Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
11/07/2026
Già dimenticati i medici cubani, l’Italia si astiene sul blocco a Cuba
Non è soltanto una votazione tecnica, ma l’ennesima testimonianza dell’isolamento diplomatico della politica statunitense verso l’isola caraibica. La richiesta cubana è stata accolta con una larga maggioranza: 136 Paesi hanno votato a favore dell’apertura del dibattito, 9 contro e 30 si sono astenuti.
Ancora una volta emerge una contraddizione evidente: una parte significativa della comunità internazionale riconosce che il bloqueo rappresenta uno strumento di pressione che colpisce soprattutto la popolazione civile, mentre Washington continua a difenderlo come strumento politico contro il governo cubano.
Il problema è che le sanzioni economiche, nella realtà concreta, non colpiscono soltanto le istituzioni, ma incidono sulla vita quotidiana di milioni di persone, sull’accesso alle risorse, ai medicinali, alle tecnologie e allo sviluppo economico.
Il voto delle Nazioni Unite assume quindi il valore di una denuncia del carattere anacronistico di una politica nata durante la Guerra fredda e ancora oggi mantenuta come elemento di pressione geopolitica.
Dopo oltre sessant’anni, il bloqueo continua a essere utilizzato come arma economica contro un Paese che, pur con tutte le proprie difficoltà e contraddizioni interne, ha difeso la propria sovranità e un modello sociale alternativo rispetto all’ordine dominante.
In questo quadro pesa particolarmente la scelta dell’Italia di astenersi. Un voto che appare incomprensibile alla luce della storia dei rapporti tra il popolo italiano e quello cubano. Durante la pandemia di Covid-19, Cuba inviò medici e personale sanitario in diversi Paesi colpiti dall’emergenza, compresa l’Italia, mostrando una pratica concreta di solidarietà internazionale. Quel gesto oggi sembra dimenticato nelle scelte della diplomazia italiana.
L’astensione italiana non è soltanto un atto diplomatico: è il segnale di una perdita di autonomia politica e di una subordinazione alle logiche dei grandi blocchi di potere.
Un Paese come l’Italia, che ha conosciuto nella propria storia il valore della solidarietà internazionale e della cooperazione tra popoli, avrebbe potuto assumere una posizione diversa, coerente con la propria tradizione costituzionale e con il principio del multilateralismo.
La vicenda cubana mostra ancora una volta il doppio standard dell’attuale sistema internazionale. Si invoca il rispetto del diritto internazionale quando conviene, mentre si tollerano politiche di embargo e sanzioni unilaterali che producono conseguenze sociali profonde.
La stessa centralità delle Nazioni Unite viene messa in discussione quando le decisioni dell’Assemblea Generale non coincidono con gli interessi delle grandi potenze.
Cuba, invece, continua a rappresentare un laboratorio politico e sociale che molti vorrebbero cancellare dalla storia. Non perché sia priva di problemi, ma perché dimostra che esistono modelli di sviluppo e relazioni internazionali fondati su principi diversi dalla subordinazione economica e militare.
Il voto dell’ONU non cancella il bloqueo, ma rafforza una consapevolezza: l’assedio contro Cuba non gode del consenso della maggioranza del mondo. È una battaglia diplomatica che si rinnova ogni anno e che evidenzia una frattura crescente tra il vecchio ordine unipolare e un mondo sempre più orientato verso il multipolarismo.
La lezione della pandemia avrebbe dovuto insegnare che nessun Paese può salvarsi da solo e che la cooperazione tra popoli è una necessità, non una concessione. Cuba, con i suoi medici e la sua solidarietà, lo ha ricordato concretamente.
Ieri il voto dell’ONU richiama tutti a una domanda fondamentale: quale idea di comunità internazionale vogliamo costruire? Una basata sui blocchi e sulle punizioni collettive oppure una fondata sul dialogo, sulla pace e sulla collaborazione tra nazioni sovrane?
Quello che emerge da questa vicenda è il volto di un’Italia sempre più subordinata alle logiche strategiche degli Stati Uniti, un’Italia che rinuncia a una propria autonomia di politica estera e si allinea alle posizioni di Washington anche quando queste entrano in contrasto con il sentimento della maggioranza della comunità internazionale.
L’astensione italiana sul bloqueo contro Cuba assume un valore politico preciso. Non appare come una scelta neutrale, ma come il risultato di un vincolo di fedeltà atlantica che finisce per prevalere sui principi del multilateralismo, della solidarietà tra popoli e della stessa tradizione diplomatica italiana. È una posizione particolarmente grave se confrontata con quella di altri Paesi europei, come Francia e Spagna, che hanno scelto invece di votare a favore del dibattito promosso contro il blocco economico imposto a Cuba.
Dopo le tensioni nei rapporti con Washington e il rapporto sempre più complesso tra Donald Trump e il governo italiano, con il presidente statunitense che in più occasioni ha mostrato un atteggiamento di aperta svalutazione nei confronti della leadership europea, l’astensione dell’Italia appare anche come un gesto di riallineamento politico, quasi la necessità di dimostrare fedeltà all’alleato americano.
Ma la politica estera di un grande Paese non può essere costruita sulla ricerca di approvazione da parte di un altro Stato. Il voto delle Nazioni Unite sul bloqueo cubano richiama invece l’esigenza di recuperare una voce autonoma, capace di difendere il diritto internazionale, il dialogo e la cooperazione tra popoli. Anche perché Cuba, nel momento più difficile della pandemia, non ha esportato sanzioni o pressioni, ma medici e solidarietà, aiutando concretamente anche l’Italia.
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28/06/2026
Dalla sindemia al grande caldo. Le differenze di classe pesano ancora, maledettamente
Sono stupidi i negazionisti che ricordano le loro estati calde da bambini. È vero, in estate ha sempre fatto caldo ma non lo faceva con questa continuità temporale, e il ciclo delle ore calde e delle ore fresche era più regolare... e vivibile, soprattutto nelle città dove asfalto, cemento, restituzione del calore e aria calda emessa dai condizionatori, non solo aumentano le temperature ma non consentono né agevolano l’alternarsi di quelle determinate dal solo calore solare.
Ed è proprio nelle città che il calore sta provocando problemi di salute più seri ma, anche in questo caso, con una maledettamente precisa differenziazione di classe. Non solo per chi è ancora costretto a lavorare nelle ore più calde nonostante prescrizioni e talvolta regolamentazioni che lo dovrebbero vietare.
Durante il Covid-19 abbiamo parlato spesso di sindemia invece che di pandemia e questa sottolineatura era più che corretta. Anche di fronte ad un fenomeno oggettivo come una pandemia, il fatto che si morisse o ci si ammalasse di più o di meno non era affatto indipendente dalle condizioni sociali, economiche, abitative, al contrario.
Sulle ondate di calore che attanagliano il nostro ed altri paesi, e in particolare nelle città, ci troviamo nuovamente di fronte ad un processo del tutto simile. Nelle aree urbane le temperature sono indubbiamente più alte. Gli esperti definiscono questa condizione come isole di calore.
L’Espresso segnale come nel 2024, secondo l’Osservatorio Italiano sulla povertà energetica (Oipe), oltre 2,4 milioni di famiglie – il 9,1% del totale, record storico – vivevano in condizioni di povertà energetica. Questo significa non riuscire ad accedere ai servizi energetici essenziali senza sacrificare una quota sproporzionata del proprio reddito. Del resto è prova empirica che le bollette di luce e gas siano praticamente raddoppiate negli ultimi quattro anni.
Ma il dato medio nazionale del 9,1% indicato dall’Osservatorio nasconde concentrazioni molto più alte del problema nelle periferie urbane e nel Mezzogiorno.
E il problema ormai non riguarda solo il riscaldamento invernale ma anche il refrigeramento estivo.
Nel 2013, meno del 29% delle famiglie italiane disponeva di un sistema di condizionamento. Oggi siamo saliti al 56%: un balzo notevole in poco più di un decennio, che rivela come le misure per proteggersi dal calore siano aumentate e il caldo sia diventato insostenibile.
Ma rovesciando il dato, questo significa anche che il 44% delle famiglie è ancora senza sistemi di condizionamento, e che molte di quelle che il condizionatore lo hanno installato, spesso lo usano poco, perché il costo della bolletta non è compatibile con il loro reddito. La riprova sono le bollette estive dell’elettricità che ormai eguagliano quelle invernali del gas, con una rincorsa dei prezzi che sta falcidiando i redditi delle famiglie.
Le vittime del caldo in Italia sono in prevalenza anziani, persone con patologie croniche, residenti in aree urbane dense, spesso in condizioni di solitudine o con scarse relazioni sociali. Sono, in larga misura, persone che non hanno avuto le risorse economiche per adeguare la propria casa a un clima che è cambiato in pochi anni.
Legambiente sta introducendo il concetto di “cooling poverty” – la povertà del raffrescamento – per descrivere l’impossibilità di mantenere temperature confortevoli in casa durante le ondate di calore. È un fenomeno che si concentra nelle periferie metropolitane dove vivono famiglie a basso reddito, dove mancano spazi verdi, ombreggiature, materiali edilizi adeguati, e dove gli edifici sono spesso tra i più scadenti dal punto di vista energetico.
Il famoso bonus del 110%, senza gli adeguati controlli, ha fatto si che il 49% dei fondi siano andati a coloro che – vivendo in ville o villette invece che in condomini – avevano meno necessità di proteggere dal freddo o dal caldo le proprie abitazioni, e che comunque avevano le risorse per poterlo fare in proprio. I palazzi di case popolari e comunali poi non ne hanno neanche “visto l’ombra”, ed è il proprio il caso di dirla così.
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12/08/2025
Media e virostar insorgono per alcune nuove nomime nel NITAG
La cornice mediatica, costruita chirurgicamente, ha innescato una sorta di macchina del fango: le opinioni dei due medici vengono presentate come “antiscientifiche”, mentre il racconto punta tutto sull’indignazione, la levata di scudi dell’opposizione e la reazione stizzita della “comunità scientifica”. Tra etichette diffamatorie di “no vax” e “terrapiattisti”, petizioni lampo e pressioni su Schillaci per spingerlo a revocare le nomine e le dimissioni di Francesca Russo, dirigente del Veneto, con un ultimatum al ministro: “O loro o me”. Una sorta di maccartismo, in cui il confronto si trasforma in tribunale virtuale e il dibattito scientifico in una gogna pubblica. Ironia della sorte, il prestigio scientifico di Bellavite, misurato internazionalmente attraverso il suo punteggio H-Index (l’indice che classifica i ricercatori in base alle pubblicazioni effettuate e alle citazioni dei loro lavori scientifici), che è di 51, è nettamente superiore a quello di diverse virostar come Roberto Burioni (fermo a 38) e Fabrizio Pregliasco (che ha 29 punti). Tuttavia, invece di analizzare il merito della produzione scientifica di Bellavite, è stata suonata la tromba dell’ennesima caccia alle streghe, con titoli a effetto che tuonano in merito al rischio dell’insinuarsi strisciante delle “pseudoscienze nelle istituzioni”, e articoli del calibro: “Schillaci senza vergogna nomina gli idoli dei no-vax nel comitato per le politiche vaccinali” (Il Domani).
A guidare le proteste è il Patto Trasversale per la Scienza, promosso da Guido Silvestri e Roberto Burioni, che ha lanciato una petizione per chiedere la revoca delle nomine su Change.org che, in pochi giorni, ha raccolto oltre 14 mila firme.
Quella messa in atto è la tecnica che negli studi sui media viene definita character assassination (distruzione della reputazione), con l’utilizzo di tecniche di manipolazione per screditare i due medici “eretici”, in modo da dipingerli come dei mezzi stregoni, etichettati dall’opposizione a “ultrà no vax” e ridotti dai quotidiani a “due esperti di omeopatia schierati al fianco dei gruppi no vax più rumorosi”.
Qual è la loro colpa? Aver espresso critiche e richieste di prudenza durante la gestione della pandemia e sulle vaccinazioni pediatriche anti-Covid. Già nel 2021, Bellavite aveva messo in dubbio la relazione tra rischi e benefici, parlando dei vaccini contro il Covid-19 nella trasmissione diMartedì su La7 («Chi ha paura del vaccino ha ragione, in un certo senso, perché mancavano informazioni su rischi e benefici»). Anche Serravalle ha sollevato questioni etiche e scientifiche riguardo alla moltiplicazione dei vaccini pediatrici, arrivando a paventare un tema tabù, ossia, una possibile correlazione con alcuni casi di autismo, senza però superare mai il limite della riflessione critica. Proprio Serravalle, con una decennale esperienza sul campo, ha deciso di adottare il principio di cautela, ricordando che «I vaccini possono causare reazioni avverse anche gravi» e che «Come tutti i farmaci non sono esenti da effetti collaterali». In un contesto sano, ciò dovrebbe alimentare un dibattito basato su dati, non essere motivo di esclusione. Invece, la prudenza metodologica viene impacchettata dentro il frame “no vax”, sinonimo di pericolo pubblico.
