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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/09/2024

L’impero siderurgico Arvedi, da Cremona a Terni. Tra inquinamento e proteste


Gli impianti insistono in zone già duramente provate dagli impatti ambientali e non solo, con una situazione sanitaria critica. Il nostro viaggio dalla Lombardia all’Umbria, incontrando residenti, medici e ambientalisti, che denunciano da anni situazioni ormai insostenibili. Tra gli ultimi sviluppi, il caso delle scorie radioattive inviate in Sardegna

Il Gruppo Arvedi, colosso italiano della siderurgia, produce e trasforma oltre cinque milioni di tonnellate l’anno di acciaio e nel 2023 ha registrato un fatturato di sette miliardi di euro. Nonostante utilizzi solo forni elettrici e non altoforni a carbone (come l’Ilva di Taranto), le criticità ambientali lamentate da chi vive vicino ai suoi impianti, a Cremona come a Terni, sono numerose.

Il nostro viaggio inizia proprio dall’acciaieria cremonese, che si sviluppa tra Spinadesco e la frazione di Cavatigozzi (CR), lungo la riva sinistra del canale Pizzighettone. Nella città del violino occuparsi in modo critico dell’acciaieria non è semplice. Il magnate Giovanni Arvedi, con un patrimonio personale stimato in 1,8 miliardi di euro, supporta il museo del violino, la squadra di calcio della Cremonese (42 milioni di euro nel 2023), le squadre di atletica e ciclismo, l’Università del Sacro Cuore e l’ateneo Santa Monica, sua è la casa di riposo “Giovanni e Luciana Arvedi”, senza dimenticare i giornali locali e la tv locale Cremona 1.

“Iniziammo con una petizione firmata nel 2004 da 96 persone residenti per chiedere al sindaco di Cremona se tra i rifiuti e le polveri prodotte dall’acciaieria fosse presente anche la diossina – ricordano alcuni ex residenti di Cavatigozzi –. Dopo poche settimane ci trovammo a casa lettere di diffida e pretese di scusa dal pool di avvocati di Arvedi. Molti si spaventarono, pochi di noi andarono avanti, con ricorsi contro l’ampliamento dell’acciaieria e contro la nuova discarica”.

A settembre 2019 dopo il terzo incidente in pochi mesi, il sindacato UGL attaccò duramente l’azienda per mancanza di sicurezza, lamentando che “chi tenta di far uscire una piccola parola viene immediatamente licenziato”.

A Cavatigozzi, a poche centinaia di metri dalle prime case, sorge una discarica di rottami a cielo aperto, autorizzata nel 2020. “In realtà l’autorizzazione era per un deposito temporaneo coperto ma da allora ha sempre lavorato in deroga – dice Paolo Galante, ex residente della zona che non abita più lì per disperazione –. Ogni giorno polvere, rumori, e paura di ammalarsi. Arvedi si era impegnato a ricoprire il deposito ma non l’ha mai fatto. Dopo anni di proteste inascoltate, chi poteva se n’è andato”.

A Crotta d’Adda, a otto chilometri dell’acciaieria di Cremona, sulla sponda del Canale e a poche centinaia di metri dalle anse dell’Adda, sorge un’altra grande discarica a cielo aperto di 86.900 metri quadrati e oltre un milione di metri cubi di scorie dell’acciaieria, vicino a campi coltivati e allevamenti.

A maggio 2024 otto container su venti, provenienti dalla Arvedi di Cremona, avviati allo stabilimento di Portovesme, in Sardegna, sono stati bloccati nel porto di Cagliari per la presenza di cesio-137, una sostanza radioattiva. Stando alle dichiarazioni ufficiali, il portale radiometrico per i materiali in ingresso all’acciaieria aveva sempre funzionato regolarmente e non aveva mai rilevato alcuna radioattività.

“I materiali radioattivi in entrata sono schermati in contenitori a parete di piombo –spiega Edoardo Bai, medico di Isde, Medici per l’Ambiente –. Ma nei forni il piombo fonde. Per questo, fin dal 1997 in Regione Lombardia vige un’ordinanza che impone che i controlli radiometrici vengano effettuati anche in uscita dallo stabilimento. Arvedi ha fatto questi controlli anche in uscita?”.

Varie interrogazioni regionali e comunali hanno cercato di far luce sull’evento. “Se questi container torneranno a Cremona, dove saranno stoccati? – si domanda Paola Tacchini, consigliera comunale del Movimento 5 Stelle –. E perché l’Osservatorio attività metallurgiche creato anni fa, che riuniva vari soggetti, comitati compresi, non si è più riunito?”.

Ezio Corradi, storico attivista ambientale, ricorda di aver segnalato camion scoperti e fumanti sul percorso dall’acciaieria ai siti di stoccaggio. “Quale sarà il livello di contaminazione dei terreni tutt’intorno l’acciaieria?”, incalza. Intanto pende la richiesta per una nuova discarica di scorie (non pericolose) poco lontano, nell’ex cava di Grumello, dove dal 2010 al 2013 furono illegalmente smaltiti rifiuti edili dal precedente proprietario. “Siamo già pieni di discariche, polveri e inquinamento, non si può più aggiungere altro”, protestano esasperati i residenti.

Cremona anche quest’anno si conferma la città più inquinata d’Italia e tra le peggiori in Europa, secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente (2024), per le numerose fonti emissive. All’acciaieria, infatti, si aggiunge l’inceneritore di rifiuti, le centrali a biomassa, l’autostrada, e altro ancora.

Uno studio epidemiologico preliminare nel 2019 firmato dal dottor Paolo Ricci, responsabile dell’Osservatorio epidemiologico della Ats Val Padana, aveva evidenziato un’incidenza di patologie respiratorie del 13 per cento più alta a Cremona rispetto ad altri Comuni della zona meno esposti, un eccesso di mortalità per il tumore del polmone del 17 per cento, e un eccesso del 23 per cento di casi di leucemia. Lo studio epidemiologico doveva andare avanti, per trovare la connessione tra malattie e inquinanti e accertare le cause di tanti tumori, ma venne bloccato e Paolo Ricci andò in pensione anticipata.

La seconda fase dello studio epidemiologico resa pubblica nell’ottobre 2023 dalla Ats Val padana ha messo in evidenza l’aumento dell’asma tra i bambini tra i sei e gli undici anni nel decennio 2010-2019. Secondo Ricci, però, “l’obiettivo originario dell’indagine epidemiologica, cioè la valutazione di impatto sanitario delle emissioni industriali, è purtroppo uscito dall’orizzonte del nuovo studio, che non ha identificato l’area di ricaduta delle principali emissioni industriali, né quantificato il peso della esposizione aggiuntiva di chi vive nella zona industriale rispetto all’inquinamento di fondo della Val Padana”.

Nel 2022 l’impero di Arvedi ha raggiunto anche Terni, rilevando l’85% dell’acciaieria Ast (Acciai speciali di Terni) dalla ThyssenKrupp. Nei quartieri di Prisciano e Borgo Bovio una coltre di pulviscolo bianco, aggressivo e corrosivo, ricopre ogni cosa. Anche gli alberi sono bianchi e svettano scheletrici ai lati della strada. Dalle scale alle auto, dai cartelli stradali alle siepi: “L’acqua non lava questa polvere, solo con l’acido se ne va. Qui da noi è perfino impossibile installare pannelli fotovoltaici, dopo poco sono oscurati dalla polvere e non funzionano più”.

Dal 2016 a Prisciano c’è il divieto di coltivare e di allevare animali all’aperto. “Questa polvere è causata dal processo di ‘scorificazione’ che consiste nel gettare calce sopra l’acciaio fuso per assorbire le impurità, la calce liquida ricca di impurità viene quindi portata nella rampa scorie e buttata per terra, così si crea una corrente ascensionale che raffreddandosi genera nuvole di polvere basica e ricca di metalli pesanti, tra cui nichel e cromo, che trasportata dai venti ricade sulle abitazioni. Questo avviene circa una volta all’ora”, spiega un ex dipendente.

L’ex assessore all’Ambiente del Comune di Terni, Mascia Aniello (Alternativa Popolare), dimessasi nel giugno 2024, ha presentato vari esposti alla magistratura e non usa mezzi termini: “È un sistema inaccettabile e Arvedi è l’ennesima multinazionale, dopo ThyssenKrupp, che si stabilisce nel nostro territorio già martoriato. Oltre alle polveri bianche che cadono dal cielo, a terra ci sono 330mila metri quadrati di discariche asservite al siderurgico, con colline artificiali alte 80 metri e valutazioni di impatto ambientale vecchie di vent’anni. Nei decenni sono state interrate scorie e fanghi tossici, contaminate le falde con metalli pesanti e cromo esavalente. Siamo un’area Sin mai bonificata. Mi sono dimessa opponendomi a una nuova ennesima discarica”.

Nel frattempo, a marzo 2024 si è costituito il comitato dei cittadini di Prisciano. “Secondo la stessa Arpa – spiegano – le emissioni di nichel nell’aria sono raddoppiate negli ultimi tre anni. A questo si aggiunge un odore acre e sgradevole, di plastica bruciata, che deriva, su ammissione dei dirigenti Ast, dagli pneumatici dei mezzi che passano sopra le scorie in raffreddamento. Chiediamo centraline per rilevare diossina e altri inquinanti ma le risposte sono insoddisfacenti”.

Anche le misure tampone prescritte nell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), cioè bagnare i piazzali e le strade, non ottengono i risultati sperati. “Da anni siamo sepolti dalle polveri e la terra trema sotto ai nostri piedi, a causa della triturazione delle scorie nere (destinate ad essere riutilizzate da aziende di calcestruzzo, ndr) – sospira un’anziana signora che abita vicino all’acciaieria, mostrando la sua casa piena di crepe –. Non si può più vivere così”.

Nella Conca ternana come a Cremona la situazione sanitaria è critica. Il rapporto Sentieri 2023 dell’Istituto Superiore di Sanità aveva evidenziato la presenza di un eccesso di tumori tra bambini e giovani e un eccesso di mortalità nella popolazione in tutta la Conca rispetto al resto dell’Umbria.

I cittadini chiedono ora uno studio che approfondisca la correlazione tra emissioni dell’impianto siderurgico e le malattie dei quartieri più esposti. Nel frattempo Arvedi-Ast ha annunciato che entro agosto 2025 saranno costruiti capannoni dove confinare le scorie bianche, promettendo così di ridurre le emissioni delle polveri e del nichel del 30%. Ma secondo Mascia Aniello non può essere sufficiente: “Parte della produzione deve essere sospesa, questo territorio ha già dato”.

