di Giuliano Granato
Cosa si può dire e cosa, al contrario, non si può dire nel dibattito pubblico? Negli ultimi anni l’ultradestra ha fatto passare l’idea che, tanto a livello internazionale, quanto a livello italiano, si sia imposta una forma di censura informale, il “politicamente corretto”. In sintesi, ci sarebbero opinioni, idee e parole che non possono più essere né pensate né proferite, perché invise ai “poteri forti”, pena l’emarginazione se non il silenziamento nel dibattito pubblico.
Fin qui siamo di fronte a una delle caratteristiche dell’ultradestra internazionale: spacciarsi per vittima, per quella “parte” schiacciata da una maggioranza di bigotti e “buonisti” quando, al contrario, il “politicamente scorretto” che professa è una sorta di nuovo mainstream, accolto e spesso ben retribuito, tanto dal potere politico quanto da quello mediatico.
A sostenere la tesi della dittatura del “politicamente corretto” infatti sono solitamente personaggi che godono di enorme spazio mediatico sui principali canali mainstream, da quelli TV a quelli radio. E che, quindi, quelle idee e quelle parole le pronunciano con forza davanti a milioni e milioni di persone che le ascoltano quotidianamente.
Vannacci e Cruciani sono solo due degli esempi di un “politicamente scorretto” che si spaccia per minoranza vessata e che, al contrario, gode di piena cittadinanza, offerta tanto dal potere politico – un partito politico di governo come la Lega che consegna a Vannacci una candidatura prima e una vice-segreteria federale poi – quanto da quello mediatico ed economico (La Zanzara va in onda quotidianamente su Radio24, organo della Confindustria).
Questo non significa, però, che tutte le opinioni, idee e parole possano essere liberamente espresse. La censura esiste, solo che non risiede lì dove l’ultradestra vorrebbe indirizzare i nostri sguardi. Ci sono cioè ambiti in cui ognuna e ognuno di noi è considerato cittadina e cittadino e, in quanto tale, titolare di diritti che può esercitare in determinati luoghi: la propria casa, la strada, finanche i social network. Esistono però altri luoghi fisici in cui smettiamo di essere cittadini, in cui un diritto costituzionalmente garantito come la libertà di espressione troppo spesso non arriva: i posti di lavoro.
Non perché ci siano norme che vietano formalmente l’esercizio dei nostri diritti, sulla carta rimangono. Ma è come se la Costituzione formale si fermasse ai cancelli delle fabbriche e all’interno dei luoghi di lavoro vigessero altre leggi.
Il licenziamento di Michele Madonna, operaio della ex Jabil di Marcianise (CE), oggi TMA, e dirigente dell’Unione Sindacale di Base (USB), testimonia proprio la distanza tra leggi formali e leggi “reali”.
Michele è stato licenziato il 24 novembre perché, sostiene l’impresa TMA, si sarebbe “interrotto il rapporto fiduciario”. A far venire meno la fiducia – termine scelto dal Vocabolario della lingua italiana Treccani come parola dell’anno 2025 – sarebbero state le dichiarazioni che Michele ha rilasciato in diverse occasioni (riportate nella lettera di contestazione dell’11 novembre), criticando la cessione dello stabilimento di Marcianise e dei suoi 406 dipendenti, già superstiti di precedenti spacchettamenti, dalla multinazionale statunitense Jabil alla piccola TMA. Un’operazione che una sindacalista della Fiom aveva così descritto: “È come voler far entrare un sottomarino in una scatoletta di tonno”.
Michele Madonna ha esercitato la sua libertà di espressione, osando criticare una cessione aziendale e avanzando dubbi sulla possibilità di tenuta sul lungo termine di produzioni e occupazione. Se il dissenso è il sale della democrazia, è evidente che c’è chi concepisce le fabbriche come caserme in cui l’unica espressione consentita è “signorsì signore”.
Criticare l’impresa, ecco il “politicamente scorretto” che per davvero è sottoposto a censura e addirittura a licenziamento. E, guarda caso, è la libertà dell’operaio di criticare la propria azienda che non viene difesa dall’ultradestra che pure si sgola all’urlo “libertà, libertà, libertà”.
Essere oggi al fianco di Michele Madonna non significa solamente difendere la possibilità di un lavoratore di mantenere il proprio reddito e il proprio posto di lavoro; significa difendere un’idea di democrazia sostanziale e, al contempo, rifiutare quella di una democrazia formale che si arresta sulla soglia dei luoghi di lavoro.
Significa rivendicare l’idea – questa sì “politicamente scorretta” – che le imprese non siano piccoli Staterelli in cui vige una sorta di Ancient Regime, un modello, cioè, in cui la volontà del padrone è paragonabile a quella del Re Sole, una volontà che si fa legge e che si impone al di sopra della Costituzione formale.