E, mentre si demonizza chi esprime un pensiero scientifico non omologato, si adotta il doppio standard e si chiude un occhio su possibili conflitti di interesse di altri membri del comitato legati a industrie farmaceutiche, come Emanuele Montomoli, ordinario di igiene presso l’Università degli Studi di Siena, fondatore, presidente (non con funzione esecutiva) e direttore scientifico di VisMederi, un’azienda biotecnologica che si occupa di sviluppo clinico di vaccini e di progetti nell’ambito delle malattie infettive emergenti, in collaborazione con le più importanti aziende farmaceutiche internazionali.
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08/07/2025
Giovedì il parlamento UE dibatterà la sifuducia a von der Leyen
La mozione di sfiducia porta la firma di circa 80 europarlamentari, un numero sufficiente per forzare il dibattito e il voto nell’assemblea plenaria giovedì prossimo. Se la mozione di sfiducia ottenesse la maggioranza dei 720 eurodeputati, l’intera Commissione dovrebbe dimettersi. Finora è successo solo nel 1999, al tempo di Santer, quando la Commissione europea dell’epoca fu costretta alla dimissioni anticipate e divenne presidente della Commissione Romano Prodi.
Con il volto teso la von der Leyen ha replicato alle accuse, ben consapevole che sta lottando per la sopravvivenza del suo potere per i prossimi quattro anni.
Le accuse contro la Presidente della Commissione europea sono tutt’altro che infondate. A maggio la Corte Europea aveva annullato la decisione della Commissione di annullare gli sms tra la von der Leyen e il boss della Pfizer, dando ragione all’inchiesta del New York Times, che aveva chiesto che venissero resi pubblici. La commissione non aveva spiegato in modo plausibile perché non fosse in possesso dei messaggi di testo, aveva affermato la sentenza.
La von der Leyen ha replicato alle accuse affermando che ci sono anche “preoccupazioni legittime” ma allo stesso tempo, in qualche modo l’ha “buttata in caciara”, definendo questa mozione di sfiducia il “più vecchio copione degli estremisti”, che i gruppi di destra al Parlamento europeo intendono creare un cuneo tra le istituzioni dell’UE alimentando le “teorie del complotto”, che i firmatari della mozione sono “oppositori della vaccinazione” ed infine ribadendo il refrain oggi di moda e valido per tutte le stagioni e per qualsiasi argomento, ossia che sono “difensori di Putin”. Insomma l’anatema al quale ricorrono tutti i politici di destra e “sinistra” quando sono messi alle corde.
Facendo forza sul suo ruolo internazionale in un contesto decisamente movimentato, la von der Leyen ha lanciato un appello ai deputati: “Non facciamo i giochi degli estremisti”. Per condurre negoziati commerciali con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump o per sostenere l’Ucraina nella guerra contro la Russia, “la UE deve dare prova di forza. Questo può essere fatto solo attraverso l’unità”.
Ad aiutare la von der Leyen c’è il fatto che la mozione di sfiducia provenga dal campo della destra nell’europarlamento, con la quale però ci sono bei pezzi della “maggioranza Ursula” che non nascondono di voler interloquire.
I capigruppo parlamentari dei cristiano-democratici, dei socialdemocratici, dei liberali e dei verdi hanno detto ieri che non vogliono votare insieme ai gruppi parlamentari di destra, rendendo prevedibile che giovedì la mozione di sfiducia non raggiunga la necessaria maggioranza dei due terzi.
I leader dei socialdemocratici, dei verdi e dei liberali chiedono in cambio che von der Leyen si impegni in modo più esplicito a favore della coalizione “pro-europea” nell’europarlamento. La leader dei liberali, Valerie Hayer, ha chiesto alla Presidente della Commissione: “Chi sono i suoi veri alleati in questo Parlamento? Devi decidere. Nessuno di noi ha firmato questa mozione. Spero che tu l’abbia notato”.
Su questo aspetto è apparso più critico René Repasi, leader del gruppo della SPD al Parlamento europeo, che prima del dibattito in aula aveva dichiarato: “Chiunque pensi di poter governare l’Europa con maggioranze mutevoli si sbaglia”. Weber e von der Leyen devono riconoscere che il loro flirt con l’estrema destra è “a scapito di un’Europa stabile e capace di agire”. Il Presidente della Commissione deve tornare ad “accordi affidabili”.
Dopo il breve dibattito, von der Leyen ha lasciato direttamente la sala, livida in volto e con i suoi commissari al seguito. Appuntamento e resa dei conti sono attesi per giovedì.
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08/06/2025
Fondi Covid dirottati verso la guerra, la nuova trovata della Commissione UE
Bruxelles vorrebbe dunque trovare il modo di permettere ai membri della comunità europea di spendere almeno una parte dei 335 miliardi rimasti nel Recovery and Resilience Facility (RRF) per lo European Defence Industry Programme (EDIP). Questo programma è pensato per incoraggiare accordi di approvvigionamento militare comune tra più paesi.
Sembra che questo cambio di rotta, che era comunque già nell’aria, sia stato spinto dal fatto che più di un governo abbia tentato di usare quei fondi per le spese belliche, piuttosto che per sostenibilità, digitalizzazione, servizi pubblici e in generale finalità sociali e civili. A fine maggio la UE aveva già dato il via libera in questo senso per alcune voci del piano di ripresa nazionale polacco.
L’EDIP era già stato criticato per l’esiguità dei fondi destinati, che avrebbe reso difficile per tale strumento diventare un volano del riarmo europeo. Il dirottamente dei fondi pandemici mostra quel che già era stato denunciato tante volte: le promesse sulla tutela sanitaria e sulla transizione ecologica erano solo di facciata, e servivano semmai a distribuire sussidi alle grandi aziende.
Bisogna sottolineare come il RRF era stato inizialmente dotato di 650 miliardi di euro, quando venne creato nel 2021. Il che significa che nemmeno la metà è stata spesa fino a ora. Eppure, la presidente della Commissione Europea ha trovato il tempo e il modo di fare un favore alla multinazionale tedesco-statunitense Pfizer.
Oggi che gli indirizzi strategici portano l’Europa sulla strada della guerra, per far fronte alla competizione globale e alla crisi industriale interna con la transizione verso un’economia di guerra, allora la Commissione permette ai membri UE di inserire anche i progetti legati alla difesa per l’erogazione di prestiti e sovvenzioni del RRF, in scadenza nell’agosto 2026.
È bene sottolineare che, inizialmente, il 37% dei fondi RRF doveva essere destinato alla lotta al cambiamento climatico e il 20% alla digitalizzazione. La difesa nemmeno era menzionata nell’elenco delle possibili aree di investimento. Ora è chiaro che ci sarà una corsa a presentare programmi militari da sostenere tramite i 335 miliardi rimanenti.
Questa vicenda mostra in maniera plastica come l’impegno economico nel settore militare toglierà inevitabilmente risorse alle spese di cui abbiamo veramente bisogno, ovvero quelle sociali. Senza considerare l’ulteriore ghigliottina imposta dai vincoli di bilancio. Intanto, la condizione della sanità pubblica in vari paesi, in primis l’Italia, rimane tragica.
La UE, invece di imporre la spesa dei fondi stanziati in occasione di un’emergenza sanitaria per la tutela della salute, concede di indirizzarli verso strumenti di morte. Del resto, se l’obiettivo è quello di mandarci a morire in guerra, che bisogno c’è di curare le persone? Questi sono i valori di civiltà di cui la comunità europea si fregia.
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17/05/2025
Generazione Romantica
È la storia, principalmente di due città, Datong e Fenjie, e di due vite, quelle di Qiao Qiao e Guao Binche.
Più che intrecciarsi, le esistenze dei due protagonisti si sfiorano, nel turbinio dei cambiamenti – “le maree irrefrenabili” appunto – della Cina degli ultimi 25 anni.
La narrazione filmica è una sorta di danza del tempo dove storia collettiva e storia individuale sono i due costanti livelli dello sviluppo della trama: questi due piani della storia dialogano costantemente, creando un affresco in cui il privato e il collettivo si fondono, si combinano e si “giustappongono” con uno sviluppo cronologico che segna cambiamenti epocali e lascia solchi profondi come le rughe dei due personaggi a fine pellicola.
Le due città sono al centro di grandi cambiamenti: la prima è un paese “ex” minerario dello Shanxi che sembra destinato al declino, la seconda dello Chongqing che subisce le conseguenze della costruzione delle “Tre dighe”.
Le vite dei due personaggi principali sono in costante dialettica con i cambiamenti che attraversano la società in cui vivono, in una gamma di reazioni che va dall’adattamento passivo a ciò che sembra essere lo spirito del tempo, cercando di trovare una propria strategia di successo all’attiva reazione rispetto alle conseguenze della pandemia.
Da sempre Jia ha portato avanti un racconto personale e stratificato della Cina, tanto nel documentario quanto nella finzione.
Il senso di appartenenza alla terra e alla nazione attraversa l’intera sua filmografia, sostenuto da una costante ricerca delle immagini più evocative per raccontarla: una ricerca formale attenta e poetica, con una continua esplorazione di immagini capaci di raccontare la trasformazione del paese e delle persone che al loro interno si muovono. Frame e sequenze che sono talvolta “fossili” e testimoniano un mondo che non c’è più.
L’attenzione verso l’immagine e la cura nella sua costruzione propone allo spettatore una riflessione sul mezzo cinematografico stesso e la sua “storicità”: la capacità di rappresentare una realtà che muta così come cambiano i mezzi per rappresentarla.
In un’intervista ha raccontato che il titolo provvisorio del film era L’uomo con la macchina digitale, in omaggio al grande Dziga Vertov. Le immagini sgranate, tipiche del digitale dei primi anni 2000, accompagnano le sequenze iniziali e rievocano l’estetica del suo primo periodo: marcano una distanza profonda con l’oggi, uno scarto evidente tra i primordi post-analogici e quelli attuali. Non a caso, ritroviamo anche gli stessi attori: i due protagonisti, Qiaoqiao (Zhao Tao) e Bin (Li Zhubin), erano già apparsi ventidue anni fa in Plaisirs inconnus.
La protagonista femminile Qiaoqiao incarna il sentimento d’una Cina che, nei primi anni Duemila, si affaccia con slancio alla contemporaneità, pensando di trovare una propria possibilità di successo individuale in quelle che sembrano essere le attività che offre una società in profonda trasformazione e sviluppa inevitabilmente quelle storture che scaturiscono dalla volontà della dirigenza politica di sfruttare il modo di produzione capitalista e l’entrata nel mercato mondiale globalizzato, come opportunità di modernizzazione impetuosa per risalire nella gerarchia delle potenze.
Qiaoqiao si muove, danza, attraversa spazi e tempi con il corpo e l’anima di una nazione che si “apre” al ritmo del mondo e che sembra in preda alla colonizzazione dei valori occidentali verso un individualismo sfrenato, ma che ritrova un forte senso della collettività attraverso lo sforzo con cui si affronta l’emergenza pandemica del Covid-19.
Il formato cinematografico qui oscilla tra documentario e finzione, rendendo ibrido il mezzo cinematografico tra l’inserimento di video, filmati in 35 mm e un formato che oscilla tra il 4:3 o in 16:9, rompendo la “linearità” della rappresentazione e per così dire de-costruendone l’omogeneità attraverso il recupero di immagini attingendo ad un archivio stratificato di ciò che non si è utilizzato in lavori precedenti.
Le musiche che accompagnano le immagini – brani pop cinesi e internazionali, come i Pet Shop Boys di Au-delà des montagnes – rafforzano questa dimensione di esperienza collettiva. Il tutto si inserisce in un contesto storico preciso: l’ingresso della Cina nella World Trade Organization, evento periodizzante di un cambiamento epocale, le Olimpiadi e poi il Covid-19.
Un epoca di transizione dove il passato non viene raccontato direttamente, ma si trova sullo sfondo e dentro il cambiamento che viene rappresentato: un’istituzione culturale operaia di epoca maoista che si trasforma progressivamente fino ad essere “irriconoscibile”, o le macerie degli edifici demoliti contenenti numerosi segni della vita passata, accanto a quelli più moderni che stanno sorgendo.
Ciò che viene rappresentato contiene ciò che è stato e ciò che sarà, in un gioco tra potenzialità ed effettività, mutamento e fissità che attraversa tutto il film.
Tra questi, la costruzione della Diga delle Tre Gole, conclusa nel 2006. Attraversando il fiume Yangtze, la diga è diventata nel tempo una potente metafora della trasformazione radicale della Cina moderna.
