nulla da dire. Perché, diciamolo chiaro, non solo i promotori di Rc non si sono preoccupati di elaborare una proposta politica anche minima, ma non hanno neppure fatto finta di avercela. E, soprattutto, era evidente che, in caso di successo, ognuno sarebbe andato per la sua strada alla ricerca di posizionamenti più confortevoli.
Ma, insomma, signori, veramente credevate che il 4% degli italiani avrebbe abboccato ad un imbroglio così scoperto e malfatto? Questo fallimento viene da 5 anni di ozi di Capua, durante i quali Rifondazione e i Comunisti Italiani hanno macinato decine di milioni di euro per mantenere un’armata di parassiti-funzionari, il cui lavoro era ciondolare per le rispettive sedi e fare qualche telefonata in attesa dell’ora del pranzo. Non si è visto un grammo di iniziativa politica, i circoli sono stati abbandonati a sé stessi, non c’è stato un minimo di analisi della crisi ed una conseguente proposta per quanto elementare. In compenso fiumi di soldi sono stati spesi per un giornale illeggibile al cui confronto “Novella 2000” è il “New York Times”. Ora si lamentano di Grillo, ma Grillo è uno che da 7 anni sta lavorando come un rullo compressore: chi impediva a Rifondazione o alla Federazione della Sinistra di fare un blog come si deve come strumento di penetrazione? Avete mai visto il blog di Rifondazione? No? Andate a vederlo e ditemi se non sembra una via di mezzo fra il bollettino parrocchiale di Sant’Antonio e il “Courier de Pyongyang”, organo del Partito del Lavoro della Nord Corea, con tanto di culto del Segretario del Partito.
Ferrero si è dimostrato un totale zero politico, Diliberto si è prodotto in una andata e ritorno verso e dal Pd da lasciare tutti senza fiato, Salvi è solo andato. Quanto a Di Pietro le critiche sono altre – a parte quelle di ordine sintattico grammaticale che lo accomunano a Ferrero – e sono storie di figli, di appartamenti e di finanziamenti di partito. Meglio stendere un velo pietoso.
Ora è arrivato il conto: una batosta meritatissima che, speriamo, ci tolga definitivamente dai piedi Ferrero, Grassi, Diliberto, Di Pietro, Mascia, Palermi ecc. Che spariscano e, nel caso interrogati, rispondano solo per dire “Mi vergogno di esistere”.
Io, però, me la prendo con i militanti di base, soprattutto di Rifondazione, che nel 2008, anziché occupare la sede nazionale e ruzzolare dalle scale tutti i dirigenti a portata di mano (e, possibilmente, dopo avergli gonfiato la faccia a schiaffoni) hanno accettato di rieleggere tutti al massimo vertice (salvo poi dividersi). Quando un gruppo dirigente incassa una sconfitta di quelle proporzioni e la base non insorge con la massima violenza possibile, vuol dire che quel partito è morto. E infatti..
Ma adesso cosa possono fare i militanti di Rifondazione che ancora ci sono e che proprio pochi non sono? In primo luogo cacciare dal partito tutti i dirigenti per indegnità politica: quando un dirigente si rende conto di non farcela e non sente il dovere di farsi da parte, ma resta, per tentare sino all’ultimo di rimediare un posto in Parlamento e risolvere i suoi personalissimi problemi di reddito, vuol dire che è una persona molto più disonesta del peggiore tangentista. E, come tale, va espulsa per indegnità politica. Solo dopo aver fatto questo doveroso atto di pulizia, credo che si possa prendere in considerazione una confluenza in Sel (che è quello che, più male che bene, resta ancora in piedi della sinistra) per dar vita ad un minimo di aggregazione da cui ripartire.
In margine ad una polemica di questi giorni: il candidato cancelliere della socialdemocrazia tedesca Steinbrueck ha detto che le elezioni italiane hanno fatto vincere due clown. Può darsi, quello che è sicuro è che i socialdemocratici tedeschi hanno scelto come proprio candidato un cretino. Fossi in loro ci ripenserei: si comincia così e si finisce come la sinistra italiana.
Aldo Giannuli
Fonte
08/01/2013
Ingroia fa fuggire gli elettori o li attira?
Diciamolo chiaro: se l’operazione Ingroia aveva una razionalità politica basata sull’impatto televisivo del personaggio, qualcosa non sta funzionando. I sondaggi, ci riferiamo all’ultimo di Ipr-Marketing e di Tecnè (che cura le rilevazioni per Sky), riportano un inizio gennaio piuttosto difficile per il magistrato in aspettativa. Si passa da una media complessiva dei partiti che oggi appoggiano Rivoluzione Civile, rilevata in autunno tra il 9 e il 10 per cento ad una, con la sola Lista Ingroia, che nei primi giorni di gennaio oscilla tra il 2,4 e il 3,5 per cento. Al di sotto della soglia di sbarramento elettorale come la sinistra arcobaleno del 2008. E se è vero che le rilevazioni di settembre-ottobre non tenevano conto del successivo tracollo Idv, dovuto alla caduta di credibilità del brand Di Pietro, è altrettanto vero che Ingroia era stato chiamato proprio per rigenerare l’immagine dei diversi partiti che lo appoggiano.
