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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/09/2025

JSW a caccia dell'acciaio europeo?

Il gruppo indiano Jindal Steel & Power ha presentato un'offerta non vincolante per l'acquisizione di ThyssenKrupp Steel Europe. L'operazione, che si inserisce in una strategia di produzione di acciaio "verde" in Europa, prevede un investimento miliardario per il progetto di riduzione diretta del ferro (DRI) in Germania.

Intanto, sul fronte italiano, la gara per l'ex Ilva di Taranto vede ancora in corsa, oltre a Jindal, il fondo di investimento americano Bedrock Industries. Per ora, lo scenario di un "curve out" ("spezzatino") degli asset italiani sembra ancora una ipotesi, quantunque adesso più plausibile.

Il destino dell'ex Ilva rimane quindi legato a queste due offerte, che rappresentano approcci molto diversi, un'integrazione strategica su scala europea da parte di Jindal e un piano di risanamento finanziario e industriale da parte di Bedrock.

16 Settembre 2025. ThyssenKrupp AG ha annunciato di aver ricevuto un'offerta non vincolante da Jindal Steel International per l'acquisizione della sua divisione siderurgica, ThyssenKrupp Steel Europe (TKSE).

Il Consiglio di Amministrazione di ThyssenKrupp ha confermato il ricevimento della proposta e ha dichiarato che la esaminerà attentamente. L'Azienda ha sottolineato che l'analisi si concentrerà in particolare sulla sostenibilità economica, sulla continuità della transizione "verde" e sulla salvaguardia dell'occupazione presso i siti produttivi tedeschi.

Jindal ha confermato di aver presentato l'offerta attraverso la sua divisione internazionale. La proposta include l'impegno a investire oltre 2 miliardi di euro per completare il progetto di riduzione diretta del ferro (DRI) a Duisburg e per costruire nuovi forni elettrici ad arco. L'azienda ha espresso la volontà di entrare in un dialogo costruttivo con il management di ThyssenKrupp e con i rappresentanti dei lavoratori, promettendo di preservare l'eredità storica dell'azienda e di accelerare la sua trasformazione in un leader dell'acciaio a basse emissioni.

IG Metall, il sindacato tedesco, ha accolto positivamente l'offerta, definendo Jindal un "investitore strategico e orientato alla crescita".

17 Settembre 2025. I media internazionali e i comunicati stampa hanno fornito ulteriori dettagli sul contesto dell'offerta.

È emerso che l'offerta di Jindal si inserisce nella visione ampia di consolidamento e decarbonizzazione del settore siderurgico europeo, con il gruppo indiano che mira a sfruttare la propria catena di approvvigionamento di materie prime e lavorazioni, per rafforzare la posizione competitiva di ThyssenKrupp.

Nota a margine.

L'acquisizione di un'entità di grandi dimensioni come ThyssenKrupp da parte di Jindal potrebbe essere oggetto di un esame rigoroso da parte della Commissione Europea per verificare che non crei un monopolio o una posizione dominante sul mercato che danneggi la concorrenza. Se le autorità competenti dovessero ritenere che l'operazione limiti la concorrenza, potrebbero richiedere modifiche all'accordo o addirittura bloccarlo. In passato, per esempio, una proposta di joint venture tra ThyssenKrupp e Tata Steel è stata bloccata dalla Commissione Europea proprio per timori sulla concorrenza.

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28/08/2025

[Contributo al dibattito] - Duisburg corre, Taranto si ferma: due modelli a confronto sulla transizione dell’acciaio

L'analisi comparativa dei modelli di transizione siderurgica di Duisburg e Taranto rivela un profondo divario strategico e contestuale. A Duisburg, il processo di decarbonizzazione si configura come un progetto a lungo termine, pianificato e sostenuto da una solida sinergia tra politica, industria e finanza. A Taranto, invece, la stessa transizione è caratterizzata da una visione assai frammentata, dalla mancanza di un piano condiviso e da forti conflitti sociali.

La strategia tedesca si è basata sulla sostituzione progressiva degli altiforni tradizionali con impianti di riduzione diretta (DRI), che producono il cosiddetto "ferro spugna". La vera innovazione risiede nell'uso iniziale di una miscela di gas naturale e, successivamente, di idrogeno verde, per raggiungere la "neutralità climatica". L'impianto DRI, in avvio nel 2026, sarà alimentato proprio da questa miscela, garantendo una significativa riduzione delle emissioni di CO2 fin da subito, pur mantenendo la continuità produttiva. L'obiettivo è il passaggio completo, entro il 2037, all'utilizzo di idrogeno prodotto tramite elettrolisi da fonti rinnovabili, rendendo la produzione di acciaio virtualmente priva di emissioni. Il risultato finale sarà il "Green Steel", un prodotto altamente competitivo sui mercati globali.

Il Governo tedesco ha sostenuto l'investimento con due miliardi di euro, riconoscendo la decarbonizzazione dell'acciaio come una priorità nazionale. Le sovvenzioni sono state approvate dalla Commissione Europea come parte integrante del "Green Deal", sbloccando così altri ingenti finanziamenti e superando le lungaggini procedurali. ThyssenKrupp ha inoltre stretto solide partnership per l'approvvigionamento dell'idrogeno, dimostrando il valore effettivo delle scelte di "burocrazia negoziata".

A Taranto, le circostanze sono più complesse. Il dibattito si è polarizzato tra due visioni opposte, la necessità di mantenere la produzione e l'urgenza di una bonifica ecologica immediata. Il riavvio di tre altiforni, considerato necessario per raggiungere i 6/8 milioni di tonnellate di produzione annua, è un punto di scontro. Le istituzioni locali e le associazioni ambientaliste lo vedono come un passo indietro, in netto contrasto con la promessa di un futuro "verde". L'attuale piano, impostato sulla coesistenza di altiforni e forni elettrici, non riflette pienamente l'obiettivo di una decarbonizzazione rapida e totale.

Anche la proposta di installare, seppur provvisoriamente, una nave rigassificatrice (FSRU) è fortemente osteggiata, in quanto rientrerebbe nella direttiva Seveso, aggiungendo un potenziale rischio ambientale in un'area già gravata. Inoltre, verrebbe diffusamente percepita come una decisione imposta, senza un confronto con la cittadinanza.

A differenza di Duisburg, a Taranto non sono ancora stati definiti fondi e tempi per la costruzione dei nuovi impianti, e il bando per la vendita a un gestore privato è ancora in attesa di esito.

A questo proposito e dopo il ritorno di Acciaierie d'Italia sotto il controllo statale, basti considerare che solo colossi siderurgici globali come ArcelorMittal o Jindal potrebbero essere in grado di sostenere l'acquisizione totale dell'ex Ilva. Tuttavia, non è solo la capacità finanziaria a giocare un ruolo determinante. L'esperienza consolidata nel settore, la competenza tecnologica e la visione imprenditoriale sono fattori essenziali per garantire una gestione efficace e un traguardo di successo. La complessità del sito di Taranto richiede un operatore con un know-how specifico per affrontare sia le sfide produttive che quelle ambientali.

Duisburg dimostra che il traguardo ecologico è possibile se guidato con ragione e trasparenza, e se legittimato dalla collaborazione di tutti gli attori coinvolti. Per Taranto, si possono ipotizzare alcune raccomandazioni. È fondamentale concentrarsi su una roadmap precisa per la decarbonizzazione totale, con scadenze e investimenti certi. Si dovrebbe avviare e sottoscrivere un Accordo di Programma che definisca un percorso operativo condiviso. E, cosa altrettanto importante, occorre accedere ai fondi del "Green Deal" e del "Just Transition Fund", trasformando l'attuale "Vertenza Taranto" (la quarta, dopo quelle della "subfornitura", della "reindustrializzazione" e della "privatizzazione") in una moderna opportunità di diversificazione per l'intera economia italiana e non come una limitata e confinata questione locale.

Il modello tedesco non può essere semplicemente "copiato", ma offre un esempio da seguire per affrontare il futuro. Però gli scenari in cui tutto questo sta accadendo sono in piena turbolenza. L'industria siderurgica mondiale sta per affrontare quella che molti analisti ed esperti definiscono la "tempesta perfetta", scatenata da due congiunture sinergiche e pericolosissime, la sovracapacità produttiva e l'aumento vertiginoso dei costi energetici.

Ma questa è un'altra storia.

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18/08/2023

Strage Thyssen-Krupp di Torino - In carcere l’amministratore delegato tedesco

Ci sono voluti sette anni ma ieri Harald Espenhahn, amministrazione delegato della tedesca ThyssenKrupp all’epoca della strage di operai a Torino, ha varcato i cancelli del carcere, dove dovrà scontare una condanna a cinque anni per omicidio colposo.

La sentenza definitiva era stata pronunciata sin dal 2016, ma non era ancora stata eseguita a causa di alcuni ricorsi che lo stesso Espenhahn aveva presentato al tribunale tedesco. Sconterà la pena in regime di semi-libertà.

L’incendio nello stabilimento torinese della ThyssenKrupp, si verificò nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 e causò la morte di sette operai: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi. All’una di notte alla linea 5 dell’acciaieria Thyssen di Torino, sette operai vennero travolti da un getto di olio bollente. Gli estintori e i sistemi antincendio risultarono smantellati o scarichi.

“Un incidente sul lavoro” che se li porterà via tutti: alcuni in poche ore, altri dopo giorni di agonia. Alla strage sopravvive come unico testimone oculare, Antonio Boccuzzi, un altro operaio.

L’interminabile iter giudiziario, fu avviato dal giudice Raffaele Guariniello, grande esperto di sicurezza sul lavoro. Nel mirino, le mancate misure di sicurezza dell’impianto che era destinato alla chiusura. Sono stati cinque i gradi di giudizio del procedimento penale che ne sono seguiti.

Sul banco degli imputati finiscono l’amministratore delegato della multinazionale tedesca, Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario con dolo eventuale. Imputati anche l’azienda come persona giuridica e altri cinque dirigenti, accusati di omicidio colposo aggravato: Cosimo Cafueri, Daniele Moroni, Gerald Prigneitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno.

Nel 2016 l’ex ad Harald Espenhahn è stato condannato a nove anni e otto mesi; i dirigenti Marco Pucci e Gerald Priegnitz a sei anni e dieci mesi, il membro del comitato esecutivo dell’azienda Daniele Moroni a sette anni e sei mesi, l’ex direttore dello stabilimento Raffaele Salerno a otto anni e sei mesi e il responsabile della sicurezza Cosimo Cafuer a sei anni e otto mesi.

Ma la Procura giudicante in questo caso era la famosa Procura di Torino, ragione per cui il procuratore generale aveva chiesto l’annullamento con rinvio della sentenza, perché le pene sarebbero state troppo alte.

Quelli condannati erano dirigenti e manager mica attivisti No Tav o anarchici.

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23/02/2022

UE - Verso verso la costituzione di un monopolio della cantieristica navale

Secondo il quotidiano tedesco Handesblatt, il colosso industriale tedesco Thyssenkrupp avrebbe avviato i contatti con diversi gruppi industriali europei per verificare il loro interesse a una fusione con la propria divisione per la cantieristica navale, Thyssenkrupp Marine Systems (Tkms). A riferirne in Italia è l’agenzia Nova.

Tra queste imprese vi sarebbero l’italiana Fincantieri, la francese Naval Group e la svedese Saab. Negli ultimi anni, Thyssenkrupp ha negoziato ripetutamente con i concorrenti una partecipazione in Tkms, il cui valore è stimato da 1 a 2 miliardi di euro.

Secondo la Reuters, la trattativa riguardava l’avvio di una joint venture al fine di creare un campione europeo con vendite combinate di 3,4 miliardi di euro. In quello scenario Fincantieri avrebbe apportato le sue attività della Difesa per un fatturato pari a 1,5 miliardi di euro nel 2019.

Sia Thyssenkrupp che Deutsche Bank, che svolge attività di consulenza per il gruppo in merito agli sviluppi di Tkms, hanno rifiutato di commentare le indiscrezioni di Handelsblatt. In particolare, Thyssenkrupp ha fatto riferimento alle recenti dichiarazioni del consiglio di amministrazione, secondo cui “tutte le opzioni sono aperte” per Tkms, dal renderla un’azienda indipendenti a farne oggetto di un partenariato. Tuttavia, come evidenzia Handelsblatt, i piani per una partnership hanno “la priorità” e, secondo fonti nei circoli finanziari tedeschi, “una vendita completa di Tkms è l’obiettivo a lungo termine”. A ogni modo, “la vendita di una quota, se possibile di maggioranza, è più realistica”. Thyssenkrupp potrebbe cedere la quota rimanente in una seconda fase e, in futuro, “è ipotizzabile anche un’offerta pubblica iniziale” per Tkms.