In questo contesto si colloca Still Life (2006), film cruciale nella filmografia di Jia, vincitore del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia. La pellicola racconta con estrema sensibilità le vicende di persone costrette ad abbandonare le proprie case per fare spazio al bacino della diga, restituendo allo spettatore una riflessione intima e politica sulla perdita di uno spazio.
Se da un lato la dimensione visiva assume una funzione narrativa centrale, il silenzio dei personaggi rappresenta un tratto distintivo e ricorrente nel cinema di Jia Zhang-ke, che nel film assume quasi la valenza dell’incomunicabilità se ognuno percorre l’illusione della propria affermazione individuale attraverso il successo economico e non si riconosce in una volontà comune.
Qiaoqiao, come già accennato, incarna simbolicamente la Cina e le sue trasformazioni. Mentre Bin le invia un messaggio invitandola a cercare fortuna altrove, lei resta ferma, e costante ai cambiamenti del Paese che si prepara a mostrarsi al mondo con le Olimpiadi di Pechino del 2008.
Il tempo del film si dilata fino alla pandemia da Covid-19, tutto cambia radicalmente: il silenzio si fa più profondo, il formato dell’immagine muta, vivido, e l’estetica raffinata delle prime parti viene progressivamente abbandonata, sostituita da uno stile che richiama la freddezza delle videocamere di sorveglianza. La pandemia bussa alle porte mentre Qiaoqiao, ora impiegata in un supermercato, lavora indossando una mascherina. La realtà si fa sempre più spersonalizzata, meccanica, quasi robotica – riflesso di un mondo ormai distante dalle sue origini.
La terza e ultima parte del film, ambientata durante la pandemia da Covid-19, si chiude con l’incontro finale tra Qiaoqiao e Bin. In una scena tanto semplice quanto densa di significato, i due si tolgono la mascherina, lasciando affiorare sul volto i segni visibili del tempo passato.
È un momento sospeso, fragile, che non offre una vera riconciliazione, ma restituisce piuttosto la sensazione di aver attraversato un mondo trasformato, ormai irriconoscibile, dove nonostante questa mutazione, i personaggi continuano a esistere, a muoversi con discrezione, come figure comuni “trascinate dalle maree” della Storia, proprio come chiunque altro.
Generazione romantica si cristallizza così in una forma instabile, evanescente, come una pellicola che fluttua nel tempo e nella memoria. Non si tratta di un racconto chiuso, né di una narrazione che cerca risposte, ma di un film che abita lo spazio incerto tra ciò che è stato e ciò che resta, proiettato verso ciò che sarà.
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15/05/2025
Ursula sull’orlo del baratro per il contratto con Pfizer
Se poi stiamo parlando della presidente dell’Unione Europea – quel barocco edificio che ci era stato venduto come il toccasana per gli storici limiti della politica e dell’etica pubblica italiota – allora la dimensione dello scatafascio assume proporzioni catastrofiche.
Anche se parte da un fatterello apparentemente secondario.
Ieri il Tribunale dell’UE ha sentenziato che la Commissione europea ha sbagliato a rifiutare la diffusione alla stampa degli SMS scambiati tra Ursula von der Leyen e l’AD di Pfizer, Albert Bourla, durante il picco della pandemia di Covid-19.
Poca roba, si viene indotti a pensare. Ma è esattamente l’opposto.
L’esistenza dei messaggi – inizialmente non confermata dalla Commissione – è emersa in un’intervista concessa dalla stessa von der Leyen al New York Times nel 2021. Si era insomma chiamata in causa da sola...
Si era in piena stagione Covid e l’“Europa”, che si era affidata completamente al “libero mercato”, scopriva all’improvviso di non avere la capacità tecnologica di produrre le dosi di vaccino necessarie a contrastare una pandemia che stava già falciando la popolazione a decine di migliaia.
Serviva una decisione per porvi rimedio e “la politica”, ai massimi livelli, doveva intervenire. Ursula von der Leyen come presidente della Commissione, a maggio 2021, raggiunse un accordo con la società farmaceutica statunitense Pfizer-BioNTech, finalizzato all’acquisto di fino a 1,8 miliardi di dosi del vaccino da parte dell’UE. Era il contratto di gran lunga più grande tra tutti quelli firmati da Bruxelles.
Nessun dubbio che dei vaccini andassero acquistati, ci mancherebbe. E nessun problema anche per il fatto che le procedure, in quel caso dovessero essere necessariamente rapide, senza “gare d’appalto con regole europee”. Ma ogni contratto di quelle dimensioni deve essere – secondo le stesse “regole dell’Unione Europea” – assolutamente trasparente non solo nella stesura finale, ma anche in ogni passaggio preparatorio.
In sintesi: perché, in un panorama che offriva diverse soluzioni “di mercato”, fosse stato scelto proprio il prodotto di Pfizer anziché quelli di Moderna, AstraZeneca, magari la cubana Soberana e qualcun altro. Ma anche in che modo fosse stato stabilito il pezzo. E quali fossero le “condizioni a contorno” di un contratto talmente oneroso (quasi 20 miliardi di euro).
Grandi affari e gradi corruzioni vanno di solito a braccetto, del resto. Meglio essere assolutamente trasparenti... O no?
E qui cadde l’asino, o meglio von der Leyen e tutta la Commissione (il “governo” della UE). Quando una giornalista dello stesso New York Times chiese di poter accedere agli sms scambiati tra Ursula e l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, durante la contrattazione, la Commissione rispose che “non erano più a disposizione”. Cancellati o perduti, ma comunque non considerabili come “documenti da conservare”.
Il che getta più di qualche ombra su tutta la contrattazione. Va infatti considerato “documento” ogni messaggio scambiato tra le parti, e non soltanto i “testi ufficiali” (lettere contenenti proposte, indicazioni operative, ecc.). E sicuramente gli sms tra i due leader (della Ue e di Pfizer) dovevano contenere qualcosa relativo alla contrattazione, non soltanto – o anzi per nulla – “questioni private”.
Altrimenti sarebbe fin troppo facile per qualsiasi corrotto, a qualsiasi livello, invocare la privacy relativamente a telefonate, sms, mail, “pizzini” e quant’altro.
Tanto più che lo stesso Bourla, in un’altra intervista al New York Times, aveva descritto gli scambi con von der Leyen come fonte di “profonda fiducia” e “facilitatori della negoziazione” dell’accordo sui vaccini.
Ora la Commissione – cioè la diretta interessata, la presidente – dovrà spiegare perché ha ritenuto che quei messaggi fossero “ininfluenti” per arrivare alla firma del contratto miliardario. Oppure renderli noti.
Nel primo caso si renderebbe non più credibile come “garante della trasparenza” delle decisioni continentali. Nel secondo, con tutta probabilità, fornirebbe anche le prove provate della propria corruttibilità e/o incompetenza.
Siamo quindi all’inizio della fine della carriera di un personaggio improbabile, vanesio, guerrafondaio e “presenzialista” che fin dall’inizio – in Germania – aveva combinato disastri come ministro della difesa, sollevando in molti osservatori la domanda: ma da dove vien fuori questa aristocratica che fino all’età di 43 anni aveva fatto soltanto la madre casalinga (ben sette figli, ma aveva i mezzi per mantenerli nell’agiatezza...), nonché appassionata di equitazione, cooptata all’improvviso come parlamentare della Cdu in quanto figlia di Ernst Albrecht (uno dei pochi democristiani di spessore nel primo dopoguerra tedesco)?
Ma un’istituzione che seleziona i propri membri di spicco in base al dna familiare (con forti componenti del regime nazista anteguerra) è un’istituzione che vive guardando al passato. E che perciò non ha futuro. Non lo merita.
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21/02/2025
Italia - Rallenta l’aspettativa di vita, la causa è l’attacco alla sanità pubblica
Il risultato è quello che, in campo medico, viene chiamata la ‘transizione epidemiologica’, così definita in una pagina della Treccani: “il passaggio da una situazione di prevalenza di malattie infettive a patologie croniche e degenerative, con un conseguente slittamento in avanti dell’età di morte”.
Questa transizione è parte di un più generale ‘circolo virtuoso’ invece che ‘vizioso’, che viene definito come ‘transizione sanitaria’, i cui fattori principali sono il miglioramento del tenore di vita e dell’alimentazione, i progressi della medicina e l’aumento del livello di istruzione, che ha portato con sé una maggiore consapevolezza sulle pratiche igienico-sanitarie individuali.
In sintesi, un generale sviluppo della società ha allungato l’aspettativa di vita, accompagnandosi alla progressiva preminenza di malattie legate più alla vecchiaia che ai pericoli pandemici. Ovviamente, il Covid-19 ha segnato una battuta d’arresto in questo processo, e ci ha ricordato che gli agenti patogeni sono ancora da tenere sott’occhio.
Il 18 febbraio, però, su The Lancet Public Health è stato pubblicato un articolo molto dettagliato e approfondito, che ha detto qualcosa di più. È il risultato dell’analisi dei GBD 2021 Europe Life Expectancy Collaborators, ovvero di esperti dell’ambito della salute che lavorano dentro questo grande programma di studio che ha lo scopo di “migliorare i sistemi sanitari ed eliminare le disparità”.
Nicholas Steel, il primo autore del contributo scientifico, ha così commentato: “dal 1990 al 2011, la riduzione dei decessi per malattie cardiovascolari e tumori ha continuato a portare ad aumenti sostanziali dell’aspettativa di vita, ma decenni di miglioramenti costanti hanno infine rallentato intorno al 2011, con marcate differenze internazionali”.
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08/02/2025
Dal Covid all’Ucraina, ancora scandali nella sanità lombarda
È rapidamente emerso che tali letti erano stati acquistati durante la pandemia per il nuovo ospedale ideato da Guido Bertolaso, allora consigliere speciale del presidente Fontana e ora assessore al welfare della Regione Lombardia. Forse i lettori ricorderanno la vicenda dell’Ospedale della Fiera di Milano, che doveva aiutare a fronteggiare l’epidemia Covid, aggravata in Lombardia dall’insipienza della giunta e dalla disorganizzazione della sanità regionale.
Tale ospedale fu inventato da Guido Bertolaso e da Fontana e non funzionò quasi mai per le infelici scelte logistiche e per la mancanza di personale. Restò aperto poche settimane e ospitò un numero di pazienti irrisorio. In compenso, costò tantissimo, anche se non si sa esattamente quanto poiché la giunta regionale ha sempre evitato di presentare in consiglio dei conti esatti e chiari.
In questo ultimo scandalo si scopre che i letti acquistati per l’ospedale alla Fiera giacciono inutilizzati perché non possono essere impiegati in alcun altro nosocomio in quanto, semplicemente, non sono a norma per l’utilizzo nelle strutture sanitarie italiane. Un acquisto fatto con una leggerezza e un’incompetenza colossali per il quale si potrebbe configurare il reato di danno erariale.
L’assessore Bertolaso, rispondendo ad alcune interrogazioni dell’opposizione, ha ipotizzato che quei letti, inutilizzabili in Italia, possano essere donati all’Ucraina. Tanto, per dirla con una punta di cinismo, là c’è la guerra e non possono stare a sottilizzare più di tanto.
Si tratta dell’ennesimo spreco di denaro nel campo della sanità lombarda, una regione dove, al di là delle chiacchiere sull’eccellenza, una visita specialistica a volte si rivela impossibile da ottenere e 170.000 cittadini e cittadine sono prive del medico di base. Tutti sappiamo che per come è organizzata la sanità in Italia non avere il medico di base significa essere esclusi dalle prestazioni sanitarie pubbliche.
A fronte di questa situazione la Lega si occupa di altro. Colta dalla pulsione salviniana di adeguarsi a Trump ha proposto in Regione una mozione che chiedeva il sostegno al governo per un “eventuale disimpegno dall’OMS dell’Italia qualora gli Usa persistano nella volontà di recedere, come da ordine esecutivo del 21 gennaio 2025 del presidente Donald Trump”. Più servi di così...
Alla fine, a causa dei mugugni di Forza Italia, la mozione è stata approvata in una versione leggermente modificata in cui ci s’impegna a “sostenere il Governo nella valutazione, in piena autonomia, del ruolo dell’Italia nell’OMS qualora non vi siano più le condizioni di sostenibilità economica per rimanervi”. Zuppa o pan bagnato.
In pratica, la giunta lombarda si preoccupa della “sostenibilità economica” della partecipazione dell’Italia alla OMS mentre sperpera una quantità di soldi in iniziative demenziali e regala miliardi ai privati.
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25/01/2025
La Lega contro la scienza
Sì, avete capito bene.
Un Paese come il nostro, che ha pagato uno dei prezzi più alti alla pandemia, che ha visto ospedali al collasso e medici in prima linea fino allo sfinimento, vuole uscire dall’unico organismo internazionale che coordina la lotta alle pandemie, promuove la salute pubblica e combatte le emergenze sanitarie globali.