E qui qualche considerazione sull’operazione Ingroia già la si può fare: al netto di una lista che appare soprattutto una scialuppa di salvataggio per quattro partiti, siamo di fronte ad un’operazione debole nella collocazione elettorale e nel linguaggio. E se il primo brutto errore poteva essere tatticamente rimediabile, l’equilibrio tra partiti e movimenti interessa poco al grosso dell’elettorato (quello che porta milioni di voti), gli altri due sembrano essere più gravi.
Infatti una collocazione elettorale a sinistra del Pd, che non solo prenda nettamente distanza dal partito democratico, ma che non si dichiari naturalmente alternativa al centrosinistra non ha forza d’attrazione elettorale. Perché lascia spazio alle dinamiche di “voto utile”, e alle correlate mitologie del condizionamento a sinistra del Pd, senza proporre qualcosa di nuovo e concreto. Perché non ha una capacità magnetica propria, un modo che rende indistinguibili dagli altri partiti. Fa anche riflettere quanto abbia fallito, in queste poche settimane, il linguaggio unificante scelto da Ingroia. Quello dell’epica della lotta alla mafia, dell’agenda di Borsellino e delle stragi del ’92-’93. Qui qualcuno non deve aver capito bene la differenza tra temi, comunque importanti, che alzano la tiratura del Fatto Quotidiano o l’audience di Servizio Pubblico e la costruzione di un linguaggio unificante che attira, a sinistra, milioni di elettori. Si è davvero confusa l’informazione e la narrazione mediale della politica con i processi di comunicazione che attivano un elettorato.
E cosa dire della continua dissociazione da Ingroia? Movimenti per l’acqua pubblica, quelli che hanno portato a vincere un referendum nazionale, No tav, teatri autogestiti. Si tratta dell’ossatura dei movimenti di questi ultimi anni non di soggetti residuali. Perdere contatto da questi soggetti porta a perdere un radicamento reale in ciò che di nuovo si muove in politica. Come se non bastasse, la lista Rivoluzione civile non mostra un chiaro programma economico. Di fronte alla più grossa crisi economica dal dopoguerra, che impone di combattere con nettezza teorie e pratiche di un modello di sviluppo in esaurimento, si tratta forse del deficit più grave. Non a caso, per adesso, avvertito dall’elettorato: non bastano le petizioni di principio (sul fiscal compact o sulle energie alternative) qui c’è la necessità di trasmettere la praticabilità di un modello di sviluppo inclusivo e realistico. Con la consapevolezza, che Syriza ha comunque avuto, che questo significa entrare in rotta di collisione con l’eurozona. E quindi con una porzione significativa dei partiti e del mainstream mediale.
Questo per mantenersi aperti su una ipotesi d'evoluzione della lista Ingroia sull’ineludibile, senza il quale non sei un soggetto politico, nodo dell’economia. Ingroia infatti sostiene che la vera emergenza economica è quella criminale e che, una volta sanata questa, è possibile ridurre il debito.
Una concessione quest’ultima, quella del debito come causa dei mali economici e non come sintomo, più marcata a Monti e Bersani di qualsiasi altro genere di apertura. L’esplodere del debito pubblico, non sanabile nemmeno togliendo i soldi a Cosa Nostra, infatti, non è che il sintomo della presenza dell’Italia in un’area valutaria ottimale, l’euro, che porta i paesi centrali a vampirizzare quelli periferici. Vampirizzazione che i paesi sudamericani degli anni ’80 e ’90 hanno conosciuto benissimo. Paradossalmente se Ingroia togliesse i soldi alla mafia finirebbe così per farli circolare a disposizione dei paesi capitalisticamente più forti dell’eurozona nel giro di pochissimi anni. Più che una soluzione economica il programma Ingroia sembra quindi una boutade. Nella convinzione che il richiamo alla moralità e alla legalità di per sé faccia funzionare un modello economico-finanziario, quello neoliberista dell’eurozona, che è di fronte ad una crisi epocale. Ingroia si mostra quindi l’ennesimo prodotto di un minimalismo politico, vecchio di trent’anni e che a sinistra ha trovato adesioni, che pensa che su pochi qualificati punti si possa far ripartire un paese.
E’ evidente che con il 41 per cento degli elettori che, stando ai sondaggi, non ha ancora preso posizione i margini di recupero per Ingroia ci sono. Ma il punto vero non sta nel numero di parlamentari da portare a Montecitorio o, con minore probabilità, al senato. La questione è tutta nel progetto politico, in uno dei periodi più duri della storia di questo paese, che nel migliore dei casi al momento appare del tutto acerbo.
Fonte
E qui qualche considerazione sull’operazione Ingroia già la si può fare: al netto di una lista che appare soprattutto una scialuppa di salvataggio per quattro partiti, siamo di fronte ad un’operazione debole nella collocazione elettorale e nel linguaggio. E se il primo brutto errore poteva essere tatticamente rimediabile, l’equilibrio tra partiti e movimenti interessa poco al grosso dell’elettorato (quello che porta milioni di voti), gli altri due sembrano essere più gravi.