Secondo Startmag dopo i rumors del 2020, l’anno scorso si è tornato a parlare di manovre industriali italo-tedesche nel settore Difesa.

Dopo aver perfezionato l’acquisizione del 25,1% di Hensoldt, una società tedesca di elettronica della difesa, Leonardo sta cercando di vendere le due controllate di armamenti terrestri e navali Oto Melara e Wass. E tra gli offerenti ci sono il consorzio franco-tedesco Knds da una parte e il colosso nazionale della cantieristica Fincantieri dall’altra. Sullo sfondo, anche l’interesse di un altro player tedesco: Rheinmetall.

Nova rammenta come le precedenti trattative su una collaborazione tra Tkms, Fincantieri e il conglomerato tedesco per la difesa Rheinmetall non sono andate in porto perché “i partner non sono riusciti a concordare la divisione delle attività commerciali”. Ma nelle ultime settimane, Thyssenkrupp ha deciso di “avviare un nuovo tentativo”, mentre a Berlino esponenti politici criticano la possibile vendita di Tkms all’estero, preoccupati per il futuro della Marina federale, “una delle poche armi in cui la Germania ha una posizione di guida”. Infine, all’interno di Thyssenkrupp vi sarebbe scetticismo in merito a una vendita o un partenariato di Tkms con Naval Group o Saab, mentre una “fusione alla pari con Fincantieri è possibile”.

Dunque sta procedendo, magari lontano dai riflettori e dal dibattito pubblico, il processo di concentrazione tra i gruppi industriali dei vari paesi della Ue per dare vita ai “campioni europei” adeguati alla competizione globale, un progetto ritenuto centrale e ben finanziato in nome dell’ambizione all’autonomia strategica europea.

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12/07/2020

Le crisi dell’industria e la strategia dello stallo

La recessione ha dato alle aziende un alibi perfetto per giustificare tagli, chiusure e delocalizzazioni e rivedere piani industriali già approvati. La strategia del governo è prendere tempo, rallentando un declino che appare ormai inesorabile.

Durante i mesi di lockdown, non è quasi passato giorno senza che al ministero dello Sviluppo economico (Mise) si riunisse un tavolo di crisi. Si è trattato di riunioni virtuali, in videoconferenza, per evitare assembramenti e contagi trasversali tra amministratori delegati, funzionari governativi e rappresentanti sindacali. A quelle più importanti ha partecipato pure il ministro pentastellato Stefano Patuanelli. I verbali degli incontri raccontano di una strategia dello stallo che diluisce e rallenta il decorso dell’inesorabile declino industriale italiano, senza però che questa serva a fermarlo o a invertire la rotta.

Anzi, subito dopo la riapertura, la Jabil, un’azienda che produce componenti elettronici, ha fatto capire come sarebbe stato il futuro industriale dell’Italia dopo la pandemia, compiendo il primo passo di quella che rischia di essere una lunga stagione di licenziamenti e ristrutturazioni. Alla fine di maggio la multinazionale americana ha licenziato in tronco 190 dipendenti dello stabilimento di Marcianise, nel Casertano, senza concedere la cassa integrazione per il coronavirus prevista dalla legge e senza rispettare il divieto di licenziamenti fino alla fine dell’estate deciso dal governo. Nella lista delle persone da mandare via la multinazionale americana non aveva riguardo per nessuno: c’erano marito e moglie entrambi dipendenti, il consorte di una donna già incentivata all’esodo negli anni passati e pure il genero di un imprenditore ucciso dalla camorra. Di fronte alle proteste per l’insensibilità dei manager d’oltreoceano, il 3 giugno l’azienda ha fatto una parziale marcia indietro, concedendo gli ammortizzatori sociali senza però recedere sul taglio del personale. Il 21 giugno, in una nota unitaria i sindacati confederali si sono detti “fortemente preoccupati per gli ulteriori cali di commesse”, anticamera della dismissione o di nuovi tagli.

Un anno fa, i tavoli di crisi aperti al Mise erano 144, appena cinque in meno. A spulciare l’elenco, si scopre che poco o niente è cambiato. Anche alcuni casi che sembravano in via di risoluzione, come quello della Bekaert di Figline Valdarno o della ex Embraco torinese, rimangono delle piaghe aperte, appena tamponate dagli ammortizzatori sociali. La recessione post-pandemia concede alle aziende un alibi perfetto per giustificare tagli, chiusure e delocalizzazioni già previste, e per non rispettare accordi siglati e piani industriali approvati, spesso scaricando i debiti sulle aziende dell’indotto e sullo Stato. Dalla Whirlpool di Napoli che chiuderà a fine ottobre mandando a casa 450 operai alla Porto Industriale Cagliari Spa, dalla Blutec di Termini Imerese alla Bosch di Bari, quasi 300 mila lavoratori rischiano il posto entro l’autunno. Ottantamila di questi sono nel settore metalmeccanico e per questo la Fiom-Cgil chiede il blocco dei licenziamenti.

Il governo sembra impotente, ma soprattutto non pare avere una strategia per mantenere le produzioni in Italia o per indirizzare su un altro binario un modello di sviluppo fondato sull’industria pesante e sulla manifattura. Emblematico è il caso della Whirlpool, che da un anno prova a lasciare lo stabilimento di Napoli, un piccolo gioiello con standard tecnologici e produttivi nordeuropei, per spostare la produzione di lavatrici dal sud Italia verso la Polonia e la Cina, dopo aver già ridimensionato il polo casertano di Carinaro trasformandolo in un deposito di pezzi di ricambio. Il 16 gennaio, in una riunione al ministero dello Sviluppo economico l’amministratore delegato per l’Italia, Luigi La Morgia, ha sostenuto che l’impianto di Napoli perde venti milioni di euro all’anno e non c’è più la sostenibilità economica per la produzione di lavatrici. Chi era presente ricorda una frase del ministro pentastellato Stefano Patuanelli che ha fatto storcere la bocca ai rappresentanti dei lavoratori: “Non ho strumenti per fermare una multinazionale”.

In realtà, uno strumento per costringere la Whirlpool a non delocalizzare ci sarebbe. È il Piano industriale 2019-2021, firmato il 25 ottobre 2018 allo stesso Mise dall’allora ministro Luigi Di Maio, dai rappresentanti dell’azienda, dai sindacati e dalle Regioni che ospitano gli stabilimenti italiani. L’accordo prevede, in cambio di ammortizzatori sociali e incentivi economici, un investimento di 17 milioni di euro per creare a Napoli un polo per la produzione di lavatrici di alta gamma. L’accordo è stato messo in discussione dalla multinazionale americana dopo appena sei mesi, senza nessuna obiezione dal ministero di via XX Settembre. Il 31 maggio 2019, la multinazionale americana ha annunciato ai sindacati che la fabbrica sarebbe stata chiusa di lì a qualche mese. “Ci mostrarono un grafico con tutti gli stabilimenti europei, solo quello napoletano era barrato con una X rossa”, ha ricordato Vincenzo Accurso, rappresentante sindacale della Uilm. Poco dopo, i lavoratori hanno ricevuto una lettera nella quale veniva annunciato il loro trasferimento a un’altra società, la Passive refrigeration solutions (Prs), una “start up” dai finanziatori sconosciuti, senza neppure un sito web e che non ha mai prodotto nulla, con sede al numero 16 di corso Elvezia a Lugano. Nulla più che una “bucalettere”, una casella postale, come l’hanno definita i media svizzeri.

Il governo ha creduto alle parole della Whirlpool senza chiedere all’amministratore delegato di sostanziare le perdite della succursale napoletana mostrando i bilanci. Al termine della riunione di metà gennaio, il ministro dello Sviluppo economico ha proposto di dare un mandato all’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, per cercare un compratore. L’amministratore delegato La Morgia, un pescarese di 43 anni che aveva cominciato la scalata ai vertici dell’azienda proprio come direttore dello stabilimento partenopeo, ha acconsentito. Il 16 marzo lo stesso Arcuri è stato poi nominato dal governo commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 e al Mise nessuno si è più occupato della Whirlpool. La fabbrica chiuderà i battenti il 31 ottobre e a via XX Settembre pensano ancora che la salvezza potrebbe arrivare dalla società “bucalettere” di Lugano.

Non è andata meglio per le acciaierie, dove si assiste a un progressivo smantellamento senza che da nessuna parte ci siano piani di riconversione di alcun genere. Se Jindal a Piombino stenta a decollare e a Trieste il 9 aprile la Ferriera ha spento l’altoforno, all’Ilva di Taranto il 5 giugno Arcelor Mittal ha presentato l’ennesimo piano industriale: un documento di cinquecento pagine nel quale la multinazionale prevede un calo della produzione a sei milioni di tonnellate l’anno, utilizzando tre altiforni su cinque, e 3.200 esuberi, ai quali vanno aggiunti i 1.800 lavoratori già in cassa integrazione che l’azienda aveva promesso di reintegrare. Anche in questo caso il Covid-19 c’entra poco, perché l’azienda ha approfittato dell’emergenza virus per confermare i tagli già previsti ed evitare di riassorbire i cassintegrati di lunga data delle aree a freddo, come previsto dall’accordo stipulato al momento dell’acquisto.

Il 28 maggio, agli Acciai Speciali Terni l’amministratore delegato Massimiliano Burelli ha spiegato in videoconferenza al ministro Patuanelli che per quest’anno “stimiamo un calo del 35 per cento di acciaio fuso rispetto al milione di tonnellate che ci eravamo posti come obiettivo”, “una riduzione delle spedizioni dell’80 per cento” per il tubificio e “tra il 30 e il 40 per cento” per il “freddo”, destinato alle filiere dell’auto e degli elettrodomestici. Alle storiche acciaierie ternane, nonostante il progressivo ridimensionamento, lavorano ancora 2.350 persone e una loro crisi sarebbe un vero e proprio terremoto per una città che da più di un secolo ruota attorno alla fabbrica.

A Terni è esplosa pure la crisi della Teofran, un’azienda che produce film alimentari e impiega centocinquanta persone. I proprietari, il gruppo indiano Jindal, hanno già chiuso lo stabilimento di Battipaglia, nel Salernitano, mandando a casa ottanta lavoratori e spostando i macchinari verso altri stabilimenti all’estero, e ora potrebbero apprestarsi a fare lo stesso in Umbria. Qui nel giro di un anno si è passati da una produzione di mille tonnellate ad appena duecentoquaranta, nonostante le richieste siano aumentate perché molte aziende che producono biscotti e merendine hanno dovuto sostituire le confezioni preparate per le Olimpiadi e gli Europei di calcio, sospesi a causa del Covid-19. L’11 giugno i lavoratori hanno scioperato e il 17 l’azienda si è presentata al tavolo convocato al Mise con un piano industriale diverso da quello inviato ai sindacati. L’amministratore delegato Manfred Kaufmann ha mostrato delle slide nelle quali si evidenziava la crisi del settore e una contrazione dei volumi prodotti, annunciando un taglio di dodici posti di lavoro.

In coincidenza con il lockdown, è esplosa pure la crisi del terzo gruppo italiano, le Acque Minerali Italiane (Ami) del gruppo Pessina. Il 28 febbraio l’Ami ha chiuso improvvisamente gli stabilimenti di San Gemini e Amerino, da dove escono le omonime acque e pure l’Aura, la Fabia e la Grazia, spedendo gli 86 dipendenti in cassa integrazione. Motivo: mancavano i tappi per chiudere le bottiglie, tutte di plastica perché la linea del vetro che per decenni aveva caratterizzato il marchio Sangemini era già stata fermata un anno fa dagli acciacchi e dall’assenza di manutenzione. L’azienda non aveva soldi per pagare i fornitori. Il 2 marzo, a impianti fermi, la società ha presentato al tribunale di Milano una richiesta di concordato preventivo “in bianco”. Il 12 marzo, azienda e sindacati si sono riuniti in videoconferenza con il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli per discutere della situazione. L’amministratore delegato Massimo Pessina ha annunciato la riapertura al 60 per cento dello stabilimento di San Gemini e promesso un piano industriale entro il 18 giugno. Gli operai sono tornati al lavoro il 16 marzo, ma la produzione a scartamento ridotto, su una sola linea, ha fatto quasi sparire le acque umbre dagli scaffali dei supermercati. Nemmeno a dirlo, dopo tre mesi del piano industriale non c’era ombra.