Perché? Perché la scienza dà fastidio. Perché i dati, i vaccini, la prevenzione, il metodo scientifico sono troppo complessi da spiegare a un elettorato che si nutre di bufale, di complotti e di scemenze lette su Facebook.
Del resto, stiamo parlando dello stesso partito che ha dato spazio e voce ai negazionisti, a chi gridava contro le “dittature sanitarie” mentre gli ospedali scoppiavano.
Stiamo parlando dello stesso partito che ha diffuso disinformazione sulla pandemia, mettendo in discussione ogni misura di sicurezza giocando con la vita delle persone;
E ora? Ora si va oltre. Addio ai protocolli internazionali, addio al coordinamento nelle emergenze sanitarie, addio ai fondi per la ricerca, addio alle linee guida condivise.
E poi cosa? Niente più vaccini, niente più farmaci condivisi, niente più risposte rapide in caso di una nuova pandemia? Meglio le teorie complottiste dei loro amici di talk show? Meglio affidarsi a qualche guru del web?
La Lega ci vuole fuori dall’OMS. Noi vorremmo loro, una volta per tutte, fuori da qualsiasi governo.
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14/09/2024
Affidiamo la sanità ai carabinieri?
È tipico della destra, massime di quella fascistissima che ci governa, strillare ed evocare tintinnii di manette davanti a fenomeni sociali oggettivamente allarmanti.
Aggredire il personale sanitario è una infamia, non si spara sulla croce rossa e non perché non conti un cazzo, ma proprio perché la croce rossa ti salva la vita, se ci tieni.
Il problema è che dalla pandemia in poi a sparare sulla sanità è stata proprio la destra, arrivata durante la sua fase estrema a delegittimare vaccini e lockdown in nome di una “libertà di cura” e “movimento” che era in barba alla pubblica salute.
Dopo anni di continui ed equanimi tagli alla sanità da parte di governi di centrodestra e centro sinistra, la vera novità è la rivoluzione a/culturale condotta dalla reazione in odio al metodo scientifico.
La destra di governo, e non, ha cavalcato qualsiasi ribellismo piccolo borghese e bottegaio contro ogni forma di prevenzione del contagio, arrivando a negare le decine di migliaia di morti, una intera generazione nel nord Italia.
Non contenta, si è spesa attivamente nell’accusare il personale sanitario di cattivo comportamento, cattiva scienza, disinteresse e fellonia. Al centro di questo attacco sono stati medici ed infermieri accusati addirittura di dolo sui social controllati dalla destra.
Ancora oggi fogliacci trumpiani come Verità, Giornale e Libero pubblicano fake news contro OMS e autorità sanitarie, campagne vaccinali e misure di prevenzione minime.
Se il governo Conte II dovesse mai finire sul banco degli accusati dovrebbe essere per la troppa prudenza nelle chiusure territoriali o quelle che avrebbero dovuto essere modulate sul modello cinese e sulla mappatura veneta dovuta a Crisanti.
Invece Conte e Speranza sono sotto accusa per quello che la destra ritiene un eccesso liberticida, la stessa destra che prevede anni di galera per un blocco stradale o di produzione dimostrando la coerenza con chi non voleva chiudere le fabbriche neppure in Val Seriana durante la peste covid.
Assassini sì, ma senza spari e soprattutto uccidendo la cultura, il rispetto per lo studio e la scienza, la competenza, la fatica sui libri di chi ci mette l’anima per curare.
Vogliono mettere un carabiniere accanto a ogni medico dopo avere fatto di tutto per denigrare i medici, dopo averli delegittimati col loro lunapiattismo e fatti scappare a migliaia.
Ma state tranquilli, alla fine resterà solo il carabiniere e sarà lui a curarvi.
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11/09/2024
Pandemia e lockdown hanno accelerato l’invecchiamento del cervello degli adolescenti
Da storico che si occupa della sorveglianza internazionale delle malattie infettive (e non da medico, è bene specificarlo), mi sento di fare subito una premessa. La quarantena non è una pratica diffusa oggi, almeno per quanto riguarda questo tipo di patologie dell’apparato respiratorio.
Ci sono stati casi anche relativamente recenti (ad esempio, durante la Asian Flu del 1957) in cui è stata utilizzata come risposta alla pandemia, ma con scarsi risultati. Perché, ed è questo il problema effettivo, non c’è un modo con cui si possa davvero fermare il contagio.
La quarantena può essere utilizzata per rallentarlo, per limitarlo, ma prima o poi raggiungerà tutta la popolazione. L’unica alternativa è la vaccinazione, che da sempre non significa immunità totale, ma piuttosto la capacità del sistema immunitario di riconoscere il virus come agente pericoloso.
È questo tipo di informazione che è sempre mancata nella comunicazione pubblica sulla risposta pandemica organizzata a livello internazionale. E che in un certo senso ha fatto il gioco di Big Pharma, perché ha permesso che la critica si concentrasse sulla scienza, e non sulla sua non neutralità.
Per dirla più chiaramente, invece che porre sotto la lente di ingrandimento l’asservimento del pubblico all’interesse privato anche nella lotta a un pericolo globale, si è lasciato correre il dubbio intorno ai limiti dei vaccini, conosciuti da chiunque abbia un po’ di dimestichezza col tema.
Anzi, si è alimentata una visione dicotomica tra pro-vax e no-vax, in modo tale che si potesse creare una divisione verticale – interclassista – nella popolazione (da trattare con strumenti repressivi, alla bisogna) ed evitare il saldarsi di una divisione per vie orizzontali.
Quello che è stato sapientemente evitato è stato il fatto che una crisi globale potesse divenire il terreno su cui si palesasse il contrasto insanabile tra gli interessi della collettiva e l’appropriazione privata del profitto.
Così da far dimenticare che tante morti sarebbe state evitate, ad esempio, se i sistemi sanitari e la medicina di prossimità non fossero stati smantellati nel corso degli ultimi decenni, perché poco convenienti in termini di bilancio.
Fatta questa doverosa premessa, si capisce anche che il lockdown era, in un certo senso, una misura emergenziale che aveva certamente un senso, ma che allo stesso tempo nascondeva il danno prodotto dalla privatizzazione della sanità da quando il ‘mondo libero’ ha vinto la Guerra Fredda.
E se dunque, al momento dell’esplosione della crisi sanitaria, quel tipo di risposta poteva essere legittimata dall’immediata necessità di minimizzare il contagio, quello che non è accettabile è come le classi dirigenti occidentali siano tornate alla normalità pre-pandemica.
E soprattutto, di come si prendano per dati e inevitabili i risultati dei danni prodotti anche dalle risposte emergenziali, senza elaborare politiche che diano il giusto risarcimento a sofferenze che si sarebbero potute evitare, se i politici non fossero stati i maggiordomi del grande capitale.
Torniamo dunque allo studio con cui è cominciato questo articolo. Pandemia e lockdown hanno alimentato l’invecchiamento cerebrale degli adolescenti, e in particolare tra le ragazze con uno sviluppo accelerato in media di 4,2 anni rispetto all’età anagrafica, di 1,4 anni tra i maschi.
Patricia Kuhl, una delle autrici dello studio, ha spiegato che questo risultato è stato derivato dalla misurazione dello spessore della corteccia cerebrale, che si assottiglia naturalmente col passare degli anni. Stress cronico e altri problemi accelerano l’assottigliarsi, e ciò è accaduto col Covid-19.
Ciò può portare alla più facile emersione di patologie neuropsichiatriche e comportamentali. A partire da dati raccolti a partire dal 2018 su 160 ragazzi, gli esami eseguiti nel 2021 hanno registrato un assottigliamento eccessivo della corteccia cerebrale, rispetto ai modelli di riferimento.
L’assottigliamento ha riguardato in maniera estensiva la corteccia cerebrale nelle ragazze, mentre nei ragazzi è stato limitato alla corteccia visiva. Questa differenza potrebbe essere legata al diverso valore delle relazioni sociali per questi due gruppi.
I ricercatori hanno spiegato che “l’adolescenza è un periodo di radicali cambiamenti nello sviluppo emotivo, comportamentale e sociale”, e che perciò le restrizioni sociali potrebbero avere effetti negativi sulla salute mentale di molti giovani.
È proprio questo risvolto di cui la classe dirigente non sembra interessata a occuparsi. Anzi, le politiche sanitarie adottate sono tornate sostanzialmente agli indirizzi precedenti al Covid-19, un’opzione contro cui questo studio non fa che ribadire la necessità di lottare.
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06/07/2024
[Contributo al dibattito] - Uno sguardo dentro la Cina, anzi quattro
Come la Cina si relaziona con la sua ascesa, il movimento dei giovani “sdraiati”, il ruolo delle ong, la repressione delle lotte operaie, la pandemia: Diego Gullotta indaga la nuova Cina con quattro angolature diverse.
“Dentro la Cina: quattro studi sull’ascesa cinese” di Diego Gullotta è una delle ultime pubblicazioni di Mimesis edizioni.1) Un titolo piacevolmente ingannevole che tradirà le aspettative di chi cerca un punto di vista sull’ascesa cinese così come viene comunemente declinata. Infatti, “il libro non si interroga sul ruolo della Cina globale, non affronta la Cina dal punto di vista geopolitico” (p. 9). Questo testo ci propone invece quattro diverse angolature per osservare come la società cinese si relaziona con la sua ascesa.
D’altronde, l’autore vive in Cina da quasi vent’anni e dopo anni di ricerche sul campo ed esperienze accademiche che lo hanno portato in molti angoli del paese, oggi è docente di “Cultural Studies” presso la East China Normal University di Shanghai. L’ascesa, per lui, i suoi studenti, e chi lo circonda non vuol dire solo sfida geopolitica. Cosa succede nella società cinese mentre ascende è altrettanto, se non più, rilevante. Questi quattro studi etnografici soddisferanno, quindi, i palati di chi si interroga sulle trasformazioni cruciali che hanno attraversato il paese nell’ultima decade. Tuttavia, non ci si aspetti racconti ma studi, con tutte le complessità che ne conseguono.
Si parte “danzando fra le autorità”. Un primo capitolo che ragiona sui limiti e le potenzialità della ricerca sul campo nella Cina di Xi. Si esplorano i rapporti di potere e le molteplici forme di autorità che non si esauriscono nel ruolo pervasivo del partito-Stato. È infatti lecito chiedersi quanto sia possibile avanzare una ricerca autonoma in un contesto autoritario come quello cinese. Ancor più nell’esasperazione del paradigma securitario che ha fatto seguito allo scoppio della pandemia. Se l’autore non nega che ciò sia difficile, traccia una strada per renderlo possibile, anzi necessario. La dedizione alla metodologia della ricerca sociale rende il primo capitolo una lettura densa, ma credo assolutamente utile a chi muove i primi passi nell’etnografia, non solo quella “made in China”. Il capitolo si dipana in tre parti. In primo luogo, si affronta la polifonia del campo. Le pulsioni, le voci e le azioni degli attori sociali corrispondono a suoni che si mescolano con l’osservazione, il pregiudizio, la rappresentazione e l’autorità del ricercatore e del “campo” stesso. Gullotta ci restituisce immediatamente perché l’autorità per un antropologo non possa ascriversi alle sole strutture del potere politico. L’autorità del partito-Stato non viene negata ma è l’autoritarismo ad essere “dislocato attraverso l’analisi dei rapporti di potere” e plasmato quindi dalla “presenza delle tante e diverse autorità che affollano il campo della ricerca” (p.10). In secondo luogo, si entra nel merito dell’etnografia cinese, la sua letteratura, i limiti e le opportunità che offre. La relazione tra sicurezza, controllo e partito-Stato è centrale. Eppure ho trovato di particolare interesse non lo solo la descrizione della dimensione oggettiva della sorveglianza ma la sua percezione soggettiva. Se “il controllo totale è impossibile, serve a creare l’idea che ci sia un potere in grado di controllare” (p. 26). L’autoritarismo non solo come ubiquità del partito-Stato, ma come forma di controllo che autonomamente si impone quando il ricercatore è immerso in un paradigma securitario. Quest’ultimo aspetto mi ha dato utili elementi ad elaborare quanto vissuto in prima persona nella preparazione e nell’esecuzione della mia breve ricerca sul campo a Pechino.
Infine, il capitolo si chiude con uno spiacevole aneddoto sulle difficoltà concrete che si incontrano nel fare ricerca o più precisamente in questo caso con-ricerca. Il tema sono le ONG del lavoro, la cui ascesa e crisi d’identità sarà trattata nell’ultimo capitolo. Un progetto iniziato per indagare la soggettività dei lavoratori migranti interni si è rapidamente trasformato in un’indagine sull’organizzazione stessa che ospitava Gullotta e la suo collega Lin Lili.2) Nonostante la mutazione, la ricerca si è rivelata proficua e stimolante ma questa “collaborazione” non sarebbe durata ancora a lungo. Un episodio di violenza sessuale a danno di una dipendente ha prodotto il licenziamento della stessa e l’indignazione dei ricercatori che si sono allontanati dal campo.