Infatti una collocazione elettorale a sinistra del Pd, che non solo prenda nettamente distanza dal partito democratico, ma che non si dichiari naturalmente alternativa al centrosinistra non ha forza d’attrazione elettorale. Perché lascia spazio alle dinamiche di “voto utile”, e alle correlate mitologie del condizionamento a sinistra del Pd, senza proporre qualcosa di nuovo e concreto. Perché non ha una capacità magnetica propria, un modo che rende indistinguibili dagli altri partiti. Fa anche riflettere quanto abbia fallito, in queste poche settimane, il linguaggio unificante scelto da Ingroia. Quello dell’epica della lotta alla mafia, dell’agenda di Borsellino e delle stragi del ’92-’93. Qui qualcuno non deve aver capito bene la differenza tra temi, comunque importanti, che alzano la tiratura del Fatto Quotidiano o l’audience di Servizio Pubblico e la costruzione di un linguaggio unificante che attira, a sinistra, milioni di elettori. Si è davvero confusa l’informazione e la narrazione mediale della politica con i processi di comunicazione che attivano un elettorato.
E cosa dire della continua dissociazione da Ingroia? Movimenti per l’acqua pubblica, quelli che hanno portato a vincere un referendum nazionale, No tav, teatri autogestiti. Si tratta dell’ossatura dei movimenti di questi ultimi anni non di soggetti residuali. Perdere contatto da questi soggetti porta a perdere un radicamento reale in ciò che di nuovo si muove in politica. Come se non bastasse, la lista Rivoluzione civile non mostra un chiaro programma economico. Di fronte alla più grossa crisi economica dal dopoguerra, che impone di combattere con nettezza teorie e pratiche di un modello di sviluppo in esaurimento, si tratta forse del deficit più grave. Non a caso, per adesso, avvertito dall’elettorato: non bastano le petizioni di principio (sul fiscal compact o sulle energie alternative) qui c’è la necessità di trasmettere la praticabilità di un modello di sviluppo inclusivo e realistico. Con la consapevolezza, che Syriza ha comunque avuto, che questo significa entrare in rotta di collisione con l’eurozona. E quindi con una porzione significativa dei partiti e del mainstream mediale.
Questo per mantenersi aperti su una ipotesi d'evoluzione della lista Ingroia sull’ineludibile, senza il quale non sei un soggetto politico, nodo dell’economia. Ingroia infatti sostiene che la vera emergenza economica è quella criminale e che, una volta sanata questa, è possibile ridurre il debito.
Una concessione quest’ultima, quella del debito come causa dei mali economici e non come sintomo, più marcata a Monti e Bersani di qualsiasi altro genere di apertura. L’esplodere del debito pubblico, non sanabile nemmeno togliendo i soldi a Cosa Nostra, infatti, non è che il sintomo della presenza dell’Italia in un’area valutaria ottimale, l’euro, che porta i paesi centrali a vampirizzare quelli periferici. Vampirizzazione che i paesi sudamericani degli anni ’80 e ’90 hanno conosciuto benissimo. Paradossalmente se Ingroia togliesse i soldi alla mafia finirebbe così per farli circolare a disposizione dei paesi capitalisticamente più forti dell’eurozona nel giro di pochissimi anni. Più che una soluzione economica il programma Ingroia sembra quindi una boutade. Nella convinzione che il richiamo alla moralità e alla legalità di per sé faccia funzionare un modello economico-finanziario, quello neoliberista dell’eurozona, che è di fronte ad una crisi epocale. Ingroia si mostra quindi l’ennesimo prodotto di un minimalismo politico, vecchio di trent’anni e che a sinistra ha trovato adesioni, che pensa che su pochi qualificati punti si possa far ripartire un paese.
E’ evidente che con il 41 per cento degli elettori che, stando ai sondaggi, non ha ancora preso posizione i margini di recupero per Ingroia ci sono. Ma il punto vero non sta nel numero di parlamentari da portare a Montecitorio o, con minore probabilità, al senato. La questione è tutta nel progetto politico, in uno dei periodi più duri della storia di questo paese, che nel migliore dei casi al momento appare del tutto acerbo.
Fonte
05/01/2013
Il partito sbaglia ma guai a ricordarglielo
A Catania brutto episodio. L’attivo regionale del PdCI chiama la Digos
per allontanare il segretario commissariato dell’organizzazione
giovanile che voleva intervenire. Guarda il video.
A Novembre avevamo pubblicato una lettera di alcuni iscritti alla Fgci (federazione giovanile del PdCI) di Catania, relativa al loro commissariamento/espulsione dal partito. I militanti della Fgci catanese, avevano criticato la decisione del PdCI di partecipare alla primarie del Pd sostenendo “ufficialmente” Vendola ma praticamente Bersani (vedi il manifesto in foto). Ritenevano che questa scelta avrebbe diviso e distrutto la Federazione della Sinistra, al contrario invitavano a puntare su un polo alternativo al centro-sinistra. Passa qualche settimana e la linea del PdCI è cambiata sostanzialmente. Con l’ingresso di Ingroia, adesso il partito sostiene il quarto polo e non più l’alleanza con il Pd. Dunque i giovani della Fgci avevano ragione e la direzione del partito aveva torto, ma i giovani sono stati espulsi e qualche giorno fa non hanno potuto partecipare all’attivo regionale del PdCI. Quando ci hanno provato… è stata chiamata la Digos per allontanarli.