Rischia grosso pure il polo degli occhiali, che impiega 18 mila persone tra il Bellunese e il Friuli. Nei primi tre mesi dell’anno, le vendite di occhiali sono calate del 21,4 per cento e la Safilo si è vista cancellare una commessa di duecento milioni di euro da parte di Dior per la produzione di occhiali di lusso. La multinazionale di origini italiane, dal 2009 di proprietà del fondo olandese Hal, ha così deciso di tagliare duecentocinquanta posti a Martignacco, in Friuli, quattrocento nella fabbrica di Longarone, nel bellunese, e altri cinquanta a Padova, e di spostarsi in Cina. Il 25 maggio ha annunciato un accordo con Ports Asia, una holding cinese dalla quale ha ottenuto “una licenza decennale per il design, la produzione e la distribuzione di occhiali da sole e montature da vista”. Il 29 maggio, ultimo giorno di lavoro a Martignacco, gli operai hanno lasciato la fabbrica tappezzandola di messaggi. “Abbiamo lavorato fino all’ultimo pezzo con le lacrime agli occhi nonostante sapessimo che oggi avremmo scritto la parola fine”, si leggeva su un post-it incollato a una vetrata.

Il Covid-19 ha fatto emergere pure la profonda sofferenza del settore calzaturiero. Negli ultimi mesi hanno presentato richiesta di concordato “in bianco” la Conbipel, un’azienda astigiana controllata dal fondo americano Oaktree e con negozio principale in corso Buenos Aires a Milano, la Pittarosso di Legnano, controllata dal fondo Lion Capital, e la torinese Scarpe&Scarpe. In tutti e tre i casi, il pre-fallimento è stato motivato con la chiusura dei negozi a causa del Covid-19 e l’azzeramento delle vendite, anche se in realtà tutte avevano una pesante situazione debitoria alle spalle. A rischiare il posto sono in totale circa seimila dipendenti.

La strategia del governo è prendere tempo, allungando i tempi della cassa integrazione e bloccando i licenziamenti, con l’intenzione di diluire le crisi nel tempo e non farle precipitare tutte insieme, accompagnando il declino italiano senza invertirne la rotta.

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19/06/2020

Germania - In semilibertà i manager responsabili del rogo ThyssenKrupp

La procura tedesca di #Essen ha concesso la semilibertà ad Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, responsabili del rogo di Torino del 6 dicembre 2007 alla #Thissenkrupp in cui persero la vita, arsi vivi, 7 operai.

I due top manager erano stati condannati a 5 anni di carcere per omicidio e incendio colposo.

I familiari delle vittime hanno definito la decisione dei giudici tedeschi “l’ennesina presa in giro” ed hanno annunciato iniziative clamorose per protestare contro questa vergognosa decisione.

Per la verità, la magistratura tedesca non è nuova a questo genere di decisioni animate da una eccessiva indulgenza nei confronti dei propri cittadini, come già era avvenuto, in più di una occasione, per alcuni ufficiali nazisti che avevano compiuto atrocità nel nostro paese durante la seconda guerra mondiale.

In quel terribile rogo di Torino del dicembre 2007 trovarono la morte sette degli otto operai coinvolti, deceduti tutti nel giro di 30 giorni dai fatti. Ricordiamo chi erano:

Antonio Schiavone, 36 anni, deceduto il 6 dicembre 2007, nel luogo dell’incidente

Roberto Scola, 32 anni, deceduto il 7 dicembre 2007

Angelo Laurino, 43 anni, deceduto il 7 dicembre 2007

Bruno Santino, 26 anni, deceduto il 7 dicembre 2007

Rocco Marzo, 54 anni, deceduto il 16 dicembre 2007

Rosario Rodinò, 26 anni, deceduto il 19 dicembre 2007

Giuseppe Demasi, 26 anni, deceduto il 30 dicembre 2007.

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28/11/2019

Cuori d’acciaio/4 - A Terni verso la spallata finale agli Acciai Speciali?


Tutto era da tempo nell’aria e infatti pochi giorni fa è arrivata la conferma da parte del Ceo della ThyssenKrupp, Martina Merz: la ThyssenKrupp è in crisi e i numeri del bilancio presentato parlano chiaro, sono 304 i milioni persi in questo anno fiscale (in Germania i bilanci si chiudono il 30 settembre), contro i 62 milioni di perdita dello scorso anno, e anche se complessivamente le vendite sono leggermente aumentate, fino a 42 miliardi (41,53 nel 2018).

La crisi è forte e rischia di produrre un bagno di sangue in tutti gli stabilimenti europei della multinazionale, soprattutto in Germania, poiché il debito complessivo ammonta a 9 miliardi di euro che possono arrivare a 14, se l’operazione di vendita dei gioielli di famiglia (in primis il comparto elevatori) non andasse in porto.

Dopo due fusioni bocciate dall’Antitrust europeo (con la Outokumpu cinque anni fa e con la Tata quest’anno), insieme agli investimenti falliti in America e una crisi dell’acciaio che parte dai semilavorati e arriva fino alle verticalizzazioni (come per l’automotive), il gigante tedesco vacilla e rischia di portarsi dietro 6000 posti di lavoro e un pezzo importante delle acciaierie ternane.

Rispetto ad Acciai Speciali Terni (AST) la Merz è stata chiara, dichiarando che il suo contributo alle entrate è stato significativamente inferiore rispetto a un anno prima, a causa della situazione dei volumi e prezzi sfavorevoli per l’acciaio inossidabile.

Ha anche chiamato in causa la UE asserendo che se le misure di salvaguardia imposte dall’Unione Europea contro le importazioni di acciaio inox dall’Asia non saranno efficaci, i rischi relativi ai prezzi sorgeranno in particolar per AST.

I dazi sulle importazioni di acciaio, messi in campo dalla UE, sono la classica toppa che è peggio del buco perché in sostanza consentono l‘ingresso gratuito in Europa dell’acciaio extra-UE ma solo fino al raggiungimento di una certa soglia, calcolata in base alle importazioni degli ultimi anni.

Una volta superata la soglia scattano le imposte al 25%. Per non strozzare la potenziale crescita dei flussi commerciali, però, la Commissione ha previsto che il tetto alle importazioni libere cresca a intervalli regolari del 5%. Solo di recente si è deciso di rallentare il ritmo della liberalizzazione al 3%.

Questi dati stanno a significare il peso economico e politico dei verticalizzatori europei che insieme agli accordi commerciali fatti da Germania e Francia con i paesi esportatori non consentono una reale politica di aggressione. Inoltre questi dazi non colpiscono l’import di bramme dai paesi extra-ue e infatti ormai da qualche mese anche AST compra decine di migliaia di tonnellate al mese di bramme da altri produttori, soprattutto indonesiani, ufficialmente per soddisfare richieste di clienti ma sicuramente per “calibrare” gli impianti a freddo su di un nuovo standard.

Si profila quindi una nuova ristrutturazione del sito siderurgico ternano? I rischi ci sono tutti, basta guardare lo stato in cui versa la fabbrica ternana. L’accordo firmato dopo la grande lotta del 2014 non è stato risolutivo e ha solo rimandato il problema dell’area a caldo, che già cinque anni fa era nel mirino della multinazionale allora rappresentata a Terni proprio da Lucia Morselli, ora a guida dell’ex Ilva a Taranto.

Quella vertenza si è chiusa con un accordo che ha permesso più di 400 fuoriuscite volontarie, ha consentito l’entrata di AST nel comparto TK Materials che di fatto ha commissariato il commerciale, ha ridotto la capacità fusoria ad un milione di tonnellate l’anno (poco più della produzione di un forno su due, che infatti ha portato alla riduzione della turnazione nell’area a caldo), ha accorpato le controllate e ha prodotto investimenti fatti solo in parte, se non quello di portare a Terni la famigerata linea5 di Torino.

Oggi siamo in una situazione in cui l’area a caldo produce meno di un milione di tonnellate di fuso, le ex controllate (la divisione Fucine, il Tubificio, il Centro di Finitura e i servizi telematici di Aspasiel) sono in forte stallo, non solo per la crisi dei rispettivi comparti ma anche per scelte strategiche discutibili, come ad esempio per il Tubificio che lavora soprattutto per l’automotive.

Si è chiusa inoltre Titania, che lavorava l’acciaio al titanio (il più tecnologico in commercio e con un alto valore aggiunto), il commerciale non è adeguato (perchè TK Materials non impone ai verticalizzatori di comprare acciaio solo dai produttori della TK), la crisi dell’intero settore ha fatto cadere gli ordinativi e questo ha portato alla firma di un accordo, il settembre scorso, sulla cassa integrazione per 700 operai (a rotazione) fino a fine anno.

Per far comprendere la precarietà in cui versa il sito, il nuovo piano industriale (di soli due anni) firmato al Mise lo scorso giugno parla essenzialmente, al netto delle rassicurazioni sulla strategicità del sito, di investimenti per soli 60 milioni di euro (in pratica le manutenzioni ordinarie) e di esuberi nel livello impiegatizio.

Quello che emerge però con forza è che dalla vertenza del 2014 i rapporti di forza in fabbrica sono completamente cambiati. Questo ha portato, oltre ad una gestione molte volte autoritaria, anche ad una nuova strategia nella definizione dell’organizzazione del lavoro, che anziché mettere in campo una campagna di assunzioni mirate, tenta di sdoganare il concetto di flessibilità interna con la polivalenza e la flessibilità lavorativa da un’area ad un’altra in base ai volumi.

L’AST è anche al centro di polemiche riguardo l’inquinamento in atmosfera e in falda, come del resto tutti gli impianti industriali che insistono su di un territorio da molti anni.

Solo nel biennio 2017/2018 sono stati immessi in atmosfera 652,2 Kg di cromo, 89,1 kg di nichel, 1826,6 Kg di ossidi di azoto e 659.710 tonnellate di CO2 e anche a Terni il conflitto ambiente/lavoro ha spaccato completamente l’intera comunità.

Il sito è soggetto alle prescrizioni AIA sulle emissioni e sul conferimento delle scorie in discarica e scadranno, previo rinnovo, a marzo del 2020. Per il trattamento delle scorie si è raggiunto un accordo con la multinazionale finlandese Tapojarvi, che utilizza un metodo speciale per inertizzare i residui della fusione.

Ci troviamo quindi di fronte ad un insieme di fattori potenzialmente pregiudicanti la sopravvivenza dell’intero sito ternano: la crisi dell’acciaio, l’utilizzo di bramme estere, la questione ambientale, la concorrenza di altri verticalizzatori (soprattutto nel settore automotive), nel giro di pochi mesi possono far sprofondare l’AST in una crisi che, senza una reale volontà politica del governo e delle istituzioni, potrà portare ad una ristrutturazione tale da cambiare per sempre il volto della fabbrica.

Non è un caso che già nel recente passato, quando ufficialmente il sito non era più strategico per la ThyssenKrupp, si fossero affacciate cordate italiane capeggiate da banche e da Marcegaglia da una parte e Arvedi dall’altra.

La Terni, era sopravvissuta nel 1953 al piano Sinigaglia grazie ad una imponente lotta di tutta la cittadinanza, protagonista della ricostruzione post bellica del paese, l’azienda che nel 1960 permise a Jaques Piccard di raggiungere il fondo della Fossa delle Marianne.

Nel 1994 fu venduta dall’IRI, con una operazione puramente speculativa, ad una cordata italo-tedesca formata da Falck, Riva, Agarini e ThyssenKrupp, le cui azioni furono completamente cedute un anno dopo alla multinazionale tedesca.

Da allora la fabbrica ha perduto produzioni strategiche per il sito e per l’intero paese, come la produzione del lamierino magnetico che riforniva la quasi totalità del fabbisogno italiano.

L’AST è divenuta progressivamente un semplice produttore nazionale, ha perso di importanza e nel medio termine rischia di essere ridimensionata o addirittura spezzettata.

La generazione di ragazzi entrati in fabbrica alla fine degli anni ’90, che ha già vissuto sulla propria pelle due grandi lotte, quella del 2004 contro la chiusura del magnetico e quella del 2014 contro i licenziamenti e la chiusura dell’area a caldo (con le cariche della polizia contro gli operai prima alla stazione di Terni e poi in piazza Indipendenza a Roma, ndr), saprà eventualmente fronteggiare un nuovo attacco speculativo che potrebbe stavolta dare la spallata finale?

Qual è il compito dei corpi intermedi in questa fase e in prospettiva, se non quello di ricostruire quella coscienza di classe che sappia riconnettere la fabbrica e i lavoratori al territorio e alla intera comunità ternana?