Infatti, “se lo Stato “autoritario” è stato presente in modo indiretto, sono state le autorità presenti sul campo che hanno dato vita a una fitta trama di relazioni di potere: la gerarchia dell’organizzazione, la divisione di genere, il rapporto di inclusione-esclusione nei confronti dei subalterni della comunità” (p. 37).
Si tornerà a parlare di queste ONG del lavoro, ma il secondo capitolo ci impone di ragionare prima di quell’evento che ha creato per tutti un filo rosso con la distante Cina: la pandemia da Covid-19 e i conseguenti lockdown. Su questo tema sempre per Sinosfere, ho recensito “Social Contagion” del Collettivo Chuang. Se quel testo aveva preso in esame la centrale Wuhan, nel libro di Gullotta guardiamo la crisi pandemica da Shanghai. Se i Chuang hanno portato avanti la loro ricerca nella stessa primavera del 2020 quando la “0 Covid Policy” era salda, rivendicata, e incontestata, questo capitolo ci racconta il lockdown di Shanghai nella primavera del 2022, quando l’insofferenza della popolazione era divenuta impossibile da nascondere.
In entrambi i testi, la gestione della crisi epidemica diviene “spettacolarizzata” al fine di nascondere dietro il sipario l’inefficienza di una macchina statale che si racconta impeccabile e altra rispetto all’individualismo occidentale. Per la presidenza Xi, la sicurezza dalle minacce esterne prima e dalla pandemia poi diviene “ideologia dominante e strumento politico”. La “guerra infinita” contro il “nemico esterno” e la protezione della vita enucleata nella “0 Covid Policy” divengono occasione di legittimazione ed esaltazione del Partito, non solo nella sua forma amministrativo-esecutiva ma anche e soprattutto nel suo ruolo di guida etica e morale. Questo secondo studio sostiene che “la pandemia di Covid-19, e in particolare la politica Covid Zero adottata dal governo cinese, mette in evidenza come il paradigma dell’immunizzazione e i suoi vari dispositivi siano prodotti attraverso un discorso sulla sicurezza che hanno il risultato di bloccare e confinare l’eterogeneità e la complessità della società” (p. 52).
Eppure, l’epilogo della “0 Covid Policy” è stato ben più sfumato. Il cosiddetto “movimento dei fogli bianchi”, nato sull’onda emotiva dell’ennesima tragedia legata al virus e alla sua gestione, non ha rappresentato una concreta minaccia alla governabilità, ma si è tuttavia rivelato incisivo. Il 24 novembre 2022, dieci abitanti dello Xinjiang sigillati in lockdown sono morti in un incendio mentre i soccorsi latitavano. Da Urumqi (o Wulumuqi) a Pechino, le persone sono scese in strada invocando la fine della “0 Covid Policy”. Dopo quasi tre anni, le restrizioni sono state rapidamente allentate e i lockdown non si sarebbero più riproposti. Nel mio piccolo anche io notai il cambio di passo quando, agli inizi del 2023, ricevetti comunicazione da un’istituzione universitaria cinese che potevamo riprendere “le trattative” per organizzare il mio soggiorno. Che una protesta si riveli efficace non è cosi sorprendente, quello che sorprende, come scrive l’autore nelle conclusioni, del capitolo è che
“A livello ufficiale, il Partito non ha elaborato una versione chiara e convincente di quel che è accaduto, cioè il passaggio repentino da un regime discorsivo e politico a un altro, per giunta opposto in tutto e per tutto. Un’inversione di marcia così plateale non solo relativizza ogni verità che il Partito emana, ma sottolinea il pur umano, troppo umano, errore di governo, sbaglio, fallimento, come lo si voglia chiamare” (p. 80).
Tralasciando l’intermezzo “Via Wulumuqi” di Christopher Connery sulle proteste contro il lockdown di Shanghai, già apparso su Sinosfere l’anno scorso, ci proiettiamo sul terzo studio. Questo affronta il processo di soggettivazione dei giovani appartenenti alle classi medie urbane. Nonostante l’ascensore sociale cinese stia bruscamente rallentando, i giovani istruiti e urbani hanno un ruolo importante nel “sogno cinese” di Xi. Se la Cina continuerà nella sua ascesa, l’ideologia dominante “promette ai giovani un futuro luminoso e positivo, qui non solo possono realizzare i propri sogni individuali di vivere una “buona vita”, ma possono anche contribuire al sogno collettivo del risveglio nazionale” (p. 109).
Chiamati ad esprimere gratitudine per le generazioni precedenti e per il Partito, questi nuovi giovani vengono narrati come detentori di possibilità senza precedenti. Privi di rappresentanza e autonomia politica come i loro genitori, i giovani sono però liberi di viaggiare, spendere, inventare e realizzarsi.
Nell’asimmetria tra sogno e realtà, sembra che i giovani cinesi stiano rispondendo all’appello ideologico e produttivista del partito-Stato e del mercato, sottraendosi dal gioco per “stare sdraiati” (tangping). Chi segue i fatti cinesi, avrà già sentito parlare di questa “gioventù sdraiata” e preso confidenza con i molti neologismi di denuncia della condizione giovanile che popolano i social network cinesi.3) “Movimento degli sdraiati” è un ossimoro, eppure è più pericoloso per l’ascesa cinese di quanto si possa superficialmente credere. Ma cos’è questo “movimento”?
In assenza di una sua manifestazione reale, questo “movimento d’opinione” sembra piuttosto una tensione, un rifiuto, una incompatibilità tra ciò che è stato promesso e la realtà di una competizione economica globale che impone alienazione e produttivismo sfrenato. È il sogno tradito dall’intensificazione dello scontro inter-capitalista.
“Il fenomeno di “stare sdraiati” è infatti in superficie una risposta culturale online negativa rispetto all’energia positiva della cultura dominante; tuttavia, se il fenomeno “stare sdraiati” è analizzato in relazione alle pratiche culturali emergenti tra i giovani, esso si rivela solo come una risposta di rifiuto strategica.” (p. 111)
Quindi il “movimento degli sdraiati” “è un esempio recente della resistenza dei giovani della classe media urbana rispetto ai valori propagandati dalla cultura dominante”. È la strategia del rifiuto al produttivismo e al consumismo, è il rifiuto dell’ideologia dominante di una realizzazione individuale che sia foriera di quella nazionale. “Tangping va quindi interpretato come una strategia di fuga dalla richiesta del mercato e del partito-Stato di massimizzare il consumo e la produzione” (p. 123).
Contro chi si rivolgono gli sdraiati?
“Nonostante il mercato, così come lo Stato, abbiano cercato di trasmettere “energia positiva” e dipingere un futuro promettente ai giovani, questi ultimi sono stanchi della cultura di lavoro “996”, diffusa soprattutto nei luoghi di lavoro delle aziende high-tech cinesi, dove i lavoratori sono tenuti a lavorare dalle 9 di mattina alle 9 di sera, per 6 giorni alla settimana”. (p. 122.)
Se questo “movimento degli sdraiati” ha ricevuto attenzione nel giornalismo e nella sinologia italiana, studi e ricerche approfondite hanno per ora latitato. Partendo da questa considerazione, la conclusione del capitolo sulle “pratiche culturali emergenti fra i giovani a Shanghai” ci fornisce degli esempi concreti e preziosi. L’osservazione partecipante è condotta di tre esperienze: il gruppo teatrale “Grass Stage”, un collettivo di studenti di sinistra e la pratica del “Belonging Space” evidenzia come i giovani, lungi dall’essere un soggetto unitario, mettono in discussione il ruolo cucito per loro dal sogno di Xi. In conclusione, l’autore sostiene che “la fluidità della gioventù odierna supera ed eccede il posizionamento fissato per lei dalla cultura dominante”. (p. 128)
Infine, l’ultimo studio riguarda il già citato tema delle ONG del lavoro (ONGL). Il titolo del capitolo “In Stagnazione” restituisce immediatamente come la dinamica di ascesa sperimentata da questi gruppi nel corso della decade appena trascorsa sia in entrata in crisi. Nell’impossibilità di fare paragoni con le nostre latitudini, mi sembra necessario esporre dapprima un fattore strutturale che ha portato alla formazione di queste ONGL e definire successivamente cosa siano, o siano state.
I lavoratori cinesi non hanno diritto a scegliere liberamente la propria formazione sindacale ma possono iscriversi solamente al “sindacato unico”, ossia l’All-China Federation Trade Union (ACFTU). Questo sindacato nasce con la vocazione di essere quella “cinghia di trasmissione” tra il Partito e le masse lavoratrici teorizzata da Lenin. Tuttavia, la pretesa da parte del Partito di essere ancora oggi “avanguardia” dei lavoratori ha costantemente minato la reale capacità di rappresentanza dell’ACFTU. Infatti, ancora oggi, il sindacato rimane costitutivamente subordinato alla volontà del Partito ed è internamente allineato attraverso una rigida struttura gerarchica ispirata ai principi del “centralismo democratico”. Come affermato da Chen Feng,4) questa dipendenza dell’ACFTU dal Partito lo ha portato ad assumere una “doppia identità istituzionale” nella quale il sindacato si ritrovava a dover sia rappresentare gli interessi dei lavoratori sia a promuovere l’interesse collettivo nazionale. Questa breve descrizione dovrebbe restituire tutta la parzialità del ruolo svolto dal sindacato unico. Anche a partire da questo vuoto, nascono le ONGL.
Queste si sono formate nella metà degli anni ’90 “quando le fondazioni internazionali hanno iniziato a entrare in Cina e il governo cinese ha allentato il controllo sui gruppi della società civile nel contesto della storica Conferenza mondiale dell’ONU sulle donne del 1995” (p. 154). Successivamente nella stagione di Hu Jintao, alcune di queste ONG sono state tollerate come strumento in grado di “aiutare a risolvere le esigenze di assistenza sociale e a colmare le lacune nei servizi, seguendo una strategia che Howell (2015) ha chiamato welfarist incorporation” (p. 155).
Nel 2010, quando lavoratori e lavoratrici erano nel pieno di una stagione conflittuale (collective bargaining by riot),5) queste ONG erano oltre 100 in tutto il paese. Con differenti intensità, queste organizzazioni, nate spesso su iniziativa di accademici, avvocati, giornalisti o ex operai, apportarono un sostegno concreto in termini finanziari e organizzativi alla mobilitazione operaia.
Tuttavia, “quando alcune ONGL sono passate a concentrarsi sulle lotte dei lavoratori non limitandosi più alla protezione legale individuale” queste non sono state più tollerate (p. 156).
Nel riassorbimento complessivo della stagione conflittuale operaia databile tra il 2014 e il 2016,6) queste ONGL sono diventate l’obiettivo di una dura campagna repressiva da parte dell’amministrazione Xi. Non sorprenderà il lettore sapere che molte di queste sono state chiuse in virtù di finanziamenti provenienti da paesi stranieri. Le ONGL da soggetti privati intermedi utili a fornire servizi erano diventate attori destabilizzanti dell’armonia e della stabilità sociale al soldo delle potenze straniere.
“Il risultato è che le ONGL sono state divise in due filoni: organizzazioni orientate al servizio e organizzazioni orientate al movimento” (p. 156).
Le prime si sono limitate a fornire servizi diventando più simili a centri culturali e formativi. Le seconde, depotenziate del loro portato conflittuale, sono state prevalentemente smembrate o costrette a riconfigurarsi come “organizzazione orientate al servizio”. La storia della OGNL “Tianxia” osservata da Gullotta può rientrare in quanto appena descritto.
“Mentre diverse ONGL basate sulla comunità che sono sopravvissute alla repressione del 2015 nella regione del delta del Fiume delle Perle hanno faticato a ottenere finanziamenti dovendo così chiudere o ridurre al lumicino le attività, Tianxia ha avuto un sostegno finanziario e ufficiale stabile nell’ultimo decennio. (…) Tuttavia, Tianxia è presto entrata in una fase di stagnazione durante la quale si è distaccata dalle preoccupazioni dei lavoratori che vivevano a Xujiang e si è concentrata solo sui servizi individualizzati per gruppi selezionati” (pp. 160-161).
L’aspetto più virtuoso di questo studio sulle ONGL penso risieda nella capacità dei due autori di connettere il piano più ampio della repressione a livello nazionale con la dimensione locale di Tianxia, mostrando come l’ascesa, intensa in termini di riconoscimento, abbia condotto ad una “stagnazione” delle stesse organizzazioni. A tal proposito, mi permetto di aggiungere che tale “stagnazione” sia legata ad una vera e propria crisi d’identità. La transizione “dalla lotta al servizio” non ha solo cambiato la natura di queste ONGL ma ne ha minato i fondamenti organizzativi e la relazione con i lavoratori per i quali erano nate.