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12/02/2021

Terni - I lavoratori della Treofan hanno occupato la fabbrica

Di fronte al fallimento dell’ultimo tentativo di mediazione con la proprietà – la multinazionale indiana Jindal – i lavoratori della Treofan martedi hanno deciso di occupare la fabbrica. Mentre dentro lo stabilimento ci si organizza per tenerlo occupato, una delegazione di lavoratori si è recata fuori dai cancelli dello stadio, in concomitanza della partita tra Ternana e Casertana, per sollecitare ulteriormente l’opinione pubblica della città sulle sorti di una fabbrica che rischia di compromettere il futuro di 142 famiglie.

La Jindal rigettando l’accordo con i sindacati, ha decretato l'indisponibilità a trovare una soluzione pacifica alla vertenza, motivo per cui ora, si prepara la durissima battaglia legale che porterà la multinazionale di fronte ai giudici italiani e saranno chiamati a rispondere.

Ieri si è riunito il tavolo tra ministero del Lavoro e dello Sviluppo, sindacati, liquidatore e avvocati di Jindal. L’azienda ha chiesto un’ulteriore proroga dei tempi della procedura di messa in liquidazione della società, in scadenza oggi, per provare a raggiungere un accordo tra le parti. Una settimana di tempo per salvare i posti di lavoro e scongiurare 142 licenziamenti.

Ma mentre si tratta, rimane fondamentale la salvaguardia dei macchinari, indispensabili per garantire la possibilità di continuità produttiva. Per questo prosegue l’occupazione della fabbrica.

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09/07/2020

Terni - La Treofan chiude. Gli operai bloccano le merci e la strada

Continua lo stato di agitazione dei lavoratori della Treofan di Terni in una delle fasi più critiche delle trattative tra sindacati e la multinazionale indiana Jindal. Quest’ultima dopo aver dichiarato di voler vendere il sito produttivo di Terni, adesso sembra prendere tempo. Ma i lavoratori non si fidano, sono in sciopero dal 29 giugno e da ieri bloccano le merci in entrata e uscita e la strada davanti alla fabbrica.

Il Mise, è stato informato del costante svuotamento di ordini e prodotti alla Treofan di Terni (fino ad arrivare dai primi mesi del 2020 alla fermata per 12-13 giorni al mese della laccatrice, il macchinario che produce film ad alto valore aggiunto). La proprietà, la Jindal, la spiega con la perdita di ordini e clienti. Ma altri dati indicano l’esatto contrario e cioè che le produzioni sono state trasferite nei siti di Brindisi e di Virton (Belgio), i quali stabilimenti hanno avuto un incremento dei volumi produttivi inversamente proporzionale a quelli di Terni.

Il giornale locale Umbria 24 riferisce che un messaggio arrivato nella notte allertava lavoratori e sindacati della volontà, da parte dell’azienda, di forzare il blocco delle portinerie, per consentire nuovamente l’uscita dei prodotti finiti, con l’intervento, se necessario della polizia. Ma i lavoratori hanno ritenuto che per convincere la proprietà a investire ancora su Terni, la strada sia proprio questa: far marciare gli impianti bloccando però i rotoli di film di polipropilene dentro il magazzino. Già ieri un camion è stato respinto e lasciato andar via senza il carico.

Al blocco hanno partecipato anche attivisti di Potere al Popolo, con un loro striscione di solidarietà con i lavoratori.

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05/06/2020

ArcelorMittal. Oggi il piano industriale. Il governo non esclude di entrare in campo

Il ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli in una informativa alla Camera ha riferito che la multinazionale Mittal ha fatto sapere che la rivisitazione del piano industriale verrà presentata entro oggi venerdì 5 giugno. “Voglio essere chiaro fin d’ora” – ha detto il ministro – “mi aspetto, tutto il Governo si aspetta, un piano industriale che sia serio, ambizioso, lungimirante, non prettamente difensivo e conservativo. E soprattutto che non rimetta in discussione i negoziati e gli accordi del 4 marzo”.

Ma in un passaggio della sua informativa ed in una intervista il ministro ha anche lasciato intendere che lo Stato potrebbe intervenire direttamente sulla gestione delle sorti del maggiore impianto siderurgico del paese. “Ritengo sia molto difficile trovare un equilibrio tra competitività dello stabilimento e prezzo acciaio finale e tutela ambientale e sicurezza dei lavoratori, quindi credo che un passaggio, che il Governo sta cercando di fare, accompagnando, almeno parzialmente, l’impresa privata, il player industriale privato, con interventi di Stato a tutela della sicurezza dell’ambiente, sia un passaggio obbligato”, ha affermato il ministro alla Camera.

Ma in una intervista di questa mattina a ‘Radio Anch’io’ e in vista dell’incontro di stasera, il ministro è stato ancora più esplicito con ArcelorMittal: “Se vuole andarsene, andasse” ha dichiarato Patuanelli spiegando che in tal caso si applicherebbero “le clausole di uscita” previste dal contratto. Alla domanda sul possibile ingresso dello Stato con Cassa depositi e prestiti, Patuanelli ha affermato che: “È quasi inevitabile”. Ad ogni modo “oggi non ci si può più permettere di ragionare su una crisi aziendale, Taranto forse è il tavolo di crisi più ampio ma se guardiamo al caso singolarmente facciamo un errore. Serve un piano strategico per la filiera”.

Intanto la multinazionale ha comunicato ai sindacati che a partire dal primo giugno 2020 c’è stata una proroga della cassa integrazione per emergenza Covid-19 di 5 settimane per 8.153 lavoratori dell’ex Ilva di Taranto.

L’Usb, riferendosi al comportamento della multinazionale, ha fatto sapere che non ci può essere dialogo con chi al dialogo non è abituato, “perché ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che il soggetto è inaffidabile, visti i comportamenti assunti con i lavoratori, con le istituzioni e col territorio tutto. Inoltre è assurdo pensare di sostenere la gestione della multinazionale con i soldi dei contribuenti, vista l’ultima richiesta di cassa integrazione fatta dalla multinazionale”.

Il sindacato chiede di accelerare la convocazione del tavolo sulla siderurgia nazionale al fine di consentire al Governo di entrare direttamente nella gestione di tutte le grandi vertenze tra cui quella dello stabilimento tarantino ma anche di altri stabilimenti come l’Ast di Terni.

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28/11/2019

Cuori d’acciaio/4 - A Terni verso la spallata finale agli Acciai Speciali?


Tutto era da tempo nell’aria e infatti pochi giorni fa è arrivata la conferma da parte del Ceo della ThyssenKrupp, Martina Merz: la ThyssenKrupp è in crisi e i numeri del bilancio presentato parlano chiaro, sono 304 i milioni persi in questo anno fiscale (in Germania i bilanci si chiudono il 30 settembre), contro i 62 milioni di perdita dello scorso anno, e anche se complessivamente le vendite sono leggermente aumentate, fino a 42 miliardi (41,53 nel 2018).

La crisi è forte e rischia di produrre un bagno di sangue in tutti gli stabilimenti europei della multinazionale, soprattutto in Germania, poiché il debito complessivo ammonta a 9 miliardi di euro che possono arrivare a 14, se l’operazione di vendita dei gioielli di famiglia (in primis il comparto elevatori) non andasse in porto.

Dopo due fusioni bocciate dall’Antitrust europeo (con la Outokumpu cinque anni fa e con la Tata quest’anno), insieme agli investimenti falliti in America e una crisi dell’acciaio che parte dai semilavorati e arriva fino alle verticalizzazioni (come per l’automotive), il gigante tedesco vacilla e rischia di portarsi dietro 6000 posti di lavoro e un pezzo importante delle acciaierie ternane.

Rispetto ad Acciai Speciali Terni (AST) la Merz è stata chiara, dichiarando che il suo contributo alle entrate è stato significativamente inferiore rispetto a un anno prima, a causa della situazione dei volumi e prezzi sfavorevoli per l’acciaio inossidabile.

Ha anche chiamato in causa la UE asserendo che se le misure di salvaguardia imposte dall’Unione Europea contro le importazioni di acciaio inox dall’Asia non saranno efficaci, i rischi relativi ai prezzi sorgeranno in particolar per AST.

I dazi sulle importazioni di acciaio, messi in campo dalla UE, sono la classica toppa che è peggio del buco perché in sostanza consentono l‘ingresso gratuito in Europa dell’acciaio extra-UE ma solo fino al raggiungimento di una certa soglia, calcolata in base alle importazioni degli ultimi anni.

Una volta superata la soglia scattano le imposte al 25%. Per non strozzare la potenziale crescita dei flussi commerciali, però, la Commissione ha previsto che il tetto alle importazioni libere cresca a intervalli regolari del 5%. Solo di recente si è deciso di rallentare il ritmo della liberalizzazione al 3%.

Questi dati stanno a significare il peso economico e politico dei verticalizzatori europei che insieme agli accordi commerciali fatti da Germania e Francia con i paesi esportatori non consentono una reale politica di aggressione. Inoltre questi dazi non colpiscono l’import di bramme dai paesi extra-ue e infatti ormai da qualche mese anche AST compra decine di migliaia di tonnellate al mese di bramme da altri produttori, soprattutto indonesiani, ufficialmente per soddisfare richieste di clienti ma sicuramente per “calibrare” gli impianti a freddo su di un nuovo standard.

Si profila quindi una nuova ristrutturazione del sito siderurgico ternano? I rischi ci sono tutti, basta guardare lo stato in cui versa la fabbrica ternana. L’accordo firmato dopo la grande lotta del 2014 non è stato risolutivo e ha solo rimandato il problema dell’area a caldo, che già cinque anni fa era nel mirino della multinazionale allora rappresentata a Terni proprio da Lucia Morselli, ora a guida dell’ex Ilva a Taranto.

Quella vertenza si è chiusa con un accordo che ha permesso più di 400 fuoriuscite volontarie, ha consentito l’entrata di AST nel comparto TK Materials che di fatto ha commissariato il commerciale, ha ridotto la capacità fusoria ad un milione di tonnellate l’anno (poco più della produzione di un forno su due, che infatti ha portato alla riduzione della turnazione nell’area a caldo), ha accorpato le controllate e ha prodotto investimenti fatti solo in parte, se non quello di portare a Terni la famigerata linea5 di Torino.