E, ancora, essere al fianco di Michele, così come di Pasquale Zeno – vittima di licenziamento disciplinare ad agosto, a pochi giorni dall’arrivo della nuova proprietà – e degli operai TMA (ex Jabil) che hanno ricevuto lettere di contestazione significa non arrendersi al destino di desertificazione industriale che un’intera classe dominante – di destra, centro, sinistra – ci regala da decenni come “destino manifesto” e che viene accompagnato da un’emigrazione che tra il 2011 e il 2024 ha visto partire dalla sola Campania addirittura 158mila giovani tra i 18 e i 34 anni (dati CNEL).
Martedì essere in piazza a Caserta per il corteo convocato da USB alle 11:00 significa riconoscere nelle parole e nelle azioni di Michele Madonna la difesa della libertà di espressione, della dignità dei lavoratori, del presente e futuro occupazionale di un intero territorio contro l’autoritarismo imprenditoriale e il rischio di un’ulteriore impoverimento produttivo che contribuirebbe a fare della nostra terra sempre più un “deserto di lavoro” laddove avevamo “terra di lavoro”.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/07/2020
Le crisi dell’industria e la strategia dello stallo
La recessione ha dato alle aziende un alibi perfetto per giustificare tagli, chiusure e delocalizzazioni e rivedere piani industriali già approvati. La strategia del governo è prendere tempo, rallentando un declino che appare ormai inesorabile.
Durante i mesi di lockdown, non è quasi passato giorno senza che al ministero dello Sviluppo economico (Mise) si riunisse un tavolo di crisi. Si è trattato di riunioni virtuali, in videoconferenza, per evitare assembramenti e contagi trasversali tra amministratori delegati, funzionari governativi e rappresentanti sindacali. A quelle più importanti ha partecipato pure il ministro pentastellato Stefano Patuanelli. I verbali degli incontri raccontano di una strategia dello stallo che diluisce e rallenta il decorso dell’inesorabile declino industriale italiano, senza però che questa serva a fermarlo o a invertire la rotta.
Anzi, subito dopo la riapertura, la Jabil, un’azienda che produce componenti elettronici, ha fatto capire come sarebbe stato il futuro industriale dell’Italia dopo la pandemia, compiendo il primo passo di quella che rischia di essere una lunga stagione di licenziamenti e ristrutturazioni. Alla fine di maggio la multinazionale americana ha licenziato in tronco 190 dipendenti dello stabilimento di Marcianise, nel Casertano, senza concedere la cassa integrazione per il coronavirus prevista dalla legge e senza rispettare il divieto di licenziamenti fino alla fine dell’estate deciso dal governo. Nella lista delle persone da mandare via la multinazionale americana non aveva riguardo per nessuno: c’erano marito e moglie entrambi dipendenti, il consorte di una donna già incentivata all’esodo negli anni passati e pure il genero di un imprenditore ucciso dalla camorra. Di fronte alle proteste per l’insensibilità dei manager d’oltreoceano, il 3 giugno l’azienda ha fatto una parziale marcia indietro, concedendo gli ammortizzatori sociali senza però recedere sul taglio del personale. Il 21 giugno, in una nota unitaria i sindacati confederali si sono detti “fortemente preoccupati per gli ulteriori cali di commesse”, anticamera della dismissione o di nuovi tagli.
Un anno fa, i tavoli di crisi aperti al Mise erano 144, appena cinque in meno. A spulciare l’elenco, si scopre che poco o niente è cambiato. Anche alcuni casi che sembravano in via di risoluzione, come quello della Bekaert di Figline Valdarno o della ex Embraco torinese, rimangono delle piaghe aperte, appena tamponate dagli ammortizzatori sociali. La recessione post-pandemia concede alle aziende un alibi perfetto per giustificare tagli, chiusure e delocalizzazioni già previste, e per non rispettare accordi siglati e piani industriali approvati, spesso scaricando i debiti sulle aziende dell’indotto e sullo Stato. Dalla Whirlpool di Napoli che chiuderà a fine ottobre mandando a casa 450 operai alla Porto Industriale Cagliari Spa, dalla Blutec di Termini Imerese alla Bosch di Bari, quasi 300 mila lavoratori rischiano il posto entro l’autunno. Ottantamila di questi sono nel settore metalmeccanico e per questo la Fiom-Cgil chiede il blocco dei licenziamenti.