Vincenzo Rosa, segretario dei giovani del partito, uno dei più attivi militanti del Pdci catanese è stato infatti bloccato all’ingresso della sala dai dirigenti locali. “Vattene!”, “”Sei indesiderato!”, “Sei fuori dal partito!” gli urlano contro. Vincenzo Rosa prova a dialogare, è assediato dagli iscritti vicini al dirigente del PdCI Orazio Licandro, vero e proprio deus ex machina dell’operazione con Ingroia. Licandro e i suoi sostenitori sono intransigenti. Prima minacciano di chiamare la Digos e poi la chiamano davvero! Il giovane Vincenzo Rosa viene a quel punto fermato e identificato dalla polizia. Una storia di incoerenze e falso pragmatismo delle quali occorre liberarsi.
Qui di seguito un video racconta la vicenda
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=tG2VdZhbc30
Fonte
Che schifo.
A Novembre avevamo pubblicato una lettera di alcuni iscritti alla Fgci (federazione giovanile del PdCI) di Catania, relativa al loro commissariamento/espulsione dal partito. I militanti della Fgci catanese, avevano criticato la decisione del PdCI di partecipare alla primarie del Pd sostenendo “ufficialmente” Vendola ma praticamente Bersani (vedi il manifesto in foto). Ritenevano che questa scelta avrebbe diviso e distrutto la Federazione della Sinistra, al contrario invitavano a puntare su un polo alternativo al centro-sinistra. Passa qualche settimana e la linea del PdCI è cambiata sostanzialmente. Con l’ingresso di Ingroia, adesso il partito sostiene il quarto polo e non più l’alleanza con il Pd. Dunque i giovani della Fgci avevano ragione e la direzione del partito aveva torto, ma i giovani sono stati espulsi e qualche giorno fa non hanno potuto partecipare all’attivo regionale del PdCI. Quando ci hanno provato… è stata chiamata la Digos per allontanarli.
Vincenzo Rosa, segretario dei giovani del partito, uno dei più attivi militanti del Pdci catanese è stato infatti bloccato all’ingresso della sala dai dirigenti locali. “Vattene!”, “”Sei indesiderato!”, “Sei fuori dal partito!” gli urlano contro. Vincenzo Rosa prova a dialogare, è assediato dagli iscritti vicini al dirigente del PdCI Orazio Licandro, vero e proprio deus ex machina dell’operazione con Ingroia. Licandro e i suoi sostenitori sono intransigenti. Prima minacciano di chiamare la Digos e poi la chiamano davvero! Il giovane Vincenzo Rosa viene a quel punto fermato e identificato dalla polizia. Una storia di incoerenze e falso pragmatismo delle quali occorre liberarsi.
Qui di seguito un video racconta la vicenda
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=tG2VdZhbc30
Fonte
Che schifo.
09/11/2012
Sinistra: la “dannazione” delle alleanze
L'implosione della Federazione della Sinistra è avvenuta esattamente lì dove era attesa: le alleanze per le prossime elezioni. E' una dannazione non risolta che ha condannato la sinistra ex parlamentare “all'entropia”. Senza una rottura culturale e politica con l'elettoralismo fine a se stesso, non si andrà da nessuna parte.
Sabato scorso i due principali partiti della Federazione della Sinistra – Prc e PdCI – hanno separato i loro destini e compromesso l'esperimento unitario messo in piedi nel 2009. Il motivo? Le alleanze elettorali. Diliberto, Salvi e Patta hanno esplicitato da tempo il loro obiettivo di un accordo con il Pd (riscoperto come socialdemocratico!?) che consenta il ritorno in parlamento di due/tre esponenti della sinistra. Ferrero da tempo evoca invece una lista di sinistra, alternativa al Pd, con un più marcato programma anti-Troika ma alleata a qualcun altro (dall'IdV ad Alba), perché consapevole che sia con la vecchia che con la nuova legge elettorale, la sinistra alternativa non supererebbe lo sbarramento. Con posizioni differenziate all'interno degli stessi due partiti, sono due modi diversi di intendere e di darsi il medesimo obiettivo: rientrare in Parlamento.
Sta in questo la “dannazione” dei residui della sinistra ex parlamentare nel nostro paese, una dannazione che si trascina dal 2008, quando l'ultima innovazione bertinottiana – L'Arcobaleno – si trasformò nel canto del cigno. Veniva così disperso il tesoretto accumulato dal Prc dopo lo scioglimento del Pci, triturato dall'ultimo atto della partecipazione al governo Prodi (caduto sulla moglie di Mastella ma non sulle pensioni, il lavoro o le missioni militari nonostante quasi 70 parlamentari della sinistra). Per la prima volta dal dopoguerra, la sinistra era fuori dal parlamento ed era diventata – suo malgrado – tutta extraparlamentare.