Da un lato “il passaggio di Tianxia da piattaforma per l’emancipazione dei lavoratori alla fornitura di servizi che non mettono in discussione lo status quo è avvenuto contemporaneamente all’ascesa dell’organizzazione” (p. 166). Dall’altro la “crisi d’identità” sta nel fatto che la “burocratizzazione interna è diventata sempre più evidente dopo il 2015: il lavoro quotidiano è diventato ripetitivo, si è diventati responsabili verso la fondazione finanziatrice e non verso i lavoratori, e in più le prospettive di mobilità interna sono diventate minime” (p. 166).
La mutazione di queste ONGL sopravvissute, cambiandone natura e obiettivi, ha innescato una crisi organizzativa. Le stesse dinamiche gerarchiche e non democratiche che i lavoratori contestavano sul posto di lavoro sono diventate la forma organizzativa della ONGL che si proponeva di “organizzarli”.
Come concludono gli autori: “L’obiettivo dovrebbe essere l’emancipazione collettiva e non la fornitura di servizi individuali. Quando l’assistenza legale e il supporto educativo diventano un fine in sé stesso, essi oscurano le contraddizioni e i conflitti presenti nelle relazioni sociali dei subalterni, rendendo così invisibile la loro soggettività”.
In conclusione, credo che la speranza dell’autore sia stata ben riposta.7) Oltre l’etnografia e la sinologia, questo lavoro risulterà utile a tutti coloro che si muovono nelle magmatiche scienze sociali. Citando Susan Strange,8) nel reciproco trascurarsi tra sinologia e scienze sociali in Italia, il libro di Gullotta getta i piloni di un ponte. Una piccola opera la cui realizzazione si dimostra sempre più urgente in un presente polarizzante e bellicista.
18/06/2024
La guerra psicologica del Pentagono contro l’impegno sanitario della Cina
L’indagine della testata è riassunta in un lungo articolo che riporta anche molte immagini utili, e perciò consigliamo di leggerla nella sua interezza. Qui ci limiteremo a riportarne le rivelazioni principali, alcune dichiarazioni citate e a commentare il quadro che ne risulta.
Per sostanziare questo lavoro, Reuters ha intervistato più di due dozzine di attuali ed ex funzionari statunitensi, appaltatori militari, analisti di social media e ricercatori accademici.
I giornalisti hanno anche esaminato post di Facebook, X e Instagram, dati e documenti su una serie di falsi account di social media utilizzati dalle forze armate statunitensi attivi da anni.
Innanzitutto, è bene ricordare cosa sono le operazioni Psyop. Si tratta di guerra di informazione e psicologica, nata dalla considerazione che “l’uso programmato delle comunicazioni di massa rivolte a gruppi di individui possa influenzare, anche in modo decisivo, l’esito di un conflitto”, spiega l’Archivio Disarmo.
Una pubblicazione ufficiale del nostro Ministero della Difesa sulle unità Psyop afferma che “dare, o negare, informazioni è fonte di enorme potere”. A prescindere dal fatto che queste informazioni siano vere e verificate, che non è evidentemente una preoccupazione degna di nota.
L’unico interesse è quello di denigrare il nemico e impedire che trovi nuovi alleati. Con questo tormento nella testa, il generale Jonathan Braga dello Special Operations Command Pacific ha messo in moto il meccanismo della Psyop sul Covid-19, con primo obiettivo le Filippine.
Come rivelato da suoi tre ex funzionari, il Pentagono sentiva di perdere la presa sul governo filippino di Rodrigo Duterte, tassello fondamentale della cintura militare statunitense posta intorno alla Cina.
Nei primi mesi della pandemia le Filippine avevano registrato decine e decine di migliaia di casi, e l’offerta cinese di aiuto era vista come un pericolo strategico.
Il Dragone aveva annunciato l’invio di mascherine, ventilatori e vaccini, allora ancora in fase di sperimentazione, ai paesi in difficoltà. Il ministro degli Esteri cinese accolse la richiesta di Duterte per l’accesso prioritario al Sinovac, come parte di un “nuovo momento centrale nelle relazioni bilaterali”.
Nel maggio 2020 Xi Jinping avrebbe addirittura assicurato che il vaccino cinese sarebbe stato reso disponibile come “bene pubblico globale” e avrebbe garantito “l’accessibilità e la convenienza del vaccino nei paesi in via di sviluppo”.
Il piano di Washington, l’intesa tra pubblico e privato chiamata Operazione Warp Speed, era invece ispirata al motto “America First”, e garantiva ampi margini a Big Pharma sui prezzi da imporre ai paesi poveri, con meno potere contrattuale.
Lawrence Gostin, medico e docente che ha lavorato per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha sottolineato come questo accordo abbia “assorbito la maggior parte dell’offerta dal mercato globale”. Chi non aveva la propria filiera biotecnologica si doveva accontentare delle briciole, a costi altissimi.
Un alto ufficiale militare americano ha dichiarato a Reuters che, essendo questo l’indirizzo politico, “ciò che ci restava da fare era gettare ombre sulla Cina”. Il canale privilegiato, come già successo in passato, divenne Twitter, oggi rinominato X.
Nel pieno della prima ondata del Covid-19, dalle forze armate statunitensi è partita dunque questa operazione segreta che aveva come scopo quello di disseminare dubbi sulla sicurezza e sull’efficacia del vaccino cinese Sinovac e degli aiuti sanitari (mascherine, kit diagnostici e altri prodotti) forniti da Pechino.
Reuters riporta che i diplomatici statunitensi nell’area invitarono alla cautela e si opposero a questa campagna di disinformazione. Ma nel 2019 l’allora segretario alla Difesa Mark Esper firmò un ordine segreto che elevava la competizione del Pentagono con Cina e Russia a priorità di combattimento attivo.
Il disegno di legge di spesa del Pentagono approvato quell’anno autorizzava i militari a condurre operazioni Psyop anche “al di fuori delle aree di ostilità attive”. L’insieme di queste misure consentiva dunque ai comandi militari di eludere il Dipartimento di Stato, ovvero i diplomatici del governo stesso.
Sempre nel 2019, Trump autorizzò la CIA a lanciare una campagna clandestina sui social media cinesi volta a orientare l’opinione pubblica contro i vertici cinesi. Attraverso vari profili falsi, venivano diffuse storie denigratorie sul governo di Xi Jinping.
Questa notizia è stata diffusa ancora una volta da Reuters. È di certo strano constatare che nei salotti televisivi viene ribadito a più riprese che non ci sia diritto di dibattito e di informazione in Cina, per poi venire a sapere che gli USA possono addirittura infiltrarsi nei suoi media e fare propaganda anti-governativa.
Ad ogni modo, va evidenziato che, ben prima dell’operazione russa in Ucraina, e prima persino della comparsa di quello che Trump chiamò il “virus cinese”, a spingere sull’acceleratore dell’escalation bellica globale furono gli Stati Uniti.
Del resto, le operazioni Psyop, dopo l’11 settembre, hanno cominciato a essere usate per creare un cambiamento più ampio nell’opinione pubblica in intere regioni, come fatto presente da alcuni precedenti ufficiali della Sicurezza Nazionale.
L’attività nei confronti dei filippini è stata portata avanti attraverso almeno 300 account di X, individuati da Reuters (e poi disattivati dalla piattaforma) grazie alle indicazioni fornite da ex ufficiali USA. Quasi tutti sono stati creati nell’estate del 2020, sulla base dello slogan #Chinaangvirus, ovvero “la Cina è il virus”.
La campagna no-vax che ne risultò, per quanto non se ne possa calcolare il peso effettivo, sicuramente spinse a orientare le scelte delle persone (gli account avevano migliaia di followers). Manila registrava nel paese uno dei peggiori tassi di vaccinazione di tutto il sud-est asiatico.
Ciò era dovuto anche alla diffidenza che era nata dopo il ritiro di un vaccino contro la febbre dengue nel 2017, per problemi di sicurezza, come informa Lulu Bravo, direttore esecutivo della Philippine Foundation for Vaccination. I militari statunitensi hanno fatto leva su questa paura.
Daniel Lucey, un esperto in malattie infettive, ha osservato insieme ad altri studiosi come un falso piano di vaccinazione contro l’epatite in Pakistan, usato come copertura dalla CIA nella caccia a Bin Laden, abbia avuto effetti che si sono propagati anche ad altre iniziative di immunizzazione.
La reazione a una successiva campagna non correlata di vaccinazione contro la polio registrò attacchi agli operatori sanitari e una riduzione delle difese contro la malattia. La stessa sfiducia si sarebbe potuta trasferire dal Sinovac ai vaccini statunitensi, il primo e i secondi ugualmente approvati dall’OMS.
Insomma, l’operazione del Pentagono ha messo in pericolo la salute di milioni di filippini, così come quella dell’intero pianeta, impegnato a lottare col Covid-19. Tutto per ottenere vantaggi nella competizione con la Cina, a prescindere dal numero di morti che ciò avrebbe provocato.
“Non stavamo guardando la situazione dal punto di vista della salute pubblica”, ha confermato un alto ufficiale coinvolto nel programma, “stavamo cercando un modo per trascinare la Cina nel fango”.
Un portavoce del Dipartimento della Salute delle Filippine ha dichiarato che “i risultati della Reuters meritano di essere indagati e ascoltati dalle autorità competenti dei paesi coinvolti”. Perché infatti, la campagna contro il Dragone non si è fermata alle isole del Pacifico.
I responsabili delle Psyop in Asia centrale e Medio Oriente hanno ripetuto lo schema anche per le zone di loro competenza. Sempre con falsi account su più piattaforme, hanno amplificato il dubbio per cui, poiché i vaccini a volte contengono gelatina di maiale, fossero vietati dalla legge islamica.
Sinovac aveva già assicurato che il vaccino sarebbe stato privo di materiali suini. Inoltre, molte autorità religiose islamiche sostenevano che, anche nel caso in cui avesse contenuto gelatina di maiale, la somministrazione era consentita poiché era un trattamento necessario per salvare vite umane.
Ciò non fermò i “gendarmi del mondo”, e ancora una volta su X sono stati individuati 150 profili che hanno diffuso timori, questa volta usando una discriminante religiosa. In pratica, i militari a-stelle-e-strisce hanno lavorato in un vero e proprio delirio di onnipotenza.
Questo atteggiamento è confermato da un ex figura apicale del Pentagono, che ha descritto la pandemia come una “scarica di energia” che ha innescato l’opportunità di un’opera massiccia di disinformazione sulla Cina. Uno schema partito con Trump e continuato per alcuni mesi sotto Biden.
Alla fine, alcuni dirigenti dei canali social coinvolti hanno informato la nuova amministrazione democratica di strane iniziative ricollegabili al Pentagono.
Dopo un incontro Zoom tra Facebook e il Consiglio di Sicurezza Nazionale nella primavera del 2021, venne ordinato di interrompere ogni comunicazione che potesse dare adito alla retorica no-vax.
Tuttavia, Reuters ha individuato altri post e messaggi ingannevoli relativi alla pandemia fino all’estate. Alla richiesta di delucidazioni presentata dal giornale alla Sicurezza Nazionale, c’è stato il rifiuto a rilasciare commenti, e lo stesso hanno fatto i portavoce di Trump e Biden.
Un funzionario ha dichiarato che l’indagine interna ha fatto emergere che alcuni messaggi erano “molte, molte leghe di distanza” da qualsiasi obiettivo militare accettabile. Ma anche in questo caso non c’è stato approfondimento ulteriore.
Bisogna comunque riportare che altre fonti hanno detto che il Pentagono ha annullato parti dell’ordine di Esper. Ora i comandi militari devono lavorare a stretto contatto con i diplomatici e si è imposto di limitare le Psyop rivolte ad ampie e generali fette della popolazione.
Ciò non significa assolutamente che sia stato messo in discussione l’operato delle forme armate di Washington. L’azione cominciata con le Filippine è stata messa in piedi dal centro operativo per le Psyop di Tampa, in Florida, e sembra che tuttora stia lavorando a pieno regime, insieme a compagnie private.
Il principale appaltatore della campagna sul Covid-19 è stata la General Dynamics IT, che è stata inoltre criticata per la gestione superficiale delle sue attività. Sempre le fonti di Reuters hanno sottolineato che, inoltre, i vertici militari non hanno mantenuto sulla società un controllo sufficiente.
In un documento strategico non classificato del 2023, il Pentagono ribadisce che “la disinformazione diffusa sui social media, false narrazioni camuffate da notizie e simili attività sovversive [possono essere utili per] indebolire la fiducia sociale minando le basi del governo” di nemici come la Russia o la Cina.