Il governo sembra impotente, ma soprattutto non pare avere una strategia per mantenere le produzioni in Italia o per indirizzare su un altro binario un modello di sviluppo fondato sull’industria pesante e sulla manifattura. Emblematico è il caso della Whirlpool, che da un anno prova a lasciare lo stabilimento di Napoli, un piccolo gioiello con standard tecnologici e produttivi nordeuropei, per spostare la produzione di lavatrici dal sud Italia verso la Polonia e la Cina, dopo aver già ridimensionato il polo casertano di Carinaro trasformandolo in un deposito di pezzi di ricambio. Il 16 gennaio, in una riunione al ministero dello Sviluppo economico l’amministratore delegato per l’Italia, Luigi La Morgia, ha sostenuto che l’impianto di Napoli perde venti milioni di euro all’anno e non c’è più la sostenibilità economica per la produzione di lavatrici. Chi era presente ricorda una frase del ministro pentastellato Stefano Patuanelli che ha fatto storcere la bocca ai rappresentanti dei lavoratori: “Non ho strumenti per fermare una multinazionale”.
In realtà, uno strumento per costringere la Whirlpool a non delocalizzare ci sarebbe. È il Piano industriale 2019-2021, firmato il 25 ottobre 2018 allo stesso Mise dall’allora ministro Luigi Di Maio, dai rappresentanti dell’azienda, dai sindacati e dalle Regioni che ospitano gli stabilimenti italiani. L’accordo prevede, in cambio di ammortizzatori sociali e incentivi economici, un investimento di 17 milioni di euro per creare a Napoli un polo per la produzione di lavatrici di alta gamma. L’accordo è stato messo in discussione dalla multinazionale americana dopo appena sei mesi, senza nessuna obiezione dal ministero di via XX Settembre. Il 31 maggio 2019, la multinazionale americana ha annunciato ai sindacati che la fabbrica sarebbe stata chiusa di lì a qualche mese. “Ci mostrarono un grafico con tutti gli stabilimenti europei, solo quello napoletano era barrato con una X rossa”, ha ricordato Vincenzo Accurso, rappresentante sindacale della Uilm. Poco dopo, i lavoratori hanno ricevuto una lettera nella quale veniva annunciato il loro trasferimento a un’altra società, la Passive refrigeration solutions (Prs), una “start up” dai finanziatori sconosciuti, senza neppure un sito web e che non ha mai prodotto nulla, con sede al numero 16 di corso Elvezia a Lugano. Nulla più che una “bucalettere”, una casella postale, come l’hanno definita i media svizzeri.
Il governo ha creduto alle parole della Whirlpool senza chiedere all’amministratore delegato di sostanziare le perdite della succursale napoletana mostrando i bilanci. Al termine della riunione di metà gennaio, il ministro dello Sviluppo economico ha proposto di dare un mandato all’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, per cercare un compratore. L’amministratore delegato La Morgia, un pescarese di 43 anni che aveva cominciato la scalata ai vertici dell’azienda proprio come direttore dello stabilimento partenopeo, ha acconsentito. Il 16 marzo lo stesso Arcuri è stato poi nominato dal governo commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 e al Mise nessuno si è più occupato della Whirlpool. La fabbrica chiuderà i battenti il 31 ottobre e a via XX Settembre pensano ancora che la salvezza potrebbe arrivare dalla società “bucalettere” di Lugano.
Non è andata meglio per le acciaierie, dove si assiste a un progressivo smantellamento senza che da nessuna parte ci siano piani di riconversione di alcun genere. Se Jindal a Piombino stenta a decollare e a Trieste il 9 aprile la Ferriera ha spento l’altoforno, all’Ilva di Taranto il 5 giugno Arcelor Mittal ha presentato l’ennesimo piano industriale: un documento di cinquecento pagine nel quale la multinazionale prevede un calo della produzione a sei milioni di tonnellate l’anno, utilizzando tre altiforni su cinque, e 3.200 esuberi, ai quali vanno aggiunti i 1.800 lavoratori già in cassa integrazione che l’azienda aveva promesso di reintegrare. Anche in questo caso il Covid-19 c’entra poco, perché l’azienda ha approfittato dell’emergenza virus per confermare i tagli già previsti ed evitare di riassorbire i cassintegrati di lunga data delle aree a freddo, come previsto dall’accordo stipulato al momento dell’acquisto.
Il 28 maggio, agli Acciai Speciali Terni l’amministratore delegato Massimiliano Burelli ha spiegato in videoconferenza al ministro Patuanelli che per quest’anno “stimiamo un calo del 35 per cento di acciaio fuso rispetto al milione di tonnellate che ci eravamo posti come obiettivo”, “una riduzione delle spedizioni dell’80 per cento” per il tubificio e “tra il 30 e il 40 per cento” per il “freddo”, destinato alle filiere dell’auto e degli elettrodomestici. Alle storiche acciaierie ternane, nonostante il progressivo ridimensionamento, lavorano ancora 2.350 persone e una loro crisi sarebbe un vero e proprio terremoto per una città che da più di un secolo ruota attorno alla fabbrica.