Oggi siamo in una situazione in cui l’area a caldo produce meno di un milione di tonnellate di fuso, le ex controllate (la divisione Fucine, il Tubificio, il Centro di Finitura e i servizi telematici di Aspasiel) sono in forte stallo, non solo per la crisi dei rispettivi comparti ma anche per scelte strategiche discutibili, come ad esempio per il Tubificio che lavora soprattutto per l’automotive.

Si è chiusa inoltre Titania, che lavorava l’acciaio al titanio (il più tecnologico in commercio e con un alto valore aggiunto), il commerciale non è adeguato (perchè TK Materials non impone ai verticalizzatori di comprare acciaio solo dai produttori della TK), la crisi dell’intero settore ha fatto cadere gli ordinativi e questo ha portato alla firma di un accordo, il settembre scorso, sulla cassa integrazione per 700 operai (a rotazione) fino a fine anno.

Per far comprendere la precarietà in cui versa il sito, il nuovo piano industriale (di soli due anni) firmato al Mise lo scorso giugno parla essenzialmente, al netto delle rassicurazioni sulla strategicità del sito, di investimenti per soli 60 milioni di euro (in pratica le manutenzioni ordinarie) e di esuberi nel livello impiegatizio.

Quello che emerge però con forza è che dalla vertenza del 2014 i rapporti di forza in fabbrica sono completamente cambiati. Questo ha portato, oltre ad una gestione molte volte autoritaria, anche ad una nuova strategia nella definizione dell’organizzazione del lavoro, che anziché mettere in campo una campagna di assunzioni mirate, tenta di sdoganare il concetto di flessibilità interna con la polivalenza e la flessibilità lavorativa da un’area ad un’altra in base ai volumi.

L’AST è anche al centro di polemiche riguardo l’inquinamento in atmosfera e in falda, come del resto tutti gli impianti industriali che insistono su di un territorio da molti anni.

Solo nel biennio 2017/2018 sono stati immessi in atmosfera 652,2 Kg di cromo, 89,1 kg di nichel, 1826,6 Kg di ossidi di azoto e 659.710 tonnellate di CO2 e anche a Terni il conflitto ambiente/lavoro ha spaccato completamente l’intera comunità.

Il sito è soggetto alle prescrizioni AIA sulle emissioni e sul conferimento delle scorie in discarica e scadranno, previo rinnovo, a marzo del 2020. Per il trattamento delle scorie si è raggiunto un accordo con la multinazionale finlandese Tapojarvi, che utilizza un metodo speciale per inertizzare i residui della fusione.

Ci troviamo quindi di fronte ad un insieme di fattori potenzialmente pregiudicanti la sopravvivenza dell’intero sito ternano: la crisi dell’acciaio, l’utilizzo di bramme estere, la questione ambientale, la concorrenza di altri verticalizzatori (soprattutto nel settore automotive), nel giro di pochi mesi possono far sprofondare l’AST in una crisi che, senza una reale volontà politica del governo e delle istituzioni, potrà portare ad una ristrutturazione tale da cambiare per sempre il volto della fabbrica.

Non è un caso che già nel recente passato, quando ufficialmente il sito non era più strategico per la ThyssenKrupp, si fossero affacciate cordate italiane capeggiate da banche e da Marcegaglia da una parte e Arvedi dall’altra.

La Terni, era sopravvissuta nel 1953 al piano Sinigaglia grazie ad una imponente lotta di tutta la cittadinanza, protagonista della ricostruzione post bellica del paese, l’azienda che nel 1960 permise a Jaques Piccard di raggiungere il fondo della Fossa delle Marianne.

Nel 1994 fu venduta dall’IRI, con una operazione puramente speculativa, ad una cordata italo-tedesca formata da Falck, Riva, Agarini e ThyssenKrupp, le cui azioni furono completamente cedute un anno dopo alla multinazionale tedesca.

Da allora la fabbrica ha perduto produzioni strategiche per il sito e per l’intero paese, come la produzione del lamierino magnetico che riforniva la quasi totalità del fabbisogno italiano.

L’AST è divenuta progressivamente un semplice produttore nazionale, ha perso di importanza e nel medio termine rischia di essere ridimensionata o addirittura spezzettata.

La generazione di ragazzi entrati in fabbrica alla fine degli anni ’90, che ha già vissuto sulla propria pelle due grandi lotte, quella del 2004 contro la chiusura del magnetico e quella del 2014 contro i licenziamenti e la chiusura dell’area a caldo (con le cariche della polizia contro gli operai prima alla stazione di Terni e poi in piazza Indipendenza a Roma, ndr), saprà eventualmente fronteggiare un nuovo attacco speculativo che potrebbe stavolta dare la spallata finale?

Qual è il compito dei corpi intermedi in questa fase e in prospettiva, se non quello di ricostruire quella coscienza di classe che sappia riconnettere la fabbrica e i lavoratori al territorio e alla intera comunità ternana?

Questa connessione oggi passa soprattutto attraverso la battaglia per gli investimenti ambientali e per l’ambientalizzazione delle produzioni, che è parte centrale della battaglia più grande per la nazionalizzazione di AST.

Sfatiamo il mito dell’autoregolamentazione del mercato e dell’iniziativa privata come soluzione, oggi serve una nuova gestione pubblica delle produzioni che sappia pianificare le strategie produttive (facendo tornare anche produzioni che servono al paese, come l’acciaio magnetico), in un contesto di salvaguardia ambientale e della salute dei lavoratori e dei cittadini, non solo per Terni.

di Emanuele Salvati operaio Ast e delegato sindacale Usb

Le altre puntate:

1/Il delitto dell’Italsider di Bagnoli

2/I fantasmi delle Ferriere di Trieste

3/Anche a Piombino, come a Taranto, arrivarono gli indiani

Fonte

12/12/2017

Carcere di Terni: Uno strano “suicidio”

Lettera aperta alla direzione dell’ospedale Santa Maria di Terni e alla procura generale di Terni!
Per verificare se il detenuto morto ieri si è suicidato o è stato suicidato!

Leggo oggi sulla stampa di un detenuto nordafricano di 36 anni che si sarebbe suicidato ieri nel carcere di Terni.

Ricoverato in rianimazione da ieri pomeriggio nell’ospedale Santa Maria della stessa città, sarebbe deceduto stamane.

Il detenuto di cui non si conoscono le generalità si sarebbe suicidato in una cella di isolamento, dopo che vi era stato posto in seguito ad una sua aggressione a un agente di polizia penitenziaria al quale avrebbe fratturato il setto nasale!

Conoscendo bene il carcere, avendoci soggiornato per sei anni e conoscendo bene tutte le dinamiche susseguenti ad una azione come quella compiuta dal detenuto, cioè l’aggressione ad un agente.

A quel punto minimo ti portano alle celle e ti riempono di botte, ma a volte ti suicidano!

Per questo motivo spero che il referto dell’ospedale possa rilevare se nel corpo del detenuto sono presenti ecchimosi, frutto di un pestaggio o di un “obbligo” a suicidarsi.

La stessa cosa dovrebbe fare la procura di Terni predisponendo un’autopsia che potrebbe accertare questo!

Faccio questa denuncia in quanto nel carcere di Bellizzi Irpino, uno dei tanti dove sono stato detenuto, a seguito di un pestaggio da me subito dagli agenti penitenziari, reo di aver fatto una battitura alle sbarre per protestare per la mancanza di acqua.

Subito dopo il pestaggio denunciai dettagliatamente al magistrato di sorveglianza l’accaduto.

Di notte venni prelevato da dieci guardie e con la scusa di dovermi portare in matricola per un trasferimento si fermarono davanti una cella d’isolamento vuota e mi dissero che se avessi insistito nella denuncia mi avrebbe fatto fare loro una bella protesta, mi avrebbero “suicidato” loro!


* comitato per il diritto al risarcimento da ingiusta detenzione a tutti gli assolti

da http://www.osservatoriorepressione.info

Fonte

17/11/2017

Acciai Speciali di Terni. Proposta per una nuova fabbrica

A partire dal 2007, la produzione mondiale di acciaio sta subendo il più importante processo di ristrutturazione mai registrato fino ad ora, stravolgendo il comparto siderurgico europeo e quindi anche quello italiano. La sovrapproduzione mondiale, con la relativa importazione di semilavorati dalla Cina e dall’India nei paesi europei, che arriva a toccare quasi il 30% dell’acciaio consumato, ha abbassato la redditività dei produttori del vecchio continente che hanno messo in campo riorganizzazioni a tutto campo con una perdita stimata in 60.000 unità di addetti. Il tutti aggravato dalla miopia delle scelte degli ultimi governi italiani che stanno portando ad una desertificazione delle produzioni industriali.

L’accordo sottoscritto al Mise nel 2014 ha mostrato fin da subito i suoi limiti e pericoli: un riassetto di bilancio frutto soprattutto della fuoriuscita di più di 400 lavoratori e dei tagli netti al salario tramite l’annullamento dei premi di produzione e le fasce di merito. Il tutto aggravato dalla completa chiusura del reparto TITANIA contravvenendo allo stesso accordo.

L’assestamento produttivo su di un milione di tonnellate (di per sé insufficiente) non è stato mai raggiunto, tanto che i dati circa la produzione di fuso si attestano intorno alle 800 mila tonnellate, pari alla capacità produttiva di una linea a caldo.

L’intera area a caldo sembra abbandonata a se stessa e le condizioni attuali dello stabilimento fanno pensare ad un disimpegno, in prospettiva, nei confronti del cuore produttivo dell’azienda, mentre le dichiarazioni circa il futuro di SDF, gettano preoccupazioni riguardo la chiusura della produzione dei fucinati.

Il progetto di recupero delle scorie, che sconta continui rinvii e che costituisce requisito fondamentale per l’adempimento AIA, ancora non è stato portato a compimento, nonostante il lavoro della fantomatica commissione speciale e dei tanti proclami giornalistici.

Le ricadute dell’accordo hanno colpito anche le ditte appaltatrici che sono state lasciate allo sbando e per le quali i tagli hanno coinvolto direttamente i lavoratori, con riduzioni superiori al 30% dello stipendio.

Tutto questo ha portato a conseguenze fin da subito visibili e che come sindacato abbiamo sempre sottolineato fin dal nostro insediamento: un controllo totale della fabbrica, nella gestione del lavoro e della forza produttiva, completamente posta nelle mani dell’azienda, che sta provocando uno stato di repressione con la conseguente esasperazione del clima all’interno dei reparti.