Ma questa non è stata l'unica novità. Infatti mentre la caduta del governo Prodi riportava in sella Berlusconi, in Italia e in Europa si palesava la crisi economica latente dagli anni '70. Dunque mentre la crisi cominciava a mordere i settori proletari ma anche a proletarizzare via via le classi medie, la sinistra era fuori dal Parlamento e la preoccupazione di come rientrarci si è rivelata sistematicamente superiore a qualsiasi ragionamento sulla funzione antagonista di una sinistra di classe dentro la crisi del capitalismo.
Non è scritto da nessuna parte, infatti, che un'ipotesi di classe e alternativa possa esistere solo se è rappresentata in Parlamento. La presenza istituzionale può aiutare e affiancare, ma non può determinare il conflitto politico e sociale. Soprattutto quando la riorganizzazione capitalistica punta a imporre il dominio totale del capitale sul lavoro, anche sgretolando tutti i corpi intermedi che nei decenni trascorsi avevano assicurato concertazione e rappresentanza di una parte della società.
Se questo scenario era già leggibile nella raffica di trattati imposti dall'Unione Europea dal 2010 in poi (e che hanno portato all'uscita di scena di Berlusconi), con il governo Monti questa partita è diventata nitida e maledettamente cattiva. Le regole, i soggetti, il campo da gioco, sono stati scompaginati radicalmente. Le stesse istituzioni elettive (dal Parlamento alle autonomie locali) sono state commissariate dalle oligarchie europee che hanno verticalizzato bruscamente tutti i poteri decisionali per reggere i ritmi e i conflitti della competizione globale.
Insomma il mondo in cui ci è toccato vivere e combattere è cambiato, è altro e diverso dai decenni del dopoguerra e dallo stesso ventennio della “seconda repubblica” uscita dalle ceneri di Tangentopoli. Tant'è che oggi anche i residui della prima stagione di antipolitica (che portò al potere Berlusconi, fece crescere la Lega, costrinse i Ds a fondersi con un po' di democristiani) sono nel mirino di forze nuove e destabilizzanti; sia in alto (Monti e i “montiani” distribuiti nei vari partiti) sia in basso (il Movimento 5 Stelle che scompagina il quadro e sottrae voti di protesta soprattutto alla sinistra).
Ma i partiti ex parlamentari della sinistra non sono riusciti a liberarsi dalla nostalgia del piccolo mondo antico e hanno continuato ad arrovellarsi solo sulle alleanze elettorali, a farlo in condizioni di subalternità (verso il Pd o altri alleati) e senza riconquistare alcun margine di identità, autonomia, indipendenza, organizzazione e progettualità da gettare nel conflitto sociale anche nella condizione extraparlamentare. Sembra che questa capacità di incidere nella realtà anche in assenza di deputati, sia una dote che appartenga solo a formazioni spurie come i Radicali o Grillo.
Eravamo stati facili profeti in una lettera aperta inviata alla Federazione della Sinistra nel settembre 2010 quando individuavamo proprio in questa “gabbia psicologica”, più che politica, il germe che avrebbe continuato a divorare le residue risorse vitali della sinistra italiana fino a portarla all'entropia. Una gabbia che a nostro avviso poteva e doveva essere rotta innanzitutto da una rivoluzione culturale nei e tra i militanti, gli attivisti, gli “elettori” della sinistra. Con la Federazione della Sinistra è stata una scommessa che abbiamo dovuto abbandonare dopo qualche mese. Con la realtà del conflitto di classe è invece una scommessa che si può abbondantemente giocare. Come? Ad esempio riaprendo subito il confronto sull'identità e la funzione della sinistra di classe – e dei comunisti - nella crisi, sull'organizzazione nei vari segmenti della società, sul come dare strumenti al conflitto sociale, sulla natura della militanza dopo anni di devastante funzionariato “acchiappa-poltrone”.
Ma la vera sfida è il come rimettere in campo “la prospettiva” ossia il quadro del cambiamento possibile come idea generale che faccia muovere uomini e donne. Un cambiamento che non è, e non potrà essere compatibile con i diktat dell'Unione Europea, con Monti e il montismo e dunque con il Pd che ne accetta i parametri di fondo. Oggi, dentro la crisi, sono sempre di meno coloro che intendono rischiare qualcosa con la sola prospettiva di tirare per la giacca Bersani. Magari guardano altrove oppure rinunciano al voto, ma quando danno un'occhiata vorrebbero vedere qualcosa e qualcuno che intenda rovesciare il tavolo, tanto per cominciare.