A Terni è esplosa pure la crisi della Teofran, un’azienda che produce film alimentari e impiega centocinquanta persone. I proprietari, il gruppo indiano Jindal, hanno già chiuso lo stabilimento di Battipaglia, nel Salernitano, mandando a casa ottanta lavoratori e spostando i macchinari verso altri stabilimenti all’estero, e ora potrebbero apprestarsi a fare lo stesso in Umbria. Qui nel giro di un anno si è passati da una produzione di mille tonnellate ad appena duecentoquaranta, nonostante le richieste siano aumentate perché molte aziende che producono biscotti e merendine hanno dovuto sostituire le confezioni preparate per le Olimpiadi e gli Europei di calcio, sospesi a causa del Covid-19. L’11 giugno i lavoratori hanno scioperato e il 17 l’azienda si è presentata al tavolo convocato al Mise con un piano industriale diverso da quello inviato ai sindacati. L’amministratore delegato Manfred Kaufmann ha mostrato delle slide nelle quali si evidenziava la crisi del settore e una contrazione dei volumi prodotti, annunciando un taglio di dodici posti di lavoro.
In coincidenza con il lockdown, è esplosa pure la crisi del terzo gruppo italiano, le Acque Minerali Italiane (Ami) del gruppo Pessina. Il 28 febbraio l’Ami ha chiuso improvvisamente gli stabilimenti di San Gemini e Amerino, da dove escono le omonime acque e pure l’Aura, la Fabia e la Grazia, spedendo gli 86 dipendenti in cassa integrazione. Motivo: mancavano i tappi per chiudere le bottiglie, tutte di plastica perché la linea del vetro che per decenni aveva caratterizzato il marchio Sangemini era già stata fermata un anno fa dagli acciacchi e dall’assenza di manutenzione. L’azienda non aveva soldi per pagare i fornitori. Il 2 marzo, a impianti fermi, la società ha presentato al tribunale di Milano una richiesta di concordato preventivo “in bianco”. Il 12 marzo, azienda e sindacati si sono riuniti in videoconferenza con il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli per discutere della situazione. L’amministratore delegato Massimo Pessina ha annunciato la riapertura al 60 per cento dello stabilimento di San Gemini e promesso un piano industriale entro il 18 giugno. Gli operai sono tornati al lavoro il 16 marzo, ma la produzione a scartamento ridotto, su una sola linea, ha fatto quasi sparire le acque umbre dagli scaffali dei supermercati. Nemmeno a dirlo, dopo tre mesi del piano industriale non c’era ombra.
Rischia grosso pure il polo degli occhiali, che impiega 18 mila persone tra il Bellunese e il Friuli. Nei primi tre mesi dell’anno, le vendite di occhiali sono calate del 21,4 per cento e la Safilo si è vista cancellare una commessa di duecento milioni di euro da parte di Dior per la produzione di occhiali di lusso. La multinazionale di origini italiane, dal 2009 di proprietà del fondo olandese Hal, ha così deciso di tagliare duecentocinquanta posti a Martignacco, in Friuli, quattrocento nella fabbrica di Longarone, nel bellunese, e altri cinquanta a Padova, e di spostarsi in Cina. Il 25 maggio ha annunciato un accordo con Ports Asia, una holding cinese dalla quale ha ottenuto “una licenza decennale per il design, la produzione e la distribuzione di occhiali da sole e montature da vista”. Il 29 maggio, ultimo giorno di lavoro a Martignacco, gli operai hanno lasciato la fabbrica tappezzandola di messaggi. “Abbiamo lavorato fino all’ultimo pezzo con le lacrime agli occhi nonostante sapessimo che oggi avremmo scritto la parola fine”, si leggeva su un post-it incollato a una vetrata.
Il Covid-19 ha fatto emergere pure la profonda sofferenza del settore calzaturiero. Negli ultimi mesi hanno presentato richiesta di concordato “in bianco” la Conbipel, un’azienda astigiana controllata dal fondo americano Oaktree e con negozio principale in corso Buenos Aires a Milano, la Pittarosso di Legnano, controllata dal fondo Lion Capital, e la torinese Scarpe&Scarpe. In tutti e tre i casi, il pre-fallimento è stato motivato con la chiusura dei negozi a causa del Covid-19 e l’azzeramento delle vendite, anche se in realtà tutte avevano una pesante situazione debitoria alle spalle. A rischiare il posto sono in totale circa seimila dipendenti.
La strategia del governo è prendere tempo, allungando i tempi della cassa integrazione e bloccando i licenziamenti, con l’intenzione di diluire le crisi nel tempo e non farle precipitare tutte insieme, accompagnando il declino italiano senza invertirne la rotta.