Si assiste ad una politica di diminuzione dei tempi, che ha agito sulla catena di produzione e che mette a repentaglio la sicurezza dei lavoratori nonché la salubrità dei reparti e a politiche commerciali che fanno perdere importanti quote di mercato.

L’irrisolta obsolescenza dei macchinari, con la quasi mancanza di manutenzioni programmate, creano una condizione di scarsità qualitativa della produzione, con relativa perdita di quote di mercato italiano ed estero.

I lavoratori si trovano quindi sempre più soli di fronte all’azienda ed il sindacato pare abbia rinunciato al suo ruolo di difesa e di soggetto propulsivo per l’avanzamento della classe. Per questo, per tentare di contrastare questa deriva mettiamo in campo una serie di proposte per il rafforzamento del ruolo della RSU, che in questi anni si è vista relegare troppo spesso in un angolo, a causa di un coinvolgimento degli organismi dirigenti territoriali che di fatto ne hanno snaturato ed esautorato il ruolo. Per questo, avanziamo delle proposte che, se eletti nella RSU, vedranno il nostro massimo sforzo affinché vengano realizzate:

1) salvaguardia del ciclo continuo, dalla fusione fino ai reparti di verticalizzazione del sito, attraverso il rafforzamento della parte a caldo in tutta la sua interezza, investimenti finalizzati all’ammodernamento impiantistico. Anche per questo chiediamo l’immediata realizzazione dell’impianto trattamento scorie visto che nelle condizioni attuali la discarica potrebbe garantire solo 5 anni di produzione. L’implementazione della produzione di freddo con un nuovo laminatoi, poiché l’installazione della linea 6 non è sufficiente come più volte da noi dichiarato;

2) nuovo contratto di secondo livello: per il secondo anno consecutivo il bilancio chiude in positivo ed è ora quindi di ridiscutere di una nuova piattaforma integrativa che parta dalla redistribuzione dell’utile d’azienda per tutti i lavoratori, contro le politiche dei premi ad personam tanto cari all’azienda. Retribuzione dello straordinario su lavori programmati e non più a recupero;

3) rimessa in discussione totale dell’accordo del 2014 per quanto riguarda gli organici tecnologici oramai ridotti ai minimi termini, mettendo a rischio salute e sicurezza. Le difficoltà dei lavoratori nel fare le ferie sono inaccettabili e tutto si basa sui ritmi incessanti del ciclo produttivo;

4) nuova definizione dei ruoli e delle procedure circa l’organizzazione del lavoro, che cancelli il presupposto del Flexible Working;

5) rafforzamento e attualizzazione del ruolo degli RLS, in un contesto più ampio della sicurezza lavorativa che parta dalla catena di produzione fino alle POS ed alla salubrità dei reparti;

6) stabilizzazione dei lavoratori interinali con un massimo di rinnovi per un periodo di 24 mesi;

7) rafforzamento del ruolo della RSU e partecipazione diretta dei lavoratori nelle decisioni della stessa.

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14/12/2014

Terni - Una voce dall'AST all'indomani dell'accordo. Fino a che punto si può parlare di vittoria?

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Pubblichiamo il resoconto di una lunga chiacchierata con M., operaio dell'AST di Terni e rappresentante sindacale FIOM, uno dei lavoratori che si è battuto in prima linea negli ultimi quattro mesi contro la dirigenza Thyssen, che ha subito le manganellate dalla polizia a Roma per la sola colpa di voler portare il dissenso e la propria lotta in strada fino alle porte del MISE, contro la multinazionale e contro un governo sordo alle esigenze di una classe operaia da mesi protagonista di mobilitazioni e scioperi contro le politiche industriali del governo e contro il Jobs Act.

Parliamo con lui, a lungo, di tutto ciò che è stata la fase più calda della vertenza, quella degli ultimi quattro mesi, partendo proprio dalla fine dello sciopero a oltranza che è durato oltre un mese, sostenuto con forza e con dignità; partendo dall'accordo del 3 dicembre e dalle assemblee che hanno infuocato le acciaierie di Terni nei giorni a seguire, proprio quando i giornali e le televisioni titolavano la vittoria indiscussa dei lavoratori, come se la partita si fosse già conclusa e come se tutto fosse andato per il meglio.

Il resoconto che riportiamo è quello di una storia ben diversa, molto più complessa, che ha sfumature tutt'altro che rosee nonostante ciò che è stato finora strappato alla multinazionale tedesca con la lotta e il protagonismo degli operai ternani.

Il sipario degli organi di stampa è calato proprio quando sarebbe bene, invece, tenere gli occhi aperti e guardare oltre la propaganda di governo e la retorica della dirigenza Thyssen. Quella dell'AST, infatti, è la storia della vittoria di una battaglia importante, ma anche quella di una guerra ancora in pieno svolgimento, quotidiana, resasi difficilissima da combattere per tutti i lavoratori delle acciaierie di Terni e dell'indotto.

Cominciamo, dunque, dalle assemblee operaie degli scorsi giorni. Il clima descritto è quello di un diffuso e capillare malumore fra lavoratori, non ci sono mezzi termini nel fare la cronaca di quello che è stato nell'ultima settimana e nel raccontare l'aria che tira in attesa del referendum del 15, 16 e 17 dicembre.

Certo, lo spegnimento di uno dei due forni per il momento è stato scongiurato, così come si sono preservati circa 9 milioni di salario integrativo dei 13 iniziali, un buon risultato considerato che secondo il piano industriale iniziale, questo sarebbe dovuto essere semplicemente azzerato. Eppure resta l'amaro in bocca per la totale passività del governo al tavolo di trattativa, resta la preoccupazione di tutto ciò che sarà in concreto e al di là dei proclami dell'azienda, il piano di investimenti a Terni nei prossimi quattro anni. La mediazione è da considerarsi positiva, senza ombra di dubbio, se si guarda al punto di partenza di questa battaglia, al piano di tagli alla produzione e al costo del lavoro presentato dalla Thyssen il 17 luglio scorso o anche solo al pericolo della cassa integrazione paventato per lungo tempo. Ma al tempo stesso conserva tutti i limiti di un accordo puramente difensivo, di una partita giocata tutta in difesa, resistenziale e solitaria, da parte di quelle centinaia di operai che hanno sfidato la multinazionale per ridurre al minimo i danni, per impedire lo smantellamento progressivo degli impianti siderurgici di Terni.

Come sarebbe andata se il governo si fosse schierato dalla parte dei  lavoratori inchiodando alle proprie responsabilità la Thyssen? E quanto ancora si sarebbe potuto strappare? Queste domande rimaste senza risposta si traducono in delusione e in beffa a sentire Renzi e il ministro Guidi declamare un protagonismo nella contrattazione che in realtà non c'è stato, nel prendere atto della totale inadeguatezza delle politiche industriali di governo, ma soprattutto nel guardare alla contemporanea approvazione del Jobs Act anche al Senato, attacco ancora più diretto e forte alla classe lavoratrice.

A sentir parlare M., dunque, le assemblee, pur essendo molto partecipate, restituivano un clima che non è affatto dei migliori. Resta infatti il dispiacere per tanti operai, troppi – alcuni prossimi alla pensione, molti altri invece, di appena 40 anni – che inaspettatamente si piegano al ricatto della fuoriuscita incentivata (le cosiddette 290 “uscite volontarie”), quello del portare a casa gli 80.000 euro lordi promessi, a fronte di un futuro lavorativo tutt'altro che sicuro. E poi restano i problemi ancora da affrontare, tanti. Come ci spiega, le fuoriuscite incentivate hanno sbilanciato di molto la proporzione in fabbrica fra operai e impiegati, con un rapporto che da 3:1 scende ora a 2,5-2:1, il che pone nel mirino dei licenziamenti molti altri dipendenti, soprattutto donne (sono circa 60-70 impiegate dello stabilimento). La dirigenza Thyssen li ha accolti, al rientro a lavoro, con un ricatto ben pesante, quello dell'accettazione a capo chino della buonuscita per ripristinare la precedente proporzione, quello di togliere il disturbo con le tasche piene ma in punta di piedi, nel totale silenzio degli organi di stampa e soprattutto senza ulteriori fermi alla produzione, senza ulteriori scioperi.

E poi, ancora, il destino tutt'altro che roseo dei lavoratori dell'indotto. L'accordo del 3 dicembre, infatti, prevede un taglio alle spese relative alle ditte terze, per Thyssen, pari al 20%,  il che sarebbe tutto scaricato sul costo del lavoro. Come visto anche per la ILSERV, che ha recentemente messo in cassa integrazione 200 dei suoi 330 dipendenti – prima ancora di attendere l'esito della trattativa dell'AST! – la costellazione di tutte le piccole aziende legate a doppio filo alle acciaierie e che contano non più di 10-15 operai, difficilmente reggerà ai tagli previsti dall'accordo e molte hanno già annunciato la loro prossima chiusura. I posti di lavoro a rischio sono circa 1000-1200 e la partita di questi operai si aprirà troppo tardi, probabilmente quando quella dei dipendenti diretti dell'AST si sarà già raffreddata e dunque quando il peso della contrattazione sindacale sarà tutt'altro che favorevole; a loro non resterà altra alternativa che intraprendere una lotta molto più dura da vincere, proprio a causa dell'ultra-frammentazione in un microcosmo di piccole ditte e di eventuali piccole vertenze.

A niente sembra servito l'aver affiancato gli operai dell'AST nelle ultime settimane di mobilitazione, a niente sono servite le sollecitazioni da parte dei sindacati ad aprire un tavolo di trattativa a sé per questa problematica. Nell'accordo sono stati inseriti solo l'applicazione dell'art.9 comma IV del CCNL Metalmeccanici e una clausola piuttosto vaga per la quale la Regione Umbria si impegnerebbe a destinare a corsi di formazione e a eventuali nuovi inserimenti lavorativi tutti gli operai dell'indotto. Briciole, insomma, un provvedimento del tutto inadeguato all'entità del problema, a sentir parlare già oggi i lavoratori. Quel che è tangibile è un forte senso di frustrazione per un trattamento subito che segue tutte le logiche del massimo ribasso sul costo degli appalti; questo non può che tradursi in frizioni e malcontento che oggi minano la stabilità del fronte operaio ternano consolidatosi nelle scorse settimane, al di là della ditta di appartenenza.