Questa connessione oggi passa soprattutto attraverso la battaglia per gli investimenti ambientali e per l’ambientalizzazione delle produzioni, che è parte centrale della battaglia più grande per la nazionalizzazione di AST.

Sfatiamo il mito dell’autoregolamentazione del mercato e dell’iniziativa privata come soluzione, oggi serve una nuova gestione pubblica delle produzioni che sappia pianificare le strategie produttive (facendo tornare anche produzioni che servono al paese, come l’acciaio magnetico), in un contesto di salvaguardia ambientale e della salute dei lavoratori e dei cittadini, non solo per Terni.

di Emanuele Salvati operaio Ast e delegato sindacale Usb

Le altre puntate:

1/Il delitto dell’Italsider di Bagnoli

2/I fantasmi delle Ferriere di Trieste

3/Anche a Piombino, come a Taranto, arrivarono gli indiani

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25/02/2019

Rogo Thyssen-Krupp, è possibile anche in Germania l’arresto dei dirigenti condannati

Il tribunale di Essen ha dichiarato che l’ordine di carcerazione dei due dirigenti della Thyssenkrupp Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz – che è stato emanato in Italia nel 2016 – è eseguibile anche in Germania.

I due, per esser chiari, possono essere rinchiusi in carcere anche nel loro paese.

La notizia circola da un paio di giorni: appena uscita sembrava molto bella, poi con il passare delle ore si è ridimensionata. Adesso, a freddo, è possibile commentarla per quello che è.

Certamente è un passo in avanti per chi vuole che i morti del 2007 abbiano giustizia.

Parliamo naturalmente delle vittime del rogo che, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007, uccise sette operai al lavoro sulla linea 5 della fabbrica Thyssenkrupp di Torino.

Antonio Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino: è sempre importante ricordare i loro nomi.

Ammazzati dalle troppe ore di straordinario – alcuni di loro erano alla dodicesima ora di lavoro – dall'inefficienza dei sistemi di sicurezza, dalla mancanza di personale specializzato ad intervenire in caso di gravi incidenti.

La giustizia italiana ha riconosciuti colpevoli di quanto avvenuto alcuni manager dell’azienda, quattro italiani e due tedeschi.

I primi stanno scontando la pena loro inflitta, i due tedeschi no.

La decisione del tribunale di Essen arriva alla fine di un lungo lavoro, iniziato con le traduzioni di tutti gli atti processuali riguardanti il rogo della Thyssenkrupp.

Dopo aver avuto accesso ai documenti, la giustizia tedesca è giunta alla conclusione che non esistono motivi o presupposti perché i due manager non debbano scontare la pena.

Il che non vuol dire che Espenhahn e Priegnitz la sconteranno immediatamente e di sicuro.

I due hanno già impugnato la decisione del tribunale, e a decidere dovrà essere la Corte di Appello. Prima di allora, nessun provvedimento sarà preso nei loro confronti.

Va anche detto che la pena che sconterebbero in Germania è al massimo di cinque anni, che è quanto prevede la legge tedesca per l’omicidio colposo.

In Italia Espenhahn è stato condannato a 9 anni e 8 mesi, Priegnitz a 6 anni e 10 mesi.

Insomma, la notizia è positiva, ma per arrivare ad ottenere giustizia il percorso è ancora lungo.

Nel frattempo Cosimo Cauferi, responsabile della sicurezza nell’stabilimento Thyssenkrupp di Torino e condannato a 6 anni e 8 mesi, da dicembre è libero. Lo ha deciso il Tribunale di Sorveglianza di Torino accogliendo una richiesta dei legali. Finirà di scontare la pena svolgendo servizi di utilità sociale.

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06/12/2017

Il mite, pacato, letale Paolo Gentiloni

C’è chi “a sinistra” continua a plaudire allo “stile pacato e mite” di #PaoloGentiloni, “preferibile al divisivo Renzi”. E certo, tutto si può dire del nostro flemmatico e compassato Presidente del Consiglio meno che non manchi mai di mostrare una naturale propensione alla calma ed una imperturbabile tranquillité.

Infatti, molto pacatamente, #Gentiloni ha voluto e poi firmato (con l’avallo #UE) quello sciagurato accordo italo-libico che ha consegnato alle mafie libiche una moltitudine di esseri umani in fuga disperata da guerre, carestie e regimi sanguinari. In base a quell’accordo i migranti, dopo aver attraversato centinaia di chilometri nel deserto ed essere sopravvissuti a ciò, possono finalmente essere rinchiusi e torturati negli infernali lager libici, oppure possono essere rivenduti come schiavi o fatti annegare davanti le coste libiche. Ma tutto ciò, va detto, succederà “ legalmente”. E che importa se l’Onu ha giudicato “disumana” la cooperazione tra l’#UnioneEuropea e la #Libia per la gestione dei flussi dei migranti? Si vede che l’ONU non sa apprezzare la pacatezza e la calma con cui Paolo è arrivato a quel grandissimo e prezioso risultato.

Non contento, il buon Paolo sì gentile ha fatto, poi, da battistrada niente meno che a Donald Trump e sulla via della prossima guerra mediorientale, chinando, molto pacatamente, il capo davanti al duro diktat Israeliano contro la dicitura “ Gerusalemme ovest” al Giro d’Italia 2018 . E’ notizia di oggi, infatti, che l’eccentrico e traballante President of United States ha annunciato l’intenzione di trasferire l’ambasciata statunitense proprio lì, a Gerusalemme, riconoscendola de facto quale capitale dello stato di Israele in barba a tutte le Risoluzioni dell’ONU. Diavolo di un pacato Gentiloni.

Infine, non è difficile immaginare che – dopo aver rimandato l’ambasciatore al Cairo a fronte di una decina di depistaggi egiziani delle indagini su ragioni, mandanti ed assassini del povero Giulio Regeni – il nostro pacatissimo ed assai mite Presidente del consiglio subirà con calma ieratica, mistico silenzio e senza mai perdere il proverbiale ed immancabile aplomb, l’arroganza mostrata dai tedeschi sul caso #Thyssenkrupp , dal momento che il “faro dell’Unione Europea” ha deciso di considerare nulla la conferma da parte della Cassazione delle condanne inflitte ai dirigenti responsabili del rogo di 10 anni fa in cui furono arsi vivi 7 operai.

Quando si dice la “banalità del male”.

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17/11/2017

Acciai Speciali di Terni. Proposta per una nuova fabbrica

A partire dal 2007, la produzione mondiale di acciaio sta subendo il più importante processo di ristrutturazione mai registrato fino ad ora, stravolgendo il comparto siderurgico europeo e quindi anche quello italiano. La sovrapproduzione mondiale, con la relativa importazione di semilavorati dalla Cina e dall’India nei paesi europei, che arriva a toccare quasi il 30% dell’acciaio consumato, ha abbassato la redditività dei produttori del vecchio continente che hanno messo in campo riorganizzazioni a tutto campo con una perdita stimata in 60.000 unità di addetti. Il tutti aggravato dalla miopia delle scelte degli ultimi governi italiani che stanno portando ad una desertificazione delle produzioni industriali.

L’accordo sottoscritto al Mise nel 2014 ha mostrato fin da subito i suoi limiti e pericoli: un riassetto di bilancio frutto soprattutto della fuoriuscita di più di 400 lavoratori e dei tagli netti al salario tramite l’annullamento dei premi di produzione e le fasce di merito. Il tutto aggravato dalla completa chiusura del reparto TITANIA contravvenendo allo stesso accordo.

L’assestamento produttivo su di un milione di tonnellate (di per sé insufficiente) non è stato mai raggiunto, tanto che i dati circa la produzione di fuso si attestano intorno alle 800 mila tonnellate, pari alla capacità produttiva di una linea a caldo.

L’intera area a caldo sembra abbandonata a se stessa e le condizioni attuali dello stabilimento fanno pensare ad un disimpegno, in prospettiva, nei confronti del cuore produttivo dell’azienda, mentre le dichiarazioni circa il futuro di SDF, gettano preoccupazioni riguardo la chiusura della produzione dei fucinati.

Il progetto di recupero delle scorie, che sconta continui rinvii e che costituisce requisito fondamentale per l’adempimento AIA, ancora non è stato portato a compimento, nonostante il lavoro della fantomatica commissione speciale e dei tanti proclami giornalistici.

Le ricadute dell’accordo hanno colpito anche le ditte appaltatrici che sono state lasciate allo sbando e per le quali i tagli hanno coinvolto direttamente i lavoratori, con riduzioni superiori al 30% dello stipendio.

Tutto questo ha portato a conseguenze fin da subito visibili e che come sindacato abbiamo sempre sottolineato fin dal nostro insediamento: un controllo totale della fabbrica, nella gestione del lavoro e della forza produttiva, completamente posta nelle mani dell’azienda, che sta provocando uno stato di repressione con la conseguente esasperazione del clima all’interno dei reparti.

Si assiste ad una politica di diminuzione dei tempi, che ha agito sulla catena di produzione e che mette a repentaglio la sicurezza dei lavoratori nonché la salubrità dei reparti e a politiche commerciali che fanno perdere importanti quote di mercato.

L’irrisolta obsolescenza dei macchinari, con la quasi mancanza di manutenzioni programmate, creano una condizione di scarsità qualitativa della produzione, con relativa perdita di quote di mercato italiano ed estero.

I lavoratori si trovano quindi sempre più soli di fronte all’azienda ed il sindacato pare abbia rinunciato al suo ruolo di difesa e di soggetto propulsivo per l’avanzamento della classe. Per questo, per tentare di contrastare questa deriva mettiamo in campo una serie di proposte per il rafforzamento del ruolo della RSU, che in questi anni si è vista relegare troppo spesso in un angolo, a causa di un coinvolgimento degli organismi dirigenti territoriali che di fatto ne hanno snaturato ed esautorato il ruolo. Per questo, avanziamo delle proposte che, se eletti nella RSU, vedranno il nostro massimo sforzo affinché vengano realizzate:

1) salvaguardia del ciclo continuo, dalla fusione fino ai reparti di verticalizzazione del sito, attraverso il rafforzamento della parte a caldo in tutta la sua interezza, investimenti finalizzati all’ammodernamento impiantistico. Anche per questo chiediamo l’immediata realizzazione dell’impianto trattamento scorie visto che nelle condizioni attuali la discarica potrebbe garantire solo 5 anni di produzione. L’implementazione della produzione di freddo con un nuovo laminatoi, poiché l’installazione della linea 6 non è sufficiente come più volte da noi dichiarato;

2) nuovo contratto di secondo livello: per il secondo anno consecutivo il bilancio chiude in positivo ed è ora quindi di ridiscutere di una nuova piattaforma integrativa che parta dalla redistribuzione dell’utile d’azienda per tutti i lavoratori, contro le politiche dei premi ad personam tanto cari all’azienda. Retribuzione dello straordinario su lavori programmati e non più a recupero;

3) rimessa in discussione totale dell’accordo del 2014 per quanto riguarda gli organici tecnologici oramai ridotti ai minimi termini, mettendo a rischio salute e sicurezza. Le difficoltà dei lavoratori nel fare le ferie sono inaccettabili e tutto si basa sui ritmi incessanti del ciclo produttivo;

4) nuova definizione dei ruoli e delle procedure circa l’organizzazione del lavoro, che cancelli il presupposto del Flexible Working;

5) rafforzamento e attualizzazione del ruolo degli RLS, in un contesto più ampio della sicurezza lavorativa che parta dalla catena di produzione fino alle POS ed alla salubrità dei reparti;

6) stabilizzazione dei lavoratori interinali con un massimo di rinnovi per un periodo di 24 mesi;

7) rafforzamento del ruolo della RSU e partecipazione diretta dei lavoratori nelle decisioni della stessa.

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21/10/2017

Vertici Thyssen-Krupp. Condanna definitiva, ma liberi in Germania

Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007 un terribile incendio distrusse lo stabilimento ThyssenKrupp di Torino condannando ad una morte orribile 7 operai.

Grazie al lavoro instancabile e minuzioso del procuratore Guariniello i colpevoli di quella strage furono individuati, incriminati, condannati. E, caso raro per gli omicidi sul lavoro, le sentenze, pur attenuate, hanno retto fino alla Corte di Cassazione. Che pochi giorni fa ha voluto anche sottolineare la gravità del non rispetto delle norme di sicurezza, che proprio per la sua dimensione assegna la responsabilità della strage ai manager aziendali. Di essi quelli italiani stanno già scontando la pena, ma i due principali responsabili – l’amministratore delegato Harald Espenhahn (condannato a nove anni di reclusione) e il direttore generale Gerald Priegnitz (condannato a sei anni) – sono liberi in Germania.