Fonte
Durante i mesi di lockdown, non è quasi passato giorno senza che al ministero dello Sviluppo economico (Mise) si riunisse un tavolo di crisi. Si è trattato di riunioni virtuali, in videoconferenza, per evitare assembramenti e contagi trasversali tra amministratori delegati, funzionari governativi e rappresentanti sindacali. A quelle più importanti ha partecipato pure il ministro pentastellato Stefano Patuanelli. I verbali degli incontri raccontano di una strategia dello stallo che diluisce e rallenta il decorso dell’inesorabile declino industriale italiano, senza però che questa serva a fermarlo o a invertire la rotta.
Anzi, subito dopo la riapertura, la Jabil, un’azienda che produce componenti elettronici, ha fatto capire come sarebbe stato il futuro industriale dell’Italia dopo la pandemia, compiendo il primo passo di quella che rischia di essere una lunga stagione di licenziamenti e ristrutturazioni. Alla fine di maggio la multinazionale americana ha licenziato in tronco 190 dipendenti dello stabilimento di Marcianise, nel Casertano, senza concedere la cassa integrazione per il coronavirus prevista dalla legge e senza rispettare il divieto di licenziamenti fino alla fine dell’estate deciso dal governo. Nella lista delle persone da mandare via la multinazionale americana non aveva riguardo per nessuno: c’erano marito e moglie entrambi dipendenti, il consorte di una donna già incentivata all’esodo negli anni passati e pure il genero di un imprenditore ucciso dalla camorra. Di fronte alle proteste per l’insensibilità dei manager d’oltreoceano, il 3 giugno l’azienda ha fatto una parziale marcia indietro, concedendo gli ammortizzatori sociali senza però recedere sul taglio del personale. Il 21 giugno, in una nota unitaria i sindacati confederali si sono detti “fortemente preoccupati per gli ulteriori cali di commesse”, anticamera della dismissione o di nuovi tagli.
Un anno fa, i tavoli di crisi aperti al Mise erano 144, appena cinque in meno. A spulciare l’elenco, si scopre che poco o niente è cambiato. Anche alcuni casi che sembravano in via di risoluzione, come quello della Bekaert di Figline Valdarno o della ex Embraco torinese, rimangono delle piaghe aperte, appena tamponate dagli ammortizzatori sociali. La recessione post-pandemia concede alle aziende un alibi perfetto per giustificare tagli, chiusure e delocalizzazioni già previste, e per non rispettare accordi siglati e piani industriali approvati, spesso scaricando i debiti sulle aziende dell’indotto e sullo Stato. Dalla Whirlpool di Napoli che chiuderà a fine ottobre mandando a casa 450 operai alla Porto Industriale Cagliari Spa, dalla Blutec di Termini Imerese alla Bosch di Bari, quasi 300 mila lavoratori rischiano il posto entro l’autunno. Ottantamila di questi sono nel settore metalmeccanico e per questo la Fiom-Cgil chiede il blocco dei licenziamenti.
Il governo sembra impotente, ma soprattutto non pare avere una strategia per mantenere le produzioni in Italia o per indirizzare su un altro binario un modello di sviluppo fondato sull’industria pesante e sulla manifattura. Emblematico è il caso della Whirlpool, che da un anno prova a lasciare lo stabilimento di Napoli, un piccolo gioiello con standard tecnologici e produttivi nordeuropei, per spostare la produzione di lavatrici dal sud Italia verso la Polonia e la Cina, dopo aver già ridimensionato il polo casertano di Carinaro trasformandolo in un deposito di pezzi di ricambio. Il 16 gennaio, in una riunione al ministero dello Sviluppo economico l’amministratore delegato per l’Italia, Luigi La Morgia, ha sostenuto che l’impianto di Napoli perde venti milioni di euro all’anno e non c’è più la sostenibilità economica per la produzione di lavatrici. Chi era presente ricorda una frase del ministro pentastellato Stefano Patuanelli che ha fatto storcere la bocca ai rappresentanti dei lavoratori: “Non ho strumenti per fermare una multinazionale”.
In realtà, uno strumento per costringere la Whirlpool a non delocalizzare ci sarebbe. È il Piano industriale 2019-2021, firmato il 25 ottobre 2018 allo stesso Mise dall’allora ministro Luigi Di Maio, dai rappresentanti dell’azienda, dai sindacati e dalle Regioni che ospitano gli stabilimenti italiani. L’accordo prevede, in cambio di ammortizzatori sociali e incentivi economici, un investimento di 17 milioni di euro per creare a Napoli un polo per la produzione di lavatrici di alta gamma. L’accordo è stato messo in discussione dalla multinazionale americana dopo appena sei mesi, senza nessuna obiezione dal ministero di via XX Settembre. Il 31 maggio 2019, la multinazionale americana ha annunciato ai sindacati che la fabbrica sarebbe stata chiusa di lì a qualche mese. “Ci mostrarono un grafico con tutti gli stabilimenti europei, solo quello napoletano era barrato con una X rossa”, ha ricordato Vincenzo Accurso, rappresentante sindacale della Uilm. Poco dopo, i lavoratori hanno ricevuto una lettera nella quale veniva annunciato il loro trasferimento a un’altra società, la Passive refrigeration solutions (Prs), una “start up” dai finanziatori sconosciuti, senza neppure un sito web e che non ha mai prodotto nulla, con sede al numero 16 di corso Elvezia a Lugano. Nulla più che una “bucalettere”, una casella postale, come l’hanno definita i media svizzeri.