Fonte
Sabato scorso i due principali partiti della Federazione della Sinistra – Prc e PdCI – hanno separato i loro destini e compromesso l'esperimento unitario messo in piedi nel 2009. Il motivo? Le alleanze elettorali. Diliberto, Salvi e Patta hanno esplicitato da tempo il loro obiettivo di un accordo con il Pd (riscoperto come socialdemocratico!?) che consenta il ritorno in parlamento di due/tre esponenti della sinistra. Ferrero da tempo evoca invece una lista di sinistra, alternativa al Pd, con un più marcato programma anti-Troika ma alleata a qualcun altro (dall'IdV ad Alba), perché consapevole che sia con la vecchia che con la nuova legge elettorale, la sinistra alternativa non supererebbe lo sbarramento. Con posizioni differenziate all'interno degli stessi due partiti, sono due modi diversi di intendere e di darsi il medesimo obiettivo: rientrare in Parlamento.
Sta in questo la “dannazione” dei residui della sinistra ex parlamentare nel nostro paese, una dannazione che si trascina dal 2008, quando l'ultima innovazione bertinottiana – L'Arcobaleno – si trasformò nel canto del cigno. Veniva così disperso il tesoretto accumulato dal Prc dopo lo scioglimento del Pci, triturato dall'ultimo atto della partecipazione al governo Prodi (caduto sulla moglie di Mastella ma non sulle pensioni, il lavoro o le missioni militari nonostante quasi 70 parlamentari della sinistra). Per la prima volta dal dopoguerra, la sinistra era fuori dal parlamento ed era diventata – suo malgrado – tutta extraparlamentare.
Ma questa non è stata l'unica novità. Infatti mentre la caduta del governo Prodi riportava in sella Berlusconi, in Italia e in Europa si palesava la crisi economica latente dagli anni '70. Dunque mentre la crisi cominciava a mordere i settori proletari ma anche a proletarizzare via via le classi medie, la sinistra era fuori dal Parlamento e la preoccupazione di come rientrarci si è rivelata sistematicamente superiore a qualsiasi ragionamento sulla funzione antagonista di una sinistra di classe dentro la crisi del capitalismo.
Non è scritto da nessuna parte, infatti, che un'ipotesi di classe e alternativa possa esistere solo se è rappresentata in Parlamento. La presenza istituzionale può aiutare e affiancare, ma non può determinare il conflitto politico e sociale. Soprattutto quando la riorganizzazione capitalistica punta a imporre il dominio totale del capitale sul lavoro, anche sgretolando tutti i corpi intermedi che nei decenni trascorsi avevano assicurato concertazione e rappresentanza di una parte della società.
Se questo scenario era già leggibile nella raffica di trattati imposti dall'Unione Europea dal 2010 in poi (e che hanno portato all'uscita di scena di Berlusconi), con il governo Monti questa partita è diventata nitida e maledettamente cattiva. Le regole, i soggetti, il campo da gioco, sono stati scompaginati radicalmente. Le stesse istituzioni elettive (dal Parlamento alle autonomie locali) sono state commissariate dalle oligarchie europee che hanno verticalizzato bruscamente tutti i poteri decisionali per reggere i ritmi e i conflitti della competizione globale.
Insomma il mondo in cui ci è toccato vivere e combattere è cambiato, è altro e diverso dai decenni del dopoguerra e dallo stesso ventennio della “seconda repubblica” uscita dalle ceneri di Tangentopoli. Tant'è che oggi anche i residui della prima stagione di antipolitica (che portò al potere Berlusconi, fece crescere la Lega, costrinse i Ds a fondersi con un po' di democristiani) sono nel mirino di forze nuove e destabilizzanti; sia in alto (Monti e i “montiani” distribuiti nei vari partiti) sia in basso (il Movimento 5 Stelle che scompagina il quadro e sottrae voti di protesta soprattutto alla sinistra).
Ma i partiti ex parlamentari della sinistra non sono riusciti a liberarsi dalla nostalgia del piccolo mondo antico e hanno continuato ad arrovellarsi solo sulle alleanze elettorali, a farlo in condizioni di subalternità (verso il Pd o altri alleati) e senza riconquistare alcun margine di identità, autonomia, indipendenza, organizzazione e progettualità da gettare nel conflitto sociale anche nella condizione extraparlamentare. Sembra che questa capacità di incidere nella realtà anche in assenza di deputati, sia una dote che appartenga solo a formazioni spurie come i Radicali o Grillo.
Eravamo stati facili profeti in una lettera aperta inviata alla Federazione della Sinistra nel settembre 2010 quando individuavamo proprio in questa “gabbia psicologica”, più che politica, il germe che avrebbe continuato a divorare le residue risorse vitali della sinistra italiana fino a portarla all'entropia. Una gabbia che a nostro avviso poteva e doveva essere rotta innanzitutto da una rivoluzione culturale nei e tra i militanti, gli attivisti, gli “elettori” della sinistra. Con la Federazione della Sinistra è stata una scommessa che abbiamo dovuto abbandonare dopo qualche mese. Con la realtà del conflitto di classe è invece una scommessa che si può abbondantemente giocare. Come? Ad esempio riaprendo subito il confronto sull'identità e la funzione della sinistra di classe – e dei comunisti - nella crisi, sull'organizzazione nei vari segmenti della società, sul come dare strumenti al conflitto sociale, sulla natura della militanza dopo anni di devastante funzionariato “acchiappa-poltrone”.