Attenzione non si tratta di ritardi o sviste, perché, già nel 2016, dopo la prima conferma delle condanne, la magistratura italiana aveva spiccato un mandato di cattura europeo per i due manager. Mandato di cattura che le autorità tedesche hanno semplicemente ignorato. Del resto in Italia i due manager avevano ricevuto persino gli applausi, nel 2011 dall’assemblea di Confindustria a Bergamo. Di quegli applausi poi la dirigenza confindustriale si era scusata, ma non delle indecenti parole della sua presidente contro la prima condanna. Emma Marcegaglia aveva detto:

“È un unicum in Europa. Una cosa di questo tipo se dovesse prevalere allontanerebbe investimenti esteri mettendo a repentaglio la sopravvivenza del sistema produttivo.”

Perché il governo tedesco dovrebbe consegnare alla nostra giustizia le vittime di così palesi ed antieconomici soprusi?

Ora il ministro Orlando dice che chiederà la consegna dei colpevoli al suo collega di Germania. Buffonate. La verità è che il governo dovrebbe fare una campagna contro l’impunità dei manager tedeschi e far valere con tutti i mezzi le regole di giustizia europee. Che però come al solito valgono solo per i paesi deboli, con una classe politica e imprenditoriale asservita come la nostra. Questa è la realtà della Unione Europea, un sistema autoritario e truffaldino di diseguali, ove se sei manager tedesco sei automaticamente immune dalla giustizia di uno dei paesi che in Germania chiamano PIGS.

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07/12/2016

Quella notte alla Thyssen-Krupp

“Turno di notte vuol dire che monti alle 22. Sono abituato. Quel mercoledì sera, il 5 dicembre, sono arrivato come sempre un quarto d’ora prima, ho posato la macchina, ho preso lo zainetto e sono entrato col mio tesserino: Pignalosa Giovanni, 37 anni, diplomato ragioniere, operaio alla Thyssen-Krupp, rimpiazzo, cioè jolly, reparto finitura. Salgo, guardo il lavoro che mi aspetta per la notte e vedo che ho solo un rotolo da fare”.

“Allora vado prima a trovare quelli della linea 5, devo dire una cosa ad Antonio Boccuzzi, ma poi arrivano gli altri e si finisce per parlare tutti insieme del solito problema. Il 30 settembre la nostra fabbrica chiuderà, a febbraio si fermerà per prima proprio la 5, stiamo cercando lavoro e non sappiamo dove trovarlo. Duecento se ne sono già andati, i più esperti, i manutentori, molti alla Teksfor di Avigliana. Noi mandiamo il curriculum in giro, con le domande. L’azienda se ne frega, la città anche. Chiediamo agli amici, ai parenti operai che hanno un posto. Chi può cerca altre cose, Toni “Ragno” dice che ha la patente del camion e prova con le ditte di trasporti: gli piacerebbe, tanto ogni giorno fa già adesso 75 chilometri per arrivare all’acciaieria e 75 per tornare a casa. Bruno ha deciso, il 29 chiude con la fabbrica e apre un bar con Anna, Angelo ha provato a farsi trasferire alla Thyssen di Terni, la casa madre, ma poi è tornato indietro per la famiglia. Parliamo solo di questo, come tutte le notti, abbiamo il chiodo fisso. E’ brutto essere giovani e arrivare per ultimi. La Thyssen qui in giro la chiamano la fabbrica dei ragazzi, perché dei 180 che siamo rimasti il 90 per cento ha meno di trent’anni. Ma questo vuol dire che quando tutt’attorno chiude la siderurgia e Torino non fa più un pezzo d’acciaio che è uno, chi ti prende se sai fare solo quello? Eppure siamo specializzati, superspecializzati, non puoi sostituirci con un operaio qualsiasi che non abbia fatto almeno 6 mesi di formazione per capire come si lavora l’acciaio. E infatti ci pagano di più, uno del quinto livello alla Fiat prende 1400 euro, qui con i turni disagiati, la maggiorazione festiva, il domenicale arrivi a 1700 anche 1800 senza straordinario. Non ti regalano niente, sia chiaro, perché lavori per sei giorni e ne fai due di riposo, quindi ti capitano un sabato e domenica liberi ogni sei settimane, non come a tutti i cristiani. Ma la siderurgia è così, lavoriamo divisi in squadre e quando smonta una monta l’altra perché le macchine non si fermano, 24 ore su 24, questo è l’acciaio. Che poi, se ci fermassimo noi si ferma l’Italia perché siamo i primi, senza l’acciaio non si vive, dai lavandini all’ascensore, alle monete, alle posate, siamo la base di tutta l’industria manifatturiera, dal tondino per l’edilizia alle lamiere per le fabbriche, agli acciai speciali. E quando parlo di acciaio intendo l’inox 18-10, cioè 18 di cromo e 10 di nichel, roba che a Torino si fa soltanto più qui da noi, che è come l’oro visto che il titanio viaggia a 35 euro al chilo e noi facciamo rotoli da sei, settemila chili. Eppure tutto questo finirà, sta proprio per finire, Torino resterà senza, siamo come le quote latte. E’ chiaro che ne parliamo tutte le sere, come si fa? Comunque, a un certo punto, sarà mezzanotte e mezza, io saluto tutti, e dico che vado a fare quel rotolo che mi aspetta. Salgo, e lì sotto comincia l’inferno. E’ una parola che si usa così, come un modo di dire. Ma avete un’idea di com’è davvero l’inferno”?
Se a Torino chiedi degli operai della Thyssen, ti indicano il cimitero. Bisogna prendere il viale centrale, passare davanti ai cubi con i nomi dei partigiani, andare oltre le tombe monumentali della “prima ampliazione”, girare a sinistra dove ci sono i nuovi loculi. Lì in basso, come una catena di montaggio, hanno messo Antonio Schiavone, 36 anni (detto “Ragno” per un tatuaggio sul gomito), morto per primo la notte stessa, Angelo Laurino, 43 anni, morto il giorno dopo come Roberto Scola, 32 anni. Subito sotto, Rosario Rodinò, 26 anni, che è morto dopo 13 giorni con ustioni sul 95 per cento del corpo e Giuseppe Demasi, anche lui 26 anni, ultimo dei sette a morire il 30 dicembre dopo 4 interventi chirurgici, una tracheotomia, tre rimozioni di cute con innesti e una pelle nuova che doveva arrivare il 3 gennaio per il trapianto, ed era in coltura al Niguarda di Milano. Ci sono i biglietti dei bambini appesi con lo scotch, come quello di Noemi per Angelo, ci sono le sciarpe della Juve, mazzi di fiori piccoli col nailon appannato dall’umidità, un angelo azzurro disegnato da Sara per Roberto, quattro figure colorate di rosso da un bambino per Giuseppe, tre Gesù dorati, due lumini per terra. Attorno alle cinque tombe, una striscia azzurra tracciata dal Comune le separa dagli altri loculi. E’ un’idea del sindaco Sergio Chiamparino e del suo vice Tom Dealessandri, una sera che ragionavano sulla tragedia della Thyssen. Se tra un anno, cinque, dieci, qualcuno vorrà ricordarla, parlarne, partire da quei morti per discutere sulla sicurezza nel lavoro, ci vuole un posto, e non ci sarà neppure più la fabbrica, non ci sarà più niente: mettiamoli insieme, quelli che non hanno una tomba di famiglia; hanno lavorato insieme e sono morti insieme. Quelle fotografie di ragazzi sono le uniche tra i loculi, le altre sono di vecchi e dove non c’è la foto c’è la data: 1923, 1925, 1935, 1919, anche 1912. Intorno, un telone nasconde lo scavo di una gru nel campo del cimitero, si sente solo il rumore in mezzo ai fiori, ma c’è lavoro in corso. Siamo a Torino, dice un guardiano, è la solita questione: lavoro, magari invisibile, ma lavoro.

“Dunque, ero da solo, con la gru in movimento. Il mio lavoro si può fare così. Alla linea 5 invece il turno montante era completo. Mancavano due operai, ma si sono fermati in straordinario Antonio Boccuzzi e Antonio Schiavone, anche se avevano già fatto il loro turno, dalle 14 alle 22. Quella tecnicamente è una linea tecnico-chimica per trattare l’acciaio, temprarlo e pulirlo per poi poterlo lavorare. Stiamo parlando di una bestia di forno a 1180 gradi, lungo 40-50 metri, alto come un vagone a due piani, e lì dentro l’acciaio viaggia a 25 metri al minuto se è spesso e a 60 metri se è sottile, per poi andare nella vasca dell’acido solforico e cloridrico che gli toglie l’ossido creato dalla cottura nel forno. La squadra di 5 operai sta nel pulpito, come lo chiamiamo noi, una stanzetta col vetro e i comandi. Ci sono anche il capoturno Rocco Marzo e Bruno Santino, addetto al trenino che porta il rullo da una campata dello stabilimento all’altra. Manca poco all’una. So com’è andata. Il nastro scorre a velocità bassa, sbanda, va contro la carpenteria, lancia scintille, l’olio e la carta fanno da innesco, c’è un principio di incendio. Loro pensano che sia controllabile, come altre volte. Escono dal pulpito, si avvicinano, provano con gli estintori, ma sono scarichi. Un flessibile pieno d’olio esplode in quel momento, passa sul fuoco come una lingua e sputa in avanti, orizzontale, è un lanciafiamme. Non li avvolge, li inghiotte. Boccuzzi è proprio dietro un carrello elevatore per prendere un manicotto, e quel muletto lo ripara salvandolo. Vede un’onda, sente la vampa di calore che lo brucia per irradiazione, ma si salva. Gli altri sono divorati mentre urlano e scappano. Piomba in finitura il gruista della terza campata, corri mi dice, corri, è scoppiata la 5, sono tutti morti. Non ci credo, ma si avvicina urlando, è bianco come uno straccio e sta piangendo. Corro, torno indietro, metto in sicurezza la gru, corro, non penso a niente, corro e li vedo”.

I tre funerali sono diversi. Prima lo choc, il dolore, la paura. Poi la rabbia. Egla Scola, che ha vent’anni e due figli di 17 mesi e tre anni, in chiesa ha urlato verso la bara di Roberto: vieni a casa, adesso. La madre di Angelo Laurino gli ha detto: ora aspettami. Il padre di Bruno Santino, anche lui vecchio operaio Thyssen, l’abbiamo visto tutti in televisione gridare bastardi e assassini, con la foto del figlio in mano. Il giorno della sepoltura di Rocco Marzo, arriva la notizia che è morto Rosario Rodinò, dopo quasi due settimane di agonia. Ciro Argentino strappa la corona di fiori della Thyssen, i dirigenti dell’azienda entrano in chiesa dalla sacrestia, se ne vanno dalla stessa porta. Fuori ci sono soprattutto operai, in duomo come a Maria Regina della Pace in corso Giulio Cesare, come nella chiesa operaia del Santo Volto con la croce sopra la vecchia ciminiera trasformata in campanile.
Attorno, il fantasma della Torino operaia che fu. Qui dietro c’erano una volta la Michelin Dora, la Teksid, i 13 mila delle Ferriere Fiat dentro i capannoni della tragedia, poi venduti alla Finsider dell’Iri, che negli anni Novanta ha rivenduto alla Thyssen. Che adesso chiude. Sequestrata per la tragedia, con i cancelli chiusi e un albero trasformato in altare (“ciao, non siamo schiavi”, ha scritto un operaio della carrozzeria Bertone), già adesso l’impianto della morte è uno scheletro vuoto, inutile, proprio dove la città finisce e comincia la tangenziale, con le montagne piene di neve dritte davanti. La gente conosce il posto perché lì c’è un autovelox famoso per sparare multe a raffica.