Il governo ha creduto alle parole della Whirlpool senza chiedere all’amministratore delegato di sostanziare le perdite della succursale napoletana mostrando i bilanci. Al termine della riunione di metà gennaio, il ministro dello Sviluppo economico ha proposto di dare un mandato all’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, per cercare un compratore. L’amministratore delegato La Morgia, un pescarese di 43 anni che aveva cominciato la scalata ai vertici dell’azienda proprio come direttore dello stabilimento partenopeo, ha acconsentito. Il 16 marzo lo stesso Arcuri è stato poi nominato dal governo commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 e al Mise nessuno si è più occupato della Whirlpool. La fabbrica chiuderà i battenti il 31 ottobre e a via XX Settembre pensano ancora che la salvezza potrebbe arrivare dalla società “bucalettere” di Lugano.
Non è andata meglio per le acciaierie, dove si assiste a un progressivo smantellamento senza che da nessuna parte ci siano piani di riconversione di alcun genere. Se Jindal a Piombino stenta a decollare e a Trieste il 9 aprile la Ferriera ha spento l’altoforno, all’Ilva di Taranto il 5 giugno Arcelor Mittal ha presentato l’ennesimo piano industriale: un documento di cinquecento pagine nel quale la multinazionale prevede un calo della produzione a sei milioni di tonnellate l’anno, utilizzando tre altiforni su cinque, e 3.200 esuberi, ai quali vanno aggiunti i 1.800 lavoratori già in cassa integrazione che l’azienda aveva promesso di reintegrare. Anche in questo caso il Covid-19 c’entra poco, perché l’azienda ha approfittato dell’emergenza virus per confermare i tagli già previsti ed evitare di riassorbire i cassintegrati di lunga data delle aree a freddo, come previsto dall’accordo stipulato al momento dell’acquisto.
Il 28 maggio, agli Acciai Speciali Terni l’amministratore delegato Massimiliano Burelli ha spiegato in videoconferenza al ministro Patuanelli che per quest’anno “stimiamo un calo del 35 per cento di acciaio fuso rispetto al milione di tonnellate che ci eravamo posti come obiettivo”, “una riduzione delle spedizioni dell’80 per cento” per il tubificio e “tra il 30 e il 40 per cento” per il “freddo”, destinato alle filiere dell’auto e degli elettrodomestici. Alle storiche acciaierie ternane, nonostante il progressivo ridimensionamento, lavorano ancora 2.350 persone e una loro crisi sarebbe un vero e proprio terremoto per una città che da più di un secolo ruota attorno alla fabbrica.
A Terni è esplosa pure la crisi della Teofran, un’azienda che produce film alimentari e impiega centocinquanta persone. I proprietari, il gruppo indiano Jindal, hanno già chiuso lo stabilimento di Battipaglia, nel Salernitano, mandando a casa ottanta lavoratori e spostando i macchinari verso altri stabilimenti all’estero, e ora potrebbero apprestarsi a fare lo stesso in Umbria. Qui nel giro di un anno si è passati da una produzione di mille tonnellate ad appena duecentoquaranta, nonostante le richieste siano aumentate perché molte aziende che producono biscotti e merendine hanno dovuto sostituire le confezioni preparate per le Olimpiadi e gli Europei di calcio, sospesi a causa del Covid-19. L’11 giugno i lavoratori hanno scioperato e il 17 l’azienda si è presentata al tavolo convocato al Mise con un piano industriale diverso da quello inviato ai sindacati. L’amministratore delegato Manfred Kaufmann ha mostrato delle slide nelle quali si evidenziava la crisi del settore e una contrazione dei volumi prodotti, annunciando un taglio di dodici posti di lavoro.