Al referendum si arriva dunque con questo animo, un misto di preoccupazione e rabbia. Questo proprio non spiegherebbe cosa ci sia dietro a un risultato che è invece dato per certo e plebiscitario sulle testate dei più importanti giornali e per voce delle istituzioni e della dirigenza della multinazionale tedesca. Ci deve essere di più. E di fatti fra le mura dello stabilimento l'azienda ha adottato qualsiasi contromisura per blindare il risultato del sì: da un lato la minaccia di tornare al piano industriale iniziale, quello proposto il 17 luglio scorso, in caso di parere sfavorevole da parte degli operai – e dunque la ferma volontà di aggirare qualsiasi altra contrattazione sindacale; dall'altro il ricatto degli stipendi ancora non corrisposti, delle mensilità di ottobre, novembre e delle  tredicesime pendenti, che saranno corrisposti solo dopo l'esito del referendum – con il sottinteso di una vittoria del sì!

Come se non bastassero le divisioni createsi fra impiegati e operai, come se non bastassero i destini diversi segnati per dipendenti diretti dell'AST e operai dell'indotto, la questione della sospensione degli stipendi rappresenta un'ulteriore spinta all'"uscita volontaria” e all'accettazione degli 80.000 euro (che in tal caso sarebbero liquidati subito!), cosa che sta facendo ulteriormente vacillare tutti gli sforzi di chi, nonostante la stanchezza e le difficoltà economiche sempre più pressanti, ha scelto di restare ancorato al proprio posto di lavoro e di preservare la compattezza interna.

Chiediamo quindi a M. di spiegarci meglio quali siano i rapporti esistenti oggi all'interno dell'impianto e come la lotta li abbia modificati. Appare chiaro che, all'indomani di un'unità d'intenti trovata e poi maturata nella lotta e nella forza dello sciopero a oltranza, la logica del "divide et impera" adottata dalla dirigenza rende la fase attuale delicatissima, nell'ottica di una preservazione del risultato raggiunto dai lavoratori. Certo, la componente più sindacalizzata, quella che con più protagonismo e consapevolezza ha affrontato la mobilitazione, è tornata sul posto di lavoro potendo contare su rapporti ben più saldi e forti di prima.

Non è dunque un'esperienza compiuta, quella dell'AST di Terni, anzi. Il giro di boa del 3 dicembre ha segnato l'ingresso in una fase ancora più importante, quella del referendum, il cui esito sembra scritto ma può riservare qualche sorpresina. Soprattutto ha configurato una fase di assoluta attenzione rispetto alla prossima applicazione degli impegni presi da parte della Thyssen, del piano di investimenti.
Dunque c'è ancora molto da discutere, da concordare, da pianificare per il lavoro politico quotidiano e per la lotta dei prossimi mesi e dei prossimi anni.

Nel concludere la chiacchierata, però, al di là dell'amarezza e delle difficoltà da affrontare, c'è da prendere atto anche di una grandissima consapevolezza di tutto ciò che di buono c'è nell'esperienza degli scorsi mesi, quello di una vertenza che è diventata simbolo di questo autunno di rinnovato protagonismo operaio, che ha fatto da esempio concreto e da iniettore di fiducia e di forza a centinaia e migliaia di lavoratori che nella lotta dell'AST si sono identificati e continuano a identificarsi ogni giorno, scendendo in piazza, scioperando o solo pensando di intraprendere un percorso duro come quello dell'apertura di una vertenza lavorativa.

Si riparte da qui, da tanta forza e da tanto coraggio dati e ricevuti, dalla consapevolezza della propria forza, sia essa immediatamente esercitabile o ancora potenziale; dalla creazione di nuovi e importanti legami con altre realtà lavorative in lotta, prime fra tutte quella della Lucchini di Piombino e dell'Ilva di Taranto, poi ancora dei lavoratori Meridiana e tanti altri come quelli della Jabil o della TRW con cui ci si è incontrati e confrontati sotto al MISE alcune settimane fa.

E infine l'imprescindibilità di un lavoro quotidiano e tenace, anche se silenzioso. Perchè M. ci ricorda che la lotta degli operai dell'AST non è iniziata quattro mesi fa e non è partita dalle prime pagine dei giornali, ma dura da circa tre anni, da quando le acciaierie furono cedute all'Outokumpu, nel gennaio 2012, per poi tornare nelle mani della multinazionale tedesca. Anche allora i lavoratori scesero in piazza per difendere il proprio posto di lavoro e affrontarono la polizia ricevendo manganellate che non sono state riprese dalle televisioni di tutta Italia. Guardando a ieri e facendo un bilancio di questa nuova fase di lotta non può non prendere atto di una rinnovata forza nell'aver dato un importante stop alla Thyssen, nonostante la consapevolezza che non è finita qua e la parte difficile viene nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

31/10/2014

Sparisce l'acciaio italiano, a cominciare dai lavoratori


Sulla serietà degli impegni del governo riguardo all'Ast-ThyssenKrupp di Terni vale forse la pena di far il punto sulla produzione dell'acciaio in Italia. Vi proponiamo questo articolo dal confindustriale IlSole24Ore, che spiega piuttosto chiaramente come la produzione di acciaio sia stata sostanzialmente considerata "non più strategica" - limitatamente al nostro paese - da Unione Europea, governi di centrodestra e centrosinistra, imprenditori nazionali o multinazionali.

Un lento esproprio che somiglia molto a quello avvenuto, nell'arco di venti anni e più, nel trasporto aereo. O anche nelle telecomunicazioni, nell'informatica, ecc. Ogni "privatizzazione" ha insomma portato con sé la perdita per il paese di competenze e asset strategici. Non si può infatti parlare di "passaggio da imprenditore pubblico a privato". Il "privato" - infatti - ha sempre proceduto a spacchettare e rivendere al migliore offerente. Nessuna presa in carico della necessità investimenti, ma vendite a prezzi di realizzo (comunque superiori a quelli pagati dagli stessi "privati" allo Stato che dismetteva).

La domanda - politica, di strategia industriale e di prospettiva storica - è: ma come si pensa di restare un "paese avanzato" senza acciaio, compagnie aeree, telecomunicazioni, informatica?

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Crollo dell'occupazione in tutti i poli dell'acciaio

di Matteo Meneghello
MILANO - Il 66% delle aziende italiane attive nel comparto siderurgico ha registrato nel 2013 un calo di fatturato. Nell'ultimo triennio la redditività è precipitata: le strutture finanziarie dei principali produttori non sono tecnicamente a rischio, ma non sono più adeguate all'attuale capacità di generare reddito.

I numeri dei conti economici e degli stati patrimoniali (oltre 2.500 realtà tra produttori, trasformatori, distributori, centri servizio e commercianti di rottame), analizzati dal portale di settore Siderweb nell'annuale edizione di «Bilanci d'acciaio» evidenziano, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la filiera dell'acciaio ha il fiato corto. Le risorse accumulate negli anni d'oro precedenti alla crisi si stanno per esaurire: c'è chi è pronto a scommettere su un «redde rationem» nel settore già entro i prossimi due anni. Una definitiva razionalizzazione della capacità produttiva installata che sembra, da qualche mese a questa parte, l'unica richiesta esplicita del mercato, in sovrapproduzione sia a livello nazionale che a livello europeo.

Ad oggi le tessere del domino non hanno ancora iniziato a cadere, ma i segnali di questi ultimi anni, anche e soprattutto in Italia, sono evidenti: la corda è fin troppo tirata. Dall'inizio della crisi, secondo i dati di Federacciai, gli oltre 39mila occupati del settore sono scesi a circa 36mila unità. Nel 2013 le ore lavorate sono calate del 5,6%, mentre le ore di cassa integrazione sono aumentate del 70%, da 3,3 a 5,5 milioni (35 milioni in tutto il comparto metallurgico nei primi otto mesi del 2014).

I principali polmoni siderurgici italiani (Taranto, Piombino, Terni) pagano difficoltà politiche e gestionali. La situazione emergenziale di questi giorni non deve fare dimenticare, però, che le sirene dell'allarme «ordinario» avevano già iniziato a suonare anni fa, dall'autunno del 2008. All'inizio del 2009 la famiglia Riva, che aveva già iniziato a rallentare la produzione dell'Ilva proprio alla fine dell'anno precedente, in concomitanza con i primi segnali di crisi del settore, aveva deciso di mettere in cassa integrazione a rotazione a Taranto oltre 4mila dipendenti, motivando la decisione con la «gravissima crisi finanziaria» e con «il crollo della domanda dell'acciaio».

A fine aprile dello stesso anno un'altra pesante decisione: stop all'altoforno 2, produzione drasticamente ridotta (da 26mila tonnellate al giorno a 7mila) con metà degli addetti praticamente fuori dal ciclo produttivo. Stesso copione alla Lucchini. L'altoforno di Piombino (oggi è chiuso, e il gruppo è in amministrazione straordinaria) nel 2009 marciava al 50% del potenziale. In quel periodo il management (la proprietà era dei russi di Severstal) ha avviato un piano di taglio dei costi.

Il primo piano di ristrutturazione è del 2010, mentre nel 2011 viene approvato un piano di risanamento che prevede la cessione di asset: la francese Ascometal, Bari fonderie meridionali, ma soprattutto il simbolo dell'«impero» costruito da Luigi Lucchini negli anni: il «palazzo di vetro» di Brescia, dove aveva sede il quartier generale del gruppo. Alla fine del 2012, falliti i tentativi di salvataggio, Lucchini viene ammessa all'amministrazione straordinaria. Oggi i circa 2mila dipendenti sono in solidarietà, in attesa di conoscere il nome del nuovo proprietario (in lizza ci sono gli indiani di Jindal e gli algerini di Cevital): la società, secondo i dati più recenti, ha fatturato nei primi sei mesi dell'anno 261 milioni, contro i 759 dell'intero anno precedente.

Anche Ast, che in queste settimane sta vivendo la difficile vertenza relativa al piano esuberi deciso dalla proprietà tedesca di ThyssenKrupp, aveva già varato negli ultimi anni un primo piano di ristrutturazione con mobilità incentivata. Sempre nel settore, Berco (produce componenti per macchine movimento terra) ha messo in mobilità nella primavera dell'anno scorso 611 lavoratori (con incentivi all'esodo): all'epoca della vertenza l'ad dell'azienda, di proprietà del gruppo ThyssenKrupp, era Lucia Morselli, oggi al vertice di Ast.