Ma non sa la storia della Thyssen. Ciro dice che un pezzo di Torino non sapeva nemmeno dei morti, e alla manifestazione c’erano trentamila persone, ma era la città operaia, e pochi altri. Come se fosse un lutto degli operai, non una tragedia nazionale. Anzi, uno scandalo della democrazia. Chi lavora l’acciaio sa di fare un mestiere pericoloso, dice Luciano Gallino, sociologo dell’industria, perché macchine e materiali che trasformano il metallo sovrastano ogni dimensione umana, con processi di fusione, forgiature a caldo, lamiere che scorrono, masse in movimento. C’è fatica, rumore, occhio, tecnica, esperienza, senso di rischio, concentrazione. E allora, spiega Gallino, proprio qui nell’acciaio non si possono lasciar invecchiare gli impianti e deperire le misure di sicurezza, non si può ricorrere allo straordinario con tre, quattro ore oltre le otto normali. Invece l’Asl dice oggi di aver accertato 116 violazioni alla Thyssen. Le assicurazioni Axa lo scorso anno avevano declassato la fabbrica proprio per mancanza di sicurezza, portando la franchigia da 30 a 100 milioni all’anno. Per tornare alla vecchia franchigia, bisognava fare interventi di prevenzione, tra cui un sistema antincendio automatico proprio sulla linea 5, dal costo di 800 milioni. From Turin, ha risposto l’azienda, dopo che Torino avrà chiuso.

“Il primo è Rocco Marzo, il capoturno, che aveva addosso la radio e il telefono interno, bruciati nel primo secondo. Appare all’improvviso, al passaggio tra la linea 4 e la 5. Non avevo mai visto un uomo così. Anzi sì: dal medico, quei tabelloni dov’è disegnato il corpo umano senza pelle, per mostrarti gli organi interni. La stessa cosa. Le fasce muscolari, i nervi, non so, tutto in vista. Occhi e orecchie, non parliamone. Non mi vede, non può vedere, ma sente la mia voce che lo chiama, si gira, barcolla, cerca la voce, mi riconosce. “Avvisa tu mia moglie, Giovanni, digli che mi hai visto, che sto in piedi, non li far preoccupare”. Lo tocco, poi mi fermo, non devo. Ha la pelle, ma non è più pelle, come una cosa dura e sciolta. Un operatore di qualità continua a saltarmi attorno, cosa facciamo? Mando via tutti quelli che piangono, che urlano, che sono sotto choc e non servono, non aiutano. Dico di non toccare Rocco, di scortarlo con la voce fuori: gli chiedo se se la sente di seguire i compagni, di seguire la voce. Va via, lo guardo mentre dondola e sembra cadere a ogni passo, mi sembra di impazzire. Mi butto avanti, tutta la campata è piena di fumo nero, bruciano i cavi di gomma, i tubi con l’acido, i manicotti. Vedo Boccuzzi che corre in giro a cercare una pompa, mi vede e mi urla in faccia: “Li ho tirati fuori, li ho tirati fuori. Ma Antonio Schiavone è vivo e sta bruciando lì per terra”. In quel momento Schiavone urla nel fuoco. Tre grida. E tutte e tre le volte Toni Boccuzzi cerca di gettarsi tra le fiamme e dobbiamo tenerlo, ma lui ripete come un matto: “Il fuoco lo sta mangiando”. Dico di portarlo via, fuori. Mi volto, e mi sento chiamare: “Giovanni, Giovanni”. Non ci credo, guardo meglio, non si vede niente. Sono Bruno Santino e Giuseppe Demasi, due fantasmi bruciati, consumati dal fuoco eppure in piedi. Non mi sentono più parlare, non sanno dove andare, in che direzione cercare, sono ciechi. Poi Demasi si muove, barcolla verso la linea 4 tenendosi le mani davanti, come se fosse preoccupato di essere nudo. Mi avvicino e lo chiamo, si volta, chiama Bruno. Guardo la loro pelle scivolata via, non so cosa dire e loro mi cercano: “Giovanni, sei qui vicino? Guardaci, guardaci la faccia: com’è? Cosa ci siamo fatti, Giovanni?”

Dicono gli operai che i sette, alla fine, sono morti perché da tempo erano diventati come invisibili. Si spiegano con le parole di Ciro Argentino e Peter Adamo, trent’anni: l’operaio ovviamente esiste, cazzo se esiste, manda avanti un pezzo di Paese, e soprattutto a Torino lo sanno tutti. Ma esiste in fabbrica e non fuori, nel lavoro e non nella testa della politica. Ma lo sapete voi, aggiunge Fabio Carletti della Fiom, che nell’assemblea del Pd appena eletta a Torino non c’è nemmeno un operaio? Che in tutto il Consiglio comunale ce n’è uno, perché il sindacato si è trasformato in lobby e ha minacciato di fare una lista operaia separata, supremo scandalo per la sinistra? Dice Peter che l’invisibilità la senti tutto il giorno, quando vai a comprare il pane, quando esci la sera. Per le storie veloci con le ragazze in discoteca, fai prima a dire che sei un rappresentante, vai più sul sicuro. Non è rifiuto o disprezzo, aggiunge Davide Provenzano, 26 anni, è che sei di un altro pianeta. Credono di poter fare a meno di te. Da bambino, spiega, vedevo con mio padre al telegiornale le notizie sul contratto dei metalmeccanici, “undici milioni di tute blu scendono in piazza”, adesso, non si sa quanti siamo, un milione e sette, uno e otto? Il sindaco Chiamparino sa di chi è la colpa: quelli che pensano alla modernità come a una sostituzione, l’immateriale, l’effimero al posto del manifatturiero, mentre invece è moderno chi gestisce la complessità, la fine di una cosa con l’inizio dell’altra, sopravvivenze importanti e novità salutari. “Chiampa” dice che lui non potrebbe dimenticare gli operai, la sua famiglia viene dalla fabbrica, il figlio di suo fratello ha la stessa età e fa il lavoro dei ragazzi della Thyssen, però è vero che si lamenta perché i riformisti non usano più quella parola, operaio. E tuttavia non si può tornare agli anni Settanta.

E la città non è indifferente, non si può misurare il funerale operaio col metro del funerale dell’Avvocato, in quel caso la partecipazione era anche un modo di dire “io c’ero”, mentre qui voleva dire “voi ci siete”. E poi, pensiamo sempre a Mirafiori, dove cresceva l’erba sull’asfalto, tutto era abbandonato, e tutto è rinato. Il sindaco ha aiutato Marchionne, l’amministratore delegato Fiat ha aiutato Chiamparino. I due si vedono qualche sera per giocare a scopa col vicesindaco e un ufficiale dei carabinieri, ma in pubblico si danno del voi, perché questa è Torino. Anche se Marchionne voleva strappare, e andare al funerale operaio della Thyssen. Poi si è fermato, dice, per paura che la sua presenza diventasse una specie di comizio silenzioso. Ha radunato i suoi e ha detto: che non capiti mai qui. Un incidente può sempre scoppiare, ma non per incuria verso la tua gente e il suo lavoro. Mai, mettetemelo per scritto. Solo in Italia, spiega ancora Marchionne, operaio diventa una brutta parola, nel mondo indica quelli che fanno le cose, le producono.

E tuttavia, avverte il professor Marco Revelli, Torino è sempre più Moriana di Calvino, la città con un volto di marmo e di alabastro e uno di ferro e di cartone, e una faccia non vede più l’altra. Gli operai della Thyssen, anche per la loro età, non hanno riti separati, tradizioni private, fanno una vita perfettamente visibile nella sua normalità. Dopo la fabbrica si incontrano indifferentemente alla Fiom o al Mc Donald’s di via Pianezza, Peter ha la moglie laureata e vede tutta gente del suo giro, ai funerali hanno messo musica dei Negramaro, hanno portato anche la maglia di Del Piero. Ma ti dicono che l’invisibilità sociale li rende deboli, la debolezza e la solitudine portano a scambiare straordinari per sicurezza, il Paese li convince di vivere in una geografia immaginaria, dove per dieci anni ha contato solo la cometa del Nordest, solo l’illusione del lavoro immateriale, solo il consumatore e non il produttore, e persino la parola lavoro è stata poco per volta sostituita da altre cose: saperi, competenze, professionalità. Questa fragilità – culturale? Politica? Sociale? – li espone. Il cardinal Poletto, che ha fatto l’operaio da ragazzo (il mattino in officina, il pomeriggio in canonica) ha detto ad ogni funerale cose semplici ma solide perché autentiche: la città ha reagito ma non basta, serve un sussulto, la ricerca sacrosanta del profitto non può danneggiare la sicurezza o addirittura la vita di chi lavora. La sinistra ha detto meno del cardinale.

“Nessuno sa cosa fare davanti a una cosa così. Due compagni di lavoro carbonizzati, e ancora vivi. Uno ha preso due giacconi, glieli ha buttati addosso. “Giovanni aiutaci – dicevano – portaci via”. Ragazzi, ho provato a rassicurarli, l’importante è che siate in piedi, io non so se posso toccarvi, non posso prendervi per mano, ma vi portiamo fuori, vi facciamo da battistrada. Due passi, e trovo per terra Rosario Rodinò, Angelo Laurino e Roberto Scola. Statue di cera che si sciolgono, l’olio che frigge, non c’è più niente, i baffi di Rocco, i capelli di Robi, solo la voce. Mi accoccolo vicino a Laurino, gli parlo. Si volta: “Dimmi che starai vicino ai miei”. Scola ripete che ha due figli piccoli, “non potete farmi morire”. Rodinò sembra più calmo: “Non pensare a me, io sto meglio, occupati di loro”. Poi, quando ritorno da lui mi chiede: “Come sono in faccia? Cosa vedi?” Arrivano i pompieri, poco per volta li portano via. Un vigile mi dice che stanno morendo, ma il fuoco gli ha mangiato le terminazioni nervose, per questo resistono al dolore. Non so se è vero, non capisco più niente, ho quei manichini davanti agli occhi. Prendo un pompiere per il bavero, e gli urlo che Schiavone è ancora a terra da qualche parte, devono salvarlo. Mi dice che lo hanno portato via e che devo andarmene, perché il fumo sta divorando anche me. Stacchiamo la tensione a tutta la linea, blocchiamo il flusso degli acidi, dei gas, dell’elettricità. Tutto si ferma alla ThyssenKrupp, probabilmente per sempre. Non ho più niente da fare”.

Al cimitero hanno messo le sigarette sopra ogni tomba. Un pacchetto di Diana per Angelo, due sigarette sciolte vicino alla fotografia di Antonio, una sulla sciarpa di Roberto, le Marlboro per Giuseppe e per Rosario. Subito non capisco, poi sì. I ragazzi di oggi non comprano più le sigarette, ma i ragazzi operai sì, le hanno sempre in tasca. Metterle lì, tra i fiori dei morti, è un modo per riconoscerli, per renderli visibili.

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15/05/2016

ThyssenKrupp. Condanne confermate, nonostante la “clemenza” del pg

Alla fine ha prevalso il buon senso, se non proprio la giustizia. La Cassazione ha confermato le condanne dell’appello bis nei confronti dei sei imputati per il rogo alla Thyssen nel quale, nel dicembre 2007, morirono 7 operai. La pena più alta è di 9 anni e 8 mesi inflitta all’ad Harald Espenhahn, quella più bassa, di 6 anni e 3 mesi per i manager Marco Pucci e Gerald Priegnitz. Condannati inoltre gli altri dirigenti Daniele Moroni a 7 anni e 6 mesi, Raffaele Salerno a 7 anni e 2 mesi e Cosimo Cafueri a 6 anni e 8 mesi. E’ stato così confermato il verdetto della Corte d’Assise d’Appello di Torino del 29 maggio 2015.

La sentenza è arrivata alla fine di una giornata carica di rabbia, ovviamente da parte dei parenti delle vittime, che avevano assistito increduli alla richiesta dell’accusa – il procuratore generale Paola Filippi – che aveva chiesto di annullare la sentenza e rinviare tutto il processo di nuovo in appello, ritenendo “troppo alte” le condanne comminate in secondo grado, già molto più “gentili” rispetto a quelle comminate in primo grado.

I familiari, sbollita la rabbia mattutina, hanno accolto con comprensibile sollievo la conferma del verdetto d’appello. “E’ una vittoria, una vittoria per noi e per tutte le vittime morte sul lavoro. Oggi ascoltando le richieste del pg abbiamo pianto di rabbia. Ora possiamo andare dai nostri ragazzi al cimitero e dire che finalmente c’è stata giustizia e ci sono pene severe, anche se il nostro dolore è per sempre”.

“Prendiamo atto con rispetto del dispositivo della sentenza”. Così la Thyssenkrupp sulla decisione della Cassazione per il rogo di Torino. L’azienda ha fatto conoscere la sua posizione attraverso una nota. “Esprimiamo nuovamente il nostro cordoglio alle vittime e alle loro famiglie. Thyssenkrupp è profondamente addolorata che in uno dei suoi stabilimenti si sia verificato un incidente così tragico. Faremo il possibile affinché tale disgrazia non accada mai più”.