A febbraio di quest’anno, la General Dynamics IT ha vinto un altro contratto del valore di quasi mezzo miliardo di dollari. Il suo lavoro sarà ancora una volta legato a consulenze per attività militari segrete.
Un ex funzionario del Dipartimento di Stato che nel 2020 fu coinvolto nel confronto col Pentagono sulle Filippine aveva allora affermato: “ci stiamo abbassando sotto al livello dei cinesi e non dovremmo farlo”.
Se si toglie la solita presunzione occidentalocentrica di superiorità morale, possiamo dire che sicuramente gli USA hanno raggiunto il fondo, mettendo in pericolo l’intera umanità nel pieno di una pandemia.
Quello che rimane da questa storia è la certezza che la retorica democratica è solo una maschera, sempre meno adatta per questi tempi di guerra. E, per parafrasare un politico italiano, a pensar male di quel che dice la propaganda occidentale si fa peccato, ma spesso ci si indovina.
Fonte
02/04/2024
Il “triangolo del litio”
È un fatto insolito che un documento di proposta per la transizione nel settore industriale europeo colleghi esplicitamente, nei suoi obiettivi, tecnologia, crescita, sicurezza energetica e ordine pubblico.
La pandemia, e soprattutto la guerra in Ucraina, hanno agito da acceleratori per una “transizione verde” basata sulla tecnologia che ora ha una nuova missione.
Solitamente lo definivamo come quadro generale, proposto principalmente da istituzioni del Nord del mondo, per collegare la lotta contro l’emergenza climatica e il degrado ambientale con una nuova strategia di crescita economica.
In questa fase dobbiamo aggiungere anche la dimensione della sicurezza.
Considerando tutto ciò, questa pubblicazione nasce dall’interesse per l’analisi critica di questo nuovo contesto. Di fatto, le sue ragioni affiorano dalla traiettoria dell’Observatori del Deute en la Globalització e da un gruppo di organizzazioni, collettivi e reti di ricerca di attivisti globali che esaminano i progressi della “transizione verde” a livello globale.
Tuttavia c’è da considerare che il vero elemento base è stato il lavoro sul campo svolto dall’Osservatorio nel cosiddetto “triangolo del litio”, uno dei territori strategici per la transizione.
Per affrontare questa sfida, abbiamo proposto di esaminare LA MINIERA, LA FABBRICA E IL NEGOZIO nonché le Dinamiche Globali della “transizione verde” e le sue conseguenze nel “triangolo del litio”, suddividendo il testo in tre parti con diversi approcci.
Nella prima parte esamineremo la situazione globale dell’estrazione delle risorse, dell’industrializzazione e dei mercati che richiedono “tecnologie pulite”. Questo capitolo, più analitico e descrittivo, esamina come la centralità dell’impegno tecnologico nella “transizione verde” e la sua funzione di sicurezza siano un imperativo per espandere la frontiera mineraria, l’industrializzazione e garantire i mercati di vendita. È qui che i più rilevanti attori internazionali hanno messo in campo numerosi strumenti – i piani quinquennali dall’11° al 14° della Cina, i fondi Next Generation EU, il REPowerEU, l’Inflation Reduction Act, il Critical Raw Materials Act, il Green Deal Industrial Plan, il Net Zero Industry Act e il Global Gateway, tra gli altri – per ottenere l’egemonia sulla scena internazionale con l’obiettivo di estrarre minerali e produrre e vendere tecnologia.
Nella seconda parte ci spostiamo su una situazione territoriale specifica: le alte saline andine tra Cile, Argentina e Bolivia dove si estrae, o si intende estrarre, il litio, prezioso minerale necessario per le batterie dei dispositivi elettronici mobili e dei veicoli elettrici. Qui il testo riprende voci del territorio che subiscono gli impatti dell’attività mineraria tra resistenza, inquietudine, rassegnazione, divisione, conflitto o, semplicemente, attesa di un lavoro o di un compenso che contribuisca a soddisfare i propri bisogni primari insoddisfatti.
Infine, la terza parte cerca di rispondere alle sfide dell’emergenza climatica, la perdita di biodiversità e l’esaurimento delle risorse a partire dall’accelerazione di altre transizioni. Il nostro approccio, tra il propositivo e il rivendicativo, non mette in discussione l’urgenza di agire, ma sostiene alternative che superino il tecno-ottimismo e il suo imperativo tecnologico.
Notiamo con preoccupazione che la dimensione della giustizia globale non è presente nella “transizione verde” e che la massiccia domanda di tecnologia può avere effetti devastanti sui territori del Sud del mondo.
Ci auguriamo insomma che il testo contribuisca a una migliore comprensione della disputa globale e del ruolo degli attori più rilevanti, a stabilire un maggiore legame con le altre realtà territoriali, e che continui ad aprire il dibattito su come affrontare una situazione di emergenza climatica, ambientale e sociale in modo davvero equo.
2) Pandemia e crisi energetica: accelerare la transizione securitaria e tecnologica
Dopo l’Accordo di Parigi del 2015, le istituzioni pubbliche hanno iniziato a proporre numerosi strumenti, piani e strategie per intraprendere una “transizione verde”. Tra questi spicca per portata e copertura il Green New Deal, un quadro programmatico e strategico per combattere l’emergenza climatica attraverso l’intervento pubblico nell’economia (1).
Sia la pubblicazione nel febbraio 2019 del Green New Deal per gli Stati Uniti, che l’approvazione, alla fine dello stesso anno, dell’European Green Deal nell’Unione Europea, sono stati i principali riferimenti per la politica di transizione climatica ed energetica in un momento di forti mobilitazioni sociali sul clima.
La creazione di reti internazionali di attivisti come Fridays for Future, Extinction Rebellion o By2020 We Rise Up, hanno aumentato la pressione sulle istituzioni, sia in termini di contenuto delle loro rivendicazioni che per la pratica della disobbedienza civile.
Nello stesso anno, in America Latina, hanno avuto luogo proteste e rivolte popolari, iniziate in Cile che poi si sono riprodotte in Bolivia, Ecuador e Colombia, espressioni di quello che oggi è riconosciuto come l’anno dell’esplosione sociale, le cui radici affondano nei gravi problemi di violenza sistemica e di ingiustizia sociale e ambientale, conseguenza dello sfruttamento sistematico dei beni comuni, degli ecosistemi e dei territori.
Un anno più tardi arrivava la pandemia.
L’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), preoccupata dai livelli allarmanti di diffusione e gravità del COVID-19, emise una pubblica dichiarazione di pandemia (2). Solo due mesi dopo, istituzioni come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e la Commissione Europea iniziavano a diffondere la necessità di un Green Recovery (3) e di un Build Back Better (BBB) (I).
L’obiettivo era, in altre parole, quello di superare gli impatti negativi del COVID-19 sull’economia rafforzando la “transizione verde”.
È stato questo il primo acceleratore della transizione: la ripresa economica dalla pandemia, di cui uno degli attori più importanti è l’Unione Europea e i suoi fondi NextGenerationEU (4) (di seguito NGEU), ad oggi un potenziale di 806 miliardi di euro in sovvenzioni e prestiti per gli Stati membri che dovrebbero servire alla ripresa e alla trasformazione dell’economia europea mettendola sulla strada dell’European Green Deal.
Nello specifico, il 37% dei fondi doveva essere destinato a progetti (II) e riforme che contribuissero agli obiettivi climatici dell’Unione, il 20% alla digitalizzazione, il 10% alla biodiversità, e tutti erano regolati dal principio di “assenza di danni significativi”, ossia i progetti e le riforme approvati non potevano sostenere o svolgere attività economiche che avessero causato danni significativi a qualsiasi obiettivo ambientale. (5)
Seguendo la linea temporale, il 25 febbraio 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina.
Nel mezzo di un panico diffuso in Europa per il prezzo e la continuità dell’approvvigionamento energetico, la guerra ha agito come un secondo acceleratore della “transizione verde”, riformulandone le priorità.
Lo stesso REPowerEU (6), il piano per porre fine alle dipendenze energetiche dalla Federazione Russa, riconosce che “la rapida e progressiva eliminazione delle importazioni di combustibili fossili dalla Russia influenzerà la traiettoria della transizione” e potrebbe comportare investimenti mirati verso infrastrutture per il gas e per il petrolio, e per l’uso di carbone e nucleare al di là di quanto previsto (III).
Nella stessa ottica, la riunione dei ministri dell’energia, clima e ambiente del G7 (IV), tenutasi a Sapporo (Giappone) nell’aprile 2023, ha avuto come obiettivo quello di approfondire i temi della sicurezza energetica e della transizione verso l’“energia pulita” (V).
I due giorni di incontri hanno incluso discussioni su materie prime critiche, efficienza energetica, energie rinnovabili, gas naturale, idrogeno, emissioni di carbonio, trasporto stradale e decarbonizzazione delle industrie pesanti. Nel documento finale si legge: “Riaffermiamo il nostro impegno ad accelerare la transizione dell’energia pulita verso le emissioni zero netto (...) e riconosciamo l’importanza di promuovere un’efficiente diversificazione delle fonti di approvvigionamento per migliorare la sicurezza energetica e l’accessibilità economica dell’energia” (7).
Alla fine, il consenso verso la narrazione dei principali attori internazionali cerca di ottenere legittimità dai cittadini del Nord globale attraverso campagne come “You are the EU”, promossa all’inizio del 2023 dalla Commissione Europea.
Il loro intento è quello di coniugare i valori europei di “democrazia, libertà, uguaglianza, tolleranza e solidarietà” con l’indipendenza energetica e “l’energia, pulita e rinnovabile, prodotta in Europa” (8), riaffermando il legame tra transizione, sicurezza e tecnologie, in una sorta di nazionalismo energetico e tecnologico che rende imperativo un impegno accelerato e massiccio verso le “tecnologie pulite”.
3) La miniera, la fabbrica e il negozio
3.1 Catene globali di approvvigionamento e valore
La situazione descritta nel capitolo precedente, con una “transizione verde” vincolata alla sicurezza energetica che spinge verso una massiccia domanda di tecnologia, mette alla prova gli attori più rilevanti sulla scena internazionale. Tuttavia, se analizziamo la situazione globale delle filiere delle principali “tecnologie pulite”, possiamo notare quattro posizioni di partenza chiaramente differenziate: dominante, avvantaggiata, importatrice e subordinata.
Da un lato c’è la Cina che detiene una posizione dominante, con una presenza sufficientemente egemonica nelle diverse fasi della catena di approvvigionamento tale da esercitare un elevato grado di controllo e influenza. Nel 2019 la Cina è stata, a livello globale, responsabile del 69% dell’estrazione di cobalto, del 64% di grafite e del 60% di terre rare.
Nelle operazioni di lavorazione dei materiali ha raggiunto il 35% per quanto riguarda il nichel, il 65% per il cobalto, l’87% per le terre rare e il 58% per il litio. Le imprese cinesi hanno inoltre effettuato investimenti significativi in aree di risorse minerarie come l’Australia, il Cile, la Repubblica Democratica del Congo e l’Indonesia. (9)
È stata la Cina, nel 2021, a guidare la fornitura globale di “tecnologia pulita”. Il 65% delle batterie per veicoli elettrici, circa il 60% dei pannelli fotovoltaici e delle turbine eoliche e il 40% degli elettrolizzatori sono stati prodotti in territorio cinese. (10)
Dall’altra parte ci sono gli Stati Uniti che si trovano in una posizione avvantaggiata perché hanno la capacità installata per realizzare la maggior parte delle attività di filiera all’interno dei propri confini: hanno risorse energetiche, minerarie, industriali e domanda interna.
Nel 2020 sono stati il secondo maggior estrattore di terre rare e il sesto per riserve (11), e hanno una filiera ben sviluppata per la mobilità elettrica (saldo commerciale positivo del 3% nel 2021), ma meno per eolico (-38%) e fotovoltaico (-65%), per i quali dipendono dalle importazioni. (12)
Ciò che invece caratterizza maggiormente l’Unione Europea è il suo ruolo di importatrice a causa dell’elevata dipendenza energetica, mineraria e industriale dall’estero, che è in parte il risultato della politica di espansione e delocalizzazione delle multinazionali europee.
Nel 2021 l’UE aveva una dipendenza energetica del 55% e del 54% per i minerali metallici (13). L’UE è un importatore netto di “tecnologie pulite”, ad eccezione dei componenti delle turbine eoliche. Circa un quarto delle automobili e delle batterie elettriche, e quasi tutti i moduli solari fotovoltaici e le celle a combustibile, sono importati dalla Cina, sebbene i veicoli elettrici siano prodotti anche da aziende europee e statunitensi in territorio cinese (14).