In coincidenza con il lockdown, è esplosa pure la crisi del terzo gruppo italiano, le Acque Minerali Italiane (Ami) del gruppo Pessina. Il 28 febbraio l’Ami ha chiuso improvvisamente gli stabilimenti di San Gemini e Amerino, da dove escono le omonime acque e pure l’Aura, la Fabia e la Grazia, spedendo gli 86 dipendenti in cassa integrazione. Motivo: mancavano i tappi per chiudere le bottiglie, tutte di plastica perché la linea del vetro che per decenni aveva caratterizzato il marchio Sangemini era già stata fermata un anno fa dagli acciacchi e dall’assenza di manutenzione. L’azienda non aveva soldi per pagare i fornitori. Il 2 marzo, a impianti fermi, la società ha presentato al tribunale di Milano una richiesta di concordato preventivo “in bianco”. Il 12 marzo, azienda e sindacati si sono riuniti in videoconferenza con il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli per discutere della situazione. L’amministratore delegato Massimo Pessina ha annunciato la riapertura al 60 per cento dello stabilimento di San Gemini e promesso un piano industriale entro il 18 giugno. Gli operai sono tornati al lavoro il 16 marzo, ma la produzione a scartamento ridotto, su una sola linea, ha fatto quasi sparire le acque umbre dagli scaffali dei supermercati. Nemmeno a dirlo, dopo tre mesi del piano industriale non c’era ombra.
Rischia grosso pure il polo degli occhiali, che impiega 18 mila persone tra il Bellunese e il Friuli. Nei primi tre mesi dell’anno, le vendite di occhiali sono calate del 21,4 per cento e la Safilo si è vista cancellare una commessa di duecento milioni di euro da parte di Dior per la produzione di occhiali di lusso. La multinazionale di origini italiane, dal 2009 di proprietà del fondo olandese Hal, ha così deciso di tagliare duecentocinquanta posti a Martignacco, in Friuli, quattrocento nella fabbrica di Longarone, nel bellunese, e altri cinquanta a Padova, e di spostarsi in Cina. Il 25 maggio ha annunciato un accordo con Ports Asia, una holding cinese dalla quale ha ottenuto “una licenza decennale per il design, la produzione e la distribuzione di occhiali da sole e montature da vista”. Il 29 maggio, ultimo giorno di lavoro a Martignacco, gli operai hanno lasciato la fabbrica tappezzandola di messaggi. “Abbiamo lavorato fino all’ultimo pezzo con le lacrime agli occhi nonostante sapessimo che oggi avremmo scritto la parola fine”, si leggeva su un post-it incollato a una vetrata.
Il Covid-19 ha fatto emergere pure la profonda sofferenza del settore calzaturiero. Negli ultimi mesi hanno presentato richiesta di concordato “in bianco” la Conbipel, un’azienda astigiana controllata dal fondo americano Oaktree e con negozio principale in corso Buenos Aires a Milano, la Pittarosso di Legnano, controllata dal fondo Lion Capital, e la torinese Scarpe&Scarpe. In tutti e tre i casi, il pre-fallimento è stato motivato con la chiusura dei negozi a causa del Covid-19 e l’azzeramento delle vendite, anche se in realtà tutte avevano una pesante situazione debitoria alle spalle. A rischiare il posto sono in totale circa seimila dipendenti.
La strategia del governo è prendere tempo, allungando i tempi della cassa integrazione e bloccando i licenziamenti, con l’intenzione di diluire le crisi nel tempo e non farle precipitare tutte insieme, accompagnando il declino italiano senza invertirne la rotta.
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02/06/2020
Jabil, i lavoratori licenziati: “Traditi dai sindacati”
In una lettera aperta, i lavoratori della Jabil licenziati denunciano una situazione inaccettabile:
“In seguito alla presa visione della griglia con i punteggi attribuiti per la determinazione della lista dei licenziati, i lavoratori denunciano con forza brogli evidenti che non tengono conto dei criteri stabiliti dalla legge oltre a spostamenti di alcuni su attività strategiche, all’ultimo minuto, trasgredendo quanto stabilito dalla procedura, ovvero la cristallizzazione dei reparti all’atto dell’apertura della procedura.
Inoltre si sottolinea come nessun sindacalista, pur avendo i requisiti contemplati, sia stato colpito dal provvedimento, il che lascia presagire rapporti consociativi tra la direzione aziendale e RSU interna.
Si ribadisce con forza che nulla sarà lasciato al caso o intentato e che ci stiamo già attivando per dare mandato ad Avvocati esterni esperti in diritto del lavoro, pronti a portare alla luce fatti poco chiari.
Siamo pronti ad impugnare e a denunciare qualsiasi azione che non salvaguardi i nostri diritti, sia essa verso la direzione aziendale o verso Sindacalisti dalla condotta discutibile.
Non consentiamo a nessuno di giocare sulla nostra pelle e su quella delle nostre famiglie.
La lotta è dura ma non ci fa paura e siamo pronti a qualsiasi cosa, pur di ottenere il riconoscimento dell’ingiustizia e dei danni subiti.