Formule verbali dovute, dopo una condanna definitiva, ma assolutamente ipocrite. Il processo ha dimostrato infatti che l’azienda era perfettamente consapevole dei rischi per i lavoratori in un impianto come quello di Torino, mai più upgraded in attesa di chiudere e trasferire tutte le lavorazioni residue nello stabilimento di Terni.

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13/05/2016

Strage ThyssenKrupp: l'"accusa" chiede di ridurre le condanne

La legge italiana protegge gli assassini. Ma non tutti, certo. Per i miserabili la condanna è certa, quasi quanto l’assoluzione per gli imprenditori che hanno pianificato e messo in conto l’eventuale strage di lavoratori.

È il primo e forse unico commento che si può fare alla clamorosa richiesta del procuratore generale (l’accusa!) davanti alla sezione della Cassazione che deve decidere se confermare o meno la condanna dei vertici della ThyssenKrupp per la strage di Torino, nella note tra il 5 e il 6 dicembre 2007, in cui persero la vita sette operai.

“Troppo alte”, secondo il procuratore. E dire che già in sede di appello erano state sostanziosamente ridotte rispetto al primo grado di giudizio, in cui la parte dell’accusa era sostenuta da Raffaele Guariniello.

Qui di seguito la cronaca di questa incredibile giornata, che ha stupito persino il redattore de La Stampa. 

***** 

Colpo di scena nel processo Thyssen, proprio nel giorno in cui si attendeva dalla Cassazione la parola definitiva sulle condanne. Il procuratore generale ha chiesto l’annullamento con rinvio della sentenza, perché le pene sarebbero troppo alte. I familiari delle vitime sono esplosi in un grido di rabbia: «Venduti».

Doveva essere il giorno della verità per la strage Thyssen: la quarta sezione penale della Cassazione, presieduta da Fausto Izzo, avrebbe dovuto decidere se confermare o meno le condanne ai sei imputati nel processo per il rogo nello stabilimento di corso Regina Margherita a Torino, scoppiato la notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007. Morirono sette operai. Una lunga e straziante agonia: Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino e Antonio Schiavone se ne andarono nell’arco di venticinque giorni. 

Sei dirigenti dell’acciaieria sono stati prima indagati e poi processati a Torino. Si tratta dell’amministratore delegato di Thyssen, Harald Espenhahn, dei dirigenti Marco Pucci e Gerald Priegnitz, il membro del comitato esecutivo dell’azienda Daniele Moroni, l’ex direttore dello stabilimento Raffaele Salerno e il responsabile della sicurezza Cosimo Cafueri. I magistrati torinesi Raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso hanno contestato l’omicidio volontario, accusa che ha retto in primo grado ma non in appello, dove è stata derubricata a omicidio colposo aggravato dalla colpa cosciente. Il 24 aprile 2014 i giudici della Cassazione hanno confermato la responsabilità degli imputati ma annullato una parte della sentenza di Appello, ordinando ai giudici torinesi di ricalcolare le pene. 

Nel processo d’Appello bis, che si è chiuso il 29 maggio 2015, le pene sono state ridotte. Espenhahn è stato condannato a nove anni e otto mesi, con uno “sconto” di due mesi; Pucci e Priegnitz a sei anni e dieci mesi (sette anni), Moroni a sette anni e sei mesi (nove anni), Salerno a otto anni e sei mesi (pena ridotta di due mesi), Cafueri a sei anni e otto mesi (otto anni). La Cassazione doveva decidere se confermare queste pene, e non lo ha fatto. Già chiusa, invece, la contesa che riguarda i risarcimenti: ai famigliari delle vittime ThyssenKrupp ha pagato 13 milioni; altri 4 sono andati alle altre parti civili. L'acciaieria di Torino, dopo l’incidente del 6 dicembre 2007, non ha mai più riaperto. 

La ThyssenKrupp è un’azienda tedesca, la più importante in Europa nel settore siderurgico. Nel 1994 ha acquistato la Acciai Terni, allora di proprietà pubblica, e con essa gli stabilimenti di Terni e Torino. Lo stabilimento di Torino viene presto ritenuto poco funzionale; ThyssenKrupp decide di concentrare la produzione a Terni e pianifica di chiudere la fabbrica di corso Regina Margherita nel 2005. Il progetto, però slitta anche a causa di una serie di imprevisti. Nel luglio del 2007 i sindacati e l’azienda firmano un accordo che sancisce la chiusura definitiva entro il settembre del 2008. La prima linea di cui si ipotizza la chiusura è la numero 5, quella su cui si verificherà l’incidente. 

L’INCIDENTE

La notte tra il 5 e 6 dicembre, prima dell’una, sette operai al lavoro sulla linea 5 vengono investiti da una fuoriuscita di olio bollente, che prende fuoco. I Vigili del fuoco, la cui caserma dista poche centinaia di metri, arrivano quasi subito: è l’1,15. I feriti vengono trasferiti in ospedale. Alle 4 del mattino muore il primo operaio: si chiama Antonio Schiavone, ha 36 anni. Tra il 7 e il 30 dicembre ne muoiono altri sei: Giuseppe Demasi, 26 anni; Angelo Laurino, 43 anni; Roberto Scola, 32 anni; Rocco Marzo, 54 anni; Rosario Rodinò, 26 anni; Bruno Santino, 26 anni. Tra gli operai coinvolti nell’incidente c’è solo un superstite: Antonio Boccuzzi, dipendente Thyssen da 13 anni e sindacalista della Uilm; oggi è deputato del Pd. 

L’incendio si sviluppa all’altezza della linea di ricottura e decapaggio. La produzione dell’acciaio sulla linea 5 si svolgeva così: l’acciaio passava attraverso un laminatoio, costituito da alcuni cilindri che lo schiacciavano riducendone l’altezza; poi veniva avvolto in fogli di carta per evitare che si graffiasse e accumulato per poi passare alle fasi di ricottura e decapaggio. 

La prima fase – il procedimento definito «a freddo», anche se avviene a più di mille gradi – prevede di far passare l’acciaio in un forno e cuocerlo a una temperatura inferiore a quella di fusione. Nella seconda fase l’acciaio cotto viene fatto passare dentro vasche piene di acido per rimuovere le ultime impurità.

L’intero procedimento è considerato ad alto rischio d’incendio. Le misure di sicurezza prevedono estintori, sistemi di spegnimento automatico e un particolare addestramento per il personale. Per mantenere le lastre lubrificate si utilizza olio combustibile altamente infiammabile, che spesso impregna la carta che avvolge le lastre. Prima del processo di ricottura la carta va eliminata. Il problema – si scoprirà dopo l’incidente – è che la manutenzione scarseggia e spesso i residui di carta si accumulano lungo la linea. Basta una scintilla perché la carta prenda fuoco. Senza contare le frequenti perdite d’olio, che formavano pozzanghere sotto i macchinari. Poche ore prima del rogo si verifica un piccolo incidente. La linea viene fermata. Poi l’impianto riparte. Che cosa succede dopo? Probabilmente da una delle linee che trasportano l’acciaio si scatena una serie di scintille che incendiano la carta oleata accumulata sotto la linea e mai rimossa. Si sviluppa un incendio. Gli operai – che si trovano al sicuro in una cabina protetta da cui seguono la lavorazione – escono per spegnerlo. 

Uno di loro, Boccuzzi, si allontana per collegare una manichetta all’idrante che i suoi colleghi impugnano. Ma l’incendio si alimenta delle chiazze di olio, le fiamme si alzano, sfiorano uno dei tubi che portano ad altissima pressione l’olio per lubrificare. Il tubo si rompe e l’olio comincia a fuoriuscire. La pressione crea una pioggia di gocce scagliate ad alta velocità che generano una palla di fuoco che investe tutti gli operai. L’effetto è quello di un gigantesco lanciafiamme. Boccuzzi si salva: in quel momento si trova dietro a un muletto. E Boccuzzi oggi parlamentare e deputato Dem ha detto: «Le richieste della procura sono per noi tutti un fulmine a ciel sereno e lo stesso vale per il rischio che i due imputati tedeschi, che sono poi i principali responsabili del rogo alla Thyssen, possano scontare in Germania una pena dimezzata». «Sarebbe paradossale – ha proseguito Boccuzzi – che l’amministratore delegato di Thyssen, che in primo grado era stato condannato per omicidio volontario, adesso possa ottenere in Germania una pena addirittura inferiore a quella degli altri coimputati italiani». «A fronte di questo rischio – ha concluso – è ancora più profonda la nostra delusione per l’annullamento della sentenza di primo grado». 

LE INDAGINI

Dopo il rogo, lavoratori e sindacati denunciano una situazione da tempo fuori controllo. Nei giorni precedenti all’incidente la fabbrica si trova a corto di personale perché alcuni operai sono stati licenziati mentre altri già trasferiti a Terni. Quelli rimasti sono costretti a turni pesantissimi e agli straordinari per mantenere continua la produzione. Le testimonianze di Boccuzzi e degli altri operai accorsi sul luogo dell’incidente parlano di estintori scarichi, telefoni isolati, idranti malfunzionanti, assenza di personale specializzato. Non solo: alcuni degli operai coinvolti nell’incidente lavoravano ininterrottamente da dodici ore, avendo accumulato quattro ore di straordinario. 

Oltretutto procura e vigili del fuoco scoprono che nei mesi passati si sono verificati alcuni piccoli focolai causati da scintille che incendiavano la carta oleata, gestiti dagli operai senza mai avvertire il 115. Soprattutto scoprono che l’azienda sconsigliava apertamente agli operai di premere il pulsante che avrebbe portato all’arresto della linea: in quel caso, infatti, l’acciaio sui nastri si sarebbe bloccato nel forno per la ricottura o nelle vasche di acido, diventando inutilizzabile. La notte dell’incidente nessuno bloccò la linea, fatto rilevante secondo la procura di Torino, emblematico del clima che si respirava in fabbrica: a febbraio del 2008 la linea 5 sarebbe stata chiusa, le misure di prevenzione e sicurezza erano state abbandonate da tempo. 

La ThyssenKrupp nega subito qualsiasi responsabilità. Accusa gli operai morti di avere provocato l’incidente, causato da una serie di distrazioni o omissioni. Poi aggiusta il tiro e parla di «errori dovuti a circostanze sfavorevoli». Durante le indagini la Guardia di Finanza sequestra all’amministratore delegato Espenhahn un documento riservato in cui si ipotizza di avviare azioni legali contro Boccuzzi, ritenuto colpevole di raccontare a giornali e tv la tragedia dei suoi colleghi. Il documento critica pesantemente anche il pm Guariniello e l’allora ministro del Lavoro del governo Prodi, Cesare Damiano, considerato troppo vicino ai lavoratori.

I PROCESSI

Le indagini si chiudono in meno di un anno: il 17 ottobre 2008 la procura chiede il rinvio a giudizio per sei dirigenti dell’azienda. Il 18 novembre il giudice dell’udienza preliminare Francesco Gianfrotta dispone il processo per tutti e accoglie le tesi dell’accusa: il reato contestato è omicidio volontario con dolo eventuale e incendio doloso.

«Pur rappresentadosi la concreta possibilità del verificarsi di infortuni anche mortali, in quanto a conoscenza di più fatti e documenti e accettando il rischio del verificarsi di infortuni anche mortali sulla linea 5», scrive Gianfrotta, i dirigenti avrebbero causato la morte dei sette operai omettendo «di adottare misure tecniche, organizzative, procedurali, di prevenzione e protezione contro gli incendi». Il processo comincia nel gennaio del 2009. Sfilano i testimoni: lavoratori, sindacalisti. Emergono nuovi particolari: non solo le misure di sicurezza erano state ridimensionate, non solo le manutenzioni erano pressoché inesistenti ma la fabbrica veniva pulita solo in corrispondenza alle visite dell’Asl. E l’impianto si fermava solo in caso di guasti gravi, altrimenti si interveniva con la linea in movimento.

Il primo luglio del 2008 la ThyssenKrupp versa quasi 13 milioni alle famiglie dei sette operai morti, che non si costituiscono parte civile. Nell’aprile 2011 il Tribunale di Torino condanna in primo grado Espenhahn, a 16 anni e 6 mesi per omicidio volontario. Pucci, Priegnitz, Cafueri e Salerno a 13 anni e 6 mesi. Moroni a 10 anni e 10 mesi. Nel febbraio 2013 la Corte d’Appello ha respinto in secondo grado l’ipotesi di omicidio volontario, condannando gli imputati – stavolta per omicidio colposo – a pene comprese tra 7 e 10 anni. L’anno successivo la Cassazione dichiara accertato il rato ma rinvia gli atti a Torino perché le pene vengano rideterminate. Il 29 maggio 2015 la Corte d’Appello di Torino emette una nuova sentenza, quella che ora è all’esame della Cassazione. 