Per ultimi ci sono i numerosi paesi del Sud globale, inseriti nelle catene di approvvigionamento globali in forma subordinata attraverso l’estrazione e l’esportazione di beni naturali.
Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, il Mozambico, il Perù, il Ghana e l’Indonesia hanno una matrice di esportazione primaria e sono principalmente impegnati nell’estrazione di minerali e nella loro vendita con una raffinazione/trasformazione di base o, in termini economici, a basso valore aggiunto.
Altri paesi, come il Cile, la Bolivia, l’Argentina o il Brasile, hanno diversi progetti di industrializzazione, ma si sono scontrati con barriere interne che vanno dalla loro stessa Costituzione, come nel caso del Cile, a crisi interne, o a governi progressisti privi di una chiara volontà di abbandonare l’estrattivismo, o semplicemente a governi reazionari negazionisti.
Comunque, la maggior parte di questi paesi hanno un denominatore comune: sono sottomessi al debito estero o a trattati commerciali e di investimento che funzionano come strumenti per sostenere la loro subordinazione.
Per entrare in dettaglio nelle posizioni dominanti, avvantaggiate, importatrici e subordinate, nelle seguenti sottosezioni analizzeremo la posizione di questi attori nelle fasi di estrazione, produzione e commercializzazione: la miniera, la fabbrica e il commercio.
Chiarire concetti: estrazione, riserve e risorse. Elementi, metalli, minerali, materie prime e materiali.
L’estrazione si riferisce alle fasi iniziali più elementari dell’attività mineraria, spesso indicate come produzione. Riteniamo che non esista detta produzione perché l’attività consiste nell’estrazione di minerali depositati in natura.
Le riserve sono le materie prime di cui è legalmente, economicamente e tecnicamente possibile l’estrazione. Le riserve variano nel tempo.
Le risorse sono invece il risultato di processi di esplorazione e sono valutate tramite modelli geoscientifici. Anche le risorse variano nel tempo e, quando è possibile estrarle, diventano riserve.
Gli elementi sono il tipo di materia costituita da atomi con lo stesso numero atomico e sono classificati nella tavola periodica.
I metalli sono elementi chimici che sono buoni conduttori di elettricità e calore.
I minerali sono sostanze inorganiche di origine naturale, con una composizione chimica definita e una certa struttura cristallina.
La materia prima è il materiale estratto dalla natura, di origine minerale, vegetale o organica che, attraverso una serie di trasformazioni artigianali o industriali, viene trasformato in prodotti di consumo intermedi o finali.
I materiali sono elementi o composti chimici, sostanze o miscele di sostanze che costituiscono la materia. Nel presente rapporto questo termine viene utilizzato per indicare elementi, composti o rocce di origine naturale estratti dall’attività umana per essere sfruttati.
3.2. La miniera: estrarre gli ingredienti delle “tecnologie pulite”
La prima e fondamentale fase per la produzione delle cosiddette “tecnologie pulite” consiste nel garantire la loro base materiale, ossia gli elementi necessari per la loro produzione. Stiamo parlando di minerali come rame, litio, nichel, manganese, cobalto, grafite, silicio, terre rare, platino, cromo, zinco e materiali sfusi come acciaio, cemento, plastica e alluminio (15).
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| Figura 1 |
Elaborazione degli autori sulla base della Supply chain analysis and material demand forecast in strategic technologies and sectors in the EU (analisi della catena di approvvigionamento e della previsione della domanda di materiali in tecnologie e settori strategici nell’UE).
NOTA: I materiali sono stati suddivisi in due categorie: strategici e critici. Per l’UE, la criticità dei materiali si misura in base alla loro importanza per l’economia e al rischio nelle catene di approvvigionamento (16).
I materiali strategici, invece, sono fondamentali per le tecnologie importanti per la “transizione verde e digitale” dell’Europa, per la difesa e per il settore aerospaziale e possono anche essere soggetti a rischi futuri nella catena di approvvigionamento (17).
Nella tabella, i metalli del gruppo del platino (rutenio, palladio, osmio, iridio, rodio e platino) sono raggruppati insieme. Le terre rare hanno tre sottogruppi: quelle utilizzate per i magneti permanenti, come il neodimio e il disprosio, le terre rare pesanti e quelle leggere.
Nella Figura 1 si può notare come rame e alluminio siano necessari per tutte le tecnologie. Altri materiali sono presenti in 6 tecnologie su 7: il nichel in tutte tranne che nei motori di trazione, mentre boro e silicio non sono presenti nelle batterie agli ioni di litio. Le terre rare per i magneti e il manganese sono presenti in 5 delle 7 tecnologie. (18)
Di seguito sono riportati altri studi che valutano anche l’intensità di utilizzo dei materiali per ciascuna tecnologia (Fig. 2).
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| Figura 2 |
È importante sottolineare che ogni tecnologia ha delle sotto-tecnologie (VI) che, a seconda del loro sviluppo, finiscono per determinare la maggiore o minore intensità di un materiale o di un altro.
In ogni caso, la Figura 3 ribadisce l’elevata importanza del rame e dell’alluminio praticamente per tutte le tecnologie, così come delle terre rare e dello zinco per l’energia eolica, del nichel per l’idrogeno, e del cobalto, del nichel, del litio e anche delle terre rare per i veicoli elettrici e le batterie.
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| Figura 3 |
Proseguendo su questa linea di valutazione dell’intensità mineraria delle tecnologie e della proiezione della loro domanda futura, analizziamo ora il rapporto su Il ruolo dei minerali critici nella transizione verso l’energia pulita dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Per gli scenari ambientali e climatici più ambiziosi, la domanda totale di materiali per le “tecnologie pulite” dovrebbe quadruplicare tra il 2020 e il 2040.
Nello stesso periodo, settori come i veicoli elettrici e le batterie dovrebbero aumentare la loro domanda di 30 volte (19).
Il dettaglio della Figura 3 mostra come lo scenario SDS richieda più materiali rispetto allo STEPS; ovvero, nel quadro della “transizione verde” dell’IEA che promuove lo sviluppo tecnologico senza mettere in discussione il modello economico, una maggiore ambizione climatica richiede un maggiore sfruttamento dei minerali.
SDS significa moltiplicare la domanda di litio per le tecnologie citate per 42, di grafite per 25, di cobalto per 21, di nichel per 19, di manganese per 8 e di terre rare per oltre 7, in soli due decenni (20).
Prendendo come riferimento ambedue gli scenari SDS e STEPS, anche la pubblicazione Metalli per l’energia pulita: modi per risolvere la sfida delle materie prime in Europa, dell’Università di KU Leuven su richiesta di Eurometaux 21, quantifica la differenza tra gli scenari.
Lo SDS, che corrisponde a un’ambizione climatica più elevata secondo l’IEA, rappresenta un’estrazione di 30 megatonnellate all’anno di materiali in più rispetto allo STEPS. Oltre il 50% del fabbisogno totale sarebbe costituito da alluminio, seguito da rame, nichel e zinco.
Le quantità assolute non riflettono l’importanza di minerali come il cobalto o le terre rare per i magneti che, pur essendo estratti in quantità minori, hanno un impatto climatico maggiore per tonnellata nella loro estrazione e raffinazione. (VII).
(2. Continua)
I) A differenza del Build Back Better dell’amministrazione Joe Biden, il governo americano guidato da Donald Trump non ha scommesso su una ripresa verde. Per saperne di più consultare qui.
II) L’elenco dei progetti finanziati tramite NGEU è guidato da grandi aziende europee ed è destinato principalmente ai settori della mobilità elettrica, dell’idrogeno verde e delle energie rinnovabili.
III) Oltre alla contraddizione percepibile di mantenere un discorso di lotta all’emergenza climatica e al finanziamento e all’uso dei combustibili fossili, REPowerEU è riuscita a reindirizzare 225.000 milioni di euro dal Recovery and Resilience Fund, la parte effettiva del NGEU, verso progetti e riforme, consentendo un processo di deroga al principio di non arrecare danni significativi alle infrastrutture e agli impianti energetici che necessitano di soddisfare le immediate esigenze di sicurezza dell’approvvigionamento: Per maggiori informazioni.
IV) I paesi del G7 sono Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. Per vedere il Comunicato dei Ministri del Clima, dell’Energia e dell’Ambiente di aprile 2023 vedere qui.
V) Per l’Agenzia Internazionale dell’Energia, organizzazione OCSE creata dopo la crisi petrolifera del 1973 e punto di riferimento per le istituzioni internazionali, l’energia pulita o tecnologie pulite sono il solare fotovoltaico e termico, gli elettrolizzatori e le celle a combustibile, l’energia eolica onshore e offshore, il biogas/biometano sostenibile, le batterie e stoccaggio, cattura e stoccaggio del carbonio, pompe di calore ed energia geotermica e tecnologie di rete. In questo gruppo vengono considerate anche le tecnologie sostenibili dei combustibili alternativi, le tecnologie avanzate per produrre energia da processi nucleari con residui minimi nel ciclo del combustibile, piccoli reattori modulari e i migliori combustibili correlati. In questo testo faremo riferimento principalmente all’eolico, al fotovoltaico e alla mobilità elettrica e, in alcuni casi, alle celle a combustibile, agli elettrolizzatori e alle pompe di calore.
VI) Le batterie più comunemente utilizzate nei veicoli elettrici sono agli ioni di litio. All’interno di questa categoria possiamo trovare batterie al litio-ossido di cobalto (LCO), al nichel-cobalto-ossido di alluminio (NCA) e alle batterie al nichel-manganese-cobalto (NMC). Gli NMC si dividono a loro volta in base alle proporzioni di manganese, cobalto e nichel nella chimica del catodo. Esistono anche altre composizioni di batterie al litio che non contengono cobalto come ossido di litio manganese (LMO) e litio ferro fosfato (LFP). Per ulteriori informazioni, vedere: Martín Lallana, Jorge Torrubia e Alicia Valero (2023). Minerali per la transizione energetica e digitale in Spagna: stato dell’arte, revisione delle politiche pubbliche e delle alternative. CIRCE – Universidad de Zaragoza, encargado por Amigos de la Tierra España. Disponibile qui.
VII) La produzione di una tonnellata di solfato di cobalto o di ossido di neodimio emette rispettivamente 16,73 tonnellate e 65,80 tonnellate di CO2 equivalente. Per maggiori informazioni.
Note
1) Pérez, Alfons (2021). Pactos verdes en tiempos de pandemias. El futuro se disputa ahora. Observatori del Deute en la Globalització, Libros en Acción e Icaria editorial. Disponibile qui.
2) Organización Mundial de la Salud (27/04/2020). COVID-19: cronología de la actuación de la OMS. Disponibile qui.
3) OECD. Focus on Green Recovery. Disponibile qui.
4) Scherer, Nicola; González, Erika y Blázquez, Nuria (2021). Guía Next Generation EU: más sombras que luces. Ecologistas en Acción, Observatorio de Multinacionales en América Latina y Observatorio de la Deuda en la Globalización. Disponibile qui.
5) Comisión Europea (30/08/2021). Do No Significant Harm. Disponibile qui.
6) Observatorio de la Deuda en la Globalización (28/07/2022). Crisis energética en Europa, ¿qué podemos esperar?. Disponibile qui.
7) G7 Climate, Energy and Environment Ministers (16/04/2023). G7 Climate, Energy and Environment Ministers’ Communiqué [Comunicato]. Disponibile qui.
8) Unión Europea. You are Europe [Web].
9) International Energy Agency. (Maggio 2021). The Role of Critical World Energy Outlook Special Report Minerals in Clean Energy Transitions [Report]. Disponibile qui.
10) International Energy Agency (2023). Energy Technology Perspectives [Report]. Disponibile qui.
11) International Energy Agency. (Maggio 2021)…, op.cit.
12) International Energy Agency (2023). Energy Technology Perspectives… op.cit.
13) Eurostat. Energy statistics – an overview. Recuperato il 9 giugno 2023, da qui.
14) International Energy Agency (2023). Clean Energy Supply Chains. Energy Technology Perspectives [Web]. Disponibile qui.
15) International Energy Agency (2023). Mining and Materials Production [Web]. Disponibile qui.
16) Comisión Europea. Materias primas críticas. Recuperato il 9 giugno del 2023 da qui.
17) Comisión Europea. Critical Raw Materials: ensuring secure and sustainable supply chains for EU’s green and digital future [comunicato stampa].
18) Oficina de Publicaciones de la Unión Europea. Supply chain analysis and material demand forecast in strategic technologies and sectors in the EU [Report].
19) International Energy Agency. (Maggio 2021)…, op.cit.
20) Ibid.
21) KU Leuven (Abril 2022) Metals for Clean Energy: Pathways to solving Europe’s raw materials challenge Eurometaux. Encargado por Eurometaux. Da qui.
Fonte