Pesante anche la ristrutturazione decisa dal gruppo Beltrame di Vicenza in questi ultimi mesi. Il piano industriale ha comportato in Italia la chiusura del sito di Marghera (parte dell'area dell'ex Sidermarghera, specializzata nella produzione di cingoli per il movimento terra, è attualmente in vendita) e il riassetto dei poli di San Didero (stop all'acciaieria, mantenimento del laminatoio e ricorso a cassa e mobilità) e San Giovanni Valdarno. All'estero il gruppo ha chiuso due laminatoi, in Belgio e in Lussemburgo. Il piano industriale ha però permesso al gruppo di raggiungere con le banche creditrici il riscadenzamento del debito finanziario.

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12/10/2014

Terni. "I lavoratori della Ast e i cittadini non sanno che farsene del dispiacere di Renzi"


La vergognosa, ma prevedibile, chiusura “anticipata” della trattativa presso il Mise nella giornata di ieri, ha dimostrato, se ancora ve ne fosse stato bisogno, i limiti e le responsabilità nella gestione della stessa.

Da un lato dobbiamo registrare l’atteggiamento pirata della Thyssen-Krupp, che ha scaricato senza tanti riguardi un territorio ed una realtà lavorativa che tanto ha contribuito ai suoi profitti sui mercati internazionali ed alla qualità della sua produzione; dall’altro un atteggiamento “ritardatario” delle Istituzioni locali che troppo tempo hanno atteso prima di “alzare la voce” a difesa del tessuto produttivo ternano ed umbro.

E per completare il quadro di forte criticità, un atteggiamento arrendevole del governo Renzi che, impegnato nel taglio dei diritti dei lavoratori e lavoratrici italiane, non ha trovato di meglio che proporre una inutile e debole mediazione, che non poteva certo essere accettata dai lavoratori.

Organizzazioni sindacali locali che hanno affrontato la vicenda del progressivo depauperamento del sito siderurgico ternano, pensando di gestirla “in casa”, non tenendo conto evidentemente delle dimensioni di natura sovranazionale delle strategie e delle scelte che da lungo tempo lo hanno colpito.

Ma ora non è il tempo delle analisi degli errori, seppur pesanti, che sono stati commessi, e delle responsabilità.

Oggi è il tempo del conflitto e della lotta, a fianco dei lavoratori e delle lavoratrici dell’Ast, per la difesa dell’occupazione e del futuro stesso di un intero territorio.

Un’altra proposta è possibile, come all’Ilva di Taranto e come in tante altre fabbriche del settore industriale strategiche per il nostro Paese: la gestione pubblica delle stesse, con un piano di rilancio di politica industriale che in questo Paese langue da tempo. Saremo al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici dell’Ast, in tutte le iniziative e le lotte che verranno messe in campo, anche nello sciopero generale proclamato dall’USB per il 24 ottobre p.v., per la difesa dei posti di lavoro e dei salari.

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17/09/2014

Terni. Lavoratore muore decapitato alla ThyssenKrupp. Sciopero immediato

L’ennesima morte sul lavoro si è verificata poco dopo le 9 di oggi, all’interno del Centro di finitura della Tk-Ast. A perdere la vita è stato un lavoratore di 62 anni – Enrico Pezzanera – titolare di una ditta esterna di autotrasporti, colpito in pieno da rottami di ferro in fase di movimentazione. L’uomo è stato raggiunto con una violenza tale che il materiale ferroso che lo ha colpito lo ha letteralmente decapitato.

A rendere ancora più terribile la dinamica – riporta il giornale Umbria 24 – c’è un un aspetto che va verificato: a manovrare il ‘ragno-calamita’ che stava spostando i rottami ferrosi e che avrebbe travolto l’uomo, sarebbe stato il figlio, 25 anni, con il quale lavorava. Enrico Pezzanera – sposato e padre di due figli – da anni si occupava di selezionare e trasportare gli scarti di produzione all’acciaieria di viale Brin. Tutto il materiale era destinato alla produzione di acciaio. I lavoratori della Tk-Ast sono scesi in sciopero in tutti i siti fino alle 22 di questa sera.

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03/08/2014

Terni. Assemblea lavoratori e tensione altissima alla Ast

Questa mattina i lavoratori dell'Ast si sono riuniti in assemblea nello stabilimento per fare il punto della situazione e decidere le iniziative da intraprendere nei prossimi giorni. Insieme ai lavoratori c'erano anche i loro familiari, mogli e bambini hanno riempito il piazzale. Sembra che la prossima settimana l’amministratore delegato Lucia Morselli dovrebbe incontrare i rappresentanti dei sindacati. Ma proprio questi durante l’assemblea di oggi, sono stati oggetto di violente contestazioni verbali da parte dei lavoratori. Gli operai hanno chiesto una nuova forte manifestazione di protesta chiedendo di andare a manifestare a Roma, alcuni hanno proposto di occupare e bloccare la stazione Termini, altri di recarsi sotto la sede del Pd per sollecitare il presidente del consiglio Renzi.

I sindacati hanno indetto, per oggi pomeriggio una riunione delle segreterie territoriali per organizzare una manifestazione a Roma. Intanto decine di agenti di polizia in assetto antisommossa, per la prima volta, almeno nella storia recente delle acciaierie – racconta il giornale locale Umbria 24 – sono stati inviati all’interno della fabbrica e si sono schierati a poche decine di metri dall’ingresso della palazzina all’interno della quale, di fatto, Lucia Morselli e i membri del Cda – che è tornato a riunirsi nella serata di giovedì, dopo l’interruzione del pomeriggio, per sancire lo scioglimento di quelli delle consociate – erano assediati dai lavoratori. Ma proprio giovedì, ad alcuni lavoratori con contratto interinale è stato comunicato che, per loro, non c’è più il lavoro e che il loro rapporto con Ast si interrompe. Ora il timore è che una decisione analoga possa essere presa anche per gli apprendisti e per i lavoratori a tempo determinato: nel gruppo Ast, complessivamente, sono in 131 a trovarsi in questa situazione. Infine non viene considerato un buon segno nemmeno il vertice, convocato per il 6 agosto al ministero del lavoro «per esaminare – si legge nell’invito fatto pervenire alle segreterie nazionali dei cinque sindacati di categoria – la situazione lavorativa e produttiva della Acciai speciali Terni».

Secondo Umbria 24, in più di un’occasione, giovedì, si è stati ad un passo dall’incidente – e a molti è apparso chiaro che l’atteggiamento dell’amministratore delegato non fosse indirizzato a far diminuire la tensione – con i lavoratori al limite dell’esasperazione: "Noi siamo pronti a restare qui per giorni – era la minaccia ricorrente – e comunque per tutto il tempo necessario a far capire a quella lì (il riferimento è all'Ad Lucia Morselli) che non gli permetteremo di giocare sulla nostra pelle". Giovedì i lavoratori della Ast hanno bloccato per quasi un'ora l'autostrada A1 all'altezza di Orte.

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29/07/2014

Gli operai ThyssenKrupp bloccano la superstrada


Una grande manifestazione di impotenza operaia. Quella degli operai ThyssenKrupp, oggi a Terni, è stata forse una delle più grandi manifestazioni cittadine degli ultimi anni. Quattro ore di sciopero a fine turno mattutino, con molti degli altri turni che arrivano in bicicletta o scooter. Oltre duemila lavoratori e qualche familiare, gente affacciata alle finestre che saluta e grida “fate bene”, pochi che si lamentano per le difficoltà create alla circolazione.

Del resto questa fabbrica – le acciaierie, che prima di andare alla Thyssen erano di proprietà pubblica, marchio Italsider – è addirittura più antica di gran parte della città che la circonda. Che questa fabbrica chiuda è una disgrazia di rara potenza, un evento disgregatore di portata quasi biblica. Normale che una massa così grande di gente che ne dipende sia capace di farsi oltre cinque chilometri di camminata, sotto il sole e l'afa, in un pomeriggio di fine luglio, pur di andare a bloccare la superstrada. Evento limite, per i sindacati molto “moderati” che da sempre controllano – più che rappresentare – questi lavoratori. Anche la Fiom qui, ha il volto di Camusso, neanche quello di Landini...


E infatti, una volta arrivati in cima allo svincolo, si capisce subito che i “complici” hanno contrattato – fin qui anche avrebbe anche un senso – tutto il percorso con le forze dell'ordine, tanto che soltanto poche macchine e camion finiscono per fermarsi a causa dell'occupazione della sede stradale. Ma più di questo non sono disposti a gestire. Non una spiegazione ai lavoratori, che cuociono sotto il sole e ribollono già di loro per la preoccupazione. Li guardi in faccia e vedi che tra loro non ci sono “prepensionandi”. Sono troppo giovani per essere inseriti in qualsiasi “scivolo” dei vecchi tempi, troppo anziani per trovare una nuova occupazione in un settore devastato dalle chiusure (la metallurgia); figuriamoci oggi che quegli scivoli il governo Renzi tende a farli cortissimi. Anzi, meglio niente...

Un lungo tempo in cui nessuno sa che cosa fare, con i dirigenti sindacali defilati e silenziosi. Ognuno comincia ad agitarsi come sa e crede. Una ventina di fascisti del gruppo “Stato e potenza” – quelli che per qualche tempo aveva provato a spacciarsi per “socialisti”, quasi nostalgici dell'Urss – si va a schierare davanti alla polizia, a un'estremità del blocco. Nessuno gli va dietro. Poi cominciano a gridare di andare a fermare anche il traffico sottostante il viadotto, quello deviato sulla provinciale. Fin lì erano stati in fondo al corteo, isolati e silenziosi. Sconosciuti a tutti, la metà circa proveniente da Roma, estranei al territorio e ancor più a questa classe operaia.

I sindacalisti tacciono e non danno nessuna indicazione. “Ognuno fa come meglio crede”, dice uno. Come se il loro compito si fosse esaurito lì, nel portare questa massa di lavoratori disperati a sfogarsi nel nulla, di modo che la prossima volta se ne stiano a casa.

Gli operai salgono e scendono lungo lo svincolo, cercano di dare una senso alla mobilitazione innalzando – per come possono e sanno, dopo decenni di “pace sociale indotta” – il livello del conflitto. Un automobilista che prova a fare il furbo infilandosi detro un'ambulanza a sirene spiegate – l'unico mezzo che giustamente viene lasciato passare – rischia qualche manata. Tocca ai poliziotti gestire con un briciolo di buon senso la tensione crescente.