Ma la vera sfida è il come rimettere in campo “la prospettiva” ossia il quadro del cambiamento possibile come idea generale che faccia muovere uomini e donne. Un cambiamento che non è, e non potrà essere compatibile con i diktat dell'Unione Europea, con Monti e il montismo e dunque con il Pd che ne accetta i parametri di fondo. Oggi, dentro la crisi, sono sempre di meno coloro che intendono rischiare qualcosa con la sola prospettiva di tirare per la giacca Bersani. Magari guardano altrove oppure rinunciano al voto, ma quando danno un'occhiata vorrebbero vedere qualcosa e qualcuno che intenda rovesciare il tavolo, tanto per cominciare.
Fonte
06/11/2012
Frattura tra comunisti, Diliberto rompe con Rifondazione e tenta l’accordo col Pd
Frattura nella Federazione della Sinistra, l’alleanza che unisce il Partito della Rifondazione Comunista di Ferrero, il Partito dei Comunisti Italiani di Diliberto
e altre sigle della sinistra. Il Pdci vuole tentare l’ingresso
nell’alleanza di centrosinistra, schierandosi nelle primarie a favore di
Vendola, passo sul quale non si trova d’accordo il Prc
che resta sulla linea dell’opposizione rigorosa a chi oggi sostiene il
governo Monti. Nella riunione dell’ufficio di presidenza non si è
votato, ma si è preso atto della differenza di vedute. Rifondazione
aveva chiesto di sottoporre la questione a un referendum degli iscritti,
ma la proposta è stata respinta.
Diliberto: “Bersani ha ridato un segno laburista al Pd e noi sosterremo Vendola”
Spiega Diliberto: “Bersani, oggettivamente, ha ridato un segno laburista e socialdemocratico al Pd. Almeno nelle sue intenzioni per il futuro. Vuol provare ad archiviare la fase del governo Monti e con esso la stagione fallita del neoliberismo. Cerca di accantonare le fascinazioni clintoniane e blairiane delle terze vie che tanto hanno pesato sulla sinistra italiana. Non a caso – e soprattutto grazie a Vendola – la carta d’intenti non contiene più il riferimento a Monti che, invece, c’era nella prima versione del Pd. Dopo aver registrato oggi, la differenza di orientamento con Rifondazione, tre componenti su quattro della Fds (Pdci, Lavoro e solidarietà di Gian Paolo Patta e Socialismo 2000 di Cesare Salvi) vogliono provare a fare l’accordo con il centrosinistra”.
“La candidatura di Vendola – dice ancora il leader del Pdci – dal mio punto di vista, potrebbe riaprire la questione dell’unità e dell’utilità della sinistra per sostenere le ragioni del lavoro. Non è con lo ‘splendido isolamento’ che i comunisti e le sinistre risorgeranno in Italia. Intendiamo provarci per riportare i comunisti in Parlamento, per provare a ricostruire percorsi unitari a sinistra, per cercare di impedire alle destre di vincere, per tentare di archiviare il berlusconismo e il montismo con un nuovo centro-sinistra e per provare a delineare un’altra Europa”.
Ora il Pdci, ha spiegato da parte sua il responsabile comunicazione del Pdci Flavio Arzarello, “avvierà un confronto con la coalizione dell’Italia bene comune per verificare se ci sono le possibilità di un ingresso nell’alleanza”. Subito dopo, se le trattative andranno a buon fine (ma nel Pdci sono ottimisti) il partito di Diliberto si impegnerà a fondo nelle primarie. “Noi – spiega Arzarello – siamo in sintonia con Vendola, che è il candidato che si oppone con decisione al governo Monti e vuole il superamento radicale delle politiche liberiste del governo. Se poi al secondo turno dovessero passare Renzi e Bersani il nostro impegno sarebbe per il segretario del Pd, che si oppone alle politiche montiane del sindaco di Firenze”.
Ferrero: “Noi vogliamo fare una cosa di sinistra, un New Deal in Italia”
Rifondazione, in una riunione avvenuta peraltro in un clima sereno, aveva proposto di sottoporre la questione con un referendum degli iscritti. Una sorta di primarie interne alle quattro forze politiche che compongono la Federazione per scegliere la linea da intraprendere. Uno strumento del referendum per dirimere temi sui quali non ci fosse stata l’unità era previsto nello stesso statuto della Federazione della Sinistra, che però prevede anche che in caso di maggioranza degli organismi dirigenti di tre soggetti politici sui 4 che compongono la Fds decada la necessità della consultazione degli iscritti. “Si tratta – spiega Paolo Ferrero al fattoquotidiano.it – di una consuetudine che ha anche Izquierda Unida in Spagna: quando ci sono temi su cui si registra una divisione, questa si supera facendo partecipare gli iscritti”.