Lo stabilimento di Torino della ThyssenKrupp non esiste più. È stato chiuso nel marzo del 2008 con un accordo tra la ThyssenKrupp, i sindacati, le istituzioni locali e i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, in anticipo sulla data prevista.

14/12/2014

Terni - Una voce dall'AST all'indomani dell'accordo. Fino a che punto si può parlare di vittoria?

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Pubblichiamo il resoconto di una lunga chiacchierata con M., operaio dell'AST di Terni e rappresentante sindacale FIOM, uno dei lavoratori che si è battuto in prima linea negli ultimi quattro mesi contro la dirigenza Thyssen, che ha subito le manganellate dalla polizia a Roma per la sola colpa di voler portare il dissenso e la propria lotta in strada fino alle porte del MISE, contro la multinazionale e contro un governo sordo alle esigenze di una classe operaia da mesi protagonista di mobilitazioni e scioperi contro le politiche industriali del governo e contro il Jobs Act.

Parliamo con lui, a lungo, di tutto ciò che è stata la fase più calda della vertenza, quella degli ultimi quattro mesi, partendo proprio dalla fine dello sciopero a oltranza che è durato oltre un mese, sostenuto con forza e con dignità; partendo dall'accordo del 3 dicembre e dalle assemblee che hanno infuocato le acciaierie di Terni nei giorni a seguire, proprio quando i giornali e le televisioni titolavano la vittoria indiscussa dei lavoratori, come se la partita si fosse già conclusa e come se tutto fosse andato per il meglio.

Il resoconto che riportiamo è quello di una storia ben diversa, molto più complessa, che ha sfumature tutt'altro che rosee nonostante ciò che è stato finora strappato alla multinazionale tedesca con la lotta e il protagonismo degli operai ternani.

Il sipario degli organi di stampa è calato proprio quando sarebbe bene, invece, tenere gli occhi aperti e guardare oltre la propaganda di governo e la retorica della dirigenza Thyssen. Quella dell'AST, infatti, è la storia della vittoria di una battaglia importante, ma anche quella di una guerra ancora in pieno svolgimento, quotidiana, resasi difficilissima da combattere per tutti i lavoratori delle acciaierie di Terni e dell'indotto.

Cominciamo, dunque, dalle assemblee operaie degli scorsi giorni. Il clima descritto è quello di un diffuso e capillare malumore fra lavoratori, non ci sono mezzi termini nel fare la cronaca di quello che è stato nell'ultima settimana e nel raccontare l'aria che tira in attesa del referendum del 15, 16 e 17 dicembre.

Certo, lo spegnimento di uno dei due forni per il momento è stato scongiurato, così come si sono preservati circa 9 milioni di salario integrativo dei 13 iniziali, un buon risultato considerato che secondo il piano industriale iniziale, questo sarebbe dovuto essere semplicemente azzerato. Eppure resta l'amaro in bocca per la totale passività del governo al tavolo di trattativa, resta la preoccupazione di tutto ciò che sarà in concreto e al di là dei proclami dell'azienda, il piano di investimenti a Terni nei prossimi quattro anni. La mediazione è da considerarsi positiva, senza ombra di dubbio, se si guarda al punto di partenza di questa battaglia, al piano di tagli alla produzione e al costo del lavoro presentato dalla Thyssen il 17 luglio scorso o anche solo al pericolo della cassa integrazione paventato per lungo tempo. Ma al tempo stesso conserva tutti i limiti di un accordo puramente difensivo, di una partita giocata tutta in difesa, resistenziale e solitaria, da parte di quelle centinaia di operai che hanno sfidato la multinazionale per ridurre al minimo i danni, per impedire lo smantellamento progressivo degli impianti siderurgici di Terni.

Come sarebbe andata se il governo si fosse schierato dalla parte dei  lavoratori inchiodando alle proprie responsabilità la Thyssen? E quanto ancora si sarebbe potuto strappare? Queste domande rimaste senza risposta si traducono in delusione e in beffa a sentire Renzi e il ministro Guidi declamare un protagonismo nella contrattazione che in realtà non c'è stato, nel prendere atto della totale inadeguatezza delle politiche industriali di governo, ma soprattutto nel guardare alla contemporanea approvazione del Jobs Act anche al Senato, attacco ancora più diretto e forte alla classe lavoratrice.

A sentir parlare M., dunque, le assemblee, pur essendo molto partecipate, restituivano un clima che non è affatto dei migliori. Resta infatti il dispiacere per tanti operai, troppi – alcuni prossimi alla pensione, molti altri invece, di appena 40 anni – che inaspettatamente si piegano al ricatto della fuoriuscita incentivata (le cosiddette 290 “uscite volontarie”), quello del portare a casa gli 80.000 euro lordi promessi, a fronte di un futuro lavorativo tutt'altro che sicuro. E poi restano i problemi ancora da affrontare, tanti. Come ci spiega, le fuoriuscite incentivate hanno sbilanciato di molto la proporzione in fabbrica fra operai e impiegati, con un rapporto che da 3:1 scende ora a 2,5-2:1, il che pone nel mirino dei licenziamenti molti altri dipendenti, soprattutto donne (sono circa 60-70 impiegate dello stabilimento). La dirigenza Thyssen li ha accolti, al rientro a lavoro, con un ricatto ben pesante, quello dell'accettazione a capo chino della buonuscita per ripristinare la precedente proporzione, quello di togliere il disturbo con le tasche piene ma in punta di piedi, nel totale silenzio degli organi di stampa e soprattutto senza ulteriori fermi alla produzione, senza ulteriori scioperi.

E poi, ancora, il destino tutt'altro che roseo dei lavoratori dell'indotto. L'accordo del 3 dicembre, infatti, prevede un taglio alle spese relative alle ditte terze, per Thyssen, pari al 20%,  il che sarebbe tutto scaricato sul costo del lavoro. Come visto anche per la ILSERV, che ha recentemente messo in cassa integrazione 200 dei suoi 330 dipendenti – prima ancora di attendere l'esito della trattativa dell'AST! – la costellazione di tutte le piccole aziende legate a doppio filo alle acciaierie e che contano non più di 10-15 operai, difficilmente reggerà ai tagli previsti dall'accordo e molte hanno già annunciato la loro prossima chiusura. I posti di lavoro a rischio sono circa 1000-1200 e la partita di questi operai si aprirà troppo tardi, probabilmente quando quella dei dipendenti diretti dell'AST si sarà già raffreddata e dunque quando il peso della contrattazione sindacale sarà tutt'altro che favorevole; a loro non resterà altra alternativa che intraprendere una lotta molto più dura da vincere, proprio a causa dell'ultra-frammentazione in un microcosmo di piccole ditte e di eventuali piccole vertenze.

A niente sembra servito l'aver affiancato gli operai dell'AST nelle ultime settimane di mobilitazione, a niente sono servite le sollecitazioni da parte dei sindacati ad aprire un tavolo di trattativa a sé per questa problematica. Nell'accordo sono stati inseriti solo l'applicazione dell'art.9 comma IV del CCNL Metalmeccanici e una clausola piuttosto vaga per la quale la Regione Umbria si impegnerebbe a destinare a corsi di formazione e a eventuali nuovi inserimenti lavorativi tutti gli operai dell'indotto. Briciole, insomma, un provvedimento del tutto inadeguato all'entità del problema, a sentir parlare già oggi i lavoratori. Quel che è tangibile è un forte senso di frustrazione per un trattamento subito che segue tutte le logiche del massimo ribasso sul costo degli appalti; questo non può che tradursi in frizioni e malcontento che oggi minano la stabilità del fronte operaio ternano consolidatosi nelle scorse settimane, al di là della ditta di appartenenza.

Al referendum si arriva dunque con questo animo, un misto di preoccupazione e rabbia. Questo proprio non spiegherebbe cosa ci sia dietro a un risultato che è invece dato per certo e plebiscitario sulle testate dei più importanti giornali e per voce delle istituzioni e della dirigenza della multinazionale tedesca. Ci deve essere di più. E di fatti fra le mura dello stabilimento l'azienda ha adottato qualsiasi contromisura per blindare il risultato del sì: da un lato la minaccia di tornare al piano industriale iniziale, quello proposto il 17 luglio scorso, in caso di parere sfavorevole da parte degli operai – e dunque la ferma volontà di aggirare qualsiasi altra contrattazione sindacale; dall'altro il ricatto degli stipendi ancora non corrisposti, delle mensilità di ottobre, novembre e delle  tredicesime pendenti, che saranno corrisposti solo dopo l'esito del referendum – con il sottinteso di una vittoria del sì!

Come se non bastassero le divisioni createsi fra impiegati e operai, come se non bastassero i destini diversi segnati per dipendenti diretti dell'AST e operai dell'indotto, la questione della sospensione degli stipendi rappresenta un'ulteriore spinta all'"uscita volontaria” e all'accettazione degli 80.000 euro (che in tal caso sarebbero liquidati subito!), cosa che sta facendo ulteriormente vacillare tutti gli sforzi di chi, nonostante la stanchezza e le difficoltà economiche sempre più pressanti, ha scelto di restare ancorato al proprio posto di lavoro e di preservare la compattezza interna.

Chiediamo quindi a M. di spiegarci meglio quali siano i rapporti esistenti oggi all'interno dell'impianto e come la lotta li abbia modificati. Appare chiaro che, all'indomani di un'unità d'intenti trovata e poi maturata nella lotta e nella forza dello sciopero a oltranza, la logica del "divide et impera" adottata dalla dirigenza rende la fase attuale delicatissima, nell'ottica di una preservazione del risultato raggiunto dai lavoratori. Certo, la componente più sindacalizzata, quella che con più protagonismo e consapevolezza ha affrontato la mobilitazione, è tornata sul posto di lavoro potendo contare su rapporti ben più saldi e forti di prima.

Non è dunque un'esperienza compiuta, quella dell'AST di Terni, anzi. Il giro di boa del 3 dicembre ha segnato l'ingresso in una fase ancora più importante, quella del referendum, il cui esito sembra scritto ma può riservare qualche sorpresina. Soprattutto ha configurato una fase di assoluta attenzione rispetto alla prossima applicazione degli impegni presi da parte della Thyssen, del piano di investimenti.
Dunque c'è ancora molto da discutere, da concordare, da pianificare per il lavoro politico quotidiano e per la lotta dei prossimi mesi e dei prossimi anni.

Nel concludere la chiacchierata, però, al di là dell'amarezza e delle difficoltà da affrontare, c'è da prendere atto anche di una grandissima consapevolezza di tutto ciò che di buono c'è nell'esperienza degli scorsi mesi, quello di una vertenza che è diventata simbolo di questo autunno di rinnovato protagonismo operaio, che ha fatto da esempio concreto e da iniettore di fiducia e di forza a centinaia e migliaia di lavoratori che nella lotta dell'AST si sono identificati e continuano a identificarsi ogni giorno, scendendo in piazza, scioperando o solo pensando di intraprendere un percorso duro come quello dell'apertura di una vertenza lavorativa.

Si riparte da qui, da tanta forza e da tanto coraggio dati e ricevuti, dalla consapevolezza della propria forza, sia essa immediatamente esercitabile o ancora potenziale; dalla creazione di nuovi e importanti legami con altre realtà lavorative in lotta, prime fra tutte quella della Lucchini di Piombino e dell'Ilva di Taranto, poi ancora dei lavoratori Meridiana e tanti altri come quelli della Jabil o della TRW con cui ci si è incontrati e confrontati sotto al MISE alcune settimane fa.

E infine l'imprescindibilità di un lavoro quotidiano e tenace, anche se silenzioso. Perchè M. ci ricorda che la lotta degli operai dell'AST non è iniziata quattro mesi fa e non è partita dalle prime pagine dei giornali, ma dura da circa tre anni, da quando le acciaierie furono cedute all'Outokumpu, nel gennaio 2012, per poi tornare nelle mani della multinazionale tedesca. Anche allora i lavoratori scesero in piazza per difendere il proprio posto di lavoro e affrontarono la polizia ricevendo manganellate che non sono state riprese dalle televisioni di tutta Italia. Guardando a ieri e facendo un bilancio di questa nuova fase di lotta non può non prendere atto di una rinnovata forza nell'aver dato un importante stop alla Thyssen, nonostante la consapevolezza che non è finita qua e la parte difficile viene nei prossimi mesi e nei prossimi anni.