L'incazzatura cresce e smania, ma è totalmente assente una direzione sindacale chiara. Sfogatevi, sembrano aver deciso i “complici”. Poi, tanto, sarete buttati fuori...

L'ipotesi è più che un'ipotesi. All'interno della fabbrica si continua a lavorare ad alto ritmo, anche all'altoforno – uno dei due – che l'azienda ha dichiarato di voler fermare per sempre, mettendo fuori 550 dipendenti. Non solo. La Thyssen ha chiesto di posticipare le ferie. Un segnale che chiunque può leggere in trasparenza: “completiamo la commessa in corso, poi mandiamo i lavoratori al mare e quando tornano trovano tutto chiuso”.

Impossibile che i totem silenziosi di Cgil-Cisl-Uil non l'abbiano capito. Più facile che lo sappiano perfettamente, e abbiano deciso di mandare in vacca una mobilitazione che non poteva non esserci. Anche a costo di lasciare spazio ai fascisti con tanto di tricolore e in maglietta nera (“nazione, socialismo, combattimento”) che provano a costruirsi una credibilità.

Quelli dell'Usb volantinano fin dall'inizio del corteo, discutono con gli operai, raccolgono consensi sull'unica proposta possibile in queste condizioni (“la Thyssen deve tornare pubblica, qualsiasi cosa dica l'Unione Europea”). Ma questa non è l'Ilva di Taranto, non hanno ancora una presenza interna allo stabilimento, una rappresentanza nell'Rsu, anche se nel territorio la loro presenza si va estendendo a molti luoghi di lavoro.

La giornata finisce con blocchi spontanei che si riproducono qui è là, un incrocio dopo l'altro. Senza un disegno o una tattica ragionata, finalizzata, un obiettivo chiaro. Oltre, naturalmente, la non chiusura di mezzo impianto e una massa enorme di licenziamenti.

Questa gente merita un destino migliore. Ma è anche lo specchio esatto dell'intero paese. E dei rischi che sta correndo, da una “rottamazione” all'altra.

Il volantino diffuso da Usb

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20/07/2014

Thyssen-Krupp di Terni: 550 "esuberi"

Deindustrializzazione totale. ThyssenKrupp ha confermato ieri che "nell'ambito del nuovo piano industriale per Ast" è prevista una riduzione di costi in tutte le aree - dall'operativo agli uffici vendita - per  oltre 100 milioni di euro l'anno. Di conseguenza, il personale "dovrà" essere ridotto di circa 550 dipendenti nell'arco dei prossimi cinque anni. In pratica, il 20% della forza lavoro totale. Peggio ancora, per le prospettive dell'impianto, è prevista anche la chiusura del secondo forno, sui due esistenti, entro i prossimi due anni. Di fatto, un passo avanti verso lo smantellamento della storica acciaieria (ex Italsider, quando c'era l'industria pubblica nel sistema a "economia mista" che ha fatto la fortuna dell'Italia del dopoguerra).

I vertici di ThyssenKrupp Business e Acciai Speciali Terni (Ast) «hanno incontrato le istituzioni e le organizzazioni sindacali per un confronto in merito al piano industriale di Acciai Speciali Terni (Ast), che mira a un rilancio dell'azienda ternana come player sostenibile nell'industria dell'acciaio inossidabile».

Alte, come sempre, le lamentele imprenditoriali sulle "difficoltà" incontrate sui mercati globali da quando la crisi si è manifestata con tutta la sua evidenza: Ast «ha attraversato un periodo difficile, che ha comportato delle perdite significative attribuibili alle avverse condizioni di mercato e a inefficienze strutturali comprendenti il mix di prodotto e il contenimento del raggio di commercializzazione a livello territoriale».

L'azienda ha dunque deciso di intraprendere un «piano di azione strategico globale, in grado di ristabilire la profittabilità sostenibile dell'azienda, nonostante il difficile quadro del mercato caratterizzato da un'esistente sovraccapacità».

Sul piano produttivo, l'obiettivo è quello di concentrarsi soprattutto «sui laminati a freddo e un incremento delle vendite rivolte agli utenti finali. Questo nuovo approccio strettamente legato all'andamento del mercato presuppone un cambiamento nella produzione che deve limitare i propri volumi in base alle vendite redditizie. Ciò comporta l'incremento delle capacità nella produzione dei laminati a freddo affiancata da un'ottimizzazione dell'efficienza nella fase liquida e una contemporanea chiusura del secondo forno entro il 2015/2016. La chiusura del secondo forno potrebbe essere riconsiderata solo se le condizioni di mercato miglioreranno notevolmente e tutti gli obiettivi saranno stati raggiunti».

Nel testo si fa esplicitamente riferimento alla "missione" dell'industria, che è di "creare valore per gli azionisti", e a culo tutto il resto...

Non l'hanno ovviamente presa bene né gli enti locali, che si trovano ora una nuova crisi industriale da gestire, in un territorio che non offre alternative occupazionali valide per così tante persone, né i sindacati "ufficiali", che fin qui avevano fatto della assenza di ostilità verso l'azienda uno stile di comportamento. Anche la Fiom, che in Ast era rappresentata dall'ala "camussiana". Tutti, però, sono stati questa volta obbligati a dire che come tale il "piano industriale" è "irricevibile".

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30/10/2013

Rossobrunismo, il Pdci di Terni abbocca

Ieri mattina un articolo comparso sul blog del Collettivo Militant ha svelato che a Terni, il prossimo 16 novembre, la locale federazione del Partito dei Comunisti Italiani avrebbe organizzato una iniziativa di ‘solidarietà con la Siria’ insieme ad una organizzazione che, pur definendosi euroasiatista (!) appartiene a quella galassia di gruppuscoli di estrema destra che in nome della “comune lotta contro il nemico imperialista” cercano collaborazioni con ciò che rimane della sinistra marxista e internazionalista.

Denunciava Militant ieri mattina:

“(...) Ci è capitato di imbatterci in una “curiosa” iniziativa a sostegno della Siria che si dovrebbe tenere il prossimo 16 novembre a Terni e che sarà promossa dal Pdci e dall’Associazione “I primi della strada” insieme a… Stato e Potenza. Ora va bene (si fa per dire) la “distrazione” degli organizzatori, va bene pure (si fa sempre per dire) la non approfondita conoscenza del microcosmo fascista, ma quando si invita qualcuno in casa propria, in questo caso nei locali della propria federazione, sarebbe cosa buona e giusta almeno informarsi su chi è, su che cosa fa e da dove viene. Almeno per evitare colossali figure di merda come questa. Non sappiamo se la federazione ternana del Pdci abbia accesso alla rete, immaginiamo di si visto che possiedono un profilo facebook (qui), in tal caso ci sentiamo di poter dire che sarebbe bastato digitare nomi e sigle su un qualsiasi motore di ricerca per rendersi conto con chi si aveva a che fare. Su “Stato e Potenza” non ci dilunghiamo troppo, in rete si trova di tutto e di più (qui per esempio) ed anche noi alcuni mesi fa abbiamo provato ad analizzare il fenomeno del “rossobrunismo” (qui) e i rinnovati tentativi di infiltrazione nel campo dell’estrema sinistra. Quello che forse più ci lascia perplessi sono però i relatori, in questi casi infatti i curricula personali valgono più di mille grafiche o slogan “realsocialisti” piazzati sul proprio sito per confondere qualche visitatore distratto o nostalgico. Il primo che balza agli occhi e senza dubbio il signor Ramadan, che gli organizzatori descrivono come un “comunista italo-siriano”. Ouday Ramadan  è impegnato da mesi insieme con quella compagnia di giro che risponde al nome di Fronte Europeo per la Siria in un tour che l’ha portato a visitare numerose sedi fasciste, non ultima Casapound. (...) Di Stefano Bonilauri poi che dire se non che fa parte di quel (minuscolo) cosmo di “euroasiatici” che fa riferimento a Claudio Mutti (leggi) per conto del quale dirige la collana “Gladio e martello” (vedi) della casa editrice “Edizioni all’insegna del veltro” capace di pubblicare indistintamente testi su Ceaușescu e Codreanu (...) Sappiamo bene che la lotta contro l’aggressione imperialista alla Siria è una battaglia sacrosanta e fondamentale. Sappiamo pure che il deficit di internazionalismo di una certa sinistra, sempre più irretita dalla campagne dirittoumaniste dell’informazione mainstream, sta lasciando un vuoto enorme. (...) Proprio per questo oggi più che mai occorre essere particolarmente attenti, e vigili. Ma si può essere, anzi si deve essere, antimperialisti senza diventare caricature di noi stessi. (...)” (qui l’intervento completo: Il Pdci e l’antifascismo ai tempi della rete)

Il dibattito e le polemiche in rete cominciano a rimbalzare ed a metà mattinata la notizia arriva al dipartimento Esteri del Pdci nazionale, che dopo qualche tempo emette una nota pubblica che smentisce la federazione ternana del partito.

“Siria, nessuna iniziativa con settori collusi con ambienti fascisti

Apprendiamo che a Terni il prossimo 16 novembre è prevista una iniziativa sulla Siria, organizzata, fra gli altri, da strutture che vedono il coinvolgimento di ambienti della destra neo-fascista.
Tale iniziativa vede, in modo del tutto improprio, la presenza anche di una nostra struttura locale di partito.
Vogliamo ribadire in modo inequivocabile che in più occasioni abbiamo manifestato la nostra assoluta indisponibilità a partecipare ad iniziative con ambienti direttamente o indirettamente collusi con la destra fascista, sottolineando come la nostra solidarietà al popolo siriano nasce da una collocazione antimperialista e internazionalista che in nessun modo può entrare in contraddizione con la nostra ispirazione antifascista.
Ci dissociamo pertanto da tale iniziativa, e deploriamo il fatto che - non rendendosi conto della gravità del problema e della caratteristiche di una delle componenti organizzatrici, ancorché motivati in buona fede da un atteggiamento di solidarietà con la causa del popolo siriano in lotta per la difesa della propria sovranità - alcuni nostri compagni si siano fatti coinvolgere in tale iniziativa, dalle quale si dissoceranno in modo formale nelle prossime ore”.