La strada indicata da Rifondazione, tuttavia, non è stata accolta da Diliberto, Salvi e Patta. Né Ferrero seguirà i leader delle altre forze politiche federate: “Noi abbiamo proposto un documento per costruire un soggetto con tutti coloro che stanno a sinistra del Pd: da Di Pietro ad Alba (Alleanza Lavoro Beni comuni Ambiente, ndr) agli organizzatori della manifestazione del 27 ottobre”. Cioè la protesta del Monti day: “Noi vogliamo fare una cosa di sinistra, visto che il Pd si definisce riformista e progressista, ma ha fatto sparire la parola ‘sinistra’. Noi siamo contro le politiche rigoriste di Monti e per un New Deal in Italia”.
Fonte
L'incapacità delle sinistre di coalizzarsi e far fronte comune è una di quelle pochissime cose che mai andrà in crisi.
Paradossalmente, hanno molta più coscienza di classe e del (proprio) bene comune le destre borghesi e finanziarie piuttosto che qualsivoglia forza di sinistra "politica".
Diliberto: “Bersani ha ridato un segno laburista al Pd e noi sosterremo Vendola”
Spiega Diliberto: “Bersani, oggettivamente, ha ridato un segno laburista e socialdemocratico al Pd. Almeno nelle sue intenzioni per il futuro. Vuol provare ad archiviare la fase del governo Monti e con esso la stagione fallita del neoliberismo. Cerca di accantonare le fascinazioni clintoniane e blairiane delle terze vie che tanto hanno pesato sulla sinistra italiana. Non a caso – e soprattutto grazie a Vendola – la carta d’intenti non contiene più il riferimento a Monti che, invece, c’era nella prima versione del Pd. Dopo aver registrato oggi, la differenza di orientamento con Rifondazione, tre componenti su quattro della Fds (Pdci, Lavoro e solidarietà di Gian Paolo Patta e Socialismo 2000 di Cesare Salvi) vogliono provare a fare l’accordo con il centrosinistra”.
“La candidatura di Vendola – dice ancora il leader del Pdci – dal mio punto di vista, potrebbe riaprire la questione dell’unità e dell’utilità della sinistra per sostenere le ragioni del lavoro. Non è con lo ‘splendido isolamento’ che i comunisti e le sinistre risorgeranno in Italia. Intendiamo provarci per riportare i comunisti in Parlamento, per provare a ricostruire percorsi unitari a sinistra, per cercare di impedire alle destre di vincere, per tentare di archiviare il berlusconismo e il montismo con un nuovo centro-sinistra e per provare a delineare un’altra Europa”.
Ora il Pdci, ha spiegato da parte sua il responsabile comunicazione del Pdci Flavio Arzarello, “avvierà un confronto con la coalizione dell’Italia bene comune per verificare se ci sono le possibilità di un ingresso nell’alleanza”. Subito dopo, se le trattative andranno a buon fine (ma nel Pdci sono ottimisti) il partito di Diliberto si impegnerà a fondo nelle primarie. “Noi – spiega Arzarello – siamo in sintonia con Vendola, che è il candidato che si oppone con decisione al governo Monti e vuole il superamento radicale delle politiche liberiste del governo. Se poi al secondo turno dovessero passare Renzi e Bersani il nostro impegno sarebbe per il segretario del Pd, che si oppone alle politiche montiane del sindaco di Firenze”.
Ferrero: “Noi vogliamo fare una cosa di sinistra, un New Deal in Italia”
Rifondazione, in una riunione avvenuta peraltro in un clima sereno, aveva proposto di sottoporre la questione con un referendum degli iscritti. Una sorta di primarie interne alle quattro forze politiche che compongono la Federazione per scegliere la linea da intraprendere. Uno strumento del referendum per dirimere temi sui quali non ci fosse stata l’unità era previsto nello stesso statuto della Federazione della Sinistra, che però prevede anche che in caso di maggioranza degli organismi dirigenti di tre soggetti politici sui 4 che compongono la Fds decada la necessità della consultazione degli iscritti. “Si tratta – spiega Paolo Ferrero al fattoquotidiano.it – di una consuetudine che ha anche Izquierda Unida in Spagna: quando ci sono temi su cui si registra una divisione, questa si supera facendo partecipare gli iscritti”.
La strada indicata da Rifondazione, tuttavia, non è stata accolta da Diliberto, Salvi e Patta. Né Ferrero seguirà i leader delle altre forze politiche federate: “Noi abbiamo proposto un documento per costruire un soggetto con tutti coloro che stanno a sinistra del Pd: da Di Pietro ad Alba (Alleanza Lavoro Beni comuni Ambiente, ndr) agli organizzatori della manifestazione del 27 ottobre”. Cioè la protesta del Monti day: “Noi vogliamo fare una cosa di sinistra, visto che il Pd si definisce riformista e progressista, ma ha fatto sparire la parola ‘sinistra’. Noi siamo contro le politiche rigoriste di Monti e per un New Deal in Italia”.
Fonte
L'incapacità delle sinistre di coalizzarsi e far fronte comune è una di quelle pochissime cose che mai andrà in crisi.
Paradossalmente, hanno molta più coscienza di classe e del (proprio) bene comune le destre borghesi e finanziarie piuttosto che qualsivoglia forza di sinistra "politica".
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