Di concerto con i sindacalisti che rispecchiano il loro ruolo in modo limpido, si valuteranno anche mobilitazioni forti sul territorio volte ad una rapida risoluzione del caso che soddisfi le nostre richieste”.
Lavoratori licenziati Jabil
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“In seguito alla presa visione della griglia con i punteggi attribuiti per la determinazione della lista dei licenziati, i lavoratori denunciano con forza brogli evidenti che non tengono conto dei criteri stabiliti dalla legge oltre a spostamenti di alcuni su attività strategiche, all’ultimo minuto, trasgredendo quanto stabilito dalla procedura, ovvero la cristallizzazione dei reparti all’atto dell’apertura della procedura.
Inoltre si sottolinea come nessun sindacalista, pur avendo i requisiti contemplati, sia stato colpito dal provvedimento, il che lascia presagire rapporti consociativi tra la direzione aziendale e RSU interna.
Si ribadisce con forza che nulla sarà lasciato al caso o intentato e che ci stiamo già attivando per dare mandato ad Avvocati esterni esperti in diritto del lavoro, pronti a portare alla luce fatti poco chiari.
Siamo pronti ad impugnare e a denunciare qualsiasi azione che non salvaguardi i nostri diritti, sia essa verso la direzione aziendale o verso Sindacalisti dalla condotta discutibile.
Non consentiamo a nessuno di giocare sulla nostra pelle e su quella delle nostre famiglie.
La lotta è dura ma non ci fa paura e siamo pronti a qualsiasi cosa, pur di ottenere il riconoscimento dell’ingiustizia e dei danni subiti.
Di concerto con i sindacalisti che rispecchiano il loro ruolo in modo limpido, si valuteranno anche mobilitazioni forti sul territorio volte ad una rapida risoluzione del caso che soddisfi le nostre richieste”.
Lavoratori licenziati Jabil
Fonte
23/05/2020
Marcianise - Alla Jabil 190 licenziamenti nonostante il blocco. L’arroganza di una multinazionale
Lunedì 25 maggio scade il termine previsto per dare seguito unilateralmente alla procedura di licenziamento avviata dalla multinazionale statunitense Jabil il 24 giugno del 2019. Ma scade anche la cassa integrazione ordinaria per gli operai dello stabilimento di Marcianise (Caserta).
Da lunedì, la Jabil procederà al licenziamento collettivo dei dipendenti identificati, “sempre che essi non abbiano aderito agli schemi di ricollocamento e incentivazione offerti”. Lo ha comunicato l’azienda attraverso una nota e nonostante nel nostro paese sia in vigore il blocco dei licenziamenti dovuto all’emergenza Covid-19. Si tratta di ulteriori 190 licenziamenti dopo che altre centinaia di lavoratori sono stati messi fuori dalla fabbrica con incentivi all’esodo o mobilità.
A giugno del 2019 fu annunciato l’esubero di 350 lavoratori della fabbrica di Marcianise su un totale di 700. Di questi, 160 dipendenti accettarono di andarsene optando per la ricollocazione presso altre aziende con un incentivo di 10mila euro lordi – sono 80mila gli euro che la Jabil dà all’azienda che assume i suoi lavoratori – o con l’esodo volontario con un incentivo di 70mila euro lordi. Ma 190 lavoratori non hanno accettato nessuno dei due strumenti, ed ora hanno di fronte lo spettro del licenziamento.
Oggi il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo ha convocato il tavolo con azienda e sindacati sulla vertenza Jabil dopo l’annuncio dei licenziamenti.
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Da lunedì, la Jabil procederà al licenziamento collettivo dei dipendenti identificati, “sempre che essi non abbiano aderito agli schemi di ricollocamento e incentivazione offerti”. Lo ha comunicato l’azienda attraverso una nota e nonostante nel nostro paese sia in vigore il blocco dei licenziamenti dovuto all’emergenza Covid-19. Si tratta di ulteriori 190 licenziamenti dopo che altre centinaia di lavoratori sono stati messi fuori dalla fabbrica con incentivi all’esodo o mobilità.
A giugno del 2019 fu annunciato l’esubero di 350 lavoratori della fabbrica di Marcianise su un totale di 700. Di questi, 160 dipendenti accettarono di andarsene optando per la ricollocazione presso altre aziende con un incentivo di 10mila euro lordi – sono 80mila gli euro che la Jabil dà all’azienda che assume i suoi lavoratori – o con l’esodo volontario con un incentivo di 70mila euro lordi. Ma 190 lavoratori non hanno accettato nessuno dei due strumenti, ed ora hanno di fronte lo spettro del licenziamento.
Oggi il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo ha convocato il tavolo con azienda e sindacati sulla vertenza Jabil dopo l’annuncio dei licenziamenti.
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