Investiti del problema, alcuni giovani dirigenti della Federazione di Terni del Pdci rispondono con stizza, rivendicando la giustezza della loro collaborazione con un’organizzazione in odore di estrema destra in nome del fatto che la comune opposizione all’imperialismo statunitense renderebbe necessario superare ‘vecchi steccati’ e confrontarsi anche con chi ‘non la pensa come noi’. Poi nel pomeriggio di ieri i vari post di questo tipo sono stati rimossi dagli amministratori del profilo della federazione locale del Pdci, che comunque conferma l’iniziativa e anzi annuncia la partecipazione del segretario provinciale di Terni, Gianni Pelini.

Allo stato, la federazione locale del Pdci non ha emesso nessun comunicato ufficiale per spiegare perché intende continuare a promuovere e addirittura ospitare un’iniziativa con Stato e Potenza, di cui evidentemente conosce identità politica e progetti (non si tratta quindi di ‘distrazioni’ o ‘ingenuita’). D’altronde non è la prima volta che pezzi di sinistra ‘ortodossa’ scambiano l’antiamericanismo dell’estrema destra con l’antimperialismo, contribuendo a creare confusione e accreditando la tesi che ‘destra’ e ‘sinistra’ non esistano più e che i vecchi steccati vadano rimossi in nome della comune lotta contro le mire di Washington. Ma in altri casi si era trattato di singoli attivisti dei partiti di sinistra, mentre questa volta è un’intera federazione del Pdci a sdoganare i fascisti assumendone in parte il discorso politico.
Suona davvero inquietante, ad esempio, un passaggio della breve nota attraverso la quale Pdci e Stato e Potenza chiamano a partecipare all’iniziativa del 16 novembre, che dimostra quanto sia facile per il veleno fascista contaminare gli altri ambienti politici che abbassano le loro difese: “Sostenere la Repubblica Araba di Siria è dunque un dovere di ogni cittadino che abbia a cuore la stabilità e la legalità nello scenario del Mediterraneo e dunque anche nella nostra Italia, dove risiedono diversi immigrati clandestini e regolari che da mesi sostengono apertamente queste bande terroriste”.

Che per difendere la Siria dall’aggressione imperialista e islamista (sacrosanto) si debba sdoganare la visione razzista del mondo tipica del fascismo segnalando al pubblico ludibrio gli ‘immigrati clandestini’ e addirittura quelli regolari perché potenziali terroristi è davvero inaccettabile e rende ancora più pericoloso il sodalizio di Terni tra Pdci e Stato e Potenza.

Se il Pdci locale per ora non si esprime attraverso note ufficiali, nelle ultime ore Stato e Potenza ha emesso un aggressivo comunicato (soprattutto nei confronti del responsabile esteri del Pdci, Maurizio Musolino), che riportiamo qui di seguito e che scimmiotta le analisi e le critiche che la sinistra antagonista ha espresso in questi anni contro la deriva governista di Pdci e Prc.

“Comunicato in merito alla conferenza di Terni sulla Siria

Nella giornata di oggi, martedì 29 ottobre, abbiamo appreso da segnalazioni di amici e conoscenti che due siti internet – quello del Partito dei Comunisti Italiani e quello dell’associazione Militant – hanno denunciato la conferenza programmata nelle ultime settimane per il 16 novembre p.v. a Terni e dedicata alla situazione siriana. Il problema che queste due organizzazioni pongono in essere, sarebbe la presenza, tra gli organizzatori, di una sigla gravitante nella galassia della “destra neofascista” o “collusa coi fascisti”. E’ chiaro ed esplicito il riferimento oltraggioso e diffamante al nostro movimento politico, fatto regolarmente oggetto di aggressioni verbali e intimidazioni multimediali da almeno due anni a questa parte. Nel respingere qualsiasi accusa di neofascismo ed invitando il pubblico interessato a leggere CON CURA E ATTENZIONE il nostro Manifesto Politico, chiediamo una massiccia partecipazione all’iniziativa, che RESTA IN CARTELLO IN OGNI CASO nella speranza che Giuseppe Mascio, segretario regionale del PdCI in Umbria, non si lasci intimidire e non venga meno all’impegno già preso da molto tempo. Invitiamo inoltre il pubblico ad ignorare le censure invocate da certi instancabili sessantenni nevrotici, sopravvissuti per anni grazie ai vitalizi, ai finanziamenti pubblici e alla classica “doppia morale” del compagno a parole e del benestante nei fatti. Sono individui ormai completamente falliti. Rappresentano progetti politici vecchi, anacronistici, sclerotizzati, fuori dalla storia e non a caso completamente ignorati dalle classi sociali meno abbienti al punto che, nonostante l’espansione della crisi e la proletarizzazione di buona parte del ceto medio, non solo non hanno mai ottenuto alcun riscontro elettorale significativo ma hanno addirittura perduto ulteriore consenso. I fatti hanno la testa dura, come diceva Lenin, e dimostrano con chiarezza che ci troviamo di fronte a personaggi totalmente incapaci di costruire un progetto politico socialista serio e coerente con le loro pretese radici ideologiche. Sono terrorizzati dal XXI secolo perché il profondo cambiamento geopolitico e storico verso cui stiamo andando sta mettendo a nudo tutta l’inconsistenza della loro carriera politica al carro di un PCI, quello berlingueriano-ingraiano, e di un centro-sinistra, quello occhettiano-dalemiano, che hanno distrutto (assieme al centro-destra) l’Italia, svuotandola definitivamente delle sue energie industriali, economiche e sociali, compromettendo non solo l’avvenire di milioni di connazionali lavoratori e lavoratrici ma addirittura la possibilità stessa di costruire sviluppo e benessere in questo Paese, prossimo a retrocedere nei più bassi ranghi delle classifiche economiche mondiali. Schiumano e continuano a terrorizzare i loro giovani, i loro militanti, con accuse al vetriolo, campate in aria, prive di fondamento ma soprattutto incorniciate in un inaccettabile senso di superiorità morale e politica, spaventati, come sono, dalla presenza di rottura di realtà giovanili finalmente autonome ed indipendenti dai partiti di massa, dai movimenti qualunquisti made in Usa (Occupy, Greenpeace ecc. …), da tutti quei centri (a)sociali dediti allo spaccio e al consumo di sostanze stupefacenti, dalle ipocrite tavole della pace catto-sindacaliste, dai circoli massonici del capitalismo italiano, sia esso “confindustriale” o “cooperativo”, e dai think-tank dell’atlantismo, nelle sue due versioni di “destra” e di “sinistra”.
Il Direttivo Politico di Stato e Potenza”


Contropiano si era già occupato in passato delle infiltrazioni fasciste all'interno dei movimenti contro la guerra e di solidarietà internazionalista. Di seguito quanto scrivevamo solo poche settimane fa:

Siria. Inquinanti di guerra

Fonte

Un articolo personalmente illuminante che mi ha aiutato a chiudere il cerchio su Stato e Potenza (incontrato qualche mese fa in rete) e su i rossobruni in generale, primo fra tutti Massimo Fini (ahimè divulgato in passato anche dal sottoscritto) che forse è un po' più sottile e meno identificabile rispetto a Stato e Potenza.

25/08/2013

Il siderurgico italiano al capolinea (?)

Non solo l'Ilva di Taranto, ma tutto il siderurgico italiano presta il fianco alla totale assenza di politica industriale (almeno nei settori strategici) e alla crisi del settore a livello mondiale che ormai da un lustro patisce una sovrapproduzione che non trova sbocchi nemmeno tentando la carta dei mercati emergenti.
Di seguito due brevi informative circa lo stato d'asfissia che stanno patendo due pezzi da novanta della siderurgia italiana: Piombino e Terni.


Piombino. La chiusura incombe sulle acciaierie. Migliaia di posti a rischio

Una mazzata sul piano occupazionale e sociale potrebbe abbattersi a breve su Piombino e affossare l’economia della Val di Cornia. L’altoforno potrebbe bloccarsi il 30 settembre ed entro febbraio tutti gli altri impianti. Così si fermerebbe non solo il cuore di un’intera città, ma il secondo polo siderurgico italiano dopo l’Ilva di Taranto. Tra le ipotesi di salvataggio la “vendita spezzatino”. Lo storico stabilimento che produce acciaio da oltre cento anni – secondo a livello nazionale solo all’Ilva di Taranto –, rischia infatti seriamente di chiudere i battenti. E di lasciare quindi senza lavoro circa 4mila persone (se si considera anche l’indotto). Il cuore dell’economia di un intero territorio sta per smettere di pulsare. E qui, in un centro di appena 35mila abitanti, lo scenario paventato per la città di Taranto diventerebbe certamente realtà: se chiude l’acciaieria, chiude Piombino. La crisi industriale incombe sull’acciaieria di Piombino dal 2003 quando era di proprietà della famiglia Lucchini. Le acciaierie prima pubbliche, come l'Ilva di Taranto, furono privatizzate e dopo meno di dieci anni si è cominciato a parlare di crisi. Anche in quel caso il piano di ristrutturazione fu realizzato dall’allora commissario Enrico Bondi (sempre lui, oggi all'opera sull'Ilva) e si pervenne all’acquisizione dello stabilimento da parte della Severstal, la società russa dell’acciaio di proprietà del magnate Aleksej Mordašov. Ma anche la proprietà russa dopo pochi anni ha annunciato il proprio disimpegno, lasciando di fatto il controllo della ex Lucchini ad una cordata di banche (Mps, Intesa Sanpaolo, Bpm, Unicredit, Bnl-Bnp Paribas, CariFirenze, Credito bergamasco, Banco popolare e Natixis), affinché si trovasse al più presto un acquirente.

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Terni. Preoccupazioni sugli esuberi alle Acciaierie

La conferenza stampa indetta dall'azienda nei giorni scorsi non ha diradato le preoccupazioni dei sindacati sia perché convocata in un periodo di chiusura generale dello stabilimento sia  perchè non è stata comunicata alcuna novità in merito alla vicenda che sta interessando il gruppo da diversi mesi. Ciò che preoccupa i lavoratori e i sindacati è ancora il nodo dei "lavoratori in esubero" delle AST indicati dall'azienda come "possibili soluzioni ipotizzate (dalla direzione dell'Ast ndr) per far fronte ad una razionalizzazione dei costi" ed "eventuali procedure di mobilità". I sindacati continuano a chiedere, "come è possibile decretare un numero di esuberi senza sapere chi è il 'padrone di casa', quale piano industriale abbia in mente, quali saranno i volumi da processare?" E poi in base a quale criterio verranno tagliate le teste? Il timore delle principali sigle è che gli esuberi ricadano sulle "ditte terze affossando le attività degli appalti".

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